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Coronavirus, gli effetti del lockdown

Con il DPCM del 1 aprile 2020, pochi giorni orsono, il Governo ha prorogato sino al 13 aprile le misure di contenimento per il contrasto alla diffusione del coronavirus.

Ripercorriamo insieme velocemente le tappe che hanno portato al lockdown. Il 31 gennaio, è stato dichiarato lo “stato di emergenza”; dopo una serie concitata di interventi, che tralascio per non appesantire la lettura, il 22 marzo si è arrivati alla chiusura delle unità produttive non essenziali o strategiche. Tali restrizioni sono tutt’ora vigenti sino al 13 aprile.

Senza alcun spirito polemico, rilevo che dalla data della declarata emergenza sanitaria a quella del lockdown sono trascorsi più di 50 giorni. Ora, se l’imperativo è contenere la diffusione del virus, è chiaro che la tempestività delle iniziative è fondamentale per cercare di ridurre il numero di contagi e quindi di contenere il periodo di serrata.

La riduzione dell’epidemia va a braccetto con la ripartenza del tessuto economico: ogni mese di chiusura, queste sono le stime del consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, costa tra gli 85 e i 100 Mld di euro. Queste cifre “che fanno tremare i polsi”, così le ha commentate il presidente del CNDCEC Massimo Miani, impongono certamente di cercare di ridurre al minimo il periodo di lockdown.

Le stime del centro studi Confindustria su dati ISTAT presentano un calo del PIL di circa 10 punti percentuali per il primo trimestre del 2020 a cui dovrebbe corrispondere, sempre che la situazione sanitaria evolva positivamente in maniera rapida e consenta la ripresa delle attività seppur con tutte le cautele e le precauzioni del caso, un calo del 6% su base annua.

In marzo è stato varato un primo intervento di sostegno per le imprese e i cittadini per una spesa di circa 25 Mld. di euro; se altrettanto venisse fatto ad aprile con risorse europee, a parità di scenari, si avrebbe una minor riduzione del PIL di 0,5 punti percentuali. Questo dato ci aiuta a comprendere come siano necessarie misure di più ampia portata.

Il tema principale, come da più parti sostenuto, è la necessità di immettere nel sistema un’adeguata iniezione di liquidità immediatamente fruibile per imprese e cittadini in modo da evitare un pericolo crash finanziario che comporterebbe una prolungata depressione economica e l’insorgere di dolorosi fenomeni sociali.

In proposito, Confindustria, insieme ai paritetici organismi tedesco e francese, hanno proposto un piano europeo straordinario di 3.000 miliardi di euro di investimenti pubblici. Di questi ci sarebbe una prima tranche di circa 500 miliardi di euro da destinare alle misure di liquidità e agli investimenti in sanità, infrastrutture e digitalizzazione.

L’obiettivo deve essere quello di evitare che il sistema si fermi per effetto della carenza di liquidità procurata dal lockdown. E questo è vero anche con riferimento a quei settori oggi ancora in esercizio e che, probabilmente, stanno sostenendo picchi di domanda poiché laddove si innestasse la pericolosa crisi senza adeguati sostegni, parecchie aziende sarebbero costrette alla chiusura, molti lavoratori sarebbero privati della capacità di spesa con conseguenze di depressione generale per tutto il sistema.

Le imprese, dal canto loro, sono chiamate oggi ad un importante sforzo per rivedere costantemente i propri piani finanziari in modo da cercare di prevedere le proprie esigenze e adottare tempestivamente gli strumenti disponibili (ammortizzatori sociali, moratoria dei mutui, ecc.). Dovranno ripensare i propri modelli di business e i processi produttivi alla ricerca di nuova efficienza salvaguardando la salute dei lavoratori. L’obiettivo in questa fase emergenziale è quello di sostenere l’urto e prepararsi alla ripartenza. L’uso delle nuove tecnologiche affiancato alla rivisitazione dei modi di lavoro può essere di estremo aiuto.

In modo responsabile, chi può pagare lo deve fare, certo con le dovute garanzie e cautele, evitando comportamenti scorretti di rinvio tout court dei pagamenti, sfruttando l’emergenza del momento, che non farebbero che aggravare la situazione economica generale.

In tutto questo processo potrebbe esserci un effetto ottimizzante che porterà a privilegiare le filiere produttive di qualità accompagnando, di conseguenza, all’uscita quelle che già si collocavano ai margini.

Il Governo e le istituzioni europee sono chiamate a interventi coraggiosi di sostegno, che non possono trovare adeguata risposta negli strumenti oggi disponibili che erano stati creati secondo logiche non più attuali. Sarà impensabile uscire da questo momento senza incremento del debito pubblico. Aggiungo che, trattandosi di un fenomeno globale, andrebbe trattato a livello sovranazionale e quindi sarebbe quanto mai opportuno, per non dire imprescindibile, che venissero varati nuovi strumenti a valere sul patrimonio di entità e istituzioni europee o comunque dalle stesse garantite.

Chiudo con un dato positivo che lascia ben sperare anche laddove gli stati europei non riuscissero a fare quell’auspicato salto di passo: la ricchezza delle famiglie italiane a fine 2017, secondo i dati di Banca d’Italia, era pari a 9.743 miliardi di euro, di cui 4.374 detenuti in attività finanziarie. Forse, e sottolineo il forse, veri cambiamenti strutturali nel Paese che ne rivalutassero competitività e efficienza, potrebbero indurre i cittadini a sostenere il debito pubblico anche con riferimento a ipotetiche emissioni straordinarie di titoli di stato dedicati all’emergenza corona virus.

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