Salute

  • Allarme di Coldiretti: Italia invasa da grano duro canadese di bassa qualità

    Coldiretti lamenta che due dei simboli della dieta mediterranea come grano e olio d’oliva sono sotto attacco, con gli arrivi di prodotto di bassa qualità dall’estero che mettono a rischio il lavoro degli agricoltori italiani facendo crollare le quotazioni all’origine. Secondo Coldiretti, infatti, oltre la metà del grano duro canadese è quest’anno di qualità pessima con chicchi fortemente germogliati, danni da insetti e funghi, secondo i risultati delle analisi delle autorità del Canada sul raccolto nazionale. Si tratta di una vera e propria beffa per i nostri agricoltori – afferma ancora Coldiretti – considerato che gli arrivi di prodotto canadese nei porti tricolori nel 2025 sono praticamente raddoppiati, con un effetto dirompente sulle quotazioni del prodotto nazionale.

    Ricordando di essere stata l’unica a opporsi alla ratifica dell’intesa che ha portato oggi ad un aumento esponenziale delle importazioni di grano canadese mettendo a rischio la sicurezza e la qualità delle nostre produzioni e danneggiando gli agricoltori italiani che garantiscono invece standard di eccellenza e di qualità unici al mondo, Coldiretti addebita la penetrazione del grano canadese sul mercato italiano al dazio zero che l’Unione Europea ha concesso ai cereali del Paese dell’acero per via dell’accordo commerciale Ceta.

    Contro questo scandalo – ricorda un comunicato stampa – sono scesi in piazza ventimila agricoltori della Coldiretti con un’imponente mobilitazione che ha portato il governo ad accogliere la piattaforma di proposte elaborata dall’organizzazione agricola per fermare le speculazioni e l’azione dei trafficanti di grano. Grazie a questa azione, non solo è stata invertita la tendenza del mercato nazionale, ma è stata bloccata la corsa al ribasso dei prezzi che altrimenti sarebbero ulteriormente peggiorati.

    Quotazioni che restano però ancora su livelli inferiori rispetto ai costi di produzione definiti da Ismea. A rendere ancora più inaccettabile la situazione è il fatto che il grano canadese viene trattato con il glifosato, il cui utilizzo nel nostro Paese è vietato nella fase di pre raccolta a causa dei timori per i possibili effetti cancerogeni. Un fenomeno che mette a rischio la salute dei cittadini oltre a rappresentare una forma di concorrenza sleale verso gli agricoltori italiani, visto che nei Paesi extra Ue si continuano ad usare sostanze e pesticidi che in Europa sono vietati da decenni, grazie alla mancata applicazione del principio di reciprocità Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Difficile anche la situazione dell’Uliveto Italia. Le importazioni di olio straniero sono quasi raddoppiate nel 2025 con un’accelerazione che alimenta le speculazioni ai danni dell’extravergine italiano, le cui quotazioni sono crollate del 20% nel giro di poche settimane, piombando sotto i costi di produzione. Nei primi otto mesi dell’anno gli arrivi di olio d’oliva straniero sono saliti a 427 milioni di chili, il 67% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un’impennata nel mese di agosto (+93%), alla vigilia della campagna di raccolta. Una vera e propria invasione che ha impattato sulle quotazioni del prodotto nazionale, sotto la spinta di contratti al ribasso. Da inizio ottobre il prezzo dell’extravergine è passato da 9,4 euro al chilo a 7,74 euro, con un calo di quasi il 20%, secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea. Una situazione inaccettabile che danneggia gravemente le imprese, poiché la remunerazione dell’olio evo tricolore sta scendendo sotto i costi di produzione. Si tratta peraltro di un’anomalia evidente, soprattutto se si considera la situazione del Frantoio Italia. Secondo l’ultimo rapporto dell’Icqrf le giacenze di olio al 31 ottobre 2025 risultano del 32,7% superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, grazie soprattutto all’aumento della disponibilità di extravergine (+37,5%).

