Regno Unito

  • No alla quarantena per i passeggeri in arrivo: le compagnie aeree criticano la decisione di Londra

    Le compagnie aeree condannano la decisione del Regno Unito di introdurre una quarantena di 14 giorni per i viaggiatori. Il mese scorso, infatti, il governo ha annunciato che, dall’8 giugno tutti i passeggerei in arrivo con voli internazionali, compresi i cittadini britannici di ritorno in patria, devono autoisolarsi e fornire dettagli sul luogo in cui alloggeranno. Le critiche al Governo di Londra partono dal fatto che la proposta di introdurre la quarantena sia arrivata troppo tardi e si rivelerebbe perciò inefficace. All’inizio di questa settimana, il CEO di Ryanair, Micheal O’Leary, ha affermato che la sua compagnia aerea non cancellerà i voli da e per il Regno Unito e ha accusato i ministri di aver elaborato il piano di quarantena mentre in gli inglesi continuano ad ignorarla. British Airways, EasyJet e Ryanair hanno scritto congiuntamente al governo chiedendo un controllo giurisdizionale, ritenendo sproporzionate le regole imposte. L’International Airlines Group ha lamentato inoltre il fatto che le compagnie aeree non sono state consultate in merito a tale mossa.  Il governo britannico è stato da più parti pesantemente criticato per la sua lenta risposta alla pandemia: non ha chiuso i confini, non ha controllato gli arrivi internazionali né testato i viaggiatori durante il periodo più critico della diffusione del Covi-19, insistendo invece fino a maggio che porre restrizioni al confine non avrebbe avuto un impatto significativo sulla diffusione del virus.

  • Boris Johnson programma colloqui sulla Brexit con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen

    Il Primo Ministro britannico Boris Johnson ha in programma nuovi colloqui sulla Brexit con la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nel tentativo di raggiungere un accordo commerciale prima dell’autunno.

    Intanto il principale negoziatore della Brexit per l’UE, Michel Barnier, ha invitato il Regno Unito a “mostrare più realismo” nei colloqui commerciali, se il Paese punta a raggiungere un accordo post-Brexit. Parlando al quotidiano The Times, Barnier ha infatti sottolineato che il Premier Johnson dovrebbe “ricordare” le promesse fatte nella Dichiarazione politica, poiché “il Regno Unito ha fatto tre passi indietro rispetto agli impegni assunti in origine”. Il negoziatore dell’UE ha spesso invitato le due parti a trovare un accordo commerciale dato che la pandemia di Coronavirus ha ritardato i colloqui bilaterali e il periodo di transizione dovrebbe concludersi il 31 dicembre.

    Martedì intanto le due parti hanno partecipato alla quarta tornata di negoziati sulla relazione post-Brexit, poiché i colloqui precedenti hanno portato a una situazione di stallo nei settori chiave. Indiscrezioni dicono però che nessuna delle due parti si aspetta una “svolta” nei colloqui, confidando in un incontro di “alto livello” nel corso del mese che potrebbe sbloccare l’enigma post Brexit.

  • Anche i marmi del Partenone di Atene nelle trattative sull’implementazione della Brexit

    Anche la cultura finisce al centro del confronto post-Brexit fra Regno Unito ed Europa. In particolare la questione che da tempo divide Londra e Atene: la restituzione dei marmi del Partenone, conservati da oltre duecento anni al British Museum nella capitale britannica.

    La stampa anglosassone ha rilanciato allarmata la notizia di una bozza di intesa redatta dai diplomatici di Bruxelles in vista delle trattative post-divorzio che devono aprirsi a marzo e nella quale è contenuta una clausola a protezione di “oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro Paesi di origine”. E’ in particolare il Times che sottolinea come i colloqui sull’accordo commerciale potrebbero essere utilizzati dal governo greco per portare avanti la causa della restituzione, sempre sentita come motivo di orgoglio nazionale. Immediatamente a Londra si è pensato a un modo per riaprire la vecchia diatriba legale ellenico-britannica e il governo conservatore del premier Boris Johnson ha ‘alzato le barricate’ a scanso di ogni equivoco.

