spese

  • Piano Fanfani

    Da più parti e da molto tempo si sottolinea come sia impossibile, non solo per gli studenti, trovare una casa in affitto, nelle grandi città, e trovarla a prezzi accessibili rispetto agli stipendi.

    Come Il Patto Sociale ha già ricordato in altre occasioni da decenni nelle grandi città, ma non solo, non esiste un piano di edificazione di edilizia popolare o convenzionata. I precedenti governi si sono inventati il bonus 110% per far ripartire l’edilizia con i seguenti brillanti risultati:

    1. truffe di ogni genere;
    2. aumento spropositato dei costi delle materie prime;
    3. danno per coloro che sono stati truffati dalle imprese;
    4. spaventoso buco per lo Stato che oggi non ha più le risorse per fare quel che sarebbe necessario almeno per la sanità.

    Se, per crearsi facili consensi elettorali, invece di occuparsi dei cappotti e delle ristrutturazioni, vere o fasulle, di case, casette o condomini si fosse provveduto a mettere in sicurezza le scuole, che stanno più o meno crollando, e ponti e cavalcavia, che sono ormai quasi tutti ad una corsia per evitare che l’eccessivo peso li faccia ulteriore peggiorare, l’edilizia sarebbe ripartita in modo più utile ed onesto e lo Stato avrebbe infrastrutture ed edifici pubblici idonei e non pericolosi.

    Se si fosse dato il via a un piano per la costruzione di edifici di edilizia popolare e convenzionata, oggi non avremmo il problema di studenti accampati con le tende, di speculazioni di privati che, in città come Milano, fanno pagare oltre 1000 euro al mese per 30 metri quadri e non avremmo tante persone del Sud costrette a rifiutare lavoro al Nord perché non in grado, con lo stipendio, di pagarsi l’affitto.

    Vale forse ricordare ai governanti di ieri e come suggerimento a quelli di oggi quel famoso piano Fanfani che diede lavoro a 50mila operai e perciò all’edilizia e realizzò case per chi non le aveva.

  • Il costo del Ponte sullo Stretto è arrivato a 13,5 miliardi

    “Il Sole 24 Ore“, ha stimato che tra il 1981 e il 1997 sono stati spesi 135 miliardi di lire per vari studi di fattibilità del Ponte sullo Stretto di Messina per collegare Sicilia e Calabria.

    Un primo cantiere aveva anche preso il via, quando nel 2009 a Cannitello lo spostamento di un tratto di ferrovia autorizzato nel 2006 deal Cipe, il Comitato interministeriale per la politica economica, era stato ricondotto nell’ambito dei lavori occorrenti per la realizzazione del ponte stesso, ma nel 2013 il governo Monti decretò l’alt al progetto stesso e mise in liquidazione la società Stretto di Messina, controllata all’81,84% da Anas (oggi parte di Ferrovie dello Stato) e partecipata da Rete ferroviaria italiana (Rfi), Regione Calabria e Sicilia, realizzata proprio per porre in essere il progetto del megaponte.

    Nel 2013 risultava che per liquidare quella società occorreva pagarle 342 milioni fra penali e indennizzi, e che a quella cifra, per valutare il costo complessivo sostenuto fino a quel momento per l’opera, andavano aggiunti oltre 130 milioni spesi fra studi e gestione degli anni ’80 e ’90. Il conto tuttavia era anche più salato, perché ci sono stati risarcimenti di parti terze poiché non sono stati fatti accantonamenti a garanzia, ovvero le cause legali fatte alla Stretto di Messina. Solo per fare un esempio: il consorzio che aveva vinto l’appalto Eurolink – capitanato da Salini Impregilo (oggi WeBuild, partecipata anche da Cassa depositi e prestiti e quindi dallo Stato) – ha in sospeso un appello con una richiesta di 657 milioni di euro per illegittimo recesso.

    Inoltre, ci sono altre cause legali da affrontare, come quella da 90 milioni intentata da Parsons, colosso dell’ingegneria civile Usa.

