spese

  • Accise: l’ambiguità fiscale

    Lo Stato guadagna dalle sole accise circa 390 milioni di euro per ogni centesimo di aumento per entrambi i carburanti, i cui consumi risultano di 11 miliardi di litri la benzina e 29 miliardi di litri il gasolio. Tuttavia, poiché sulle accise si applica anche l’IVA al 22% (la “tassa sulle tasse”), il guadagno complessivo per le casse pubbliche si conferma decisamente superiore. L’impatto stimato per il gettito dello Stato in questo contesto fiscale, considerando sia l’accisa che l’IVA, è che il solo aumento di 1 centesimo al litro garantisce al governo, con la benzina, circa 134 milioni di euro all’anno, mentre con il gasolio circa 341 milioni di euro all’anno. Di conseguenza il solo aumento di un centesimo del prezzo di carburanti assicura al governo un totale combinato di oltre 475 milioni di euro all’anno. A maggior ragione, se l’aumento dei carburanti risulta maggiore, per esempio di 10 centesimi al litro, il governo può contare su di un extra gettito notevolmente maggiore. La sola benzina assicurerebbe oltre 1,34 miliardi di euro all’anno, mentre con il gasolio si arriverebbe a 3,41 miliardi di euro all’anno. Il conto complessivo, quindi, sarebbe di 4,75 miliardi di euro all’anno, se l’aumento di 10 centesimi venisse applicato simultaneamente a benzina e gasolio.

    Considerando perciò che solo nell’ultimo anno la benzina è cresciuta di oltre 30 centesimi al litro questa ha determinato nuove entrate fiscali per oltre 4,1 miliardi. Il gasolio, viceversa, ha registrato un incremento ancora più marcato, superando i 45-50 centesimi al litro a causa delle tensioni geopolitiche e delle variazioni fiscali. In ragione del fatto che il consumo di gasolio è di circa 29 miliardi di litri, l’extra del gettito assicurato assicura aumenti di oltre 15 miliardi. L’aumento dei carburanti solo nell’ultimo anno ha assicurato, quindi, oltre 19 miliardi di nuove entrate fiscali, le quali invece di venire redistribuite sotto forma di diminuzione del carico fiscale sia sui carburanti che per le bollette energetiche (*) verranno utilizzate per finanziare le ultime promesse elettorali, come la detassazione della tredicesima.

    Nella ambigua logica fiscale italiana, quindi, non si possono tagliare le accise in quanto rappresenterebbe una riduzione fiscale “piatta”, della quale ne trarrebbe vantaggio anche chi possiede “una Ferrari”, esempio utilizzato nel lessico economico contemporaneo.

    Tuttavia, l’extra gettito fiscale determinato dagli aumenti di benzina e gasolio viene pagato proprio come una “flat tax”, ed ovviamente grava sulle fasce meno abbienti proprio sulla base del principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla quale si basa, tra l’altro, la progressività delle aliquote fiscali (**). Senza dimenticare poi come il governo in carica usufruisca già da anni anche del Fiscal Drag come conseguenza di un’economia che cresce meno di un terzo rispetto all’inflazione (0,9% Pil/3,3% inflazione). In barba alla progressività tanto sbandierata da coloro che non sono d’accordo sul taglio delle accise, per contro le promesse elettorali verranno pagate in eguale misura da tutti i consumatori italiani ed in particolar modo dalle fasce meno abbienti.

    L’ambiguità fiscale viene confermata dalla imposizione sui costi energetici. Questa, infatti, viene approvata e sostenuta dal governo anche se piatta, ma la sua riduzione viene considerata inappropriata per la stessa ragione con la quale invece è stata adottata.

    (*) Nomisma prevede un aumento dei costi energetici del +23% per le famiglie e i +54% per le imprese.

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-accise-e-la-progressivita-fiscale/

  • Nel 2026 meno richieste di mutuo per la casa

    I primi sei mesi dell’anno si sono caratterizzati da un rallentamento della domanda dei mutui immobiliari da parte delle famiglie italiane, salvo il mese di maggio che si è mantenuto in linea con quello dell’anno precedente (+0,4%). Nel primo semestre 2026, le richieste dei mutui segnano un -5,9% rispetto al corrispondente periodo del 2025. Il fenomeno delle surroghe registra nel primo trimestre del 2026 una considerevole frenata del 38,4%. L’importo medio richiesto rimane pressoché stabile con un valore di 153.972 euro (-0,2% nel primo semestre 2026 rispetto al primo semestre 2025). Queste le principali evidenze dell’analisi del Barometro CRIF.

