Salute

  • Le dieci peggiori bufale sull’antibiotico-resistenza

    In vista del voto sugli antimicrobici critici (CIA) del Parlamento Europeo, EPRUMA sfata 10 miti sulla presunta responsabilità del settore veterinario nello sviluppo di AMR.

    La mancanza di consapevolezza e la disinformazione produce bufale sull’AMR, l’Anti-Microbico-Resistenza. Li sfata oggi un documento di EPRUMA che elenca le 10 peggiori bufale usate a detrimento della Veterinaria. Ristabilire la verità con evidenza scientifica è uno sforzo che EPRUMA (The European Platform for the Responsible Using of Medicines in Animals) compie in vista del voto di Strasburgo.
    Veterinari, Allevatori, Farmaceutiche e Mangimistiche riuniti in EPRUMA chiariscono anche che “il divieto di utilizzo negli animali di alcuni antibiotici può avere un effetto contrario: la dipendenza da pochi antibiotici per il trattamento delle infezioni negli animali aumenterà la pressione selettiva sui batteri e favorirà la selezione di organismi resistenti agli antibiotici”.
    I dieci miti da sfatare– Nel documento 10 Myth Busting Facts about Antibiotics and Animals diffuso oggi, EPRUMA supporta con riferimenti scientifici e legislativi le proprie tesi. Di seguito una sintesi:
    1 – Nell’UE, gli animali da allevamento usano più antibiotici degli esseri umani.
    FALSO: L’uso di antibiotici per kg di biomassa è inferiore negli animali da allevamento rispetto alle persone.
    2 – Nell’UE, gli antibiotici sono usati per promuovere la crescita degli animali da allevamento.
    FALSO: L’uso di antibiotici come promotori della crescita negli animali da allevamento è vietato nell’UE dal 2006.
    3 – C’è un alto rischio che le persone si ammalino a causa della resistenza agli antibiotici sviluppata negli animali e trasferita all’uomo.
    FALSO- Le persone sono portate a credere che i batteri resistenti agli antibiotici vengano trasferiti dagli animali all’uomo, ma in realtà dovrebbe verificarsi una sequenza di eventi complessa e rara perché ciò avvenga. Il  trasferimento di batteri resistenti dagli animali all’uomo è un evento raro. E’ vero il contrario: le persone possono trasferire batteri resistenti agli animali.
     4 – La resistenza antimicrobica nell’uomo è il risultato di un uso eccessivo di antibiotici negli animali.
    FALSO: I meccanismi di sviluppo della resistenza agli antibiotici nei batteri sono gli stessi nell’uomo e negli animali. L’uso improprio o eccessivo di antibiotici nell’uomo e negli animali può portare allo sviluppo di resistenza nei batteri, mentre il trasferimento di geni di resistenza agli antibiotici tra specie può avvenire occasionalmente e in entrambe le direzioni (vedi anche domanda precedente). Pertanto, vietare l’uso di determinati antibiotici negli animali avrà scarsi effetti sul carico di resistenza antimicrobica nell’uomo.
    5 – Gli antibiotici sono presenti negli alimenti.
    FALSO- Nell’UE, per ciascun antibiotico per uso veterinario sono fissati tempi di sospensione molto rigorosi, che servono a dare tempo all’animale di smaltire i medicinali assunti, prima della macellazione. Ciò garantisce la sicurezza alimentare in quanto i prodotti alimentari di origine animale non possono contenere residui di antibiotici al di sopra di limiti molto stringenti.
    6 – L’agricoltura intensiva favorisce lo sviluppo della resistenza antimicrobica.
    FALSO– Il principale driver per lo sviluppo della resistenza è il livello di uso/abuso di antibiotici, che non è necessariamente legato al sistema di allevamento. I batteri resistenti si trovano sia negli allevamenti intensivi che in quelli biologici, poiché gli animali si ammalano in tutti i sistemi di produzione.
     7 – Gli antibiotici sono usati negli animali in quantità eccessive da persone non competenti
    FALSO– Gli antibiotici negli animali possono essere utilizzati solo dopo l’esame, la diagnosi e la prescrizione di un Medico Veterinario. I Veterinari sono altamente qualifiicati per valutare le condizioni di salute degli animali sotto la loro cura, per diagnosticare e prescrivere il trattamento necessario nello stesso modo in cui i medici fanno per le persone. Il regolamento 2016/6 rafforzerà la supervisione e l’assistenza veterinaria favorendo le best practice che riducono  al minimo la necessità di utilizzare antibiotici .
     8 – Il trattamento preventivo viene utilizzato negli allevamenti dell’UE per compensare la scarsa igiene e allevamento.
    FALSO– Gli animali – come gli esseri umani – possono ammalarsi anche se vengono tenuti nelle migliori condizioni. Gli animali sono riconosciuti come esseri senzienti (articolo 13 del TFUE) e devono essere curati quando si ammalano. Il veterinario è un professionista che valuta la situazione, formula una diagnosi  e prescrive il giusto trattamento agli animali malati, compresi gli antibiotici ove necessario, come fanno i medici per le persone.
     9 – Il trattamento di gruppo degli animali non è necessario
    FALSO– Il trattamento di gruppi di animali tramite acqua potabile e mangime può rappresentare il metodo di trattamento più sicuro ed efficace. A questo riguardo il regolamento 2019/4 sui mangimi medicati introduce regole rigorose. Il controllo e il trattamento di singoli animali  può avere l’effetto di risultare molto stressante per l’animale, soprattutto quando è richiesto un  dosaggio giornaliero. Dovrebbe sempre essere demandato  al veterinario decidere la modalità di trattamento ideale, caso per caso.
    10 – Dobbiamo dare un “obiettivo zero” all’uso  di antibiotici negli animali.
    FALSO– Gli antibiotici devono essere disponibili quando necessario ed essere utilizzati con prudenza e responsabilità sia negli animali che nell’uomo, a seguito di una diagnosi e di una prescrizione da parte di un veterinario (nell’animale) o di un medico (nell’uomo),per controllare le infezioni e arrestare la diffusione di malattia.

