spesa

  • Gli stanziamenti dello Stato arrivano col contagocce e Spid diventa a pagamento

    Secondo la normativa italiana, un cittadino non è tenuto a fornire alla pubblica amministrazione dati che quest’ultima ha già, ma la digitalizzazione che semplifica la fornitura e la gestione dei dati e che dovrebbe essere completata entro il 2026, con i fondi Pnr, anche attraverso il wallet (portafoglio) digitale italiano ed europeo, non è priva di intoppi. Lo Stato ha promesso che Spid sarebbe stato gratuito per sempre per i cittadini ma Infocert e Aruba lo hanno reso a pagamento a partire dal secondo anno di abbonamento spiegando, nel caso di Infocert, che la decisione è stata presa perché lo Stato non ha ancora dato ai fornitori del servizio i 40 milioni di euro necessari a coprire almeno parte dei costi per lo stesso, ora erogato in perdita. Poste italiane, che fornisce il 70% degli Spid, ha introdotto una tariffa di 6 euro.

    I 40 milioni rappresentano già una forte riduzione rispetto ai 150 milioni che originariamente erano stati programmati per lo Spid, ma ad oggi l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), l’ente tecnico pubblico che gestisce Spid ed eroga i fondi, ha annunciato che saranno anticipati solo 100mila euro, cui seguiranno prima una tranche del 20% il prossimo settembre e poi erogazioni bimestrali, sulla base del conseguimento di certi obiettivi da parte dei fornitori. Le solite cose all’italiana, insomma e mentre la pubblica amministrazione si riserva di fare come le pare i i fornitori potrebbero anche decidere di chiudere il servizio: a luglio scade la convenzione con lo Stato.

    Per gli accessi con identità digitali ci si può servire anche di CieID (carta d’identità elettronica, che dal 3 agosto soppianterà definitivamente quella cartacea tradizionale), ma su 100 accessi solo 5 avvengono attraverso questo sistema mentre 95 avvengono tramite Spid.

    Ad oggi, le condizioni pratiche dai fornitori di Spid sono le seguenti.

    Aruba Id, gestito da Aruba Pec, offre la possibilità di attivare lo Spid gratuitamente tramite carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi (Cns), firma digitale o tessera sanitaria. Se si sceglie invece l’attivazione tramite videochiamata il costo è di 29,90 euro + iva (circa 36 euro). Dal secondo anno, Aruba applica un canone annuale di circa 6 euro (4,90 euro + Iva).

    Anche PosteId consente l’attivazione gratuita con Cie, Cns o firma digitale per il primo anno, ma dal secondo anno applica un canone annuo di circa 6 euro, tranne che per i cittadini con almeno 75 anni, i residenti all’estero, i minorenni e coloro che utilizzano lo Spid per finalità professionali.

    Il servizio Spid Power di SpidItalia, o Register.it, ilprimo anno costa circa 70 euro, mentre dal secondo anno, a questi 70 euro si aggiungeranno circa 12 euro. La registrazione può avvenire tramite Cie, Cns, firma digitale o videochiamata, con costi variabili a seconda della modalità scelta.

    InfoCert Id consente di ottenere Spid con registrazione è gratuita se si utilizza Cie, Cns o firma digitale, mentre per registrazione via video applica un costo di 19,80 euro + iva (24 euro circa). Dal secondo anno, InfoCert prevede un canone annuo di 4,90 euro + iva.

    Anche TeamSystem Id ha introdotto un canone annuale per lo Spid personale pari a circa 7 euro + iva, circa 8,50 euro. La registrazione può avvenire tramite diverse modalità, inclusi Cie, Cns, firma digitale, tutte modalità gratuite, o videochiamata.

    Id InfoCamere, gestito dalla società delle Camere di Commercio italiane, è privo di canone annuo se si utilizza l’identificazione avviene tramite Cie, Cns o firma digitale, e non prevede canoni annuali di rinnovo se non per registrazioni con videochiamata.

    Tim Id, gestito da Telecom Italia, Tim Id non prevede alcun canone annuale, la registrazione può essere gratuita se si sceglie Cie, Cns o firma digitale come metodo di riconoscimento, mentre il riconoscimento via video/webcam può avere costi variabili.

    Sielte Id consente di ottenere Spid senza costi ricorrenti, sempre a patto di utilizzare modalità di riconoscimento gratuite come Cie, Cns o firma digitale. Eventuali costi sono legati esclusivamente alla procedura di identificazione da remoto.

    Namiral Id offre Spid senza canone annuo per chi utilizza strumenti di identificazione digitale già certificati. I costi emergono solo nel caso di riconoscimento via webcam.

    Lepida Id è il provider Spid non prevede canoni annuali per lo Spid e consente l’attivazione tramite Cie, Cns o firma digitale.

    Il servizio Spid Etna Id è offerto da Etna Hitech e non applica canoni annuali per le identità personali. L’attivazione è gratuita tramite Cie, Cns e firma digitale, mentre il riconoscimento da remoto può prevedere un costo.

    Intesi Group per lo Spid personale non applica un canone annuo, mentre eventuali costi possono essere legati esclusivamente alla modalità di riconoscimento scelta in fase di attivazione, in particolare nel caso di identificazione da remoto tramite video.

  • Due italiani su tre fanno donazioni

    Il Retail Report 2025 di Adyen, piattaforma tecnologico finanziaria, mostra come la tecnologia svolga un ruolo sempre più centrale anche nel sostegno agli enti di beneficenza, permettendo donazioni più frequenti e di importo ridotto, in linea con le diverse possibilità di spesa.

    Ben due italiani su tre (il 67%) hanno dichiarato di effettuare donazioni a favore di cause benefiche. Tuttavia, l’11% ha ammesso di aver dovuto rinunciare a donare a causa dell’aumento dei costi in altri ambiti della vita quotidiana. Analizzando i dati per fasce d’età, si nota come siano i Millennial a registrare la percentuale più alta di donatori tra le generazioni più giovani, con il 71%, mentre tra i Baby Boomer la percentuale scende al 64%. Guardando alla frequenza, emerge inoltre che il 25% dei consumatori italiani dona una o più volte al mese.

