Social media

  • Ampio turnover tra le aziende di e-commerce italiane

    In Italia l’e-commerce si conferma un comparto vitale ma sempre più selettivo: nel 2026 sono entrate nel panorama digitale 21.717 nuove aziende (di cui quasi 12.000 società di capitale le nuove società di capitale), ma nello stesso periodo 23.211 realtà attive nel 2025 non sono più presenti. L’analisi fotografa un totale di 87.000 aziende italiane attive nell’e-commerce, registrando un calo del 4,4% rispetto al 2025, secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, in collaborazione con Cribis – società del Gruppo CRIF che fornisce informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese. Di queste, oltre il 90% sono micro e piccole imprese. I settori più inclini alla digitalizzazione, ovvero con la maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono la Cosmetica (35,3%), l’Industria dei Giocattoli (33,5%) e l’Editoria (24,7%).

    Queste alcune delle evidenze presentate nel corso della XXI edizione di Netcomm Forum, l’evento di riferimento dell’e-commerce e Digital Retail, intitolato “Value Commerce – The New Era of Digital & Omnichannel Experience”, e realizzato con il supporto tecnico di TIG – The Innovation Group, il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “I dati dell’Osservatorio Netcomm in collaborazione con Cribis evidenziano un passaggio chiave: l’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva, in cui non conta più solo la crescita del numero di operatori, ma la sostenibilità dei modelli di business”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il saldo negativo di circa 4.000 società di capitale e la contrazione nei numeri registrata rispetto al 2025 mostrano chiaramente che il mercato sta evolvendo verso modelli di business più complessi e paradigmi differenti.  Oggi non basta essere online: è necessario sviluppare competenze, efficienza operativa e capacità di investimento per competere in un contesto sempre più complesso, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazione, fiducia e integrazione tra canali.”

    Marco Preti, amministratore delegato di Cribis riceve che “i dati dell’Osservatorio evidenziano la straordinaria vitalità delle micro e piccole imprese italiane che, in uno scenario in costante evoluzione, rappresentano il 90% del totale di aziende che sono oggi dotate di un e-commerce. A livello settoriale, è il manifatturiero a mostrare i trend di crescita più interessanti e, nello specifico, i comparti dell’arredamento, della cosmetica e dei giocattoli. Ma i dati mostrano anche un mercato sempre più competitivo e polarizzato, con un calo nel numero complessivo di quelle che hanno un canale di vendita online rispetto allo scorso anno. Per restare sul mercato, e cogliere le opportunità offerte dagli spazi virtuali, è dunque necessario rafforzare ulteriormente gli investimenti in persone e tecnologie ed ottimizzare l’attività di tutta la rete di vendita. Sia quella digitale che, dove presente, quella fisica.

    Il forte turnover del mercato – 21.717 nuovi ingressi a fronte di 23.211 uscite – è un segnale di evoluzione. Le società di capitale con e-commerce sono 47.000, pari al 54% del totale, ma generano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati e capaci di sostenere modelli di business digitali nel lungo periodo.

    Sul piano dimensionale, il riassestamento è significativo: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. L’e-commerce italiano si conferma così un ecosistema capillare e frammentato, con il 68,4% del tessuto composto da micro imprese e il 23% da piccole.

    A livello settoriale, il mercato mostra dinamiche opposte. Crescono i comparti dell’Arredamento (+6,5%), della Cosmetica (+5,9%) e dei Giocattoli (+4,5%), mentre registrano cali marcati il Turismo (-29,7%), il Ticketing (-21,2%) e l’Editoria (-11,9%). Fashion e Food & Beverage restano i settori più rappresentati in valore assoluto, rispettivamente con 5.728 e 4.712 Società di Capitale attive nell’e-commerce.

    In un confronto europeo, in Italia il numero di aziende con e-commerce e la percentuale sul totale aziende (1,3%, che sale a 2,6% per le società di capitali) è simile alla Germania – che conta 89.000 aziende con e-commerce – ma inferiori ai paesi best player (2,1% in Svizzera).

