Stati

  • La difesa comune

    Ancora una volta le dichiarazioni contrastanti di Trump sui Patriot per l’Ucraina dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’inattendibilità del presidente americano e la necessità per l’Europa di unire in modo organico i propri sistemi di difesa.

    Piaccia o meno ad alcuni, pacifisti di comodo, la sicurezza dell’Europa, come dell’Ucraina e di altri Stati che attendono l’ingresso nell’Unione, dipendo solo da noi, dalla creazione di un sistema di difesa comune, il tempo passa veloce troppe parole e pochi fatti non garantiscono la libertà e la democrazia del nostro occidente.
    Il missile, probabilmente di fabbricazione nord coreana, che ha colpito il territorio polacco come altri droni precipitati in Romania sono più che campanelli d’allarme, Putin sta testando la nostra capacità di reazione per usare poi altri strumenti di intimidazione, oltre a quelli già in essere tramite la rete, la disinformazione e gli attacchi di hackeraggio.

    Se il Nord Corea fornirà altri 30.000 soldati a Mosca, altra carne da cannone, avremo nuovamente una recrudescenza della guerra di trincea mentre un altro pericolo colpisce diversi paesi più poveri che non riescono più ad ottenere il grano ucraino per i bombardamenti russi sulle navi da carico ed altri milioni di persone rischiano, di conseguenza, la fame in aree dove o le piogge eccessive o la imponente siccità creano grandi aree prive di approvvigionamenti alimentari.

    È arrivato il momento, per l’Unione, di una revisione istituzionale da troppo rimandata, il voto all’unanimità tiene il progresso bloccato e mette a rischio la nostra incolumità di europei, come sosteniamo da anni, dobbiamo decidere come abbiamo fatto per l’euro.

    Gli Stati che sono pronti avviino il processo di unificazione dei sistemi di difesa anche attraverso una centrale d’acquisto dei mezzi e degli strumenti necessari affinché i militari possano esercitarsi su sistemi conosciuti da tutti, anche se provengono da paesi e da lingue diverse.

    Gli altri Stati entreranno nella  difesa comune quando si sentiranno pronti ma aspettare ancora diventa ogni giorno più pericoloso, siamo  di fronte a dittatori senza scrupoli come Putin e Kim Jong-un, a numerosi terroristi organizzati come gli Houti o gli Shabaab somali ed ad numero imprecisato, non solo di deviati mentali, che periodicamente, usando coltelli, autovetture o appiccando incendi distruggono le nostre vite e mettono a serio rischio sia l’economia che il senso di sicurezza al quale abbiamo diritto.

    Gli Stati Uniti oggi non sono più un punto di riferimento ma rischiano di diventare un nuovo pericolo per seguire gli interessi personali di Trump, non organizzarci di conseguenza diventa colpevole

  • Servono davvero gli Stati Uniti d’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Il dibattito sugli Stati Uniti d’Europa viene spesso presentato come la soluzione alle difficoltà dell’Unione Europea. In realtà, la vera questione non riguarda la necessità di costruire un unico Stato federale, ma quella di ripensare profondamente il modo in cui l’Europa affronta le grandi trasformazioni economiche, politiche e geopolitiche del XXI secolo.

    L’Europa non ha bisogno di una maggiore centralizzazione del potere, bensì di una diversa e nuova cultura politica. Dovrebbe valorizzare le competenze, la capacità di elaborare strategie comuni e la ricchezza rappresentata dalle singole identità nazionali, trasformando la diversità degli Stati membri in un elemento di forza. Una vera integrazione europea dovrebbe infatti esaltare le peculiarità di ogni nazione, coordinandole all’interno di una visione strategica condivisa.

    Negli ultimi anni, invece, l’Unione Europea ha progressivamente privilegiato la produzione normativa rispetto alla costruzione di una vera unica politica industriale, economica e diplomatica. Questo ha contribuito ad alimentare una crescente perdita di competitività rispetto ai principali attori internazionali.

    Uno degli aspetti più evidenti riguarda il rapporto tra regolazione ambientale e sviluppo economico. La transizione ecologica costituisce un obiettivo anche condivisibile (produrre con minore energia è un valore economico) ma quando viene perseguita attraverso un’impostazione prevalentemente ideologica rischia di trasformarsi in un fattore di svantaggio competitivo.

