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  • Cesare Cadeo, un gentiluomo dal sorriso mai scalfito dalle delusioni

    Nella Basilica di Sant’Ambrogio centinaia di persone hanno dato l’ultimo saluto a Cesare Cadeo ricordando un uomo passato attraverso successi e delusioni con lo stesso sorriso. Molti i successi e molte le delusioni e le amarezze che non lo hanno mai sconfitto né portato a ripiegarsi su se stesso.

    Cesare era gentile e determinato, buono e combattivo, vulcano di idee, pensieri ed azioni, leale nell’amicizia e gentiluomo nel comportamento. Le parole che il figlio gli ha dedicato in chiesa lo hanno sicuramente raggiunto anche nell’aldilà facendogli sentire tutto l’affetto e la stima che durante la vita ha saputo conquistarsi.

    In questi giorni gli sono stati dedicati tanti momenti in trasmissioni televisive e tanti articoli sui giornali ricordandolo come uomo di successo in televisione e nello spettacolo e l’affetto sincero di tante persone ha riconfermato la validità del suo impegno non solo per iniziative culturali, sportive e politiche ma anche per le piccole umane vicende di chi lo ha conosciuto.

    Voglio ricordarlo nelle mattine di sole all’Università Statale di Milano quando il nostro desiderio di gioventù si scontrava con manifestazioni violente che a tanti hanno tolto il tempo per essere ragazzi normali. La vita ci porta su strade che da studenti non avremmo immaginato e nella vita di tutti coloro che hanno conosciuto Cesare è rimasto e rimarrà il ricordo del suo sorriso, fatto anche con gli occhi, un sorriso buono e in alcune occasioni un po’ sarcastico.

  • Solidarietà a Vittorio Brumotti, l’inviato di ‘Striscia la Notizia’ aggredito a Trani

    Ancora un’aggressione, questa volta a Trani, per l’inviato di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti. Il ciclista era nella cittadina pugliese con il suo operatore per realizzare un servizio su una delle piazze di spaccio quando, dopo essere caduto in una imboscata, è stato aggredito riportando un trauma cranico e diversi ematomi. Le condizioni comunque non sono gravi.

    Già l’anno scorso Vittorio Brumotti è stato aggredito più volte, a febbraio, infatti, durante un servizio al quartiere Zen di Palermo, qualcuno ha sparato alla sua auto e lanciato oggetti. Un episodio simile è accaduto a dicembre a Roma, nel quartiere San Basilio, dove è stato costretto a fuggire dopo che un uomo incappucciato ha rincorso la troupe lanciando mattoni verso il furgone. In quell’occasione qualcuno sparò anche dei colpi d’arma da fuoco in aria.

    All’inviato di Striscia, oltre ad esprimere solidarietà incoraggiandolo a continuare con i suoi servizi di denuncia, facciamo i migliori auguri di pronta guarigione.

  • Da porta a porta

    In molte occasioni gli uomini sono stati truffati da altri uomini…

    Bruno Vespa

    “24 ore da televisione a televisione e da giornale a giornale”. Così scriveva il primo ministro albanese l’indomani di un strano e insolito soggiorno in Italia. Lui è partito dall’Albania il 5 marzo scorso, prendendo il volo per arrivare a Roma. Ma non per qualche incontro ufficiale con i suoi omologhi. E neanche per partecipare a qualche vertice o conferenza internazionale. No. Lui è uscito dall’edificio del Parlamento, messo in stato d’assedio e circondato da ingenti forze di polizia e speciali, perché i cittadini stavano protestando di nuovo contro il malgoverno, e si è diretto in fretta e furia verso l’aeroporto per prendere il volo verso Roma. Degli abili e facoltosi “amici intermediari” gli avevano procurato alcuni spazi televisivi, per “togliere il fango dall’immagine dell’Albania”, come ha detto lui. Chissà però chi ha buttato quel fango addosso all’Albania…