    “Il progressivo allentamento della politica monetaria, avviato nella seconda metà del 2024 e proseguito fino a maggio 2026, ha contribuito a ridurre il costo del credito, favorendo una maggiore sostenibilità delle rate e rafforzando l’equilibrio finanziario delle famiglie. In uno scenario ancora caratterizzato da incertezza macroeconomica e requisiti regolamentari più stringenti, la domanda di credito da parte delle famiglie italiane dovrebbe rimanere nei prossimi mesi improntata alla cautela. Tuttavia, a fronte di una maggiore prudenza, i mutui per l’acquisto di abitazioni ad alta efficienza energetica e per interventi di riqualificazione rappresentano un ambito di crescente interesse per famiglie e operatori” – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

    Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo semestre del 2026 oltre il 60% delle richieste di mutuo si concentra su importi compresi tra 100.000 e 300.000 euro. Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata, emerge che la classe tra i 25–30 anni raccoglie il 43,8% del totale. In generale, oltre 9 richieste su 10 prevedono piani di rimborso superiori ai 15 anni, a conferma della propensione delle famiglie a privilegiare soluzioni diluite nel tempo, funzionali a contenere l’impatto della rata sul bilancio familiare. Infine, per quanto riguarda la distribuzione per classe di età, sono le fasce centrali, dai 25 ai 54 anni – le fasi della vita in cui si avviano progetti futuri e si consolida poi il proprio status finanziario – a raccogliere oltre l’80% della domanda. Gli over 55 rappresentano una quota più contenuta della domanda, pari al 12,9% del totale, coerentemente con una fase della vita in cui l’accesso al mutuo tende a essere meno frequente rispetto alle fasce centrali.

  • Il Ponte sullo Stretto ha quasi 60 anni. Come idea

    La prima legge che ipotizzò il Ponte sullo Stretto fu approvata il 27 marzo 1968 e prevedeva uno stanziamento di 700 milioni di lire per un concorso internazionale di idee da tenersi entro marzo 1969 che registrò 143 partecipanti (e 6 vincitori ex aequo). Il 17 dicembre 1971 fu approvata per legge la creazione di una società pubblica per realizzare un «attraversamento stabile» del braccio di mare fra Scilla e Cariddi. La società arrivò soltanto nel 1981, con una quota del 51% in mano all’Iri e poi all’Italstat. Il presidente dell’Iri Romano Prodi, il 7 settembre 1985, annunciò a Panorama: «I lavori del ponte cominceranno al più presto», ma Prodi farà in tempo a divenire premier nel 1996 e a lasciare Palazzo Chigi al rivale già sconfitto, Silvio Berlusconi, prima che il ministro delle Infrastrutture di quest’ultimo, Pietro Lunardi, dica che i cantieri saranno aperti «nel primo semestre 2004». Dopo quasi cinque anni, quanto occorre per appaltare i lavori a un consorzio guidato da Impregilo, la firma del contratto per la realizzazione del collegamento arriva, il 27 marzo 2006, due settimane prima che Prodi vinca di nuovo le elezioni politiche e blocchi, come promesso in campagna elettorale, i lavori. Nel balletto tra Prodi e Berlusconi al governo e tra sì e no al ponte, tocca al nuovo ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, governo Berlusconi, dire che i lavori inizieranno nel 2009 e che «il ponte non ci costa una lira perché si fa tutto in project financing. Come previsto», preciserà ancora Matteoli nel 2011, «dal piano finanziario allegato al progetto definitivo». Il progetto definitivo arriva però al tramonto dell’ultimo governo Berlusconi ed il subentrato governo d Mario Monti revoca il contratto con il general contractor. Il successivo governo, guidato da Enrico Letta mette poi in liquidazione la società Stretto di Messina entro il termine tassativo di solo anno. Vincenzo Fortunato, abilissimo ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti e Antonio Di Pietro, impiega però dieci a portare a termine la liquidazione, e nel settembre 2022 il governo Meloni non deve far altro che riattivare la società concessionaria per rimettere in moto il progetto del ponte. A quel punto la Corte dei conti obietta però che non si possa considerare valido un contratto aggiudicato vent’anni prima all’equivalente di 5,6 miliardi e salito nel frattempo (delibera Cipess) a 10,5 miliardi, con un aumento reale dell’87,5%, visto che le regole Ue recepite dall’Italia impongono una nuova gara in caso di incrementi superiori al 50%.

  • Il primo vero problema dell’Europa è l’evidente mancanza di leader capaci

    E’ passato un anno e mezzo, del tutto sprecato, senza risolvere nessuno dei problemi sorti sin dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, a partire dalla strategia della difesa Europea.

    L’incertezza, la confusione e l’incapacità di formulare ipotesi di lavoro ragionevoli viene banalizzata dalle scelte di iniziative ridicole e del tutto inutili a risolvere i problemi che affliggono l’Unione Europea, favorendo le superpotenze, che litigano tra loro, ma che sulla disgregazione dell’Europa, e l’eventuale spartizione tra loro, sono del tutto d’accordo.

