spazio

  • Collisione sfiorata tra un satellite cinese e un apparecchio di Starlink

    Una sfiorata collisione tra un satellite cinese e un dispositivo della costellazione Starlink avrebbe spinto SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, a decidere l’abbassamento dell’orbita di oltre 4 mila satelliti. Lo afferma un gruppo di ricercatori cinesi in un’analisi pubblicata il 27 gennaio secondo cui il mancato impatto avrebbe avuto un ruolo chiave nella scelta annunciata dalla società statunitense. Secondo quanto ricostruito dai ricercatori dell’Istituto di software dell’Accademia cinese delle scienze, il 10 dicembre scorso un satellite cinese e un satellite Starlink sono passati a una distanza di circa 200 metri, poco dopo un lancio avvenuto dalla Cina nordoccidentale. L’episodio era stato segnalato lo scorso mese in un messaggio sui social da Michael Nicolls, vicepresidente per l’ingegneria di SpaceX. Tre settimane più tardi, lo stesso Nicolls ha annunciato l’intenzione di abbassare l’orbita di quasi la metà degli oltre 9 mila satelliti operativi Starlink, portandoli da circa 550 chilometri a 480 chilometri di altitudine, con l’obiettivo dichiarato di “aumentare la sicurezza nello spazio”. Secondo i ricercatori cinesi, nonostante l’assenza di una collisione, l’episodio “è stato comunque allarmante e ha direttamente innescato la decisione di Starlink di procedere a un abbassamento su larga scala delle orbite”.

    Lo studio identifica il satellite cinese coinvolto come un dispositivo per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione, lanciato insieme ad altri otto carichi a bordo di un razzo Kinetica-1 e realizzato da Chang Guang Satellite Technology. Il satellite, designato come 2025-292A o 66993 dal Comando spaziale degli Stati Uniti per fini di tracciamento, avrebbe avuto i primi dati orbitali disponibili meno di 14 minuti prima del passaggio ravvicinato, lasciando a SpaceX un margine di tempo molto ridotto per individuare il rischio. In un articolo pubblicato ieri dalla testata di analisi “Space and Network”, il team di ricerca afferma di aver utilizzato la piattaforma cinese di studio delle mega-costellazioni per identificare il dispositivo orbitale. Gli autori osservano che, sebbene SpaceX abbia sottolineato come l’abbassamento delle orbite consenta ai satelliti dismessi di rientrare più rapidamente nell’atmosfera e disintegrarsi, la decisione contribuirebbe anche a rafforzare l’immagine dell’azienda come operatore responsabile, in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza legate alle grandi costellazioni satellitari.

    I ricercatori notano inoltre che il passaggio a un’orbita più bassa potrebbe aumentare la sicurezza degli stessi satelliti Starlink. Analizzando le orbite iniziali dei satelliti non Starlink lanciati dal 2019, emerge infatti che la maggior parte è collocata al di sopra dei 500 chilometri. Poiché Cina e altri Paesi stanno dispiegando grandi costellazioni nella fascia compresa tra 500 e 600 chilometri, un’orbita intorno ai 480 chilometri risulterebbe “relativamente più sicura” rispetto a quella a 550 chilometri. Lo studio evidenzia tuttavia anche i potenziali svantaggi della scelta. Operare a un’altitudine inferiore può migliorare la qualità del segnale e ridurre la latenza, ma l’aumento dell’attrito atmosferico accelera il consumo di carburante necessario al mantenimento dell’orbita e riduce la vita operativa dei satelliti, con un conseguente aumento dei costi. Secondo i dati citati dai ricercatori, i satelliti Starlink a 560 chilometri registrano un decadimento orbitale medio giornaliero di circa 101 metri, contro i 267 metri a 485 chilometri.