    Sia per protocollo che per usanza un capo di Stato, oppure un primo ministro, tranne in rari casi imprevisti e/o di una determinata gravità, viene intervistato dai media nel suo paese. Salvo il caso in cui quella massima autorità statale non si trovi in un altro paese per cause ufficiali. Nonostante siano di due stature ben diverse, ma così è stato anche con il presidente Macron, intervistato precedentemente a Parigi da Fabio Fazio per la sua trasmissione “Che tempo che fa”, andata in onda il 3 marzo scorso. E così è stato sempre. Però il caso del precipitoso spostamento a Roma del primo ministro albanese diventa ancora può scandaloso perché la prima e la più importante apparizione televisiva è stata programmata e trasmessa in un insolito periodo, scarsamente seguito dal pubblico televisivo. Ospite di Bruno Vespa a “Porta a porta”, al primo ministro era riservata l’ultima parte della trasmissione, dopo mezzanotte. Il solo fatto di aver accettato un simile accordo e trattamento per niente dignitoso denuncia la grande difficoltà personale in cui lui si trova. Ma ad ognuno quello che realmente si merita!

    Che il primo ministro si trovi in una situazione grave, istituzionalmente e personalmente parlando, ormai lo sanno tutti. Sia in Albania che nelle cancellerie europee ed oltreoceano. Una situazione maturata giorno per giorno e da alcuni anni ormai. E non poteva essere altrimenti. Perché lui, consapevolmente aveva fatto la sua scelta, mentre chiedeva, nel 2013, il suo primo mandato come primo ministro. Aveva scelto di mentire spudoratamente con tutte le sue promesse elettorali allora per ingannare gli albanesi. Promesse mai mantenute in seguito. E per giustificare le precedenti inventava altre bugie e altre promesse, regolarmente mai mantenute, entrando così in un grave circolo vizioso. Aveva scelto di collaborare e condividere il potere con la criminalità organizzata, in cambio di voti, di tanti voti che gli hanno permesso, sia nel 2013, ma soprattutto nel 2017 di avere/riavere il mandato. Fatto dimostrato senza ambiguità le scorse settimane da alcune indagini dei media internazionali, compresa una, trasmessa a metà febbraio dal TG2 della RAI. Il primo ministro albanese aveva scelto di guadagnare miliardi per poi usarli per mantenere il potere, senza badare agli scandali, alla corruzione, al riciclaggio del denaro sporco e a tanto altro. Lo dimostra anche il rapporto ufficiale per il 2018 del Moneyval (Comitato degli esperti del Consiglio d’Europa per la valutazione delle misure anti-riciclaggio e contro il finanziamento del terrorismo). In quel rapporto si scrive che “l’Albania è stata messa sotto sorveglianza intensiva”. Per poi analizzare tutto e di nuovo nella sessione plenaria del 2019 di Moneyval. E non poteva essere altrimenti in un paese in cui si valuta che circa un terzo del PIL proviene dal traffico illecito delle droghe. E dove il 79% degli albanesi tra i 15 e i 29 anni vuol lasciare per sempre il paese, secondo un rapporto Gallup dell’autunno 2018. E sono state proprio le consapevoli scelte del primo ministro a portarlo, inevitabilmente, in simili grosse difficoltà istituzionali e personali. Ragion per cui adesso, disperatamente, cerca di aggrapparsi a qualsiasi opportunità. Anche ad uno spazio televisivo dopo mezzanotte a “Porta a porta”.