    Un portavoce di Downing Street si è affrettato a precisare che la bozza è ancora in fase di definizione e soprattutto ha escluso che i celebri marmi recuperati da Lord Elgin all’inizio del 1800 possano rientrare all’interno delle trattative con l’Ue. Anche fonti diplomatiche di Bruxelles hanno confermato che la clausola non riguarderebbe i tesori artistici arrivati dalla Grecia, ma è rivolta a contrastare il commercio illegale di antichità.

    Le opere – di cui Atene chiede di tornare in possesso dal 1981, quando era ministro della Cultura l’attrice Melina Mercouri – sono 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue (quasi l’intero frontone Ovest del tempio), oltre a una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. I marmi, che ornavano il tempio di Athena Parthenos (vergine), gioiello architettonico del V secolo a.C., furono asportati e trafugati fra il 1802 e il 1811 da Lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, e venduti al British Museum nel 1816 per 35mila sterline oro dell’epoca.

    L’istituzione museale di Londra ha sempre ribadito il suo diritto di possedere le opere al centro della diatriba. Diatriba che ha avuto una serie di capitoli: Atene ha prima tentato le vie legali, per poi concentrarsi su un’offensiva più politica e diplomatica. La Gran Bretagna ha sempre risposto con un secco ‘no’ alle richieste di restituzione in arrivo dalla Grecia e la sua posizione è difficile che cambi in particolare dopo il divorzio dall’Ue.

  • Cambia il numero e la distribuzione dei seggi al Parlamento europeo dopo la Brexit

    Dal 1° febbraio il Parlamento europeo ha 705 seggi, rispetto ai 751 (il massimo consentito dai trattati UE) precedenti al ritiro del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio 2020. Dei 73 seggi del Regno Unito, 27 sono stati ridistribuiti ad altri Paesi, mentre i restanti 46 sono posti in riserva per eventuali futuri allargamenti. I deputati entranti sono stati eletti alle Elezioni europee del maggio 2019.

    A seconda delle procedure nazionali, alcuni nomi sono già stati confermati, mentre altri sono ancora in attesa di notifica.

    La ridistribuzione dei seggi assicura che nessun paese dell’UE perda alcun deputato, mentre alcuni paesi guadagnano da uno a cinque seggi, per far fronte alla sotto-rappresentazione dovuta ai cambiamenti demografici. La nuova distribuzione tiene conto delle dimensioni della popolazione degli Stati membri e della necessità di un livello minimo di rappresentanza per quelli più piccoli.

    Il principio di “proporzionalità degressiva” significa che i paesi più piccoli hanno meno deputati rispetto ai paesi più grandi, ma anche che i deputati di un paese più grande rappresentano più elettori, rispetto ai loro omologhi dei paesi più piccoli.

    Il Parlamento continuerà a influenzare i negoziati UE-Regno Unito per le future relazioni, mentre la Brexit avrà un impatto anche sulla composizione delle commissioni e delle delegazioni interparlamentari.

     

