Sostenibilità

  • Programma LIFE: l’UE investe 121 milioni di euro in progetti a favore dell’ambiente, della natura e dell’azione per il clima

    La Commissione europea, lo scorso 17 febbraio, ha annunciato investimenti per 121 milioni di euro in nuovi progetti integrati nell’ambito del programma LIFE per l’ambiente e l’azione per il clima. Questa somma – aumentata del 20 % rispetto allo scorso anno – stimolerà la ripresa verde e aiuterà Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovacchia a raggiungere i loro obiettivi ambientali. Si prevede che nei progetti integrati confluiranno ingenti fondi supplementari: gli Stati membri potranno quindi contare anche su altre fonti di finanziamento dell’UE, compresi i fondi agricoli, strutturali, regionali e per la ricerca, oltre ai fondi nazionali e agli investimenti del settore privato.

    I nuovi finanziamenti LIFE, più cospicui, sosterranno 12 progetti su larga scala connessi all’ambiente e al clima in 11 Stati membri.

    I progetti integrati migliorano la qualità della vita dei cittadini aiutando gli Stati membri a conformarsi alla normativa dell’UE in sei settori: natura, acqua, aria, rifiuti, mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai cambiamenti climatici. Sostengono i piani necessari per attuare la legislazione in materia di ambiente e clima in modo coordinato e su vasta scala territoriale. Gli investimenti annunciati oggi nel quadro del programma LIFE saranno in grado di mobilitare importanti finanziamenti complementari provenienti da altre fonti UE, compresi i fondi agricoli, regionali e strutturali e Orizzonte 2020, oltre ai contributi di attori nazionali e regionali e di investitori privati.

    Il programma LIFE è lo strumento finanziario dell’UE per l’ambiente e l’azione per il clima. Attivo dal 1992, ha cofinanziato più di 5.500 progetti nell’UE e oltre; il numero di progetti in corso si attesta costantemente sui 1.100. La dotazione per il periodo 2014-2020 era pari a 3,4 miliardi di euro a prezzi correnti, mentre l’accordo politico sul bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021-2027 prevede una dotazione di 5,4 miliardi di euro a prezzi correnti, con un aumento di quasi il 60 %.

  • Sostenibilità e competitività

    In risposta agli effetti devastanti sotto il profilo sociale ed economico dovuti anche a fattori preesistenti ed amplificati dall’impatto della pandemia molto spesso si indica la necessità di una ripresa anche culturale del nostro Paese negli ultimi vent’anni.

    In modo alquanto superficiale o comunque parziale si è portati a far credere come una ripresa culturale italiana, che avrebbe indubbiamente degli effetti positivi anche economici, si possa identificare essenzialmente nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale e storico. Indubbiamente il patrimonio culturale italiano, al quale va sicuramente aggiunto anche il patrimonio ambientale che rende il nostro Paese unico al mondo, va valorizzato nella sua articolata complessità.

    Questa “rinnovata” strategia, tuttavia, non rappresenta una vera e propria svolta culturale della quale l’Italia sente il bisogno ma soprattutto non presenta i connotati di un vero e proprio riscatto culturale. Da troppo tempo, probabilmente proprio a causa delle barriere culturali che nascono da preconcetti ideologici, competitività e sostenibilità vengono considerate strategie ed obiettivi incompatibili all’interno di una strategia di crescita economica complessa. Buona parte dei sostenitori della priorità del perseguimento degli obiettivi di sostenibilità individuano nell’industria e nei prodotti che questa propone il principale veicolo di inquinamento dimenticando, per esempio, come una semplice email produca 2 gr di Co2.

    Partendo, quindi, da questo principio prevalentemente ideologico risulta evidente come venga individuato, per il conseguimento degli obiettivi di sostenibilità, l’aggravio della tassazione già insostenibile per le imprese italiane come per gli utenti. In questo senso infatti il (per fortuna) ex ministro Costa del governo Conte 2 aveva proprio in animo di aumentare la tassazione e le accise sui carburanti. La sintesi di tali approcci ideologici non fa altro che tradursi in un aggravamento della competitività del “Sistema Italia” all’interno di un mercato globale.

    Non sazi dell’utilizzo della leva fiscale come strumento per il conseguimento della sostenibilità del sistema si è arrivati addirittura ad una ridicola Sugar e Plastic Tax: la prima addirittura espressione di uno Stato etico nel quale vengono penalizzati fiscalmente gli stili di vita. Questo approccio, quindi, si accontenta di penalizzare la competitività di un sistema economico nazionale come espressione della vittoria di un’ideologia ambientalista assolutamente svincolata dal contesto di una economia reale. Viene premiato, in altre parole, il semplice ritorno mediatico immediato rispetto alla concretezza delle misure attuate il cui peso si ripercuote sulla competitività delle imprese a favore di quelle del Far Est esentate da questa “virtuosa leva fiscale” ambientalista.

    Dall’altra parte ed in fortissima contrapposizione rispetto agli effetti come all’utilizzo della leva fiscale la ricerca della competitività ha spinto molte industrie a delocalizzare in paesi a basso costo di manodopera anche all’interno della stessa Unione Europea con l’obiettivo di ottenere in primis una maggiore competitività grazie ad un costo del lavoro inferiore ma soprattutto una maggiore redditività e remunerazione del capitale investito. Il costo del lavoro complessivo inferiore, va ricordato, è espressione anche di normative assolutamente tolleranti relative al rispetto dei già minimi fattori di sostenibilità produttiva.

