Salute

  • L’inquinamento sempre più causa di morte

    Si parla spesso dei gravi problemi di salute dovuti al fumo delle sigarette e continuano invece a rimanere sotto traccia sia l’aumento di consumo delle sostanze stupefacenti, specie di quelle chimiche che hanno portato ad un considerevole e preoccupante rialzo della mortalità e dei crimini legati allo spaccio ed alla tossicodipendenza, sia allo spaventoso numero di morti collegati all’inquinamento dell’aria, l’aria che tutti comunque dobbiamo respirare.

    Invisibile l’inquinamento atmosferico colpisce inesorabile tutti noi, secondo i dati pubblicati da varie parti si calcola che nel mondo, ogni anno, circa otto milioni di persone perdano la vita a causa dell’inquinamento.
    I veleni che respiriamo direttamente e che, attraverso le piogge acide ed i venti, si depositano intorno a noi e sulle sostanze  che mangiamo non lasciano scampo mentre un colpevole silenzio ammanta la spaventosa realtà: se l’Europa ha fatto passi da gigante, a volte anche sbagliando le prospettive industriali necessarie alla sopravvivenza del continente, altri, come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, e non solo, continuano ad essere indifferenti di fronte ad un problema che causa e causerà milioni di morti.

    Intervenire è necessario e le misure debbono tenere conto delle realtà e delle conflittualità su tutto il pianeta.

  • Mens sana in corpore sano ma non solo: la mente si preserva anche con le relazioni sociali

    La mente è legata a doppio filo con il corpo, con cui dialoga continuamente, e ha bisogno di entrare in relazione con gli altri e con il mondo, per fiorire davvero, come spiegano la giornalista Eliana Liotta e la neuroscienziata Michela Matteoli in ‘La mente radiosa. I cibi e i pensieri che nutrono il cervello e rischiarano la vita’, libro che illustra ciò che le più recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato sulle capacità della mente e come “allenarla con amore”.

    Le autrici raccontano per esempio come in una società che ha tutto il cibo possibile per tante donne e uomini esiste il rischio concreto di avere carenze in nutrienti essenziali per il funzionamento cerebrale, come gli acidi grassi omega-3 o le vitamine B e D.  Ma si sottolinea anche che non solo questo è il cibo per la mente, che è materia e spirito, cellule ed emozioni: perciò il cervello non ha bisogno soltanto degli alimenti che troviamo in tavola, ma anche di relazioni ed emozioni, sfide ed esperienze, novità e bellezza. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato, per esempio, che al cervello serve il piacere che prova quando impara cose nuove. La gratificazione e le emozioni positive viaggiano cavalcando molecole come la dopamina o la serotonina, ma nascono dalle esperienze che ci incuriosiscono, ci stimolano e, nel cervello, creano nuove connessioni fra neuroni, ovvero le sinapsi.

    «Pensiamo che il cervello sia il capo di tutto, ma è parte di una comunità in cui le cellule più numerose non sono le sue né quelle umane – scrivono le autrici – la maggioranza sono i trilioni di cellule che formano il microbiota e partecipano della nostra vita, ma anche dei nostri pensieri o del nostro umore, per esempio influenzando la produzione di neurotrasmettitori. Quando ci sentiamo persi, confusi e privi di concentrazione, invece di annaspare fra i pensieri chiediamo aiuto al corpo: facciamo respiri profondi, allunghiamo i muscoli, passeggiamo».

    Così come è connessa al corpo, la nostra mente per brillare ha bisogno anche di connettersi agli altri attraverso relazioni serene: le autrici spiegano quanto il conflitto, lo stress “offuschino” la radiosità della mente e come invece gentilezza, empatia e compassione siano ciò di cui abbiamo bisogno per la felicità, la salute, la longevità. L’isolamento è un veleno perché la mente si nutre di relazioni. «Attenzione- avvertono però le due autrici – le connessioni digitali non sono paragonabili all’incontro reale, lasciano insoddisfatto il bisogno di comunicazione: fissare il telefono anziché parlarsi è una forma di separazione. Le relazioni profonde invece rendono più felici del denaro e della fama, ritardano il declino mentale e fisico. Tanto che i grandi amori, i grandi amici hanno un impatto sulla longevità potenzialmente maggiore dell’intelligenza o dei geni che abbiamo ereditato. Il cervello tende a preferire le strategie cognitive a basso costo energetico, il ragionamento polarizzato. Suddividere in modo binario ogni aspetto della vita è più comodo che soppesare la complessità e semplifica le decisioni».

