Sostenibilità

  • La logistica italiana ha fatturato quasi 2,5 miliardi nel 2024

    Nel 2024 i principali operatori della logistica in Italia – GLS, FERCAM, FedEx Italia e Poste Italiane – hanno registrato un fatturato complessivo di circa 2,44 miliardi di euro, un record storico che conferma il peso strategico del settore per l’economia nazionale. Tanto è vero che, secondo l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, il mercato italiano della logistica conto terzi vale, nel 2024, ben 117,8 miliardi di euro, con una crescita prevista dell’1,7% rispetto al 2023. Il settore, anche alla luce delle recenti tensioni geopolitiche, si trova a dover affrontare sfide complesse come l’aumento dei costi energetici e della manodopera, la pressione sui canoni di locazione e la gestione di reti di fornitori sempre più frammentate. Allo stesso tempo, si registra una fase di consolidamento e innovazione: negli ultimi due anni si sono registrate ben 36 operazioni di M&A per un valore complessivo di circa un miliardo di euro. Da qui la scelta, da parte dei principali player del settore, di adottare TIAKI Logistics, la piattaforma digitale che riunisce realtà impegnate nello sviluppo sostenibile della filiera logistica in chiave ambientale, sociale e di governance. La piattaforma consente di consolidare in un unico flusso operativo la gestione della conformità, della due diligence, delle performance e delle gare, riducendo tempi, costi e rischi legali e finanziari, comprese le conseguenze derivanti dalla responsabilità solidale, grazie a controlli accurati su contratti e documenti dei fornitori. In questo modo, committenti e operatori logistici possono migliorare trasparenza, affidabilità e gestione complessiva della filiera, integrando tutti i processi di verifica e valutazione ESG in un unico ambiente digitale.

    Dotarsi di politiche anticorruzione, sistemi di controllo, trasparenza nella rendicontazione e monitoraggio della supply chain, è ormai fondamentale per prevenire criticità e migliorare l’efficienza operativa. Non a caso secondo un’analisi riportata dall’Osservatorio Bilanci Sostenibilità, l’adozione di sistemi strutturati di compliance ESG genera benefici concreti: il 63% delle aziende registra un rafforzamento dell’immagine del brand, mentre il 38% dichiara di aver conquistato nuovi clienti grazie a maggiore credibilità e trasparenza. L’impatto positivo si estende però anche all’interno delle organizzazioni: il 66% delle realtà analizzate evidenzia infatti un miglioramento nella gestione dei rischi, con particolare riferimento a quelli legati alla supply chain, confermando come un approccio ESG integrato rappresenti una leva concreta per aumentare controllo, affidabilità e resilienza dei processi: “Assumersi la responsabilità della propria filiera logistica significa definire criteri rigorosi per ogni fase della supply chain, dalla qualificazione dei fornitori alla conduzione di verifiche periodiche basate su evidenze. L’impiego di strumenti digitali di monitoraggio permette di individuare tempestivamente potenziali criticità e di governare in modo proattivo i rischi finanziari, giuridici ed ESG, rafforzando un rapporto con i partner improntato a trasparenza, affidabilità e miglioramento continuo”, commenta Martina Castoldi, sustainability expert, amministratrice delegata di TIAKI Logistics e co-founder di EETRA.

    In questo scenario si collocano anche importanti innovazioni normative e tecnologiche. Tra queste spicca il CIGAL, il cruscotto informativo italiano che qualifica gli appaltatori nella logistica, introducendo un controllo preventivo sulla regolarità fiscale, contributiva e sociale dei fornitori, convertito in legge del DL n. 73 2025 “Infrastrutture”. Il sistema consente alle aziende di valutare e gestire i rischi lungo tutta la supply chain, migliorando così sicurezza e affidabilità. L’attenzione alla compliance si intreccia con altre normative internazionali come CSDDD (Corporate Sustainability Due Diligence Directive) e LKSG (Lieferkettensorgfaltspflichtengesetz), che fissano nuovi standard di responsabilità e sostenibilità. In questo contesto, le imprese devono integrare tecnologie digitali, gestione dei dati e criteri ESG per trasformare la conformità normativa in un vero vantaggio strategico.

