piante

  • Parlare con le piante è terapeutico?

    Il tennista Novak Djokovic ha l’abitudine di abbracciare un albero di fico brasiliano, considera il gesto una “medicina”; il musicista tedesco Pantha du Prince (pseudonimo di Hendrik Weber) sostiene che «gli alberi sono esseri intelligenti»; la ricercatrice Monica Gagliano, docente di Ecologia evolutiva alla Southern Cross University in Australia, dice che ascoltare le piante è possibile: «È una pratica come la meditazione, lo yoga, la corsa. Ma a livello elementare basta trovare un albero bello grande (perché così è più semplice) e registrare con un microfono».Ci sono persone che parlano con le dracene, trovano conforto nel forest bathing, si commuovono davanti a un fiore. Ci sono scienziati che studiano strategie evolutive, relazioni invisibili, cooperazioni chimiche. E poi c’è il punto in cui questi due mondi si incontrano.

    Paola Bonfante, ricercatrice e biologa vegetale, nel saggio Piante, noi e loro (Il Mulino) racconta il rapporto tra umani e vegetali, dai miti greci (Dafne trasformata in una pianta di alloro), all’arte (Angeli Caduti, di Anselm Kiefer), indagando la possibilità che si possano comunicare col mondo vegetale. «Il nostro errore è quello di usare una visione antropomorfica che attribuisce loro “comportamenti” lontani dalla natura vegetale. Abbiamo migliaia di specie, dalla microscopica lenticchia d’acqua alla gigantesca sequoia, eppure il loro mondo viene spesso identificato con la generica parola “natura” a cui associare un concetto morale» ha spiegato Bonfante al magazine Io Donna.

    Vincenzo Signorelli, olivicoltore sull’Etna, ha recuperato un uliveto antico, ed è convinto che i risultati ottenuti (premiatissimo, è finito sul New York Times) siano dovuti a una risposta “emotiva” dei suoi alberi, che hanno ricambiato le cure ricevute con un olio di qualità straordinaria: «Mi chiedono cosa faccio. Niente. Sono un semplice custode della biodiversità, e loro lo “sentono”». Zoe Schlanger, giornalista scientifica, annoiata dai reportage sui cambiamenti climatici, nel saggio The Light Eaters afferma con certezza: «Le piante sono senzienti! Esprimono sentimenti profondi».

    Maurizio Crozza fa ironia: «Non lavo la verdura perché non è detto che abbia voglia di farsi il bagno». Esagerato? Ma lo chef vegano Simone Salvini dice seriamente: «Anche le verdure piangono».  E una zucca, «ferita» dal taglio del coltello, può lacrimare. La cucina vegetariana è crudele, gli indiani chiedono scusa e pregano». Un pomodoro non soffre perché basta staccarlo dalla pianta, una carota sì perché viene strappata dalla terra.

    Siamo di fronte agli esseri più antichi sulla Terra (apparsi 450 milioni di anni fa), più ingombranti (l’80 per cento della biomassa), più radicati (colonizzano tutti gli ambienti); più adattati (resistono al gelo e al caldo); più diversi (390mila specie); più attrezzati (hanno tanti metabolismi che non sappiamo nemmeno imitare). Dipendiamo da loro per l’ossigeno e per il cibo. «Forse vorremmo essere come loro» riflette Bonfante. «Avere consapevolezza della nostra eredità culturale, ma possedere la sapienza della loro natura vegetale. Forse dovremmo imparare come si fa la fotosintesi (e stiamo studiando da anni per replicarla chimicamente). Questa sì, sarebbe una rivoluzione».