    I leader politici, dall’arrivo di Trump, parlano di armamento, che tutti sanno essere una spesa inutile, che non cambierà alcunché, perché i 27 eserciti dell’Unione Europea sono tutti incapaci di sostenere qualsiasi aggressione, e il rinforzo di armamenti non cambierebbe nulla. Buona parte dei fondi che spendono gli Stati europei servono a pagare i militari, circa il 70% della spesa complessiva, in una logica che non serve ai singoli stati, né tantomeno all’Europa, in quanto impossibilitati a garantire la sicurezza dei confini, senza la protezione degli USA.

    E appunto non serviranno qualche centinaio di carri armati e di cannoni in più, sparpagliati qua e là, per risolvere il problema, e subendo inoltre una spesa esagerata, imposta da Trump, del 5% del Pil annuale.

    Ed è molto strano che nessuno dei leader europei ha mai finora accennato alla esigenza di dare vita ad una Federazione degli Stati d’Europa, con chi ci sta, con una Costituzione che consenta le modalità per formare un Governo Federale con pochi ma indispensabili poteri, come la gestione della politica estera e la costituzione di un esercito unico, che costituiscono l’unica vera possibilità di garantire la sicurezza degli Europei.

    Con la federazione i costi sarebbero di gran lunga inferiori a quelli dell’armamento, e senza penalizzazione del welfare, e soprattutto si avrebbe la trasformazione dell’Europa da attuale gigante economico e nano politico, in gigante militare e quarta superpotenza mondiale.

    Ma il silenzio dei leader europei su questo tema conferma il limite insuperabile della ideologia sovranista, alla cui difesa è preferibile la disgregazione dell’Unione Europea, e la conseguente colonizzazione da parte delle superpotenze.

    Ma si può difendere davvero una sovranità inesistente e del tutto incapace di difendere i confini dei propri Stati, e a caccia di protezioni di autarchici che vogliono solo sottometterci? E non sembra quindi un tradimento gravissimo dell’Interesse Nazionale ignorare la federazione che ci può dare la Patria Federale, la sicurezza e il ruolo che ci compete nel mondo alla pari delle altre superpotenze?

    Ed è così che il ridicolo si appalesa: si pensi alle decine di volte in cui si è assistito a cambiamenti di posizione e di composizione di gruppi, sia con la coalizione allargata dei “volenterosi”, poi con la più recente invenzione di riunioni in formato E5 (Gran Bretagna, Germania Francia, Italia e Polonia), poi in formato E3 (Gran Bretagna, Germania e Francia), poi ancora non si sa. Sono solo chiacchere e distintivo, ma nulla di reale, di credibile e di efficace.

    Così come c’è una enorme confusione in merito alle regole dell’UE che vanno velocemente cambiate, ma invece di affrontare questo prioritario tema, si tende con incomprensibile leggerezza ad allargare l’Unione Europea ad altri otto Stati, ed addirittura si litiga per chi deve essere inserito prima.

    E così 27 Stati aderenti all’Unione Europea, che da anni faticano a trovare accordi tra di loro, che spesso sono obbligati a rinvii esasperanti che costringono l’UE a ritardi nelle decisioni che danneggiano tutti i Paesi, invece di modernizzare le regole, ed eliminare il veto individuale per ogni Stato che comprime le decisioni collettive, discutono e litigano su quale tra i suddetti otto stati vada accontentato per primo.

    Possibile che non si capisca che passare da 27 a 35 Stati, il livello di gestione sarà, senza le necessarie modifiche, un disastro per la velocità di realizzazione delle decisioni, specie in un momento di particolare difficoltà per l’Europa, che non ha neanche una certezza di mantenere il suo livello di indipendenza e libertà?

    Gli otto Stati sono: Albania, Bosnia-Erzegovina, Georgia, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia, Moldavia e Ucraina.

    Come si può intuire dalla loro eterogeneità, ciascun Paese rivendica i propri legittimi interessi che però, una volta entrati nell’UE con le attuali regole, recheranno problematicità ancora più difficili da gestire di quelle attuali.

    Ecco perché è fondamentale affrontare, mentre è ancora con 27 Stati, ciò che fino ad ora non era stato possibile realizzare, per garantire una organizzazione Europea che rispetti ciascuno dei Paesi, vecchi e nuovi, con regole puntuali, e senza la confusione e le logiche aberranti di veti singoli per ogni Stato, con buona pace di Meloni che non vuole affatto rinunciarci, perché se non si cambia radicalmente il sistema, questo condannerà definitivamente l’UE alla impotenza e conseguentemente alla irrilevanza.

  • E’ arrivato il momento di qualche verifica nel settore farmaceutico

    Si avvicina il momento della dichiarazione dei redditi e molti italiani, giustamente, devolvono il 5×1000 alla ricerca ma, altrettanto giustamente, vorrebbero avere notizie più certe e verificate sugli effettivi costi che le case farmaceutiche sostengono per migliorare i loro prodotti o per trovarne di nuovi.