  • Colpo finale della Corte Suprema britannica a Boris Johnson

    Non gliene va bene una a questo premier britannico fuori dalle righe. Dopo essere stato messo in minoranza su sei votazioni consecutive, ieri ha ricevuto il colpo finale dalla Corte Suprema, che all’unanimità ha giudicato illegale la controversa sospensione del Parlamento da lui decisa lo scorso agosto. La sospensione aveva provocato reazioni insolite da più parti ed aveva provocato anche manifestazioni di piazza. La decisione di Boris Johnson era stata considerata dalle opposizioni un bavaglio per coloro che si opponevano ad un’uscita “no deal” dall’UE, cioè senza un accordo. Johnson aveva evocato questa ipotesi in continuazione, nelle ultime settimane, come se fosse una minaccia verso chi non era d’accordo con la sua politica, che d’altro canto, fino a ieri, non consisteva in nessuna proposta alternativa da presentare a Bruxelles, in sostituzione dell’accordo negoziato da Theresa May ed approvato dal governo.  Ora la Corte Suprema ha sentenziato che “gli effetti sulla nostra democrazia sono stati estremi” ed ha aggiunto che il Parlamento è da considerarsi aperto. John Bercow, lo speaker della Camera dei Comuni, allora, ha immediatamente riconvocato tutti i deputati con una certa difficoltà, perché per esempio, i laburisti sono convocati a Brighton per la convenzione annuale del partito che terminerà oggi. La cosiddetta “prorogation” del Parlamento si è dunque rivelata un boomerang clamoroso per Johnson, che vede traballare la sua posizione. Fino a ieri ha detto di non volersi dimettere, ma dopo la sentenza di oggi, la sua posizione sembra essersi aggravata, poiché in teoria con il suo gesto avrebbe ingannato persino la Regina che ha controfirmato la sospensione. La gravità della cosa è data dal fatto che la Regina ha firmato un provvedimento illegale, cosa mai avvenuta prima. La Regina ha compiuto un atto riprovevole, ma la responsabilità risale al premier che con la sua testarda determinazione ha coinvolto anche l’indiretta responsabilità della Regina nella firma di un atto “illegale, nullo e privo di effetti” – dice la Corte Suprema. A Jeremy Corbyn, leader laburista, non pareva vero! Gli si offriva su di un piatto d’argento l’ennesimo motivo per chiedere le dimissioni di Johnson, assente da Londra perché impegnato a New York per l’Assemblea generale dell’Onu. Ma Johnson non mollerà la presa, nonostante il durissimo colpo ricevuto. Non rischia l’arresto per questo tipo di illegalità. Lo rischierebbe, invece, se ignorasse la legge anti “No Deal” approvata dal Parlamento, anche se a parole Johnson ha più volte affermato che non l’avrebbe rispettata se impediva di uscire alla data prevista del 31 ottobre. Quali carte potrebbe eventualmente giocare ancora? C’è chi dice che a questo punto potrebbe decidere di andare ad elezioni anticipate, dopo la storica decisione presa dalla Corte Suprema in difesa della democrazia britannica. Ma c’è il tempo necessario per l’organizzazione delle elezioni e lo svolgimento della campagna elettorale prima del 31 ottobre? Non abbiamo la risposta corretta, ma abbiamo un convincimento preciso: la premiership di Johnson è stata un disastro e la Brexit non ha ancora terminato d’offrirci il suo ultimo thriller.

  • La Brexit è sempre per aria mentre il giorno del ritiro si avvicina