  • Il tasso di obesità in Italia è cresciuto del 39% in 25 anni

    Negli ultimi 25 anni nel nostro Paese la prevalenza delle persone affette da obesità è cresciuta del 39 per cento, impegnando circa il 9 per cento della spesa sanitaria nazionale. Un fenomeno che interessa oggi poco meno di 6 milioni di adulti in Italia, pari al 12 per cento della popolazione, con circa due milioni di nuovi casi negli ultimi venticinque anni, quando i livelli di obesità si attestavano su valori decisamente più bassi e pari all’8,5 per cento. Sono le stime della Fondazione Aletheia che, in occasione del World Obesity Day, lancia l’allarme per quella che, oggi, rappresenta una delle principali emergenze sanitarie a livello italiano e mondiale, riconosciuta proprio in questi ultimi mesi dal nostro Paese come patologia cronica, complessa, progressiva e recidivante. Oltre ad essere un’emergenza sanitaria, l’obesità incide anche sull’economia nazionale, con una riduzione potenziale del 2,8 per cento del prodotto interno lordo, ben 289 euro annui per cittadino. Nonostante l’Italia presenti tassi di obesità tra i più bassi dell’area Ocse, pari a circa il 12 per cento, i dati evidenziano una situazione tutt’altro che rassicurante: l’eccesso di peso (obesità e sovrappeso) interessa il 47 per cento della popolazione adulta.

    L’obesità è uno dei principali fattori di rischio di malattie come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ipertensione e diversi tipi di tumori. Le persone affette da obesità presentano, inoltre, un’aspettativa di vita inferiore dai cinque ai dieci anni. Tra i principali fattori alla base dell’aumento del sovrappeso, la diffusione di modelli nutrizionali non equilibrati con il consumo di cibi ultraformulati e sedentarietà. Secondo la Fondazione Aletheia, la prevenzione è lo strumento più efficace, che passa anche da scelte alimentari corrette e attività fisica regolare in grado di ridurre significativamente i rischi. Da qui l’impegno di Aletheia che sta lavorando incessantemente con istituzioni nazionali ed interazionali, mondo sanitario, scuole e cittadini per promuovere strumenti efficaci di prevenzione. Dal ruolo delle mense scolastiche al contrasto ai distributori di soli junk food nei luoghi sensibili come scuole e ospedali passando per una seria attività di educazione alimentare e al sostegno alla tracciabilità e trasparenza verso i consumatori per porli davanti a scelte consapevoli. Contrastare l’obesità significa anche investire nel futuro sanitario, sociale ed economico del Paese.

  • Gli italiani si alimentano sempre più attraverso gli snack

    La ricerca “Snacking Revolution” di YouGov attesta che sempre più gli italiani prediligono pasti leggeri sia a colazione (solo il 21% fa abitualmente una colazione “sostanziosa”), sia a pranzo e cena, occasioni in cui prevale largamente il piatto unico (rispettivamente 64% e 68%) rispetto a primo e secondo. Otto italiani su 10, infatti, sono ormai abituati allo spuntino, inteso come vero proprio “quarto pasto” a integrazione di quelli principali e consumato più volte al giorno e in contesti diversi (lavoro, studio, in movimento).

    Combinando i dati dello Shopper Panel YouGov, che monitora gli acquisti di oltre 17.000 famiglie e 30.000 individui con Survey CAWI, lo studio ha scoperto che lo spuntino è diventato parte integrante delle abitudini di acquisto e consumo per il 79% degli italiani: il 55% di loro preferisce consumarlo nel pomeriggio, con un picco della categoria 18-34 anni (66%) e localizzata nel nord-ovest dell’Italia (61%), a conferma del fatto che la ‘snackification’ sta ridisegnando i confini tra pasto e fuoripasto.

    Lo snack è ormai una realtà nella spesa degli italiani: i dati del panel YouGov mostrano, infatti, come esso sia presente nel 45% dei loro carrelli; all’interno del comparto si registra un incremento delle famiglie acquirenti (26.5 milioni nel 2025 vs. 26 milioni nel 2024), della frequenza d’acquisto (78,0 nel 2025 vs.75,1 nel 2024) e della spesa media (€ 426 nel 2025 vs. € 408 nel 2024). Nella scelta tra dolce e salato, poi, i gusti degli italiani sono dinamici, con il salato che riporta una crescita rilevante nel lungo termine (vs 2019) sia in spesa media (+69%) che in frequenza d’acquisto (+44%).

