Plastica

  • Per fronteggiare la pandemia, la plastica negli oceani potrebbe triplicarsi entro il 2040

    La quantità di plastica che finisce negli oceani potrebbe triplicarsi entro il 2040, raggiungendo un peso complessivo di 600 milioni di tonnellate, equivalenti a quello di oltre 3 milioni di balenottere azzurre. Un’impennata alla quale sta contribuendo non poco l’attuale pandemia di Covid-19, durante la quale il consumo di plastica monouso è aumentato sensibilmente. A tracciare lo scenario è la ricerca pubblicata sulla rivista Science, coordinata da Winnie Lau, dell’organizzazione non governativa Usa The Pew Charitable Trusts. Fra i contributi, quello dell”italiano Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza.

    Sulla base di una simulazione, la ricerca indica che, se non saranno intraprese quanto prima azioni volte a ridurre la produzione e il consumo di plastica, nei prossimi 20 anni la quantità di questa sostanza inquinante è destinata ad aumentare da 11 milioni a 29 milioni di tonnellate: l’equivalente di circa 50 chilogrammi di plastica per ogni metro di costa in tutto il mondo. Secondo la simulazione gli attuali impegni presi da governi e industria potranno contribuire a ridurre di appena il 7% entro il 2040 la quantità di plastica che raggiunge gli oceani.

    I maggiori colpevoli dell’invasione di plastica negli oceani sono, secondo la ricerca, i rifiuti solidi urbani non raccolti. Puntare a ridurli è quindi cruciale, ma per la coordinarice della ricerca non esiste un ‘proiettile magico’ in grado di risolvere il problema. Piuttosto sarà indispensabile coordinare più azioni, in un pacchetto che ne comprenda almeno otto. Fra queste i ricercatori indicano la sostituzione di alcune materie plastiche con carta e materiali postabili, la progettazione di prodotti e imballaggi riciclabili, l’aumento del riciclo. L’effetto che si attende è la riduzione, da qui al 2040, di circa l’80% della plastica che fluisce nell’oceano ogni anno; attesi anche un risparmio per i governi stimato in 70 miliardi di dollari, sempre entro il 2040, la riduzione delle emissioni annue di gas serra e la creazione di 700.000 posti di lavoro. “Come dimostra il rapporto – rileva Tom Dillon, vicepresidente per l’ambiente di Pew – con un’azione rapida e concertata possiamo rompere l’onda di plastica. Possiamo investire in un futuro all’insegna della riduzione degli sprechi, migliori risultati sulla salute, maggiore creazione di posti di lavoro e un ambiente più pulito e più resiliente sia per le persone che per la natura”.

  • Il lockdown ha portato a minori consumi ma a maggior uso di imballaggi

    Quanto e come hanno inciso i mesi di lockdown sulla filiera della raccolta e del trattamento degli imballaggi in plastica e quali indicazioni giungono da un periodo così difficile per prospettare un futuro di maggiore efficienza in questo ambito? Domande a cui ha tentato di dare risposta uno studio avviato da Corepla, il Consorzio nazionale senza scopo di lucro per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, in collaborazione con Susdef, la Fondazione Sviluppo Sostenibile. La prima parte dello studio è stata presentata nel corso di un webinar dal titolo ‘Raccolta e Riciclo degli Imballaggi in Plastica, un’opportunità di crescita sostenibile per il Paese – Gli effetti del Covid-19 sulla filiera della gestione dei rifiuti di imballaggi in plastica’, appuntamento d’avvio del nuovo ciclo dei Corepla Green Talks. La fotografia registra, in prima battuta, un incremento dell’8% dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla nel bimestre marzo-aprile 2020, in rapporto allo stesso periodo del 2019; un aumento, quest’ultimo, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4%) e della produzione dei rifiuti urbani (-10/14%) del medesimo periodo. La quarantena ha indotto importanti modifiche nei comportamenti dei consumatori, che hanno privilegiato l’acquisto di generi alimentari imballati, incrementato gli acquisiti online e del cibo da asporto. Nel secondo bimestre 2020 sono cresciuti anche i quantitativi sia dei rifiuti di imballaggio avviati a riciclo sia di quelli valorizzati tramite recupero energetico.