    Anche il dibattito sulla riforma del sistema ETS evidenzia come il problema non sia la tutela dell’ambiente in sé, bensì il rischio che strumenti pensati per favorire la sostenibilità possano incidere negativamente sulla capacità competitiva dell’industria europea, qualora non vengano accompagnati da adeguate politiche industriali. La inevitabile conseguenza è che molte imprese scelgono di investire fuori dall’Europa, non perché gli Stati Uniti siano uno Stato federale, ma perché offrono condizioni fiscali, energetiche e normative percepite come più favorevoli agli investimenti produttivi.

    Il problema europeo, quindi, non è la mancanza degli Stati Uniti d’Europa, bensì un sistema decisionale che troppo spesso produce regolamentazione senza sviluppare una strategia economica capace di sostenere imprese, lavoro e innovazione.

    Il settore automobilistico rappresenta probabilmente l’esempio più significativo. L’Europa ha scelto di accelerare la transizione verso l’elettrico imponendo obiettivi molto ambiziosi, mentre la Cina ha costruito negli ultimi vent’anni un enorme vantaggio competitivo nella produzione di batterie, materie prime e veicoli elettrici. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno adottato una politica industriale molto più pragmatica, introducendo consistenti incentivi alla produzione nazionale e misure protezionistiche nei confronti delle importazioni cinesi, oltre a perseguire una crescente autonomia nelle filiere tecnologiche strategiche.

    L’Europa rischia così di trovarsi nella posizione più debole: da un lato impone vincoli crescenti alla propria industria, dall’altro continua a confrontarsi con concorrenti che sostengono attivamente le rispettive imprese nazionali attraverso strumenti economici e geopolitici. A tutto questo si aggiunga la crescente difficoltà sul piano internazionale. L’ordine mondiale dopo la Guerra Fredda sta lasciando spazio ad un sistema multipolare nel quale Cina, Stati Uniti, Russia e altre potenze regionali ridefiniscono continuamente gli equilibri strategici.

    In questo contesto, l’Unione Europea appare spesso priva di una politica estera realmente unitaria e soprattutto di una visione geopolitica capace di trasformare il proprio peso economico in influenza diplomatica.

    Il problema, quindi, non consiste semplicemente nell’assenza di una politica comune, ma nella qualità delle competenze con cui vengono affrontate le sfide internazionali. Una maggiore integrazione istituzionale non risolverebbe automaticamente queste debolezze. Al contrario, esiste il rischio che gli stessi limiti oggi presenti vengano semplicemente trasferiti su una scala ancora più ampia.

    In questo contesto, va anche considerato come negli ultimi anni, sempre in Europa, sia emersa, inoltre  una nuova tendenza strategica economica che si basa sul considerare il riarmo e la riconversione industriale automotive verso il settore della difesa, come possibili motori della ripresa economica europea. Una prospettiva che suscita numerose perplessità. Pensare di compensare il declino della competitività industriale attraverso un’economia sempre più orientata alla produzione militare rischia infatti di rappresentare una risposta emergenziale, ma non una strategia di sviluppo di lungo periodo.

    La competitività di un continente trae la propria origine dalla capacità di investire nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’energia, nella formazione e nella costruzione di relazioni diplomatiche solide.

    L’Europa dovrebbe tornare a essere protagonista proprio in questi terreni, recuperando quella capacità di mediazione politica e diplomatica che per decenni ha rappresentato uno dei suoi principali punti di forza.

    Per queste ragioni, parlare oggi di Stati Uniti d’Europa rischia di rappresentare una scelta fortemente conservativa finalizzata a lasciare inalterato lo status europeo. Prima di discutere della forma istituzionale dell’Unione, sarebbe necessario ridefinirne la cultura politica, le competenze decisionali e la capacità di elaborare una strategia coerente con il nuovo scenario internazionale. Albert Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”.

    Se l’Europa continuerà ad affrontare le sfide del futuro con gli stessi strumenti culturali e politici che hanno contribuito a produrre le attuali difficoltà, nessuna riforma istituzionale, nemmeno la nascita degli Stati Uniti d’Europa, potrà rappresentare una soluzione. In più il rischio è quello di moltiplicare su scala continentale le debolezze istituzionali già esistenti.

