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  • Il caro-prezzi frena crescita al Sud. E i consumi crollano

    Inflazione più forte, crollo dei consumi, crescita rallentata. Non è un quadro roseo quello del Mezzogiorno d’Italia che emerge nelle anticipazioni del Rapporto Svimez 2022. A cominciare dall’aumento dei prezzi, il cui picco quest’anno potrebbe spingersi al Sud fino all’8,4%, contro il 7,8% del Centro-Nord, con un rientro più lento, nel Meridione, sui livelli precedenti lo “shock Ucraina”.

    Una dinamica tale da impattare fortemente sui consumi, determinandone un crollo nel biennio 2023-2024 insieme a un persistente effetto di erosione del potere d’acquisto di redditi e risparmi. A frenare di più saranno i consumi delle famiglie meno abbienti, decisamente più numerose nel Mezzogiorno che nell’Italia centrosettentrionale.

    Allargando lo sguardo al Pil, dopo la frenata dovuta alla pandemia, l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree. Ma il mutato contesto dovuto alla guerra espone l’economia italiana a nuove turbolenze, allontanandola da una ripartenza relativamente tranquilla e coesa tra Nord e Sud. In altre parole: si riapre la forbice tra Settentrione e Meridione, con una crescita del Pil al Sud, nel 2022, stimata dalla Svimez al 2,8%, contro il 3,6% del Centro-Nord e il 3,4% del Paese. Stesso trend previsto nel 2023: +1,7% nelle Regioni centrosettentrionali a fronte di un +0,9% in quelle del Sud. Nel 2024 invece si manterrebbe un divario di crescita a sfavore del Mezzogiorno di circa 6 decimi di punto: +1,9% al Nord, +1,3% al Sud.

    Non va meglio sul fronte delle imprese, dove lo shock sui costi di produzione si dovrebbe trascinare fino al 2024 incidendo sulle decisioni di investimento. E anche se al Sud prevarrebbe lo stimolo determinato dagli investimenti pubblici, risultano comunque in svantaggio gli investimenti in macchinari e attrezzature. Più in generale le imprese nel Mezzogiorno restano maggiormente esposte alle conseguenze del conflitto in Ucraina e all’aumento dei costi dell’energia, perché è nel Meridione che sono più diffuse realtà imprenditoriali di piccole dimensioni, caratterizzate da costi di approvvigionamento energetico strutturalmente più elevati sia nell’industria che nei servizi. Inoltre, evidenza l’analisi della Svimez, i costi dei trasporti al Sud sono più alti, oltre il doppio, rispetto a quelli delle altre aree del Paese.

    Unica nota positiva, ma da prendere con le molle, quella degli investimenti. Nel 2022 infatti crescono al Sud più che al Nord: +12,2% contro il +10,1%. Ma a trainare sono soprattutto quelli nel settore delle costruzioni, grazie a stimoli pubblici come il superbonus 110% e gli interventi finanziati dal Pnrr. Di contro, nel Meridione, la crescita degli investimenti orientati all’ampliamento della capacità produttiva è inferiore di 3  punti a quella del Centro-Nord: +7% contro +10%.

  • Gli italiani spendono di più ma comprano sempre meno

    Gli italiani spendono di più ma comprano di meno: è l’effetto del carovita, che a giugno ha portato le vendite al dettaglio a crescere in valore (+1,4%) ma a diminuire in volume (-3,8%) rispetto ad un anno fa. Quindi, nonostante l’esborso aumenti, le sporte delle famiglie sono sempre più leggere. Non solo. Secondo i dati Istat rispetto a maggio le vendite sono diminuite dell’1,1% in valore e dell’1,8% in volume. In pratica la crescita delle vendite, sottolineano i consumatori, è una sorta di “effetto ottico” che di fatto nasconde una riduzione dei consumi che su base tendenziale è significativa soprattutto per i beni alimentari, con un -4,4% in volume a fronte di un +4,5% della spesa.

