Terrorismo

  • Egyptian journalists from fact-checking website facing terrorism charges

    Prosecutors in Egypt have charged six journalists working for the independent fact-checking platform Matsda2sh with belonging to the outlawed Muslim Brotherhood, according to their lawyer.

    Nabeh al-Ganadi said on Monday that the men were accused of joining a terrorist group, funding terrorism, publishing “fake news”, and using social media to call for acts of terrorism, he added. Matsda2sh has denied the allegations.

    Later, Ganadi said the State Security Prosecution had remanded five of them in custody for 15 days, and that the sixth was still being interrogated.

    The journalists’ arrests last week were condemned by international human rights and press freedom organisations.

    The Committee to Protect Journalists (CPJ) called the detention of Matsda2sh’s entire newsroom a “grave escalation in Egypt’s campaign against independent journalism”.

    It said the country remained one of the world’s leading jailers of journalists, with 25 currently imprisoned or detained.

    President Abdul Fattah al-Sisi has overseen what human rights groups say is an unprecedented crackdown on dissent since he led the military’s overthrow of his predecessor, Muslim Brotherhood leader Mohammed Morsi, in 2013.

    Tens of thousands of people have been detained, mainly Muslim Brotherhood officials and supporters but also leading secular and liberal activists, media workers and academics.

    Matsda2sh, whose name means “Do Not Believe” in Arabic, was founded in 2018 to “resist the flow of false or misleading news”, according to its website.

    It regularly fact-checks statements made by Egyptian officials and carries out investigative reporting in Egypt and other Arab countries.

    Security personnel arrested the six Matsda2sh journalists – Abdullah Qadry, Mohammed Ashraf Abu Emeira, Islam Barakat, Omar Helal, Mohammed Mahmoud, and Mohammed Adel – in a series of raids on their homes across Egypt on 28 and 29 September, according to the Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), whose lawyers are defending them.

    Initially, no information was provided about where they were being held or the reasons for their detention, the EIPR said.

    On Thursday, the Egyptian interior ministry confirmed their arrests and accused Matsda2sh of seeking to destabilise the country through disinformation.

    It said the platform was unlicensed and operated from abroad, and that its founder, Abdel Rahman Mansour, was member of the Muslim Brotherhood.

    In an interview with the CPJ that day, Mansour insisted that the accusations “misrepresent who we are and the work we do”.

    “We have no affiliation with the Muslim Brotherhood, and the authorities know this,” he said.

    On Monday, the EIPR said most of the detained journalists had testified before the State Security Prosecution that they were “tortured at National Security Agency facilities in the days following their arrests, before being brought before any judicial authority”.

    The journalists reported “beatings, forced stripping, electric shocks and threats to harm them or their families”, it added.

    The interior ministry denied that they had been tortured or mistreated.

    A ministry source said the EIPR’s allegations were “unfounded and come in the context of attempts to evade the charges levelled at them”.

  • Due popoli, due Stati: non solo uno slogan

    A tre anni dalla strage del 7 ottobre, che ha riportato l’orrore in Israele, il nostro pensiero va alle 1200 vittime, bambini, donne, uomini strappati alla vita in modo atroce, ai 251 ostaggi, dei quali solo 158 sono tornati vivi dopo indicibili e lunghissime sofferenze e a coloro che sono stati uccisi durante la prigionia.

    Ancora oggi nel mondo l’antisemitismo deve essere tenacemente combattuto e deve continuare l’impegni di ciascuno perché ogni essere umano sia rispettato nella sua dignità e gli siano garantiti tutti i diritti civili.

    Per questo è anche urgente e necessario che le azioni per consegnare alla giustizia i responsabili del 7 ottobre, come di ogni altra azione terroristica, non si tramuti nella distruzione della Palestina e nella morte di cittadini innocenti.

