Terrorismo

  • Sahel summit agrees need to intensify campaign against jihadists

    International and regional powers on Tuesday agreed to intensify their military efforts against Islamist militants in the West African Sahel region.

    The leaders of the G5 Sahel nations, as well as EU leaders, including French president Emmanuel Macron, took part in a summit in the capital of Mauritania, Nouakchott. The G5 Sahel framework for coordination of regional cooperation was formed in 2014. Its members are Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania and Niger.

    “The heads of State stressed the need to intensify the fight on all fronts by national and international forces against terrorist groups”, a communique said.

    “It is our desire to Europeanise the fight against terrorism in the Sahel. When France gets involved, it’s Europe that gets involved”, Macron said. In January, Macron hosted a summit to help secure a stronger public commitment from the G5 Sahel nations, after France lost 13 troops in a helicopter crash.

    Earlier this month, French military forces killed the top al-Qaeda leader in North Africa, Abdelmalek Droukdel. “We are all convinced that victory is possible in the Sahel. We are finding our way there thanks to the efforts that have been made over the past six months”, Macron said.

  • Minacce di bioterrorismo dopo la pandemia

    Il Consiglio d’Europa mette in guardia sulla possibilità di un uso deliberato di armi biologiche, come virus o batteri, in atti terroristici nel post-coronavirus. “La pandemia di COVID-19 ha dimostrato quanto la società moderna sia vulnerabile alle infezioni virali e al loro potenziale di interruzione”, ha affermato il Comitato antiterrorismo del Consiglio il quale avverte che il danno a persone ed economie potrebbe essere significativamente più alto di quello di un tradizionale attacco terroristico. Ha quindi invitato i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa a svolgere esercitazioni di addestramento e a prepararsi ad affrontare un attacco con armi biologiche. “Il Consiglio d’Europa non ha prove concrete di un’accresciuta minaccia del bioterrorismo dovuta alla pandemia. Sottolinea tuttavia la necessità di proseguire la cooperazione internazionale in questo campo “, ha affermato un portavoce.

  • Per Eurojust i combattenti dell’ISIS che tornano in Europa dovrebbero essere accusati di crimini di guerra

    I combattenti dell’ISIS che tornano in Europa dai conflitti in Iraq e in Siria dovrebbero essere accusati di crimini di guerra e genocidio, è quanto afferma ‘Genocide Network’, un’agenzia sostenuta da Eurojust che indaga su crimini internazionali.

    In un rapporto presentato il 23 maggio, ‘Genocide Network’ ha affermato che alcune organizzazioni terroristiche tra cui ISIS, Jabhat al-Nusra e le sue affiliate dovrebbero essere perseguite dalle autorità nazionali non solo per reati di terrorismo ma anche per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimine di genocidio, considerati “principali crimini internazionali”.

    Secondo ‘Genocide Network’  le accuse potrebbero fare aggravare condanne già pesanti e rendere maggiore giustizia alle vittime, poiché lo statuto per le limitazioni non si applica ai crimini internazionali principali e i combattenti terroristi stranieri (FTF) potrebbero essere perciò ritenuti responsabili di tali crimini nei decenni futuri.

    La Germania, la Francia, l’Ungheria, la Finlandia e i Paesi Bassi hanno già avviato procedimenti contro gli FTF, o addirittura pronunciato sentenze in cui addebitano loro anche i crimini più gravi.

  • Simbolo, avvertimento o patente di immunità per il nostro Paese?

    Silvia Romano è tornata in Italia, siamo contenti specialmente per i suoi genitori. E non c’è dubbio che abbia tutti i diritti di convertirsi all’Islam come a qualunque altra religione od ideologia  è di vestirsi come ritiene. Detto questo rimangono alcune considerazioni che è bene fare subito evitando future polemiche.

