Tasse

  • La Commissione europea ricorrerà contro la sentenza sul caso degli aiuti di Stato ad Apple in Irlanda

    La Commissione europea presenterà ricorso contro una sentenza del luglio 2020 del Tribunale dell’Unione europea (EGC) che ha annullato la decisione della Commissione dell’agosto 2016 secondo cui l’Irlanda ha concesso aiuti di Stato illegali ad Apple attraverso agevolazioni fiscali selettive.

    “La Commissione ritiene che nella sua sentenza il Tribunale abbia commesso una serie di errori di diritto. Per questo motivo, la Commissione sta portando la questione davanti alla Corte di giustizia europea “, ha dichiarato il commissario alla concorrenza, Margrethe Vestager.

    Fornire a determinate società multinazionali vantaggi fiscali non disponibili per i loro rivali danneggia la concorrenza leale nell’Unione europea, violando le norme sugli aiuti di Stato.

    “Dobbiamo continuare a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per garantire che le aziende paghino la loro giusta quota di tasse. Altrimenti, le finanze pubbliche e i cittadini sarebbero privati ​​dei fondi per investimenti tanto necessari e la cui esigenza è ora ancora più forte per sostenere la ripresa economica dell’Europa”, ha sottolineato la Vestager.

    La EGC a luglio ha annullato la sentenza del 2016 della Commissione, che aveva stabilito che al gigante della tecnologia erano state concesse agevolazioni fiscali illegali da Dublino, perchè non c’erano prove sufficienti per dimostrare che Apple aveva violato le regole di concorrenza dell’UE.

    Secondo la Commissione, all’epoca della decisione, il gigante della tecnologia aveva beneficiato di “aiuti di Stato illegali”, dopo che l’Irlanda ha concesso vantaggi fiscali indebiti fino a 13 miliardi di euro ad Apple, consentendo a quest’ultima di pagare sostanzialmente meno tasse rispetto ad altre imprese, tra il 2003 e il 2014.

    Tuttavia, il governo irlandese ha sostenuto che Apple non doveva rimborsare le tasse, poiché quella perdita di introiti da tasse è servita a rendere l’Irlanda una posto attraente per le grandi aziende.

  • Friendly tax ed il sistema fiscale italiano

    All’interno di un sistema fiscale complesso ed articolato come può essere quello di un’economia occidentale le finalità da raggiungere sono sempre individuabili nel finanziamento della macchina pubblica e soprattutto nella erogazione di servizi alle persone ed alle famiglie.

    Troppo spesso si dimentica, tuttavia, come il livello dei servizi in questo modo finanziati non risulti proporzionale alla stessa pressione fiscale complessiva, ormai insostenibile, e tanto meno alla progressività delle aliquote ma alla qualità della spesa stessa. In questo contesto, quindi, parlare di “tasse amiche” rappresenterebbe quasi una contraddizione. Il sistema fiscale italiano, infatti, machiavellica risultante e complessiva sommatoria di continue ed annuali riforme “rivoluzionarie” e “sempre finalizzate ad una maggiore equità fiscale” riesce a racchiudere al proprio interno i principi ispiratori opposti stessi della politica fiscale: progressività delle aliquote e flat tax.

    Questo formale e sostanziale controsenso viene in modo inequivocabile rappresentato da un sistema fiscale italiano con una delle tassazioni più alte in Europa ma per pochi intimi amici racchiuda al proprio interno anche una “friendly tax” tra le più generose.

    Le caratteristiche di una friendly tax sono rappresentate dalla facilità di individuazione dei beneficiari e dall’aliquota irrisoria richiesta in rapporto soprattutto alla tassazione generale.

    Va ricordato infatti come dall’avvento del governo Renzi con ministro dell’economia Padoan e vice ministro Calenda ad oggi siano settecentottantaquattro (784) i titolari stranieri di grandi patrimoni che hanno spostato la propria residenza fiscale nel nostro paese.

    Questa scelta apparentemente in controtendenza rispetto a quella delle aziende italiane che, al contrario, delocalizzano sedi fiscali e legali in Olanda e in Gran Bretagna va ricercata nella semplice friendly tax applicata dal sistema fiscale italiano alle quali chiede una tassa forfettaria di 100.000 euro. In altre parole, una persona che abbia un reddito di un milione pagherà un’aliquota forfettaria del 10% nel caso di 5 milioni del 5% mentre se il reddito risultasse di 10 milioni dell’1%. Basti pensare, calandoci nella realtà quotidiana, come ad un campione di sport che avesse un reddito di 50 milioni (Ronaldo o Messi) verrebbe applicata un’ aliquota dello 0,2%.

    In questo contesto giova ricordare come per l’acquisto dei beni di prima necessità quali i generi alimentari venga applicata una aliquota IVA del 4% e contemporaneamente per i contribuenti italiani il Total Tax Rate risulti al 64%.

    Il sistema fiscale italiano rappresentato da molteplici strati normativi che si sovrappongono l’uno all’altro rappresenta il fallimento culturale di una classe politica e dirigente la quale ha saputo, con la propria disonestà intellettuale, individuare delle microaree all’interno delle quali applicare per i propri amici la friendly tax.

    Risulta evidente quindi come il principio ispiratore del sistema fiscale italiano non venga rappresentato dall’equità fiscale la quale deve fornire risorse finanziarie anche per rendere sempre più competitivo il nostro paese in un contesto di concorrenza internazionale.