    Se si va però a guardare alla provenienza del prodotto, l’olio evo italiano è cresciuto di appena l’8,7%, mentre quello straniero è esattamente raddoppiato (+100%). Secondo Coldiretti non può essere dunque spiegabile un simile crollo delle quotazioni anche alla luce dell’arrivo dell’extravergine “nuovo” che normalmente dovrebbe portare a un incremento dei prezzi. Coldiretti e Unaprol chiedono all’Ispettorato Centrale Controllo Qualità l’istituzione di una Cabina di Regia straordinaria per coordinare le operazioni di contrasto alle irregolarità nel settore olivicolo. Sollecitano inoltre un piano straordinario di controlli nei porti e nei punti di ingresso delle merci per verificare l’origine dei prodotti e il rispetto dei limiti sui residui fitosanitari. Infine, propongono di monitorare i contratti “futures” sulle principali Borse Merci per prevenire fenomeni speculativi e frodi sull’origine. Secondo analisi settoriali pubblicate negli ultimi giorni, la produzione potrebbe attestarsi nella parte alta della forchetta e portare la Tunisia al secondo posto mondiale nella stagione in corso, dietro la Spagna. La stima più ottimistica fissa l’output a circa 500 mila tonnellate. A livello territoriale, primi dati regionali confermano il trend positivo: a Monastir si prevedono 90 mila tonnellate di olive, equivalenti a poco più di 18 mila tonnellate di olio. L’avvio della raccolta è indicato fra metà ottobre e inizio novembre a seconda delle regioni. Il quadro tunisino si inserisce in un contesto mediterraneo in normalizzazione dopo due annate siccitose: le previsioni del settore segnalano un aumento dell’offerta nell’Ue e una domanda internazionale in graduale recupero. Gli indicatori del Consiglio oleicolo internazionale mostrano inoltre prezzi alla produzione in calo rispetto ai picchi del 2023-2024, con il baricentro dei listini ancora legato all’evoluzione delle rese autunnali. Sul fronte interno, le autorità finanziarie e di settore hanno avviato riunioni operative per sostenere la campagna, con il coinvolgimento del sistema bancario e richiami alla valorizzazione del prodotto tunisino tramite etichettatura e confezionamento. L’obiettivo dichiarato è accrescere il peso dell’olio imbottigliato rispetto allo sfuso, migliorando margini e notorietà sui mercati terzi. Resta, tuttavia, un nodo di mercato: il calo dei prezzi internazionali ha già compresso il valore medio all’export nell’ultima stagione, nonostante i volumi in aumento. Gli operatori segnalano l’esigenza di liquidità per l’acquisto della materia prima, una logistica più snella e una maggiore promozione del brand Tunisia per assorbire l’offerta attesa e difendere i listini. Se le rese di ottobre e novembre confermeranno le attese, la Tunisia si avvia verso una stagione di svolta, con la possibilità di scalare le gerarchie globali già nel 2025-2026. La tenuta dei prezzi e la capacità di spingere l’olio confezionato sui mercati extraeuropei saranno i fattori decisivi per tradurre il potenziale produttivo in maggiori entrate in valuta e in un rafforzamento strutturale della filiera.

  • Un anziano ogni cinque casca a terra almeno una volta all’anno. I maggiori rischi si corrono a casa

    Un over 65 su cinque ha avuto almeno una caduta nell’ultimo anno, che nel 18 per cento dei casi ha portato a una frattura e nel 16 per cento a un ricovero ospedaliero. Lo affermano i dati della sorveglianza Passi d’Argento, relativi al biennio 2023-2024, secondo cui però una quota rilevante di anziani, uno su tre, non utilizza presidi anticaduta come il tappetino in bagno, nonostante sia proprio la casa il luogo dove gli incidenti si verificano di più. Il 3 per cento degli adulti fra 18 e 69 anni di età, riferisce la sorveglianza Passi, ha avuto un infortunio domestico tale da richiedere cure mediche. Nel biennio 2023-2024 il 20 per cento degli intervistati ultra65enni ha dichiarato di essere caduto nei 12 mesi precedenti l’intervista, di cui il 14 per cento una sola volta e il 6 per cento due o più volte. Nel 18 per cento dei casi le cadute hanno causato una frattura e nel 16 per cento dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno. “Passi d’Argento – spiegano le responsabili della sorveglianza – rileva le cadute avvenute nei 12 mesi precedenti l’intervista, permettendo di monitorare anche eventuali eventi ripetuti che, oltre ad aumentare il rischio di fratture multiple, possono creare un circolo vizioso che indebolisce ulteriormente il fisico e la mobilità dell’individuo, riducendo gradualmente l’autonomia delle persone anziane”.

    Le cadute fra gli ultra65enni sono più frequenti con l’avanzare dell’età (le riferiscono il 15 per cento dei 65-74enni e il 31 per cento degli ultra 85enni), fra le donne (24 per cento vs 15 per cento negli uomini) e fra le persone con molte difficoltà economiche (29 per cento vs 18 per cento di chi non ne ha). Il 34 per cento degli intervistati riferisce di avere paura di cadere, ma questa quota quasi raddoppia fra chi ha già vissuto questo evento. La paura di cadere cresce con l’età (è riferita dal 53 per cento degli ultra85enni), è maggiore fra le donne (43 per cento), fra chi ha molte difficoltà economiche (50 per cento) o bassa istruzione (45 per cento) e fra chi vive solo (42 per cento). La caduta è anche associata al malessere psicologico: la prevalenza di persone con sintomi depressivi fra le persone che hanno subito una caduta negli ultimi 12 mesi è del 17 per cento (vs 7 per cento del campione totale).

