Tasse

  • Il camouflage fiscale degli ultimi governi

    Da oltre trent’anni il tema dell’evasione fiscale ha rappresentato la giustificazione classica per coprire le inefficienze nella gestione della spesa pubblica e contemporaneamente i risibili risultati delle ridicole politiche di sviluppo finanziate (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Di fatto questa tattica comunicativa ha permesso, in particolare agli ultimi governi Renzi/Gentiloni e Conte/Salvini, di operare delle scelte fiscali indegne se paragonate alla tanto agognata “giustizia fiscale” accomunata alla altrettanto  dichiarata “diminuzione della pressione fiscale”. Obiettivi che sicuramente rappresentano ancora oggi l’unica via per una politica di sviluppo e di sostegno alla domanda interna per i contribuenti italiani. Il governo Renzi, “ottimamente coadiuvato” dai dott. Padoan e Calenda, ha adottato come espressione della propria politica fiscale il concetto di contributo fiscale fisso di 100.000 euro per tutte le persone che residenti all’estero volessero porre il proprio domicilio fiscale in Italia. Di fatto una persona con un reddito da 1.000.000 si vedrà applicata una aliquota al 10%, o ancor meglio al 5% se il reddito risultasse di cinque milioni, per ridursi all’1%  con un reddito di 10 milioni. L’1% rispetto al 62% del total tax rate che mediamente viene pagato dai contribuenti italiani rappresenta effettivamente un insulto all’Italia che lavora. Quelli che si definiscono, rispetto al governo attuale, espressione della cultura economica occidentale hanno annullato in un solo battito di ciglia il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro (e sicuramente a loro insaputa).

    Non pago di questo vero e proprio insulto fiscale il  governo Gentiloni, sempre in questo aiutato dai preziosi dott.  Padoan e Calenda, nel dicembre 2017 ha inserito nella legislazione fiscale l’aliquota fissa (oggi definita flat tax) per le rendite finanziarie al 26% favorendo tutte le rendite superiori ai 750.000. In più viene prevista in questa innovativa normativa fiscale anche la possibilità della compensazione tra crediti e debiti fiscali tanto invocata dal mondo del lavoro ed imprenditoriale italiano ma concessa viceversa solo ai grandi “risparmiatori”.

    In questo quadro avvilente che dimostra le priorità dei governi Renzi e Gentiloni il governo in carica Conte/Salvini/Di Maio ha convertito in legge (n.58) il decreto legislativo n.34 che prevede la riduzione del 50% del calcolo dei contributi per gli sportivi residenti all’estero da due anni ed ora tornati sul suolo italico. In altre parole viene istituzionalizzato una sorta di reshoring fiscale a vantaggio delle società prevalentemente del settore calcistico mentre l’industria, i servizi ed il turismo attendono invano la riduzione del cuneo fiscale. Quest’ultimo fondamentale per ridare un po’ di fiato alla domanda interna e rendere più competitive  contemporaneamente le aziende italiane che competono nel mercato globale.

    Quindi mentre quota 100 e reddito di cittadinanza vengono inserite a debito e contemporaneamente la flat tax, oggi finanziariamente insostenibile, viene modificata nella proposta per la  stessa definizione della tassa (la doppia aliquota per due fasce di  reddito risulta ridicola in quanto non più flat) il governo sceglie di aiutare le società sportive. In  particolare quelle del mondo del pallone le quali, a fronte di un ingaggio di dieci milioni per un calciatore, non dovranno più pagare diciotto milioni complessivamente ma solo tredici, ed ovviamente questa copertura relativa alla riduzione del cuneo fiscale andrà anche a questa il debito.

    Il nostro paese si trova nella incredibile situazione nella quale a fronte di un aumento della pressione fiscale contemporanea  ad un quasi annullamento dei tassi di interessi con riduzione dei costi di servizio al debito (espressione del quantitative easing) riesce ad avere una crescita del debito superiore a quella del  Pil.

    In questo contesto l’Italia è l’unico paese in Europa ad essere ancora al di sotto di 1,4% di reddito disponibile rispetto al 2008. Un dato che di fatto boccia senza appello il gotha economico governativo italiano.