    Se questo, seppure in maniera semplificata, rappresenta il contesto di partenza dal quale elaborare delle innovative strategie economiche in grado di offrire una sintesi tra i due obiettivi maggiore sostenibilità e maggiore competitività di insieme forse possono intravedersi i primi timidi segnali di un vero risveglio culturale del quale non solo il nostro Paese sembra averne bisogno.

    Uno degli aspetti fondamentali che attraggono investimenti all’interno di paesi a basso costo di manodopera è determinato anche da una normativa alquanto lacunosa in termini di tutele del personale impiegato quanto dell’ambiente circostante. In altre parole, in determinati paesi si possono utilizzare tipologie di produzione anche con l’utilizzo di determinate lavorazioni assolutamente incompatibili con le normative europee e statunitensi. Prima più timidamente Obama, successivamente con maggiore decisione Trump, ora l’amministrazione Biden hanno riportato al centro dello sviluppo economico del proprio Paese la tutela della produzione made in USA.

    In questo contesto di rinnovata attenzione all’economia reale assume sempre maggiore importanza un nuovo approccio economico decisamente innovativo. Partendo infatti dalla salvaguardia della competitività di impresa e del sistema economico, che rappresentano fattori di sviluppo, questi possono essere preservati solo attraverso un minimo di normative condivise a tutela dei lavoratori, del consumatore e della sostenibilità ambientale. Allora ecco come comincia a delinearsi quel salto culturale al quale si accennava precedentemente.

    Al fine di superare il contrasto tra la ricerca di una maggiore sostenibilità, molto spesso opposta alla competitività, e la avveduta politica governativa si apre l’opportunità di intervenire con l’obiettivo di creare una sintesi tra i due fattori. All’interno, infatti, di questa nuovo pensiero economico viene richiesto allo Stato di inserire una Border Carbon Tax la quale dovrebbe venire applicata a tutti i prodotti, di consumo o intermedi, i quali siano espressione di economie i cui sistemi normativi risultino al di sotto di standard minimi di sostenibilità ambientale applicati viceversa alla produzione nazionale. Questa tassazione non si ripercuoterebbe sulla competitività delle imprese ma solo sulle importazioni da paesi con bassissimi standard di eco compatibilità e sostenibilità. I proventi di tale tassazione andrebbero investiti per finanziare ulteriori evoluzioni verso una maggiore sostenibilità complessiva avviando quindi un processo virtuoso nella rincorsa alla maggiore sostenibilità possibile sia nei paesi dove questa tassazione venga applicata quanto in quelli che non intendano subirla.

    In altre parole, come il recente blocco di una fornitura di filati di cotone made in China voluta dalla presidenza Biden, in quanto negli stabilimenti veniva utilizzato personale in stato di schiavitù, ora alla stessa amministrazione viene proposto il diverso utilizzo della leva fiscale per la prima volta finalizzata per un duplice obiettivo. Il doppio effetto sarebbe quello di ridare competitività alle produzioni all’interno dei paesi che hanno subito in questi ultimi anni l’effetto speculativo delle delocalizzazioni e di finanziare l’evoluzione sostenibile. Contemporaneamente tutte le nazioni che dovessero subire questa tassazione sarebbero incentivate ad una maggiore ricerca di sistemi produttivi con minore impatto ambientale. Il combinato di questi due politiche porterebbe tanto i paesi già evoluti quanto quelli in via di sviluppo complessivamente ad una maggior ricerca di una riduzione dell’impatto ambientale dei sistemi economici nazionali.

    Per una volta, quindi, il corretto utilizzo della leva fiscale potrebbe rappresentare quel riscatto culturale nel nostro Paese come del mondo occidentale nel suo complesso. Riuscire attraverso un equo quanto corretto intervento dello Stato in linea con questo nuovo dottrina economica ad avviare un processo virtuoso attraverso la leva fiscale la quale, per la prima volta, invece di diminuire la competitività innescherebbe un nuovo percorso virtuoso.

    La rivoluzione culturale viene rappresentata dall’abbandono di una cultura ambientalista da sempre penalizzante per i paesi dell’economia occidentale per passare attraverso l’utilizzo della leva fiscale per innescare un processo virtuoso verso una sostenibilità globale che coinvolga tutti gli attori del mercato globale.

    Se la competitività rappresenta un fattore del mercato globale la sostenibilità non può di certo scaturire da un sistema normativo nazionale o al massimo europeo esentando il resto degli attori dello stesso mercato mondiale.

  • La “transizione ideologica” verso la sharing economy

    Uno dei pilastri della ideologia ambientalista viene rappresentato sicuramente dalla sharing Economy opposta all’economia tradizionale perché quest’ultima si basa sull’acquisto del bene, quindi espressione del “becero ed anacronistico” consumismo a “forte impatto ambientale”.

    La condivisione, invece, tra più soggetti del medesimo bene, specialmente se nell’ambito della movimentazione urbana, diventa un vero e proprio Must per questa nuova ideologia sharing tanto da riconoscerle i connotati di economy. Se poi, a questa ora sharing economy si aggiunge anche l’alimentazione elettrica dei monopattini il quadro idilliaco ed astrale proposto dalle diverse forme di ideologia ambientalista prende forma.

