Tasse

  • Imposizione fiscale sulla plastica, ovvero l’inutile “ravvedimento”

    Il governo Conte 1 nel 2018 aveva aumentato l’imposizione fiscale (contributo Conai) sulla produzione della plastica da 187cent/kg a 208/kg: 208 euro a tonnellata. Non soddisfatto, sempre il governo in carica Conte 2 continua nel delirio pseudo-ecologista aumentando ulteriormente il carico fiscale complessivo passando da 208 centesimi a 0.5€/kg con un aumento del +240% (la proposta fu inutilmente di 1€/kg +500%), cioè 500 euro a tonnellata. Nonostante questa parziale inversione gli effetti combinati risulteranno devastanti per il settore produttivo italiano in quanto questa tassazione non colpisce i prodotti importati dall’estero perché non è una tassa sul consumo.

    Sembra incredibile come si riesca con scientifica stupidità a demolire uno dei settori principali dell’economia italiana come quello della produzione di plastica manifestando una presunzione ideologica come espressione di una corrente di pensiero ambientalista.

    In altre parole, tornando alla realtà dei fatti e partendo dal presupposto che una tassa non modifica ne può intaccare l’utilizzo di un bene strumentale come la plastica i concorrenti esteri che producono plastica hanno ricevuto da questo governo una “svalutazione competitiva” del 240% a parità di costi sostenuti.

    La follia ideologica come manifestazione infantile di un ambientalismo privo di competenza si rivela disastrosa per la tenuta del settore industriale italiano della plastica che rappresenta il 40% della produzione europea. Ed hanno pure il coraggio di definire questa parziale correzione come un ravvedimento.

  • Il suprematismo “fiscale”

    Un sistema fiscale deve assolutamente rappresentare, attraverso un quadro normativo stabile quanto affidabile, lo strumento attraverso il quale finanziarie le spese pubbliche sia correnti che per servizi i cui livelli vengono determinati come espressione politica di uno Stato liberista, liberale o socialista.

    In altre parole, non importa il quadro politico del quale questo sistema normativo risulti espressione tuttavia le caratteristiche del sistema fiscale devono essere le medesime, indipendentemente dal contesto politico, quindi anche dalle risorse finanziarie richieste. In un sistema economico in progressiva  evoluzione alla funzione del finanziamento delle spese pubbliche complessive si aggiunge anche la possibilità, in un contesto competitivo globale, di attirare attraverso una “fiscalità di vantaggio”: investimenti che possano assicurare ricadute occupazionali stabili quindi diventare volano di ripresa economica.

    Purtroppo negli ultimi anni, a fronte di una perdurante crisi economica ma purtroppo anche culturale, troppo spesso lo stesso sistema fiscale viene impropriamente utilizzato come veicolo per imporre una visione etica tanto in relazione ai  consumi quanto all’economia nella sua accezione più ampia. Questa ulteriore ed impropria versione di fiscalità “etica” che ogni cittadino italiano è costretto a subire viene spesso imposta e modulata in diretto rapporto alla mancanza di conoscenza e contemporaneamente intrisa di ideologia, quindi una classica espressione della peggiore sintesi per una classe politica. In questo senso la Plastic tax ne rappresenta il classico anche se purtroppo non unico esempio  (https://www.ilpattosociale.it/2019/10/24/la-vera-insostenibilita-quella-fiscale/).

    Come molto spesso succede, una qualsiasi iniziativa fiscale che intenda esprimere impropriamente un principio etico, quando non venga supportato da una conoscenza, si trasforma inevitabilmente semplicemente in  un atto dispotico e d’imperio con l’effetto peraltro di diminuire il potere d’acquisto dei contribuenti. Una  incapacità di valutazione degli effetti unita ad un approccio ideologico e ridicolmente ambientalista descrive la classe politica ignara, solo per proporre un esempio, come accade a Linz, in Austria, dove una acciaieria abbia sostituito il carbone con la plastica termovalorizzata riducendo del 90% le emissioni. Tale  tassazione aggiuntiva relative alla produzione della plastica, definita Plastic tax di pura matrice etica ed ideologica, può venire definita come la misera espressione di un nuovo “suprematismo  fiscale“, espressione della terribile sintesi tra presunzione culturale ed ignoranza contemporanea di cui questo governo si macchia senza vergogna.

    Al tempo stesso va ricordato come questa espressione  del suprematismo fiscale non sia assolutamente la prima. In questo in senso, infatti, basti ricordare la Tobin Tax (una tassazione aggiuntiva applicata a tutte le transazioni finanziarie) voluta dal governo Monti che ha spiazzato il sistema borsistico italiano rendendolo antieconomico e di conseguenza rendendo meno interessante la piazza borsistica italiana rispetto a quelle europee. Con la inevitabile conseguenza che dei 2 miliardi previsti dal  governo Monti lo Stato italiano abbia incassato  appena 780 milioni.