    Tornando alla trasmissione di Vespa del 5 marzo scorso, oltre alla tarda ora dell’intervista, ha attirato l’attenzione anche la scelta degli ospiti. Erano in tre. Un giornalista italiano che molto probabilmente sapeva ben poco di quello che succede veramente in Albania e che, più della realtà albanese, parlò della Russia e dell’Iran. Poi c’era un imprenditore italiano che opera in Albania, con un modesto giro d’affari dichiarato e che forse vorrebbe avere il “sostegno” del primo ministro, se non c’è l’ha già, per aumentare il suo tornaconto. Poi, la ciliegina sulla torta, c’era anche un amico personale del primo ministro. Amico che procura al primo ministro, come ha dichiarato quest’ultimo, dei voli personali su aerei privati! (In casi simili, alcuni ministri e/o primi ministri europei hanno rassegnato le loro dimissioni.). Gli ospiti, almeno gli ultimi due, erano lì semplicemente per fare delle sviolinate al primo ministro in cerca di supporto. Come mai non era stato invitato nessuno che non la pensava come lui?! Rispettando così tutti i canoni del serio giornalismo in casi del genere. E, come se non bastasse tutto ciò, coloro che hanno la responsabilità della trasmissione “Porta a porta” hanno censurato anche un’intervista del capo dell’opposizione albanese, precedentemente registrata a Tirana e prevista come l’unica voce contraria. Lo ha denunciato quest’ultimo, evidenziando anche che l’accordo con la redazione è stato per un determinato spazio televisivo che, inspiegabilmente, è stato censurato e accorciato in seguito per circa il 40% del suo contenuto. Tutto ciò mentre i cittadini italiani pagano il canone RAI e, tra l’altro, hanno il diritto di pretendere come mai vengano fatte scelte del genere dagli autori della trasmissione “Porta a porta”.

    Il primo ministro poi, l’indomani, ha proseguito con alcune altre e simili interviste televisive. Con un solo obiettivo: curare e migliorare la sua immagine personale, facendo finta di “curare l’immagine rovinata dell’Albania”. Mentendo di nuovo da noto e recidivo imbroglione qual è, ha cercato di dare la colpa a tutti riguardo alla grave e precipitosa realtà in cui si trova attualmente l’Albania. Intanto il vero responsabile, almeno istituzionalmente, è proprio lui, il primo ministro. Trovandosi ormai di fronte ad un crescente malcontento popolare, espresso pubblicamente negli ultimi mesi dalle continue e massicce proteste, tuttora in corso. La prossima prevista per il 16 marzo prossimo. Sono proprio queste proteste che dimostrano meglio delle parole del primo ministro e delle sviolinate degli ospiti dopo mezzanotte a “Porta a Porta” del 5 marzo scorso, la vera, vissuta e sofferta realtà albanese.

    Chi scrive queste righe vuole sinceramente credere che Vespa abbia fatto tutto ciò in buona fede e che sia stato vittima di disguidi e di inganni, avendo subito, come lui stesso aveva detto precedentemente e per altre ragioni. E cioè che “In molte occasioni gli uomini sono stati truffati da altri uomini…”. Anche da coloro che, come il primo ministro albanese, bussano porta a porta e cercano di ingannare gli altri. Tutti gli altri. A tutti vale l’ammonimento di Cicerone “Farsi ingannare una volta è scocciante, due sciocco, tre turpe”.

  • L’UE finanzia con 300 milioni le PMI italiane dei settori culturali e creativi

    L’Unione Europea supporterà le imprese dei settori culturali e creativi attraverso la CCS Guarantee Facility gestita dal FEI. L’intervento, per la prima volta in Italia e realizzato grazie ad una nuova iniziativa lanciata in collaborazione con CDP nella sua qualità di Istituto Nazionale di Promozione, svilupperà un portafoglio di contro-garanzie in favore del Fondo PMI per un valore di €200 milioni, incrementandone fortemente la capacità operativa. Le PMI attive nei settori culturali e creativi otterranno in questo modo finanziamenti fino a €300 milioni.

    L’iniziativa promuove la concessione di nuovi finanziamenti alle imprese operative in numerosi settori, tra i quali cinema, TV, editoria e architettura. Nei prossimi sei mesi si stima che circa 900 imprese potranno accedere ai finanziamenti garantiti. Complessivamente, l’iniziativa punta a raggiungere circa 3.500 PMI nei prossimi due anni, che, grazie all’intervento di contro-garanzia, riceveranno finanziamenti per circa €300 milioni.

