Regno Unito

  • A che punto è la Brexit?

    I negoziati tra Conservatori e Laburisti continuano. Dopo i primi incontri, avvenuti in un clima di collaborazione e di fiducia, nessun passo avanti concreto era stato fatto. Sembrava che le cose andassero per le lunghe e il timore di avvicinarsi alla scadenza della proroga dell’art.50 senza accordi, impauriva i contrari, politici, imprese, o semplici cittadini, ad un’uscita no deal. Tanto più che la premier Theresa May è nuovamente sotto il tiro del fuoco amico, cioè del suo tesso partito. Dopo aver superato il voto di sfiducia del Parlamento nel dicembre scorso, deve ora affrontare il giudizio dei leader locali del suo partito e di altri membri, in una riunione speciale a margine della Convenzione nazionale dei Conservatori. Il presidente della stessa Convenzione, Andrew Sharpe, ha dichiarato che oltre il 10 per cento dei membri dei partiti locali hanno firmato una petizione che chiede le dimissioni della May, responsabile, secondo loro, della cattiva conduzione della Brexit, facendo finta di dimenticare che il Parlamento stesso è stato incapace, in numerose votazioni, di darsi una maggioranza risolutiva. Questi contestatori vorrebbero rimuoverla dall’incarico ed in più di 70 hanno sottoscritto una petizione nella quale affermano che la signora May “non è la persona giusta per continuare come primo ministro a guidare i negoziati” e quindi chiedono che essa “consideri la sua posizione e si dimetta”.

    Il suo portavoce, tuttavia, cerca di minimizzare, affermando che qualsiasi voto non sarebbe vincolante e che in ogni caso, non c’è nessuna certezza che esso riesca a passare. Se tra i Conservatori si nota sconcerto e disimpegno, non si può dire che tra gli oppositori  Laburisti alberghi un clima di fiducia e di concordia. Il loro leader, Jeremy Corbyn, è sotto pressione, perché il suo no ad un nuovo referendum sulla Brexit, sta inducendo alcuni membri a lasciare il partito. Corbyn infatti ritiene possibile un secondo referendum, ma solo come ultimo tentativo per evitare un no deal. Ma il suo vice, Tom Watson, invece, a nome di una buona parte di militanti e di deputati del partito, sostiene la richiesta di un nuovo voto popolare senza se e senza ma.

    A questo scollamento interno dei due partiti, nelle ultime ore, fa riscontro una buona notizia. Pare, infatti, che le trattative tra Conservatori e Laburisti, stiano facendo passi avanti significativi. Lo riferisce il quotidiano “The Guardian”, citando le dichiarazioni  del “ministro ombra” per l’Ambiente del Labour, Sue Hayman, rese alla chiusura della riunione dei negoziatori, secondo il quale si è tenuta una discussione davvero costruttiva, che è entrata anche nei minimi dettagli, dimostrando che il governo è deciso ad andare avanti. E’ un buon segnale!

  • Japan’s Abe warns says no-deal Brexit must be avoided

    Japan’s Prime Minister Shinzo Abe emphatically came out against a no-deal Brexit while in Brussels to take part in an EU Summit and warned his British counterpart, Theresa May, that the UK’s withdrawal from the European Union without an exit deal in place would have severe consequences for both Europe and the international community.

    Abe added that Japanese firms have traditionally used the UK as a gateway to the EU and a no-deal Brexit would seriously disrupt Japan’s economic interaction the remaining countries of the European Union, as well as Britain if the UK crashes out of the bloc.

    According to Abe, an orderly withdrawal is necessary because Japanese firms have invested heavily into the UK while it remained a member of the EU.

    “For Japan, the UK is the gateway to Europe,” Abe said, “so a smooth Brexit is what we hope for,” he added. Around 1,000 Japanese companies are doing business in Britain, retaining about 140,000 jobs in the country.

    Key Japanese companies like Honda and Nissan are beginning to cut production in the UK while electronics giants Sony and Panasonic are also retreating.

    EU’s chief executive, Jean-Claude Juncker, Abe and EU Council President Donald Tusksaid in a joint statement that they would “work together at the G7 and G20 in support of the rules-based international order, as well as the promotion of free and fair global trade”.

    The EU and Japan are coordinating their positions in view of the G20 summit on 28-29 June in Osaka, where the two sides are going to take stock of the implementation of the EU-Japan Economic Partnership Agreement (EPA) and the EU-Japan Strategic Partnership Agreement (SPA).

