UK

  • Londra non dimentica Hong Kong nelle mani di Xi Jinping

    Il Regno Unito ha sospeso gli accordi di estradizione con Hong Kong ed esteso alla sua ex colonia l’embargo sulle armi già in vigore per la Cina continentale dal massacro di piazza Tienanmen. Dopo il colpo inferto al colosso della telefonia cinese Huwaei e la promessa di visti a pioggia per gli Hong Kongers, Londra ha deciso di intensificare lo scontro con Pechino seguendo l’esempio, e la volontà, degli Stati Uniti. Le misure erano già state anticipate nelle scorse ore dallo stesso premier britannico Boris Johnson che ha espresso timore per la violazione dei diritti umani in Cina, anche se, ha sottolineato, questo non lo spingerà a diventare “sinofobo su ogni questione”. La conferma delle misure è arrivata dal ministro degli Esteri Dominic Raab. Parlando alla Camera dei Comuni, il ministro ha espresso preoccupazione per la nuova legge sulla sicurezza nazionale varata da Pechino e per i presunti abusi, perpetrati in particolare nella provincia dello Xinjiang, ai danni della minoranza uigura. Raab ha descritto le misure come ragionevoli e proporzionate: “Proteggeremo i nostri interessi vitali, difenderemo i nostri valori e faremo in modo che la Cina rispetti i suoi obblighi internazionali”. La decisione di Londra segue quella già presa da Usa, Australia e Canada che hanno sospeso gli accordi di estradizione perché la nuova legge sulla sicurezza “erode l’indipendenza giudiziaria di Hong Kong” permettendo alle persone estradate nella regione amministrativa speciale di essere processate nei tribunali continentali. L’embargo disposto da Londra vieta poi alle società britanniche di esportare armi potenzialmente letali, i loro componenti o munizioni, nonché attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione delle manifestazioni interne. Pechino ha contestato le nuove misure ancor prima che fossero state formalmente annunciate da Raab. L’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming, ha detto alla Bbc che Londra si è fatta “comandare” dagli Stati Uniti e ha respinto le accuse delle violazioni dei diritti umani del popolo uiguro. “La gente dice che la Cina sta diventando molto aggressiva. È totalmente sbagliato”, ha detto Liu, “La Cina non è cambiata. Sono i paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, che hanno iniziato questa cosiddetta nuova guerra fredda contro Pechino”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha “condannato con forza” le misure e ha chiesto al Regno Unito di “non fare ulteriori passi falsi per evitare altri danni alle relazioni tra Londra e Pechino”. Wang in particolare ha difeso la legge sulla sicurezza nazionale che, secondo il governo britannico, lede il principio ‘Un Paese due sistemi’ sui cui dal 1997 si è basata l’autonomia di Hong Kong.

