Terrorismo

  • Afghanistan: la beffa dei terroristi e dei talebani all’Occidente

    In Afghanistan diventano sempre più violenti e potenti i talebani mentre a Herat da giorni è in atto un vero conflitto a fuoco tra i sodati regolari e gli estremisti che continuano ad attaccarli e ad uccidere tutti coloro che, in qualche modo, hanno collaborato con gli occidentali. Era tutto prevedibile e previsto, come per altro avevamo detto appena fu annunciato il cosiddetto piano di pace voluto dagli Stati Uniti. L’accordo con le forze  militari e religiose eredi del mullah Omar era e resta impossibile, come impossibile era pensare di riportare in Afghanistan un minimo di democrazia e pace senza che prima  sul territorio rinascesse una forza simile a quella che era il comandante Massud. Il 9 settembre, pochi ricorderanno la sua uccisione per mano di terroristi provenienti, come in altri attacchi terroristici, da Bruxelles, pochi ricorderanno quanto inutilmente il comandante avesse richiesto l’aiuto dei paesi occidentali per impedire che l’Afghanistan precipitasse definitivamente nel terrore e nella barbarie riportando nuovamente indietro la storia. Molti ricorderanno invece l’11 settembre dello stesso anno, l’attacco agli Stati Uniti, la strage di innocenti cittadini ignari dell’ escalation di violenza e terrore che dal giorno della loro morte sarebbe cominciata in tutto il mondo. Sono passati 20 anni, sono state distrutte molte, moltissime vite e siamo punto e a capo, incapaci anche di salvare la vita a coloro che in Afghanistan hanno creduto in noi. Questa pace falsa, inesistente, è la nuova beffa che i terroristi ed i talebani hanno fatto all’Occidente e la nostra, purtroppo, consolidata ignavia condannerà di fatto a morte, ancora, coloro che avremmo dovuto salvare.

  • Terrorista islamico arrestato a Salerno

    Era stato in Siria nel 2012 e si era arruolato nelle file di al-Nusra, braccio armato di al-Qaeda, poi quando il Califfato aveva preso terreno sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, aveva deciso di continuare a combattere per lo Stato islamico, di cui era diventato uno dei capi militari. Afia Abderrahman, più noto tra i foreign fighter con il nome di battaglia di Abu al-Bara, 29 anni, marocchino, è stato catturato dalla polizia a Lago, in provincia di Salerno. Su di lui, fanno sapere le autorità, pendono le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla preparazione e alla commissione di atti di terrorismo, detenzione illegale di armi da fuoco, attività collettiva avente fine di attentare all’ordine pubblico e raccogliere fondi per il finanziamento di atti di terrorismo. A firmare il mandato d’arresto è stato il procuratore generale presso la Corte di appello di Rabat, in Marocco, il 28 giugno scorso. La misura è poi stata estesa a livello internazionale l’8 luglio.

    La cattura dell’ex foreign fighter è avvenuta grazie alla collaborazione tra l’intelligence italiana, marocchina e l’Interpol, che attraverso una minuziosa attività di osservazione, controllo e pedinamento, grazie anche all’uso di tecnologie all’avanguardia, sono riusciti a localizzare l’uomo vicino a un bar in Campania, mentre si trovava lì con altri cittadini extracomunitari. A quel punto è scattata l’operazione che ha portato all’arresto del 29enne, a carico del quale risultano segnalazioni nella banca dati Schengen inserite da Spagna e Francia. L’uomo era inoltre già emerso all’attenzione del Comparto sicurezza nel 2018, in quanto segnalato dall’intelligence come combattente jihadista. Adesso è detenuto nel carcere di Salerno, a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa del perfezionamento della procedura per l’estradizione.

