Tasse

  • Corporate Tax by Yellen & Biden

    Si potrebbe persino essere d’accordo con la proposta del Presidente degli Stati Uniti Biden e del segretario al tesoro Yellen su una tassazione minima delle multinazionali applicabile in tutto il mondo, intesa sia come risposta all’emergenza finanziaria legata alla pandemia che alla lotta ai paradisi fiscali i quali sottraggono risorse finanziarie con una tassazione degli utili di impresa infinitesimale.

    Resta da comprendere per quale motivo i principi della concorrenza applicati all’interno del mercato globale e che rappresentano il pilastro fondamentale tra i diversi sistemi economici nell’economia privata non possano viceversa essere applicati ai sistemi fiscali e politici per attrarre investimenti e creare benessere ed occupazione.

    A parte questo trattamento particolare riservato appunto alle pubbliche amministrazioni statali contemporaneamente all’introduzione di una tassazione minima, venendo meno il principio della concorrenza, dovrebbe essere indicata anche una tassazione massima (cioè un aliquota massima) oltre la quale uno stato non possa spingersi per finanziarie la propria spesa pubblica.

    Solo in questo contesto di reciprocity fiscale potrebbe essere adottabile una tassazione minima per le multinazionali e per le imprese in generale. Nel caso contrario sarebbe solo ed esclusivamente l’ennesimo artificio fiscale espressione di una manovra politica per assicurare maggiori risorse a disposizione della classe politica.

    (*) Il problema italiano invece è quello della scarsa produttività della stessa spesa pubblica alla quale delle risorse aggiuntive non modificherebbero gli già scarsi effetti.

  • Biden e l’illusione progressista

    Il Lichtenstein applica una aliquota del 12,5% sui redditi di impresa mentre l’Olanda impone una tassazione alle società del 20%. In Europa l’Olanda e il Lussemburgo (membri della Ue) ed il Liechtenstein vengono indicati come stati canaglia sotto il profilo fiscale in quanto offrono agevolazioni che permettono l’esterovestizione a molte aziende attratte dalla vantaggiosa legislazione fiscale. In questo senso, in seguito alla alla Brexit, la Gran Bretagna annunciato che ridurrà la tassazione al 18% per le società.

    Il Delaware, e si passa nel continente statunitense, è per estensione il secondo stato più piccolo degli Stati Uniti. La sua centralità, tuttavia, nell’economia mondiale è giustificata grazie all’applicazione di un’aliquota dell’8,7% sulla tassazione di impresa.

    Grazie a questa fiscalità fortemente attrattiva per l’impresa estera il Delaware conta registrate sul proprio territorio oltre 1.500.000 società (tra le quali molte europee) le quali hanno spostato la propria sede a fronte di una popolazione locale di 970.000 abitanti: 1,5 società per abitante.

    Per la prima volta, quindi, un paradiso fiscale assolutamente legittimo ha espresso il proprio presidente degli Stati Uniti cioè Joe Biden.

    Qualcuno tra i nostri democratici progressisti, illuminati politici e pensatori si dimostra ancora convinto che nei prossimi anni assisteremo ad una nuova centralità degli Stati Uniti, quindi abbandonando la posizione isolazionista. Una speranza che può arrivare fino ad una possibile armonizzazione delle fiscalità internazionali (*) magari proprio sulla spinta “progressista” della nuova amministrazione Biden.

    Ancora una volta il nostro Paese, come l’Europa, ma soprattutto gli ambienti culturali che si definiscono progressisti interpretano attraverso la propria ideologica gli eventi esteri dei quali ignorano i connotati principali. Convinti nella propria visione oscurantista che sia sufficiente la nomina di un viceministro della sanità cross dresser per dimostrare l’applicazione della ideologia progressista. Oppure fermare la realizzazione del muro al confine con il Messico inaugurato da un democratico e progressista presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton.

    Giova ricordare quindi come anche per il nuovo presidente degli Stati Uniti la centralità dello sviluppo avrà come epicentro gli Usa (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). A differenza di quanto pensano gli illuminati politici europei e soprattutto italiani.

    (*) intesa come isolamento politico degli stati che applicano politiche fiscali fortemente attrattive.