    In ultima analisi, quindi, questi  tre esempi di “camouflage fiscale” rappresentano l’arte di camuffare dietro la dichiarata ricerca di grandi obiettivi fiscali ed economici (anche quest’anno la pressione fiscale è aumentata e i consumi sono diminuiti dello 0,4% per  oltre un miliardo) la volontà di favorire gli interessi di pochi  a spese della collettività.

  • Accise ridotte dall’1 luglio, birre artigianali italiane in vendita a prezzi ‘scontati’

    Con l’1 luglio è scattato lo sconto per le birre artigianali grazie al taglio del 40% delle accise sulle produzioni dei microbirrifici che spingono l’aumento degli acquisti Made in Italy. Col nuovo mese è infatti entrato in vigore il Decreto inserito nella Legge di Bilancio 2019 che prevede un alleggerimento del peso fiscale per chi produce fino a 10mila ettolitri all’anno. Ben 9 microbirrifici su 10 beneficeranno dell’agevolazione, secondo un’analisi della Coldiretti.

    Il bonus si traduce in un sostegno al consumo di una bevanda che riscuote un successo crescente con la moltiplicazione di iniziative imprenditoriali: 862 birrifici agricoli e artigianali, in aumento del 330% negli ultimi dieci anni. Il risultato viene spinto dall’aumento dei consumi che hanno raggiunto i 33,6 litri, il massimo di sempre, con un incremento del 14,3% negli ultimi 10 anni. Il balzo della birra italiana è favorito anche da una forte diversificazione dell’offerta in particolare nella birra artigianale: dalla birra aromatizzata alla canapa a quella pugliese al carciofo, dalla birra senza glutine al riso Carnaroli del Piemonte a quella con la zucca, da quella con le arance di Sicilia a quella con le scorze di bergamotto, per fare alcuni esempi. Con l’inizio dell’estate 2019 la Coldiretti ha promosso la nascita del Consorzio a tutela della birra artigianale Made in Italy che garantisce l’origine delle materie prime, dal luppolo all’orzo. Il boom delle birre artigianali made in Italy infatti ha spinto le semine di orzo che aumentano quest’anno del 3% per un totale di 267.868 ettari.

  • Italia e italiani in mutande e il governo cerca la soluzione nei sexy shop

    Procedura d’infrazione per l’Italia comminata dall’Unione europea? Scelta del dicastero per il commissario italiano? Trattative per le altre nomine europee, dal presidente della Commissione al presidente dell’Unione? Scambi di vedute sul futuro mentre rimangono insoluti i problemi legati all’immigrazione, all’aumento della povertà, alla mancanza di lavoro? L’elenco delle emergenze nazionali ed europee è molto lungo ma il governo italiano preferisce varare un provvedimento che agevola e aiuta i sexy shop piuttosto che affrontare i temi europei, che ci riguardano, o i temi nazionali che opprimono tante categorie di cittadini e lavoratori.
    Mentre decine di migliaia di persone, espulse dal mondo del lavoro o che al mondo del lavoro tradizionale, anche a tempo determinato, non sono mai riuscite ad arrivare e si devono accontentare di fare i prestatori di servizi per lavori che durano da un giorno a poche settimane e sono pagati, se sono pagati, dopo 90 giorni, il governo si occupa dei sexy shop. Non facciamo commenti morali, ogni governo ha la sua morale, ma certo dopo che la Lega, in passato, ha acconsentito alla coltivazione ed alla vendita dei prodotti derivanti dalla cannabis ed ora chiude i negozi e di conseguenza le coltivazioni di quegli stessi prodotti che prima erano consentiti, ci sembra veramente paradossale che nelle nuove disposizioni per combattere la povertà e la disoccupazione si ignorino le centinaia di migliaia di prestatori di servizi e ci si occupi dei piccoli esercizi che potrebbero aprirsi nei piccoli centri per distribuire vibratori e quant’altro utile a fare del sesso non un sano piacere ma un piccolo business. Come se non fosse già sufficiente tutto quello che esiste nel settore.
    I prestatori di servizi non solo sono pagati a 90 giorni ma spesso non sono pagati e certo chi non è pagato non potrà fare causa per 100 o 200 euro! Resta un settore di persone abbandonate dallo Stato, che non possono accedere ad un prestito bancario o di altro genere, che non hanno garanzie non solo sulla continuità, anche temporanea, del loro lavoro ma neppure garanzie di retribuzione a lavoro svolto. Mentre le agenzie che danno gli incarichi sono pagate subito, i prestatori di servizi, dei quali si avvalgono, ricevono il compenso, se lo ricevono, dopo mesi. Questo è libero mercato o sfruttamento? Perché né l’Europa né i partiti al governo, M5s e Lega, hanno detto una parola? Perché anche i partiti d’opposizione tacciono? Forse perché questi lavoratori a fine anno non rientrano, ovviamente, tra i contribuenti interessanti per lo Stato? Forse perché la politica è tanto distante e avviluppata su se stessa da non conoscere la realtà?
    Potremmo fare molte battute sulle agevolazioni per i sexy shop, preferiamo lasciarle a chi ha una testa per pensare e giudicare. Ma vogliamo comunque condannare l’insipienza di crede che si possa far politica non conoscendo la realtà e le necessità del Paese, perché sia al governo che all’opposizione non vediamo più dilettanti allo sbaraglio ma semplicemente degli ignoranti. Il Paese è in mutande, gli italiani sono in mutande, ma certo non è nei sexy shop che la classe politica italiana può trovare la risposta adeguata, se proprio dobbiamo dirlo con una battuta!