    L’Europa abbia la capacità di agire, per quanto è in suo potere, per garantire ad Israele il pieno riconoscimento nel mondo e la necessaria sicurezza nel presente e nel domani e per ottenere uno Stato libero da Hamas per i palestinesi che anch’essi hanno diritto a vivere in pace e sicurezza, due popoli, due Stati non sia solo uno slogan.

  • Non prevalebunt

    44 anni fa, era il 3 settembre 1982, veniva ucciso, in un vile attentato, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con lui fu trucidata anche la moglie Emanuela Setti Carraro.

    Ricordo lo sgomento dell’Italia e dei tanti che, come me, avevano conosciuto il generale e sperato che ancora una volta il suo lavoro, la sua coraggiosa determinazione potessero portare luce sui tanti lati oscuri che contornavano, e purtroppo contornano, le sottili e radicate connessioni tra politica, criminalità, affari.

    Passano gli anni, i decenni, altre stragi illustri hanno segnato la nostra vita stroncando quella di troppi difensori della legge mentre i misteri si perpetuano tra depistaggi, ritrattazioni, finte piste o piste reali poi abbandonate.

    Così oggi un pensiero ed un ricordo del generale Dalla Chiesa diventa un ricordo per tutti coloro che sono stati trucidati dalla criminalità e dall’indifferenza o connivenza di certa politica, ed un rinnovato impegno, per chi ci crede, a dire ancora una volta “non prevalebunt”, il male non prevarrà se oltre a ricordare sapremo agire, senza paura.

  • La collaborazione sempre più stretta tra Al-Shabaab e Houthi minaccia i consumi occidentali

    Gli Stati Uniti devono far fronte a una nuova minaccia nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente: la crescente collaborazione tra Al Shabaab, principale organizzazione affiliata di al Qaeda, che estende il suo controllo su vaste porzioni della Somalia, e i ribelli Houthi dello Yemen. Secondo funzionari statunitensi, somali e yemeniti citati dal quotidiano “Wall Street Journal”, i due gruppi, nonostante le profonde divisioni settarie, collaborano almeno dal 2023 nello scambio di armi, addestramento e competenze militari. Il loro principale intermediario sarebbe stato il somalo Jibril “One-Armed” Yahya Ali, ucciso a febbraio da un attacco missilistico statunitense nello Yemen. Al Shabaab avrebbe ottenuto dagli Houthi armi più sofisticate, droni e addestramento, mentre i ribelli yemeniti avrebbero acquisito denaro e una possibile nuova posizione strategica sulle coste somale, affacciate sul Golfo di Aden.

    Secondo un funzionario dell’intelligence militare statunitense citato dal quotidiano, almeno 100 combattenti di Al Shabaab sono stati addestrati nello Yemen, anche all’impiego di droni e alla fabbricazione di ordigni più letali. Le armi verrebbero trasferite attraverso il Golfo di Aden su imbarcazioni e successivamente trasportate verso le aree controllate da Al Shabaab nel sud della Somalia. La collaborazione rappresenta una minaccia particolarmente grave per il traffico marittimo di petrolio e gas. Il Golfo di Aden e lo stretto di Bab el Mandeb rappresentano infatti un’arteria vitale per il trasporto marittimo del petrolio mediorientale, specie alla luce del blocco di fatto dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Gli Houthi hanno già attaccato petroliere legate all’Arabia Saudita nel Mar Rosso e puntano, secondo fonti di intelligence, a servirsi di Al Shabaab per installare radar e sorvegliare il traffico navale.

    La situazione è ulteriormente complicata dalla crescente presenza israeliana nel Somaliland. Israele ha riconosciuto a dicembre l’indipendenza della regione, che dispone del porto di Berbera, posizione strategica per controllare il Mar Rosso e contrastare gli Houthi. Il gruppo yemenita ha minacciato di colpire eventuali attività israeliane nel Somaliland. A giugno, una delegazione Houthi ha raggiunto il sud della Somalia per discutere con i vertici di Al Shabaab un coordinamento contro la presenza israeliana a Berbera, offrendo in cambio ulteriori armi e addestramento. Secondo fonti statunitensi, Al Shabaab dispone di entrate per almeno 100 milioni di dollari l’anno grazie a estorsioni e altre attività, fornendo agli Houthi una consistente fonte di finanziamento. Per Washington, l’alleanza rischia quindi di trasformare una collaborazione finora prevalentemente opportunistica in una partnership con implicazioni regionali e globali, capace di minacciare uno dei principali “colli di bottiglia” del commercio marittimo e petrolifero mondiale.