    Lo stesso governo dimissionario Conte ha sostenuto fiscalmente (ovviamente a debito) l’acquisto di monopattini elettrici individuati come la via maestra per abbattere le emissioni di CO2 all’interno del perimetro urbano. Una scelta basata su paradigmi e luoghi comuni privi di ogni riscontro verificabile ma al tempo stesso espressione di una ideologia politica la cui sintesi trasforma questa nuova attenzione verso l’ambiente in una vera e propria ideologia svincolata spesso dal semplice riscontro relativo ai dati reali.

    Risultano, viceversa, fondamentali nella valutazione dell’impatto ambientale proprio la attendibilità delle fonti di quei dati come base giustificativa di un’ideologia, per non diventare invece l’anello debole di questo rinnovato integralismo ambientalista.

    Arcadis (*) è una società multinazionale di ingegneria quotata al NASDAQ e che si occupa anche di consulenza ambientale tanto da detenere la leadership mondiale. Attraverso una propria ricerca relativa all’impatto ambientale appunto dei monopattini elettrici in sharing ha potuto stabilire come l’emissione di CO2 per km dei monopattini sia pari a 105,5 grammi per km. Solo per fornire un confronto una Mercedes 350 de (elettrodiesel) ne emette 29gr/Co2 mentre una Golf 2000 turbo diesel 102gr/Co2. Una Toyota Yaris full hybrid 64gr/Co2 mentre una FcA Panda mild hybrid 89gr/Co2 (**). Una motocicletta al di sotto di 750 cc emette invece 204gr/Co2 i quali diventano 231gr/Co2 per le cilindrate superiori.

    Nella valutazione delle emissioni di Co2 viene tenuto in considerazione il processo produttivo, che per quanto riguarda i monopattini elettrici avviene nell’estremo Oriente, il quale non garantisce il rispetto di nessun parametro ambientale unito ovviamente alla valutazione della quota inquinante per permettere ai monopattini di arrivare sui mercati in relazione al ciclo di vita medio degli stessi monopattini che risulta essere di 18 mesi.

    Questa valutazione complessiva ed articolata ridicolizza le posizioni degli ultimi anni sostenute dalle diverse frange ambientaliste quanto dai sindaci delle diverse città italiane, espressione delle più diverse forze politiche.

    Contemporaneamente ripropone ancora una volta come all’interno di una rinnovata o corretta attenzione all’impatto ambientale la riduzione della filiera produttiva, da anni proposta da chi scrive come vera opzione strategico produttiva, rappresenta una scelta non solo vantaggiosa sotto il profilo economico ma valida sotto il profilo della compatibilità e della sostenibilità ambientale.

    Risulta evidente da questi dati come buona parte dell’ideologia ambientalista rappresenti il veicolo politico per contestare un sistema economico assolutamente perfettibile ma espressione imperfetta di una visione liberale e democratica opposta ad un integralismo socialista tipico degli ambienti ambientalisti.

    La complessiva digitalizzazione dell’economia e della conoscenza dovrebbe rappresentare un’occasione per tutti per abbandonare strategie basate sulla semplice ideologia politica e passare senza timore ad ideologie politiche ed ambientaliste basate sulla conoscenza, ora disponibile liberamente. Invece si continua con i soliti luoghi comuni legati a schieramenti politici più che alla valutazione oggettiva delle varie opzioni anche in ambito di sostenibilità nella complessa ed articolata questione ambientalista.

    Non possedere una conoscenza approfondita all’interno di un determinato settore non è grave in quanto facilmente colmabile attraverso la volontà di accedere ad una aggiornamento come ad un approfondimento, ignorare o peggio ancora negare la realtà con i suoi dati per pura scelta ideologica rappresenta la peggiore forma di stupidità.

    (*) www.arcadis.com

    (**) valori di CO2 che vanno divisi ovviamente per il numero di passeggeri presenti in auto

  • Solo con la crescita economica si ottiene la vera sostenibilità

    Iniziano a trapelare, con interesse progressivo, le anticipazioni del programma che il presidente incaricato Mario Draghi ha intenzione di sottoporre alle forze politiche.

    Per cominciare, viene indicata la rinnovata spinta alla digitalizzazione della pubblica amministrazione che rappresenta sicuramente un fattore positivo sotto il profilo funzionale. Questo processo “innovativo” non può non tener conto di un’analisi più approfondita relativa alle dinamiche della produttività della pubblica amministrazione rispetto al settore privato. Dal 1999 la produttività del settore privato, dato 100 il valore base, è aumentata di 29 punti mentre quella nella pubblica amministrazione è diminuita di 12,5 punti (87.5).

    In altre parole, il processo ancora incompleto della digitalizzazione non ha comportato alcun miglioramento dei servizi ma paradossalmente un loro progressivo peggioramento (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Una perdita di produttività che non solo aumenta i tempi e diminuisce il livello del servizio reso dalla P.A. ma vanifica anche gli sforzi compiuti dalle imprese private nell’aumentare la propria dovendo competere all’interno di un mercato globale e competitivo.

    Una sfida importante per il sistema economico italiano il quale deve poter contare sulla sicurezza di un pacchetto di servizi offerti dalla pubblica amministrazione, altrimenti la stessa struttura diventa un fattore anticompetitivo.

    Oltre a questi aspetti di natura puramente economica non si può non rilevare come il lungo processo di digitalizzazione si stia amaramente trasformando nel semplice trasferimento di ogni onere sull’utenza finale di cui i clickday ne rappresentano l’evento più eclatante.