    Una recente inchiesta uscita su L’Espresso riporta alla nostra attenzione le discrasie tra le dichiarazioni dei costi per la ricerca, di alcuni colossi del settore farmaceutico, e quanto sarebbe invece stato appurato da organizzazioni no profit come la svizzera Public Eye.

    I farmaci per contrastare, combattere alcune gravi patologie, dal tumore alle malattie degenerative e a quelle rare sono tutti ad altissimo costo, il che incide sulla spesa sanitaria pubblica e sui privati senza una vera possibilità di appurare, verificare se il costo di certi farmaci è effettivamente giustificato.

    Che l’industria farmaceutica abbia il diritto di guadagnare non è in discussione ma, nello stesso tempo, sarebbe un’operazione di trasparenza e verità poter conoscere se vi siano farmaci il cui prezzo è eccessivo dopo aver ammortizzato i costi della ricerca e conteggiato il legittimo guadagno.

    Si è parlato molto dei super utili delle banche sarebbe forse anche arrivato il momento di qualche verifica nel settore farmaceutico.

  • La metà degli italiani ha speso per il Natale 2025 quanto per il Natale 2024

    Per il Natale 2025 la metà degli italiani (50,5%) hanno stanziato lo stesso budget del 2024 e il 26,4% ha invece speso di meno, ma non molto meno, secondo quanto emerge dall’European Holiday Outlook 2025, lo studio di Deloitte basato sulle risposte di oltre 7mila consumatori europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito). Il 19,1% ha invece messo in conto di spendere di più.

    Le ragioni che spingono a ridurre la spesa durante le festività sono in larga parte comuni in tutta Europa, ma in Italia emergono con maggiore intensità. Il primo fattore è l’aumento del costo della vita, indicato dal 52,9% degli italiani, contro il 47,2% della media europea. A questo si affianca una dimensione più concreta e personale: il 38,4% dichiara che la situazione finanziaria personale è peggiorata (contro il 33% in Europa).

    Accanto alla prudenza dettata dal portafoglio, però, emerge anche un cambiamento di atteggiamento. Un quarto degli italiani (25,1%) esprime un desiderio di ridurre i consumi (la media europea è del 19,8%): non solo “spendere meno”, ma anche consumare con una sensibilità che può richiamare scelte più etiche e sostenibili. In generale, il risparmio resta una costante tipicamente europea: dichiara di voler risparmiare il 21% degli italiani, in linea con il 20,3% degli europei.

    Per gli italiani che stanno riducendo il budget disponibile, i tagli si concentrano soprattutto su regali (14,6% in Italia, 9,9% in Europa), atmosfera festiva, decorazioni e articoli natalizi (13,2% contro 9%). A livello europeo, invece, le prime voci su cui si tende a risparmiare sono viaggi (14,2%) ed esperienze come cene fuori ed eventi (13,5%). Spesso si tratta di ridimensionamenti piuttosto che di rinunce totali: meno giorni, mete più vicine o scelte più essenziali.

    In Europa, il periodo delle festività porta con sé anche un po’ di stress. Tre consumatori europei su dieci dichiarano che la stagione natalizia è, in generale, stressante (30%) e la tensione aumenta quando si entra nella fase più concreta: lo shopping (34%). Per molti non è tanto il Natale in sé a pesare, quanto la gestione pratica dei regali, del tempo e soprattutto del budget. In questo scenario, gli italiani mostrano maggiore cautela: lo stress è più alto della media (33% per le festività, 38% per lo shopping, secondi solo al Portogallo) e solo il 27% ritiene di avere risorse sufficienti per vivere un Natale sereno, al di sotto della media europea.

    Quasi un terzo dei consumatori europei (32%) dichiara di non usare alcun tool digitale come app e portali online per fare acquisti. La differenza tra Paesi è marcata: in Germania la quota di chi non li usa arriva al 42% mentre in Francia e Olanda al 38%. L’Italia si colloca poco sopra la media (33%), mentre gli spagnoli sembrano essere i consumatori più digitali: solo il 20% non li utilizza. La Generative AI è ancora una leva emergente, ma con segnali interessanti: la media europea di utilizzo è al 14%, con un picco nel Regno Unito (20%), seguito dall’Olanda (19%) e Spagna (15%). Italia (12%), Francia (12%) e Germania (11%) mostrano invece un’adozione più prudente. Sul fronte dell’influenza “social”, le raccomandazioni di creator e influencer pesano mediamente l’11% in Europa e acquisiscono maggiore rilevanza nel Regno Unito (16%). In Italia le raccomandazioni degli influencer saranno seguite solo dal 7%.

    In Europa il sentiment dei consumatori presenta dinamiche diverse nei singoli Paesi, pur all’interno di un quadro generale di insicurezza economica.