    Si tratta dell’operazione più rilevante, in termini di accesso al credito, mai realizzata all’interno del programma europeo “Europa Creativa” e per questo Mariya Gabriel, Commissario per Economia e Società Digitali, e Tibor Navracsics, Commissario per Istruzione, Cultura, Giovani e Sport, ne sottolineano tutta l’importanza: “I settori creativo-culturali rappresentano un ponte tra l’arte, il business e la tecnologia. Aiutare questi operatori economici a crescere e a stimolarne la creatività è tra i principali punti d’attenzione della Commissione Europea. Questo accordo di garanzia aiuta a colmare il financing gap che penalizza questi settori ed avrà importanti benefici sociali ed economici”.

    L’accesso al credito delle imprese operanti nei settori culturali e creativi può essere difficoltoso, principalmente in ragione della natura immateriale dei loro asset e delle loro garanzie, della ridotta dimensione del mercato, dell’instabilità della domanda, e della mancanza di esperienza da parte dei finanziatori nel saper soddisfare le specifiche esigenze di tali controparti. Quest’accordo si inserisce nel perimetro della “Piattaforma di risk-sharing per le PMI” strutturata da CDP in cooperazione con il FEI, nell’ambito delle iniziative sviluppate attraverso il Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici del Piano Juncker.

    Le PMI operanti nei settori culturali e creativi che intendono ricorrere alla garanzia del Fondo PMI per finanziare nuovi investimenti o per esigenze di capitale circolante, possono rivolgersi alla propria banca o al proprio Confidi. Sarà la banca o il Confidi a richiedere l’intervento del Fondo PMI, il cui esito viene fornito mediamente entro una settimana lavorativa. Per maggiori informazioni, consultare: www.fondidigaranzia.it

    Fonte: Comunicato stampa della Commissione europea del 3 settembre 2018

  • In attesa di Giustizia: avanti il tribunale del popolo

    Nello scorso numero abbiamo trattato una volta di più il tema della informazione giudiziaria e dei danni collaterali che può derivare: l’argomento rimane di attualità, e consente di affrontarlo da altre angolazioni prendendo spunto da un processo che si sta svolgendo alla Corte di Assise di Roma e che richiama un’attenzione morbosa e fuorviante dei media.

    Si tratta della vicenda di un sottufficiale della Marina Militare, distaccato ai servizi segreti, che manovrando una pistola, colpì accidentalmente al braccio il fidanzato della figlia:  invece di chiamare subito i soccorsi ed assicurarne un ricovero, forse preso dal panico e sottovalutando la gravità delle lesioni, tergiversa, e con lui i suoi famigliari. Gli accertamenti medico legali hanno, viceversa, accertato che il proiettile ebbe ad assumere una traiettoria del tutto anomala, entrando dal braccio ma deviando per poi attraversare il polmone ed il cuore: la lesione è così divenuta mortale in conseguenza della condotta negligentemente attendista attribuita agli imputati (con il militare sono accusati in concorso del fatto anche coloro che erano presenti in casa e non adottarono nessuna iniziativa a salvaguardia del ferito).

    L’incolpazione è di omicidio volontario con dolo eventuale cioè a dire di con l’intenzione di attuare un evento lesivo accettando l’eventualità che le conseguenze siano più gravi del voluto; la difesa è che si sia trattato di omicidio colposo commesso dal solo imputato, vale a dire non con volontarietà ma con una negligenza di grado elevato che tecnicamente si definisce “colpa cosciente” il cui discrimine dal dolo eventuale è sottile e ben comprensibile solo agli addetti ai lavori. Si discute, in sostanza, la qualificazione giuridica del fatto, affrontando il tema dell’elemento soggettivo della condotta.

