Repubblica

  • Il secondo mandato di Mattarella

    Personalmente avrei preferito l’elezione di Mario Draghi, al secondo mandato di Sergio Mattarella, che però costituisce il migliore piano B possibile, per bloccare il tentativo di ripresa del potere da parte della insulsa e incapace casta politica nazionale.

    Ma certamente lo scienziato Salvini e tutti i politicanti che hanno complottato contro la naturale elezione al Colle di Draghi hanno fatto la scelta peggiore in assoluto in rapporto ai loro egoistici obiettivi.

    Infatti, se avessero eletto Draghi, che da Presidente avrebbe ovviamente ostacolato la politica dell’assalto alla diligenza delle risorse pubbliche, è anche vero che avrebbero potuto convergere sulla scelta unitaria di un premier, politico o tecnico, da proporre a Draghi più malleabile di lui che, invece, con l’elezione di Mattarella,  resterà Premier e, a fronte di partiti sconfitti e indeboliti, e di nuovo con le spalle blindate dalla conferma dello stesso Presidente che lo aveva nominato, certamente continuerà il commissariamento della politica ancora più decisamente che in passato.

    Quale scenario peggiore per i leader di partiti, abituati non a convincere gli elettori sulla bontà delle loro tesi politiche, che non esistono, così come i progetti di governo e neanche le semplici idee, ma piuttosto esperti ad acquisire i consensi con la demagogia spicciola, il ricorso agli algoritmi e, soprattutto, la graziosa distribuzione di ogni possibile prebenda, contributo e regalia, ovviamente a spese dell’aumento esponenziale del debito pubblico, di ritrovarsi sulle macerie della propria sconfitta e, soprattutto, privi di sponde su cui trovare conforto alle loro impresentabili esigenze?

    E se è vero che il primo obiettivo di evitare le elezioni anticipate è stato raggiunto, è pur vero che le elezioni si terranno comunque entro un anno circa, ed è evidente che i vertici  della partitocrazia imperante, già da oggi cominceranno a tremare all’idea di affrontarle senza potere ricorrere ai giochetti delle bandierine di partito, né alle ordinarie sovvenzioni, utili solo ad alimentare le loro altrimenti sterili campagne elettorali, finanziate a discapito degli interessi reali del Paese e soprattutto di quella parte che lavora, produce e paga le imposte.

    Un incubo che non li farà dormire la notte e che, soprattutto, per il modo ridicolo e insensato di come è stata gestita la corsa all’elezione del Presidente della Repubblica, ha lasciato ferite gravi e, forse insanabili, in tutte e due gli schieramenti, ma con una frattura più pesante in quello del centrodestra, che proprio per il fatto di avere più voti, ambizioni e soprattutto presunzioni di successo, è chiaramente imploso davanti all’evidente sconfitta, e per questo pagherà il prezzo più alto.

    Una brutta storia, che dà soprattutto il senso di una classe politica ottusa e arrogante che si è, speriamo per l’ultima volta, delegittimata da sola per pura incapacità e che dovrebbe prendere atto che è arrivata al capolinea, e sarebbe ora che lasciasse, senza eccezioni, il campo ad un processo di cambiamento e di vero rinnovamento della politica, che se non torna ai valori, ai principi e ai contenuti per il corretto esercizio della sua funzione, perderà sempre maggiore credibilità da parte dei cittadini e confermerà la sua inutilità.

    Con il rischio che il primato della politica, che è un valore inestimabile perché garantisce in democrazia il corretto esercizio del controllo democratico e della sovranità popolare, già da tempo osteggiato, possa essere definitivamente cancellato, persino con il paradosso autolesionistico del beneplacito della stessa società civile, stanca di imbonitori e venditori di fumo, come ormai appaiono i leader dell’attuale partitocrazia nazionale e desiderosa di fare pulizia, buttando via il bambino insieme all’acqua sporca.

    E invece c’è l’assoluta necessità di salvare la democrazia e rinforzare la partecipazione popolare, per una politica al servizio del Bene Comune, a partire dalla immediata riforma dell’elezione del Presidente della Repubblica, da togliere ai Grandi Elettori e da affidare direttamente al popolo, nonché dalla celere adozione di una legge elettorale che restituisca il diritto ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti, ed eliminare finalmente e per sempre l’osceno esproprio della sovranità popolare, imposto da tutti i capi partito a loro esclusivo beneficio.

    *già sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

  • Una volta

    Qualche decennio fa il socialista Rino Formica definì la politica “sangue e merda” affrescando così un’immagine molto forte.