    La riduzione del numero di imprese è sintomatica di uno spostamento del mercato verso paradigmi più sostenibili e competitivi. Le aziende attive mostrano infatti una solidità finanziaria superiore: nel 2024, il 77,7% delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media delle società di capitale. L’analisi evidenzia inoltre una rischiosità commerciale inferiore: solo il 17,2% delle società di capitale con e-commerce presenta una rischiosità elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale italiane che non vendono online.

    Dall’Osservatorio emerge inoltre una progressiva crescita della Digital Attitude tra le imprese italiane: nel 2026, il 24,5% delle aziende registra un livello medio-alto di maturità digitale, in aumento rispetto al 22,7% del 2025.

    Il dato più eclatante emerge però dal confronto tra modelli di business: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello di Digital Attitude elevato, contro appena il 7% delle società di capitale che non operano online: un divario che conferma come la presenza nel commercio digitale sia ormai un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale.

    Anche sul fronte dell’innovazione, il livello si attesta su standard medio-alti, con un picco nel settore dell’elettronica, dove il 47,8% delle imprese mostra una spiccata propensione tecnologica. Tuttavia, la sfida resta aperta sul fronte dell’internazionalizzazione: il 55% del campione totale presenta ancora un livello di proiezione estera basso o Medio-Basso. In questo scenario, l’Elettronica si conferma ancora una volta il comparto più dinamico e orientato ai mercati globali, vantando un tasso di internazionalizzazione alto nel 55,3% dei casi.

    In Italia, il 2,6% del totale delle società di capitali ha implementato un canale e-commerce, con una distribuzione geografica che vede in testa il Sud (31,5%), seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale, i principali hub del commercio digitale si confermano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). Sotto il profilo dimensionale, il tessuto è composto prevalentemente da Micro imprese (68,4%) e Piccole (23%). L’anzianità aziendale si attesta tra i 6 e i 25 anni: rispetto al 2025 si osserva un innalzamento dell’età media, segnale di una consolidata maturità del comparto e di una stabilizzazione delle imprese che operano nel digitale.

    Sul fronte della comunicazione, i social media sono ormai un elemento imprescindibile: l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma, in crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Sebbene Facebook resti tra i più utilizzati (pur perdendo circa 2 punti percentuali), si registra il boom di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%. L’Osservatorio evidenzia infine una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’Elettronica, Pinterest domina nell’Arredamento e X si conferma il punto di riferimento per l’Editoria.

    L’analisi delle Società di Capitale con e-commerce rivela un mercato ancora fortemente focalizzato sull’ambito nazionale: il 76,6% delle aziende offre infatti un sito in un’unica lingua, mentre solo il 16% prevede la possibilità di scelta tra due lingue.

    Emerge dai dati una progressiva diversificazione degli strumenti di pagamento, segnale di una crescente attenzione verso la customer experience. La maggioranza delle imprese (79,1%) offre oggi più di un metodo di pagamento, mentre solo il 20,8% del campione rimane ancorato a un’unica opzione. PayPal si conferma lo strumento più diffuso sia per le aziende con metodo unico sia per quelle con opzioni multiple, seguito da Un dato di rilievo riguarda l’ascesa delle soluzioni Buy Now Pay Later: nelle configurazioni con oltre 4 metodi di pagamento si segnala la forte crescita di Klarna. Analizzando la dimensione aziendale, PayPal domina tra le Micro e Piccole imprese, mentre le Grandi aziende puntano maggiormente su Carta di credito/debito e Pagamento alla consegna. Klarna trova la sua maggiore diffusione proprio tra le Micro imprese, a conferma di una forte spinta all’innovazione anche nei piccoli operatori.

    Su un totale di 87.000 realtà che hanno integrato il commercio elettronico nel proprio modello di business in Italia, ad oggi sono circa 40.000 le imprese individuali e società di persone. Anche in questo caso risentono di differenze regionali: a prevalere è il sud e le isole con il 31,2% di aziende con un e-commerce, a seguire il nord ovest con 26,3% trainato dalla Lombardia e il nord est con 21,8%. Le tre province più popolose di aziende con e-commerce sono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%). Sotto il profilo della longevità aziendale, la fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra gli 11 e i 25 anni di attività. Ciò indica una crescente maturità del settore e una stabilizzazione delle imprese che, nate in contesti tradizionali, hanno saputo consolidare la propria presenza nel digitale nel lungo periodo. Per quanto riguarda le categorie merceologiche, il mercato è dominato dal Fashion, seguito dal Food & Beverage, che si confermano i comparti trainanti per la piccola impresa italiana online.