    Fonte: AnmviOggi

  • Allarme anziani: ce ne sono 2,7 milioni in forte difficoltà

    Preoccupa la situazione degli anziani in Italia, una popolazione sempre più in crescita alle prese con una povertà generalizzata, spesso con problemi di mobilità e tanti acciacchi, tant’è che l’80% se la deve vedere con almeno tre patologie croniche. Nel complesso si tratta di 2,7 milioni di persone, con 75 anni o più, costrette a vivere senza un supporto sociale o sostegni di alcun tipo, segnate da sfavorevoli condizioni abitative e condizioni economiche difficili. La fotografia l’ha scattata l’Istat con il rapporto su ‘Gli anziani e la loro domanda sociale e sanitaria’, realizzato nell’ambito della collaborazione con la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana, istituita presso il Ministero della Salute e presieduta da Mons. Vincenzo Paglia, per analizzare – su dati 2019, quindi con l’emergenza Covid ancora da venire – le condizioni di fragilità e la domanda di assistenza sociale e sanitaria delle persone con almeno 75 anni.

    Su una popolazione di riferimento di circa 6,9 milioni di over 75, oltre 2,7 milioni presentano gravi difficoltà motorie, comorbilità, compromissioni dell’autonomia nelle attività quotidiane di cura della persona. Tra questi 1,2 milioni non possono contare su un aiuto adeguato. E circa 1,3 milioni di over 75, su un totale di quasi 7 milioni (18,8%), dichiarano di non ricevere nessun aiuto adeguato in relazione ai bisogni della vita quotidiana e alle necessità di tutti i giorni. Più grave appare il bisogno di coloro che sono completamente soli: si tratta di ben 638.913 individui, o conviventi con altri anziani (372.735), per un totale di oltre un milione di persone (14,7%) che vivono quindi in solitudine o molto spesso con un coniuge anch’esso in là con gli anni. Poi ci sono le malattie e su questo lo studio evidenzia per la popolazione anziana una forte domanda sanitaria, infatti l’80% soffre di almeno 3 patologie croniche, un altro 80% ha gravi limitazioni motorie e almeno un terzo presenta severe compromissioni delle attività di cura personale e/o strumentali per affrontare la vita quotidiana.