    In Francia il sentiment è guidato soprattutto dal caro-vita e dall’incertezza economica: il 56% indica il costo della vita come motivo di riduzione della spesa (sopra la media europea del 47%) e il 30% è preoccupato per l’economia, mentre il peggioramento della situazione economica personale risulta meno centrale, con il 28% che dichiara un deterioramento della propria situazione finanziaria.

    In Germania prevale un approccio pragmatico, con una forte percezione del peggioramento economico personale: il 40% dichiara finanze peggiorate, il dato più alto tra i paesi analizzati, che si traduce in scelte concrete come la volontà di ridurre i consumi (22%) e l’acquisto per meno persone (20%), mentre l’ansia verso il contesto macroeconomico è più contenuta (19% rispetto al 25% di media europea).

    In Spagna la pressione deriva soprattutto dal contesto economico globale più che da fattori personali: il 34% è preoccupato per l’economia, il valore più alto tra i Paesi europei, e il 15% cita le preoccupazioni geopolitiche come motivazione principale per la riduzione dei consumi, a fronte di una minore pressione diretta sul budget, con solo il 38% che menziona il costo della vita e il 24% che segnala un peggioramento della propria situazione finanziaria.

    Nel Regno Unito, infine, i consumatori adottano un approccio di “budgeting rigoroso”, orientato alla gestione del rischio personale e agli obiettivi finanziari: il 37% dichiara un peggioramento della situazione finanziaria, l’11% si sente meno sicuro sul lavoro. Di conseguenza, aumentano le strategie di controllo: il 22% punta a risparmiare o ridurre i debiti e il 21% a focalizzarsi su obiettivi finanziari. Non è tanto un taglio generalizzato dei consumi (solo 10% vuole ridurre i consumi), quanto una rigorosa pianificazione della spesa.

  • Natale spinge gli acquisti, i clienti cercano value for money

    Secondo i dati dell’osservatorio SpendingPulse di Mastercard, combinati con le previsioni macroeconomiche provenienti dal Mastercard Economics Institute (MEI), la spesa dei consumatori in Europa (escluso il settore auto) è prevista in aumento del 3,1% su base annua considerando il periodo delle festività che va dal 1° novembre al 24 dicembre 2025.

    Anche per i consumatori italiani si registra un aumento stimato del 2,1%. Il quadro che emerge è tuttavia quello di consumatori che prediligono piccoli piaceri accessibili, orientandosi verso le categorie di prodotti alimentari premium, beauty e accessori per la casa, cercando anche un valore emozionale attraverso le esperienze.

    Le previsioni di crescita più elevate in Europa riguardano Ungheria (5,2%), Polonia (5%), Spagna (4,8%) e Repubblica Ceca (4,6%).

    Il consumatore europeo appare resiliente. Nonostante una fiducia dei consumatori moderata, il settore retail, in particolare nelle categorie discrezionali, continua a mostrare un trend positivo in tutta Europa. Questa resilienza poggia su fondamentali solidi, tra cui una bassa disoccupazione e un potere d’acquisto in ripresa, con salari che nella maggior parte dei Paesi crescono più velocemente dell’inflazione. La spesa durante il periodo di feste rifletterà probabilmente un approccio prudente, caratterizzato da attenzione ai prezzi e preferenza per piccoli piaceri accessibili. Chi compra va in cerca del valore emotivo dietro l’acquisto. Negli ultimi mesi, i consumatori europei hanno indirizzato la spesa discrezionale verso articoli di piccolo importo, come prodotti beauty e cosmetica, abbigliamento, esperienze dal vivo, ristoranti e bar – categorie particolarmente apprezzate durante la stagione festiva. La domanda di articoli di grande valore come mobili ed elettronica si è indebolita in tutta Europa, con alcune eccezioni, come l’Italia, dove i consumatori continuano a prediligere accessori per la casa ed elettrodomestici – che rappresentano il 4.7% della loro spesa durante le festività.

    Le categorie di beauty e cosmetica, insieme all’abbigliamento di seconda mano, continuano ad attrarre l’interesse dei consumatori, con le generazioni Gen Z e Alpha che guidano la domanda e trainano la crescita. La moda second-hand sta guadagnando particolare spazio in Spagna (+4.4%), seguita da Francia (+1.3%) e Italia (+0.5%), dove i più giovani scelgono di acquistare articoli usati, complici l’attenzione alla sostenibilità ambientale e al budget.

    I carrelli della spesa riflettono gusti e abitudini culinarie nazionali. La spesa alimentare resta resiliente, con gli europei che prediligono prodotti premium, soprattutto durante le festività. Gli italiani risultano i maggiori spendenti in generi alimentari durante il periodo festivo, con una spesa media per acquisto di 39 euro, seguiti da britannici e tedeschi, rispettivamente a 37 e 36 euro.