    Il vero semplicissimo cardine dell’insostenibile tassazione italiana si basa sul principio dell’amicizia.

  • La produttività del sistema fiscale

    Come spesso accade durante un periodo di profonda crisi ed a fronte di risultati discutibili dell’azione di governo si aprono dibattiti relativi all’equa ripartizione del reddito prodotto in previsione di un periodo di contenimento ed uno successivo di auspicabile ripartenza dell’economia. Questa è una inevitabile conseguenza legata all’evidenza con la quale le diverse fasce sociali abbiano affrontato la crisi economica ma soprattutto alle sempre maggiori difficoltà dei ceti meno tutelati ed economicamente abbienti.

    In un contesto simile riemerge la discussione relativa alla funzione del sistema fiscale e della sua efficacia in quanto attraverso questa viene finanziata la spesa pubblica.

    Va ricordato, infatti, come il sistema fiscale trovi la propria giustificazione non sono nella necessità di reperire risorse finanziarie per la macchina pubblica ma soprattutto nella ricerca di un riequilibrio economico e sociale tendente ad eliminare o quantomeno ad attenuare le differenziazioni economiche attraverso l’erogazione di servizi. All’interno di questo schema ideologico-politico la progressività delle aliquote trae la propria motivazione facendo proprio il principio della utilità marginale decrescente del denaro. In assoluta antitesi a questa “ideologia” fiscale si contrappongono i sostenitori della flat tax, o tassa piatta, come veicolo di nuova ricchezza disponibile.

    Il nostro Paese presenta comunque una pressione fiscale insostenibile come espressione di aliquote molto alte per le diverse fasce di reddito e con forti progressività. A queste va aggiunta un’altissima tassazione sui consumi che porta a oltre il 68% il Total tax rate.

    In rapporto quindi alle motivazioni iniziali di questa forte pressione fiscale l’unica logica conseguenza dovrebbe essere la disponibilità di un “welfare state” di primissimo livello, espressione di una società all’interno della quale le differenziazioni sociali dovrebbero venire notevolmente ridotte.

    Basti ricordare, invece, come in Italia circa 3 milioni di famiglie, quindi 9 milioni di persone, circa il 15% della popolazione, viva al di sotto della soglia della povertà.

    Emerge perciò evidente, specialmente in questo periodo di crisi, una fortissima differenziazione sociale ed economica tra diverse fasce di popolazione la quale non può che avviare un confronto relativo alla produttività del sistema fiscale italiano.

    Gli Stati Uniti, al di là dell’Atlantico, presentano una tassazione con una aliquota media vicina al 22% per i redditi fino a 165.000 dollari per una famiglia e che sale al 24% se il reddito medesimo viene percepito da un singolo. L’ultima rivelazione statistica indica come siano circa trentanove (39) milioni i cittadini statunitensi costretti a vivere al di sotto della soglia di povertà fissata in 12.000 dollari all’anno. Una cifra veramente notevole ma che se viene tradotta in valore percentuale sulla popolazione si esprime con un 11,8% della popolazione, ovvero -3,2 % in meno di quanto rilevato in Italia.

    Tralasciando l’annosa questione relativa all’assicurazione sanitaria (*), la logica vorrebbe che ad  una bassa imposizione fiscale corrispondesse una fortissima forbice tra diverse fasce sociali. Partendo invece da questi due modelli di sistemi fiscali, non solo i risultati sono molto vicini ma addirittura la percentuale  favorirebbe la bassa imposizione fiscale come metodo per raggiungere una maggiore equità, o meglio, una minore differenziazione. Il Total Tax Rate Usa risulta infatti il 36.9%, poco più della metà di quello italiano.

    Tornando quindi all’analisi della percentuale di popolazione costretta a vivere al di sotto della soglia di povertà,  il triste primato italiano raggiunge livelli grotteschi se paragonato al doppio dell’imposizione fiscale statunitense.

    La differenza tra questi Total Tax Rate indica l’assoluta mancanza di produttività, tanto invocata dagli economisti quando si ragiona delle imprese private ma assolutamente ignorata per quanto riguarda la valutazione complessiva del  sistema amministrativo italiano e fiscale nello specifico.

    Esattamente come all’interno delle bollette degli italiani, dove il costo dell’energia rappresenta la metà o addirittura un terzo dell’intero ammontare richiesto, allo stesso modo il nostro sistema fiscale si trattiene, come oneri di “rete o sistema”, oltre il 60% del costo complessivo.

    Lo stato dimostra ancora una volta di rappresentare la prima causa di scarsa produttività del sistema economico italiano.

    (*) Il sistema sanitario italiano, finanziato con risorse pubbliche, dovrebbe aumentare la disponibilità economica dei cittadini e delle famiglie rispetto ad un  sistema come quello statunitense basato su polizze assicurative il cui costo grava sul budget familiare.

  • L’Olanda ed il meridione d’Italia…

    Nell’ultimo periodo caratterizzato dalla crisi da Covid 19 le diverse normative fiscali e soprattutto le diverse aliquote applicate dai diversi Stati in Europa hanno suscitato grandissime critiche in particolar modo in Italia.