    Al tempo stesso il fatto che tali iniziative fiscali, espressione di questa nuova corrente di pensiero del suprematismo fiscale, il quale intende cambiare il quadro economico attraverso la fiscalità ora adottata dal governo in carica attraverso la Plastic Tax o la Sugar tax, non rappresentino una novità assoluta non  diminuiscono  la gravità e l’impatto devastante per il sistema economico complessivo italiano.

    Il risibile livello della produttività come dei servizi assicurati dalla spesa pubblica rende già di per sé insostenibile la pressione fiscale complessiva. Se a questa vengono aggiunte anche le iniziative fiscali espressione di questa nuova concezione di suprematismo fiscale risulta inevitabile il continuo declino economico del nostro Paese.

  • Quale difesa per il contribuente?

    In mezzo ai vari provvedimenti proclamati, poi smentiti, poi nuovamente promossi che hanno caratterizzato il susseguirsi di notizie di quest’ultimo periodo, questa mattina ne ho letto uno che mi ha lasciato oltremodo basito.

    La Corte dei Conti, con un proprio comunicato stampa del 24 ottobre 2019, ha offerto, “quale Magistratura posta dalla Costituzione a salvaguardia degli interessi dell’erario, il proprio contributo al miglior esercizio della giustizia tributaria stessa”. Il passaggio sconvolgente, a parere dello scrivente, è proprio quello di candidarsi in nome della funzione costituzionale di tutela degli interessi erariali, dimenticandosi di un passaggio fondamentale che è quello della necessaria terzietà della magistratura!

    Il timore, fondato visto il presupposto citato dalla Corte stessa, è quello che venga meno questa necessaria terzietà e quindi vengano lesi i diritti, costituzionalmente previsti, di difesa e di un giusto processo che devono essere garantiti a ciascun contribuente. Timore, peraltro, avallato dall’Unione nazionale camere avvocati tributaristi che, prontamente, ha segnalato il proprio disappunto in una nota ufficiale.

    La giustizia tributaria è già al centro di un grosso dibattito da anni, di cui è consapevole la Corte stessa che nel comunicato prosegue, sottolineando la sua necessaria riforma “alla luce dei più rilevanti problemi che oggi caratterizzano la giustizia tributaria, sia in termini di maggiore imparzialità, indipendenza e terzietà dei giudici tributari, che in termini di rafforzamento della loro professionalità, da assicurare anche mediante uno statuto unitario di assunzione e di trattamento economico, così come pure in termini di recupero di una più “ragionevole durata” del processo tributario, da assicurare anche mediante “giudici monocratici” e con istituti deflattivi del contenzioso”. Concetti di imparzialità, indipendenza e terzietà dei Giudici che, quindi, sono ben chiari alla Corte e che non si capisce come possano essere coniugati in maniera efficace con la funzione di difesa degli interessi erariali cui la stessa è chiamata.

    Da troppo tempo i diritti dei contribuenti non appaiono paritetici se raffrontati con quelli dell’ente accertatore che, dal legislatore in primis, e nella gestione del processo dopo, dovrebbe essere trattato in maniera paritaria con la parte ricorrente. Invece spesso, per le annose ragioni di gettito, così non è: si pensi al fatto che il contribuente è chiamato a pagare parte della pretesa erariale ancora prima che inizi il processo, salvo che ottenga la sospensiva della riscossione, evento per altro non scontato e automatico, o ancora ai provvedimenti legislativi che “salvano” pregiudizievoli che avrebbero reso nulli o annullabili gli atti emessi. Ancora, accade che l’Ufficio difenda fino in Cassazione posizioni indifendibili, sperperando risorse delle Stato e denaro dei contribuenti.

    Spesso la pretesa accertata si basa su presunzioni con l’aggravante dell’inversione dell’onere della prova: il contribuente viene accusato e si trova a dover dimostrare di non aver commesso il fatto rasentando, a volte, l’insulso della probatio diabolica.

    Se il quadro velocemente dipinto non fosse già abbastanza preoccupante e indicatore della ormai imprescindibile riforma della giustizia tributaria, lo diventa oltremodo, se si legge il recente comunicato della Corte dei Conti incardinandolo nel contesto della lotta all’evasione nonché nei toni assunti dal dibattito politico al riguardo. Lotta all’evasione, per carità, che è sacrosanta ma che non dovrebbe assumere i caratteri dell’inquisizione e dovrebbe essere accompagnata da provvedimenti di revisione del sistema fiscale che è ormai del tutto inadeguato al Paese.