    Nel 2025, i rivenditori di abbigliamento e calzature di fascia alta hanno aumentato la loro quota nel mercato della moda online in Francia, Germania e Regno Unito. Nelle economie dell’Europa centro-orientale, dove lo shopping di lusso online è meno diffuso, i rivenditori high-end hanno invece rafforzato la loro presenza nelle vendite in negozio. Anche in Spagna si registrano progressi per la moda di fascia alta, sia online che offline. In controtendenza l’Italia che per il settore moda di lusso registra una lieve flessione sia nelle vendite online (-0.3%) sia in store (-0.4%).

    I viaggiatori europei si spingono sempre più lontano alla ricerca di mete calde. Sei delle 10 destinazioni di tendenza della stagione si trovano ora fuori dall’Europa, con Thailandia ed Egitto come gli unici Paesi con più di una meta nella classifica per il periodo novembre-dicembre 2025. Tra le destinazioni europee, Milano si distingue per il forte incremento della quota di prenotazioni di voli anno su anno, con un aumento pari al +8,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

    Natalia Lechmanova, Chief Economist Europe di Mastercard, afferma: «Durante la stagione delle festività di fine d’anno, i consumatori europei mostrano resilienza e capacità di adattamento. Sebbene la crescita complessiva della spesa al dettaglio resti moderata, si osserva una forte domanda di piccoli piaceri accessibili, acquisti di importo contenuto ed esperienze di viaggio. Dai prodotti alimentari premium e le specialità festive fino alle vacanze invernali a lungo raggio, i comportamenti di spesa riflettono un attento equilibrio tra prudenza e piacere».

    Luca Corti, Country Manager Italia di Mastercard, commenta: «Da anni osserviamo l’ascesa dell’experience economy in tutta Europa, Italia compresa, e questo trend emerge chiaramente anche dalle nostre stime per i consumi nel periodo delle festività. Oggi i consumatori non cercano più solo prodotti, ma trasferiscono anche nell’acquisto di beni un valore emotivo ed esperienziale. La predilezione per piccoli piaceri accessibili, momenti di gratificazione personale, viaggi ed eventi dimostra che l’experience economy continua a guidare le scelte di spesa, trasformando ogni acquisto in un’occasione di piacere e connessione».

  • Gli agricoltori incassano il 7% netto del prezzo al bancone dei loro prodotti

    Su 100 euro spesi dal consumatore per l’acquisto di prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro remunerano il valore aggiunto degli agricoltori, ai quali, sottratti gli ammortamenti e i salari, resta un utile di 7 euro, contro i circa 19 euro del macro-settore del commercio e trasporto. E per i prodotti alimentari trasformati la situazione è ancora peggiore con l’utile dell’agricoltore che si riduce a 1,5 euro, solo di poco inferiore a quello dell’industria, pari a 1,6 euro, contro i 13,1 euro del commercio e trasporto che fanno la parte del leone. E’ quanto emerge dall’analisi della catena del valore, realizzata dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), sulla base degli ultimi dati Istat disponibili e relativi al 2021, che evidenzia comunque una erosione die margini agricoli rispetto al 2013. Permangono – scrive Ismea – squilibri strutturali nella distribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare, con le fasi più a valle, quali logistica e distribuzione, in grado di trattenere la quota più elevata del valore finale del prodotto, a discapito soprattutto della fase agricola”.

    L’approfondimento, realizzato dall’Istituto, sulla filiera della pasta e su quella della carne bovina ha messo in luce una situazione di sofferenza, con margini particolarmente compressi, se non addirittura negativi, per le aziende agricole e gli allevamenti, mitigati solo dal sostegno pubblico, attraverso la Pac e gli aiuti nazionali. Una situazione che evidenzia la necessità di intervenire con una più equa distribuzione nella catena del valore con la recente normativa sulle pratiche sleali lungo la filiera e la rilevazione dei costi standard sotto i quali non devono scendere i compensi. Il Rapporto Agroalimentare 2024 elaborato dall’Ismea evidenzia anche gli importanti risultati raggiunti dall’export agroalimentare che per l’intero nel 2024 potrebbe raggiungere i 70 miliardi di euro anche se ci sono timori per il prossimo anno per la nuova politica dei dazi annunciata dal neopresidente Usa Donald Trump. Già nei primi nove mesi del 2024 comunque e le esportazioni hanno superato le importazioni con la bilancia commerciale che è tornata in attivo nell’agroalimentare anche se permangono settori a forte dipendenza dall’estero come la soia con un tasso di autosufficienza nel 2023 del 32%, il mais (46%), e il grano duro (52%) e tenero (36%). A pesare i bassi compensi riconosciuti alla produzione ma anche gli eventi climatici eccezionali.