  • Italia e Usa preoccupati per l’Isis in Africa

    C’è sintonia, “un allineamento di valori”, quasi hanno parlato all’unisono Luigi Di Maio e Antony Blinken, che il 28 giugno insieme hanno presieduto la ministeriale della Coalizione anti-Daesh alla nuova Fiera di Roma, la prima dopo due anni di pausa, con le delegazioni di 80 Paesi. La seconda giornata della visita del segretario di Stato Usa in Italia è stata dedicata soprattutto alla lotta all’Isis. Ed è stata anche l’occasione anche per ribadire la visione atlantista dell’Italia – nonostante gli accordi commerciali con la Cina – come fedele alleato degli Stati Uniti, in guerra (politica) col nemico cinese, sulla scia del faccia a faccia tra Joe Biden e Draghi al G7 in Cornovaglia.

    Lo Stato Islamico è scomparso dai media e dal terreno, perlomeno in Siria e Iraq, nonostante restino ancora sacche di resistenza dove l’applicazione estremistica e ideologica della sharia torna a rialzare la testa. “Daesh è stato sconfitto nella sua dimensione territoriale, ma non è stato sradicato – ha avvertito Di Maio -. Per questo l’Italia, con oltre 800 unità dislocate tra Iraq e Kuwait, continuerà a mantenere in Iraq, nel rispetto della sovranità irachena e in pieno accordo con Baghdad, un significativo contingente militare”. Parole, anche queste, in linea con la visione americana nel giorno in cui Washington ha lanciato nuovi raid contro milizie filoiraniane al confine tra l’Iraq e la Siria. Attacchi che hanno fatto infuriare il premier iracheno, Mustafa Al Khadimi, per la “flagrante violazione” della sovranità territoriale del suo Paese. Secca la replica di Blinken dalla conferenza stampa alla Fiera di Roma: “Con quelle azioni abbiamo dimostrato che il presidente Biden è pronto ad agire e a difendere gli interessi nazionali. Speriamo che il messaggio sia chiaro”.

    Ma a preoccupare adesso è soprattutto il tentativo dell’Isis di allargarsi in Africa, attraverso le sue ramificazioni locali, destabilizzando Paesi cruciali per l’Europa, soprattutto nel Sahel, da dove partono la maggior parte dei migranti che sperano di attraversare il Mediterraneo e dove è già schierato un contingente internazionale, di cui l’Italia fa parte, per sostenere in particolare il Mali a combattere i jihadisti, ora che la Francia ha deciso di ridimensionare la propria presenza militare nella regione. “L’Italia farà la propria parte, impegnandosi per la pace, la stabilità e lo sviluppo sostenibile anche in quest’area, prioritaria per la nostra politica estera”, ha detto Di Maio proponendo la creazione di un Gruppo di lavoro che si concentri sul contrasto allo Stato islamico nel continente africano. Proposta accolta con “forte sostegno” dagli Stati Uniti che riconoscono all’Italia “una leadership” nell’affrontare “le sfide comuni al centro dell’agenda globale”. “Un allineamento di valori” tra Italia e Usa “per i diritti umani e la democrazia”, ha sottolineato Blinken.

    Quei diritti umani che la Cina viola nello Xinjiang, ai danni della minoranza musulmana degli uiguri, costringendo Stati Uniti e Unione europea ad imporre sanzioni contro Pechino, ricambiate in egual misura. “L’Italia è un forte partner commerciale della Cina, abbiamo relazioni storiche, ma non vanno a interferire con le relazioni che abbiamo con Usa e Nato”, ha assicurato però Di Maio rispondendo a una domanda in conferenza stampa, garantendo che “la nostra democrazia è in grado di affrontare questioni come i diritti umani” quando si trova in prima linea con un partner scomodo. Del resto, è stata invece la risposta conciliante di Blinken, con la Cina “gli Usa e gli alleati europei trovano le stesse difficoltà: un rapporto che ha dei contrasti, degli aspetti di concorrenza, ma anche di cooperazione”.

    Sulla Libia ci si è soffermati negli incontri che il segretario di Stato Usa ha avuto con Draghi a Palazzo Chigi e con Mattarella al Quirinale, con quest’ultimo che ha definito “centrale per gli equilibri del Mediterraneo e per la politica estera e di sicurezza dell’Italia” il dossier. Il capo dello Stato ha poi espresso all’ospite tutta la sua “soddisfazione” per la fase di rilancio della collaborazione transatlantica e la ripresa della piena sintonia tra agenda Ue e agenda Usa.