    Le cadute fra gli ultra65enni sono avvenute per lo più all’interno della casa (54 per cento) e meno frequentemente in strada (20 per cento), in giardino (21 per cento) o altrove (5 per cento). Tuttavia la casa non è percepita dagli anziani come un luogo a rischio di cadute: solo il 29 per cento la reputa un luogo in cui la probabilità di avere un infortunio è alta o molto alta. Questa consapevolezza cresce con l’età (41 per cento fra gli ultra 85enni), è maggiore fra le donne (34 per cento vs 22 per cento fra gli uomini) e fra le persone con molte difficoltà economiche (46 per cento) o una bassa istruzione (34 per cento). Il 62 per cento degli ultra65enni riferisce di adottare il tappetino come presidio anticaduta nell’uso della vasca da bagno o della doccia, mentre è minore il ricorso ai maniglioni (22 per cento) o ai seggiolini (17 per cento). Tuttavia, complessivamente, solo il 67 per cento degli intervistati ricorre all’uso di almeno uno di questi presidi anticaduta in bagno, mentre il restante 33 per cento non li utilizza. L’uso di questi presidi è più frequente al crescere dell’età (tra gli ultra 85enni raggiunge l’81 per cento), tra le donne (71 per cento), fra le persone con maggiori difficoltà economiche (75 per cento) e fra chi ha un basso livello di istruzione (76 per cento).

    Ancora troppo bassa sembra l’attenzione degli operatori sanitari al problema delle cadute fra gli anziani: solo l’11 per cento dichiara di aver ricevuto, nei 12 mesi precedenti l’intervista, il consiglio dal medico o da un operatore sanitario su come evitare le cadute. L’analisi temporale delle cadute negli ultimi 12 mesi fra gli ultra 65enni, che nel biennio 2020-2021 aveva registrato una riduzione significativa seppur di piccola entità, torna ai livelli pre-pandemici negli anni successivi e nel 2024, la prevalenza delle cadute nei 12 mesi precedenti l’intervista è analoga a quella osservata nel 2016. La sorveglianza monitora anche le cadute nei 30 giorni precedenti l’intervista: nel biennio 2023-2024 il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato di essere caduto e nel 14 per cento dei casi è stato necessario il ricovero ospedaliero di almeno un giorno.

  • MGF: ancora tante le bambine nel mondo che rischiano si subirle

    L’Università statale di Milano Bicocca e l’Università di Bologna hanno condotto uno studio i dati del quale sono impressionanti: in Italia vivono più di 88.000, ripeto ottantottomila, donne extracomunitarie che hanno superato l’adolescenza e che hanno subito mutilazioni genitali femminili, a volte eseguite nella stessa Europa.

    I dati risalgono all’inizio del 2023 con un aumento, in Italia, nonostante leggi e divieti in vigore anche nei paesi di provenienza, dell’1% rispetto al 2019.

    Oggi in Italia sono migliaia le bambine che rischiano di subire una mutilazione genitale, le donne che più sono state colpite e le bambine che rischiano di essere mutilate sono quelle di origine somala, egiziana, sudanese, nigeriana, etiope e guineana, i dati parlano di 230 milioni di donne che, nel mondo, hanno subito mutilazioni genitali.

    Più volte, nel recente passato, vi sono state iniziative al Parlamento europeo per sensibilizzare le istituzioni sul problema e rafforzare il dialogo con le comunità degli immigrati in Europa e con i governi dei paesi nei quali questa abominevole pratica, anche se ufficialmente abolita, continua a mietere vittime.

    Diverse sono state le iniziative prese al Parlamento europeo, tra le altre ricordiamo il convegno a Strasburgo del marzo 2013 organizzato dall’On. Cristiana Muscardini con la collaborazione di altre colleghe, tra le quali Roberta Angelilli, all’epoca vicepresidente del Parlamento, e Patrizia Toja  vicepresidente della commissione Industria, l’intervento della Muscardini in aula nel giugno 2013, e quello del 2014, i documenti dell’ottobre 2008, quello del 2009 e del 2014, inoltre  la lettera dell’On. Muscardini a Schultz nel marzo 2013 e  i documenti Muscardini del 2012 e 2011.

    Se ancora oggi i dati sono così allarmanti, e la salute fisica e mentale di migliaia di bambine è sempre messa a rischio, questo significa che non si è fatto ancora abbastanza, nonostante gli sforzi di tante associazioni, e che la politica deve tornare con più decisione ad occuparsi del problema di queste adolescenti che vivono in mezzo a noi in Europa e alle quali non possiamo voltare le spalle.

    Occorre ritornare a parlare apertamente del problema sia con un dialogo con gli stati extra europei, nei quali le menomazioni continuano, nonostante le leggi ufficiali, ad essere applicate, sia avendo maggiori controlli sulle bambine che vivono da noi e provenienti da famiglie con culture che praticano o comunque accettano le menomazioni sessuali femminili.

