studio

  • Mancano docenti di ruolo, i buchi in organico restano nonostante i concorsi

    Le immissioni in ruolo di docenti nel 2025 sono state 29.685 a fronte di 52.885 posti vacanti per i quali erano state previste 48.504 assunzioni. «Ogni anno – spiega Manuela Calza, segretaria Flc Cgil Nazionale – ci sono 30 mila pensionamenti. Con 29mila assunti, di che parliamo? L’organico aggiuntivo non è sufficiente a coprire il turnover. E questo perché il ministero non autorizza le assunzioni su tutti i posti vacanti».

    Il ministero di Istruzione e Merito aveva promesso 70mila assunzioni entro il 2026. Ma secondo Calza «i concorsi hanno fatto sì che a ogni tornata si sfornasse un tot di vincitori che però di fatto non viene assunto. E nemmeno c’è una prospettiva di assunzione perché i vincitori eccedono il numero dei posti banditi. Prima di bandire nuovi concorsi si doveva pensare di attingere alle graduatorie degli idonei. Ci sono vincitori del concorso 2020 e alcuni anche degli anni precedenti che sono ancora nel limbo della precarietà. Questa è la situazione. Abbiamo 250mila docenti precari che non potranno mai essere assunti. E ci sono fortissime resistenze da parte del ministero a rendere pubblici i dati. Oltre ai gravissimi ritardi nella pubblicazione delle graduatorie. È il fallimento di un sistema di reclutamento che non risolve il problema del precariato. Ed è l’immagine di questo governo che purtroppo sta traducendo nella scuola il suo dna più profondo».

    Nel 2022, la legge 79 ha stabilito che per insegnare non bastassero più 24 crediti formativi universitari, ma che ce ne volessero 60. Chi aveva ottenuto 24 crediti si è trovato a doverne conseguire altri. Come? Facendo corsi. Collezionando titoli, soprattutto nelle università private o telematiche, per prendere punteggio. Non solo. Quella legge ha imposto il conseguimento di un’abilitazione, che costa 3mila euro. A cui si aggiungono le spese di viaggi e trasferte, portando i costi a 5mila euro.

    Pochi mesi fa il Mur, il ministero dell’Università e della Ricerca, ha autorizzato circa 60mila posti per i percorsi di formazione iniziale e abilitazione docenti. E dai dati estratti dal decreto ministeriale, si stima un giro di denaro non indifferente. Da un calcolo estrapolato dal decreto relativo ai percorsi abilitanti, risulta che i posti assegnati alle università telematiche o private siano 25.946. E-Campus che detiene il 18,60% dei posti, ha il primato assoluto possedendo di fatto il monopolio dell’erogazione dei percorsi abilitanti. Seguono Link Campus University, università privata, con il 7,50 e Pegaso col 6,40. Tutte università telematiche o private. UniCamillus, quarta per quantità di posti attribuiti, è privata, detiene il 3,16% di posti ed è specializzata in Scienze Mediche. Seguono l’ università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria presente in ben 10 regioni con il 2,75% di posti e la Niccolò Cusano-Telematica di Roma con il 2,20%.

  • La Commissione presenta, insieme all’OCSE, un quadro di riferimento per l’alfabetizzazione all’IA per preparare gli studenti all’era dell’intelligenza artificiale

    La Commissione europea, insieme all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), ha presentato un quadro per l’alfabetizzazione in materia di IA per l’istruzione primaria e secondaria. Il quadro di riferimento offre a insegnanti, dirigenti scolastici e responsabili delle politiche educative una comprensione condivisa delle competenze di cui gli studenti hanno bisogno per comprendere e utilizzare l’IA in modo responsabile ed etico. Esso fornisce orientamenti ed esempi di attività da svolgere in classe ed è articolato attorno a quattro ambiti: interagire con l’IA, creare con l’IA, gestire l’IA e plasmare l’IA.

    Il quadro sostiene inoltre l’ambizione dell’Unione europea di garantire un’istruzione digitale di alta qualità, inclusiva e orientata al futuro. Nell’ambito della Union of Skills, il pacchetto sull’istruzione che sarà presentato nel corso dell’anno contribuirà ulteriormente ad adattare i sistemi educativi alla trasformazione digitale e all’intelligenza artificiale.