  • Pakistan says 4 soldiers killed in ambush by Afghan militants along border

    Four Pakistani soldiers were killed and six others were wounded along the Pakistan-Afghanistan border on Wednesday in an ambush by militants from Afghanistan, Pakistan’s military said, as the soldiers were doing controversial border fencing work.

    The soldiers were working on fencing along the border in Zhob district, an area of Pakistan’s Balochistan province, the military said in a statement. Zhob sits across from Afghanistan’s eastern Paktika province.

    Officials in Afghanistan did not immediately reply to a request for comment.

    Pakistan has said it is constructing a fence along its 2,500 km (1,500 mile) frontier with Afghanistan to secure the area, despite Kabul’s protests that the barrier would divide families and friends along the Pashtun tribal belt straddling the colonial-era Durand Line drawn up by the British in 1893.

    Security forces from the two countries occasionally exchange fire along the disputed border. In July 2020, at least 22 people were killed as crowds waited to enter Afghanistan from Pakistan at a border crossing, with both Pakistani and Afghan soldiers exchanging fire.

    In April a car bomb at a luxury hotel in the city of Quetta, the provincial capital of Balochistan, killed four people, in an attack later claimed by the Pakistani Taliban. China’s ambassador to Pakistan was staying at the hotel, but was not present during the attack.

  • Uccisi i tre europei sequestrati in Burkina Faso

    Sono stati uccisi i tre europei, due spagnoli e un irlandese, che erano stati sequestrati da un gruppo di uomini armati che aveva attaccato una pattuglia anti-bracconaggio nell’Est del Burkina Faso. Lo ha comunicato una fonte della sicurezza burkinabe’, secondo la quale i tre uomini sono stati “giustiziati dai terroristi”. L’identità delle vittime spagnole è stata comunicata dal capo del governo di Madrid, Pedro Sanchez: si tratta del giornalista David Beriain, 44 anni, e del cameraman Roberto Fraile, 47 anni.

    I due reporter spagnoli si erano uniti alla pattuglia, composta sia da elementi militari che civili, per effettuare un servizio sulla caccia illegale. Non è ancora nota l’identità della vittima irlandese, un dipendente di una Ong conservazionista. Non si hanno notizie della quarta persona che era stata data per dispersa, un soldato burkinabe’. Il convoglio era caduto in un’imboscata sulla strada tra Fada N’Gourma e Pama, un’area ricca di foreste dove vive una popolazione di elefanti minacciata dai bracconieri, che li uccidono per impossessarsi delle zanne e venderle sul mercato nero dell’avorio. Almeno tre persone sono rimaste ferite nell’assalto. L’attacco non è stato per ora attribuito in modo specifico a nessuna delle varie formazioni jihadiste attive nel Paese africano.

    “Si conferma la peggiore delle notizie. Tutto l’affetto ai familiari e ai congiunti”, ha scritto Sanchez su Twitter, esprimendo “riconoscimento a chi, come costoro, realizzava ogni giorno un giornalismo coraggioso ed essenziale dalle aree di conflitto”. Entrambi i giornalisti uccisi avevano esperienza in aree di crisi. Fraile, nato a Salamanca e padre di due figli, aveva lavorato in Siria, dove era stato ferito mentre era al seguito della Free Syrian Army. Originario della Navarra, Beriain aveva realizzato servizi in numerosi scenari di conflitto, tra cui Colombia, Pakistan e Sudan. Beriain è inoltre autore di un documentario sulla ‘ndrangheta, ‘Clandestino’, che gli era costato un’inchiesta della Procura di Milano per truffa in concorso insieme ad altri tre indagati. Secondo le accuse il documentario, che era stato trasmesso nel novembre 2019 dal canale televisivo ‘Nove’, conteneva sequenze ricostruite con attori in studio che erano state presentate come riprese di vere attività criminali effettuate da giornalisti sotto copertura.

