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  • Trump taglia la spesa federale americana per la sanità pubblica

    Dopo anni di tentativi falliti, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca il progetto repubblicano di smantellare l’Obamacare, bloccato nel 2017 dal voto contrario del senatore dell’Arizona John McCain, ha ripreso slancio. A meno di un anno dal suo insediamento, l’inquilino della Casa Bianca ha ottenuto dal Congresso il via libera al piano per ridurre l’assistenza pubblica. La legge finanziaria approvata in estate, il One Big Beautiful Bill Act, prevede tagli per oltre un trilione di dollari alla spesa sanitaria federale nel prossimo decennio: la più drastica stretta al welfare americano degli ultimi anni. I democratici si rifiutano di approvare la legge di bilancio repubblicana finché non verranno rinnovati i sussidi (in scadenza a fine anno) introdotti durante la pandemia per rendere l’Obamacare più accessibile. Per i progressisti devono diventare permanenti; per i conservatori, sono da eliminare.

    Al centro dello scontro torna l’Affordable Care Act, la riforma simbolo della presidenza di Barack Obama, in vigore dal 2014, che ha permesso a milioni di americani di ottenere un’assicurazione sanitaria. In pochi anni, il numero di cittadini senza copertura si è quasi dimezzato, passando da oltre 40 a circa 25 milioni, secondo i dati del Census Bureau e della Kaiser Family Foundation.

    L’Obamacare ha ampliato il programma pubblico Medicaid e creato un mercato nazionale, ovvero piattaforme online dove è possibile confrontare e acquistare diversi piani assicurativi privati. In questo modo, anche chi rientrava nei criteri del Medicaid ma non poteva permettersi una polizza privata ha potuto assicurarsi grazie ai sussidi federali che abbassano i costi. La riforma ha inoltre vietato alle compagnie di rifiutare chi soffre di patologie preesistenti (come diabete o tumori) e imposto standard minimi. Durante la pandemia, Joe Biden ha ulteriormente rafforzato quegli aiuti, favorendo un’adesione record.

    Quando fu approvato l’Aca, l’obiettivo era anche estendere il Medicaid a tutti i meno abbienti. Ma la Corte Suprema rese facoltativa l’espansione e dieci Stati (Alabama, Florida, Georgia, Kansas, Mississippi, South Carolina, Tennessee, Texas, Wisconsin e Wyoming), in gran parte a guida repubblicana, non l’hanno mai applicata. Sono loro a rischiare le conseguenze più pesanti.

    I repubblicani presentano la legge come uno strumento per snellire la spesa pubblica e ridurre frodi e sprechi. I supporter, tra cui lo speaker Mike Johnson, giudicano inefficiente il sistema attuale. Ma non mancano lotte intestine: la trumpiana Marjorie Taylor Greene sostiene il rinnovo dei crediti d’imposta («anche l’assicurazione dei miei figli aumenterebbe») mentre la senatrice Lisa Murkowski propone di prorogarli per altri due anni.

    Joel White, a capo del Council for Affordable Health Coverage, dice che rendere permanenti i sussidi introdotti durante la pandemia costerebbe circa 350 miliardi di dollari in dieci anni e spingerebbe le piccole imprese a rinunciare alle proprie polizze aziendali, trasferendo l’onere allo Stato. «Solo il 7% degli americani è senza copertura: il mercato individuale interessa circa 24 milioni di persone, contro i 180 assicurati tramite il datore di lavoro», sottolinea. Come altri organismi legati al fronte repubblicano, critica l’Aca perché a suo avviso non affronta la radice del problema, ossia il costo eccessivo della sanità, finendo per pesare sulla spesa pubblica. Eppure, un’alternativa non esiste: «Non è stato pubblicato nulla –  ammette – ma ci stanno lavorando».

  • L’Ocse esprime fiducia con riserva sulla crescita economica del Belpaese

    La crescita economica dell’Italia si è dimostrata resiliente agli shock degli ultimi anni, ma si intensificano le sfide di breve e lungo termine per le prospettive di crescita. È quanto afferma l’Ocse nel suo ultimo studio economico dedicato all’Italia. “Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e il Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt) stanno guidando notevoli riforme strutturali e investimenti pubblici e delineando un percorso per il risanamento fiscale”, afferma l’organizzazione internazionale basata a Parigi. “In prospettiva, l’Italia dovrà mantenere tale slancio riformatore per aumentare i tassi di crescita e, al contempo, ridurre il debito pubblico”, aggiunge poi l’Ocse. “L’Italia si è impegnata a realizzare un costante consolidamento dei conti pubblici nel medio periodo al fine di ridurre il rapporto tra debito e Pil”, si legge nel rapporto. Secondo l’Ocse, “in un contesto di crescenti pressioni sulla spesa, per conseguire tale obiettivo occorrerà continuare a migliorare l’integrità e l’efficienza del settore pubblico, ridurre la spesa pensionistica, potenziare l’adempimento fiscale e rendere il sistema fiscale più favorevole alla crescita”.

    La crescita del Pil italiano sarà dello 0,4 per cento nel 2026 e dello 0,6 per cento nel 2027. “Le proiezioni indicano che la crescita continuerà a rimanere moderata”, afferma l’organizzazione internazionale. L’inflazione quest’anno sarà del 2,4 per cento per poi passare all’1,8 per cento il prossimo anno, secondo l’Ocse. Il debito pubblico, invece si attesterà al 137,5 per cento del Pil nel 2026, per poi scendere leggermente al 137,4 per cento nel 2027, in base al rapporto.

    Il disavanzo di bilancio dell’Italia è stato ridotto in linea con il Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt) e con gli impegni assunti nei confronti dell’Unione europea, ma il rapporto debito pubblico-Pil è in aumento. “Le pressioni sulla spesa pubblica derivanti dall’invecchiamento demografico, dalla transizione climatica e dalla difesa aumenteranno, mentre il fabbisogno di investimenti rimarrà significativo” afferma l’organizzazione. L’Ocse raccomanda di “attuare il costante consolidamento fiscale definito nel Psbmt per ridurre il rapporto debito-Pil” e di “perseguire una strategia di lungo termine per gestire la finanza pubblica” contenendo e compensando “le nuove pressioni sulla spesa, riducendo i costi delle pensioni, potenziando l’efficacia e l’integrità delle istituzioni pubbliche, nonché riformando il sistema fiscale”.