    La vicenda della rielezione del presidente Mattarella dimostra invece quanto obsoleta possa oggi venire considerata questa terribile definizione.

    Durante questa settimana, indipendentemente dai soggetti politici, abbiamo assistito ad un susseguirsi di proposte di candidati lanciati allo sbaraglio in quanto privi di alcun accordo politico precedente contemporaneamente a tradimenti politici e personali consumati nel giro di qualche ora. Uno spettacolo avvilente che ha dimostrato l’assoluta mancanza di qualsiasi tipo di valore umano espresso da questi leader politici i quali, per conseguire l’obiettivo minimo e anche la sola propria visibilità o l’affermazione della propria compagine politica, hanno senza ritegno imbastito delle trame finalizzate più a danneggiare l’avversario che non a raggiungere l’obiettivo, cioè l’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica. Questi torbidi personaggi hanno utilizzato il palcoscenico parlamentare per recitare di fronte ai media la poesiola degli “alti obiettivi” che la loro azione intendeva raggiungere per poi, lontano dalle luci della ribalta e mediatiche, ordire le peggiori trame che mente umana possa immaginare.

    Subito dopo l’elezione del Presidente della Repubblica, infatti, ognuno si è arrogato il merito della rielezione del presidente Mattarella accusando la parte avversa di aver ordito e tramato contro sé stessi e la nazione.

    Dopo sole quarantotto (48) ore si ritroveranno tutti assieme al prossimo Consiglio dei Ministri come espressione di un’alleanza politica, avendo ampiamente dimostrato la propria incapacità come forze governative risultando relegate a semplici forze di sostegno ad un governo eterodiretto.

    Se Rino Formica avesse ragione il sangue dovrebbe sgorgare da ferite politiche ed umane e, di conseguenza, dare vita a mutamenti politici e personali proprio in seguito alle ferite subite e al sangue che ne è conseguito.

    Viceversa lo spettacolo offerto dalla politica dimostra, soprattutto alle giovani generazioni, come si possa tradire senza pagare alcuna conseguenza e sempre per un interesse personale sorvolare sui torti subiti venendo meno a qualsiasi principio di dignità personale.

    Questo oggi emerge come unico messaggio che la politica è in grado di offrire e comunicare: un luogo dove non si trova più né il sangue né la merda. Semplicemente, invece, l’immagine più vicina allo spettacolo parlamentare è quello di un’immensa discarica priva di ogni valore politico, etico ma soprattutto umano.

  • Per eleggere il Presidente 24 ore di silenzio stampa

    Per arrivare all’elezione condivisa del Capo dello Stato sarebbe prima di tutto necessario che i vari giornalisti, analisti, commentatori ed esperti decidessero di stare zitti per 24 ore, infatti da giorni non stanno fornendo notizie ma ci propinano diverse e dannose elucubrazioni, che spesso diventano masturbazioni pseudo intellettuali, con il risultato di rendere ancora più difficile un accordo tra le forze politiche.

    In sintesi le uniche cose certe sono che: 1) Draghi potrebbe rimanere a guidare il governo solo se il Capo dello Stato fosse eletto dalla stessa, od eventualmente più ampia, maggioranza che forma  l’attuale governo; 2) se Draghi dovesse andare al Quirinale il nuovo capo del governo dovrebbe garantire la stessa stabilità che ha garantito Draghi e questo è un impegno che solo le forze politiche possono prendere; 3) il Presidente Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, ha detto in maniera incontrovertibile che il Parlamento è sovrano, di conseguenza se la grande maggioranza del Parlamento lo votasse non potrebbe  che  tornare ad essere Presidente e noi riavremmo la situazione attuale che ha aiutato e continuerebbe ad aiutare l’Italia nel contesto interno ed internazionale.

    Come ultima, ovvia, considerazione il Presidente della Repubblica deve essere in grado di affrontare, oltre ai noti problemi sanitari ed economici, le nuove emergenze Russia-Ucraina, Cina ed Iran con le conseguenze energetiche e di stabilità in varie aree del pianeta. Difficile immaginare che alcuni dei nomi circolati, più o meno ufficialmente, in questi giorni, benché di buon livello, possano offrire le necessarie garanzie per affrontare questo tipo di problemi. Perciò il richiamo da un lato al buon senso e dall’altro al silenzio è d’obbligo, ma siamo purtroppo certi che tutti continueranno a parlare con la conseguenza che, oltre a dar aria ai denti, renderanno sempre più difficile ogni accordo di buon senso.

