Terrorismo

  • 7 ottobre

    Il tempo non cancella l’orrore per l’infame massacro che Hamas ha compiuto, l’indignazione e la repulsione verso un movimento terrorista che, dopo aver sterminato a tradimento e ferocemente tanti israeliani, ha usato il suo popolo come scudo umano ignorando i diritti di una popolazione che, per colpa proprio di Hamas, ha avuto migliaia di morti e feriti.

    Il nostro pensiero va agli ostaggi, i pochi sopravvissuti, ancora nelle mani di criminali per i quali la vita umana, le sofferenze degli altri non contano nulla, assassini la cui sete di sangue e di potere non si arresta di fronte a nulla.

    E la nostra collera, indignazione, repulsa va anche verso coloro che in questi giorni hanno inneggiato al massacro con grida e striscioni e ai tanti che sfilavano in pace ma non li hanno espulsi dal corteo, perché chi tace è colpevole come chi grida odio e commette violenza.

    Come dimenticare la crudeltà degli uomini di Hamas pronti a violentare, mutilare, bruciare gli innocenti civili israeliani, e la loro vigliaccheria che li ha portati a nascondersi in ospedali e scuole a Gaza tra i palestinesi inermi invece di affrontare gli israeliani in quella battaglia che loro stessi avevano iniziato a tradimento.

    Assassini e vigliacchi per i quali non si può avere nessun tipo di comprensione, devono pagare quanto hanno fatto ad Israele ed al popolo palestinese.

    Oggi tutti coloro che credono nella pace e nel diritto, nella democrazia e nella libertà, dovrebbero scendere nelle strade in memoria delle vittime di quel tragico sette ottobre e condannare per sempre, senza se e senza ma, i terroristi di Hamas ed i loro complici.

  • Gli Houthi arruolano i rivali di Al Qaeda e Isis per proteggersi in Yemen

    Il movimento yemenita filo-iraniano Ansar Allah, meglio noto come Houthi, non considera più i membri di al Qaeda e dello Stato islamico (Is) come avversari ideologici, ma li avrebbe trasformati in strumenti temporanei al servizio del proprio progetto militare e politico. Lo riferisce l’emittente satellitare di proprietà emiratina “Al Arabiya”, citando un nuovo rapporto pubblicato dall’Osservatorio delle crisi del centro “Ptoc Yemen”. Secondo il documento, gli Houthi avrebbero trasformato le carceri in “laboratori” chiusi per “riciclare” i militanti jihadisti e prepararli come bracci operativi e di sicurezza sotto il controllo dell’apparato di intelligence del movimento. All’interno delle prigioni sarebbe in corso un “processo di selezione” per individuare i detenuti idonei al reclutamento, ai quali verrebbero concessi stipendi fino a 260 dollari al mese, oltre ad armi e protezione, in cambio dell’arruolamento nei fronti di combattimento a Marib, al Bayda, Shabwa, Abyan e Hadramawt, in Yemen.

    Il rapporto riferisce inoltre che le milizie hanno istituito campi segreti a Saada, Amran e Dhamar per addestrare i reclutati sul piano militare e ideologico, facendo leva su concetti religiosi riformulati come “alleanza di necessità” e “nemico comune” per giustificare la collaborazione con i gruppi jihadisti. Una narrativa che, secondo il documento, viene utilizzata anche con gli stessi combattenti Houthi per persuaderli della legittimità di questa cooperazione temporanea. Sempre secondo il rapporto, è emerso anche un cosiddetto “Movimento del cambiamento e della liberazione”, usato come copertura politica e ideologica per mascherare le intese sotterranee con Al Qaeda e Is. Questo movimento, riporta l’emittente emiratina “Al Arabiya”, adotta una retorica duplice: all’esterno diffonde slogan di libertà e di opposizione alle ingerenze straniere, mentre internamente recluta elementi jihadisti a favore del progetto degli Houthi.

    Il documento menziona inoltre i nomi di diversi dirigenti del movimento coinvolti nella gestione dei detenuti, tra cui Abdel Qader al Shami, vicecapo dell’intelligence e responsabile del dossier prigionieri; Abdel Karim al Houthi, ministro dell’Interno con potere decisionale sui rilasci; e Abdullah Yahya al Muayyad (Abu Ali al Hakim), capo dell’intelligence militare incaricato della redistribuzione dei detenuti liberati. Tra i casi segnalati vi è quello di Sami Fadl Abdel Rabbo Dayan, esponente di al Qaeda implicato nell’assassinio del generale Salem Qatan, liberato e successivamente reclutato dagli Houthi per organizzare cellule armate ad Abyan.

    Il rapporto del Ptoc Yemen invita la comunità internazionale a classificare la strategia di “riciclo dei terroristi” adottata dagli Houthi come crimine di guerra, a creare una banca dati internazionale sui detenuti rilasciati, a rafforzare il monitoraggio delle carceri sotto controllo del movimento e a imporre sanzioni ai leader coinvolti, avvertendo che tale politica rischia di destabilizzare la regione e minacciare la sicurezza internazionale.

  • Jihadists ‘summarily executed’ 127 people in Niger, says rights group

    Nearly 130 people have been “summarily executed” by Islamist insurgents in Niger in separate attacks since March, a report by Human Rights Watch (HRW) says.

    The rights group says gunmen carried out a series of brutal attacks, including a mass murder at a mosque in the western Tillabéri region in June, where more than 70 worshippers were shot dead during prayers.