  • La Ue introduce pedaggi autostradali più cari per veicoli più datati e inquinanti

    La Commissione europea vuole legare i pedaggi autostradali alle emissioni di CO2 dei veicoli, così da premiare chi inquina meno, incoraggiare l’uso di motori elettrici o ibridi e promuovere l’ammodernamento dei veicoli in circolazione (nel 2018 l’età media nell’Ue andava dai 10,8 anni delle autovetture ai 12,4 dei camion; in Italia siamo più o meno sul valore medio).

    L’idea stuzzicava i vertici dell’Unione già da tre anni (concepita all’inizio solo per i mezzi pesanti, si è estesa gradualmente alle automobili) e ha appena avuto il via libera dalla Commissione La normativa approvata dovrà essere recepita entro il 2022 dagli Stati dell’Ue. Ogni Paese per proprio conto potrà decidere quali dovranno essere i parametri con cui applicare la sovrattassa, tenendo conto della regola generale. Nel 2018 il Parlamento europeo aveva avviato una modifica dei pedaggi per camion e pullman, incoraggiando l’adozione della tariffa autostradale a chilometro, nell’Ue già in vigore da tempo in Italia, Francia, Croazia, Polonia, Spagna, Portogallo e Grecia, mentre in altri Paesi si usano le cosiddette vignette a prezzo fisso (Austria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) e in altri ancora non si paga nulla (Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca).

    La Commissione europea ha deciso di accelerare i tempi, che in precedenza prevedevano nell’Unione la riforma dei pedaggi per i mezzi pesanti dal 2023, per le auto dal 2026 e per i veicoli commerciali leggeri dal 2027. Le indicazioni della stessa Commissione prevedono uno sconto fino al 75% per i veicoli che inquinano meno.

  • La patrimoniale ovvero il Mes degli “stupidi”

    Valutare le diverse forme di finanziamento della spesa pubblica risulta abbastanza complesso ed articolato.

    I parametri di riferimento, per esempio, del costo al servizio del debito pubblico sono in continuo cambiamento in considerazione del fatto che gli ultimi finanziamenti di titoli hanno raggiunto rendimenti bassissimi se non addirittura negativi.

    Relativamente al Mes sanitario ed ora ad una ipotetica tassa patrimoniale si è aperta una battaglia tra scuole di pensiero articolate in base alle quali risulta difficile individuarne completamente le strategie. Chi si oppone al Mes sostanzialmente afferma come sia più conveniente stampare denaro e quindi aumentare la base monetaria. In alternativa la medesima scuola economica indica nel monetizzare il debito pubblico attraverso l’emissione di titoli che vengono completamente ed interamente acquistati dalla BCE. Due strategie della medesima dottrina economica che non tiene in alcuna considerazione gli effetti depatrimonializzanti per esempio del risparmio.

    In antitesi la posizione favorevole al Mes a sua volta afferma come le risorse ottenute presentano un costo del debito sostanzialmente basso (anche se forse superiore all’andamento delle ultime emissioni di titoli pubblici) ma soprattutto una destinazione certa: quella di finanziarie il sistema sanitario nazionale. Di conseguenza queste risorse sarebbero disponibili subito e con un vincolo di spesa ben preciso che obbligherebbe il governo ad utilizzarle semplicemente per il SSN.

    A queste due posizioni si è aggiunta una a terza, sicuramente quella più imbarazzante, che individua in una tassa patrimoniale la possibilità di reperire risorse finanziarie aggiuntive rispetto al Mes stesso o alla monetizzazione del debito pubblico. Una posizione prettamente ideologica la quale, esattamente come l’addizionale IRPEF oltre un determinato livello di reddito introdotta dal governo Monti, violerebbe il principio di uguaglianza e molto probabilmente verrebbe annullata in seguito dagli organi competenti.

    Queste sono le due macro posizioni che si contrappongono nell’utilizzo del Mes alle quali si aggiunge quella sciagurata dell’introduzione di una patrimoniale che rimane una questione di fondo relativa alle modalità di utilizzo delle risorse finanziarie a debito.