    Gli autori mettono infine in guardia contro un abbassamento simultaneo di circa 4.400 satelliti, che costituirebbe la più grande manovra orbitale mai tentata. Una movimento così denso, avvertono, aumenterebbe in modo significativo il rischio di passaggi ravvicinati e potrebbe aprire una finestra di elevata pericolosità della durata di mesi, rappresentando una prova estrema per il sistema autonomo di prevenzione delle collisioni di Starlink. Qualsiasi perdita di controllo o collisione potrebbe innescare una reazione a catena con conseguenze potenzialmente catastrofiche. La questione si inserisce in un contesto di critiche reiterate da parte della Cina all’espansione rapida della costellazione Starlink, che Pechino considera una fonte di rischi operativi, citando anche due precedenti avvicinamenti alla stazione spaziale cinese Tiangong nel 2021 e la recente frammentazione di un satellite Starlink che avrebbe generato oltre cento detriti.

  • La Commissione avanza verso lo “spazio Schengen militare” e la trasformazione dell’industria della difesa

    Per facilitare una circolazione più rapida e agevole di truppe, attrezzature e mezzi militari in tutta Europa, la Commissione europea e l’Alta rappresentante intensificano la prontezza alla difesa, concentrandosi sulla preparazione, con un pacchetto sulla mobilità militare consistente in un nuovo regolamento sulla mobilità militare e una comunicazione congiunta. La Commissione mira inoltre a promuovere l’innovazione dirompente nel settore militare e a rafforzare l’industria europea della difesa con una tabella di marcia dell’UE per la trasformazione dell’industria della difesa.

    Con la creazione di uno spazio di mobilità militare a livello dell’UE entro il 2027, il pacchetto sulla mobilità militare avvicina l’UE all’idea di uno “spazio Schengen militare”, rendendo più rapido, sicuro e coordinato lo spostamento di truppe e attrezzature militari in tutta Europa.

  • SpaceX says it has cut Starlink services to Myanmar scam camps

    Elon Musk’s SpaceX says it has cut Starlink satellite communication links to more than 2,500 devices used by scam compounds in Myanmar.

    More than 30 compounds are believed to be operating along the Thai-Myanmar border, where people from around the world are trafficked and forced to work on scams generating tens of billions of dollars annually.

    Announcing the move, Lauren Dreyer, head of Starlink business operations, said the firm takes action on the rare occasion it identifies violations.

    The service’s termination follows Monday’s takeover of one of the largest compounds, KK Park, by the Myanmar military, as it retakes territory lost to insurgent groups over the past two years.

    Campaigners have long warned that Starlink technology has enabled the mainly Chinese crime syndicates to operate from remote locations along the border.

    Myanmar has become infamous for these operations, which defraud victims through romantic ploys and bogus investment schemes.

    Workers are lured under the guise of legitimate jobs, only to be held captive and forced into criminal activity.

    Survivors recount gruelling conditions, long hours, torture and beatings for failing to meet targets. Many of the victims come from African countries.

    “In Myanmar… SpaceX proactively identified and disabled over 2,500 Starlink Kits in the vicinity of suspected ‘scam centers’,” Dreyer said in a post on X.

    “We are committed to ensuring the service remains a force for good and sustains trust worldwide: both connecting the unconnected and detecting and preventing misuse by bad actors,” she added.

    On Monday Myanmar’s military said it had “cleared” KK Park, releasing more than 2,000 workers and confiscating 30 Starlink terminals.

    Photographs show the satellite dishes on the compound’s rooftops and footage supplied to the BBC showed thousands of workers leaving KK Park on foot.

    However, at least 30 other scam compounds remain active along the border, employing tens of thousands globally. Many are protected by militia groups loyal to the Myanmar military and it is unclear whether they have also lost access to Starlink services they once relied on.

    These centres have become a key component of Myanmar’s wartime economy, as the junta battles various rebel groups while relying on Chinese support to maintain its hold on power.

  • Musk in cifre

    Con un patrimonio netto di 447 miliardi di dollari Elon Musk è l’uomo più ricco della storia grazie ad aziende come Tesla, SpaceX e Neuralink. Nel 2022, Musk ha acquisito Twitter per 44 miliardi di dollari, ribatezzandolo X e procedendo a licenziamenti di massa e modifiche alle regole di moderazione.