    L’Olanda, in particolare, anche per l’opposizione del suo governo alla destinazione di risorse finanziarie a fondo perduto per i paesi colpiti dalla pandemia, rappresenta il primo soggetto, assieme all’Irlanda e al Lussemburgo, di tali critiche grazie alle proprie aliquote molto basse applicate ai redditi di impresa. Sfruttando il giusto principio della libertà intraeuropea molte aziende infatti hanno scelto come sede fiscale della  holding di controllo proprio l’Olanda, avvantaggiandosi quindi di una pressione fiscale molto inferiore rispetto, per esempio, a quella italiana. Il principio della concorrenza che il mercato globale applica senza alcuna correzione o attenuazione al mondo dei beni e dei servizi forniti da soggetti privati evidentemente non vale all’interno di una Comunità Europea versione moderna dell’iniziale Mercato Unico Europeo (MEC).

    La miopia politica, o meglio, lo strabismo espressione di una ideologia politica  trasforma, in più, l’applicazione di questo principio di concorrenza quale giudizio fortemente negativo in ambito europeo addirittura in una espressione di un valore aggiunto nel caso venga applicato al meridione d’Italia. Il governo in carica, infatti, ha annunciato un taglio delle imposte per le piccole e medie imprese che risiedono al Sud cercando di incentivarne l’attività e magari anche la creazione di nuove. Questa decisione assolutamente legittima è esattamente la copia della politica olandese applicata all’interno dei confini dell’Unione Europea.

    Nel suo complesso, quindi, questa politica di fiscalità di vantaggio applicata all’interno dei confini italiani si rivela come una concorrenza fiscale assolutamente negativa nei confronti delle imprese che nella loro maggior parte risiedono nel nord Italia. Paradossale poi se si considera che quello che viene fortemente criticato nell’ambito dell’Unione Europea, cioè il principio di “fiscalità di vantaggio di uno Stato rispetto ad un altro per agevolare la migrazione di aziende ed holding estere”, subisca una metamorfosi, qualora applicato in Italia, “in fattore positivo e propositivo finalizzato ad una politica economica di espansione”.

    I principi, che siano legali, economici o fiscali, rappresentano il proprio valore indipendentemente dal perimetro nazionale o internazionale all’interno del quale vengano applicati. Paradossale come chi abbia criticato la posizione olandese ora manifesti la sfacciataggine di dichiarasi apertamente favorevole ad una fiscalità proprio di tipo “olandese” (quindi di vantaggio ed in applicazione del principio della concorrenza) per il Sud del nostro paese la quale ovviamente penalizzerà ancora una volta le industrie del Nord. Le strategie economiche ma anche le stesse posizioni politiche rimangono poche ma ben confuse.

  • Decreto liquidità, opportunità da valutare con attenzione

    Con il decreto “liquidità” del 8 marzo 2020, il Governo ha inteso dare una risposta forte all’emergenza economica scaturita dall’infezione pandemica da covid-19.

    Due sono i principali interventi proposti che analizzeremo succintamente.

    Il primo, seguendo l’ordine di trattazione proposto nel decreto, è la garanzia prestata dalla SACE per il sostegno di medie e grandi imprese. Il decreto ha esteso l’accesso anche alle PMI e alle partite iva individuali subordinatamente all’esaurimento della loro capacità di utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia. La garanzia è concessa per importi variabili dal 70% al 90%, a costi calmierati. L’importo del finanziamento non può superare il maggiore tra il fatturato del 2019 o il doppio dei costi del personale del medesimo anno.

    Per ottenere la garanzia, l’impresa dovrà assumere impegni di non poco conto. Il più oneroso, a mio avviso, sarà quello di gestire i livelli occupazionali tramite le organizzazioni sindacali. Sarà necessario, ancora, impegnarsi a non distribuire i dividendi nel 2020 né a procedere al riacquisto di azioni proprie. Infine, gli importi ottenuti dovranno essere destinati a stabilimenti produttivi in Italia per sostenere i costi del personale, gli investimenti e il pagamento di fornitori del ciclo produttivo.

    Il decreto prevede anche di potenziare il sostegno pubblico all’esportazione introducendo un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni assunti da SACE verranno traslati sullo stato per il 90%, liberando in tal modo risorse per l’istituto.

    Il secondo strumento è rappresentato dal Fondo Centrale di Garanzia riservato alle PMI, alle ditte individuali e ai professionisti. L’accesso al Fondo è esteso, in deroga alla definizione comunitaria, alle aziende fino a 499 dipendenti. La garanzia è concessa dal 80% al 90%. Una corsia preferenziale con garanzia fino al 100% è prevista per i prestiti fino a 25.000 euro nel rispetto del limite del 25% dei ricavi dell’ultimo bilancio o dell’ultima dichiarazione fiscale presentati. Contrariamente a quanto previsto per SACE, la garanzia è concessa a titolo gratuito. Sono possibili operazioni di rinegoziazione del debito purché prevedano l’erogazione di liquidità aggiuntiva almeno pari al 10%.

    Proprio quest’ultima opportunità potrebbe essere particolarmente interessante e quindi incentivata dagli istituti bancari che potranno, lecitamente, surrogare i propri crediti chirografari con posizioni garantite.

