Plastica

  • L’epidemia economica sugar free

    Cominciano a definirsi i primi termini dell’epidemia legata all’introduzione della sugar tax. Insieme alla plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/27/imposizione-fiscale-sulla-plastica-ovvero-linutile-ravvedimento/) questa sciagurata politica adottata dal governo bloccherà ogni investimento, specialmente di operatori esteri come, nello specifico, la Coca-Cola che ha annunciato lo spostamento della propria produzione dalla Sicilia all’Albania come anche il blocco di ogni investimento e stabilizzazione di contratti a termine (https://www.focusicilia.it/2019/12/20/coca-cola-addio-alla-sicilia-la-produzione-sara-a-tirana/). Soprattutto la tassa indurrà ogni azienda del settore se non a cambiare location produttive verso paesi limitrofi privi di una simile tassazione vessatoria quantomeno ad adottare una posizione di attesa e con il conseguente blocco di ogni politica di sviluppo. Paradossale, poi, come tale tassazione, che viene indicata candidamente come espressione di una rinnovata attenzione all’ambiente ed alla salute pubblica, risulti applicata alla produzione, non di certo quindi alle importazioni le quali godono di una svalutazione competitiva pari all’importo della tassazione applicata alle aziende che producono in Italia. E’ perciò evidente l’incapacità del governo in carica, così come dai ministri competenti, di individuare le fasi del ciclo di vita del prodotto da tassare.

    Sarebbe stato sufficiente anche solo copiare il quadro normativo fiscale relativo ai soft drink applicato all’interno dell’Unione Europea e comunque sempre applicato all’ultima fase del ciclo del prodotto, quindi al consumo, per evitare la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro che questa ottusa scelta del governo Conte II sta già determinando.

    Mai come con l’attuale governo si è assistito ad una sovrapposizione tra ideologia anacronistica e incompetenza relativamente alla semplice comprensione degli inevitabili danni economici conseguenti all’applicazione di un nuovo quadro normativo.

    L’epidemia fiscale che sta dilagando all’interno del sistema economico nazionale è interamente imputabile ad una compagine governativa composta da 5 Stelle e Partito Democratico che si avvia a diventare la più pericolosa della storia italiana. I termini del disastro economico si delineano sempre più chiaramente determinando uno scenario con conseguenze inenarrabili. Il fatto poi di averla rimandata ai primi mesi del 2020 dimostra una innegabile pavidità nella capacità di imporre le proprie strategie ma anche una insopportabile mancanza di assunzione di responsabilità.

    Una sintesi espressione della mediocrità politica italiana in grado di aumentare lo stato di incertezza che rappresenta il vero nemico per qualsiasi tipo di investimento. L’Italia, non da oggi, rappresenta l’ultimo Paese per l’altra attività di investimenti dall’estero in Europa. Questa epidemia economica sugar free forse riuscirà a farla diventare tra le ultime nel mondo.

  • Imposizione fiscale sulla plastica, ovvero l’inutile “ravvedimento”

    Il governo Conte 1 nel 2018 aveva aumentato l’imposizione fiscale (contributo Conai) sulla produzione della plastica da 187cent/kg a 208/kg: 208 euro a tonnellata. Non soddisfatto, sempre il governo in carica Conte 2 continua nel delirio pseudo-ecologista aumentando ulteriormente il carico fiscale complessivo passando da 208 centesimi a 0.5€/kg con un aumento del +240% (la proposta fu inutilmente di 1€/kg +500%), cioè 500 euro a tonnellata. Nonostante questa parziale inversione gli effetti combinati risulteranno devastanti per il settore produttivo italiano in quanto questa tassazione non colpisce i prodotti importati dall’estero perché non è una tassa sul consumo.

    Sembra incredibile come si riesca con scientifica stupidità a demolire uno dei settori principali dell’economia italiana come quello della produzione di plastica manifestando una presunzione ideologica come espressione di una corrente di pensiero ambientalista.

    In altre parole, tornando alla realtà dei fatti e partendo dal presupposto che una tassa non modifica ne può intaccare l’utilizzo di un bene strumentale come la plastica i concorrenti esteri che producono plastica hanno ricevuto da questo governo una “svalutazione competitiva” del 240% a parità di costi sostenuti.