  • Ricordare l’11 settembre impone anche di ricordare Massoud

    Sono passati 25 anni dal tragico attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001 non ha segnato solo la morte di 2977 persone inermi ed il ferimento di più di altre 6000, ma la fine di un’epoca, di un mondo che prima non aveva mai dovuto confrontarsi con un terrorismo che diventava stato e predisponeva azioni globali e sanguinarie senza nessun freno e con eccezionale spregiudicatezza e preparazione organizzativa.

    Al-Qaeda, l’organizzazione terrorista nata nel 1988 e fondata da Osama bin Laden e Abd Allāh Yūsuf al-ʿAzzām, con l’11 settembre costringe il mondo a ridisegnare il futuro, non si tratta più di attentati terroristici circoscritti ad un’area, diventa una vera guerra tra il mondo civile e gli islamisti.

    Alle 8,46 il volo americano Airlines 11, decollato da Boston, si schianta contro la torre nord del World Trade Center a New York, alle 9,3 il volo 175, sempre da Boston, si schianta contro la torre sud, alle 9,37 l’americano Airlines 77, decollato da Washington, si schianta contro il Pentagono, alle 10,3 il volo 93 si schianta in Pennsylvania dopo una rivolta dei passeggeri contro i terroristi.

    Mentre ci si appresta alle commemorazioni di quel terribile 11 settembre, ben consapevoli che il terrorismo è ancora vivo ed attivo con diverse sigle, dall’Isis ad al-Quaeda agli al Shabaab, e con nefaste influenze sui disadattati e criminali che vivono in tutto il mondo costituendo una perennemente minaccia, ancora una volta ci si dimentica di un evento che ha preceduto l’11 settembre.

    Vogliamo ricordare l’attentato che il 9 settembre trucidò in Afghanistan il comandante Massoud, l’uomo che aveva difeso e difendeva il suo popolo prima dai russi e poi dai talebani ed integralisti.

    Massoud era venuto pochi mesi prima in Europa per chiedere gli aiuti necessari a contrastare gli integralisti terroristi e aveva lanciato chiari avvertimenti su azioni eclatanti che i terroristi avrebbero potuto compiere in Occidente.

    Non fu ascoltato, salvo poi piangerlo da morto dedicandogli, come fece il governo francese, anche un francobollo e molti libri.

    Il non ascoltarlo ci ha portato prima alla tragedia dell’11 settembre e poi alla disastrosa guerra in Afghanistan terminata decenni dopo con l’abbandono del paese, dopo tanto dispendio di vite umane e di armi, ai talebani ed alla sharia che ormai impedisce ogni libertà e diritto, specie alle donne.

    Ricordare l’11 settembre impone anche di ricordare il leone del Panshir e le persone, le donne che nel mondo sono ogni giorno sopraffatte da violenza, ingiustizia, terrore, l’integralismo dei vari califfati non si fermerà mai se non riusciremo ad integrare tra loro i nostri sistemi di intelligence e a contrastare tutti gli integralisti.

  • Più privacy su WhatsApp, ma India e Somalia temono che se ne approfittino gli estremisti

    Il governo somalo ha dichiarato alla BBC di essere preoccupato per il piano di WhatsApp di lanciare una nuova funzionalità che consentirebbe agli utenti di chattare utilizzando un nome utente anziché un numero di telefono. Il Ministro delle Comunicazioni e della Tecnologia, Ahmed Osman Dirie, ha affermato che potrebbe rendere più difficile rintracciare e contrastare i criminali in un Paese che sta ancora combattendo contro i militanti islamisti.