    “As decided at the Charlevoix G7 Summit, the Buenos Aires G20 Summit and the Trilateral Meeting of the Trade Ministers of the EU, Japan and the US, we confirm our intention to continue working to advance WTO reform. The EU and Japan will work together to improve the current WTO rules to address global trade challenges, particularly on rule-making in key areas, for a level playing field,”

    Japan and the EU, earlier this year, launched the world’s largest free trade zone, covering more than 630 million people and economies that represent a third of global GDP. “Only two months ago, our bond was further deepened by the EU-Japan Economic Partnership Agreement, the largest trade deal in the world. By implementing it swiftly, we are boosting the prosperity and quality of life of our people. This is a clear message to the world that Japan and Europe stand side by side,” said Tusk.

    Abe and his European counterparts also discussed several of the world’s hot spots, including in Eastern Europe where they voiced full support for Ukraine’s independence, territorial integrity and sovereignty as Kyiv continues to fight a bloody war in its east with Russia and their local separatist allies. The leaders also said that Japan and Europe will work together to lower tensions on the Korean Peninsula while insisting that North Korea needs to concretely engage the outside world when it comes to the questions of full denuclearisation.

    Counter-terrorism, cyber, and maritime security were also high on the list of topics that Abe discussed while in Brussels. “The recent terrorist attacks in Sri Lanka are a reminder that the terrorist threat affects us all. Combatting it together remains a top priority,” reiterated Tusk.

  • Brexit: nuova proroga al 31 ottobre

    L’Unione europea, dopo una riunione notturna di sette ore, ha accettato una nuova proroga della data d’uscita del RU, che è stata rinviata al 31 ottobre. E’ scongiurato, per ora, io spettro del drammatico no deal. Il Consiglio europeo straordinario ha dato anche via libera alla clausola di flessibilità, che prevede l’uscita immediatamente dopo l’eventuale approvazione dell’accordo di divorzio. Il Consiglio è stato diviso a lungo tra chi voleva un periodo di proroga breve (come Macron) e chi invece voleva un’estensione più lunga (come Merkel e Tusk). Il compromesso (“il miglior compromesso possibile” – ha detto Macron) è stato trovato sulla data del 31 ottobre, con l’impegno di rivedere la situazione a giugno, subito dopo le elezioni europee. Il 1° novembre entrerà in funzione la nuova Commissione e l’uscita prevista entro il 31 ottobre è stata scelta proprio per evitare che nella nuova Commissione possa entrare un rappresentante britannico. La May ha un compito duro da assolvere: trovare una soluzione con la maggioranza del Parlamento su un nuovo accordo prima delle elezioni, oppure partecipare alle elezioni e uscire prima della fine d’ottobre. Non è un compito facile, dopo le sbandate offerte fino ad ora dai parlamentari. Hanno sempre detto no ad ogni proposta, ma se il no continuerà, nessuno sarà in grado di evitare l’uscita no deal, paventata dai più. Anche in questo summit è stata preziosa l’attività della Merkel che ha saputo con convinzione e molta pazienza, condurre il Consiglio europeo all’accettazione di un compromesso tra la posizione rigida di Macron e la disponibilità di Juncker e di Tusk. Una non comune responsabilità pesa anche sulle spalle del leader dei Laburisti Jeremy Corbyn, che dovrebbe consentire la formazione di una maggioranza parlamentare per la definizione dell’accordo finale. Sono finiti i giochetti politicanti contro la May, tanto da parte dei suoi che degli oppositori. In gioco non c’è solo un governo, ma l’avvenire del Regno Unito, con o senza un accordo con l’UE. I britannici parteciperebbero alle elezioni europee, ma gli eurodeputati eletti si ritirerebbero al momento della Brexit. Se il Regno Unito decidesse di non partecipare al voto Ue, la Brexit scatterà il primo giugno.

    l problema delle elezioni può complicare le procedure, anche per questo la May, al termine del lungo Consiglio europeo, non ha escluso la possibilità di una fine anticipata del periodo transitorio se il parlamento inglese trovasse un accordo su una soluzione prima del 31 ottobre. “Non faccio finta che i prossimi giorni siano facili – ha detto la May – Abbiamo un dovere come politici: adempiere alla decisione democratica del referendum, portare a compimento la Brexit”. E’ l’ennesima volta che lo dice. Ci crede davvero. Ma la politica talvolta percorre strade che non portano direttamente al traguardo.