    Di una vicenda cosi complessa, le “aule mediatiche” da Chi l’ha Visto a Quarto Grado celebrano un processo parallelo, con l’inesorabile partecipazione di pseudo esperti, psicologi, criminologi, sociologi, tuttologi, che parlano di atti che conoscono appena o per nulla, mentre va in scena anche il comprensibile dolore dei famigliari della vittima. Ciò che accade davvero in Corte di Assise non interessa, anche perché ce la vedete voi una trasmissione incentrata sulla differenza tra colpa cosciente e dolo eventuale?

    Il primo risultato tangibile consiste nelle ingiurie e nelle minacce di cui sono stati fatti bersaglio gli avvocati difensori che hanno l’unica responsabilità di fare dignitosamente il loro lavoro senza neppure negare la materialità di quanto accaduto e – quindi – accampando insostenibili tesi di innocenza per il loro assistiti.

    Il rischio ulteriore del “processo parallelo” è un condizionamento più o meno inconscio dei giudici popolari ma anche di quelli togati che compongono la Corte d’Assise: sono tutti uomini e come tali soggetti a emozioni e fascinazioni esterne. Non a caso – e non è un sistema giudiziario che debba essere preso interamente ad esempio – negli Stati Uniti è fatto divieto ai giurati di leggere giornali e seguire trasmissioni televisive che trattano del processo durante la sua celebrazione: pena il congedo dalla giuria.

    La lettura, forse un po’ complessa, di un interessante libro, “Il Giudice Emotivo” può chiarire quali principi  non siano negoziabili neppure nel rispetto della libertà di stampa e del dovere di informazione.

    Diversamente, l’attesa di Giustizia rischia di diventare quella di una sentenza di condanna preceduta dal verdetto di un autoproclamato Tribunale del Popolo mediatico composto da indignati in servizio permanente effettivo e della ricerca di un colpevole purchessia.

  • Sia fatta giustizia in tribunale prima che in televisione

    Tra i valori che mantengono in vita una democrazia vi sono certamente la libertà individuale, che trova limite nelle leggi e nelle regole sulle quali si reggono la convivenza civile e lo Stato, la libertà di espressione e di stampa, il diritto a una giustizia imparziale e certa.

    Se il diritto alla libera espressione e alla libertà d’informazione, che oggi va ovviamente intesa in un senso ampio e inclusivo dei media online, deve essere sempre garantito, parimenti sempre deve essere garantito che l’informazione sia corretta e sopratutto che non diventi, come avviene in troppi casi, uno strumento fine a se stesso solo per fare audience.

    Negli ultimi anni è diventato molto di moda che i talk show, o appositi programmi, si occupino di processi. Tutto bene se i processi sono già celebrati, tutto bene se anche prima del processo si parla del caso senza  però sostituirsi alla magistratura. Purtroppo invece troppe volte i programmi televisivi si tramutano in aule di tribunale, con esperti veri o presunti, con testimoni veri o presunti, con informazioni riunite come in un collage, saltando passi importanti della vicenda, per arrivare già a una sorta di sentenza o comunque all’obiettivo di condizionare, in un senso o nell’altro, lo spettatore.

    La pericolosità di questo sistema è evidente, non solo per quanto riguarda l’influsso esercitato sull’opinione pubblica, ma anche per l’influenza che può avere sui giudici e sulla giuria popolare.

    La ricerca della verità spetta anche ai giornalisti di inchiesta ma il giornalista dovrebbe avere la capacità deontologica di raccontare tutti i fatti e non soltanto quelli che servono ad ottenere quanto interessa alla spettacolarità del programma. Purtroppo, con buona pace dell’Ordine dei giornalisti e della commissione di vigilanza Rai, abbiamo assistito e stiamo assistendo alla creazione di mostri più che alla ricerca della verità.

    Tutto questo si sta verificando anche per il caso dei macrobiotici di Mario Pianesi: anche giornalisti che in molte occasioni avevamo apprezzato si sono esibiti in dichiarazioni e atteggiamenti che non fanno onore alla loro professionalità.

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