    Il Burkina Faso dal 2015 è entrato nell’orbita dell’offensiva jihadista in Sahel. All’aprile di quell’anno risale il primo sequestro di un cittadino europeo, una guardia di sicurezza rumena rapita in una miniera di manganese a Tambao della quale non si hanno più notizie da allora. Con il passare degli anni la violenza islamista si è estesa dall’area settentrionale del Sahel, confinante con Mali e Niger, al resto del Paese, in particolare l’Est, dove nel 2018 è cresciuta la presenza delle milizie, che hanno inoltre aizzato le tensioni intercomunitarie. Tra i gruppi terroristi più attivi figurano Ansarul Islam, la filiale di Al Qaeda nel Sahel, il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani (Gsim), e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (Isgs). Solo nel 2020 le vittime delle attività terroristiche sono state 2.200. Il grave deterioramento delle condizioni della sicurezza ha provocato inoltre oltre un milione di sfollati, ovvero un abitante su 20.

  • Quelle strade di polvere rossa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Marco Zacchera tratto da ‘Il Punto’ n. 804 del 26 febbraio 2021

    E’ con commozione che va un ricordo all’ambasciatore Luca Attanasio e a Vittorio Iacovacci, il suo carabiniere di scorta.

    Vedendo l’immagine di Attanasio riverso – pallido e morente – su un fuoristrada mentre lo portavano in un ospedale lungo quelle strade di polvere rossa (dove ben difficilmente l’avrebbero comunque salvato) non potevo che ricordare viaggi vicini e lontani nel tempo tra quella stessa polvere rossa dell’altipiano, quella che si infila ovunque e – appena piove – diventa subito un fango spesso, pesante, che ti si attacca alle suole e resta incollato ai piedi di chi le scarpe neppure le ha.

    Il “mio” Burundi, le cannonate in Rwanda, i tanti profughi che camminano verso il Congo nell’eterna lotta tra hutu e tutsi con le distruzioni e i massacri, le case di mattoni crudi abbandonate con i tetti bruciati e che così si sbriciolano presto.

    Capanne buie, colline terrazzate dove si piantano fagioli in ogni punto possibile pur di avere qualcosa da mangiare, galline che piluccano tra le corsie ospedaliere (dove i pazienti devono farsi da mangiare da soli) in edifici cadenti dove la cosa che ti colpisce di più è l’odore di marcio e di urina.

    E intorno hai sempre tanti, tanti bambini.

    Missionari e volontari eroici, gente di poche parole e da prima linea, quelli che spesso devono fuggire per le minacce di politici corrotti perché sono testimoni pericolosi. Insicurezza totale, campi profughi sterminati, giovani fumati e donne con i figli sulle spalle e una fascina o la tanica d’acqua in testa, perché le fontane sono sempre lontane da casa e ogni volta devi risalire a piedi tutta la collina con il solito fango che ti fa scivolare, eppure le taniche restano sempre diritte…

    Ogni tanto vedi passare i gipponi bianchi dell’ONU o delle grandi associazioni umanitarie con gli altri volontari, quelli che –  ben pagati – il “volontario” lo fanno di mestiere e di solito vivono nelle ville nei quartieri “bene” delle capitali, quasi mai tra la gente disperata.

    Intorno, uno scenario sempre uguale tra mille colline verdi, deforestate e popolate da formiche che sono una umanità povera, divisa, remissiva, paziente, che però ogni tanto si scatena in gesti di violenza inaudita e di lotte tribali.

    Come non ricordare quella mattina presto di metà aprile (avevo proprio l’età di Attanasio ed ero stato appena eletto deputato) quando nella foschia dell’alba per cinquanta metri sbagliammo direzione e finimmo in mezzo ai ribelli che controllavano la strada. Un albero di traverso per obbligarci a frenare e poi quegli occhi rossi dietro la punta del kalashnikov puntato diritto in faccia, con nemmeno il tempo di avere paura.

    La vita che va e che viene, dipende dall’umore di quegli occhi rossi che ti fissano.