    Il lancio della funzionalità, che coinvolgerà tre miliardi di utenti WhatsApp in tutto il mondo, è previsto nei prossimi mesi e consentirà agli utenti di rimuovere o modificare il proprio nome utente in qualsiasi momento. Di fronte ai timori espressi dalla Somalia, WhatsApp ha dichiarato alla BBC che la funzionalità non è ancora attiva e che gli utenti avranno comunque bisogno di un numero di telefono per utilizzare l’app. Ha inoltre affermato che la funzionalità include misure di sicurezza integrate contro le frodi.

    A Meta, proprietaria di WhatsApp, il governo somalo ha fatto presente che il Paese africano si trova in un “contesto particolare”, con un’economia fortemente dipendente dalle transazioni di denaro tramite cellulare. Ha affermato anche che “nomi utente non verificati e non rintracciabili” aumentano il rischio di frodi finanziarie e rendono i cittadini vulnerabili alle truffe. È noto infatti che i militanti di Al-Shabab utilizzano WhatsApp per le loro operazioni, tra cui estorsioni e propaganda e nel 2024, l’intelligence somala ha dichiarato di aver chiuso 20 gruppi WhatsApp presumibilmente gestiti da Al-Shabab per estorsione e intimidazione e di aver disattivato i servizi dati per circa 2.500 numeri di telefono associati a tali gruppi.

    Prima ancora della Somalia fanno ad avanzare timori è stata l’India, il mercato più grande per la piattaforma con oltre 850 milioni di utenti, anch’essa preoccupata che i nomi utente possano aumentare le frodi online, l’usurpazione d’identità e altri crimini, consentendo ai criminali di contattare potenziali vittime senza rivelare i loro numeri di telefono.

    E’ vero di contro che gli esperti ritengono che le innovazioni annunciate da WhatsApp tuteleranno maggiormente la privacy degli utenti, mettendoli al riparo anche dalle ingerenze delle autorità pubbliche. Soprattutto da quelle, non rare fuori dall’Occidente, di governi che vogliono tenere sotto controllo i loro oppositori.

  • Why WhatsApp usernames could upset Somalia’s anti-terror fight

    Somalia’s government has told the BBC it is concerned about WhatsApp’s plan to launch a new feature that would let people chat using usernames rather than phone numbers, saying it could pose a security risk.

    Communications and Technology Minister Ahmed Osman Dirie said it could make it harder to trace and counter criminals in a country that is still battling Islamist militants.

    The rollout to three billion global users of WhatsApp worldwide is expected in the coming months, allowing people to remove or change their usernames at any time.

    Somalia has been hit by a brutal and deadly insurgency – led by al-Shabab, an al-Qaeda affiliate – for more than two decades.

    In response to Somalia’s concerns, WhatsApp told the BBC that the feature was not yet live, and users would still need a phone number to use the app. It further stated that the feature comes with built-in safeguards against scams.

    But Dirie told the BBC Focus on Africa podcast that the Somali government had approached Meta, which owns WhatsApp, about their concerns and hoped that “we’ll reach a resolution on this matter very soon”.

    He pointed out that Somalia had a “unique context”, with an economy that heavily relies on mobile money transactions.

    “Unverified and untraceable usernames” introduced the risk of financial fraud and citizens becoming vulnerable to scammers, he said.

    Al-Shabab militants have also been known to use WhatsApp for their operations, including for extortion and propaganda.

    In 2024, Somalia’s intelligence agency said it had shut down 20 WhatsApp groups allegedly operated by al-Shabab for extortion and intimidation.

    It said it had also disabled data services for about 2,500 phone numbers associated with them.

    Dirie told the BBC that while Somalia effectively regulated phone numbers in the country, WhatsApp’s new feature would undermine that.

    Somalia’s issues follow a similar complaint raised by India – the biggest market for the platform with more than 850 million users.