    Mi auguro, quindi, che il Presidente del Consiglio in carica, ricordando la propria estrazione di giurista, accademico e avvocato, nonché la promessa fatta di essere “l’avvocato del popolo italiano”, respinga garbatamente la proposta formulata dalla Corte dei Conti, forse in un impeto di disponibilità, e si acceleri invece su una seria riforma della giustizia tributaria che valorizzi il ruolo del Giudice attraverso la sua specializzazione, che preveda la separazione delle carriere e pari trattamento e tutela per tutte le parti del processo.

  • La vera insostenibilità? Quella fiscale

    Uno dei parametri fondamentali per valutare la sostenibilità di un investimento, specialmente in un settore produttivo di un determinato Paese, viene sicuramente rappresentato dal quadro normativo  fiscale e dalla sua stabilità complessiva. Questo fattore influisce in modo determinante allo stesso modo per le aziende già operanti nel medesimo territorio in relazione alla scelta di riservare risorse e destinarle ad investimenti, per esempio nella digitalizzazione, al fine di rendersi maggiormente competitivi nel mercato globale.

    Un articolato sistema fiscale e soprattutto la sua stabilità permettono, infatti, di valutare il Roe e quindi la redditività di un investimento nel medio e lungo termine. All’interno di uno scenario economico complesso la fiscalità, specialmente se “di vantaggio”, cioè finalizzata ad attrarre investimenti anche dall’estero per avviare attività economiche con positive ricadute occupazionali, rappresenta un volano fondamentale con l’obbiettivo parallelo di incentivare gli investimenti delle aziende.

    Viceversa i governi, e con loro soprattutto i ministri economici che si sono succeduti negli ultimi dieci anni alla guida del nostro Paese nella ricerca della quadratura del cerchio per il rapporto debito pubblico/Pil, hanno privilegiato la visione del breve termine incuranti degli effetti delle proprie politiche fiscali a copertura di sempre nuove voci di spesa pubblica. Dimostrando questi l’assoluta incapacità o semplicemente il presuntuoso disinteresse nel considerare le ricadute economiche delle “innovazioni normative fiscali” come della loro ricaduta all’interno di una politica di sviluppo.

    Ogni governo, da Monti in poi, ha sempre immediatamente modificato il quadro fiscale generale anche per fornire le risorse a copertura dell’aumento della spesa pubblica improduttiva, come per gli 80 euro del governo Renzi, il reddito di cittadinanza e quota 100 nel governo Conte 1.

    A conferma di tale terribile miopia, che rende il nostro paese assolutamente poco attrattivo rispetto ai flussi complessivi di investimenti, è esemplare la questione della tassa sulla plastica, ultima perla del governo in carica.

    Nel 2018 il governo stabilì un aumento del contributo ambientale Conai attribuito al settore della plastica (CAC) che passò da 188 a 208 euro a tonnellata: circa 0,208 centesimi/kg. Il costo industriale mediamente della plastica è compreso in un range che va da 0,90 euro fino ad 1,70 per kg. La disastrosa finanziaria del governo Conte 2 viceversa intende portare la tassa sulla plastica ad 1 euro/k, quindi mille/tonnellata. Rispetto al 2018 si assiste perciò ad un +500% della tassazione applicata ad  un comparto industriale  che rappresenta uno dei fiori all’occhiello della manifattura italiana. Un incremento della pressione fiscale che nessun settore economico al mondo sarebbe in grado di sostenere in un’ottica di sviluppo anche solo nel brevissimo termine.

    In più l’effetto paradossale di questa scellerata politica fiscale, espressione di incompetenza, superficialità e presunzione, risulta dall’incredibile rapporto tra valore della tassazione applicata  che arriva fino il 110% del valore del bene tassato (per la benzina è il  64%).

    Nella storia economica recente mai si era assistito ad un aumento della pressione fiscale di questa entità, espressione di una ridicola ideologia pseudo ambientalista adottata da una classe politica indegna che ora rincorre una ragazzina svedese anche se smentita dai più autorevoli scienziati del mondo.

    Tornando ora al quadro più generale, il sistema normativo fiscale in continuo rinnovamento, di fatto, ogni dieci mesi rende inutili e paradossalmente obsoleti tutti gli studi e con loro ogni valutazione e proiezione necessarie ad un investitore che intendesse premiare la competenza italiana così come per un’azienda italiana attiva nel mercato al fine di sviluppare la propria competitività.

    E’ ormai evidente come la classe politica e dirigente, espressione non di competenza economica ma di più banali competenze burocratiche, rappresenti la causa del nostro arretramento economico e culturale condannando il nostro Paese ad un declino inarrestabile.