  • La Corte di giustizia Ue impone all’Italia di recuperare l’Ici sugli immobili della Chiesa cattolica

    L’Italia dovrà recuperare il mancato gettito Ici dovuto dalla Chiesa. La Corte di Giustizia Ue ha annullato la decisione con cui la Commissione europea ha rinunciato a ordinare il recupero di aiuti illegali concessi dall’Italia sotto forma di esenzione dall’imposta comunale sugli immobili, Ici, per gli enti ecclesiastici e religiosi.

    Il caso fa seguito al ricorso presentato al Tribunale Ue dall’istituto d’insegnamento privato Scuola Elementare Maria Montessori (‘Scuola Montessori’) e da Pietro Ferracci, proprietario di un ‘bed & breakfast’, per chiedere di annullare la decisione della Commissione del 19 dicembre 2012 che stabiliva che l’esenzione Ici alla Chiesa era un aiuto di stato ma non ne ordinava il recupero, ritenendolo assolutamente impossibile. Inoltre in quell’occasione Bruxelles stabilì che l’esenzione Imu introdotta nel 2012 non costituiva un aiuto di Stato. Ma la Scuola Montessori e Ferracci hanno lamentato, in particolare, che tale decisione li ha posti in una situazione di svantaggio concorrenziale rispetto agli enti ecclesiastici o religiosi situati nelle immediate vicinanze che esercitavano attività simili alle loro e potevano beneficiare delle esenzioni fiscali in questione. Il Tribunale ha dichiarato i ricorsi ricevibili, ma li ha respinti in quanto infondati.

    La Scuola Montessori e la Commissione hanno dunque proposto impugnazioni contro tali sentenze. E con la sentenza di oggi la Corte di giustizia esamina per la prima volta la questione della ricevibilità dei ricorsi diretti proposti dai concorrenti di beneficiari di un regime di aiuti di Stato contro una decisione della Commissione la quale dichiari che il regime nazionale considerato non costituisce un aiuto di Stato e che gli aiuti concessi in base a un regime illegale non possono essere recuperati. Nel rilevare che una decisione del genere è un “atto regolamentare”, ossia un atto non legislativo di portata generale, che riguarda direttamente la Scuola Montessori e il sig. Ferracci e che non comporta alcuna misura d’esecuzione nei loro confronti, la Corte conclude che i ricorsi della Scuola Montessori e di Ferracci contro la decisione della Commissione sono ricevibili. Quanto al merito della causa, la Corte ricorda che l’adozione dell’ordine di recupero di un aiuto illegale è la logica e normale conseguenza dell’accertamento della sua illegalità.