  • Dall’UE 1,5 miliardi di euro all’Italia per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano di aiuti di Stato da 1,5 miliardi di euro a sostegno di investimenti strategici che aggiungono capacità di produzione di tecnologie pulite, in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita. La misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette. Il regime è stato approvato a titolo della disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita adottata dalla Commissione il 25 giugno 2025. Il regime sarà cofinanziato dal Fondo per la ripresa e la resilienza.

    Il 25 giugno 2025 la Commissione europea ha adottato la disciplina degli aiuti di Stato nell’ambito del patto per l’industria pulita per promuovere misure di sostegno in settori fondamentali per la transizione verso un’economia a zero emissioni nette, in linea con il patto per l’industria pulita.

    La nuova disciplina consente i tipi di aiuti seguenti, che possono essere concessi dagli Stati membri fino al 31 dicembre 2030 al fine di accelerare la transizione verde.

    “Questo regime contribuirà ad aumentare la capacità di produzione di tecnologie pulite in Italia fornendo un sostegno a investimenti chiave. Gli aiuti del governo italiano, combinati con i fondi del dispositivo per la ripresa e la resilienza, aiutano a raggiungere gli obiettivi del patto per l’industria pulita, mantenendo nel contempo al minimo le potenziali distorsioni della concorrenza”, ha affermato Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

  • La Cina chiude il cerchio

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

  • 61,5 milioni di euro dall’UE per sostenere la produzione di tecnologie pulite

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano pari a 61,5 milioni di euro a sostegno di investimenti strategici per incrementare la capacità di produzione in linea con gli obiettivi del patto per l’industria pulita nella regione Emilia Romagna. Questa misura contribuirà alla transizione verso un’economia a zero emissioni nette

    Nell’ambito del regime, l’aiuto assumerà la forma di sovvenzioni dirette, tassi di interesse agevolati e prestiti. Il regime sarà aperto a tutte le imprese che effettuano investimenti in Emilia Romagna aggiungendo capacità per la produzione delle tecnologie a zero emissioni nette nonché per la produzione dei principali componenti specifici di tali tecnologie. Il regime comprende anche aiuti per la produzione di materie prime critiche nuove o recuperate, necessarie per la produzione dei prodotti finali o dei principali componenti specifici. Gli aiuti potranno essere concessi fino al 31 dicembre 2030.

    Per la Commissione il regime è necessario e adeguato ad accelerare la transizione verso un’economia a zero emissioni nette e agevolare lo sviluppo di determinate attività economiche, che sono importanti per l’attuazione del patto per l’industria pulita.

  • A Venezia si sfornano leghe ecologiche alternative alle terre rare

    Le terre rare, come spiega piega Stefano Bonetti, fondatore e direttore scientifico di Rara Factory, spin-off deep-tech dell’Università Ca’ Foscari Venezia, prima realtà italiana interamente dedicata alla ricerca, allo sviluppo e alla prototipazione di materiali sostenibili alternativi, hanno costi ambientali elevatissimi perché «la loro estrazione è tutto tranne che sostenibile. È complicata, necessita di processi che definiremmo sporchi dal punto di vista ambientale e della salute, oltre che molto costosi». E presentano anche alti rischi geopolitici: l’Europa importa il 98% delle terre rare dalla Cina.

