Sostenibilità

  • Le contraddizioni per l’interesse di Stato

    La promessa, e ormai la quasi certezza, dopo l’approvazione parlamentare del PNRR, di una disponibilità finanziaria garantita dal Recovery Fund ha dato vita ad una imbarazzante esplosione di voli pindarici applicati al mondo dell’economia dalla politica senza precedenti.

    Uno degli aspetti più preoccupanti della gestione pandemica, da febbraio 2020 ad oggi, è evidentemente l’incapacità di comprendere le conseguenze di questo shock sanitario e delle devastanti conseguenze economiche e occupazionali.

    In questo contesto di confusione la scelta del termine ‘Resilienza’ dovrebbe indicare la volontà di riportare il nostro Paese alle condizioni precedenti la pandemia da covid-19, in quanto la resilienza è la capacità di un filato di tornare alla sua forma originale dopo essere stato sottoposto ad una pressione. Il concetto di ‘Rivoluzione’ utilizzato dagli esponenti dei partiti di maggioranza risulterebbe sicuramente distonico col titolo stesso del Piano finanziario e quindi con gli obiettivi indicati.

    Al di là, tuttavia, delle contraddizioni scaturite persino nel titolo adottato, esponenti del governo e i maggiori leader dei partiti di questa ma anche delle precedenti maggioranze hanno abbracciato, vinti dall’euforia finanziaria (buona parte a debito per altro), questi temi a forte impatto mediatico senza comprenderne la loro trasposizione all’interno della realtà economica quotidiana. Tra questi sicuramente quelli più gettonati possono venire individuati nella digitalizzazione della pubblica amministrazione unita alla transizione ecologica la quale ha raggiunto addirittura i connotati di una dottrina “religiosa”.

    In particolar modo, per quanto riguarda l’ultimo argomento, nessuno ha intenzione di negare l’importanza, all’interno di un sistema economico evoluto, di indicare in modo chiaro un valore economico in relazione ad un minore impatto ambientale da poter inserire nelle caselle degli stessi bilanci. Un valore, quindi, che deve essere documentabile perché altrimenti rimarrebbe semplicemente un’espressione di un contenuto etico difficilmente trasportabile all’interno dell’agone economico.

    Contemporaneamente si avverte sempre più nitida la sensazione di come a questi postulati con connotati ancora troppo ideologici non corrispondano comportamenti adeguati e consoni, espressione della fedeltà a questi principi nella vita quotidiana e soprattutto nelle strategie economiche e nelle conseguenti politiche normative e fiscali.

    La transizione ecologica, una volta individuato il valore economico da inserire in bilancio, dovrebbe rappresentare la direzione verso la quale muoversi attraverso delle politiche fiscali incentivanti, l’accorciamento delle filiere e la tutela del made in Italy (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/ 5/3/2020).

    Contemporaneamente una attenta politica fiscale innovativa con l’applicazione di una Border carbon tax fornirebbe l’opportunità di riproporre la concorrenza su basi normative e di impatto ambientale condivise (https://www.ilpattosociale.it/attualita/sostenibilita-e-competitivita/ 22.02.2021).

    Inoltre, per la prima volta, l’imposizione di una tassa sui prodotti provenienti dalle economie con standard ambientali decisamente inferiori rispetto a quanto richiesto alle nostre produzioni avrebbe il merito di innescare una positiva rincorsa decisamente concorrenziale verso l’evoluzione dei sistemi produttivi a sempre minore impatto ambientale proprio per evitare questo tipo di tassazione.

    Questi due semplici ma reali obiettivi rappresenterebbero la direzione verso la quale l’azione del governo in carica e il parlamento dovrebbero dirigere la propria attenzione, consapevoli dell’importanza di trovare un equilibrio sostenibile tra innovazione e ed economia reale.

    In questo contesto come logica conseguenza sarebbe fortemente auspicabile un comportamento coerente di tutti i manager operanti all’interno delle società a partecipazione statale nominati dal governo attuale e da quelli precedenti.

    All’interno delle aziende con lo Stato stesso come azionista l’azione di moral suasion del governo stesso dovrebbe trovare espressione nelle strategie economiche come primo atto di una presa di coscienza di una rinnovata attenzione all’impatto ambientale nella gestione aziendale. Non va dimenticato, infatti, come lo Stato, in quanto azionista di maggioranza, attraverso il proprio management, determini l’attività economica all’interno dei mercati concorrenziali. Dovrebbe risultare facilmente riscontrabile perciò la coerenza tra l’azione dei manager nominati dallo Stato e dal governo e i principi scelti ed adottati dal medesimo governo e quindi imposti a tutti gli altri attori del palcoscenico economico.

    Poste Italiane S.p.A è controllata al 29,3% dal Mise e al 35% da cassa depositi e prestiti, il management di conseguenza risulta di nitida espressione governativa. Questa azienda ha assegnato ad una società francese la fornitura delle buste le quali verranno prodotte in Romania per rendere economicamente sostenibile la riduzione del 8% del prezzo indicato da Poste Italiane. In questo senso, quindi, il management, disattendendo quanto indicato dallo stesso governo, continua nel perseguire una strategia economica finalizzata solo a privilegiare il minor costo indipendentemente dal conseguente maggior impatto ambientale, espressione di una produzione delocalizzata lontana dal mercato di utilizzo che inevitabilmente comporta.

    In più, disattendendo clamorosamente all’innovazione governativa di una attenzione alla transazione ecologica, contemporaneamente si penalizza il sistema industriale italiano, espressione già da anni di standard di minor impatto ambientale tra i migliori in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/ 10.12.2018).