    Earlier this month, India said it believed usernames might increase online fraud, impersonation and other crimes by allowing criminals to contact potential victims without disclosing their phone numbers.

    It also asked the company “not to roll out this feature until the consultation on this point is achieved to the satisfaction of the government”.

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    Dirie said linking a WhatsApp profile to a phone number made it easier to track criminals.

    “So moving away from phone numbers to usernames, we believe, will make it difficult for us to counter those crimes,” he said.

    The minister said they required further assurances from Meta, despite its assertion that it had built mechanisms to defend against cybercrimes through WhatsApp.

    He demanded that Meta demonstrate that hiding phone numbers would not “erode digital traceability” and provide “specific safeguards” against financial fraud.

    “If they prove that, when we discuss if we put those safeguards in place, then we will not have any issue with rolling out the new feature,” he said.

    According to Moses Kemibaro, a technology blogger who focuses on Africa, WhatsApp’s new feature aims to enhance user privacy.

    He views the change as an evolution of WhatsApp to become like other services under Meta, such as Instagram, where one’s identity is not related to a phone number.

    “It’s almost saying that this can work irrespective of the phone number and just give you a single identity,” he says.

    While this can enable more private interactions, Kemibaro notes that countries have valid concerns about its impact on security.

    “[It is] a very sensitive issue around the possibility of escalation in scams and risky propositions that might actually come out of this new trend,” he says.

    Meta needs to explain the implication of the changes – including whether regulators can link crimes committed by a username to a person behind it, the blogger adds.

    Kenyan security expert George Musamali partly concurs, saying what WhatsApp is doing helps guarantee a user’s privacy.

    He says that when people complain about their details being taken from WhatsApp groups and used against them, the blame often falls on the tech giant.

    There may also be cases when some governments use information shared in such groups to target their critics, which, Musamali argues, might be what Meta is trying to prevent.

    Ultimately, he suggests that governments may be “jumping the gun”, citing a need for a balance between privacy and security concerns.

  • IS families in Syria have booked tickets home to Australia, minister says

    A group of 13 women and children with links to Islamic State (IS) have booked tickets to return home to Australia, the government has said.

    Home Affairs Minister Tony Burke said it “has not and will not provide” any help to the four women and nine children who have spent years in a Syrian camp. They are part of a larger group of 34 believed to include wives, widows and children of IS fighters.

    When the group arrive in Australia, “some individuals will be arrested and charged,” the Australian Federal Police (AFP) Commissioner Krissy Barrett said.

    The larger cohort left the camp in February but returned for “technical reasons” with the Australian government refusing to officially repatriate them.

    “These are people who have made the horrific choice to join a dangerous terrorist organisation and to place their children in an unspeakable situation,” Burke told the media on Wednesday.

    “As we have said many times – any members of this cohort who have committed crimes can expect to face the full force of the law.”

    Burke said authorities became aware of the group’s return when airline tickets were booked hours earlier.

    “The alert is received the moment the booking takes place so that was provided to us this morning,” he said.

    He added that there were “very serious limits” on what the government can do to stop a citizen returning home.

    The government had been preparing for the group’s return since 2014, Burke said, with “long-standing plans” to “manage and monitor them”.

    Barrett added that for more than a decade, investigators had been collecting evidence on whether anyone in the group had committed “terrorism offences” as well as “crimes against humanity offences such as engaging in slave trading”.

    She did not detail how many in the returning group of 13 would be arrested but confirmed that those who are not arrested would continue to be investigated.

    The children who return would “undergo community integration programs, therapeutic support and countering violent extremism programs”.

    The head of Australia’s spy agency, Mike Burgess, said he was not “concerned immediately” by the group’s return but “they will get our attention as you’d expect”.

    “It’s up to them what they do when they get here, and if they start to exhibit signs that concern us, we and the police, through the joint counter-terrorism teams, will take action,” Burgess, head of the Australian Security Intelligence Organisation (Asio) said, according to the Australian Broadcasting Corporation.