    Mai come ora con la propria politica fiscale adottata per il comparto della plastica il governo in carica rappresenta il vero nemico della crescita e contemporaneamente la lucida espressione di un’incompetenza legata ad una assoluta irresponsabilità con effetti insostenibili per il sistema industriale italiano.

  • Stretta in arrivo per gli affitti agevolati

    Investire nel mattone sta diventando sempre più difficile in Italia. E non solo per i continui venti di crisi economiche, reali o solamente paventati. Se nei mesi scorsi si è parlato di una lieve ripresa, almeno per il settore acquisti, tale prospettiva, che poteva far tirare un seppure flebile respiro di sollievo agli addetti ai lavori, rischia di arrestarsi in breve tempo. Causa la nuova manovra finanziaria che potrebbe colpire, ed anche pesantemente, gli affitti a costi contenuti. L’Italia, al momento, è il Pese in cui, più che in altri, la grande crisi finanziaria del 2007/2008 sembra non essersi allontanata perché una eccessiva tassazione sul mattone, che paradossalmente renderebbe meno rischioso investire in borsa piuttosto che in edilizia, ha di fatto scoraggiato costruttori e acquirenti. In Italia esiste infatti una tassazione espropriativa, erariale e locale che non si ritrova in altre parti del mondo, come dimostra un rapporto di Confedilizia che potrebbe vedere ulteriori balzelli che andrebbero a colpire chi trae guadagno, onestamente, da affitti a buon mercato. Come sappiamo le moderne tecnologie inducono molti lavoratori a spostarsi sul territorio per lavori più dinamici (anche se sempre più spesso l’ufficio diventa il proprio appartamento) e ciò implica sistemazioni provvisorie, laddove non si pensa di rimanere per troppo tempo nei luoghi in cui ci si sposta. L’affitto, il più possibile conveniente, rimane così la soluzione più consona. La tipologia che funziona maggiormente in questi casi è quella degli affitti agevolati o concordati in quanto garantiscono ai proprietari della case una certa redditività anche se modesta. La manovra finanziaria in programma, su proposta del PD, prevede di alzare, per la prima volta, l’aliquota fiscale su questa tipologia di affitti dal 10 al 12,5% che prevedeva un canone più basso rispetto alla norma, canone concordato in passato da Confedilizia con i sindacati inquilini di Cgil, Cisl e Uil che veniva incontro alle esigenze di classi sociali economicamente più deboli. E chi potrebbe trarne profitto da tali aumenti? Neanche a dirlo un sistema bancario che strizza l’occhio alla finanza internazionale.

  • Si lotti prima coi grandi elusori. Ue non può fare più finta di guardare altrove

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Maro Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi dell’11 ottobre 2019.

    La legge di bilancio è sempre un momento difficile per il governo, per i cittadini e per lo stato. Soprattutto se l’economia è in profonda stagnazione, a volte dentro, a volte appena fuori da una vera e propria recessione. Quando la crescita non c’è, inevitabilmente c’è scarsità di reddito e, di conseguenza, manca regolare gettito fiscale. Perciò, far quadrare i conti senza un aumento delle tasse, dell’Iva per quanto riguarda il nostro paese, diventa opera di un equilibrista. È una storia vecchia, ma l’Italia non può permettersi un’evasione fiscale ai livelli di una «repubblica delle banane».

    L’ultimo studio del ministero dell’economia riporta che nel 2016 l’evasione fiscale è stata di 107 miliardi di euro. Secondo la società inglese di ricerca, The Tax Research LLP, sarebbe addirittura di 190,9 miliardi di euro. Il totale europeo sarebbe di ben 823,5 miliardi. L’Italia è la prima in Europa, seguita dalla Germania con 125,1 miliardi di evasione. È il caso di ricordare che la nostra spesa pubblica per la sanità è di 115 miliardi e quella per la scuola di 60.

    Un secondo studio, “The European Tax Gap”, misura il rapporto tra tasse evase e il gettito fiscale. In Italia è del 23,29%. Siamo quarti in Europa, dopo la Romania, la Grecia e la Lituania. Nonostante che il denaro recuperato dall’evasione sia quadruplicato in poco più di 10 anni, dai 4,4 miliardi del 2009 ai 19,2 del 2019, il problema resta sostanzialmente irrisolto. Rispetto ai totali di evasione menzionati è davvero parva res, piccola cosa…

