profughi

  • L’ONU afferma che il cambiamento climatico può essere causa di asilo

    Un comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che le persone in fuga per gli effetti dei cambiamenti climatici possono chiedere asilo.Il gruppo di lavoro ha emesso il parere dopo che un uomo di Kiribati è stato rimandato nel suo paese perché gli è stato negato l’asilo dalla Nuova Zelanda. Anche se gli esperti del comitato hanno concluso che l’espulsione era legale, hanno comunque affermato che casi simili potrebbero in futuro giustificare le richieste di asilo.”Il degrado ambientale, i cambiamenti climatici e lo sviluppo insostenibile costituiscono alcune delle minacce più urgenti e gravi per la possibilità delle generazioni presenti e future di godere del diritto alla vita”, ha spiegato il comitato, aggiungendo che le persone in cerca di asilo non sono tenute a dimostrare che subirebbero danni immediati, se rimandati nei loro paesi d’origine.Hanno anche spiegato che, in quanto eventi legati al clima, possono verificarsi all’improvviso, come nei casi di tempeste o alluvioni, o nel tempo, come l’innalzamento del livello del mare.

  • L’UNICEF esorta i governi a rimpatriare i bambini stranieri bloccati in Siria

    Henrietta Fore, capo del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia – UNICEF, ha lanciato un appello lo scorso 4 novembre affinché i Paesi rimpatrino i bambini stranieri bloccati nel nord-est della Siria, in seguito dell’offensiva lanciata dalla Turchia il mese scorso. Secondo l’agenzia, quasi 28.000 bambini provenienti da oltre 60 paesi sono intrappolati nei campi di sfollamento nella regione, 20.000 dei quali provengono dall’Iraq. Molti di loro sono nati da estremisti dell’ISIS e oltre l’80% di loro ha meno di 12 anni. Circa 17 Paesi hanno rimpatriato più di 650 bambini, con un procedimento sostenuto dall’UNICEF. Tuttavia, l’agenzia è ancora molto preoccupata poiché circa 40.000 bambini siriani sono stati recentemente sfollati in tutta la regione e vivono in rifugi a causa della violenza. In questo contesto, le Nazioni Unite hanno nuovamente esortato tutte le parti in conflitto a garantire che gli operatori umanitari possano accedere in modo sicuro per aiutare i più bisognosi nella già disastrosa situazione umanitaria della regione.

  • UNICEF says at least 16 million children are malnourished in the Middle East and North Africa

    More than 16 million children under five years of age suffer from acute malnutrition in the Middle East and North Africa, a trend that has stagnated or worsened since 2000, a new report by UNICEF revealed.

    Despite the improvements to address under-nutrition, the Middle East and North Africa came in second globally in child obesity, with 5.4 million children being overweight – up from 3.4 million in 2000, according to the State of the World’s Children report.

    Moreover, nearly 11 million children suffer from chronic or acute malnutrition, a number that includes over 7 million children with growth defects as well as 3.7 million acutely malnourished children. The report highlights that children that are poorly nourished are 11 times more likely to die without treatment, in comparison to those children who have access to proper food and vitamins.

    The impact of the region’s various conflicts has deeply affected children’s nutrition in Syria, Yemen, Libya, and Sudan. Since hostilities broke out in each nation, nearly one-third of all pregnant and nursing mothers in northwest Syria are anaemic, while the widespread deprivations caused by years of war have had a severe impact on the physical and mental development of children in all four countries.

    Around 2.3 million children in Sudan now suffer from malnutrition, while half of all deaths of children under five years old are directly related to. This is mainly due to rising food prices. An estimated 2 million children in Yemen are currently suffering from acute malnutrition, including 360,000 children under five-years-old that are fighting to survive.

    Ted Chaiban, UNICEF’s Regional Director for the Middle East and North Africa, highlighted the report’s findings, saying, “Children from the poorest and most marginalised communities account for the largest share of all children suffering from malnutrition. This perpetuates poverty across multiple generations. Children who are hungry are unable to concentrate in school or learn. Those who are stunted in their growth have lower earning potential as adults as a result of developmental deficiencies.”

    “Hidden hunger”, which occurs when the quality of food that people eat does not meet their nutritional requirements, as well as micronutrient deficiencies from poor diets, are also factors that threaten children’s survival along with physical growth and brain development and as overweight.

    “Staple foods with low nutritious value, highly processed “junk” foods, sugary drinks, food fortification policies, labelling, and marketing practices – are all failing to provide healthy diets for children in poor and wealthy countries alike. As a result, more children are not eating healthy and are either undernourished or overweight in a number of countries in the region” added Chaiban.