    La Corte Suprema di Londra è riunita per decidere se la chiusura del Parlamento è legale, viste le incombenze che dovrebbero essere prese entro il 31 ottobre, data concordata tra RU e UE come termine ultimo per l’uscita. Il Parlamento ha votato una legge che vieta un’uscita senza accordo sul dopo.  Johnson continua ad affermare che l’uscita avverrà il 31 ottobre, con o senza “no deal”.  Ci si attendeva che lunedì scorso a Lussemburgo Johnson presentasse a Junker, ancora in carica come presidente della Commissione europea fino al 31 ottobre, le nuove proposte d’accordo che superassero quelle stabilite da Theresa May, sempre respinte dal Parlamento. Ma in realtà l’incontro di Lussemburgo è stato inutile perché Johnson non ha presentato proposte alternative e si è limitato a ripetere le cose che ripete da mesi: il 31 ottobre usciremo, con o senza accordo, la questione della frontiera tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda deve essere risolta senza nuovi agganci con l’unione doganale europea, la responsabilità del non accordo sarà dell’Unione europea, ecc. Una risposta indiretta l’ha espressa il presidente Junker arrivando alla colazione di lavoro con il premier britannico a Lussemburgo, accompagnato dal capo delegazione della Ue per la Brexit Michel Barnier: “L’Europa non perde mai la pazienza”- ha affermato. E a Strasburgo, alla plenaria del Parlamento europeo di oggi  (18 settembre n.d.r.)ha aggiunto: “Il rischio di un “no deal” è reale e permane. “Magari – ha detto – il ‘no deal’ alla fine sarà la scelta del governo britannico, ma non sarà mai la scelta dell’Ue. Un accordo è sempre auspicabile e possibile”. “La scadenza del 31 ottobre si avvicina a grandi passi, e abbiamo di fronte a noi più incertezza, non meno. Questa situazione piuttosto cupa non ci deve distrarre: la nostra priorità resta avere un ritiro ordinato e spero che riusciremo ad averlo”, lo afferma Tytti Tuppurainen, ministro per gli Affari europei della Finlandia, Paese che attualmente ha la presidenza semestrale di turno dell’UE, intervenendo nella seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. “In Gran Bretagna – continua la Tuppurainen – le opinioni restano divise. Solo il fermo rifiuto di un’uscita senza accordo ha aggregato una maggioranza. Malgrado ciò il governo britannico continua ad insistere sulle sue linee rosse, senza proporre soluzioni chiare alternative, per quanto riguarda le questioni più complicate, come il confine irlandese”. Johnson intanto continua ad aggrapparsi ad un unico ritornello, la promessa di portare a compimento la Brexit il 31 ottobre senza altri rinvii, a dispetto della legge anti “no deal”. Ma insiste anche a dire di volere una nuova intesa di divorzio con Bruxelles, senza “back stop” sul confine irlandese. Ma a giudicare dall’esito del suo deludente incontro a Lussemburgo con Jean-Claude Junker, ci sembra difficile raggiungere questo obiettivo. Johnson comunque sembra sperare in un aiuto di Angela Merkel, cancelliera di una Germania dove il mondo del business teme fortemente lo spettro di una Brexit dura e pesante, quasi come buona parte di quello britannico. Per telefono con la Merkel ha concordato l’impegno ad accelerare lo sforzo negoziale dell’ultimo minuto. Si farà in tempo prima del 31 ottobre, o bisognerà allungare ancora i tempi? Se in tre mesi il governo di Boris Johnson non è riuscito (o non ha voluto)a definire nuove proposte di negoziato, ci riuscirà a (o vorrà)  farlo in tre settimane?