    Il metodo preferito per donare resta il supporto a iniziative benefiche promosse da amici e familiari con il 30%, seguito dalla funzione “round-up” al momento del checkout, indicata dal 21% che afferma di averla già utilizzata più volte. Quest’ultima rappresenta un’opportunità per aziende e partner del terzo settore di interagire con i potenziali donatori. La funzione permette agli acquirenti di arrotondare l’importo dei propri acquisti e donare piccole somme alle cause che stanno loro più a cuore, favorendo la collaborazione tra retailer globali e realtà sociali e generando un impatto concreto a livello locale, dove le donazioni fanno la differenza.

    Questa evoluzione digitale rende il sostegno alle cause benefiche sempre più semplice e accessibile. Non a caso, il 42% degli italiani afferma di donare di più durante l’anno quando può scegliere importi ridotti. La maggior parte dei donatori predilige infatti soluzioni flessibili e meno vincolanti: l’aumento dei costi porta il 36% dei consumatori, percentuale che sale al 39% tra i Millennial, a cercare alternative che non prevedano abbonamenti annuali o mensili.

    Infine, oltre la metà degli italiani, il 55%, ritiene che le aziende potrebbero fare di più per sostenere il terzo settore, mentre più di un terzo, il 37%, afferma che, se non può donare nel modo che preferisce, rinuncia del tutto a farlo.

    Nonostante questi dati, solo il 20% delle aziende italiane consente ai clienti di effettuare donazioni in negozio, e la stessa percentuale offre questa possibilità online. Inoltre, il 9% dichiara di non avere le risorse o le competenze per gestire la raccolta di donazioni, ad esempio tramite la funzione di round-up, pur desiderando offrire questa opportunità.

  • Ogni mese 40 milioni di richieste al servizio clienti dei marchi: customer care sempre più centrale per fidelizzare la clientela

    La 25esima edizione di Forum Retail, ha evidenziato, sulla base dei dati di una ricerca realizzata da Ipsos Doxa, che ogni mese in Italia vengono generate 40 milioni di richieste ai servizi clienti dei marchi, un dato che attesta quanto il customer care sia diventato un punto strategico nella relazione tra brand e consumatori. Il servizio clienti viene contattato per richieste di informazioni (40%), assistenza (50%) e reclami (10%). Il dato più critico presentato sul palco è netto: il 27% degli italiani è insoddisfatto dell’ultima esperienza, tra questo il 40% non riacquisterà più dal brand, con quindi un impatto diretto sulla fedeltà e sulle vendite. Al contrario, il 79% dei clienti soddisfatti racconta un’esperienza positiva, contribuendo a rafforzare reputazione e considerazione della marca.

    Le interazioni restano fortemente umane: il 76% degli italiani preferisce ancora il telefono, mentre la Gen Z si muove in modo opposto (53% digitale). L’AI è vista con favore: il 72% pensa che renderà il servizio più rapido ed efficiente, purché mantenga trasparenza e continuità con l’interazione umana.

    Fiducia, personalizzazione e condivisione del dato sono ormai i driver per accompagnare consumatori sempre più esigenti: ne hanno parlato Mauro Lusetti, Presidente Conad, Alessandra Bellini, Non Executive Director, Advisor and Executive Coach Former Group Chief Customer Officer in Tesco, e Giorgio Santambrogio, CEO Gruppo VéGé. Il punto vendita, hanno sottolineato, è diventato un touchpoint strategico in cui digitale e fisico si fondono: dalla capacità di leggere i comportamenti in tempo reale all’utilizzo del Retail Media per trasferire valore lungo tutto il percorso di acquisto. Nei punti vendita che adottano soluzioni evolute si registra un incremento medio del 7% delle vendite, accompagnato da un miglioramento di 2,6 punti nel customer satisfaction e da un aumento significativo della percezione complessiva dello store

    Proprio il Retail Media è stato uno dei temi centrali dell’edizione 2025. La ricerca realizzata da IKN Italy in collaborazione con Casaleggio Associati e con il supporto di Tangoo, conferma come stia rapidamente superando i modelli tradizionali dell’advertising e rivoluzionando il modo in cui i brand investono e dialogano con i consumatori. La maturità del mercato è però ancora eterogenea: retailer e inserzionisti hanno ribadito la necessità di maggiore trasparenza, KPI condivisi e modelli organizzativi in cui buyer e marketing operino in modo coordinato, superando la logica puramente commerciale e adottando piattaforme in grado di valorizzare i dati di prima parte. Le sfide quindi non sono solo tecnologiche, ma organizzative: i budget di Retail Media non hanno ancora una “casa” precisa tra marketing e commerciale.

    Ampio spazio è stato dedicato anche all’intelligenza artificiale. Nel suo keynote internazionale, Francesca Rossi, AI Global Leader di IBM, ha evidenziato come l’AI possa essere una leva strategica per il mondo retail solo se governata con criteri di trasparenza, comprensibilità e responsabilità. L’approccio “glass box” – cioè rendere visibili e comprensibili le logiche dell’AI a clienti, stakeholder e team interni –  è la condizione essenziale per generare fiducia nelle tecnologie che supportano decisioni, pricing, supply chain e servizi ai clienti. Le aziende che investono di più nell’etica dell’AI registrano infatti un miglioramento sensibile dei livelli di fiducia (+61%) e della reputazione (+54%), oltre a benefici misurabili in termini di redditività operativa.

    KPMG ha presentato un’analisi dedicata all’impatto dell’AI nel fashion e nel lusso. Nonostante la tecnologia sia già utilizzata da oltre la metà dei brand per operations e logistica, la readiness complessiva resta ancora limitata: il 64% delle aziende non si considera pronto a integrare l’AI nei processi creativi, mentre solo il 27% la utilizza del product development, l’area dove, secondo KPMG, si concentrano le potenzialità più dirompenti in termini di velocità, efficienza e personalizzazione. In un mercato del lusso che nel 2025 cresce solo dell’1,5%, la capacità di anticipare trend e ottimizzare i cicli di collezione diventa una leva competitiva indispensabile.

    Nel segmento Fashion & Luxury, Mastercard ha presentato i risultati di un’analisi basata su oltre 159 miliardi di transazioni, evidenziando come il canale in-store generi ancora l’84% della spesa, con un ticket medio tre volte superiore rispetto all’online. I turisti internazionali rappresentano quasi due terzi degli acquisti e spendono in media tre volte più degli italiani. Gioielli e orologi mostrano una delle crescite più dinamiche (+65% di ticket medio rispetto al 2019). Il quadro mostra un mercato concentrato, con i top 15 retailer che raccolgono il 56% del totale. Milano e Roma sono le capitali del lusso, con Via Montenapoleone che da sola concentra quasi metà della spesa degli high spender.