    Silvia Romano è arrivata indossando, sopra un abito africano, un mantello verde con cappuccio, verde è il colore dell’Isis, il colore della bandiera islamista. Salutando gli astanti, al suo arrivo, aveva gli avambracci nudi, il che è un anomalia per chi conosce usanze e costumi delle donne che indossano vesti e copricapo che dovrebbero, secondo la religione mussulmana, proteggerle dalla vista di altre persone, specie uomini. Non è apparsa con un burqa tradizionale o con un copricapo tipico delle donne africane o con un velo di garza come molte somale ma la sovraveste verde. La giovane  Romano ha dichiarato di essere sempre stata trattata con rispetto, a differenza di altri rapiti, alcuni dei quali hanno perso la vita, e di questo siamo tutti contenti.  Le autorità italiane hanno ringraziato i servizi di intelligence somali e turchi, pur comprendendo la necessità politica di essere accomodanti nessuno può ignorare che se c’è un servizio di intelligence che non esiste è quello somalo  che non è in grado di prevenire  neppure gli attentati che periodicamente colpiscono la loro capitale Mogadiscio. Per quanto riguarda i turchi è nota la loro interessata simpatia politica per i Fratelli musulmani, grandi protettori degli shabaab,i carcerieri della Romano nonché i terroristi che hanno perpetrato efferati attentati non solo in Kenya.

    I turchi hanno grande interesse per la Somalia non solo per il petrolio ma specialmente per la posizione strategica del paese che può essere un avamposto per  cercare di riportare l’Egitto verso quelle posizioni integraliste che il presidente al Sisi ha stroncato e per impedire che paesi come il Kenia continuino nella tradizione della laicità dello stato. L’Italia ha il dovere di mettere insieme tutte le energie per riportare a casa cittadini italiani che siano stati rapiti  vale però ricordare che qualunque riscatto pagato ai terroristi è di fatto un finanziamento alle loro attività criminali, molte delle quali sono state e saranno perpetrate in Europa e che ogni pagamento dà il via libera ad altri rapimenti, come è stato a lungo per le navi sequestrate nei mari del corno d’Africa. L’Italia, che non ha mai speso una parola per ricordare le segnalazioni fatte sul terrorismo dall’ambasciatore somalo alle Nazioni Unite Yusuf  Ismail Bari Bari, vissuto e laureato a Bologna e ucciso dagli shabaab a Mogadiscio proprio per la sua indefessa lotta contro il terrorismo islamista, è bene si interroghi oggi sulla sovraveste verde di Silvia Romano per capire se è un simbolo, un avvertimento o una patente di immunità, almeno per un po’, per il nostro Paese. credo inoltre che si debba affrontare anche il tema delle associazioni, di qualunque estrazione, che inviano cooperanti in paesi nei quali, per un motivo o per un altro, esistono situazioni a rischio, il ministero degli Esteri dovrebbe essere informato di ogni progetto e partenza per dare il suo parere, perché se è vero che uno stato democratico e civile deve riportare a casa i suoi cittadini che si trovano in difficoltà è anche vero che ciascuno di noi, come contribuente, ha il diritto di sapere se l’attività, la missione che ha comportato un rischio o un danno al proprio connazionale, e all’intero paese, è stata o meno condivisa dalle istituzioni italiane.

  • Progettava attentati a San Pietro, condannato un terrorista somalo

    Il 22enne somalo Mohsin Ibrahim Omar è stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione per terrorismo internazionale al termine di un giudizio con rito abbreviato. Fermato a Bari il 13 dicembre 2018, era ritenuto dalle agenzie per la sicurezza Aisi e Aise e dall’Fbi affiliato al Daesh in Somalia e in contatto con una sua cellula operativa. Secondo quanto emerso dalle indagini della Digos di Bari, progettava un attentato nella Basilica di San Pietro a Roma, cuore della cristianità, una bomba – si legge nelle intercettazioni – nella “chiesa più grande” d’Italia nel giorno di Natale o poco dopo, quando in quel luogo ci sono “il Papa e tanta gente, è pieno, pieno, pieno”. Durante la detenzione nel penitenziario barese, Ibrahim non si è descritto agli inquirenti della Dda come un terrorista ma, diceva, che “se Dio vuole, se serve alla causa, bisogna farlo, bisogna uccidere”.