  • La Brexit è sempre per aria mentre il giorno del ritiro si avvicina

    La Corte Suprema di Londra è riunita per decidere se la chiusura del Parlamento è legale, viste le incombenze che dovrebbero essere prese entro il 31 ottobre, data concordata tra RU e UE come termine ultimo per l’uscita. Il Parlamento ha votato una legge che vieta un’uscita senza accordo sul dopo.  Johnson continua ad affermare che l’uscita avverrà il 31 ottobre, con o senza “no deal”.  Ci si attendeva che lunedì scorso a Lussemburgo Johnson presentasse a Junker, ancora in carica come presidente della Commissione europea fino al 31 ottobre, le nuove proposte d’accordo che superassero quelle stabilite da Theresa May, sempre respinte dal Parlamento. Ma in realtà l’incontro di Lussemburgo è stato inutile perché Johnson non ha presentato proposte alternative e si è limitato a ripetere le cose che ripete da mesi: il 31 ottobre usciremo, con o senza accordo, la questione della frontiera tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda deve essere risolta senza nuovi agganci con l’unione doganale europea, la responsabilità del non accordo sarà dell’Unione europea, ecc. Una risposta indiretta l’ha espressa il presidente Junker arrivando alla colazione di lavoro con il premier britannico a Lussemburgo, accompagnato dal capo delegazione della Ue per la Brexit Michel Barnier: “L’Europa non perde mai la pazienza”- ha affermato. E a Strasburgo, alla plenaria del Parlamento europeo di oggi  (18 settembre n.d.r.)ha aggiunto: “Il rischio di un “no deal” è reale e permane. “Magari – ha detto – il ‘no deal’ alla fine sarà la scelta del governo britannico, ma non sarà mai la scelta dell’Ue. Un accordo è sempre auspicabile e possibile”. “La scadenza del 31 ottobre si avvicina a grandi passi, e abbiamo di fronte a noi più incertezza, non meno. Questa situazione piuttosto cupa non ci deve distrarre: la nostra priorità resta avere un ritiro ordinato e spero che riusciremo ad averlo”, lo afferma Tytti Tuppurainen, ministro per gli Affari europei della Finlandia, Paese che attualmente ha la presidenza semestrale di turno dell’UE, intervenendo nella seduta plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo. “In Gran Bretagna – continua la Tuppurainen – le opinioni restano divise. Solo il fermo rifiuto di un’uscita senza accordo ha aggregato una maggioranza. Malgrado ciò il governo britannico continua ad insistere sulle sue linee rosse, senza proporre soluzioni chiare alternative, per quanto riguarda le questioni più complicate, come il confine irlandese”. Johnson intanto continua ad aggrapparsi ad un unico ritornello, la promessa di portare a compimento la Brexit il 31 ottobre senza altri rinvii, a dispetto della legge anti “no deal”. Ma insiste anche a dire di volere una nuova intesa di divorzio con Bruxelles, senza “back stop” sul confine irlandese. Ma a giudicare dall’esito del suo deludente incontro a Lussemburgo con Jean-Claude Junker, ci sembra difficile raggiungere questo obiettivo. Johnson comunque sembra sperare in un aiuto di Angela Merkel, cancelliera di una Germania dove il mondo del business teme fortemente lo spettro di una Brexit dura e pesante, quasi come buona parte di quello britannico. Per telefono con la Merkel ha concordato l’impegno ad accelerare lo sforzo negoziale dell’ultimo minuto. Si farà in tempo prima del 31 ottobre, o bisognerà allungare ancora i tempi? Se in tre mesi il governo di Boris Johnson non è riuscito (o non ha voluto)a definire nuove proposte di negoziato, ci riuscirà a (o vorrà)  farlo in tre settimane?

  • Theresa May si dimetterà il 7 giugno

    Dopo mesi di tira e molla, dopo numerosi tentativi da parte del suo partito di farla dimettere, dopo le innumerevoli richieste d’abbandonare il governo da parte dell’opposizione laburista, dopo i velenosi articoli della stampa contro la sua testardaggine a non voler rinunciare al governo, dopo innumerevoli dichiarazioni ostili nei suoi confronti e altrettanti ripensamenti, dopo le numerose dimissioni di ministri contrari alla sua linea politica ed all’accordo stabilito con l’UE, dopo le tre votazioni contrarie del parlamento sul compromesso stabilito con l’UE per evitare il no deal, Theresa May ha annunciato stamattina che si dimetterà il 7 giugno, a causa del fallimento di tutti i suoi tentativi di far passare l’accordo per l’uscita del RU dall’Unione europea. Era dunque una dimissione attesa, che però in queste ultime settimane era stata smentita più volte. Lei stessa aveva dichiarato che se ne sarebbe andata se fosse stato accettato l’accordo sull’uscita da lei concordato con l’UE. Ora se ne va, proprio perché l’accordo non è stato accettato dalla maggioranza del parlamento e da una larga parte di deputati del suo partito. Nel discorso in cui ha annunciato le sue dimissioni ha espresso un grande rimpianto per non essere riuscita a portare Brexit a compimento e ha ricordato che durante la sua permanenza al governo, dopo le dimissioni di Cameron, il deficit e la disoccupazione sono stati ridotti e che ha fatto tutto quanto era possibile per convincere, senza riuscirci, i parlamentari a trovare un accordo. Nel ringraziare per l’onore avuto nel guidare il governo, la voce le si è rotta in gola e certamente l’emozione le ha impedito di proseguire. Se n’è tornata rapidamente nella sua residenza, al 10 di Downing Street. Non ha avuto vita facile a questo indirizzo, con il parlamento sempre contro e con una buona parte dei suoi colleghi di partito che non hanno condiviso le sue scelte politiche. Un accordo con la dirigenza dell’UE lei, comunque, era riuscito ad ottenerlo, mentre il parlamento, nel respingere a maggioranza le sue proposte, non è mai stato in grado di proporre scelte alternative, diviso com’è sulla questione Brexit e all’interno degli stessi partiti ora maggioritari, i Conservatori e i Laburisti. Non conosciamo ancora, mentre scriviamo questa nota, l’esito del voto europeo che nel Regno Unito ha avuto luogo ieri, ma se le previsioni della vigilia si avvereranno, questi due partiti saranno probabilmente penalizzati dagli elettori. Se lo saranno meritato questo trattamento. Le loro divisioni interne li hanno indeboliti e resi incapaci di esprimere maggioranze, con conseguenze che riguardano tanto il futuro del RU, quanto quello dell’UE. Uscire dall’Europa senza un accordo sul dopo significa per la Gran Bretagna affrontare un futuro incerto e pieno di sfide, significa però, anche, una ulteriore debolezza per l’affermazione di una politica estera europea, oltre che ulteriori difficoltà per l’economia dell’UE. I tentativi della May, detti testardi dai suoi detrattori, per uscire con regole definite per il dopo, sono stati apprezzabili, sono stati uno sforzo encomiabile per evitare il caos. La “testardaggine” è stata l’ultima barriera contro la confusione e il disordine. Soltanto a Brexit conclusa si potrà valutare con obiettività il percorso del governo May su questo tema e giudicare serenamente la qualità del lavoro del Primo ministro per evitare il peggio e per mantener fede al risultato del referendum del 2016. La May s’è presa tutta la responsabilità del suo operato. Si può dire altrettanto del parlamento, che non ha fatto nessuna scelta? O del capo dell’opposizione, Corbyn, che ha sempre detto di no, senza mai proporre alternative, se non richiedere le dimissioni del Primo ministro e nuove elezioni politiche? Dov’erano le soluzioni per la Brexit in questi atteggiamenti? A urne chiuse, ciascuno trarrà le conclusioni che gli convengono, ma ridurre il tutto alla “testardaggine” della May ci sembra una scorciatoia impraticabile che non porta da nessuna parte. Con le dimissioni della May i problemi rimangono e la loro soluzione sarà affidata ai nuovi dirigenti che prenderanno il suo posto e che dovranno rispondere alle stesse domande: accordo o non accordo? Uscita dura o morbida? La responsabilità della May aveva scelto un accordo per un’uscita morbida. Vedremo che faranno i suoi successori.

