Stati

  • Due popoli, due Stati: non solo uno slogan

    A tre anni dalla strage del 7 ottobre, che ha riportato l’orrore in Israele, il nostro pensiero va alle 1200 vittime, bambini, donne, uomini strappati alla vita in modo atroce, ai 251 ostaggi, dei quali solo 158 sono tornati vivi dopo indicibili e lunghissime sofferenze e a coloro che sono stati uccisi durante la prigionia.

    Ancora oggi nel mondo l’antisemitismo deve essere tenacemente combattuto e deve continuare l’impegni di ciascuno perché ogni essere umano sia rispettato nella sua dignità e gli siano garantiti tutti i diritti civili.

    Per questo è anche urgente e necessario che le azioni per consegnare alla giustizia i responsabili del 7 ottobre, come di ogni altra azione terroristica, non si tramuti nella distruzione della Palestina e nella morte di cittadini innocenti.

    L’Europa abbia la capacità di agire, per quanto è in suo potere, per garantire ad Israele il pieno riconoscimento nel mondo e la necessaria sicurezza nel presente e nel domani e per ottenere uno Stato libero da Hamas per i palestinesi che anch’essi hanno diritto a vivere in pace e sicurezza, due popoli, due Stati non sia solo uno slogan.

  • La Commissione rafforza le capacità degli Stati membri nel settore dei droni e degli antidroni con 130 milioni di euro

    La Commissione europea intensifica il proprio sostegno alle capacità degli Stati membri nel settore degli antidroni, mettendo a disposizione ulteriori 130 milioni di euro nell’ambito dello Strumento per la gestione delle frontiere e i visti (BMVI), come annunciato in occasione del Consiglio “Giustizia e affari interni” del 1° ottobre. Il nuovo finanziamento rientra negli sforzi dell’UE per rafforzare la sorveglianza delle frontiere e migliorare la capacità di risposta alle nuove minacce alla sicurezza.

    I nuovi finanziamenti si aggiungono a una dotazione iniziale di 250 milioni di euro, annunciata nel dicembre 2025, e agli ulteriori 169 milioni di euro messi a disposizione all’inizio di quest’anno per finanziare droni di sorveglianza e le relative attrezzature destinati a Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, e agli Stati membri. La dotazione complessiva disponibile nell’ambito dei fondi per gli affari interni per le tecnologie di sorveglianza e antidroni supera così il mezzo miliardo di euro.

    I finanziamenti consentiranno agli Stati membri di rafforzare la conoscenza della situazione sul terreno, proteggere meglio le frontiere esterne e far fronte ai rischi connessi all’uso non autorizzato o ostile dei droni. L’iniziativa si inserisce nell’obiettivo più ampio della Commissione di dotare le autorità nazionali di strumenti moderni per rafforzare le frontiere esterne dell’UE e accrescere la sicurezza interna.

  • La svalutazione dell’euro

    L’euro sta attraversando una fase di forte svalutazione simultanea rispetto alle principali valute mondiali. La moneta unica europea non sta solo perdendo terreno nei confronti del dollaro americano, ma sta registrando cali significativi anche contro lo yen giapponese, il franco svizzero e la sterlina britannica.

    Gli analisti non considerano questo movimento come una normale correzione tecnica di mercato. Si tratta, invece, di una ritirata generalizzata legata principalmente alla valutazione di fattori strutturali ed economici interni alla zona euro.

    Le principali motivazioni sono legate a una crisi di credibilità economica e politica dell’Unione Europea. L’incertezza politica in Paesi chiave, come la Francia, la Germania e la stessa Italia, unita ai timori relativi a un possibile declino della manifattura e della competitività industriale europea, sta pesando sulla fiducia degli investitori internazionali e, di conseguenza, sull’euro.

    A questo va poi aggiunta la vulnerabilità strutturale dell’Europa dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici, nata dall’applicazione, fin dai decenni precedenti, di una visione prettamente ideologica.

    Lo scenario attuale, infatti, è caratterizzato dagli effetti di scelte precedenti, come la chiusura delle centrali nucleari in Germania, intrapresa da Schröder e confermata dalla Merkel, così come dalla totale assenza di una qualsiasi politica energetica in Europa, se non l’adozione di un’ulteriore declinazione ideologica come il Green Deal e la transizione energetica (*).

    Questo scenario politico ed economico va inevitabilmente a riflettersi sulla debolezza della sua valuta durante questi periodi di tensione geopolitica, solo in parte attenuati nella contabilità commerciale da un qualche aumento dell’export in virtù della svalutazione della valuta europea.

