Sostenibilità

  • Sempre più boschi in Italia, in 10 anni Co2 abbattuta di 290 milioni di tonnellate

    Cinquecentottantasette ettari di aria più pulita: aumenta la superficie dei boschi in Italia e anche la capacità di assorbire anidride carbonica. In 10 anni la superficie boschiva nazionale è salita a 11 milioni di ettari, la biomassa forestale è cresciuta del 18,4%. E’ questo ha un deciso effetto positivo sull’aria. Alberi e legname consentono così di intrappolare e assorbire 290 milioni di tonnellate di Co2 in più.

    I Carabinieri Forestali, con l’aiuto dei droni, ma anche più prosaicamente di grandi strumenti di misurazione ‘fisica’ come i calibri, hanno realizzato un importante Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio. Con il supporto scientifico del Crea hanno misurato lo stato di vitalità delle foreste e il loro contributo per mitigare la “febbre planetaria”. E per una volta le notizie che arrivano sul fronte ambientale sono positive. “La rilevazione evidenzia un dato oggettivamente confortante – afferma il comandante dei Carabinieri Forestali, il generale Antonio Pietro Marzo – L’inventario è uno strumento di conoscenza concreta a supporto delle politiche ambientali e forestali. Conoscere vuol dire comprendere e quindi agire di conseguenza, favorendo il cambiamento e i processi non solo di conservazione ma anche di sviluppo”.

    I boschi, calcola l”inventario’, coprono il 36,7% del territorio nazionale, i metri cubi di biomassa espressi in valori per ettaro sono passati da 144,9 a 165,4 metri cubi. Importanti i dati sulla quantità di Co2 sottratta all’atmosfera che passa da1.798 milioni di tonnellate a quota 2.088 milioni corrispondente a 569 milioni di tonnellate di carbonio organico trattenuto nella biomassa e nel legno morto. Gli alberi sono di fatto una vera e propria macchina biologica che cattura carbonio: un metro cubo di legno secco contiene circa 260 chili di carbonio, pari a circa metà del suo peso.

    Le Regioni che maggiormente contribuiscono al volume complessivo dei boschi italiani sono la Toscana, il Piemonte e la Lombardia, rispettivamente con il 10.4%, il 9.8% e l’8.7% del totale. I valori minimi regionali sono stati registrati per la Puglia, la Valle d’Aosta e il Molise, con contributi variabili tra l’1.0% e l’1.3% del totale, che ovviamente tiene conto anche dalla loro diversa superficie, oltre che della diversa composizione delle foreste. La fotografia mostra anche che le specie presenti sono 180 ma di queste ne bastano quattro per rappresentare il 50% del volume dei boschi: il faggio, l’abete rosso, il castagno e il cerro. Bisogna aggiungere poi altre sette specie per arrivare al 75%: il larice, la roverella, il carpino nero, il leccio, l’abete bianco, il pino nero e il pino silvestre.

  • COMBI MAIS 8.0 Digital: i risultati del raccolto confermano Produttività e Qualità nonostante l’anno record di avversità climatiche

    Giunto ormai all’ottavo anno di sperimentazione sono ancora importanti i risultati ottenuti da Combi Mais, ad oggi uno dei protocolli più all’avanguardia per produrre granella di mais per uso alimentare di qualità e quantità, nel panorama dell’agricoltura nazionale. Se ne è parlato durante un incontro, giovedì 30 settembre, svoltosi nell’azienda dei fratelli Vigo al quale, con il Presidente Mario Vigo, sono intervenuti, tra gli altri, l’On. Cristiana Muscardini e Andrea Mascaretti, consigliere comunale di Milano.

    Nonostante una stagione che ha registrato un vero e proprio record di condizioni climatiche avverse mettendo a dura prova la coltivazione – alternanza di gelo e piogge abbondanti seguite da caldo fuori stagione, siccità e elevatissime temperature nei mesi estivi – il protocollo di produzione di Combi Mais ha garantito risultati soddisfacenti rispetto alla media dell’area di riferimento, riuscendo a contenere i danni provocati dagli eventi climatici estremi.

    Sono state raggiunte le 16,80 tonnellate di granella di mais a ettaro, sano dal punto di vista delle micotossine.

