Tasse

  • Che altro aggiungere?

    2021. Il governo si accinge a varare gli ennesimi bonus fiscali il cui effetto sulla ripresa economica risulta quantomeno dubbio, specie per il settore delle auto elettriche, e soprattutto lascia invariato il potere di acquisto della cittadinanza.

    Ancora dentro la crisi pandemica e con una possibile quarta ondata in prospettiva, all’interno della maggioranza parlamentare la compagine in delirio per la “vittoria” elettorale (Pd) rilancia il decreto Zan mentre l’altro “alleato” (Lega) replica con la volontà del sistema pensionistico premiante, come se tutto questo fosse prioritario per la crescita del Paese.

    Il presidente di Confindustria critica aspramente, e finalmente, l’azione di governo sia in relazione ai mancati finanziamenti per la riduzione del cuneo fiscale quanto alla derubricazione del patent box declassato da una detassazione del reddito ad una deduzione dei costi.

    Questa potrebbe comunque rappresentare la legittima fotografia di una normale dialettica tra soggetti istituzionali i quali, fedeli al proprio ruolo istituzionale, si preoccupano essenzialmente del mantenimento dell’equilibrio del quadro nazionale economico finanziario (governo) e dell’affermazione della propria ideologia politica (i partiti della maggioranza e dell’opposizione) oppure del miglioramento delle condizioni di competitività dei propri associati (Confindustria).

    Un quadro tutto sommato “normale” da trent’anni a questa parte ma solo per un paese con un debito pubblico ragionevole unito ad una consolidata crescita e che magari non stesse uscendo da una crisi pandemica con un tracollo dell’economia quasi doppio rispetto a quanto subito dai paesi concorrenti.

    Va ricordato come il nostro Paese si trovi nel secondo contesto quindi di una reale emergenza all’interno del quale i fattori negativi contemporanei pandemici esaltano e aumentano a livello esponenziale le criticità espressione delle sciagurate politiche economiche dei governi precedenti negli ultimi decenni.

    Risulta, quindi, assai difficile esprimere un giudizio completo ed esaustivo in relazione alla politica economica ed istituzionale contemporanea quando emergono evidenti anche gli effetti attribuibili alle politiche governative delle passate legislature.

    Da poco, tuttavia, risulta disponibile un dato oggettivo quanto indiscutibile pubblicato dall’Ocse (*) che avrebbe dovuto guadagnare le prime pagine di tutti i giornali mentre tutto sommato è passato decisamente sottotraccia forse anche per una forma di imbarazzo. Come riporta il grafico (sempre fonte Ocse) dal 1993 ad oggi le retribuzioni in Italia si sono ridotte del -3,7% mentre in Germania si assiste ad un’importante crescita del +33,7%. La forchetta tra i due sistemi politico-economici ed espressione delle due maggiori economie manifatturiere nella retribuzione media a parità di mansioni tra Germania ed Italia risulta quindi del +37,4% a favore dei lavoratori germanici. Leggermente inferiore il gap con la Francia, ma comunque notevole, come indicatore della “povertà acquisita” dai cittadini italiani con una forchetta nelle retribuzioni del -33,3% di quelle italiane rispetto a quelle transalpine.

    Un dato tanto imbarazzante quanto incontrovertibile ed indicatore di come la fauna politica, attraverso le diverse coalizioni di governo, in associazione con il mondo accademico e degli economisti dal 1993 ad oggi abbia sempre varato delle politiche finalizzate alla creazioni di condizioni economiche favorevoli per i vari gruppi di interesse, in modo lecito si spera, ponendo in secondo piano il sostegno alla domanda interna.

    Il grafico non è in grado di evidenziare se tali scelte strategiche e gestionali dei diversi governi emergano come espressione di una imperizia ed impreparazione della classe politica nella sua articolata complessità (1), oppure esprimano un chiaro disegno all’interno del quale si è scelto razionalmente di utilizzare parte delle risorse pubbliche con l’obiettivo  di  “favorire” determinate categorie imprenditoriali (Concessionari autostradali?) e soggetti privati il cui costo inevitabilmente sarebbe stato l’impoverimento di cittadini italiani (2).

    Si pensi alla scelta di privatizzare a costi irrisori il sistema autostradale che hanno reso imprenditori con aziende in difficoltà veri e propri esattori fiscali i quali, attraverso la riduzione del 98% delle spese di manutenzione, sono riusciti in soli vent’anni a provocare la morte di 43 persone sul ponte di Genova ed a continuare a godere della stima dello stesso mondo imprenditoriale e politico e con un risultato netto di quindici (15) miliardi di attivo.