    Nel 2025 la crescita economica dell’Italia “è stata moderata, poiché le restrizioni al commercio mondiale e l’incertezza della domanda estera hanno inciso sull’attività economica”. La crescita del Pil italiano si è attestata allo 0,8 per cento nel 2024, per poi calare allo 0,5 per cento nel 2025. “Dopo la flessione registrata nel 2024 a seguito del calo dei prezzi dell’energia, l’inflazione sta riprendendo slancio e continuerà ad aumentare ulteriormente a causa delle interruzioni nell’approvvigionamento energetico a livello mondiale, rallentando la ripresa dalla precedente perdita di potere d’acquisto dei redditi reali”, spiega l’organizzazione internazionale basata a Parigi. Secondo l’Ocse, la crescita dovrebbe rallentare, “in quanto la nuova impennata dei prezzi dell’energia a livello mondiale pesa sulla domanda ed è risentita dai redditi reali”. In seguito, si registrerà una lieve ripresa grazie al sostegno delle esportazioni, dei consumi delle famiglie e degli investimenti privati favoriti dalla stabilizzazione dello scenario internazionale”, aggiunge poi l’Ocse. Nel 2025 il valore complessivo delle esportazioni di merci è aumentato, collocando l’Italia al quarto posto nella classifica mondiale dei Paesi esportatori. All’inizio del 2025, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti equivalevano al 3,1 per cento del Pil e al 10,4 per cento delle esportazioni totali.

    Con l’invecchiamento della popolazione, per l’Italia si prospetta una carenza di lavoratori. “I bassi salari e il dualismo del mercato del lavoro spingono molti giovani a rimanere fuori dal mondo del lavoro e dai percorsi di formazione o a emigrare”, afferma l’Ocse. Il sostegno alla transizione dalla scuola al lavoro, l’aumento dei rendimenti occupazionali e salariali dell’istruzione terziaria e la revisione della regolamentazione del mercato del lavoro potrebbero migliorare le prospettive dei giovani italiani”, sottolinea poi l’organizzazione internazionale. “Malgrado i notevoli progressi e gli importanti interventi strategici, la percentuale di giovani che non seguono corsi di formazione né svolgono un’attività lavorativa rimane tra le più elevate dei Paesi dell’Ocse”, si legge nel rapporto.

    In Italia la “percentuale di donne nella forza lavoro rimane ancora inferiore rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ocse, malgrado gli sforzi volti ad aumentare il ricorso al congedo parentale e l’assunzione di responsabilità di cura da parte dei padri”. Solo il 55 per cento circa delle donne italiane con figli lavora, e nelle regioni meridionali la percentuale scende al 35,3 per cento. Anche 15 anni dopo il parto, le madri lavoratrici guadagnano in media il 40 per cento in meno rispetto alle altre donne e lavorano per un numero inferiore di ore. In questa prospettiva, l’Ocse raccomanda di “ampliare il congedo parentale riservato ai padri e potenziare gli incentivi per favorirne l’utilizzo”.

    In Italia, si legge, le “barriere normative rimangono elevate nei settori dei servizi, tra cui alcune professioni, pesando sulla concorrenza”. L’organizzazione raccomanda di “allentare le barriere normative all’ingresso e al consolidamento nel settore del commercio al dettaglio e nei servizi professionali in cui queste sono elevate”.

  • Gli italiani continuano a spendere soldi che ancora non hanno in tasca

    In Italia, rileva l’ultimo Market Outlook relativo al BNPL realizzato da CRIF, nel secondo semestre del 2025 i finanziamenti Buy Now Pay Later (BNPL) hanno continuato a registrare un tasso di crescita sostenuto e a doppia cifra. L’erogato ha infatti evidenziato un incremento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2024 (+220% rispetto al I semestre 2022). Parallelamente, il segmento Small Ticket tradizionale (prestiti sotto i 1.500 euro) ha mostrato una contrazione del 10% nel secondo semestre 2025, suggerendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori verso soluzioni di credito più flessibili e digitali.

    In questo contesto, la rischiosità del BNPL continua a mantenersi su livelli contenuti, con tassi di default inferiori rispetto al credito finalizzato tradizionale. Il livello di rischio riflette una composizione del target di clientela in parte differente rispetto allo Small Ticket tradizionale, più selezionato e orientato a soluzioni digitali di breve termine, percepite da una parte della clientela come facilitazioni di pagamento più che strumenti creditizi.

    “Anche nel secondo semestre del 2025, il Buy Now Pay Later mostra tassi di crescita a doppia cifra e al contempo un livello medio di rischiosità che rimane contenuto, a fronte di una riduzione del credito finalizzato Small Ticket. Il profilo demografico degli utenti di BNPL si conferma mediamente più giovane rispetto a quello dei clienti del credito finalizzato tradizionale”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “L’analisi del comportamento degli utenti rivela come il BNPL venga adottato da una clientela orientata a strumenti digitali di breve termine, percepiti principalmente come facilitazioni di pagamento piuttosto che come forme di credito tradizionale. Questa preferenza sottolinea una crescente attenzione alla flessibilità e all’immediatezza delle soluzioni proposte, specie per gli importi di credito più bassi”.

    Nel mercato italiano si conferma progressivamente la dinamica di sostituzione tra il credito finalizzato tradizionale e le soluzioni BNPL relativamente alle fasce di importo più contenute. Infatti, il 60% dei contratti BNPL erogati nel 2025 mostrano ticket inferiori ai 1.000€; mentre nel 24% dei casi i finanziamenti salgono sopra la soglia dei 1.500€.

    Rispetto al finalizzato tradizionale (escludendo però l’acquisto di autoveicoli), i finanziamenti superiori a 1.500€ sono invece più di un terzo delle pratiche erogate.