    Ecco allora l’importanza di trovare alternative alle terre rare, un po’ come per il petrolio negli anni ’70. Grazie a un algoritmo brevettato e all’AI, è proprio quello che è stato fatto a Venezia, dove sono stati trovati materiali alternativi che combinano elementi facilmente reperibili in natura, mantenendo proprietà equivalenti o superiori rispetto alle leghe tradizionali. «Il materiale delle composizioni è pari al numero degli atomi nell’universo. I tentativi avrebbero potuto essere infiniti. Noi, invece, abbiamo inventato un algoritmo legato alle validazioni in laboratorio, quindi collegato al mondo reale. Questo ci ha aiutato a creare una mappa dei materiali, più precisamente di come si distribuiscono in natura» riferisce Bonetti. «Partiamo da materiali più poveri e abbondanti, come silicio, alluminio, ferro, calcio, guardando ad alcune delle loro proprietà e cercando di combinarli per creare una copia che abbia la proprietà della terra rara che ci interessa». Un esempio? «I magneti sono fondamentali per la transizione ecologica e dipendono da una terra rara molto costosa e altrettanto inquinante chiamata neodimio». Nel solo campo di applicazione dei magneti (che oggi vale 54 miliardi a livello globale e potrebbe toccare i 90 miliardi nel 2030) le applicazioni della tecnologia Rara Factory, spiegano dal laboratorio, possono generare un risparmio sui costi dei materiali fino al 40%. Ma in pochi mesi, a Rara Factory sono già riusciti ad arrivare al traguardo di oltre 100 leghe, materiali nuovi sfornati ogni giorno.

    Michele Bugliesi, fondatore e amministratore delegato di RARA Factory, professore ordinario di Informatica, già rettore di Ca’ Foscari, ha commentato: “Con RARA Factory vogliamo dimostrare che è possibile generare impatto non solo scientifico, ma anche industriale e sociale, partendo dall’eccellenza accademica italiana. Il nostro obiettivo è costruire una catena del valore completa, con partner industriali, istituzionali e investitori di primissimo piano contribuendo a creare un ecosistema competitivo che connetta ricerca, imprese e territorio».