    Il report evidenzia quali sono i cibi prediletti per una pausa snack: frutta fresca e secca si preferiscono per lo più a metà mattina (51% frutta fresca, 42% frutta secca) e a metà pomeriggio (53% frutta fresca, 41% frutta secca), mentre per il dopo cena prevale la coccola dolce (64%). Tra gli snack, lo yogurt emerge tra i prodotti più apprezzati dagli italiani in tutte le sue varianti (greco, intero, light) e insieme ad altri latticini ad esso legati (kefir e skyr), così come le alternative “High-Protein” – con una penetrazione complessiva di 93,5% nel 2025 (contro il 93% del 2024) e una frequenza d’acquisto di 25,8 nel 2025 (contro il 23,9 del 2024). Parallelamente aumenta l’assortimento dei prodotti “senza” (lattosio, zucchero, glutine), che registrano una crescita nel 2025 pari a un indice di penetrazione di 87,2% (vs. 85,2% nel 2024) e a una spesa media di 64,62 euro (rispetto ai 58,75 del 2024). Anche le alternative “Plant-Based” hanno visto un incremento in termini di penetrazione (67,3% contro 63,9%) e spesa (49,16 euro contro 47,04) nel 2025 rispetto al 2024.

    Questi dati confermano da un lato una domanda strutturale di spuntini più salutari e funzionali che vadano incontro anche alle esigenze dei target più attenti al benessere (Health Actives e Health Moderate); dall’altro posizionano lo snacking come un prodotto che strizza l’occhio alle tendenze in corso come il Body Cult, l’Alternative Protein, il Clean Eating, la Mindfulneess o il Brain Food.

    Tra i target in più forte crescita, il report individua segmenti oggi meno “core” per la categoria snack quali i single e le famiglie bi-componenti, gli over 55 e le famiglie senza bambini, tutti target che mostrano forti aumenti della spesa media dedicata agli Snack nel corso degli ultimi 3 anni

    Attenzione però al rischio che l’affermarsi progressivo delle casse Self-Service potrebbe costituire per gli acquisti di impulso, così importanti per il mondo dello Snacking. Questa tipologia di casse è infatti utilizzata sempre più spesso e dal 27% delle famiglie italiane (7,1 milioni). La sovra-incidenza interessa per lo più i nuclei giovani con bambini localizzati nel nord-ovest Italia e rende sempre più necessario presidiare adeguatamente anche le aree adiacenti alle casse automatiche, per non perdere le opportunità di acquisto di impulso garantite dalle avancasse tradizionali, area di forza tipica di alcuni mercato del mondo Snacking

    Infine, un ruolo non marginale è rappresentato dalle Vending Machine, il cui utilizzo coinvolge quasi 27 milioni di consumatori in Italia e con livelli di penetrazione rilevanti (45%), per lo più dovuti alla loro presenza capillare in uffici, scuole, università e luoghi di transito come stazioni e aeroporti.

  • Allarme di Coldiretti: Italia invasa da grano duro canadese di bassa qualità

    Coldiretti lamenta che due dei simboli della dieta mediterranea come grano e olio d’oliva sono sotto attacco, con gli arrivi di prodotto di bassa qualità dall’estero che mettono a rischio il lavoro degli agricoltori italiani facendo crollare le quotazioni all’origine. Secondo Coldiretti, infatti, oltre la metà del grano duro canadese è quest’anno di qualità pessima con chicchi fortemente germogliati, danni da insetti e funghi, secondo i risultati delle analisi delle autorità del Canada sul raccolto nazionale. Si tratta di una vera e propria beffa per i nostri agricoltori – afferma ancora Coldiretti – considerato che gli arrivi di prodotto canadese nei porti tricolori nel 2025 sono praticamente raddoppiati, con un effetto dirompente sulle quotazioni del prodotto nazionale.

    Ricordando di essere stata l’unica a opporsi alla ratifica dell’intesa che ha portato oggi ad un aumento esponenziale delle importazioni di grano canadese mettendo a rischio la sicurezza e la qualità delle nostre produzioni e danneggiando gli agricoltori italiani che garantiscono invece standard di eccellenza e di qualità unici al mondo, Coldiretti addebita la penetrazione del grano canadese sul mercato italiano al dazio zero che l’Unione Europea ha concesso ai cereali del Paese dell’acero per via dell’accordo commerciale Ceta.

    Contro questo scandalo – ricorda un comunicato stampa – sono scesi in piazza ventimila agricoltori della Coldiretti con un’imponente mobilitazione che ha portato il governo ad accogliere la piattaforma di proposte elaborata dall’organizzazione agricola per fermare le speculazioni e l’azione dei trafficanti di grano. Grazie a questa azione, non solo è stata invertita la tendenza del mercato nazionale, ma è stata bloccata la corsa al ribasso dei prezzi che altrimenti sarebbero ulteriormente peggiorati.