    In questo contesto va invece ricordato come senza una riforma sostanziale del metodo di spesa ed un profondo cambiamento della pubblica amministrazione e della propria struttura burocratica queste risorse aggiuntive, dalla stampa di moneta o dalla monetizzazione del debito pubblico o da una patrimoniale, risulteranno assolutamente inutili in quanto gli effetti che sortirebbero, come in passato, sarebbero minimali.

    Si aggiunga, poi, come sia oltremodo manieristico opporsi al Mes ed ai suoi “costi aggiuntivi” relativi al differenziale del costo degli interessi di 38 miliardi quando l’Italia ha già raggiunto i 2600 miliardi di debito pubblico.

    Di certo non si può pensare di stampare moneta come se fossimo al Monopoli, come qualche economista non solo italiano propone, perché verrebbero meno i fondamenti economici e patrimoniali sui quali si basa il valore di una valuta. Giova ricordare, infatti, come il valore reale di una valuta non venga determinato dalla Nazione o Unione emittente ma dal mondo finanziario sulla base di parametri ben conosciuti come: 1. sostenibilità del debito, 2. potenzialità di crescita economica del paese, 3. affidabilità della classe politica, 4. funzionamento della macchina giudiziaria, 5. valore della formazione ed istruzione universitaria in aggiunta ad altri.

    Per le medesime considerazioni risultano ridicole le considerazioni relative ad un possibile cancellamento del debito pubblico avanzata da una delle massime autorità dell’Unione Europea che conferma come il declino culturale sia un male comune e non solo italiano.

    Da oltre un anno si parla dell’utilizzo Del Mes e l’effetto di questa polemica è quello di avere un sistema sanitario nazionale inadeguato anche alla seconda ondata perché non sono state investite risorse finanziarie che il Mes, invece, avrebbe messo a disposizione.

    In questo quadro demoralizzante si inserisce la questione di una patrimoniale che dà l’idea della metastasi culturale che investe la nostra classe politica e dirigente. Nel caso in cui, poi, qualcuno obbiettasse e chiedesse per quale motivo gli altri Stati non abbiamo utilizzato il Mes la risposta è molto semplice. La Germania da oltre un anno emette titoli del debito pubblico a tassi negativi ed ha un rapporto debito pubblico/Pil al 69% mentre il nostro Paese viaggia al 160%, la Francia (98%) e la Spagna (97%) hanno rapporti tutti sotto il 100%.

    In relazione invece alla terza opzione relativa alla tassa patrimoniale si ricorda che il Total Tax rate italiano si attesta attorno al 64%, quindi ogni aumento della pressione fiscale risulta insostenibile. Valori della pressione fiscale che meriterebbe la messa sotto accusa di tutti i titolari dei dicasteri economici e fiscali degli ultimi 30 anni per manifesta vessazione del contribuente italiano. Solo degli irresponsabili trascorrono un anno discutendo della validità finanziaria del Mes in attesa di una possibile seconda ondata (ma già si parla di una possibile terza) di contagi per poi ritrovarci privi di risorse finanziarie per fronteggiarla. Per poi magari proporre una tassa patrimoniale espressione della massima stupidità in relazione al balletto politico durato un anno. I costi di questo temporeggiare ricadono ovviamente sulla comunità e non certamente sui veri responsabili di questo vergognoso e stupido attendismo politico.

    P.S. Si ricorda inoltre che, a differenza della matematica, l’economia rappresenta un sistema complesso ed articolato che tende ad un equilibrio senza mai raggiungerlo. Risulta una contraddizione in termini la ricerca di questo equilibrio attraverso delle ricette matematiche che non lascino margini alla flessibilità.