    La follia ideologica come manifestazione infantile di un ambientalismo privo di competenza si rivela disastrosa per la tenuta del settore industriale italiano della plastica che rappresenta il 40% della produzione europea. Ed hanno pure il coraggio di definire questa parziale correzione come un ravvedimento.

  • La spesa del colibrì

    Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio…

    Così inizia una nota (e toccante) fiaba africana che descrive la forza d’animo di un piccolo colibrì che, nonostante il veloce avanzare delle fiamme e la fuga degli altri animali, continuava a tuffarsi nel fiume per raccogliere ogni volta una piccola goccia d’acqua da far cadere sopra la foresta incendiata; e continuava imperterrito, nonostante alcuni animali adulti, fra i quali il leone, avessero iniziato a prenderlo in giro per l’apparente inutilità del suo agire. Tuttavia, continua la fiaba, contagiati dal suo esempio, i cuccioli degli animali presenti, si prodigarono per aiutare il loro piccolo amico. Di lì a poco anche gli adulti, pieni di vergogna, iniziarono a darsi da fare anche loro. Prima che arrivasse la notte l’incendio era domato e il leone, rivolgendosi al piccolo colibrì esausto disse “Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti, ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d’acqua può essere importante e che insieme si può spegnere un grande incendio”.

    Ora, il colibrì e tutti gli altri animali, non avevano alcuna colpa per quanto accadde quel giorno ma noi, per quanto sta accadendo oggi nel Mondo, una piccola o più grande responsabilità ce l’abbiamo.

    L’inquinamento, infatti, (come la perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, la sete e la fame nel mondo, l’impoverimento globalizzato e molte guerre passate e presenti) è causato dalla somma di tutti i consumi (di aria, acqua, risorse ambientali, etc.) dei popoli urbanizzati (come noi) ed in via di urbanizzazione. Gli scienziati stimano, infatti, che un miliardo di persone consumi 32 volte di più le risorse naturali che i restanti 6 miliardi di persone e che se tutti gli abitanti della Terra consumassero come gli Italiani ci vorrebbero 2,5 pianeti. Fa male, ma è così. Pertanto, dovendo invertire questa tendenza è necessario fare la nostra parte (se pur apparentemente piccola e inutile) nel consumare meno e meglio.

    Da bravi colibrì, quindi, proviamo a seguire poche regole per la nostra spesa alimentare quotidiana per tutelare l’ambiente (1/3 dell’effetto serra mondiale è causato dal sistema agroalimentare moderno) e migliorare il nostro stato di salute e l’economia di casa. A questo proposito segue un piccolo memorandum evergreen.

    PRIMA DI TUTTO, INFORMATI!
    Cerca, consulta o chiedi ad un nutrizionista le linee guida (quantità e qualità) per una corretta alimentazione vegetariana di stagione (aggiungervi un po’ di carne o pesce sarà poi semplice e a vostra scelta) perché generalmente è più dinamica e salubre (ricca di alimenti integrali). Informati bene sulla qualità dell’acqua del tuo rubinetto. Cerca produttori locali che forniscano alimenti certificati biologici o comunque prodotti in modo naturale. Dubita sempre dei bei nomi (soprattutto quelli che richiamano alla tanto ignorata e non rispettata vera cultura contadina) e leggi sempre le etichette per conoscere quanto più possibile su origine e qualità degli ingredienti utilizzati. Evita lo zucchero raffinato (e tutti i suoi surrogati) e le bevande zuccherate. Fanno male alla tua famiglia e all’ambiente.

    Ci sono tanti modi antichi e/o alternativi per fare ottimi e salubri dolci. Ricordati: la salute è la prima libertà (ed economia) della persona, della famiglia, di una comunità e di tutta una nazione.

    PRIMA DI USCIRE, FAI SEMPRE LA LISTA DELLA SPESA
    Ti aiuterà a evitare sprechi e a risparmiare denaro.
    Ricordati: una dieta sana costa meno e ci fa vivere meglio.

    EVITA DI FARE LA SPESA A STOMACO VUOTO
    Eviterai, in questo modo, di acquistare cibi inutili, insalubri e, spesso, costosi.