  • Milano, capitale della sostenibilità a piedi…ammollo

    Nelle notti degli inquilini di Palazzo Marino si agita un sogno bellissimo: slide color pastello, grafici che puntano al cielo, cittadini sorridenti che pedalano in un’arcadia urbana a zero emissioni. È il sogno di una Milano più verde di un mojito, più sostenibile di un sandalo in sughero, più europea delle capitali del Nord Europa messe insieme. Un sogno, diciamolo, nobilissimo.
    Peccato che ogni mattina noi Milanesi ci svegliamo, e il sogno fuori dalla finestra somiglia più a un incubo con l’asfalto dissestato.
    L’Amministrazione, con la foga del neofita che ha appena scoperto il verbo “green”, ha dichiarato guerra. Non alla criminalità, non al caro affitti, non alla burocrazia che impantana ogni iniziativa. La guerra santa è contro l’automobile del cittadino medio, quel rottame fumante (secondo loro) che osa ancora trasportare la spesa del supermercato o il figlio all’asilo.
    Via dunque di Area B, Area C, divieti, ultimatum, incentivi che sembrano più un invito a indebitarsi per i prossimi dieci anni. Il messaggio è chiaro, quasi un imperativo categorico in salsa meneghina: “Giargiana, scendi dall’auto! Cammina! Usa i mezzi!”.
    E il Milanese, che in fondo è un essere ligio e persino un po’ masochista, obbedisce. Parcheggia il suo Euro 4 (ormai cimelio da museo) e si mette in marcia, novello pellegrino sulla via della redenzione ecologica.
    Ed è qui che il volo pindarico dell’ideologia si schianta contro la più banale, e umida, delle realtà: i marciapiedi.
    Proprio quei rettangoli di cemento e sanpietrini su cui dovremmo esercitare la nostra ritrovata virtù pedonale. Peccato che la manutenzione di queste infrastrutture primordiali sia evidentemente finita in fondo alla lista delle priorità, subito dopo “organizzare un campionato mondiale di aquiloni in Piazza Duomo”.
    I nostri marciapiedi sono ormai carte geografiche in rilievo di un territorio martoriato: crepe che diventano canyon, buche che paiono crateri lunari, dislivelli degni di un sentiero di montagna.
    E poi, piove.
    Ah, la pioggia. Non più la dolce, malinconica pioggerellina che ispirava i poeti. Grazie al cambiamento climatico – quello stesso demone che si vuole combattere a colpi di ZTL – ora su Milano si abbattono monsoni tropicali. Le “piogge di Ranchipur” sono la nostra nuova normalità. In dieci minuti, la città si trasforma in una piccola, incasinata Venezia senza gondole.
    E il povero pedone? L’eroe della mobilità dolce? Si ritrova a fronteggiare l’imponderabile. Non semplici pozzanghere, ma laghi effimeri. Specchi d’acqua limacciosa profondi anche venti centimetri che compaiono dal nulla, trasformando l’attraversamento di un incrocio in una prova da “Giochi senza Frontiere”.
    Non solo sulla strada, sia chiaro. I laghi si formano sui marciapiedi, intrappolando il cittadino tra il muro di un palazzo e un “naviglio” estemporaneo color fango.
    E poi, quando, dopo aver calcolato la traiettoria come un campione di biliardo per evitare l’immersione totale, ti senti quasi in salvo, ecco la beffa. Il gran finale. Un SUV (ovviamente elettrico e costosissimo, perché l’ecologia è per chi se la può permettere) che, con la grazia di un ippopotamo in un negozio di cristalli, centra in pieno la mega-pozzanghera ai bordi della strada.
    L’onda anomala che ne consegue non è una semplice doccia: è un battesimo laico, un’umiliazione totale che ti innaffia di acqua sporca dalla testa ai piedi.
    Lì, fradicio e sconsolato, mentre strizzi i pantaloni e maledici l’universo, capisci la sublime ironia di questa città. Un’amministrazione che ti obbliga a camminare, ma non ti dà un posto asciutto e sicuro dove mettere i piedi. Che ti spinge verso un futuro radioso e sostenibile, ma inciampa nella manutenzione del presente più basilare.
    Viene quasi da chiedersi se, prima di progettare avveniristiche funivie urbane e piste ciclabili intergalattiche, non sarebbe il caso di mandare una squadra di operai con un sacco di bitume a tappare due buche e sistemare pendenze. Giusto per permettere ai nuovi, forzati eroi della fede ecologista di arrivare al lavoro senza dover portare con sé un paio di stivali da pescatore.
    Prima la toppa, poi il cosmo. Sembrava una regola di buon senso. Evidentemente, era una regola di un’altra epoca.

  • Il cielo di piombo nel futuro europeo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    L’ideologia nella contemporaneità troppo spesso esprime unicamente la capacità o, peggio, la volontà politica di negare le realtà oggettive.

    Quanto sta avvenendo all’interno dell’Unione Europea ne rappresenta un esempio eclatante e preoccupante in un’ottica futura della stessa istituzione. Va ricordato come siano solo cinque gli stati membri, Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia che contribuiscono alla creazione di quasi 12.000 miliardi del Pil europeo (per semplificazione si adotta il valore a prezzi correnti piuttosto di quello a parità di potere d’acquisto [Ppa]) il quale, con l’apporto marginale degli altri ventidue componenti (22 per 5.000 miliardi di Pil), arriva a malapena ai 17.000 miliardi (*).

    In altre parole, il cuore industriale ed economico dell’Unione Europea risulta circoscritto a queste cinque nazioni e rappresenta oltre il 70% dell’intero PIL comunitario, mentre il restante 30% si può attribuire ai residuali ventidue (22) non citati. Già questa fotografia economica dovrebbe indurre l’intera istituzione europea ad una politica di tutela e conservazione del cuore pulsante economico europeo che ne garantisce la stessa sopravvivenza economica e valenza istituzionale nello scenario internazionale.