  • Allarme Covid così serio che i governi rinviano al 2021 l’accordo sulla Webtax

    Covid e dissidi tra Paesi allungano i tempi per il raggiungimento di un accordo sulla Webtax, il sistema di tassazione sui giganti del web, che non potrà essere raggiunto prima del 2021. Una prospettiva che allarma l’Ocse che vede ricadute sulla crescita complessiva delle economie. “Nello scenario peggiore – una guerra commerciale globale innescata da tasse unilaterali sui servizi digitali in tutto il mondo – il mancato raggiungimento di un accordo potrebbe ridurre il PIL globale di oltre l’1% all’anno”, avverte l’organizzazione parigina. Qualcosa si muove comunque. E nell’ultima riunione dello scorso 8-9 ottobre “sono stati fatti progressi sostanziali verso il raggiungimento di una soluzione a lungo termine”, osserva l’Ocse e aggiunge che “gli ultimi colloqui riflettono opinioni convergenti su caratteristiche politiche chiave, principi e parametri per un futuro accordo. Sono state inoltre identificate le questioni politiche e tecniche rimanenti in cui le differenze di opinioni devono ancora essere colmate e le fasi successive del processo multilaterale”. Ma in questo processo “i negoziati sono stati rallentati sia dalla pandemia che dalle differenze politiche”. Obiettivo finale resta comunque quello di garantire che “le imprese multinazionali ad alta intensità digitale o rivolte ai consumatori paghino le tasse laddove conducono affari sostenuti e significativi, anche quando non hanno una presenza fisica, come è attualmente richiesto dalle norme fiscali esistenti”. Commenta il Segretario generale dell’Ocse Angel Gurría: “È chiaro che sono necessarie nuove regole per garantire l’equità nei nostri sistemi fiscali e per adattare l’architettura fiscale internazionale a modelli di business nuovi e mutevoli. Ma senza una soluzione globale basata sul consenso, il rischio di ulteriori misure unilaterali non coordinate è reale e cresce di giorno in giorno. È obbligatorio portare questo lavoro al traguardo. Il fallimento rischierebbe che le guerre fiscali si trasformino in guerre commerciali in un momento in cui l’economia globale sta già soffrendo enormemente”.

  • La Commissione europea ricorrerà contro la sentenza sul caso degli aiuti di Stato ad Apple in Irlanda

    La Commissione europea presenterà ricorso contro una sentenza del luglio 2020 del Tribunale dell’Unione europea (EGC) che ha annullato la decisione della Commissione dell’agosto 2016 secondo cui l’Irlanda ha concesso aiuti di Stato illegali ad Apple attraverso agevolazioni fiscali selettive.

    “La Commissione ritiene che nella sua sentenza il Tribunale abbia commesso una serie di errori di diritto. Per questo motivo, la Commissione sta portando la questione davanti alla Corte di giustizia europea “, ha dichiarato il commissario alla concorrenza, Margrethe Vestager.

    Fornire a determinate società multinazionali vantaggi fiscali non disponibili per i loro rivali danneggia la concorrenza leale nell’Unione europea, violando le norme sugli aiuti di Stato.

    “Dobbiamo continuare a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per garantire che le aziende paghino la loro giusta quota di tasse. Altrimenti, le finanze pubbliche e i cittadini sarebbero privati ​​dei fondi per investimenti tanto necessari e la cui esigenza è ora ancora più forte per sostenere la ripresa economica dell’Europa”, ha sottolineato la Vestager.

    La EGC a luglio ha annullato la sentenza del 2016 della Commissione, che aveva stabilito che al gigante della tecnologia erano state concesse agevolazioni fiscali illegali da Dublino, perchè non c’erano prove sufficienti per dimostrare che Apple aveva violato le regole di concorrenza dell’UE.

    Secondo la Commissione, all’epoca della decisione, il gigante della tecnologia aveva beneficiato di “aiuti di Stato illegali”, dopo che l’Irlanda ha concesso vantaggi fiscali indebiti fino a 13 miliardi di euro ad Apple, consentendo a quest’ultima di pagare sostanzialmente meno tasse rispetto ad altre imprese, tra il 2003 e il 2014.

    Tuttavia, il governo irlandese ha sostenuto che Apple non doveva rimborsare le tasse, poiché quella perdita di introiti da tasse è servita a rendere l’Irlanda una posto attraente per le grandi aziende.

  • Friendly tax ed il sistema fiscale italiano

    All’interno di un sistema fiscale complesso ed articolato come può essere quello di un’economia occidentale le finalità da raggiungere sono sempre individuabili nel finanziamento della macchina pubblica e soprattutto nella erogazione di servizi alle persone ed alle famiglie.