    Quotazioni che restano però ancora su livelli inferiori rispetto ai costi di produzione definiti da Ismea. A rendere ancora più inaccettabile la situazione è il fatto che il grano canadese viene trattato con il glifosato, il cui utilizzo nel nostro Paese è vietato nella fase di pre raccolta a causa dei timori per i possibili effetti cancerogeni. Un fenomeno che mette a rischio la salute dei cittadini oltre a rappresentare una forma di concorrenza sleale verso gli agricoltori italiani, visto che nei Paesi extra Ue si continuano ad usare sostanze e pesticidi che in Europa sono vietati da decenni, grazie alla mancata applicazione del principio di reciprocità Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Difficile anche la situazione dell’Uliveto Italia. Le importazioni di olio straniero sono quasi raddoppiate nel 2025 con un’accelerazione che alimenta le speculazioni ai danni dell’extravergine italiano, le cui quotazioni sono crollate del 20% nel giro di poche settimane, piombando sotto i costi di produzione. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi di olio d’oliva straniero sono saliti a 427 milioni di chili, il 67% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un’impennata nel mese di agosto (+93%), alla vigilia della campagna di raccolta. Una vera e propria invasione che ha impattato sulle quotazioni del prodotto nazionale, sotto la spinta di contratti al ribasso. Da inizio ottobre il prezzo dell’extravergine è passato da 9,4 euro al chilo a 7,74 euro, con un calo di quasi il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. Una situazione inaccettabile che danneggia gravemente le imprese, poiché la remunerazione dell’olio evo tricolore sta scendendo sotto i costi di produzione. Si tratta peraltro di un’anomalia evidente, soprattutto se si considera la situazione del Frantoio Italia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Icqrf le giacenze di olio al 31 ottobre 2025 risultano del 32,7% superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della disponibilità di extravergine (+37,5%).

    Se si va però a guardare alla provenienza del prodotto, l’olio evo italiano è cresciuto di appena l’8,7%, mentre quello straniero è esattamente raddoppiato (+100%). Secondo Coldiretti non può essere dunque spiegabile un simile crollo delle quotazioni anche alla luce dell’arrivo dell’extravergine “nuovo” che normalmente dovrebbe portare a un incremento dei prezzi. Coldiretti e Unaprol chiedono all’Ispettorato Centrale Controllo Qualità l’istituzione di una Cabina di Regia straordinaria per coordinare le operazioni di contrasto alle irregolarità nel settore olivicolo. Sollecitano inoltre un piano straordinario di controlli nei porti e nei punti di ingresso delle merci per verificare l’origine dei prodotti e il rispetto dei limiti sui residui fitosanitari. Infine, propongono di monitorare i contratti “futures” sulle principali Borse Merci per prevenire fenomeni speculativi e frodi sull’origine. Secondo analisi settoriali pubblicate negli ultimi giorni, la produzione potrebbe attestarsi nella parte alta della forchetta e portare la Tunisia al secondo posto mondiale nella stagione in corso, dietro la Spagna. La stima più ottimistica fissa l’output a circa 500 mila tonnellate. A livello territoriale, primi dati regionali confermano il trend positivo: a Monastir si prevedono 90 mila tonnellate di olive, equivalenti a poco più di 18 mila tonnellate di olio. L’avvio della raccolta è indicato fra metà ottobre e inizio novembre a seconda delle regioni. Il quadro tunisino si inserisce in un contesto mediterraneo in normalizzazione dopo due annate siccitose: le previsioni del settore segnalano un aumento dell’offerta nell’Ue e una domanda internazionale in graduale recupero. Gli indicatori del Consiglio oleicolo internazionale mostrano inoltre prezzi alla produzione in calo rispetto ai picchi del 2023-2024, con il baricentro dei listini ancora legato all’evoluzione delle rese autunnali. Sul fronte interno, le autorità finanziarie e di settore hanno avviato riunioni operative per sostenere la campagna, con il coinvolgimento del sistema bancario e richiami alla valorizzazione del prodotto tunisino tramite etichettatura e confezionamento. L’obiettivo dichiarato è accrescere il peso dell’olio imbottigliato rispetto allo sfuso, migliorando margini e notorietà sui mercati terzi. Resta, tuttavia, un nodo di mercato: il calo dei prezzi internazionali ha già compresso il valore medio all’export nell’ultima stagione, nonostante i volumi in aumento. Gli operatori segnalano l’esigenza di liquidità per l’acquisto della materia prima, una logistica più snella e una maggiore promozione del brand Tunisia per assorbire l’offerta attesa e difendere i listini. Se le rese di ottobre e novembre confermeranno le attese, la Tunisia si avvia verso una stagione di svolta, con la possibilità di scalare le gerarchie globali già nel 2025-2026. La tenuta dei prezzi e la capacità di spingere l’olio confezionato sui mercati extraeuropei saranno i fattori decisivi per tradurre il potenziale produttivo in maggiori entrate in valuta e in un rafforzamento strutturale della filiera.