    Questa vergognosa strategia seguita da un’azienda partecipata dal Mise e da CdP dimostra, ancora una volta, come i principi di attenzione all’ambiente, che si trasformeranno probabilmente in nuovi vincoli per gli operatori economici, non saranno validi per le aziende che operano in nome del governo.

    Questo doppiopesismo esclusivamente a favore delle società a partecipazione statale risulta ormai intollerabile ed insopportabile. Viene dimostrato, ancora una volta, come una disciplina normativa possa venire tranquillamente disattesa da chi opera in virtù di un mandato governativo a tutela di interessi statali “superiori”.

    In questo senso sempre più ci si avvicina ad una economia socialista e contemporaneamente ci si allontana da una liberale e democratica.

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo provvisorio sulla legge europea sul clima

    La Commissione ha accolto con favore l’accordo provvisorio tra i colegislatori sulla legge europea sul clima. Elemento fondamentale del Green Deal europeo, la legge europea sul clima sancisce l’impegno dell’UE a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. L’accordo della legge europea sul clima è una pietra miliare per la Commissione von der Leyen, in quanto tiene fede a uno degli impegni annunciati negli orientamenti politici della Presidente nel luglio 2019.

    Oltre all’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, l’accordo rafforza il quadro d’azione europeo per il clima grazie agli elementi seguenti: un ambizioso obiettivo climatico per il 2030: ridurre le emissioni nette di almeno il 55 % rispetto al 1990 precisando il contributo delle riduzioni e degli assorbimenti delle emissioni; il riconoscimento della necessità di rafforzare il pozzo di assorbimento del carbonio dell’UE attraverso un regolamento LULUCF più ambizioso, sul quale la Commissione presenterà proposte nel giugno 2021; il processo di definizione dell’obiettivo climatico per il 2040, tenendo conto del bilancio indicativo per i gas a effetto serra sul periodo 2030-2050 che sarà pubblicato dalla Commissione; un impegno sulle emissioni negative dopo il 2050; l’istituzione di un comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici che formulerà pareri scientifici indipendenti; disposizioni più rigorose sull’adattamento ai cambiamenti climatici; una forte coerenza tra le politiche dell’Unione e l’obiettivo della neutralità climatica; l’impegno di avviare un dialogo con i vari settori per elaborare tabelle di marcia settoriali che indichino il percorso verso la neutralità climatica nei diversi comparti dell’economia.

    La Commissione ha presentato la proposta di legge europea sul clima il 4 marzo 2020. Una volta approvato formalmente da Parlamento e Consiglio l’accordo, la legge europea sul clima sarà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione ed entrerà in vigore.

    Fonte: Commissione europea

  • La strategia dell’UE per ridurre i rifiuti di plastica

    Ogni anno gli europei generano 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma meno del 30% viene raccolto per essere riciclato. Una parte viene esportata per essere smaltita da paesi terzi mentre il resto va in discarica, viene incenerito oppure, nel peggiore dei casi, non viene raccolto e finisce per disperdersi nell’ambiente, inquinando soprattutto foreste, spiagge, fiumi e mari.

    Nel tentativo di contrastare l’inquinamento da plastica, la Commissione europea ha adottato una strategia approvata dal Parlamento europeo nel settembre 2018.

    Uno degli obiettivi della strategia per contrastare i rifiuti di plastica è quello di rendere tutti gli imballaggi di plastica riutilizzabili o riciclabili entro il 2030. Gli eurodeputati hanno approvato una risoluzione non vincolante che impone un livello minimo di contenuto di plastica riciclata per alcuni prodotti di plastica e al contempo stabilisce degli standard qualitativi per la plastica riciclata.

    Le microplastiche sono particelle molto piccole di materiale plastico che misurano generalmente meno di 5 millimetri. Sono crescenti le quantità di microplastiche ritrovate in mare, nel cibo e nelle bevande.

    Gli europarlamentari hanno richiesto che l’utilizzo di microplastiche appositamente aggiunte (ad esempio nei cosmetici e nei prodotti per la cura personale e per la pulizia) venga vietato entro il 2020. Hanno proposto inoltre delle norme più severe per ridurre significativamente il rilascio involontario di microplastiche da prodotti quali i tessuti sintetici, gli pneumatici, le vernici e i mozziconi di sigaretta.

    La strategia adottata dall’UE comprende anche le plastiche monouso. A dicembre 2018 i legislatori europei, Parlamento e Consiglio, hanno approvato il divieto dell’uso di alcuni prodotti in plastica monouso, come posate, piatti e bastoncini per palloncini, e l’obbligo per i produttori degli imballaggi di plastica di contribuire ai costi di raccolta dei rifiuti per tali prodotti.

    Le norme relative alla riduzione dei sacchetti di plastica più comuni e più inquinanti erano state approvate dal Parlamento nel 2015.