    Tesla, la casa automobilistica fondata da Elon Musk nel 2003, nel 2024 ha venduto 1,78 milioni di auto elettriche a livello globale. Sotto lo stesso marchio, però, operano anche le divisioni energetiche, con prodotti come Powerwall e Megapack, una batteria domestica pensata per accumulare energia da fonti rinnovabili il primo, un sistema pensato per grandi impianti per stabilizzare la rete elettrica il secondo.

    C’è poi SpaceX, in grado di riutilizzare vettori per spedizioni nello spazio, che attraverso il sistema Starlink offre Internet satellitare ad alta velocità, ideale per le aree remote non raggiunte dalla fibra ottica e che in Italia e in Europa rappresenta un concorrente rispetto al programma europeo Iris2.

    La sola SpaceX, secondo Bloomberg, vale 400 miliardi di dollari mentre l’insieme delle aziende di Musk (che non detiene il 100% di ciascuna di esse) è stimato intorno ai 1.700 miliardi di dollari. Musk è infatti socio al 13% di Tesla (valore complessivo dell’azienda 143 miliardi di dollari), al 42% di SpaceX, al 69% di Neuralink (azienda di tecnologia medico, con un valore totale di 7,2 miliardi di dollari), al 54% di xAI (società che opera nel campo dell’intelligenza artificiale ed era valutata 50 miliardi di dollari a novembre 2024). L’ex Twitter oggi X è la parte probabilmente meno consistente del patrimonio del 53enne di origini sudafricane, tanto più che dopo il take ove da parte dello stesso Musk l’azienda ha perso molto del suo valore.

  • India sends its first astronaut into space in 41 years

    Jubilant Indians have been celebrating the successful launch of the Axiom-4 (Ax-4) mission which has taken off with a multi-country crew, including an Indian astronaut.

    Group Captain Shubhanshu Shukla, who’s piloting the mission, has become only the second Indian to travel to space.

    In just over 26 hours – when the spacecraft docks at the International Space Station (ISS) – Group Captain Shukla will become the first ever Indian to visit Nasa’s orbiting laboratory.

    His trip comes 41 years after cosmonaut Rakesh Sharma became the first Indian to fly to space aboard a Russian Soyuz in 1984.

    Led by former Nasa astronaut Peggy Whitson – a space veteran who has been commander of ISS twice, has spent more than 675 days in space and done 10 space walks – Ax-4 lifted off from Nasa’s Kennedy Space Center in Florida at 02:31 EDT, (06:31 GMT; 12:01 India time) on Wednesday.

    The trip to ISS aboard Ax-4 – a commercial flight operated by Houston-based private company Axiom Space – is a collaboration between Nasa, India’s space agency Isro, European Space Agency (Esa) and SpaceX.

    Its four-member team also includes Slawosz Uznanski-Wisniewski from Poland and Tibor Kapu from Hungary. They will also be taking their countries back to space after more than four decades. The astronauts spent weeks in quarantine before Wednesday’s launch.

    The flight has generated huge interest in India with Isro saying the experience Group Captain Shukla will gain during his trip to the ISS will help its efforts immensely.

    The 39-year-old was among four Indian air force officers shortlisted last year to travel on the country’s first-ever human space flight, scheduled for 2027. India has also announced ambitious plans to set up a space station by 2035 and send an astronaut to the Moon by 2040.

    Isro, which has been carrying out a number of tests to prepare for going into space, has paid 5bn rupees ($59m; £43m) to secure a seat for Group Captain Shukla on Ax-4 and his training.

    Within minutes of take off, Group Captain Shukla had a message for India.

    “We’re back in space after 41 years and what an amazing ride it’s been,” he said.

    “Right now, we are orbiting Earth at a speed of 7.5km per second. On my shoulder, I carry the Indian flag. This is not the start of my journey to the ISS, this is the beginning of India’s human spaceflight. I welcome all my fellow Indians to be a part of this journey and feel proud and excited.”

    The launch, using the SpaceX Crew Dragon capsule on a Falcon 9 rocket, was broadcast live by Axiom Space and Nasa and set off celebrations in India.