  • La mafia ora si mette in mostra vantando il proprio appeal su TikTok

    Anche la mafia si adegua ai tempi e dai pizzini passa alle comunicazioni digitali dopo aver rapidamente intuito il flusso degli affari che si sarebbe mosso anche nel dark web. Uno studio della Fondazione Magna Grecia segnala che la criminalità organizzata è arrivata su TikTok. E lo ha fatto «perché è su TikTok che si sono spostati i giovani», spiega Nicola Gratteri, capo della Procura di Napoli. «È a loro che le mafie parlano per aumentare il loro consenso in una dimensione ibrida –  tra reale e virtuale – ormai impossibile da ignorare».

    Ne è prova l’omicidio commesso a Palermo da Gaetano Maranzano, figlio di Vincenzo (condannato a 10 anni per tentato omicidio) che poco dopo aver sparato, sapendo che sarebbe stato arrestato, ha pubblicato su TikTok un video con la sua foto e in sottofondo l’audio di un passaggio della fiction “Il capo dei capi”, in cui Totò Riina sfida il poliziotto che lo sta arrestando. Un segnale che va letto con la logica del marketing che oggi guida le mafie su TikTok, dove «la criminalità organizzata si comporta come un vero e proprio brand e, al pari di un brand, si fa pubblicità», aggiunge Gratteri. Usando i mezzi tipici della piattaforma – musica, video, coreografie, hashtag – la criminalità spettacolarizza il lato “bello” del prodotto mafia (potere, soldi, lusso, fratellanza) e ne sminuisce la violenza e la portata criminale, facendo apparire la vita mafiosacome desiderabile e il boss come qualcuno da imitare.

    Marcello Ravveduto, professore di Digital Public History all’Università di Salerno e curatore della ricerca della Fondazione Magna Grecia su più di 6mila contenuti spiega che «tutto ruota attorno al concetto di “mafiosfera”, ovvero un ecosistema comunicativo parallelo che vive dentro l’informazione online, ma è in grado di capovolgerne i principi». In questo spazio la criminalità organizzata ha acquisito la capacità di suggestionare un pubblico sempre più ampio grazie a un nuovo protagonista: il “mafiofilo”. Prosumer (produttore-consumatore), non per forza coinvolto direttamente in attività illecite, il mafiofilo ha un’affinità emotiva e culturale verso la mafia. È lui che, come un curatore di immagine, la “veste” per esporla in vetrina. E per farlo usa codici visivi e sonori distintivi – musica neomelodica e trap, scene di lusso ostentato, abiti griffati, citazioni di serie di successo – con cui la spoglia di violenza e la trasforma in intrattenimento. In fiction, melodramma, dissolvendone la gravità morale. La mentalità mafiosa finisce con l’essere normalizzata e diventa più familiare al grande pubblico. Più pop. Mentre la natura criminale viene nascosta dietro la performance, divenendo attrattiva per i giovani. Acquistabile con un click: che è consumo in superficie, potere e controllo in profondità.

    Gli esperti chiamano questo modo di usare i social mobstering: basta un selfie con posa intimidatoria, una didascalia in dialetto, un riferimento a un boss locale per entrare a far parte del gioco. Un esempio? Nel novembre 2023 a Pianura (Napoli), in seguito all’arresto di giovani spacciatori, familiari e amici hanno caricato video su TikTok con messaggi di sostegno come «La galera è il riposo del leone» o «Ti aspetto fuori, vita mia», mostrando così fedeltà al clan e disprezzo per le forze dell’ordine. C’è poi chi questa estetica la usa con maggiore maestria. È il caso del mobinfluencer, il volto più raffinato e pericoloso del marketing mafioso. Si legge nello studio: «Si tratta di un personaggio pubblico che cura meticolosamente il suo profilo, enfatizzando gesti di generosità verso la comunità e rimandando un’idea più glamour della vita criminale». Segue una narrativa rassicurante in cui la mafia si presenta come un marchio di identità collettiva, dotata di una personalità quasi umana, riconoscibile e desiderabile. Ne sono dimostrazioni eloquenti Crescenzo Marino, figlio di un boss napoletano, che ha raccolto migliaia di follower mostrando vacanze a Mykonos, Ferrari e champagne. O Tina Rispoli – vedova di camorra e oggi influencer – che ha usato la sua immagine per creare consenso e ottenere legittimazione come notabile locale.