    Secondo il progetto originario, il costo era di circa 4,4 miliardi (valori al 2003, anno in cui il progetto preliminare venne approvato), ma il Consorzio Eurolink si aggiudicò nel 2005 la gara operando un ribasso che portò il valore del contratto (sottoscritto ad aprile 2006) a 3,9 miliardi (a valore 2003). In base alle previsioni contrattuali, il contratto nello stesso anno 2006 ebbe una aggiornamento del valore monetario e un incremento dell’oggetto, giungendo a circa 6 miliardi di euro. Negli anni questo costo è aumentato ancora, arrivando a 13,5 miliardi di euro, secondo quanto prevede oggi un allegato del Def (Documento di Economia e Finanza). Per quanto riguarda i raccordi stradali di competenza Anas il valore non è definito nel Def, dove si afferma solamente che saranno molto inferiori rispetto ai raccordi ferroviari di Rfi. A tale costo vanno aggiunti i costi delle opere complementari e di ottimizzazione alle connessioni ferroviarie, lato Sicilia e lato Calabria, che dovranno essere oggetto del contratto di programma con Rfi. Si stima un costo di 1,1 miliardi.

  • Sbloccare il potenziale dei dati sugli appalti pubblici dell’UE

    Insieme alla sua comunicazione sui 30 anni del mercato unico, la Commissione rivela il piano per costruire uno spazio europeo di dati sugli appalti pubblici. Il piano descrive l’architettura di base, l’insieme degli strumenti di analisi da attuare entro la metà del 2023 e i dati sugli appalti pubblicati a livello europeo da rendere disponibili nel sistema per quella scadenza. Entro la fine del 2024 tutti i portali di pubblicazione nazionali aderenti dovranno essere connessi, i dati storici pubblicati a livello europeo dovranno essere integrati e l’insieme degli strumenti di analisi dovrà essere ampliato.

    Lo spazio di dati sugli appalti pubblici riunirà dati sulle gare d’appalto, dalla preparazione all’esito. Attualmente tali dati sono sparsi in formati diversi e a diversi livelli, ovvero europeo e nazionale. Lo spazio di dati fornirà un nuovo quadro di informazioni grazie a un insieme di strumenti analitici all’avanguardia, che include tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, come l’apprendimento automatico e l’elaborazione del linguaggio naturale. Tutto ciò permetterà spese pubbliche più mirate e trasparenti, migliorerà l’accesso alle gare d’appalto per le aziende, in particolare le piccole e medie imprese, e potenzierà l’elaborazione di politiche basate sui dati. Queste tecnologie aiuteranno inoltre gli acquirenti pubblici e le imprese a migliorare le loro strategie di investimento e di offerta, e forniranno a tutte le parti interessate una maggiore trasparenza e un miglior rapporto qualità-prezzo.
    Il settore pubblico, che in tutta l’UE vale più di 2 miliardi di euro all’anno, vale a dire quasi il 13,6% del PIL dell’Unione, dovrebbe fare la sua parte nel sostenere le industrie verdi. Lo spazio di dati sugli appalti pubblici permetterà alle autorità pubbliche di condividere le migliori prassi anche per un uso più mirato dei fondi pubblici a favore delle industrie verdi.

    Come sottolineato nella relazione annuale sul mercato unico 2023, sfruttare il potenziale dei dati è essenziale per far sì che il mercato unico realizzi appieno il suo potenziale in termini di sostegno alla resilienza e alla competitività dell’economia europea.

  • Riformare l’IVA: le richieste dei Medici Veterinari al Governo Meloni

    Riceviamo e pubblichiamo un comunicato dell’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani)

    (Cremona, 14 marzo 2023) – È di oggi il riscontro all’Anmvi del Sottosegretario alla Presidenza del CdM, On Alfredo Mantovano, per un approfondimento con il Mef.

    Nell’imminenza del varo del disegno di legge delega, l’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani auspica che possa finalmente trovare accoglimento la sempre più urgente esigenza di alleviare il peso fiscale che grava sulle cure e sul mantenimento di 60 milioni di animali da compagnia (rapporto 1/1 popolazione Istat) nonché sull’assistenza veterinaria agli animali allevati a scopo di produzione di alimenti.

    L’Associazione avanza quattro richieste:

    1. La collocazione delle prestazioni veterinarie nell’aliquota agevolata IVA (al pari dei medicinali veterinari) in quanto dichiarate “servizi essenziali” alla sanità animale e alla sanità pubblica;
    2. La valutazione di una aliquota zero (esenzione da IVA) per le prestazioni veterinarie corrispondenti ad obblighi di legge (es. identificazione e registrazione degli animali da compagnia) o riconducibili ai livelli essenziali di assistenza (es. sterilizzazione anti-randagismo) o ad azioni di tutela della sanità pubblica (es vaccinazioni/trattamenti anti-zoonosi)
    3. La collocazione nello scaglione agevolato IVA dei prodotti alimentari (pet food);
    4. La salvaguardia della detraibilità fiscale delle spese veterinarie;

    In un’ottica concretamente one health, l’Anmvi ritiene necessario e urgente un intervento di razionalizzazione fiscale in particolare delle aliquote IVA.