    Una situazione da allarme rosso, visto che una buona fetta di anziani soli – circa 100mila – vive in carenza di risorse sociali e relazionali, senza alcun aiuto né cure. Una fascia di persone che si colloca dunque nella parte più bassa dei redditi, candidate ad affollare ospedali, Rsa e case di riposo. Per questo gli estensori del rapporto sollecitano di “sostenerli in tutti i modi nelle loro abitazioni, anche attraverso un robusto supporto sociale ed economico”, consentendo “di rispondere agli effettivi bisogni di questi anziani, a garanzia del diritto pienamente esigibile all’assistenza, secondo il principio dell’equità sociale”.

    Indignata l’Unione consumatori, che parla di “dati vergognosi, perché abbandonare a se stessi gli anziani non è degno di un Paese civile”, e sollecita il potenziamento “degli aiuti domiciliari per non costringere gli anziani a entrare in case di riposo, sostenendoli sia dal punto di vista economico che sociale nelle loro abitazioni, assistendoli nei bisogni quotidiani”. All’attacco anche il Codacons che giudica la situazione “indegna di un Paese civile, una vergogna che gli anziani in Italia siano lasciati indietro, e un numero così consistente di persone bisognose non riceva l’aiuto cui avrebbe diritto, vivendo in condizione di indigenza”.

  • The biggest investment for African public health is its healthcare workers

    *An Angolan businessman and entrepreneur, involved in privately-held companies, entrepreneurial developments in the African region and founder of the Kuculá Foundation. He is passionate about fostering cross-border investments and greater intra-African commercial links.

    Post COVID-19, Africa must invest in its healthcare professionals.

    In 2020, the World Health Organization (WHO) chief Tedros Adhanom Ghebreyesus asked African Union states “to come together to be more aggressive in attacking” the virus.

    “Our biggest concern continues to be the potential for COVID-19 to spread in countries with weaker health systems,” said Tedros.

    A year later, we must ask ourselves what lessons we have learned from the African response to the pandemic. My country, Angola, serves as an example of a best-practice Sub-Saharan African vaccine roll-out. Having vaccinated over half a million people, Angola has a higher rate of inoculations than its neighbours, including South Africa. However, Angola now hosts the world’s ‘most mutated’ strain of COVID-19, including a so-called ‘escape mutation’ from pre-existing immunity according to recent findings. These two facts illustrate the complex nature of a public response to a challenge that is always evolving in real-time.

    Sub-Saharan Africa struggles with conflicts, poor health infrastructure, crowded cities with inadequate sanitation, limited governance, and porous borders — all of which provide excellent opportunities for variants to grow and spread. According to the World Bank, per-capita health expenditure in the region in 2018 was just US$83, compared to $1,110 on average in the rest of the world. The highest was $10,050 in North America, followed by $3,524 in the European Union.

    The COVID-19 pandemic has highlighted not only the vulnerability of the world’s poorest continent to outbreaks of contagious diseases, but the ardent need for the private sector to step up to fill the healthcare gap in Africa, especially human capital. Prioritising a ‘Whole-of-Society’ approach, as the WHO has called for, will involve calling upon stakeholders, entrepreneurs, scholars, and both continental and community leaders to share a common aim of building a more resilient and risk-ready healthcare system. Because it’s not a question of if, but when the next global health crisis will arrive. And we need a future generation of leaders ready to stand at the helm.

    In a report released by the WHO last month, they pointed to the risk in relying solely on state health systems in Africa citing unpredictable financial flow, lack of political will, and limited human and technological resources. These gaps support opportunities for the private sector to accelerate fair access to new COVID-19 technologies and materials and strengthen the existing regional coordination mechanisms.