    Una crescita, quella dell’export, che non incide minimamente sull’andamento macroeconomico nazionale, nel quale la svalutazione dell’euro nel reperimento di energia e materie prime impatta molto di più della crescita dell’export.

    In questo scenario disastroso sarebbe interessante chiedere ai sostenitori del ritorno alla lira quale sarebbe il ruolo che potrebbe essere riconosciuto dalla componente finanziaria alla valuta italiana all’interno della crisi contemporanea.

    In altre parole, alla negativa valutazione dell’Unione Europea da parte del mondo finanziario si aggiungerebbe anche quella specifica degli istituzionali economici e, soprattutto, politici italiani, anche in ragione dell’assoluta mancanza, da oltre trent’anni, di una qualsiasi politica energetica e, di conseguenza, industriale, pur essendo l’Italia il secondo Paese manifatturiero in Europa.

    La politica monetaria, all’interno di un mercato globale, perde la propria capacità di influenzare le dinamiche economiche, viceversa, tende a subirle e a reagire con schemi e postulati economici ormai superati, come quello che verrà probabilmente adottato dalla BCE di alzare di nuovo i tassi di interesse a fronte di un incremento dell’inflazione, indipendentemente dalla propria genesi (**).

    Lo svuotamento, così come il mancato adeguamento alla nuova economia globale della politica monetaria, determina la sua stessa impossibilità di coprire, per esempio, attraverso le svalutazioni competitive, l’inefficienza di un sistema nazionale.

    Purtroppo, il valore riconosciuto di una valuta si conferma come l’espressione della credibilità in ambito finanziario e si traduce semplicemente in svalutazioni degli asset nazionali espressi nella valuta che perde valore e si traducono, andrebbe ricordato una volta di più, in un sostanziale impoverimento dell’intero sistema nazionale.

    Il valore di una moneta nazionale non viene espresso dal numero sulla banconota, ma dal riconoscimento politico ed economico attribuito al Paese che rappresenta.

    N.B. Inoltre, la svalutazione rende molto più vantaggioso per gli operatori esteri acquisire asset nazionali e, contemporaneamente, più onerose per gli operatori nazionali le acquisizioni all’estero.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-duplice-obiettivo-di-una-strategia-energetica/

    (**) 2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-due-diverse-genesi-inflattive/

  • La difesa comune

    Ancora una volta le dichiarazioni contrastanti di Trump sui Patriot per l’Ucraina dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’inattendibilità del presidente americano e la necessità per l’Europa di unire in modo organico i propri sistemi di difesa.

    Piaccia o meno ad alcuni, pacifisti di comodo, la sicurezza dell’Europa, come dell’Ucraina e di altri Stati che attendono l’ingresso nell’Unione, dipendo solo da noi, dalla creazione di un sistema di difesa comune, il tempo passa veloce troppe parole e pochi fatti non garantiscono la libertà e la democrazia del nostro occidente.
    Il missile, probabilmente di fabbricazione nord coreana, che ha colpito il territorio polacco come altri droni precipitati in Romania sono più che campanelli d’allarme, Putin sta testando la nostra capacità di reazione per usare poi altri strumenti di intimidazione, oltre a quelli già in essere tramite la rete, la disinformazione e gli attacchi di hackeraggio.

    Se il Nord Corea fornirà altri 30.000 soldati a Mosca, altra carne da cannone, avremo nuovamente una recrudescenza della guerra di trincea mentre un altro pericolo colpisce diversi paesi più poveri che non riescono più ad ottenere il grano ucraino per i bombardamenti russi sulle navi da carico ed altri milioni di persone rischiano, di conseguenza, la fame in aree dove o le piogge eccessive o la imponente siccità creano grandi aree prive di approvvigionamenti alimentari.

    È arrivato il momento, per l’Unione, di una revisione istituzionale da troppo rimandata, il voto all’unanimità tiene il progresso bloccato e mette a rischio la nostra incolumità di europei, come sosteniamo da anni, dobbiamo decidere come abbiamo fatto per l’euro.

    Gli Stati che sono pronti avviino il processo di unificazione dei sistemi di difesa anche attraverso una centrale d’acquisto dei mezzi e degli strumenti necessari affinché i militari possano esercitarsi su sistemi conosciuti da tutti, anche se provengono da paesi e da lingue diverse.