  • Un anziano ogni cinque casca a terra almeno una volta all’anno. I maggiori rischi si corrono a casa

    Un over 65 su cinque ha avuto almeno una caduta nell’ultimo anno, che nel 18 per cento dei casi ha portato a una frattura e nel 16 per cento a un ricovero ospedaliero. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi d’Argento, relativi al biennio 2023-2024, secondo cui però una quota rilevante di anziani, uno su tre, non utilizza presidi anticaduta come il tappetino in bagno, nonostante sia proprio la casa il luogo dove gli incidenti si verificano di più. Il 3 per cento degli adulti fra 18 e 69 anni di età, riferisce la sorveglianza Passi, ha avuto un infortunio domestico tale da richiedere cure mediche. Nel biennio 2023-2024 il 20 per cento degli intervistati ultra65enni ha dichiarato di essere caduto nei 12 mesi precedenti l’intervista, di cui il 14 per cento una sola volta e il 6 per cento due o più volte. Nel 18 per cento dei casi le cadute hanno causato una frattura e nel 16 per cento dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno. “Passi d’Argento – spiegano le responsabili della sorveglianza – rileva le cadute avvenute nei 12 mesi precedenti l’intervista, permettendo di monitorare anche eventuali eventi ripetuti che, oltre ad aumentare il rischio di fratture multiple, possono creare un circolo vizioso che indebolisce ulteriormente il fisico e la mobilità dell’individuo, riducendo gradualmente l’autonomia delle persone anziane”.

    Le cadute fra gli ultra65enni sono più frequenti con l’avanzare dell’età (le riferiscono il 15 per cento dei 65-74enni e il 31 per cento degli ultra 85enni), fra le donne (24 per cento vs 15 per cento negli uomini) e fra le persone con molte difficoltà economiche (29 per cento vs 18 per cento di chi non ne ha). Il 34 per cento degli intervistati riferisce di avere paura di cadere, ma questa quota quasi raddoppia fra chi ha già vissuto questo evento. La paura di cadere cresce con l’età (è riferita dal 53 per cento degli ultra85enni), è maggiore fra le donne (43 per cento), fra chi ha molte difficoltà economiche (50 per cento) o bassa istruzione (45 per cento) e fra chi vive solo (42 per cento). La caduta è anche associata al malessere psicologico: la prevalenza di persone con sintomi depressivi fra le persone che hanno subito una caduta negli ultimi 12 mesi è del 17 per cento (vs 7 per cento del campione totale).

    Le cadute fra gli ultra65enni sono avvenute per lo più all’interno della casa (54 per cento) e meno frequentemente in strada (20 per cento), in giardino (21 per cento) o altrove (5 per cento). Tuttavia la casa non è percepita dagli anziani come un luogo a rischio di cadute: solo il 29 per cento la reputa un luogo in cui la probabilità di avere un infortunio è alta o molto alta. Questa consapevolezza cresce con l’età (41 per cento fra gli ultra 85enni), è maggiore fra le donne (34 per cento vs 22 per cento fra gli uomini) e fra le persone con molte difficoltà economiche (46 per cento) o una bassa istruzione (34 per cento). Il 62 per cento degli ultra65enni riferisce di adottare il tappetino come presidio anticaduta nell’uso della vasca da bagno o della doccia, mentre è minore il ricorso ai maniglioni (22 per cento) o ai seggiolini (17 per cento). Tuttavia, complessivamente, solo il 67 per cento degli intervistati ricorre all’uso di almeno uno di questi presidi anticaduta in bagno, mentre il restante 33 per cento non li utilizza. L’uso di questi presidi è più frequente al crescere dell’età (tra gli ultra 85enni raggiunge l’81 per cento), tra le donne (71 per cento), fra le persone con maggiori difficoltà economiche (75 per cento) e fra chi ha un basso livello di istruzione (76 per cento).

    Ancora troppo bassa sembra l’attenzione degli operatori sanitari al problema delle cadute fra gli anziani: solo l’11 per cento dichiara di aver ricevuto, nei 12 mesi precedenti l’intervista, il consiglio dal medico o da un operatore sanitario su come evitare le cadute. L’analisi temporale delle cadute negli ultimi 12 mesi fra gli ultra 65enni, che nel biennio 2020-2021 aveva registrato una riduzione significativa seppur di piccola entità, torna ai livelli pre-pandemici negli anni successivi e nel 2024, la prevalenza delle cadute nei 12 mesi precedenti l’intervista è analoga a quella osservata nel 2016. La sorveglianza monitora anche le cadute nei 30 giorni precedenti l’intervista: nel biennio 2023-2024 il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato di essere caduto e nel 14 per cento dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno.

