Tasse

  • Tassa sull’oro rincara, ma chi vende gioielli ai compro oro non deve pagarla

    Le vendite di oro sono soggette a un prelievo fiscale del 26%, in seguito all’incremento della percentuale da versare al fisco deciso a fine anno scorso, ma la tassazione sul valore della compravendita si applica solo alle operazioni che hanno carattere di investimento e non alle vendite di oro dettate da motivi di bisogno.

    Chi vende oggetti d’oro di sua proprietà non deve indicare i soldi che riceve in cambio né nel Modello 730 né nel Modello Redditi perché si tratta di operazione occasionale e senza carattere imprenditoriale e perché di norma ciò che vende vale più di ciò che percepisce (quando si acquista un gioiello si paga il metallo, ma anche la lavorazione, il design, il marchio e l’Iva; quando lo si rivende, invece, il “compro oro” lo valuta solo in base a peso e quotazione di mercato del momento, il cosiddetto valore di fusione). Veròè che quando si vende ora il negoziante chiede carta d’identità e codice fiscale, registrando il tutto in un apposito registro, ma questo è un adempimento previsto dalle norme antiriciclaggio e di sicurezza pubblica, pensato per tracciare la provenienza degli oggetti preziosi e prevenire la ricettazione di beni rubati, e non comporta segnalazione dell’operazione all’Agenzia delle Entrate.

    Discorso è completamente diverso vale nel caso oggetto della compravendita sia oro da investimento (lingotti con purezza pari o superiore a 995 millesimi, oppure monete d’oro, come le Sterline britanniche, i Krugerrand sudafricani o i Dollari americani, che abbiano purezza minima 900 millesimi, siano state coniate dopo il 1800, abbiano avuto o abbiano corso legale nel Paese d’origine e vengano scambiate a un prezzo che non supera dell’80% il valore del metallo contenuto). In questo caso, l’operazione è considerata profittevole e sottoposta a tassazione: se si conserva la fattura originale d’acquisto, il calcolo avviene sulla plusvalenza realmente maturata, su cui si applica un’imposta sostitutiva del 26%; altrimenti l’intero importo ricavato dalla vendita viene considerato plusvalenza e tassato al 26%. Le plusvalenze sull’oro da investimento possono essere segnalate al fisco nel riquadro RT del Modello Redditi o anche nel Quadro W del Modello 730, permettendo di regolare l’imposta direttamente tramite il proprio sostituto d’imposta, sia esso il datore di lavoro o l’ente pensionistico.

  • Accise: l’ambiguità fiscale

    Lo Stato guadagna dalle sole accise circa 390 milioni di euro per ogni centesimo di aumento per entrambi i carburanti, i cui consumi risultano di 11 miliardi di litri la benzina e 29 miliardi di litri il gasolio. Tuttavia, poiché sulle accise si applica anche l’IVA al 22% (la “tassa sulle tasse”), il guadagno complessivo per le casse pubbliche si conferma decisamente superiore. L’impatto stimato per il gettito dello Stato in questo contesto fiscale, considerando sia l’accisa che l’IVA, è che il solo aumento di 1 centesimo al litro garantisce al governo, con la benzina, circa 134 milioni di euro all’anno, mentre con il gasolio circa 341 milioni di euro all’anno. Di conseguenza il solo aumento di un centesimo del prezzo di carburanti assicura al governo un totale combinato di oltre 475 milioni di euro all’anno. A maggior ragione, se l’aumento dei carburanti risulta maggiore, per esempio di 10 centesimi al litro, il governo può contare su di un extra gettito notevolmente maggiore. La sola benzina assicurerebbe oltre 1,34 miliardi di euro all’anno, mentre con il gasolio si arriverebbe a 3,41 miliardi di euro all’anno. Il conto complessivo, quindi, sarebbe di 4,75 miliardi di euro all’anno, se l’aumento di 10 centesimi venisse applicato simultaneamente a benzina e gasolio.