    Lo stesso continuo aumento della pressione fiscale con oltre 116 miliardi di nuove tasse nel terzo millennio ha determinato solo l’esplosione della spesa pubblica ma ha reso paradossalmente ancora più poveri i cittadini.

    Solo per fornire un termine di paragone il mercato immobiliare risulta in crescita di oltre l’85% dal 2000 ad oggi estromettendo così ogni anno una quota di popolazione dalla possibilità di acquistare la prima casa.

    A tutto questo va aggiunto l’effetto drenante di liquidità disponibile per i consumi nazionali in quanto da anni emerge evidente come la redistribuzione della ricchezza attraverso lo strumento della politica fiscale rappresenti un fallimento clamoroso e i dati presentati dall’Ocse lo dimostrano ancora una volta quanto quelli pubblicati dalla Cgia di Mestre che quantifica in oltre duecento (200) miliardi gli sprechi della spesa pubblica.

    In questo contesto, poi, i tagli orizzontali per settori fondamentali, come la sanità, operati da tutti i governi a partire da Monti in poi, confermano il trend supportato da aggiuntivi aumenti di accise Iva etc. Così a nulla sono serviti tutti gli aumenti di produttività del sistema privato dal 1999 cresciuta di 29 punti ma contemporaneamente diminuita nella pubblica amministrazione di 12,5 punti. Una spesa pubblica che rappresentava allora come oggi la prima forma di potere di un sistema politico ormai distaccato dai reali bisogni e legittime aspettative dei cittadini (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/). Una distanza resa tale anche dalla assoluta certezza della irresponsabilità relativa alle proprie azioni che ha garantito libertà di azione a tutti i governi dal 1993 ad oggi. Solo per fare un esempio banale si pensi come gli ultimi dati indichino il prezzo del gasolio in Germania ad 1,5 euro mentre in Italia segna oltre 1,68 euro. Sintonizzando però il prezzo dello stesso gasolio alla reale disponibilità economica dei consumatori italiani dovrebbe avere oggi un prezzo alla pompa attorno a 1.08 euro/litro.

    Nonostante questo extra gettito fiscale pagato da decenni dal mondo degli automobilisti e del trasporto merci l’attuale ministro della “transizione ecologica”, completamente “ignaro” dell’extracosto a carico dei contribuenti italiani, ha persino l’ardire di volere aumentare il carico fiscale sul prezzo del gasolio alla pompa ignorando anche solo le terribili conseguenze a livello inflattivo e di drenaggio di risorse a sostegno della domanda interna. Allora ecco come ogni disquisizione o ricetta relativa alla competitività necessaria alla nostra economia per vincere la concorrenza all’interno del mercato globale diventa offensiva per chi la deve ascoltare e imbarazzante per chi la propone. Basti pensare ad un tragitto tra Stoccarda e Monaco di Baviera pari a circa 235 km: la medesima distanza tra Padova e Milano. Saliti a bordo dell’auto in Germania si consumeranno circa 15/20 litri di gasolio a seconda della velocità. Costo complessivo per 15 litri 22,5 euro. Lo stesso percorso lungo l’autostrada A4: ai 24 euro del costo del gasolio vanno aggiunti oltre 21 euro del costo del pedaggio, totale solo andata 45 euro rispetto ai 22.5 spesi in Germania. Quindi l’extracosto diventa di 45 euro rispetto al consumatore tedesco considerando anche il ritorno.

    Si pensi questo confronto di costi inserito nel trasporto merci quanto possa incidere sul prezzo finale delle merci e poi qualcuno ha pure il coraggio di parlare dell’importanza di un aumento della produttività quando la partita risulta compromessa dalle politiche ottuse dei responsabile della assurda tassazione.

    Il grafico fa emergere in modo inequivocabile quanto la politica abbia adottato il principio caro gli operatori finanziari per i quali i risparmiatori rappresentano “il parco buoi”. Negli ultimi trent’anni non una sola voce si è alzata a tutela della domanda interna o per ridurre la famelica voracità dello Stato.

    E’ aumentata quindi la tassazione diretta ed indiretta con l’inevitabile effetto drenante sulla potenzialità di acquisto e consumo dei cittadini, medesima sorte riservata a tutte le attività legate al suo valore ma non tutelata in quanto considerata espressione di un parco buoi indegno di una qualsiasi tutela o attenzione.

    L’Ocse finalmente chiarisce i nefasti effetti di questa negazione delle tutele individuali opposte nel delirio ideologico a quelle “sociali”.