    Improving the nutrition situation in the Middle East and North Africa requires the concerted efforts of governments, the private sector, donors, parents, and those in the health, education, water, sanitation, hygiene and social protection services.

    As the world marks the 30th anniversary of the Convention of the Rights of the Child, which secures a child’s right to nutritious food, UNICEF has issued a call for all governments to place child nutrition at their heart of state-supported humanitarian aid campaigns and demanded that the private sector partner with food suppliers to produce and distribute nutritious foods to at-risk children.

    The report also stresses that it is important to enforce strict minimum food quality standards and improve labelling, while also saying that restrictions need to be put in place to limit the marketing of food that has little to no nutritional value.

    A further important recommendation in the report encourages the provision of paid parental leave and dedicated time and facilities for women to breastfeed in the workplace and the supply of school canteens with healthy foods in addition to safe access to water and hygienic facilities for food preparation for students, teachers, and families. This would also include preventive and treatment services for nutrition in health care systems around the region.

    UNICEF’s State of the World’s Children Report is released annually and covers key issues that affect children. This year’s finding is the first to examine the major challenges that children face in regards to food and nutrition issues.

  • Campo profughi di Dadaab verso la chiusura, tangenti per ottenere lo status di rifugiati

    Il campo profughi di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo, al confine tra Kenya e Somalia, è in via di sgombero. Il governo keniota aveva notificato all’inizio dell’anno all’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, l’intenzione di chiuderlo e nei giorni scorsi ha rimpatriato in Somalia, da dove provengono la maggior parte degli ospiti del campo, 45 persone (che sono state prese in carico dalle autorità somale e da personale dell’Unhcr).

    In Kenya, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, vi sono complessivamente 476.695 rifugiati (per il 54,5% si tratta di somali fuggiti dal loro Paese), 212.936 dei quali ospitati a Dadaab. Già dal 2014, il Kenya ha stipulato un accordo con Somalia e Unhcr per il progressivo rimpatrio dei somali. In questi anni 80mila persone sono state rimpatriate. Nairobi peraltro vorrebbe arrivare a evacuare l’intero campo in sei mesi, mentre le Nazioni Unite fanno presente che la Somalia non è a tutt’oggi un Paese sicuro.

    Chi rimane a Dadaab, secondo voci raccolte a giugno dal quotidiano britannico The Guardian, si trova a fare i conti con una corruzione pressoché endemica che coinvolge anche alcuni dei 16mila addetti dell’Unhcr. Il Guardian riferisce di tangenti per ottenere lo status di rifugiati a tutti gli effetti e poter essere quindi accolti in qualche Paese disposto a dare ospitalità (operazione più difficile dopo che Donald Trump ha decretato il divieto di viaggiare verso gli Usa per chi proviene da determinati Paesi); ma la mazzetta, riporta il quotidiano, si paga anche per avere cibo. L’Unhcr ha aperto un’indagine sulle denunce del Guardian, il malaffare appare peraltro strettamente connaturato ai centri di accoglienza e non solo in Africa: per la struttura di Borgo Mezzanotte nel foggiano il Corriere della Sera riferiva della presenza di bordelli sotto il controllo della mafia nigeriana, sotto gli occhi delle forze dell’ordine preposte a vigilare su entrate e uscite dal campo stesso. A Dadaab qualche mese fa sono stati arrestati 12 sospetti terroristi, uno dei quali in possesso di due passaporti neozelandesi.

  • Il Belgio rimpatria i figli dei propri foreign fighters

    Il Belgio rimpatrierà 6 bambini orfani di jihadisti del Califfato islamico. «Ci sono dei bambini nati nel nostro Paese (il Belgio, ndr) che ora non hanno più i genitori e si trovano nei campi rifugiati della Siria nord orientale sotto supervisione dei curdi siriani. Quattro dei sei bambini hanno più di dieci anni ma nessuno di questi è sospettato di aver compiuto atti di guerriglia o essere radicalizzato», ha dichiarato il Ministro belga delle finanze Alexander De Croo alla radio pubblica belga VRT. «Le scelte dei genitori non possono essere dimenticate o perdonate ma queste sono state le loro decisioni, non dei bambini», ha aggiunto.