  • Morta Galdikas, la maggior esperta mondiale di oranghi

    È morta a 79 anni Birutė Galdikas, antropologa, primatologa di origini lituane, tra le più importanti studiose degli oranghi.

    Per oltre quattro decenni aveva vissuto nel Borneo, osservando gli oranghi nel loro ambiente naturale e documentando comportamenti fino ad allora quasi sconosciuti. Il suo nome è legato al progetto avviato dal paleoantropologo Louis Leakey, che affidò a lei e altre due ricercatrici – le tre furono presto ribattezzate Trimates – lo studio dei grandi primati in natura: Jane Goodall per gli scimpanzé e Dian Fossey per i gorilla.

    Nel 1971 Galdikas raggiunse la riserva di Tanjung Puting, dove fondò il campo di ricerca noto come Camp Leakey. I suoi lavori permisero di documentare dieta, comportamento sociale, riproduzione e ritmi di crescita, aspetti fino ad allora poco conosciuti. Tra i contributi più importanti forniti dalla sue ricerche, pubblicate su National Geographic, ci sono la descrizione degli intervalli di nascita molto lunghi, uno degli elementi che rende la specie particolarmente vulnerabile, nonché dell’intelligenza, dell’indole solitaria e della complessa relazione tra gli oranghi e il loro habitat forestale.

    Galdikas avviò anche il primo programma di riabilitazione per oranghi orfani o provenienti dalla cattività. Molti animali erano stati sottratti illegalmente alla foresta o rimasti senza madre a causa della distruzione dell’habitat. Decise anche di crescere uno dei figli insieme alla piccola orfana di orango Princess, notando le somiglianze tra il cucciolo umano e il piccolo primate

    Nel 1986 fondò la Orangutan Foundation International, con l’obiettivo di proteggere gli oranghi e le foreste da cui dipendono. La scienziata denunciò per anni la deforestazione legata alle piantagioni di olio di palma, considerata una delle principali minacce per la sopravvivenza della specie. Il suo impegno ha ispirato nuove generazioni di scienziati e, in particolare, molte donne a intraprendere la carriera scientifica. Tra i suoi numerosi successi anche la promozione della designazione di Tanjung Puting come Parco Nazionale e la guida della prima Conferenza Mondiale sulle Grandi Scimmie nel 1991.

  • Putin combatte l’Ucraina a partire dalle scuole dei territori occupati

    In alcune scuole della Russia e dei territori occupati in Ucraina, i bambini imparano a smontare un fucile d’assalto prima ancora di aprire un libro. Tra le strutture più attive di questo sistema educativo parallelo c’è la Yunarmiya (Giovane Armata), fondata nel 2015 dall’allora ministro della Difesa Sergej Šojgu. Oggi conta 1,8 milioni di membri e 89 centri regionali. Lo stesso Šojgu, nel maggio scorso, ha dichiarato che le autorità russe stanno «sviluppando programmi di educazione militare e patriottica per preparare i giovani al futuro servizio in difesa della Russia».

    Il leader del movimento è Vladislav Golovin, nome in codice Struna (“corda”), ex marine della Flotta del Mar Nero e oggi capo di stato maggiore della Yunarmiya. Decorato come Eroe della Russia dopo essere rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una mina durante la battaglia di Mariupol, Golovin è diventato una figura centrale nella costruzione del mito patriottico russo. In un’intervista all’agenzia Tass, ha affermato che la Yunarmiya collabora con altri programmi patriottici, come Zarnitsa 2.0, Movimento dei Primi e persino con un videogioco, Squad 22: ZOV, ambientato nella città occupata di Mariupol.