    Vi è poi l’elusione fiscale, cioè l’utilizzo di tutte le cosiddette «strade legali» e di alcuni trucchi per sottrarsi al fisco. La praticano in particolare le grandi imprese internazionali. Sfruttano i paradisi fiscali, ancora legalmente irraggiungibili dalle autorità degli stati. Sono noti i casi legali nei confronti, per esempio, di Amazon, Facebook, Google, Apple e di altri giganti del web. Si calcola che l’elusione dei grandi gruppi esteri in Italia potrebbe generare ammanchi di entrate tra i 5 e i 20 miliardi di euro (a secondo delle stime adottate). A tutto ciò si dovrebbero aggiungere le attività illegali (prostituzione, droga, criminalità organizzata, ecc) che nei calcoli stranamente non sono prese in considerazione. Il piano annunciato dal governo italiano per la lotta all’evasione dovrebbe portare nelle casse dello stato 7 miliardi di euro. Ridurre l’uso del contante a favore dei pagamenti elettronici farebbe aumentare il numero delle operazioni tracciate e potenzialmente anche diminuire il numero degli evasori.

    Aumentare la tracciabilità dei pagamenti è sicuramente importante, ma deve essere accompagnata, meglio se preceduta, dal potenziamento e dalla modernizzazione delle agenzie preposte alla lotta all’evasione. Oggi la grande evasione, purtroppo, corre sempre davanti alle regole e agli interventi dello stato. Si creano innegabili distorsioni e disuguaglianze tra coloro che si trovano in una condizione che permette di evadere le imposte e quelli che sempre le pagano. Al riguardo è opportuno ricordare che i 17 milioni di lavoratori dipendenti, pubblici e privati, e di pensionati pagano le imposte fino all’ultimo centesimo, in quanto, com’è noto, trattenute direttamente sulla busta paga e sulla pensione.

    In Italia vi sono poi 5 milioni di lavoratori autonomi, imprenditori, artigiani e partite Iva che potrebbero, se volessero, evadere anche percentuali significative rispetto al dovuto allo stato. Secondo alcune stime circa 33 miliardi di euro di imposte sul reddito (Irpef), pari al 63% del dovuto da parte degli autonomi, non arriverebbe al fisco.

    Ancora più evasa è l’Iva, l’imposta sugli scambi di beni e servizi. Si stima che ogni anno non sarebbe versata per 35 miliardi di euro. La lotta all’evasione ha tentato sempre di ricuperare l’Iva evasa. Esaminando il flusso degli acquisti e delle vendite si è in grado di ricostruire meglio anche il reddito degli operatori. Ci sembra che la strada sia quella giusta. Si stima che nel 2019 la semplice introduzione della fatturazione elettronica sembra possa produrre un gettito aggiuntivo di Iva superiore a 4 miliardi.

    In merito all’uso del contante l’accanimento mediatico ci sembra francamente esagerato e pretestuoso. I pagamenti telematici, bancomat e carte di credito varie, dovrebbero essere introdotti in modo progressivo e accompagnati dalle necessarie semplificazioni degli adempimenti fiscali e, soprattutto, non gravati da alcun costo per gli utenti. Se la lotta all’evasione e all’elusione è prioritaria per il rilancio dell’economia, diventa urgente migliorare le qualificazioni tecnologiche delle varie agenzie preposte e l’aumento dei relativi organici.

    Tutti devono pagare le tasse dovute e contribuire proporzionalmente al bene comune, così come prevede la nostra Carta costituzionale. La lotta contro l’evasione e l’elusione fiscale deve, però, cominciare veramente con i grandi evasori.

    Si può ulteriormente accettare supinamente che grandi società operanti in Italia spostino la loro sede fiscale in Olanda per pagare meno tasse? O si deve, invece, pretendere che l’Ue adotti norme fiscali omogenee per tutti i paesi dell’Unione? Questo è il salto di qualità che si chiede all’Europa per avere maggiore credibilità.

    * già sottosegretario all’Economia ** economista

     

  • Da Monti a Gualtieri: il bullismo fiscale ed istituzionale

    La Tobin Tax rappresenta una tassazione applicata a tutte le transazioni finanziarie di borsa, inserita ed attuata unilateralmente dal governo Monti. Tale “scelta strategica” ha rappresentato un fiasco clamoroso in quanto dei possibili due miliardi di nuove risorse previste nel bilancio di previsione ne vennero incassati solo 870 milioni. La posizione del governo Monti, poi, comportò come inevitabile conseguenza un ulteriore isolamento normativo e politico in quanto le altre nazioni non applicavano tale normativa fiscale ed il valore di questa tassazione è direttamente proporzionale all’ampiezza dei sistemi normativi che l’adotterebbero.

    A questo isolamento politico del nostro Paese ne seguì quindi anche una minore attrattività della piazza finanziaria di Milano, con un ulteriore evidente danno per l’economia nazionale. Ovviamente si omise, allora come oggi, colpevolmente, di valutare ma sopratutto di comprendere le conseguenze finanziarie e politiche di questa scelta del governo Monti. Prova ne sia la volontà dell’attuale ministro Gualtieri di inserire all’interno della manovra economico-finanziaria l’applicazione della Web Tax in modalità assolutamente unilaterale esattamente come il governo Monti con la Tobin Tax.