    Quando, poi, all’aumento del Pil non corrisponda una crescita della ricchezza disponibile per la popolazione allora la stessa crescita risulta espressione di una NON equa ripartizione delle risorse quanto delle opportunità e dei vantaggi. In altre parole il fallimento di una classe politica e dirigente.

    Ora il nostro Paese si trova laconicamente più povero pur avendo però destinato risorse immense alla spesa pubblica. Di fronte a questi risultati in un paese normale l’intera classe dirigente e politica ne dovrebbe rispondere in solido e successivamente farsi da parte. Invece, interpretando in modo estensivo il proprio mandato elettorale, si considera al di sopra della parti. Le parti sarebbero poi i cittadini.

    (*) OCSE Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Organizzazione internazionale di studi economici dei paesi sviluppati aventi in comune un’economia di mercato.

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • In 10 anni gli italiani hanno dovuto pagare 46 miliardi in più di tasse

    Decennio ‘amaro’ per le famiglie italiane, culminato con la crisi Covid, che ha eroso ulteriormente il loro potere d’acquisto: a partire dal 2011, il Prodotto interno lordo è salito di 2,8 miliardi, mentre la pressione fiscale è cresciuta di 46 miliardi. A metterlo nero su bianco il Consiglio e la Fondazione nazionali dei commercialisti, il cui Osservatorio ha censito “333.000 famiglie, il 20% in più rispetto al 2019”, precipitate, a causa dei fendenti della pandemia, “nell’area della povertà assoluta”, mentre il ‘peso’ dei tributi non si è attenuato. L’anno passato, infatti, “la pressione fiscale generale pari al 43,1%, è aumentata di 0,7 punti di Pil, mentre quella delle famiglie, pari al 18,9%, è cresciuta di 1 punto di Pil”, si legge nel dossier.

    La perdurante congiuntura economica negativa del decennio passato ha depresso fortemente i guadagni, poiché “dal 2003 al 2018, il reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore”, e nel contempo è incrementato il divario Nord-Sud (+1,6%), arrivando a raggiungere i -478 euro al mese. Laddove, poi, in casa prevale il reddito da lavoro autonomo, la crisi ha colpito ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%, recita l’analisi dei professionisti. Nel Mezzogiorno, viene sottolineato, la spesa mensile media di una famiglia nel 2020 risulta pari al 75,2%, rispetto ad una che vive nelle regioni settentrionali: 1.898 contro 2.525 euro.

    Appare, perciò, “evidente” come i nuclei della Penisola, su cui grava il peso dell’Irpef, hanno pagato e continuano a pagare un conto salatissimo a causa degli squilibri macroeconomici e di finanza pubblica del nostro Paese, dichiara il presidente dei commercialisti Massimo Miani, visto che “la principale imposta italiana, includendo anche le addizionali locali, nel 2020 ha raggiunto il livello di 191 miliardi, pari all’11,6% del Pil”.

  • Le 100 tasse che pagano gli italiani

    L’Ungdcec, l’Unione nazionale giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, per l’Adnkronos ha stilato l’elenco delle 100 tasse principali che, anche quest’anno, i cittadini italiani pagheranno.

    1) Addizionale comunale sui diritti d’imbarco di passeggeri sulle aeromobili. 2) Addizionale comunale sull’Irpef. 3) Addizionale erariale tassa automobilistica per auto di potenza sup. 185 kw. 4) Addizionale regionale all’accisa sul gas naturale. 5) Addizionale regionale sull’Irpef. 6) Bollo auto. 7) Canoni su telecomunicazioni e Rai Tv. 8) Cedolare secca sugli affitti (sia “normale” che “agevolata”). 9) Concessioni governative. 10) Contributo ambientale Conai (Consorzio nazionale imballaggi). 11) Contributi concessioni edilizie. 12) Contributi consorzi di bonifica. 13) Contributo Sistri (Sistema di controllo della tracciabilità dei Rifiuti). 14) Contributo solidarietà sui redditi elevati (il contributo di solidarietà sui redditi elevati di importo superiore a 300 mila euro si applica nel periodo 2011-2016).

    15) Contributo Ssn sui premi Rc auto. 16) Contributo unificato di iscrizione a ruolo (è dovuto un contributo per ciascun grado di giudizio nel processo civile e amministrativo). 17) Contributo unificato processo tributario. 18) Diritto albo nazionale gestori ambientali. 19) Diritti archivi notarili. 20) Diritti catastali. 21) Diritti delle Camere di commercio. 22) Diritti di magazzinaggio. 23) Diritti erariali su pubblici spettacoli. 24) Diritti per contrassegni apposti alle merci. 25) Diritti Siae. 26) Imposta catastale. 27) Imposta di bollo. 28) Imposta di bollo sui capitali all’estero. 29) Imposta di bollo sulla secretazione dei capitali scudati. 30) Imposta di registro e sostitutiva.