    Combi Mais conferma la sua efficacia eccellendo in Produttività, Sostenibilità e Qualità; dopo ben otto anni di applicazione, questa metodologia è la dimostrazione che nel panorama dell’agricoltura del futuro sono elementi fondamentali tecnica collaudata e precision farming, oltre al plus della Sostenibilità, che è il grande leit motif del progetto.

  • Daintree: World Heritage rainforest handed back to Aboriginal owners

    Australia’s Daintree – the world’s oldest tropical rainforest – has been returned to its Aboriginal custodians in a historic deal.

    The Unesco World Heritage site is over 180 million years old and has been home to generations of Aboriginal people.

    The Eastern Kuku Yalanji people will now manage the national park with Queensland’s state government.

    The Daintree borders the Great Barrier Reef and is one of Australia’s top tourism drawcards.

    It is famed for its ancient ecosystem and rugged, natural beauty which includes forest vistas, wild rivers, waterfalls, gorges and white sandy beaches.

    The deal also includes other Queensland national parks including Cedar Bay (Ngalba Bulal), Black Mountain (Kalkajaka) and Hope Islands – a combined area of over 160,000 hectares.

    In handing formal ownership back to the Eastern Kuku Yalanji people on Wednesday, the Queensland government recognised “one of the world’s oldest living cultures”.

    “This agreement recognises their right to own and manage their Country, to protect their culture, and to share it with visitors as they become leaders in the tourism industry,” said Environment Minister Meaghan Scanlon in a statement.

    It followed four years of discussions, local media reported.

    The Eastern Kuku Yalanji people wished to eventually solely manage the forests and other wet tropics regions, said negotiator Chrissy Grant.

    “Bama [people] across the wet tropics have consistently lived within the rainforest. That in itself is something that is pretty unique to the world heritage listing,” she told Guardian Australia.

    The agreement takes in both the Mossman Gorge and Cape Tribulation sides of the forest.

    The Daintree region attained World Heritage listing in 1988, following a campaign in Canberra to push back against logging and agricultural clearing endorsed by the then state government.

    Unesco recognises it as an “extremely important” site of rich and unique biodiversity, with over 3,000 plant species, 107 mammals, 368 bird and 113 reptile species.

    The area is also the largest tract of land in Australia that has continuously persisted as a rainforest.

    The Daintree contains the relicts of the great Gondwanan forests that covered Australia and parts of Antarctica before the continents split up 50 to 100 million years ago.

    As such, the rainforest “presents an unparalleled record of the ecological and evolutionary processes that shaped the flora and fauna of Australia”, says Unesco.

    “Its living flora, with the highest concentration of primitive, archaic and relict taxa known, is the closest modern-day counterpart for Gondwanan forests,” says the UN body.

  • La Ue lancia il caricatore unico per i dispositivi mobili

    Consumatori e ambiente ringraziano. Apple no. Più volte sul punto di essere varata negli ultimi anni, la proposta di direttiva presentata dalla Commissione europea di un caricabatteria universale, adatto per tutti gli smartphone, tablet, fotocamere, cuffie, altoparlanti portatili e console per videogiochi, è arrivata. E come prevedibile non è andata giù a Cupertino, dove hanno fatto sapere di non gradire affatto lo standard unico delle porte di ricarica e di considerare la mossa come un potenziale ostacolo all’innovazione.

    Giunto in sala stampa a Bruxelles reduce da una missione di quattro giorni negli Stati Uniti, il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, ha cercato di evitare le polemiche. La proposta Ue “non è contro qualcuno, Apple o altri”, ha assicurato, sottolineando che si tratta invece di “un passo importante per aumentare la praticità e ridurre gli sprechi”. Sta di fatto che, se il disegno della Commissione sarà approvato da Parlamento Ue e Stati membri, dal 2024 tutti i dispositivi mobili saranno dotati di un’unica porta universale USB-C per permettere la carica con lo stesso cavo indipendentemente dalla marca del prodotto. Uno standard che si scontra con la politica Apple, da sempre proprietaria di una sua tecnologia di ricarica (prima Dock e ora Lightning), che sarebbe costretta ad allinearsi agli altri. Per la società guidata da Tim Cook, una regolamentazione “severa che imponga un solo tipo di connettore” potrebbe “soffocare l’innovazione anziché incoraggiarla”. Da qui l’intenzione di impegnarsi in negoziati con le istituzioni Ue per trovare “una soluzione”. Ma da Bruxelles hanno ribadito che l’industria ha avuto tutto il tempo necessario – circa un decennio – per trovare soluzioni e i protocolli tecnologici della porta di ricarica USB-C sono “già conosciuti”, quindi non dovrebbero creare grossi problemi a nessuno. Non solo: quello dell’innovazione – ha rincarato Breton – è un ritornello che si ripete ogni volta che l’Ue propone un cambiamento che colpisce le Big Tech.