    L’accordo di rimpatrio tra il Belgio e i curdi siriani prevede che i bambini passino dalla Siria al territorio del Kurdistan iracheno e da lì arrivino in Europa ed è stato in parte già attuato. Non sono mancate polemiche da parte del N-VA, il movimento nazionalista fiammingo, ma il Consiglio di sicurezza nazionale del Belgio ha stabilito che rimpatrierà tutti i bambini con meno di 10 anni e che per tutti gli altri minorenni si deciderà caso per caso. Oltre 400 cittadini con passaporto belga hanno raggiunto l’Isis negli anni passati e si stima che 140 siano morti, 130 siano già tornati in Belgio o in Europa e 150 siano ancora in Medio oriente. Le autorità curdo siriane già da tempo hanno chiesto agli Stati europei di riprendersi i combattenti islamici con passaporto europeo, le loro donne e i bambini. Ma soltanto Norvegia, Svezia, Francia e Olanda, cui ora si aggiunge il Belgio, hanno riportato in patria i bambini con passaporto nazionale. Per i foreign fighters, invece, la comunità internazionale sta discutendo la possibilità di una Norimberga dell’Isis attraverso l’istituzione di un Tribunale internazionale su suolo iracheno.

  • La Svezia è restia a rimpatriare i bambini dell’ISIS

    Le autorità svedesi non possono portare a casa i figli dei membri svedesi dell’ISIS che si trovano nei campi profughi in Siria e che per tanto sono rimasti bloccati. E’ quanto ha stabilito il ministro degli Interni, Mikael Damberg, il 12 marzo. Si pensa che ci siano 30-40 bambini nati da genitori svedesi che si sono uniti all’ISIS e che attualmente vivono in campi profughi in aree controllate da forze governative fedeli al dittatore siriano Bashar al-Assad.

    La Svezia diventa così il secondo paese dell’UE a prendere una posizione dura contro il ritiro dei figli degli ex militanti dell’ISIS. Già il ministro degli Interni del Regno Unito, Sajid Javid, ha rifiutato di assumersi la responsabilità di rimpatriare Shamima Bagum, una ragazza di 19 anni che ha lasciato il Regno Unito a 15 anni per la Siria unendosi allo Stato islamico. Rispondendo a una domanda del ministro degli Interni ombra, Diane Abbott, Javid ha specificato che il Regno Unito non ha una presenza consolare in Siria e non è stato quindi in grado di aiutare Bagum.

    Un tribunale belga ha ordinato al governo di rimpatriare sei bambini i cui genitori si sono uniti all’ISIS, mentre allo stesso tempo il governo francese sta affrontando la questione del rimpatrio dei minori ISIS caso per caso.

  • In attesa della decisione del Consiglio europeo

    È in ballo anche la casa tua, se brucia la casa del vicino

    Orazio

    Tra il 28 e il 29 giugno, durante il vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, si deciderà, tra l’altro, anche sull’Albania. Il Consiglio europeo valuterà le raccomandazioni della Commissione europea, dell’aprile scorso, sull’apertura dei negoziati dell’Albania come Paese candidato all’adesione nell’Unione europea. Con ogni probabilità la decisione non sarà quella che sta cercando di avere il primo ministro albanese, costi quel che costi. Lui è consapevole che in gioco potrebbe esserci, questa volta, il suo futuro politico e non solo. Perciò è pronto a dare tutto e tutti per avere una decisione positiva dal Consiglio europeo. Ma le probabilità che questo accada sono tutt’altro che ottimistiche.

    Si sapeva già delle opinioni critiche e refrattarie della Francia, dell’Olanda, della Danimarca e della Germania, ma durante la scorsa settimana si è passati dalle opinioni ai fatti compiuti.

    Il Parlamento olandese, in grande maggioranza, ha votato il 21 giugno scorso contro l’apertura dei negoziati per l’Albania. La ragione di una simile decisione, è che “L’Albania non ha esaudito le cinque condizioni (poste da alcuni anni dalle istituzioni europee; n,d,a,)”. Inoltre, i rappresentanti olandesi sono convinti che “Non ci sono dati esatti sulla criminalità organizzata” e “Ci sono problemi con i dati della lotta contro la corruzione”. Il ministro degli Esteri olandese ha dichiarato per il quotidiano “De Telegraaf” di avere “serie preoccupazioni legate alla lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata”.

    La Francia è tra i Paesi contrari all’apertura dei negoziati con l’Albania. Secondo autorevoli media internazionali, il presidente Macron è convinto che la questione dell’allargamento dell’Unione europea non debba essere per niente discusso prima delle elezioni europee del 2019. Oltre ai problemi creati dall’Albania e che preoccupano l’Olanda e altri Paesi europei, la Francia sta affrontando anche un flusso continuo di richiedenti asilo albanesi. Una realtà che non ha potuto cambiarla neanche il ministro francese degli Interni, con i suoi diretti interventi ufficiali.