    Considering both the global and regional pandemic fatigue and increased circulation of more contagious variants, immediate, strong and decisive public health interventions are clearly essential to control transmission. However, to safeguard future healthcare workers’ ability, a long-term investment in human resources and education must be implemented. This will demand an inclusive multisectoral coordination aimed at maximising all the available resources and reversing the tide of brain drain in the region.

    Strong community structures in Africa are well-positioned to be leveraged for critical public health measures, as we learned during the Ebola outbreak. To do so, support training for innovation and leadership must be prioritised on a human level. As I was directly inspired by my years of higher education overseas, the cornerstone of the Fundaçao Kuculá mission is the creation of a community of transformative leaders who work together across borders and sectors.

    The Fundaçao Kuculá’s Community Development scheme encourages awareness of public health preventive measures, including physical distancing, frequent hand hygiene, respiratory etiquette, proper mask use and awareness of the role of ventilation. Its secondary aim is to inspire a responsibility towards the environment while promoting access to safely managed water, sanitation, and hygiene (WASH). Education and public health go hand-in-hand, particularly for vulnerable communities and those populations affected by humanitarian crisis.

    Philanthropy fills gaps. In an age where philanthropy is not just a moral good, but a moral necessity, COVID-19 presents an opportunity to radically transform Africa’s approach to public health. The theory of change that Fundaçao Kuculá is founded upon is that the world needs leadership from ethical, creative and courageous people who can bridge cultures and disciplines.

    The pandemic has proven the interconnectedness of all nations and peoples in tackling some of the hardest questions we have faced yet. Yet, it has also shown that at the core of any system are its people, who need access to good schooling, stable resources, and bright prospects. We must give our youth a strong and healthy future that they can believe in.

  • Lavorare più di 55 ore a settimana alza il rischio morire per ictus

    Lavorare più di 55 ore a settimana aumenta il rischio di morte per malattie cardiache e ictus. Tanto che solo in un anno, sono stati 745.000 decessi per questo motivo, con un aumento del 29% rispetto al 2000. E la pandemia Covid-19 sta rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore. A quantificare il danno è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), appena pubblicato sulla rivista Environment International.

    Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. I risultati mostrano che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto al lavorare per le normali 35-40 ore settimanali. Nello specifico, solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone siano morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Un trend in peggioramento negli ultimi anni, tanto che tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, mentre la percentuale si attesta al 19% per gli ictus. Questo carico di malattie legate al lavoro è particolarmente significativo negli uomini (il 72% dei decessi si è verificato tra i maschi), nelle persone che vivono nelle regioni del Pacifico occidentale e del Sud-est asiatico, mentre l’impatto è minore in Europa Occidentale. La maggior parte dei decessi hanno riguardato persone morte tra 60 e 79 anni, che avevano lavorato per 55 ore o più a settimana quando avevano tra 45 e 74 anni.

    Angola, Libano, Corea ed Egitto sono tra i paesi più colpiti. I motivi per cui ciò accade, suggeriscono le evidenze scientifiche, sono due: il primo è che lavorare a lungo attiva continuamente gli ormoni di risposta allo stress e ciò innesca reazioni nel sistema cardiovascolare, portando a ipertensione e arteriosclerosi. Il secondo sono le risposte comportamentali allo stress, che includono un maggior uso di tabacco, alcol, dieta malsana e inattività fisica, tutti fattori di rischio stabiliti per la cardiopatia ischemica e l’ictus.