    In altre parole, una vera riforma della Pubblica Amministrazione deve comprendere al proprio interno il fattore tecnologico e digitale ma deve porsi anche un obiettivo assolutamente nuovo. Questo traguardo viene rappresentato dal trasferimento della centralità, assolutamente autoreferenziale, della pubblica amministrazione alla prevalenza degli interessi dell’utenza e porre, quindi, al centro della propria mission l’utenza la quale deve trovare un supporto professionale alla propria vita quotidiana come al proprio lavoro.

    Un cambiamento epocale che potrebbe trasformarsi in un fattore “psicologico” importante per l’utenza complessiva con l’implicito obiettivo di ritrovare anche una nuova fiducia (sentiment) nei confronti dello Stato. Una incertezza legata alla mancanza di fiducia della relazione con lo Stato la quale concorre, unita a quella economica, a produrre il progressivo aumento dei risparmi come forma di difesa.

    Questa terribile pandemia, a distanza di un anno, ha causato dei danni incredibili ed inimmaginabili i cui effetti devono essere assolutamente limitati proprio dall’azione del programma del nuovo governo.

    Tutte le giuste riforme ipotizzate, P.A e Giustizia, sicuramente sono importanti per snellire i tempi della Giustizia (fattore fondamentale nell’attrarre investimenti esteri) specialmente in ambito civile.

    La vera crescita della ricchezza prodotta, e quindi del PIL, viene tuttavia favorita soprattutto dalle strategie che propongono scelte effettive e concrete. In altre parole, il governo incaricato dovrà porsi degli obiettivi e degli strumenti reali per il loro raggiungimento.

    In questo contesto può dimostrarsi utile e costruttivo anche copiare da altri modelli economici ed industriali di successo. Ecco, allora, come la riduzione della filiera produttiva risulti ora, non solo logisticamente ma anche economicamente, competitiva ed in questo senso andrebbe supportata da una fiscalità di vantaggio come azione di supporto del governo in carica. Contemporaneamente la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più di nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Una strategia che dovrà vedere impegnati sicuramente anche il mondo industriale il quale non dovrà più solamente cercare il costo minore nel mondo produttivo globale ma privilegiare la qualità di un prodotto intermedio che possa assicurare anche una tempistica molto più veloce per rispondere ad un mercato sempre più impaziente.

    Risulta evidente, quindi, come lo sforzo debba essere compiuto tanto dallo Stato, che deve cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dell’utenza, quanto dal mondo imprenditoriale. Contemporaneamente la riallocazione all’interno del perimetro nazionale delle filiere produttive rappresenta una strategia vincente a differenza di quella esclusivamente finalizzata all’ottenimento della massima remunerazione del capitale (sempre legittima ma molto speculativa se ottiene la deindustrializzazione del proprio paese).

    In questo rinnovato contesto anche la stessa adozione di modelli di paesi appartenenti alla medesima area democratica e liberale occidentale, come gli Stati Uniti, rivelarsi, estremamente validi tali da venire adottati nel nostro Paese con l’esplicito fine di ridare forza alla crescita della ricchezza e del valore aggiunto. Non a caso la nuova amministrazione statunitense sotto la guida di Biden ha reso già da ora più vincolante il protocollo per ottenere il made in USA e contemporaneamente ha adottato l’obbligatorietà per le aziende che lavorino con l’amministrazione statunitense di produrre beni e servizi all’interno degli Stati Uniti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). In questo senso è esemplare l’importante blocco di un lotto di importazioni di filati di cotone provenienti dalla Cina in quanto la produzione utilizzava dei rappresentanti delle minoranze etniche in vere condizioni di schiavitù. Questo ultimo episodio dimostra ed apre anche nel nostro Paese il nuovo concetto di sostenibilità la quale non deve essere esclusivamente relativa alla riduzione per quanto possibile dell’utilizzo dell’energia quanto invece l’espressione di una rinnovata tutela del prodotto espressione di una intera filiera produttiva come sintesi di know how industriale, artigianale e professionale.

    La vera Green Economy è quella in grado di ridurre al massimo l’utilizzo della energia ma contemporaneamente si pone l’obiettivo di tutelare i prodotti come espressione di professionalità che intervengono da monte a valle nella articolata produzione di prodotti complessi.

    In questo contesto di rinnovato riconoscimento della capacità produttiva e propositiva e della sua capacità di accrescere il Pil potrebbe sembrare inutile e quasi manieristico ricordare come la tutela del made in Italy, esattamente come ora negli Stati Uniti, risulti uno dei più importanti fattori che possano assicurare la crescita e l’occupazione del nostro Paese.

  • Il respiro del mare

    Ciao Giulia. Ci racconti un po’ di te? Del tuo percorso formativo? 

    Mi sono laureata a Genova in Scienze Ambientali Marine sviluppando un progetto per la Gestione della Fascia Costiera in Liguria, ma ho sempre cercato di passare il più tempo possibile in mare aperto. Ho avuto la fortuna di salire a bordo della Nave Oceanografica Urania per diverse volte, grazie al CNR, partecipando ad alcune campagne oceanografiche nel Mediterraneo. La cosa strana è che in realtà all’epoca (prima e dopo la laurea) non mi immaginavo nel campo del monitoraggio dei mammiferi marini. Ricordo ancora quando nel 2013 durante la navigazione alla Baleari, a bordo dell’Urania, i miei colleghi non in turno videro tre capodogli affiancarsi alla nave. Mi chiamarono, ma io ero di turno al laboratorio di analisi chimica e a quanto pare non mostrai nemmeno troppo entusiasmo quando mi trascinarono fuori per vedere i cetacei. Chi lo avrebbe detto che da lì a sette anni sarebbero diventati l’obiettivo del lavoro del mio team con Menkab. Eppure da bambina obbligavo mio padre a regalarmi qualunque cosa a forma di orca o delfino.