    Considerando perciò che solo nell’ultimo anno la benzina è cresciuta di oltre 30 centesimi al litro questa ha determinato nuove entrate fiscali per oltre 4,1 miliardi. Il gasolio, viceversa, ha registrato un incremento ancora più marcato, superando i 45-50 centesimi al litro a causa delle tensioni geopolitiche e delle variazioni fiscali. In ragione del fatto che il consumo di gasolio è di circa 29 miliardi di litri, l’extra del gettito assicurato assicura aumenti di oltre 15 miliardi. L’aumento dei carburanti solo nell’ultimo anno ha assicurato, quindi, oltre 19 miliardi di nuove entrate fiscali, le quali invece di venire redistribuite sotto forma di diminuzione del carico fiscale sia sui carburanti che per le bollette energetiche (*) verranno utilizzate per finanziare le ultime promesse elettorali, come la detassazione della tredicesima.

    Nella ambigua logica fiscale italiana, quindi, non si possono tagliare le accise in quanto rappresenterebbe una riduzione fiscale “piatta”, della quale ne trarrebbe vantaggio anche chi possiede “una Ferrari”, esempio utilizzato nel lessico economico contemporaneo.

    Tuttavia, l’extra gettito fiscale determinato dagli aumenti di benzina e gasolio viene pagato proprio come una “flat tax”, ed ovviamente grava sulle fasce meno abbienti proprio sulla base del principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla quale si basa, tra l’altro, la progressività delle aliquote fiscali (**). Senza dimenticare poi come il governo in carica usufruisca già da anni anche del Fiscal Drag come conseguenza di un’economia che cresce meno di un terzo rispetto all’inflazione (0,9% Pil/3,3% inflazione). In barba alla progressività tanto sbandierata da coloro che non sono d’accordo sul taglio delle accise, per contro le promesse elettorali verranno pagate in eguale misura da tutti i consumatori italiani ed in particolar modo dalle fasce meno abbienti.

    L’ambiguità fiscale viene confermata dalla imposizione sui costi energetici. Questa, infatti, viene approvata e sostenuta dal governo anche se piatta, ma la sua riduzione viene considerata inappropriata per la stessa ragione con la quale invece è stata adottata.

    (*) Nomisma prevede un aumento dei costi energetici del +23% per le famiglie e i +54% per le imprese.

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-accise-e-la-progressivita-fiscale/

  • Compilare gli F24 costa oltre 3 miliardi alle imprese

    A giugno le PMI italiane affrontano il picco fiscale più intenso dell’anno: saldo IRPEF, IRES, IRAP, IVA trimestrale e contributi INPS nello stesso mese. È il momento in cui un problema strutturale del sistema produttivo italiano diventa più visibile.

    Le piccole e medie imprese italiane — oltre quattro milioni di unità che producono più del 60% del valore aggiunto nazionale e oltre il 75% dell’occupazione privata — gestiscono ancora la propria amministrazione fiscale in modo frammentato. I pagamenti sono tracciabili, la fatturazione è elettronica, le banche hanno investito miliardi in tecnologia. Eppure gli strumenti gestionali che affiancano le PMI e gli studi professionali sono rimasti spesso inaccessibili per costi e complessità pensati per grandi organizzazioni con infrastrutture tecniche dedicate, non per la PMI che vuole gestire compilazione e pagamento degli F24 in autonomia, senza passare, e pagare, un professionista esterno. Né per il commercialista, che su queste attività opera a basso margine rispetto alla consulenza vera. In questo contesto, il pagamento degli F24 è un caso emblematico.

    In Italia vengono presentati 189 milioni di modelli F24 l’anno (Agenzia delle Entrate, 2025), dei quali la quota largamente maggioritaria fa capo alle imprese. Il flusso è invariato da decenni: il commercialista compila l’F24, lo trasmette all’Agenzia delle Entrate e fattura entrambe le operazioni all’azienda. Oppure invia il PDF compilato all’imprenditore, che trascrive manualmente i dati in un portale bancario per trasmettere in autonomia. In entrambi i casi il costo — in denaro o in tempo — ricade sull’impresa. Il 61% delle PMI italiane delega entrambe le operazioni al commercialista o consulente del lavoro, secondo l’Osservatorio Sibill.

    Non per mancanza di competenze fiscali, ma per evitare un lavoro manuale che nessuno strumento aveva ancora reso semplice per chi non ha un ufficio amministrativo molto strutturato. È un costo mai isolato, assorbito come parte inevitabile della gestione fiscale: finché non esiste un’alternativa accessibile, non esiste nemmeno la necessità di misurarlo. Applicando il costo medio di mercato di 27,5 euro per F24 — compilazione e trasmissione — alle 4,9 milioni di PMI italiane (ISTAT, 2024), la spesa complessiva annua stimata supera 3,3 miliardi di euro.