  • Il Parlamento inglese sospende i lavori per cinque settimane

    Come era stato annunciato, il governo inglese ha deciso di sospendere i lavori del Parlamento fino al 15 ottobre, permettendo in questo modo al premier Johnson di avere il più ampio margine di manovra sulla Brexit, senza le interferenze dei parlamentari che dall’inizio del mese erano riusciti a ribellarsi alle sue imposizioni. Prima, togliendogli la maggioranza, sia pure di un voto, poi, votando una legge contro il “no deal”. Infine, impedendogli una maggioranza di due terzi per decidere di giungere ad elezioni anticipate. A tutto ciò si è aggiunta la decisione dello Speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, di lasciare l’incarico a fine ottobre, come segno di dissenso nei confronti della politica distruttiva di Johnson. Cosa è possibile fare, dunque, in questa confusa e caotica situazione? Essendoci una legge che impedisce a Johnson di fare un “no deal” (di cui Johnson potrebbe non tenere conto) e non essendoci la maggioranza necessaria per indire nuove elezioni prima della scadenza della proroga per la Brexit, cioè il 31 ottobre, a Johnson non rimangono che due scelte: o negoziare un nuovo accordo con l’Unione europea, o chiedere l’estensione dell’art. 50 per una proroga che vada oltre la fine di ottobre. Johnson è contrario ad entrambe le ipotesi, ma essendo costretto dalla realtà a dover scegliere, egli preferirebbe la prima scelta, cioè l’apertura di un nuovo negoziato con l’UE per il raggiungimento di un accordo che superi quello stabilito con Theresa May e bocciato per ben tre volte dal Parlamento. Non a caso, ieri a Dublino in visita ufficiale, ha dichiarato inaspettatamente che la soluzione “no deal” sarebbe un fallimento. Fino al giorno prima il non accordo era uno sbocco inevitabile, una soluzione da perseguire se si voleva l’uscita dall’UE. I tre rifiuti parlamentari all’accordo raggiunto dalla May non esprimevano, forse, la volontà di una rottura netta con i legami europei? O erano soltanto un no netto al Primo ministro? I lavori del negoziato erano durati tre anni, a testimonianza dell’accuratezza con la quale entrambi i negoziatori avevano affrontato i punti dirimenti causati dall’uscita. Lo stesso punto relativo al confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda era stato affrontato nella preoccupazione di non creare una frontiera rigida. E l’accordo fu concluso proprio sull’accettazione provvisoria di una frontiera leggera, aperta, che non richiedesse il ripristino di una dogana, soluzione che fu respinta sempre dai Brexiteers. Come mai ora, a tempo quasi scaduto, si riparla di rinegoziare e si invia a Bruxelles, con il Parlamento chiuso per ferie, un interlocutore ufficioso per saggiare la possibilità di una riapertura delle trattative? E’ la forza delle cose concrete che spinge Johnson a ritornare sui propri passi, o è un barlume d’intelligenza politica che mostra in modo lampante l’eventuale fallimento del “no deal”? Comunque sia, soltanto a cose avvenute si può comprendere meglio le ragioni della May che non ha esitato a diventare il capro espiatorio di un accordo che probabilmente era il migliore che si potesse ottenere in quei frangenti, senza venir meno ai sacrosanti principi della sovranità e dell’indipendenza, nel rispetto della volontà degli inglesi espressa dai risultati del referendum del 2016.  Ora non si parla più della frontiera tra le due Irlande, ma di quella del canale che divide l’isola irlandese da quella inglese. La May non poteva sostenere questa proposta perché il partito nordirlandese Dup che le garantiva la maggioranza, non era d’accordo. Che ora si riparli della cosa dimostra che la May aveva visto bene e che il dissenso dimostratogli non poggiava su soluzioni alternative. Era un NO e basta. Riuscirà Johnson a evitare tutti gli scogli e a navigare in acque sicure per l’uscita? E’ ancora presto per dirlo, ma la dichiarazione rilasciata dal Premier a Dublino segna una svolta, non risolutiva ma almeno che tiene conto della realtà difficile e controversa della Brexit. Il vero problema – come afferma Paola Peduzzi su Il Foglio del 10 ottobre – non era la May, ma la Brexit stessa. A noi pare una verità sacrosanta.

