Pena

  • In attesa di Giustizia: Beccaria non abita più qui

    Nella nostra Costituzione, all’articolo 27, echeggia il pensiero di Cesare Beccaria laddove si prevede che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: un impegno, pertanto, che coinvolge l’intera amministrazione della Giustizia, dal Giudicante che deve determinare il trattamento sanzionatorio per chi sia stato ritenuto autore di un reato misurandolo con le prospettive di reinserimento sociale, sino al Tribunale di Sorveglianza che può ammettere un condannato a benefici che ne riducano la pena ovvero ne consentano l’espiazione attraverso un progressivo riacquisto della libertà sempre che il soggetto – sottoposto ad osservazione di esperti durante la carcerazione – ne risulti meritevole anche per la possibilità di ottenere un lavoro all’esterno.

    La nostra legislazione prevede che anche l’ergastolano possa avere una opportunità di rientro nel consorzio sociale, sia pure dopo molti e molti anni di detenzione, invece che un “fine pena mai”. Ma ci sono delle limitazioni introdotte nel tempo e tra queste quella che prevede il c.d. ergastolo ostativo, cioè a dire (con riferimento solo a taluni reati di sangue aggravati) il divieto di misure premiali di qualsiasi genere.

    Con decisione recentissima la CEDU ha affermato che l’ergastolo ostativo è contrario anche alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo violandone  l’art 3.

    La pronuncia, partitamente in un periodo storico – politico in cui la tendenza è quella della panpenalizzazione delle condotte e dell’inasprimento delle pene, è di grande importanza nel quadro di un necessario riallineamento della pena detentiva perpetua alla necessaria finalità rieducativa della pena e suona a monito di un legislatore nazionale ispirato solo dalla estremizzazione del rigore, senza considerare che la sicurezza dei cittadini deve essere assicurata anche tentando, almeno tentando, il recupero dei condannati allontanandone il pericolo che ricadano nel crimine una volta scontata la pena.

    Peraltro la critica della CEDU non ha tanto ad oggetto la durata della pena, quanto l’automatismo normativo che, nei reati “ostativi” che non sono solo quelli puniti con l’ergastolo, ravvede nella collaborazione con l’autorità giudiziaria l’unico strumento per ritenere cessata la pericolosità: la Corte mette, dunque, in discussione anche delle ostatività (alcune recentemente introdotte, per esempio per reati contro la Pubblica Amministrazione) relative a pene temporanee.

    La CEDU ha ritenuto che, se la collaborazione costituisce l’unica via attraverso la quale il condannato possa aspirare ad una rivalutazione della sua pericolosità, vi è da dubitare che il dubbio possa essere il frutto di una libera scelta, senza contare che, non di rado, è la paura di ritorsioni che determina la scelta di non collaborare. Quindi, deduce la Corte, la mancanza di collaborazione non può di per sé esprimere una permanente adesione a valori criminali o alla criminalità organizzata, ed altresì che la dissociazione del condannato può esprimersi con diverse modalità. D’altro canto, la collaborazione non è necessariamente prova di una effettiva resipiscenza ma può essere frutto di una valutazione utilitaristica. Infine, afferma la Corte che la personalità di un condannato non può essere ritenuta immutabile rispetto a quella che era al momento della commissione di un reato e, pertanto, deve tenersi conto dei progressi eventualmente accertati nel corso dell’esecuzione della pena.

    La Grand Chambre ha infine osservato che compete allo Stato Italiano introdurre una riforma del regime dell’ergastolo che garantisca valorizzazione di eventuali progressi del condannato ai fini della valutazione pericolosità dello stesso e dell’eventuale accesso a misure alternative al carcere, a prescindere dalla eventuale collaborazione.

    Beccaria non abita più qua, ce lo ricordano da Strasburgo: converrà tenere conto dell’insegnamento invece che perseguire il consenso attraverso il clangore delle manette.

  • In attesa di Giustizia: Verziano Coffee Morning

    Mentre il Governo traccheggia accampando giustificazioni poco credibili con la promulgazione del nuovo Ordinamento Penitenziario, normativa impopolare sotto elezioni e con un corpo elettorale affamato di vendetta sociale, il 20 febbraio si è celebrata la giornata mondiale della Giustizia Sociale: iniziativa poco conosciuta patrocinata dall’ONU il cui tema, quest’anno, erano i lavoratori in movimento.

    In questo ambito, una manifestazione degna di nota è stata organizzata nel carcere di Verziano, vicino Brescia: istituto progettato inizialmente per essere un istituto penitenziario minorile è stato da subito destinato a casa di reclusione, cioè a dire, un luogo destinato ai detenuti in espiazione di una pena definitiva dei quali, secondo il dettato costituzionale, si deve curare la rieducazione.

    Dunque, pochi giorni dopo, la mattina di sabato 24, la casa di reclusione è stata aperta alla cittadinanza per poter accedere alle strutture interne dove la colazione è stata servita dai detenuti con caffè e pasticcini prodotti da loro: infatti, regolarmente stipendiati, un certo numero di carcerati che fruiscono di misure alternative alla detenzione è stato assunto, tramite una cooperativa, da aziende private per produrre cialde per l’espresso e cannoncini farciti. Un po’ di numeri? In un anno sono stati realizzati oltre venti milioni di cialde, mentre i pasticcini confezionati raggiungono quotidianamente il quintale.