    Mohsin Ibrahim fu fermato nel capoluogo pugliese dalla Digos di Bari, diretta da Michele De Tullio, con le valigie in mano, mentre tentava di fuggire dopo aver esultato, poche ore prima, per l’attentato a Strasburgo: “Quello che uccide i nemici di Allah – si legge in una sua intercettazione agli atti della Dda barese – è nostro fratello”. Il somalo era stato segnalato all’antiterrorismo barese dall’intelligence italiana e internazionale come un “mujaheddin”, miliziano dell’Isis, componente del gruppo armato somalo-keniota di Daesh, noto per aver combattuto in Somalia e in Libia, e arrivato in Italia nel novembre 2016, dopo l’arretramento dell’Isis, “per compiere attentati fuori dai confini dello Stato Islamico come quelli” di Parigi e Bruxelles.

  • 9 maggio 1978…

    L’onorevole Aldo Moro viene trovato ucciso all’interno di una Renault 4 in via Caetani a Roma. Il discendente di De Gasperi era considerato allora come oggi un grande statista perché aveva previsto la possibile deriva autoritaria dei nostri giorni in nome di uno Stato etico e quindi autoritario.

    Il 9 maggio 1978 Aldo Moro viene ucciso da volgari esponenti delle brigate rosse dopo una detenzione inumana durante la quale fu anche sottoposto ad un ridicolo quanto ingiusto processo istituito solo per offrire ai suoi miserabili aguzzini ed assassini la giustificazione per la sua morte.

    Ora tutti questi personaggi sono liberi in nome di quella “ragione di stato” giustamente criticata dal dirigente della Democrazia Cristiana in quanto deriva antidemocratica alla quale il cittadino deve opporsi al fine di tutelare le libertà costituzionali e democratiche.

    Il suo pensiero rimane attuale anche in relazione al percorso successivo dei suoi assassini nel quale emerge chiaramente come la ragione di stato prevalga sulla giusta ambizione ad un vero senso di giustizia e rispetto per le vittime. Vanno ricordati infatti gli agenti della scorta dell’onorevole trucidati in via Fani.

    Proprio ora, in un momento di sospensione delle libertà democratiche e personali, il pensiero di Aldo Moro trova la sua conferma.

  • La Casa Bianca autorizza la Marina americana a usare la forza contro le cannoniere iraniane se minacciata

    Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato via Twitter di aver ordinato alla Marina americana di sparare su qualsiasi cannoniera iraniana che provi a sferrare un attacco. La scorsa settimana, infatti, la Marina degli Stati Uniti ha affermato che quasi una dozzina di navi iraniane del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica si sono ‘approcciate in maniera molesta’ alla flotta statunitense aumentando errori di calcolo e rischi di collisione.

    Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran è un’organizzazione paramilitare, separata dalle forze armate convenzionali dell’Iran. Svolge operazioni in tutto il Medio Oriente, forma le milizie sciite arabe e supervisiona le attività in Iran. L’amministrazione Trump lo scorso aprile ha designato le Guardie rivoluzionarie un’organizzazione terroristica straniera.

  • Al via il processo per la strage del Bataclan, in 20 alla sbarra in Francia

    Sono in tutto 20 le persone rinviate a giudizio per essere state coinvolte direttamente o indirettamente negli attentati di Parigi (nella sala del Bataclan e in alcuni bar del 10/m arrondissement) e Saint-Denis (allo Stade de France), che il 13 novembre 2015 hanno causato 130 morti e 350 feriti.