    Prime Minister Narendra Modi welcomed the successful launch and said the Indian astronaut “carries with him the wishes, hopes and aspirations of 1.4 billion Indians”.

    In Group Captain Shukla’s home city of Lucknow, his parents joined hundreds of students to watch the lift-off. They were welcomed by a music band on their arrival at the school and were seen breaking out into applause as the rocket lifted off.

    Born on 10 October 1985 in the northern city of Lucknow, Group Captain Shukla joined the Indian air force as a fighter pilot in 2006.

    He has flown MiGs, Sukhois, Dorniers, Jaguars and Hawks and has more than 2,000 hours of flying experience.

    Describing the past year as “nothing short of transformative”, Group Captain Shukla recently told an online press conference that he did not have words to describe his excitement.

    “It has been an amazing journey so far, but the best is yet to come,” he said.

    “As I go into space, I carry not just instruments and equipment, I carry hopes and dreams of a billion hearts.

    “I request all Indians to pray for the success of our mission,” he added.

    What will he be doing on Ax-4?

    Besides piloting the mission, the Indian astronaut will have a busy schedule during his two weeks on ISS.

    Considering the huge interest in the flight, Isro has said they are organising events for him to interact with Indian students and answer their questions while floating in space. An interaction with Prime Minister Narendra Modi is also on the cards.

    But most of the time, the four-member crew will be conducting 60 scientific experiments, seven of which come from India.

    Former Nasa scientist Mila Mitra says Isro’s experiments will help improve our understanding of space and its effects on biology and micro-gravity.

    One of the key experiments, she explains, will investigate the impact of spaceflight on six varieties of crop seeds.

    Another Isro experiment involves growing three strains of microalgae which could be used as food, fuel or even in life support systems and this will help identify the most suitable ones for growing in microgravity, she says.

    The Isro projects will also investigate how tardigrades – micro-animals on Earth that can survive extreme environments – would fare in space.

    The other experiments aim to identify how muscle loss occurs in space and how it can be treated; and the physical and cognitive impact of using computer screens in microgravity.

  • L’Europa stenta a colmare il gap rispetto agli Usa nei vettori spaziali

    Il 30 marzo 2025, il primo lancio orbitale di un razzo privato europeo, lo Spectrum di Isar Aerospace, si è concluso con un fallimento spettacolare: pochi secondi dopo il decollo dalla base norvegese di Andoya, il vettore ha perso il controllo, si è ribaltato e si è schiantato in mare, generando una grande esplosione. Nessun carico era a bordo e la piattaforma di lancio è rimasta intatta, ma l’episodio ha rappresentato un duro colpo simbolico per le ambizioni spaziali europee, sottolineando quanto sia complesso e rischioso il percorso verso l’autonomia nei lanci orbitali. Questo incidente, avvenuto durante il primo tentativo di una startup europea di raggiungere l’orbita dal suolo continentale, è emblematico delle difficoltà che l’Europa affronta nel settore dei lanciatori.

    Mentre SpaceX negli Stati Uniti continua a stabilire record di affidabilità e frequenza, l’Europa si trova costretta a confrontarsi con i limiti tecnologici, organizzativi e finanziari. L’Europa si trova oggi in una situazione di crescente dipendenza dai servizi di lancio spaziale di SpaceX, una condizione che solleva interrogativi cruciali sulla sovranità tecnologica e sulla necessità di sviluppare alternative continentali. Nel 2023, la disparità tra la capacità di lancio europea e quella statunitense è diventata evidente: mentre SpaceX ha stabilito nuovi record di lanci, l’Europa ha registrato un numero limitato di missioni orbitali di successo. Questa differenza si traduce in una capacità di SpaceX di effettuare in poche settimane tanti lanci quanti l’Europa riesce a realizzare in un anno intero.