    Il ministero degli Esteri ucraino sostiene che Mosca abbia destinato 66 miliardi di rubli (circa 733 milioni di dollari) alle politiche giovanili, con l’obiettivo di portare la percentuale di giovani “patriotticamente orientati” dal 40 al 70 per cento entro il 2030. Il colonnello americano Ray Finch, autore dello studio “Young Army Movement: Winning the Hearts and Minds of Russian Youth”, descrive questa strategia come un processo di “memorializzazione militare” per trasformare la guerra in un rito di appartenenza, un simbolo identitario più che un trauma collettivo. La ricercatrice Jonna Alava, della National Defence University finlandese, evidenzia nel suo rapporto “Russia’s Young Army – Raising New Generations into Militarized Patriots” che la Yunarmiya include anche molte ragazze, ma in ruoli rigidamente tradizionali. Le cerimonie ne esaltano la “purezza e dolcezza”, mentre ai ragazzi è richiesto di incarnare la forza e la virilità. Un dualismo, sostenuto dalla Chiesa ortodossa russa, che lega il patriottismo all’idea di famiglia patriarcale come fondamento della “nazione eterna”. Nei territori occupati, le autorità russe hanno sostituito docenti, rimosso libri in lingua ucraina e introdotto lezioni dedicate alla gloria dell’esercito russo. «Vogliono che quei bambini crescano convinti di essere russi», avverte Boyechko.

    Il 3 marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione, quando nelle scuole russe si tiene una lezione per spiegare le ragioni dell’ ”operazione militare speciale”, come la definisce il Cremlino, e le relative colpe della Nato. Poco dopo arrivano l’alzabandiera del lunedì, il canto dell’inno e i “colloqui sui temi importanti” (Razgovory o vazhnom), formalmente extracurriculari ma oggi quotidiana routine nella vita degli istituti. È la cornice del nuovo programma scolastico, la Federalnaya osnovnaya obrazovatelnaya programma (Fop), imposto dal ministero dell’Istruzione in tutto il Paese e reso ancora più esplicito nelle regioni di confine con l’Ucraina, come Belgorod e Kursk. Da allora le lezioni ordinarie cedono spazio ad attività che nobilitano la guerra: i bambini scrivono lettere ai soldati, imbracciano armi, costruiscono reti mimetiche e, nei casi più controversi, incontrano combattenti della Wagner, invitati a raccontare la loro esperienza sul fronte.

    Dalla sua introduzione con la legge 371-FZ, il programma restringe ulteriormente il già scarso margine di autonomia degli insegnanti, e aggrava le spese che le famiglie devono sostenere per la formazione dei bambini e ragazzi.  A descriverne gli effetti è il report “L’istruzione nelle scuole russe, 2022–2025”, il primo ampio studio indipendente sul sistema scolastico russo dopo l’invasione dell’Ucraina, realizzato da un gruppo di ricerca non governativo e anonimo, basato su analisi normative, dati compresi nel periodo 2021-2025 e interviste a docenti e famiglie. Un insegnante della regione di Rostov racconta: «Se prima c’era un esame al mese, o persino uno a trimestre, ora ce ne sono diversi ogni mese, a volte due a settimana». Una docente di Penza descrive invece un carico ormai saturo di attività paramilitari: «Negli ultimi due anni mi sembra che abbiamo smesso di far studiare i ragazzi. Abbiamo ormai solo attività extrascolastiche per i bambini, quasi tutte incentrate sulla guerra in Ucraina o sull’attività fisica».

    A reggere questo nuovo impianto sono proprio i docenti, su cui ricadono attività extracurriculari, nuove lezioni ideologiche, e altri incarichi formalmente volontari, ma difficili da rifiutare senza il via libera dell’amministrazione. Se poi il rifiuto diventa dissenso politico, il rischio cresce: testimonianze e dati parlano di sanzioni, licenziamenti, pressioni e denunce. In questo clima, tra il 2021 e il 2024 il numero dei docenti è diminuito di 19 mila unità, mentre aumentano i carichi per chi resta, insieme alla paura di dire la cosa sbagliata.

    La riforma non ha inciso solo sugli insegnanti, ma anche sulle famiglie. Secondo il sondaggio condotto sui genitori nell’ambito della ricerca tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, l’80 per cento degli intervistati dichiara di aver speso oltre 10 mila rubli per preparare i figli all’inizio dell’anno scolastico; nelle aree rurali, il 70 per cento supera i 15 mila. A questi costi si aggiungono le spese per la formazione dei bambini, in gran parte occupata dalle nuove pratiche patriottiche introdotte dal ministero, con circa il 60 per cento degli studenti delle classi 9-11 che dichiara di prepararsi agli esami con ripetizioni private.