    Per gli alimentari a giugno si è registrato un aumento delle vendite al dettaglio dello 0,4% in valore ma un calo dello 0,8% in volume. Per il settore non alimentare, comparto nel quale i consumi sono più differibili, si è registrato nel mese un calo del 2,2% in valore e del 2,5% in volume. In pratica alcune famiglie potrebbero avere dirottato nel mese, a fronte di una crescita dei prezzi, parte degli stipendi sugli acquisti alimentari frenando quelli non alimentari. Su base annua il settore alimentare ha sofferto meno con un calo in valore dello 0,8% e una riduzione in volume del 3,3%.

    Nei primi sei mesi dell’anno le vendite sono aumentate del 5,7% in valore e del 2,3% in volume rispetto ai primi 6 mesi del 2020 con un aumento significativo per il settore non alimentare (+7,9% in valore, +6,6% in volume) che recupera però su quanto perso in un periodo ancora funestato dalla pandemia. Per l’alimentare nel semestre si registra un aumento dei volumi del 3,1% e un calo delle quantità del 3%.

    I consumatori che nella maggior parte dei casi devono fare i conti  con la perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni di fronte alla crescita dei prezzi in questo periodo hanno preferito acquistare nella grande distribuzione e in particolare per il settore alimentare nei discount. Se in generale le vendite sono cresciute dell’1,4% rispetto a giugno 2021 la grande distribuzione ha segnato un +4,6% mentre i piccoli negozi hanno segnato un -0,9%. E’ diminuito il commercio elettronico con un -6,8% tendenziale ma il dato arriva dopo anni di crescita per la pandemia (+0,9% nei primi sei mesi del 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021). Se i supermercati hanno segnato un +5,4% in valore i discount di alimentari hanno registrato un +10,3%. Nei primi sei mesi i discount hanno messo a segno un aumento del 9% sullo stesso periodo del 2021.

    Per la Confcommercio “si addensano le nubi sull’economia italiana”. Il dato Istat conferma – sottolinea l’Associazione – che i consumi, nonostante la forte crescita dei servizi legati al turismo e alla socialità, sono in fase di rallentamento”. “L’inflazione – sottolinea la Confesercenti – pesa sulla spesa delle famiglie. Il dato Istat di giugno sulle vendite al dettaglio evidenzia, ancora una volta, il ruolo negativo giocato dalla dinamica al rialzo dei prezzi, in particolare di utenze ed altri costi fissi incomprimibili, che porta gli italiani a ridurre gli acquisti, pur spendendo anche di più, con il rischio di un vero e proprio autunno nero per i consumi”.

    Per far ripartire i consumi il Codacons chiede al Governo di “intervenire con urgenza disponendo il taglio dell’Iva sui beni primari come gli alimentari, in modo da portare a una immediata riduzione dei listini al dettaglio, determinare benefici economici per le famiglie”.

  • Perché cresce la spesa pubblica

    Potrebbe essere molto interessante proporre un piccolo esempio di come possa esplodere la spesa pubblica ma senza generare alcun effetto positivo e tangibile per i cittadini.

    L’inflazione, che segna un +8,5%, ha  aumentato  la base nominale imponibile sulla quale vengono calcolate le aliquote fiscali e anche  l’Iva. In un solo anno, lo Stato ha incassato oltre 40 miliardi in più di tasse proprio grazie all’aumento della base imponibile causata dall’inflazione (Fiscal Drag). Ora,  pur partendo da questa considerazione, all’interno del programma di Calenda /Azione/+Europa e di vari gruppi “liberali”  che con lui hanno dato vita ad una alleanza elettorale, si propone una tassa dello 0,1% da applicare ad ogni transazione finanziaria per arrivare,  nella disponibilità delle casse dello Stato, ad  altri 40 miliardi.

    L’obiettivo “dichiarato” dovrebbe essere quello di ridurre, attraverso queste nuove risorse pubbliche, la tassazione alle  imprese  le quali, successivamente, dovrebbero così  venire incentivate all’assunzione di nuovo personale.

    Una teoria economica e strategica assolutamente non liberale e tanto meno liberista, delle quali tutte queste forze politiche citate si definiscono limpide interpreti, in quanto non può essere la spesa pubblica a  finanziare i nuovi posti di lavoro. Quando, invece,solamente una riduzione strutturale della pressione fiscale, ed attraverso risorse già disponibili come quelle del fiscal drag con quaranta miliardi in dotazione, potrebbe creare le condizioni  ottimali con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti e contribuire cosi ad aumentare l’occupazione.