    Nello stesso periodo, una forte criticità si è manifestata sia a causa della chiusura delle attività commerciali e produttive, sia per il brusco arresto dell’export dei rifiuti urbani: in 7 settimane di lockdown è stata bloccata l’esportazione di oltre 16.000 tonnellate di rifiuti urbani. In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l’utilizzo della porzione di imballaggi non riciclabili meccanicamente (Plasmix) come combustibile nei cementifici. Tale settore rappresenta il 75% circa dell’utilizzo del Plasmix. Queste cause, unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali nel secondo bimestre 2020, hanno provocato da una parte l’aumento della quota di rifiuti di imballaggio destinata a riciclo in impianti esteri (+27%, ovvero 3mila tonnellate) e dall’altra, la crescita della percentuale conferita a termovalorizzazione. La chiusura di alcune settori operativi utilizzatori di materie prime seconde, le forti difficoltà nella movimentazione delle merci e la ridotta capacita disponibile negli impianti di termovalorizzazione hanno spinto, come ultima ratio, anche alla crescita del conferimento in discarica (circa 42mila tonnellate in più rispetto all’anno precedente). In sostanza, il sistema ha dato prova di grande resilienza, riuscendo ad individuare soluzioni senza ulteriori ripercussioni sulla collettività per garantire lo svolgimento del servizio essenziale anche in un momento di enorme criticità. La tenuta del sistema è stata garantita grazie a interventi straordinari in assenza dei quali la filiera avrebbe rischiato la chiusura e che hanno evidenziato le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde, rispetto alle quali occorrerà lavorare di concerto con le istituzioni per evitare crisi future.

    Corepla è il Consorzio nazionale senza scopo di lucro per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica al quale aderiscono 2.572 aziende con una filiera composta da 35 centri di selezione, 77 impianti di riciclo e 32 preparatori ed utilizzatori di combustibile da rifiuti. Nel 2019 sono state oltre 1.370.000 le tonnellate di plastica raccolte in modo differenziato, ovvero il 13% in più rispetto al 2018. Un nuovo record in termini di quantità trattata, che porta l’Italia ad un pro capite medio annuo di 22,8 kg. A guidare la classifica Valle d’Aosta e Sardegna, con oltre 31 kg per abitante. “Un risultato mai raggiunto prima – ha dichiarato il Presidente di Corepla Antonello Ciotti – per gli oltre 7.000 Comuni che hanno avviato il servizio di raccolta. Con una media di circa 23 kg /abitante anno di RD il sistema italiano del riciclo degli imballaggi in plastica è tra i primi in Europa. Siamo certi che lavorando così assiduamente nell’attività di sensibilizzazione di tutti gli attori e nello sviluppo di nuove tecnologie riusciremo a vincere la sfida dell’economia circolare, e saremo pronti a contribuire al raggiungimento degli ‘sfidanti’ obiettivi che la EU pone per il 2025 per il nostro Paese”. Il servizio di raccolta e riciclo è ormai capillare in tutto il Paese: sono 7.345 i Comuni serviti (92%) e 58.377.389 i cittadini coinvolti. Il valore economico direttamente distribuito dal Consorzio ammonta complessivamente a 760 milioni di euro, dove la quota di valore principale resta quella destinata ai Comuni e/o convenzionati da loro delegati.