    Lo hanno deciso i 5 magistrati che hanno concluso la fase istruttoria di un’inchiesta vasta e complessa e durata 4 anni e mezzo; il processo dovrebbe iniziare a gennaio dell’anno prossimo, coronavirus permettendo. Era una decisione di giustizia molto attesa, ma in piena emergenza sanitaria sta passando quasi inosservata. L’ordinanza di messo in stato di accusa formale, un documento di 348 pagine, è stata firmata il 16 marzo dai giudici e il suo contenuto è stato reso noto da un comunicato diffuso dalla Procura nazionale antiterrorismo (Pnat).

    Tra i 20 incriminati c’è il franco-belga Salah Abdeslam, unico esponente in vita dei commando che quella sera di autunno del 2015 hanno colpito duramente la capitale francese, con una serie di attentati rivendicati dallo Stato islamico. Abdeslam, detenuto in Francia e in isolamento da 4 anni, non ha quasi mai risposto alle domande dei magistrati che lo hanno convocato una decina di volte. La corte d’assise speciale che verrà istituita lo processerà per diversi capi d’amputazione, tra cui omicidi in banda organizzata in relazione con un gruppo terroristico e associazione criminale terroristica. Altri 14 sospetti sono nelle mani della giustizia in Francia e in Belgio: 11 si trovano in detenzione provvisoria e 3 sotto controllo giudiziario. Sei sono, inoltre, colpiti da un mandato di cattura, tra cui Ahmed Dahmani, detenuto in Turchia, ma gli altri sono presumibilmente morti nei conflitti in Iraq e in Siria.

    In caso di appello all’ordinanza che dispone il processo, l’avvio del processo stesso è destinato a slittare: sulla carta la sua apertura è prevista per gennaio 2021 e dovrebbe durare sei mesi. Sarà celebrato all’interno del palazzo di giustizia di Parigi, dove sono già in corso lavori di costruzione di una sala d’udienza sufficientemente capiente e sicura per ricevere oltre agli imputati oltre 1750 rappresentanti delle parti civili, centinaia di avvocati e giornalisti.

    “Mi complimento per la decisione resa dai giudici, ma alla luce delle attuali circostanze temo che il processo non si apra nei tempi previsti” ha commentato all’Afp Olivier Morice, avvocato di 35 famiglie, in riferimento all’epidemia di Covid-19. Il 15 marzo, per arginare i contagi, il ministro della Giustizia Nicole Belloubet ha ordinato la chiusura di tutti i tribunali, ha rinviato i processo in assise e ridotto le attività ai soli “contenziosi essenziali”.

     

  • Accordo con gli Usa, i talebani aiutano Trump a ottenere un secondo mandato

    Donald Trump incassa un successo di politica estera prezioso per le elezioni presidenziali di novembre: la storica firma di un accordo di pace tra Stati Uniti e talebani getta le basi per riportare a casa le truppe Usa dall’Afghanistan e per mettere fine ad una guerra che dura da 19 anni, la più lunga della storia americana.

    Un’altra “promessa mantenuta”, può vantarsi il presidente, dopo i risultati finora incerti e in parte deludenti su altri fronti, dalla Corea del Nord all’Iran, dalla Siria al Medio Oriente. L’accordo è stato siglato in un hotel di Doha, sede dei negoziati da oltre un anno, dopo una settimana di “riduzione della violenza” concordata con Washington.

    Il segretario di Stato Mike Pompeo ha detto che l’intesa “crea le condizioni per  consentire agli afghani di determinare il loro futuro”, la comunità internazionale, dal segretario generale  dell’Onu Antonio Guterres alla Farnesina, dalla Nato alla Ue, plaude: “E’ un importante primo passo in avanti nel processo di pace, un’occasione da non perdere”, ha osservato l’Alto rappresentante Josep Borrell, auspicando “una soluzione politica che comprenda il rispetto dei diritti umani e dei diritti delle donne”.