    Tuttavia , al di là degli obiettivi da raggiungere con l’utilizzo delle risorse finanziarie pubbliche, ecco come in soli due passaggi lo Stato si ritroverebbe con ottanta (80) miliardi di risorse finanziare in più, e di conseguenza un aumento di oltre il 16 % del monte tasse totale pagate allo Stato nel 2021.

    Contemporaneamente le medesime risorse finanziare (80 miliardi) risulterebbero sottratte al mercato nazionale come riduzione della capacità economica del ceto medio il quale sostiene, attraverso la domanda interna, la crescita del Pil.

    In due  semplici scelte, governativa  e politica , viene spiegato perché, negli ultimi trent’anni, il nostro Paese abbia visto ridurre del -3,7% il reddito disponibile, unico in Europa, rispetto ad una crescita in Germania del +34,7% nello stesso periodo.

    Mentre continua ad aumentare la spesa pubblica, finanziata attraverso nuova pressione fiscale, assolutamente improduttiva ed espressione di una dottrina economia feudale, si manifesta evidente l’entità delle risorse sottratte al mercato interno, alla domanda ed al ceto medio impoverendo un’intera generazione di italiani.

  • In tutto il mondo gettate ogni giorno 3,4 miliardi di mascherine anti-Covid

    L’emergenza Covid-19 ha imposto ai Paesi di tutto il mondo l’immediata necessità di garantire enormi forniture di dispositivi di protezione individuale (mascherine innanzitutto), di vaccini e di attrezzature ospedaliere. La stessa attenzione, tuttavia, non è stata posta allo smaltimento sicuro e sostenibile dei rifiuti sanitari creati da questa pandemia. Una mancanza che rischia di avere un impatto pesante sull’ambiente e la salute. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in un rapporto appena pubblicato in cui si evidenzia l’urgente bisogno di migliorare i modelli di gestione dei rifiuti e si stima che ogni giorno siano finite nella spazzatura fino a 3,4 miliardi di mascherine.

    Fare un bilancio dei rifiuti sanitari legati alla pandemia è difficile, spiega l’Oms. Tuttavia esistono numerose ricerche che danno una misura dell’entità del problema. Un’analisi dello United Nations Development Programme (Undp) ha calcolato che la pandemia, incidendo per esempio sui protocolli di sicurezza, ha aumentato la quantità di rifiuti sanitari a 3,4 kg al giorno per ogni letto ospedaliero, che è circa 10 volte di più rispetto ai tempi pre-pandemia. Gli stessi vaccini sono un’importante fonte di rifiuti: ne sono state somministrate oltre 8 miliardi di dosi a livello globale che hanno prodotto 144.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi, 88.000 in fiale, 48 mila in siringhe e 8.000 in contenitori termici.

    Il rapporto Oms porta anche l’esempio del programma messo in piedi dall’Onu all’inizio della pandemia per far fronte alle richieste di dispositivi di protezione individuale soprattutto da parte dei Paesi a basso reddito. Solo all’interno di questo programma sono state prodotte 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale (Dpi) acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 solo nell’ambito di una iniziativa di emergenza promossa dalle Nazioni Unite. Sono stati inoltre distribuiti oltre 140 milioni di kit per i test potenzialmente in grado di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731.000 litri di solventi chimici (equivalenti a un terzo di una piscina olimpionica).

    “È assolutamente importante fornire i dispositivi necessari, ma è altrettanto fondamentale che il loro utilizzo e smaltimento avvenga in sicurezza e senza impatto sull’ambiente circostante”, dichiara Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’Oms.

  • La sorgente inflattiva

    La politica monetaria espansiva nell’Unione Europea è cominciata nel 2015 con la Presidenza della BCE di Mario Draghi ed il governo Renzi ed ha avuto il merito di abbassare quasi a zero i tassi di interesse e, di conseguenza, i costi del servizio al debito con punte di rendite negative per i Bund tedeschi.