    L’Agenzia spaziale europea (Esa) si è vista costretta a ricorrere a SpaceX per missioni fondamentali, come il lancio dei satelliti Galileo, del telescopio spaziale Euclid e del satellite EarthCARE. Questa situazione ha alimentato un acceso dibattito tra gli addetti ai lavori, preoccupati per la perdita di autonomia e per i rischi strategici legati all’affidamento di servizi essenziali a un attore esterno all’Unione Europea. La dipendenza da SpaceX comporta infatti una delega di funzioni critiche a una società statunitense, con operazioni spesso condotte da suolo americano, rafforzando così la dipendenza dall’alleato transatlantico e mettendo a rischio l’autonomia del programma spaziale europeo, come dimostrato dalle recenti tensioni geopolitiche e dalle preoccupazioni sull’accesso a servizi come Starlink. Nonostante queste criticità, l’Europa sta lavorando per sviluppare alternative.

    Il razzo Ariane 6 è finalmente operativo, ma la sua mancata riutilizzabilità lo rende meno competitivo rispetto a SpaceX dal punto di vista dei costi. Il Vega-C, dopo un periodo di inattività dovuto a un incidente nel 2022, è tornato operativo a dicembre 2024. Parallelamente, diverse startup europee stanno cercando di colmare il divario tecnologico: Orbex nel Regno Unito sta sviluppando il razzo Prime, presentato come il più ecologico al mondo; Skyrora, con sede a Edimburgo, è impegnata nello sviluppo del razzo Skyrora XL, ancora in fase di test; Rocket Factory Augsburg prevede i primi tentativi di lancio nel 2025. Tuttavia, il recente insuccesso del primo lancio orbitale dal suolo europeo ha evidenziato le difficoltà tecnologiche e organizzative che il continente deve ancora superare per raggiungere una vera autonomia.

    A medio termine, l’Europa sta esplorando diverse strategie per rafforzare la propria posizione. Si discute della possibilità di una joint venture tra grandi gruppi come Airbus, Thales e Leonardo per creare un campione industriale in grado di competere con SpaceX. L’Esa ha lanciato l’European Launcher Challenge, che prevede l’assegnazione di contratti per lo sviluppo di nuovi vettori di lancio, e sta investendo nel progetto Themis per la realizzazione di tecnologie di riutilizzo dei razzi, elemento chiave per abbattere i costi. La startup franco-tedesca The Exploration Company, insieme a Thales Alenia Space, è stata selezionata per sviluppare servizi commerciali di trasporto merci verso la Stazione spaziale internazionale. L’Unione europea ha inoltre proposto la costellazione Iris2 per la connettività globale, alternativa a Starlink, anche se il budget del progetto è stato ridotto.

    Nonostante le difficoltà, l’Europa può contare su alcuni vantaggi competitivi: la posizione geografica favorevole per i lanci verso orbite polari, la prossimità ai clienti europei e una solida competenza nel settore dei sistemi satellitari, dove il continente mantiene una posizione di leadership. SpaceX continua a detenere un vantaggio significativo in termini di capacità e costi di lancio, ma l’Europa sta compiendo passi avanti verso una maggiore autonomia. Nel breve periodo, la dipendenza da SpaceX rimarrà una realtà, ma i progressi di Ariane 6, Vega-C e delle startup europee rappresentano segnali incoraggianti.

    Nel medio termine, iniziative come l’European Launcher Challenge, il progetto Themis e la possibile joint venture tra i grandi gruppi industriali potrebbero ridurre la dipendenza, anche se una vera alternativa riutilizzabile per lanci pesanti non sarà disponibile prima degli anni 2030. La sfida per l’Europa è complessa e multidimensionale: richiede innovazione tecnologica, coraggio politico e investimenti finanziari significativi. Gli insuccessi recenti dimostrano quanto sia difficile raggiungere l’autonomia spaziale, ma anche quanto sia necessario perseguirla per garantire la sovranità e la competitività del continente nello scenario globale.

