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  • Cina, la preparazione alla guerra passa anche dall’oro

    La preparazione di una grande potenza a un possibile conflitto non comincia necessariamente sul campo di battaglia. Può iniziare molto prima, dalle riserve strategiche, attraverso la ottimizzazione di catene di approvvigionamento, dalla capacità di inaugurare sistemi finanziari che permettono di sopravvivere alle possibili sanzioni.

    In questa prospettiva assume particolare rilievo, allora, la politica economica e finanziaria adottata dalla Cina nel 2026. Nei primi otto mesi dell’anno Pechino ha importato oltre 1.100 tonnellate di oro fisico, per un valore vicino ai 159 miliardi di dollari. Parallelamente, la Cina ha continuato a ridurre la propria esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense ed anche la Banca Popolare Cinese ha proseguito l’aumento delle riserve auree.

    Presi singolarmente, questi dati non dimostrano che Pechino stia preparando un’invasione di Taiwan. L’accumulo di oro potrebbe, infatti, venire spiegato anche attraverso una esigenza di diversificazione delle riserve, come per protezione dall’instabilità finanziaria, ed una riduzione della dipendenza dal dollaro. Ma se osservati insieme alle altre trasformazioni in corso, assumono un significato strategico più ampio.

    La guerra in Ucraina ha mostrato alle grandi potenze che un conflitto moderno non si combatte soltanto con missili, carri armati e navi, viceversa anche lo scenario finanziario rappresenta un terreno di confronto economico e militare.

    Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, centinaia di miliardi di dollari di riserve russe detenute all’estero sono stati immobilizzati attraverso le sanzioni occidentali. Il pericolo si dimostra quindi evidente ed è rappresentato dal fatto che anche una parte delle riserve finanziaria di uno Stato possono diventare inutilizzabili qualora si trovassero sotto la giurisdizione di Paesi che partecipano alle sanzioni.

    Viceversa l’oro fisico presenta una caratteristica differente, quando viene custodito direttamente sotto il controllo dello Stato e quindi non può essere congelato nello stesso modo di un deposito bancario o di un’attività finanziaria detenuta all’estero.

    Per Pechino, la lezione che la guerra russo ucraina ha evidenziato consiste nel fatto che in caso di crisi con Washington e con gli alleati occidentali a seguito di un’invasione di Taiwan da parte della superpotenza cinese, la disponibilità di riserve auree fisiche e di materie prime strategiche può diventare un elemento fondamentale della capacità di resistenza nazionale.

    L’oro, quindi, assume un nuovo valore e rilievo in quanto non rappresenta più soltanto una riserva di valore, ma anche una forma di assicurazione strategica contro l’isolamento finanziario in caso di un conflitto.

    All’interno di una crisi tra Cina e Taiwan, quindi, la dimensione economica si sovrappone a quella militare. Da anni Xi Jinping considera la “riunificazione” di Taiwan un obiettivo fondamentale della politica cinese. Contemporaneamente, la PLA (Esercito Popolare di Liberazione noto anche come PLA o EPL) sta aumentando le operazioni nello Stretto e intorno all’isola. Il riferimento al 2027 viene spesso interpretato come una possibile data per un’azione militare cinese.

    L’Annual Threat Assessment statunitense del marzo 2026 ha infatti indicato che Pechino non risulta attualmente impegnata in una pianificazione di invasione di Taiwan fissata per il 2027, ma anche che la PLA continua a sviluppare le capacità necessarie per un eventuale conflitto. Il 2027 appare, si spera, soprattutto come un obiettivo del raggiungimento di una capacità militare più che una data operativa già decisa.

    Nel frattempo Pechino non ha bisogno di attraversare immediatamente lo Stretto per aumentare la pressione su Taipei. Le attività militari cinesi intorno a Taiwan rappresentano una forma di pressione continua: pattugliamenti aerei e navali, attraversamenti della linea mediana dello Stretto, esercitazioni e dimostrazioni di capacità.