    VAI A PIEDI O IN BICI O USA I MEZZI PUBBLICI
    Meglio comperare poco e sfuso (così evitiamo tonnellate di plastica) e fare la spesa tutti i giorni o quasi (così usiamo meno l’auto e ci costringiamo a fare anche un po’ di movimento e vita sociale).

    ACQUISTA CIBI LOCALI, DI STAGIONE E DI QUALITA’
    I cibi di stagione costano meno di quelli fuori stagione (per i quali la produzione e/o il loro trasporto costano di più anche all’ambiente) così come la maggior parte della frutta e verdura locali costano meno rispetto a quelli di lontano o esotici.

    EVITA L’USA E GETTA
    A casa come al lavoro, educati ad utilizzare il più possibile un tuo set di posate di acciaio ed un tuo tovagliolo di stoffa. Farai ridere i più ma riempire di orgoglio (fra dieci anni) i tuoi figli. Evita più che puoi tutto ciò che è prodotto o imballato per essere usato una volta sola. Per secoli abbiamo utilizzato pochi ma utili oggetti. Facciamola diventare una moda e una competizione positiva a chi è più virtuoso.

    GESTISCI CON CURA GLI SCARTI E GLI AVANZI
    Informati se i tuoi rifiuti organici possono essere direttamente utili (e da te facilmente e quotidianamente trasportabili) ad un contadino o allevatore in zona. Educati a gestire gli avanzi commestibili con coscienza: studia nuove ricette o coinvolgi amici o persone bisognose nella loro gestione.

    USA DETERGENTI NATURALI
    Per la gestione della cucina (come di tutta la casa) cerca prodotti ecologici con pochi ingredienti o producili tu stesso. È divertente oltre che estremamente economico.

    Piccole gocce quotidiane per arrivare a spegnere, anche noi, il più grande di tutti gli incendi.

  • La vera insostenibilità? Quella fiscale

    Uno dei parametri fondamentali per valutare la sostenibilità di un investimento, specialmente in un settore produttivo di un determinato Paese, viene sicuramente rappresentato dal quadro normativo  fiscale e dalla sua stabilità complessiva. Questo fattore influisce in modo determinante allo stesso modo per le aziende già operanti nel medesimo territorio in relazione alla scelta di riservare risorse e destinarle ad investimenti, per esempio nella digitalizzazione, al fine di rendersi maggiormente competitivi nel mercato globale.

    Un articolato sistema fiscale e soprattutto la sua stabilità permettono, infatti, di valutare il Roe e quindi la redditività di un investimento nel medio e lungo termine. All’interno di uno scenario economico complesso la fiscalità, specialmente se “di vantaggio”, cioè finalizzata ad attrarre investimenti anche dall’estero per avviare attività economiche con positive ricadute occupazionali, rappresenta un volano fondamentale con l’obbiettivo parallelo di incentivare gli investimenti delle aziende.

    Viceversa i governi, e con loro soprattutto i ministri economici che si sono succeduti negli ultimi dieci anni alla guida del nostro Paese nella ricerca della quadratura del cerchio per il rapporto debito pubblico/Pil, hanno privilegiato la visione del breve termine incuranti degli effetti delle proprie politiche fiscali a copertura di sempre nuove voci di spesa pubblica. Dimostrando questi l’assoluta incapacità o semplicemente il presuntuoso disinteresse nel considerare le ricadute economiche delle “innovazioni normative fiscali” come della loro ricaduta all’interno di una politica di sviluppo.

    Ogni governo, da Monti in poi, ha sempre immediatamente modificato il quadro fiscale generale anche per fornire le risorse a copertura dell’aumento della spesa pubblica improduttiva, come per gli 80 euro del governo Renzi, il reddito di cittadinanza e quota 100 nel governo Conte 1.

    A conferma di tale terribile miopia, che rende il nostro paese assolutamente poco attrattivo rispetto ai flussi complessivi di investimenti, è esemplare la questione della tassa sulla plastica, ultima perla del governo in carica.