    Ne abbiamo già parlato su queste colonne: è intuitivo che l’avviamento ad una specializzazione professionale agevoli il reinserimento sociale facilitando l’accesso al mondo del lavoro e ad avvantaggiarsene è proprio quella sicurezza cui tanto anela una classe politica ansiosa di farne viatico per il consenso.

    Con sacrificio e grazie alla collaborazione di cooperative ed aziende private, in più di un istituto penitenziario si realizzano attività simili ma resta fondamentale comunicarne l’utilità all’esterno: anche e soprattutto avvicinandovi la cittadinanza, come hanno fatto a Verziano dove per dare lavoro, con imprese già pronte ad offrirlo, ad altri condannati servirebbe però un nuovo padiglione. E qui la parola passa al Ministero della Giustizia ed alla cronica mancanza di risorse economiche nelle casse dello Stato.

    E’ stato il pensiero liberale di Cesare Beccaria a porre le fondamenta perché la pena non rimanesse una mera retribuzione del crimine connesso ma un’occasione di riscatto: e in questa finalità bisogna crederci, non fosse altro perché sono i numeri a segnalare che l’opera di reinserimento, quando è resa possibile ed adeguata è efficace  mentre la caduta nella recidiva è marginale.

    E per comprendere meglio quanto intenso sia anche per molti di quegli uomini rinchiusi in gabbia il desiderio di migliorarsi, lascio la parola a quanto scritto da un detenuto in occasione della visita alle carceri del Papa: “Oggi mi sento libero nella mente e nell’anima, oggi so che anche in questo inferno di peccatori c’è speranza: non siamo dimenticati o emarginati, non siamo solo un numero di matricola, oggi siamo di nuovo uomini, donne, madri, padri e figli. Grazie Francesco.”

  • In attesa di Giustizia: verso le elezioni…dello sceriffo?

    In altre occasioni, su queste colonne, abbiamo affrontato il tema del rapporto intercorrente tra politica, giustizia e sicurezza che è tutto sbilanciato a favore di quest’ultima in quanto ogni intervento così orientato (anche solo apparentemente) è foriero di ampio consenso presso un’opinione pubblica, o meglio, un corpo elettorale assai sensibile all’argomento.

    I fatti di cronaca degli ultimi giorni sembrano giovare alla causa di chi è alla ricerca di voti facendo leva proprio sul senso di insicurezza che hanno alimentato: due ragazze uccise barbaramente, un giustiziere armato, una rapina con sparatoria possono fornire materiale inesauribile per una campagna elettorale giocata sulle paure della gente comune. Nessuna parte politica sembra essersi sottratta al dibattito e nessuna ha espresso concetti coerenti con il pensiero liberale, optando – piuttosto – per una propaganda fondata sulla repressione.

    Tutto molto facile: se è vero che la comparsa di nuove categorie di emarginati che fuggono da miseria, guerre e persecuzioni ha portato con sé inevitabili frange di criminalità renderla destinataria di un diritto penale “del nemico” è operazione agevole e ampiamente condivisa soprattutto laddove possa apparire indistinto il confine con il terrorismo di matrice islamica ed il suo doveroso contrasto.

    Sempre attualissimo il tema della legittima difesa, con proposte in ordine alla sua estensione, quando non ad una possibile presunzione per legge.

    Ovviamente, la certezza della pena è un obiettivo considerato equivalente all’inasprimento delle sanzioni ed alla riduzione delle garanzie: con buona pace dei canoni costituzionali relativi alle finalità rieducative della pena, alla ragionevolezza, alla presunzione di non colpevolezza e – non ultimo – al giusto processo.

    L’insegnamento di Cesare Beccaria, che è evocato proprio dall’art. 27 della Costituzione, dovrebbe cedere il passo al pensiero dell’omonimo Lombroso secondo il quale il criminale nasce tale ed è – pertanto – insensibile a priori a qualsiasi iniziativa volta al reinserimento sociale.

    Ecco, dunque, che langue la riforma dell’Ordinamento Penitenziario contenuta in una legge delega e sostanzialmente pronta per l’emanazione da parte del Governo e poco importa che le statistiche del Ministero della Giustizia segnalino un tasso di recidiva contenuto da parte dei condannati ammessi a misure alternative alla detenzione rispetto al 70% di chi sconta per intero la pena dietro le sbarre: non è mestieri inimicarsi (proprio adesso…) gli elettori con un provvedimento definito in maniera completamente fuori luogo salvaladri.

    Per questo c’è ancora tempo, molto poco, troppo poco per credere che un intervento ritenuto impopolare possa bruciare le tappe approdando sulla Gazzetta Ufficiale. Poco importa che la riforma non sia salvaladri ma salvauomini e vada incontro ad esigenze di maggiore tutela della collettività: è una patata bollente da rifilare alla prossima legislatura dopo essersi allacciati alla poltrona con una cintura di sicurezza, con buona pace della Giustizia che è abituata ad attendere.

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