    Nel corso del 2019 il corrispettivo riconosciuto da Corepla ai Comuni italiani o ai loro operatori delegati ha infatti raggiunto i 400 milioni di euro. Oltre 185 milioni sono stati destinati agli impianti che selezionano gli imballaggi dividendo la plastica per polimero e alcuni polimeri come il PET anche per colore, dando così maggior valore al prodotto selezionato. Lo scorso anno sono state riciclate 617.292 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica, prevalentemente provenienti da raccolta differenziata urbana (sono incluse le quantità provenienti dalle piattaforme da superfici private e dai Consorzi autonomi). Sono stati recuperati anche quegli imballaggi che ancora non possono essere riciclati Corepla ha avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate che sono state utilizzate per produrre energia al posto di combustibili fossili. Il materiale avviato da Corepla a recupero è stato destinato per il 75% a cementifici (41% in Italia e 34% all’estero) e per il restante 25% a termovalorizzazione. Alle cifre della gestione consortile, vanno aggiunti i quantitativi di imballaggi in plastica riciclati da operatori industriali indipendenti provenienti dalle attività commerciali e industriali (287.000 tonnellate) per un riciclo complessivo di oltre 1 milione di tonnellate e la quota di imballaggi presente nell’RSU avviati a recupero di energia (567.510 tonnellate). Dei 2.084 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica immesse sul mercato e di pertinenza Corepla nel 2019, il Sistema Italia è riuscito quindi a recuperarne 1.917.614, che corrisponde al 92%.

     

  • Prospettive difficili per i costruttori di macchinari per plastica e gomma

    “Dopo un 2019 in ripiego – con un calo della produzione e dell’export di 6 punti, risultato peraltro atteso dopo un ciclo di crescita di 8 anni – non sarà certo il 2020 l’anno del recupero per l’industria italiana delle macchine per plastica e gomma, uno dei principali segmenti della meccanica strumentale del Paese. Difficile fare previsioni: quasi sicuramente non sarà nel 2021 che si tornerà ai livelli pre-crisi e una piena ripresa si concretizzerà probabilmente solo nel 2022”. Lo sottolinea Amaplast (l’associazione nazionale di categoria, aderente a Confindustria), segnalando come “il crollo degli ordini registrato nelle scorse settimane ha avuto un effetto praticamente immediato per i costruttori di ausiliari mentre ne risentiranno più avanti, anche nel corso del 2021, i fornitori di macchinari e impianti complessi e di maggior valore”. Amaplast segnala come i dati import-export relativi ai primi tre mesi evidenziano un cumulato che all’import risulta in calo di 7 punti
    e all’export di 13, rispetto all’analogo periodo del 2019 e “si tratta verosimilmente solo dei primi effetti – il cui picco probabilmente si verificherà nei prossimi mesi, con una coda che si protrarrà più a lungo – della crisi causata dalla pandemia”. A preoccupare è l’andamento nel continente americano che fa registrare, così come quello asiatico, un crollo delle esportazioni italiane di settore: -27% e -28%, rispettivamente (con -24% negli Usa e -27% in Cina). Per quanto riguarda il continente europeo nel suo insieme, l’arretramento è contenuto al 4%, ma con -3% la Germania e addirittura -40% per la Spagna. L’incognita sulla durata e l’intensità della pandemia nelle varie aree geografiche (nonché la possibilità che si ripresenti con nuove ondate nei prossimi mesi) “comporta grande incertezza da
    parte dei clienti esteri dei costruttori italiani di macchine per plastica e gomma, le cui vendite oltre confine si attestano mediamente al 70% della produzione, con punte del 90% per alcune tipologie di
    impianti. La contrazione degli ordini si accompagna alle limitazioni a cui sono ancora soggetti gli spostamenti delle persone, che rallentano o differiscono installazioni e manutenzioni, comportando tra l’altro anche ritardi nei pagamenti”. “Non va meglio naturalmente – osserva Amaplast – sul mercato interno, già strutturalmente debole, che non sembra al momento poter trarre beneficio immediato e consistente dalle misure straordinarie messe in campo dal governo per far fronte alla crisi”.