  • Ricerca sulle piante per ricavarne vaccini

    Piante utilizzate come biofabbriche per produrre molecole destinate allo sviluppo di vaccini e kit diagnostici per alcune malattie di ovini e suini trasmissibili all’uomo. È quanto Enea è impegnata a realizzare nel suo ruolo di coordinamento del progetto europeo Reprodivac da 6 milioni di euro per il contrasto di tali patologie. “Attualmente le nostre attività sono focalizzate sulla produzione di antigeni, ovvero molecole presenti su virus e batteri patogeni che vengono riconosciute dal sistema immunitario per attivare una risposta di difesa specifica”, spiega la coordinatrice del progetto per Enea, Selene Baschieri, ricercatrice del Laboratorio Biotecnologie Green presso il Dipartimento Sostenibilità. “Questi antigeni – aggiunge – rappresentano strumenti biologici fondamentali e saranno utilizzati per la formulazione di nuovi vaccini, se le prove in vitro e in vivo confermeranno la loro efficacia nell’attivare risposte immunitarie in grado di conferire protezione negli animali”. L’attività è condotta con l’ausilio del Plant Molecular Farming, una piattaforma tecnologica sviluppata e perfezionata dall’Enea nel corso di oltre vent’anni di ricerca, che sfrutta le piante come “biofabbrica” per la produzione di biofarmaci.

    Per produrre antigeni virali e batterici o anticorpi, i ricercatori Enea introducono nella pianta Nicotiana benthamiana, una specie di tabacco selvatico, le informazioni genetiche necessarie alla sintesi dei biofarmaci, sfruttando la capacità naturale del batterio del suolo Agrobacterium tumefaciens di trasferire materiale genetico nelle cellule vegetali. La pianta produce, quindi, la biomolecola nei suoi tessuti da dove può essere estratta e purificata. “I costi e i tempi di produzione delle biomolecole con il Plant Molecular Farming sono significativamente inferiori rispetto a quelli dei farmaci biologici prodotti in colture cellulari di mammifero. Dall’idea al prodotto possono essere sufficienti poche settimane. Inoltre, queste tecnologie potrebbero essere più accessibili per i paesi in via di sviluppo, dove spesso le malattie zoonotiche, ossia trasmissibili dagli animali agli uomini, sono più diffuse e le infrastrutture per la produzione farmaceutica tradizionale scarse”, sottolinea la responsabile della divulgazione del progetto Reprodivac Maria Elena Villani, ricercatrice del Laboratorio Enea Biotecnologie Green. Il progetto Reprodivac si focalizza su quattro malattie riproduttive del bestiame: la sindrome riproduttiva e respiratoria dei suini (Prrs) di origine virale, la febbre Q causata dal batterio Coxiella burnetii che colpisce soprattutto ovini e caprini, l’aborto enzootico ovino causato dal batterio Chlamydia abortus e la brucellosi suina causata dal batterio Brucella suis.

    Queste malattie causano importanti perdite economiche a livello globale, in quanto incidono in maniera significativa sulla riproduzione e sulla redditività del bestiame, in particolare di bovini, ovini e suini con costi di gestione dell’emergenza in caso di focolai che arriverebbero fino a 200 miliardi di dollari l’anno, a fronte di una spesa per la prevenzione valutata in circa 20 miliardi. Inoltre, i tre batteri rappresentano un rischio anche per la salute pubblica in quanto agenti patogeni trasmissibili direttamente dagli animali infetti all’uomo. In generale, nei primi 36 mesi del progetto Reprodivac, le attività scientifiche dei team di ricerca coinvolti si sono concentrate sulla definizione del tipo di risposta immunitaria in grado di conferire protezione contro ciascun agente patogeno, sull’identificazione e caratterizzazione degli antigeni bersaglio della risposta immunitaria protettiva, sulla produzione degli antigeni selezionati mediante l’utilizzo di cellule o piante come “biofabbriche” e sull’esecuzione delle prime prove di efficacia in vitro e in vivo, oltre che sulla messa a punto di test diagnostici. Attualmente il progetto Reprodivac si sta dedicando anche al perfezionamento e alla semplificazione del processo di produzione di un vaccino esistente contro C. abortus. Questa attività è stata portata a termine con successo e il protocollo migliorato è stato trasmesso a uno dei partner commerciali per la valutazione e l’ulteriore industrializzazione. Oltre allo sviluppo di nuovi prodotti, gli sforzi della ricerca sono dedicati anche alla messa a punto di approcci sperimentali basati sui principi delle 3R (Replacement, Refinement and Reduction), finalizzati a sostituire, ridurre e affinare l’uso di animali nella ricerca scientifica, promuovendo metodi più etici e al tempo stesso scientificamente validi per valutare l’efficacia di medicinali di nuova concezione.