    Nel 2018 il governo stabilì un aumento del contributo ambientale Conai attribuito al settore della plastica (CAC) che passò da 188 a 208 euro a tonnellata: circa 0,208 centesimi/kg. Il costo industriale mediamente della plastica è compreso in un range che va da 0,90 euro fino ad 1,70 per kg. La disastrosa finanziaria del governo Conte 2 viceversa intende portare la tassa sulla plastica ad 1 euro/k, quindi mille/tonnellata. Rispetto al 2018 si assiste perciò ad un +500% della tassazione applicata ad  un comparto industriale  che rappresenta uno dei fiori all’occhiello della manifattura italiana. Un incremento della pressione fiscale che nessun settore economico al mondo sarebbe in grado di sostenere in un’ottica di sviluppo anche solo nel brevissimo termine.

    In più l’effetto paradossale di questa scellerata politica fiscale, espressione di incompetenza, superficialità e presunzione, risulta dall’incredibile rapporto tra valore della tassazione applicata  che arriva fino il 110% del valore del bene tassato (per la benzina è il  64%).

    Nella storia economica recente mai si era assistito ad un aumento della pressione fiscale di questa entità, espressione di una ridicola ideologia pseudo ambientalista adottata da una classe politica indegna che ora rincorre una ragazzina svedese anche se smentita dai più autorevoli scienziati del mondo.

    Tornando ora al quadro più generale, il sistema normativo fiscale in continuo rinnovamento, di fatto, ogni dieci mesi rende inutili e paradossalmente obsoleti tutti gli studi e con loro ogni valutazione e proiezione necessarie ad un investitore che intendesse premiare la competenza italiana così come per un’azienda italiana attiva nel mercato al fine di sviluppare la propria competitività.

    E’ ormai evidente come la classe politica e dirigente, espressione non di competenza economica ma di più banali competenze burocratiche, rappresenti la causa del nostro arretramento economico e culturale condannando il nostro Paese ad un declino inarrestabile.

    Mai come ora con la propria politica fiscale adottata per il comparto della plastica il governo in carica rappresenta il vero nemico della crescita e contemporaneamente la lucida espressione di un’incompetenza legata ad una assoluta irresponsabilità con effetti insostenibili per il sistema industriale italiano.

  • Ripensare, riutilizzare e riciclare la plastica: le idee vincenti degli studenti riuniti a Milano per l’European Youth Debating Competition

    La plastica può avere un futuro sostenibile? Parrebbe proprio di sì se tutti imparassimo a riciclare e a riutilizzare questo prodotto che sempre più spesso è considerato causa principale di inquinamento e degrado ambientale. E le idee per dare nuova vita e dignità alla plastica non mancano quando a proporle sono i giovani, anzi i giovanissimi, come è successo a Milano, lo scorso 30 maggio, in occasione della tappa nazionale dell’European Youth Debating Competition (EYDC, www.eydc.eu) in cui i protagonisti delle nuove  e utili proposte sono stati gli oltre 500 studenti di Scuole secondarie di II grado provenienti, oltre che dall’Italia, da Francia, Benelux, Germania, Polonia, Spagna e UK. Per il nostro Paese erano 80, da 10 scuole di Milano e Città metropolitana. I ragazzi hanno lavorato in classe, per mesi, sul quesito “Rethink, reuse, recycle: how would you shape a sustainable future with plastics and petrochemicals?” (Ripensa, riutilizza, ricicla: Come costruiresti un futuro sostenibile con la plastica e i prodotti petrolchimici?) e durante l’evento milanese hanno partecipato ad un dibattito, in inglese e con regole precise, in cui hanno esposto le loro idee concrete su come ridisegnare, riutilizzare e riciclare la plastica e i prodotti della petrolchimica per un futuro sempre più sostenibile. Una Giuria composta da rappresentanti dell’industria, docenti ed esperti di EPCA e PlasticsEurope, ha assistito al dibattito e ha valutato le prestazioni dei ragazzi basandosi, oltre che sulla loro preparazione, sulla capacità espressiva e sull’abilità di confrontarsi e interagire e ha premiato Alice Soldati del Liceo Scientifico Vittorini di Milano, Manuela Abdel Sayed del Liceo Scientifico Vittorini di Milano, Elia Giannini dell’Istituto Tecnico Molinari di Milano, Valerio Venezia dell’Istituto Tecnico Cannizzaro di Rho, Stefan Eugeniev Apostolov dell’Istituto Tecnico Maggiolini di Parabiago, Nihad Fadene del Liceo Scientifico Bramante di Magenta che parteciperanno alla finale europea, a Berlino il prossimo 7 ottobre, insieme ai finalisti provenienti da tutti gli altri Paesi, nell’ambito della 53° Assemblea di EPCA. Soddisfazione è stata espressa dal direttore dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Milano e città Metropolitana, Yuri Coppi, che, nell’elogiare  l’impegno e l’entusiasmo mostrato dai ragazzi nell’approcciarsi alla ricerca e alla elaborazione di idee costruttive, ha ricordato quanto i lavori scaturiti dalla ricerca abbiano offerto a tutti loro un’occasione privilegiata per acquisire competenze trasversali e capacità di gestire e rielaborare le informazioni.