  • Milano per la sfida NO PLASTIC presenta ‘Un mare d’amare – Serata d’autore con il Maestro Beppe Vessicchio’

    Dire di non alla plastica. Lo si può fare anche in musica, come accadrà giovedì 20 febbraio, alle ore 18,30, a Milano, presso la Casa d’Aste Finarte (via Paolo Sarpi, 6) dove il Maestro Beppe Vessicchio dirigerà i Solisti del Sesto Armonico durante la serata d’aurore Un mare d’amare. Una sfida alla riduzione del consumo di plastica, quella lanciata dal capoluogo lombardo, che mira a provare a lasciare alle generazioni future un mondo più vivibile e sano e di poter nuotare in un mare pulito.

  • L’epidemia economica sugar free

    Cominciano a definirsi i primi termini dell’epidemia legata all’introduzione della sugar tax. Insieme alla plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/27/imposizione-fiscale-sulla-plastica-ovvero-linutile-ravvedimento/) questa sciagurata politica adottata dal governo bloccherà ogni investimento, specialmente di operatori esteri come, nello specifico, la Coca-Cola che ha annunciato lo spostamento della propria produzione dalla Sicilia all’Albania come anche il blocco di ogni investimento e stabilizzazione di contratti a termine (https://www.focusicilia.it/2019/12/20/coca-cola-addio-alla-sicilia-la-produzione-sara-a-tirana/). Soprattutto la tassa indurrà ogni azienda del settore se non a cambiare location produttive verso paesi limitrofi privi di una simile tassazione vessatoria quantomeno ad adottare una posizione di attesa e con il conseguente blocco di ogni politica di sviluppo. Paradossale, poi, come tale tassazione, che viene indicata candidamente come espressione di una rinnovata attenzione all’ambiente ed alla salute pubblica, risulti applicata alla produzione, non di certo quindi alle importazioni le quali godono di una svalutazione competitiva pari all’importo della tassazione applicata alle aziende che producono in Italia. E’ perciò evidente l’incapacità del governo in carica, così come dai ministri competenti, di individuare le fasi del ciclo di vita del prodotto da tassare.

    Sarebbe stato sufficiente anche solo copiare il quadro normativo fiscale relativo ai soft drink applicato all’interno dell’Unione Europea e comunque sempre applicato all’ultima fase del ciclo del prodotto, quindi al consumo, per evitare la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro che questa ottusa scelta del governo Conte II sta già determinando.

    Mai come con l’attuale governo si è assistito ad una sovrapposizione tra ideologia anacronistica e incompetenza relativamente alla semplice comprensione degli inevitabili danni economici conseguenti all’applicazione di un nuovo quadro normativo.

    L’epidemia fiscale che sta dilagando all’interno del sistema economico nazionale è interamente imputabile ad una compagine governativa composta da 5 Stelle e Partito Democratico che si avvia a diventare la più pericolosa della storia italiana. I termini del disastro economico si delineano sempre più chiaramente determinando uno scenario con conseguenze inenarrabili. Il fatto poi di averla rimandata ai primi mesi del 2020 dimostra una innegabile pavidità nella capacità di imporre le proprie strategie ma anche una insopportabile mancanza di assunzione di responsabilità.

    Una sintesi espressione della mediocrità politica italiana in grado di aumentare lo stato di incertezza che rappresenta il vero nemico per qualsiasi tipo di investimento. L’Italia, non da oggi, rappresenta l’ultimo Paese per l’altra attività di investimenti dall’estero in Europa. Questa epidemia economica sugar free forse riuscirà a farla diventare tra le ultime nel mondo.

  • Imposizione fiscale sulla plastica, ovvero l’inutile “ravvedimento”

    Il governo Conte 1 nel 2018 aveva aumentato l’imposizione fiscale (contributo Conai) sulla produzione della plastica da 187cent/kg a 208/kg: 208 euro a tonnellata. Non soddisfatto, sempre il governo in carica Conte 2 continua nel delirio pseudo-ecologista aumentando ulteriormente il carico fiscale complessivo passando da 208 centesimi a 0.5€/kg con un aumento del +240% (la proposta fu inutilmente di 1€/kg +500%), cioè 500 euro a tonnellata. Nonostante questa parziale inversione gli effetti combinati risulteranno devastanti per il settore produttivo italiano in quanto questa tassazione non colpisce i prodotti importati dall’estero perché non è una tassa sul consumo.