  • Cittadini e innovazione al centro del programma Horizon Europe

    Si ispira alle missioni Apollo che portarono l’uomo sulla Luna l’atteggiamo con il quale la Commissione europea ha impostato il programma Horizon Europe, il programma per la ricerca e l’innovazione per il periodo 2021-2027. Cinque le missioni sulle quali l’Ue lavorerà nei prossimi anni: contrasto ai cambiamenti climatici, lotta contro il cancro, costruzione di città verdi, protezione degli oceani e quella dei suoli. Un’evidente attenzione alla protezione del pianeta e al benessere dei cittadini. Per ciascuna area di intervento sono infatti definiti target entro il 2030 per quel che riguarda le vite salvate, il mantenimento di ecosistemi, l’aumento della sostenibilità del nostro stile di vita.
    Il successo delle missioni vedrà come primo punto il coinvolgimento dei cittadini che deve avvenire non solo nella fase di identificazione delle questioni fondamentali per i prossimi decenni, ma anche in quella di implementazione e di valutazione.
    Un secondo elemento riguarda le modalità di finanziamento.
    Una delle novità introdotte da Horizon Europe consiste nella creazione dello European Innovation Council (EIC), con un budget di 10 miliardi di euro per l’intera programmazione. L’EIC si pone l’obiettivo di identificare, sviluppare e implementare innovazioni ad alto rischio, di carattere pioneristico, con un alto impatto sulla società e potenzialmente creatrici di nuovi mercati.
    Un ultimo fattore chiave consiste nel ruolo del settore pubblico. Oltre ad avere una funzione normativa rivolta a creare le condizioni del mercato, all’azione pubblica sarà richiesto di portare avanti investimenti pubblici di dimensioni significative,

    Le missioni europee dovranno essere uno strumento per trovare soluzioni innovative ad alcune delle sfide più difficili che il mondo sta affrontando. Compito che richiederà per molti anni una mobilitazione di risorse, capacità e partecipazione molto ampia per raggiungere un grande obiettivo: il nostro stesso benessere, se non addirittura la nostra sopravvivenza.

  • I ghiacciai dell’Antartide ormai sono andati

    I segnali e le osservazioni raccolte dai satelliti già lo facevano ipotizzare, ma ora è arrivata la prima conferma: lo scioglimento di due dei maggiori ghiacciai antartici, Pine Island e Thwaites, ha raggiunto il punto di non ritorno. Si ritiene che lo scioglimento dei ghiacci in questa regione, ormai inarrestabile, potrebbe portare al collasso dell’intera piattaforma di ghiaccio dell’Antartide occidentale, che contiene abbastanza ghiaccio da far innalzare di oltre tre metri il livello dei mari. A indicarlo è il modello elaborato e pubblicato sulla rivista Cryosphere, dai ricercatori dell’università Northumbria, guidati da Sebastian Rosier.

    Si tratta della prima conferma che questo importante ghiacciaio della calotta occidentale, grande quanto due terzi del Regno Unito, potrebbe aver raggiunto il punto di non ritorno. “La possibilità che Pine Island fosse entrato in una fase instabile di ritiro era già stata sollevata, ma il nostro studio è il primo a confermare che ha superato questa soglia critica”, commenta Rosier. Pine Island e Thwaites, che insieme contribuiscono per circa il 10% all’innalzamento del livello dei mari, “sono sotto sorveglianza da parecchi anni – ha spiegato all’Ansa Massimo Frezzotti, docente di Geografia fisica presso l’università di Roma Tre e ricercatore dell’Enea – ma finora i modelli glaciologi non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma che le soglie limite sono già state superate, per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano”.

    La temperatura delle acque in Antartide, continua Frezzotti, “è di -2°, ma ora stanno entrando acque di 2-3°, con grande temperatura di fusione”. Si è così osservato “dove i ghiacciai si stanno ritirando a contatto tra ghiaccio o oceano, è proprio dovuto a queste acque calde”. L’Antartide occidentale poggia su una base al di sotto il livello del madre, e l’arretramento di questa parte galleggiante fa entrare queste acque calde più in profondità. “Ciò potrebbe far collassare la calotta e portare all’innalzamento globale dei mari di 3 metri. Tanto per fare un esempio delle conseguenze, Venezia verrebbe sommersa”, sottolinea Frezzotti.

    I risultati di questo studio devono far riflettere sul fatto che ciò che succede in Antartide e Groenlandia, conclude l’esperto, “che sono i motori freddi del pianeta e sono dai noi percepiti così lontani, hanno un impatto generale. Se si riscaldano, tutta la circolazione si scalda, e si passa da una situazione stabile ad una fase instabile”. 

  • Programma LIFE: l’UE investe 121 milioni di euro in progetti a favore dell’ambiente, della natura e dell’azione per il clima

    La Commissione europea, lo scorso 17 febbraio, ha annunciato investimenti per 121 milioni di euro in nuovi progetti integrati nell’ambito del programma LIFE per l’ambiente e l’azione per il clima. Questa somma – aumentata del 20 % rispetto allo scorso anno – stimolerà la ripresa verde e aiuterà Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovacchia a raggiungere i loro obiettivi ambientali. Si prevede che nei progetti integrati confluiranno ingenti fondi supplementari: gli Stati membri potranno quindi contare anche su altre fonti di finanziamento dell’UE, compresi i fondi agricoli, strutturali, regionali e per la ricerca, oltre ai fondi nazionali e agli investimenti del settore privato.

    I nuovi finanziamenti LIFE, più cospicui, sosterranno 12 progetti su larga scala connessi all’ambiente e al clima in 11 Stati membri.

    I progetti integrati migliorano la qualità della vita dei cittadini aiutando gli Stati membri a conformarsi alla normativa dell’UE in sei settori: natura, acqua, aria, rifiuti, mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai cambiamenti climatici. Sostengono i piani necessari per attuare la legislazione in materia di ambiente e clima in modo coordinato e su vasta scala territoriale. Gli investimenti annunciati oggi nel quadro del programma LIFE saranno in grado di mobilitare importanti finanziamenti complementari provenienti da altre fonti UE, compresi i fondi agricoli, regionali e strutturali e Orizzonte 2020, oltre ai contributi di attori nazionali e regionali e di investitori privati.