  • Il pollice verde si diffonde nello stivale

    Secondo l’ultima rilevazione di GfK Sinottica diffusi in anteprima da Bricoday – l’evento leader per i professionisti della distribuzione specializzata nei settori bricolage, casa, tecnico e garden, in programma il 24 e 25 settembre 2025 a Fiera Milano Rho (già confermate 450 aziende) – gli italiani hanno sempre più il pollice verde.

    Che si tratti di balconi (73%), terrazzi (47%), giardini (39%) o orti (23%), la presenza di aree esterne private in cui poter fare giardinaggio è in costante crescita (+3% rispetto al 2021). Anche l’interesse per gli orti urbani pubblici, che secondo Coldiretti occupano oggi circa 2 milioni di metri quadrati, fa parte di un quadro che fotografa un trend chiaro: gli italiani vogliono vivere sempre più a contatto con la natura, anche in città.
    Secondo la ricerca, il 64% della popolazione si dichiara appassionato di piante e giardinaggio: una crescita di 3 punti percentuali rispetto a tre anni fa.  Il giardinaggio conquista tutte le fasce d’età, con un 43% di italiani (dato in crescita) che si dedica con costanza alla cura delle piante e un 26% che sfrutta gli spazi esterni per momenti conviviali, come barbecue e pranzi all’aperto.

    Il profilo del “cliente dal pollice verde” si evolve: se Baby Boomer e Generazione X rappresentano ancora il 54% degli appassionati, è quest’ultima categoria a mostrare i tassi di crescita più dinamici, confermando un ampliamento del target verso segmenti sempre più eterogenei. “Gli spazi aperti non sono solo luoghi di svago, ma anche superfici da attrezzare, valorizzare e rendere funzionali. Questo si traduce in un’opportunità concreta per la distribuzione specializzata”, commenta Stefano Pironi, Key Account Manager Dopo i picchi raggiunti durante la pandemia, il comparto Garden nel canale DIY ha registrato nel 2024 una flessione del -4,8%, attestandosi su un giro d’affari di 641,6 milioni di euro. Una dinamica attesa che però lascia intravedere spazi di crescita, soprattutto per i prodotti innovativi e sostenibili, capaci di rispondere a un consumatore sempre più attento e informato.

  • Tutelare la biodiversità è un investimento remunerativo

    «Si stima che circa il 55% del Pil mondiale dipenda direttamente o indirettamente dalla biodiversità e la sua perdita comporta danni ecologici annui pari al 6% del Pil» dice Alberto De Minin, direttore innovazione del National Biodiversity Future Center (Nbfc) creato con il Pnrr (sede centrale a Palermo, altre a Venezia, Milano, Fano, Roma e Lecce) per tutelare la biodiversità in Italia e preservare il 30% del territorio entro il 2030. Ispra ha censito nel Belpaese circa 60mila specie animali e 12mila vegetali, 2000 delle quali uniche. Nel dettaglio la Banca Mondiale ha sottolineato che la metà del Pil globale dipendente dai servizi ecosistemici garantiti dalla natura spazia dall’impollinazione naturale all’assorbimento del carbonio, dalla fertilità dei suoli alla regolazione del clima. Se questi servizi collassassero le conseguenze economiche sarebbero drammatiche: si parla di perdite annuali fino a 2.700 miliardi di dollari entro il 2030. Un rapporto del World economic forum dice che investire nella natura può generare fino a 10 trilioni di dollari di nuove opportunità economiche e quasi 400 milioni di posti di lavoro entro il 2030 ed individua come settori con il maggiore potenziale agricoltura rigenerativa, pesca sostenibile, bioeconomia, edilizia verde, turismo ecologico.In breve: una nuova economia che lavora con la natura, non contro di essa.

    Il 75% delle colture alimentari dipende dalla biodiversità, che garantisce fertilità del suolo, impollinazione, regolazione dei parassiti e clima ed il 60% delle malattie umane avviene per trasmissione da animali, il cui benessere è ovviamente legato all’ambiente.