    A noi andò bene e bastarono tre pacchetti di sigarette per poter tornare indietro, ma soprattutto servirono le parole tranquille e convincenti di un missionario saveriano che parlava bene il kirundo.

    A Luca e Vittorio è andata male: è la roulette della vita, un soffio che vola leggero se vai in giro per quelle strade di terra rossa, quella di un’Africa che molti non immaginano neppure.

    Loro passavano di là non per depredare ma per aiutare, ed è proprio per questo che resteranno ben vivi nel nostro ricordo.

    PS: Forse pochi sanno che una qualsiasi nostra ambasciata nel mondo (e il personale che vi lavora) è “difesa” da pochissimi carabinieri –  che anche in Africa al massimo si contano sulle dita di una mano e solo per le sedi più critiche – e un assalto, un agguato, una qualsiasi aggressione può avvenire in un attimo, sia in sede che all’esterno, quando allora conta ben poco la difesa di una pistola d’ordinanza.

    Così come nessuno difende normalmente la sede di un consolato, a volte unica presenza italiana per interi paesi quando le nostre ambasciate – ridotte all’osso – “coprono” diversi stati anche lontani tra loro. Altro che le scorte (inutili) per centinaia di politici e di VIP che scorrazzano con le auto di rappresentanza e le luci blu lampeggianti per le vie di Roma…

  • UN counter-terror chief says extremists are using COVID pandemic to spread terrorist ideology

    Vladimir Voronkov, the head of the United Nations’ counter-terrorism office, on Tuesday warned that terrorists are exploiting the COVID-19 pandemic and appealing to new “racially, ethnically and politically motivated violent extremist groups”.

    Voronkov spoke at the UN security council’s 20th anniversary commemoration of the resolution to fight terrorism adopted after the 9/11 attacks on the United States, and six days after a violent assault on the US Capitol by a pro-Trump mob.

    He warned that Al-Qaeda, which was responsible for the 9/11 attacks, is still proving resilient despite the loss of numerous leaders. He added that new groups have emerged in the past two decades, including Daesh, which is using social media to recruit followers around the globe.

    Voronkov also said that terrorists have sought to exploit the COVID-19 crisis, and that they have quickly adapted to exploiting cyberspace and new technologies.

    “Their tactics are appealing to new groups across the ideological spectrum, including racially, ethnically and politically motivated violent extremist groups”, Voronkov said.

  • Per gli Stati Uniti gli Houthi dello Yemen sono terroristi

    I ribelli Houthi dello Yemen sostenuti dall’Iran potrebbero presto essere considerati dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Ad annunciarlo il segretario di Stato Mike Pompeo che ha fatto sapere che tre dei leader di Ansar Allah, meglio conosciuto come Houthi, saranno considerati veri e propri terroristi.

    La decisione di inserire il gruppo nella ‘black list’ arriva mentre l’amministrazione del presidente eletto Joe Biden si prepara a subentrare all’amministrazione Trump il prossimo 20 gennaio.

    Le associazioni umanitarie temono che tale mossa possa mettere a rischio i già delicati colloqui di pace e complicare gli sforzi per combattere la più grande crisi umanitaria del mondo.

    Lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo, è lacerato dal conflitto dal 2014, quando i ribelli Houthi hanno occupato la capitale Sana’a e spodestato il governo del presidente Abed Rabbo Mansour Hadi. Le malattie mortali sono comuni nel paese a causa della povertà, la guerra ha ucciso più di 100.000 persone e milioni soffrono per la carenza di cibo e di cure mediche. Il conflitto è considerato una guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran.

    Il ministero degli Esteri del governo yemenita sostenuto dai sauditi ha appoggiato la proposta americana e ha chiesto ulteriori “pressioni politiche e legali” sugli Houthi.