  • MGF: ancora tante le bambine nel mondo che rischiano si subirle

    L’Università statale di Milano Bicocca e l’Università di Bologna hanno condotto uno studio i dati del quale sono impressionanti: in Italia vivono più di 88.000, ripeto ottantottomila, donne extracomunitarie che hanno superato l’adolescenza e che hanno subito mutilazioni genitali femminili, a volte eseguite nella stessa Europa.

    I dati risalgono all’inizio del 2023 con un aumento, in Italia, nonostante leggi e divieti in vigore anche nei paesi di provenienza, dell’1% rispetto al 2019.

    Oggi in Italia sono migliaia le bambine che rischiano di subire una mutilazione genitale, le donne che più sono state colpite e le bambine che rischiano di essere mutilate sono quelle di origine somala, egiziana, sudanese, nigeriana, etiope e guineana, i dati parlano di 230 milioni di donne che, nel mondo, hanno subito mutilazioni genitali.

    Più volte, nel recente passato, vi sono state iniziative al Parlamento europeo per sensibilizzare le istituzioni sul problema e rafforzare il dialogo con le comunità degli immigrati in Europa e con i governi dei paesi nei quali questa abominevole pratica, anche se ufficialmente abolita, continua a mietere vittime.

    Diverse sono state le iniziative prese al Parlamento europeo, tra le altre ricordiamo il convegno a Strasburgo del marzo 2013 organizzato dall’On. Cristiana Muscardini con la collaborazione di altre colleghe, tra le quali Roberta Angelilli, all’epoca vicepresidente del Parlamento, e Patrizia Toja  vicepresidente della commissione Industria, l’intervento della Muscardini in aula nel giugno 2013, e quello del 2014, i documenti dell’ottobre 2008, quello del 2009 e del 2014, inoltre  la lettera dell’On. Muscardini a Schultz nel marzo 2013 e  i documenti Muscardini del 2012 e 2011.

    Se ancora oggi i dati sono così allarmanti, e la salute fisica e mentale di migliaia di bambine è sempre messa a rischio, questo significa che non si è fatto ancora abbastanza, nonostante gli sforzi di tante associazioni, e che la politica deve tornare con più decisione ad occuparsi del problema di queste adolescenti che vivono in mezzo a noi in Europa e alle quali non possiamo voltare le spalle.

    Occorre ritornare a parlare apertamente del problema sia con un dialogo con gli stati extra europei, nei quali le menomazioni continuano, nonostante le leggi ufficiali, ad essere applicate, sia avendo maggiori controlli sulle bambine che vivono da noi e provenienti da famiglie con culture che praticano o comunque accettano le menomazioni sessuali femminili.

  • In meno di 80 anni sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica. E ce le mangiamo

    Secondo quanto scrive l’espetto Franco Berrino, dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica, la produzione è stata pari a 367 milioni nel 2023 ed è prevista triplicare entro il 2050. Consumiamo, solo per fare un esempio, 43 miliardi di bottigliette di plastica al mese, di questi 10 miliardi di tonnellate 3 miliardi sono tuttora in uso, mentre 0,7 sono state bruciate e 5 gettate come rifiuto (inquinante).

    La presenza di plastica nella vita quotidiana dei nostri tempi è talmente pervasiva che qualcuno ha coniato addirittura il termine Plasticene proprio per indicare come gli ultimi 70 anni (quasi 80 ormai) siano caratterizzati dalla presenza di strati crescenti di plastica nei sedimenti e nel suo impatto negativo sugli ecosistemi, sulla fauna marina e, potenzialmente, sulla salute umana.

    La maggior parte della plastica gettata finisce in mare, dove si spezzetta in frammenti piccolissimi, microplastiche e addirittura nanoplastiche (meno di un millesimo di millimetro di grandezza) e da lì finisce facilmente nel corpo umano, passando prima per i pesci (negli Usa è stata trovata plastica in 180 pesci su un campione di pesca di 182 unità) ma anche per animali di terra. Microplastiche sono state trovare in vari organi del corpo umano: apparato circolatorio, fegato, polmoni, testicoli, reni, cervello (uno studio ha rilevato in 12 persone affette da demenza una concentrazione di plastiche tripla rispetto a quella riscontrata in persone normali), nel latte del seno materno.

    I recipienti di plastica libera utilizzati per riscaldare cibi in forni a microonde sono un altro straordinario canale di assunzione di plastiche nell’organismo umano.

    Problemi cardiovascolari, ictus, infarti, colite ulcerosa e anche infertilità maschile appaiono alcuni dei danni che la presenza di plastiche nel corpo umano può provocare, anche se Berrino avverte che gli studi su queste problematiche devono essere ulteriormente affinati. Per tutelarsi, lo studio consiglia di usare filtri di ceramica per l’acqua potabie, di evitare il consumo d alimenti pronti confezionati e di lavare bene i filetti di pesce e di carne.