    Della stessa linea sembrerebbe essere anche la Germania. Ma, forse, con un’impostazione diversa. E cioè dell’appertura dei negoziati, ma con delle condizioni aumentate e senza una data precisa. Da fonti mediatiche e diplomatiche, risulterebbe che il Bundestag tedesco abbia deciso di imporrere all’Albania, oltre alle cinque ormai note condizioni, anche altre, divise in due fasi. E questa volta tutto sotto un severo controllo, non solo dalla Commissione europea, ma anche dalle stesse istituzioni tedesche. E quando il Bundestag sarà convinto che l’Albania abbia rispettato tutte le nuove condizioni poste, soltanto allora deciderà di proseguire con la verifica dell’adempimento delle altre cinque condizioni, per poi esprimersi sull’apertura dei negoziati. Questa decisione del Bundestag, con ogni probabilità e senza cambiamenti dell’ultima ora, verrà espressa dalla cancelliera Merkel durante il sopracitato Consiglio europeo. Un’inedita scelta, questa tedesca per l’Albania, mai addoperata per un altro Paese che aspirava ad aderire all’Unione europea.

    Nel frattempo, domenica scorsa, il presidente della Commissione europea ha convocato a Bruxelles una riunione informale dei massimi rappresentanti, di soltanto 16, tra i 28 Paesi membri attuali dell’Unione. Il tema delle discussioni è stato quello dei profughi provenienti dalla Siria e da altri Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Le discussioni continueranno anche durante il vertice del Consiglio europeo, il 28 e il 29 giugno prossimo. Si tratta di una questione spinosa e che deve trovare, quanto prima, una soluzione convincente e di lunga durata. Soluzione che, ovviamente, dovrebbe tenere presente sia il rispetto dei diritti umani dei profughi che i diritti e gli obblighi prestabiliti dei Paesi membri dell’Unione sui profughi.

    Da alcune settimane in Albania si sta parlando di un progetto per aprire dei campi profughi sul territorio. La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata e refrattaria. All’inizio si era parlato di una richiesta fatta dal cancelliere austriaco al primo ministro albanese, durante un loro incontro ufficiale a Vienna. Poi, in seguito, si era detto che la stessa richiesta era stata fatta anche dalla Germania. Del progetto aveva parlato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Secondo la rivista tedesca “Der Spiegel” lui condivide e appoggia il progetto dell’apertura dei centri per i profughi in Albania. Per la rivista, l’Unione europea potrebbe fare in Albania quello che l’Australia ha fatto per i profughi nell’Isola Papua Nuova Guinea. Secondo “Der Spiegel”, un simile progetto potrebbe risolvere anche i forti contrasti tra la cancelliera Merkel e il suo ministro degli Interni. Contrasti che riguardano proprio i profughi.

    Ma sembra che la verità sulla paternità della richiesta di aprire, sul territorio albanese, dei centri per i profughi, sia ben diversa. Lo ha rivelato, il 23 giugno scorso, un esponente del partiro della Merkel, durante un’intervista per l’agenzia tedesca “Deutsche Welle”. Secondo il deputato la proposta è stata fatta proprio dal governo albanese!

    Durante tutto questo periodo in cui si sta parlando di questo progetto, il primo ministro albanese ha costantemente negato tutto. Lo ha fatto anche un giorno dopo la sopracitata notizia riportata dalla “Deutsche Welle”, considerandola una “Fake news”. Ma chi conosce il modo di agire del primo ministro, per il quale mentire è normalità, sa che la verità potrebbe essere proprio quella riportata della ”Deutsche Welle”. Non a caso, alcuni giorni fa, il sottosegretario albanese degli Interni ha dichiarato per la television tedesca ZDF, che “L’Albania ha delle capacità di accogliere fino a 600.000 profughi”. Da sottolineare che l’Albania ha meno di 3 milioni di abitanti! Perciò è ovvio che l’Albania non può raccogliere i rifugiati che non possono mantenere i Paesi dell’Unione europea. Per varie, ben note e fondate ragioni.

    Nel frattempo l’Albania, da alcuni anni, è tra i primi Paesi per il numero dei richiedenti asilo nei Paesi europei. Lo sanno bene in Francia e altrove. Perciò l’Albania non potrà mai e poi mai dare, di punto in bianco, delle garanzie per gestire i profughi. Si tratta semplicemente di un altro, l’ennesimo, inganno del primo ministro con il solo scopo di mantenere il potere. Perciò attenzione! Come mai si può affidare all’Albania il compito di aprire e gestire i campi dei profughi? Ci sarebbero anche tante altre cose da analizzare, ma lo spazio non lo permette.