  • Appello dell’Onu per salvare gli uccelli migratori dall’inquinamento

    L’inquinamento provocato dalla plastica comporta gravi rischi per la salute della fauna selvatica a livello globale, perché colpisce una vasta gamma di specie tra cui balene, tartarughe, pesci e uccelli. Lo segnala l’Onu in vista della Giornata mondiale degli uccelli migratori, l’11 maggio, lanciando un appello all’azione per fermare questo inquinamento tramite la riduzione dell’utilizzo della plastica, in particolare monouso (“Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!)”.

    «Un terzo della produzione di plastica globale non è riciclabile e almeno otto milioni di tonnellate di plastica finisce nei nostri mari, laghi e fiumi», ricorda Joyce Msuya, direttore esecutivo facente funzione dell’Un Environment avvertendo che «sta finendo nello stomaco di uccelli, pesci, balene, e nel nostro suolo e nell’acqua. Il mondo sta soffocando per la plastica e anche gli uccelli da cui dipende così tanta vita sulla terra».

    Gli uccelli scambiano la plastica per cibo che riempie lo stomaco e li fa morire di fame e usano la plastica per fare il nido scambiandola per foglie, ramoscelli e altri oggetti naturali, che possono ferire e intrappolare i pulcini fragili. Gli uccelli marini, in particolare, spiega l’Un Environment, sono minacciati dagli attrezzi da pesca come le reti in cui possono rimanere impigliati.

    Alcuni scienziati, usando Google immagini e altre fonti del web, hanno riscontrato che di 265 specie di uccelli impigliati in rifiuti di plastica, almeno 147 specie erano uccelli marini, 69 specie di uccelli d’acqua dolce e 49 specie di uccelli terrestri. La ricerca ha mostrato che circa il 40% degli uccelli marini aveva ingerito plastica. A rischio sono anatre, pinguini, albatros, pellicani, gabbiani e uccelli tropicali.

    L’Un environment osserva che occorrono sforzi congiunti di governi, industrie e consumatori per affrontare il problema, in particolare riducendo la plastica monouso.

  • Il Kenya costruisce barche con plastica riciclata

    In Kenya è stato costruito il primo dhow (la tradizionale imbarcazione dell’Africa orientale a vela araba triangolare) fatto interamente di plastica riciclata. Volontari ambientalisti kenioti hanno raccolto a Nairobi, Mombasa e Malindi e sulle spiagge di Lamu bottiglie di pet, soprattutto, ma anche 30mila ciabatte infradito e, con le tavole colorate gialle, rosse, blu, bianche e verdi ricavate da 10 tonnellate di scarti, dopo 3 anni di lavoro hanno varato un veliero dallo scafo arlecchino. Nome: Flipflopi (infradito in inglese). Missione: navigare nell’oceano tra il Kenya e Zanzibar (500 chilometri) per rendere più sensibile la gente al problema dell’inquinamento da plastica e al riciclo dei rifiuti.