    La vera sfida consiste invece nel costruire un’Europa più autorevole, più competitiva e più consapevole del proprio ruolo geopolitico, capace di coordinare gli interessi nazionali senza annullarli e di tornare ad essere una protagonista credibile all’interno del nuovo equilibrio mondiale.

  • Pronta a Bruxelles la lista degli aspiranti nuovi adepti alla Ue

    La Commissione europea ha adottato “il suo pacchetto annuale sull’allargamento, presentando una valutazione completa dei progressi compiuti dai partner dell’allargamento negli ultimi dodici mesi”. Lo riferisce tramite una nota l’esecutivo europeo. “Il pacchetto di quest’anno ribadisce che lo slancio verso l’allargamento è in cima all’agenda delle priorità dell’Ue. Conferma inoltre che l’adesione di nuovi Stati membri è sempre più a portata di mano”, si legge nel comunicato. “La coerenza e l’adozione di un approccio basato sul merito sono fondamentali per il successo dell’adesione all’Ue”, scrive la Commissione.

    Secondo le anticipazioni pubblicate dall’edizione europea del portale “Politico”, il Montenegro riceverà la valutazione più alta, pari a una “A”, seguito da Albania (“A-”), Moldova (“B+”) e Ucraina (“B”). “Il rapporto conferma che il Montenegro è il Paese candidato più avanzato. Credo che sia giunto il momento che l’Ue corrisponda la nostra ambizione con un chiaro segnale politico: iniziare a redigere il Trattato di adesione”, ha dichiarato il presidente montenegrino Jakov Milatovic a “Politico”, definendo tale passo “un riconoscimento dei nostri progressi e un investimento strategico”. L’ambasciatore ucraino presso l’Ue, Vsevolod Chentsov, ha espresso orgoglio per i risultati ottenuti “nelle condizioni più difficili della guerra, qualcosa che nessun altro Paese candidato ha dovuto affrontare”. Chentsov ha aggiunto che “il percorso dell’Ucraina verso l’Europa deve diventare un imperativo strategico per l’Ue, sostenuto da azioni decisive per un’Europa forte e unita”.

    Più indietro, la Macedonia del Nord riceve una “C” a causa delle persistenti tensioni con la Bulgaria nonostante i progressi economici, mentre Serbia e Bosnia Erzegovina, entrambe bloccate da crisi politiche interne, ottengono un “D”. La Georgia, in “caduta democratica”, viene bocciata con una “F”. Kosovo e Turchia restano ai margini del processo: Pristina non è ancora formalmente candidata, mentre Ankara, la cui candidatura è congelata dal 2018 per arretramenti sullo Stato di diritto, chiede “una valutazione equa e la liberazione delle relazioni Ue-Turchia da veti basati su interessi nazionali ristretti”, come dichiarato dall’ambasciatore turco Faruk Kaymakcı.

    La presentazione ufficiale del rapporto al Parlamento europeo vede la partecipazione della commissaria per l’Allargamento Marta Kos e dell’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas. A seguire, la conferenza stampa della Commissione. In parallelo, l’emittente televisiva “Euronews” organizzerà a Bruxelles un vertice sull’allargamento, con la partecipazione del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, della presidente moldava Maia Sandu, del presidente serbo Aleksandar Vucic, del premier albanese Edi Rama, del premier montenegrino Milojko Spajic e del premier macedone Hristijan Mickoski. E’ previsto, inoltre, l’intervento in videocollegamento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

  • La Commissione interviene per garantire il recepimento completo e tempestivo delle direttive dell’UE

    La Commissione europea sta prendendo provvedimenti nei confronti di diversi Stati membri che non hanno notificato l’adozione di misure per recepire le direttive dell’UE nei rispettivi ordinamenti nazionali. Il termine per il recepimento di tali direttive è giunto a scadenza di recente. La Commissione invierà agli Stati membri interessati una lettera di costituzione in mora, concedendo loro due mesi per rispondere e completare il recepimento delle direttive. Se gli Stati membri non procederanno in tal senso, la Commissione potrà emettere un avvertimento più forte, noto come parere motivato. Gli Stati membri in questione non hanno recepito pienamente alcune direttive dell’UE in materia di difesa, energia, trasporti, giustizia e salute. La Commissione li esorta ad agire immediatamente per allineare le loro normative ai requisiti dell’UE.