    Il programma LIFE è lo strumento finanziario dell’UE per l’ambiente e l’azione per il clima. Attivo dal 1992, ha cofinanziato più di 5.500 progetti nell’UE e oltre; il numero di progetti in corso si attesta costantemente sui 1.100. La dotazione per il periodo 2014-2020 era pari a 3,4 miliardi di euro a prezzi correnti, mentre l’accordo politico sul bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2021-2027 prevede una dotazione di 5,4 miliardi di euro a prezzi correnti, con un aumento di quasi il 60 %.

  • Sostenibilità e competitività

    In risposta agli effetti devastanti sotto il profilo sociale ed economico dovuti anche a fattori preesistenti ed amplificati dall’impatto della pandemia molto spesso si indica la necessità di una ripresa anche culturale del nostro Paese negli ultimi vent’anni.

    In modo alquanto superficiale o comunque parziale si è portati a far credere come una ripresa culturale italiana, che avrebbe indubbiamente degli effetti positivi anche economici, si possa identificare essenzialmente nella valorizzazione del nostro patrimonio culturale e storico. Indubbiamente il patrimonio culturale italiano, al quale va sicuramente aggiunto anche il patrimonio ambientale che rende il nostro Paese unico al mondo, va valorizzato nella sua articolata complessità.

    Questa “rinnovata” strategia, tuttavia, non rappresenta una vera e propria svolta culturale della quale l’Italia sente il bisogno ma soprattutto non presenta i connotati di un vero e proprio riscatto culturale. Da troppo tempo, probabilmente proprio a causa delle barriere culturali che nascono da preconcetti ideologici, competitività e sostenibilità vengono considerate strategie ed obiettivi incompatibili all’interno di una strategia di crescita economica complessa. Buona parte dei sostenitori della priorità del perseguimento degli obiettivi di sostenibilità individuano nell’industria e nei prodotti che questa propone il principale veicolo di inquinamento dimenticando, per esempio, come una semplice email produca 2 gr di Co2.

    Partendo, quindi, da questo principio prevalentemente ideologico risulta evidente come venga individuato, per il conseguimento degli obiettivi di sostenibilità, l’aggravio della tassazione già insostenibile per le imprese italiane come per gli utenti. In questo senso infatti il (per fortuna) ex ministro Costa del governo Conte 2 aveva proprio in animo di aumentare la tassazione e le accise sui carburanti. La sintesi di tali approcci ideologici non fa altro che tradursi in un aggravamento della competitività del “Sistema Italia” all’interno di un mercato globale.

    Non sazi dell’utilizzo della leva fiscale come strumento per il conseguimento della sostenibilità del sistema si è arrivati addirittura ad una ridicola Sugar e Plastic Tax: la prima addirittura espressione di uno Stato etico nel quale vengono penalizzati fiscalmente gli stili di vita. Questo approccio, quindi, si accontenta di penalizzare la competitività di un sistema economico nazionale come espressione della vittoria di un’ideologia ambientalista assolutamente svincolata dal contesto di una economia reale. Viene premiato, in altre parole, il semplice ritorno mediatico immediato rispetto alla concretezza delle misure attuate il cui peso si ripercuote sulla competitività delle imprese a favore di quelle del Far Est esentate da questa “virtuosa leva fiscale” ambientalista.

    Dall’altra parte ed in fortissima contrapposizione rispetto agli effetti come all’utilizzo della leva fiscale la ricerca della competitività ha spinto molte industrie a delocalizzare in paesi a basso costo di manodopera anche all’interno della stessa Unione Europea con l’obiettivo di ottenere in primis una maggiore competitività grazie ad un costo del lavoro inferiore ma soprattutto una maggiore redditività e remunerazione del capitale investito. Il costo del lavoro complessivo inferiore, va ricordato, è espressione anche di normative assolutamente tolleranti relative al rispetto dei già minimi fattori di sostenibilità produttiva.

    Se questo, seppure in maniera semplificata, rappresenta il contesto di partenza dal quale elaborare delle innovative strategie economiche in grado di offrire una sintesi tra i due obiettivi maggiore sostenibilità e maggiore competitività di insieme forse possono intravedersi i primi timidi segnali di un vero risveglio culturale del quale non solo il nostro Paese sembra averne bisogno.

    Uno degli aspetti fondamentali che attraggono investimenti all’interno di paesi a basso costo di manodopera è determinato anche da una normativa alquanto lacunosa in termini di tutele del personale impiegato quanto dell’ambiente circostante. In altre parole, in determinati paesi si possono utilizzare tipologie di produzione anche con l’utilizzo di determinate lavorazioni assolutamente incompatibili con le normative europee e statunitensi. Prima più timidamente Obama, successivamente con maggiore decisione Trump, ora l’amministrazione Biden hanno riportato al centro dello sviluppo economico del proprio Paese la tutela della produzione made in USA.

    In questo contesto di rinnovata attenzione all’economia reale assume sempre maggiore importanza un nuovo approccio economico decisamente innovativo. Partendo infatti dalla salvaguardia della competitività di impresa e del sistema economico, che rappresentano fattori di sviluppo, questi possono essere preservati solo attraverso un minimo di normative condivise a tutela dei lavoratori, del consumatore e della sostenibilità ambientale. Allora ecco come comincia a delinearsi quel salto culturale al quale si accennava precedentemente.