  • Fiscalità e condono: l’effetto beffa

    Ogni governo negli ultimi vent’anni ha elaborato il proprio condono fiscale presentandolo sempre come “l’ultimo, quello definitivo e magari quello tombale”. La titolazione ha visto la fantasia della politica esprimersi ai massimi livelli con proclami del tipo “rottamazione delle cartelle” o “voluntary disclosure” per far rientrare capitali all’estero. L’obiettivo era sempre quello di racimolare un minimo di risorse finanziarie, spesso unite a nuovo deficit che, insieme, dovevano offrire la copertura per nuove spese considerate irrinunciabili per caratterizzare l’azione del governo ed espressione della “rinnovata centralità della politica” rispetto alla bieca e cinica finanza, anche per questo varato dal governo in carica. Tuttavia si pone una questione estremamente importante, soprattutto nell’ottica del rispetto dell’istituzione, che il governo comunque rappresenta, ma anche per  tutte le istituzioni che in nome e per lo Stato operano.

    Al di là della terminologia utilizzata e del peso delle percentuali applicate per “chiudere i contenziosi”, emerge evidente il senso della beffa per chi ha sempre pagato il dovuto allo Stato come per chi, in difficoltà economica, abbia chiesto una rateizzazione rinunciando ad ampie fette del proprio benessere e stile di vita per far fronte a quanto richiesto dal sistema fiscale e dallo Stato.

    Questo senso di forte frustrazione si può ovviamente trasformare in una progressiva perdita di rispetto e considerazione per le istituzioni stesse le quali, ancora una volta, come negli ultimi vent’anni, premiano, e neppure troppo implicitamente, chi abbia deciso di mantenere una posizione debitoria penalizzando parallelamente i “poveri e regolari” contribuenti che invece regolarmente o attraverso un accordo con Equitalia hanno deciso di ottemperare alle proprie incombenze fiscali anche con grandi sacrifici.

    Questo sentimento sempre più radicato nella sempre meno considerata classe dei “contribuenti onesti e tempestivi” dovrebbe invece trovare una approfondita valutazione e non scientemente ignorata da tutto il ceto politico, se non altro per le sue gravissime ripercussioni sotto il profilo anche della tenuta della credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

    Si pone quindi a questo punto la necessità di indicare una soluzione per rendere accettabile o per lo meno non insultante per i contribuenti regolari un qualsiasi tipo di condono fiscale che oltre alla beffa non penalizzi ancora più chi invece ha pagato nei termini stabiliti dalla legge le proprie incombenze fiscali.

    La storia dei governi degli ultimi vent’anni ci insegna come i condoni fiscali rappresentino “l’estrema ratio” con l’obiettivo appunto di reperire le risorse finanziarie aggiuntive, e quindi una tantum finalizzate alla copertura finanziaria di scelte di politica specifiche del governo per l’anno in corso, e probabilmente per quello successivo, che dovrebbero caratterizzare l’unicità come l’espressione della politica del governo in carica regolarmente eletto.

    Quindi, al di là della sterilità di una norma finanziaria una tantum, che successivamente vede poi spesso riaprirsi i termini per l’adesione ai nuovi parametri temporali del condono, l’unica soluzione possibile per evitare che buona parte degli italiani che invece regolarmente paga le incombenze fiscali percepisca il senso della beffa dal condono stesso è semplicemente rappresentata dalla decisione di destinare tutte le risorse reperite attraverso la lotta all’evasione fiscale e la chiusura di posizioni fiscali debitorie dei vari contribuenti interamente destinate alla diminuzione della pressione fiscale complessiva.

    In altre parole l’opportunità di fornire un supporto normativo alle persone che non fossero in grado di pagare le proprie incombenze fiscali dovrebbe rivelarsi un vantaggio o quanto meno non una beffa anche per la maggioranza dei contribuenti che invece hanno sempre rispettato le regole il cui contenuto finanziario si possa tradurre, negli anni a seguire, in un alleggerimento della pressione fiscale stessa. Tale decisione strategica di trasformare una scelta prettamente politica (condono fiscale) in un vantaggio generale per tutti i contribuenti, destinando le risorse all’alleggerimento della pressione fiscale stessa, rappresenterebbe un primo passo verso quella riduzione della pressione fiscale promessa, essa stessa legata a proclami vuoti e privi di copertura finanziaria, ma invece espressione di una strategia di impiego di risorse innovativa.