    Comunque, chi scrive queste righe pensa che l’apertura dei campi profughi in Albania, in cambio di “qualche favore” per il primo ministro, in grosse difficoltà, possa danneggiare sia l’Albania, che gli stessi Paesi europei. L’Italia per prima. Perché, con ogni probabilità, i traffici dei clandestini riprenderanno di nuovo, e con più vigore, tra le coste albanesi e quelle italiane. Come accadeva venti anni fa. Perciò non trattare l’Albania come se fosse la pattumiera dell’Europa. Perché, come scriveva Orazio, è in ballo anche la casa tua, se brucia la casa del vicino.

  • Pensieri

    Positivo che Francia e Germania con Italia e Spagna si confrontino per trovare finalmente soluzioni comuni,  e cioè europee, al decennale problema migranti, sperando che arrivino anche i fatti dopo le dichiarazioni. Meno positivo è che per smuovere le acque paludose di un’Europa vecchia di idee e povera di contenuti ed azioni siano stati più utili i toni duri di Salvini che le tragiche realtà ed inadempienze di questi anni.

    Cosa ha impedito all’Europa di comprendere la comune realtà? Di trovare solidarietà reciproche, di modificare quell’orrido accordo di Dublino? Se anche le voci dall’Italia non sono state né incisive né coerenti negli anni passati la realtà era ed è, comunque, sotto gli occhi di tutti i leader europei, così come sono da tempo evidenti le inadempienze di alcuni Paesi. Se siamo ancora in un contesto sociale internazionale nel quale si dà ascolto a chi urla di più e non ai ragionamenti ed ai confronti si avvicinano tempi bui.

    Difendere da ingressi incontrollati ed eccessivi le proprie frontiere non può tramutarsi in azioni violente che colpiscono comunque i bambini. Le iniziative del Presidente americano cancellano qualunque immagine degli Stati Uniti come Paese leader per il rispetto dei diritti umani, una nazione che per anni concedeva la cittadinanza a chi andava a combattere a suo nome e che oggi separa i bambini piccoli dai propri genitori non può ergersi a paladina, nel mondo, di libertà e democrazia, come dimostrano le molte guerre fatte per motivi economici e non certo di giustizia. E se nel passato l’America ha più volte sbagliato, lasciando spesso agli altri il peso e le conseguenze delle sue colpe, oggi dimostra di aver perso per sempre i valori della frontiera, quei valori che anche i film di una volta ci insegnavano, e cioè che la giustizia ed i buoni alla fine trionfano, oggi più che mai è solo il dio denaro che conduce la politica.

    Diceva Voltaire “se vuoi parlar con me fissa i tuoi termini”, vale a dire che nel parlare si deve sapere cosa si sta dicendo e se a volte si usa un linguaggio provocatorio per ottenere maggiore attenzione è anche vero che di provocazione in provocazione si può arrivare a non essere più credibili. La cosiddetta schedatura dei Rom è certamente incostituzionale come non appartiene ad un Paese civile che vi siano zone nelle quali si vive in mezzo alle immondizie, i bambini non vanno a scuola e molti delinquono professionalmente. Così come non è da Paese civile che ormai a due anni dal terremoto le macerie siano ancora lì e troppe persone senza casa ed aiuto per ricominciare. Abbassare i toni e migliorare i contenuti è l’invito che rivolgiamo al governo perché troppi hanno l’impressione che i toni siano tenuti alti non solo per fini elettorali ma perché non si sa ancora come risolvere i molti problemi che affliggono il Paese e che non dipendono dai Rom…

  • La Ue pronta a versare altri 3 miliardi alla Turchia perché blocchi i flussi migratori verso l’Europa

    L’Ue dovrebbe pagare altri 3 miliardi di euro per mantenere i rifugiati in Turchia, nonostante le preoccupazioni sul regime turco, ha affermato la Commissione europea, aggiungendo anche che l’Unione dovrebbe pure mettere «pressione» sugli Stati africani e asiatici per riprendersi i loro cittadini indesiderati dall’Ue.