  • L’elezione di Bianca

    L’elezione di Bianca che non per la prima volta dovrà rinunciare all’incarico e, presumibilmente, non sarà l’ultima, e dopo la prolungata confusione di leader e peones i quali, con la complicità dei media, sono riusciti attraverso dichiarazioni e commenti a sminuire la figura di Draghi e il peso dell’Italia in Europa e nel mondo, le prossime ore si annunciano quanto mai deludenti per chi sperava nel ritorno della politica.

    In fondo però non c’è nulla di particolarmente nuovo e diverso dalle elezioni di altri presidenti, in altri paesi: basta ricordare quella negli Stati Uniti o le dichiarazioni di alcuni candidati per le prossime legislative francesi. Non c’è molto da dire sulla drammatica evidenza che le democrazie annaspano mentre le loro istituzioni sono state in gran parte usurpate da personaggi i quali, con sistemi elettorali ad hoc, hanno instradato e manipolato l’espressione del voto popolare.

    Il bene comune, l’interesse della Nazione, la dignità dello Stato sono obiettivi passati in terzo piano rispetto agli interessi elettorali e personali. Oggi le democrazie sono diventate asfittiche, deboli, succubi anche dei social e quello che un tempo era un gigante economico, l’Unione Europea, che non è stata in grado per veti incrociati ed insipienza dei capi di Stato di diventare Unione politica, dimostra, proprio sul piano economico, di avere basi sempre più fragili. Intanto i paesi forti, con presidenze assolutiste e dittatoriali, riprendono a diventare egemoni dividendosi le aree di influenza e potere nel mondo. Putin e Xi Jinping, di fatto, hanno già siglato un accordo per spartirsi aree geografiche per espansioni militari ed economiche, accordo che potrebbe essere vantaggioso anche per l’area di influenza che l’Iran mira ad ottenere, almeno per quanto riguarda gli armamenti nucleari.

    Nel contesto il terrorismo non è per nulla sopito, la pandemia globale non è vinta, già si parla di nuove mutazioni e di altri virus in agguato, la povertà aumenta, nei paesi più sviluppati come negli altri, rendendo sempre più drammatico il processo immigratorio, e il potere dei super speculatori, di un mondo finanziario spesso fittizio e sempre arrogante, non si cura di preservare l’economia reale. Rischiamo a breve, vicino a noi, guerre non solo economiche, mentre è già di oggi il problema energetico e quello ambientale, intanto i grandi elettori italiani sono in attesa di conoscere le decisioni dei loro leader impegnati nel gioco al massacro di quella che sta diventando non l’elezione del Presidente della Repubblica ma l’inizio della campagna elettorale per le prossime elezioni nazionali.

  • Zemmour si fa un partito per correre per l’Eliseo

    All’estrema destra, ancora più estrema del Rassemblement National di Marine Le Pen, ci sarà ‘Vox Populi’: questo il nome che il polemista Eric Zemmour, che sta provocando un terremoto fra Républicains e lepenisti che potrebbero veder svanire milioni di elettori alle presidenziali di aprile, ha scelto per il suo partito. E’ stata la radio Europe 1 a rivelare che Zemmour – ormai il personaggio più mediatizzato, conteso da tutti gli studi televisivi e radiofonici del Paese – sta ormai lavorando alla sua struttura elettorale ancor prima dell’annuncio ufficiale della candidatura. Che dovrebbe, secondo quanto trapela fra i suoi fedelissimi, arrivare l’11 novembre, scompaginando definitivamente il panorama politico della destra e dell’estrema destra francese.

    Zemmour, che già un paio di sondaggi hanno dato nelle ultime settimane al secondo posto dietro Emmanuel Macron al primo turno – e quindi qualificato per il ballottaggio -, continua intanto nel disegno di estremizzare la sua posizione, al punto da aver fatto scattare nei giorni scorsi la reazione anche della comunità ebraica francese. Lui, ebreo, non ha esitato a moltiplicare le dichiarazioni provocatorie sul maresciallo Petain (il capo della Francia collaborazionista), sul caso Dreyfus, persino sui bambini vittime degli attentati islamici di Tolosa (definendoli ‘stranieri’ perché sono stati sepolti in Israele) fino a quando la comunità ebraica ha chiesto ai suoi membri che “neppure una voce” si levi per sostenere Zemmour.