  • Ambientalismo spaziale: i satelliti inquinano

    Una pioggia di satelliti Starlink attraversa l’atmosfera terrestre: nel solo mese di gennaio ne sono rientrati 120 giunti ormai alla fine della loro vita operativa, con un ritmo di circa 4 al giorno. Si tratta di un processo necessario che rischia, però, di minacciare l’atmosfera, ed è solo all’inizio: a partire dal 2018 la SpaceX di Elon Musk ha posizionato in orbita terrestre più di 7mila satelliti per l’Internet globale, che man mano rientrano bruciando nell’atmosfera per essere rimpiazzati da quelli di nuova generazione. A questi vanno aggiunte tutte le altre mega-costellazioni in fase di dispiegamento.

    Il rischio deriva dal fatto che, rientrando nell’atmosfera, i satelliti bruciano e si disintegrano prima di toccare il suolo per ridurre al minimo il rischio di detriti spaziali, ma così facendo rilasciano polveri di metalli inquinanti, come l’ossido di alluminio che corrode lo strato di ozono.
    “Gli Starlink sono fatti principalmente di alluminio, che quando il satellite evapora rimane in quota nell’atmosfera”, ha detto all’agenzia di stampa Ansa Alberto Buzzoni, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. “E la stessa cosa si verifica al momento del lancio, poiché i propellenti usati dai razzi, soprattutto quelli solidi, sono a base di ossido di alluminio. Tuttavia – prosegue – quando si parla di clima e di atmosfera si ha sempre a che fare con un sistema caotico ed estremamente complesso, dunque è difficile fare previsioni sulle conseguenze di questi eventi. Ad esempio, sappiamo che le particelle di alluminio rendono l’atmosfera più brillante, come tanti piccoli specchietti”, afferma il ricercatore dell’Inaf: “Riflettono quindi una maggiore quantità di luce solare raffreddando l’atmosfera, con un’azione opposta a quella dell’effetto serra”.
    Già uno studio pubblicato a ottobre 2023 sulla rivista dell’Accademia delle Scienze americana, Pnas, ha trovato prove del fatto che la disintegrazione dei satelliti lascia tracce persistenti nell’atmosfera: nei campioni raccolti da un aereo, i ricercatori hanno scoperto che il 10% delle particelle contiene alluminio e altri metalli provenienti proprio da satelliti e razzi. Un altro studio pubblicato a giugno 2024 su Geophysical Research Letters ha rilevato che la concentrazione degli ossidi di alluminio nell’atmosfera è aumentata di 8 volte tra il 2016 e il 2022. Un dato comprensibile, dal momento che la scomparsa di un solo satellite Starlink di prima generazione produce circa 30 chilogrammi di ossido di alluminio, che possono persistere poi per decenni.
    “Oggi i rientri sono dominati dai satelliti Starlink per una chiara faccenda di numeri, sono la popolazione dominante nel contesto complessivo dei satelliti in orbita”, ha detto sempre all’Ansa anche Gianluca Masi, astrofisico e responsabile scientifico del Virtual Telescope Project. “Questa è una criticità che può rappresentare un intralcio significativo alle osservazioni astronomiche – prosegue – soprattutto in certi momenti della notte e dell’alba”.

    Il rientro di satelliti sempre più numerosi è però dovuto anche agli effetti del ciclo solare, ora al suo massimo. “L’attività solare, infatti, rende più gonfia l’atmosfera – commenta Buzzoni – che arriva alla quota alla quale si trovano i satelliti in orbita bassa intorno alla Terra, frenandoli. È una buona cosa, perché in questo modo l’atmosfera agisce da spazzino dei detriti spaziali”. In ogni caso, i 120 Starlink rientrati il mese scorso non costituiscono più un caso particolarmente eclatante: “Questa è ormai la situazione normale – conclude l’astronomo – e il tasso di rientro rimarrà probabilmente simile per tutto l’anno”.

  • La competizione anche militare tra Stati si svolge nello spazio: virtuale e siderale

    Già nel 1997 sulla rivista francese Hérodote si prefigurava una “internettizzazione della geopolitica”. pronosticando che “Internet moltiplicherà i conflitti di natura geopolitica, portando a una strategia di dominio con la partecipazione di paesi con interessi divergenti. È un’arma di importanza strategica per la sicurezza nazionale”. Lo spazio siderale era invece considerato un possibile teatro di confronto tra Stati già all’epoca della guerra fredda. Oggi i due ambiti si stanno intrecciando.