    L’Italia dedica agli adempimenti fiscali 269 ore l’anno per azienda, contro una media europea di 179 (Banca Mondiale). Secondo una ricerca condotta da Sibill su un campione di 500 aziende, il 54% degli imprenditori cita il controllo manuale dei pagamenti tra le prime tre fonti di spreco di tempo nella gestione amministrativa, e il 51% l’invio di documenti al commercialista.

  • Le accise e la progressività fiscale

    L’utilità marginale decrescente del denaro è il principio economico secondo il quale ogni unità aggiuntiva di reddito fornisce una soddisfazione (utilità) inferiore rispetto alla precedente, quindi aumentando la ricchezza il valore soggettivo di ogni euro extra diminuisce. Sulla base di questo principio economico si basa la progressività delle aliquote fiscali le quali rispetto al reddito crescono progressivamente e non proporzionalmente.

    Questo discorso, tuttavia, ha un valore anche nel senso opposto. Ogni diminuzione, anche minima, di una tassa sui consumi come potrebbero essere le accise, assicura una utilità marginale superiore per i redditi bassi rispetto a quelli maggiori. In altre parole, proprio perché anche una minima differenza di pochi euro nel pieno di carburante per recarsi al lavoro, per il contribuente con un reddito medio-basso questa comunque rappresenta una utilità superiore e quindi sostanziale.

    Le persone contrarie alle diminuzioni delle accise, introdotte per esempio dal governo Draghi, affermano che la maggior parte dei benefici vada alle persone ad alto reddito in quanto consumano di più. Una giustificazione infantile per il semplice motivo che il livello dei consumi delle fasce medio alte non varia in rapporto ad una minima variazione delle accise o delle tasse in generale, in quanto per sua stessa definizione il suo andamento si è sempre dimostrato inalterato, cioè sostanzialmente inelastico (*).

    Tornando quindi alla bufala riportata, ancora oggi, dalle principali testate economiche nelle quali si continua ad affermare che uno “sconto sulle accise” favorirebbe le fasce medio alte di reddito, basterebbe applicare il principio della progressività del prelievo fiscale, quindi dell’utilità marginale decrescente, al crescere delle fasce di reddito ma nel senso inverso.

    L’effetto delle accise, che qualcuno erroneamente paragona ad un flat tax, invece ha effetti notevolmente positivi per i redditi medio bassi che progressivamente diminuiscono per le fasce reddituali più elevate.
    In altre parole il valore percentuale della riduzione delle accise, assolutamente piatto, se calcolato in rapporto al reddito si conferma inversamente proporzionale alla fascia reddituale, quindi maggiore per i redditi bassi. Così rispettando perfettamente il principio sul quale si basa il prelievo fiscale, cioè la progressiva diminuzione dell’utilità marginale del denaro per redditi crescenti.

    Di conseguenza, se gli effetti di qualsiasi sconto fiscale, anche piatto, determinano una maggiore “utilità” per i redditi medio bassi, allora questa rappresenta la giustificazione economica e politica per la sua applicazione.

    (*) Inelastico: il reddito che ha una capacità di spesa elevata e la variazione di prezzo (Δp/p) inferiore all’1% o di entità media viene assorbita senza la necessità di ridurre il consumo (Δq/q).

  • Quale 2026 ci attende?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Esattamente come negli anni precedenti anche per l’anno prossimo si registra una risibile “crescita economica” la quale conferma la assoluta insufficienza dell’azione governativa, tanto del governo in carica quanto di quelli precedenti.

    Oltre vent’anni di una imbarazzante  retorica governativa vengono azzerati dall’analisi relativa all’andamento del rapporto Pil/pro capite nelle maggiori aree regionali dell’Europa  Infatti, quando la crescita economica si dimostra inferiore a quella della concorrenza, allora negli effetti reali  si trasforma inevitabilmente una perdita netta di reddito disponibile, e quindi in un sostanziale  arretramento  (*) .Un quadro sempre più allarmante, quindi, che prevede tra l’altro, sempre nel 2026,  l’aumento del carico fiscale in campo energetico (accise) ed una crescita economica inferiore persino al tasso di inflazione e che lascia sostanzialmente invariato il problema del costo dell’energia, che rappresenta il primo fattore determinante tanto per la competitività delle imprese quanto per la qualità della vita delle famiglie.