    “There were bodies everywhere, one on top of the other,” a local woman, who lost three of her sons in the attack, was quoted by HRW as saying.

    The spate of attacks is a major blow to the credibility of Niger’s military junta, as it promised to curb the insurgency when it took power after deposing President Mohamed Bazoum in 2023.

    About 1,600 civilians have been killed by Islamic State (IS) group fighters in Niger since the coup, HRW says, citing figures collected by the conflict monitoring group Acled.

    The jihadist groups have also destroyed schools and religious sites, and have imposed severe restrictions on the freedoms of people based on their interpretation of Islam, HRW said.

    “Islamist armed groups are targeting the civilian population in western Niger and committing horrific abuses,” said Ilaria Allegrozzi, a senior researcher at HRW.

    “Nigerien authorities need to do more to protect people living in the Tillabéri region,” she added.

    The army has not yet commented on the HRW report.

    Five men and two boys were killed in May when fighters attacked Dani Fari area and burned at least a dozen homes, the report said.

    “The bodies were scattered … riddled with bullets. There wasn’t a single body out there that had fewer than three bullet holes. The bullets had hit people in the back, arms, head,” a herder told HRW.

    “We found the bodies of the two children lying on their backs,” the herder added.

    Witnesses said the army “did not adequately respond to warnings of attacks, ignoring villagers’ requests for protection”, HRW reported.

    No group has claimed responsibility for the five attacks documented by the rights group, but eyewitnesses blamed IS fighters, who, HRW says, are identifiable by the red-banded turbans they wear.

    The Tillabéri region borders Burkina Faso and Mali, and has been a focal point of the insurgency for the past decade.

    Niger – along with its two neighbours, which are also ruled by the military – have formed an alliance to fight the jihadists and have scaled back ties with the West, turning to Russia and Turkey instead for their security needs.

    But the violence has continued, putting them under pressure to come up with more effective strategies to tackle the violence.

  • Milizie ugandesi portano l’Isis in Congo

    Lo Stato islamico si muove in Africa tramite milizie ugandesi. L’Isis ha infatti rivendicato la responsabilità dell’attentato avvenuto contro una chiesa nel nord-est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), come si legge sul canale Telegram del gruppo, condotto dai ribelli ugandesi delle Forze democratiche alleate (Adf). L’attacco, avvenuto a Komanda nella provincia di Ituri, è l’ennesimo episodio degli attacchi che le Adf, attive nella zona di confine tra Uganda e Rdc, conducono contro la popolazione civile.

    Dal 2020 le Adf hanno aderito alla creazione della Provincia dell’Africa centrale dello Stato Islamico (Iscap), un enorme progetto politico-militare che include un territorio che va dalla Regione dei Grandi Laghi fino alle coste del Mozambico. La dichiarata, ma solo apparentemente definitiva, sconfitta dello Stato Islamico in Medioriente nel 2017 ha modificato gli obiettivi di questo network del terrorismo internazionale che ha puntato sul continente africano. Le Adf gestiscono alcune miniere dalle quali estraggono illegalmente. Contrabbandano i minerali in Uganda, insieme a legname e risorse naturali, sfruttando i locali come schiavi. I cristiani, che rappresentano oltre il 90% della popolazione congolese, sono il loro bersaglio principale con rapimenti e conversioni forzate, soprattutto delle giovani donne.

    Diviso in tre macroaree che vanno dal Sahara al Golfo di Guinea, fino all’Africa australe, l’obiettivo dei leader dell’Isis è la creazione di un califfato in terra africana e intere province di Mali, Burkina Faso, Nigeria e Congo vengono già amministrate dai fondamentalisti che impongono la legge islamica e la conversione forzata, ma che soprattutto vogliono sradicare i cristiani che vivono in quelle regioni. Nel Congo orientale la comunità cristiana è oggetto di attacchi da diversi anni e le Adf, secondo i dati delle Nazioni Unite, hanno ucciso oltre 7.000 civili dal 2014, rendendoli una delle milizie più sanguinarie e organizzate del Paese con finanziamenti privati da Qatar e Arabia Saudita. L’obiettivo di questo braccio dell’Isis è terrorizzare la popolazione e prendere il controllo del territorio, dove manca completamente la presenza dello Stato centrale.

    Dalla fine del 2021 i governi di Kampala e Kinshasa hanno lanciato l’operazione militare Shujaa (Valoroso, in Swahili), ma ad oggi i risultati sono inesistenti e hanno invece permesso all’Uganda di prendere il controllo di un altro pezzo di questo gigante morente chiamato Congo.

  • Beirut vuole il disarmo di Hezbollah entro l’anno

    Il Consiglio dei ministri libanese ha fissato la fine dell’anno come scadenza definitiva per il disarmo del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e ha incaricato l’esercito di elaborare un piano entro la fine del mese. Lo ha riferito il quotidiano libanese francofono “L’Orient Le Jour”, secondo cui la decisione invia un forte segnale alla comunità internazionale sulla volontà di Beirut di recuperare la sovranità sulla totalità del territorio e ripristinare il monopolio delle armi nelle mani dello Stato.