    A guadagnarci sono allora consumatori e ambiente. Gli uni stanchi dei troppi cavi tra cui districarsi ogni giorno e l’altro affaticato dal doverli smaltire. Oltre alla porta comune, Bruxelles prevede l’armonizzazione dei software di ricarica rapida per garantire la stessa velocità di caricamento sui diversi dispositivi. E anche la possibilità di acquistare un nuovo prodotto senza comprare anche il cavo, così da poter utilizzarne uno vecchio. Scelta che Apple ha già introdotto da alcuni anni per i suoi clienti. Tutte misure che stando alle stime di palazzo Berlaymont porteranno ogni anno a un taglio di quasi 1.000 tonnellate di rifiuti elettronici e a un risparmio per i consumatori di 250 milioni di euro su acquisti di caricabatterie non necessari.

  • Al G20 Agricoltura sottoscritta la Carta della sostenibilità dei sistemi alimentari

    Il G20 Agricoltura si è chiuso con l’impegno a promuovere pratiche di allevamento che siano sia produttive che sostenibili, basate su scienza evidenze e dati.
    I Ministri Agricoli del G20 adotteranno la Carta della sostenibilità dei sistemi alimentari. I principi, 21 in tutto, sono elencati nella dichiarazione finale che ha chiuso i lavori del summit a Firenze.
    “Noi, Ministri dell’Agricoltura del G20, ci siamo incontrati a Firenze dal 17 al 18 settembre 2021 e abbiamo ribadito il nostro impegno a raggiungere la sicurezza alimentare e la nutrizione per tutti e a garantire sistemi alimentari sostenibili e resilienti, senza lasciare indietro nessuno”. E’ il primo impegno di una serie di 21 punti per la sostenibilità dei sistemi alimentari, condivisi dai Ministri dell’Agricoltura riuniti per il G20 che si è concluso a Firenze.
    Gli impegni comprendono la protezione degli ecosistemi e la mitigazione dei cambiamenti climatici. In questo contesto, il G20 Agricoltura guarda con favore alle Linee guida volontarie sui sistemi alimentari e la nutrizione del Comitato per la sicurezza alimentare mondiale (CFS) recentemente approvate
    La pandemia di COVID-19 e altre malattie infettive emergenti e zoonosi, nonché la continua sfida della resistenza antimicrobica (AMR), “ci ricordano le strette connessioni tra salute umana, animale, vegetale e ambientale”- si legge nella dichiarazione. Sulla base degli standard internazionali dell’OIE e del Codex Alimentarius, i MInistri sottolineano l’importanza fondamentale di applicare un approccio One Health “per accelerare la lotta globale contro la resistenza antimicrobica nei sistemi agricoli e alimentari e per prevenire le minacce biologiche”.
    Il G20 Agricoltura incoraggia il lavoro congiunto di OIE, FAO, WHO e UNEP,  per rafforzare l’attuazione dell’approccio One Health per combattere la resistenza antimicrobica, le malattie zoonotiche emergenti con potenziale pandemico e altre minacce alla sicurezza sanitaria globale
    Fra gli impegni, la promozione della  ricerca e dell’innovazione per invertire la perdita di biodiversità e migliorare la resistenza di piante e animali a malattie, parassiti e stress abiotici. “Ricordiamo il ruolo vitale della caratterizzazione, conservazione in situ ed ex situ e valutazione delle risorse genetiche animali e vegetali”.
    “Promuoveremo pratiche e tecnologie di allevamento che siano sia produttive che sostenibili, basate su scienza evidenze e dati”- dichiarano i Ministri.
    Fra gli impegni, la promozione della ricerca e dell’innovazione per invertire la perdita di biodiversità e migliorare la resistenza di piante e animali a malattie, parassiti e stress abiotici. “Ricordiamo il ruolo vitale della caratterizzazione, conservazione in situ ed ex situ e valutazione delle risorse genetiche animali e vegetali”.