    In più sembra paradossale come chi, nei propri programmi elettorali, aveva assicurato la necessità di una maggiore sovranità nazionale si riveli semplice servitore della stessa Unione Europea.

    La crisi del nostro Paese, come quella europea, è una crisi essenzialmente culturale e di professionalità espresse tanto dalle compagini governative quanto da quelle dell’opposizione. Basti pensare come l’Italia e l’Unione Europea non riescano a crescere economicamente mentre gli Stati Uniti registrino una crescita tre volte superiore a quella europea e otto volte rispetto a quella italiana.

    Per il 2026 lo scenario sarà uguale se non addirittura peggiore in quanto la mancanza di uno sviluppo economico (il differenziale tra la nostra e le altrui crescita) altro non è che arretramenti economici nei confronti dei paesi a noi concorrenti. Come inevitabile conseguenza porteranno una recessione mascherata da bassa crescita e soprattutto una diminuzione del PIL/pro capite che rappresenta la vera forma di ricchezza disponibile per i cittadini. In più anche all’interno della stessa Unione, pur crescendo la Germania con un modesto +1,2%, tuttavia rimane superiore del +50% rispetto a quella italiana, +0,8% l, e calcolata su di un PIL quasi tre volte superiore.

    In termini assoluti, come naturale conseguenza, la differenza tra il Pil italiano e quello tedesco cresce e diventa sempre più insostenibile, anche in presenza di una crescita modesta. Anche per questo diverso trend di crescita le retribuzioni italiane non riescono a aumentare mentre cresce il differenziale tra le prime due economie manifatturiere europee, tedesca ed
    italiana. Ecco allora in questo contesto anche il raddoppio della TobinTax (introdotta dal governo Monti nel 2013), che ha già portato alla fuga di capitali da parte delle aziende attraverso il delisting che impoverisce il mercato finanziario italiano. Senza dimenticare poi il debito pubblico, che ha raggiunto ai 3113 Mld, e, di conseguenza, per il pagamento del servizio al debito stesso saranno necessari il 3,9% del #Pil nel2026 ed il 4,1% nel 2027, quando la media europea si attesta sul 1,7% del Pil.

    In altre parole, questo governo continua come i precedenti a difendere una crescita minimale che tanto non è che un provvedimento progressivo.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-fine-di-oltre-20-anni-di-retorica-governativa/

  • Dal 2026 la Ue farà pagare i costi ambientali della produzione di chip

    Prodotti quasi interamente tra Taiwan, Corea del Sud, Cina i chip usati ormai per qualsiasi prodotto – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – comportano un forte impatto ambientale per la loro produzione. E adesso che stanno per entrare in vigore due nuove direttive Ue, la loro scarsa ecosostenibilità rischiano di diventare un costo per le imprese europee che comprano chip.

    In un report appena pubblicato, Chip Supply Chain, Greenpeace Asia ha misurato l’impronta ambientale, sia le emissioni prodotte direttamente che quella della catena di fornitura, di Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel. Sono i marchi che offrono servizi e prodotti legati all’intelligenza artificiale, i più noti e sono tutti americani, ma dietro di loro c’è quasi sempre la taiwanese Tsmc, che produce il 60% dei chip (90% di quelli con dimensioni inferiori ai 10 nanometri). Lo studio riferisce che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia: si va da un minimo del 33% per Amazon all’84% e 97% rispettivamente di Amd e Nvidia.

    La produzione di un singolo chip richiede vari processi di litografia Euv e incisione (etching) e ampiconsumi di elettricità. Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno (più o meno quanto l’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda) e i colossi americani si riforniscono in Asia, oltre che la capacità locale di produrre quei prodotti, anche perché nei Paesi che ospitano i produttori di chip c’è una normativa più lassista circa l’approvvigionamento elettrico. Fornitori come Tsmc a Taiwan e Samsung in Corea del Sud dipendono ancora dall’energia fossile e tranne Apple nessuno dei 10 colossi americani, denuncia Greenpeace, ha imposto ai suoi fornitori di usare solo energia rinnovabile entro il 2030.

    Ma, appunto, dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione Ue sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi Ia. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act. Pur non colpendo per ora direttamente i chip asiatici importati in Italia, la sua espansione prevista entro il 2030 a tutti i settori altamente inquinanti (Ets) potrebbe obbligare gli importatori a pagare certificati al prezzo EU del carbonio, con multe fino a 100 €/ton CO₂ e non conforme.

