muro

  • Aspettando l’alba di un giorno migliore

    Vi sono due tipi di muri, i muri che vedi, che tocchi, che puoi abbattere con la forza, con la politica, con il consenso popolare, muri che lasciano calcinacci come ricordi e souvenir, che non tengono a mente le ferite che gli uomini, divisi da pietre e mattoni, hanno dovuto sopportare. E vi sono i muri invisibili, quelli che impediscono alle coscienze di avere ragione degli odi e delle paure, i muri che impediscono l’empatia, la comprensione dell’altro e spesso anche di noi stessi, muri di pregiudizi e di incomunicabilità, di rifiuto e di indifferenza.
    Oggi vi sono molti muri  in Europa, di cemento e di filo spinato, che chiudono fuori e chiudono dentro, dalla Spagna alle Repubbliche baltiche, dalla Bulgaria a Cipro, e molti muri incombono nelle ex repubbliche sovietiche, negli Stati Uniti, nel continente africano, in Asia, in sud America, muri costruiti e in via di costruzione, muri che credono di poter impedire il propagarsi di una società mondializzata ma che si è dimostrata incapace di darsi regole comuni e di adottare strumenti per farle rispettare.
    Nel ricordare la caduta del muro di Berlino come giorno simbolo di un mondo che avrebbe dovuto provare a vivere nelle libertà e nella giustizia non possiamo dimenticare il pericolo di un muro invisibile che oggi mina la serena convivenza usando come strumento quella tecnologia che doveva essere il miglior veicolo di comunicazione e conoscenza. Troppe oramai le persone  che, una di fronte all’altra, non riescono più a parlarsi, ognuno rimane chiuso nel suo mondo, ognuno è concentrato  a mandare foto e commenti a chi è lontano e spesso sconosciuto e si è diventati incapaci di scambiare idee, parole, sentimenti  con chi è di fronte. Anche capi di Stato, uomini di governo ormai lanciano minacce o fanno  conoscere decisioni importanti, mai purtroppo ponderate  a sufficienza, con un massaggino.
    9 novembre 1989 abbiamo visto il tramonto di un mondo peggiore ma stiamo ancora aspettando l’alba di un giorno migliore.

  • Per trovare la sua ‘quadra’ la Ue deve pensare anche a Cipro

    Mentre i governi dei Paesi della Ue si stanno febbrilmente consultando e scontrando sui nomi dei futuri commissari e aleggia, costante e incombente, il problema dell’immigrazione visto che addirittura vi è stata una denuncia, proprio contro l’Unione europea, al tribunale dell’Aja, la stessa Europa si trova, sul tema appunto dei migranti, a dovere dare conto dell’enorme quantità di denaro dato alla Turchia senza aver effettivamente verificato l’utilizzo di tale denaro a favore degli immigrati. Ma il problema Turchia non è rappresentato soltanto da questo, consiste anche nella situazione dell’isola di Cipro, che è membro della Ue, divisa dal 1974 tra Nord e Sud da un muro, da un filo spinato. La stessa capitale Nicosia è divisa da muraglioni di sacchi di sabbia. Da un lato ci sono i turchi, che in quella data l’hanno invasa, e dall’altro i greci-ciprioti. Nicosia sembra una città in guerra, è l’ultima capitale europea divisa in due da un muro. Le due realtà non comunicano con la stessa lingua né possono comunicare telefonicamente perché le due compagnie di telefonia mobile non si riconoscono e non hanno servizi in comune. Case abbandonate e distrutte sono ancora lì a raccontare una ferita non rimarginata e i militari camminano armati dietro al filo spinato: non si può né fotografare né riprendere. Nel 2004 Kofi Annan, segretario dell’Onu, aveva proposto una road map per la riunificazione ma tutto fallì e a nulla approdarono nemmeno i negoziati del 2014-2017.

    Certamente vi sono problemi più impellenti e di più vasta portata che l’Ue deve affrontare, ma anche questo di Cipro non può essere ignorato. Né può essere ignorato che quanto la Turchia ha fatto nel lontano 1974 dimostra ai giorni nostri, con gli atteggiamenti e le iniziative di Erdogan, che vi possono essere ancora pericoli per la stabilità.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.