    Per completare il panorama, si ricorda l’estensione ai liberi professionisti e ai titolari di partita iva della facoltà di aderire al fondo di solidarietà per la sospensione delle rate dei mutui sulla prima casa nonché la moratoria, già prevista dal DL Cura Italia, fino al 30 settembre di mutui e finanziamenti nonché l’impossibilità di revoca degli affidamenti.

    La prima considerazione che mi permetto di fare è che in nessuno dei casi analizzati è in realtà prevista l’iniezione di nuova liquidità a carico dello Stato. Quest’ultimo si “limita” a garantire il credito che verrà erogato dal sistema bancario.

    Non essendo previsti interventi a fondo perduto, si assisterà ad una dilatazione dei debiti delle imprese con il concreto rischio di spostare, solo di qualche tempo, il prevedibile default di una parte di soggetti che non saranno in grado di ripagare il debito.

    Questo rischio implica attente valutazioni da parte degli amministratori in merito allo stato di salute dell’azienda e alle possibilità di onorare puntualmente i debiti contratti.

    Nel decreto, infatti, non sono previste clausole che disapplichino la responsabilità di amministratori e degli istituti di credito per il ricorso abusivo al credito.

    Ancora una volta, quindi, sarà opportuna un’attenta pianificazione finanziaria che dimostri la sostenibilità dei debiti e che venga costantemente monitorata e aggiornata sulla base dei dati via via consolidati e di eventuali cambiamenti di scenari. Attività, questa, particolarmente complessa stante la difficoltà, allo stato attuale, di effettuare previsioni a medio lungo termine. Sarà quindi consigliabile effettuare analisi “what if” che identifichino “best case” e “worse case” ancorate su ipotesi particolarmente caute e ragionevoli, valutando i risultati con scetticismo professionale.

    Per scongiurare addebiti ex post, gli amministratori potrebbero anche ricorrere all’attestazione di un esperto esterno che certifichi lo stato di salute aziendale in un momento immediatamente precedente lo scoppio della crisi sanitaria.

    In effetti, sono state inserite clausole che tendono a sottrarre le imprese agli obblighi di ricapitalizzazione in caso di perdite e di valutazione della continuità aziendale nonché di agevolazione dei soci a sostenere finanziariamente le imprese disattivando le ipotesi di postergazione.

    Tale impianto normativo presenta, tuttavia, un orizzonte temporale particolarmente breve essendo limitato al 2020. Pertanto, a meno che si ipotizzino risultati eclatanti nel 2021 in grado di recuperare le perdite generate dalla pandemia, i problemi emergeranno in fase di approvazione dei bilanci dei prossimi anni.

    Un altro aspetto di non poco conto è rappresentato dalla conversione del debito da chirografo a privilegiato in caso di attivazione della garanzia. Situazione questa che renderebbe più difficoltosa l’eventuale ristrutturazione futura del debito o l’accesso a strumenti di risoluzione della crisi. Anche sotto questo aspetto è, quindi, importante verificare a priori la sostenibilità del debito.

    Abbiamo visto come tutto l’impianto di sostegno si basi sulla concessione di garanzie per facilitare l’erogazione di prestiti bancari. Considerando che, ad oggi, non sono previsti interventi per prorogare i termini di scadenza delle imposte di giugno, ma solo tutele per la rivisitazione del calcolo degli acconti con il metodo previsionale – acconti peraltro che, stante la situazione attuale, sarebbe auspicabile azzerare – i prestiti hanno il sapore amaro di essere finalizzati, almeno in parte, al pagamento delle stesse.

  • Bilanci al tempo del corona virus

    In questo periodo, normalmente, le società di capitali sono impegnate nel processo di formazione del progetto di bilancio che verrà sottoposto all’approvazione dell’assemblea dei soci.

    Tipicamente sono molteplici le attività da completare che comportano interazioni tra diverse funzioni aziendali e che coinvolgono persone interne e consulenti esterni. Tutto questo articolato meccanismo viene sicuramente complicato e rallentato, per non dire ingessato, dall’emergenza sanitaria conseguente alla diffusione pandemica del virus Covid-19.

    L’ufficio amministrativo deve effettuare riconciliazioni dei saldi contabili, controlli, scritture di assestamento e di rettifica di fine anno. Gli amministratori sono chiamati a delicate valutazioni. Tutto questo processo, normalmente, si svolge con frequenti contatti tra le persone interessate e riunioni per programmare le attività e condividere i risultati.

    Le recenti disposizioni di restrizione ai movimenti delle persone e gli inviti ad evitare riunioni in presenza hanno notevolmente rallentato e complicato il processo di formazione del progetto di bilancio.

    Se è vero che molte attività possono essere svolte “a distanza” con l’utilizzo delle nuove tecnologie che consentono video-conferenze e smart working, è altrettanto vero che molte aziende non erano del tutto attrezzate e strutturate per affrontare un isolamento totale come quello imposto dalle recenti disposizioni legislative.

    Si aggiunga che tutto il processo che porta all’approvazione del bilancio è scandito dal rispetto di precisi termini: almeno 30 giorni prima dell’assemblea gli amministratori devono comunicare all’organo di controllo, o al revisore legale, il progetto di bilancio; almeno 15 giorni prima dell’assemblea tutti i documenti che compongono il fascicolo di bilancio devono essere depositati presso la sede sociale a disposizione di ciascun socio.