    Il mese scorso l’inviato degli Stati Uniti Thomas Barrack si è recato tre volte nel Paese per discutere della questione con la leadership libanese, a cui ha consegnato una serie di raccomandazioni per attuare il piano entro la fine dell’anno. Mentre era in corso la sessione del Consiglio dei ministri a Baabda, il segretario generale del movimento sciita Naim Qassem ha ribadito in un discorso televisivo il rifiuto di Hezbollah di discutere della questione delle armi prima che Israele si ritiri dal sud del Libano, cessi i suoi attacchi quasi quotidiani e liberi i prigionieri.

    “Il movimento sciita libanese Hezbollah non può continuare a rappresentare un ostacolo alla costruzione dello Stato e dovrebbe capire che le sue armi sono incompatibili con questo obiettivo”, ha dichiarato il ministro della Giustizia libanese Adel Nassar durante un’intervista all’emittente emiratina “Sky News Arabia”. “Le armi non hanno protetto il Libano dal 2000 (anno della fine dell’occupazione israeliana nel sud), ma hanno piuttosto trascinato il Paese in altre guerre, non sono riuscite a raggiungere un equilibrio del terrore (deterrenza) e hanno avuto conseguenze distruttive per il Libano”, ha aggiunto il ministro. Nassar ha aggiunto che la questione di limitare il possesso di armi, discussa ieri durante una sessione del Consiglio dei ministri “non è legata solo a questioni esterne, ma anche alla costruzione dello Stato libanese, che richiede l’uso esclusivo della forza per essere pienamente operativo”.

  • Si chiama partito di Dio, ma Hezbollah è un carnefice e non un martire

    Passa il tempo e ci si dimentica mentre tutti dovremmo ricordare quanto male ha fatto Hezbollah. Solo ricordando, infatti, si può comprendere i motivi per i quali certe organizzazioni terroriste devono essere messe all’angolo per impedire nuove atrocità.

    Insieme alla Siria Hezbollah uccise con una bomba il leader sunnita e premier del Libano Rafiq Hariri, il 14 febbraio 2005. La bomba contro il suo convoglio sul lungomare di Beirut aveva causato 21 morti. Al processo è poi emerso che Hezbollah e Damasco hanno lavorato assieme.

    Hezbollah significa “partito di Dio”, o “partito di Allah”: nacque nel 1982 nell’ambito della complicatissima guerra civile libanese ed è uno dei gruppi militari più potenti del Medio Oriente, è al tempo stesso un partito politico islamista sciita, un’organizzazione paramilitare estremamente potente e un gruppo radicale che negli scorsi decenni ha commesso diversi attacchi terroristici.

    E’ considerato un’organizzazione terroristica da molti paesi, tra cui gli Stati Uniti. Per l’Unione Europea soltanto «l’ala militare» di Hezbollah è da considerarsi gruppo terroristico, anche se negli anni ci sono stati numerosi appelli a estendere questa definizione a tutta l’organizzazione.

    Grazie ai finanziamenti e all’addestramento dell’Iran Hezbollah iniziò a scontrarsi con altri gruppi sciiti rivali e organizzò grossi attacchi terroristici contro Israele e, più in generale, contro numerosi paesi occidentali. Uno dei più noti avvenne nel 1983, quando un attentato suicida contro una caserma in cui si trovavano soldati statunitensi e francesi in Libano fece più di 300 morti. Nel 1985 Hezbollah pubblicò un manifesto in cui prometteva di espellere le potenze straniere dal Libano e di distruggere lo stato di Israele. Nel 1992 un attentato all’ambasciata israeliana di Buenos Aires causò una trentina di morti. Due anni dopo Hezbollah fece esplodere un furgone carico di tritolo contro un centro culturale ebraico nella stessa città provocando 85 morti e oltre 300 feriti. Tra gli interventi più contestati di Hezbollah all’estero c’è il suo aiuto al regime siriano contro le rivolte sunnite della «primavera araba» iniziata nel 2011.

    Uno studio del 2020 ha stimato che Hezbollah abbia 20-30 mila miliziani attivi e altrettante riserve, e un arsenale simile a quello di un esercito convenzionale: piccoli carri armati, droni, missili e razzi. Hezbollah continua a essere finanziato generosamente dall’Iran, che secondo alcune stime fornisce al gruppo 700 milioni di dollari all’anno. Con la sua potenza militare, Hezbollah ha avuto un ruolo in molti dei conflitti mediorientali recenti: per esempio, durante la guerra civile siriana ha sostenuto il regime di Bashar al Assad inviando migliaia di uomini. Hezbollah inoltre non ha mai interrotto i suoi attacchi contro Israele. Le due entità combatterono tra le altre cose una durissima guerra alla frontiera nel 2006, che si concluse con centinaia di morti da entrambe le parti.

  • Nel primo trimestre 2025 truffe telefoniche per 80 milioni

    Da 27 anni, come spiega Ivano Gabrielli, superpoliziotto italiano dei crimini informatici (nella polizia postale e delle Comunicazioni dal 2006 e dal 2017 ne è il direttore), la Polizia postale italiana si occupa del contrasto del cybercrime con una forza 1.800 persone. Affronta reati online di vario tipo: accessi abusivi a sistemi, pedopornografia, cyber-terrorismo e frodi bancarie. Queste ultime sono in forte aumento e un anno fa la Postale ha dovuto creare una divisione dedicata.