    Storia e obiettivi dell’Associazione Menkab?

    L’Associazione Menkab: il respiro del mare è nata nel 2010 a sostegno delle attività di ricerca scientifica e di educazione ambientale dedicate al Mar Mediterraneo e per contribuire alla protezione del suo ecosistema. Per raggiungere questo obiettivo il team collabora con Università italiane e straniere, altre Associazioni e Società che lavorano nel campo della comunicazione e della divulgazione scientifica.

    Ci parli del tuo gruppo di lavoro

    Il team è eterogeneo. Questo è uno dei nostri punti di forza. Abbiamo sempre da imparare l’uno dall’altro. Menkab è stata fondata dal Professor Maurizio Wurtz, che non solo è un grandissimo biologo ma anche un’artista incredibile in grado di trasformare vetro resina in animali 1:1 che sembrano veri e di costruire quasi qualunque strumento possa servirci in mare per la ricerca. Come l’idrofono. Maurizio ora ha però ceduto un po’ la redini a noi “ragazzi”. Oltre a me, che ho formazione più oceanografica e mi occupo della componente di science communication, ci sono Biagio Violi, il nostro esperto di capodogli e responsabile scientifico, Martina e Alessandro che si occupano di acustica e di studio del marine litter (i “rifiuti in mare”) ed Elia, skipper e biologo marino esperto di subacquea, oltre che pilota di ROV (robot sottomarino). Oltre al gruppo di ricerca abbiamo la fortuna di condividere le uscite in mare con un team di documentaristi della società Artescienza con cui abbiamo realizzato #CLOSETOHOME (https://www.youtube.com/channel/UCFnVyxb-klIOv-zsFJ-OZag).

    Qual è lo stato dell’area di mare che monitorate? 

    Il Mar Ligure ha la fortuna di avere due aree marine protette, che permettono un monitoraggio costante di eventuali situazioni critiche. Ma oltre a questo è anche uno dei mari più trafficati e con il maggior numero di porti, marine turistiche e porticcioli e con il traffico marittimo tra gli impatti maggiori per i mammiferi marini e altre specie come le tartarughe. Oltre a questo esiste anche il problema dell’inquinamento da marine litter (plastica e altre fonti) che nel nostro mare tendono a collocarsi molto facilmente sui fondali, dove magari spariscono dalla nostra visuale, ma impattano il sistema marino per decenni.

    Progetti di Ricerca Scientifica fatti e in atto? 

    Il nostro target principale tra i mammiferi marini è rappresentato dal capodoglio, il più grande predatore degli oceani, presente nel Mediterraneo anche se in pericolo, a causa dell’impatto antropico. Lo studio di questa specie ha dato vita al progetto PREDATORS (dedicato proprio a questo animale, ma allargato a tutta la fauna marina), che ci porta a effettuare il maggior numero possibile di uscite in mare tutto l’anno, proprio per comprendere il passaggio del capodoglio nel Mar Ligure. Avere un’imbarcazione nostra, per quanto dispendioso, ci permette di avere la possibilità di uscire in mare ogni volta che il meteomare è favorevole e questo ci ha regalato la possibilità di avvistare specie non proprio consuete nell’ultimo anno. Da dicembre 2019 ad oggi infatti abbiamo “collezionato” orche, psuedorche e una megattera, tutte nella nostra area di studio compresa tra Savona e Genova. Tre specie atlantiche, definite Visitor nei nostri mari. Un’emozione unica.

    Con quali enti collaborate? 

    Abbiamo progetti e convenzioni con l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi e con l’Università degli Studi di Genova. Tra le altre realtà, come ho citato precedentemente, abbiamo la fortuna di poter collaborare con i documentaristi di Artescienza, ma negli anni abbiamo realizzato progetti diversi, come quello incentrato sullo studio dell’impatto della plastica nei fondali marini italiani (Abyss Cleanup con Igor D’India) oppure collaborazioni e corsi internazionali.

    Avete realizzato pubblicazioni?

    Nel nostro settore le pubblicazioni scientifiche sono un capitolo importante ed è comunque una parte fondamentale del nostro lavoro. Oltre alla pubblicazione passata che varia dallo studio dei capodogli ai progetti sul tursiope (il delfino più costiero), recentemente stiamo lavorando su diverse pubblicazioni dedicate al capodoglio, come ad esempio quella portata anche al WMMC (World Marine Mammal Conference) a Barcellona nel 2019, in cui mostravamo il primo caso di osservazione e documentazione di un allattamento di capodoglio nel Mar Ligure.

    Fate anche corsi di formazione e di educazione ambientale. Ce ne parli? 

    Ogni anno organizziamo corsi di formazione per studenti, laureati ma anche appassionati di cetacei, in cui forniamo le basi per comprendere le specie del Mediterraneo, un corretto approccio al loro avvistamento e come studiarli grazie all’acustica. I progetti di educazione ambientale invece sono molteplici e durano tutto l’anno, soprattutto con il coinvolgimento delle scuole del territorio, anche grazie al patrocinio dell’Area Marina Protetta di Bergeggi dell’Autorità Portuale. Il nostro obiettivo è far arrivare il più possibile il concetto di “cultura del mare” e di quanto sia importante la salvaguardia e la tutela dell’ambiente marino.