    Fonte: AnmviOggi

  • Allevare gli animali con cui l’uomo si sfama produce oltre 17 miliardi di tonnellate di CO2

    Più di 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno: a tanto ammonta l’impatto ambientale della produzione di cibo a livello globale in termini di emissione di gas serra. Il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale, mentre quasi il doppio (il 57%) è dovuto ai cibi di origine animale. A ‘pesare’ sul bilancio sono soprattutto gli allevamenti bovini e le coltivazioni di riso, con il Sud America e il Sudest asiatico in testa alle regioni che emettono più gas serra. La stima è pubblicata sulla rivista Nature Food da un gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università dell’Illinois a cui partecipa anche la divisione Statistica della Fao di Roma.

    Lo studio è il primo a tener conto delle emissioni nette dei tre principali gas serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) derivanti da tutti i settori delle filiere alimentari relative a 171 coltivazioni e 16 prodotti da allevamento. “Sebbene la CO2 sia molto importante, il metano generato dalle coltivazioni di riso e dagli animali e il protossido di azoto derivante dai fertilizzanti sono rispettivamente 34 e 298 volte più potenti nel trattenere calore in atmosfera”, spiega il primo autore dello studio, Xiaoming Xu.

    I dati, raccolti in oltre 200 Paesi del mondo intorno al 2010, dimostrano che i sistemi alimentari sono responsabili del 35% delle emissioni legate alle attività umane. In particolare, il 29% è dovuto alla produzione di cibi di origine vegetale (19% CO2, 6% metano, 4% protossido di azoto), il 57% si deve agli alimenti di origine animale (32% CO2, 20% metano, 6% protossido di azoto), mentre gli altri prodotti a uso non alimentare, come il cotone e la gomma, contribuiscono alle emissioni per il 14%. Grazie a questi dati, i ricercatori sono riusciti a creare un database pubblico che consente di stimare l’impatto ambientale delle varie attività del settore alimentare nelle diverse aree del mondo. I risultati dimostrano per esempio che Cina, Brasile, Stati Uniti e India sono i Paesi ‘maglia nera’ per le emissioni associate alla produzione di alimenti di origine animale, mentre le emissioni relative ai cibi di origine vegetale sono maggiori in Cina, India e Indonesia.

    Considerando che la crescita della popolazione mondiale porterà ad aumentare le colture e gli allevamenti, così come l’uso di acqua, fertilizzanti e pesticidi, la lavorazione e il trasporto dei prodotti, i ricercatori auspicano che il database possa essere utilizzato per stimare al meglio le emissioni di gas serra legate alle diverse attività del settore alimentare: un modo per incoraggiare tutti – dai semplici cittadini fino ai decisori politici – ad adottare stili di vita e politiche che possano mitigare gli effetti dei gas serra, prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile.

  • Da Londra le prime conseguenze della Sharia ambientalista

    La follia e l’incoscienza ambientalista europea cominciano a dimostrare i propri nefasti effetti.

    Direttamente dal The Times di Londra: ” … al fine di evitare i blackout elettrici verranno staccate le postazioni per caricare le batterie degli autoveicoli  dalle… alle …” (https://www.thetimes.co.uk/article/e-car-chargers-will-turn-off-to-prevent-blackouts-jnm2m86pz).

    Mai come oggi la furia integralista ideologica ambientalista sta assumendo le caratteristiche di una SHARIA finalizzata ad una regressione economica e culturale impedendo di fatto di rispondere ad una domanda di mobilità storica e potenziale che rappresenta la base di un sistema economico aperto ed anche una delle forme elementari di democrazia liberale. In più va ricordato come il dogma della digitalizzazione tanto dell’economia, per rispondere ad una velocizzazione del time to market, quanto nella vita quotidiana non può venire in nessun modo considerato eco-sostenibile o, peggio ancora, finalizzato ad un impatto zero delle attività umane. Basti pensare come solo in Europa vengano spedite GIORNALMENTE 20 miliardi di email la cui elaborazione necessita di circa 19 gr di CO2. Già questo definisce in modo inequivocabile come la supposta svolta green della classe politica nazionale ed europea risponda solo ed esclusivamente ad una scelta ideologica priva di una base di conoscenza approfondita.