    Nel 2024 la Postale ha riscontrato 18.967 casi di truffe online e 8.602 frodi informatiche, per un danno economico complessivo di 232 milioni di euro. Nel primo trimestre del 2025, «si osserva un incremento significativo delle somme sottratte: 81,6 milioni di euro contro 57,5 milioni, indicativo di una maggiore capacità offensiva da parte dei criminali», si legge nel report della Postale, che porta la data 14 maggio 2025. Le attività investigative hanno riguardato 4.550 soggetti nel 2024 e 1.225 nel primo trimestre 2025. Numeri che fanno paura. Soprattutto se li traduciamo nelle vite e nelle sofferenze delle vittime. «Questo crimine vive di stagioni. Ora è quella del vishing», spiega Gabrielli. Ossia telefonate truffa.

    L’insidia più frequente in questi mesi è quindi una chiamata dove «qualcuno si spaccia per la tua banca o per un poliziotto, un carabiniere». Grazie a semplici strumenti informatici, i truffatori riescono ad alterare il numero chiamante e quindi sul cellulare della vittima può apparire davvero quello della banca o della polizia. Gli operatori telefonici italiani solo ad aprile, dopo anni di tira e molla, hanno acconsentito a fare un filtro contro le chiamate con numero fasullo. Ma, l’autorità di settore (Agcom) ha dato tempo loro fino all’autunno 2025 per adottarlo nelle loro reti.

    Così, è facile farsi ingannare. «Il truffatore s’inventa un pericolo urgente: stanno svuotando il conto, ci sono movimenti sospetti. E chiede all’utente di agire subito per risolvere», spiega Gabrielli. Ed è questo il momento in cui si consegnano le chiavi di casa al criminale, ossia l’accesso totale al conto. Ad esempio, all’utente viene chiesto il codice che serve per fare bonifici (una password temporanea al solito generata con l’app bancaria). Oppure «i criminali gli chiedono di disinstallare l’app, che poi installano loro sul cellulare (con i dati dell’utente), per avere libero e totale accesso al conto», dice Gabrielli.

    A volte invece lo guidano al telefono per fare alcune operazioni online a loro favore. «Sempre più spesso i truffatori riescono a fare installare, alla vittima, app malevole sullo smartphone, per prenderne il possesso e fare operazioni bancarie», aggiunge Paolo Dal Checco, uno dei più noti ingegneri forensi italiani. Il risultato è lo stesso: soldi sottratti dal conto. Di solito ora tramite bonifico istantaneo o bollettino postale. Due nuovi metodi che (a differenza del bonifico classico) rendono impossibile il blocco successivo del trasferimento. La modalità può fare però una differenza sul piano legale: «Se siamo stati noi a fare l’operazione, è quasi certo che la banca non rimborserà», spiega l’avvocato Fulvio Sarzana, ex arbitro bancario a Roma (nelle controversie tra correntisti e banche). «La normativa di settore, infatti – la direttiva europea Psd2 – tutela l’utente solo se sono terzi a fare i movimenti fraudolenti», aggiunge Sarzana.

    Alcune truffe in effetti comportano una collaborazione totale della vittima. «Sono riusciti a convincere persone ad andare in banca per trasferire i propri soldi su un conto controllato dai criminali, con la scusa che fosse un modo per proteggerli», dice Gabrielli. Altre truffe bancarie colpiscono le carte di credito. Ad esempio ora «ti chiamano sempre spacciandosi per la banca, dicono che la carta è stata clonata. Ti mandano un link che porta a una pagina dove risultano finti movimenti sospetti sul conto», aggiunge Gabrielli. Mandano poi alla vittima una finta carta di credito sostitutiva e ritirano quella valida, chiedendo all’utente anche il pin.

    I trucchetti sono tanti, racconta Gabrielli: «Possono rubare la corrispondenza dove c’è una nuova carta di credito e poi telefonare al cliente per ottenere il pin, facendo finta di essere la banca». I numeri delle carte possono ottenerli anche spingendo gli utenti a comprare su finti siti e-commerce (di cui mettono la pubblicità sui social). «I casi più seri comportano sempre un’importante collaborazione da parte della vittima», dice Gabrielli. Sì, «chi ci casca al solito mostra scarsa consapevolezza del rischio cyber, ma a fare davvero la differenza è la bravura dei criminali nell’inventarsi storie, nel carpire la fiducia. Una bravura che, peraltro, vediamo crescere continuamente». Il sospetto è che le organizzazioni criminali siano arrivate a fare formazione ai truffatori finali, con manuali e script, «un po’ come quelli del telemarketing classico: cosa dire alla vittima, a seconda delle circostanze e delle sue risposte», dice Gabrielli.

    Ma se loro sono ormai geni del crimine, noi come ci difendiamo? Ed è di difesa preventiva che dobbiamo parlare. Perché una volta che il danno è fatto, ottenere il rimborso dalla banca è una strada impervia. Sarzana e Dal Checco consigliano di fare ricorso all’arbitro bancario finanziario, per via dei costi bassi (20 euro); «fare causa alla banca invece è così dispendioso che conviene solo per grandi importi trafugati», dice Dal Checco. Da molte decine di migliaia di euro in su. L’arbitro chiede alla banca di rimborsare se riscontra che quella non ha fatto tutto il possibile per proteggere il cliente. Ma le richieste dell’arbitro non sono cogenti. A volte la banca sceglie di non adempiere e al cliente non resta, appunto, che fare causa, per la quale al solito serve pagare non solo l’avvocato ma anche per avere una perizia forense sui propri dispositivi.