    I 3 miliardi di euro saranno finanziati con 1 miliardo di euro dal bilancio dell’Ue e il resto dagli Stati membri, come nella precedente tranche da 3 miliardi di euro, conclusasi nel 2017. Lo stanziamento è destinato all’alloggio, l’educazione e l’assistenza medica ai 3 milioni di rifugiati ora in Turchia, secondo quanto sostenuto da Dimitris Avramopoulos, annunciando la proposta dell’esecutivo comunitario. Lo stesso Avramopoulos ha esortato gli Stati membri a sostenere la proposta, nonostante la linea della Turchia verso l’Unione Europea e la scarsa considerazione per i diritti umani del presidente Recep Tayyip Erdogan, ricordando che il precedente pacchetto aveva portato a una «chiara e consistente» riduzione di migranti irregolari dalla Turchia alla Grecia. «È nell’interesse della Turchia e dell’Unione europea avere questo accordo e questo accordo dovrebbe continuare ad esistere come prima”, ha detto ancora Avramopoulos, riferendosi all’accordo Ue-Turchia del 2016 sui migranti.

    Dal luglio 2016, però, la repressione di Erdogan ha condotto la Turchia ad imprigionare anche cittadini tedeschi e, recentemente, due soldati greci (che, a detta di Atene, avevano attraversato per caso il confine terrestre greco-turco). Avramopoulos, politico greco, ha esortato Erdogan a liberare i militari detenuti: «Nessuna persona logica direbbe che la sicurezza di un Paese era a rischio perché due soldati si erano allontanati oltre il confine» ma ha anche riconosciuto che secondo i revisori dell’Ue gli ultimi 9 miliardi di fondi europei per la Turchia, candidata all’adesione, hanno avuto un «effetto limitato» nel contribuire a creare uno Stato di diritto e democrazia nel Paese destinatario.

  • “Il Giorno del Ricordo”, in memoria delle vittime delle foibe

    Il 10 febbraio è il giorno dedicato al ricordo, in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo forzato giuliano dalmata. Anziché con un nostro articolo di redazione, vogliamo commemorare questo giorno con la pubblicazione delle testimonianza pronunciata dalla giornalista Lucia Bellaspiga, inviata del quotidiano Avvenire, il 10 febbraio 2017 a Montecitorio, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal presidente del Senato, Pietro Grasso e dalla presidente della Camera, Laura Boldrini. Il suo testo esprime le dolorose condizioni dell’esodo da Pola patite dalla sua famiglia ed è emblematico di una situazione storica, taciuta per settant’anni, che ha rappresentato una pulizia etnica e politica praticata con violenza estrema dal comunismo titino. E’ una storia che ancora oggi mostra ferite non sanate e delitti rimasti impuniti. Che il giorno del ricordo contribuisca a sanare quelle ferite e a difendere una verità ancora oggi non del tutto condivisa.