    In questo delirio, invece, l’integralismo “sostenibile” pone le condizioni non solo per un blackout elettrico legato all’impossibilità di creare nuova energia e soddisfare la mobilità elettrica in quanto si continua a rifiutare, ancora per pura scelta ideologica, ogni apporto alla crescita di disponibilità energetica di origine nucleare in modo da rispondere alla crescita esponenziale della domanda.

    Queste strategie “ecologiste”, poi, si basano su tecnologie la cui resa rimane ancora oggi un’incognita mentre fin da adesso emerge la certezza di una implosione complessiva di un articolato e connesso sistema economico come quello europeo. Il tutto con costi economici e sociali disastrosi, causando contemporaneamente l’azzeramento del vantaggio tecnologico che il nostro continente ancora vanta in determinati settori strategici.

    Invece di guardare alla sostenibilità attuale già raggiunta, come il primato europeo in campo tecnologico oggi determina (l’8% di emissioni totali di CO2 lo certifica ampiamente), si omette di affrontare il vero problema rappresentato dalle emissioni della Cina la quale, viceversa, si guarda bene dall’adottare simili politiche a tutela dell’ambiente.

    Emerge così evidente la sproporzione tra le risorse finanziarie investite in questo tipo di transizione, i conseguenti costi sociali ed economici che produrranno ed il vantaggio per l’ambiente che sarà di qualche percentuale decimale di CO2 calcolata su di un totale già ora Inferiore rispetto ai concorrenti.

    Ora più che mai la politica invece di utilizzare le tematiche ambientali per dimostrare la propria esistenza in vita dovrebbe dimostrare di possedere le complesse competenze come espressioni di sintesi politiche, economiche ed ambientali compatibili con il livello e la tecnologia esistente (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Viceversa risulterebbe una scelta assolutamente suicida abbandonare i nostri primati anche nel basso impatto ambientale delle economie europee, come dimostra la bassa percentuale di contribuzione alla CO2 mondiale (8% si ricorda) ma anche quelli, all’interno della stessa Unione Europea, del sistema industriale italiano (10.12.2018 https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Contemporaneamente in un mercato globale l’Europa continua a lasciare mano libera nella crescita economica alla Cina (export +25%) la quale mantiene la propria competitività anche grazie agli investimenti nella produzione di energia attraverso investimenti in centrali a carbone, nonostante sia da tempo il primo inquinatore al mondo.

    L’aspetto innovativo ed inquietante, tornando all’ambito europeo, emerge anche dal mondo delle grandi case europee produttrici di auto le quali sembra stiano sposando in pieno il delirio europeo relativo alla elettrificazione del settore automobilistico. In particolar modo quelle tedesche le quali sono cresciute attraverso la motorizzazione di massa e che ora, con un atteggiamento assolutamente speculativo, credono di intravedere nuovi mercati dalle altissime potenzialità. Non si illudano di avere a loro disposizione, a partire dai prossimi anni e soprattutto dalle 2035, un nuovo mercato europeo di sostituzione delle oltre 230 milioni di auto a combustione interna. La transazione ecologica si trasformerà, per quanto riguarda il settore privato della mobilità automobilistica, nella sistematica distruzione della domanda privata di mobilità dovuta ai costi insostenibili delle ricariche elettriche.

    Già ora, quindi, si delinea all’orizzonte un’Europa espressione di un nuovo sistema di socialismo ambientale all’interno del quale la mobilità privata risulterà minimale e soprattutto a favore di pochi eletti. In questo contesto i primi a pagarne le giuste conseguenze saranno coloro che l’hanno sostenuta e, di conseguenza, i produttori di automobili.

    La transazione ecologica, in altre parole, sta ponendo le basi per un salto della nostra civiltà nel buio più assoluto, espressione di una regressione culturale ed economica spaventosa: l’avvento della Sharia ambientalista.