    Secondo l’Onu, dagli anni Cinquanta sul nostro pianeta sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica. Un decimo è stato riutilizzato, un altro decimo incenerito: quasi l’80% è finito nelle discariche e nei mari. Secondo l’università di Berna, il danno economico annuo all’ecosistema marino è di 12,5 miliardi di euro, quanto il Pil dell’Islanda. In Africa la produzione di rifiuti passerà dai 125 milioni di tonnellate l’anno attuali al doppio entro il 2025, ma molti Paesi sono già attivi nel campo del riciclo, della plastica in particolare: il Sud Africa, l’economia più ricca del continente, ha già più di 200 aziende operative. Il Kenya ne ha molte di meno ma vuole recuperare: nel 2017 ha introdotto una delle leggi anti-sacchetti più dure al mondo. Le bottiglie di plastica continuano a essere gettate ovunque, ai bordi delle strade come nei corsi d’acqua. L’organizzazione nonprofit Petco, sede a Nairobi, ha lanciato da pochi mesi una grande iniziativa di raccolta. Per il 2019 l’obiettivo è 5.900 tonnellate di bottiglie di plastica: il 30% dei rifiuti in pet del Kenya. Una campagna sostenuta da grandi marchi presenti nel Paese, da Coca-Cola a Unilever. 

  • Interdire les plastiques non réutilisables: un exemple de ce que de bonnes intentions ne sont pas forcément fondées sur un bon jugement

    Mercredi 24 octobre 2018.

    Texte d’opinion de Frits Bolkestein* publié en exclusivité sur le site de l’Institut économique Molinari.

    L’interdiction des plastiques non réutilisables à partir de 2021 a été votée au Parlement européen ce mercredi 24 octobre 2018. Cela consiste à interdire la vente de produits en plastique non réutilisables, qu’il s’agisse de cotons-tiges ou de pailles. Les Etats membres devront aussi intensifier leurs efforts pour collecter les bouteilles en plastique non réutilisables, avec un objectif de collecte de 90% fixé pour 2025. Les coûts de ce programme seront financés par les entreprises, qui doivent aussi payer pour les nouveaux programmes de gestion des déchets et de nettoyage.

    Selon Frans Timmermans, vice-président de la Commission européenne, le projet de loi vise à créer une « course mondiale au sommet » au nettoyage des océans, de notre environnement, de notre alimentation et même de notre corps. Autant d’objectifs très louables. Reste à savoir quels résultats on pourra espérer atteindre et les choses sont moins simples qu’il n’y paraît.

    Interdire les plastiques non réutilisables peut sembler facile en théorie. En pratique, il est encore difficile de trouver des substituts fiables. Nous utilisons des plastiques non réutilisables pour différentes tâches : conserver nos aliments au frais, stocker les instruments médicaux stérilisés. Le remplacement de ce type de plastique constitue un défi de taille pour la recherche-développement. Il y a des alternatives aux plastiques ordinaire, par exemple les biopolymères (plastiques issus de la biomasse). Le problème réside toutefois dans le fait que l’industrie n’est pas capable de les produire à l’échelle nécessaire au remplacement de tous les plastiques traditionnels non réutilisables.

    Si nous ne pouvons pas remplacer efficacement les plastiques à usage unique, nous créerons de nouveaux problèmes. Sans plastique à usage unique, nos aliments risquent de périr beaucoup plus rapidement. Le gaspillage alimentaire en résultant rendrait nécessaire d’augmenter la production alimentaire. Cela entraînera des pressions dans la gestion des terres et des eaux. Les émissions de CO2 et de méthane pourraient aussi augmenter. Autant de coûts supplémentaires pour les gouvernements et les consommateurs ordinaires.

    A cela s’ajoute le fait que les alternatives au plastique non-réutilisable ne sont pas nécessairement meilleures pour l’environnement. Pour ne pas être polluants, ces plastiques doivent être recyclés proprement dans des installations ad hoc dont on ne dispose pas aujourd’hui en quantité suffisante. S’ils échouent ailleurs, ils seront tout autant polluants.

    Cela nous amène à parler du vrai problème : celui du recyclage ou plutôt de son insuffisance. La priorité de l’Union européenne devrait être de faire en sorte que les États membres tiennent leur promesse en termes de recyclage, à savoir recycler au moins 50% de tous les déchets municipaux. Ce ne serait pas simplement une bonne politique, ce serait aussi une bonne affaire. Selon le commissaire Jyrki Katainen, seuls 5% des plastiques de l’UE sont actuellement recyclés, ce qui signifie que l’économie européenne perd chaque année environ 100 milliards d’euros de plastique. Si nous pouvions recycler ne serait-ce qu’une fraction de cela, il y aurait moyen de faire bien plus pour l’environnement et nos économies que ce que prévoit cette nouvelle législation.