    Mentre si svolgeva la cerimonia a Doha, il capo del Pentagono Mark Esper era a Kabul per una dichiarazione comune col governo afghano in cui gli Usa ribadiscono il loro impegno a continuare a finanziare e sostenere l’esercito dell’Afghanistan. Il segretario alla difesa Usa ha anche ammonito che se i talebani non onoreranno i loro impegni “gli Stati Uniti non esiteranno ad annullare l’accordo”.

    Quella firmata dall’inviato americano per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e dal mullah Abdul Ghani Baradar, vicecapo dei talebani ed esponente dell’originario governo degli insorti, in effetti non è più che una sorta di roadmap soggetta a verifica. Gli Usa si impegnano a ritirare in 135 giorni circa 5000 dei 12mila soldati presenti e gli altri in 14 mesi, anche se resterà un contingente per combattere i gruppi terroristici. I talebani però dovranno rispettare i patti: dovranno rompere con tutte le organizzazioni terroristiche, a partire da quella Al-Qaeda che dopo l’11 settembre costrinse gli Usa ad invadere il Paese, e avviare dal 10 marzo negoziati con il governo afghano, finora escluso da ogni trattativa. L’obiettivo è quello di arrivare ad una tregua durevole e ad una intesa per la condivisione del potere. Ma non c’è alcun fermo impegno dei talebani a difendere i diritti civili e quelli delle donne, brutalmente repressi quando erano al potere e imponevano la sharia. Gli Usa hanno promesso anche di liberare 6000 prigionieri talebani prima dell’inizio dei colloqui tra le parti e la rimozione delle sanzioni.

    Alla vigilia della cerimonia i talebani avevano cantato vittoria: “Da questo storico hotel sarà annunciata la sconfitta dell’arroganza della Casa Bianca di fronte al turbante bianco”, aveva twittato il capo dei social dei guerriglieri postando una foto dello Sheraton. Ma Pompeo li ha invitati a moderare i toni: “So che ci sarà la tentazione di dichiarare vittoria ma essa potrà essere raggiunta solo se gli afghani potranno vivere in pace e prosperità”.

  • Turkey could be added to “grey list” for money laundering and terrorism financing

    Turkey has been warned by the Financial Action Task Force (FATF) that it must address its shortcomings in tackling money laundering and terrorism financing or face being added to an international “grey list” of countries with inadequate financial controls.

    The international watchdog’s warning came after its 2019 Turkey Mutual Evaluation Report report issued on Monday, determined the country’s lack of a series of standards, that could severely harm Turkey’s ability to attract foreign financing.

    FATF assessed Turkey’s anti-money laundering and counter terrorist financing system, finding that the country needs to improve fundamentally in nine out of the eleven areas evaluated.

    Those include the need to improve measures for freezing assets linked to terrorism and to increase the current low rate of conviction for terrorism financing – despite progress made in courts, and proliferating weapons of mass destruction.

    The country was also found to delay in implementing UN Security Council resolutions related to sanctions designations against Iran, North Korea and the Taliban.

    While in recent years Turkey has strengthened its laws and regulations, it still needs to improve implementation in various areas, to boost effectiveness. According to the report, Turkish authorities need to make better use of financial intelligence increase the number of money laundering investigations and to develop a national strategy for investigating and prosecuting different types of money laundering.

    “Turkey has understood the risks it faces from money laundering and terrorist financing and has established a legal framework that can form the basis for achieving effective outcomes, but it needs to swiftly address the gaps identified in this report”, highlighted the report.

    Based on the report’s finding, the key threats leading to the crimes of money laundering (ML) and terrorism financing (TF) in Turkey, are illegal drug trafficking, migrant and fuel smuggling, human trafficking and terrorist attacks.

    Turkey was removed from FATF’s list in 2014 after a four-year monitoring period. Ankara will be put again under special monitoring for one year and if it fails to comply with FATF’s recommendations, it will be re-added to the “grey list”, along with countries such as Pakistan, Mongolia and Yemen.

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