  • Questa sera summit europeo sulla Brexit

    Theresa May, la premier britannica, è stata ieri a Berlino e a Parigi, in preparazione del Consiglio europeo straordinario, la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo, che avrà luogo a Bruxelles questa sera, per decidere se concedere o meno una seconda proroga in meno di un mese, al fine di evitare che Londra sia costretta, venerdì prossimo, a uscire dall’UE senza un accordo. Dopo gli incontri si è fatta strada l’idea di una proroga lunga e flessibile che arrivi fino alla fine del 2019 o all’inizio del 2020. La decisione impone l’unanimità dei consensi; tutti i 27 governi dovranno trovarsi d’accordo. E se così non fosse? In questo caso il Regno Unito sarebbe costretto ad uscire dall’Unione europea senza un accordo (ipotesi no deal) alle ore 23 di venerdì 12 aprile. Si tratta però di un’ipotesi remota, che tra l’altro avrebbe la conseguenza di creare forte incertezza sui mercati e di danneggiare gravemente vari Paesi europei, primo fra tutti l’Irlanda. Non a caso il primo ministro irlandese Leo Varadkar ha dichiarato sabato scorso che un Paese UE che ponesse il veto su una proroga di Brexit “non sarebbe mai perdonato” dal governo e dai cittadini irlandesi. Nell’ipotesi in cui si vada invece nella direzione di una proroga, il problema sarebbe quello della sua durata: proroga breve o proroga lunga? Nel primo caso la proroga arriverebbe fino al 22 maggio, alla vigilia delle elezioni europee che si dovrebbero tenere nel Regno Unito, o al massimo, fino al 30 giugno, poiché il 2 luglio il Parlamento europeo eletto terrà la sua prima seduta. Una minoranza di Paesi UE, tuttavia, sembra favorevole a una proroga breve, con il rischio di convocare ripetutamente dei Consigli straordinari per dei rinvii di breve durata, essendo evidente che la May avrebbe grosse difficoltà a trovare un accordo con i laburisti per avere una maggioranza in seno al Parlamento in meno di tre mesi. Tanto più che per Bruxelles l’accordo sottoscritto a fine 2018 non può essere rimesso in discussione. Il compromesso tra conservatori e laburisti, dunque, dovrebbe riguardare soltanto la dichiarazione politica che regola i futuri rapporti tra Londra e Bruxelles. Pare perciò che il Regno Unito sia costretto a rimanere nell’UE a pieno titolo ancora per un periodo di tempo significativo. Da ciò l’ipotesi di una proroga lunga, che richiederebbe però la partecipazione di Londra alle elezioni europee. Ma quale impatto la partecipazione britannica alle elezioni di fine maggio potrebbe avere sugli equilibri politici del prossimo Parlamento europeo? Il rafforzamento dei gruppi politici euroscettici potrebbe disturbare la formazione di una grande coalizione che potrebbe comprendere i popolari, i socialdemocratici, i liberali dell’Alde e i deputati del partito di Macron, che però non hanno ancora deciso. La presenza dei deputati del RU inciderebbe senza dubbio sull’equilibrio previsto dei gruppi politici e ridurrebbe ulteriormente la già frammentata maggioranza europeista. In più, inciderebbe sugli equilibri interni ai due più grandi schieramenti, quello europeista e quello euroscettico. Nel primo aumenterebbero i socialdemocratici con la presenza dei laburisti, mentre i popolari ridurrebbero percentualmente i loro seggi, dal momento che i conservatori britannici non appartengono al PPE. Nel secondo, il gruppo ECR risulterebbe il più grande avendo con sé i conservatori britannici. Che diranno quelli della Lega e del Movimento 5 stelle, che potrebbero essere svantaggiati percentualmente dalla presenza dei conservatori?  Una proroga lunga potrebbe dunque scontentare molti, ma sembra che la maggioranza del Consiglio vi sia favorevole. Come andrà a finire questa sera lo sapremo durante la notte, che dovrebbe portare buon consiglio, con la lettera minuscola. Speriamo che anche quello con la lettera maiuscola sia saggio e ragionevole.

  • Il Regno Unito dice no al memorandum cinese sulla Nuova Via della Seta

    Il governo italiano, tutto allegro e soddisfatto, ha appena firmato, con la mano di Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri, il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Abbiamo detto “tutto allegro” perché la firma è stata accompagnata da dichiarazioni che sottolineavano retoricamente, con l’importanza della firma,  la felice scelta fatta nell’interesse del popolo italiano. Si sottoscriveva non solo la nuova via della seta, ma anche la nuova politica estera italiana, sganciata da quella dei tradizionali alleati atlantici ed europei. Il tutto, e non è un tema di poco conto, senza un preventivo dibattito in parlamento e nessuna discussione sui media. L’opinione pubblica sembra aver accolto l’avvenimento senza eccessivo entusiasmo, anzi, senza entusiasmo del tutto. Ma per il governo questa scelta rappresenta una svolta importante che darà frutti in futuro.