    Mentre, infatti, l’Unione europea sta cercando con grandi difficoltà di elaborare un quadro normativo e fiscale omogeneo, e quindi inclusivo, il nostro governo, adottando l’atteggiamento sprezzante del governo Monti, inserisce questa normativa determinando un ulteriore isolamento del nostro Paese all’interno del quadro europeo.

    Gli ultimi due governi Conte hanno evidenziato una sempre maggiore marginalità del nostro Paese all’interno dell’Unione europea a causa, durante il governo Conte uno, delle farneticanti affermazioni relative ad una uscita imminente dall’euro e dell’intenzione di una “emissione a debito zero” dei  minibot  o, alternativamente, del conio di una moneta parallela. Tutto questo mentre il debito pubblico aumentava con un trend di più centosessanta (160) miliardi negli ultimi diciotto mesi.

    Confermando questa linea di comportamento, la scelta della introduzione di una Web Tax del governo Conte 2 esattamente come nel caso della Tobin tax rappresenta un atto di vero e proprio “bullismo fiscale” il quale presenta forme forse più eleganti rispetto al dozzinale “bullismo mediatico” del governo Conte 1, causando però  le medesime conseguenze.

    In un contesto internazionale qualsiasi atto di bullismo, va ricordato, viene naturalmente percepito come  espressione di una volontà di prevaricazione unita ad una arroganza tanto meno giustificabile quando a risultarne responsabili siano esponenti governativi incapaci di valutare il peso e le conseguenze delle proprie decisioni politiche, fiscali e finanziarie.

    Anche queste diverse forme di bullismo istituzionale rappresentano la conferma di un declino culturale del nostro Paese del quale non si vede il limite ultimo.

  • La triste favola del Re che portò all’estinzione i propri sudditi

    Alla fine di ogni estate il sovrano del Regno di Taxland, per ammansire i propri sudditi fiscali, individuava nella crescente evasione delle decime sul raccolto la motivazione che lo condannava e costringeva ad un aumento delle tasse sul macinato e al conseguente impoverimento del popolo lavoratore.

    Il Regnante, a giustificazione della propria inevitabile scelta, ricordava ai propri sudditi che se tutti avessero pagato il dovuto allora il maggiore gettito avrebbe permesso all’intera popolazione di avere una riduzione delle decime e perciò i sudditi avrebbero goduto di una maggiore disponibilità economica.

    Il sovrano, ovviamente, dimenticava, ma soprattutto ometteva colpevolmente, come ad ogni aumento delle tasse pagate dal popolo suddito corrispondesse parallelamente sempre un aumento delle proprie attribuzioni e costi generali per il mantenimento del palazzo e dei servitori mentre il livello di sopravvivenza della popolazione risultasse drasticamente in caduta verticale.

    In altre parole, tutte le affermazioni del sovrano erano viziate dal regale e conflittuale interesse di quest’ultimo con il semplice fine di migliorare il proprio appannaggio e conseguentemente il proprio potere attraverso l’esplosione percentuale delle decime che avrebbero trasformato i sudditi fiscali in veri e propri schiavi privi di ogni indipendenza economica e quindi progettualità di vita.

    Questa pericolosa sintesi di tasse e crescita della miseria per il popolo lavoratore si tradusse inevitabilmente in un calo demografico in quanto per una famiglia un figlio, e quindi anche solo una bocca in più da sfamare, rappresentava un costo aggiuntivo insostenibile.

    Questa progressione della pressione fiscale si tradusse quindi nella successiva estinzione della popolazione del regno che nel giro di pochi decenni passò da una posizione economica e politica importante alla propria estinzione economica e demografica.

    Tornando ai giorni nostri, nella prima metà degli anni settanta Indro Montanelli sottolineò come sempre (e soprattutto, aggiungiamo noi, esattamente come il Sovrano della favola) alla fine dell’estate i vari governi introducessero, con la complicità dei media asserviti ormai alla nomenclatura politica, la tematica dell’evasione fiscale a giustificazione dell’aumento delle tasse e della pressione fiscale complessiva.

    Da allora, ai tempi del regno, fino ad oggi nulla risulta cambiato auspicando, comunque, che l’infausto esito per il  popolo italiano non sia quello dell’estinzione come accadde nel regno di Taxland.