    Sul palco dedicato ai grandi brand della moda è intervenuto anche Pietro Comito, Head of Group Strategy & Transformation di Ferragamo, che ha portato la prospettiva di un marchio iconico del lusso italiano. Ferragamo ha ribadito il valore dell’autenticità come leva di differenziazione, sottolineando come innovare non significhi cambiare direzione, ma rafforzare la propria identità. Una visione che conferma la necessità, per i brand del settore, di integrare creatività, tecnologia e coerenza di marca all’interno di un percorso unico e riconoscibile.

    Nell’ambito dei marketplace, Eloisa Siclari, General Manager Southern Europe di Zalando, ha mostrato come il ruolo delle piattaforme stia evolvendo da semplici canali di vendita a veri e propri curatori culturali dello stile e delle tendenze. L’introduzione dell’assistente virtuale basato su AI – capace di analizzare prodotti e comportamenti d’acquisto – ha già ridotto del 10% i resi legati alla taglia, dimostrando come la tecnologia possa intervenire in modo concreto su una delle principali criticità del fashion online. Nel confronto dedicato alla leadership nella GDO – con la partecipazione di Unilever, Icam Cioccolato e Fox Italia Snack – è stato evidenziato come, in un contesto caratterizzato da incertezza e rapida evoluzione, la coesione interna dei team, l’ascolto e la capacità di prendere decisioni rapide e coerenti siano diventati elementi imprescindibili per guidare l’innovazione e mantenere la competitività.

  • Natale spinge gli acquisti, i clienti cercano value for money

    Secondo i dati dell’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, combinati con le previsioni macroeconomiche provenienti dal Mastercard Economics Institute (MEI), la spesa dei consumatori in Europa (escluso il settore auto) è prevista in aumento del 3,1% su base annua considerando il periodo delle festività che va dal 1° novembre al 24 dicembre 2025.

    Anche per i consumatori italiani si registra un aumento stimato del 2,1%. Il quadro che emerge è tuttavia quello di consumatori che prediligono piccoli piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, cercando anche un valore emozionale attraverso le esperienze.

    Le previsioni di crescita più elevate in Europa riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%).

    Il consumatore europeo appare resiliente. Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa. Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui una bassa disoccupazione e un potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. La spesa durante il periodo di feste rifletterà probabilmente un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per piccoli piaceri accessibili. Chi compra va in cerca del valore emotivo dietro l’acquisto. Negli ultimi mesi, i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar – categorie particolarmente apprezzate durante la stagione festiva. La domanda di articoli di grande valore come mobili ed elettronica si è indebolita in tutta Europa, con alcune eccezioni, come l’Italia, dove i consumatori continuano a prediligere accessori per la casa ed elettrodomestici – che rappresentano il 4.7% della loro spesa durante le festività.

    Le categorie di beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con le generazioni Gen Z e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita. La moda second-hand sta guadagnando particolare spazio in Spagna (+4.4%), seguita da Francia (+1.3%) e Italia (+0.5%), dove i più giovani scelgono di acquistare articoli usati, complici l’attenzione alla sostenibilità ambientale e al budget.

    I carrelli della spesa riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente, con gli europei che prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività. Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente a 37 e 36 euro.

    Nel 2025, i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la loro quota nel mercato della moda online in Francia, Germania e Regno Unito. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio. Anche in Spagna si registrano progressi per la moda di fascia alta, sia online che offline. In controtendenza l’Italia che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0.3%) sia in store (-0.4%).

    I viaggiatori europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano ora fuori dall’Europa, con Thailandia ed Egitto come gli unici Paesi con più di una meta nella classifica per il periodo novembre-dicembre 2025. Tra le destinazioni europee, Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni di voli anno su anno, con un aumento pari al +8,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

    Natalia Lechmanova, Chief Economist Europe di Mastercard, afferma: «Durante la stagione delle festività di fine d’anno, i consumatori europei mostrano resilienza e capacità di adattamento. Sebbene la crescita complessiva della spesa al dettaglio resti moderata, si osserva una forte domanda di piccoli piaceri accessibili, acquisti di importo contenuto ed esperienze di viaggio. Dai prodotti alimentari premium e le specialità festive fino alle vacanze invernali a lungo raggio, i comportamenti di spesa riflettono un attento equilibrio tra prudenza e piacere».

    Luca Corti, Country Manager Italia di Mastercard, commenta: «Da anni osserviamo l’ascesa dell’experience economy in tutta Europa, Italia compresa, e questo trend emerge chiaramente anche dalle nostre stime per i consumi nel periodo delle festività. Oggi i consumatori non cercano più solo prodotti, ma trasferiscono anche nell’acquisto di beni un valore emotivo ed esperienziale. La predilezione per piccoli piaceri accessibili, momenti di gratificazione personale, viaggi ed eventi dimostra che l’experience economy continua a guidare le scelte di spesa, trasformando ogni acquisto in un’occasione di piacere e connessione».

  • La salute dei nostri amici animali

    L’Italia, come abbiamo già scritto, è uno dei primi paesi in Europa per numero di animali domestici pro capite, in prevalenza gatti e cani, di conseguenza alcuni dei settori economicamente rilevanti, che si sono consolidati sono quelli che riguardano l’alimentazione e la salute dei nostri amici animali.

    Negli ultimi anni vi è stato un incremento di più del 35% dei servizi veterinari e le imprese che si occupano della cura degli animali sono quasi raddoppiate.

    A differenza di quanto avviene nel nord Europa, o negli Stati Uniti, in Italia la quasi totalità degli studi veterinari sono di piccole dimensioni, collegati ad uno o due professionisti anche se, visto l’aumento di richiesta di diagnosi sempre più precise e specializzate, e di conseguenza della necessità di strumenti particolarmente costosi per la diagnostica, è cominciata la tendenza a riunire più specialisti in un unico centro di cura e vi sono anche società che aprono più studi, in varie regioni, sotto la stessa insegna e dando lavoro a centinaia di veterinari e tecnici di laboratorio e radiologi.

    Sono circa 35.000 i medici veterinari in Italia e 8600 gli studi medici ma solo poco più del 2% fa parte di gruppi strutturati nei quali possono essere eseguiti esami con strumenti all’avanguardia come la tac o la risonanza magnetica, e crescono  anche gli ospedali per animali e le strutture per poterli ricoverare provvisoriamente in caso di necessità di cure che non possono essere fatte a casa, secondo il rapporto Assalco Zoomark 2025 il settore delle cure per gli animali d’affezione vale già 7,3 miliardi di euro e di questi 2,5 miliardi sono rappresentati dalla medicina veterinaria.