    Il nostro Paese, come sempre governato con una visione prospettica al massimo di quindici (15) giorni, invece di ridurre la massa debitoria grazie al risparmio di oltre 30 miliardi l’anno di interessi ha sempre aumentato la spesa pubblica fino alla pandemia alla quale si è presentato con il 135% di rapporto debito sul Pil pari a 2.409 miliardi e già alla fine del primo anno di pandemia segnava un aumento di oltre 160 miliardi.

    Quello che risulta interessante, tuttavia, è come la politica monetaria espansiva delle autorità monetarie europee e di quelle oltre oceano, pur ideata con la funzione di fornire strumenti finanziari per una ripresa di fronte alla stagnazione complessiva della economia europea e statunitense, di fatto non abbia prodotto alcun effetto collaterale (inflazione). L’effetto complessivo assolutamente marginale di questa strategia monetaria, infatti, veniva non solo confermato dal perdurare della stagnazione economica e contemporaneamente dei consumi quanto confermata da tassi di inflazione sempre vicini, se non addirittura inferiori al punto percentuale. In più il consumo complessivo, come espressione della stessa stagnazione e della sua aspettativa, ha determinato acquisti di beni a minore valore aggiunto anche per la presenza sempre più massiccia di presenza di prodotti provenienti dall’estremo Oriente, espressione delle delocalizzazioni.

    La mancanza di un tasso di inflazione perlomeno prossima al 2% preoccupava le varie classi politiche, ed in particolare quella italiana, le quali vedevano ogni aumento della spesa pubblica (trend assolutamente inarrestabile) riverberarsi in un sensibile peggioramento del rapporto debito Pil (quindi di difficile giustificazione) il quale nel caso, invece, di un tasso di inflazione vicino o superiore al 2% avrebbe raggiunto un equilibrio migliore.

    Il mercato globale, quindi, ha dimostrato sostanzialmente come una politica monetaria espansiva abbia determinato degli esiti quantomeno marginali e contemporaneamente con effetti quasi nulli rispetto alle dinamiche di un mercato complesso la cui globalità determina inevitabilmente la perdita di potere ed efficacia dei vecchi strumenti di indirizzo come le politiche monetarie.

    Viceversa la spesa pubblica (vera ed unica costante in questo mondo in continua evoluzione) ha conosciuto un ulteriore incremento, quasi le risorse disponibili a bassi interessi NON venissero più considerate come un debito.

    Successivamente la terribile pandemia ha bloccato e stravolto l’economia mondiale, dando inizio ad un’altra ed ancora più impegnativa elaborazione di una nuova strategia di politica economica di contrasto al disastroso trend economico. In questo frangente, tuttavia, le economie occidentali si trovano di fronte ad un’impennata dei costi di beni intermedi e strumentali e della gestione delle filiere o supply chain la cui somma finale inevitabilmente si riverbera sulla crescita dei prezzi finali al consumatore. Nel mondo delle imprese, addirittura, questa spirale inflattiva sta portando alla chiusura di attività imprenditoriali (vetrerie Murano-Venezia) o alla sospensione della produzione per mancanza di margine in rapporto alle esplosione dei costi dell’energia la quale comunque, in Italia, prima della pandemia risultava già superiore del 30% alla media europea.

    Sicuramente l’avvio anticipato dell’economia cinese, molto anticipata rispetto a quelle degli altri paesi, ha determinato una sostanziale scarsità di materie prime con un conseguente aumento complessivo dei prezzi. Ora risulta fondamentale, come risposta, la questione relativa alle strategie politiche, economiche e monetarie da adottare in relazione a questa impennata dei costi che minaccia intere filiere industriali ed il crollo dei consumi.

    Gli Stati Uniti hanno avviato una politica di tapering lasciando sostanzialmente invariati i tassi di interesse con una crescita sostanziale invariata mentre nell’Unione Europea si comincia a parlare di una stretta monetaria finalizzata al contrasto dell’inflazione.

    Dopo quasi due anni ormai di disastrosa crisi economica legata alla pandemia e con questa inaspettata spirale inflazionistica si dovrebbe partire considerando gli scarsi se non nulli effetti del periodo precedente della politica monetaria sia sotto il profilo del rilancio economico quanto di un riavvio dell’inflazione per scongiurare la allora tanto temuta deflazione.