    Questa rappresenta la cosiddetta strategia della zona grigia, attraverso la quale Pechino può aumentare progressivamente il costo politico e militare per Taiwan senza oltrepassare necessariamente la soglia di una guerra aperta.

    Questo insieme di iniziative presenta anche un vantaggio in quanto consente alla Cina di testare le proprie forze, raccogliere informazioni, reazioni taiwanesi e statunitensi e mantenere costante la pressione senza assumersi immediatamente i costi enormi di un’invasione.

    In più andrebbe tenuto nella debita considerazione anche un altro un altro elemento fondamentale, come la possibilità che una crisi contemporanea in Medio Oriente potesse ridurre temporaneamente l’attenzione e le risorse disponibili degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico. Ma dal punto di vista strategico il principio rimane importante, per Pechino, la situazione internazionale rappresenta un elemento da osservare attentamente.

    Una Cina intenzionata a modificare gli equilibri nello Stretto dovrebbe infatti valutare non soltanto la propria forza militare, ma anche il grado di disponibilità degli Stati Uniti ad intervenire e la loro capacità di intervenire a sostegno di Taiwan. È probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’attuale strategia cinese. La costruzione della capacità militare procede insieme alla costruzione della capacità di resistere economicamente a un conflitto. Oro, energia, materie prime, produzione industriale, sicurezza alimentare, catene di approvvigionamento e sistemi di pagamento diventano così parti di una strategia da valutare nella sua interezza.

    In caso di una guerra, la Cina dovrebbe infatti affrontare contemporaneamente diversi rischi: sanzioni occidentali, restrizioni finanziarie, interruzioni commerciali, difficoltà nell’importazione di energia e materie prime e possibile isolamento dai principali circuiti finanziari internazionali. Ridurre preventivamente queste vulnerabilità significa aumentare il margine di manovra dello Stato cinese.

    Questo non significa necessariamente che Pechino abbia deciso di attaccare Taiwan, ma Pechino sembra voler evitare che, qualora una crisi dovesse trasformarsi in conflitto, la vulnerabilità economica possa diventare il principale punto debole del Paese. Per questo motivo sarebbe riduttivo interpretare l’accumulo di oro semplicemente come una scommessa sul prezzo del metallo prezioso. L’oro rappresenta soltanto uno degli elementi di una trasformazione più ampia.

    La Cina sta costruendo contemporaneamente capacità militare, resilienza finanziaria, autonomia industriale e sicurezza degli approvvigionamenti, ed è proprio questa combinazione a meritare attenzione.

    La domanda, quindi, non è soltanto se Pechino abbia deciso di invadere Taiwan nel 2027 ma quanto voglia essere pronta la Cina nel caso in cui una crisi nello Stretto trasformi improvvisamente la competizione geopolitica in uno scontro militare ed economico globale.

    Perché una cosa è ormai evidente: la preparazione cinese non riguarda soltanto la guerra che potrebbe eventualmente combattere, ma riguarda anche la capacità di sopravvivere alla guerra economica che potrebbe seguirla.

  • Tassa sull’oro rincara, ma chi vende gioielli ai compro oro non deve pagarla

    Le vendite di oro sono soggette a un prelievo fiscale del 26%, in seguito all’incremento della percentuale da versare al fisco deciso a fine anno scorso, ma la tassazione sul valore della compravendita si applica solo alle operazioni che hanno carattere di investimento e non alle vendite di oro dettate da motivi di bisogno.

    Chi vende oggetti d’oro di sua proprietà non deve indicare i soldi che riceve in cambio né nel Modello 730 né nel Modello Redditi perché si tratta di operazione occasionale e senza carattere imprenditoriale e perché di norma ciò che vende vale più di ciò che percepisce (quando si acquista un gioiello si paga il metallo, ma anche la lavorazione, il design, il marchio e l’Iva; quando lo si rivende, invece, il “compro oro” lo valuta solo in base a peso e quotazione di mercato del momento, il cosiddetto valore di fusione). Veròè che quando si vende ora il negoziante chiede carta d’identità e codice fiscale, registrando il tutto in un apposito registro, ma questo è un adempimento previsto dalle norme antiriciclaggio e di sicurezza pubblica, pensato per tracciare la provenienza degli oggetti preziosi e prevenire la ricettazione di beni rubati, e non comporta segnalazione dell’operazione all’Agenzia delle Entrate.