    Sembra incredibile come si riesca con scientifica stupidità a demolire uno dei settori principali dell’economia italiana come quello della produzione di plastica manifestando una presunzione ideologica come espressione di una corrente di pensiero ambientalista.

    In altre parole, tornando alla realtà dei fatti e partendo dal presupposto che una tassa non modifica ne può intaccare l’utilizzo di un bene strumentale come la plastica i concorrenti esteri che producono plastica hanno ricevuto da questo governo una “svalutazione competitiva” del 240% a parità di costi sostenuti.

    La follia ideologica come manifestazione infantile di un ambientalismo privo di competenza si rivela disastrosa per la tenuta del settore industriale italiano della plastica che rappresenta il 40% della produzione europea. Ed hanno pure il coraggio di definire questa parziale correzione come un ravvedimento.

  • La spesa del colibrì

    Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio…

    Così inizia una nota (e toccante) fiaba africana che descrive la forza d’animo di un piccolo colibrì che, nonostante il veloce avanzare delle fiamme e la fuga degli altri animali, continuava a tuffarsi nel fiume per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua da far cadere sopra la foresta incendiata; e continuava imperterrito, nonostante alcuni animali adulti, fra i quali il leone, avessero iniziato a prenderlo in giro per l’apparente inutilità del suo agire. Tuttavia, continua la fiaba, contagiati dal suo esempio, i cuccioli degli animali presenti, si prodigarono per aiutare il loro piccolo amico. Di lì a poco anche gli adulti, pieni di vergogna, iniziarono a darsi da fare anche loro. Prima che arrivasse la notte l’incendio era domato e il leone, rivolgendosi al piccolo colibrì esausto disse “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che insieme si può spegnere un grande incendio”.

    Ora, il colibrì e tutti gli altri animali, non avevano alcuna colpa per quanto accadde quel giorno ma noi, per quanto sta accadendo oggi nel Mondo, una piccola o più grande responsabilità ce l’abbiamo.

    L’inquinamento, infatti, (come la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, la sete e la fame nel mondo, l’impoverimento globalizzato e molte guerre passate e presenti) è causato dalla somma di tutti i consumi (di aria, acqua, risorse ambientali, etc.) dei popoli urbanizzati (come noi) ed in via di urbanizzazione. Gli scienziati stimano, infatti, che un miliardo di persone consumi 32 volte di più le risorse naturali che i restanti 6 miliardi di persone e che se tutti gli abitanti della Terra consumassero come gli Italiani ci vorrebbero 2,5 pianeti. Fa male, ma è così. Pertanto, dovendo invertire questa tendenza è necessario fare la nostra parte (se pur apparentemente piccola e inutile) nel consumare meno e meglio.

    Da bravi colibrì, quindi, proviamo a seguire poche regole per la nostra spesa alimentare quotidiana per tutelare l’ambiente (1/3 dell’effetto serra mondiale è causato dal sistema agroalimentare moderno) e migliorare il nostro stato di salute e l’economia di casa. A questo proposito segue un piccolo memorandum evergreen.

    PRIMA DI TUTTO, INFORMATI!
    Cerca, consulta o chiedi ad un nutrizionista le linee guida (quantità e qualità) per una corretta alimentazione vegetariana di stagione (aggiungervi un po’ di carne o pesce sarà poi semplice e a vostra scelta) perché generalmente è più dinamica e salubre (ricca di alimenti integrali). Informati bene sulla qualità dell’acqua del tuo rubinetto. Cerca produttori locali che forniscano alimenti certificati biologici o comunque prodotti in modo naturale. Dubita sempre dei bei nomi (soprattutto quelli che richiamano alla tanto ignorata e non rispettata vera cultura contadina) e leggi sempre le etichette per conoscere quanto più possibile su origine e qualità degli ingredienti utilizzati. Evita lo zucchero raffinato (e tutti i suoi surrogati) e le bevande zuccherate. Fanno male alla tua famiglia e all’ambiente.