    In termini di preferenze di acquisto, il prestito finalizzato Small Ticket risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche (43%) e nella grande distribuzione (35%).

    Parallelamente, per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona (31,9%), abbigliamento e turismo (16,9%) e i prodotti per la casa (15,2%).

    L’analisi dei prodotti creditizi posseduti dagli utenti di BNPL evidenzia una forte propensione al “repeat”. Infatti, chi ha già usufruito di questa modalità di finanziamento tende a richiederla nuovamente. Inoltre, il Buy Now Pay Later registra un crescente successo anche all’interno dei possessori di prestiti small ticket tradizionali, confermando una capacità di attrazione trasversale.

    Inoltre, la diffusione crescente dei prodotti BNPL si conferma un fattore chiave per promuovere l’inclusione finanziaria. L’analisi evidenzia come il tasso di ‘new to credit’ — ovvero la quota di individui privi di una storia creditizia che si affaccia per la prima volta al mondo del credito — sia più del doppio (19%) rispetto a quello rilevato per le soluzioni di credito tradizionali (8%).

    Per quanto riguarda l’età, il secondo semestre del 2025 evidenzia come la maggior parte degli utenti appartenga alle generazioni Gen X (34%) e Millennials (29,5%). Seguono Gen Z (18,1%) e la generazione dei Baby Boomers (18%), confermando che il BNPL non è esclusivamente appannaggio dei più giovani. Queste evidenze suggeriscono una progressiva diffusione del BNPL anche tra le fasce d’età più mature della popolazione italiana, a testimonianza della crescente familiarità con le nuove soluzioni digitali di pagamento e una maggiore solidità nelle capacità di spesa.

    Inoltre, nel panorama del credito al consumo, il BNPL si distingue per una composizione di utenza unica nel suo genere. Secondo le ultime analisi, infatti, il prodotto BNPL registra una significativa prevalenza di utenti di genere femminile, con il 55% delle richieste provenienti da donne, rispetto al 45% degli uomini. Questo dato rappresenta un elemento distintivo rispetto alle altre categorie di finanziamento attualmente presenti sul mercato italiano. In particolare, il segmento del credito finalizzato Small Ticket mostra un’evidenza opposta, con una maggiore presenza maschile (55%) rispetto a quella femminile (45%), confermando il posizionamento peculiare del BNPL e la sua capacità di intercettare target demografici differenti.

    A livello geografico, si evidenzia una minore incidenza dell’erogato BNPL nelle regioni del Sud-Italia (31% BNPL vs 40% dello Small Ticket), e Nord-Ovest (31% BNPL vs 23% dello Small Ticket), a fronte di una minore incidenza nel Centro (24% BNPL vs 22% dello Small Ticket). Similari invece le quote nel Nord-Est (15% per entrambe le tipologie).

    “Il BNPL nel nostro Paese si conferma un potente stimolo all’inclusione finanziaria. In aggiunta, si distingue per una significativa prevalenza del genere femminile tra coloro che scelgono questa forma di finanziamento rispetto allo Small Ticket tradizionale. Dal punto di vista demografico, l’utilizzo del BNPL si sta progressivamente diffondendo anche tra le generazioni meno giovani, anche in funzione della semplicità e immediatezza di utilizzo. Invece, guardando da un punto di vista settoriale, se il finalizzato tradizionale risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche e nella Grande Distribuzione Organizzata, di contro per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona, l’abbigliamento e il turismo”, aggiunge Antonio Deledda, Executive Director di CRIF.

  • Gli stanziamenti dello Stato arrivano col contagocce e Spid diventa a pagamento

    Secondo la normativa italiana, un cittadino non è tenuto a fornire alla pubblica amministrazione dati che quest’ultima ha già, ma la digitalizzazione che semplifica la fornitura e la gestione dei dati e che dovrebbe essere completata entro il 2026, con i fondi Pnr, anche attraverso il wallet (portafoglio) digitale italiano ed europeo, non è priva di intoppi. Lo Stato ha promesso che Spid sarebbe stato gratuito per sempre per i cittadini ma Infocert e Aruba lo hanno reso a pagamento a partire dal secondo anno di abbonamento spiegando, nel caso di Infocert, che la decisione è stata presa perché lo Stato non ha ancora dato ai fornitori del servizio i 40 milioni di euro necessari a coprire almeno parte dei costi per lo stesso, ora erogato in perdita. Poste italiane, che fornisce il 70% degli Spid, ha introdotto una tariffa di 6 euro.

    I 40 milioni rappresentano già una forte riduzione rispetto ai 150 milioni che originariamente erano stati programmati per lo Spid, ma ad oggi l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), l’ente tecnico pubblico che gestisce Spid ed eroga i fondi, ha annunciato che saranno anticipati solo 100mila euro, cui seguiranno prima una tranche del 20% il prossimo settembre e poi erogazioni bimestrali, sulla base del conseguimento di certi obiettivi da parte dei fornitori. Le solite cose all’italiana, insomma e mentre la pubblica amministrazione si riserva di fare come le pare i i fornitori potrebbero anche decidere di chiudere il servizio: a luglio scade la convenzione con lo Stato.

    Per gli accessi con identità digitali ci si può servire anche di CieID (carta d’identità elettronica, che dal 3 agosto soppianterà definitivamente quella cartacea tradizionale), ma su 100 accessi solo 5 avvengono attraverso questo sistema mentre 95 avvengono tramite Spid.

    Ad oggi, le condizioni pratiche dai fornitori di Spid sono le seguenti.

    Aruba Id, gestito da Aruba Pec, offre la possibilità di attivare lo Spid gratuitamente tramite carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi (Cns), firma digitale o tessera sanitaria. Se si sceglie invece l’attivazione tramite videochiamata il costo è di 29,90 euro + iva (circa 36 euro). Dal secondo anno, Aruba applica un canone annuale di circa 6 euro (4,90 euro + Iva).