    Il fenomeno però non è solo italiano, e lo studio ha il merito di raccontare anche l’evoluzione social dei cartelli messicani del narcotraffico, veri pionieri nella colonizzazione di YouTube prima e TikTok dopo. Con una differenza di fondo rispetto al nostro Paese: la propaganda mafiosa messicana infatti ruota attorno alla figura del ganginfluencer, molto più diretto e spettacolare nell’ostentazione della violenza. Il criminale messicano non cerca approvazione morale, ma dominio simbolico: i suoi video sono affermazioni di potere, scontri virtuali tra bande, provocazioni territoriali e rituali di appartenenza. In Italia le emoji sono metafore di valori – lealtà la catena, forza e coraggio il leone, potere la corona – per i cartelli messicani invece sono codici di affiliazione. La pizza per esempio, usata dopo “ch” (chapizza) indica chiaramente la vicinanza al Cartello di Sinaloa, richiamando la figura di El Chapo Guzmàn. Entrambe le pratiche però condividono la stessa logica: usare i social come arene di consenso e appartenenza, dove l’immaginario criminale diventa un prodotto culturale da consumare, imitare e diffondere. Gli algoritmi poi fanno il resto: amplificano i contenuti più virali, premiano le storie più estreme e annullano la distanza critica dello spettatore.

    In un mondo dominato dalla visibilità, anche il mafioso non si nasconde più: si racconta manipolando la verità, si espone e si vende addirittura come icona di potere e libertà. E le mafie non sono più soltanto denaro, trame e violenza, «ma sono sempre più ibride e algoritmiche, si muovono tra server, blockchain, social media e dark web», dice Antonio Nicaso, esperto di fenomeni criminali e docente alla Queen University del Canada. Che fare allora? Nicaso rilancia la lezione di Giovanni Falcone, aggiornata però all’era digitale: «Lui suggeriva di seguire il denaro per comprendere, intercettare e contrastare la criminalità organizzata». Questo Rapporto ci fa capire invece «che bisogna seguire i flussi, leggere sequenze nascoste, interpretare mondi digitali visibili e invisibili». “Follow the Flow”, insomma, potrebbe essere la nuova strategia nel contrasto alle mafie. Un concetto che Nicola Gratteri traduce in azione: «Urge svecchiare i protocolli d’indagine, dotarsi di personale altamente qualificato, omologare la strategia normativa».

  • Parere preliminare della Commissione Ue: TikToK crea dipendenza tra gli utenti, soprattutto giovani

    La Commissione europea ha annunciato che la società cinese TikTok ha violato le regole del Digital Services Act, scegliendo meccanismi e particolarità tali da provocare dipendenza nell’utente, soprattutto quello più giovane.

    «La dipendenza dalle reti sociali può avere effetti dannosi sullo sviluppo mentale di bambini e adolescenti. Il Digital Services Act rende le piattaforme responsabili degli effetti che possono avere sui loro utenti. In Europa, applichiamo la nostra legislazione per proteggere i nostri bambini e i nostri cittadini online», ha spiegato in un comunicato la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen, riferendosi alle norme comunitarie entrate pienamente in vigore nel 2024.

    Bruxelles punta il dito contro alcune specificità dell’applicazione cinese: lo scorrimento infinito delle immagini o dei video, la riproduzione automatica, le notifiche e il suo sistema di raccomandazione altamente personalizzato. «L’indagine indica in via preliminare che TikTok non ha valutato adeguatamente in che modo queste caratteristiche di dipendenza potessero danneggiare il benessere fisico e mentale dei suoi utenti». Secondo la Commissione europea, «TikTok sembra non riuscire ad attuare misure ragionevoli, proporzionate ed efficaci per mitigare i rischi derivanti da un design dell’applicazione che crea dipendenza». Il controllo parentale, nota l’esecutivo comunitario, è complicato da introdurre nell’applicazione. Nello stesso modo, i meccanismi di gestione del tempo non appaiono sufficientemente efficaci, agli occhi della Commissione europea.