  • Con Boris Johnson la Brexit diventa un rebus

    L’ipotesi più probabile è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenga il 31 ottobre senza nessun accordo per il dopo (no deal). Boris Johnson, il primo ministro, punta a questa soluzione, pur di mettere la parola fine alla Brexit, che da tre anni infierisce sulla politica britannica, contando le dimissioni di due primi ministri e di numerosi ministri, senza, per ora, cavare un ragno dal buco. L’accordo raggiunto infatti da Theresa May con l’UE è stato respinto tre volte dal parlamento e l’attuale governo insiste per modificarlo entro la fine d’ottobre, non si sa bene se è perché ci crede o se ne fa finta, tanto per prender tempo. Il pomo della discordia è rappresentato dal confine dell’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda. Nell’accordo con la May, l’UE garantirebbe un confine aperto, senza dogane, in attesa di trovare una soluzione definitiva comune con il R.U. dopo la sua uscita dall’Europa. Ma è proprio su questo tema che si sono scatenati i fautori della Brexit. Nessun legame, sia pure provvisorio, con l’Unione doganale europea. L’uscita deve essere netta, senza addentellati, sia pure provvisori, con le strutture dell’UE. L’atteggiamento di rifiuto del Primo ministro Johnson e la sua richiesta di un nuovo accordo sembrano provocatori. Come è possibile in due o tre settimane raggiungere un risultato che non è stato possibile raggiungere in tre anni di negoziati? Non a caso l’opposizione chiede una nuova proroga fino al gennaio dell’anno prossimo. Ma Johnson è irremovibile. Non solo ne ha fatto un’altra delle sue, chiudendo il Parlamento per cinque settimane, in modo da impedire dibattiti che potrebbero, forse, modificare la situazione; non solo ha perso la maggioranza, per un voto, sulla quale si reggeva il suo governo; non solo ha dovuto subire una legge che vieta un’uscita “no deal” dell’UE¸ non solo ha subito le dimissioni del ministro del Lavoro, Amber Rudd, una Tory moderata, che non condivideva le sue posizioni radicali, ma ha rimpiazzato seduta stante la dimissionaria e minaccia inutilmente elezioni anticipate da effettuarsi in ottobre, prima dell’uscita preventivata. Diciamo inutilmente perché i due terzi dei voti necessari per giungere alle elezioni Johnson se li sogna. Non esiste questa maggioranza in Parlamento e la minaccia fa parte di un inutile ricatto teso a confermare che in caso di elezioni lui ne uscirebbe vittorioso. È di ieri, infatti, il risultato di un sondaggio promosso dall’istituto YouGov che dà ai Conservatori il 35%  dei voti, con 14 punti di scarto sul Labour di Corbyn, indicato in calo al 21%, con i LibDem al 19% e il Brexit Party di Farage al 12%. Nessuna elezione in vista, quindi, e corsa verso l’uscita senza accordo. Il “no deal”, tanto temuto dal mondo economico e finanziario, potrebbe diventare realtà e rappresentare la scelta definitiva di Johnson per realizzare la Brexit. Le conseguenze di un’uscita senza accordo coinvolgerebbero anche i Paesi dell’UE con i quali il Regno Unito ha intensi rapporti commerciali, ma è indubbio che le conseguenze peggiori le subirebbe la Gran Bretagna, nonostante le offerte del presidente americano Trump per accordi commerciali privilegiati tra Usa e RU. La situazione è ingarbugliata, non c’è dubbio, e la politica del Primo ministro Johnson non tende a sbrogliarla, anzi! I britannici devono ringraziare i 92 mila iscritti al partito conservatore, responsabili della sua nomina in sostituzione di Theresa May, 92 mila contro 66 milioni di britannici. 92 mila che rappresentano il popolo sovrano. E’ certo comunque che questo tipo di sovranità lascia molto a desiderare e le conseguenze della sua scelta sono subite da una stragrande maggioranza di cittadini. E’ una sovranità che, mutatis mutandi, assomiglia un po’ a quella recentemente espressasi in Italia, con 79 mila cittadini “grillini” che hanno dato il via libera, tramite un voto elettronico, al governo Pd/M5s (79mila contro 60 milioni di cittadini italiani). Le rassomiglianze non finiscono qui. L’Italia ha scelto come prima forza politica un movimento fondato da un teatrante comico. Il Regno Unito ha scelto come Primo ministro un personaggio considerato da molti un guitto, un clown, capace di decisioni spassose e bizzarre. Dipenderà anche da questo se la situazione politica nei due Paesi si trova in uno stato confusionale?