    Al fine di superare il contrasto tra la ricerca di una maggiore sostenibilità, molto spesso opposta alla competitività, e la avveduta politica governativa si apre l’opportunità di intervenire con l’obiettivo di creare una sintesi tra i due fattori. All’interno, infatti, di questa nuovo pensiero economico viene richiesto allo Stato di inserire una Border Carbon Tax la quale dovrebbe venire applicata a tutti i prodotti, di consumo o intermedi, i quali siano espressione di economie i cui sistemi normativi risultino al di sotto di standard minimi di sostenibilità ambientale applicati viceversa alla produzione nazionale. Questa tassazione non si ripercuoterebbe sulla competitività delle imprese ma solo sulle importazioni da paesi con bassissimi standard di eco compatibilità e sostenibilità. I proventi di tale tassazione andrebbero investiti per finanziare ulteriori evoluzioni verso una maggiore sostenibilità complessiva avviando quindi un processo virtuoso nella rincorsa alla maggiore sostenibilità possibile sia nei paesi dove questa tassazione venga applicata quanto in quelli che non intendano subirla.

    In altre parole, come il recente blocco di una fornitura di filati di cotone made in China voluta dalla presidenza Biden, in quanto negli stabilimenti veniva utilizzato personale in stato di schiavitù, ora alla stessa amministrazione viene proposto il diverso utilizzo della leva fiscale per la prima volta finalizzata per un duplice obiettivo. Il doppio effetto sarebbe quello di ridare competitività alle produzioni all’interno dei paesi che hanno subito in questi ultimi anni l’effetto speculativo delle delocalizzazioni e di finanziare l’evoluzione sostenibile. Contemporaneamente tutte le nazioni che dovessero subire questa tassazione sarebbero incentivate ad una maggiore ricerca di sistemi produttivi con minore impatto ambientale. Il combinato di questi due politiche porterebbe tanto i paesi già evoluti quanto quelli in via di sviluppo complessivamente ad una maggior ricerca di una riduzione dell’impatto ambientale dei sistemi economici nazionali.

    Per una volta, quindi, il corretto utilizzo della leva fiscale potrebbe rappresentare quel riscatto culturale nel nostro Paese come del mondo occidentale nel suo complesso. Riuscire attraverso un equo quanto corretto intervento dello Stato in linea con questo nuovo dottrina economica ad avviare un processo virtuoso attraverso la leva fiscale la quale, per la prima volta, invece di diminuire la competitività innescherebbe un nuovo percorso virtuoso.

    La rivoluzione culturale viene rappresentata dall’abbandono di una cultura ambientalista da sempre penalizzante per i paesi dell’economia occidentale per passare attraverso l’utilizzo della leva fiscale per innescare un processo virtuoso verso una sostenibilità globale che coinvolga tutti gli attori del mercato globale.

    Se la competitività rappresenta un fattore del mercato globale la sostenibilità non può di certo scaturire da un sistema normativo nazionale o al massimo europeo esentando il resto degli attori dello stesso mercato mondiale.

  • La “transizione ideologica” verso la sharing economy

    Uno dei pilastri della ideologia ambientalista viene rappresentato sicuramente dalla sharing Economy opposta all’economia tradizionale perché quest’ultima si basa sull’acquisto del bene, quindi espressione del “becero ed anacronistico” consumismo a “forte impatto ambientale”.

    La condivisione, invece, tra più soggetti del medesimo bene, specialmente se nell’ambito della movimentazione urbana, diventa un vero e proprio Must per questa nuova ideologia sharing tanto da riconoscerle i connotati di economy. Se poi, a questa ora sharing economy si aggiunge anche l’alimentazione elettrica dei monopattini il quadro idilliaco ed astrale proposto dalle diverse forme di ideologia ambientalista prende forma.

    Lo stesso governo dimissionario Conte ha sostenuto fiscalmente (ovviamente a debito) l’acquisto di monopattini elettrici individuati come la via maestra per abbattere le emissioni di CO2 all’interno del perimetro urbano. Una scelta basata su paradigmi e luoghi comuni privi di ogni riscontro verificabile ma al tempo stesso espressione di una ideologia politica la cui sintesi trasforma questa nuova attenzione verso l’ambiente in una vera e propria ideologia svincolata spesso dal semplice riscontro relativo ai dati reali.

    Risultano, viceversa, fondamentali nella valutazione dell’impatto ambientale proprio la attendibilità delle fonti di quei dati come base giustificativa di un’ideologia, per non diventare invece l’anello debole di questo rinnovato integralismo ambientalista.

    Arcadis (*) è una società multinazionale di ingegneria quotata al NASDAQ e che si occupa anche di consulenza ambientale tanto da detenere la leadership mondiale. Attraverso una propria ricerca relativa all’impatto ambientale appunto dei monopattini elettrici in sharing ha potuto stabilire come l’emissione di CO2 per km dei monopattini sia pari a 105,5 grammi per km. Solo per fornire un confronto una Mercedes 350 de (elettrodiesel) ne emette 29gr/Co2 mentre una Golf 2000 turbo diesel 102gr/Co2. Una Toyota Yaris full hybrid 64gr/Co2 mentre una FcA Panda mild hybrid 89gr/Co2 (**). Una motocicletta al di sotto di 750 cc emette invece 204gr/Co2 i quali diventano 231gr/Co2 per le cilindrate superiori.