    E la pandemia ha peggiorato la situazione. Uno studio del National Bureau of Economic Research in 15 paesi ha mostrato, infatti, che il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10% durante i lockdown. Il telelavoro, infatti, rende più difficile disconnettere i lavoratori. Inoltre la pandemia ha aumentato la precarietà del lavoro, che, in tempi di crisi, tende a spingere chi ha mantenuto il proprio a lavorare di più. “La pandemia Covid19 ha cambiato in modo significativo il modo in cui molte persone lavorano”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. “Il telelavoro – prosegue – è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare il personale per risparmiare denaro e le persone che sono ancora sul libro paga finiscono per lavorare più a lungo”. Per ridurre questi rischi, concludono Oms e Ilo, i governi possono introdurre leggi e politiche che vietano lo straordinario obbligatorio e garantiscono limiti massimi all’orario di lavoro.

  • Pandemia e inviti dell’Oms non fermano in Cina l’allevamento di cani per uso alimentare

    In una sua recente pronuncia l’Oms avverte del pericolo rappresentato dalla vendita, per uso alimentare, di animali selvatici vivi, infatti questi sono serbatoio del 70% delle malattie infettive che potrebbero essere trasmesse, in modi diversi, all’uomo causando nuove pandemie. In molti paesi, specialmente asiatici, i mercati che vendono animali selvatici vivi sono restati aperti nonostante le sollecitazioni di alcuni governi, come quello cinese, a cessare questo pericoloso commercio. Proprio in Cina continua, in molte regioni, l’utilizzo di carne di cani, allevati allo scopo alimentare, in allevamenti lager nonostante recenti leggi abbiano chiarito che i cani non sono da considerarsi animali per l’alimentazione. Resta da chiedersi come un governo, ed un sistema politico, così capace di farsi obbedire su tutto non sia ancora stato in grado di debellare gli allevamenti di cani da macello ed i mercati con selvatici vivi, nonostante tutti i problemi creatisi con l’insorgere della pandemia proprio in uno di questi mercati.

    L’Oms chiede anche maggiore pulizia, controlli e regole per gli allevamenti di animali da carne.

    Intanto ha dato buoni risultati la prima fase del vaccino anti covid 19 per i gatti e nelle prossime settimane si avranno i dati anche della seconda puntura, si pensa inoltre ad una sperimentazione sui visoni, animali che nei mesi scorsi si sono dimostrati particolarmente predisposti ad ammalarsi e a contagiare.

    Una buona notizia in Italia è che il Ministero della Salute abbia finalmente annunciato che entro il 2021 si potrà estendere a tutte le regioni il nuovo sistema di anagrafe per gli animali d’affezione, sistema al quale, per ora, le regioni potranno aderire volontariamente mentre invece dovrebbe essere obbligatorio un sistema nazionale di identificazione. I sistemi regionali, infatti, non essendo compatibili tra di loro e connessi in rete spesso ritardano, o impediscono, il riconoscimento di animali persi. Rimane anche il problema, per alcune regioni del sud, dell’omessa pratica per l’identificazione degli animali di proprietà lasciati spesso liberi intorno a casa o in campagna senza che sia possibile, di conseguenza, identificarne i proprietari, tale pratica aumenta anche il randagismo, infatti le cucciolate indesiderate sono abbandonate. Nel programma del Ministero vi è anche l’annuncio di un maggior coordinamento e controllo sulle strutture di vario genere che ospitano animali: canili, rifugi, allevamenti.

  • L’esempio austriaco: il ministro della Salute lascia per garantire più efficienza contro la pandemia

    “Gli ultimi 15 mesi pesano come 15 anni”. Dopo due collassi subiti nelle scorse settimane, il ministro della Salute austriaco Rudolf Anschober ha gettato la spugna e si è dimesso. E’ finita così la breve parabola del ‘ministro Covid’. Un anno fa, durante la prima ondata, l’esponente dei Verdi era il membro del governo Kurz con il più alto tasso di fiducia. Mentre in molti lo vedevano già alla Hofburg come successore del presidente Alexander Van der Bellen, il perdurare della pandemia ha logorato Anschober nel profondo, non solo a livello politico ma anche fisico.