    Ci sono tanti modi antichi e/o alternativi per fare ottimi e salubri dolci. Ricordati: la salute è la prima libertà (ed economia) della persona, della famiglia, di una comunità e di tutta una nazione.

    PRIMA DI USCIRE, FAI SEMPRE LA LISTA DELLA SPESA
    Ti aiuterà a evitare sprechi e a risparmiare denaro.
    Ricordati: una dieta sana costa meno e ci fa vivere meglio.

    EVITA DI FARE LA SPESA A STOMACO VUOTO
    Eviterai, in questo modo, di acquistare cibi inutili, insalubri e, spesso, costosi.

    VAI A PIEDI O IN BICI O USA I MEZZI PUBBLICI
    Meglio comperare poco e sfuso (così evitiamo tonnellate di plastica) e fare la spesa tutti i giorni o quasi (così usiamo meno l’auto e ci costringiamo a fare anche un po’ di movimento e vita sociale).

    ACQUISTA CIBI LOCALI, DI STAGIONE E DI QUALITA’
    I cibi di stagione costano meno di quelli fuori stagione (per i quali la produzione e/o il loro trasporto costano di più anche all’ambiente) così come la maggior parte della frutta e verdura locali costano meno rispetto a quelli di lontano o esotici.

    EVITA L’USA E GETTA
    A casa come al lavoro, educati ad utilizzare il più possibile un tuo set di posate di acciaio ed un tuo tovagliolo di stoffa. Farai ridere i più ma riempire di orgoglio (fra dieci anni) i tuoi figli. Evita più che puoi tutto ciò che è prodotto o imballato per essere usato una volta sola. Per secoli abbiamo utilizzato pochi ma utili oggetti. Facciamola diventare una moda e una competizione positiva a chi è più virtuoso.

    GESTISCI CON CURA GLI SCARTI E GLI AVANZI
    Informati se i tuoi rifiuti organici possono essere direttamente utili (e da te facilmente e quotidianamente trasportabili) ad un contadino o allevatore in zona. Educati a gestire gli avanzi commestibili con coscienza: studia nuove ricette o coinvolgi amici o persone bisognose nella loro gestione.

    USA DETERGENTI NATURALI
    Per la gestione della cucina (come di tutta la casa) cerca prodotti ecologici con pochi ingredienti o producili tu stesso. È divertente oltre che estremamente economico.

    Piccole gocce quotidiane per arrivare a spegnere, anche noi, il più grande di tutti gli incendi.

  • La vera insostenibilità? Quella fiscale

    Uno dei parametri fondamentali per valutare la sostenibilità di un investimento, specialmente in un settore produttivo di un determinato Paese, viene sicuramente rappresentato dal quadro normativo  fiscale e dalla sua stabilità complessiva. Questo fattore influisce in modo determinante allo stesso modo per le aziende già operanti nel medesimo territorio in relazione alla scelta di riservare risorse e destinarle ad investimenti, per esempio nella digitalizzazione, al fine di rendersi maggiormente competitivi nel mercato globale.

    Un articolato sistema fiscale e soprattutto la sua stabilità permettono, infatti, di valutare il Roe e quindi la redditività di un investimento nel medio e lungo termine. All’interno di uno scenario economico complesso la fiscalità, specialmente se “di vantaggio”, cioè finalizzata ad attrarre investimenti anche dall’estero per avviare attività economiche con positive ricadute occupazionali, rappresenta un volano fondamentale con l’obbiettivo parallelo di incentivare gli investimenti delle aziende.

    Viceversa i governi, e con loro soprattutto i ministri economici che si sono succeduti negli ultimi dieci anni alla guida del nostro Paese nella ricerca della quadratura del cerchio per il rapporto debito pubblico/Pil, hanno privilegiato la visione del breve termine incuranti degli effetti delle proprie politiche fiscali a copertura di sempre nuove voci di spesa pubblica. Dimostrando questi l’assoluta incapacità o semplicemente il presuntuoso disinteresse nel considerare le ricadute economiche delle “innovazioni normative fiscali” come della loro ricaduta all’interno di una politica di sviluppo.