    Ad oggi stiamo cercando i fondi per realizzare una mostra con un tour digitale, che possa permettere a tutti di immergersi in questo mondo.

    Come possiamo sostenere i vostri progetti?

    Prima di tutto nel modo più semplice possibile, seguendoci sulle nostre pagine social (Instagram e Facebook). Il passo successivo è quello di effettuare una donazione all’Associazione per permetterci di continuare i nostri progetti e magari poter portare il nostro lavoro anche fuori la nostra Regione. Basta scriverci una mail ad info@menkab.it o arcimenkab@gmail.com e verranno date le informazioni e le modalità per il supporto. Qualunque contributo è ovviamente ben accetto, ma anche una semplice visualizzazione dei nostri video o un commento al nostro lavoro è gradito.

    Cosa vorresti dire a gran voce? 

    Che la tutela dell’ambiente non è una cosa da pochi, marginale o che entra in conflitto con le politiche e le amministrazioni del territorio. Anzi al contrario, le due cose dovrebbero dirigersi verso gli stessi obiettivi.

    Indirizzo web:  https://www.menkab.it/

    Indirizzo FB: https://www.facebook.com/associazione.menkab@associazione.menkab

    Indirizzo Instagram: https://www.instagram.com/menkab_il_respiro_del_mare/?hl=it

    Nome: menkab_il_respiro_del_mare

    Email per contatti: arcimenkab@gmail.com / info@menkab.it

  • La Commissione avvia la fase di progettazione del Nuovo Bauhaus europeo

    La Commissione ha avviato la fase di progettazione dell’iniziativa Nuovo Bauhaus europeo annunciata dalla Presidente von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione 2020. Il Nuovo Bauhaus europeo è un progetto ambientale, economico e culturale che mira a combinare design, sostenibilità, accessibilità, anche sotto il profilo economico, e investimenti per contribuire alla realizzazione del Green Deal europeo. I valori fondamentali del Nuovo Bauhaus europeo sono quindi sostenibilità, estetica e inclusività. La fase di progettazione intende sfruttare un processo di cocreazione per plasmare il concetto esaminando le idee, individuando le esigenze e le sfide più urgenti, e collegare tra loro i portatori d’interessi. Come elemento della fase di progettazione, questa primavera la Commissione avvierà la prima edizione del premio Nuovo Bauhaus europeo.

    La fase di progettazione sfocerà nell’apertura degli inviti a presentare proposte nell’autunno prossimo per dare vita alle idee del Nuovo Bauhaus europeo in almeno cinque sedi negli Stati membri dell’UE, grazie all’impiego di fondi dell’UE a livello nazionale e regionale.

    Il nuovo Bauhaus europeo è un’iniziativa creativa che abbatte i confini tra scienza e tecnologia, arte, cultura e inclusione sociale, per consentire al design di trovare soluzioni ai problemi quotidiani.

    Sul sito web dedicato lanciato oggi, artisti, designer, ingegneri, scienziati, imprenditori, architetti, studenti e chiunque sia interessato possono mettere in comune esempi di iniziative stimolanti per il Nuovo Bauhaus europeo, idee su come configurarlo e sui futuri sviluppi, e anche le difficoltà, i dubbi, le sfide.

    Comincia qui un processo innovativo di coprogettazione. Le organizzazioni che desiderano rafforzare il proprio impegno in questo processo possono diventare “partner del Nuovo Bauhaus europeo” rispondendo all’invito sul sito web.

    Nei prossimi mesi la Commissione assegnerà premi agli esempi proposti che rappresentano l’integrazione dei valori fondamentali dell’iniziativa e che possono animare il dibattito sui luoghi in cui viviamo e la loro trasformazione.

    Nella prossima fase dell’iniziativa, quella di “realizzazione”, saranno avviati cinque progetti pilota per coprogettare nuove soluzioni che siano sostenibili, inclusive e abbinate allo stile. La terza fase sarà quella di “diffusione” delle idee e dei concetti che definiscono il nuovo Bauhaus europeo attraverso nuovi progetti, la creazione di reti e la condivisione delle conoscenze, in Europa e altrove.

     

  • Greta non sta in lockdown e Bruxelles decide che entro il 2030 i gas serra vanno ridotti del 55%

    Mentre Greta Thunberg tornava in piazza per rivendicare azioni più incisive contro i cambiamenti climatici, l’Unione europea ha rilanciato il suo impegno su questo fronte dandosi un nuovo obiettivo. Non è stato semplice, perché c’è voluta un’intera notte di complesse trattative tra i leader dei 27. Ma alla fine l’accordo è stato raggiunto e l’Ue ha deciso di ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto al 1990 entro il 2030. Un’intesa che rappresenta una svolta rispetto all’obiettivo del 40% fissato nel 2014 e che consente all’Unione di presentarsi come avanguardia nella lotta ai cambiamenti climatici al quinto anniversario della firma dell’Accordo di Parigi, avvenuta il 12 dicembre del 2015. Con la fondata speranza che l’Europa possa trovare, almeno su questo fronte, un nuovo alleato nella prossima amministrazione statunitense che si insedierà alla Casa Bianca quando Joe Biden prenderà il posto di Donald Trump.