    Troppo spesso si dimentica, tuttavia, come il livello dei servizi in questo modo finanziati non risulti proporzionale alla stessa pressione fiscale complessiva, ormai insostenibile, e tanto meno alla progressività delle aliquote ma alla qualità della spesa stessa. In questo contesto, quindi, parlare di “tasse amiche” rappresenterebbe quasi una contraddizione. Il sistema fiscale italiano, infatti, machiavellica risultante e complessiva sommatoria di continue ed annuali riforme “rivoluzionarie” e “sempre finalizzate ad una maggiore equità fiscale” riesce a racchiudere al proprio interno i principi ispiratori opposti stessi della politica fiscale: progressività delle aliquote e flat tax.

    Questo formale e sostanziale controsenso viene in modo inequivocabile rappresentato da un sistema fiscale italiano con una delle tassazioni più alte in Europa ma per pochi intimi amici racchiuda al proprio interno anche una “friendly tax” tra le più generose.

    Le caratteristiche di una friendly tax sono rappresentate dalla facilità di individuazione dei beneficiari e dall’aliquota irrisoria richiesta in rapporto soprattutto alla tassazione generale.

    Va ricordato infatti come dall’avvento del governo Renzi con ministro dell’economia Padoan e vice ministro Calenda ad oggi siano settecentottantaquattro (784) i titolari stranieri di grandi patrimoni che hanno spostato la propria residenza fiscale nel nostro paese.

    Questa scelta apparentemente in controtendenza rispetto a quella delle aziende italiane che, al contrario, delocalizzano sedi fiscali e legali in Olanda e in Gran Bretagna va ricercata nella semplice friendly tax applicata dal sistema fiscale italiano alle quali chiede una tassa forfettaria di 100.000 euro. In altre parole, una persona che abbia un reddito di un milione pagherà un’aliquota forfettaria del 10% nel caso di 5 milioni del 5% mentre se il reddito risultasse di 10 milioni dell’1%. Basti pensare, calandoci nella realtà quotidiana, come ad un campione di sport che avesse un reddito di 50 milioni (Ronaldo o Messi) verrebbe applicata un’ aliquota dello 0,2%.

    In questo contesto giova ricordare come per l’acquisto dei beni di prima necessità quali i generi alimentari venga applicata una aliquota IVA del 4% e contemporaneamente per i contribuenti italiani il Total Tax Rate risulti al 64%.

    Il sistema fiscale italiano rappresentato da molteplici strati normativi che si sovrappongono l’uno all’altro rappresenta il fallimento culturale di una classe politica e dirigente la quale ha saputo, con la propria disonestà intellettuale, individuare delle microaree all’interno delle quali applicare per i propri amici la friendly tax.

    Risulta evidente quindi come il principio ispiratore del sistema fiscale italiano non venga rappresentato dall’equità fiscale la quale deve fornire risorse finanziarie anche per rendere sempre più competitivo il nostro paese in un contesto di concorrenza internazionale.

    Il vero semplicissimo cardine dell’insostenibile tassazione italiana si basa sul principio dell’amicizia.

  • La produttività del sistema fiscale

    Come spesso accade durante un periodo di profonda crisi ed a fronte di risultati discutibili dell’azione di governo si aprono dibattiti relativi all’equa ripartizione del reddito prodotto in previsione di un periodo di contenimento ed uno successivo di auspicabile ripartenza dell’economia. Questa è una inevitabile conseguenza legata all’evidenza con la quale le diverse fasce sociali abbiano affrontato la crisi economica ma soprattutto alle sempre maggiori difficoltà dei ceti meno tutelati ed economicamente abbienti.

    In un contesto simile riemerge la discussione relativa alla funzione del sistema fiscale e della sua efficacia in quanto attraverso questa viene finanziata la spesa pubblica.

    Va ricordato, infatti, come il sistema fiscale trovi la propria giustificazione non sono nella necessità di reperire risorse finanziarie per la macchina pubblica ma soprattutto nella ricerca di un riequilibrio economico e sociale tendente ad eliminare o quantomeno ad attenuare le differenziazioni economiche attraverso l’erogazione di servizi. All’interno di questo schema ideologico-politico la progressività delle aliquote trae la propria motivazione facendo proprio il principio della utilità marginale decrescente del denaro. In assoluta antitesi a questa “ideologia” fiscale si contrappongono i sostenitori della flat tax, o tassa piatta, come veicolo di nuova ricchezza disponibile.