  • Cibo, bollette e benzina: le famiglie italiane spendono ogni mese 1.200 euro

    Le spese “obbligate” sostenute mensilmente nel 2023 dalle famiglie italiane – vale a dire quelle che riguardano indicativamente l’acquisto di cibo, carburante e bollette – hanno raggiunto i 1.191 euro, pari al 56 per cento della spesa totale che, invece, in valore assoluto si è attestata a 2.128 euro. Un’incidenza in calo rispetto al dato del 2022 (57,1%), ma decisamente superiore alle quote che registravamo prima dell’avvento della pandemia. Lo afferma l’Ufficio studi della Cgia.

    Dopo il periodo del Covid e la crisi energetica che hanno caratterizzato il triennio 2020/2022, spiegano gli artigiani di Mestre, le spese “obbligate” si sono stabilizzate su soglie più elevate. Dei 1.191 euro di spesa mensile, 526 euro sono riconducibili all’acquisto di beni alimentari e bevande analcoliche, 374 per la manutenzione della casa, bollette e spese condominiali e 291 per i trasporti, ovvero per il pieno dell’auto e per gli abbonamenti su bus/tram/metro/treni. A questi 1.191 euro vanno sommati 937 euro che, invece, sono ascrivibili alla cosiddetta spesa complementare che fa salire la spesa complessiva media nazionale a 2.128 euro. Nel Sud l’incidenza delle spese fisse sfiora il 60%.

    Analizzando la situazione per aree geografiche, emergono forti differenze di spesa tra il Nord e il Sud del Paese. Se a Nordovest la spesa complessiva mensile nel 2023 è stata pari a 2.337 euro, nel Mezzogiorno ha toccato i 1.758 euro (-24,7%). Per quanto riguarda le spese “obbligate”, invece, è il Mezzogiorno a registrare un’incidenza di queste ultime sulla spesa totale più elevata d’Italia. Se nel Nordovest e nel Nordest la quota sul totale è del 55% circa, al Sud sale al 59,4%.

    Questo risultato è riconducibile al fatto che, in particolar modo, la spesa media per i beni alimentari del Mezzogiorno non ha eguali tra le altre ripartizioni geografiche. Se in termini monetari la spesa mensile media più importante nel 2023 per cibo, bollette e carburante è stata registrata dalle famiglie del Nord – in Trentino Alto Adige con 1.462 euro, in Lombardia con 1.334 euro e in Friuli Venezia Giulia con 1.312 euro – come detto precedentemente, l’incidenza delle spese obbligate sul totale è risultata più elevata nelle regioni meridionali – Calabria con il 63,4 %, Campania con il 60,8 % e Basilicata con il 60,2%.
    Un trend che preoccupa anche artigiani e commercianti, in quanto è evidente che anche i fatturati delle piccole realtà artigianali e commerciali ne risentono negativamente. “La crisi che ha interessato tantissime botteghe artigiane e altrettanti negozi di vicinato è sicuramente ascrivibile alle tasse, ai costi elevati degli affitti, alla concorrenza molto aggressiva praticata dalla grande distribuzione e alla forte espansione del commercio online, ma, soprattutto, dal calo dei consumi che, purtroppo, negli ultimi 10 anni ha riguardato le famiglie economicamente più fragili e quelle che costituiscono il cosiddetto ceto medio” spiega la Cgia.

    Per la Cgia di Mestre, non è da escludere che, con spese “obbligate” in grado ormai di “drenare” ben oltre la meta’ della spesa totale delle famiglie, i prossimi acquisti di Natale subiscano una frenata rispetto a quanto avvenuto nel 2023. L’anno scorso, infatti, le stime indicano che in Italia la spesa per i regali da mettere sotto l’albero è stata pari a poco più di 11 miliardi di euro. Quest’anno, invece, dovrebbe aggirarsi attorno ai 10 miliardi di euro (-9%). Le ragioni di questa contrazione vanno ricercate nella minore disponibilità di spesa delle famiglie, a fronte delle difficoltà economiche avvertite negli ultimi mesi, e dal fatto che sempre più persone anticipano l’acquisto dei regali di Natale a fine novembre, approfittando degli sconti offerti dal Black Friday.

  • Le regole per spendere meno in sanità grazie alle detrazioni fiscali

    Nelle dichiarazioni dei redditi precompilate, messe a disposizione dall’Agenzia delle Entrate dal 30 aprile, sono confluiti circa 1 miliardo e 300 milioni di dati: la parte più consistente riguarda le spese mediche e sanitarie, che i contribuenti possono utilizzare per ridurre l’imposta da versare.

    I costi per la salute sostenuti durante tutto il 2023, infatti, se inseriti nel modello 730/2024, da inviare entro la scadenza del 30 settembre, danno diritto a una detrazione IRPEF pari al 19 per cento.

    Per beneficiare dello sconto d’imposta regolato dall’articolo 15 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi, però, bisogna tenere conto di alcune regole ed eccezioni.

    Nella versione pronta all’uso della dichiarazione dei redditi l’Agenzia delle Entrate indica già le informazioni sulle spese sanitarie in suo possesso.