    Nel caso opposto, cioè in previsione dell’adozione di una politica monetaria restrittiva, le conseguenze potrebbero addirittura rivelarsi disastrose per gli effetti sull’economia reale in quanto ridurrebbe, come sempre e per l’ennesima volta, il potere di acquisto (soprattutto per le fasce meno abbienti) e darebbe l’illusione alla classe politica di “avere ridotto” il debito pubblico quando a beneficiarne sarebbe solo il rapporto tra valori nominali (debito/Pil) amplificati dall’effetto inflattivo.

    Mai come ora l’unica soluzione, compatibilmente con le varie realtà finanziarie dei singoli paesi ma inseriti in un mercato globale e con filiere sotto stress, dovrebbe essere quella di un “ammorbidimento fiscale” successivo ad una rimodulazione della spesa pubblica finalizzata a recuperare gli oltre 200 miliardi di sprechi certificati dalla Cgia di Mestre. Solo per offrire un esempio, se si volesse veramente mantenere inalterato il potere di acquisto delle fasce più deboli della popolazione si diminuirebbero le accise sui carburanti, specialmente quelle sul gasolio, in considerazione del fatto che oltre l’82% delle merci viaggia su gomma.

    Il solo modo, ormai, per ridare ossigeno all’economia è quello di riconsegnare un maggiore potere d’acquisto alle domande interne del continente europeo attraverso una diminuzione delle pressioni fiscali in seguito anche alla diminuzione delle spese correnti e contemporaneamente offrire uno scenario di certezza normativa fiscale ed economica. Invece, specialmente in Italia, si continua con le politiche dei bonus che privilegiano una categoria in nome di un’uguaglianza sempre più lontana ed espressione di arbitrarie attenzioni e quindi da un approccio politico nazionale sostanzialmente divisivo.

    Questa “ricerca” della uguaglianza, attraverso il perverso strumento della spesa pubblica, risulta invece talmente ideologica da ottenere negli ultimi trent’anni la diminuzione del reddito disponibile del -3,7% mentre nel medesimo periodo è cresciuta del +34,7% nella vicina Germania.

    La consueta richiesta di una stretta monetaria a fronte di una spirale inflazionistica della quale non si considera la sorgente dimostra come, ancora oggi, non sia compresa l’assoluta inconcludenza della politica monetaria in quanto il mercato globale ha cambiato le potenze di fuoco delle diverse teorie economiche in particolare della politiche monetarie. Ora più che mai, di fronte al pericolo di una politica monetaria restrittiva come azione deflattiva, sarebbe vitale comprendere come l’unico effetto si confermerà quello di penalizzare ancora una volta le fasce più deboli della popolazione lasciando inalterata la scellerata politica di espansione della spesa pubblica finanziata da un continuo aumento delle pressione fiscale.

    Si parla di globalizzazione senza ancora avere compreso le dinamiche complesse delle politiche economiche e soprattutto come la globalizzazione abbia disarmato le politiche monetarie all’interno di un sistema alla continua ricerca di un equilibrio il quale, per le complesse ed infinite variabili della globalità, non potrà mai venire raggiunto.

  • Il 2020 è stato d’oro per la grande distribuzione, Conad s’aggiudica la maggior fetta di mercato

    Il 2020 della distribuzione moderna è atteso chiudere con un progresso del 5%, di cui l’1% attribuibile all’esplosione del canale on-line. Incrementi molto marcati per i discount (+8,7%), i super (+6,8%) e i drugstore (+6,6%). L’intero sistema dovrebbe ripiegare dell’1,6% nel 2021, cumulando nel biennio un aumento del 3,3%. Continua la crisi delle grandi superfici che si prevede perderanno il 4,8% nel biennio 2020-21. L’e-commerce (+60% nel 2021) potrebbe arrivare al 3% del mercato già nel 2021, due anni in anticipo rispetto al 2023 previsto prima della pandemia. Si tratta tuttavia di un segmento che continua a registrare margini negativi per oltre il 10%.  E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sulla Gdo italiana e internazionale a prevalenza alimentare dell’Area studi di Mediobanca.