    Purtroppo a fronte dei milioni di persone che hanno cura dei propri amici animali ne esistono sempre troppe che continuano a maltrattarli, anche in questi giorni la notizia che, nonostante la nuova legge appena uscita sui maltrattamenti agli animali sia più severa prevedendo anche il carcere, in queste ultime settimane vi sono stati diversi casi di sevizie, maltrattamenti e uccisioni.

  • ReArm Europe aiuterà l’innovazione ma creerà poca occupazione, dice l’Economista

    Per la prima volta da decenni, il mondo ricco si sta lanciando in una massiccia ri-militarizzazione. Secondo un editoriale del settimanale “The Economist”, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, la minaccia di un conflitto su Taiwan e l’approccio instabile del presidente statunitense, Donald Trump, alle alleanze hanno reso il rafforzamento della difesa nazionale una priorità urgente. Per questo, il 25 giugno i Paesi Nato hanno deciso di alzare l’obiettivo di spesa militare al 3,5% del PIl, con un ulteriore 1,5% a voci legate alla sicurezza. Se tale obiettivo sarà raggiunto entro il 2035, si spenderanno ogni anno 800 miliardi di dollari (circa 684 miliardi di euro) in più in termini reali rispetto al periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina. Queste cifre, avverte il “The Economist”, rischiano di mettere a dura prova le finanze pubbliche, poiché la conseguenza economica più ovvia dell’aumento dei bilanci per la difesa sarà la pressione sui conti pubblici. “I debiti sono già elevati e i governi sono sottoposti a crescenti pressioni finanziarie a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei tassi d’interesse più alti”, scrive il settimanale. Per coprire l’aumento delle spese, molti governi dovranno tagliare la spesa sociale o aumentare i disavanzi. Inoltre, usare le spese militari come leva per creare occupazione, come promesso dal primo ministro britannico, Keir Starmer, sarebbe un errore: “Tali argomentazioni sono sbagliate e politicamente fuorvianti”.

    Secondo il “The Economist”, i benefici potrebbero arrivare solo dalla ricerca e sviluppo in ambito militare: “L’innovazione militare può stimolare la produttività privata”. Ma sul fronte dell’occupazione, le speranze sono ridotte. “La produzione militare, come gran parte della manifattura moderna, è altamente specializzata e automatizzata. Ciò significa che il riarmo creerà meno posti di lavoro rispetto a quelli persi a causa delle nuove tecnologie o della concorrenza straniera”, scrive il settimanale, che spiega: “Secondo una stima, l’aumento della spesa per la difesa nei Paesi europei della Nato potrebbe generare 500 mila posti di lavoro, un numero irrisorio se confrontato con i 30 milioni di lavoratori nel settore manifatturiero dell’Ue”.

    Infine, il “The Economist” mette in guardia dal rischio di inefficienze legate al nazionalismo industriale europeo; sottolineando come uno dei problemi principali della spesa militare europea è che troppi Paesi vogliono produrre in proprio l’equipaggiamento: “Dodici modelli di carri armati nei Paesi Ue, contro uno solo negli Stati Uniti, sono l’emblema di sprechi e scarsa interoperabilità”. Il messaggio finale del “The Economist” è chiaro: “Per avere successo nella nuova corsa al riarmo, i governi dovranno spiegare onestamente agli elettori che la spesa è necessaria per la sicurezza. Se tenteranno di ottenere tutto con un solo bilancio, non faranno bene nulla. Non ha senso cercare di stimolare la crescita se il risultato è essere invasi”.

    Londra e Berlino intanto lavorano al patto d’acciaio del XXI secolo. I governi della Germania e del Regno Unito – come riferisce il portale di informazione “Politico” che cita cinque fonti a conoscenza della questione – sarebbero pronti a firmare un trattato che include una clausola di mutua assistenza in caso di minaccia per uno dei due Paesi. Due funzionari britannici hanno dichiarato a “Politico” che “il testo del trattato è prossimo alla conclusione” e che “la firma è prevista per il 17 luglio, prima che i due Parlamenti si sciolgano per la pausa estiva”. Sebbene il trattato “probabilmente riaffermerà l’impegno di entrambe le nazioni nei confronti della Nato come pietra angolare della loro difesa collettiva, l’inclusione della clausola sottolinea la spinta degli alleati europei a collaborare più strettamente in materia di sicurezza, mentre gli Stati Uniti si ritirano dall’alleanza di difesa transatlantica”. Si prevede inoltre che il documento contenga ulteriori misure per contrastare l’immigrazione clandestina, i trasporti, la ricerca e l’innovazione e un impegno a promuovere gli scambi transfrontalieri. “Il trattato riguarderà l’intera gamma delle nostre relazioni”, ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri tedesco.

  • Gli italiani praticano il nazionalismo alimentare quando riempiono il carrello della spesa

    Quando si tratta di scegliere i prodotti al supermercato, gli italiani hanno pochi dubbi, l’italianità fa la differenza e molti sono convinti che il comportamento d’acquisto aiuti anche a far sentire la propria voce. Questa è una delle principali evidenze che emergono dal Behavior Change Report di YouGov, il rapporto semestrale del leader del mercato nelle ricerche sul mondo del largo consumo che illustra in dettaglio come si evolvono le esigenze, le scelte e le preferenze di oltre 15.000 acquirenti in 21 paesi d’Europa giunto alla nona edizione. Entrando nello specifico, le rilevazioni appaiono sorprendenti perché in parte in controtendenza con la spensieratezza e la scarsa attenzione alla responsabilità che spesso si attribuiscono ai consumatori del nostro Paese: infatti quasi due italiani su tre (64%) credono di influenzare la società con le proprie scelte quotidiane di acquisto, una percentuale ben al di sopra della media europea (44%). In un contesto generale di timore per la stabilità politica ed economica globale (79%), in Italia i consumatori si dichiarano preoccupati soprattutto per il cambiamento climatico (45% a fronte del 33% dei paesi UE) ancor più che per il bilancio famigliare (40% vs. 48%) o la salute fisica (41% vs. 36%). Depone ulteriormente a vantaggio delle famiglie del Belpaese il fatto che il loro attivismo si declina attraverso un atteggiamento positivo: rispetto alla media europea prevale il supporto, attraverso l’acquisto di prodotti locali (50% contro il 45%) o nazionali (46% vs. 40%) a discapito di scelte come il boicottaggio (che, per ragioni diverse, sta tornando in auge in altri paesi del vecchio continente come la Danimarca o la Serbia) che in Italia raccoglie adesioni molto basse (19%).