  • Boris Johnson verso il “no deal”

    Boris Johnson, il nuovo premier del Regno Unito, ne spara una al giorno. Probabilmente sa che le sue sparate non vengono accolte, ma non rinuncia a lanciarle. La stampa ne parla e il suo nome figura in prima pagina dei giornali. Ieri ha ancora attaccato la May, dicendo per l’ennesima volta che l’accordo per l’uscita dall’Unione europea da lei sottoscritto è il peggiore che si potesse immaginare. Sarebbe facile ricordargli che Bruxelles, invece, con il suo capo negoziatore in testa, Mchel Barnier, continua a dichiarare che l’accordo non sarà rivisto e che, dato il contesto ed i problemi ad esso collegati, l’accordo risulta quanto di meglio è stato possibile convenire. E’ la stessa opinione più volte espressa dalla May. Sarebbe veramente un’ironia atroce se, a seguito della politica fallimentare di Johnson, fondata sulle proposte irrealizzabili di un premier che le spara grosse, col tempo si giungesse a riconoscere che effettivamente l’accordo May ora respinto, risultasse il minor male per l’uscita, molto minor male rispetto a quello che potrebbe provocare al Regno Unito un’uscita senza accordo. Nella proposta di ieri Johnson rifiuta per l’ennesima volta il cosiddetto backstop sui confini irlandesi, senza suggerirne un altro. Anche il ritardo del pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra all’UE contribuisce a creare nervosismo e a rendere il premierato un’occasione di ulteriore contrasto all’interno dei Conservatori e in generale nella politica britannica, perché questi atteggiamenti non meditati e queste proposte che non saranno accettate portano direttamente ad un’uscita “no deal”, non voluta da larga parte dei Conservatori e rifiutata anche dall’opposizione laburista. Il 31 ottobre si avvicina celermente ed è ancor più vicino se si considera che la politica inglese s’arresta un mese per le ferie estive. A ciò si deve aggiungere che sono pochi quelli che credono all’età dell’oro preannunciata da Johnson con l’uscita dall’UE e alla realizzazione di una nuova politica commerciale favorevole al Regno Unito dopo l’uscita dall’Unione doganale con l’Europa. Le sparate, le battute, le promesse dorate del nuovo premier non incantano nessuno, probabilmente nemmeno quelli che lo hanno scelto come leader dei Tory. Ma è brillante, dicono molti osservatori, e la sua estrosità verbale, oltre che comportamentale, riesce ad affascinare molti elettori. Dopo aver annunciato che in caso di nuove elezioni interne riuscirebbe a battere Corbyn, i sondaggi gli hanno conferito dieci punti in più. E un leader che riesce a far risalire i sondaggi in casa Tory, dopo la batosta elettorale delle elezioni europee, non è da disprezzare. Sembra che i voti in più gli siano venuti dal partito Brexit di Nigel Farage, che ha raccolto, non dimentichiamolo, 29 seggi al Parlamento Europeo. Intanto il premier sta preparando una campagna pubblicitaria di 100 milioni di sterline, probabilmente per abituare gli inglesi all’idea del “no deal”. Il ministro degli Esteri pensa che poi sarà più facile trattare con gli europei. Molti conservatori invece ritengono che il caos non potrà portare buoni frutti e che bisognerebbe fare quanto è possibile proprio per evitare il “no deal”. Nessuno però dice in che cosa consisterebbe questo “quanto è possibile”. Mentre gli amici della May ritengono che esso consiste nell’accordo da lei sottoscritto. Andremo incontro a mesi difficili, anche dopo aver risolto definitivamente, entro il 31 ottobre, le procedure previste per l’entrata in funzione ufficiale della nuova Commissione europea. L’Unione non potrà prorogare ulteriormente le sue riforme in attesa che Johnson compia i suoi miracoli. E se Johnson uscirà, come ha promesso, entro il 31 ottobre, i parlamentari europei del Regno unito dovranno abbandonare l’aula di Strasburgo e i loro 73 seggi verranno distribuiti fra gli aventi diritto. Ma sarà così? C’è chi scommette su altri avvenimenti che dovrebbero animare la politica inglese con le elezioni anticipate e con lo scontro definitivo tra Johnson e Corbyn. Ne sapremo di più dopo le vacanze.