    Sottovalutare l’aspetto beffardo della lunga serie di condoni fiscali nei confronti di chi ha sempre ottemperato ai propri obblighi rappresenta uno dei più grossi errori dei governi degli ultimi vent’anni come di quello attuale.

  • Fiscalità di vantaggio: cui prodest

    La scelta relativa a dove realizzare il sito di produzione dei Suv BMW da parte della casa bavarese venne influenzata dalla politica di fiscalità di vantaggio che lo stato del South Carolina offriva per attirare  investimenti produttivi. Viceversa la Mercedes per la propria produzione scelse l’Alabama per i medesimi motivi e medesimi Suv. Attualmente, ancora la Mercedes ha deciso di investire un miliardo di dollari negli Stati Uniti nella produzione del primo Suv elettrico. In questo caso un elemento aggiuntivo è sicuramente la riduzione della tassazione sugli utili di impresa (corporate tax) operata dall’amministrazione Trump.

    In entrambi i casi risulta evidente l’effetto dell’azione di politica fiscale dei singoli stati statunitensi i quali cercano di attirare investimenti (che permettono quindi un aumento degli occupati e del PIL) promettendo innanzitutto la stabilità fiscale ed una vera e propria fiscalità di vantaggio che si esprime attraverso aliquote che rendono competitivo il maggior costo del lavoro rispetto ai paesi del Far East, ma compensabile grazie all’ottimo livello della pubblica amministrazione e la grande qualità professionale.

    In entrambi i casi la sintesi tra fiscalità di vantaggio e quindi sostenibilità unita alla decisione del presidente Trump di abbassare l’aliquota nazionale sui redditi di impresa manifesta  l’intenzione e soprattutto ottiene il risultato di rendere di nuovo competitivi ed attrattivi gli Stati Uniti d’America grazie al combinato di due politiche fiscali, nazionale e dei singoli Stati della Federazione.

    Una politica che  in Europa viene da tempo ampiamente adottata dalla Gran Bretagna nella quale FcA ha stabilito la propria nuova sede fiscale ma anche dall’Irlanda, dall’Austria, dalla Slovenia ed ora anche dalla Croazia.

    Al di là ed al di qua dell’Atlantico, in altre parole, la leva fiscale (ma potremmo dire tutto l’approccio al rapporto tra il sistema fiscale e le imprese) viene utilizzata in chiave competitiva dalle autorità politiche che hanno compreso come  un mercato globale esponga anche i singoli stati (espressione di sistemi politici ed economici) alla concorrenza nella ricerca di investimenti produttivi. Logica conseguenza evidenzia come sia vitale ottimizzare il pacchetto che un paese intende offrire  con il combinato tra  sistema fiscale, qualità della pubblica amministrazione e dei servizi.

    Una strategia economica e fiscale che ha dato grandissimi risultati ottenuti con la riduzione delle aliquote su redditi di impresa dell’amministrazione Trump, vista la fuga per esempio della FcA dal Messico riportando la propria produzione di Pick Up all’interno degli Stati Uniti. Una tendenza confermata anche dai nuovi investimenti di Google a Londra, di Jp Morgan ed Apple sempre all’interno del perimetro statunitense.

    In Italia viceversa il governo Renzi ha introdotto l’aliquota fissa di 100.000 euro per tutte le persone con redditi  milionari affinché questi scelgano l’Italia come propria residenza fiscale. La logica di tale scelta (in modo alquanto imbarazzante) viene spiegata attraverso la convinzione che la presenza di queste persone dotate di una forte capacità di consumo possano, a caduta, offrire un miglioramento della qualità della vita per i contribuenti italiani.

    Il confronto tra le strategie economico fiscali italiana e statunitense ed europea relativamente all’utilizzo della leva fiscale dimostrano il livello culturale ed economico ed evidenziano  l’imbarazzante declino assoluto al quale è ormai e arrivato il nostro Paese, partendo dalla semplice analisi delle immediate ricadute che un’impresa che localizzi il proprio sito produttivo all’interno di un  territorio offra in termini di occupazione diretta ed indiretta rispetto ad un singolo milionario.