    Anche PosteId consente l’attivazione gratuita con Cie, Cns o firma digitale per il primo anno, ma dal secondo anno applica un canone annuo di circa 6 euro, tranne che per i cittadini con almeno 75 anni, i residenti all’estero, i minorenni e coloro che utilizzano lo Spid per finalità professionali.

    Il servizio Spid Power di SpidItalia, o Register.it, ilprimo anno costa circa 70 euro, mentre dal secondo anno, a questi 70 euro si aggiungeranno circa 12 euro. La registrazione può avvenire tramite Cie, Cns, firma digitale o videochiamata, con costi variabili a seconda della modalità scelta.

    InfoCert Id consente di ottenere Spid con registrazione è gratuita se si utilizza Cie, Cns o firma digitale, mentre per registrazione via video applica un costo di 19,80 euro + iva (24 euro circa). Dal secondo anno, InfoCert prevede un canone annuo di 4,90 euro + iva.

    Anche TeamSystem Id ha introdotto un canone annuale per lo Spid personale pari a circa 7 euro + iva, circa 8,50 euro. La registrazione può avvenire tramite diverse modalità, inclusi Cie, Cns, firma digitale, tutte modalità gratuite, o videochiamata.

    Id InfoCamere, gestito dalla società delle Camere di Commercio italiane, è privo di canone annuo se si utilizza l’identificazione avviene tramite Cie, Cns o firma digitale, e non prevede canoni annuali di rinnovo se non per registrazioni con videochiamata.

    Tim Id, gestito da Telecom Italia, Tim Id non prevede alcun canone annuale, la registrazione può essere gratuita se si sceglie Cie, Cns o firma digitale come metodo di riconoscimento, mentre il riconoscimento via video/webcam può avere costi variabili.

    Sielte Id consente di ottenere Spid senza costi ricorrenti, sempre a patto di utilizzare modalità di riconoscimento gratuite come Cie, Cns o firma digitale. Eventuali costi sono legati esclusivamente alla procedura di identificazione da remoto.

    Namiral Id offre Spid senza canone annuo per chi utilizza strumenti di identificazione digitale già certificati. I costi emergono solo nel caso di riconoscimento via webcam.

    Lepida Id è il provider Spid non prevede canoni annuali per lo Spid e consente l’attivazione tramite Cie, Cns o firma digitale.

    Il servizio Spid Etna Id è offerto da Etna Hitech e non applica canoni annuali per le identità personali. L’attivazione è gratuita tramite Cie, Cns e firma digitale, mentre il riconoscimento da remoto può prevedere un costo.

    Intesi Group per lo Spid personale non applica un canone annuo, mentre eventuali costi possono essere legati esclusivamente alla modalità di riconoscimento scelta in fase di attivazione, in particolare nel caso di identificazione da remoto tramite video.

  • Due italiani su tre fanno donazioni

    Il Retail Report 2025 di Adyen, piattaforma tecnologico finanziaria, mostra come la tecnologia svolga un ruolo sempre più centrale anche nel sostegno agli enti di beneficenza, permettendo donazioni più frequenti e di importo ridotto, in linea con le diverse possibilità di spesa.

    Ben due italiani su tre (il 67%) hanno dichiarato di effettuare donazioni a favore di cause benefiche. Tuttavia, l’11% ha ammesso di aver dovuto rinunciare a donare a causa dell’aumento dei costi in altri ambiti della vita quotidiana. Analizzando i dati per fasce d’età, si nota come siano i Millennial a registrare la percentuale più alta di donatori tra le generazioni più giovani, con il 71%, mentre tra i Baby Boomer la percentuale scende al 64%. Guardando alla frequenza, emerge inoltre che il 25% dei consumatori italiani dona una o più volte al mese.

    Il metodo preferito per donare resta il supporto a iniziative benefiche promosse da amici e familiari con il 30%, seguito dalla funzione “round-up” al momento del checkout, indicata dal 21% che afferma di averla già utilizzata più volte. Quest’ultima rappresenta un’opportunità per aziende e partner del terzo settore di interagire con i potenziali donatori. La funzione permette agli acquirenti di arrotondare l’importo dei propri acquisti e donare piccole somme alle cause che stanno loro più a cuore, favorendo la collaborazione tra retailer globali e realtà sociali e generando un impatto concreto a livello locale, dove le donazioni fanno la differenza.

    Questa evoluzione digitale rende il sostegno alle cause benefiche sempre più semplice e accessibile. Non a caso, il 42% degli italiani afferma di donare di più durante l’anno quando può scegliere importi ridotti. La maggior parte dei donatori predilige infatti soluzioni flessibili e meno vincolanti: l’aumento dei costi porta il 36% dei consumatori, percentuale che sale al 39% tra i Millennial, a cercare alternative che non prevedano abbonamenti annuali o mensili.

    Infine, oltre la metà degli italiani, il 55%, ritiene che le aziende potrebbero fare di più per sostenere il terzo settore, mentre più di un terzo, il 37%, afferma che, se non può donare nel modo che preferisce, rinuncia del tutto a farlo.

    Nonostante questi dati, solo il 20% delle aziende italiane consente ai clienti di effettuare donazioni in negozio, e la stessa percentuale offre questa possibilità online. Inoltre, il 9% dichiara di non avere le risorse o le competenze per gestire la raccolta di donazioni, ad esempio tramite la funzione di round-up, pur desiderando offrire questa opportunità.

  • Ogni mese 40 milioni di richieste al servizio clienti dei marchi: customer care sempre più centrale per fidelizzare la clientela

    La 25esima edizione di Forum Retail, ha evidenziato, sulla base dei dati di una ricerca realizzata da Ipsos Doxa, che ogni mese in Italia vengono generate 40 milioni di richieste ai servizi clienti dei marchi, un dato che attesta quanto il customer care sia diventato un punto strategico nella relazione tra brand e consumatori. Il servizio clienti viene contattato per richieste di informazioni (40%), assistenza (50%) e reclami (10%). Il dato più critico presentato sul palco è netto: il 27% degli italiani è insoddisfatto dell’ultima esperienza, tra questo il 40% non riacquisterà più dal brand, con quindi un impatto diretto sulla fedeltà e sulle vendite. Al contrario, il 79% dei clienti soddisfatti racconta un’esperienza positiva, contribuendo a rafforzare reputazione e considerazione della marca.