    Gli altri Stati entreranno nella  difesa comune quando si sentiranno pronti ma aspettare ancora diventa ogni giorno più pericoloso, siamo  di fronte a dittatori senza scrupoli come Putin e Kim Jong-un, a numerosi terroristi organizzati come gli Houti o gli Shabaab somali ed ad numero imprecisato, non solo di deviati mentali, che periodicamente, usando coltelli, autovetture o appiccando incendi distruggono le nostre vite e mettono a serio rischio sia l’economia che il senso di sicurezza al quale abbiamo diritto.

    Gli Stati Uniti oggi non sono più un punto di riferimento ma rischiano di diventare un nuovo pericolo per seguire gli interessi personali di Trump, non organizzarci di conseguenza diventa colpevole

  • Servono davvero gli Stati Uniti d’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa viene spesso presentato come la soluzione alle difficoltà dell’Unione Europea. In realtà, la vera questione non riguarda la necessità di costruire un unico Stato federale, ma quella di ripensare profondamente il modo in cui l’Europa affronta le grandi trasformazioni economiche, politiche e geopolitiche del XXI secolo.

    L’Europa non ha bisogno di una maggiore centralizzazione del potere, bensì di una diversa e nuova cultura politica. Dovrebbe valorizzare le competenze, la capacità di elaborare strategie comuni e la ricchezza rappresentata dalle singole identità nazionali, trasformando la diversità degli Stati membri in un elemento di forza. Una vera integrazione europea dovrebbe infatti esaltare le peculiarità di ogni nazione, coordinandole all’interno di una visione strategica condivisa.

    Negli ultimi anni, invece, l’Unione Europea ha progressivamente privilegiato la produzione normativa rispetto alla costruzione di una vera unica politica industriale, economica e diplomatica. Questo ha contribuito ad alimentare una crescente perdita di competitività rispetto ai principali attori internazionali.

    Uno degli aspetti più evidenti riguarda il rapporto tra regolazione ambientale e sviluppo economico. La transizione ecologica costituisce un obiettivo anche condivisibile (produrre con minore energia è un valore economico) ma quando viene perseguita attraverso un’impostazione prevalentemente ideologica rischia di trasformarsi in un fattore di svantaggio competitivo.

    Anche il dibattito sulla riforma del sistema ETS evidenzia come il problema non sia la tutela dell’ambiente in sé, bensì il rischio che strumenti pensati per favorire la sostenibilità possano incidere negativamente sulla capacità competitiva dell’industria europea, qualora non vengano accompagnati da adeguate politiche industriali. La inevitabile conseguenza è che molte imprese scelgono di investire fuori dall’Europa, non perché gli Stati Uniti siano uno Stato federale, ma perché offrono condizioni fiscali, energetiche e normative percepite come più favorevoli agli investimenti produttivi.

    Il problema europeo, quindi, non è la mancanza degli Stati Uniti d’Europa, bensì un sistema decisionale che troppo spesso produce regolamentazione senza sviluppare una strategia economica capace di sostenere imprese, lavoro e innovazione.

    Il settore automobilistico rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. L’Europa ha scelto di accelerare la transizione verso l’elettrico imponendo obiettivi molto ambiziosi, mentre la Cina ha costruito negli ultimi vent’anni un enorme vantaggio competitivo nella produzione di batterie, materie prime e veicoli elettrici. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno adottato una politica industriale molto più pragmatica, introducendo consistenti incentivi alla produzione nazionale e misure protezionistiche nei confronti delle importazioni cinesi, oltre a perseguire una crescente autonomia nelle filiere tecnologiche strategiche.

    L’Europa rischia così di trovarsi nella posizione più debole: da un lato impone vincoli crescenti alla propria industria, dall’altro continua a confrontarsi con concorrenti che sostengono attivamente le rispettive imprese nazionali attraverso strumenti economici e geopolitici. A tutto questo si aggiunga la crescente difficoltà sul piano internazionale. L’ordine mondiale dopo la Guerra Fredda sta lasciando spazio ad un sistema multipolare nel quale Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze regionali ridefiniscono continuamente gli equilibri strategici.

    In questo contesto, l’Unione Europea appare spesso priva di una politica estera realmente unitaria e soprattutto di una visione geopolitica capace di trasformare il proprio peso economico in influenza diplomatica.

    Il problema, quindi, non consiste semplicemente nell’assenza di una politica comune, ma nella qualità delle competenze con cui vengono affrontate le sfide internazionali. Una maggiore integrazione istituzionale non risolverebbe automaticamente queste debolezze. Al contrario, esiste il rischio che gli stessi limiti oggi presenti vengano semplicemente trasferiti su una scala ancora più ampia.