  • Boris Johnson nuovo Premier del Regno Unito

    L’ultra della Brexit – come lo definisce “Il Sole 24 Ore” – ce l’ha fatta. La sua vittoria era prevista e la sua elezione non ha sollevato entusiasmi. E’ riuscito con il doppio dei voti rispetto al suo concorrente, l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt. Boris Johnson, 55 anni, allievo delle migliori scuole britanniche riservate alle élites, storico, giornalista, considerato “un gigante” dai suoi e “un clown” dai suoi detrattori,  sarà il nuovo leader dei Conservatori e il nuovo Primo Ministro britannico. Il suo bacino elettorale era rappresentato dai 160 mila iscritti al partito conservatore. La democrazia britannica! – si dice con ammirazione. Nella realtà, 160 mila Conservatori hanno scelto chi dovrà governare 66 milioni di cittadini. Lo smisurato rapporto dovrebbe far riflettere. Ma la democrazia britannica, altro mito inestinguibile, assicura stabilità al sistema e fiducia dei cittadini nelle istituzioni. L’elezione di Johnson, tuttavia, qualche perplessità la solleva. La sua vita privata, le acconciature della sua bionda chioma, il suo abbigliamento stravagante, i suoi svarioni ministeriali, le sue gaffe da ministro degli Esteri, hanno disseminato di chiacchiere i salotti londinesi e di gossip i giornali popolari. Anche la sua carriera è stata variegata e zigzagante: dal giornalismo, dove ha conosciuto licenziamenti e critiche feroci per la sua scorrettezza professionale, è passato alla politica. E’ diventato deputato conservatore nel 2001; tre anni dopo è stato licenziato come vicepresidente del partito da Michael Howard, allora leader Tory, per aver mentito su una relazione etra-coniugale e la nascita di una figlia illegittima. La sua disordinata vita personale non lo ha però danneggiato e nel 2008 è stato eletto sindaco di Londra e riconfermato per un secondo mandato nel 2012. Fu in questo periodo che la sua popolarità raggiunse alti livelli. Rieletto deputato nel 2015, è diventato ministro senza portafoglio nel secondo governo Cameron. Nel corso della campagna per il referendum del 2016 si è schierato a favore della Brexit e ha condotto una feroce campagna anti UE, paragonandola addirittura alla Germania nazional-socialista. Ha raccontato menzogne sui versamenti di Londra al bilancio dell’Unione e queste sue false notizie hanno certamente contribuito al successo della Brexit. Non ha dato tregua alla nuova leader Theresa May dopo le dimissioni di Cameron e si è dimesso egli stesso da ministro degli Esteri nel luglio del 2018, perché in disaccordo con il governo in ordine agli accordi negoziati con Bruxelles per l’uscita del Regno Unito dall’UE. L’accordo fu respinto per ben tre volte dal parlamento e nell’impossibilità di trovare altre soluzioni accettabili, la May è giunta alla sue dimissioni, avendo però sempre respinto l’ipotesi di una uscita no deal, senza accordo, ritenendola disastrosa. Ed è già storia di oggi. Johnson, al posto lasciato libero dalla May, si ritrova con gli stessi problemi e di fronte alle stesse scelte: uscire con o senza accordo? Rinegoziare o no l’accordo raggiunto dalla May? L’Europa non vuole rinegoziare, ma la nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha dichiarato la sua disponibilità a concedere una nuova eventuale proroga al governo britannico, al di là del 31 ottobre, concordato con la May. Johnson dovrà vedersela con la questione che ha già bruciato due capi di governo e 43 fra ministri e sottosegretari. Ha davanti a sé cento giorni per sciogliere il nodo dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ed un primo segnale l’ha dato ieri l’altro il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, in diretta da una rete televisiva, annunciando la sue dimissioni. Domani, mercoledì, egli lascerà l’incarico di ministro delle Finanze, in totale disaccordo con la prospettiva di un’uscita no deal, che a suo parere sarebbe invece accettata dal nuovo premier, il quale ritiene che la scadenza del 31 ottobre è decisiva; ne va della tenuta delle istituzioni e dell’intero sistema politico, se non verrà rispettata – ha dichiarato. Entro quella data, per evitare il peggio, si dovrebbe anche trovare un’intesa sul back-stop, al fine di non creare un confine duro tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, tema questo che non ha trovato d’accordo i negoziatori di Theresa May e quelli europei. Ci sarà il tempo per fare in poco tempo ciò che non è riuscito in tre anni? Anche sul fronte dell’opposizione, nel Labour di Jeremy Corbyn si intravvedono novità. Corbyn, la cui ambiguità con le soluzioni della May sono da considerare magistrali, ha scritto in una lettera indirizzata agli iscritti del suo partito che sarà opportuno sottomettere a referendum i risultati, qualunque essi siano, a cui giungerà il capo del governo Johnson entro il 31 ottobre. E’ normale che sia il popolo a decidere in definitiva! Molti osservatori, però, non sono rimasti convinti da questa progettata iniziativa, Ritengono invece che la proposta serva ancora una volta a mascherare ciò che vuole veramente il partito laburista, ammesso che voglia veramente una soluzione rispetto ad un’altra. La leadership di Corbyn, tra l’altro, è stata scalfita da una lettera firmata da 65 lord laburisti e a lui indirizzata, in cui si denuncia la sua indisponibilità ad esercitare la sua funzione di leadership nei confronti di dirigenti del Labour che praticano l’antisemitismo. Non si dice apertamente che anche Corbyn è un antisemita, ma ci si appella alla sua negligenza nei confronti di chi lo è, per dichiarare menomata la sua leadership. Non è un’accusa da poco, ma temiamo che per il momento nulla verrà a modificare l’equilibrio di potere all’interno del Labour prima che si giunga ad eventuali elezioni anticipate. Noi ci meravigliamo, in negativo, di come le cose politiche vanno in Italia. Certamente non c’è da consolarsi di come le cose vanno anche in Inghilterra, la patria della democrazia per eccellenza, se le eccellenze politiche odierne rispondono al nome di Johnson e di Corbyn.

     

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