    Le interazioni restano fortemente umane: il 76% degli italiani preferisce ancora il telefono, mentre la Gen Z si muove in modo opposto (53% digitale). L’AI è vista con favore: il 72% pensa che renderà il servizio più rapido ed efficiente, purché mantenga trasparenza e continuità con l’interazione umana.

    Fiducia, personalizzazione e condivisione del dato sono ormai i driver per accompagnare consumatori sempre più esigenti: ne hanno parlato Mauro Lusetti, Presidente Conad, Alessandra Bellini, Non Executive Director, Advisor and Executive Coach Former Group Chief Customer Officer in Tesco, e Giorgio Santambrogio, CEO Gruppo VéGé. Il punto vendita, hanno sottolineato, è diventato un touchpoint strategico in cui digitale e fisico si fondono: dalla capacità di leggere i comportamenti in tempo reale all’utilizzo del Retail Media per trasferire valore lungo tutto il percorso di acquisto. Nei punti vendita che adottano soluzioni evolute si registra un incremento medio del 7% delle vendite, accompagnato da un miglioramento di 2,6 punti nel customer satisfaction e da un aumento significativo della percezione complessiva dello store

    Proprio il Retail Media è stato uno dei temi centrali dell’edizione 2025. La ricerca realizzata da IKN Italy in collaborazione con Casaleggio Associati e con il supporto di Tangoo, conferma come stia rapidamente superando i modelli tradizionali dell’advertising e rivoluzionando il modo in cui i brand investono e dialogano con i consumatori. La maturità del mercato è però ancora eterogenea: retailer e inserzionisti hanno ribadito la necessità di maggiore trasparenza, KPI condivisi e modelli organizzativi in cui buyer e marketing operino in modo coordinato, superando la logica puramente commerciale e adottando piattaforme in grado di valorizzare i dati di prima parte. Le sfide quindi non sono solo tecnologiche, ma organizzative: i budget di Retail Media non hanno ancora una “casa” precisa tra marketing e commerciale.

    Ampio spazio è stato dedicato anche all’intelligenza artificiale. Nel suo keynote internazionale, Francesca Rossi, AI Global Leader di IBM, ha evidenziato come l’AI possa essere una leva strategica per il mondo retail solo se governata con criteri di trasparenza, comprensibilità e responsabilità. L’approccio “glass box” – cioè rendere visibili e comprensibili le logiche dell’AI a clienti, stakeholder e team interni –  è la condizione essenziale per generare fiducia nelle tecnologie che supportano decisioni, pricing, supply chain e servizi ai clienti. Le aziende che investono di più nell’etica dell’AI registrano infatti un miglioramento sensibile dei livelli di fiducia (+61%) e della reputazione (+54%), oltre a benefici misurabili in termini di redditività operativa.

    KPMG ha presentato un’analisi dedicata all’impatto dell’AI nel fashion e nel lusso. Nonostante la tecnologia sia già utilizzata da oltre la metà dei brand per operations e logistica, la readiness complessiva resta ancora limitata: il 64% delle aziende non si considera pronto a integrare l’AI nei processi creativi, mentre solo il 27% la utilizza del product development, l’area dove, secondo KPMG, si concentrano le potenzialità più dirompenti in termini di velocità, efficienza e personalizzazione. In un mercato del lusso che nel 2025 cresce solo dell’1,5%, la capacità di anticipare trend e ottimizzare i cicli di collezione diventa una leva competitiva indispensabile.

    Nel segmento Fashion & Luxury, Mastercard ha presentato i risultati di un’analisi basata su oltre 159 miliardi di transazioni, evidenziando come il canale in-store generi ancora l’84% della spesa, con un ticket medio tre volte superiore rispetto all’online. I turisti internazionali rappresentano quasi due terzi degli acquisti e spendono in media tre volte più degli italiani. Gioielli e orologi mostrano una delle crescite più dinamiche (+65% di ticket medio rispetto al 2019). Il quadro mostra un mercato concentrato, con i top 15 retailer che raccolgono il 56% del totale. Milano e Roma sono le capitali del lusso, con Via Montenapoleone che da sola concentra quasi metà della spesa degli high spender.

    Sul palco dedicato ai grandi brand della moda è intervenuto anche Pietro Comito, Head of Group Strategy & Transformation di Ferragamo, che ha portato la prospettiva di un marchio iconico del lusso italiano. Ferragamo ha ribadito il valore dell’autenticità come leva di differenziazione, sottolineando come innovare non significhi cambiare direzione, ma rafforzare la propria identità. Una visione che conferma la necessità, per i brand del settore, di integrare creatività, tecnologia e coerenza di marca all’interno di un percorso unico e riconoscibile.

    Nell’ambito dei marketplace, Eloisa Siclari, General Manager Southern Europe di Zalando, ha mostrato come il ruolo delle piattaforme stia evolvendo da semplici canali di vendita a veri e propri curatori culturali dello stile e delle tendenze. L’introduzione dell’assistente virtuale basato su AI – capace di analizzare prodotti e comportamenti d’acquisto – ha già ridotto del 10% i resi legati alla taglia, dimostrando come la tecnologia possa intervenire in modo concreto su una delle principali criticità del fashion online. Nel confronto dedicato alla leadership nella GDO – con la partecipazione di Unilever, Icam Cioccolato e Fox Italia Snack – è stato evidenziato come, in un contesto caratterizzato da incertezza e rapida evoluzione, la coesione interna dei team, l’ascolto e la capacità di prendere decisioni rapide e coerenti siano diventati elementi imprescindibili per guidare l’innovazione e mantenere la competitività.

  • Natale spinge gli acquisti, i clienti cercano value for money

    Secondo i dati dell’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, combinati con le previsioni macroeconomiche provenienti dal Mastercard Economics Institute (MEI), la spesa dei consumatori in Europa (escluso il settore auto) è prevista in aumento del 3,1% su base annua considerando il periodo delle festività che va dal 1° novembre al 24 dicembre 2025.