    Nel frattempo, il 4 aprile scorso, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni (Camera bassa) del Parlamento britannico, ha pubblicato un documento strategico in cui si raccomanda al governo di Sua Maestà di non firmare alcun Memorandum d’intesa con la Cina sulla BRI. Il documento, più che rappresentare un semplice atto britannico, ha voluto essere un modello per l’Unione europea e gli Stati Uniti. Esso, infatti, è stato rilasciato pochi giorni prima del vertice tra UE e Cina che ha avuto luogo a Bruxelles il 9 aprile scorso. Il documento riconosce gli effetti positivi degli investimenti della BRI nei Paesi in via di sviluppo, ma ammonisce che essi minacciano di minare l’ordine internazionale “liberale” basato sulle regole. Non riassumiamo il documento e passiamo direttamente alla raccomandazione finale del documento, che trascriviamo integralmente:“La BRI, nella forma in cui viene attualmente perseguita, solleva preoccupazioni in riguardo agli interessi del Regno Unito. Tra questi, il rischio che gli investimenti cinesi incoraggino i Paesi a concludere accordi che minino i criteri internazionali che il Regno Unito si adopera di promuovere, o lascino quei Paesi con debiti insostenibili che minino lo sviluppo e la stabilità politica. Vi è anche il rischio che la promessa di investimenti cinesi, o l’indebitamento coercitivo (sic) nei confronti della Cina, possano incoraggiare quei Paesi a unirsi agli forzi cinesi di minare alcuni aspetti del sistema internazionale basato sulle regole e indebolire le alleanze e i partenariati che contribuiscono a preservare la pace e la prosperità internazionali. Perciò, sulla base di questi rischi, approviamo la decisione del governo di non firmare un Memorandum d’Intesa a sostegno della BRI. Il governo fa inoltre bene a non accettare la richiesta cinese che il Regno Unito fornisca quel che sarebbe a tutti gli effetti un sostegno in bianco a ciò che è un pilastro chiave della sua politica estera.”

    Il governo italiano, a differenza di quello britannico, ha invece rilasciato un assegno in bianco al pilastro chiave – come il documento della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni chiama la BRI – della politica estera cinese. In cambio di che? Il Regno Unito sarà un po’ squinternato sul problema Brexit, ma è certo che in ordine alla geopolitica (ed alla geoeconomia che ne consegue) nessuno può contestare la sua lucidità. Nebbia intensa, invece, sulla penisola italica.

  • Brexit: un altro passo avanti ma non definitivo

    E’ accaduto tra la notte di mercoledì e giovedì, durante una lunga votazione alla Camera dei Comuni, che si è espressa contro un’uscita dura del Regno Unito dall’Unione europea, cioè contro un’uscita no deal, vale a dire senza accordo. Uno stop al no deal era già stato votato altre volte, ma il voto era soltanto indicativo. Ora invece si tratta di una legge vincolante, approvata con un solo voto di maggioranza (313 a 312) ed ottenuta con un appoggio trasversale. Questa legge, che deve passare anche alla Camera dei Lord, impone alla premier Theresa May di chiedere un altro rinvio all’UE, nel caso in cui il 12 aprile si prospettasse l’incubo del no deal. E questo incubo diventerebbe reale se prima del Consiglio europeo straordinario del 10 aprile non si raggiungesse un accordo. Il nuovo rinvio, tuttavia, sarà accettato dall’UE solo in cambio di un’estensione lunga (almeno 9 mesi come ha fatto capire il presidente della Commissione Juncker) che preveda per il Regno Unito nuove elezioni generali o un secondo referendum sulla Brexit, oltre alle sempre più probabili elezioni europee di fine maggio. Con il voto di ieri notte e le prospettive che ne scaturiscono i fautori della Brexit sono ridotti in un angolo, con poche possibilità di risalire la china e di imporre le loro vedute. A meno che il Consiglio europeo non accetti la nuova proposta di rinvio, aprendo le porte alla sola soluzione no deal. E’ uno scenario che ci sembra irrealistico, ma in politica … mai dire mai! Il no deal, auspicato dai Brexiters, è temuto invece da tanti altri personaggi britannici. Tra questi, ancora ieri, il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, aveva dichiarato che il rischio no deal era ancora molto alto e che sarebbe stato impossibile riuscire a controllarne le conseguenze. Con il nuovo voto questo rischio è scomparso e lo scenario è cambiato radicalmente, poiché acquistano importanza i negoziati bipartisan iniziati ieri con un colloquio tra i due leader della maggioranza e dell’opposizione.  May e Corbyn si sono detti soddisfatti del primo incontro, anche se il leader laburista ha aggiunto che è stato inconcludente. Il che vuol dire che le distanze tra i due sono ancora notevoli e che quindi non c’è da essere ottimisti sulla brevità dei negoziati stessi e sulla condivisione dei risultati. Del contenuto del negoziato non è filtrato nulla, ma gli orientamenti per una eventuale intesa potrebbero essere quelli già dichiarati pubblicamente nel dibattito parlamentare di queste due ultime settimane: l’unione doganale citata da Corbyn e l’allineamento al mercato unico come vuole il Labour; no, invece, come vuole la May, alla libera circolazione delle persone e a un secondo referendum. Questo auspicato accordo bipartisan, ammesso che si realizzi, sembra la via d’uscita più concreta per attuare una Brexit ordinata.  Il governo non ha accolto con favore il risultato del voto di ieri notte, perché, essendo vincolante, limiterebbe la sua capacità di negoziare l’estensione prima del 12 aprile. Ma i più delusi sono i Brexiters, che hanno parlato di scandalo costituzionale. Le tensioni sono ancora molte, i ripicchi non si faranno attendere, ma aver fissato un punto fermo legale e vincolante ci sembra un passaggio dal quale non si può più recedere, a meno che, come dicevamo senza crederci, sia l’Europa ora a rifiutare una nuova estensione. Da Bruxelles intanto fanno sapere che lavoreranno sino all’ultimo minuto per evitare il no deal. Che sia la volta buona?