    Nel 2020 la concentrazione del mercato italiano è in aumento: la market share dei primi 5 retailer è del 57,5% dal 52,8% del 2019. Il mercato italiano supera così quello della Spagna (50%), ma resta frammentato rispetto a Francia (78,1%), Gran Bretagna (75,3%) e Germania (75,2%). Nel 2020 Conad detiene la maggiore quota di mercato con il 14,8%, seguita da Selex al 13,7% e dalle Coop al 12,9%. Il Roi del sistema è calato al 4,9% del 2019 dal 5,6% medio del 2015-2017. Il trend discendente interessa tutti i segmenti che pure segnano livelli molto diversi: i discount dal 20,1% al 16,6%, la distribuzione organizzata dall’8,8% al 7,8% e la grande distribuzione dal 6,7% al 4%. Dinamica analoga per l’ebit margin: dal 2,5% del 2015-2017 al 2,1% del 2019, con i discount in questo caso in lieve crescita dal 4,7% al 4,9%, la distribuzione organizzata in calo dal 2,8% al 2,4% e la grande distribuzione in flessione dal 2,9% all’1,9%. Per Conad la traiettoria è’ dal 2,5% all’1,8%, mentre le Coop segnano sull’intero quinquennio un margine negativo che si fissa al -1,4% nel 2019. Crescono i 32 drugstore italiani che hanno realizzato nel 2019 vendite per 3,6 miliardi +5,1% sull’anno precedente. L’ebit margin è al 4,6%, il Roi al 12,3%. La forza lavoro complessiva sfiora le 13mila unità.

    Lidl Italia è campione di crescita delle vendite tra il 2015 e il 2019: +8,7% medio annuo, seguita da Eurospin e Agorà appaiate al +7,6%. Segue il trio Lillo-MD (+6,9%), Ve’Ge’ (+5,3%) e Crai (+5,2%). In termini di redditività del capitale investito (Roi) primeggia Eurospin (20,2%), seguita da Lillo-MD (16,5%), Agorà e Lidl Italia al 12,9% e Crai all’11,9%. Tutti i restanti operatori sono sotto la doppia cifra, capeggiati da Ve’Ge’ al 9,1%.

    Supermarkets Italiani si conferma regina di utili cumulati tra il 2015 e il 2019: 1.340 milioni, seguita da Eurospin a 1.016 milioni, Conad a 879 milioni e Ve’Ge’ a 839 milioni. Carrefour ha cumulato perdite per 603 milioni, Coop per 252 milioni. Coop Alleanza 3.0 è la maggiore cooperativa italiana con vendite nel 2019 pari a 4.043 milioni, seguita da PAC 2000 A (Gruppo Conad) a 2.851 milioni e Conad Nord Ovest a 2.586 milioni che precede Unicoop Firenze a 2.320 milioni. Il prestito soci del sistema Coop appare in costante declino dagli 11,1 miliardi del 2014 agli 8 miliardi del 2019. Negli ultimi 5 anni le Coop hanno realizzato proventi finanziari netti per 1.233 milioni e subito svalutazioni finanziarie per 845 milioni.

  • Il coronavirus è stato una tassa sui redditi di 1.650 euro a famiglia

    Incubo Covid per le tasche degli italiani. Mentre gli effetti sanitari continuano ad essere pesantissimi in tutto lo Stivale, arriva un dato preoccupante: la pandemia ci ha fortemente impoverito. Secondo Confesercenti, quasi un anno dopo lo scoppio della crisi pandemica, alle famiglie italiane sono venuti a mancare in media, e nonostante i numerosi ristori, 1.650 euro di redditi. E le prospettive di recupero sono lente e dipendono dagli esiti della campagna vaccinale, attualmente in ritardo sugli obiettivi fissati: continuando così, a fine 2021, il reddito medio delle famiglie sarà ancora 512 euro inferiore ai livelli pre-crisi.

    A livello territoriale, alla fine del 2021 la distanza maggiore dalle condizioni pre-Covid si registrerebbe in Emilia Romagna (-897 euro), seguita dalle Marche (-807 euro). Resterebbe invece al di sotto dei 200 euro la perdita delle famiglie pugliesi. Per quanto riguarda le altre Regioni, la contrazione dei redditi 2021 rispetto al 2019 sarebbe compresa fra 600 e 700 euro in Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Toscana e Umbria. Superiori ai 500 euro sarebbero le perdite delle famiglie di Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. La compressione dei redditi supererebbe i 400 euro nel Lazio, in Abruzzo, in Molise e in Sardegna.