    L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, perché la sua dipendenza da chip asiatici è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%,. Gli investimenti per allentare la dipendenza dall’Asia ci sono – Pnrr, Chips Act europeo – ma costruire fabbriche di semiconduttori richiede anni. E nel frattempo le aziende italiane continuano ad accumulare emissioni che presto diventeranno un costo reale.

  • Tra Tobin Tax e debito pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La disperazione degli incompetenti alla guida del Paese in questa occasione si materializza con la crescita della Tobin Tax in alternativa ad un aumento della tassazione sui dividendi.

    La situazione economica attuale si conferma molto difficile se non disperata a differenza di quanto il governo intenda comunicare, e soprattutto in una prospettiva futura dopo oltre trenta flessioni della produzione industriale la quale avvia il Paese verso una sicura    desertificazione industriale ed occupazionale senza precedenti, soprattutto a causa della disastrosa politica europea del Green Deal.

    In considerazione, poi, del fatto che i maggiori incrementi di spesa pubblica vengano destinati agli armamenti ed alla difesa finanziati con nuove tassazioni (il fiscal drag evidentemente non risulta sufficiente!), il governo Meloni, in perfetta continuità con la politica del governo Monti, che la introdusse, aumenterà la Tobin Tax, senza considerare gli effetti di un ulteriore aumento della tassazione sulle transazioni di borsa.

    Anche se già presente in altri paesi della comunità europea, l’introduzione della Tobin Tax in Italia ha determinato una significativa diminuzione dei volumi azionari scambiati sulla Borsa Italiana. I dati indicano che i volumi azionari sono passati da 1.081 miliardi di euro nel 2013, anno di introduzione dell’imposta, a 613 miliardi di euro nel 2021.Questa flessione rappresenta un calo di circa il 43% nel periodo considerato e viene spesso correlata dagli analisti finanziari all’impatto dell’imposta che ha determinato una sostanziale riduzione dei volumi. Nonostante questo, invece di adottare delle politiche fiscali che tendano a sviluppare l’economia, il governo Meloni insiste ed accresce la tassazione destinando l’intero mondo borsistico italiano ad una  ulteriore marginalità. Ma soprattutto si conferma una perfetta continuità nelle strategie economiche e fiscali tra il governo Monti (2011) con il governo in carica (2025) che ha determinato una evoluzione del debito pubblico da1987 mld (2011) a 3081 mld (2025). Basti pensare come dai dati pubblicati dal Censis emerga come l’Italia spenda più nel pagamento degli interessi sul debito che in investimenti.

    A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), ma molto al di sopra della media europea (1,9%). A questo si aggiunga come la situazione italiana è ancora più preoccupante in quanto i titoli del debito pubblico italiano risultano in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero, con il 33,7% del totale (più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia (della quale si vorrebbe addirittura prelevare le riserve auree).

    Mentre la precarietà dell’equilibrio finanziario italiano si dimostra sempre più un fattore destabilizzante e al governo si pensa all’ennesimo condono edilizio, ancora una volta vengono disattese le priorità del settore industriale il quale chiede, e pretenderebbe giustamente, una nuova politica energetica in grado di fornire gli strumenti per la competitività delle imprese.

  • Extra profitti anche fiscali e la credibilità del Paese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Anche questo governo, esattamente come il precedente, segue il rituale della solita spasmodica ricerca, nonostante gli “extraprofitti fiscali” assicurati dal Fiscal Drag, di nuove risorse finanziarie che dimostra ancora una volta come gli anni passino senza lasciare nessuna traccia e fornisce un’ulteriore dimostrazione di come gli ultimi due governi non siamo poi tanto diversi.

    Il governo Draghi cercò inutilmente di tassare gli extra profitti delle aziende energetiche in un periodo di esplosione appunto dei costi dell’energia. Ora il governo Melon, in una medesima situazione, cioè nel pieno di una crisi industriale e sistemica dell’economia reale, di fronte agli imbarazzanti profitti del sistema bancario, adotta la medesima strategia fiscale la quale ovviamente sortirà gli stessi risultati ottenuti dal governo precedente.