    Il nostro Paese presenta comunque una pressione fiscale insostenibile come espressione di aliquote molto alte per le diverse fasce di reddito e con forti progressività. A queste va aggiunta un’altissima tassazione sui consumi che porta a oltre il 68% il Total tax rate.

    In rapporto quindi alle motivazioni iniziali di questa forte pressione fiscale l’unica logica conseguenza dovrebbe essere la disponibilità di un “welfare state” di primissimo livello, espressione di una società all’interno della quale le differenziazioni sociali dovrebbero venire notevolmente ridotte.

    Basti ricordare, invece, come in Italia circa 3 milioni di famiglie, quindi 9 milioni di persone, circa il 15% della popolazione, viva al di sotto della soglia della povertà.

    Emerge perciò evidente, specialmente in questo periodo di crisi, una fortissima differenziazione sociale ed economica tra diverse fasce di popolazione la quale non può che avviare un confronto relativo alla produttività del sistema fiscale italiano.

    Gli Stati Uniti, al di là dell’Atlantico, presentano una tassazione con una aliquota media vicina al 22% per i redditi fino a 165.000 dollari per una famiglia e che sale al 24% se il reddito medesimo viene percepito da un singolo. L’ultima rivelazione statistica indica come siano circa trentanove (39) milioni i cittadini statunitensi costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà fissata in 12.000 dollari all’anno. Una cifra veramente notevole ma che se viene tradotta in valore percentuale sulla popolazione si esprime con un 11,8% della popolazione, ovvero -3,2 % in meno di quanto rilevato in Italia.

    Tralasciando l’annosa questione relativa all’assicurazione sanitaria (*), la logica vorrebbe che ad  una bassa imposizione fiscale corrispondesse una fortissima forbice tra diverse fasce sociali. Partendo invece da questi due modelli di sistemi fiscali, non solo i risultati sono molto vicini ma addirittura la percentuale  favorirebbe la bassa imposizione fiscale come metodo per raggiungere una maggiore equità, o meglio, una minore differenziazione. Il Total Tax Rate Usa risulta infatti il 36.9%, poco più della metà di quello italiano.

    Tornando quindi all’analisi della percentuale di popolazione costretta a vivere al di sotto della soglia di povertà,  il triste primato italiano raggiunge livelli grotteschi se paragonato al doppio dell’imposizione fiscale statunitense.

    La differenza tra questi Total Tax Rate indica l’assoluta mancanza di produttività, tanto invocata dagli economisti quando si ragiona delle imprese private ma assolutamente ignorata per quanto riguarda la valutazione complessiva del  sistema amministrativo italiano e fiscale nello specifico.

    Esattamente come all’interno delle bollette degli italiani, dove il costo dell’energia rappresenta la metà o addirittura un terzo dell’intero ammontare richiesto, allo stesso modo il nostro sistema fiscale si trattiene, come oneri di “rete o sistema”, oltre il 60% del costo complessivo.

    Lo stato dimostra ancora una volta di rappresentare la prima causa di scarsa produttività del sistema economico italiano.

    (*) Il sistema sanitario italiano, finanziato con risorse pubbliche, dovrebbe aumentare la disponibilità economica dei cittadini e delle famiglie rispetto ad un  sistema come quello statunitense basato su polizze assicurative il cui costo grava sul budget familiare.

  • L’Olanda ed il meridione d’Italia…

    Nell’ultimo periodo caratterizzato dalla crisi da Covid 19 le diverse normative fiscali e soprattutto le diverse aliquote applicate dai diversi Stati in Europa hanno suscitato grandissime critiche in particolar modo in Italia.

    L’Olanda, in particolare, anche per l’opposizione del suo governo alla destinazione di risorse finanziarie a fondo perduto per i paesi colpiti dalla pandemia, rappresenta il primo soggetto, assieme all’Irlanda e al Lussemburgo, di tali critiche grazie alle proprie aliquote molto basse applicate ai redditi di impresa. Sfruttando il giusto principio della libertà intraeuropea molte aziende infatti hanno scelto come sede fiscale della  holding di controllo proprio l’Olanda, avvantaggiandosi quindi di una pressione fiscale molto inferiore rispetto, per esempio, a quella italiana. Il principio della concorrenza che il mercato globale applica senza alcuna correzione o attenuazione al mondo dei beni e dei servizi forniti da soggetti privati evidentemente non vale all’interno di una Comunità Europea versione moderna dell’iniziale Mercato Unico Europeo (MEC).