    “Abbiamo passato una notte in bianco ma ne è valsa la pena», ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel durante la conferenza stampa svoltasi al termine della maratona negoziale. L’accordo sul clima, insieme al via libera definitivo dato al piano Next Generation Eu e al bilancio Ue 2021-2027, ha osservato, rappresenta un “successo enorme” per l’insieme dell’Unione. Altrettanto soddisfatta la presidente della Commissione europea: “Ora – ha sottolineato Ursula von der Leyen – abbiamo tutti gli strumenti per agire, conseguire l’obiettivo del 55%” e procedere verso il traguardo della «neutralità climatica nel 2050». Il Green Deal, ha poi aggiunto, “sarà la nostra strategia” per imboccare la strada della riprese e di una crescita sostenibile.

    L’accordo tra i 27 sul nuovo obiettivo per la lotta ai cambiamenti climatici è arrivato al termine di un lungo braccio di ferro con alcuni Paesi dell’Est – ma soprattutto con la Polonia – oggi fortemente dipendenti dalla fonte energetica più inquinante di tutte: il carbone. Solo alle prime luci dell’alba la situazione si è sbloccata grazie alle concessioni ottenute da Varsavia sul ruolo che il gas potrà svolgere durante la transizione verso nuove fonti energetiche e sugli aiuti economici e normativi che mitigheranno l’impatto di questo passaggio. In base all’intesa – che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha giudicato “positiva per le prossime generazioni” – i contributi nazionali all’accordo di Parigi saranno modificati per riflettere il nuovo target. Ogni Stato resterà comunque libero di decidere con quale mix energetico raggiungere il nuovo obiettivo. Il Consiglio europeo ha inoltre chiesto alla Commissione di presentare una proposta legislativa sui Green Bond entro giugno 2021.

    Il risultato raggiunto a Bruxelles è stato salutato positivamente dagli oltre 200 amministratori delegati di aziende, investitori e reti di imprese di ‘We Mean Business’, coalizione pro-clima fondata da Ikea. “Oggi sono fiera di essere europea – ha detto Laurence Tubiana, una delle madri dell’Accordo di Parigi – non è stato facile raggiungere l’intesa” tra i leader, ora “si deve rimanere fedeli a questo impegno”. Ma non tutti si sono detti soddisfatti. «L’accordo arriva tempestivamente, ma la scala di riduzione delle emissioni per contribuire in modo equo agli obiettivi di Parigi è almeno il 65%”, ha ricordato il Climate Action Network citando il parere di gran parte della comunità scientifica. Sulla stessa linea il Wwf Europa, che ha definito il risultato del vertice “deludente”. Una posizione sostanzialmente condivisa anche da Greenpeace. Mentre la Confederazione europea dei sindacati (Etuc) ha sottolineato che “ora i leader dell’Ue devono far seguire i fatti alle parole, per una transizione giusta”.

    A tornare in campo in occasione dell’anniversario dell’accordo di Parigi è stata anche Greta Thunberg. La giovane attivista svedese ha lanciato su Twitter l’ennesimo, accorato appello ai leader del Pianeta. “Sono passati cinque anni da Parigi”, ha scritto. “Cinque anni di inattività e di scappatoie. Non possiamo continuare così. E’ ora di passare da obiettivi ‘zero’ troppo distanti a obiettivi reali con budget annuali vincolanti di CO2 a partire da ora”.

  • Accordo tra Fs e Snam per l’alimentazione a idrogeno dei treni

    L’idrogeno bussa alle porte del trasporto ferroviario per prendere il posto dei combustibili fossili. Con questo obiettivo il gruppo Fs Italiane e Snam hanno sottoscritto un accordo per valutare la fattibilità tecnico-economica e nuovi modelli di business in Italia.

    È il primo accordo in Europa tra un operatore ferroviario nazionale e un operatore energetico e di fatto è una prima possibile applicazione dell’idrogeno nel sistema che può innescare la trasformazione. L’accordo, firmato dagli amministratori delegati del gruppo Fs Italiane, Gianfranco Battisti, e di Snam, Marco Alverà, prevede la realizzazione di analisi e studi di fattibilità e lo sviluppo di progetti congiunti su linee ferroviarie convertibili all’idrogeno sul territorio nazionale. In particolare, Fs Italiane e Snam costituiranno un gruppo di lavoro con l’obiettivo di valutare possibili progetti pilota che prevedano la sostituzione dei combustibili fossili con idrogeno.

    Le due società sperimenteranno soluzioni tecnologiche innovative legate alla produzione, al trasporto, alla compressione, allo stoccaggio, alla fornitura e all’utilizzo dell’idrogeno per contribuire allo sviluppo della mobilità sostenibile. L’accordo con Snam conferma l’importanza, per Fs Italiane, di “incentivare la mobilità sostenibile, in piena coerenza con gli indirizzi europei del green new deal”, afferma Gianfranco Battista, amministratore delegato del gruppo Fs Italiane. I trasporti ferroviari a idrogeno rappresentano in questo senso una “fondamentale innovazione in grado di rendere più ecologici i viaggi di passeggeri e merci sulle residue tratte ferroviarie non ancora elettrificate”, conclude il manager.