    31) Imposta di scopo. 32) Imposta di soggiorno. 33) Imposta erariale sui aeromobili privati. 34) Imposta erariale sui voli passeggeri aerotaxi. 35) Imposta ipotecaria. 36) Imposta municipale propria (Imu). 37) Imposta per l’adeguamento dei principi contabili (Ias). 38) Imposta plusvalenze cessioni azioni (capital gain). 39) Imposta provinciale di trascrizione. 40) Imposta regionale sulle attività produttive (Irap). 41) Imposta regionale sulla benzina per autotrazione. 42) Imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili. 43) Imposta sostitutiva imprenditori e lavoratori autonomi regime di vantaggio e regime forfetario agevolato. 44) Imposta sostitutiva sui premi e vincite. 45) Imposta sulla sigaretta elettronica (Imposta di consumo sui prodotti succedanei dei prodotti da fumo). 46) Imposta su immobili all’estero. 47) Imposta sugli oli minerali e derivati. 48) imposta sugli spiriti (distillazione alcolica). 49) Imposta sui gas incondensabili. 50) Imposta sui giuochi, abilità e concorsi pronostici.

    51) Imposta sui tabacchi. 52) Imposta sul gas metano. 53) Imposta sul gioco del Totocalcio e dell’Enalotto. 54) Imposta sul gioco Totip e sulle scommesse Unire. 55) Imposta sul lotto e le lotterie. 56) Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). 57) Imposta sul valore aggiunto (Iva). 58) Imposta sulla birra. 59)  Imposta sulle assicurazioni. 60) Imposta sulle assicurazioni Rc auto. 61) Imposta Regionale sulle concessioni statali dei beni del demanio e patrimonio indisponibili- 62) Imposta sulle patenti. 63) Imposta sulle riserve matematiche di assicurazione. 64) Imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax). 65) Imposta sull’energia elettrica. 66) Imposte comunali sulla pubblicità e sulle affissioni. 67) Imposte sostitutive su risparmio gestito. 68) Imposte su assicurazione vita e previdenza complementare. 69) Imposte sul reddito delle società (Ires). 70) imposte sulle successioni e donazioni.

    71) Maggiorazione Ires società di comodo. 71) Nuova imposta sostitutiva rivalutazione beni aziendali. 72) Proventi dei Casinò. 73) Imposta sostitutiva rivalutazione del Tfr. 74) Ritenute sugli interessi e su altri redditi da capitale. 75) Ritenute sugli utili distribuiti dalle società. 76) Sovraimposta di confine su gas incondensabili (Sovraimposta di confine su gas incondensabili di prodotti petroliferi e su gas stessi resi liquidi con la compressione). 77) Sovraimposta di confine su gas metano (Sovraimposta di confine su gas metano, confezionato in bombole o altri contenitori, usato come carburante per l’autotrazione e come combustibile per impieghi diversi da quelli delle imprese individuali artigiane).

    78) Sovraimposta di confine sugli spiriti. 79) Sovraimposta di confine sui fiammiferi. 80) Sovraimposta di confine sui sacchetti di plastica non biodegradabili. 81) Sovraimposta di confine sulla birra. 82) Sovrimposta di confine sugli oli minerali. 83) Tassa annuale sulla numerazione e bollatura di libri e registri contabili. 84) Tassa annuale unità da diporto. 85) Tassa erariale sulle merci imbarcate e sbarcate nei porti. 86) Rade e spiagge dello Stato. 87) Tassa emissione di anidride solforosa e di ossidi di azoto. 88) Tassa erariale e sbarco merci trasportate per via aerea. 89) Tassa occupazione di spazi e aree pubbliche Tosap (comunale). 90) Tassa portuale sulle merci imbarcate e sbarcate nei porti dello Stato.

    91) Tassa regionale di abilitazione all’esercizio professionale. 92) Tassa regionale per il diritto allo studio universitario. 93) Tassa smaltimento rifiuti (Tari). 94) Tassa sulle concessioni regionali. 95) Tassazione addizionale stock option settore finanziario. 96) Tasse universitarie. 97) Contributi universitari, 98) Tasse scolastiche (iscrizione, frequenza, tassa esame, tassa diploma). 99) Tributo per l’esercizio delle funzioni di tutela, protezione ed igiene dell’ambiente. 100) Tributo speciale discarica.