    Si dimostra francamente avvilente come la questione decisamente complessa relativa ad una rimodulazione della pressione fiscale, sia diventata una semplice guerra ideologica di posizione tra schieramenti favorevoli al mantenimento dell’attuale asset fiscale ed altri che chiedono l’introduzione di una tassazione aggiuntiva. Una contrapposizione che si manifesta non solo nel classico conflitto tra maggioranza e opposizione, ma che si insinua persino tra gli alleati nella maggioranza di governo.

    Nessuno, tuttavia, in questo supportati dal supino silenzio del mondo accademico incapace di definire una posizione terza rispetto alle strategie economiche governative e delle opposizioni, si dimostra in grado di elaborare un’analisi che tenga nella dovuta considerazione il conseguente danno reputazionale alla credibilità del Paese con la introduzione di una normativa fiscale retroattiva.

    Questa politica fiscale si dimostra Infatti deleteria ed in grado di rivelarsi un fattore disincentivante nella determinazione dei flussi di investimenti, specialmente internazionali, verso il Paese.

    Non è difficile, infatti, adottando una semplice analisi economica, comprendere come una fiscalità retroattiva, ma anche solo l’ipotesi di una sua possibile applicazione, renda problematica, se non addirittura azzardata, qualsiasi possibilità di elaborare un piano strategico di investimenti.

    Un sistema fiscale dovrebbe assicurare un prelievo certo ed equo, e la propria stabilità dovrebbe dimostrarsi come un volano di sviluppo per il paese attirando operatori economici e quindi preziosi investimenti finalizzati alla crescita economica. Quando invece la fiscalità diventa l’Extrema Ratio per trovare quattro spiccioli che permettano un equilibrio di bilancio, diventa un fattore destabilizzante e assolutamente antieconomico per il Paese.

    Sembra incredibile come questo governo e il precedente non abbiano tenuto in alcuna considerazione gli effetti reputazionali devastanti di questa retroattività fiscale nei confronti degli extra profitti delle banche o delle aziende nel settore energetico. Questa infantile politica fiscale paradossalmente si rivela come un fattore determinante al pari dei costi energetici nel favorire concorrenti, in quanto l’incertezza fiscale risulta avere un costo incalcolabile che rende impossibile una qualsiasi progettualità economica.

    Non si intende certamente difendere le banche ora e tantomeno le aziende energetiche allora, ma la fiscalità richiede competenze articolate e non esponenti politici dalla dubbia competenza, incapaci persino di valutare gli effetti reputazioni di una singola norma fiscale.

  • La Grande Illusione

    Da decenni si giustifica la normativa fiscale sempre più invasiva con il principio “pagare tutti per pagare di meno”. In effetti il recupero dell’evasione fiscale avanza con ritmi costanti ma con effetti assolutamente nulli per i cittadini. L’evasione fiscale in Italia risulta appunto in diminuzione, con una riduzione del “tax gap” del 15% nel 2024 rispetto al 2019, secondo dati del Ministero. Questo miglioramento è attribuito al potenziamento delle attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia, contemporaneamente, sempre tra il 2019 e il 2024, la pressione fiscale in Italia è aumentata, arrivando al 42,6% nel 2024, secondo i dati ISTAT. A queste percentuali andrebbero anche considerati i dati di Unimpresa che sono ancora più imbarazzanti (https://lnkd.in/dqK93WNS).

    Questo incremento è dovuto principalmente a un aumento delle entrate tributarie e contributive, in misura ben maggiore rispetto alla crescita del PIL ( Fiscal Drag*). A questo risultato hanno contribuito comunque anche l’aumento delle accise sui prodotti energetici, l’aumento del gettito IRPEF e delle imposte sui redditi da capitale. Contemporaneamente Il debito pubblico italiano è cresciuto, passando da circa 2.409 miliardi di euro nel 2019 ad oltre 2.868 miliardi di euro a ottobre 2024, raggiungendo nell’ottobre 2025 i 3.057 miliardi.

    Sempre tra 2019 e 2024 le retribuzioni, invece, hanno perso un potere d’acquisto di oltre il -10% a causa proprio di quell’inflazione che ha accresciuto le entrate fiscali dello Stato. Nei soli ultimi cinque anni, quindi, lo Stato ha visto moltiplicarsi le entrate fiscali grazie al recupero dell’evasione fiscale, al Fiscal drag, all’aumento delle accise e dell’ Iva (+17%) sulle bollette energetiche.