    Chi soffre di più? Sicuramente i lavoratori autonomi, per i quali la perdita di reddito a fine 2020 avrebbe avvicinato i 44 miliardi e risulterebbe ancora pari a -27 miliardi nel 2021, e i lavoratori dipendenti del settore privato, che registrano una caduta di 43 miliardi, cui si è contrapposto un aumento di 2,5 miliardi per i dipendenti pubblici, trainato dalle assunzioni nel comparto sanitario. Il mancato recupero dei redditi nel corso del 2021 sarà fortemente asimmetrico anche a livello settoriale, perché prevalentemente concentrata in 2 soli comparti: quelli del ‘commercio, ristorazione e pubblici esercizi’ e quello delle ‘attività artistiche e di intrattenimento’ oltre che, ovviamente, del turismo.

    “La crisi da pandemia non ha colpito dunque tutti allo stesso modo: l’impatto, come i dati sui redditi dimostrano, si è concentrato quasi completamente sui lavoratori autonomi e sui loro dipendenti, con perdite decisamente superiori ai ristori diretti elargiti fino ad ora. Anche perché l’ultima tranche dei sostegni, quella che avrebbe dovuto arrivare con il Ristori V forte di 32 miliardi di risorse, ancora non si è materializzata, ad oltre 60 giorni dall’annuncio. Una situazione incredibile ed inaccettabile, che crea sconcerto e sfiducia negli imprenditori e nei loro dipendenti e che blocca qualsiasi prospettiva di ripresa”, ha commentato la presidente di Confesercenti Patrizia De Luise. Che ha lanciato un appello a Mario Draghi: “Chiediamo con forza al governo di accelerare sui sostegni promessi: le imprese sono al limite e non possono aspettare un altro mese”.

  • I dati della spesa sociale nell’UE

    Tempo di resoconti per la spesa sociale europea del 2019 che segnala una forbice larga tra la Francia, che ha destinato alla spesa sociale il 31% della ricchezza nazionale, e Malta, meno della metà (15%). L’Italia è nel gruppo di testa con la Francia, collocandosi in quarta posizione a pari merito con l’Austria (28%), dopo Danimarca (30%) e Germania (29%).

    In questa classifica l’Italia è in testa per la spesa pensionistica che rappresenta il 58% della spesa sociale totale, 20 punti in più della Germania, con il 38%.

  • Covid 19 costa un calo di consumi e shopping on line nel settore beauty

    A fronte di un calo del fatturato delle imprese italiane della cosmetica stimato per la fine del 2020 dell’11,6%, con un valore di 10,5 miliardi di euro, del crollo dell’export del 15% e perciò della produzione per conto terzi, fortemente orientata ai mercati internazionali, del 15%, oltre al calo dei consumi interni del 9,3%, le imprese si interrogano sul futuro del tanto atteso 2021. Usciremo dalla crisi? La risposta la fornisce l’analisi congiunturale a cura dell’associazione Cosmetica Italia, che riunisce ad oggi 584 società del settore. Lo studio è stato presentato in un seminario web in diretta dalla sede dell’associazione afferente a Confindustria.

    “I dati sono negativi, – ha dichiarato Renato Ancorotti, presidente dell’associazione. – Vanno letti alla luce della chiusura di molti esercizi, delle tensioni sui mercati esteri, della difficoltà nel reperire le materie prime e del cambiamento delle abitudini di acquisto dei consumatori. Da questa situazione di crisi globale però ci saremmo aspettati stime ancora peggiori, invece il nostro settore dimostra una decisiva capacità di reazione dando prova di solidità, capacità imprenditoriale e resilienza tanto che gli investimenti in ricerca e innovazione continuano a rappresentare il 6% del fatturato, il doppio della media nazionale”.