    Anche per i consumatori italiani si registra un aumento stimato del 2,1%. Il quadro che emerge è tuttavia quello di consumatori che prediligono piccoli piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, cercando anche un valore emozionale attraverso le esperienze.

    Le previsioni di crescita più elevate in Europa riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%).

    Il consumatore europeo appare resiliente. Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa. Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui una bassa disoccupazione e un potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. La spesa durante il periodo di feste rifletterà probabilmente un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per piccoli piaceri accessibili. Chi compra va in cerca del valore emotivo dietro l’acquisto. Negli ultimi mesi, i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar – categorie particolarmente apprezzate durante la stagione festiva. La domanda di articoli di grande valore come mobili ed elettronica si è indebolita in tutta Europa, con alcune eccezioni, come l’Italia, dove i consumatori continuano a prediligere accessori per la casa ed elettrodomestici – che rappresentano il 4.7% della loro spesa durante le festività.

    Le categorie di beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con le generazioni Gen Z e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita. La moda second-hand sta guadagnando particolare spazio in Spagna (+4.4%), seguita da Francia (+1.3%) e Italia (+0.5%), dove i più giovani scelgono di acquistare articoli usati, complici l’attenzione alla sostenibilità ambientale e al budget.

    I carrelli della spesa riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente, con gli europei che prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività. Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente a 37 e 36 euro.

    Nel 2025, i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la loro quota nel mercato della moda online in Francia, Germania e Regno Unito. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio. Anche in Spagna si registrano progressi per la moda di fascia alta, sia online che offline. In controtendenza l’Italia che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0.3%) sia in store (-0.4%).

    I viaggiatori europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano ora fuori dall’Europa, con Thailandia ed Egitto come gli unici Paesi con più di una meta nella classifica per il periodo novembre-dicembre 2025. Tra le destinazioni europee, Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni di voli anno su anno, con un aumento pari al +8,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

    Natalia Lechmanova, Chief Economist Europe di Mastercard, afferma: «Durante la stagione delle festività di fine d’anno, i consumatori europei mostrano resilienza e capacità di adattamento. Sebbene la crescita complessiva della spesa al dettaglio resti moderata, si osserva una forte domanda di piccoli piaceri accessibili, acquisti di importo contenuto ed esperienze di viaggio. Dai prodotti alimentari premium e le specialità festive fino alle vacanze invernali a lungo raggio, i comportamenti di spesa riflettono un attento equilibrio tra prudenza e piacere».

    Luca Corti, Country Manager Italia di Mastercard, commenta: «Da anni osserviamo l’ascesa dell’experience economy in tutta Europa, Italia compresa, e questo trend emerge chiaramente anche dalle nostre stime per i consumi nel periodo delle festività. Oggi i consumatori non cercano più solo prodotti, ma trasferiscono anche nell’acquisto di beni un valore emotivo ed esperienziale. La predilezione per piccoli piaceri accessibili, momenti di gratificazione personale, viaggi ed eventi dimostra che l’experience economy continua a guidare le scelte di spesa, trasformando ogni acquisto in un’occasione di piacere e connessione».

  • La salute dei nostri amici animali

    L’Italia, come abbiamo già scritto, è uno dei primi paesi in Europa per numero di animali domestici pro capite, in prevalenza gatti e cani, di conseguenza alcuni dei settori economicamente rilevanti, che si sono consolidati sono quelli che riguardano l’alimentazione e la salute dei nostri amici animali.

    Negli ultimi anni vi è stato un incremento di più del 35% dei servizi veterinari e le imprese che si occupano della cura degli animali sono quasi raddoppiate.

    A differenza di quanto avviene nel nord Europa, o negli Stati Uniti, in Italia la quasi totalità degli studi veterinari sono di piccole dimensioni, collegati ad uno o due professionisti anche se, visto l’aumento di richiesta di diagnosi sempre più precise e specializzate, e di conseguenza della necessità di strumenti particolarmente costosi per la diagnostica, è cominciata la tendenza a riunire più specialisti in un unico centro di cura e vi sono anche società che aprono più studi, in varie regioni, sotto la stessa insegna e dando lavoro a centinaia di veterinari e tecnici di laboratorio e radiologi.

    Sono circa 35.000 i medici veterinari in Italia e 8600 gli studi medici ma solo poco più del 2% fa parte di gruppi strutturati nei quali possono essere eseguiti esami con strumenti all’avanguardia come la tac o la risonanza magnetica, e crescono  anche gli ospedali per animali e le strutture per poterli ricoverare provvisoriamente in caso di necessità di cure che non possono essere fatte a casa, secondo il rapporto Assalco Zoomark 2025 il settore delle cure per gli animali d’affezione vale già 7,3 miliardi di euro e di questi 2,5 miliardi sono rappresentati dalla medicina veterinaria.

    Purtroppo a fronte dei milioni di persone che hanno cura dei propri amici animali ne esistono sempre troppe che continuano a maltrattarli, anche in questi giorni la notizia che, nonostante la nuova legge appena uscita sui maltrattamenti agli animali sia più severa prevedendo anche il carcere, in queste ultime settimane vi sono stati diversi casi di sevizie, maltrattamenti e uccisioni.