  • Sprechi alimentari in aumento in Italia

    Negli ultimi anni sono incrementate le campagne di comunicazione per sensibilizzare i consumatori sullo spreco alimentare, ma la strada è purtroppo ancora lunga per l’Italia. I dati recenti parlano di un incremento dello spreco settimanale di alimenti del 17,9% negli ultimi 12 mesi, con in media 667,4 grammi di cibo pro capite che finiscono nel cestino della spazzatura (Fonte: Osservatorio internazionale Waste Watcher). Dati che evidenziano le dimensioni sempre più allarmanti del problema anche nel nostro Paese, con percentuali poco lusinghiere. Proprio in estate, lo spreco alimentare tende ad aumentare a causa di diversi fattori, tra cui le alte temperature, l’aumento dei pasti fuori casa, anche in riferimento al maggior afflusso di turisti, la maggiore disponibilità di cibi freschi e facilmente deperibili. È necessario rafforzare le politiche di educazione alimentare e stimolare comportamenti virtuosi da parte dei consumatori e degli operatori della ristorazione.

    Il tonno in scatola è un valido alleato contro lo spreco alimentare. Solo l’1% che utilizziamo finisce nel cestino: non si butta praticamente mai (Fonte: Doxa per Ancit/Anfima (Associazione Nazionale Fabbricanti Imballaggi Metallici e Affini). In Italia 6 persone su 10 lo portano in tavola almeno una volta alla settimana (59.9% – Fonte: AstraRicerche 2025). I tre motivi principali di questa scelta sono il gusto (42.7%), l’immediatezza del consumo (42.7%) e la sua lunga conservazione (42.2%). Il 34.8% dichiara di averne aumentato il consumo negli ultimi 2-3 anni proprio perché è pronto all’uso (35.1%), quindi non richiede dispendio di energia per la sua preparazione, ed è anti-spreco (26.1%). Quest’ultima caratteristica si conferma anche nella scelta dei materiali di imballaggio da parte di produttori: la scatoletta d’acciaio/alluminio, così come il vetro, mantengono inalterate le caratteristiche nutrizionali del prodotto, sono riciclabili al 100% e per infinite volte, e aiutano a conservare al meglio il tonno. Infine, l’olio può essere riutilizzato in cucina come condimento o ingrediente perché contiene Vitamina D e Omega 3 che prende dal tonno.

    “Il tonno in scatola appartiene a quella categoria di prodotti ‘time saving’ ed è un problem solver del pasto: sarà anche perché non va cotto, non va refrigerato e non va condito – commenta Luca Piretta, Gastroenterologo e Nutrizionista, Università Campus Bio-medico di Roma – In estate, poi, quando il caldo toglie l’appetito e si rischia di fare un pasto non adeguatamente nutriente, riesce a fornire elementi importanti come proteine di elevato valore biologico e grassi buoni come gli omega 3 in un piccolo volume di cibo, con una conseguente riduzione di calorie. Questo lo rende un alimento ideale per chi vuole tenersi in forma o pratica sport. È ricco di potassio, un minerale che d’estate si perde in abbondanza con il sudore e la cui carenza è responsabile di crampi muscolari notturni e di disturbi cardiovascolari. La concomitante presenza di una adeguata quantità di sodio fa sì che il tonno in scatola possa essere considerato un alimento ottimale per compensare gli aumentati fabbisogni estivi di questi minerali. Infine, si consuma a temperatura ambiente e questo aiuta a non gravare sull’aumento della temperatura corporea soprattutto quando si consuma il pasto in condizioni di calore elevato come può essere in spiaggia, naturalmente prevedendo l’apertura della scatoletta o del vasetto al momento dell’uso”. Quindi, è perfetto per occasioni di consumo “fuori casa” come una gita in barca a vela, il pranzo in spiaggia o un trekking in montagna, ma è ideale anche nelle cene last minute da soli o tra amici. Non manca mai nella cambusa di un buon marinaio ed è ideale per gli amanti dell’aria aperta che praticano trekking o camping.

    La scatoletta del tonno è comoda, di facile apertura e conservazione. Pratica, versatile e gustosa, ha una durabilità che può arrivare a diversi anni dal momento del confezionamento e questo consente di non sprecare prodotto e di non generare rifiuti alimentari ed è disponibile in confezioni che evitano lo spreco del pesce. Proprietà condivise anche dai vasetti di vetro, materiale virtuoso che caratterizza soprattutto i formati premium e che, come l’acciaio, è riciclabile al 100% e infinite volte senza perdere qualità. L'”imballaggio virtuoso” si riferisce all’utilizzo responsabile e sostenibile di questi materiali, privilegiando il riciclo e riducendo l’impatto ambientale.