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

  • Quali accise stiamo pagando?

    Mentre i prezzi dei carburanti impazzano e si attendono i risultati delle indagini della Guardia di Finanza chiediamo, insieme a tanti altri italiani, se le accise che stiamo ancora pagando si riferiscono ad avvenimenti ormai antichi quali la Guerra d’Etiopia del 1935-36, la crisi di Suez del 1956 o la ricostruzione del Vajont del 1963 o se invece sono giustificate dalla necessità di reperire fondi per eventi più recenti e, in questo caso, quali sono questi eventi.

    In molti riteniamo che sia giusto non far mancare il contributo dei singoli cittadini per aiutare la ricostruzione di territori colpiti, in questi ultimi anni, dalle catastrofi naturali che, per altro, in molti casi avrebbero potuto essere evitate o rese meno tragiche.

    Gli italiani chiedono di sapere quali accise stanno pagando, se è da identificare qualsiasi speculazione e mettere in atto tutto quanto necessario per impedirla è altrettanto vero ed evidente che una richiesta urgente di pagamento di accise può essere accettata dai cittadini solo se sui riferisce ad eventi che risalgano agli ultimi anni.

  • Detrazioni Irpef per le spese veterinarie, uno sconto di 20 centesimi al giorno

    È di 20 centesimi al giorno il beneficio fiscale per milioni di proprietari che si prendono cura di un animale da compagnia. Lo sconto Irpef sulle spese veterinarie è ampiamente insufficiente secondo l’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI) che invita alla prova del calcolo: il tetto massimo di spesa veterinaria ammesso alla detrazione fiscale è di 550 euro, ma deve essere decurtato della franchigia (134 euro) e sulla differenza va calcolato il 19%. A conti fatti, i proprietari di animali da compagnia recuperano 80 euro all’anno.

    L’ANMVI invita il Governo a mantenere l’impegno preso durante la Legge di Bilancio 2022. Il Ministero delle Finanze, per voce del Sottosegretario Federico Freni ha accolto un ordine del giorno per innalzare il tetto massimo di spesa veterinaria.
    L’occasione per aumentare le detrazioni sulle spese veterinarie può essere la delega fiscale, ricordando che sono tracciate dal Sistema Tessera Sanitaria e regolate con pagamento elettronico.

    È indispensabile riconoscere un significativo sostegno fiscale alle numerose famiglie italiane, una su tre, che oggi in Italia detengono un animale d’affezione. Incoraggiare con incentivi fiscali le cure veterinarie aumenta la prevenzione veterinaria, la salute e il benessere degli animali. La prevenzione veterinaria di 60 milioni di pets corrisponde ad una vera politica one health che finora né il Governo né il Ministero della Salute hanno considerato nel PNRR.

    Fonte: Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani

  • Quale “sviluppo” delle estrazioni di gas nazionale?

    Da oltre un anno il governo Draghi e il ministro Cingolani hanno ripetutamente affermato come entrambi considerino fondamentale, per attenuare gli effetti devastanti della escalation dei costi energetici per imprese e cittadini, puntare sullo sviluppo della estrazione di gas da giacimenti italiani passata nei primi anni 90 dai 21 milioni di metri cubi a poco più di 3,4 del 2021, a fronte di un consumo nazionale di 76 miliardi di metri cubi.

    Il 4 di aprile, all’interno di un mio breve intervento, avevo pubblicato invece il costante trend negativo relativo all’estrazione di tutto il 2021 (oltre -18%) e di febbraio 2022 (oltre -24%) i quali, senza alcun dubbio, ponevano in ridicolo le affermazioni tanto del ministro della Transizione energetica quanto del Presidente del Consiglio dimostrando, infatti, come le estrazioni di gas da giacimenti nazionali diminuissero progressivamente da mesi https://www.ilpattosociale.it/…/solo-chiacchiere-e…/.