    Nella valutazione delle emissioni di Co2 viene tenuto in considerazione il processo produttivo, che per quanto riguarda i monopattini elettrici avviene nell’estremo Oriente, il quale non garantisce il rispetto di nessun parametro ambientale unito ovviamente alla valutazione della quota inquinante per permettere ai monopattini di arrivare sui mercati in relazione al ciclo di vita medio degli stessi monopattini che risulta essere di 18 mesi.

    Questa valutazione complessiva ed articolata ridicolizza le posizioni degli ultimi anni sostenute dalle diverse frange ambientaliste quanto dai sindaci delle diverse città italiane, espressione delle più diverse forze politiche.

    Contemporaneamente ripropone ancora una volta come all’interno di una rinnovata o corretta attenzione all’impatto ambientale la riduzione della filiera produttiva, da anni proposta da chi scrive come vera opzione strategico produttiva, rappresenta una scelta non solo vantaggiosa sotto il profilo economico ma valida sotto il profilo della compatibilità e della sostenibilità ambientale.

    Risulta evidente da questi dati come buona parte dell’ideologia ambientalista rappresenti il veicolo politico per contestare un sistema economico assolutamente perfettibile ma espressione imperfetta di una visione liberale e democratica opposta ad un integralismo socialista tipico degli ambienti ambientalisti.

    La complessiva digitalizzazione dell’economia e della conoscenza dovrebbe rappresentare un’occasione per tutti per abbandonare strategie basate sulla semplice ideologia politica e passare senza timore ad ideologie politiche ed ambientaliste basate sulla conoscenza, ora disponibile liberamente. Invece si continua con i soliti luoghi comuni legati a schieramenti politici più che alla valutazione oggettiva delle varie opzioni anche in ambito di sostenibilità nella complessa ed articolata questione ambientalista.

    Non possedere una conoscenza approfondita all’interno di un determinato settore non è grave in quanto facilmente colmabile attraverso la volontà di accedere ad una aggiornamento come ad un approfondimento, ignorare o peggio ancora negare la realtà con i suoi dati per pura scelta ideologica rappresenta la peggiore forma di stupidità.

    (*) www.arcadis.com

    (**) valori di CO2 che vanno divisi ovviamente per il numero di passeggeri presenti in auto

  • Solo con la crescita economica si ottiene la vera sostenibilità

    Iniziano a trapelare, con interesse progressivo, le anticipazioni del programma che il presidente incaricato Mario Draghi ha intenzione di sottoporre alle forze politiche.

    Per cominciare, viene indicata la rinnovata spinta alla digitalizzazione della pubblica amministrazione che rappresenta sicuramente un fattore positivo sotto il profilo funzionale. Questo processo “innovativo” non può non tener conto di un’analisi più approfondita relativa alle dinamiche della produttività della pubblica amministrazione rispetto al settore privato. Dal 1999 la produttività del settore privato, dato 100 il valore base, è aumentata di 29 punti mentre quella nella pubblica amministrazione è diminuita di 12,5 punti (87.5).

    In altre parole, il processo ancora incompleto della digitalizzazione non ha comportato alcun miglioramento dei servizi ma paradossalmente un loro progressivo peggioramento (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Una perdita di produttività che non solo aumenta i tempi e diminuisce il livello del servizio reso dalla P.A. ma vanifica anche gli sforzi compiuti dalle imprese private nell’aumentare la propria dovendo competere all’interno di un mercato globale e competitivo.

    Una sfida importante per il sistema economico italiano il quale deve poter contare sulla sicurezza di un pacchetto di servizi offerti dalla pubblica amministrazione, altrimenti la stessa struttura diventa un fattore anticompetitivo.

    Oltre a questi aspetti di natura puramente economica non si può non rilevare come il lungo processo di digitalizzazione si stia amaramente trasformando nel semplice trasferimento di ogni onere sull’utenza finale di cui i clickday ne rappresentano l’evento più eclatante.

    In altre parole, una vera riforma della Pubblica Amministrazione deve comprendere al proprio interno il fattore tecnologico e digitale ma deve porsi anche un obiettivo assolutamente nuovo. Questo traguardo viene rappresentato dal trasferimento della centralità, assolutamente autoreferenziale, della pubblica amministrazione alla prevalenza degli interessi dell’utenza e porre, quindi, al centro della propria mission l’utenza la quale deve trovare un supporto professionale alla propria vita quotidiana come al proprio lavoro.

    Un cambiamento epocale che potrebbe trasformarsi in un fattore “psicologico” importante per l’utenza complessiva con l’implicito obiettivo di ritrovare anche una nuova fiducia (sentiment) nei confronti dello Stato. Una incertezza legata alla mancanza di fiducia della relazione con lo Stato la quale concorre, unita a quella economica, a produrre il progressivo aumento dei risparmi come forma di difesa.

    Questa terribile pandemia, a distanza di un anno, ha causato dei danni incredibili ed inimmaginabili i cui effetti devono essere assolutamente limitati proprio dall’azione del programma del nuovo governo.

    Tutte le giuste riforme ipotizzate, P.A e Giustizia, sicuramente sono importanti per snellire i tempi della Giustizia (fattore fondamentale nell’attrarre investimenti esteri) specialmente in ambito civile.

    La vera crescita della ricchezza prodotta, e quindi del PIL, viene tuttavia favorita soprattutto dalle strategie che propongono scelte effettive e concrete. In altre parole, il governo incaricato dovrà porsi degli obiettivi e degli strumenti reali per il loro raggiungimento.