    Discorso è completamente diverso vale nel caso oggetto della compravendita sia oro da investimento (lingotti con purezza pari o superiore a 995 millesimi, oppure monete d’oro, come le Sterline britanniche, i Krugerrand sudafricani o i Dollari americani, che abbiano purezza minima 900 millesimi, siano state coniate dopo il 1800, abbiano avuto o abbiano corso legale nel Paese d’origine e vengano scambiate a un prezzo che non supera dell’80% il valore del metallo contenuto). In questo caso, l’operazione è considerata profittevole e sottoposta a tassazione: se si conserva la fattura originale d’acquisto, il calcolo avviene sulla plusvalenza realmente maturata, su cui si applica un’imposta sostitutiva del 26%; altrimenti l’intero importo ricavato dalla vendita viene considerato plusvalenza e tassato al 26%. Le plusvalenze sull’oro da investimento possono essere segnalate al fisco nel riquadro RT del Modello Redditi o anche nel Quadro W del Modello 730, permettendo di regolare l’imposta direttamente tramite il proprio sostituto d’imposta, sia esso il datore di lavoro o l’ente pensionistico.

  • 1935: l’oro per la Patria di Mussolini, 2026: il risparmio per Ursula von der Leyen e Blackrock

    Nel 1935 (dicembre) i cittadini italiani vennero chiamati a portare il proprio “oro alla Patria” per sostenere le spese della guerra in Etiopia e contrastare le sanzioni economiche.

    Nel 2026 la Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha lanciato l’iniziativa “Savings & Investments Union” (SIU), volta a canalizzare parte dei circa 10.000 miliardi di euro di risparmi privati europei “fermi” nei conti correnti per sostenere gli investimenti in economia reale. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità “parcheggiata” presso gli Istituti bancari in investimenti produttivi, startup e progetti strategici ma molto probabilmente soprattutto nel settore della Difesa

    Il progetto prevede la creazione di un patto tra il settore finanziario, investitori istituzionali, i cittadini finalizzato a creare degli strumenti finanziari dedicati, come anticipato prima, anche al settore della Difesa.

    Sembra incredibile come per giustificare una necessità di risorse finanziarie l’Unione Europea, nella persona di Ursula Von del Leyen, arrivi a definire i depositi del risparmio dei cittadini sui conti correnti come risorse “inattive”.

    Andrebbe ricordato ai vertici europei come quasi il 50% della liquidità depositata presso gli Istituti bancari venga utilizzata come finanziamento alle imprese mentre un’altra forte percentuale sia destinata all’acquisto di titoli di stato e prestiti alle famiglie sotto forma di credito al consumo e mutui e solo una minima parte rimanga presso l’Istituto bancario come coefficienti di riserva obbligatoria (1% fissato dalla BCE).

    In più desta qualche sospetto la contemporaneità della iniziativa europea con quella, solo di qualche settimana addietro, del CEO di Blackrock (la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con un patrimonio gestito che ha superato i 14.000 miliardi di dollari) il quale ha lanciato un medesimo appello sull’utilizzo sempre dei depositi presso i conti correnti degli Istituti bancari.

    Larry Fink, Ceo di Blackrock, ha infatto invitato i risparmiatori a spostare i propri risparmi dai conti correnti ai fondi di investimento gestito con l’obiettivo di finanziare la ripresa economica e magari appunto gli investimenti in difesa. La contemporaneità della strategia finanziaria dei vertici istituzionali europei con il più grande fondo di gestione privata risulta assolutamente imbarazzante. E certifica, ancora una volta, come l’obiettivo rimanga quello del risparmio privato come ultima risorsa per accrescere ulteriormente i finanziamenti ad obiettivi altrimenti difficilmente giustificabili e soprattutto condivisibili con i cittadini e gli elettori europei.