  • La Brexit fa vittime e crea un nuovo movimento

    Sono otto i deputati che hanno dato le dimissioni dal partito laburista e tre dal partito conservatore, tutti insoddisfatti di come i loro partiti hanno trattato la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. I laburisti accusano anche il loro leader Corbyn di essere stato ambiguo nel corso delle procedure parlamentari per l’approvazione dell’accordo del governo May con l’UE e per non aver mai definito una posizione precisa sulla Brexit. I tre conservatori sono insoddisfatti del modo usato dalla May in parlamento per avere il consenso sull’accordo ottenuto con l’UE. Gli undici in sostanza sono contro la Brexit e l’unico modo per esercitare una pressione per combatterla, ritengono sia l’uscita dai loro rispettivi partiti e la formazione di un nuovo movimento, che sta prendendo forma e che si chiama “Independent Group”.  Con quali prospettive? La situazione è veramente caotica e l’incapacità del parlamento di trovare una posizione maggioritaria che definisse la sua linea definitiva sull’uscita, ha contribuito a creare questo caos e a far correre il rischio di un’uscita senza nessun accordo. In realtà il parlamento, più che a darsi da fare per evitare il peggio, è sembrato più interessato a sfruttare le difficoltà della Brexit per malmenare la May: Corbyn per farla dimettere e giungere a nuove elezioni, buona parte dei conservatori per toglierle la leadership del partito. Di fronte a questa realtà parlamentare surreale, gli undici dissidenti, con la formazione di un nuovo movimento, sperano di rompere la rete delle imboscate parlamentari per mescolare le carte e giungere a un secondo referendum, e comunque a evitare un’uscita “no deal”. Sperano inoltre di far saltare le priorità che ora sono in mano all’Erg, il gruppo che riunisce i falchi della Brexit, e al Dup, il partito nordirlandese che garantisce ai Tory la maggioranza ai Comuni. Theresa May ha detto di essere molto dispiaciuta per la partenza dei suoi tre deputati, nel Labour si dice che bisogna capire chi se ne va e che bisogna curare le insofferenze. Molti tuttavia ritengono che la vendetta non si farà attendere e che si potrebbero preparare delle elezioni suppletive nei collegi dei dissidenti, per farli punire direttamente dagli elettori. Ma per ora i ribelli non sembrano preoccupati delle conseguenze della loro uscita e nella foto di gruppo che li ritrae sorridenti, sembrano invitare altri colleghi a venire con loro. Per quelli che non sopportano più Corbyn, per il suo antisemitismo ed il suo marxismo radicale, e per quelli che non possono più accettare la May, come i liberaldemocratici e molti conservatori, potrebbe forse essere giunto il momento di creare quel partito del 48% (la percentuale anti Brexit al referendum del 2016) di cui si parla da due anni a questa parte senza aver mai fatto niente di concreto. Nel frattempo, quasi a sostegno degli indipendenti, sono arrivati, puntuali come sempre, alcuni sondaggi rassicuranti. Quello del Times indica i Conservatori al 38%, i Laburisti al 28%, misurando in questo modo l’opposizione a Corbyn, e l’Independent Groupe al 14%. I Liberaldemocratici seguono al 7%. Sono sondaggi, non voti, e ai sondaggi molti non credono più. Tuttavia quel 14 per cento veniva sussurrato da molte labbra, accompagnato da complici sorrisi. Nel frattempo la May a Bruxelles faceva gli ultimi tentativi di modificare certe parti dell’accordo con l’UE per evitare il “no deal”. Non è detto che ci riesca, ma alcune modifiche potrebbero servirle per sopravvivere al nuovo voto dei Comuni previsto per il 27 febbraio. Intanto il 29 marzo s’avvicina e niente è certo o scontato. Il 23 marzo, organizzata dal People’s Vote, ci sarà una grande manifestazione a sostegno di un secondo referendum. Ma se il nuovo movimento non riuscirà a imporsi ora, anche la manifestazione potrebbe risultare improduttiva. Staremo a vedere. La Brexit può riservare sempre nuove sorprese.