    A conferma di questo insostenibile, e ripeto, oltremodo imbarazzante confronto tra la politica fiscale  italiana rispetto a quella europea e statunitense basti ricordare che il nuovo calciatore della Juventus Ronaldo, al di là dell’ingaggio che percepirà (come lavoratore dipendente i contributi vanno pagati dalla Juventus), per gli altri circa 24 milioni aggiuntivi che percepirà dalle varie società contribuirà con 100.000 euro complessivamente a saldare ogni spettanza con il sistema tributario italiano, mentre per un  lavoratore come per un imprenditore la pressione media fiscale è del 43.2% mentre il Total Tax Rate va oltre il 62% .

    In perfetta continuità con la decisione del  governo Renzi infatti per le rendite finanziarie il governo Gentiloni  ha introdotto una flat Tax del 26% con la possibilità di compensare le minusvalenze (possibilità negata alle imprese in relazione ai crediti con la pubblica amministrazione): un’aliquota che favorisce le rendite  finanziarie oltre i 750.000 euro penalizzando ancora una volta i piccoli risparmiatori.

    Tornando quindi ai percettori di reddito  milionari, il sistema fiscale italiano applica aliquote che vanno dal 10% per un reddito di 1.000.000 al 0,4% per i probabili oltre 24 milioni di utili che le diverse società assicurano a Ronaldo.

    In altre parole, mentre all’estero si utilizza la leva fiscale per attrarre investimenti che producono occupazione diretta ed indiretta assieme a PIL aggiuntivo, in Italia i governi degli ultimi tre anni, Renzi e Gentiloni, hanno utilizzato questa leva fiscale per favorire le rendite finanziarie ed attrarre singoli percettori di redditi milionari. La differenza tra le due diverse strategie ed ovviamente obiettivi raggiunti viene certificata dai livelli di sviluppo economico.

    Al tempo stesso le due  politiche fiscali rappresentano la distinzione tra lo spessore culturale e le competenze economico-strategiche della nostra classe dirigente e politica i cui effetti risultano  ormai ampiamente verificabili.

    Il  nostro Paese nell’attuale situazione di declino economico si preoccupa di creare le condizioni ideali per un calciatore ma non per un’impresa che crei occupazione e Pil aggiuntivo.

    Una scelta…Una strategia…espressione inequivocabile del nostro declino culturale…

     

  • Nessun rincaro delle tasse per universitari della Ue in Inghilterra nel 2019

    Gli studenti Ue pagheranno ancora le stesse tasse universitarie (pari a 9.250 sterline) dei compagni britannici nell’autunno 2019, il momento dell’avvio del primo anno accademico dallo scattare della Brexit. E’ l’impegno preso dal segretario all’educazione del governo britannico, Damian Hinds, secondo quanto riferiscono i media britannici. I ragazzi che si iscriveranno l’anno prossimo nelle facoltà in Gran Bretagna beneficeranno ancora di questo trattamento eguale a quello degli studenti locali per il tempo del loro percorso di studi universitari. Al momento non c’è ancora nessun accordo tra Ue e Gran Bretagna sul reciproco trattamento degli studenti post Brexit. Se gli europei dovessero essere considerati studenti di Paesi terzi a tutti gli effetti, i costi d’iscrizione alle università britanniche salirebbero in modo sensibile.

  • Italia al 19esimo posto nella Ue per innovazione e seconda per gettito fiscale delle imprese

    L’Italia resta diciannovesima nella classifica stilata dalla Commissione europea dei Paesi più innovatori confermando il risultato dell’anno precedente. Lo comunica l’esecutivo europeo in una nota. Nel quadro europeo di valutazione dell’innovazione, la Svezia si conferma il Paese leader nell’Ue insieme a Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Regno Unito e Lussemburgo, mentre la Germania retrocede dal gruppo dei Paesi leader a quello dei ‘forti’ innovatori.

    “Il quadro di valutazione del 2018 dimostra ancora una volta che l’Europa è ricca di talenti e di spirito imprenditoriale – ha commentato Elżbieta Bieńkowska, commissaria per l’industria – ma che deve impegnarsi di più affinché quest’eccellenza si traduca in risultati positivi”. A livello mondiale l’Ue sta recuperando il ritardo nei confronti di Canada, Giappone e Stati Uniti e mantiene il proprio vantaggio sulla Cina che però si sta riducendo progressivamente a causa di un tasso di incremento del rendimento innovativo cinese superiore di quasi tre volte a quello europeo.