    Prevenzione, quindi. Un esperto come Dal Checco consiglia prudenza a tutti i livelli. Installiamo solo software o app da fonte fidata. Potrebbero altrimenti contenere virus, usati per rubare password e dati primari di accesso al conto. Che vengono carpiti anche con «classiche mail truffa, nelle quali si spacciano per la tua banca e ti chiedono di inserire i dati dell’ebanking su un sito, con una qualche scusa», puntualizza Gabrielli. I criminali però per prendere soldi da un conto online hanno bisogno anche di password temporanee ed ecco che si arriva alla telefonata che finalizza la truffa.

    Gli esperti insegnano la regola d’oro: se una presunta banca ci chiama o scrive chiedendoci un dato, diffidiamo. Quelle vere evitano di farlo. Basterebbe seguire questo principio per non cascarci. Ma anche utenti avveduti possono dimenticarsene, colti in momenti di distrazione o stress, così frequenti nella nostra società digitale. I truffatori lo sanno e stanno in agguato. Con i messaggi terroristici, che generano ansia e urgenza, abbattono poi le ultime difese razionali. «Fermarsi qualche secondo a pensare prima di consegnare i nostri soldi a sconosciuti: così ci possiamo salvare», avvisa Gabrielli.

  • Erdogan prova ad attrarre la Siria nell’orbita turca

    Le relazioni bilaterali e gli ultimi sviluppi regionali sono stati al centro dell’incontro che si è tenuto il 24 maggio a Istanbul tra i presidenti di Turchia e Siria, Recep Tayyip Erdogan e Ahmed al Sharaa. Lo ha reso noto la Direzione delle comunicazioni della Repubblica turca, spiegando che all’incontro, tenutosi a porte chiuse, hanno partecipato anche i ministri turchi degli Esteri e della Difesa, rispettivamente Hakan Fidan e Yasar Guler, il capo dell’agenzia di intelligence Mit, Ibrahim Kalin, il responsabile delle Industrie della difesa Haluk Gorgun, il consigliere capo del presidente, Sefer Turan, e il consigliere del presidente per la Politica estera e la sicurezza, Akif Cagatay Kilic. Come riporta il comunicato, nel corso delle discussioni Erdogan “ha dichiarato di ritenere che la Siria avrà giorni molto più luminosi e pacifici, e la Turchia continuerà a sostenerla come ha fatto fino ad oggi”.

    Il presidente turco ha inoltre accolto con favore la revoca delle sanzioni contro la Siria e ha sottolineato l’importanza di garantire l’integrità territoriale e l’unità del Paese. Nel corso dell’incontro, il capo dello Stato turco ha evidenziato che “l’occupazione e gli attacchi di Israele nel territorio siriano sono inaccettabili” e Ankara “continuerà a opporsi in qualsiasi piattaforma”. In merito alle relazioni bilaterali, Erdogan ha evidenziato che “la cooperazione tra Turchia e Siria continuerà a rafforzarsi in tutti i settori, in particolare quelli dell’energia, della difesa e dei trasporti”. Secondo quanto riporta il comunicato, Al Sharaa ha ringraziato il presidente turco per il “sostegno fondamentale” e per “gli sforzi orientati alla revoca delle sanzioni internazionali”.

    Quella di Istanbul è stata la prima visita del presidente siriano in Turchia dopo la decisione di Stati Uniti e Unione europea di revocare le sanzioni. Come riportato dai media siriani, Al Sharaa è stato accompagnato da una delegazione composta dal ministro degli Esteri Asaad al Shaibani e dal ministro della Difesa Murhaf Abu Qasra. L’incontro a Istanbul ha fatto seguito ai colloqui svoltisi in Siria all’inizio della settimana tra il capo dell’intelligence turca Ibrahim Kalin e Al Sharaa. La Turchia è stata tra i primi Paesi a mostrare sostegno alla nuova amministrazione siriana dopo la caduta del regime di Bashar al Assad, avvenuta lo scorso dicembre, promettendo il suo appoggio per la ricostruzione della Siria.

    Secondo indiscrezioni diffuse recentemente dai media arabi e turchi, Ankara sarebbe intenzionata anche a stabilire delle basi militari per rafforzare la lotta contro il terrorismo, in particolare contro lo Stato islamico, le cui cellule residue sono ancora presenti in Siria come anche in Iraq. Il portale d’informazione “Middle East Eye” ha riferito nei mesi scorsi che la Turchia sarebbe pronta a dispiegare sistemi di difesa aerea nella zona centrale della Siria. In particolare, Ankara starebbe pianificando l’installazione del sistema missilistico Hisar di fabbricazione turca, nonché l’invio di droni da ricognizione e da attacco con l’obiettivo di rafforzare la copertura aerea e condurre operazioni contro lo Stato islamico.