    Alla fine del 2020, qualora non sopraggiunga la ripresa dei contagi, l’associazione prevede un calo del PIL del 9,5% a cui seguirà, nel 2021, un rimbalzo sostenuto del +5,4%, che resterebbe al di sotto di quello del 2019 di circa il 3,5%. Il recupero della crescita stabile non è perciò previsto prima di due anni. Il presidente Ancorotti ha quindi fatto un appello alle istituzioni affinché recepiscano il quadro di incertezza del comparto e supportino le imprese nella ripresa anche considerando una quota del Recovery Fund.

    “Nonostante le difficoltà dovute al quadro globale così incerto i nostri imprenditori si dicono fiduciosi, – ha spiegato Gian Andrea Positano, responsabile Centro Studi di Cosmetica Italia. – Registriamo un cauto ottimismo per il prossimo anno. Il 60,3% del campione che abbiamo intervistato ha dichiarato infatti che per il nuovo anno si aspetta un ritorno vicino alla normalità e gli indicatori ci fanno intravedere una previsione per il secondo semestre 2020 in recupero, seppure ancora negativa”.

    Anche gli italiani dalla comparsa del Covid-19 hanno radicalmente cambiato le loro abitudini beauty e, a negozi chiusi o progressivamente riaperti nella fase 2 e 3, non hanno più fatto assiduamente shopping in profumeria (che registra un calo del 24% rispetto al 2019), né in erboristeria (-25%) o con il ‘porta a porta’ (-30%). Diminuito anche il passaggio dal parrucchiere (-29%) o dall’estetista (-28,3%). Ha retto meglio il comparto dei mass-market con un calo lieve del’1,7%. Abbiamo però imparato a comprare i prodotti di bellezza online e per i dodici mesi del 2020 si stima che l’e-commerce crescerà del 35%. Nel lockdown, infatti, ben il 70 % degli italiani ha fatto shopping online e si prevede che non perderemo più questa una nuova abitudine.

  • Il sistema sanitario nazionale e Quinto Orazio Flacco

    Con grande difficoltà ma anche con elevata professionalità e spirito di sacrificio gli operatori del sistema sanitario nazionale stanno cercando di porre rimedio all’epidemia di coronavirus. Ormai è evidente come negli ultimi anni le risorse finanziarie pubbliche destinate allo sviluppo e al miglioramento del SSN risultino drasticamente diminuite in termini assoluti e soprattutto rispetto agli altri paesi europei come il grafico dimostra con evidenza.

    La criticità di un sistema complesso come il SSN emerge purtroppo sempre nei casi di emergenza come questa epidemia sta confermando, ma nonostante tutto gli operatori sanitari stanno lavorando al massimo ed anche oltre le proprie possibilità.

    La responsabilità politica di tali scelte ma soprattutto degli effetti va interamente attribuita ai governi che hanno optato per le scelte di riduzioni di risorse spacciate per “efficientamento” all’interno comunque di un aumento generale e complessivo della spesa pubblica: il che rende ancora più stridente ed ingiustificata la diminuzione stessa.

    Quindi le minori risorse finanziarie destinate al SSN risultano frutto di scelte politiche, magari complici di interessi privati operanti nel settore specifico.

    Per obiettività, tuttavia, va ricordato come spesso anche l’opposizione, in particolar modo quella che si definisce vicina ai diritti dei singoli cittadini, abbia proposto soluzioni anche peggiori rispetto alla semplice riduzione dei finanziamenti la quale comunque ha il merito di mantenere operativo un ottimo sistema sanitario italiano.

    Tanto alla compagine governativa degli ultimi anni quanto ai rappresentanti dell’opposizione sfugge come esista una terza possibilità tra falso “efficientamento” e gestione privatistica, e cioè espressione ed applicazione del principio di Orazio “est modus in rebus”: la teoria del giusto mezzo.

    In altre parole il principio di una posizione mediana la quale nello specifico si traduce “nella gestione di una infrastruttura pubblica nell’interesse dei semplici cittadini ed utenti” al cui finanziamento contribuiscono con la propria capacità contributiva.

    In altre parole le scelte governative quanto quelle proposte dall’opposizione partono ed esprimono una disonestà intellettuale, manifestazione, nello specifico, della propria  personale mancanza di etica.

    Questo dimostra ancora una volta come il nostro declino culturale sia espressione dell’intero quadro politico e dirigente italiano.

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