    Andando a ritroso, quindi, poiché l’assemblea può essere indetta entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale (quest’anno 29 aprile essendo un anno bisestile), il progetto di bilancio dovrà essere redatto dagli amministratori e comunicato all’organo di controllo entro il 30 marzo e entro il 14 aprile i documenti dovranno essere depositati presso la sede sociale.

    Ben si comprende, quindi, che tutto il sistema di formazione cade in piena emergenza sanitaria e potrebbe essere verosimile che alcune società, per non dire molte, possano incontrare difficoltà oggettive a rispettare i tempi previsti.

    In tal senso, molti operatori hanno già sollecitato il Governo affinchè vari una proroga straordinaria dei termini. Proroga che dovrebbe essere stata recepita nel decreto firmato ieri (16 marzo) e in fase di pubblicazione. Le indiscrezioni parlano della possibilità di indire l’assemblea entro 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio (28 giungo 2020) e di agevolazioni per intervenire mediante mezzi di telecomunicazione e esprimere il voto in via elettronica.

    Per quanto auspicabile e ormai scontata la proroga ex lege, personalmente riterrei comunque applicabile alla generalità delle società che abbiano previsto l’evenienza nel proprio statuto, il 2 comma dell’art 2364 che stabilisce la possibilità di approvare il bilancio nel maggior termine non superiore a 180 giorni dalla chiusura dell’esercizio laddove la società sia tenuta alla redazione del bilancio consolidato ovvero quando lo richiedano particolari esigenze connesse alla struttura e all’oggetto sociale.

    In proposito, le esigenze connesse alla struttura ben si attagliano all’emergenza sanitaria del momento che ha imposto modifiche al processo lavorativo e quindi alla struttura amministrativa, privilegiando il lavoro agile, le riunioni non in presenza e la limitazione agli spostamenti.

    Il consiglio è comunque quello di non approfittare senza motivo della proroga, sia per le possibili responsabilità degli amministratori per la tardiva convocazione dell’assemblea, laddove la proroga non fosse disposta per legge, sia per le ripercussioni che la dilatazione del processo di approvazione del bilancio comporta ritardando la capacità di rendere la necessaria informativa a tutti gli stakeholders e per i processi collegati. Si pensi, ad esempio, alla distribuzione di dividendi, all’informativa alle banche per il rinnovo dei fidi, alla disponibilità del bilancio per l’accesso a bandi e gare di appalto o per la fruizione di agevolazioni.

  • Rivalutazione dei beni di impresa, qualche riflessione

    La legge di bilancio 2020 (L. 160/2019) ha riproposto la rivalutazione dei beni di impresa. Un’interessante opportunità che negli ultimi anni è stata più volte rivisitata, pur rifacendosi, in sostanza, al provvedimento originario del 2000 (L. 342/2000).

    La normativa si rivolge a tutte le società di capitali, alle società di persone a carattere commerciale, alle imprese individuali, alle società cooperative agli non commerciali, per i beni riconducibili all’attività di impresa e ai soggetti non residenti con stabili organizzazioni in Italia.

    Sono rivalutabili i beni risultanti dal bilancio al 31/12/2018 e deve effettuarsi nel bilancio dell’esercizio successivo (31/12/2019) di prossima approvazione. Ancora pochi giorni, quindi, per gli amministratori per valutare il provvedimento e, eventualmente, effettuare le opportune variazioni nel progetto di bilancio in fase di definizione.

    Potrà trattarsi di beni materiali o immateriali (con l‘eccezione dei meri costi pluriennali) e delle partecipazioni in società controllate e collegate, purché iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie. Sono esclusi i beni al cui scambio o alla cui produzione è diretta l’attività di impresa (cosiddetti beni merce). La rivalutazione non può prescindere dalla corretta classificazione dei beni in categorie omogenee dovendo necessariamente riferirsi a tutti i beni appartenenti alla medesima categoria (unica eccezione per i beni immateriali che potrà riferirsi al singolo bene). Quest’ultima attività è tutt’altro che banale e va compiuta con estremo rigore e precisione potendo inficiare, a posteriori, la validità della rivalutazione stessa.

    Alla rivalutazione consegue il pagamento di un’imposta sostitutiva pari al 10% o al 12% dei maggiori valori, rispettivamente per i beni non ammortizzabili o per quelli ammortizzabili. Anche in questo caso, la suddivisione apparentemente semplice, è tutt’altro che banale soprattutto con riferimento ai fabbricati poiché, i nuovi principi contabili, non prevedono che gli stessi siano esclusi dal processo di ammortamento. A rigor di logica, i beni immobili patrimonio, essendo soggetti a limiti di indeducibilità dei costi anche con riferimento alle quote di ammortamento, dovrebbero essere ricompresi nella fascia con aliquota più bassa. Maggiori certezze si hanno invece con riferimento ai terreni esclusi per definizione dal processo di ammortamento.

    La norma non impone la redazione di perizie che sono tuttavia assolutamente consigliabili per contrastare rilievi futuri anche in considerazione del fatto che non si possono eccedere i valori correnti. Non è prevista la possibilità di dare valenza fiscale ad eventuali svalutazioni, nonostante il periodo storico di riferimento meriterebbe attenzione al fenomeno.