    La miopia politica, o meglio, lo strabismo espressione di una ideologia politica  trasforma, in più, l’applicazione di questo principio di concorrenza quale giudizio fortemente negativo in ambito europeo addirittura in una espressione di un valore aggiunto nel caso venga applicato al meridione d’Italia. Il governo in carica, infatti, ha annunciato un taglio delle imposte per le piccole e medie imprese che risiedono al Sud cercando di incentivarne l’attività e magari anche la creazione di nuove. Questa decisione assolutamente legittima è esattamente la copia della politica olandese applicata all’interno dei confini dell’Unione Europea.

    Nel suo complesso, quindi, questa politica di fiscalità di vantaggio applicata all’interno dei confini italiani si rivela come una concorrenza fiscale assolutamente negativa nei confronti delle imprese che nella loro maggior parte risiedono nel nord Italia. Paradossale poi se si considera che quello che viene fortemente criticato nell’ambito dell’Unione Europea, cioè il principio di “fiscalità di vantaggio di uno Stato rispetto ad un altro per agevolare la migrazione di aziende ed holding estere”, subisca una metamorfosi, qualora applicato in Italia, “in fattore positivo e propositivo finalizzato ad una politica economica di espansione”.

    I principi, che siano legali, economici o fiscali, rappresentano il proprio valore indipendentemente dal perimetro nazionale o internazionale all’interno del quale vengano applicati. Paradossale come chi abbia criticato la posizione olandese ora manifesti la sfacciataggine di dichiarasi apertamente favorevole ad una fiscalità proprio di tipo “olandese” (quindi di vantaggio ed in applicazione del principio della concorrenza) per il Sud del nostro paese la quale ovviamente penalizzerà ancora una volta le industrie del Nord. Le strategie economiche ma anche le stesse posizioni politiche rimangono poche ma ben confuse.

  • Decreto liquidità, opportunità da valutare con attenzione

    Con il decreto “liquidità” del 8 marzo 2020, il Governo ha inteso dare una risposta forte all’emergenza economica scaturita dall’infezione pandemica da covid-19.

    Due sono i principali interventi proposti che analizzeremo succintamente.

    Il primo, seguendo l’ordine di trattazione proposto nel decreto, è la garanzia prestata dalla SACE per il sostegno di medie e grandi imprese. Il decreto ha esteso l’accesso anche alle PMI e alle partite iva individuali subordinatamente all’esaurimento della loro capacità di utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia. La garanzia è concessa per importi variabili dal 70% al 90%, a costi calmierati. L’importo del finanziamento non può superare il maggiore tra il fatturato del 2019 o il doppio dei costi del personale del medesimo anno.

    Per ottenere la garanzia, l’impresa dovrà assumere impegni di non poco conto. Il più oneroso, a mio avviso, sarà quello di gestire i livelli occupazionali tramite le organizzazioni sindacali. Sarà necessario, ancora, impegnarsi a non distribuire i dividendi nel 2020 né a procedere al riacquisto di azioni proprie. Infine, gli importi ottenuti dovranno essere destinati a stabilimenti produttivi in Italia per sostenere i costi del personale, gli investimenti e il pagamento di fornitori del ciclo produttivo.

    Il decreto prevede anche di potenziare il sostegno pubblico all’esportazione introducendo un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni assunti da SACE verranno traslati sullo stato per il 90%, liberando in tal modo risorse per l’istituto.