    Certamente i termini e le stesse modalità della richiesta di risorse finanziarie da parte delle istituzioni europee come dei vertici finanziari potranno risultare molto lontani da quelli di Mussolini del 1935. Nella sostanza, tuttavia, le differenze svaniscono in quanto nulla è cambiato da quella richiesta di oro per la Patria che l’Unione Europea adesso si appresta a chiedere in forma di gestione dei risparmi.

    Certamente rimane la speranza che questi due iniziative, tra loro molto simili, non siano anche nel secondo caso, come avvenne nel primo, propedeutica ad una guerra mondiale.

  • L’oro e la nuova moneta internazionale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su notiziegeopolitche.net il 17 febbraio 2023

    I media occidentali sono talmente impegnati ad analizzare gli andamenti dello scontro militare in Ucraina da sottovalutare quanto sta avvenendo in altri settori strategici, ad esempio quello monetario.
    Qualche settimana fa si era evidenziato come, in alternativa al dollaro, la Russia, la Cina e altri Paesi stessero discutendo di una nuova moneta internazionale per regolare i propri scambi commerciali e altre operazioni finanziarie. In particolare, si segnalava la proposta del noto economista russo Sergey Glazyev che prefigurerebbe una moneta basata su un paniere di valute, tra cui il rublo e lo yuan, ancorata al valore di alcune materie prime strategiche, incluso l’oro.
    Durante il 2022 l’inasprimento delle sanzioni occidentali nei confronti della Russia ha indotto Mosca a preferire altri partner economici come la Cina, l’India, l’Iran, la Turchia, l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, ecc. Con ciascuno di loro, la Federazione Russa ha un surplus commerciale. Secondo le stime della Banca centrale russa, nel periodo gennaio-settembre 2022 esso sarebbe di 198,4 miliardi di dollari, cioè 123,1 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
    L’ammontare indubbiamente non compensa quanto si è perso nei commerci con l’Europa e con l’intero occidente, ma rappresenta uno sviluppo alternativo. Detto ciò il cambiamento ha spinto molti economisti russi e dei Paesi non ostili alla Russia a promuovere delle nuove proposte in materia monetaria.
    Lo rivela un recente articolo pubblicato sulla rivista russa Vedomosti da Sergey Glazyev, insieme a Dmitri Mityaev, segretario esecutivo del Consiglio scientifico e tecnico della Commissione economica eurasiatica. Vi si afferma che a settembre la Russia è diventata il terzo Paese al mondo nell’utilizzo dello yuan per i pagamenti internazionali. Lo yuan oggi rappresenta il 26% delle transazioni in valuta estera della Federazione Russa. Glazyev afferma che con tutti i partner commerciali c’è stato un grande utilizzo delle monete locali e, a seguito dei surplus, Mosca ha accumulato grandi quantità di tali monete nelle banche dei partner.
    Poiché si stima che l’accumulo di fondi in queste valute aumenterà in futuro e che esse potrebbero essere soggette a rischi di cambio e di possibili sanzioni, gli economisti russi propongono di cambiare questa massa di monete locali in oro. In parte sarebbe tenuto nelle riserve dei Paesi coinvolti e utilizzato per regolamenti transnazionali, scambi di valute e operazioni di compensazione, e in parte rimpatriato in Russia.