  • L’edilizia che risana e ricostruisce salva l’ecosistema

    Da molto e da diverse parti si continua a sostenere che per far ripartire l’economia deve ripartire l’edilizia. Come abbiamo già sostenuto in passato l’edilizia che deve ripartire è quella delle grandi, medie e piccole opere, l’edilizia che si occupa perciò di ricostruire, risanare ponti, cavalcavia e strade, edifici pubblici spesso fatiscenti, come le scuole, di rimettere in sesto la rete idrica che perde acqua da tutte le parti e di incentivare il recupero del nostro patrimonio rurale abbandonato a se stesso con gravi danni anche paesaggistici. L’Italia, in crisi demografica e con un eccessivo e sempre più pericoloso consumo di suolo, non ha bisogno di nuove villette a schiera, spesso lasciate costruire dai comuni per incrementare con gli oneri urbanistici le casse semivuote. Non c’è bisogno di costruzioni di fatto edificate con materiale scadente, ed in parte prefabbricato, e che saranno da abbattere o ricostruire completamente alla fine del mutuo. Il 78% degli italiani risulta proprietario dell’abitazione ed il 18% di una seconda casa, siamo il paese al mondo nel quale i privati hanno un ingente patrimonio immobiliare, ora è il momento delle opere pubbliche, del risparmio del suolo, delle costruzioni fatte per durare perché dalla fine della guerra la maggior parte di quanto è stato costruito non rappresenterà nulla per le future generazioni. Fino alla metà del secolo scorso, e da quando è nata la civiltà, chi costruiva voleva anche lasciare un segno, e così noi abbiamo avuto  epoche storiche collegate alle costruzioni sia pubbliche che private. Ormai da troppi anni invece anche nell’edilizia ha prevalso l’usa e getta con le conseguenze che tutti conosciamo ma partite dalle bolle speculative che si sono via via succedute. il governo Draghi dia un segnale forte perché si comprenda che parlare di ambiente e di ecosistema significa anche risanare le fattorie e le case abbandonate, impedire la costruzione in aree protette o pericolose, dire basta alla speculazione selvaggia che troppi costruttori d’assalto e proprietari di cave hanno fatto distruggendo salute, territorio ed economia.

  • Incontro G20 sull’ambiente, clima ed energia: quali priorità?

    Fino a domani a Napoli si svolgerà il G20 sulle tematiche ambientali e su come favorire la transizione ecologica. La Presidenza del G20, com’è noto, attualmente è dell’Italia. L’ISPI ha presentato una disanima in merito dal titolo Come realizzare la transizione ecologica? Come affrontare il cambiamento climatico? Quali sono le opportunità di una ripresa sostenibile e inclusiva.

    Per i ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20 che si incontrano a Napoli i principali obiettivi sono: conciliare la tutela dell’ambiente con la crescita economica e la giustizia sociale; salvaguardare gli ecosistemi e prevenire la perdita di biodiversità; dare priorità e attuare politiche di crescita verde a basse emissioni di carbonio nei pacchetti di ripresa post-pandemia; favorire la transizione energetica verso le rinnovabili per ridurre le emissioni globali: questi alcuni degli obiettivi della Riunione Ministeriale che si terrà a Napoli il 22-23 luglio.
    Su questi temi la Presidenza italiana ha avanzato proposte per sollecitare la comunità internazionale verso obiettivi più ambiziosi.
    Cosa può fare davvero il G20 per gettare le basi di una ripresa davvero sostenibile? Quali azioni concertate possono essere intraprese per costruire un sistema socio-economico a basse emissioni di carbonio e resiliente al clima?
    Con circa il 90% del PIL mondiale, circa i due terzi della popolazione mondiale e circa l’80% delle emissioni di gas serra, i paesi del G20 sono chiamati a svolgere un ruolo significativo nel limitare il riscaldamento globale a 1,5°C e nel trovare soluzioni praticabili per combattere il cambiamento climatico.
    Il lavoro della Ministeriale sarà articolato in tre macro-aree:
    1) biodiversità, protezione del capitale naturale e ripristino degli ecosistemi; 2) uso efficiente delle risorse ed economia circolare; 3) finanza verde.
    L’ultimo numero, la finanza verde, è stato protagonista della Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici, tenutasi l’11 luglio a Venezia, durante la Riunione Ministeriale delle Finanze del G20. I leader del G20 hanno mostrato una crescente consapevolezza della necessità di rendere il settore privato un partner cruciale poiché gli investimenti necessari per “verdirne” l’economia globale superano di gran lunga i fondi pubblici disponibili. La Presidenza italiana ha puntato i riflettori sul sostegno finanziario alla transizione verde istituendo il Sustainable Finance Working Group (SFWG), che dovrebbe anche puntare a coinvolgere investitori privati e definire meglio il ruolo che lo sviluppo e le banche regionali possono svolgere nel sostenere i paesi poveri e in via di sviluppo .
    Sebbene i paesi del G20 sembrino allineati sull’obiettivo della neutralità del carbonio e dell’economia a basse emissioni di carbonio nei prossimi decenni, permangono alcune divergenze su questioni chiave come il meccanismo di regolazione delle frontiere del carbonio: aumenta il rischio di “protezionismo verde”? Come progettarlo per renderlo compatibile con le regole del commercio internazionale? Su queste e altre pressanti questioni ambientali globali, il T20 – e in particolare la Task Force su Clima, Energia Sostenibile e Ambiente coordinata dall’ISPI – ha raccolto le sue raccomandazioni politiche in una dichiarazione presentata ai ministri dell’Ambiente e dell’Energia del G20.