    Ma sia per chi usa la precompilata che per chi sceglie la via ordinaria è utile conoscere le istruzioni per calcolare la detrazione spettante, ovvero l’agevolazione che agisce sul calcolo dell’imposta dovuta riducendone il suo valore e che è diversa dalla deduzione, grazie alla quale si riduce, invece, la base imponibile su cui viene calcolata l’imposta.

    Quali sono le spese mediche detraibili tramite modello 730/2024?

    Prima di entrare più nel dettaglio delle spese sanitarie detraibili, bisogna chiarire che l’agevolazione è accessibile soltanto nel caso in cui l’importo speso nell’arco del 2023 sia superiore a 129,11 euro.

    Si tratta della cifra prevista per la cosiddetta franchigia che consiste in una somma di fatto esclusa dall’applicazione della detrazione.

    Nel calcolo dei costi sostenuti possono essere incluse le seguenti voci:

    – prestazioni rese da un medico generico (comprese le prestazioni rese per visite e cure di medicina omeopatica);

    • acquisto di medicinali da banco e/o con ricetta medica (anche omeopatici);
    • prestazioni specialistiche;
    • prestazioni chirurgiche;
    • analisi, indagini radioscopiche, ricerche e applicazioni, terapie;
    • ricoveri collegati a una operazione chirurgica o a degenze;
    • acquisto o affitto di protesi sanitarie;
    • spese relative all’acquisto o all’affitto di dispositivi medici (ad esempio apparecchio per aerosol o per la misurazione della pressione sanguigna), ma dallo scontrino o dalla fattura deve risultare il soggetto che sostiene la spesa e la descrizione del dispositivo medico che deve essere contrassegnato dalla marcatura CE;
    • spese relative al trapianto di organi;
    • cure termali (escluse le spese di viaggio e soggiorno).

    E inoltre sono detraibili, anche senza una specifica prescrizione da parte di un medico ma con una dettagliata documentazione, gli importi pagati per l’assistenza infermieristica e riabilitativa (come ad esempio fisioterapia, kinesiterapia, laserterapia) e per le prestazioni rese da personale con le caratteristiche che seguono:

    • in possesso della qualifica professionale di addetto all’assistenza di base o di operatore tecnico assistenziale esclusivamente dedicato all’assistenza diretta della persona;
    • di coordinamento delle attività assistenziali di nucleo;
    • con la qualifica di educatore professionale;
    • addetto ad attività di animazione e/o di terapia occupazionale.

    In linea generale anche i ticket pagati sono detraibili, se le spese appena elencate sono state sostenute nell’ambito del Servizio sanitario nazionale.

    La cifra su cui calcolare lo sconto IRPEF può includere anche i costi sostenuti per i familiari fiscalmente a carico e, in alcuni casi, nell’interesse di familiari non a carico, come per le spese sanitarie per patologie che danno diritto all’esenzione dal ticket sanitario.

    Anche chi si cura all’estero, inoltre, può beneficiare delle agevolazioni fiscali con le stesse regole.

    Detrazione spese mediche nel modello 730/2024: le istruzioni da seguire

    Chiarite quali sono le spese sanitarie detraibili tramite modello 730/2024, è necessario passare a rassegna alcune regole che per i costi legati alla salute prevedono delle eccezioni.

    Prima di tutto l’obbligo generalizzato di tracciabilità dei pagamenti per accedere agli sconti IRPEF non si applica del tutto in ambito sanitario.

    L’acquisto di medicinali e dispositivi medici e le prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche e quelle private accreditate al Servizio sanitario nazionale danno diritto allo sconto IRPEF anche in caso di pagamento in contanti.

    Allo stesso modo alle spese sanitarie non si applica il meccanismo di riduzione progressiva delle detrazioni fino all’azzeramento in presenza di redditi superiori a 240.000 euro, che scatta per coloro che hanno redditi superiori a 120.000 euro.

    Ricapitolando, in linea generale per calcolare in che misura le spese mediche riducono l’imposta da versare bisogna considerare i seguenti aspetti:

    • la tipologia di costi sostenuti per la salute;
    • le modalità di pagamento, considerando regole ed eccezioni;
    • l’importo totale, che deve superare la franchigia di 129,11 euro.

    L’importo delle spese sanitarie che danno diritto a una detrazione IRPEF del 19 per cento tramite il modello 730/2024 devono essere inserite, o per chi usa la precompilata e non si è opposto all’utilizzo dei dati risultare già inserite, nel Quadro E – Oneri e Spese.

    A supporto degli importi indicati, i contribuenti devono avere cura di conservare anche una serie di documenti con relativa traduzione, se i costi sono stati sostenuti all’estero, ma nessun controllo documentale è previsto per chi accetta la versione precompilata senza modificare quanto indicato dall’Agenzia delle Entrate.

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