    La richiesta della Commissione è perentoria: TikTok dovrà «modificare il design di base dei suoi servizi, ad esempio disattivando dopo un certo tempo funzioni chiave che portano ad assuefazione come lo “scorrimento infinito”, attuando efficaci “interruzioni del tempo di utilizzo”, incluso durante la notte, e adattando il suo sistema di raccomandazione». La società cinese ha reagito a giro di posta. «Le indagini preliminari della Commissione – si legge in un comunicato – descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento e faremo tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a nostra disposizione».

    La società cinese potrà ora valutare i risultati dell’indagine comunitaria ed esercitare eventualmente i suoi diritti alla difesa. Se le opinioni di Bruxelles dovessero essere confermate, la Commissione europea potrà pubblicare una decisione di non conformità che potrà comportare una sanzione proporzionale alla natura, alla gravità, alla ricorrenza e alla durata dell’infrazione, la quale potrà arrivare fino al 6% del fatturato annuo mondiale di TikTok.

    Il social network è già entrato nel mirino anche di authority nazionali: l’anno scorso quella irlandese ha comminato una multa di 530 milioni di euro per aver inviato dati degli utenti europei in Cina. A monte, vi è la sempre più intensa discussione sul divieto di utilizzo dei social networks per gli adolescenti. La Spagna ha annunciato che seguirà l’esempio dell’Australia, che lo scorso dicembre, primo Paese al mondo, ha vietato sotto i 16 anni l’utilizzo di dieci app. Francia e Regno Unito stanno valutando di fare altrettanto, mentre l’Italia, per il momento, ha rinunciato ad agire verso bandi per minori.

  • India orders social media firms to remove unlawful content within three hours

    India has introduced new rules that make it mandatory for social media companies to remove unlawful material within three hours of being notified, in a sharp tightening of the existing 36-hour deadline.

    The amended guidelines will take effect from 20 February and apply to major platforms including Meta, YouTube and X. They will also apply to AI-generated content.

    The government did not provide a reason for reducing the takedown window.

    But critics worry the move is part of a broader tightening of oversight of online content and could lead to censorship in the world’s largest democracy with more than a billion internet users

    In recent years, Indian authorities have used existing Information Technology rules to order social media platforms to remove content deemed illegal under laws dealing with national security and public order. Experts say they give authorities wide-ranging power over social media content.

    According to transparency reports, more than 28,000 URLs or web links were blocked in 2024 following government requests.

    The BBC has contacted the ministry of electronics and information technology for comment on the latest changes. Meta declined to respond to the amendments. The BBC has also approached X and Google, which owns YouTube, for a response.

    The amendments also introduce new rules for AI-generated content.

    For the first time, the law defines AI-generated material, including audio and video that has been created or altered to look real, such as deepfakes. Ordinary editing, accessibility features and genuine educational or design work are excluded.

    The rules mandate that platforms that allow users to create or share such material must clearly label it. Where possible, they must also add permanent markers to help trace where it came from.

    Companies will not be allowed to remove these labels once they are added. They must also use automated tools to detect and prevent illegal AI content, including deceptive or non-consensual material, false documents, child sexual abuse material, explosives-related content and impersonation.

    Digital rights groups and technology experts have raised concerns about the feasibility and implications of the new rules.

    The Internet Freedom Foundation said the compressed timeline would transform platforms into “rapid fire censors”.

    “These impossibly short timelines eliminate any meaningful human review, forcing platforms toward automated over-removal,” the group said in a statement.

    Anushka Jain, a research associate at the Digital Futures Lab, welcomed the labelling requirement, saying it could improve transparency. However, she warned that the three-hour deadline could push companies towards full automation.

    “Companies are already struggling with the 36-hour deadline because the process involves human oversight. If it gets completely automated, there is a high risk that it will lead to censoring of content,” she told the BBC.