    Ogni governo, da Monti in poi, ha sempre immediatamente modificato il quadro fiscale generale anche per fornire le risorse a copertura dell’aumento della spesa pubblica improduttiva, come per gli 80 euro del governo Renzi, il reddito di cittadinanza e quota 100 nel governo Conte 1.

    A conferma di tale terribile miopia, che rende il nostro paese assolutamente poco attrattivo rispetto ai flussi complessivi di investimenti, è esemplare la questione della tassa sulla plastica, ultima perla del governo in carica.

    Nel 2018 il governo stabilì un aumento del contributo ambientale Conai attribuito al settore della plastica (CAC) che passò da 188 a 208 euro a tonnellata: circa 0,208 centesimi/kg. Il costo industriale mediamente della plastica è compreso in un range che va da 0,90 euro fino ad 1,70 per kg. La disastrosa finanziaria del governo Conte 2 viceversa intende portare la tassa sulla plastica ad 1 euro/k, quindi mille/tonnellata. Rispetto al 2018 si assiste perciò ad un +500% della tassazione applicata ad  un comparto industriale  che rappresenta uno dei fiori all’occhiello della manifattura italiana. Un incremento della pressione fiscale che nessun settore economico al mondo sarebbe in grado di sostenere in un’ottica di sviluppo anche solo nel brevissimo termine.

    In più l’effetto paradossale di questa scellerata politica fiscale, espressione di incompetenza, superficialità e presunzione, risulta dall’incredibile rapporto tra valore della tassazione applicata  che arriva fino il 110% del valore del bene tassato (per la benzina è il  64%).

    Nella storia economica recente mai si era assistito ad un aumento della pressione fiscale di questa entità, espressione di una ridicola ideologia pseudo ambientalista adottata da una classe politica indegna che ora rincorre una ragazzina svedese anche se smentita dai più autorevoli scienziati del mondo.

    Tornando ora al quadro più generale, il sistema normativo fiscale in continuo rinnovamento, di fatto, ogni dieci mesi rende inutili e paradossalmente obsoleti tutti gli studi e con loro ogni valutazione e proiezione necessarie ad un investitore che intendesse premiare la competenza italiana così come per un’azienda italiana attiva nel mercato al fine di sviluppare la propria competitività.

    E’ ormai evidente come la classe politica e dirigente, espressione non di competenza economica ma di più banali competenze burocratiche, rappresenti la causa del nostro arretramento economico e culturale condannando il nostro Paese ad un declino inarrestabile.

    Mai come ora con la propria politica fiscale adottata per il comparto della plastica il governo in carica rappresenta il vero nemico della crescita e contemporaneamente la lucida espressione di un’incompetenza legata ad una assoluta irresponsabilità con effetti insostenibili per il sistema industriale italiano.

  • Ripensare, riutilizzare e riciclare la plastica: le idee vincenti degli studenti riuniti a Milano per l’European Youth Debating Competition