    I satelliti nello spazio oltre a monitorare il pianeta servono per garantire le telecomunicazioni e le connessioni telefoniche e internet, quindi lo spazio si incrocia col cyberspace attraverso il quale vengono elaborati dati relativi a rotte (civili e militari), condizioni meteo e, in prospettiva, l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse spaziali, come l’estrazione di minerali dagli asteroidi.

    Il rapporto tra i due domini, spazio e cyberspace, si sostanzia in una interconnessione delle infrastrutture: le reti di comunicazione spaziali e terrestri sono strettamente collegate; gestione e controllo dei satelliti avvengono attraverso reti informatiche che rappresentano obiettivi militari. La dipendenza reciproca tra spazio e cyberspace implica pertanto che la compromissione di uno dei due domini può avere effetti devastanti sull’altro: un attacco cyber potrebbe ad esempio sfruttare l’infrastruttura spaziale come ponte per infettare una infrastruttura terrestre. Gli attacchi cyber da parte della Russia contro il sistema ViaSat  nell’ambito dell’aggressione putiniana all’Ucraina e all’Occidente hanno dimostrato la possibilità di disabilitare il sistema stesso, facilitando lo spostamento di truppe e rendendo di fatto “cieca” una parte del sistema di intelligence e nello stesso ambito la comunicazione satellitare fornita da Starlink ha consentito di ricevere informazioni che non potevano essere più fornite da infrastrutture di comunicazione terrestri messe fuori uso dagli aggressori.

    La space dominance appare dunque un tema centrale, che sarà raggiungibile solamente in presenza di forti capacità di cyber disruption verso il dominio spaziale stesso. La corsa per la supremazia nello spazio non è solo una questione tecnologica, ma riflette le dinamiche di potere terrestri tra Stati, influenzate da interessi politici, economici e anche militari. L’implementazione di politiche di sicurezza rigorose e la collaborazione internazionale saranno essenziali per proteggere queste infrastrutture da minacce crescenti: l’equilibrio tra sicurezza nazionale e stabilità internazionale dipenderà dalla capacità degli Stati e delle organizzazioni sovranazionali di sviluppare norme e accordi che regolino l’uso delle tecnologie spaziali e cyber.

  • Su Marte ci sarebbe acqua in primavera

    La presenza di acqua liquida su Marte potrebbe essere all’origine di un raro fenomeno osservato sulle dune del Pianeta Rosso: è quanto emerge dallo studio “Geomorphological Observations and Physical Hypotheses About Martian Dune Gullies” condotto da ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e recentemente pubblicato sulla rivista Geosciences di Mdpi. Almeno 3,7 miliardi di anni fa, Marte presentava un’atmosfera molto più densa di quella attuale e ospitava laghi e oceani: nel tempo, gran parte dell’atmosfera del pianeta è andata perduta, rendendo quasi impossibile, a causa della bassissima pressione atmosferica, la presenza di acqua liquida stabile sulla sua superficie. La ricerca condotta dall’Ingv ha analizzato il versante sottovento della duna Russell, la più grande delle dune formate dal vento all’interno dell’omonimo cratere marziano, concentrandosi sul comportamento dell’acqua in condizioni atmosferiche di temperatura e pressione del Pianeta Rosso. “L’analisi di 110 immagini ad altissima risoluzione (fino a 25 cm/pixel) raccolte nell’arco di otto anni marziani (ovvero circa 16 anni terrestri) dalla sonda statunitense Mars Reconnaissance Orbiter ci ha permesso di evidenziare per la prima volta la possibile presenza su Marte di acqua nel suo punto triplo, ovvero in un equilibrio in grado di far coesistere gli stati fisici solido, liquido e vapore, evidenziando un ciclo stagionale ricorrente”, spiega Adriano Nardi, ricercatore dell’Ingv e primo autore dell’articolo. “Sia pure per brevi periodi, nei primi giorni della primavera marziana e in occasione delle folate di vento, ogni anno su questa duna può comparire acqua in condizioni atmosferiche di temperatura e pressione che consentono la sua comparsa transitoria allo stato liquido”.