    Contemporaneamente, a parte il settore della Difesa che ha visto aumentare specialmente negli ultimi tre anni la dotazione finanziaria, in tutti gli altri settori abbiamo assistito ad una riduzione sostanziale dei finanziamenti. Basti pensare al sistema sanitario nazionale (SSN) al quale, pur aumentando le dotazioni finanziarie nominali, la sua percentuale sul Pil è andata diminuendo, infatti al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025. La Germania, solo per dare un esempio, ha una percentuale di 10,6% di spesa sanitaria sul Pil.

    Da questi semplici dati emerge come ad ogni riforma esattamente come ad ogni aumento della pressione fiscale corrisponda una esplosione non solo dei volumi nominali della spesa pubblica ma anche della propria inefficienza. Quindi, inevitabilmente, la Spesa Pubblica non si può più definire come il veicolo finanziario attraverso il quale lo stato fornisce servizi alla popolazione ed assicura i diritti di cui ogni cittadino dovrebbe usufruire. La grande illusione obbliga ad una ridefinizione della Spesa Pubblica intesa come la leva del potere centrale molto simile alla gestione del credito (**).

    Mai come ora lo Stato ed il sistema bancario, quest’ultimo con utili da record, si dimostrano uniti nel perseguire obiettivi lontani dagli interessi dei cittadini.

    (*) 2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/fiscal-drag/

    (**) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • La rapacità fiscale italiana mette in fuga quasi 200 miliardi di euro

    Jannick Sinner è stato biasimato come uno che fugge dalle tasse per aver preso la residenza a Montecarlo, l’Olanda viene biasimata come paradiso fiscale e chi vi sposta la sede aziendale viene bollato come traditore della patria. Considerare che uno Stato che induce un proprio cittadino o azienda a trasferirsi è forse uno Stato che chiede troppo per quello che offre, che troppa ingordigia priva il Belpaese dei suoi elementi più performanti non sembra purtroppo far parte dell’orizzonte del pensiero nello Stivale. Peccato, anzitutto in termini di vivacità intellettuale e dibattito culturale. Ma peccato anche perché una soluzione al problema dell’evasione fiscale appare tanto più efficace e realistica quanto più si fonda su un’analisi non solo di quanto viene evaso ma anche del perché si evade.

    Il Global Tax Evasion Report 2024 di EuTax Observatory, gruppo di riceva della Paris School of Economics stima in 196,5 miliardi di euro la somma complessiva di quanto non dichiarato e non versato al fisco, spesso tramite spostamento all’estero delle somme su cui versare le tasse. Centoottantuno di quei miliardi sono infatti depositati in conti correnti di banche offshore oppure impiegati in attività finanziarie all’estero. Ottantadue miliardi e 600 milioni sono depositati in Svizzera, 61,5 miliardi in altri Paesi dell’Unione europea fiscalmente più benigni dell’Italia, 26,6 in Asia (do you know Singapore?) e 11 miliardi in aree offshore delle Americhe. Altri 15,5 miliardi sono stati invece dirottati su investimenti immobiliari anzitutto in Costa Azzurra e Parigi (con buona pace dell’ex premier transalpino che ha accusato l’Italia di concorrenza fiscale sleale) e poi a Dubai e Singapore (se è così attraente forse sarebbe da studiare e magari copiare prima di biasimarla, le best practices magari esistono anche in tema di tasse e imposte).

    Quello che troppo spesso ci si scorda di aggiungere è che non tutto quello che viene evaso o eluso è perso per il fisco. Secondo la relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), nel 2024 sono stati recuperati complessivamente 26,3 miliardi di euro (con un incremento del 6,5% rispetto al 2023, pari a 1,6 miliardi di euro), di cui circa 22,8 miliardi, provengono dai controlli ordinari effettuati dall’Agenzia delle Entrate e dalla Guardia di Finanza (12,6 miliardi sono stati versati dai contribuenti dopo aver ricevuto un atto dell’Agenzia delle Entrate; 5,7 miliardi a seguito di una cartella e 4,5 miliardi sono frutto delle attività di promozione della compliance). Gli incassi da misure straordinarie, sempre riferiti all’Agenzia delle Entrate (Rottamazione delle cartelle e pagamenti residui derivanti dalla definizione delle liti pendenti e dalla vecchia pace fiscale), ammontano a 3,5 miliardi, con una flessione di oltre il 30% rispetto al 2023.

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