  • ReArm Europe aiuterà l’innovazione ma creerà poca occupazione, dice l’Economista

    Per la prima volta da decenni, il mondo ricco si sta lanciando in una massiccia ri-militarizzazione. Secondo un editoriale del settimanale “The Economist”, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, la minaccia di un conflitto su Taiwan e l’approccio instabile del presidente statunitense, Donald Trump, alle alleanze hanno reso il rafforzamento della difesa nazionale una priorità urgente. Per questo, il 25 giugno i Paesi Nato hanno deciso di alzare l’obiettivo di spesa militare al 3,5% del PIl, con un ulteriore 1,5% a voci legate alla sicurezza. Se tale obiettivo sarà raggiunto entro il 2035, si spenderanno ogni anno 800 miliardi di dollari (circa 684 miliardi di euro) in più in termini reali rispetto al periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina. Queste cifre, avverte il “The Economist”, rischiano di mettere a dura prova le finanze pubbliche, poiché la conseguenza economica più ovvia dell’aumento dei bilanci per la difesa sarà la pressione sui conti pubblici. “I debiti sono già elevati e i governi sono sottoposti a crescenti pressioni finanziarie a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei tassi d’interesse più alti”, scrive il settimanale. Per coprire l’aumento delle spese, molti governi dovranno tagliare la spesa sociale o aumentare i disavanzi. Inoltre, usare le spese militari come leva per creare occupazione, come promesso dal primo ministro britannico, Keir Starmer, sarebbe un errore: “Tali argomentazioni sono sbagliate e politicamente fuorvianti”.

    Secondo il “The Economist”, i benefici potrebbero arrivare solo dalla ricerca e sviluppo in ambito militare: “L’innovazione militare può stimolare la produttività privata”. Ma sul fronte dell’occupazione, le speranze sono ridotte. “La produzione militare, come gran parte della manifattura moderna, è altamente specializzata e automatizzata. Ciò significa che il riarmo creerà meno posti di lavoro rispetto a quelli persi a causa delle nuove tecnologie o della concorrenza straniera”, scrive il settimanale, che spiega: “Secondo una stima, l’aumento della spesa per la difesa nei Paesi europei della Nato potrebbe generare 500 mila posti di lavoro, un numero irrisorio se confrontato con i 30 milioni di lavoratori nel settore manifatturiero dell’Ue”.

    Infine, il “The Economist” mette in guardia dal rischio di inefficienze legate al nazionalismo industriale europeo; sottolineando come uno dei problemi principali della spesa militare europea è che troppi Paesi vogliono produrre in proprio l’equipaggiamento: “Dodici modelli di carri armati nei Paesi Ue, contro uno solo negli Stati Uniti, sono l’emblema di sprechi e scarsa interoperabilità”. Il messaggio finale del “The Economist” è chiaro: “Per avere successo nella nuova corsa al riarmo, i governi dovranno spiegare onestamente agli elettori che la spesa è necessaria per la sicurezza. Se tenteranno di ottenere tutto con un solo bilancio, non faranno bene nulla. Non ha senso cercare di stimolare la crescita se il risultato è essere invasi”.

    Londra e Berlino intanto lavorano al patto d’acciaio del XXI secolo. I governi della Germania e del Regno Unito – come riferisce il portale di informazione “Politico” che cita cinque fonti a conoscenza della questione – sarebbero pronti a firmare un trattato che include una clausola di mutua assistenza in caso di minaccia per uno dei due Paesi. Due funzionari britannici hanno dichiarato a “Politico” che “il testo del trattato è prossimo alla conclusione” e che “la firma è prevista per il 17 luglio, prima che i due Parlamenti si sciolgano per la pausa estiva”. Sebbene il trattato “probabilmente riaffermerà l’impegno di entrambe le nazioni nei confronti della Nato come pietra angolare della loro difesa collettiva, l’inclusione della clausola sottolinea la spinta degli alleati europei a collaborare più strettamente in materia di sicurezza, mentre gli Stati Uniti si ritirano dall’alleanza di difesa transatlantica”. Si prevede inoltre che il documento contenga ulteriori misure per contrastare l’immigrazione clandestina, i trasporti, la ricerca e l’innovazione e un impegno a promuovere gli scambi transfrontalieri. “Il trattato riguarderà l’intera gamma delle nostre relazioni”, ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri tedesco.

  • Gli italiani praticano il nazionalismo alimentare quando riempiono il carrello della spesa

    Quando si tratta di scegliere i prodotti al supermercato, gli italiani hanno pochi dubbi, l’italianità fa la differenza e molti sono convinti che il comportamento d’acquisto aiuti anche a far sentire la propria voce. Questa è una delle principali evidenze che emergono dal Behavior Change Report di YouGov, il rapporto semestrale del leader del mercato nelle ricerche sul mondo del largo consumo che illustra in dettaglio come si evolvono le esigenze, le scelte e le preferenze di oltre 15.000 acquirenti in 21 paesi d’Europa giunto alla nona edizione. Entrando nello specifico, le rilevazioni appaiono sorprendenti perché in parte in controtendenza con la spensieratezza e la scarsa attenzione alla responsabilità che spesso si attribuiscono ai consumatori del nostro Paese: infatti quasi due italiani su tre (64%) credono di influenzare la società con le proprie scelte quotidiane di acquisto, una percentuale ben al di sopra della media europea (44%). In un contesto generale di timore per la stabilità politica ed economica globale (79%), in Italia i consumatori si dichiarano preoccupati soprattutto per il cambiamento climatico (45% a fronte del 33% dei paesi UE) ancor più che per il bilancio famigliare (40% vs. 48%) o la salute fisica (41% vs. 36%). Depone ulteriormente a vantaggio delle famiglie del Belpaese il fatto che il loro attivismo si declina attraverso un atteggiamento positivo: rispetto alla media europea prevale il supporto, attraverso l’acquisto di prodotti locali (50% contro il 45%) o nazionali (46% vs. 40%) a discapito di scelte come il boicottaggio (che, per ragioni diverse, sta tornando in auge in altri paesi del vecchio continente come la Danimarca o la Serbia) che in Italia raccoglie adesioni molto basse (19%).

    Il 47% degli italiani afferma che rafforzerà il proprio sostegno ai produttori locali nei prossimi sei mesi, un dato che migliora la percentuale già alta (39%) registrata lo scorso anno: non è un caso quindi che il 75% dei consumatori preferisca acquistare marchi locali e l’83% prodotti made in Italy, testimoniando un sentimento comunitario di appartenenza che, nel paese dei mille campanili, è particolarmente forte nel Sud dove si identificano con la propria regione il 33% degli intervistati (la media nazionale si attesta al 15%).