    Le Parlement aurait dû réexaminer plus attentivement ces questions. Car en l’état, cette nouvelle interdiction nuira aux consommateurs sans vraiment permettre de protéger l’environnement. Il aurait été préférable de veiller à ce que les États membres atteignent leurs objectifs en termes de recyclage. Ça aurait été une victoire pour l’environnement et les consommateurs qu’il n’est peut-être pas trop tard d’envisager sérieusement.

    *Frits Bolkestein fut Commissaire européen au marché intérieur et aux services.

  • Braccio di ferro tra imprese e Ue sulle sostanze plastiche consentite

    Il gruppo di pressione con sede a Bruxelles, PlasticsEurope, ha portato davanti alla Corte di giustizia europea la decisione dell’UE di contrassegnare come potenzialmente pericolosa il bisfenolo A, una sostanza che l’industria della plastica usa spesso (soprattutto l’industria delle materie plastiche, anche se ne serve per produrre bottiglie d’acqua e CD).

    L’Ue ha vietato l’utilizzo del bisfenolo A nella produzione di biberon e intende proibìrlo in ricevute di carta termica dal 2020 per proteggere i cassieri.

    Una portavoce della corte con sede in Lussemburgo ha fatto sapere che non è ancora stata data alcuna audizione, da Bruxelles si apprende che in attesa del verdetto tutte le misure adottate dalla Ue nei confronti della sostanza rimarranno in vigore.

  • La Cina non ricicla più la plastica europea, Bruxelles vara una nuova strategia

    La Commissione europea ha varato una nuova strategia sulla plastica, con l’obiettivo di arrivare ad avere il 100% di imballaggi riciclabili entro il 2030  così da riciclare per quella data il 55% di tutta la plastica. Oggi di 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica prodotti ogni anno solo il 30% viene riciclato, il 31% finisce in discarica e il 39% viene incenerito. «Dobbiamo intervenire per creare un’economia per la plastica circolare ed evitare di mettere sul mercato prodotti che si confezionano in 5 secondi, si usano per 5 minuti e poi ci mettono 500 anni per smaltirsi nell’ambiente» ha detto il vicepresidente della Ue, Frans Timmerman.

    Tra le 75mila e le 300mila tonnellate di microplastica vengono rilasciate nell’ambiente in Europa ogni anno ed in tutto il mondo la plastica rappresenta l’85% dei rifiuti marini. Si stima che solo il 5% del valore degli imballaggi in plastica viene mantenuto, il resto viene perso dopo un brevissimo primo utilizzo, con una perdita economica tra i 70 e i 105 miliardi di euro l’anno.

    Secondo il documento della Commissione la plastica riciclata copre solo il 6% del mercato. L’85% della plastica utilizzata viene mandata in Cina, per essere trattata, ma Pechino ha da poco deciso di fermare l’importazione della plastica europea.

    A fronte di questo quadro, Bruxelles propone un’etichettatura più chiara per distinguere ciò che è biodegradabile da ciò che è compostabile e multe molto più salate per chi disperde plastica in mare. Ma sopratutto propone che gli imballaggi vengano progettati per durare e per essere riutilizzati il più a lungo possibile e mette sul piatto finanziamenti per 100 milioni di euro fino al 2020 per lo sviluppo di imballaggi “verdi” riutilizzabili e riciclabili (con creazione di 200mila posti di lavoro, a detta di Bruxelles). Sempre per il 2030, la Ue vuole arrivare a ridurre da 90 a 40 l’anno l’uso di borse di plastica per persona.

    Secondo quanto riporta il Financial Times, peraltro, i produttori di beni di largo consumo stanno già lavorando a confezioni eco-sostenibili e rispettose dell’ambiente, anche in risposta alla diffusione tra i consumatori di ansia a carattere ambientale tali da indurre a rivedere i propri acquisti in mancanza di un impegno ecologico da parte delle aziende.

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