    Sempre nell’ambito del trasporto ferroviario, nei mesi scorsi Snam ha sottoscritto anche un accordo con il costruttore di treni Alstom per sviluppare i treni a idrogeno in Italia. L’intesa raggiunta con il gruppo Fs Italiane rappresenta un “passo importante nella promozione di una filiera dell’idrogeno in Italia partendo da settori cruciali per la decarbonizzazione come il trasporto di persone e merci”, afferma Marco Alverà, amministratore delegato di Snam. Grazie a questa collaborazione si punta a realizzare “infrastrutture per convertire rapidamente a idrogeno treni attualmente alimentati a diesel in Italia e così acquisire una leadership tecnologica da capitalizzare anche a livello internazionale”.

    L’importanza per la transizione verso l’idrogeno è ormai ribadita sia dal mondo imprenditoriale che dagli esponenti politici. Nei giorni scorsi, ad esempio, il ministro dello sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha evidenziato che si tratta di una “partita fondamentale a livello europeo e l’Italia non può non essere protagonista”.

  • Nel 2030 saranno elettriche 8 auto ogni 10 in circolazione

    Entro il 2030 i veicoli totalmente elettrici (Bev) costituiranno oltre l’80% di tutti i mezzi elettrici venduti. Sarà la Cina, insieme ad altri Paesi asiatici, a recitare il ruolo da protagonista, arrivando a detenere fino alla metà (49%) di tutto il mercato mondiale dei veicoli elettrici. E’ questa la fotografia scattata dall’ultimo report di Deloitte Electric Vehicles – Setting a course for 2030.

    La ricerca stima per il 2030 fino a 25,3 milioni di vendite. Un dato significativo rispetto alle vendite delle auto a propulsione sia elettrica sia a combustione interna (Phev), che dovrebbero fermarsi a 5,8 milioni entro lo stesso periodo. Secondo Deloitte, il rimbalzo dei consumi atteso dopo la crisi scatenata dal Covid-19 permette di prevedere una nuova crescita anche per i veicoli con motore a combustione interna (Ice), destinata a protrarsi fino al 2025 (81,7 milioni) prima di subire un calo su tutto il mercato nel quinquennio successivo.

    Nonostante le stime attuali non indichino come probabile un ritorno ai livelli di vendita pre-pandemia prima del 2024, la previsione globale per i veicoli elettrici rimane ottimistica e vede un notevole tasso di crescita, pari al 29%, per il prossimo decennio. Le vendite sarebbero destinate a salire da 2,5 milioni di veicoli del 2020 a 11,2 milioni nel 2025 fino ai 31,1 milioni entro il 2030.

    Ormai il percorso di transizione verso i veicoli elettrici è “irreversibile. La velocità di questa transizione, invece, può variare e dipenderà soprattutto dalla capacità di produttori e rivenditori di eliminare le paure che ancora frenano i consumatori”, afferma Giorgio Barbieri, responsabile automotive di Deloitte Italia. Per quanto riguarda il mercato globale, la Cina e gli Paesi asiatici saranno i protagonisti con una quota di mercato del 49%. L’Europa avrà il 27% e gli Stati Uniti il 14%.

  • IEA and Singapore’s EMA launch sustainable energy policies programme in smart cities

    The International Energy Agency (IEA) estimates that Southeast Asia’s electricity demand is set to grow at an average rate of 4% annually, based on today’s policy settings. This could result in a doubling of demand by 2040 from 2019 levels, the IEA. The growth is driven by urbanisation, industrialisation and rising consumption by a growing middle class. This presents a golden opportunity for Association of South East Asian Nations (ASEAN) cities to adopt smart, low-carbon solutions and meet rising energy demand in the most efficient way possible.

    On September 7-10, more than 250 participants from 27 countries are expected to take part in the inaugural digital edition of the Singapore-IEA Regional Training Programme on Sustainable Energy Policies for Smart Cities, the IEA said, adding that the Programme brings together policy makers, urban planners and academia to look at improving energy efficiency in cities and to formulate policies that meet local urban energy challenges.

    According to the IEA, the four-day online training programme will feature experts from the IEA and Singapore government agencies, such as the Centre for Liveable Cities and Land Transport Authority. Insights on key themes of integrated spatial and transport planning, sustainable municipal services and distributed energy resources will be shared. Representatives from the Sustainable Energy Development Authority of Malaysia and the World Bank will also be presenting their experiences.

    Energy Market Authority Chief Executive Ngiam Shih Chun said the impact of the COVID-19 pandemic on the global economy has been unprecedented and the energy sector has not been spared. “Despite the challenges, we must not lose sight of our efforts towards a low-carbon energy future. To better manage rising energy demand in Southeast Asia, the EMA and the IEA have designed a training programme to build capacity and enhance knowledge sharing to support the region’s energy transition,” he said.

    IEA Executive Director Fatih Birol said the aim is to train thought leaders of today and tomorrow from across all levels of government in the best ways that Southeast Asia can embrace renewables and energy efficiency to accelerate clean energy transitions in its cities. The IEA’s online training programmes and knowledge-sharing community are key to our commitment to making our expertise open and accessible to all.

    The training programme is the fourth activity under the Singapore-IEA Regional Training Hub initiative, which was launched in 2016 when Singapore became an Association Country of the IEA. The programme represents a key milestone in establishing a network of energy professionals and urban practitioners to facilitate knowledge exchange and harness cities’ innovative and operational capabilities in clean energy transitions.

    Singapore and the IEA will next co-host the 2nd Global Ministerial Conference on System Integration of Renewables on October 27, which is being held in conjunction with the 13th Singapore International Energy Week. The IEA’s new Electricity Security report will be launched at the Ministerial Conference.

     

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