  • Nove giovani su 10 sentono pressione per riuscire nella vita

    Nove giovani italiani su dieci si sentono sotto pressione per avere successo o essere ‘perfetti’. La pressione sale con l’età e grava soprattutto sulle ragazze: il 95% tra i 16 e i 21 anni contro l’89% dei coetanei maschi. Già alle medie lo scarto c’è: 84% le ragazze di 11-14 anni, 76% i loro compagni. È la fotografia della seconda edizione di “Sognando il futuro e il lavoro”, la ricerca realizzata da Valore D in collaborazione con Ipsos su 1.300 studentesse e studenti tra gli 11 e i 21 anni.

    Il lavoro resta un orizzonte desiderato, ma il suo baricentro si è spostato in modo evidente. La priorità numero uno, per ragazzi e ragazze di entrambe le fasce d’età, non è più la carriera. È l’equilibrio tra vita privata e professionale; molto alti anche il desiderio di stabilità e di realizzazione personale. Sullo sfondo, però, pesano timori molto concreti: tra i 16-21enni il 52% prevede difficoltà nel trovare il lavoro desiderato e uno su quattro (25%) teme di non poter contare su un impiego capace di garantire l’autonomia economica.

    Il dato più strutturale riguarda l’origine dei divari: le disuguaglianze iniziano molto prima del primo contratto. È un divario profondo, che la conoscenza da sola non basta a colmare. Già alle scuole medie le aspirazioni si separano: le professioni tecnico-scientifiche attraggono il 31% dei ragazzi contro l’11% delle ragazze. Anche sull’intelligenza artificiale lo scarto è netto: prenderebbero in considerazione un lavoro in questo campo il 71% dei maschi e il 51% delle femmine.

    Grazie alla maggiore sensibilizzazione sul tema, oggi il 71% dei giovani tra i 16 e i 21 anni sa cosa sono le materie STEM, più del doppio rispetto al 33% registrato nel 2021. Eppure gli stereotipi restano: il 31% dei ragazzi e il 21% delle ragazze continua a considerare i lavori scientifici “più adatti agli uomini”, mentre oltre una ragazza su quattro pensa le ragazze studino meno spesso le materie scientifiche perchè non si sentono all’altezza. Non sorprende, allora, che il 51% di chi conosce le STEM le percepisca come ambienti “troppo maschili”.

    Il contesto in cui queste scelte maturano resta determinante. La famiglia è ancora il primo punto di riferimento e influenza l’87% degli 11-14enni; tra i più grandi, mamma (71%) e papà (62%) restano al vertice delle figure che orientano le decisioni sul futuro. Migliora anche il ruolo della scuola, la cui efficacia percepita è passata dal 34% del 2021 al 50% di oggi. Non basta: l’84% dei giovani chiede più supporto nell’orientamento, attraverso strumenti concreti, testimonianze dirette, confronto con chi quei mestieri li fa per davvero.

    A pesare è anche il clima culturale. La fiducia nelle pari opportunità si erode con il passaggio all’età adulta, e lo fa in modo asimmetrico. Tra gli 11-14 anni crede in pari chance di successo il 77% dei ragazzi e il 74% delle ragazze; tra i 16-21 anni la quota maschile scende al 70%, mentre quella femminile crolla al 51%. Un divario di quasi venti punti che racconta come, crescendo, le ragazze vedano restringersi il perimetro di ciò che ritengono possibile.

    Il risultato è il ritratto di una generazione che non rinuncia a immaginare il proprio futuro, ma lo fa dentro coordinate più complesse: tra aspirazione e incertezza, tra desiderio di equilibrio e richiesta di performance. È in questo spazio – molto prima del lavoro – che si gioca una parte decisiva delle opportunità. E, sempre più spesso, anche del senso di ciò che è possibile immaginare per sé.

    “Questa ricerca racconta una generazione lucida e ambiziosa, ma esposta a una doppia pressione: quella individuale, legata al successo, e quella culturale, che continua a orientare le scelte fin da giovanissimi”, sottolinea Barbara Falcomer, Direttrice Generale di Valore D. “Se vogliamo incidere davvero sulle disuguaglianze e colmare il gender gap nelle STEM – che sono il motore principale dell’innovazione e le discipline più strategiche per il mercato del lavoro futuro – dobbiamo intervenire già nella prima infanzia: nei modelli che offriamo, nell’orientamento, nei contesti educativi. È lì che si costruisce il perimetro delle possibilità”.