  • La jihad inaugura le sue attività del 2021 con 100 ammazzati in Niger

    Almeno 100 civili sono stati trucidati nelle loro case da uomini armati su un centinaio di moto che, in pieno giorno, si sono divisi in due gruppi circondando e attaccando due villaggi del Niger a ridosso del confine con il Mali. Un attacco pianificato militarmente, avvenuto ieri e non ancora rivendicato, ma che gli osservatori non esitano ad attribuire a terroristi islamici, facenti capo alle ‘famiglie’ dell’Isis o di Al Qaida o ai Boko Haram nigeriani, gruppi che percorrono e colpiscono fra il Sahara e il Sahel in un mondo senza confini.

    Sulla strage non si hanno dettagli, ma si sa che almeno 70 delle vittime abitavano il remoto villaggio di Tchombangou e 30 quello vicino di Zaroumdareye, entrambi situati nella regione nigerina sud-occidentale di Tillabéri, un imbuto di deserto incuneato fra i porosissimi confini con il Mali e il Burkina Faso, due Paesi travagliati non meno del Niger, preda di instabilità politica, di terrorismo jihadista, di traffici di esseri umani, armi e droga e percorsi da violenze interetniche, spesso sottotraccia. Tre Paesi che da soli nel 2019 hanno avuto circa 4.000 morti per terrorismo o comunque per violenza armata, secondo una stima dell’Onu citata dai media locali.

    Nel 2020, venti persone sono state uccise da terroristi in un villaggio della regione e altri 34 lo scorso 12 dicembre nella vicina regione di Diffa. Un’area, quella di Tillabéri, talmente pericolosa che le autorità hanno vietato di usare la motocicletta: un mezzo che permette a terroristi islamici, banditi e trafficanti di muoversi velocemente e agilmente.

    Malgrado il divieto i terroristi, che probabilmente hanno inteso vendicare con questo eccidio l’uccisione di due non meglio precisati ‘militanti’ da parte delle milizie locali di autodifesa, sarebbero arrivati proprio a bordo di un centinaio di moto dal vicino Mali, Paese dove negli ultimi giorni due soldati francesi sono stati uccisi da militanti jihadisti.

    “Per attaccare i due villaggi, distanti fra loro 7 chilometri, i terroristi si sono divisi in due colonne: mentre una attaccava Zaroumadareye, l’altra assaltava Tchomabangou”, ha precisato oggi, dopo una visita sul posto, Almou Hassane, sindaco di Tondikiwindi, che amministra entrambi. Quanto ai 25 feriti, ha detto Hassane, sono stati portati negli ospedali di Ouallam o nella capitale Niamey, distante 120 chilometri.

    La strage, avvenuta verso mezzogiorno, è coincisa con l’annuncio ufficiale dei risultati delle elezioni presidenziali in Niger del 27 dicembre, che molti sperano possano segnare il primo passaggio pacifico del potere e un primo segno di stabilità per un piccolo Paese instabile, poverissimo e violento. La Commissione elettorale ha però constatato che il tutto sarà deciso il 21 febbraio, quando si affronteranno in ballottaggio l’ex premier Mohamed Bazoum, braccio destro del presidente uscente, Mohamadou Issoufou, al potere per due mandati, e il candidato espresso dall’opposizione, l’ex presidente Mahamane Ousmane.

  • Al processo per la strage di Charlie Hebdo 14 condanne a pene fino a 30 anni

    Trent’anni di carcere al principale complice negli attentati del gennaio 2015 al settimanale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher a Parigi, altrettanti alla vedova di uno dei due killer. Sei imputati, dei 14 a processo di cui tre in contumacia, sono stati dichiarati colpevoli di associazione per delinquere, non per terrorismo. Undici su 14 i condannati, con pene minime di 4 anni di carcere. Le sentenze sono state pronunciate dopo tre mesi di processo per le violenze, rivendicate da Stato islamico e al-Qaeda, davanti a un tribunale speciale. Un periodo difficile non solo perché la Francia ha rivissuto i giorni degli attacchi, ma perché ha contemporaneamente affrontato il dramma della pandemia e di altri attentati terroristici, fra cui fuori dalla stessa ex sede del settimanale e la decapitazione del professore Samuel Paty, che mostrò vignette di Maometto in classe. Il Covid-19 ha anche costretto a un’interruzione, quando uno degli imputati si è ammalato. I tre assalitori di quel gennaio 2015 morirono nei raid della polizia.