  • Per la Brexit ancora pazienza

    La scadenza del 12 aprile, data fissata dalla prima proroga per evitare le elezioni di fine maggio, si avvicina rapidamente e porta con sé l’incubo dell’uscita no deal, cioè senza accordo, del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma la May si dà da fare e non perde un attimo senza pensare all’uscita che si deve fare. Lo ha ripetuto anche ieri, dopo una riunione del Consiglio del ministri durata sette ore. “Il mio obiettivo – ha ribadito nel corso di una conferenza stampa – è far uscire il Regno Unito dall’Unione europea in modo ordinato – La Brexit si deve fare”. Già, ma come? – Dopo tutti i tentativi andati a vuoto in queste ultime settimane. Il margine delle possibilità si riduce sempre di più. Oggi la May avrà un’altra riunione del Consiglio dei Ministri per tentare ogni via d’uscita dall’impasse in cui il parlamento ha cacciato la Brexit, oltre che il governo tutto intero. Un’ipotesi da tentare sarebbe la richiesta di una proroga limitata nel tempo e la collaborazione del leader laburista Jeremy Corbyn. Per proporre che cosa di nuovo all’Unione Europea? La permanenza nell’Unione doganale? Un secondo referendum? Ma non sono tutte ipotesi già valutate e respinte più di una volta dal parlamento? Indifferente alle richieste delle sue dimissioni, la May probabilmente vorrà riportare in parlamento il suo piano. Il ministro per la Brexit, Stephen Barclay, ha dichiarato che la Camera potrebbe ancora approvare il piano May in questa settimana. Giovedì 4 aprile sarebbe la data più probabile per una nuova votazione sul testo. Il 10 aprile, mercoledì prossimo, il Consiglio europeo straordinario valuterà una possibile richiesta di un ulteriore rinvio della Brexit, che potrebbe essere concesso solo se si troverà un accordo su una prospettiva che sia chiara, nel caso di nuove elezioni, ad esempio, o di un secondo referendum. “Se ci sarà una maggioranza sostenibile del Parlamento sull’accordo di ritiro entro il 12 aprile, allora la UE è pronta ad accettare una proroga di Brexit. Se la Camera dei Comuni non si pronuncerà, nessuna proroga breve sarà possibile, perché questo minaccia il buon funzionamento dell’Unione e le stesse elezioni europee”. Questa la risposta del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, data ieri al Parlamento europeo, alla proposta della premier britannica di ieri dopo la riunione del Consiglio dei Ministri. Oggi la May dovrebbe incontrare Corbyn, che nel corso del question time alla Camera dei Comuni ha giudicato come benvenuta la volontà della May di scendere a compromessi. Sarà possibile dunque un accordo trasversale per una Brexit meno dura? Il ministro Barclay, un brexiteer pragmatico, ha aggiunto che l’obiettivo è ora un compromesso che possa permettere al RU di uscire dall’UE il 22 maggio e che la richiesta di ulteriore rinvio sarà presentata a Bruxelles la settimana prossima, dopo i colloqui May-Corbyn ed eventuali nuovi voti indicativi ai Comuni. Il ministro ha poi precisato cha la premier non pone precondizioni sulle richieste chiave di Corbyn (unione doganale e rispetto degli standard europei sui diritti dei lavoratori), ma ha ribadito d’essere personalmente contrario a un secondo referendum confermativo sulla possibile intesa. Oggi la May dovrebbe anche incontrare la leader scozzese Nicola Sturgeon, disponibile a recarsi immediatamente a Londra. Il Partito Nazionale Scozzese ha costantemente cercato un accordo trasversale per mettere fine al caos della Brexit, appoggiando anche l’dea di un secondo refrendum. Il ministro degli Esteri irlandese, Simon Coveney, intervenendo a sostegno della May, ha detto che l’Irlanda sosterrà la probabile richiesta della May di una proroga breve della Brexit al vertice del Consiglio europeo del 10 aprile. Tutto è ancora in alto mare, dunque, ma almeno ci sono “svolte” che fanno bene sperare e che potrebbero rimediare all’incapacità del parlamento di darsi una maggioranza su qualsiasi soluzione. Il suo narcisismo politico non ha dato frutti e ha messo in forse la sua credibilità. La “testardaggine” della May invece potrebbe – ce lo auguriamo – risolvere la questione Brexit senza i danni paventati e con accordi ragionevoli.