    L’acqua, in questo caso, sarebbe prodotta da un fenomeno meteorologico tipico dell’ambiente marziano che si manifesta in prossimità della superficie delle dune grazie alla loro forma aerodinamica, impossibile da riprodurre sulla Terra dove, peraltro, non sono mai stati osservati i caratteristici calanchi dunali di Marte (gullies). “La genesi dei gullies marziani ‘classici’ era stata indagata da un nostro precedente studio, che evidenziava come l’acqua sorgiva potesse produrre quei calanchi attraverso la fusione stagionale del permafrost, ovvero il ghiaccio rimasto intrappolato nel terreno in epoche passate. Questa nuova ricerca, invece, ha individuato dei fenomeni ancora più rari che producono dei canali diversi da quelli classici, detti ‘linear gullies’ a causa della loro forma più lineare”, aggiunge Antonio Piersanti, dirigente di ricerca dell’Ingv e co-autore dello studio. “I linear gullies potrebbero essere formati dalla brina che, grazie alle immagini della sonda Mars Reconnaissance Orbiter, abbiamo evidenziato sulla cima della duna Russell. La superficie del pendio è ondulata lateralmente e, quando i canali restano in penombra, si osservano tracce di umidità assorbita dalla sabbia. Viceversa, quando un canale svolta in direzione della luce, si assiste all’immediata evaporazione dell’acqua che si era conservata liquida fino a quel punto”.

    In condizioni normali, l’ambiente marziano potrebbe supportare la presenza di ghiaccio. Tuttavia, si tratterebbe di ghiaccio secco, che può cambiare stato solamente tramutandosi in vapore, e viceversa. Con questo studio sono stati eccezionalmente osservati gli effetti dell’acqua presente contemporaneamente nei suoi tre stati, anche se lo stato liquido è quello meno stabile. “Potrebbe essere, questa, la prima volta in assoluto che si riesce a osservare acqua liquida su Marte: senz’altro è la prima volta che si associano la formazione e la morfologia di un raro fenomeno marziano, i linear gullies presenti sulle sue dune, all’azione dell’acqua allo stato liquido nell’ambiente attuale”, conclude Nardi. Se confermata, la presenza di acqua liquida, anche per brevissimi periodi, potrebbe avere conseguenze significative per la comprensione della geologia marziana e per la ricerca di forme di vita microbiche, nonché per l’individuazione dei siti di atterraggio per future missioni spaziali su Marte.

  • Entra in vigore il regolamento SES2+ per un cielo europeo più efficiente e sostenibile

    E’ entrato in vigore il nuovo regolamento sul cielo unico europeo (SES2+), che segna un passo avanti verso uno spazio aereo europeo più efficiente e sostenibile.

    Il nuovo regolamento è volto a incoraggiare i fornitori di servizi di navigazione aerea ad aumentare l’efficienza e ad adottare tecnologie moderne, al fine di ridurre la congestione dello spazio aereo europeo e fornire servizi migliori. Mira inoltre a promuovere l’innovazione e lo sviluppo di nuovi servizi nel settore.

    Il regolamento contribuirà ad alleviare le situazioni di congestione dell’aria, come quelle che hanno perturbato il trasporto aereo quest’estate, quando quasi un volo su due ha subito ritardi, in particolare a causa della congestione dello spazio aereo europeo.

    Il regolamento è inoltre volto a ridurre l’impatto ambientale dei voli fissando obiettivi di prestazione climatica e ambientale per i fornitori di servizi di navigazione aerea e incoraggiando le compagnie aeree ad adottare pratiche più sostenibili grazie a un sistema di tariffazione equo. L’effettiva attuazione del regolamento dipenderà dall’elaborazione di misure di attuazione da parte della Commissione, che saranno adottate con l’accordo degli Stati membri.

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