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo volto a facilitare il voto alle elezioni europee e comunali dall’estero

    La Commissione accoglie con favore l’adozione delle nuove norme sul diritto di voto alle elezioni europee e comunali per gli europei che vivono in un altro Stato membro. Tali norme, proposte dalla Commissione nel novembre 2021, impongono agli Stati membri di fornire informazioni tempestive e chiare sulla registrazione degli elettori, sulla data delle elezioni e sulle procedure di voto, garantendo che tali informazioni siano fornite in una lingua ampiamente compresa dagli elettori. Per rafforzare ulteriormente i diritti dei cittadini mobili dell’UE, gli europei residenti in un altro Stato membro avranno ora lo stesso accesso al voto anticipato e, se disponibile, al voto per corrispondenza o online alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato membro in questione. Nuovi modelli semplificheranno il processo di registrazione sia per gli elettori sia per i candidati, e un nuovo sistema sicuro, fornito dalla Commissione, aiuterà i paesi a condividere i dati per evitare il voto multiplo.

    Una recente relazione sulle elezioni del Parlamento europeo del 2024 ha rivelato che, sebbene vi siano circa 14 milioni di cosiddetti cittadini mobili, pochissimi votano effettivamente alle elezioni europee. Le nuove norme contribuiranno a garantire che il voto sia facile e accessibile a tutti. Gli Stati membri dispongono ora di due anni per recepire le norme, fino al giugno 2027.

  • Venerdì 9 maggio

    Il 9 maggio, la giornata dell’Europa, sarà l’Alba di una certezza o solo un nuovo invito alla speranza?

    L’Europa c’è ma non si sente perché ancorata a vecchi trattati che non consentono di creare quell’Unione politica tanto decantata a parole, tante volte promessa e mai realizzata.

    Senza Unione politica non ci può essere una difesa comune, organica ed efficiente, problema quanto mai attuale in questi tempi bui e violenti.

    Senza l’Unione politica non ci può essere vero potere contrattuale in campo economico né possibilità di sederci ai vari tavoli per parlare di pace, giusta e duratura, laddove le guerre massacrano ogni giorno persone inermi o il terrorismo tiene in scacco stati e popolazioni.

    Senza Unione politica non si avrà mai una seria, concreta, iniziativa per il Mediterraneo sia per sconfiggere la tratta degli esseri umani che un’immigrazione incontrollata ed incontrollabile e per dare ai paesi africani certezze di sviluppo senza doversi sottomettere alle nuove colonizzazioni di Russia e Cina.

    Senza Unione politica l’Europa non conterà all’interno della Nato né potrà essere elemento moderatore tra gli interessi delle super potenze, Stati Uniti, Cina, Russia che oggi si contendono il monopolio di larghe parti del mondo mentre l’India cresce e prima o poi non solo l’Asia ed il Medio Oriente vorranno avere maggiore peso.

    Possa quest’anno, nel giorno dell’Europa, concretizzarsi nei fatti, non nelle parole la promessa dell’Unione politica e se i governi non comprendono per logiche di parte siano i cittadini a tornare a far sentire la loro voce.

  • L’Europa ha due problemi da risolvere

    L’Europa ha due problemi da risolvere: la pace giusta e in sicurezza dell’Ucraina e il diritto – dovere di garantire l’Indipendenza e la democrazia agli europei.

    L’incontro di Londra è stato utile da un lato perché, a fronte della postura americana pro Putin, ha registrato e comunicato una reazione quanto mai necessaria, affinché Gran Bretagna ed Europa assumessero le loro responsabilità per garantire l’Ucraina, ma dall’altro lato non ha affrontato affatto il conseguente tema di come garantire l’indipendenza, la democrazia e lo stile di vita degli europei.

    Infatti si è preferito insistere su un tema che non dipende più dagli europei, e cioè il mantenimento dei rapporti di alleanza tra l’Europa e gli USA.

    Una incredibile perdita di tempo sul principio che “le alleanze non si devono rompere” che “non c’è futuro senza la partecipazione degli USA”, che occorre “mantenere l’Unità dell’Occidente”, come se le soluzioni fossero nelle mani degli Europei.