  • La patrimoniale

    I sostenitori dell’introduzione  di una nuova tassa patrimoniale a sostegno delle giovani generazioni partono  dalla considerazione, anche corretta peraltro, di come siano aumentate negli ultimi anni le disuguaglianze nel nostro paese. A maggior ragione ora, dopo un anno e mezzo di “economia pandemica” all’interno della quale sono andati persi oltre un milione di posti di lavoro, contrariamente da quanto assicurato dall’allora ministro dell’Economia Gualtieri (“nessuno perderà il lavoro”), diventato adesso, per le sue acclarate “competenze”, candidato sindaco di Roma del Pd.

    Come logica conseguenza di questa realtà oggettiva, e cioè le crescenti differenze sociali, bisogna evidentemente accettare come il sistema fiscale attuale finanziato con una crescente pressione fiscale risulti assolutamente inadempiente ed inappropriato nella funzione di diminuire le disuguaglianze sociali finanziando gli  ammortizzatori sociali e i servizi ai cittadini.

    A questa andrebbe aggiunta un’altra conseguenza relativa alla responsabilità di chi, anno dopo anno, ha introdotto sempre nuove normative fiscali le quali hanno creato un sistema iniquo pagato solo una parte dei contribuenti. Non paghi siamo arrivati a rasentare il ridicolo con l’introduzione di lotterie degli scontrini e cash back.

    Risulta evidente, quindi, come l’attuale sistema fiscale risulti assolutamente inadeguato e perciò non in grado di gestire con oculatezza delle risorse straordinarie aggiuntive provenienti da una nuova patrimoniale o tassa di successione senza una radicale riforma del sistema.

    Basti ricordare come a fronte di un’evasione fiscale circa 110 miliardi di imponibile su un totale di 187, comprendente anche l’economia criminale, risultino acclarati oltre 200 miliardi di sperperi della stessa amministrazione pubblica che comprende quindi anche l’apparato fiscale (https://www.cgiamestre.com/abbiamo-piu-sprechi-che-evasione/).

    Questi sprechi si configurano per il sistema economico delle imprese in costi aggiuntivi e fattori anticompetitivi. Viceversa per i cittadini in difficoltà gli stessi determinano la sottrazione di fondi e risorse finanziarie i quali altrimenti potrebbero venire utilizzati proprio per diminuire quelle disparità conosciute. Di fatto, l’ammontare di questi  sprechi, ai quali si può anche sottrarre l’ammontare dell’imponibile dell’evasione fiscale, configura in circa cento (100) miliardi la cifra espressione della incompetenza sistemica, rappresentando già una patrimoniale a carico dell’intera cittadinanza.

    A questo si aggiunga, poi, come dai 21 miliardi delle finanze straordinarie destinate nell’ultimo anno e mezzo alle categorie più colpite dalle conseguenze di questa pandemia circa diciannove (19) siano stati utilizzati per fare fronte alle incombenze fiscali.

    Al di là della soglia di ricchezza indicata alla quale applicare una tassa patrimoniale o un aumento della tassa di successione questo approccio rappresenta ancora una volta l’ennesima conferma di una volontà di fornire nuove risorse al ceto politico ma soprattutto governativo per aumentare la propria centralità e il potere nella distribuzione delle stesse risorse (28.11.2018 – https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    E’ assolutamente inutile ricordare inoltre come Einaudi affermò  che una patrimoniale poteva essere intesa solo in via straordinaria e parallelamente ad un abbassamento della pressione fiscale e ad una sua semplificazione. Viceversa questo massimalismo politico centralista trasferito in economia rappresenta la conferma di una assoluta inadeguatezza di una classe politica e dirigente totalmente incapace di analisi economiche comparate ma più incline ad una gestione economica e fiscale legata ad ideologie del millennio precedente.

    A margine si ricorda come il nostro Paese perda ogni anno 120 mila giovani diplomati e laureati che prendono la via dall’estero per cercare una collocazione professionale ed uno stipendio adeguato. Un fenomeno di emigrazione talmente complesso e di difficile gestione all’interno del quale, tuttavia, la scelta di una patrimoniale per arginarlo rappresenta un’offesa come espressione di una impreparazione ed una mancanza di conoscenza del fenomeno assolutamente inadeguati.

    Diminuire le distanze sociali attribuendo nuove risorse ad un sistema fiscale iniquo che ha contribuito al loro aumento rappresenta un atto di follia fiscale ed economica.

  • Corporate Tax by Yellen & Biden

    Si potrebbe persino essere d’accordo con la proposta del Presidente degli Stati Uniti Biden e del segretario al tesoro Yellen su una tassazione minima delle multinazionali applicabile in tutto il mondo, intesa sia come risposta all’emergenza finanziaria legata alla pandemia che alla lotta ai paradisi fiscali i quali sottraggono risorse finanziarie con una tassazione degli utili di impresa infinitesimale.