  • Donato Barack Obama alla Casa Bianca, ora il Kenya dona tutto il resto alla Cina

    Innalzare le relazioni bilaterali ad un “nuovo livello”, con l’obiettivo di creare una comunità Cina-Africa “adatta a tutte le turbolenze” di fronte al “caos” internazionale. È questa l’ambizione riaffermata dal presidente cinese Xi Jinping e dall’omologo keniota William Ruto in occasione del loro incontro avvenuto a Pechino, durante una visita di Stato di cinque giorni del leader keniota, la prima in Cina dal suo insediamento tre anni fa. Una visita che sancisce il rafforzamento dei legami strategici ed economici tra i due Paesi, in un momento in cui sia Pechino che Nairobi stanno cercando di rivedere le loro alleanze di fronte alla minaccia della guerra commerciale scatenata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

    L’incontro tra Xi e Ruto ha inoltre costituito l’occasione per stipulare 20 accordi di cooperazione incentrati sui progetti legati alla Nuova via della seta e sui settori alta tecnologia, cultura, media, economia e commercio. Nella loro dichiarazione congiunta diffusa al termine dell’incontro, entrambi i leader hanno affermato di essere “impegnati a infondere maggiore stabilità nel mondo con la certezza della solidarietà e della cooperazione tra Cina e Africa”, allo scopo di salvaguardare gli “interessi comuni dei Paesi in via di sviluppo” e di difendere il sistema multilaterale, attraverso una “globalizzazione economica inclusiva”.

    I due leader hanno ribadito la volontà di mantenere fitti scambi al vertice, di consolidare la cooperazione a tutti i livelli, di “sostenersi fermamente a vicenda” su questioni che riguardano i rispettivi interessi e di “opporsi con decisione alle ingerenze e alle pressioni esterne” e hanno convenuto di rafforzare la cooperazione in vari ambiti – infrastrutture, commercio, digitalizzazione, salute, istruzione, finanza ed economia verde – e di incentivare un ulteriore allineamento della Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri) cinese alla Vision 2030 del Kenya.

    Pechino e Nairobi si sono dette pronte ad approfondire ulteriormente gli scambi anche nel campo della sicurezza, con particolare attenzione alla lotta al terrorismo, al narcotraffico e ai crimini transnazionali. “Le parti – recita la nota congiunta – negozieranno attivamente e firmeranno un memorandum d’intesa sulla cooperazione tra le rispettive forze dell’ordine, stabiliranno meccanismi di collaborazione” e “rafforzeranno gli scambi in settori quali la formazione del personale, l’industria e il commercio correlati alla difesa, la lotta al terrorismo, le esercitazioni e l’addestramento congiunti”.

    A livello multilaterale, Cina e Kenya sostengono “la riforma necessaria e il rafforzamento delle istituzioni delle Nazioni Unite, incluso il Consiglio di sicurezza”, per aumentare la rappresentanza dell’Africa e degli altri Paesi in via di sviluppo. “In risposta ad una situazione internazionale di caos e cambiamenti interconnessi, è necessario promuovere una governance globale basata sulla consultazione, sulla costruzione congiunta e sulla condivisione, plasmare un ordine internazionale più giusto e ragionevole, abbandonare risolutamente la legge della giungla e opporsi all’egemonia, alla politica di potenza e a tutte le forme di unilateralismo e protezionismo”, sottolinea il documento.

    Relativamente alla situazione africana, sia Pechino che Nairobi “invitano la comunità internazionale a sostenere gli sforzi dei Paesi del continente e di organizzazioni regionali come l’Unione africana per risolvere autonomamente i problemi africani in modo africano. La Cina sostiene fermamente l’Unione africana nella promozione dell’unità tra i Paesi del continente, nella risposta attiva alle problematiche connesse alla sicurezza regionale e nella mediazione di conflitti e controversie regionali”. I colloqui tra Xi e Ruto, conclude la nota, si sono svolti in “un’atmosfera franca e cordiale”, che ha incentivato un “approfondito scambio di opinioni sulle relazioni bilaterali, sui rapporti Cina-Africa nel quadro della nuova situazione (internazionale), così come su questioni internazionali e regionali di comune interesse”. La visita del presidente keniota viene definita nel documento “un completo successo”.

    Parlando al termine dell’incontro, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che la Cina è pronta a lavorare con il Kenya per favorire lo sviluppo delle relazioni di Pechino con il continente e a rafforzare la solidarietà e la cooperazione nel Sud globale. “Cina e Kenya dovrebbero continuare a sostenersi fermamente a vicenda nella salvaguardia della sovranità nazionale, della sicurezza e degli interessi di sviluppo, sostenersi fermamente a vicenda nell’esplorazione di percorsi di sviluppo adatti alle loro condizioni nazionali, approfondire gli scambi di esperienze nella governance statale e divenire compagni di viaggio e veri amici sulla strada della modernizzazione”, ha detto Xi.

    Oltre ad aprire ad un aumento delle importazioni di prodotti kenioti di alta qualità, la Cina punta a collaborare con Nairobi per mantenere una regolare comunicazione a livello politico, promuovere la connettività e il commercio sostenibile, esplorare flussi finanziari diversificati e contribuire al rafforzamento della Nuova via della seta. La Cina, ha aggiunto Xi, “non causa problemi, ma non ne ha paura” ed è pronta a collaborare con altri Paesi per rispondere alle problematiche nel panorama internazionale. Alludendo alla politica daziaria del presidente statunitense Donald Trump, Xi ha detto che “non ci sono vincitori nelle guerre commerciali e tariffarie”, e ha sottolineato la propensione di Pechino a “collaborare con altri Paesi del mondo per rispondere alle diverse problematiche attraverso l’unità e la cooperazione, salvaguardando i propri diritti e interessi legittimi, le regole del commercio internazionale e l’equità e la giustizia internazionali”.