    In questo contesto, va anche considerato come negli ultimi anni, sempre in Europa, sia emersa, inoltre  una nuova tendenza strategica economica che si basa sul considerare il riarmo e la riconversione industriale automotive verso il settore della difesa, come possibili motori della ripresa economica europea. Una prospettiva che suscita numerose perplessità. Pensare di compensare il declino della competitività industriale attraverso un’economia sempre più orientata alla produzione militare rischia infatti di rappresentare una risposta emergenziale, ma non una strategia di sviluppo di lungo periodo.

    La competitività di un continente trae la propria origine dalla capacità di investire nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’energia, nella formazione e nella costruzione di relazioni diplomatiche solide.

    L’Europa dovrebbe tornare a essere protagonista proprio in questi terreni, recuperando quella capacità di mediazione politica e diplomatica che per decenni ha rappresentato uno dei suoi principali punti di forza.

    Per queste ragioni, parlare oggi di Stati Uniti d’Europa rischia di rappresentare una scelta fortemente conservativa finalizzata a lasciare inalterato lo status europeo. Prima di discutere della forma istituzionale dell’Unione, sarebbe necessario ridefinirne la cultura politica, le competenze decisionali e la capacità di elaborare una strategia coerente con il nuovo scenario internazionale. Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”.

    Se l’Europa continuerà ad affrontare le sfide del futuro con gli stessi strumenti culturali e politici che hanno contribuito a produrre le attuali difficoltà, nessuna riforma istituzionale, nemmeno la nascita degli Stati Uniti d’Europa, potrà rappresentare una soluzione. In più il rischio è quello di moltiplicare su scala continentale le debolezze istituzionali già esistenti.

    La vera sfida consiste invece nel costruire un’Europa più autorevole, più competitiva e più consapevole del proprio ruolo geopolitico, capace di coordinare gli interessi nazionali senza annullarli e di tornare ad essere una protagonista credibile all’interno del nuovo equilibrio mondiale.

  • Pronta a Bruxelles la lista degli aspiranti nuovi adepti alla Ue

    La Commissione europea ha adottato “il suo pacchetto annuale sull’allargamento, presentando una valutazione completa dei progressi compiuti dai partner dell’allargamento negli ultimi dodici mesi”. Lo riferisce tramite una nota l’esecutivo europeo. “Il pacchetto di quest’anno ribadisce che lo slancio verso l’allargamento è in cima all’agenda delle priorità dell’Ue. Conferma inoltre che l’adesione di nuovi Stati membri è sempre più a portata di mano”, si legge nel comunicato. “La coerenza e l’adozione di un approccio basato sul merito sono fondamentali per il successo dell’adesione all’Ue”, scrive la Commissione.

    Secondo le anticipazioni pubblicate dall’edizione europea del portale “Politico”, il Montenegro riceverà la valutazione più alta, pari a una “A”, seguito da Albania (“A-”), Moldova (“B+”) e Ucraina (“B”). “Il rapporto conferma che il Montenegro è il Paese candidato più avanzato. Credo che sia giunto il momento che l’Ue corrisponda la nostra ambizione con un chiaro segnale politico: iniziare a redigere il Trattato di adesione”, ha dichiarato il presidente montenegrino Jakov Milatovic a “Politico”, definendo tale passo “un riconoscimento dei nostri progressi e un investimento strategico”. L’ambasciatore ucraino presso l’Ue, Vsevolod Chentsov, ha espresso orgoglio per i risultati ottenuti “nelle condizioni più difficili della guerra, qualcosa che nessun altro Paese candidato ha dovuto affrontare”. Chentsov ha aggiunto che “il percorso dell’Ucraina verso l’Europa deve diventare un imperativo strategico per l’Ue, sostenuto da azioni decisive per un’Europa forte e unita”.

    Più indietro, la Macedonia del Nord riceve una “C” a causa delle persistenti tensioni con la Bulgaria nonostante i progressi economici, mentre Serbia e Bosnia Erzegovina, entrambe bloccate da crisi politiche interne, ottengono un “D”. La Georgia, in “caduta democratica”, viene bocciata con una “F”. Kosovo e Turchia restano ai margini del processo: Pristina non è ancora formalmente candidata, mentre Ankara, la cui candidatura è congelata dal 2018 per arretramenti sullo Stato di diritto, chiede “una valutazione equa e la liberazione delle relazioni Ue-Turchia da veti basati su interessi nazionali ristretti”, come dichiarato dall’ambasciatore turco Faruk Kaymakcı.