    Resta da comprendere per quale motivo i principi della concorrenza applicati all’interno del mercato globale e che rappresentano il pilastro fondamentale tra i diversi sistemi economici nell’economia privata non possano viceversa essere applicati ai sistemi fiscali e politici per attrarre investimenti e creare benessere ed occupazione.

    A parte questo trattamento particolare riservato appunto alle pubbliche amministrazioni statali contemporaneamente all’introduzione di una tassazione minima, venendo meno il principio della concorrenza, dovrebbe essere indicata anche una tassazione massima (cioè un aliquota massima) oltre la quale uno stato non possa spingersi per finanziarie la propria spesa pubblica.

    Solo in questo contesto di reciprocity fiscale potrebbe essere adottabile una tassazione minima per le multinazionali e per le imprese in generale. Nel caso contrario sarebbe solo ed esclusivamente l’ennesimo artificio fiscale espressione di una manovra politica per assicurare maggiori risorse a disposizione della classe politica.

    (*) Il problema italiano invece è quello della scarsa produttività della stessa spesa pubblica alla quale delle risorse aggiuntive non modificherebbero gli già scarsi effetti.

  • Biden e l’illusione progressista

    Il Lichtenstein applica una aliquota del 12,5% sui redditi di impresa mentre l’Olanda impone una tassazione alle società del 20%. In Europa l’Olanda e il Lussemburgo (membri della Ue) ed il Liechtenstein vengono indicati come stati canaglia sotto il profilo fiscale in quanto offrono agevolazioni che permettono l’esterovestizione a molte aziende attratte dalla vantaggiosa legislazione fiscale. In questo senso, in seguito alla alla Brexit, la Gran Bretagna annunciato che ridurrà la tassazione al 18% per le società.

    Il Delaware, e si passa nel continente statunitense, è per estensione il secondo stato più piccolo degli Stati Uniti. La sua centralità, tuttavia, nell’economia mondiale è giustificata grazie all’applicazione di un’aliquota dell’8,7% sulla tassazione di impresa.

    Grazie a questa fiscalità fortemente attrattiva per l’impresa estera il Delaware conta registrate sul proprio territorio oltre 1.500.000 società (tra le quali molte europee) le quali hanno spostato la propria sede a fronte di una popolazione locale di 970.000 abitanti: 1,5 società per abitante.

    Per la prima volta, quindi, un paradiso fiscale assolutamente legittimo ha espresso il proprio presidente degli Stati Uniti cioè Joe Biden.

    Qualcuno tra i nostri democratici progressisti, illuminati politici e pensatori si dimostra ancora convinto che nei prossimi anni assisteremo ad una nuova centralità degli Stati Uniti, quindi abbandonando la posizione isolazionista. Una speranza che può arrivare fino ad una possibile armonizzazione delle fiscalità internazionali (*) magari proprio sulla spinta “progressista” della nuova amministrazione Biden.

    Ancora una volta il nostro Paese, come l’Europa, ma soprattutto gli ambienti culturali che si definiscono progressisti interpretano attraverso la propria ideologica gli eventi esteri dei quali ignorano i connotati principali. Convinti nella propria visione oscurantista che sia sufficiente la nomina di un viceministro della sanità cross dresser per dimostrare l’applicazione della ideologia progressista. Oppure fermare la realizzazione del muro al confine con il Messico inaugurato da un democratico e progressista presidente degli Stati Uniti: Bill Clinton.

    Giova ricordare quindi come anche per il nuovo presidente degli Stati Uniti la centralità dello sviluppo avrà come epicentro gli Usa (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). A differenza di quanto pensano gli illuminati politici europei e soprattutto italiani.

    (*) intesa come isolamento politico degli stati che applicano politiche fiscali fortemente attrattive.

  • La Ue introduce pedaggi autostradali più cari per veicoli più datati e inquinanti

    La Commissione europea vuole legare i pedaggi autostradali alle emissioni di CO2 dei veicoli, così da premiare chi inquina meno, incoraggiare l’uso di motori elettrici o ibridi e promuovere l’ammodernamento dei veicoli in circolazione (nel 2018 l’età media nell’Ue andava dai 10,8 anni delle autovetture ai 12,4 dei camion; in Italia siamo più o meno sul valore medio).