    Nel frattempo lo stesso governo, verso la fine del 2021, ha approvato ed introdotto un nuovo protocollo definito Pitesai all’interno del quale vengono definiti i nuovi protocolli per identificare le aree del territorio italiano in cui vengano consentite la ricerca e successivamente l’estrazione di gas naturale. Sulla base di questo nuovo atto governativo nei soli pochi ultimi mesi, durante i quali all’aumento dei costi energetici legati all’inflazione si sono aggiunte le conseguenze dell’evento bellico, risultano rifiutate quarantadue (42) su quarantacinque (45) richieste di attività di ricerca sul territorio nazionale finalizzate a creare nuove quote estrattive.

    In pieno questo delirio ambientalista si aggiunga, poi, come delle centotto (108) attività estrattive già operative da anni circa il 70% potrebbe essere soggetto a sospensione in quanto questa attività avviene all’interno di zone definite ora non idonee, quindi  ex post, proprio sulla base di questo nuovo protocollo del governo Draghi nel 2021.

    E’ evidente come tanto Draghi quanto Cingolani abbiano dimostrato ampiamente di aver mentito nelle loro dichiarazioni pubbliche e di operare contro lo sviluppo dell’attività estrattiva da giacimenti nazionali.

    I dati pubblicati nel mio intervento del 4 aprile vengono confermati e rappresentano ora, alla luce di questo protocollo, addirittura la cristallina espressione di una strategia governativa che si manifesta come sintesi nefasta della follia ideologica ambientalista ma anche di una incapacità intellettuale nel comprendere il momento storico di estrema difficoltà per le imprese e per i cittadini italiani in relazione ai costi energetici e alle bollette.

    Quando qualcuno riduce la complessa questione energetica ad una banale e retorica scelta tra un grado di aria condizionata o di riscaldamento e la pace non ci si può decisamente attendere nulla più di questo.

  • Luce e gas più cari, un ulteriore peso per famiglie e attività chiuse

    Giustamente, mentre continua la pandemia, il governo ha invitato, tutti coloro che possono, a lavorare da remoto, come avviene ormai da più di un anno. E da remoto si svolge anche la didattica con la conseguenza che le famiglie italiane, secondo stime al ribasso, hanno consumato il 30 per cento in più di energia elettrica e da riscaldamento. Si continuerà così ancora per un certo tempo, non sappiamo quanto, quello che invece sappiamo è che dal secondo trimestre 2021 aumenteranno le tariffe, del 3,8 l’elettricità e del 3,9 il gas! Un nuovo colpo per i cittadini già pesantemente provati, emotivamente ed economicamente, dal blocco di molte attività, blocco che dura dal marzo dell’anno scorso, quasi ininterrottamente, e dalla mancanza di prospettive immediate. Si calcola che più del 30 per cento delle famiglie abbiano subito una diminuzione del loro reddito di circa un terzo e per molti ci sono state solo spese senza entrate tanto è vero che il 40 per cento ha problemi per pagare l’affitto, il mutuo o altri debiti contratti. Tra i più colpiti coloro che hanno attività chiuse ma con costi fissi come ad esempio le attività legate al turismo che in Italia non possono lavorare mentre i loro omologhi di altre nazioni europee godranno, per le festività pasquali ad esempio, dell’arrivo di turisti italiani.

    Bene ha fatto il Regno Unito a tenere ancora chiuse le frontiere, anche se la campagna di vaccinazione è stata molto più capillare di quella effettuata fino ad ora dai paesi europei e sta già dando importanti risultati. I rincari delle tariffe graverà anche sugli uffici degli enti pubblici, che ormai funzionano molto poco in presenza ma che continuano ad avere costi fissi. Ci sembrerebbe giusto che il governo intervenisse per rinviare l’aumento delle tariffe a quando finalmente l’Italia potrà riaprire e che cogliesse l’occasione per affrontare anche il problema dell’iva che sulle bollette è conteggiata ogni volta non solo sul consumo ma anche sul trasporto dell’energia e sui contatori, in uso ovviamente obbligatorio. L’iva è cioè complessiva mentre dovrebbe più giustamente essere calcolata solo sul consumo effettivo, conteggiando l’iva su tutto i cittadini anche se non riscaldano o non utilizzano la luce nell’abitazione o nei locali adibiti ad attività, se non consumano energia, continuano a pagare bollette molto alte.