    Il 47% degli italiani afferma che rafforzerà il proprio sostegno ai produttori locali nei prossimi sei mesi, un dato che migliora la percentuale già alta (39%) registrata lo scorso anno: non è un caso quindi che il 75% dei consumatori preferisca acquistare marchi locali e l’83% prodotti made in Italy, testimoniando un sentimento comunitario di appartenenza che, nel paese dei mille campanili, è particolarmente forte nel Sud dove si identificano con la propria regione il 33% degli intervistati (la media nazionale si attesta al 15%).

    Questo legame emotivo, unito a una solida strategia di distribuzione e promozione ancorata alla narrazione regionale, è alla base del successo commerciale di alcuni brand fortemente radicati nel territorio: i marchi di pasta La Molisana e Rummo, per esempio, hanno visto la loro penetrazione crescere significativamente (rispettivamente dal 40,1% al 44,4% e dal 27,5% al 39,3%) tra il 2022 e il 2024. In un altro settore, la birra pugliese Raffo ha cavalcato con successo l’appeal locale scalando 53 posizioni nell’ultima classifica YouGov Brand Footprint per le bevande, con un valore aumentato del 170% e la penetrazione balzata dall’1,8% al 10,2% nell’ultimo anno. Una crescita impetuosa e travolgente che ricorda da vicino i casi della sarda Ichnusa e della siciliana Birra Messina, che hanno fatto leva sulle loro identità regionali per scalare le gerarchie di mercato anche a livello nazionale. Nemmeno i big dell’industria rinunciano a celebrare i punti di forza del nostro paese, sebbene su scala industriale più ampia: è il caso di Ferrero, che ha recentemente lanciato un pack in edizione limitata per la campagna Nutella Buongiorno in cui ha celebrato i paesaggi italiani illuminati dalla luce dell’alba. Ma il fascino dell’italianità si estende anche oltre i confini nazionali, come dimostrano Mutti e Giovanni Rana che comunicano un approccio legato alla nostra tradizionale sapienza culinaria.

    Se la preferenza per i prodotti locali è la caratteristica più tipica degli italiani, soprattutto con la funzione “sociale” descritta in precedenza, i principali fattori che influenzano il comportamento d’acquisto sono la qualità (41%), gli sconti e le promozioni (40%) ed evitare gli sprechi (38%). Da notare come un italiano su cinque (21%) si dichiari aperto alle novità, con picchi per le referenze per la cura della persona (38%), i detersivi e i detergenti (37%), i dolciumi e i biscotti (37%), i prodotti lattiero-caseari (34%) e il pane e i prodotti da forno (28%). L’applicazione dell’intelligenza artificiale all’esperienza d’acquisto incontra ancora un certo scetticismo: la maggioranza dei consumatori (40%) chiede maggiori informazioni ma la quota di chi vorrebbe si fermasse (32%) prevale rispetto a quella che ne vede i benefici (28%).

    Prudenza e tradizione sembrano le parole d’ordine degli italiani per far fronte a uno scenario diffuso di incertezza globale e difficoltà economiche, in cui gli acquirenti europei continuano a adattare il proprio comportamento a un diffuso pessimismo. Fortemente preoccupati per la stabilità globale (71%), gli intervistati indicano le difficoltà economiche e la sicurezza personale e della propria famiglia come i principali timori, seguiti dal benessere fisico, il cambiamento climatico e l’immigrazione. Risultano in crescita i principali indicatori a salvaguardia del potere d’acquisto, come il controllo dei prezzi dei prodotti, l’attenzione alle promozioni, il tentativo di contenere il costo del carrello della spesa, cucinare in casa e abbandonare i marchi premium a favore di altri meno costosi. Tutto questo si riflette inevitabilmente anche nella scelta dei canali, a beneficio degli hard discounter: questi sono gli unici a presentare un saldo positivo nel confronto tra il numero dei rispondenti che dichiara l’intenzione di utilizzare più spesso quel canale d’acquisto e quello di chi invece intende ridurre le occasioni di spesa lì.

    Solo la qualità del prodotto risulta indirizzare gli acquisti più delle scelte a salvaguardia del risparmio. Gli acquirenti sono facilmente divisibili tra quelli che faticano a far quadrare il bilancio famigliare e quelli invece che ci riescono più comodamente, con comportamenti d’acquisto che naturalmente evidenziano priorità e necessità differenti: i primi si aspettano un peggioramento della propria situazione (65%) rivolgendosi volentieri verso la private label (62%) probabilmente in funzione di risparmio, poiché quasi tre su cinque (59%) fanno attenzione al prezzo della spesa quotidiana. Viceversa i consumatori più tranquilli dal punto di vista economico mostrano una grande predisposizione nei confronti delle novità (70%) e fiducia che la loro capacità di risparmio rimarrà invariata (62%).

    La polarizzazione in corso tra la popolazione europea e quanto l’aumento dei prezzi impatti in maniera differente sono evidenti anche dall’analisi di quanto incidano i generi alimentari nella distribuzione totale del bilancio famigliare, che varia dalle basse percentuali dei paesi più benestanti (14% in Austria e 15% in Germania, Danimarca, Svezia e Olanda) al 44% dell’Ucraina, passando per il 35% della Romania e il 41% della Serbia. L’attenzione verso il green sembra risentire di questo ridotto differente potere d’acquisto e sorprende che perfino i solitamente ecologici danesi si aggiungano a bulgari, croati e serbi nella lista di coloro che si dichiarano meno disponibili a pagare per caratteristiche di sostenibilità.

    C’è però una tendenza che unifica davvero gli europei: l’attenzione al benessere. Superano il 30% i consumatori che dichiarano di fare abbastanza esercizio fisico quotidiano e di rinunciare all’alcol, inoltre tra le principali tendenze emerge quella sugar free. Le bevande energetiche o funzionali rappresentano la categoria con la crescita più veloce in Bulgaria, Polonia e Romania ma anche in Belgio e in Austria, mentre si trovano al secondo posto in Olanda e Germania. La crescita di penetrazione negli ultimi due anni del marchio Le Naturelle in Italia (dal 34% al 40,7%) è praticamente sovrapponibile a quella di OnlyBio (dall’11,9% al 18,7%) in Polonia. In un anno il segmento della salute in Germania ha registrato un incremento del 10,3% con picchi per le polveri dimagranti e i frullati proteici (+25,1%) e gli sports/energy drinks (+12,9%). Essere “in forma” è quindi un obiettivo primario per molti europei e i consumatori indirizzano sempre di più le proprie scelte allo star bene individuale, probabilmente in risposta al concomitante clima di incertezza sul futuro.