    L’idea stuzzicava i vertici dell’Unione già da tre anni (concepita all’inizio solo per i mezzi pesanti, si è estesa gradualmente alle automobili) e ha appena avuto il via libera dalla Commissione La normativa approvata dovrà essere recepita entro il 2022 dagli Stati dell’Ue. Ogni Paese per proprio conto potrà decidere quali dovranno essere i parametri con cui applicare la sovrattassa, tenendo conto della regola generale. Nel 2018 il Parlamento europeo aveva avviato una modifica dei pedaggi per camion e pullman, incoraggiando l’adozione della tariffa autostradale a chilometro, nell’Ue già in vigore da tempo in Italia, Francia, Croazia, Polonia, Spagna, Portogallo e Grecia, mentre in altri Paesi si usano le cosiddette vignette a prezzo fisso (Austria, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria) e in altri ancora non si paga nulla (Germania, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Danimarca).

    La Commissione europea ha deciso di accelerare i tempi, che in precedenza prevedevano nell’Unione la riforma dei pedaggi per i mezzi pesanti dal 2023, per le auto dal 2026 e per i veicoli commerciali leggeri dal 2027. Le indicazioni della stessa Commissione prevedono uno sconto fino al 75% per i veicoli che inquinano meno.

  • La patrimoniale ovvero il Mes degli “stupidi”

    Valutare le diverse forme di finanziamento della spesa pubblica risulta abbastanza complesso ed articolato.

    I parametri di riferimento, per esempio, del costo al servizio del debito pubblico sono in continuo cambiamento in considerazione del fatto che gli ultimi finanziamenti di titoli hanno raggiunto rendimenti bassissimi se non addirittura negativi.

    Relativamente al Mes sanitario ed ora ad una ipotetica tassa patrimoniale si è aperta una battaglia tra scuole di pensiero articolate in base alle quali risulta difficile individuarne completamente le strategie. Chi si oppone al Mes sostanzialmente afferma come sia più conveniente stampare denaro e quindi aumentare la base monetaria. In alternativa la medesima scuola economica indica nel monetizzare il debito pubblico attraverso l’emissione di titoli che vengono completamente ed interamente acquistati dalla BCE. Due strategie della medesima dottrina economica che non tiene in alcuna considerazione gli effetti depatrimonializzanti per esempio del risparmio.

    In antitesi la posizione favorevole al Mes a sua volta afferma come le risorse ottenute presentano un costo del debito sostanzialmente basso (anche se forse superiore all’andamento delle ultime emissioni di titoli pubblici) ma soprattutto una destinazione certa: quella di finanziarie il sistema sanitario nazionale. Di conseguenza queste risorse sarebbero disponibili subito e con un vincolo di spesa ben preciso che obbligherebbe il governo ad utilizzarle semplicemente per il SSN.

    A queste due posizioni si è aggiunta una a terza, sicuramente quella più imbarazzante, che individua in una tassa patrimoniale la possibilità di reperire risorse finanziarie aggiuntive rispetto al Mes stesso o alla monetizzazione del debito pubblico. Una posizione prettamente ideologica la quale, esattamente come l’addizionale IRPEF oltre un determinato livello di reddito introdotta dal governo Monti, violerebbe il principio di uguaglianza e molto probabilmente verrebbe annullata in seguito dagli organi competenti.

    Queste sono le due macro posizioni che si contrappongono nell’utilizzo del Mes alle quali si aggiunge quella sciagurata dell’introduzione di una patrimoniale che rimane una questione di fondo relativa alle modalità di utilizzo delle risorse finanziarie a debito.

    In questo contesto va invece ricordato come senza una riforma sostanziale del metodo di spesa ed un profondo cambiamento della pubblica amministrazione e della propria struttura burocratica queste risorse aggiuntive, dalla stampa di moneta o dalla monetizzazione del debito pubblico o da una patrimoniale, risulteranno assolutamente inutili in quanto gli effetti che sortirebbero, come in passato, sarebbero minimali.

    Si aggiunga, poi, come sia oltremodo manieristico opporsi al Mes ed ai suoi “costi aggiuntivi” relativi al differenziale del costo degli interessi di 38 miliardi quando l’Italia ha già raggiunto i 2600 miliardi di debito pubblico.

    Di certo non si può pensare di stampare moneta come se fossimo al Monopoli, come qualche economista non solo italiano propone, perché verrebbero meno i fondamenti economici e patrimoniali sui quali si basa il valore di una valuta. Giova ricordare, infatti, come il valore reale di una valuta non venga determinato dalla Nazione o Unione emittente ma dal mondo finanziario sulla base di parametri ben conosciuti come: 1. sostenibilità del debito, 2. potenzialità di crescita economica del paese, 3. affidabilità della classe politica, 4. funzionamento della macchina giudiziaria, 5. valore della formazione ed istruzione universitaria in aggiunta ad altri.

