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Le banche centrali

Entrambi i presidenti della statunitense Fed, Powell, e della Bce, Laguarde, avevano affermato solo pochi mesi fa che il fenomeno inflattivo avrebbe avuto un breve orizzonte temporale. I dirigenti della Bce addirittura ammisero, ma solo successivamente, l’errore ma imputandolo ad un mal funzionamento dell’algoritmo  il quale evidentemente è l’artefice unico delle strategie monetarie della Bce.

Tuttavia, gli ultimi dati relativi all’inflazione degli Stati Uniti dimostrano come gli effetti della politica monetaria  della Fed e delle altre  banche centrali abbiano sostanzialmente una scarsissima valenza nel fronteggiare la spirale inflattiva nell’immediato, tanto da mettere in dubbio la loro stessa esistenza o quantomeno centralità.

In altre parole, le banche centrali, le quali hanno mantenuto la medesima presunzione di importanza anche se ora come tutti gli operatori economici si trovano all’interno di un mercato globale, hanno perso proprio la loro centralità e soprattutto  la forza e la capacità di incidere con gli effetti delle loro politiche monetarie. Prova ne è il fatto che all’interno di una fase fortemente inflattiva le loro azioni non ottengo nessun effetto sul fenomeno inflattivo stesso, come i dati statunitensi confermano.

Al contrario, però, le politiche monetarie si ripercuotono semplicemente in qualità di costi aggiuntivi per le imprese e per i cittadini attraverso l’aumento dei tassi. Un fenomeno molto chiaro, anche se in condizioni opposte, analizzando le politiche delle banche centrali precedentemente la pandemia.

Andrebbe, infatti, rilevato come, nonostante le politiche monetarie espansive, varate a sostegno di una ripresa economica insufficiente, si fosse registrata per tutti i sistemi economici una sostanziale assenza di quella inflazione, invece attesa, e legata all’aumento della base monetaria.

All’interno di una economia reale la semplice possibilità di una crescita dell’inflazione veniva assolutamente annullata dal mercato globale il quale per sua stessa definizione offriva la possibilità di acquisire un bene oppure un servizio a prezzi sempre inferiori. Una tendenza dei consumatori evidenziata anche dalla crescita dei depositi nei conti correnti.

In altre parole la sempre crescente offerta di bene e servizi provenienti anche da aree geografiche a bassissimo costo del lavoro annullava di fatto i presunti effetti inflattivi attesi dalle accademiche scuole di pensiero.

Tant’è vero che, nonostante questo flusso infinito finanziario come quello europeo legato al Quantitave Easing, tutte le economie occidentali cominciarono a soffrire degli effetti di una possibile deflazione e contemporaneamente avevano conosciuto per la prima volta dal dopoguerra le inaspettate conseguenze dei tassi negativi.

Questa situazione avrebbe dovuto avviare un processo di revisione e rilettura relative all’importanza ma soprattutto alla centralità delle banche centrali intesa come la capacità di modificare attraverso le proprie scelte relative alla politica monetaria gli andamenti economici.

Anche in considerazione del fatto che gli effetti delle politiche monetarie si rendono manifesti tra i dodici/diciotto mesi mentre l’economia finanziaria ma anche quella del reale vivono i tempi della digitalizzazione cioè dell’immediatezza.

Giustamente spesso si parla di una sostanziale inadeguatezza delle classi politiche relativamente alla capacità di affrontare un mercato in un’economia globale. Considerazioni corrette ma che dovrebbero essere allargate anche alle istituzioni finanziarie e monetarie internazionali.

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