    Abbandonando il terreno della fantasia, l’amara realtà ha dimostrato come la classe politica italiana, nel remoto come recente passato e ancora oggi, rimanga assolutamente intellettualmente disonesta al di là di ogni colore politico. Ancora oggi infatti si cerca di ammansire le popolazioni (il cosiddetto popolo bue per il mercato finanziario) proponendo lo scenario di un favoloso futuro ma soprattutto immaginario nel quale, a fronte di un aumento di una pressione fiscale e di un contemporaneo allargamento della base, verrebbe ridotto per ogni singolo cittadino l’ormai insostenibile peso fiscale.

    Il grafico nella foto, reale quanto crudo, dimostra invece come ad ogni aumento della pressione fiscale sia sempre corrisposto un aumento della spesa pubblica, dimostrazione, ancora una volta, di come quest’ultima rappresenti la prima forma di potere per il ceto politico assieme alla gestione del credito (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Nella regno di Taxland, poi, il sovrano era con chiarezza assolutamente inattaccabile da una qualsiasi possibile critica dai sudditi fiscali in quanto protetto da un esercito di magistrati nominati a propria discrezione e rendendo quindi questa forma arcaica di sistema giudiziario al di fuori di ogni controllo terzo se non quello della famiglia reale.

    Questa triste favola dimostra ancora una volta come la realtà del vivere quotidiano dei sudditi fiscali italiani sia assolutamente più grama rispetto al più immaginifico mondo della fantasia della favola nella quale peraltro un sovrano ridusse all’estinzione i propri sudditi.

    P.S. Ogni riferimento a persone e organi contemporanei risulta assolutamente voluto e ricercato.

     

  • In Italia ci sono già patrimoniali per 45,7 miliardi

    In Italia sono già in vigore tasse patrimoniali per 45,7 miliardi di euro, rileva Ferruccio De Bortoli su L’Economia, e se anche il governo Conte2 varerà misure fiscali di quel genere, come appare probabile per tenere a bada i conti, la novità che il premier ha promesso essere rappresentata dal suo governo bis sarà una novità ben poco confortevole per gli italiani. La patrimoniale colpisce infatti beni registrati, che non possono essere occultati proprio perché registrati, ma ne deprime il valore: il valore di un immobile diminuisce nel momento in cui il possibile acquirente teme di dover pagare su di esso tributi prima non in vigore e chi pensi di cambiare auto non è certo incentivato a farlo se teme di veder applicati nuovi balzelli su di essa. Insomma, la novità promessa da Giuseppe Conte rischia di consistere semplicemente nello svilimento del patrimonio degli italiani. E peraltro, se patrimoniale sarà, il Conte2 si muoverà all’insegna di una continuità che risale addirittura all’Italia monarchica. Altro che novità, la patrimoniale comparve nell’Italia repubblicana già un anno prima della Costituzione, nel 1947. Ma la sua prima apparizione risale al 1919, primo governo Nitti. Prima di Mario Monti e Giuliano Amato, gli ultimi premier che vi hanno fatto ricorso, fu utilizzata anche dal Fascismo, nel 1936 e nel 1940.

    La patrimoniale peraltro ha sempre reso meno delle attese, nel 2018 le varie misure di questo tipo (bollo auto, imposta di registro, Imu e Tari) hanno reso l’equivalente dell’1,2% del Pil, 45,7 miliardi appunto. Ma per un governo di sinistra come si preannuncia il Conte2 il rincaro dell’Iva – frutto delle misure del governo Conte1 (reddito di cittadinanza e quota 100) – sarebbe esiziale. Non tanto e non solo perché deprimerebbe i consumi mentre venti di recessione spirano sul mondo intero, quanto perché l’Iva è un’imposta indiretta che tutti pagano in identica misura a prescindere dal loro reddito e dai loro averi. La patrimoniale può essere invece una misura progressiva o classista, tarata solo su alcuni (e infatti a un liberista come Luigi Einaudi non piaceva).

    Certo, c’è sempre la lotta all’evasione per far fronte alle necessità finanziarie dello Stato. Ma un governo la cui componente maggiore ha già dimostrato di amare moltissimo affacciarsi al balcone per dare annunci tonitruanti come la sconfitta della povertà potrà mai rinunciare a misure propagandistiche, di consenso elettorale? Ecco allora che la persistenza dell’evasione elettorale offre l’alibi a quella classe politica per continuare a prendere in giro le masse con promesse da Bengodi. Basta mettere a preventivo entrate per tot euro alla voce recupero dell’evasione per poter dire che interventi dal chiaro intento elettoralistico godono della copertura finanziaria di cui per legge ogni intervento governativo in ambito economico deve godere. Ma certo, se l’evasione fosse davvero debellata, un simile giochetto non si potrebbe più fare. Il partito (movimento) dell’onestà dovrebbe riconoscere i limiti di azione  in cui inevitabilmente il governo incorre. E a quel punto la Casaleggio non potrebbe più vantare l’entusiasmo con cui la gente partecipa alle votazioni sulla piattaforma Rosseau.