    Per le medesime considerazioni risultano ridicole le considerazioni relative ad un possibile cancellamento del debito pubblico avanzata da una delle massime autorità dell’Unione Europea che conferma come il declino culturale sia un male comune e non solo italiano.

    Da oltre un anno si parla dell’utilizzo Del Mes e l’effetto di questa polemica è quello di avere un sistema sanitario nazionale inadeguato anche alla seconda ondata perché non sono state investite risorse finanziarie che il Mes, invece, avrebbe messo a disposizione.

    In questo quadro demoralizzante si inserisce la questione di una patrimoniale che dà l’idea della metastasi culturale che investe la nostra classe politica e dirigente. Nel caso in cui, poi, qualcuno obbiettasse e chiedesse per quale motivo gli altri Stati non abbiamo utilizzato il Mes la risposta è molto semplice. La Germania da oltre un anno emette titoli del debito pubblico a tassi negativi ed ha un rapporto debito pubblico/Pil al 69% mentre il nostro Paese viaggia al 160%, la Francia (98%) e la Spagna (97%) hanno rapporti tutti sotto il 100%.

    In relazione invece alla terza opzione relativa alla tassa patrimoniale si ricorda che il Total Tax rate italiano si attesta attorno al 64%, quindi ogni aumento della pressione fiscale risulta insostenibile. Valori della pressione fiscale che meriterebbe la messa sotto accusa di tutti i titolari dei dicasteri economici e fiscali degli ultimi 30 anni per manifesta vessazione del contribuente italiano. Solo degli irresponsabili trascorrono un anno discutendo della validità finanziaria del Mes in attesa di una possibile seconda ondata (ma già si parla di una possibile terza) di contagi per poi ritrovarci privi di risorse finanziarie per fronteggiarla. Per poi magari proporre una tassa patrimoniale espressione della massima stupidità in relazione al balletto politico durato un anno. I costi di questo temporeggiare ricadono ovviamente sulla comunità e non certamente sui veri responsabili di questo vergognoso e stupido attendismo politico.

    P.S. Si ricorda inoltre che, a differenza della matematica, l’economia rappresenta un sistema complesso ed articolato che tende ad un equilibrio senza mai raggiungerlo. Risulta una contraddizione in termini la ricerca di questo equilibrio attraverso delle ricette matematiche che non lascino margini alla flessibilità.

  • Allarme Covid così serio che i governi rinviano al 2021 l’accordo sulla Webtax

    Covid e dissidi tra Paesi allungano i tempi per il raggiungimento di un accordo sulla Webtax, il sistema di tassazione sui giganti del web, che non potrà essere raggiunto prima del 2021. Una prospettiva che allarma l’Ocse che vede ricadute sulla crescita complessiva delle economie. “Nello scenario peggiore – una guerra commerciale globale innescata da tasse unilaterali sui servizi digitali in tutto il mondo – il mancato raggiungimento di un accordo potrebbe ridurre il PIL globale di oltre l’1% all’anno”, avverte l’organizzazione parigina. Qualcosa si muove comunque. E nell’ultima riunione dello scorso 8-9 ottobre “sono stati fatti progressi sostanziali verso il raggiungimento di una soluzione a lungo termine”, osserva l’Ocse e aggiunge che “gli ultimi colloqui riflettono opinioni convergenti su caratteristiche politiche chiave, principi e parametri per un futuro accordo. Sono state inoltre identificate le questioni politiche e tecniche rimanenti in cui le differenze di opinioni devono ancora essere colmate e le fasi successive del processo multilaterale”. Ma in questo processo “i negoziati sono stati rallentati sia dalla pandemia che dalle differenze politiche”. Obiettivo finale resta comunque quello di garantire che “le imprese multinazionali ad alta intensità digitale o rivolte ai consumatori paghino le tasse laddove conducono affari sostenuti e significativi, anche quando non hanno una presenza fisica, come è attualmente richiesto dalle norme fiscali esistenti”. Commenta il Segretario generale dell’Ocse Angel Gurría: “È chiaro che sono necessarie nuove regole per garantire l’equità nei nostri sistemi fiscali e per adattare l’architettura fiscale internazionale a modelli di business nuovi e mutevoli. Ma senza una soluzione globale basata sul consenso, il rischio di ulteriori misure unilaterali non coordinate è reale e cresce di giorno in giorno. È obbligatorio portare questo lavoro al traguardo. Il fallimento rischierebbe che le guerre fiscali si trasformino in guerre commerciali in un momento in cui l’economia globale sta già soffrendo enormemente”.

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