    La mia prima volta a Pola, da bambina, è il ricordo di mia madre che piange aggrappata a un cancello. Un’immagine traumatica, che allora non sapevo spiegarmi. Eravamo là in vacanza, il mare era il più bello che avessi mai visto, le pinete profumate: perché quel pianto? Al di là di quel cancello una grande casa che doveva essere stata molto bella, ma che il tempo aveva diroccato. Alle finestre i vetri blu, “erano quelli dell’oscuramento” mi disse mia madre, eppure la seconda guerra mondiale era finita da trent’anni. Tutto era rimasto come allora. La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare?”, chiese a mia madre. Solo adesso comprendo la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e rivedeva la sua casa, la cucina dove era risuonata la voce di mia nonna, le camere in cui aveva giocato con i fratelli. Sono passati molti anni prima che io capissi davvero: la scuola certo non ci aiutava, censurando completamente la tragedia collettiva occorsa nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia, e d’altra parte molti dei testimoni diretti, gli esuli fuggiti in massa dalla dittatura del maresciallo Tito e dal genocidio delle foibe, rinunciavano a raccontare, rassegnati a non essere creduti. Ciò che durante e dopo la II guerra mondiale era accaduto in decine di migliaia di nostre famiglie restava un incubo privato da tenere solo per noi perché al resto degli italiani non interessava. Eppure era storia: storia nazionale… Anche i miei cari sparsi per l’Australia mi sembravano quasi irreali, figure fantastiche che immaginavo mentre, imbarcati sulla nave “Toscana”, lasciavano Pola per sempre, via verso l’ignoto. Ogni ritorno porta con sé un dolore, così per molti anni a Pola non tornammo più. Ma dentro di me intanto lavorava il richiamo delle origini, cresceva il desiderio che ogni donna, ogni uomo ha di sapere da dove è venuto, così, come tanti miei coetanei, ho iniziato a ripercorrere l’esodo dei nostri padri in senso inverso. Intanto il Novecento è diventato Duemila, l’Europa una casa comune sotto il cui tetto abitano popoli un tempo nemici, e i giovani oggi, da una parte e dall’altra, sognano un mondo nuovo, segnato dalla pace e dal progresso condiviso. E noi? I figli e nipoti dell’esodo, noi nati “al di qua”, che ruolo abbiamo in questo mondo che cambia ma che non deve dimenticare? Tocca a noi, dopo il secolo della barbarie, tenere alta la memoria non per recriminazioni o vendette, ma perché ciò che è stato non avvenga mai più. Se il perdono, infatti, è sempre un auspicio, la memoria è un dovere, è la via imprescindibile per la riconciliazione: non è vero che rimuovere aiuti a superare, anzi, la storia dimostra che il passato si supera solo facendo i conti con esso e da esso imparando. Sono trascorsi settant’anni da quando 350mila giuliano-dalmati sopravvissuti agli eccidi comunisti abbandonarono con ogni mezzo la loro amata terra, sperimentando la tragedia dello sradicamento totale e collettivo. La maggior parte di loro è morta senza avere non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di veder riconosciuto il proprio immane sacrificio. Chiedo in prestito le parole al presidente emerito Giorgio Napolitano: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”, ha detto nel 2007, rompendo dopo 60 anni la cortina del silenzio. “Il moto di odio e di furia sanguinaria” aveva come obiettivo lo “sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”. Ma soprattutto gli siamo grati per il mea culpa pronunciato a nome dell’Italia: “Dobbiamo assumerci la responsabilità dell’aver negato la verità per pregiudizi ideologici”. Un altro grande passo sulla via della verità è stato compiuto proprio qui alla Camera il 13 giugno scorso, quando per la prima volta dopo 68 anni si è commemorata (e riconosciuta) la strage di Vergarolla, 28 ordigni fatti esplodere sulla spiaggia di Pola, oltre cento vittime tra adulti e bambini. Era l’agosto del 1946, già in tempo di pace, si tratta quindi della prima strage della nostra Repubblica, più sanguinosa di piazza Fontana, più della stazione di Bologna, eppure da sempre nascosta. Con Vergarolla fu chiaro che la sola salvezza era l’esilio. L’esilio… Proviamo a immaginare il momento del distacco definitivo: uscire dalla casa dove sei sempre stato e non per tornarci la sera, no: mai più. Tiri la porta e delle chiavi non sai che fare: chiudere? A che serve? Domani stesso nelle tue stanze entrerà gente nuova, che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Ti porti dietro quello che puoi, poche cose, ma ciò che non potrai portare con te, che mai più riavrai, è la scuola che frequentavi, le voci degli amici, un amore che magari sbocciava, il negozio all’angolo, l’orto di casa, i volti noti, il tuo mare, il campanile… persino i tuoi morti al cimitero. Addio Pola, addio Fiume, addio Zara. I racconti sono spesso uguali: in una gelida giornata di bora, in un silenzio irreale rotto solo dai singhiozzi, la nave si staccava dalla riva che era sempre più lontana. Da laggiù la tua casa, la tua stessa finestra diventavano già quel dolore-del-ritorno che mai sarebbe guarito. Da che cosa si scappava? Dai rastrellamenti notturni, dalle foibe, dai processi sommari. Dai massacri perpetrati in quelle regioni d’Italia dai partigiani jugoslavi nell’autunno del 1943 e di nuovo dal maggio del 1945, cioè quando il mondo già festeggiava la pace. Se nel resto d’Italia il 25 aprile a portare la Liberazione erano gli