    I programmi del polemista intanto proseguono fitti, anche se nell’ombra: l’11 novembre potrebbe arrivare l’annuncio della candidatura, a fine novembre una riunione di responsabili regionali della sua associazione per dare vita – con una sorta di congresso costituente – al suo partito politico. Diversi membri dell’Associazione Amici di Eric Zemmour sono già stati preavvertiti. Sul nome del partito circolano ogni giorno ipotesi, ma da settimane ‘Vox Populi’ continua ad essere la più gettonata. Stando alla tv BFM, poi, si svolgono – nel massimo riserbo – anche vere e proprie riunioni elettorali. La prima, la sera del 25 ottobre, nel quartier generale di Zemmour, che la sua associazione gli ha messo a disposizione a rue Jean Goujon, in uno dei quartieri più esclusivi di Parigi, a due passi dagli Champs-Elysées. C’era un centinaio di persone, i più stretti sostenitori dell’ex giornalista, che ha preso la parola per ringraziare i presenti del loro impegno: “A lungo – ha detto – ho immaginato un candidato che avrebbe potuto portare avanti le nostre idee… diventa possibile che sia io quando vedo il sostegno che mi date. I colpi che arriveranno saranno sempre più forti, contro di me e contro quelli che mi sostengono. Bisognerà essere forti collettivamente per arrivare fino in fondo”. Erano già pronti e sono stati mostrati ai presenti i manifesti elettorali con le scritte ‘Zemmour Président’ e ‘Z 2022′.

    Forte la preoccupazione nella destra tradizionale – che soltanto a dicembre sceglierà il suo leader in un congresso e che rischia di vedersi portar via dal nuovo candidato la parte meno moderata del partito – e nel Rassemblement National di Marine Le Pen. La quale deve guardarsi le spalle anche in famiglia: il padre Jean-Marie ha già chiaramente annunciato che “se Zemmour sarà il candidato del campo nazionale meglio piazzato” lo sosterrà senza esitazione; la nipote Marion Maréchal ha aggiunto che “con due candidature le cose diventano un po’ più complicate” e che “a un certo punto bisognerà porsi la questione di sapere chi ha più possibilità”.

  • Il diritto dovere di rappresentare tutti gli italiani

    L’emergenza Covid forse finirà se manterremo il distanziamento fisico, il divieto di assembramento e l’uso della mascherina ma sarà di fatto impossibile una campagna elettorale a contatto con gli elettori e il periodo estivo non invoglierà le persone a soffermarsi sugli eventuali programmi politici di approfondimento.

    Se per le elezioni regionali questo è un problema che in parte sarà superato dalla conoscenza, da parte dei cittadini, dei candidati per la presidenza delle Regioni lo scoglio rimarrà invece insormontabile per il referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari. Un referendum che si presenta già anomalo perché senza quorum ma che comunque ha una valenza politica e morale importante per il futuro della nostra democrazia.

    Modificare il numero dei parlamentari comporterà una modifica costituzionale per la quale si dovrebbe avere un ampio consenso e, a seguire, una nuova legge elettorale e la modifica dei regolamenti di Camera e Senato. II tutto tenendo ben presente che siamo in un periodo nel quale, da troppi mesi, il Parlamento è stato di fatto esautorato, che da tempo i parlamentari non sono eletti dal popolo sovrano ma nominati dai capi partito e noi siamo una Repubblica parlamentare nella quale i poteri delle istituzioni, fino a qualche anno fa, erano adeguatamente ripartiti e ben divisi affinché fossero evitate quelle derive autocratiche e oligarchiche che ormai stanno prendendo piede. Stupisce pertanto che il Presidente della Repubblica, prima di firmare per la data delle elezioni a settembre, non si sia posto il problema dell’opportunità di rinviare ad altra data il referendum sul numero dei parlamentari. In questi mesi avremmo in più occasioni voluto vedere Mattarella più vigile ed attento, più pronto a richiamare sia il governo che l’opposizione ai doveri di chiarezza e rappresentanza che la situazione sanitaria ed economica richiedevano. In troppe occasioni il Presidente ha taciuto o ha parlato con voce troppo flebile ed anche in questa occasione è stato succube di volontà altrui dimenticando che sarebbe stato suo compito essere garante del diritto degli elettori di poter votare avendo avuto sia un’informazione completa e corretta sulle conseguenze della eventuale diminuzione dei parlamentari, sia sulle future modifiche della nostra Costituzione che, anche con le sue pecche, aveva fino ad ora garantita quella democrazia e pluralità che rischiamo ogni giorno di più di perdere. Non volevamo un atto di coraggio ma solo l’esercizio di un diritto dovere di rappresentanza di tutti gli italiani e non solo di una parte. Mattarella si è schierato, scegliendo di non essere il Presidente di tutti, il garante dell’esercizio democratico di un voto informato e consapevole per le conseguenze presenti e future.