    Of the larger cohort of 34, 23 are believed to be children. The group had been living in the al-Roj camp in northern Syria since 2019, when IS was driven from its final foothold in Syria.

    Earlier this year, Australia banned one member of the group from returning home for up to two years under a “temporary exclusion order”.

    Several other foreign governments – including France, the Netherlands, and the UK – have also refused to repatriate most of their citizens still held in Syria.

  • Sventato attentato alle forniture energetiche per l’Italia

    L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dall’Azerbaigian attraversa la Georgia e la Turchia trasportando petrolio destinato anche all’Italia, era finito nel mirino di una cellula terroristica legata all’Iran che è stata smantellata all’inizio di marzo dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano. È quanto emerge da un comunicato congiunto delle Forze di difesa di Israele (Idf) e delle agenzie d’intelligence Mossad e Shin Bet. La notizia assume particolare rilievo nel contesto attuale della crisi degli approvvigionamenti scoppiata a seguito della guerra in Iran. L’Azerbaigian è il secondo fornitore di petrolio dell’Italia dopo la Libia, con oltre 9.387.736 tonnellate giunte nel 2025. Peraltro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parteciperà al vertice Ue-Armenia il 4 e 5 maggio a Erevan, e non è escluso che successivamente faccia tappa in Azerbaigian, come preannunciato dalla stessa premier dopo la recente missione nel Golfo.

    La cellula terroristica pianificava attacchi contro diversi obiettivi e istituzioni ebraiche in Azerbaigian, tra cui l’ambasciata israeliana e la sinagoga a Baku. L’oleodotto era considerato un obiettivo strategico in quanto trasporta circa un terzo delle importazioni di petrolio di Israele, secondo quanto riferisce il comunicato. Stando alla dichiarazione israeliana, i membri della cellula avevano introdotto clandestinamente droni esplosivi in Azerbaigian e stavano raccogliendo informazioni sotto le direttive dei loro referenti iraniani. Secondo il comunicato, negli ultimi mesi Israele ha colpito una rete terroristica che prendeva di mira funzionari e obietti israeliani in tutto il mondo, e durante la campagna militare congiunta con gli Stati Uniti, iniziata lo scorso 28 febbraio, sono stati uccisi diversi membri di spicco dell’organizzazione.

    All’inizio di marzo, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian aveva annunciato di aver sventato un piano attribuito ai servizi segreti iraniani per colpire alcuni obiettivi nel Paese, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana a Baku, un leader della comunità ebraica mizrahi e una sinagoga ashkenazita. Secondo quanto riferito dalle autorità azerbaigiane, “la serie di operazioni terroristiche e di intelligence pianificate è stata orchestrata dal servizio di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i pasdaran), che ha incaricato agenti locali di condurre attività di sorveglianza, procurarsi armi e garantire i trasporti”. Stando alle autorità, esplosivi sarebbero stati introdotti clandestinamente nel Paese da cittadini iraniani con il sostegno di complici azerbaigiani. Nei pressi dell’insediamento di Shikhov, nel distretto di Sabail, era stato trovato un contenitore con oltre 7,7 chilogrammi di esplosivo C-4, mentre nel distretto di Garadagh erano stati scoperti altri ordigni, tra cui una bomba telecomandata con un raggio d’azione di 250-300 metri. In seguito alle operazioni preventive, sono state arrestate diverse persone: quattro sono già state condannate a sei anni e sei mesi di reclusione per il loro coinvolgimento nel complotto, mentre altri sono stati fermati per preparazione di omicidio e possesso illegale di esplosivi e armi da fuoco.