angloamericani, nelle terre adriatiche facevano irruzione ben altri “liberatori”. E iniziava il terrore. Da Gorizia e Trieste fino giù a Zara dei colpi alla porta con il calcio del fucile preannunciavano l’ingresso dei titini e il rapimento dei capifamiglia, centinaia ogni notte. Poi sparirono anche le donne, persino i ragazzini: “Condannato”, si legge sulle carte dei processi farsa, in realtà fucilati a due passi da casa o gettati vivi nelle foibe, tanti nel mare con una pietra al collo. Da questo si fuggiva. Ma dove? In un’Italia povera e da ricostruire, anche solo un parente in una città lontana era l’ancora di salvezza, a Milano, La Spezia, Ancona, Venezia, Roma, Taranto… Sorsero villaggi giuliano-dalmati, quartieri di esuli, ma anche campi profughi, più di 100 in tutta Italia, ex manicomi, ex carceri, caserme dismesse, dove le famiglie si trovarono scaraventate in un nuovo incubo. Pensate, pensiamo cosa significhi: comunità spezzate, tessuti sociali frantumati, improvvisamente non più i colori della propria terra ma miseri accampamenti dove restarono per anni, le coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra. Qualcuno impazzì, qualcuno, svuotato della propria identità, si tolse la vita, molti morirono di crepacuore (così morì mia nonna). Al loro arrivo, presero loro le impronte digitali, come fossero delinquenti. Fascisti! Così erano chiamati, solo poiché fuggivano da un regime comunista, e il grave equivoco resta ancora oggi incancrenito in residue forme di ignoranza, che il Giorno del Ricordo vuole dissipare: gli italiani della Venezia Giulia uscivano da un’Italia che era stata fascista, esattamente come gli italiani di Roma, Trento, Napoli… I nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri italiani. Si usciva tutti, indistintamente, dalla stessa guerra persa. Nelle foibe furono gettati maestri di scuola, impiegati, carabinieri, medici, artigiani, operai, imprenditori… tutti, purché italiani o avversi alla nuova dittatura. E quanti tra questi erano stati antifascisti! Ma c’è poi un secondo enorme equivoco in cui ancora oggi incorre chi non conosce la storia: “Di che vi lamentate? – dicono – L’Italia ha perso la guerra, era giusto che pagasse”. Vero, ma tutta l’Italia era stata sconfitta, eppure per saldare i 125 milioni di dollari, debito di guerra dell’intera nazione, il governo utilizzò le case, i negozi, i risparmi di una vita, soltanto dei giuliano-dalmati. Promettendo indennizzi poi mai erogati. Se dunque noi oggi qui abbiamo le nostre case, se Milano, Palermo, Torino, Bari sono ancora Italia, è perché i giuliano-dalmati hanno pagato per tutti. Le loro vite hanno riscattato le nostre. Vogliamo almeno dire grazie? Vogliamo che almeno si sappia e che si studi a scuola? E intanto che cosa succedeva al di là dell’Adriatico, dove poche migliaia di italiani erano rimasti per vari motivi, per non lasciare la propria casa, per non separarsi dai loro vecchi, perché fiduciosi nel nuovo regime comunista, o invece perché dallo stesso regime non ottenevano il permesso di partire? Accusati dagli esuli di essere comunisti e dagli jugoslavi di essere italiani quindi fascisti, a loro volta patirono una sorta di esilio in casa loro. E con questo torno alla domanda iniziale: che ruolo abbiamo oggi tutti noi, i nati dopo l’esodo sulle due sponde dell’Adriatico? Due ruoli principalmente. Il primo: difendere una verità ancora non del tutto condivisa. Ma in questa opera di civiltà riusciremo solo con il sostegno forte e incondizionato delle Istituzioni. Se infatti l’essere qui, oggi, alla presenza delle massime cariche dello Stato legittima senza se e senza ma la nostra Storia, atti di vandalismo morale contro la nostra memoria sono sempre in agguato (basti accennare all’amministratore locale che pochi mesi fa, proprio in un anniversario storico per gli esuli e per l’Italia intera, ha ufficialmente esaltato Tito come liberatore delle nostre genti). Secondo nostro ruolo è vegliare perché il Giorno del Ricordo non diventi col tempo un retorico appuntamento celebrato per dovere o una sorta di lamentoso amarcord, ma sia testimonianza sempre vivaCito al riguardo due storie esemplari, tra le tante che ho incontrato nel mio lavoro di giornalista. Giorgia Rossaro Luzzatto, goriziana, nella cui famiglia si intrecciano i drammi del Novecento: il padre ucciso dai partigiani di Tito, la nonna deportata ad Auschwitz dai tedeschi, uno zio assassinato alle Fosse di Katyn, due cugini morti nei gulag sovietici. A 92 anni va per le scuole, voce irrinunciabile, perché i ragazzi sappiano. E Sergio Uljanic, che ha vissuto tutta l’infanzia, sette anni, nei campi profughi di Gorizia, Bari, Bagnoli e Torino. Nato il 16 settembre del 1947, è l’ultimo esule di Pola: il giorno prima gli inglesi avevano consegnato le chiavi della città agli jugoslavi. A Trieste nel Magazzino 18 restano le masserizie degli esuli. Ma nelle case di ognuno di noi c’è un Magazzino 18 personale, e anche io ho il mio. È un grande specchio dalla casa di Pola, partito anche lui con l’esodo, e mi piace pensare che su quella superficie si riflettevano i volti dei miei nonni, di mia madre bambina, delle persone di cui mi parla sempre. In un certo senso nessuno li potrà cancellare, sono rimasti là dentro, invisibili, ma come dice Saint-Exupéry nel Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Loro sono il nostro essenziale, non dimentichiamo di onorarli.

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