  • In meno di 80 anni sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica. E ce le mangiamo

    Secondo quanto scrive l’espetto Franco Berrino, dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica, la produzione è stata pari a 367 milioni nel 2023 ed è prevista triplicare entro il 2050. Consumiamo, solo per fare un esempio, 43 miliardi di bottigliette di plastica al mese, di questi 10 miliardi di tonnellate 3 miliardi sono tuttora in uso, mentre 0,7 sono state bruciate e 5 gettate come rifiuto (inquinante).

    La presenza di plastica nella vita quotidiana dei nostri tempi è talmente pervasiva che qualcuno ha coniato addirittura il termine Plasticene proprio per indicare come gli ultimi 70 anni (quasi 80 ormai) siano caratterizzati dalla presenza di strati crescenti di plastica nei sedimenti e nel suo impatto negativo sugli ecosistemi, sulla fauna marina e, potenzialmente, sulla salute umana.

    La maggior parte della plastica gettata finisce in mare, dove si spezzetta in frammenti piccolissimi, microplastiche e addirittura nanoplastiche (meno di un millesimo di millimetro di grandezza) e da lì finisce facilmente nel corpo umano, passando prima per i pesci (negli Usa è stata trovata plastica in 180 pesci su un campione di pesca di 182 unità) ma anche per animali di terra. Microplastiche sono state trovare in vari organi del corpo umano: apparato circolatorio, fegato, polmoni, testicoli, reni, cervello (uno studio ha rilevato in 12 persone affette da demenza una concentrazione di plastiche tripla rispetto a quella riscontrata in persone normali), nel latte del seno materno.

    I recipienti di plastica libera utilizzati per riscaldare cibi in forni a microonde sono un altro straordinario canale di assunzione di plastiche nell’organismo umano.

    Problemi cardiovascolari, ictus, infarti, colite ulcerosa e anche infertilità maschile appaiono alcuni dei danni che la presenza di plastiche nel corpo umano può provocare, anche se Berrino avverte che gli studi su queste problematiche devono essere ulteriormente affinati. Per tutelarsi, lo studio consiglia di usare filtri di ceramica per l’acqua potabie, di evitare il consumo d alimenti pronti confezionati e di lavare bene i filetti di pesce e di carne.

  • Sprechi alimentari in aumento in Italia

    Negli ultimi anni sono incrementate le campagne di comunicazione per sensibilizzare i consumatori sullo spreco alimentare, ma la strada è purtroppo ancora lunga per l’Italia. I dati recenti parlano di un incremento dello spreco settimanale di alimenti del 17,9% negli ultimi 12 mesi, con in media 667,4 grammi di cibo pro capite che finiscono nel cestino della spazzatura (Fonte: Osservatorio internazionale Waste Watcher). Dati che evidenziano le dimensioni sempre più allarmanti del problema anche nel nostro Paese, con percentuali poco lusinghiere. Proprio in estate, lo spreco alimentare tende ad aumentare a causa di diversi fattori, tra cui le alte temperature, l’aumento dei pasti fuori casa, anche in riferimento al maggior afflusso di turisti, la maggiore disponibilità di cibi freschi e facilmente deperibili. È necessario rafforzare le politiche di educazione alimentare e stimolare comportamenti virtuosi da parte dei consumatori e degli operatori della ristorazione.

    Il tonno in scatola è un valido alleato contro lo spreco alimentare. Solo l’1% che utilizziamo finisce nel cestino: non si butta praticamente mai (Fonte: Doxa per Ancit/Anfima (Associazione Nazionale Fabbricanti Imballaggi Metallici e Affini). In Italia 6 persone su 10 lo portano in tavola almeno una volta alla settimana (59.9% – Fonte: AstraRicerche 2025). I tre motivi principali di questa scelta sono il gusto (42.7%), l’immediatezza del consumo (42.7%) e la sua lunga conservazione (42.2%). Il 34.8% dichiara di averne aumentato il consumo negli ultimi 2-3 anni proprio perché è pronto all’uso (35.1%), quindi non richiede dispendio di energia per la sua preparazione, ed è anti-spreco (26.1%). Quest’ultima caratteristica si conferma anche nella scelta dei materiali di imballaggio da parte di produttori: la scatoletta d’acciaio/alluminio, così come il vetro, mantengono inalterate le caratteristiche nutrizionali del prodotto, sono riciclabili al 100% e per infinite volte, e aiutano a conservare al meglio il tonno. Infine, l’olio può essere riutilizzato in cucina come condimento o ingrediente perché contiene Vitamina D e Omega 3 che prende dal tonno.