    Secondo il comunicato israeliano, Rahman Moqadam, capo di una divisione per operazioni speciali dell’intelligence dei pasdaran, era a capo della cellula ed è stato ucciso nelle prime fasi dei bombardamenti in Iran. Stando a quanto ricostruito dalle autorità israeliane, Moqadam aveva reclutato e addestrato degli agenti sia all’interno che all’esterno dell’Iran, chiedendo loro di raccogliere informazioni su leader politici israeliani, funzionari della sicurezza, installazioni militari israeliane e occidentali, nonché porti e navi israeliane in tutto il mondo. Secondo quanto riferito da Israele, Moqadam prestava servizio sotto il comando di Majid Khademi, un alto funzionario dell’intelligence del Corpo delle guardie rivoluzionarie, anch’egli ucciso durante la guerra contro l’Iran.

    Un’altra figura centrale nella rete era Mohsen Suri, membro della stessa divisione di Moqadam. Secondo Israele, Suri incontrò cellule terroristiche al di fuori dell’Iran ed è stato ucciso in un attacco israeliano contro un rifugio dei pasdaran. A guidare la rete in Azerbaigian era Mahdi Yekeh-Dehghan, noto anche come “il dottore”. Il suo ruolo è stato scoperto a gennaio, quando le autorità turche hanno arrestato sei persone, tra cui un cittadino iraniano, con l’accusa di spionaggio politico e militare per conto dell’Iran, a seguito di raid coordinati in cinque province. Yekeh-Dehghan dirigeva la cellula, che si occupava di contrabbandare droni esplosivi dall’Iran attraverso la Turchia e fino a Cipro, nonché di raccogliere informazioni sulle forze statunitensi. Come riportato dalle Idf, a seguito dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i pasdaran hanno intensificato i loro sforzi per creare cellule terroristiche all’estero e compiere attentati.

  • Nigeria begins mass trial of 500 terrorism suspects

    Nigeria has begun the prosecution of more than 500 people accused of involvement in militant attacks in one of the country’s largest ever terrorism trials.

    The suspects face charges linked to aiding and abetting terrorism, particularly in the north-east where an insurgency by the Boko Haram Islamist group began 17 years ago.

    Since then insecurity has spread to many other areas of the West African nation, leaving communities, often those in rural areas, at the mercy of mushrooming militant groups and gangs that kidnap for ransom.

    The mass trial opened on Tuesday at a high court in the capital, Abuja, where 227 suspects were arraigned before 10 judges, according to the attorney general.

    Hundreds of people have lost their lives in bombings and various attacks across Nigeria this year alone.

    Very few people are ever prosecuted over terror attacks – and suspects are often detained and spend years in custody without facing trial.

    According to the AFP news agency, gunmen killed at least 20 people on Wednesday in the western state of Niger. Residents say the attackers raided villages in Shiroro district, an area where kidnapping gangs and Islamist militants are known to operate.

    Security was tight during the court session on Tuesday, with suspects transported in heavily guarded convoys under military, police and intelligence supervision.

    International observers, including human rights groups and the Nigerian Bar Association, were also present in court.

    The defendants are alleged to have taken part in attacks mainly in northern Nigeria, while others face charges of supporting militants through funding, supplying arms and logistics.

    Five of the accused have already been given varying jail terms – from seven to 20 years – after pleading guilty to charges that included selling livestock, supplying food and information to militant groups.

    Attorney General Lateef Fagbemi said the scale of the operation showed the government’s resolve to deal with the matter.

    “The federal government is committed to ensuring that due process is followed while bringing those involved in terrorism to justice,” he said.

    Security expert Bashir Galma, a retired army major, told the BBC that the trial, which is expected to continue in phases, was a “positive development” and a “significant milestone” in Nigeria’s fight against terrorism.

    “For years Nigerians have been complaining about why they keep these suspects [in custody] instead of making them face the law for what they are suspected of doing,” he said.

    “This will bring some level of peace for people whose loved ones were killed or injured.”

    The trial would also dispelled rumours that suspects were routinely released after arrest “so that they can go back to their terrorism business”, the analyst added.

    However, he predicted that some of the accused could be released soon, given that they were arrested many years ago – a factor he said the judges would likely take into consideration

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