    A fronte dei maggiori valori va iscritta in bilancio una riserva “in sospensione di imposta” che può essere liberata dal vincolo con il versamento di un ulteriore 10%, portando il costo complessivo dell’operazione al 20% o al 22% rispetto al 27,9% della tassazione ordinaria. Nonostante le aliquote delle imposte sostitutive siano scese rispetto a quelle dell’ultimo provvedimento analogo, comportano comunque un costo complessivo non trascurabile, soprattutto in caso di affrancamento della riserva. Opzione, quest’ultima, che andrà attentamente ponderata in funzione dei piani aziendali prospettici disponibili.

    I maggiori valori acquistano valenza fiscale dal terzo anno successivo (2022) con riguardo alla deducibilità degli ammortamenti e alla disciplina sulle società di comodo, mentre dal quarto anno successivo per la determinazione di plusvalenze e minusvalenze. In caso di cessione nel periodo di sorveglianza, si terranno in considerazione i valori ante rivalutazione, emergerà un credito di imposta per il contribuente e si liberà la riserva in sospensione.

    Vorrei sollecitare nei destinatari del provvedimento alcuni ragionamenti per consentire una scelta consapevole.

    I maggiori valori acquisiranno rilevanza per il superamento del test di operatività ai sensi della normativa sulle società di comodo (art. 30 legge n. 724 del 1994) con impatti a volte complicati soprattutto se riferiti alle società operanti nel mercato immobiliare.

    Effettuare la rivalutazione senza affrancare la riserva implica un elevato costo futuro in caso di successiva distribuzione della stessa, occorrerà quindi aver ben presenti i piani prospettici dell’azienda, la politica dei dividendi nonché la redditività futura. In periodi di crisi, la rivalutazione dei maggiori valori latenti può contribuire a patrimonializzare l’azienda aumentandone la capacità di sopportare perdite future. Se questo fosse l’orizzonte, potrebbe risultare superfluo affrancare la riserva emergente. Analoghe conclusioni potrebbero essere tratte in caso di una politica di forte reinvestimento in azienda degli utili realizzati.

    Un’ultima questione sulle riserve in sospensione di imposta generatesi a seguito di precedenti rivalutazioni. Ci si potrebbe chiedere se fosse possibile affrancarle sfruttando il provvedimento legislativo odierno pagando l’imposta sostitutiva del 10%. Ebbene il testo normativa sembra far esplicito riferimento alla possibilità di affrancare esclusivamente la riserva generatasi in occasione della presente rivalutazione e in tal senso si era espressa l’Agenzia nel 2006 e nel 2013 con riferimento ai rispettivi provvedimenti normativi.

  • Coronavirus, le misure a sostegno di imprese e cittadini

    In questi momenti di allarme concitato per il rapido diffondersi in Italia, in alcune Regioni del Nord in particolare, del COVID-19, meglio noto come coronavirus, il Governo ha emanato una serie di provvedimenti volti a introdurre misure di emergenza per contenere il contagio e cercare di agevolare imprese e cittadini delle zone più colpite.

    In data 23 febbraio con DPCM sono stati individuati i Comuni interessati dalle misure urgenti per il contenimento del contagio. In Lombardia Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione D’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini, in Veneto Vò.

    Il decreto, oltre a introdurre misure di isolamento per le zone “rosse”, ha previsto, all’art. 3, agevolazioni per il lavoro agile, di cui agli articoli da 18 a 23 della legge 22 maggio 2017 n. 81 che può essere applicato in via automatica nell’ambito di aree ritenute a rischio anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla normativa. Il 25 febbraio è stato varato un nuovo Decreto che amplia la portata di quello dei due giorni precedenti prevedendo che il lavoro agile sia applicabile, in via provvisoria fino al 15 marzo 2020, per i datori di lavoro aventi sede legale o operativa nelle regioni dell’Emilia Romagna, del Friuli Venezia Giulia, della Lombardia, del Piemonte, del Veneto e della Liguria e per i lavoratori ivi residenti o domiciliati.

    Vediamo cosa significa in pratica. Tecnicamente, aziende e lavoratori, previo accordo anche semplicemente verbale, potranno accedere al lavoro agile, anche in assenza del necessario accordo scritto preventivo, autocertificando lo status di lavoratore appartenente a una delle aree a rischio in fase di predisposizione della pratica telematica sul portale lavoro (cliclavoro.gov.it). Il tenore dell’autocertificazione, pur essendo atto unilaterale, dovrà confermare il preventivo accordo tra le parti. Vengono semplificati anche gli obblighi di informativa sui rischi generali e specifici connessi alla particolare modalità di svolgimento della prestazione (art. 22 L. 81/2017) che potranno essere assolti anche in via telematica, per esempio con una semplice email al dipendente, utilizzando la documentazione resa disponibile sul sito istituzionale dell’INAIL.

    Il Consiglio dei Ministri si è nuovamente riunito in data 28 febbraio per deliberare ulteriori misure urgenti di sostegno per le famiglie, lavoratori e imprese connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 (il decreto è ancora in fase di pubblicazione, quindi le indicazioni seguenti devono ritenersi provvisorie e suscettibili di modifiche).

    Per i soggetti che hanno la residenza, la sede legale o operativa nei Comuni della zona “rossa” sono sospesi i versamenti relativi a cartelle di pagamento, avvisi di addebito degli enti previdenziali, avvisi di accertamento, rottamazione ter e saldo e stralcio. Le scadenze comprese nel periodo dal 23 febbraio al 30 aprile sono prorogate al 31 maggio 2020. Sono altresì prorogate fino al 30 aprile il pagamento delle bollette di luce, acqua e gas con possibilità di successiva rateizzazione. Le rate dei mutui agevolati concessi alle imprese da Invitalia sono sospese per 12 mesi, così come i versamenti dei diritti camerali.