    Il presidente Ruto, da parte sua, si è detto convinto che l’attuale guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe sancire la fine del vecchio ordine mondiale, attesa da tempo. Parlando nel corso di una conferenza pubblica tenuta presso l’Università di Pechino, Ruto ha aggiunto che un nuovo sistema commerciale mondiale dovrebbe tenere conto delle attuali realtà di una struttura economica globale ingiusta guidata dalle potenze occidentali, in cui le nazioni sottosviluppate, comprese quelle africane, sono svantaggiate. “L’architettura finanziaria e di sicurezza nata dalle ceneri di quel conflitto ha ampiamente favorito il Nord del mondo a spese del Sud del mondo, con l’esclusione di tutti gli altri”, ha lamentato Ruto, che ha partecipato a una tavola rotonda tra investitori di Kenya e Cina, durante la quale sono stati siglati sette accordi con aziende cinesi allo scopo di investire in nuovi progetti di sviluppo nella più grande economia dell’Africa orientale. Il leader keniota ha inoltre esortato sia Nairobi che Pechino a intensificare la loro campagna per promuovere la causa del Sud del mondo sulla scena internazionale, insistendo sulla riforma delle istituzioni globali “per renderle più rappresentative ed efficienti”. Ruto ha quindi descritto le aziende cinesi come la forza trainante della crescita economica del Kenya nel corso degli anni attraverso gli investimenti.

    Tra gli accordi firmati alla presenza dei due leader, degni di nota sono il memorandum d’intesa sull’economia blu, la pesca e gli affari marittimi, che allinea il Kenya all’accordo dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) sui sussidi alla pesca, e il protocollo d’intesa sulla cooperazione scientifica e tecnologica per promuovere partnership nella ricerca, nell’innovazione e nei progressi tecnologici. Il fulcro della cooperazione tra Pechino e Nairobi è però il settore delle infrastrutture, con il Kenya che beneficerà di progetti chiave nell’ambito della Nuova Via della Seta (Bri). Tra questi rientrano l’estensione delle fasi 2B e 2C della ferrovia a scartamento standard (Sgr), il raddoppio dell’autostrada Rironi-Mau Summit e 15 strade rurali finanziate dalla Banca di sviluppo cinese (Cdb). Sono inclusi anche i finanziamenti per il raddoppio della tangenziale nord, il raddoppio della Kiambu Road alla tangenziale nord, la costruzione del ponte Nithi, il finanziamento del sistema intelligente di gestione del traffico (Itms) e l’ampliamento delle strade cittadine di Eldoret. Inoltre, un accordo sulle leggi ferroviarie, sulle infrastrutture, sugli standard operativi e sul trasporto multimodale getta le basi per una moderna rete ferroviaria che collega persone e mercati in tutta la regione. È incluso anche un accordo quadro per la fase III del sistema di trasporto intelligente di Nairobi e per il miglioramento degli incroci cittadini, per contribuire a ridurre la congestione del traffico e migliorare la mobilità urbana. Da segnalare infine accordi nei settori della sanità, delle risorse idriche, dell’istruzione professionale, della cooperazione culturale, dello scambio e la diffusione di notizie, della formazione, del commercio elettronico, della produzione sostenibile, dell’agroalimentare, della sostenibilità ambientale, del cyberspazio, dell’intelligenza artificiale, delle procedure di immigrazione e sui visti e della prevenzione della tratta di esseri umani.

    Quello in corso è il terzo viaggio che il presidente Ruto effettua in Cina dal suo insediamento, avvenuto nel settembre 2022, ma si tratta della prima visita di Stato in assoluto che compie a Pechino. In precedenza il leader keniota aveva infatti partecipato al Terzo Forum sulla Via della Seta, nell’ottobre 2023, e al Forum sulla cooperazione Cina-Africa, nel settembre 2024. Una visita, quella di Ruto, che avviene sulla scia dei dazi del 10% applicati dal presidente statunitense Donald Trump su tutte le esportazioni keniote verso gli Stati Uniti, che hanno accelerato il tentativo da parte di Nairobi di diversificare i propri partner commerciali. Tra questi, la Cina riveste un interesse fondamentale, dal momento che Pechino occupa attualmente il primo posto nella lista. Secondo l’Amministrazione generale delle dogane (Adg) di Pechino, nei primi tre mesi dell’anno gli scambi di merci tra i due Paesi sono aumentati dell’11,9% su base annua, raggiungendo i 16,13 miliardi di yuan (circa 2,24 miliardi di dollari), segnando il sesto trimestre consecutivo di crescita. Secondo i dati doganali, nello stesso periodo le esportazioni cinesi verso il Kenya hanno registrato un aumento annuo dell’11,8%, mentre le importazioni dal Kenya sono aumentate del 13,2%.