    La plastica può avere un futuro sostenibile? Parrebbe proprio di sì se tutti imparassimo a riciclare e a riutilizzare questo prodotto che sempre più spesso è considerato causa principale di inquinamento e degrado ambientale. E le idee per dare nuova vita e dignità alla plastica non mancano quando a proporle sono i giovani, anzi i giovanissimi, come è successo a Milano, lo scorso 30 maggio, in occasione della tappa nazionale dell’European Youth Debating Competition (EYDC, www.eydc.eu) in cui i protagonisti delle nuove  e utili proposte sono stati gli oltre 500 studenti di Scuole secondarie di II grado provenienti, oltre che dall’Italia, da Francia, Benelux, Germania, Polonia, Spagna e UK. Per il nostro Paese erano 80, da 10 scuole di Milano e Città metropolitana. I ragazzi hanno lavorato in classe, per mesi, sul quesito “Rethink, reuse, recycle: how would you shape a sustainable future with plastics and petrochemicals?” (Ripensa, riutilizza, ricicla: Come costruiresti un futuro sostenibile con la plastica e i prodotti petrolchimici?) e durante l’evento milanese hanno partecipato ad un dibattito, in inglese e con regole precise, in cui hanno esposto le loro idee concrete su come ridisegnare, riutilizzare e riciclare la plastica e i prodotti della petrolchimica per un futuro sempre più sostenibile. Una Giuria composta da rappresentanti dell’industria, docenti ed esperti di EPCA e PlasticsEurope, ha assistito al dibattito e ha valutato le prestazioni dei ragazzi basandosi, oltre che sulla loro preparazione, sulla capacità espressiva e sull’abilità di confrontarsi e interagire e ha premiato Alice Soldati del Liceo Scientifico Vittorini di Milano, Manuela Abdel Sayed del Liceo Scientifico Vittorini di Milano, Elia Giannini dell’Istituto Tecnico Molinari di Milano, Valerio Venezia dell’Istituto Tecnico Cannizzaro di Rho, Stefan Eugeniev Apostolov dell’Istituto Tecnico Maggiolini di Parabiago, Nihad Fadene del Liceo Scientifico Bramante di Magenta che parteciperanno alla finale europea, a Berlino il prossimo 7 ottobre, insieme ai finalisti provenienti da tutti gli altri Paesi, nell’ambito della 53° Assemblea di EPCA. Soddisfazione è stata espressa dal direttore dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Milano e città Metropolitana, Yuri Coppi, che, nell’elogiare  l’impegno e l’entusiasmo mostrato dai ragazzi nell’approcciarsi alla ricerca e alla elaborazione di idee costruttive, ha ricordato quanto i lavori scaturiti dalla ricerca abbiano offerto a tutti loro un’occasione privilegiata per acquisire competenze trasversali e capacità di gestire e rielaborare le informazioni.

  • Appello dell’Onu per salvare gli uccelli migratori dall’inquinamento

    L’inquinamento provocato dalla plastica comporta gravi rischi per la salute della fauna selvatica a livello globale, perché colpisce una vasta gamma di specie tra cui balene, tartarughe, pesci e uccelli. Lo segnala l’Onu in vista della Giornata mondiale degli uccelli migratori, l’11 maggio, lanciando un appello all’azione per fermare questo inquinamento tramite la riduzione dell’utilizzo della plastica, in particolare monouso (“Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!)”.

    «Un terzo della produzione di plastica globale non è riciclabile e almeno otto milioni di tonnellate di plastica finisce nei nostri mari, laghi e fiumi», ricorda Joyce Msuya, direttore esecutivo facente funzione dell’Un Environment avvertendo che «sta finendo nello stomaco di uccelli, pesci, balene, e nel nostro suolo e nell’acqua. Il mondo sta soffocando per la plastica e anche gli uccelli da cui dipende così tanta vita sulla terra».

    Gli uccelli scambiano la plastica per cibo che riempie lo stomaco e li fa morire di fame e usano la plastica per fare il nido scambiandola per foglie, ramoscelli e altri oggetti naturali, che possono ferire e intrappolare i pulcini fragili. Gli uccelli marini, in particolare, spiega l’Un Environment, sono minacciati dagli attrezzi da pesca come le reti in cui possono rimanere impigliati.

    Alcuni scienziati, usando Google immagini e altre fonti del web, hanno riscontrato che di 265 specie di uccelli impigliati in rifiuti di plastica, almeno 147 specie erano uccelli marini, 69 specie di uccelli d’acqua dolce e 49 specie di uccelli terrestri. La ricerca ha mostrato che circa il 40% degli uccelli marini aveva ingerito plastica. A rischio sono anatre, pinguini, albatros, pellicani, gabbiani e uccelli tropicali.

    L’Un environment osserva che occorrono sforzi congiunti di governi, industrie e consumatori per affrontare il problema, in particolare riducendo la plastica monouso.

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