    Passando, poi, al fronte delle emissioni sempre a questi cinque Stati a forte trazione industriale viene attribuito un valore complessivo pari al 5,4% delle emissioni globali (**), mentre nella sua complessità l’Unione Europea rilascia circa il 7-7,5% delle emissioni globale.

    La Cina presenta un PIL di circa 17.800 miliardi di euro in crescita, ma al suo sistema industriale ed economico vanno attribuite il 28% delle emissioni globali, tanto da renderla il primo paese inquinante del mondo (gli Stati Uniti con un Pil di 26.990 mld di euro emettono il 21% delle emissioni globali).

    Nel confronto con l’economia cinese, quindi, l’Unione Europea produce una ricchezza complessiva di poco inferiore a quella cinese (17.000 mld in Ue rispetto ai 17.870.000 in Cina***) ma emette un quarto delle sostanze inquinanti rispetto al colosso cinese.

    Nello specifico, poi, il cuore pulsante economico e soprattutto industriale europeo (che solo nel settore Automotive garantisce 13 milioni di posti di lavoro), rappresentato dai cinque stati citati prima, Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia produce un PIL pari ad oltre il 65% di quello cinese ma è responsabile di emissioni inferiori di cinque volte (1/5) rispetto a quelle del gigante cinese.

    Il modello economico europeo, in altre parole, soprattutto nella sua parte industriale dovrebbe essere definito come la perfetta sintesi dell’evoluzione tecnologica ed industriale frutto di investimenti finanziari e professionali, la quale mira ad un efficientamento continuo del sistema, con l’obiettivo di ottimizzare i costi energetici e quindi la sostenibilità economica.

    Una tale superiorità dimostrata da questi numeri meriterebbe, come accennato prima, la totale ed assoluta tutela nei confronti dei prodotti di altri sistemi industriali come quello cinese, il cui sistema industriale rispetto alle emissioni risulta a forte impatto ambientale.

    Questa mancanza di attenzione o, peggio ancora, la volontà di azzerare l’asset storico dell’economia europea in nome di una infantile “transizione energetica ed ecologica” porterà inevitabilmente l’intera Europa verso un disastro molto simile, in termini economici, a quello del secondo conflitto mondiale.

    Una simile strategia rappresenta, in altri termini, una politica eversiva finalizzata al rovesciamento economico della stessa dell’Unione Europea.

    Una volontà di distruggere ogni asset industriale confermata dall’ultima proposta presentata dalla Presidente della Commissione Europea la quale vuole imporre l’introduzione dell’obbligo di riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040.

    Mentre gli Stati Uniti hanno azzerato ogni aiuto finanziario alla insostenibile transizione elettrica e, contemporaneamente, Cina ed India hanno firmato un accordo per costruire decine e decine di nuove centrali elettriche a carbone, oltre alle 1.161 già operative in Cina che assicurano oltre il 70% della energia elettrica prodotta dal carbone.

    Le conseguenze di tale ennesimo delirio ricadranno maggiormente sulle cinque nazioni che rappresentano il 70% del Pil ma solo marginalmente sulle altre ventidue che raggiungono a malapena il 30%.

    In ultima analisi, il periodo caratterizzato dalla operatività delle due ultime Commissioni europee esprime, nei contenuti e nella forma, delle analogie con quello degli “anni di piombo” durante i quali anche una parte delle istituzioni deviate operavano con gruppi terroristici per il sovvertimento del sistema democratico.

    Ora il ruolo della istituzione deviata sembra perfetto per la Commissione europea e la maggioranza che la sostiene mentre la complicità con gruppi esterni si traduce nei finanziamenti a gruppi di integralisti ecologisti e media ad essi collegati che intendono sovvertire non più l’ordinamento democratico ma l’essenza del sistema economico occidentale e conseguentemente i propri sostenitori.