    Il Kenya è un Paese chiave della Bri, l’ambizioso piano che mira a collegare Africa, Asia ed Europa attraverso imponenti progetti infrastrutturali ed energetici. La Cina ha già finanziato miliardi di dollari per la costruzione di strade, porti e una ferrovia keniota che collega la città costiera di Mombasa alla capitale Nairobi. Cina e Kenya hanno ampliato notevolmente la cooperazione in diversi settori sin dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche, avvenuta più di sessant’anni fa. Nel 2017, i loro legami sono diventati un partenariato strategico di cooperazione globale. Oggi la Cina è il principale partner commerciale del Kenya e la principale fonte delle sue importazioni, mentre il Kenya è il principale partner commerciale della Cina nell’Africa orientale. All’inizio della sua presidenza Ruto aveva privilegiato i legami con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti, rispetto alla Cina, venendo ricevuto alla Casa Bianca nel maggio 2024 dall’allora presidente Joe Biden, che in quell’occasione annunciò il conferimento al Kenya dello status di “alleato primario non membro della Nato”, assegnato ai Paesi che hanno una cooperazione militare privilegiata con gli Usa, pur non partecipando ad alleanze come la Nato. Tuttavia, dopo l’entrata in carica di Donald Trump, i dazi statunitensi e la riduzione degli aiuti Usa hanno spinto Nairobi a cercare nuovi mercati e investimenti da Pechino.

  • Nuova spy story di Albert de Bonnet, nell’Africa degli Al-Shabaab

    Ospite, sempre tramite la sua ‘portavoce’ Cristiana Muscardini, del Centro Internazionale di Brera a Milano presieduto da Stefano Carluccio, nell’ambito del ciclo di incontri ‘I salotti dell’intelligence’ moderati da Andrea Vento, Albert De Bonnet ha fatto sapere che sta per ultimare un ulteriore romanzo, di nuovo una spy story ovviamente, ambientato in Africa, in quella parte del Continente Nero in cui imperversano i terroristi islamisti di Al-Shabaab.

    La sua prima opera letteraria, ‘Operazione Pig’, ha intanto dato vita a un dibattito, anche grazie alla presenza  all’incontro di un esperto di intelligence come Giuliano Tavaroli, a un dibattito su ciò che fiction non è, ovvero il problema delle armi non-convenzionali, le armi Nbc (nucleari, biologiche e chimiche), in uno scenario geopolitico già di suo tutt’altro che rasserenante.

    Nata dal desiderio di far capire, senza poter ovviamente descrivere troppo esplicitamente, cosa c’è dietro le apparenze, come ha spiegato Muscardini, la ‘danza delle spie’ descritta da De Bonnet in ‘Operazione Pig’ ha il pregio, secondo Tavaroli, di mostrare la ‘banalità del pericolo’. Il reclutamento di estremisti islamici, ha raccontato Tavaroli per fornire un esempio concreto di banalità del pericolo e del rischio che esso venga sottovalutato o ignorato proprio perché apparentemente irrilevante, opera oggi attraverso il settore del gaming on line, tanto innocente all’apparenza quanto ricco di possibili target da fidelizzare (450 milioni di utenti).

    Nel frattempo, i servizi segreti dei vari Paesi continuano a non dialogare tra di loro – i capi delle strutture di intelligence italiana e francese si sono visti insieme l’ultima volta nel 1981 ha ricordato Vento -, Bruxelles pullula di spie cinesi e russe quanto l’Africa mentre i parlamentari europei – ha ricordato l’ex eurodeputata Muscardini – brillano come poveretti disposti a vendersi per un tozzo di pane (4000 euro, che per il loro incarico è nulla) alla prima lobby disposta a investire su di loro i (dopo lo scandalo delle sospette tangenti da Qatar e Marocco, è spuntato il caso dell’occhio di riguardo verso la corporation di tlc cinese Huawei) e un’intelligence europea che affianchi la costituenda difesa europea per la quale la Ue conta di mettere sul piatto 800 milioni appare una chimera a Tavaroli, con buona pace di Putin e Trump che intanto preparano la Yalta del XXI secolo (come da titolo del libro dell’ex diplomatico Sergio Vento, padre di Andrea, il XX secolo non è mai finito).

    Conte, Schlein e quant’altri si preoccupano più dell’esegesi del Manifesto di Ventotene più di quel che è l’Europa come storicamente si è realizzata e come concretamente oggi si trova sullo scacchiere globale non hanno trovato cittadinanza nel dibattito e le cifre emerse nel dibattito spiegano da sole perché non abbiano avuto cittadinanza nella discussione. L’Italia spende circa un miliardo di euro per i suoi 007, il Regno Unito 3,5 miliardi di sterline per il solo centro di comando delle sue barbe finte, gli Usa tra i 70 e i 100 miliardi di verdoni (che è in proporzione ben più di quanto maggiore sia il Pil statunitense rispetto a quello italiano). Senza contare – ha ricordato Tavaroli – che le intercettazioni disposte dalla magistratura in seguito alla vicenda di Abu Omar, il predicatore islamico catturato dalla Cia a Milano a suo tempo, hanno certo dissuaso i colleghi degli altri servizi dal sentirsi con i colleghi della penisola e che il buonismo verso gli immigranti che è praticato non solo da Bergoglio ma anche da chi ha retto quello Stato che sta dall’altra parte del Tevere ha reso invisa l’Italia a buona parte dell’Europa, non fosse altro che per il fatto che quattro di  cinque estremisti che hanno compiuto attentati in Europa negli ultimi anni in Europa hanno messo piede passando da quel Paese che dai tempi di Aldo Moro e del suo celebre Lodo ha barattato impunità agli estremisti in cambio di nessun attentato sotto le Alpi.

    Visto quel che c’è da constatare nella realtà a guardarsi intorno, secondo quanto emerso nel dibattito meneghino, leggersi quel che De Bonnet ha pubblicato e pubblicherà più che a trattenere il fiato forse serve a tirare un respiro di sollievo.

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