    Mohamed Belhoucine, mentore di Amédy Coulibaly, il terrorista del supermercato di prodotti kosher è stato condannato all’ergastolo, ma in aula non c’era. E’ latitante, probabilmente già morto in Siria. In Siria e introvabile, anche Hayat Boumeddiene, la compagna di Coulibaly, che lo aiutò a organizzare l’attentato e poi fuggì in Siria prima della strage, è stata condannata a 30 anni di reclusione. Trent’anni anche al franco-turco Ali Riza Polat, il principale accusato presente in aula, per “complicità” con i terroristi. Farà “ovviamente” appello, ha detto la sua avvocata.

    I fatti risalgono al 7-9 gennaio 2015, quando a Parigi furono uccise 17 persone, oltre ai tre killer. Gli imputati in aula, tutti uomini, sono considerati membri di una stretta cerchia di amici e conoscenze. Gli investigatori hanno indagato su una vasta quantità di dati telefonici, mentre i giudici hanno ascoltato anche le vedove di Cherif e Said Kouachi, i fratelli che assaltarono la redazione il 7 gennaio, decimando lo staff in quella che descrissero come una vendetta per la pubblicazione di caricature di Maometto. Non bastarono, a evitarlo, le precauzioni già prese per minacce e aggressioni precedenti.

    Il processo si era aperto, fra strettissime misure di sicurezza, il 2 settembre, dopo che – alla vigilia – la redazione di Charlie Hebdo aveva ripubblicato le caricature di Maometto che sarebbero state all’origine dell’azione terroristica in redazione dei fratelli Kouachi (12 morti durante la riunione del mattino, 11 feriti). Quella ripetizione delle contestate vignette è stata poi pretesto per successive azioni terroristiche, a cominciare dall’attacco di un giovane pachistano contro quegli stessi locali del giornale satirico in cui si svolse la strage del 2015. L’aspirante terrorista non era però al corrente che la redazione si è spostata in questi anni in un luogo segreto e blindato, finendo per ferire gravemente due dipendenti di un’agenzia che ha sede nello stesso palazzo.

    I magistrati hanno inflitto la condanna più pesante a Polat per il suo “ruolo importante” negli attentati. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo anche per lui, la giuria ha stabilito che la pena dovrà essere scontata in carcere di massima sicurezza per i due terzi. Trent’anni alla Boumeddiene, compagna di Coulibaly è stata invece condanna conforme alle richieste. Anche per la giovane donna, riconosciuto il “ruolo importante” nella preparazione degli attentati. Anche su di lei, avvistata in Siria, si è detto a più riprese fosse stata uccisa, ma ogni volta la voce è stata smentita.

    La “complicità in attentati terroristici” è stata pienamente riconosciuta per Belhoucine, lui sì quasi certamente morto in Siria. Era l’ispiratore di Coulibaly. Altri tre, tutti vicini al killer dell’Hyper Cacher, sono stati ritenuti colpevoli di associazione per delinquere di stampo terroristico in quanto “non potevano ignorare la natura del progetto” di Coulibaly essendo ben al corrente delle sue convinzioni. Fra loro c’è Amar Ramdani, 20 anni di carcere, due terzi della pena in massima sicurezza. Poi Nezar Mickael Pastor Alwatik, ex compagno di cella di Coulibaly, 18 anni. E Willy Prevost, 13 anni. Pene fra i 5 e i 10 anni di carcere sono state pronunciate nei confronti di quattro imputati accusati di coinvolgimento nel filone “belga” della vicenda – legato soprattutto alla logistica e alla fornitura di armi – ritenuti colpevoli di associazione per delinquere: sono Metin Karasular, Michel Catino, Abdelaziz Abbad e Miguel Martinez. Otto anni a Said Makhlouf e Mohamed Fares, per la stessa accusa. Quattro anni all’unico imputato che compariva in aula libero, Christophe Raumel.

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