    La tutela ambientale consente efficienza energetica e uso razionale delle risorse (acqua, materie prime) portando a una diminuzione dei costi operativi; una corretta gestione dei rifiuti, il riciclo e il riutilizzo dei materiali riducono l’impatto ambientale e i costi di smaltimento. Inoltre molti mercati premiano le aziende con certificazioni ambientali o che operano in modo sostenibile, aprendo nuove opportunità di business, mentre la ricerca di soluzioni sostenibili stimola l’innovazione e lo sviluppo di nuovi prodotti e processi. Un’azienda con una forte impronta ecologica attira clienti e consumatori sensibili alle tematiche ambientali, migliorando la sua reputazione e sempre più investitori sono interessati a sostenere aziende con un approccio responsabile verso l’ambiente, offrendo maggiori possibilità di accesso al capitale.

    Di contro, la riduzione della biodiversità comporta anzitutto la perdita di specie e la degradazione degli ecosistemi, con conseguente calo della produttività agricola e forestale, costi maggiori per la gestione delle risorse idriche, la prevenzione di disastri naturali e la gestione della salute pubblica. La perdita di paesaggi naturali e specie animali può poi ridurre l’attrattiva turistica di una regione e anche compromettere la sicurezza alimentare, riducendo la varietà e la resilienza delle colture.

  • Il depauperamento di flora e fauna accelera, 45.300 specie rischiano di estinguersi

    Secondo il Living Planet Report 2024 del Wwf le popolazioni globali di animali selvatici (il numero di esemplari), in mezzo secolo sono crollate del 73%, aumentando di velocità rispetto a quanto rilevato dalla precedente rilevazione (allora il dato era del 69%). Lo studio condotto assieme alla Zoological Society of London ha monitorato quasi 35mila popolazioni di 5.495 specie di vertebrati – mammiferi, pesci, anfibi e rettili – ed ha riscontato che il calo più forte si è registrato negli ecosistemi di acqua dolce – laghi e fiumi – dove la sparizione è dell’85% e, a seguire, negli habitat terrestri (-69%) e marini (-56%).  Geograficamente, il calo più marcato delle popolazioni animali esaminate ha avuto luogo in America Latina e nei Caraibi, con un calo addirittura del 95%, ma anche Africa (-76%) e Asia e Pacifico (-60%) offrono un quadro desolante. «La situazione è catastrofica», è stata la sentenza del Wwf e della Zsl.

    Oggi le specie a rischio eliminazione possiamo spaziano dagli elefanti del Borneo (non ne sopravvivono più di 1.000, vittime del disboscamento e del bracconaggio) agli elefanti africani di foresta (se ne sono salvati uno su 5, presi di mira per le zanne d’avorio); dagli squali volpe, diminuiti nel Mar Ionio e nell’Adriatico dell’80% in 15 anni, ai delfini di Hector, ridotti a un manipolo di 8mila unità nel Pacifico neozelandese, massacrati dalla pesca incontrollata e dai motori dei mercantili; dalle femmine nidificanti di tartaruga marina embricata sull’isola Milman, in Australia (-57%) al piccolo delfino Sotalia nella riserva amazzonica di Mimirauà (-75%).

    Complementare al report Wwf-Zsl, che registra la contrazione delle popolazioni animali, la lista redatta e aggiornata con puntualità dall’Unione mondiale per la conservazione della natura, l’Iucn, conta le specie selvatiche in pericolo di estinzione: 45.300. Il 41% degli anfibi, il 26% dei mammiferi, il 34% delle conifere, il 37% degli squali, il 21% dei rettili. Perfino le piante grasse possono diventarlo: l’82% delle specie di Cactus copiapoa è a rischio di scomparire, rispetto al 55% di 10 anni fa: originarie del deserto costiero di Atacama in Cile, sono specie ornamentali di moda in Europa e Asia, con conseguente, letale aumento del commercio illegale.

  • Aumenta il rischio di perdita di biodiversità

    La Lista rossa dell’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) ha censito a dicembre scorso 42mila specie animali a rischio estinzione, con un aumento di circa 9.000 rispetto a 15 anni fa.

    La crescita di questi numeri può essere attribuito a un numero sempre maggiore di specie valutate nel corso degli anni. Erano 4.863 specie di mammiferi nel 2007 contro 5.973 nel 2022. Statista ha realizzato questa Racing Bar per mettere questi numeri in prospettiva mostrando la quota di specie minacciate rispetto alle specie animali valutate in generale e raggruppandoli per classe. Pesci, insetti, molluschi e altri crostacei sono esclusi poiché, secondo l’IUCN, la copertura non è sufficiente per consentire una stima solida dell’effettivo sviluppo della biodiversità.