  • Ri-armo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Anche nel recente incontro di Roma i partecipanti hanno continuato a ripetere come sia indispensabile per tutti i Paesi europei stanziare nuovi fondi da destinare agli armamenti. Mettiamo pure da parte per un momento il fatto che si tratterebbe in buona parte di soldi che servirebbero anche per “aiutare” l’Ucraina perché su questo e su quanto ci costa aver sostenuto e sostenere quel Paese in guerra torneremo dopo.

    Nel frattempo, per capire quale sia la situazione attuale nel campo delle spese per la “difesa” (tra virgolette poiché, come abbiamo visto negli ultimi decenni, si è spesso trattato di “offesa”) facciamo un po’ di conti e vediamo chi sono o potrebbero essere gli aggressori che parteciperanno alla futura guerra.

    I dati sono riportati dall’International Institute for Strategic Studies britannico che definisce sé stesso come “massima autorità mondiale sul conflitto politico-militare”. Vediamoli:

    Spese nei settori della difesa (2024) inclusi: gli stipendi per il personale militare e civile, le pensioni, ricerca e sviluppo (per alcuni), forze aggregate para-militari, l’aiuto all’Ucraina (per alcuni) e le missioni fuori confine:

    Stati Uniti                              miliardi di dollari USA        968

    Cina                                          “     “                             235

    Russia                                  “              “                                146

    Germania                            “              “                                 86

    Gran Bretagna                     “              “                                 81 (incluso aiuti all’Ucraina)

    India                                     “              “                                 74

    Arabia Saudita                      “              “                                 72

    Francia                                 “              “                                 64

    Giappone                            “              “                                 53

    Corea del Sud                    “              “                                 44

    Australia                             “              “                                 36

    Italia                                     “              “                                 35

    Israele                                  “              “                                 34

    Ucraina                                “              “                                 28 (la maggior parte come prestito – probabilmente ripagati a babbo morto)

    Polonia                                   “              “                                 28

    Vediamo invece ora chi sono i maggiori esportatori di armi (fonte: SIPRI arm transfert database –Stockholm International Peace Research Institute, svedese, citato da ISPI)

    USA                       43%

    Francia                 9,6%

    Russia                   7,8%

    Cina                       5,9%

    Germania            5,6%

    Italia                      4,8%

    Altri:                      23,3%

    Secondo il SIPRI circa due terzi (66%) delle armi importate dai membri europei della NATO negli ultimi cinque anni sono state di fabbricazione statunitense.

    Per gli aiuti all’Ucraina, alla fine del 2024 al Kiel Institute (tedesco) risulta quanto segue:

    aiuti finanziari: USA 44 miliardi di Euro, Europa (membri + Bruxelles) 50 miliardi, altri 20 miliardi.

    aiuti umanitari: USA 2 miliardi di Euro, Europa 10 miliardi (e i finanziamenti vari?), altri 3 miliardi.

    Aiuti militari (ma la NATO non proibiva di mandare armamenti a Paesi in guerra?): USA 68 miliardi, Europa 53 miliardi, altri 16 miliardi.

    Secondo la Banca Mondiale (citata dall’ISPI) per ricostruire il Paese, e senza contare le distruzioni avvenute negli ultimi 6 mesi, al fine di rendere possibile l’adeguamento agli standard europei e permetterne l’ammissione alla UE, nel periodo 2024-2033 serviranno almeno 486 miliardi di Euro. Da dove si prenderanno? Forse l’élite attualmente al potere nella Unione Europea intende sacrificare ciò che rimane del nostro welfare per aiutare l’Ucraina e nello stesso tempo procedere a un forte riarmo generalizzato di tutti i paesi membri.

    Sembra tutto chiaro e già definito, salvo che, di là da quanto ci raccontano i nostri politici europei con la complicità di giornalisti servili, almeno sul riarmo esistono alcuni problemi.

    Si parla sempre della necessità che si costruisca una difesa europea e ciò sarebbe bellissimo, ma nessuno dice da chi saranno costituiti gli eserciti, chi li comanderà e quale sarà il potere politico che ne deciderà l’uso. Poiché non esiste una Europa politica e le decisioni sono prese da “Consigli Europei dei Ministri” senza né consultare né avere l’avallo dei cittadini, potremmo forse trovarci ad entrare in una guerra senza nemmeno sapere da chi sia stata ordinata e perché?

    I problemi però sono anche altri. Sappiamo che, messe insieme, le spese per armamenti di tutti gli Stati dell’Unione più la Gran Bretagna si avvicinano già almeno ai 500 miliardi e ora si vorrebbe aggiungerne altri 800 nell’arco di qualche anno. Ebbene, il grande problema delle forze armate europee è che, salvo per i reparti assegnati alla NATO ove le armi sono tutte standardizzate (e soprattutto americane), nel resto degli armamenti ci sono doppioni in abbondanza, sistemi e materiali diversi, procedure non collimanti e perfino Ricerca e Sviluppo alternativi tra loro. Proprio perché l’Unione non ha alcuna valenza o potere politico, anche nel caso che davvero si dovessero spendere tutti quei soldi ogni Paese farà per conto suo e le disomogeneità si perpetueranno. Un esempio disponibile dell’andazzo europeo nel settore è dato dalla Germania (la fonte è il Kiel Institute): tra il 2020 e il 2024 gli ordini del Ministero della difesa tedesco sono andati per il 50% ad aziende della Germania, il 30% ad aziende joint venture tra tedeschi e stranieri e il restante ad aziende americane. Praticamente nessun ordine ad aziende europee non tedesche. Anche per i sistemi d’arma più moderni previsti da European Sky Shield Initiative Francia e Italia sono escluse perché parteciperebbero soltanto se fosse accettato il proprio sistema anti-aereo. Per i caccia di sesta generazione ci sono addirittura due cordate: Francia, Germania e Spagna contro Italia, Gran Bretagna e Giappone.