  • La Commissione investe 400 milioni di euro per i ricercatori post-dottorato

    La Commissione europea apre il bando 2026 per borse di studio post-dottorato nell’ambito delle azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA), con un bilancio di 399,05 milioni di euro. Queste borse sostengono i ricercatori in possesso di un dottorato di ricerca, offrendo loro l’opportunità di svolgere attività di ricerca all’estero e acquisire nuove competenze in diverse discipline e settori. I beneficiari potranno collaborare con i principali gruppi scientifici internazionali, contribuendo con ricerche all’avanguardia alla competitività dell’UE. Le candidature sono aperte si chiuderanno il 9 settembre 2026.

    Dalla sua creazione nel 1996, oltre 150.000 ricercatori hanno partecipato alle azioni Marie Skłodowska-Curie, tra cui 23 premi Nobel, a testimonianza del loro contributo duraturo all’eccellenza scientifica e alla cooperazione internazionale.

    L’anniversario dell’iniziativa sarà celebrato per tutto il 2026 con il motto “30 anni di curiosità che cambia il mondo”, mettendo in luce i risultati e l’impatto delle MSCA sulle carriere nella ricerca. Storie, tappe fondamentali e momenti salienti sono già disponibili su una pagina web dedicata all’anniversario.

  • Nuove leve ancora impreparate, ma capiscono che l’intelligenza artificiale aiuterà a rendere il lavoro più produttivo

    Il 70 % dei lavoratori della GenZ, i cosiddetti nativi digitali cresciuti completamente in un mondo tecnologico e sempre connessi a Internet, è convinta che l’intelligenza artificiale rivoluzionerà il mondo del lavoro entro un anno. Secondo Deloitte Gen Z & Millennial Survey 2025, però, la maggior parte dei manager ammette di non avere ancora gli strumenti per affrontare questa trasformazione. Per il 65% la cultura aziendale italiana è “in evoluzione ma con molta strada da fare”, mentre il 62% considera l’IA un potenziatore umano. Ad attestarlo, l’instant survey elaborata da HReboot, un format/evento italiano dedicato al futuro del lavoro e al dialogo intergenerazionale tra manager, giovani talenti, imprenditori, creator, atleti e rappresentanti delle istituzioni. Non è un semplice convegno, ma un “Real Talk”, momenti di confronto autentico e diretto, pensato per creare spazi di ascolto, contaminazione e costruzione di una nuova cultura del lavoro, dove si uniscono competenze umane e tecnologiche.

    Il 65% dei partecipanti a Hreboot ha definito la cultura aziendale italiana “in evoluzione ma con molta strada da fare”, mentre nessuno l’ha percepita come già orientata alle persone. Un segnale chiaro: la spinta verso un modello più umano è partita, ma non ha ancora radici profonde. Nel Deloitte Gen Z Global 2024 la seconda parola più citata accanto a “carriera” è “varietà”. I lavoratori appartenenti alla Generazione Zeta, non vogliono scalare: vogliono attraversare funzioni e problemi. La retention si gioca sul senso, non sulla scala. La Gen Z, protagonista del cambiamento, non cerca benefit o gerarchie, ma fiducia, crescita e senso. Per oltre la metà dei rispondenti (54%) la chiave per attrarre e trattenere talenti è offrire percorsi di sviluppo personalizzati, mentre il 42% individua nei leader autentici, capaci di ascoltare e ispirare, la leva decisiva per far evolvere le organizzazioni.