    Sembra lo stesso criterio dei pacifisti che invocavano iniziative diplomatiche ai Paesi occidentali per fare cessare la guerra e non le chiedevano mai a chi la guerra l’aveva iniziata, che non a caso era lo stesso Putin che si rifiutava di farla cessare.

    Se una guerra non finisce, o una alleanza di 80 anni viene di fatto messa in discussione, è perché c’è chi evidentemente ha nuovi obiettivi, che, per l’attuale governo americano, sono l’inedita alleanza tra USA e Federazione Russa, in funzione anti Cina.

    Ciò comporta la fine della guerra con concessioni unilaterali all’aggressore, perché il conflitto deve cessare con vantaggio per Putin, che pur non essendolo, diventa il vincitore, senza pagare i danni dei disastri di tre anni di bombardamenti, che saranno generosamente caricati agli Stati Europei, che però non devono partecipare alla conferenza di pace, ma solo pagare i costi della ricostruzione, ed il tutto per favorire la nuova alleanza tra Russia e USA, che difficilmente potrà funzionare.

    Fin qui il dramma ucraino e in parte europeo. Ma c’è di più!

    Perché gli USA vogliono mettere mano sulle “terre rare” ucraine, ma si rifiutano di garantire la sicurezza dell’Ucraina post guerra? Perché se lo facessero, con certezza assoluta, la Russia non potrebbe attaccare di nuovo, per la terza volta l’Ucraina, e questo non piacerebbe a Putin. Non facendolo, la Russia potrebbe anche non attaccare, ma se lo volesse fare, non avrebbe alcun problema e quindi, in ogni caso, condizionerà il futuro dell’Ucraina.

    Stessa cosa, se ci si pensa bene, per gli Stati Europei, con i quali gli USA potrebbero a loro convenienza ricordarsi della Nato, o anche no, oppure con alcuni si e con altri no.

    E non fa bene agli europei vivere in questa realtà priva di certezze, e con un vicino di casa in evidente posizione di forza, fissato a ricostruire l’impero dello Zar.

    Se questo è il nuovo quadro, come è possibile che i leader degli stati europei possano continuare a insistere con ipotesi inesistenti di ricuciture a sostegno del mantenimento di rapporti di fatto cancellati dalle nuove strategie USA? “Essendo nata l’Europa per fottere gli USA”, come amabilmente ha dichiarato il Presidente Trump, non c’è nessuno che lo possa convincere a modificare le sue strategie, che semmai saranno piuttosto sconfessate da Putin. Per questo ascoltare il Presidente Macron parlare di “Autonomia strategica” per l’Europa è come sentire Putin parlare di “Operazione Militare Speciale” e cioè l’uso di un linguaggio paludato per non esprimere in chiaro le vere priorità.

    Non c’è alcuna speranza di armare seriamente l’Europa senza dare luogo alla veloce realizzazione della Federazione degli Stati d’Europa con chi ci sta, per avere Governo ed esercito unici, e consentire all’Europa il diritto di diventare superpotenza.

    Ed ha ragione il Premier Polacco Donald Tusk, quando sostiene che 500 milioni di europei (Ucraina compresa), stanno chiedendo con insistenza a 300 milioni di americani di difenderli da 140 milioni di Russi.

    Ed invece l’Europa non è così mal messa e costretta a pietire aiuti, perché è pur sempre il mercato più grande e ricco del mondo, ha persone e risorse di altissima qualità e prestigio, storia, cultura e senso pieno e vero della democrazia (e per questo aborrisce l’assenza dei controlli e delle regole sui social, che invece per la democrazia americana dell’attuale governo costituiscono violazione dei diritti alla libertà di parola, come se le menzogne possano essere diritti e non reati di manipolazione della verità).

    Purtroppo al momento non è una potenza militare, perché era più comodo restare sotto l’ombrello USA, ma questo non significa, anche grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, che non si possa realizzare ed anche in tempi brevi. Ma soprattutto occorre capire che non c’è nessun’altra soluzione, in un mondo stravolto da tre superpotenze aggressive, vogliose unicamente di espansione, e che non vogliono che nasca una Federazione Europea, perché solo lasciando divisi gli stati europei, potranno godere della migliore preda al mondo, ricca e disarmata.