    Nel periodo 1968/82 gli anni di piombo hanno causato circa 350 vittime ed oltre mille feriti, mentre il futuro di piombo originato dalle stesse istituzioni europee darà origine a 13 milioni di disoccupati, localizzati perlopiù nelle cinque nazioni. Quelle cinque che da sole determinano quel benessere diffuso di cui ancora oggi gode l’intera Unione Europea.

    (*) Germania Pil 4307 Mld di euro, Francia Pil 2903 Mld di euro, Italia Pil 2200 Mld di euro, Spagna Pil 1583 Mld di euro, Polonia Pil 849 Mld di euro

    (**) Germania 2% delle emissioni globali, Italia 1% delle emissioni globali, Francia 1% delle emissioni globali, Spagna 0,7% delle emissioni globali, Polonia 0,7% delle emissioni globali

    (***) a parità di potere d’acquisto i valori in verità cambiano a favore della Cina che registra un Pil di oltre 27.200 Mld di dollari mentre la Ue si ferma a 17.700

  • ZTL vive la France

    Una timida brezza democratica sembra alzarsi finalmente con l’approvazione da parte del parlamento francese di una legge che mette finalmente fine ad uno strumento di discriminazione come le ZTL dei centri cittadini.

    Attraverso queste impostazioni, espressione di una delega legislativa agli enti locali, viene limitato o addirittura vietato l’accesso alle città sulla base di parametri assolutamente elitari e non certo sulla base di parametri ambientalistici.

    Infatti, quando l’accesso al centro cittadino, come nella attuale normativa, viene determinato dall’anno di produzione dell’auto e non sulle base delle reali emissioni, come naturale conseguenza risulta evidente come il diritto alla mobilità venga negato alla popolazione meno abbiente, che paga una tassazione che invece non prevede limitazioni, in quanto titolare di mezzi più obsoleti rispetto a chi può acquistare mezzi recenti appartenenti a classe di emissioni formalmente meno impattanti. A conferma di questa deriva puramente ideologica giova ricordare come in Italia l’età media delle auto sia di 12 anni e otto mesi e con una cilindrata di 1.553 cc.

    In considerazione quindi di questo asset automobilistico e tornando ai parametri adottati per selezionare “le élite privilegiate che possano accedere al centro storico”, quelli adottati dalle varie amministrazioni comunali nella gestione del traffico cittadino risultano assolutamente antidemocratici.

    Basti ricordare, a conferma, come una Golf del 2010 euro 5 non solo non può in qualsiasi caso accedere al centro per esempio di Milano, ma dovrebbe restare in garage dall’ottobre 2025 pur emettendo 105mg/Km. Mentre un qualsiasi Suv immatricolato nel 2025 gode di libero accesso con 320mg/km di emissioni (quindi emissioni tre volte superiori).

    Questa consolidata selezione dei privilegi è ormai consolidata e viola il principio della non retroattività di una norma giuridica, come il legittimo affidamento che rappresenta un principio che tutela il privato il quale, in buona fede, ha confidato nella correttezza di un atto e comportamento della Pubblica Amministrazione, e che tale situazione si sia consolidata nel tempo.

    Finalmente, e va sottolineato finalmente, viene azzerata una delle forme più vergognose dell’esercizio del potere esecutivo da parte dei sindaci sulla base di una delega legislativa assolutamente arbitraria.

    In questo modo sono state pensate ed applicate le diverse ZTL con interventi discriminatori ed espressione di una anticultura ambientalista e di una mediocrità intellettuale senza precedenti.

    Attraverso questo nuovo ciclo politico espresso in Francia si può interrompere il percorso avviato dall’Unione Europea verso uno stato etico, nel quale i diritti vengono riconosciuti sempre e solo come espressione di comportamenti aderenti ai protocolli dello Stato i quali possono derogare persino dal rispetto dei principi democratici.

    Finalmente viene sottratto ai sindaci quel sottile ed intimo piacere rappresentato dal dispensare privilegi al proprio elettorato, come a Milano o in tutte le città europee.

    Vive la France.