    “Le nostre proposte per Orizzonte Europa, il prossimo programma di ricerca e innovazione dell’Ue”- ha aggiunto Carlos Moedas, Commissario per la Ricerca, la scienza e l’innovazione – “permetteranno di accelerare l’innovazione lungo l’intera catena del valore e di individuare e potenziare le innovazioni rivoluzionarie».

    Indietro nell’innovazione, il Belpaese è invece in cima alla classifica europea per incidenza del prelievo fiscale delle imprese sul gettito tributario totale: le aziende italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno e tra i principali Paesi europei solo l’Olanda (14,2%) registra una incidenza del prelievo fiscale sul gettito fiscale totale superiore (14,1%)., secondo quanto segnala la Cgia di Mestre, sottolineando che con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3%, sulle spagnole dell’11,6%, su quelle britanniche dell’11,4% e sulle francesi del 10,2%.

  • Il Comune di Milano regola la Tari per il 2018, ma non decide sui rimborsi Tari per il 2017

    Con 26 voti a favore e 6 contrari, il Consiglio comunale di Milano ha approvato il piano tariffario per il 2018 della tassa sui rifiuti (Tari) e ha anche approvato il nuovo regolamento Tari, modificato dopo la circolare del Ministero delle Finanze sull’applicazione della quota variabile della Tari per le utenze domestiche e le loro pertinenze. Sulla base delle nuove indicazioni del Mef sono cambiate le tariffe perché aumenta la quota variabile per le utenze domestiche: sono previsti sconti fino al 50% della parte variabile della tariffa per le attività commerciali e industriali che producono e distribuiscono generi alimentari e che cedono gratuitamente parte dei beni eccedenti agli indigenti e alle persone in condizioni di bisogno attraverso una rete di onlus certificate; ci sarà una riduzione del 25% della tariffa per le attività commerciali e artigianali nelle aree chiuse al traffico a causa dello svolgimento di cantieri di opere pubbliche e verranno esclusi dal conteggio 145.348 tra box e autorimesse sui quali prima veniva applicata la quota variabile.

    Resta però aperta la grana per la Tari pagata nel 2017, anno in cui una circolare del Ministero delle Finanze ha cambiato i criteri di calcolo e quindi di pagamento. In attesa che sulla questione si pronunci la Corte dei Conti, il Comune non intende restituire nulla di quanto ha percepito, anche se i calcoli di quanto dovuto sono mutati, in alcuni casi riducendo l’importo dovuto da chi pure aveva già pagato. Una situazione da far west così sintetizzata da Maurizio Giannattasio sul Corriere della Sera: «Prendiamo un’abitazione di cento metri quadri. Con il regolamento ante-Mef un nucleo famigliare con un’abitazione di cento metri quadrati senza box avrebbe pagato un totale di 298,67 euro, 187,79 euro per la parte fissa e 111,08 per la quota variabile. Con la nuova disciplina il totale aumenta e arriva a 316,39 euro: 187,8 per la parte fissa e 128,58 per la parte variabile. Al contrario un nucleo composto da tre persone con un appartamento di 80 metri quadri a cui si aggiunge un box pertinenziale di 20 vedrà diminuire la sua spesa. Prima pagava in tutto 390,14 euro di cui 261,31 per l’abitazione (150,2 per la parte fissa e 111 per la variabile), e 128,83 per il box (33,62 per la fissa e 95,21 per la variabile. Adesso il suo contributo per la Tari scende a 316,39 euro (187 per la parte fissa, 128,59 per la variabile). Altro esempio che sembra andare nella direzione opposta, ma che serve meglio a chiarire le ‘limitazioni’ delle pertinenze. Se si prende un nucleo famigliare di 4 persone che vivono in una casa di 140 metri quadrati e sono proprietari di 8 garage pertinenziali la cifra che andranno a spendere nel 2018 per la tari sarà di 1.492,35 euro contro i 1.453,63 del 2017. Perché? Perché viene ritenuto pertinenziale uno solo degli otto box, il più grande, mentre gli altri sette sono sottoposti alla quota variabile. Manca l’esempio più «doloroso». Un single che vive in un appartamento senza box. Per lui o lei, l’aumento dovrebbe arrivare fino a un massimo del 4 per cento. Ma, oltre agli esempi, sono arrivate in commissione anche le polemiche sul nuovo regolamento con l’opposizione scatenata. Non tanto sulle nuove regole quanto sui mancati rimborsi dopo il «congelamento» da parte di Palazzo Marino in attesa di un parere della Corte dei Conti sulla possibilità di restituire i soldi prelevandoli dalla fiscalità generale. Fino a quel momento, il Comune non metterà mano al portafoglio».