    Il secondo strumento è rappresentato dal Fondo Centrale di Garanzia riservato alle PMI, alle ditte individuali e ai professionisti. L’accesso al Fondo è esteso, in deroga alla definizione comunitaria, alle aziende fino a 499 dipendenti. La garanzia è concessa dal 80% al 90%. Una corsia preferenziale con garanzia fino al 100% è prevista per i prestiti fino a 25.000 euro nel rispetto del limite del 25% dei ricavi dell’ultimo bilancio o dell’ultima dichiarazione fiscale presentati. Contrariamente a quanto previsto per SACE, la garanzia è concessa a titolo gratuito. Sono possibili operazioni di rinegoziazione del debito purché prevedano l’erogazione di liquidità aggiuntiva almeno pari al 10%.

    Proprio quest’ultima opportunità potrebbe essere particolarmente interessante e quindi incentivata dagli istituti bancari che potranno, lecitamente, surrogare i propri crediti chirografari con posizioni garantite.

    Per completare il panorama, si ricorda l’estensione ai liberi professionisti e ai titolari di partita iva della facoltà di aderire al fondo di solidarietà per la sospensione delle rate dei mutui sulla prima casa nonché la moratoria, già prevista dal DL Cura Italia, fino al 30 settembre di mutui e finanziamenti nonché l’impossibilità di revoca degli affidamenti.

    La prima considerazione che mi permetto di fare è che in nessuno dei casi analizzati è in realtà prevista l’iniezione di nuova liquidità a carico dello Stato. Quest’ultimo si “limita” a garantire il credito che verrà erogato dal sistema bancario.

    Non essendo previsti interventi a fondo perduto, si assisterà ad una dilatazione dei debiti delle imprese con il concreto rischio di spostare, solo di qualche tempo, il prevedibile default di una parte di soggetti che non saranno in grado di ripagare il debito.

    Questo rischio implica attente valutazioni da parte degli amministratori in merito allo stato di salute dell’azienda e alle possibilità di onorare puntualmente i debiti contratti.

    Nel decreto, infatti, non sono previste clausole che disapplichino la responsabilità di amministratori e degli istituti di credito per il ricorso abusivo al credito.

    Ancora una volta, quindi, sarà opportuna un’attenta pianificazione finanziaria che dimostri la sostenibilità dei debiti e che venga costantemente monitorata e aggiornata sulla base dei dati via via consolidati e di eventuali cambiamenti di scenari. Attività, questa, particolarmente complessa stante la difficoltà, allo stato attuale, di effettuare previsioni a medio lungo termine. Sarà quindi consigliabile effettuare analisi “what if” che identifichino “best case” e “worse case” ancorate su ipotesi particolarmente caute e ragionevoli, valutando i risultati con scetticismo professionale.

    Per scongiurare addebiti ex post, gli amministratori potrebbero anche ricorrere all’attestazione di un esperto esterno che certifichi lo stato di salute aziendale in un momento immediatamente precedente lo scoppio della crisi sanitaria.

    In effetti, sono state inserite clausole che tendono a sottrarre le imprese agli obblighi di ricapitalizzazione in caso di perdite e di valutazione della continuità aziendale nonché di agevolazione dei soci a sostenere finanziariamente le imprese disattivando le ipotesi di postergazione.

    Tale impianto normativo presenta, tuttavia, un orizzonte temporale particolarmente breve essendo limitato al 2020. Pertanto, a meno che si ipotizzino risultati eclatanti nel 2021 in grado di recuperare le perdite generate dalla pandemia, i problemi emergeranno in fase di approvazione dei bilanci dei prossimi anni.

    Un altro aspetto di non poco conto è rappresentato dalla conversione del debito da chirografo a privilegiato in caso di attivazione della garanzia. Situazione questa che renderebbe più difficoltosa l’eventuale ristrutturazione futura del debito o l’accesso a strumenti di risoluzione della crisi. Anche sotto questo aspetto è, quindi, importante verificare a priori la sostenibilità del debito.

    Abbiamo visto come tutto l’impianto di sostegno si basi sulla concessione di garanzie per facilitare l’erogazione di prestiti bancari. Considerando che, ad oggi, non sono previsti interventi per prorogare i termini di scadenza delle imposte di giugno, ma solo tutele per la rivisitazione del calcolo degli acconti con il metodo previsionale – acconti peraltro che, stante la situazione attuale, sarebbe auspicabile azzerare – i prestiti hanno il sapore amaro di essere finalizzati, almeno in parte, al pagamento delle stesse.

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