    Grazie al miglioramento del tasso di riciclo degli imballaggi, nel 2024 hanno trovato una seconda vita più di 435.500 tonnellate di acciaio e quasi 2 milioni e 103.000 di vetro (Fonte: CONAI), riuscendo a superare, rispettivamente con l’86,4% e l’80,3%, il tasso di riciclo (minimo 70%) chiesto dall’Unione Europea entro il 2025.

  • Gli Usa introducono restrizioni alla vendita di cibo ultra-processato

    Stretta Usa sui cibi ultra-processati. “Stanno alimentando un’epidemia di malattie croniche”, afferma il segretario del Dipartimento Salute e Servizi umani (Hhs) Robert F. Kennedy Jr., che insieme a Brooke L. Rollins, a capo del Dipartimento Agricoltura (Usda), e al commissario della Food and Drug Administration (Fda) Marty Makary, annuncia una richiesta congiunta di informazioni (Rfi) volta a “raccogliere dati utili a stabilire una definizione uniforme e riconosciuta a livello federale per gli alimenti ultra-processati: un passo fondamentale per garantire una maggiore trasparenza ai consumatori sui cibi che consumano”, proteggendoli dai rischi per la salute. “Dobbiamo agire con coraggio per eliminare le cause profonde delle malattie croniche e migliorare la salubrità delle nostre forniture alimentari”, dichiara Kennedy.

    “Definire gli alimenti ultra-processati con uno standard chiaro e uniforme ci darà ancora più forza per realizzare la missione ‘Make America Healthy Again’” (rendere l’America di nuovo sana). “Attualmente non esiste una definizione univoca e autorevole di alimenti ultra-processati per le forniture alimentari statunitensi”, si spiega nella nota che comunica l’iniziativa. “La creazione di una definizione federale uniforme” per questi cibi “sarà un obiettivo fondamentale, sulla scia della recente pubblicazione della valutazione ‘Make Our Children Healthy Again’ (rendere i nostri bambini di nuovo sani), che riconosce come il consumo eccessivo di alimenti ultra-processati sia uno dei fattori trainanti della crisi delle malattie croniche infantili”. Ricordando che “il presidente Trump ha dato priorità al miglioramento della salute delle famiglie e delle comunità americane”, Rolllins sottolinea che “questa richiesta di informazioni è un ulteriore passo avanti nella ricerca di soluzioni di buon senso per promuovere scelte migliori e più consapevoli per i consumatori. Una definizione unificata e ampiamente compresa di alimenti ultra-processati è attesa da tempo”, evidenzia, assicurando che i protagonisti della filiera agricola saranno “parte integrante del dibattito” che porterà a centrare l’obiettivo. “Sono lieto di guidare questo impegno cruciale nella Fda (l’EFSA statunitense) “, commenta il commissario dell’Istituto Marty Makary.

    “Le minacce degli alimenti considerati ultra-processati per la nostra salute sono chiare e convincenti – rimarca il commissario – il che rende imperativo lavorare a stretto contatto con i nostri partner federali per promuovere, per la prima volta in assoluto, una definizione uniforme di cibi ultra-processati”. Si stima che circa il 70% dei prodotti confezionati presenti nella catena alimentare statunitense sia costituito da cibi spesso considerati ultra-processati e che oltre il 60% delle calorie assunte dai bambini provengano da questi alimenti”, riporta nota. “Decine di studi scientifici hanno evidenziato un legame tra il consumo di cibi ritenuti ultra-processati e numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, cancro, obesità e disturbi neurologici. Contribuire a contrastare il consumo eccessivo di alimenti ultra-processati è un fattore chiave verso l’obiettivo ‘Make America Healthy Again’”.

    “Una definizione uniforme di alimenti ultra-processati consentirà coerenza nella ricerca e nelle politiche” di settore, “aprendo la strada alla risoluzione dei problemi di salute associati al consumo di questi cibi”, sostengono il Dipartimento della Salute, dell’Agricoltura e la Fda . La richiesta di informazioni è stata messa a disposizione del pubblico sul registro federale il 24 luglio, e mira a raccogliere dati su “quali fattori e criteri dovrebbero essere inclusi in una definizione di alimenti ultra-processati”.   Oltre a sviluppare una definizione uniforme per questi cibi, conclude la nota, “la Fda e i National Institutes of Health (Nih) stanno investendo in ricerche di alta qualità per contribuire a rispondere alle domande ancora aperte sull’impatto degli alimenti ultra-processati sulla salute, attraverso il Nutrition Regulatory Science Program recentemente annunciato”. Il Dipartimento di Kennedy Jr. “continuerà inoltre a sviluppare e attuare altre politiche e programmi chiave complessivamente volti a ridurre drasticamente le malattie croniche e a garantire un futuro sano per il Paese”.

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