    Delhi-based technology analyst Prasanto K Roy described the new regime as “perhaps the most extreme takedown regime in any democracy”.

    He said compliance would be “nearly impossible” without extensive automation and minimal human oversight, adding that the tight timeframe left little room for platforms to assess whether a request was legally appropriate.

    On AI labelling, Roy said the intention was positive but cautioned that reliable and tamper-proof labelling technologies were still developing.

    The BBC has reached out to the Indian government for a response to these concerns.

  • Teens launch High Court challenge to Australia’s social media ban

    Australia’s landmark social media ban for children is being challenged in the nation’s highest court, with two teenagers alleging the law is unconstitutional as it robs them of their right to free communication.

    From 10 December, social media firms – including Meta, TikTok and YouTube – must ensure that Australians aged under 16 cannot hold accounts on their platforms.

    The law, which is being watched closely around the world, was justified by campaigners and the government as necessary to protect children from harmful content and algorithms.

    However, 15-year-olds Noah Jones and Macy Neyland – backed by a rights group – will argue the ban completely disregards the rights of children.

     

    “We shouldn’t be silenced. It’s like Orwell’s book 1984, and that scares me,” Macy Neyland said in a statement.

    After news of the case broke, Communications Minister Anika Wells told parliament the government would not be swayed.

    “We will not be intimidated by threats. We will not be intimidated by legal challenges. We will not be intimidated by big tech. On behalf of Australian parents, we will stand firm,” she said.

    The Digital Freedom Project (DFP) announced the case had been filed in the High Court on Wednesday. Teenagers rely on social media for information and association, and a ban could hurt the nation’s most vulnerable kids – young people with disability, First Nations youth, rural and remote kids and LGBTIQ+ teenagers – the most, the group said on their website.

    Led by a New South Wales parliamentarian, John Ruddick, DFP said their challenge would hinge on the ban’s impact on political communication, and whether it was proportional to the law’s aims.

    Other measures to improve online safety should be used instead, the group argued, pointing to digital literacy programmes, the forced introduction of age-appropriate features for platforms, and age assurance technologies which have greater privacy protections.

    Noah Jones argued the government’s policy was “lazy”. “We are the true digital natives and we want to remain educated, robust, and savvy in our digital world… They should protect kids with safeguards, not silence.”

    Australian media have previously reported that Google, which owns YouTube, has also been considering launching a constitutional challenge.

    Though opposed by the tech companies who will be charged with enforcing it, the ban is supported by most Australian adults, according to polls. However, some mental health advocates say it may cut kids off from connection, and others say it could push youngsters to even-less-regulated corners of the internet.

  • Social media content restricted in Afghanistan, Taliban sources confirm

    Restrictions have been placed on content on some social media platforms in Afghanistan, Taliban government sources told BBC Afghan.

    Filters have been applied to restrict certain types of content on sites including Facebook, Instagram and X, the sources at the Ministry of Communications and Information Technology said.

    It is not clear exactly what sort of posts are subject to filtering. Some social media users in Kabul told the BBC that videos on their Facebook accounts are no longer viewable, while access to Instagram has also been restricted.

    These restrictions on social media content come a week after internet and telecommunications services were cut off across the country for two days.

    The move caused widespread problems for citizens and its end was greeted with celebration.

    The 48-hour blackout disrupted businesses and flights, limited access to emergency services and raised fears about further isolating women and girls whose rights have been severely eroded since the hardline Islamist group swept back to power in 2021.

    Social media users in Afghanistan have been complaining about limited access to different platforms in various provinces since Tuesday.

    A Taliban government source said: “Some sort of controls have been applied to restrict certain types of content on platforms such as Facebook, Instagram, and X.

    “We hope this time there wouldn’t be any full ban on internet.

    “The filtering is almost applied for the whole county and most provinces are covered now.”

    There is no formal explanation from Taliban government officials for the restrictions.

    Cybersecurity organisation NetBlocks said “restrictions are now confirmed on multiple providers, the pattern shows an intentional restriction”. Social sites have been intermittently accessible on smartphones, according to news agency AFP.

    A man who works in a government office in eastern Nangarhar province told the BBC he could open Facebook but could not see pictures or play videos.