  • Il camouflage fiscale degli ultimi governi

    Da oltre trent’anni il tema dell’evasione fiscale ha rappresentato la giustificazione classica per coprire le inefficienze nella gestione della spesa pubblica e contemporaneamente i risibili risultati delle ridicole politiche di sviluppo finanziate (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Di fatto questa tattica comunicativa ha permesso, in particolare agli ultimi governi Renzi/Gentiloni e Conte/Salvini, di operare delle scelte fiscali indegne se paragonate alla tanto agognata “giustizia fiscale” accomunata alla altrettanto  dichiarata “diminuzione della pressione fiscale”. Obiettivi che sicuramente rappresentano ancora oggi l’unica via per una politica di sviluppo e di sostegno alla domanda interna per i contribuenti italiani. Il governo Renzi, “ottimamente coadiuvato” dai dott. Padoan e Calenda, ha adottato come espressione della propria politica fiscale il concetto di contributo fiscale fisso di 100.000 euro per tutte le persone che residenti all’estero volessero porre il proprio domicilio fiscale in Italia. Di fatto una persona con un reddito da 1.000.000 si vedrà applicata una aliquota al 10%, o ancor meglio al 5% se il reddito risultasse di cinque milioni, per ridursi all’1%  con un reddito di 10 milioni. L’1% rispetto al 62% del total tax rate che mediamente viene pagato dai contribuenti italiani rappresenta effettivamente un insulto all’Italia che lavora. Quelli che si definiscono, rispetto al governo attuale, espressione della cultura economica occidentale hanno annullato in un solo battito di ciglia il principio dell’utilità marginale decrescente del denaro (e sicuramente a loro insaputa).

    Non pago di questo vero e proprio insulto fiscale il  governo Gentiloni, sempre in questo aiutato dai preziosi dott.  Padoan e Calenda, nel dicembre 2017 ha inserito nella legislazione fiscale l’aliquota fissa (oggi definita flat tax) per le rendite finanziarie al 26% favorendo tutte le rendite superiori ai 750.000. In più viene prevista in questa innovativa normativa fiscale anche la possibilità della compensazione tra crediti e debiti fiscali tanto invocata dal mondo del lavoro ed imprenditoriale italiano ma concessa viceversa solo ai grandi “risparmiatori”.

    In questo quadro avvilente che dimostra le priorità dei governi Renzi e Gentiloni il governo in carica Conte/Salvini/Di Maio ha convertito in legge (n.58) il decreto legislativo n.34 che prevede la riduzione del 50% del calcolo dei contributi per gli sportivi residenti all’estero da due anni ed ora tornati sul suolo italico. In altre parole viene istituzionalizzato una sorta di reshoring fiscale a vantaggio delle società prevalentemente del settore calcistico mentre l’industria, i servizi ed il turismo attendono invano la riduzione del cuneo fiscale. Quest’ultimo fondamentale per ridare un po’ di fiato alla domanda interna e rendere più competitive  contemporaneamente le aziende italiane che competono nel mercato globale.

    Quindi mentre quota 100 e reddito di cittadinanza vengono inserite a debito e contemporaneamente la flat tax, oggi finanziariamente insostenibile, viene modificata nella proposta per la  stessa definizione della tassa (la doppia aliquota per due fasce di  reddito risulta ridicola in quanto non più flat) il governo sceglie di aiutare le società sportive. In  particolare quelle del mondo del pallone le quali, a fronte di un ingaggio di dieci milioni per un calciatore, non dovranno più pagare diciotto milioni complessivamente ma solo tredici, ed ovviamente questa copertura relativa alla riduzione del cuneo fiscale andrà anche a questa il debito.

    Il nostro paese si trova nella incredibile situazione nella quale a fronte di un aumento della pressione fiscale contemporanea  ad un quasi annullamento dei tassi di interessi con riduzione dei costi di servizio al debito (espressione del quantitative easing) riesce ad avere una crescita del debito superiore a quella del  Pil.

    In questo contesto l’Italia è l’unico paese in Europa ad essere ancora al di sotto di 1,4% di reddito disponibile rispetto al 2008. Un dato che di fatto boccia senza appello il gotha economico governativo italiano.

    In ultima analisi, quindi, questi  tre esempi di “camouflage fiscale” rappresentano l’arte di camuffare dietro la dichiarata ricerca di grandi obiettivi fiscali ed economici (anche quest’anno la pressione fiscale è aumentata e i consumi sono diminuiti dello 0,4% per  oltre un miliardo) la volontà di favorire gli interessi di pochi  a spese della collettività.

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