    Questo legame emotivo, unito a una solida strategia di distribuzione e promozione ancorata alla narrazione regionale, è alla base del successo commerciale di alcuni brand fortemente radicati nel territorio: i marchi di pasta La Molisana e Rummo, per esempio, hanno visto la loro penetrazione crescere significativamente (rispettivamente dal 40,1% al 44,4% e dal 27,5% al 39,3%) tra il 2022 e il 2024. In un altro settore, la birra pugliese Raffo ha cavalcato con successo l’appeal locale scalando 53 posizioni nell’ultima classifica YouGov Brand Footprint per le bevande, con un valore aumentato del 170% e la penetrazione balzata dall’1,8% al 10,2% nell’ultimo anno. Una crescita impetuosa e travolgente che ricorda da vicino i casi della sarda Ichnusa e della siciliana Birra Messina, che hanno fatto leva sulle loro identità regionali per scalare le gerarchie di mercato anche a livello nazionale. Nemmeno i big dell’industria rinunciano a celebrare i punti di forza del nostro paese, sebbene su scala industriale più ampia: è il caso di Ferrero, che ha recentemente lanciato un pack in edizione limitata per la campagna Nutella Buongiorno in cui ha celebrato i paesaggi italiani illuminati dalla luce dell’alba. Ma il fascino dell’italianità si estende anche oltre i confini nazionali, come dimostrano Mutti e Giovanni Rana che comunicano un approccio legato alla nostra tradizionale sapienza culinaria.

    Se la preferenza per i prodotti locali è la caratteristica più tipica degli italiani, soprattutto con la funzione “sociale” descritta in precedenza, i principali fattori che influenzano il comportamento d’acquisto sono la qualità (41%), gli sconti e le promozioni (40%) ed evitare gli sprechi (38%). Da notare come un italiano su cinque (21%) si dichiari aperto alle novità, con picchi per le referenze per la cura della persona (38%), i detersivi e i detergenti (37%), i dolciumi e i biscotti (37%), i prodotti lattiero-caseari (34%) e il pane e i prodotti da forno (28%). L’applicazione dell’intelligenza artificiale all’esperienza d’acquisto incontra ancora un certo scetticismo: la maggioranza dei consumatori (40%) chiede maggiori informazioni ma la quota di chi vorrebbe si fermasse (32%) prevale rispetto a quella che ne vede i benefici (28%).

    Prudenza e tradizione sembrano le parole d’ordine degli italiani per far fronte a uno scenario diffuso di incertezza globale e difficoltà economiche, in cui gli acquirenti europei continuano a adattare il proprio comportamento a un diffuso pessimismo. Fortemente preoccupati per la stabilità globale (71%), gli intervistati indicano le difficoltà economiche e la sicurezza personale e della propria famiglia come i principali timori, seguiti dal benessere fisico, il cambiamento climatico e l’immigrazione. Risultano in crescita i principali indicatori a salvaguardia del potere d’acquisto, come il controllo dei prezzi dei prodotti, l’attenzione alle promozioni, il tentativo di contenere il costo del carrello della spesa, cucinare in casa e abbandonare i marchi premium a favore di altri meno costosi. Tutto questo si riflette inevitabilmente anche nella scelta dei canali, a beneficio degli hard discounter: questi sono gli unici a presentare un saldo positivo nel confronto tra il numero dei rispondenti che dichiara l’intenzione di utilizzare più spesso quel canale d’acquisto e quello di chi invece intende ridurre le occasioni di spesa lì.

    Solo la qualità del prodotto risulta indirizzare gli acquisti più delle scelte a salvaguardia del risparmio. Gli acquirenti sono facilmente divisibili tra quelli che faticano a far quadrare il bilancio famigliare e quelli invece che ci riescono più comodamente, con comportamenti d’acquisto che naturalmente evidenziano priorità e necessità differenti: i primi si aspettano un peggioramento della propria situazione (65%) rivolgendosi volentieri verso la private label (62%) probabilmente in funzione di risparmio, poiché quasi tre su cinque (59%) fanno attenzione al prezzo della spesa quotidiana. Viceversa i consumatori più tranquilli dal punto di vista economico mostrano una grande predisposizione nei confronti delle novità (70%) e fiducia che la loro capacità di risparmio rimarrà invariata (62%).

    La polarizzazione in corso tra la popolazione europea e quanto l’aumento dei prezzi impatti in maniera differente sono evidenti anche dall’analisi di quanto incidano i generi alimentari nella distribuzione totale del bilancio famigliare, che varia dalle basse percentuali dei paesi più benestanti (14% in Austria e 15% in Germania, Danimarca, Svezia e Olanda) al 44% dell’Ucraina, passando per il 35% della Romania e il 41% della Serbia. L’attenzione verso il green sembra risentire di questo ridotto differente potere d’acquisto e sorprende che perfino i solitamente ecologici danesi si aggiungano a bulgari, croati e serbi nella lista di coloro che si dichiarano meno disponibili a pagare per caratteristiche di sostenibilità.

    C’è però una tendenza che unifica davvero gli europei: l’attenzione al benessere. Superano il 30% i consumatori che dichiarano di fare abbastanza esercizio fisico quotidiano e di rinunciare all’alcol, inoltre tra le principali tendenze emerge quella sugar free. Le bevande energetiche o funzionali rappresentano la categoria con la crescita più veloce in Bulgaria, Polonia e Romania ma anche in Belgio e in Austria, mentre si trovano al secondo posto in Olanda e Germania. La crescita di penetrazione negli ultimi due anni del marchio Le Naturelle in Italia (dal 34% al 40,7%) è praticamente sovrapponibile a quella di OnlyBio (dall’11,9% al 18,7%) in Polonia. In un anno il segmento della salute in Germania ha registrato un incremento del 10,3% con picchi per le polveri dimagranti e i frullati proteici (+25,1%) e gli sports/energy drinks (+12,9%). Essere “in forma” è quindi un obiettivo primario per molti europei e i consumatori indirizzano sempre di più le proprie scelte allo star bene individuale, probabilmente in risposta al concomitante clima di incertezza sul futuro.

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