  • Le tempeste della Brexit si stanno calmando

    Si è sempre in alto mare con la Brexit, ma le onde più tempestose si stanno calmando. Due elementi nuovi hanno contribuito a questo rallentamento della tempesta. Da un lato la dichiarazione formale della premier Theresa May di essere disposta ad abbandonare i suoi incarichi: leader dei Tory e capo del governo, a condizione che il suo accordo con l’UE trovi una maggioranza in Parlamento, e, dall’altro, una serie di votazioni, conseguenti alla decisione di lunedì scorso di avocare al Parlamento il potere decisionale sul processo d’uscita dall’UE. Quella decisione infatti prevede un voto prioritario sulle eventuali proposte “indicative” riguardanti soluzioni alternative alla linea May. La minaccia delle dimissioni ha spostato qualche intenzione di voto sull’accordo con l’UE. L’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, ad esempio, ha cambiato parere, ma si è molto distanti ancora da una maggioranza, tanto più che il partito unionista nordirlandese, DUP, alleato di governo della May, è irremovibile e ha ribadito il suo no. “I primi ministri vanno e vengono – ha dichiarato – ma le questioni commerciali e costituzionali toccate dall’accordo di ritiro, restano”. Sul terzo voto da effettuare eventualmente sull’accordo May resta l’incognita dello speaker della Camera, John Bercow, che fino ad ora ha impedito il voto e che sarebbe disponibile a concederlo soltanto se vi fossero modifiche sostanziali. Da parte sua la May ritiene che già la proroga dell’uscita e i chiarimenti sulla questione del confine  dell’Irlanda del Nord ottenuti a Bruxelles durante l’ultimo Consiglio UE siano una novità da non negligere. Bercow ha confermato che sarà lui solo a decidere e l’annuncio potrebbe aver luogo la sera prima del voto, quindi questa sera. Il Parlamento ha poi bocciato, nelle votazioni di ieri, tutte e otto le alternative al piano Brexit della May, approvando soltanto una modifica della data della Brexit nella legge britannica con 441 voti a favore e 105 contrari. Si è rimossa quindi la data del 29 marzo per portarla al 22 maggio, come la May aveva concordato con i partner UE. Se tuttavia l’accordo non verrà approvato, la data è anticipata al 12 aprile. Il fatto che non sia stata trovata una maggioranza su nessuna delle opzioni presentate, significa che il Parlamento non ha ancora trovato un modo per uscire dal guado in cui si trova da tre anni. Le onde della tempesta si sono un po’ calmate, ma non è ancora possibile intravvedere l’approdo. Secondo referendum come chiedevano più di un milione di persone per le strade di Londra? No, respinto ieri. Revoca dell’art. 50 come l’hanno chiesto 5,6 milioni di firme? Nemmeno. Rimanere nell’Unione doganale e rendere soft la Brexit? Neppure. Uscire senza accordo (no deal)? Assolutamente no. Le due opzioni più votate sono state quelle a favore di un referendum bis, con 268 sì, ma 295 no; e quella favorevole all’unione doganale, con 264 sì e 272 no, la più vicina alla maggioranza. Il risultato che sembra da stallo totale, non impedirà comunque un ballottaggio lunedì primo aprile, fra le ipotesi meno sgradite. La May, combattiva come sempre, ha tagliato la testa al toro con l’offerta delle sue dimissioni ed ha commentato: “So che c’è il desiderio di un nuovo approccio e una nuova leadership nella seconda fase dei negoziati, e io non mi metterò di traverso. Ma prima dobbiamo far passare l’accordo e portare a compimento la Brexit. Sono pronta a lasciare il mio posto prima di quanto intendessi, in modo da fare ciò che è giusto per il nostro Paese. Chiedo a tutti in questa stanza di appoggiare l’accordo, così che possiamo compiere il nostro dovere storico: dar corso alla decisione del popolo britannico e lasciare l’Unione europea in maniera ordinata. Sarà testarda, questa May, ma le si deve riconoscere una grande coerenza ed uno spessore politico molto lontano dai giochetti politicanti che invece hanno usato fino ad ora, tra la maggioranza e tra l’opposizione, tutti coloro che hanno strumentalizzato la Brexit a fini di potere.