    Come non bastasse, l’ISPI cita uno studio che prevede che per raggiungere il numero di carri armati funzionanti che la Germania aveva nel 2004 occorrerebbe aspettare il 2066 e per gli obici va ancora peggio: bisogna attendere il 2121.

    Tutto bene? Dove sta la logica delle scelte che si vorrebbero fare?

  • L’Istat prevede un rallentamento della crescita nel 2025 e famiglie sempre più piccole

    Le previsioni più recenti per il 2025 sono di un rallentamento della crescita rispetto all’andamento già moderato del 2024, come conseguenza principalmente degli effetti dell’evoluzione delle politiche commerciali globale, e sono comprese tra +0,4% (Fondo monetario internazionale) e +0,6% (Banca d’Italia e ministero dell’Economia). È quanto riferisce l’Istat nel suo rapporto annuale 2025. Le prospettive per l’anno in corso sono tuttavia condizionate dalle possibili evoluzioni delle tensioni geopolitiche internazionali che rendono ogni previsione soggetta ad ampi margini di incertezza. Nel 2024 l’economia italiana ha continuato a crescere a un ritmo moderato, inferiore rispetto alla Francia e soprattutto alla Spagna, mentre la Germania è in recessione per il secondo anno di seguito. L’occupazione ha continuato a espandersi ed è stato conseguito un parziale recupero nel potere d’acquisto dei salari. D’altra parte, l’aumento dell’occupazione, anche per la sua composizione settoriale, si è tradotto in una riduzione della produttività del lavoro. È proseguito il rientro dall’inflazione, riflettendo il forte calo nelle quotazioni dell’energia, la cui crescita ne era stata all’origine. L’inflazione al consumo si è mantenuta più bassa che nelle altre maggiori economie europee, tornando però a salire nei primi mesi del 2025.

    Nel 2024 sono migliorati in misura consistente i saldi del bilancio pubblico, soprattutto grazie alla riduzione degli oneri del superbonus. Il debito pubblico è cresciuto lievemente, per effetto della ridotta crescita del Pil nominale e dell’aumento della spesa per interessi. Nell’ultimo decennio la crescita dell’economia ha risentito sia di condizioni macroeconomiche in prevalenza sfavorevoli, sia di caratteristiche del sistema produttivo associate all’efficienza e all’incremento della produttività che ne hanno frenato l’espansione, quali le ridotte dimensioni d’impresa, la specializzazione, il contenuto innovativo relativamente modesto delle produzioni. Negli anni più recenti lo sviluppo delle attività ad alta tecnologia ha contribuito a mitigare questi effetti. Tuttavia, l’Italia continua a scontare un ritardo nella dotazione di capitale umano qualificato, che si riflette anche in una minor capacità di adozione delle tecnologie digitali che richiedono competenze specializzate. Le previsioni demografiche indicano che l’Italia continuerà ad affrontare un calo delle nascite e un aumento della mortalità, con un saldo naturale sempre più negativo. L’incertezza sulle dinamiche migratorie, che potrebbero contribuire a contrastare la crisi demografica, rimane alta, legata a fattori economici e geopolitici. La popolazione residente in Italia, secondo lo scenario mediano, è destinata a diminuire, passando da circa 59 milioni al primo gennaio 2023 a 58,6 milioni nel 2030 e a 54,8 milioni nel 2050.

    Le famiglie diventano sempre più piccole: cresce il numero di persone che vivono da sole, aumentano le libere unioni, le famiglie monogenitore e quelle ricostituite, mentre si riduce la presenza dei nuclei familiari con figli. Nel biennio 2023-2024 le persone sole costituiscono il 36,2 per cento delle famiglie, mentre le coppie con figli scendono al 28,2%. L’aumento delle persone sole interessa tutte le età, ma soprattutto gli anziani. Quasi il 40% delle persone di almeno 75 anni vive da solo, in prevalenza donne. Famiglie ricostituite, coppie non coniugate, genitori soli non vedovi e persone sole non vedove rappresentano oggi il 41,1% delle famiglie, segnando una trasformazione strutturale nella geografia familiare del Paese. Il 63,3% dei giovani tra 18 e 34 anni vive con i genitori, un valore tornato al livello del 2019 ma in crescita rispetto al 2010. Sul fronte dell’istruzione si registra un miglioramento dei livelli medi, ma persistono ampi divari rispetto alla media dell’Ue27. Le competenze digitali, sempre più centrali nel mondo del lavoro e nella vita quotidiana, mostrano livelli ancora insufficienti soprattutto se confrontati con l’obiettivo fissato dal programma strategico Ue per il decennio digitale. Nel 2024, oltre un quinto della popolazione residente in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale: il 23,1%, un dato sostanzialmente stabile rispetto al 2023. Le condizioni economiche delle famiglie restano quindi fragili.

    La povertà assoluta è stabile rispetto all’anno precedente ma in aumento nel confronto con il 2014. Anche tra chi lavora si diffonde la vulnerabilità economica con l’aumento delle persone i cui redditi non sono sufficienti a garantire un livello di vita adeguato. Nel mercato del lavoro, nonostante l’occupazione abbia raggiunto il massimo storico, l’Italia presenta ancora tassi di partecipazione tra i più bassi d’Europa, in particolare per giovani e donne. La qualità dell’occupazione è migliorata in termini di stabilità, ma persistono forti vulnerabilità. Nel 2024 il reddito reale da lavoro per occupato è più elevato rispetto al 2014, l’anno di minimo dopo la Grande recessione degli anni precedenti, ma più basso del 7,3% rispetto al 2004, per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione, con riduzioni in tutte le classi d’età. Nello stesso periodo, l’aumento della partecipazione al lavoro, la riduzione della dimensione delle famiglie e la maggiore diffusione della proprietà della casa d’abitazione hanno più che compensato tale riduzione in termini di reddito familiare equivalente. Le disuguaglianze territoriali restano forti, con incrementi ampi di occupazione nelle grandi città metropolitane del Centro-nord, dove anche la popolazione ha continuato ad aumentare, e minori o negativi in parte del Mezzogiorno e alcune aree del Centro-nord in declino industriale. Nel 2024 circa una persona su dieci (9,9%) ha rinunciato a visite o esami specialistici, principalmente a causa delle lunghe liste di attesa (6,8%) e per le difficoltà nel pagare le prestazioni sanitarie (5,3%).