  • Cittadella, “Piacenza Mosaico”: «Distrutta una delle piazze più amate»

    Il Patto Sociale in considerazione delle tante ferite inferte a vari luoghi storici d’Italia, ai tanti abbattimenti inutili e dannosi di alberi propone la nota pubblicata da “il Piacenza” a firma del comitato  ‘Il mosaico’ al quale  va la solidarietà della nostra testata, sempre aspettando giustizia per i cittadini 

    L’intervento del gruppo “Piacenza Mosaico”, nato dal presidio di piazza Cittadella

    «Come gruppo di cittadini che si sono organizzati spontaneamente, a partire dal 24 agosto 2024, per opporsi all’abbattimento degli alberi presenti su Piazza Cittadella e alla costruzione del parcheggio interrato nella zona più antica della città, raccogliendo circa 34.000 firme con una petizione popolare, vogliamo dire la nostra sulla “storia” di questo cantiere. Pensiamo di averne il pieno diritto, in quanto sono i cittadini i veri proprietari della città e i veri protagonisti di una protesta senza precedenti. Perdonateci se in modo molto sommario ripercorriamo alcuni passaggi, ma dobbiamo formulare un quesito finale. Innanzitutto vogliamo ricordare che a partire dal 26 agosto e fino al 7 novembre 2024, ossia 74 giorni e notti di seguito, H24, decine di piacentini, sia semplici cittadini che appartenenti ad associazioni, si sono riuniti ed organizzati in turni “militari”, senza soluzione di continuità, per presidiare in via permanente giorno e notte, la piazza ed impedire l’abbattimento degli alberi. Abbiamo incontrato decine e decine di persone, di diversa estrazione politica, culturale e sociale, assolutamente contrarie allo scempio di una delle piazze più antiche di Piacenza. Al presidio abbiamo avviato una raccolta firme, sia cartacea che su Change.org, che ha ottenuto circa 34.000 firme. Una vera battaglia di civiltà e di tutela del patrimonio artistico ed arboreo, preoccupandoci per la salute di noi tutti, soprattutto per quella delle nuove generazioni. Era l’unico polmone verde in quella zona della città, 11 tigli e 4 cedri atlantici di più di 70 anni, in un contesto tutelato dai Beni Culturali (ex-conventi del 1300 e del 1500, scuderie ducali ottocentesche, Cittadella Viscontea, Palazzo Farnese del Vignola etc). L’opposizione a questa scellerata ed illogica opera è iniziata subito nel 2013 (la concessione a Piacenza Parcheggi è del 2012, inizio giunta Dosi) con il Comitato Piazza Cittadella e Piazza Casali, Legambiente, Italia Nostra, Archistorica, Laboratorio di cultura ed Arte popolare. Da allora, nessun percorso partecipativo, nessuna risposta dal Comune alle tante osservazioni inviate.

    Si arriva al 2024 con una serie di colpi di scena tra i quali una fideiussione falsa e l’assenza di garanzie bancarie (la cosiddetta bancabilità), malgrado ciò, il Comune, consegna comunque l’area alla società appaltatrice non facendosi mancare un miglioramento delle condizioni economiche a favore del Concessionario (dimezzamento del canone, aumento del costo orario delle soste e prolungamento della concessione) con il famigerato Addendum di fine 2023 Si passa poi attraverso l’ordinanza del Giudice Fazio, che impedisce il taglio dei 15 alberi, per la loro preziosa funzione ecosistemica di contrasto alla scadente qualità dell’aria, contro la trasformazione della piazza in una desolata isola di calore, per tutelare il diritto alla salute dei residenti e dei cittadini tutti. Infatti questa inqualificabile opera “pubblica” prevede la messa a dimora di soli 9 piccoli alberi, sistemati in vasi (ma chi ha fatto i calcoli della compensazione ecologica?), una chiusura in cemento sopra al “buco” e stalli per gli autobus. Viene riconosciuto giuridicamente il ruolo ecologico degli alberi per la nostra sopravvivenza, per il contrasto all’ aumento CO2, all’ inquinamento e alle isole di calore.