    L‘analisi afferma inoltre che anche in occidente si pensa che, a causa dei rischi finanziari, nel 2023 l’oro potrebbe diventare un importante strumento d’investimento, accrescendone il suo valore. Il che andrebbe a beneficio dei Paesi detentori del metallo prezioso. Le grandi riserve auree consentirebbero loro di perseguire una politica finanziaria sovrana e di ridurre la dipendenza dai creditori esterni.
    Glazyev afferma che la Russia ha già grandi riserve auree e valutarie. E’ la quinta al mondo, dopo Cina, Giappone, Svizzera e India, e davanti agli Stati Uniti. A livello mondiale il volume dell’oro accumulato sarebbe pari a 7mila miliardi di dollari, di cui le banche centrali non avrebbero più di un quinto. Sarebbe in atto, secondo gli economisti russi, una vera e proprio corsa all’oro, tanto che nel terzo trimestre del 2022 le banche centrali avrebbero acquistato una quantità record di 400 tonnellate d’oro.
    La People’s Bank of China ha annunciato per la prima volta in molti anni che sta aumentando le sue riserve auree. La Cina è al primo posto nella produzione di oro e ne vieta l’esportazione. L’India è considerata il campione mondiale nell’accumulo di oro: più di 50mila tonnellate in gran parte in mani private e molto meno nella Reserve Bank of India. Negli ultimi 20 anni il volume dell’estrazione dell’oro in Russia è raddoppiato, mentre negli Stati Uniti si è quasi dimezzato.
    A Mosca però tale politica non avrebbe un completo sostegno, tanto che Glazyev attacca la Banca centrale perché per essa l’acquisto di oro provocherebbe un’eccessiva monetizzazione dell’economia.
    Si potrebbe, quindi, dire che non è tutto oro ciò che luccica, ma sarebbe miope non analizzare quanto scritto in Vedomosti e quanto accade in molti Paesi. Nel mondo delle monete, il ruolo dell’oro sta ritornando al centro delle discussioni. E’ un fatto!

    *Mario Lettieri, già deputato e sottosegretario all’Economia;  **Paolo Raimondi, economista

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • I prezzi dell’oro rimbalzeranno nel 2019

    Secondo gli analisti di Wells Fargo le quotazioni dell’oro ricominceranno a salire. Dopo la flessione vista quest’anno, gli esperti della banca americana mettono in conto per il 2019 un aumento delle quotazioni dell’8% rispetto ai valori attuali che porterà i prezzi sopra i 1.300 dollari all’oncia al termine del prossimo anno.

    Lunedì 26 novembre le quotazioni dell’oro con consegna immediata hanno segnato sui mercati asiatici un recupero dello 0,2% a 1.225 dollari al barile

  • Corsa all’oro di governi e banche centrali

    Governi e grandi banche stanno facendo incetta di oro come non succedeva da tempo e alcuni analisti leggono questa mossa come una chiara misura di protezione contro la tempesta economica in arrivo.

    Le condizioni per una crisi, secondo quanto si legge in un articolo pubblicato su SHFTplan.com, ci sono e sono chiare: «Le banche centrali continuano a stampare denaro, le guerre commerciali, l’aumento dei tassi di interesse e il rallentamento delle vendite al dettaglio indicano che la frenata sarà di proporzioni enormi. Le grandi banche e governi sanno bene cosa sta arrivando e si stanno preparando a questa eventualità accumulando enormi quantità di “denaro reale” prima della crisi».

    Secondo Keith Neumeyer, Ceo del primo produttore al mondo di argento First Majestic Silver e presidente di First Mining Gold, i cartelli hanno continuato a manipolare i prezzi dei metalli preziosi mentre caricavano i propri caveau con oro e argento. Secondo Neumeyer, non è ancora chiaro se «stiamo andando in un ambiente non inflazionistico o inflazionistico. L’oro può essere un ancora di salvataggio in entrambi i casi». Neumeyer spiega che non solo ci sono fattori monetari in gioco, ma anche problemi di approvvigionamento, in quanto la produzione, specialmente in argento, è diminuita notevolmente negli ultimi anni. Tutto ciò fa ben sperare per l’aumento dei prezzi dei metalli preziosi, con gli analisti che si aspettano prezzi futuri di gran lunga superiori ai massimi storici che abbiamo visto negli ultimi anni.

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