  • Addio alla scheda carburante

    Tra le novità di maggior impatto della legge di bilancio 2018 (Legge n. 205/2017) possiamo annoverare sicuramente la scomparsa della scheda carburante con effetto dal 1 luglio 2018. Anche in questo caso si tratta di misure varate dal legislatore per contrastare l’evasione fiscale.

    Tutti sappiamo che per dedurre i costi del carburante per autotrazione acquistato nell’esercizio di imprese, arti e professioni e per detrarre la relativa imposta sul valore aggiunto, ai sensi del DPR 444/1997 il soggetto acquirente è tenuto a compilare in modo analitico la scheda carburante che sostituisce a tutti gli effetti la fattura. Facciano attenzione i malintenzionati che proprio questa integrale sostituzione della fattura con la scheda carburante, tra l’altro, comporta l’estensione della normativa sanzionatoria di cui all’emissione di fatture false alle operazioni di falsificazione o manomissione delle schede carburanti.

    Nonostante le conseguenze insite nell’uso distorto delle schede carburanti, evidentemente il malcostume è diffuso tanto che il settore dei carburanti e della certificazione dei relativi corrispettivi presenta, ancora oggi, ampie sacche di evasione. Ed è proprio per questo, riteniamo, che la deducibilità del relativo costo e la detraibilità della relativa IVA subiscano delle decurtazioni legislative che, altrimenti, non troverebbero ragion d’essere.

    Tutto ciò non è stato sufficiente. Con l’intento appunto di contrastare questi fenomeni il legislatore ha imposto, con decorrenza 1 luglio 2018, l’obbligo di pagamento del carburante con moneta elettronica per consentirne la deducibilità del costo. Inoltre, con la medesima decorrenza, gli acquisti di carburante effettuati da soggetti titolari di partita iva dovranno essere certificati tramite fattura elettronica (anticipando l’obbligo della fattura elettronica generalmente previsto per il 1 gennaio 2019).

    Con riferimento alla tracciabilità dell’acquisto tramite moneta elettronica già era intervenuto il Decreto sviluppo del 2011 prevedendo l’esonero dall’obbligo di compilazione della scheda carburante per coloro che si impegnassero ad effettuare i pagamenti dei rifornimenti esclusivamente con carte di credito o di debito intestate al titolare dell’impresa. Nonostante tale previsione sia tutt’ora in vigore e non sia stata formalmente abrogata, di fatto lo sarà con l’entrata in vigore delle nuove norme più sopra presentate.

    Non pochi saranno i problemi pratici: si pensi alle possibili code connesse con i tempi di emissione della fattura elettronica, ai rifornimenti presso le stazioni automatiche.  Probabilmente una semplificazione in tal senso dovrà essere concessa ai contribuenti. Una soluzione operativa potrebbe essere quella di stipulare contratti di netting con le compagnie petrolifere: in modo semplice il contribuente potrebbe effettuare i rifornimenti nei circuiti convenzionati, pagare con l’apposita carta e ricevere a fine mese la fattura elettronica dei rifornimenti effettuati.

    Concludiamo con un’osservazione: se pur condivisibile lo spirito della norma, ancora una volta sembrano aumentare le difficoltà amministrative dei contribuenti senza comunque che venga a crearsi il legame tra la targa del mezzo e il relativo rifornimento di carburante che consentirebbe la certezza di escludere usi fraudolenti. Allo stato dei fatti, forse, sarebbe stato sufficiente rendere obbligatoria la tracciabilità dei pagamenti così come previsto dal regime opzionale istituito dal decreto sviluppo.

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