    Una pietra miliare del diritto alla tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, con richiamo artt. 9 e 41 Cost., con il cambio della gerarchia dei valori, mettendo al primo posto l’ambiente rispetto all’iniziativa economica e all’azione amministrativa. In una città come Piacenza tra le più inquinate in Europa e nel mondo.

    Ma cosa decide di fare il Comune di Piacenza a questo punto? Prende una decisione storica senza precedenti, e scende in campo a fianco del concessionario privato, contro i suoi stessi cittadini, con un ricorso ad adiuvandum che si affianca al reclamo presentato da Piacenza Parcheggi. Il soggetto privato, che miete controversie lungo tutto lo stivale, viene supportato utilizzando soldi pubblici per avvalersi dei servigi di studi legali noti a livello nazionale, in quanto l’Avvocatura interna al Comune era momentaneamente ferma per l’allontanamento della dirigente avvocato Elena Vezzulli.

    Questo in disprezzo alla tutela del verde pubblico e del patrimonio archeologico antichissimo di Piacenza. In disprezzo delle norme di verifica di assoggettabilità al Via (Valutazione d’impatto ambientale). E soprattutto ad una chiara volontà dei cittadini, espressa da una valanga di firme raccolte con la petizione, di non procedere a realizzare un parcheggio in una piazza storica della città.

    Sappiamo tutti cosa è capitato dopo l’accoglimento del reclamo di Piacenza Parcheggi: l’abbattimento degli alberi in una sola giornata, una vera e propria esecuzione (la storica autostazione era stata smantellata nei giorni precedenti), l’effettuazione di lavorazioni di asporto del manto superficiale, qualche scavo intorno alle palizzate, la creazione di un vero e proprio deserto davanti al Palazzo Farnese, il silenzio istituzionale e il cantiere sempre più fermo…anzi fermissimo e l’applicazione di un procedimento di prevenzione collaborativa del Codice Antimafia. Da non dimenticare che a fronte della protesta dei cittadini esasperati, dopo aver subito la distruzione di una delle piazze più amate della città, si è parlato, sia da parte della maggioranza, che dell’opposizione di sinistra, di pericolosa deriva di “fascismo” e di reato di disturbo di comizio elettorale. A questo punto una domanda sorge spontanea: se il Comune ha sempre svolto diligentemente il suo ruolo di controllo nei confronti del concessionario privato, e quindi di soggetto controllore super partes, portatore di interessi pubblici, come mai ha agito in giudizio “ad adiuvandum” al reclamo del privato contro i propri cittadini?».

    Piacenza Mosaico

  • La Commissione propone di esentare i veicoli pesanti a emissioni zero dai pedaggi stradali fino al 2031

    Per stimolare e favorire la competitività del trasporto su strada sostenibile, la Commissione europea propone di esentare i veicoli pesanti a emissioni zero dai pedaggi stradali e dai diritti di utenza.

    Come promesso nel piano d’azione industriale per il settore automobilistico europeo, la Commissione propone di prorogare l’attuale periodo di esenzione dal 31 dicembre 2025 al 30 giugno 2031, fornendo alle imprese un incentivo significativo a investire in veicoli pesanti a emissioni zero.

    Il costo iniziale di questi veicoli è attualmente più elevato rispetto agli omologhi convenzionali, il che li rende meno attraenti per gli acquirenti. Questo rimane uno dei principali ostacoli a una loro più ampia diffusione. Esentando da pedaggi e diritti di utenza, l’UE intende rendere gli autocarri e gli autobus a emissioni zero un’opzione più praticabile per le imprese.

    Il periodo di esenzione proposto sarà sincronizzato con i livelli di prestazione dell’UE in materia di emissioni di CO2 dei veicoli pesanti nuovi, che puntano a una riduzione delle emissioni del 43% entro il 2030.

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