    I problemi di salute sono stati a lungo un tabù per i politici, non solo in Austria. Il mitico cancelliere socialdemocratico Bruno Kreisky si sottoponeva di nascosto a cicli di dialisi e nel 2005 l’allora presidente Thomas Klestil morì a 2 giorni dalle fine del suo mandato dopo 2 infarti e un’embolia polmonare. Anschober, invece, ha cambiato approccio e questa mattina ha alzato bandiera bianca: “Nella peggiore crisi sanitaria degli ultimi decenni l’Austria necessita di un ministro della Salute in forma al 100%. La pandemia non prende pause e neanche il ministro della Salute può farlo”, ha detto il sessantenne. “Non voglio autodistruggermi, aziono il freno d’emergenza”, ha aggiunto.

    Per il verde non è la prima volta. Nel 2012 ebbe un burnout e ne parlò pubblicamente. “E’ come se ti staccassero la spina”, ha ricordato. “Nella politica l’assenza per malattia è immaginabile solo per un breve periodo. Per questo gli si deve rispetto”, ha commentato parlando con l’Ansa il politologo Peter Filzmaier.

    Un anno fa l’ex maestro elementare Anschober volava nei sondaggi. Piaceva il suo modo di spiegare concetti complessi con parole semplici e pacate. Sono però seguite delle battute d’arresto e il ‘ministro Covid’ ha perso smalto, come evidenzia Filzmaier: “Ordinanze contraddittorie oppure in contrasto con la legislazione e obiettivi temporali che poi non reggevano”. E’ ormai entrata nel repertorio dei cabarettisti stile Crozza il suo tormentone: “Le prossime settimane saranno decisive”. Il politologo ricorda anche il tira e molla sulle riaperture: “Dal secondo posto nei sondaggi alle spalle di Van der Bellen la scorsa estate, Anschober nei mesi scorsi è crollato in 13esima posizione”.

    Il ministro ha annunciato anche il ritiro dai social media. “Quello che mi sostiene – confessava nei mesi scorsi agli amici – è la speranza di poter presto tornare in Italia”. Qui, pandemia permettendo, Anschober potrà realizzare il suo sogno nel cassetto, ovvero quello di scrivere un romanzo politico. Nel frattempo, lunedì prossimo giurerà il suo successore, il tecnico Wolfgang Muckstein, un medico con una lunga esperienza amministrativa.

  • Vertice mondiale sulla salute: un nuovo sito web per restare aggiornati

    In vista del prossimo vertice mondiale sulla salute, la Commissione europea ha pubblicato una nuova piattaforma informativa per i cittadini, i governi, le organizzazioni partner, i media, la società civile e tutte le parti interessate. In programma anche un webinar aperto al pubblico il 20 aprile.

    Il vertice mondiale sulla salute, ospitato dalla Commissione europea e dalla Presidenza italiana del G20, si terrà il 21 maggio 2021 a Roma. Sarà l’occasione per i leader politici, i capi delle organizzazioni internazionali e regionali e i rappresentanti degli organismi sanitari mondiali di condividere gli insegnamenti tratti dalla pandemia di COVID-19.

    È previsto inoltre che i partecipanti elaborino e approvino una “Dichiarazione di Roma”, elencante i principi che dovrebbero guidare la futura cooperazione in materia di prevenzione e risposta alle crisi sanitarie mondiali. Tali principi dovrebbero fungere da base per il coordinamento delle azioni a livello mondiale, regionale e nazionale volte a rafforzare i sistemi sanitari e migliorarne le capacità di preparazione.

    Fonte: Commissione europea

  • “UE per la salute”: soddisfazione della Commissione per l’entrata in vigore del programma

    Il 26 marzo è entrato in vigore il programma “UE per la salute” (EU4Health), che fa seguito all’adozione da parte del Consiglio del 17 marzo e al voto sul programma espresso dal Parlamento europeo il 9 marzo. L’entrata in vigore del programma segna la tappa conclusiva verso la messa a disposizione di 5,1 miliardi di euro per rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari e promuovere l’innovazione nel settore sanitario. “UE per la salute” contribuirà in modo significativo alla ripresa post COVID-19 migliorando la salute della popolazione dell’UE, sostenendo la lotta contro le minacce sanitarie a carattere transfrontaliero e potenziando la preparazione e la capacità dell’UE di rispondere efficacemente alle crisi sanitarie future nel quadro della costruzione di una solida Unione europea della salute.