    “Il vero problema non è il divario generazionale, ma quello culturale” ha commentato Giacomo Marchiori, founder di Talentware e tra gli organizzatori dell’evento Hreboot. “In un mondo che cambia più in fretta dei job title, l’adattabilità è la vera competenza del futuro. Non basta imparare nuovi strumenti: serve imparare a reimparare, ogni giorno. Questo è il punto: l’evoluzione delle competenze tecniche ha senso solo se procede insieme a una evoluzione culturale. E vale anche per il dibattito hard vs soft skills: pensiero critico, ascolto, capacità di attraversare l’incertezza sono fondamentali, certo. Ma avete mai visto un’azienda manifatturiera, o moda, o IT prosperare senza competenze tecniche all’avanguardia? È la somma che crea valore: cultura che cambia + nuove skill che entrano nel sistema. Le aziende che sapranno coltivare questa mentalità evolutiva diventeranno organismi vivi, capaci di crescere insieme alle persone, non sopra di loro”

    Secondo l’European Skills Index 2024 l’Italia è 24sima in Europa per “skills matching”: le competenze non mancano, ma non sono nel posto giusto. È un problema organizzativo e culturale, prima che di pipeline.

    Uno dei dati più sorprendenti dell’indagine di Hreboot riguarda proprio l’intelligenza artificiale: il 62% dei partecipanti la considera un potenziatore delle competenze umane, non un rischio per l’occupazione.
    Un risultato che ribalta molti luoghi comuni e dimostra come la tecnologia, se gestita con consapevolezza, possa diventare terreno d’incontro tra generazioni, non di scontro.

    “Il futuro del lavoro non è una sfida tra umanità e tecnologia, ma un dialogo tra le due. HReboot non è un evento, ma, anzi un format che è piaciuto molto è che si deve replicare. Nasce dalla convinzione che oggi, in un’epoca in cui il lavoro è attraversato da trasformazioni profonde legate alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, serva ripartire dal dialogo vero: non dai grandi palchi monodirezionali o dai social, ma da confronti reali tra persone, generazioni e competenze diverse. HReboot rimette al centro le persone, manager e giovani che si ascoltano, si contaminano e costruiscono insieme una nuova cultura del cambiamento, fondata su fiducia, autenticità e curiosità reciproca. Perché solo così la tecnologia, e l’intelligenza artificiale in particolare, possono diventare un potenziatore dell’intelligenza umana ed emotiva, e non il loro sostituto. HReboot nasce proprio per questo: creare spazi di confronto autentico dove manager e Gen Z possano incontrarsi e dare vita, insieme, a un nuovo linguaggio del lavoro, più umano e consapevole.” — ha spiegato Alessandro Castelli.

  • Fisico finanziato dall’UE vince il premio Nobel 2025

    Il premio Nobel per la fisica 2025 è stato assegnato a Michel H. Devoret, che ha partecipato alle azioni Marie Skłodowska-Curie (MSCA), parte del programma di ricerca e innovazione Orizzonte Europa.

    L’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il prestigioso premio a Michel H. Devoret, insieme a John Clarke e John M. Martinis, per la scoperta dell’effetto tunnel quantistico macroscopico e della quantizzazione dell’energia in un circuito elettrico.

    Il professor Devoret è stato supervisore di Super MagneFiQuE, un progetto di borsa individuale Marie Skłodowska-Curie nel campo dell’elettronica quantistica superconduttiva. Con questo premio, Devoret si aggiunge ai venti borsisti, scienziati e supervisori finanziati da queste azioni che hanno ricevuto questo premio dal 2010.