  • Salute animale: nuova raccomandazione dell’OIE ai governi: rafforzate i vostri sistemi veterinari

    (Cremona, 22 luglio 2020) – Oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE) ha nuovamente raccomandato ai Governi di tutto il mondo di rafforzare i propri sistemi veterinari per contenere l’impatto delle malattie animali nel contesto pandemico globale. “L’Italia sta rispondendo con un DEF, il primo dopo l’emergenza Covid-19, che prevede il rafforzamento della Veterinaria italiana– dichiara il Presidente dell’ANMVI Marco Melosi. “Apprezziamo anche le parole del Ministro della Salute, che per la prima volta non ha delegato la salute animale spiegando di considerarla “un pezzo essenziale del nostro futuro”.

    Dopo Covid-19 è cresciuta in Italia la consapevolezza sull’importanza del controllo delle malattie animali. Ma non basta. L’ANMVI ricorda che in Italia, il 73% dei Medici Veterinari esercita in regime di libera professione. “Questo vuol dire – aggiunge Melosi- che le cure degli animali da compagnia e degli animali allevati in zootecnia, dipendono da risorse economiche private. Ecco perché bisogna intervenire sul fisco, alleggerendo il carico d’Imposta che pesa sui proprietari di animali e quindi sui bisogni di salute degli animali stessi”– afferma.

    L’Associazione ha firmato una lettera aperta al Governo e al Parlamento- insieme ad altre sigle veterinarie e alle imprese della salute e dell’alimentazione animale- per chiedere l’IVA unica agevolata al 10% su prestazioni veterinarie e alimenti per animali da compagnia al pari dei medicinali veterinari.

    Testo integrale della lettera aperta

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

  • Spese veterinarie: chi ha diritto alla detrazione?

    Il nuovo tetto di spesa veterinaria, portato a 500 euro dalla Legge di Bilancio 2020, non ha modificato la titolarità alla detraibilità fiscale: il beneficio fiscale spetta alla persona fisica che ha sostenuto la spesa veterinaria “anche se non è il proprietario dell’animale”. Rimangono perciò invariate al riguardo le istruzioni emanate nel 2018 dall’Agenzia delle Entrate.

    Le variazioni apportate alla Guida dall’ultima manovra finanziaria riguardano solo i seguenti aspetti:
    – il nuovo importo massimo della spesa veterinaria (da 387,34 euro a 500 euro) e il conseguente aumento dello sconto fiscale (da 49 euro a 70 euro)
    – la subordinazione della detraibilità fiscale della prestazione veterinaria ad una forma di pagamento tracciabile

    Non sono invece cambiate le disposizioni della Guida delle Entrate riguardanti la tipologia di spesa, la tipologia/numero di animali, la titolarità della detrazione fiscale (solo persone fisiche), il trattamento fiscale dei medicinali acquistati.

    La detrazione continua ad essere riconosciuta per le spese relative alle prestazioni professionali del medico veterinario, spese per analisi di laboratorio e interventi presso cliniche veterinarie, acquisto dei medicinali prescritti dal veterinario, come definiti dall’art. 1 del DLGS n. 193 del 2006. Non rientrano quindi nel beneficio della detrazione gli integratori alimentari umani, i mangimi speciali per animali da compagnia, anche se prescritti dal veterinario, poiché non sono considerati farmaci, ma prodotti appartenenti all’area alimentare.

    L’Agenzia delle Entrate invita a produrre – in sede di detrazione – una autocertificazione attestante che l’animale è legalmente detenuto a scopo di compagnia o per la pratica sportiva. Non possono essere detratte le spese sostenute per animali detenuti con finalità economica.

    Può detrarre la spesa “il soggetto che ha sostenuto la spesa, anche se non è il proprietario dell’animale” perché i documenti giustificativi della detrazione sono rappresentati dalle fatture fiscali rilasciate dal professionista. Ai fini della detrazione fiscale non rileva la ricetta del medico veterinario bensì lo scontrino fiscale “parlante” riportante il codice fiscale del soggetto che ha sostenuto la spesa, la natura, la qualità e la quantità dei medicinali acquistati.  La detrazione spetta per l’acquisto di farmaci certificati da scontrino “parlante” anche se venduti da strutture diverse dalle farmacie, purché autorizzate dal Ministero della Salute.

    Fonte: @nmvioggi del 8 gennaio 2020

Pulsante per tornare all'inizio