    “Il tonno in scatola appartiene a quella categoria di prodotti ‘time saving’ ed è un problem solver del pasto: sarà anche perché non va cotto, non va refrigerato e non va condito – commenta Luca Piretta, Gastroenterologo e Nutrizionista, Università Campus Bio-medico di Roma – In estate, poi, quando il caldo toglie l’appetito e si rischia di fare un pasto non adeguatamente nutriente, riesce a fornire elementi importanti come proteine di elevato valore biologico e grassi buoni come gli omega 3 in un piccolo volume di cibo, con una conseguente riduzione di calorie. Questo lo rende un alimento ideale per chi vuole tenersi in forma o pratica sport. È ricco di potassio, un minerale che d’estate si perde in abbondanza con il sudore e la cui carenza è responsabile di crampi muscolari notturni e di disturbi cardiovascolari. La concomitante presenza di una adeguata quantità di sodio fa sì che il tonno in scatola possa essere considerato un alimento ottimale per compensare gli aumentati fabbisogni estivi di questi minerali. Infine, si consuma a temperatura ambiente e questo aiuta a non gravare sull’aumento della temperatura corporea soprattutto quando si consuma il pasto in condizioni di calore elevato come può essere in spiaggia, naturalmente prevedendo l’apertura della scatoletta o del vasetto al momento dell’uso”. Quindi, è perfetto per occasioni di consumo “fuori casa” come una gita in barca a vela, il pranzo in spiaggia o un trekking in montagna, ma è ideale anche nelle cene last minute da soli o tra amici. Non manca mai nella cambusa di un buon marinaio ed è ideale per gli amanti dell’aria aperta che praticano trekking o camping.

    La scatoletta del tonno è comoda, di facile apertura e conservazione. Pratica, versatile e gustosa, ha una durabilità che può arrivare a diversi anni dal momento del confezionamento e questo consente di non sprecare prodotto e di non generare rifiuti alimentari ed è disponibile in confezioni che evitano lo spreco del pesce. Proprietà condivise anche dai vasetti di vetro, materiale virtuoso che caratterizza soprattutto i formati premium e che, come l’acciaio, è riciclabile al 100% e infinite volte senza perdere qualità. L'”imballaggio virtuoso” si riferisce all’utilizzo responsabile e sostenibile di questi materiali, privilegiando il riciclo e riducendo l’impatto ambientale.

    Grazie al miglioramento del tasso di riciclo degli imballaggi, nel 2024 hanno trovato una seconda vita più di 435.500 tonnellate di acciaio e quasi 2 milioni e 103.000 di vetro (Fonte: CONAI), riuscendo a superare, rispettivamente con l’86,4% e l’80,3%, il tasso di riciclo (minimo 70%) chiesto dall’Unione Europea entro il 2025.

  • Gli Usa introducono restrizioni alla vendita di cibo ultra-processato

    Stretta Usa sui cibi ultra-processati. “Stanno alimentando un’epidemia di malattie croniche”, afferma il segretario del Dipartimento Salute e Servizi umani (Hhs) Robert F. Kennedy Jr., che insieme a Brooke L. Rollins, a capo del Dipartimento Agricoltura (Usda), e al commissario della Food and Drug Administration (Fda) Marty Makary, annuncia una richiesta congiunta di informazioni (Rfi) volta a “raccogliere dati utili a stabilire una definizione uniforme e riconosciuta a livello federale per gli alimenti ultra-processati: un passo fondamentale per garantire una maggiore trasparenza ai consumatori sui cibi che consumano”, proteggendoli dai rischi per la salute. “Dobbiamo agire con coraggio per eliminare le cause profonde delle malattie croniche e migliorare la salubrità delle nostre forniture alimentari”, dichiara Kennedy.

    “Definire gli alimenti ultra-processati con uno standard chiaro e uniforme ci darà ancora più forza per realizzare la missione ‘Make America Healthy Again’” (rendere l’America di nuovo sana). “Attualmente non esiste una definizione univoca e autorevole di alimenti ultra-processati per le forniture alimentari statunitensi”, si spiega nella nota che comunica l’iniziativa. “La creazione di una definizione federale uniforme” per questi cibi “sarà un obiettivo fondamentale, sulla scia della recente pubblicazione della valutazione ‘Make Our Children Healthy Again’ (rendere i nostri bambini di nuovo sani), che riconosce come il consumo eccessivo di alimenti ultra-processati sia uno dei fattori trainanti della crisi delle malattie croniche infantili”. Ricordando che “il presidente Trump ha dato priorità al miglioramento della salute delle famiglie e delle comunità americane”, Rolllins sottolinea che “questa richiesta di informazioni è un ulteriore passo avanti nella ricerca di soluzioni di buon senso per promuovere scelte migliori e più consapevoli per i consumatori. Una definizione unificata e ampiamente compresa di alimenti ultra-processati è attesa da tempo”, evidenzia, assicurando che i protagonisti della filiera agricola saranno “parte integrante del dibattito” che porterà a centrare l’obiettivo. “Sono lieto di guidare questo impegno cruciale nella Fda (l’EFSA statunitense) “, commenta il commissario dell’Istituto Marty Makary.