    Fonte: ISPI

  • Le calamità naturali in Europa sono costate 77 miliardi in 20 anni

    Il cambiamento climatico e i suoi drammatici effetti come le inondazioni che in questi giorni stanno devastando il nord Europa sono una realtà concreta e misurabile, con un impatto sulle nostre vite, ma anche sulle nostre economie. Nel periodo che va dal 1995 al 2017, alluvioni, tempeste, siccità e terremoti hanno provocato degli shock economici negativi nell’Unione europea con un conseguente calo della produzione interna, causando quasi 77 miliardi di danni, di cui 43,5 miliardi di euro direttamente collegabili ai disastri naturali, e 33,4 miliardi di euro derivanti dai legami economici con le aree colpite da calamità naturali. La fotografia, piuttosto cupa, è restituita dal progetto di ricerca Titan, realizzato dal programma europeo Espon, specializzato in analisi delle politiche regionali.

    Secondo i ricercatori, l’Europa centrale, orientale e sud-orientale è stata l’area relativamente più colpita da calamità naturali in termini economici. E tra i Paesi più esposti c’è anche l’Italia, dove a subire di più i colpi del cambiamento climatico spiccano l’Abruzzo e diverse province in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia. Non va comunque meglio sul versante occidentale europeo, dove a soffrire i maggiori danni sono state alcune aree nel Regno Unito, in Irlanda, Danimarca, Francia e Spagna.

    Le tempeste di vento e le alluvioni sono, tra le calamità naturali osservate, quelle che hanno lasciato ricadute economiche e disastri più pesanti dietro sé. Tra il 1981 e il 2010, questi fenomeni hanno causato il 76% dei danni stimati dai ricercatori, seguiti da siccità e terremoti, ciascuno responsabile per il 24%.

    Le regioni più interessate dalle calamità naturali non sono comunque necessariamente quelle che soffrono le maggiori perdite economiche. Francia e Germania, ad esempio, sono le aree più colpite dalla siccità, ma i danni più consistenti causati da questo fenomeno si registrano nei Paesi del Mediterraneo (Italia e Spagna su tutti), e dell’Europa centro-orientale (Romania e Ungheria).

    “Le calamità naturali – scrivono i ricercatori – non sono equamente distribuite tra i diversi territori. A parità di pericolosità, il loro impatto può variare considerevolmente” a seconda della vulnerabilità di un determinato luogo. Una variante complessa da definire, composta da una molteplicità di fattori – sociali, economici, demografici, ambientali e di governance – che aiuta a capire perché una calamità naturale possa trasformarsi in una catastrofe.

    Secondo lo studio, i territori più vulnerabili e a rischio anche per il prossimo futuro si trovano nella regione baltica e nell’Europa orientale e meridionale. Aree definite “ad alta” e “molto alta” vulnerabilità nelle quali, complessivamente, si concentrano 116 milioni di persone su un totale di 528 milioni, pari al 22% della popolazione europea. Italia, Grecia, Romania e Bulgaria sono i Paesi che contano la maggior parte della popolazione residente in territori molto vulnerabili, seguiti da Spagna, Portogallo, Ungheria, Polonia e Francia.

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