  • La Brexit è ancora in alto mare

    Nonostante la sfilata di più di un milione di persone tra le strade Londra per dire no alla Brexit, nonostante la raccolta di più di 5 milioni di firme per revocare l’art. 50 del Trattato UE che regola la data d’uscita, nonostante la richiesta di un secondo referendum, nulla per ora è cambiato nel bailamme politico che da tre anni attenta alla reputazione del Parlamento e della classe politica del Regno Unito. E’ dal 23 marzo 2016, cioè 1.007 giorni fa, che il Regno Unito si è espresso per referendum per uscire dall’Unione Europea. Ma un conto è decidere l’uscita e un conto è scegliere il modo per realizzarla. L’uscita è stata decisa, ma il modo lo stanno cercando ancora, perché quello intrapreso dalla Premier Theresa May e confermato dal suo governo, vale a dire un’intesa negoziata con l’UE che regola anche i rapporti tra le due parti, una volta effettuata l’uscita, è già stato respinto due volte dal Parlamento. L’accordo, siglato il 25 novembre scorso dal Governo di Londra e dai 27 Paesi dell’UE, è un documento diviso in due parti. La prima è formata da 585 pagine legalmente vincolanti, che stabiliscono i termini del divorzio dall’UE. La seconda parte, di 26 pagine, non legalmente vincolante, riguarda le relazioni future tra Regno Unito e UE in ambiti rilevanti, quali commercio, sicurezza, difesa. E’ previsto anche un periodo di transizione di due anni, dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 ed è applicabile soltanto se entra in vigore questo accordo. Nell’avvicinarsi della data d’uscita stabilita nel 29 marzo prossimo, in applicazione del citato art. 50, il Parlamento ha votato una mozione per affermare che non vuole un’uscita senza accordo, un’uscita “no deal”, dopo aver votato due volte contro l’accordo negoziato dal governo. E in vicinanza del 29 marzo, per non uscire senza accordo, la May ha chiesto all’UE una deroga alla data d’uscita, ottenendo in cambio quella del 22 maggio, a condizione che entro il 12 aprile il RU indichi con chiarezza le sue scelte, le scelte del parlamento, non del governo che poi è messo in minoranza. Se così non fosse, per allungare la deroga, il RU dovrà partecipare alle elezioni europee di fine maggio, creando altri problemi sulla legalità dell’evento. Tutto si muove nei corridoi del Parlamento e nelle aule dei gruppi parlamentari, ma tutto rimane fermo. La sola novità è rappresentata dal voto di un emendamento, osteggiato dal Governo, avvenuto nella serata di lunedì 25 marzo. Con 329 voti a favore e 302 contrari si è deciso di passare al Parlamento il compito di votare prioritariamente le sue proposte “indicative” di piani alterativi alla linea May, ribaltando in questo modo l’equilibrio delle istituzioni democratiche, come la May aveva scongiurato di non fare prima del voto. Da sempre, infatti, è il Governo che decide cosa deve trattare il Parlamento, ma trenta deputati conservatori si sono ribellati e tre sottosegretari hanno dato le dimissioni per poter votare a favore dell’emendamento secondo coscienza. La May dopo il voto ha dichiarato che non intende rispettare la volontà del Parlamento anche se ci fosse una maggioranza a favore di un’opzione alternativa al suo accordo. Ha detto esplicitamente che si opporrà a qualsiasi tentativo di restare nell’Unione doganale o di indire un secondo referendum. Il voto del Parlamento di lunedì sera è indicativo e non vincolante, quindi la May può rifiutarlo, ma non può dimenticare il rischio di esacerbare le divisioni e di aggravare la crisi politica in atto. “Continuo a credere – ha insistito la May – che la strada da me tracciata è l’unica percorribile e che il percorso giusto sia lasciare la UE il prima possibile con un accordo entro il 22 maggio”. C’è da chiedersi tuttavia se, per come stanno le cose in Parlamento, c’è ancora abbastanza sostegno per ripresentare l’accordo per un terzo voto significativo. Ciascuno, per ora, rimane fermo sulle posizioni di partenza. L’impegno del governo rimane quello della difesa dell’accordo convenuto, già respinto. La May attenderà le proposte “indicative” del Parlamento, ma aggiunge che se i deputati non fossero in grado di approvare qualche strategia positiva differente dalla sua intesa, entro il 12 aprile, Bruxelles non accorderebbe una deroga più lunga, con la conseguenza di andare incontro al traumatico sbocco del “no deal”, come epilogo automatico, che la Commissione europea considera a questo punto sempre più verosimile. L’UE e gli Stati membri, infatti, hanno completato i preparativi per far fronte e ridimensionare gli effetti del contraccolpo. Tra i Conservatori nel frattempo si discute di possibili vie d’uscita con le dimissioni della May, o meglio, di un suo possibile impegno a farsi da parte fra qualche mese con una exit strategy dignitosa  e responsabile. Ma la premier si rifiuta di parlarne e risponde agli avversari dicendo che “c’è un lavoro da fare e intendo continuare a svolgerlo”. Situazione di stallo, abbiamo detto. Per quanto ancora? Riuscirà il Parlamento a fornire soluzioni “indicative” che possano sbloccare la situazione? Se fino ad ora non è riuscito a trovare una maggioranza risolutiva, ci riuscirà ora senza che nessun progetto sia stato discusso o presentato? Qualunque opinione di abbia sulla Brexit, una cosa appare certa nel caso britannico: il referendum del marzo 2016 ha avuto un indubbio potenziale disgregativo rispetto al parlamentarismo, che fino ad ora è stato incapace di trovare il modo di realizzarlo, dando un’immagine negativa della funzione legislativa e una cattiva reputazione della storica istituzione.