    He said the “internet is very slow as a whole”.

    Another user in southern Kandahar province, who runs a private business, said his fibre optic internet had been cut off since Tuesday but mobile phone data was working, with Facebook and Instagram being “severely slow”.

    The Taliban government has not given an explanation for the total shutdown last week. However, last month, a spokesperson for the Taliban governor in the northern province of Balkh said internet access was being blocked “for the prevention of vices”.

    Since returning to power, the Taliban have imposed numerous restrictions in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    Afghan women have told the BBC that the internet was a lifeline to the outside world since the Taliban banned girls over the age of 12 from receiving an education.

    Women’s job options have also been severely restricted and in September, books written by women were removed from universities.

  • Ethiopia restores social media access after five months

    Ethiopia is allowing people to access Facebook, Telegram, TikTok and YouTube for the first time in more than five months.

    The blackout was imposed on 9 February this year after tensions between the Ethiopian Orthodox Church and the government.

    Only those with access to virtual private network (VPN) software could get on to the social media platforms – something that cost them additional data.

    The Orthodox Church faced a split in February when some archbishops from the Oromia region said they wanted to form a new synod as they wanted to hold services on the Oromo language.

    The move triggered deadly clashes, but a mediation effort by the government has now papered over the cracks.

    There has been no statement from the authorities over the decision to lift the ban.

    Last month, the head of Ethio Telecom said the blockage was not a decision that had been taken by the state-owned company.

    According to the Internet Society, the outage has cost Ethiopia $42m (£32m) because of the knock-on effect on businesses. Others say the figure is higher.

    Some areas of the northern region of Tigray, where a brutal two-year conflict came to an end last November, remain without access to the internet.

  • Followers creduloni, la Sec americana indaga sette influcencer per sospetta frode

    I procuratori federali e la Securities and Exchange Commission (Sec) hanno accusato sette influencer dei social media di aver utilizzato Twitter e Discord per commettere una frode finanziaria che ha fruttato loro oltre 100 milioni di dollari di guadagni illeciti. Le autorità hanno sporto ieri denunce civili e penali separate e accusano anche un altro influencer di aver favorito lo schema.

    I sette accusati di frode finanziaria hanno utilizzato le piattaforme di social media per manipolare i titoli negoziati in borsa in uno schema che risale almeno al gennaio 2020, secondo la Sec. Attraverso account Twitter molto seguiti e chatroom di trading azionario su Discord, gli imputati si sarebbero “promossi come trader di successo”, secondo un comunicato stampa della Sec, e avrebbero incoraggiato i follower ad acquistare titoli che anche loro avevano acquistato.

    Ma non hanno rivelato ai loro follower, mentre promuovevano quei titoli, che avrebbero pianificato di vendere successivamente le azioni una volta che i prezzi o i volumi di trading fossero aumentati, secondo la denuncia. Gli influencer avrebbero così ottenuto un profitto pompando i prezzi delle azioni e poi vendendole una volta salite, guadagnando circa 100 milioni di dollari in totale, secondo la Sec.

    Secondo la denuncia, questo mese ciascuno degli imputati aveva ben oltre 100.000 follower su Twitter. Uno di questi account, @PJ_Matlock, gestito da Perry Matlock, residente in Texas, che si definisce ceodi Atlas Trading, non esiste più da mercoledì.

    Daniel Knight (@DipDeity) è stato accusato di aver favorito il presunto schema, in parte co-conducendo un podcast dove promuoveva alcuni dei principali imputati come trader esperti. La Sec sostiene che anche Knight ha operato con gli altri imputati e ha tratto profitto dallo schema. La biografia di Knight dice: “Non comprate/vendete mai dai miei tweet”.

    I sette devono anche affrontare accuse penali da parte della Sezione Frodi del Dipartimento di Giustizia e dell’Ufficio del Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud del Texas.

  • Gli italiani sono gli europei che utilizzano meno di tutti i social network

    Gli italiani sono ultimi in Europa nell’uso dei social network. A sfatare una percezione che ci vede concentrati a fare selfie e pubblicare post su tutto è Eurostat nel suo “Regional yearbook 2021 edition”. Il dato però non è legato ad un cambiamento culturale bensì principalmente al digital divide e al ritardo nella connessione soprattutto in alcune zone. Meglio di noi pure la Turchia, un paese non proprio accogliente con Internet e i social.