    Per questo continuare l’ideologia della difesa della sovranità dei singoli stati è un suicidio, anche perché la Federazione degli stati d’Europa è cosa molto diversa dell’Unione Europea, oggetto di critiche feroci da parte dei sovranisti, perché la Federazione rende uguali tutti i cittadini europei con la cittadinanza e il diritto di voto.

    E allora si operi con coraggio e da subito, con chi ci sta, alla costituzione della Federazione Europea con un numero ridotto di poteri federali, ma essenziali alla funzionalità di una istituzione fondamentale per difendere l’indipendenza, la libertà, l’identità dei popoli europei e il loro stile di vita dalle aggressioni dei lupi che vogliono sottomettere il Pianeta. Prima l’Europa e gli Europei.

  • Patrioti Europei a Madrid – Contraddizioni e autolesionismo

    L’entusiasmo di Salvini all’incontro a Madrid dei Patrioti Europei, e soprattutto l’adesione collettiva di tutti alla strategia di Trump, meritano di essere valutati e opportunamente commentati.

    Essere Patrioti è un sentimento bellissimo, perché riguarda l’insieme di amore, passione e identità della propria Patria e della sua storia, e merita ogni doveroso rispetto, anche da parte di chi non sente le medesime pulsioni.

    In nome della Patria, infatti, milioni di uomini e di donne nei secoli hanno combattuto, sofferto, e subito ogni possibile conseguenza, pur di difenderla e conquistare la libertà di cui hanno goduto le successive generazioni.

    Ma proprio per questo, essere patrioti comporta uno stile di vita, un senso di valori coerenti, e una visione politica capace di identificare cosa sia realmente la Patria e le giuste scelte per difenderla.

    I Patrioti Europei, per la stragrande maggioranza, fino alla vittoria di Trump, erano sfegatatamente sostenitori di Putin e, per questo, hanno tifato pubblicamente per la sua decisione di invadere un Paese sovrano come l’Ucraina, sofferto per le vittorie sul campo di battaglia degli ucraini e goduto delle avanzate territoriali dei Russi.

    Questa improvvisa adesione unitaria all’indirizzo politico di Trump potrebbe apparire positiva, se non fosse che nessuno di loro ha rinnegato Putin, e quindi determinando un minimo di perplessità sulle loro reali intenzioni.

    Non si può, come è noto, essere fedeli a due padroni, e nel caso in specie, che padroni, e quindi quanto meno sarebbe bene che i Patrioti facessero chiarezza, a meno che la prospettiva che emerge dalle dichiarazioni dell’incontro madrileno non dia la risposta al quesito, e cioè che la strategia dei Patrioti va bene a Putin come a Trump, poiché l’obiettivo di ambedue è che l’Europa non si unifichi in una federazione, in modo che possa diventare la preda più prelibata a disposizione delle due superpotenze e, se ne avanza, anche della Cina.

    E se è questo il tema, di colpo tutto appare più chiaro ed evidente.

    I patrioti, sovranisti convinti, sono rimasti storicamente fermi agli stati nazionali, essendo loro sfuggito, ma questa distrazione appartiene a tutti i partiti sovranisti, anche non aderenti ai Patrioti, che da una quindicina di anni il mondo ha cambiato radicalmente fisionomia, e che all’unica superpotenza esistente a partire dall’inizio degli anni ’90, gli USA, si sono aggiunte altre due superpotenze, e cioè la Federazione Russa e la Cina, e, fra poco, è in arrivo anche l’India.

    Questo cambiamento radicale sui rapporti di forza esistenti sul pianeta, e l’assenza di un nuovo ordine mondiale, ha reso del tutto irrilevanti gli stati nazionali, incapaci di opporsi militarmente alle 3-4 superpotenze emergenti, e destinati ad essere, soprattutto gli Stati europei ricchi e disarmati, le prede più ambite per il processo di nuova colonizzazione mondiale in programma.

    Uno scenario di superpotenze che dovrebbe piuttosto essere comprensivo dell’Europa, che nei fatti è il terzo mercato mondiale, con una popolazione di 450 milioni di abitanti, e che avrebbe tutto il diritto di sedere al tavolo delle grandi potenze, ma che di fatto è un nano politico, del tutto incapace militarmente di difendersi e, dalla fine della seconda guerra mondiale, ridotta di fatto a protettorato USA.