    La rinuncia alle prestazioni sanitarie è in crescita sia rispetto al 2023 (7,5%), sia rispetto al periodo pre-pandemico (6,3% nel 2019), soprattutto per l’aggravarsi delle difficoltà di prenotazione. Le condizioni di salute mostrano segnali contrastanti: la speranza di vita alla nascita ha superato i livelli pre-pandemici, ma gli anni vissuti in buona salute si riducono, soprattutto tra le donne e nel Mezzogiorno. Il disagio psicologico cresce e le condizioni di salute soggettive dichiarate dalle persone con disabilità restano critiche. Per loro la prevalenza di malattie croniche è molto elevata, colpendo in particolare gli anziani, con un impatto più marcato sulle donne. L’uscita dalla famiglia avviene sempre più spesso per andare a convivere; il matrimonio e la genitorialità sono posticipati, o talvolta evitati del tutto; crescono le unioni libere e le famiglie ricostituite. La crescente instabilità coniugale completa il quadro di una transizione demografica in cui i legami familiari si ridefiniscono nel tempo. Considerando la dimensione della sostenibilità, tra il 2005 e il 2024 è triplicata la produzione di energia da fonti rinnovabili. In quest’ambito l’Italia resta indietro rispetto alle altre maggiori economie europee, anche se negli ultimi anni si è avuta un’accelerazione. Parallelamente, si sono ridotte le pressioni generate dal sistema economico sull’ambiente. Permangono tuttavia elevati i rischi naturali, associati anche alla maggior frequenza di eventi climatici estremi.

    “Nell’ultimo biennio, le retribuzioni contrattuali hanno iniziato a recuperare in termini reali ma in misura insufficiente a coprire il ritardo maturato negli anni precedenti: rispetto a gennaio 2019, la perdita di potere d’acquisto per dipendente era superiore al 15% a fine 2022 ed è ancora pari al 10% a marzo 2025”, ha detto il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, in occasione della presentazione del rapporto annuale 2025, alla Camera dei deputati. “Nel confronto europeo, tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni lorde di fatto per dipendente in termini reali sono diminuite del 4,4% in Italia, del 2,6% in Francia e dell’1,3% in Germania, mentre in Spagna si è registrato un aumento del 3,9”, ha aggiunto. “Preoccupante è l’aumento dell’espatrio tra i giovani 25-34enni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico; il risultato è una perdita netta di 97mila giovani laureati in dieci anni”, ha sottolineato Chelli, che ha proseguito: “Al primo gennaio 2025, la popolazione residente in Italia è ormai sotto i 59 milioni. Come più volte ricordato, la diminuzione – in atto dal 2014 – è dovuta a una dinamica naturale fortemente negativa; la natalità continua a calare – nel 2024 si sono registrate solo 370mila nascite – e la fecondità ha toccato il minimo storico di 1,18 figli per donna, sfavorita dalla riduzione del numero di donne in età fertile e dal crescente rinvio della genitorialità”.

    “Resta elevata la quota di 18-34enni che continuano a vivere nella famiglia di origine, circa due terzi, contro una media europea del 49,6%. La difficoltà di raggiungere l’indipendenza economica ostacola l’autonomia e ritarda tutte le tappe dei giovani verso l’età adulta, genitorialità compresa”, ha evidenziato il presidente Istat, che ha concluso: “Nel passaggio dalla generazione delle madri a quella delle attuali quarantenni, raddoppia la quota di donne senza figli – dal 13% al 26% –, con un picco di circa tre donne su dieci nel Mezzogiorno. Parallelamente, si riscontra un’accentuata posticipazione dell’età alla nascita del primo figlio, che aumenta la probabilità di avere un numero di figli inferiore alle attese o di non averne affatto. L’età media alla nascita del primo figlio è salita da 25,9 anni per le nate del 1960 a 29,1 per quelle del 1970, con un rinvio ancora maggiore nelle generazioni più recenti”.

  • Concessioni idroelettriche vicine a scadenza: si prepara la sfida tra player stranieri e italiani per le dighe

    Con 4.800 impianti, l’idroelettrico rappresenta la principale fonte di energia rinnovabile in Italia: a seconda della piovosità, contribuisce tra il 130 e il 40% (l’anno scorso anche di più) della produzione elettrica rinnovabile.

    Buona parte delle concessioni relative alle dighe da cui si ricava elettricità è prossimo a scadenza (perlopiù nel 2029) e le gare per assegnare le nuove concessioni hanno già visto prepararsi alla sfida big nazionali come Enel, A2a, Alperia, Edison, Dolomiti Energia e Cva (oggi detengono complessivamente oltre il 70% delle dighe) e gruppi e fondi stranieri. Nelle due gare bandite dalla Regione Lombardia, relativa alle centrali di Codera Ratti-Dongo e Resio (insieme valgono 23 megawatt) sono già scesi in campo Eph (in consorzio Slovenské elektrkn in cui Enel è socio di minoranza) che fa capo al miliardario ceco Daniel Kretinksy ed è presente in Italia con il gruppo Ep Produzione, che gestisce centrali a gas, la svizzera Bkw, il fondo australiano Macquarie e le multi-utility italiane Acea e Ascopiave.

    Per il futuro invece la posta in palio è molto più grande: 23mila megawatt. Ma soprattutto, in ballo ci sono gli investimenti che occorre fare per ammodernare impianti di ormai 40 e passa anni: servono 15 miliardi complessivi. Le concessioni andranno tutte a gara, con bandi internazionali e l’Italia, dove già le concessioni hanno una durata tra le più basse d’Europa (30-50 anni), sarà l’unico Paese europeo dove questa grande partita si giocherà con un campionato aperto al resto del mondo. La messa a gara era uno degli obiettivi della terza rata del Pnrr, che è stata già erogata, ma diverse associazioni già alla fine dell’anno scorso hanno sollevato dubbi, rivolgendosi al governo, che gare aperte a operatori stranieri possano compromettere la sicurezza del Paese in termini di approvvigionamento energetico e favorire manovre speculative da parte di operatori più interessati a logiche finanziarie di breve periodo che a partnership industriali di lunga durata. Dal Codacons alla Federdistribuzione, dalla Confagricoltura alle sigle sindacali confederali, le associazioni lo scorso dicembre hanno sottoscritto un appello per chiedere le opportune revisioni normative e uno stanziamento di circa 15 miliardi per garantire gli investimenti necessari all’idroelettrico scongiurando il pericolo che gli impianti passino in mano a operatori stranieri (molti dei quali, invero, appartengono a Paesi che fanno parte come l’Italia dell’Unione europea).

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