    I dati di Eurostat si riferiscono all’uso dei social network negli ultimi tre mesi del 2020 e comprendono anche gli utilizzatori saltuari delle diverse piattaforme. Certificano che più della metà della popolazione adulta nella zona Ue (il 57%) ha partecipato ai social network nei tre mesi precedenti l’ultima indagine. Il tasso di partecipazione per i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni (87%) è stata quasi quattro volte superiore al tasso corrispondente agli anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni (22%). Tuttavia, si sottolinea come durante l’ultimo quinquennio (il 2015-2020, per il quale sono disponibili i dati) la quota di giovani che partecipano ai social network è cambiata poco o nulla. Al contrario, la percentuale di persone anziane che utilizzano queste piattaforme è quasi raddoppiata nello stesso periodo.

    Nella classifica che mette in fila 32 Paesi nell’area Ue, l’Italia è dunque la nazione con la minor partecipazione ai social network, il 48%. Al primo posto c’è l’Islanda (94%), seguita da Norvegia (88%) e Danimarca (85%). Immediatamente sopra il nostro Paese si piazzano Germania (54%), Bulgaria e Polonia (entrambe al 55%). A metà classifica ci sono Spagna, Estonia, Romania (tutte al 65%) e Slovacchia (64%). Turchia e Grecia sono rispettivamente al 62% e al 59%. Il Regno Unito segna il 78%; mentre per la Francia non sono disponibili dati aggiornati.

    Le ampie differenze nei tassi di partecipazione ai social sono in parte legate al fatto che le persone sono o meno connesse a Internet, in zone che Eurostat definisce “regioni prevalentemente rurali o ultraperiferiche”. Nel caso dell’Italia sono il Sud e le Isole. E gli ultimi dati di Audiweb mostrano che nel nostro paese a luglio 2021 meno di due terzi degli italiani hanno utilizzato Internet. Secondo l’Ufficio statistico dell’Unione europea ci possono essere altri fattori rilevanti della partecipazione ai social media, come ad esempio l’invecchiamento della popolazione nelle regioni prevalentemente rurali o questioni legate alla privacy e alla disponibilità degli individui a condividere i propri dati online.

  • Twitter ban in Nigeria to end ‘very soon’, information minister says

    ABUJA, Sept 15 (Reuters) – Nigeria said on Wednesday it expects to end its ban on Twitter in a “few more days”, raising hopes among users eager to return to the social media platform three months after the suspension took effect.

    The ban, announced in June, has hurt Nigerian businesses and drawn widespread condemnation for its damaging effect on freedom of expression and the ease of doing business in Africa’s most populous nation.

    But Information Minister Lai Mohammed told a post cabinet media briefing the government was aware of the anxiety the ban had created among Nigerians.

    “If the operation has been suspended for about 100 days now, I can tell you that we’re just actually talking about a few, just a few more days now,” Mohammed said without giving a time frame.

    When pressed further, Mohammed said authorities and Twitter officials had to “dot the I’s and cross the T’s” before reaching a final agreement.

    “It’s just going to be very, very soon, just take my word for that,” he said.

    The government suspended Twitter after it removed a post from President Muhammadu Buhari that threatened to punish regional secessionists.

    It was a culmination of months of tension. Twitter Chief Executive Jack Dorsey’s posts encouraging donations to anti-police brutality protests last October and Twitter posts from Nnamdi Kanu, a Biafran separatist leader currently on trial in Abuja, infuriated authorities.

    Last month, Mohammed told Reuters the Twitter ban would be removed before the end of this year, adding that the government was awaiting a response on three final requests made of the social media platform.  The ban is just one area of concern for free speech advocates. Nigeria dropped five spots, to 120, in the 2021 World Press Freedom Index compiled by Reporters Without Borders, which described Nigeria as one of the most dangerous and difficult West Africa countries for journalists.

    Reporting by Felix Onuah, Writing by MacDonald Dzirutwe, Editing by William Maclean

Pulsante per tornare all'inizio