  • EU leaders continue to pressure on UK deal amid rumours of earlier Brexit summit

    An evening meeting on Wednesday of EU leaders could be a critical moment in both Brussels and the UK’s efforts to end the deadlock in the ongoing Brexit negotiations as, according to a French official privy to the agenda of the meeting, a Brexit Summit could be announced earlier than the rumoured November 17-18 date that was first floated during a September summit in Salzburg, Austria.

    The November dates remain on the table but have not been finalised. An earlier summit would likely tilt in favour of UK Prime Minister Theresa May and give her more time to work a deal through Britain’s parliamentary procedures, which require a significant amount of time to finalise the ratification of any agreement that may be signed.

    According to the current assessment, the next milestone for the British administration would be the budget vote on October 29. A summit could, theoretically, be held immediately after that date provided constructive negotiations resume just after Wednesday’s meeting, but not before.

    The lack of progress at the weekend despite a last-minute visit by UK Brexit Secretary Dominic Raab’swith his European counterpart, Michel Barnier, did not allow the EU’s diplomatic chiefs to discuss the basis of a potential political declaration. The agenda and tone of Wednesday’s meeting will remain the same, though there was hope that European Parliament President Antonio Tajani and May would have more to discuss if a divorce agreement was already on the table.

    Talks will not collapse

    Thus far, according to sources with knowledge of the talks, there is no indication that the Brexit talks will collapse.

    European Commission President Jean-Claude Junckeris expected to brief the EU-27 on the EU executive’s preparations for a so-called ‘no-deal’ scenario. in the event that Brussels and London fail to agree on a post-Brexit framework. According to a senior EU official, the European Commission had extra proposals ready to be released but opted to hold them back due to the positive progress of the talks ahead of last weekend’s anticipated breakthrough.

  • Britons dash to become German before Brexit

    BERLIN (Reuters) – Driven by the prospect of Britain’s withdrawal from the European Union next year, the number of British passport holders who became German citizens jumped by 162 percent last year, Germany’s Federal Statistics Office said on Wednesday.

    Nearly 7,500 Britons acquired German citizenship last year. This follows a 361 percent rise in 2016, bringing the total for the two years to around 10,400. This is more than double the number of Britons who became Germans in the 15 years from 2000.

    “A link to Brexit is obvious,” said the Office, adding Britons were the second biggest group to be granted German citizenship last year after nearly 15,000 Turks.

    With no Brexit deal yet in sight, despite a leaving date of March 2019, many Britons are worried they will lose the right to live and work in Europe’s biggest economy, which is enjoying an unusually long period of growth and record low unemployment.

    Britons usually need to have lived in Germany for eight years to qualify. Applications take more than six months to process and Britons can take up dual citizenship while Britain is still an EU member.

    Overall, the number of people becoming German rose by 1.7 percent last year to 112,200, the highest level since 2013.

    Reporting by Madeline Chambers; Editing by Raissa Kasolowsky

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