    Viene estesa la sospensione dei pagamenti e degli adempimenti tributari in scadenza tra il 21 febbraio e il 31 marzo, già deliberata in data 24 febbraio con Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, anche ai soggetti esterni alla zona rossa ma che si avvalgono di intermediari che sono ivi collocati. Vengono altresì prorogati i termini per la comunicazione dei dati necessari alla predisposizione della dichiarazione dei redditi precompilata.

    E’ stato inoltre agevolato il ricorso alla cassa integrazione ordinaria e disposto un sostegno economico mensile di 500 euro per massimo 3 mesi a favore di lavoratori autonomi e professionisti localizzati nei comuni della zona rossa.

    Il decreto dispone infine una vasta serie di iniziative di sostegno per il rilancio dell’economia nelle zone più colpite dall’emergenza sanitaria, tra cui il potenziamento del fondo di garanzia per le PMI con garanzia di concessione del credito alle imprese operanti nelle zone rosse, la sospensione delle rate dei mutui per l’acquisto di immobili residenziali dei lavoratori, l’incremento dei fondi destinati al sostegno delle aziende esportatrici, l’estensione del regime fiscale di favore delle donazioni di prodotti alimentari alle donazioni di altre merci, l’istituzione di un fondo rotativo per la concessione di mutui a favore di imprese agricole in difficoltà nonché il differimento al 15 febbraio 2021 delle segnalazioni previste dalla procedura di allerta del codice della crisi.

    Specifiche disposizioni sono state infine previste per il settore turistico tra cui la sospensione fino al 30 aprile del versamento dei contributi previdenziali e delle ritenute fiscali e specifiche forme di compensazione per gli utenti coinvolti in viaggi da e per le zone rosse.

    Ciascuno di noi può ritenere adeguate o carenti le misure varate, anche in considerazione della rapidità di attuazione, della completezza e della coerenza organizzativa in ogni caso, qualunque sia la propria convinzione, sarebbe opportuno evitare speculazioni politiche preferendo mozioni di coesione e di unità nazionale ricordando che salute e lavoro sono diritti essenziali che devono essere opportunamente conciliati.

    A parte la drammaticità del momento, che a memoria non ricordo si sia mai verificato in tempi moderni, l’incentivazione dell’uso delle nuove tecnologie per consentire lo smart working e le riunioni con modalità audio video connesse, potrebbe essere un aspetto positivo da sviluppare anche in assenza di emergenza. Il bicchiere “mezzo pieno” che questo grave periodo dovrebbe lasciarci in eredità è la consapevolezza in queste nuove possibilità lavorative che consentirebbero l’ottimizzazione dei tempi, la riduzione dell’inquinamento e una miglior qualità di vita dei singoli individui.

  • Le imprese e la nuova emergenza coronavirus

    Impazza da qualche giorno la nuova emergenza per la rapida diffusione del coronavirus in alcune zone del nostro Paese.

    Le cosiddette “zone rosse” sono state interdette alla circolazione e nessuno può entrare o uscire salvo particolari casi sottoposti, comunque, all’autorizzazione del prefetto. Le Regioni del nord Italia, al momento, hanno emanato ordinanze che prevedono la chiusura di scuole, musei, palestre nonché la sospensione di manifestazioni sia sul suolo pubblico che privato con l’obiettivo di arginare la diffusione del virus.

    E’ chiaro che in questo clima di emergenza sanitaria, l’imprenditore, chiamato a vigilare sulla sicurezza sul lavoro (ex D.lgs 81/2008), dovrà rivalutare il proprio documento programmatico di sicurezza e adottare le misure di prevenzione ritenute più idonee. Potrebbe essere opportuno, in tale ambito, coinvolgere il medico del lavoro al fine di implementare misure igieniche straordinarie e di diffondere i protocolli sanitari di emergenza varati dalle autorità preposte.

    Sarà opportuno valutare con attenzione gli spostamenti dei lavoratori, eventualmente riprogrammando trasferte e viaggi, laddove ritenuto opportuno, anche in considerazione delle destinazioni. Ove possibile, sarà da incentivare l’uso delle nuove tecnologie che consentono di effettuare riunioni a distanza e lo svolgimento delle attività lavorative da casa (smart working). Saranno da privilegiare e incentivare, possibilmente, i trasporti individuali rispetto a quelli collettivi in modo da ridurre le possibilità di contagio.

    In alcuni casi ci si potrà trovare di fronte alla sospensione dell’attività lavorativa imposta dalla pubblica autorità, che comporterà l’impossibilità temporanea alla prestazione per causa di forza maggiore. Di conseguenza sarà sospeso sia l’obbligo del lavoratore di eseguire la propria opera, sia quello del datore di lavoro di corrispondere la retribuzione e i contributi, salvi ovviamente accordi particolari tra le parti.

    La particolare situazione che si dovrà fronteggiare potrà sicuramente giustificare la richiesta della CIGO o l’intervento dei fondi bilaterali di solidarietà.