  • 9 febbraio, giornata della memoria del futuro dell’Italia

    Non fu una “parentesi”, ma un salto nel futuro; non fu nemmeno un’esperienza troppo precoce per i tempi, ma la dimostrazione che volendo l’Italia aveva già tutti i semi della più avanzata democrazia.

    Eppure pare che l’Italia di oggi faccia fatica a ricordare la Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini, che il 9 febbraio di esattamente 170 anni fa introdusse regole di diritto all’avanguardia e che poi il nostro paese si sarebbe scordato per un pezzo.

    Non fu sogno utopico, ma realtà costituzionale. Non si parla di una landa del Nuovo Mondo, ma di una delle capitali più conservatrici d’Europa – la Roma papalina sottratta alle riforme illuministiche che pure toccarono Napoli, Firenze, Milano.

    Ma, quasi in forma di riscatto, nel 1849 Roma si trasformò in un cantiere di innovazioni. Venne stabilito il suffragio universale, concedendo dunque il voto anche alle donne (anche se nella pratica poi prevalse una certa consuetudine) – un secolo prima della costituzione repubblicana del dopoguerra. Si affermò la libertà di culto, anche per gli ebrei, in una capitale che aveva ancora un vero ghetto. Si sancì la separazione tra Stato e Chiesa, in una Roma fino ad allora quasi teocratica, e con una determinazione ben maggiore di certi sotterfugi odierni.

    Si dotarono i municipi di piena autonomia decisionale, in base a un semplice principio di sussidiarietà e introducendo quel decentramento e quel federalismo dei territori negato fermamente dalle riforme napoleoniche e sul quale ancora oggi si continua a pasticciare. Si abolirono la pena di morte, la tortura, perfino la censura, in un’epoca, che durò fino all’altro ieri, nella quale per certe cose si andava per le spicce. Senza demagogia la Repubblica declinò una serie di diritti – dalla libertà d’insegnamento a quella di associazione, fino al diritto alla casa e alla proprietà  – ma si soffermò anche su un concetto chiaro e caro a Mazzini: i doveri. Tra essi, anche il concorrere a un esercito di popolo, concetto modernissimo in quell’Italia schiava di mercenari e truppe straniere.

    Tutto l’impianto della Repubblica Romana rappresentò una lezione di progresso in atto e non teorico, senza quelle ingenuità che si trovano facilmente in analoghi tentativi.

    Basta concentrarsi su un tema oggi lacerante: il confronto con l’“altro”. La cittadinanza fu concessa a tutti i non italiani residenti da dieci anni, con uno spirito di apertura eccezionale per l’epoca come per il presente – e anziché demonizzare gli stranieri si preferì concentrarsi sui nemici interni, abolendo “tutti i privilegi di nobiltà, nascita o casta”. Nel 1849 a Roma si guardava al resto del mondo senza complessi, stabilendo che la “repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana”. La felice formula è una lezione per lo stentato europeismo di oggi, per la confusione che continuamente si fa tra “popolo europeo” ed “Europa dei popoli”, tra identità nazionale e comune origine e destino di fratelli.

    E a mettere chiarezza sulla legittimità democratica, il primo articolo della costituzione afferma un concetto ancora oggi tanto travisato: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”.  La sovranità dunque non è “del” popolo, ma “nel” popolo. I cittadini non dispongono della sovranità in modo tale da poterla cedere a terzi – siano l’uomo forte di turno che raccoglie consensi maggioritari, o un’astratta entità burocratica sovranazionale. No: la sovranità resta dentro il popolo, da lì non può muoversi.

    Il 9 febbraio non si ricorda dunque un museo, un feticcio che poi viene messo in naftalina per i giorni restanti. Non si dovrebbe parlare di “commemorazione”, ma di festa, come si festeggia il futuro migliore. Ma non è così.

    Se ogni anno i mazziniani preservano il rito di una laica “giornata della memoria”, con le tradizionali cene o con qualche convegno (in questi giorni se ne segnalano a Firenze, in Romagna, in Calabria, in Sicilia, e ancora), la ricorrenza resta sconosciuta ai più.

    Quasi un’operazione di rimozione di quel coraggio, di quella laicità, di quello stato di diritto – troppo per l’Italia di ieri e forse anche di oggi. Al punto che molti problemi del nostro paese sono quasi diretta conseguenza di questo oblio e che la lezione più attuale della Repubblica Romana è una lezione “per assenza”.

Pulsante per tornare all'inizio