    “Le minacce degli alimenti considerati ultra-processati per la nostra salute sono chiare e convincenti – rimarca il commissario – il che rende imperativo lavorare a stretto contatto con i nostri partner federali per promuovere, per la prima volta in assoluto, una definizione uniforme di cibi ultra-processati”. Si stima che circa il 70% dei prodotti confezionati presenti nella catena alimentare statunitense sia costituito da cibi spesso considerati ultra-processati e che oltre il 60% delle calorie assunte dai bambini provengano da questi alimenti”, riporta nota. “Decine di studi scientifici hanno evidenziato un legame tra il consumo di cibi ritenuti ultra-processati e numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, cancro, obesità e disturbi neurologici. Contribuire a contrastare il consumo eccessivo di alimenti ultra-processati è un fattore chiave verso l’obiettivo ‘Make America Healthy Again’”.

    “Una definizione uniforme di alimenti ultra-processati consentirà coerenza nella ricerca e nelle politiche” di settore, “aprendo la strada alla risoluzione dei problemi di salute associati al consumo di questi cibi”, sostengono il Dipartimento della Salute, dell’Agricoltura e la Fda . La richiesta di informazioni è stata messa a disposizione del pubblico sul registro federale il 24 luglio, e mira a raccogliere dati su “quali fattori e criteri dovrebbero essere inclusi in una definizione di alimenti ultra-processati”.   Oltre a sviluppare una definizione uniforme per questi cibi, conclude la nota, “la Fda e i National Institutes of Health (Nih) stanno investendo in ricerche di alta qualità per contribuire a rispondere alle domande ancora aperte sull’impatto degli alimenti ultra-processati sulla salute, attraverso il Nutrition Regulatory Science Program recentemente annunciato”. Il Dipartimento di Kennedy Jr. “continuerà inoltre a sviluppare e attuare altre politiche e programmi chiave complessivamente volti a ridurre drasticamente le malattie croniche e a garantire un futuro sano per il Paese”.

  • La Commissione accoglie con favore l’adozione formale dell’accordo sulle pandemie

    I membri dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) hanno adottato un nuovo accordo sulle pandemie, definendo contestualmente il processo per concludere i negoziati su un allegato dell’accordo sull’accesso agli agenti patogeni e sulla condivisione dei benefici. L’accordo sulle pandemie contiene norme giuridicamente vincolanti che affrontano le carenze nella capacità globale di affrontare le emergenze sanitarie emerse durante la pandemia di COVID-19. Insieme al regolamento sanitario internazionale modificato, l’accordo sulle pandemie rafforzerà la capacità dei paesi di prepararsi alle pandemie e prevenirle con l’approccio globale “One Health”, che riconosce l’interdipendenza tra la salute umana, animale e vegetale e i loro ambienti condivisi. L’accordo consentirà inoltre un accesso equo ai vaccini e ad altre contromisure mediche, promuovendo i trasferimenti di tecnologia su base volontaria e concordata e sostenendo al contempo lo sviluppo di capacità nei paesi in cui fosse necessario, nel pieno rispetto delle competenze e delle responsabilità in materia di politica sanitaria dei singoli Stati membri dell’UE. L’attuazione dell’accordo consentirebbe inoltre un migliore coordinamento e una mobilitazione più efficace degli sforzi di finanziamento. Tali miglioramenti rispecchiano e rafforzano la strategia globale dell’UE in materia di salute.

  • Obesità adolescenziale in crescita, in particolare nei maschi: allarme per i rischi cardiovascolari già in giovane età

    Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il numero di bambini e adolescenti obesi tra i 5 e 19 anni nel mondo è aumentato di 10 volte negli ultimi 40 anni. Attualmente in Europa il 59% degli adulti e quasi 1 bambino su 3 è in sovrappeso od obeso, e in Italia la situazione non è migliore: il 43% degli adulti ha un eccesso ponderale, con punte del 49% in Puglia. Inoltre, secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, oltre il 22% degli adolescenti italiani presenta un eccesso ponderale. Tra i maschi di 17 anni, la quota sale a quasi il 24%, con un 3,9% classificato come obeso.
    Il trend, che fino a pochi anni fa sembrava in lieve diminuzione, sta nuovamente crescendo, soprattutto nella fascia 11–14 anni. Inoltre, a livello globale, un rapporto OMS ha stimato che nel 2022 l’obesità infantile e adolescenziale in Italia ha raggiunto livelli circa quattro volte superiori rispetto al 1990 (​epicentro.iss.it). Ancora più preoccupante è la distribuzione geografica del fenomeno: le prevalenze più elevate di obesità tra i giovani si osservano nelle regioni del Sud Italia​ (epicentro.iss.it). Le regioni meridionali come la Campania presentano tassi di adolescenti sovrappeso/obesi superiori al 25-30%, con la Puglia al 27%, mentre in alcune regioni del Nord (es. Trentino Alto Adige) tali valori scendono sotto il 15%​ (epicentro.iss.it). In generale, almeno 1 adolescente su 4 nel Mezzogiorno risulta in eccesso di peso, a fronte di quote sensibilmente inferiori nelle regioni settentrionali​.
    Il Progetto Scuola della Fondazione Foresta ETS, partito lo scorso ottobre a Padova, ha coinvolto quasi seimila studenti delle scuole superiori. I dati raccolti confermano un quadro preoccupante: i giovani maschi sono più frequentemente obesi rispetto alle coetanee (18% vs 12%), e questa forbice è sempre più ampia rispetto a 8 anni fa quando la differenza era di soli due punti percentuali. Le conseguenze sulla salute non sono trascurabili e includono certamente le disfunzioni sessuali (già il 20% degli obesi dichiara di avere almeno una disfunzione sessuale già a 18 anni, contro meno del 10% dei coetanei normopeso), ma anche i tipici fattori di rischio cardiovascolare dell’adulto, come ipertensione, iperglicemia e ipercolesterolemia.

    Uno studio condotto dall’equipe del prof. Foresta in collaborazione col prof. Andrea Di Nisio dell’Università Pegaso, su oltre 100 ragazzi italiani tra 11 e 14 anni, nell’ambito di un progetto di prevenzione dell’obesità e della salute andrologica e pubblicato sulla rivista internazionale Endocrine, ha mostrato dati preoccupanti.
    Quasi la metà del campione era in sovrappeso o obeso. Un elemento chiave emerso è la diffusa carenza di vitamina D: Il 92% dei ragazzi obesi e il 76% dei normopeso risultavano avere livelli insufficienti. Tale carenza si è rivelata essere un indicatore indipendente di accumulo di fattori di rischio cardiovascolare, anche nei soggetti normopeso. In condizioni di ipovitaminosi D, cioè con livelli inferiori a 30 ng/ml, la probabilità di presentare almeno un fattore di rischio risultava aumentata del 31% nella popolazione totale e del 41% tra i ragazzi in eccesso ponderale. Nei casi di carenza grave (inferiore a 20 ng/ml), il rischio risultava addirittura raddoppiato.
    “Questo studio dimostra che l’obesità adolescenziale espone i ragazzi, già in tenera età, a fattori di rischio cardiometabolico, che se non corretti nell’adulto possono svilupparsi precocemente in patologie cardiovascolari severe, per non parlare del rischio di ipogonadismo ed infertilità, confermato già da diversi studi che mostrano come la funzionalità testicolare del giovane obeso sia già alterata e si mantenga tale durante tutto la fase di sviluppo sessuale dell’adolescenza” conclude Foresta.
    Lo studio, illustrato a Lecce presso il Mercure Hotel President, nelle giornate del 9 e del 10 maggio all’interno del XVIII convegno di endocrinologia e medicina della sessualità sul tema “Obesità, osteoporosi, infertilità: un complesso sindromico dilagante” dimostra come queste tre patologie sono frequentemente interconnesse, soprattutto nel maschio infertile e indipendentemente dall’invecchiamento. Basti pensare che quasi il 50% dei giovani infertili è infatti obeso, ipogonadico e presenta una ridotta densità dell’osso, prodromica all’osteoporosi.

  • Nel 2024 sono aumentati i trapianti di cornea, restano stabili le donazioni

    In occasione della Giornata nazionale della donazione degli organi, che quest’anno si è celebrata l’11 aprile, è stato pubblicato il Report annuale del Centro nazionale trapianti emerge dal quale di evince che nel 2024 in Italia sono aumentati significativamente i trapianti di cornea (saliti a quota 8.433, +6,6% rispetto all’anno precedente), mentre restano sostanzialmente stabili le donazioni di cornee (11.105).

    La donazione delle cornee può essere fatta anche in età avanzata e può donare anche chi ha subito interventi chirurgici oftalmologici complessi oppure chi è ipovedente, in quanto la riduzione della vista può non dipendere da una problematica inerente la cornea. Poiché la cornea non è un organo vascolarizzato possono donare anche i pazienti deceduti affetti da tumori.

    Nei primi tre mesi del 2025 il 40% di 950mila persone che hanno rinnovato la carta d’identità si è esplicitamente opposto alla donazione degli organi. È la percentuale “più alta segnalata negli ultimi dieci anni”, hanno fatto sapere dal Centro Nazionale Trapianti.
    Come ogni anno, intanto, in occasione della Giornata, anche il Centro Nazionale Trapianti promuove una campagna informativa attraverso i canali web e social, portando all’attenzione dei media il tema della dichiarazione di volontà al Comune attraverso la pubblicazione dei dati dei Comuni più generosi d’Italia. Le iniziative social sono partite nei giorni immediatamente precedenti alla Giornata e si protrarranno per tutto il mese di aprile con testimonianze, storie di donazione e di trapianto, approfondimenti su come diventare donatori. Iniziative di sensibilizzazione e informazione saranno promosse anche dai coordinamenti regionali per i trapianti, dalle aziende ospedaliere e sanitarie, dalle associazioni di volontariato del dono e da diversi enti e amministrazioni pubbliche.