    Per quanto possa essere sospesa la prestazione lavorativa, si ricorda che non viene meno il rapporto di lavoro e, pertanto, rimarranno salvi gli obblighi di non concorrenza e di fedeltà.

    Dell’ultima ora la notizia della firma da parte del Ministro Gualtieri del decreto che sospende gli adempimenti fiscali a carico dei contribuenti delle zone colpite da coronavirus in scadenza tra il 21 febbraio 2020 e il 31 marzo 2020. In particolare saranno congelati i versamenti delle imposte e delle ritenute per i contribuenti e le imprese dei Comuni in cui sono state messe in atto le misure di contenimento (Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia, Terranova dei Passerini, Vo’). I versamenti saranno da effettuare in un’unica soluzione entro il mese successivo. Anche le cartelle di pagamento saranno interessate dalla sospensione.

  • Bonus bebè e bonus asilo nido, due agevolazioni per le famiglie

    Bonus bebè e contributi per la frequenza agli asili nido sono in vigore da alcuni anni, quindi non parleremo oggi di novità, ma cercheremo di fare un po’ di chiarezza su due opportunità che a volte, per mancanza di informazione, vengono trascurate.

    Il bonus bebè, disciplinato dalla legge n. 190/2014, prevede un assegno mensile per ogni figlio nato tra il 1/1/2015 e il 31/12/2020. L’agevolazione è concessa ai residenti in Italia, purché con cittadinanza italiana, o di uno Stato membro dell’Unione Europea ovvero ai cittadini extraeuropei con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all’art. 9 del Dlgs n. 2896/98.

    L’importo riconosciuto varia da un minimo di 960 euro annui, a un massimo di 1.920 euro in funzione dell’ISEE del nucleo famigliare, incrementabili qualora venga richiesto per la nascita di un figlio successivo al primo. Sono agevolate le nascite, così come le adozioni. Il sostegno era erogato fino al compimento del terzo anno di età, ma, per i nati dal 2018 in poi, è stata prevista la riduzione al solo primo anno.

    La domanda va presentata telematicamente all’INPS, allegando il modello ISEE, in mancanza la richiesta verrà processata considerando la fascia massima di reddito. In seguito all’accoglimento della domanda, la somma verrà erogata direttamente dall’INPS, secondo le modalità richieste all’atto della presentazione che possono prevedere l’accredito su conto corrente bancario o postale, libretto postale o carta prepagata con IBAN.

    Il contributo per la frequenza dei bimbi agli asili nido è disponibile dal 1/1/2017 per i nati, o adottati, dall’ 1/1/2016 (L. 232/2016). Come nel caso precedente, la richiesta va inoltrata direttamente all’INPS per via telematica. In questo caso, tuttavia, il contributo è erogato fino ad esaurimento delle risorse in base alla precedenza nella presentazione della domanda che dovrà essere formulata dal genitore che materialmente sostiene la spesa. E’ richiesta la residenza in Italia e la cittadinanza in Italia o in uno Stato dell’Unione Europea o, in alternativa, per i soggetti extracomunitari, il permesso di soggiorno EU per i soggiornanti di lungo periodo.

    L’importo è commisurato al valore ISEE del nucleo famigliare, essendo previsto un minimo di 1.500 euro e un massimo di euro 3.000. La somma sarà erogata solo a seguito della presentazione delle ricevute che attestino il pagamento delle rette scolastiche. Il contributo non sarà cumulabile con la detrazione IRPEF del 19% delle spese sostenute per la frequenza agli asili nido.

    Di seguito trovate il link al portale del cittadino da utilizzare per la presentazione di ambo le domande: https://www.inps.it/search122/ricercaTema.aspx?sTrova=servizi%20online%20per%20il%20cittadino&sCategoria=&sDate=

    Un’ultima precisazione di carattere tecnico: l’inoltro delle domande presuppone il possesso dei codici PIN dell’INPS o dell’identità digitale SPID. Quest’ultima vi consente di interagire con la pubblica amministrazione in modo semplice e sicuro e soprattutto univoco. Non sarà più necessario richiedere e ricordare codici di accesso ai vari siti, potendo effettuare l’accesso tramite SPID.

    Vari enti rilasciano l’identità digitale in modo semplice e immediato, tra cui le poste. Di seguito il link con le principali specifiche: https://www.spid.gov.it/richiedi-spid. Un modo moderno, semplice e sicuro per interagire con la pubblica amministrazione che consiglio a tutti di attivare.

    Segnaliamo, in chiusura, la possibilità di richiedere un bonus di 30 euro per l’acquisto dei seggiolini antiabbandono, obbligatori per il trasporto di tutti i minori di 4 anni, accedendo al sito www.bonuseggiolino.it. L’accesso prevede l’autenticazione tramite SPID.

    Infine, per gli amanti del cinema, si ricorda il bonus tv concesso per l’acquisto di televisori e decoder di nuova generazione idonei alla ricezione di programmi televisivi con i nuovi standard trasmissivi (DVBT 2/HEVC). L’agevolazione, fino ad esaurimento dei fondi stanziati, consiste in uno sconto praticato in fase di acquisto fino ad un massimo di 50 euro ed è circoscritta ai nuclei famigliari con ISEE inferiore ai 20.000 euro che, entro il 31/12/2022 acquisteranno un televisore o un decoder compatibile con i nuovi standard.

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