  • Caos Brexit: anche i pet in viaggio con i loro padroni potranno avere problemi?

    La Brexit continua e tenere banco tra le notizie di maggior rilevanza politica. Firme, petizioni on line e manifestazioni di piazza per ottenere un  nuovo referendum ed evitare l’uscita del Regno Unito dall’Unione, reiterati ‘no’ del Parlamento alle proposte della premier May, ridefinizioni continue della data di uscita e via discorrendo, mentre rimangono irrisolti tanti problemi tra i quali quelli legati ai confini dell’Irlanda del Nord, alla permanenza nel Regno Unito di chi già vi lavora, al transito delle merci dall’Unione e per l’Unione. Tra i tanti problemi irrisolti anche quelli legati alle persone che, per motivi diversi, si vogliono recare in Gran Bretagna con il loro pet o che dalla Gran Bretagna vogliono venire nell’Unione europea.

    Un recente sondaggio, tra i medici veterinari, ha rilevato la crescente preoccupazione dei proprietari di pet che cercano di avere informazioni sulla documentazione necessaria. Il governo britannico ha aperto una pagina web dedicata all’argomento ma di fatto nessuno sa ancora come regolarsi, e cioè come potrà entrare nell’Unione un cittadino britannico accompagnato dal suo cane o dal suo gatto e come potrà un cittadino, di uno dei paesi dell’Unione, che abita nel Regno Unito con un animale da compagnia, acquistato o adottato  durante la permanenza nel Regno Unito, tornare nel suo paese d’origine o comunque in un paese dell’Unione, in compagnia del suo animale.

    Particolarmente complicata sarebbe poi la situazione per quanto riguarda i movimenti di pet dall’Irlanda del Nord alla Repubblica d’Irlanda. Ai problemi personali si aggiungono quelli legati a manifestazioni sportive e gare o mostre per cani e gatti. Certo, diranno in tanti, non sono questi i problemi  più rilevanti, siamo d’accordo, lo scenario è nell’insieme complesso ed un po’ schizofrenico e molti sono gli interessi politici ed economici in gioco ma, come in tutte le cose, insieme ai problemi generali vi sono anche i tanti problemi individuali e di quelle piccole categorie che sembrano sempre più sfuggire alle scelte ed alle decisioni della politica.

     

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