  • Rapporto Coldiretti-Censis: figli italiani sempre più assuefatti alle merendine

    L’82% delle famiglie italiane chiede un piano pubblico per salvaguardare la salute dei propri figli, sempre più “drogati” di energy drinks, merendine e cibi ultra-trasformati, una vera e propria dipendenza che crea enormi pericoli per il loro sviluppo. Un grido d’allarme da parte dei genitori che vedono fallire il ricorso a divieti o altre forme di coercizione proprio mentre si levano più forti gli allarmi del mondo medico scientifico. E’ quanto emerge dal Rapporto Coldiretti/Censis presentato in occasione della giornata inaugurale del Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione a Villa Miani, a Roma. Il forum è stato organizzato in collaborazione con The European House-Ambrosetti, alla presenza del presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, e del segretario generale, Vincenzo Gesmundo. Con loro anche Matteo Bassetti, professore ordinario di Malattie infettive dell’università degli Studi di Genova, Alberto Villani, coordinatore funzionale dell’area clinica Pediatria universitaria ospedaliera dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù – università di Roma Tor Vergata, Esmeralda Capristo, professoressa in Scienze tecniche dietetiche applicate all’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e Stefano Pisani, sindaco di Pollica.

    Per l’occasione sono state allestite due grandi tavole per mettere a confronto il cibo ultra-trasformato con quello naturale, simbolo della dieta mediterranea. Uno stile alimentare che i genitori italiani vogliono trasmettere ai propri figli – rilevano Coldiretti/Censis – poiché percepito come un insieme di abitudini che garantiscono che i giovani mangeranno bene. Un cibo equilibrato, sano, sicuro e genuino in linea con la tutela della salute personale e del pianeta. Uno sforzo quotidiano che si scontra però con la considerazione che appena ne hanno la possibilità i propri figli non mangiano in modo salutare. Un fenomeno, quello degli ultra-trasformati, che va combattuto – sottolinea Coldiretti – aumentando le ore di educazione alimentare nelle scuole e mettendo in campo campagne di sensibilizzazione per far conoscere i pericoli associati all’assunzione sistematica e continuativa di cibi ultra-trasformati, come chiesto dai genitori italiani. Un passo decisivo sarebbe la definizione di forme di etichettatura per evidenziare che un determinato prodotto appartiene alla categoria degli ultra-trasformati.

    Ma l’utilizzo di questi prodotti va anche vietato nelle mense scolastiche e nei distributori automatici diffusi negli edifici pubblici, a partire proprio dalle scuole, con precisi limiti anche alla pubblicità, seguendo l’esempio del Regno Unito che ha vietato le fasce orarie di maggiore esposizione per bambini e adolescenti. E del fatto che i propri figli appena possono scelgono cibi ultra-trasformati se ne è reso conto quasi un genitore su due (48 per cento). E non sembrano funzionare i divieti, una strada scelta dal 37 per cento di famiglie – secondo Coldiretti/Censis – che hanno imposto ai bambini di non mangiare merendine, caramelle, bibite gassate e junk food di vario tipo, anche dinanzi alle sempre più chiare evidenze scientifiche sui rischi ad essi collegati.

    Dinanzi al sostanziale fallimento di politiche coercitive non sorprende, dunque, che oltre otto famiglie su dieci pensino che sarebbe importante attivare una grande campagna, dalla scuola al web, rivolta ai ragazzi sul tema dell’educazione al mangiare bene. Riconoscere di aver bisogno di un aiuto esterno per il raggiungimento di tale obiettivo, è un chiaro segnale dell’importanza che attribuiscono all’insegnamento di una buona educazione alimentare, considerandolo un dovere imprescindibile. Una battaglia sostenuta da sempre da Coldiretti che è impegnata a promuovere nelle scuole italiane il progetto Educazione alla Campagna Amica, un percorso educativo che coinvolge oltre mezzo milione di bambini all’anno su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo è quello di formare dei consumatori consapevoli per valorizzare i fondamenti della dieta mediterranea e fermare così il consumo del cosiddetto junk food che mette a rischio la salute e fa aumentare l’obesità, come sostenuto unanimemente dalla scienza medica. Un cibo fatto in laboratorio che, entrando sempre più prepotentemente nelle abitudini alimentari quotidiane, fa inevitabilmente da apripista a quello artificiale.

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