    In questo contesto può dimostrarsi utile e costruttivo anche copiare da altri modelli economici ed industriali di successo. Ecco, allora, come la riduzione della filiera produttiva risulti ora, non solo logisticamente ma anche economicamente, competitiva ed in questo senso andrebbe supportata da una fiscalità di vantaggio come azione di supporto del governo in carica. Contemporaneamente la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più di nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Una strategia che dovrà vedere impegnati sicuramente anche il mondo industriale il quale non dovrà più solamente cercare il costo minore nel mondo produttivo globale ma privilegiare la qualità di un prodotto intermedio che possa assicurare anche una tempistica molto più veloce per rispondere ad un mercato sempre più impaziente.

    Risulta evidente, quindi, come lo sforzo debba essere compiuto tanto dallo Stato, che deve cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dell’utenza, quanto dal mondo imprenditoriale. Contemporaneamente la riallocazione all’interno del perimetro nazionale delle filiere produttive rappresenta una strategia vincente a differenza di quella esclusivamente finalizzata all’ottenimento della massima remunerazione del capitale (sempre legittima ma molto speculativa se ottiene la deindustrializzazione del proprio paese).

    In questo rinnovato contesto anche la stessa adozione di modelli di paesi appartenenti alla medesima area democratica e liberale occidentale, come gli Stati Uniti, rivelarsi, estremamente validi tali da venire adottati nel nostro Paese con l’esplicito fine di ridare forza alla crescita della ricchezza e del valore aggiunto. Non a caso la nuova amministrazione statunitense sotto la guida di Biden ha reso già da ora più vincolante il protocollo per ottenere il made in USA e contemporaneamente ha adottato l’obbligatorietà per le aziende che lavorino con l’amministrazione statunitense di produrre beni e servizi all’interno degli Stati Uniti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). In questo senso è esemplare l’importante blocco di un lotto di importazioni di filati di cotone provenienti dalla Cina in quanto la produzione utilizzava dei rappresentanti delle minoranze etniche in vere condizioni di schiavitù. Questo ultimo episodio dimostra ed apre anche nel nostro Paese il nuovo concetto di sostenibilità la quale non deve essere esclusivamente relativa alla riduzione per quanto possibile dell’utilizzo dell’energia quanto invece l’espressione di una rinnovata tutela del prodotto espressione di una intera filiera produttiva come sintesi di know how industriale, artigianale e professionale.

    La vera Green Economy è quella in grado di ridurre al massimo l’utilizzo della energia ma contemporaneamente si pone l’obiettivo di tutelare i prodotti come espressione di professionalità che intervengono da monte a valle nella articolata produzione di prodotti complessi.

    In questo contesto di rinnovato riconoscimento della capacità produttiva e propositiva e della sua capacità di accrescere il Pil potrebbe sembrare inutile e quasi manieristico ricordare come la tutela del made in Italy, esattamente come ora negli Stati Uniti, risulti uno dei più importanti fattori che possano assicurare la crescita e l’occupazione del nostro Paese.

  • Il respiro del mare

    Ciao Giulia. Ci racconti un po’ di te? Del tuo percorso formativo? 

    Mi sono laureata a Genova in Scienze Ambientali Marine sviluppando un progetto per la Gestione della Fascia Costiera in Liguria, ma ho sempre cercato di passare il più tempo possibile in mare aperto. Ho avuto la fortuna di salire a bordo della Nave Oceanografica Urania per diverse volte, grazie al CNR, partecipando ad alcune campagne oceanografiche nel Mediterraneo. La cosa strana è che in realtà all’epoca (prima e dopo la laurea) non mi immaginavo nel campo del monitoraggio dei mammiferi marini. Ricordo ancora quando nel 2013 durante la navigazione alla Baleari, a bordo dell’Urania, i miei colleghi non in turno videro tre capodogli affiancarsi alla nave. Mi chiamarono, ma io ero di turno al laboratorio di analisi chimica e a quanto pare non mostrai nemmeno troppo entusiasmo quando mi trascinarono fuori per vedere i cetacei. Chi lo avrebbe detto che da lì a sette anni sarebbero diventati l’obiettivo del lavoro del mio team con Menkab. Eppure da bambina obbligavo mio padre a regalarmi qualunque cosa a forma di orca o delfino.

    Storia e obiettivi dell’Associazione Menkab?

    L’Associazione Menkab: il respiro del mare è nata nel 2010 a sostegno delle attività di ricerca scientifica e di educazione ambientale dedicate al Mar Mediterraneo e per contribuire alla protezione del suo ecosistema. Per raggiungere questo obiettivo il team collabora con Università italiane e straniere, altre Associazioni e Società che lavorano nel campo della comunicazione e della divulgazione scientifica.

    Ci parli del tuo gruppo di lavoro

    Il team è eterogeneo. Questo è uno dei nostri punti di forza. Abbiamo sempre da imparare l’uno dall’altro. Menkab è stata fondata dal Professor Maurizio Wurtz, che non solo è un grandissimo biologo ma anche un’artista incredibile in grado di trasformare vetro resina in animali 1:1 che sembrano veri e di costruire quasi qualunque strumento possa servirci in mare per la ricerca. Come l’idrofono. Maurizio ora ha però ceduto un po’ la redini a noi “ragazzi”. Oltre a me, che ho formazione più oceanografica e mi occupo della componente di science communication, ci sono Biagio Violi, il nostro esperto di capodogli e responsabile scientifico, Martina e Alessandro che si occupano di acustica e di studio del marine litter (i “rifiuti in mare”) ed Elia, skipper e biologo marino esperto di subacquea, oltre che pilota di ROV (robot sottomarino). Oltre al gruppo di ricerca abbiamo la fortuna di condividere le uscite in mare con un team di documentaristi della società Artescienza con cui abbiamo realizzato #CLOSETOHOME (https://www.youtube.com/channel/UCFnVyxb-klIOv-zsFJ-OZag).