    Da qui un sovranista serio dovrebbe avere inteso che solo la Federazione degli Stati d’Europa può garantire la sicurezza e l’indipendenza delle varie patrie e che solo l’Europa Federata può dare dignità di sovranità ai popoli europei.

    E qui è il punto: gli USA non hanno mai voluto una federazione tra i paesi UE, come ovviamente non l’ha mai voluta Putin, ma proprio l’aggressione dell’Ucraina fa capire la fondamentale importanza di realizzare una entità Federale Europea.

    Ed è qui che entrano in funzione i Patrioti che, lungi dal volere il bene dei loro Paesi, ne vogliono chiaramente la definitiva sottomissione, per poi comandarli come accade con la Bielorussia di Lukashenko.

    Basta leggere le dichiarazioni di Madrid di Salvini e dei suoi colleghi come: “Serve il cambiamento. Non è l’UE che legittima gli stati, ma gli Stati che legittimano l’Europa, che sennò non esisterebbe (?)”. E poi ancora: “I Patrioti, all’insegna del trio <sovranità-identità-libertà> sono uniti nel disegno di rovesciare l’attuale assetto europeo, rivendicando il diritto di azzerare tutti i capisaldi dell’UE per un ritorno, (non ben precisato), alle origini e al buon senso”.

    Ma dove sarà la libertà dei Paesi UE quando saranno alla mercè delle superpotenze, e soprattutto dove sarà mai l’identità in assenza totale della sovranità, che sarà cancellata dai nuovi padroni?

    La storia insegna che i partiti sovranisti non possono realizzare alleanze, perché la supremazia di ciascuno stato sovrano, impedisce oggettivamente alleanze di reciproca convenienza, e che l’Europa non si salva con un ritorno al passato, bensì solo con un salto al futuro, realizzando l’unico strumento necessario a garantire la sicurezza, l’indipendenza e il mantenimento dello stile di vita degli europei e cioè la Federazione degli stati d’Europa, e soprattutto non consentendo ai sovranisti di vendere il futuro degli europei.

    Quindi altro che lo slogan di Salvini e compagni Patrioti “meno Europa e più libertà”, ma al contrario “Più libertà e indipendenza con l’Europa Federata”.

  • Aumenta nel 2023 il dialogo della Commissione con i parlamenti nazionali

    La Commissione ha adottato la relazione annuale 2023 sui rapporti con i parlamenti nazionali e sull’applicazione dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. La relazione evidenzia un incremento della partecipazione dei parlamenti nazionali al dialogo politico con la Commissione: i 402 pareri scritti dei parlamenti alla Commissione segnano un aumento di oltre il 10% rispetto al 2022.

    Emerge che i parlamenti nazionali hanno continuato a dialogare con la Commissione sulle sue priorità politiche, in particolare in relazione al Green Deal europeo, a un nuovo slancio per la democrazia europea e alla promozione dello stile di vita europeo. I parlamenti nazionali si sono concentrati anche sul programma di lavoro della Commissione per il 2023, che è stato il documento più commentato, sulla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, sul conflitto in Medio Oriente, sulle riflessioni sul futuro dell’Unione, sull’allargamento, sulla migrazione e sulla sicurezza.

    Ventidue pareri motivati dei parlamenti nazionali hanno ravvisato casi di mancato rispetto o di violazione del principio di sussidiarietà nelle proposte della Commissione, il che segna una riduzione di quasi un terzo rispetto ai 32 ricevuti nel 2022, coerentemente con la tendenza al ribasso a lungo termine.

    La relazione indica che i membri del collegio hanno tenuto 127 riunioni con i parlamenti nazionali e spiega le modifiche che diversi parlamenti nazionali hanno attuato per essere informati meglio e più tempestivamente sul processo di elaborazione delle politiche dell’UE e per esprimere le loro opinioni in maniera più efficace. Si sottolinea inoltre che alcuni parlamenti nazionali hanno iniziato a usare il dialogo politico in modo innovativo. Ciò illustra il potenziale strategico e la flessibilità offerti dal dialogo tra i parlamenti nazionali e la Commissione.

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