    In percentuale sono gli anfibi a rischiare di più: il 34,8% delle specie valutate è a rischio di estinzione nel 2022, con un aumento di oltre il 4% rispetto al 2013. Tuttavia, più di un quinto delle specie di mammiferi sia a rischio di estinzione, che rappresenta un aumento di quasi il due percento rispetto al 2008.

  • Sos piante selvatiche, dal ginepro alla liquirizia

    La moda della cosmesi naturale, delle fragranze per la casa e dell’alimentazione plant based ha un rovescio della medaglia: può mettere a rischio specie vegetali selvatiche. A lanciare il grido d’allarme è la Fao che, nella Giornata della Terra, sottolinea l’aumento del 75% della domanda di ingredienti ricavati da piante selvatiche vulnerabili negli ultimi 20 anni. Una costante erosione del patrimonio botanico globale che mette a rischio in particolare le «Wild Dozen», 12 specie spontanee, non riprodotte in colture convenzionali, che diventano le specie-simbolo del rischio di perdita di biodiversità. Soltanto negli Stati Uniti, si calcola che nel 2020 i consumatori abbiano speso 11,3 miliardi di dollari di integratori alimentari a base di erbe. Secondo il rapporto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura sono in stato di conservazione “critico” o quanto meno vulnerabili: la Boswellia sacra che produce una resina, il franchincenso, utile nell’aromaterapia; l’albero Pygeum africanum con usi erboristici; l’albero di caritè da cui si ricava un equivalente del burro di cacao; la pianta aromatica Nardo che è in “pericolo critico”; la gomma arabica; l’Idraste; l’euforbia che è impiegata come additivo alimentare (E902) e nell’industria cosmetica e farmaceutica, nonché per la produzione di cere e vernici industriali; l’argan; il baobab africano; la noce del Brasile; la liquirizia, e il ginepro, indispensabile per la produzione del gin e impiegato anche per scopi sia terapeutici che religiosi. Del 21% delle specie di piante medicinali e aromatiche di cui è stato accertato lo stato di vulnerabilità, il 9% sono considerate in pericolo di estinzione. Ma un freno alla vendita di queste piante selvatiche avrebbe pesanti conseguenze sociali. La Fao stima che circa un miliardo di persone dipendono da tali specie per la propria sussistenza.

  • Al via un progetto europeo per salvare le piante italiane dall’estinzione

    Al via “Life Seedforce”, un progetto europeo guidato dal Museo delle scienze di Trento che coinvolge 15 partner italiani e stranieri, per salvare le piante autoctone italiane dall’estinzione grazie alle banche dei semi. Lo ha reso noto Legambiente precisando che il progetto “Life seedforce, Using Seed banks to restore and reinforce the endangered native plants of Italy”, finanziato dalla Commissione europea attraverso il programma Life con un budget totale di 7 milioni 790.685 di euro e formalmente iniziato il primo ottobre per durare fino alla fine del 2026, è implementato in 10 Regioni italiane (Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Veneto) e in Francia (Provence-Alpes-Côte d’ Azur), Malta e Slovenia.

    L’Italia, spiega Legambiente nella nota, ospita un numero elevato di piante di interesse comunitario: sono infatti 104 le specie vegetali incluse nella Direttiva Habitat (emanata il 21 maggio 1992 dalla Commissione Europea per promuovere il mantenimento della biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali nel territorio europeo), molte delle quali esclusive delle nostre regioni. Secondo l’ultimo report sullo stato di attuazione della Direttiva, 58 di queste sono in cattivo stato di conservazione, ad esempio nell’arco alpino la testa di drago, la genziana ligure e la sassifraga del monte Tombea, nel Mediterraneo la Primula di capo Palinuro, la bocca di leone di Linosa, il ginestrone delle Isole Eolie, la felce gigante della Sicilia e il Ribes della Sardegna si trovano in condizioni sfavorevoli e il trend in atto indica un chiaro peggioramento della situazione in futuro.

    Piante rare ma per tutti: il progetto Life Seedforce si avvicinerà al mercato e metterà in vendita il surplus di produzione per favorire la diffusione di queste specie nelle nostre case e nelle nostre città.

Pulsante per tornare all'inizio