    “UE per la salute” è un ambizioso programma di finanziamento mirato per il periodo 2021-2027, volto a garantire un livello elevato di protezione della salute umana in tutte le politiche e le attività dell’Unione in linea con l’approccio “One Health”. Il programma, proposto dalla Commissione il 28 maggio 2020, è la risposta dell’UE al COVID-19, che ha avuto un forte impatto sul personale medico e sanitario, sui pazienti e sui sistemi sanitari dell’UE. “UE per la salute”, il più ampio programma mai realizzato dall’UE in ambito sanitario in termini di risorse finanziarie, fornirà finanziamenti ai paesi dell’UE, alle organizzazioni sanitarie e alle ONG.

    “UE per la salute” si propone di migliorare e promuovere la salute nell’Unione; proteggere le persone che vivono nell’Unione da gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero; accrescere la disponibilità e l’accessibilità, anche in termini di costo, di medicinali, dispositivi medici e prodotti di rilevanza per le crisi; potenziare i sistemi sanitari, la loro resilienza e l’uso efficiente delle risorse.

    Il primo programma di lavoro per il 2021 sarà adottato e attuato dalla Commissione a seguito di consultazioni con gli Stati membri in seno al gruppo direttivo “UE per la salute”, come stabilito nel regolamento “UE per la salute”. Il programma sarà attuato da una nuova agenzia esecutiva, l’Agenzia esecutiva europea per la salute e il digitale, che entrerà in attività il 1° aprile.

  • Anziani in preda all’ipocondria, boom delle apparecchiature di autocontrollo della salute

    Tra timori e solitudine sempre più anziani – spinti anche dai familiari preoccupati – si rifugiano nel controllo ossessivo dei propri parametri vitali, sfruttando tecnologie sempre più diffuse e low-cost come smart-watch e misuratori di pressione e ritmo cardiaco, col rischio di disturbi d’ansia o, peggio ancora, diagnosi sbagliate. Con il nuovo lockdown che coinvolge quasi tutto il Paese, è ipocondria digitale per molti anziani italiani. Nell’anno della pandemia in Italia la spesa per questi strumenti ha toccato mezzo miliardo circa (il mercato globale per gli strumenti che servono a controllare da soli tutte le patologie ammonta a 1,2 miliardi di euro) con una spesa pro capite di circa 40 euro, sostenuta spesso dai figli preoccupati per la salute dei genitori anziani.

    A mettere in guardia dai rischi derivanti dall’ossessione digitale, anche alla luce del recente documento della Società Europea di Cardiologia, sono gli esperti della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe), che sottolineano come sotto la spinta dell’emergenza Covid si sia passati dalla consultazione compulsiva di Google all’automisurazione di tutti i parametri corporei. “Tutte le tecnologie digitali a partire dagli smartphone, possono rappresentare un volano per la prevenzione cardiovascolare e lo conferma il boom delle vendite di apparecchi per il monitoraggio della funzione cardiaca: dai braccialetti elettronici alle App, agli smartwatch per la trasmissione dell’elettrocardiogramma – dichiara Alessandro Boccanelli, presidente della Società Italiana di Cardiologia Geriatrica (SICGe) – È giunto il tempo di lavorare – aggiunge Boccanelli – su un percorso di cura che inizia dall’interazione del paziente da remoto. Ma non bisogna confondere l’automonitoraggio con la diagnosi che deve essere sempre eseguita dal medico, indipendentemente dal dato tecnico che non si può sostituire all’operatore sanitario. Invece c’è la convinzione che usandoli si possa scavalcare il professionista sanitario che deve sempre suggerire il loro utilizzo, altrimenti il rischio è di far sentire tutti un po’ malati. Ciò vale soprattutto per gli anziani che vivono a casa, vittime spesso inconsapevoli di un ossessivo controllo ‘fai da te’, e più esposti al rischio di un eccesso di medicalizzazione e di sofferenza e inquietudini crescenti. Non è infrequente, ad esempio, che l’apparecchio per la pressione invii un messaggio di allerta di una presunta fibrillazione atriale, ma se il paziente non è a rischio non deve preoccuparsi. Bisogna dunque parlare con il proprio medico utilizzando sempre l’operatore sanitario come filtro, capire se si è una persona a rischio, se è opportuno utilizzare la tecnologia digitale e condividere i dati” – precisa Boccanelli.