    La presentazione ufficiale del rapporto al Parlamento europeo vede la partecipazione della commissaria per l’Allargamento Marta Kos e dell’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas. A seguire, la conferenza stampa della Commissione. In parallelo, l’emittente televisiva “Euronews” organizzerà a Bruxelles un vertice sull’allargamento, con la partecipazione del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, della presidente moldava Maia Sandu, del presidente serbo Aleksandar Vucic, del premier albanese Edi Rama, del premier montenegrino Milojko Spajic e del premier macedone Hristijan Mickoski. E’ previsto, inoltre, l’intervento in videocollegamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

  • La Commissione interviene per garantire il recepimento completo e tempestivo delle direttive dell’UE

    La Commissione europea sta prendendo provvedimenti nei confronti di diversi Stati membri che non hanno notificato l’adozione di misure per recepire le direttive dell’UE nei rispettivi ordinamenti nazionali. Il termine per il recepimento di tali direttive è giunto a scadenza di recente. La Commissione invierà agli Stati membri interessati una lettera di costituzione in mora, concedendo loro due mesi per rispondere e completare il recepimento delle direttive. Se gli Stati membri non procederanno in tal senso, la Commissione potrà emettere un avvertimento più forte, noto come parere motivato. Gli Stati membri in questione non hanno recepito pienamente alcune direttive dell’UE in materia di difesa, energia, trasporti, giustizia e salute. La Commissione li esorta ad agire immediatamente per allineare le loro normative ai requisiti dell’UE.

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo volto a facilitare il voto alle elezioni europee e comunali dall’estero

    La Commissione accoglie con favore l’adozione delle nuove norme sul diritto di voto alle elezioni europee e comunali per gli europei che vivono in un altro Stato membro. Tali norme, proposte dalla Commissione nel novembre 2021, impongono agli Stati membri di fornire informazioni tempestive e chiare sulla registrazione degli elettori, sulla data delle elezioni e sulle procedure di voto, garantendo che tali informazioni siano fornite in una lingua ampiamente compresa dagli elettori. Per rafforzare ulteriormente i diritti dei cittadini mobili dell’UE, gli europei residenti in un altro Stato membro avranno ora lo stesso accesso al voto anticipato e, se disponibile, al voto per corrispondenza o online alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato membro in questione. Nuovi modelli semplificheranno il processo di registrazione sia per gli elettori sia per i candidati, e un nuovo sistema sicuro, fornito dalla Commissione, aiuterà i paesi a condividere i dati per evitare il voto multiplo.

    Una recente relazione sulle elezioni del Parlamento europeo del 2024 ha rivelato che, sebbene vi siano circa 14 milioni di cosiddetti cittadini mobili, pochissimi votano effettivamente alle elezioni europee. Le nuove norme contribuiranno a garantire che il voto sia facile e accessibile a tutti. Gli Stati membri dispongono ora di due anni per recepire le norme, fino al giugno 2027.

  • Venerdì 9 maggio

    Il 9 maggio, la giornata dell’Europa, sarà l’Alba di una certezza o solo un nuovo invito alla speranza?

    L’Europa c’è ma non si sente perché ancorata a vecchi trattati che non consentono di creare quell’Unione politica tanto decantata a parole, tante volte promessa e mai realizzata.

    Senza Unione politica non ci può essere una difesa comune, organica ed efficiente, problema quanto mai attuale in questi tempi bui e violenti.

    Senza l’Unione politica non ci può essere vero potere contrattuale in campo economico né possibilità di sederci ai vari tavoli per parlare di pace, giusta e duratura, laddove le guerre massacrano ogni giorno persone inermi o il terrorismo tiene in scacco stati e popolazioni.

    Senza Unione politica non si avrà mai una seria, concreta, iniziativa per il Mediterraneo sia per sconfiggere la tratta degli esseri umani che un’immigrazione incontrollata ed incontrollabile e per dare ai paesi africani certezze di sviluppo senza doversi sottomettere alle nuove colonizzazioni di Russia e Cina.

    Senza Unione politica l’Europa non conterà all’interno della Nato né potrà essere elemento moderatore tra gli interessi delle super potenze, Stati Uniti, Cina, Russia che oggi si contendono il monopolio di larghe parti del mondo mentre l’India cresce e prima o poi non solo l’Asia ed il Medio Oriente vorranno avere maggiore peso.

    Possa quest’anno, nel giorno dell’Europa, concretizzarsi nei fatti, non nelle parole la promessa dell’Unione politica e se i governi non comprendono per logiche di parte siano i cittadini a tornare a far sentire la loro voce.

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