  • I medici in corsia nel 2032 saranno fin troppi

    Da ‘categoria in estinzione’, o quasi, a settore in sovrannumero. Appare essere questo il destino dei medici ospedalieri, stando ai numeri dell’ultimo studio del sindacato di categoria Anaao-Assomed: fino al 2027, infatti, si potrà ancora parlare di carenza di specialisti negli ospedali del Ssn, stimata in circa 20/25.000 unità. Ma lo scenario potrebbe radicalmente cambiare negli anni successivi quando, almeno fino al 2032, si potrebbe sviluppare il fenomeno contrario, cioè quello della pletora medica con ben 60.000 neolaureati. Un numero “assolutamente superiore a quello necessario a coprire i pensionamenti” e destinato a rimanere “in cerca di lavoro”. Si creerà dunque, avverte il sindacato, un esercito di camici bianchi pronto a foraggiare la sanità privata o i sistemi sanitari di mezza Europa.
    “Chi si illude – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed – che la soluzione più efficace sia aumentare i posti nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, moltiplicando a dismisura il loro numero o quello dei Corsi di Laurea, pubblici e privati, senza prima risolvere le criticità del sistema, dimostra una pericolosa superficialità con il rischio di favorire uno sperpero di risorse pubbliche in mancanza di prospettive occupazionali all’interno del Servizio sanitario nazionale”.  Questo perchè, rileva, “gli interventi limitati all’offerta formativa appaiono sostanzialmente inefficaci nel fermare l’esodo dal sistema sanitario pubblico”, mentre è “cruciale rendere attrattivo il lavoro nell’ospedale e nei servizi territoriali per cercare di accrescere l’opzione in favore del Ssn da parte dei medici specialisti e specializzandi”. Ecco perchè, secondo il sindacato, all’offerta formativa deve essere abbinato un sistema di incentivi e di valorizzazione del lavoro medico in termini di riconoscimento sociale ed economico, oltre che di ruolo all’interno delle aziende. “Il medico oggi abbandona il Ssn perché male retribuito, aggredito, esposto a rischi di contenzioso medico-legale e privato del tempo necessario per dedicarsi senza ostacoli alla vita sociale e familiare”.
    Un ulteriore elemento che emerge dallo studio è legato all’aumento del bisogno di salute conseguente al progressivo invecchiamento della popolazione. Dal 2002 al 2022, l’età media è passata da 41,9 a 46,2 anni, gli over 65 sono passati dal 18,7% al 23,8%, gli over 80 dal 4,38% al 7,6% in rapporto alla popolazione totale. Eppure i medici in questo ventennio, si legge nello studio, “non sono aumentati così come ci si aspetterebbe, ma sono addirittura diminuiti rispetto all’anno di massima espansione delle dotazioni organiche, il 2009, e nel confronto con la media europea in rapporto a 1000 abitanti over 75”.
    Affrontare questa situazione senza interventi adeguati, sottolinea ancora Di Silverio, “è semplicemente impossibile. Non si può pensare di affrontare una richiesta di cure notevolmente più alta di 20 anni fa con una ridotta forza lavoro, stimata in 24.797 medici, tenendo conto della maggiore domanda da parte dei cittadini con oltre 75 anni di età”. Da qui le proposte dell’Anaao-Assomed, tra le quali aumentare subito il numero di medici nel Ssn facendo in modo che i giovani specialisti abbiano la possibilità di essere assunti.
    Ed ancora: “Bisogna abbattere il tetto alla spesa del personale e investire miliardi sul capitale umano, vero motore della sanità italiana”, afferma il leader sindacale. Infine, la retribuzione (con il contratto 2019/21 mediamente circa 85.000 euro lordi/anno) “deve stare al passo con i paesi europei similari: attualmente siamo fanalino di coda in Europa (media europea circa 145.000 euro), assieme a Portogallo e Grecia. Gli altri (Lussemburgo, Islanda, Olanda e Belgio per esempio) – conclude Di Silverio – viaggiano oramai sui 180.000/200.000 euro lordi/anno”.

  • Venerdì si celebra la Notte europea dei ricercatori, il maggior evento europeo dedicato alle attività di partecipazione scientifica aperte a tutti

    Venerdì nelle università e nelle istituzioni di 25 paesi d’Europa si celebra la Notte europea dei ricercatori. Si tratta del più importante evento dedicato ad attività di partecipazione ed educazione scientifica in Europa, che ogni anno offre a oltre 1,5 milioni di cittadini l’opportunità di toccare da vicino il lavoro dei ricercatori attraverso una serie di attività di intrattenimento. L’evento offre un’esperienza unica grazie a spettacoli scientifici, esperimenti pratici, giochi e concorsi. Una panoramica di tutte le attività è disponibile online.

    L’evento porta alla ribalta le mille facce della ricerca e dell’innovazione europee e il loro impatto sulla vita quotidiana dei cittadini. Il pubblico potrà informarsi su una serie di progetti, dalla conservazione della biodiversità locale che permetterà nuove cure contro il cancro alla scoperta di caratteristiche nascoste dei fossili, grazie alle quali potremo migliorare la nostra comprensione del clima terrestre. Gettando luce su queste preziose attività scientifiche, oltre che sulla passione e sulla dedizione dei ricercatori che lo sostengono, l’evento offre ai giovani europei l’opportunità unica di porre domande ed informarsi sulle possibilità di carriera nella ricerca.

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