    L’emergenza Covid ha dato una spinta rilevante e messo in luce il ruolo chiave della tecnologia digitale soprattutto applicata alla cardiologia. Il monitoraggio continuo dei parametri vitali e la raccolta dei relativi dati che in questi mesi di isolamento e distanziamento hanno subito un’impennata, hanno però sconvolto l’equilibro del rapporto tra medico e paziente, soprattutto per gli anziani. “La riprogettazione dell’assistenza sanitaria deve tenere conto delle opportunità che la rivoluzione digitale offre, ma in questo contesto la gestione della diagnosi e della cura deve essere affidata al medico e non al cittadino che rischia di sentirsi malato e ipermedicalizzarsi” – conclude l’esperto.

  • La pandemia porta ad un’impennata del 30% dei disturbi

    Sono responsabili di circa 4mila decessi all’anno in Italia, tra i giovani, persone under 30. I disturbi del comportamento alimentare, come anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata, colpiscono circa 3 milioni di italiani e sono in aumento con la pandemia, di circa il 30%. Lo confermano alcuni dati di una survey nell’ambito del Progetto CCM dedicato ai Disturbi del Comportamento Alimentare del Ministero della Salute. Secondo i dati della Survey nel primo semestre del 2020 sono stati rilevati nei 230.458 nuovi casi, nel primo semestre 2019 erano 163.547.

    A marzo, il 15, si tiene la giornata del fiocchetto lilla, dedicata a questi disturbi, ideata nel 2012 dall’Associazione “Mi Nutro di Vita”. L’iniziativa parte da un padre, Stefano Tavilla, che ha perso la figlia Giulia a soli 17 anni per bulimia e ricorre il 15 marzo, proprio nel giorno della sua scomparsa. “La pandemia – aggiunge Tavilla – ha mostrato che questi che non sono disturbi ma vere e proprie malattie non sono solo appannaggio dell’età adolescenziale: c’è una forbice allargata, che ricomprende molto con l’isolamento anche la fascia pediatrica, con anche tanti maschi. La forbice si estende poi anche verso l’alto, con persone di 40-45 50 anni, in cui le ristrettezze hanno fatto da detonatore di una malattia con cui già convivevano magari da 30 anni”. “Nella lotta per il riconoscimento di queste malattie-specifica- abbiamo individuato uno strumento legislativo nei Lea, i livelli essenziali di assistenza. Se queste patologie venissero inserite nei Lea le Regioni sarebbero obbligate a un percorso e reti di cura. In Italia non si muore perché malati anoressia e bulimia, ma per il non accesso alle cure, un problema acuito dalla pandemia”.

    Di “blackout terapeutico con la pandemia” e una ripresa delle visite a settembre dopo il primo lockdown, vedendo in pieno gli effetti con nuove diagnosi, parla anche Laura Dalla Ragione, direttore della rete USSL 1 dell’Umbria e referente del Ministero della Salute per i disturbi del comportamento alimentare. “È un’epidemia – conclude – adesso bisognerà mettere insieme un sistema di cure diffuso. Serve una rete completa di assistenza, e metà delle Regioni non ce l’ha. Il messaggio però è che da queste malattie si può guarire. Con una diagnosi precoce le probabilità di guarigione sono di circa l’80%”.

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