    Qual è lo stato dell’area di mare che monitorate? 

    Il Mar Ligure ha la fortuna di avere due aree marine protette, che permettono un monitoraggio costante di eventuali situazioni critiche. Ma oltre a questo è anche uno dei mari più trafficati e con il maggior numero di porti, marine turistiche e porticcioli e con il traffico marittimo tra gli impatti maggiori per i mammiferi marini e altre specie come le tartarughe. Oltre a questo esiste anche il problema dell’inquinamento da marine litter (plastica e altre fonti) che nel nostro mare tendono a collocarsi molto facilmente sui fondali, dove magari spariscono dalla nostra visuale, ma impattano il sistema marino per decenni.

    Progetti di Ricerca Scientifica fatti e in atto? 

    Il nostro target principale tra i mammiferi marini è rappresentato dal capodoglio, il più grande predatore degli oceani, presente nel Mediterraneo anche se in pericolo, a causa dell’impatto antropico. Lo studio di questa specie ha dato vita al progetto PREDATORS (dedicato proprio a questo animale, ma allargato a tutta la fauna marina), che ci porta a effettuare il maggior numero possibile di uscite in mare tutto l’anno, proprio per comprendere il passaggio del capodoglio nel Mar Ligure. Avere un’imbarcazione nostra, per quanto dispendioso, ci permette di avere la possibilità di uscire in mare ogni volta che il meteomare è favorevole e questo ci ha regalato la possibilità di avvistare specie non proprio consuete nell’ultimo anno. Da dicembre 2019 ad oggi infatti abbiamo “collezionato” orche, psuedorche e una megattera, tutte nella nostra area di studio compresa tra Savona e Genova. Tre specie atlantiche, definite Visitor nei nostri mari. Un’emozione unica.

    Con quali enti collaborate? 

    Abbiamo progetti e convenzioni con l’Area Marina Protetta Isola di Bergeggi e con l’Università degli Studi di Genova. Tra le altre realtà, come ho citato precedentemente, abbiamo la fortuna di poter collaborare con i documentaristi di Artescienza, ma negli anni abbiamo realizzato progetti diversi, come quello incentrato sullo studio dell’impatto della plastica nei fondali marini italiani (Abyss Cleanup con Igor D’India) oppure collaborazioni e corsi internazionali.

    Avete realizzato pubblicazioni?

    Nel nostro settore le pubblicazioni scientifiche sono un capitolo importante ed è comunque una parte fondamentale del nostro lavoro. Oltre alla pubblicazione passata che varia dallo studio dei capodogli ai progetti sul tursiope (il delfino più costiero), recentemente stiamo lavorando su diverse pubblicazioni dedicate al capodoglio, come ad esempio quella portata anche al WMMC (World Marine Mammal Conference) a Barcellona nel 2019, in cui mostravamo il primo caso di osservazione e documentazione di un allattamento di capodoglio nel Mar Ligure.

    Fate anche corsi di formazione e di educazione ambientale. Ce ne parli? 

    Ogni anno organizziamo corsi di formazione per studenti, laureati ma anche appassionati di cetacei, in cui forniamo le basi per comprendere le specie del Mediterraneo, un corretto approccio al loro avvistamento e come studiarli grazie all’acustica. I progetti di educazione ambientale invece sono molteplici e durano tutto l’anno, soprattutto con il coinvolgimento delle scuole del territorio, anche grazie al patrocinio dell’Area Marina Protetta di Bergeggi dell’Autorità Portuale. Il nostro obiettivo è far arrivare il più possibile il concetto di “cultura del mare” e di quanto sia importante la salvaguardia e la tutela dell’ambiente marino.

    Ad oggi stiamo cercando i fondi per realizzare una mostra con un tour digitale, che possa permettere a tutti di immergersi in questo mondo.

    Come possiamo sostenere i vostri progetti?

    Prima di tutto nel modo più semplice possibile, seguendoci sulle nostre pagine social (Instagram e Facebook). Il passo successivo è quello di effettuare una donazione all’Associazione per permetterci di continuare i nostri progetti e magari poter portare il nostro lavoro anche fuori la nostra Regione. Basta scriverci una mail ad info@menkab.it o arcimenkab@gmail.com e verranno date le informazioni e le modalità per il supporto. Qualunque contributo è ovviamente ben accetto, ma anche una semplice visualizzazione dei nostri video o un commento al nostro lavoro è gradito.

    Cosa vorresti dire a gran voce? 

    Che la tutela dell’ambiente non è una cosa da pochi, marginale o che entra in conflitto con le politiche e le amministrazioni del territorio. Anzi al contrario, le due cose dovrebbero dirigersi verso gli stessi obiettivi.

    Indirizzo web:  https://www.menkab.it/

    Indirizzo FB: https://www.facebook.com/associazione.menkab@associazione.menkab

    Indirizzo Instagram: https://www.instagram.com/menkab_il_respiro_del_mare/?hl=it

    Nome: menkab_il_respiro_del_mare

    Email per contatti: arcimenkab@gmail.com / info@menkab.it

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker