Banche

  • Il vero business è truffare il prossimo?

    Qualunque sia il colore, la tendenza, delle forze politiche, delle coalizioni, che governarono e governano l’Italia, vi sono argomenti, controlli, riforme che nessuna ha avuto e avrà il coraggio, la volontà, di iniziare e poi portare a termine ed il perché è facilmente comprensibile basta rifarsi al vecchio detto “cane non mangia cane”.

    Rimangono infatti “inspiegabili”, ma solo per i comuni mortali, le motivazioni che portano banche, operatori finanziari e particolari enti a concedere fidi, prestiti  di rilevante valore o partecipazione ad affari ed investimenti, a società decotte, non a norma con i bilanci, già più volte attenzionate per irregolarità, o ad individui con procedimenti in corso all’estero, condanne passate in giudicato in Italia, e affari poco chiari specie per quanto riguarda la tracciabilità dei molti soldi che consentono loro vite più che dispendiose e fuori dalle righe.

    Ogni giorno, purtroppo, veniamo a conoscenza di piccole e medie imprese che lavorano bene, che hanno un patrimonio ed un volume d’affari riscontrabile e che non riescono ad avere mutui o ad accedere ad un fido, il che spesso comporta o enormi sacrifici personali, per continuare, o la chiusura dell’attività con la conseguente perdita anche di posti di lavoro.

    Al contrario personaggi equivoci, o comunque non chiari nella loro attività imprenditoriale, si è più volte appreso che possono usufruire di vantaggiosi aiuti come quelli dati a Lavitola dalla Urban Vision o a società di persone collegate al mondo della politica.

    Ma banche e società finanziarie o comunque grandi imprese non dovrebbero esperire indagini su coloro che chiedono finanziamenti o con i quali potrebbero associarsi per un particolare progetto? O le informazioni si prendono solo su chi non ha amicizie importanti?

    E su questi aspetti ci sarà mai un partito politico che chieda maggiore chiarezza e trasparenza, regole oggettive per valutare chi merita o meno aiuto e per sanzionare quelle banche o enti che, in spregio ad ogni interesse degli azionisti e della collettività, hanno dato una mano a quei singoli o a quelle imprese per i quali il vero business è truffare il prossimo?

    Chissà se nei prossimi programmi elettorali qualcuno si occuperà anche di questo aspetto.

  • Per i propri soldi gli italiani preferiscono il materasso piuttosto che il mercato

    Più della metà degli intervistati (56 per cento) risparmia, con una propensione media dell’11,9 per cento del reddito. Il risparmio è ritenuto indispensabile dal 28 per cento degli intervistati, ai massimi della serie storica. Tra le motivazioni dichiarate prevale la prevenzione (40 per cento) ma cresce, pur con piccoli numeri, anche il risparmio destinato a investire (sei per cento). Il ratio di avversione al rischio raggiunge nel 2026 il record di 33,6 (era 20,5 nel 2025 e 8,1 nel 2017). I più restii sono i giovani tra i 18 e i 24 anni (84), per le cicatrici degli shock vissuti negli anni della formazione. È quanto emerge dall’indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026 presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Alla presentazione hanno preso parte Gian Maria Gros-Pietro (Presidente di Intesa Sanpaolo), Gregorio De Felice (Chief Economist della Banca), Giuseppe Russo e Stefano Firpo (rispettivamente, Direttore e membro del Comitato Direttivo del Centro Einaudi). La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza le dinamiche degli investimenti finanziari delle famiglie italiane e ne mette in luce i comportamenti e le opinioni. L’edizione 2026 è accompagnata da un focus che indaga sulla relazione tra investitori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.

    Nonostante la volatilità, nel 2026 gli intervistati che dichiarano di aver acquistato obbligazioni, azioni e fondi negli ultimi 12 mesi superano i venditori; il risparmio gestito registra la soddisfazione più alta tra le asset class. La casa rimane il fulcro della ricchezza familiare: pesa due terzi del patrimonio medio, stimato in circa 320 mila euro. Il 79 per cento degli intervistati vive in abitazioni di proprietà. La previdenza complementare resta ferma al 22 per cento del campione; l’assicurazione è la “gamba più corta” della protezione familiare, con coperture sanitarie al 16,9 e long-term care al 13,9 per cento.

    Il Focus che accompagna l’Indagine 2026, centrato sulla relazione tra i risparmiatori e la tecnologia, fa emergere un quadro polarizzato: se il 28,2 per cento degli intervistati non utilizza internet, un altro 27,9 per cento l’impiega in modo pienamente integrato in tutte le attività. A separare i due gruppi sono soprattutto età, istruzione e reddito. La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e uno solo dichiara di fidarsi “molto”. La preoccupazione dominante è la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5 per cento. La visione generale è quella di un sistema ancora ibrido, in cui strumenti innovativi e relazioni incardinate nella banca tradizionale coesisteranno a lungo. L’adozione del digitale è selettiva: lo si sceglie come supporto operativo, ma per le decisioni rilevanti conta ancora la supervisione umana.

  • Nel 2026 meno richieste di mutuo per la casa

    I primi sei mesi dell’anno si sono caratterizzati da un rallentamento della domanda dei mutui immobiliari da parte delle famiglie italiane, salvo il mese di maggio che si è mantenuto in linea con quello dell’anno precedente (+0,4%). Nel primo semestre 2026, le richieste dei mutui segnano un -5,9% rispetto al corrispondente periodo del 2025. Il fenomeno delle surroghe registra nel primo trimestre del 2026 una considerevole frenata del 38,4%. L’importo medio richiesto rimane pressoché stabile con un valore di 153.972 euro (-0,2% nel primo semestre 2026 rispetto al primo semestre 2025). Queste le principali evidenze dell’analisi del Barometro CRIF.

    “Il progressivo allentamento della politica monetaria, avviato nella seconda metà del 2024 e proseguito fino a maggio 2026, ha contribuito a ridurre il costo del credito, favorendo una maggiore sostenibilità delle rate e rafforzando l’equilibrio finanziario delle famiglie. In uno scenario ancora caratterizzato da incertezza macroeconomica e requisiti regolamentari più stringenti, la domanda di credito da parte delle famiglie italiane dovrebbe rimanere nei prossimi mesi improntata alla cautela. Tuttavia, a fronte di una maggiore prudenza, i mutui per l’acquisto di abitazioni ad alta efficienza energetica e per interventi di riqualificazione rappresentano un ambito di crescente interesse per famiglie e operatori” – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

    Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo semestre del 2026 oltre il 60% delle richieste di mutuo si concentra su importi compresi tra 100.000 e 300.000 euro. Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata, emerge che la classe tra i 25–30 anni raccoglie il 43,8% del totale. In generale, oltre 9 richieste su 10 prevedono piani di rimborso superiori ai 15 anni, a conferma della propensione delle famiglie a privilegiare soluzioni diluite nel tempo, funzionali a contenere l’impatto della rata sul bilancio familiare. Infine, per quanto riguarda la distribuzione per classe di età, sono le fasce centrali, dai 25 ai 54 anni – le fasi della vita in cui si avviano progetti futuri e si consolida poi il proprio status finanziario – a raccogliere oltre l’80% della domanda. Gli over 55 rappresentano una quota più contenuta della domanda, pari al 12,9% del totale, coerentemente con una fase della vita in cui l’accesso al mutuo tende a essere meno frequente rispetto alle fasce centrali.

  • Attenzione alle truffe, proteggi i tuoi dati

    Continuano le truffe via telefono o mail, ricordiamo ancora una volta quello che suggerisce ai suoi clienti la banca di Piacenza:

    Gentile Cliente,

    desideriamo informarLa che, negli ultimi tempi, si stanno diffondendo tentativi di truffa telefonica e digitale realizzati con modalità sempre più sofisticate, che possono apparire come comunicazioni provenienti dalla banca o da enti istituzionali, pur non essendolo.

    Come si presentano:

    – messaggi o telefonate che segnalano presunte anomalie sul conto;

    – richieste di intervento urgente per “mettere in sicurezza” i fondi;

    – indicazioni operative dettagliate, anche sotto forma di bonifici verso conti indicati come sicuri;

    – inviti alla riservatezza di non confrontarsi con il personale di filiale.

    Attenzione:

    Non fornite informazioni riservate o dati sensibili a nessuno.

    La Banca di Piacenza non li chiede MAI né per telefono, né per posta elettronica, né tramite profili social.

    Hai dubbi?

    Chiama la tua filiale o contattaci utilizzando solo i nostri canali ufficiali

  • (N) euro digitale: conversazione con l’AI

    Secondo la Banca Centrale Europea (BCE), l’obiettivo principale dell’euro digitale è affiancarsi al contante per offrire ai cittadini una moneta pubblica elettronica sicura, gratuita e accettata ovunque nell’area euro. La “motivazione” di fondo, sempre addotta dalla BCE, è rappresentata dalla “necessità di adeguare la moneta pubblica all’era digitale”, così proteggendo l’autonomia economica dell’Europa dall’avanzata di grandi società tecnologiche estere e criptovalute private, in particolare statunitensi.

    Personalmente come “economista indipendente” (così vengo definito dalla AI), quindi senza nessun riferimento politico da servire, rimango molto scettico rispetto a queste argomentazioni formali. Ho avviato quindi una conversazione relativa all’Euro digitale proprio con Gemini AI in quanto il dibattito rimane sempre condizionato da posizioni politiche ed ideologiche. Riporto di seguito alcuni brani maggiormente importanti della conversazione.

    FP: “Quali sono le motivazioni dell’Euro digitale …”

    Gemini: “Evitare che il sistema dei pagamenti europeo diventi dipendente da operatori privati extra-europei o da colossi tecnologici (Big Tech), garantendo l’autonomia strategica dell’UE”.

    FP: “Tuttavia avendo un limite di 3.500 è evidente che non può sostituire i servizi delle carte di credito statunitense…”

    Gemini: “Hai perfettamente ragione. Con un limite massimo consigliato (che gli esperti stimano intorno ai 3.000 o 3.500 euro per cittadino), l’euro digitale non nasce per fare la guerra alle carte di credito tradizionali sui grandi acquisti. Questo limite di 3.500 euro ha la funzione di salvare le banche. Se non ci fosse un limite, le persone potrebbero svuotare i propri conti correnti bancari per mettere tutti i risparmi nell’euro digitale (che è molto più sicuro, essendo garantito dallo Stato). Questo causerebbe una fuga di depositi dalle banche normali, che si ritroverebbero senza soldi da prestare a famiglie e imprese per mutui e finanziamenti”.

    FP: “Questo limite allora definisce automaticamente un diverso obiettivo”

    Gemini: “Il suo scopo è un altro: sostituire l’uso quotidiano del contante, non i servizi finanziari complessi”.

    Dopo questa conversazione, sempre da Gemini: “L’economista Francesco Pontelli definisce la “guerra al contante” come uno strumento puramente ideologico e politico, sostenendo che le limitazioni al denaro fisico non servano davvero a fermare neppure la grande evasione fiscale. Secondo la sua visione, si tratta di una strategia fallimentare che toglie libertà ai cittadini e favorisce unicamente il sistema bancario. Ecco i punti principali che riassumono la netta posizione di Francesco Pontelli su questo tema:

    Lo “strumento ideologico”, falsa bandiera: per Pontelli, la lotta al denaro fisico è diventata una bandiera politica sbandierata da partiti ed economisti distanti dalla realtà.

    Nessun legame con la vera evasione: L’economista evidenzia come la grande evasione non avvenga con le mazzette di banconote, ma tramite complessi meccanismi finanziari e societari internazionali, portando ad esempio i grandi gruppi che patteggiano cifre milionarie con il fisco per la sede legale all’estero.

    Il favore fatto alle banche – Più potere ai banchieri: Limitare il denaro contante costringe i cittadini a far transitare ogni singola risorsa economica dentro i circuiti elettronici.

    I guadagni del sistema: In questo modo, le banche ottengono enorme liquidità nei conti correnti a interessi minimi o nulli e guadagnano cifre colossali grazie alle commissioni sulle transazioni digitali.

    Tornando quindi alla realtà non digitale, in buona sostanza anche se la giustificazione attuale addotta dalla BCE come dall’Unione Europea per l’introduzione dell’euro digitale sembrerebbe quella di preservare l’unità monetaria europea, ancora una volta la realtà ci dimostra che la motivazione principale rimane quella della guerra contante come forma di libertà ma soprattutto come espressione di pluralità politica anche nei pagamenti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/; https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/ – 2018)

    La libertà dell’individuo dovrebbe essere tutta nata anche nella scelta delle forme di pagamento evitando in questo modo un controllo sempre più oppressivo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/gli-strumenti-ideologici-il-contante/ – 2022)

    In buona sostanza l’euro digitale diventa lo strumento di controllo perfetto quando invece bisognerebbe spostare il controllo dalle forme di pagamento alle forme di accumulo di determinate ricchezze e disponibilità finanziarie. In più rimane assolutamente invariato il monopolio dei servizi finanziari alle Major finanziarie statunitensi il cui potere non viene minimamente intaccato da questa invenzione digitale della BCE.

  • Il risiko bancario in una prospettiva più “generali”

    Con la dichiarazione di Unicredit di volere acquisire il 10% della quota azionaria di Delfin in Generali, probabilmente appare più chiara la strategia che sottende il Risiko bancario dell’ultimo periodo.

    Da anni il sistema bancario europeo ed italiano in particolare è interessato da un processo di concentrazione sempre più intenso. Fusioni, acquisizioni e aggregazioni vengono generalmente giustificate con la necessità di creare campioni nazionali ma soprattutto europei in grado di competere all’interno di un mercato globale dominato da operatori di dimensioni sempre maggiori, comprendendo anche ovviamente i private equity. Questa strategia parte certamente da dichiarazione corrente, ma si rischia di non cogliere il significato più inconfessabile delle dinamiche finanziarie attualmente in corso.

    La crescita dimensionale degli istituti di credito ha infatti progressivamente modificato la natura stessa del sistema bancario nazionale. Le banche territoriali, le popolari e il credito cooperativo svolgevano storicamente una funzione essenziale: raccogliere il risparmio locale che successivamente veniva trasformato in investimenti produttivi a favore imprese e credito alle famiglie. La loro progressiva assimilazione all’interno di gruppi più grossi ha ridotto il collegamento tra finanza ed economia reale, favorendo invece un modello nel quale il valore viene generato sempre più attraverso attività finanziarie, gestioni patrimoniali, servizi di investimento e commissioni. Questi rappresentano i termini essenziali del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, un processo che negli ultimi decenni ha progressivamente spostato il baricentro del sistema creditizio dal sostegno alla crescita economica alla gestione della ricchezza finanziaria esistente.

    Per comprendere il significato del cosiddetto “risiko bancario” italiano occorre quindi andare oltre le semplici operazioni societarie e osservare quale sia il vero asset strategico attorno al quale ruotano gli interessi dei diversi protagonisti.

    In altre parole, sarebbe opportuno individuare il vero obiettivo che adesso viene rappresentato dalla gestione del risparmio. In questa diversa prospettiva, si potrebbe individuare all’orizzonte il “Palazzo sede a Trieste delle Generali”. Il gruppo triestino non rappresenta soltanto una delle più importanti compagnie assicurative europee. Attraverso le proprie attività di asset, management e gestione patrimoniale amministra una massa enorme di risorse finanziarie che costituisce uno dei principali patrimoni di risparmio privato presenti nel continente (905 Mld).

    In un contesto, quindi, nel quale il potere e la resa economica derivano sempre più dalla capacità di indirizzare i flussi finanziari e dalla loro gestione, la possibilità di creare “valore aggiunto” attraverso il controllo di tali risorse assume un valore strategico che va ben oltre il settore assicurativo.

    Le numerose tensioni che negli ultimi anni hanno interessato la governance di Generali non possono quindi essere interpretate esclusivamente come una normale dialettica tra azionisti. Dietro lo scontro emerge una questione più ampia relativa a chi debba esercitare l’influenza su una delle principali concentrazioni di capitale finanziario italiano, all’interno del quale esiste una contrapposizione tra interessi italiani e francesi inseriti all’interno di questa società.

    Non andrebbe dimenticato, infatti, come il progetto di integrazione tra Generali e BPCE, attraverso la controllata Natixis, nel settore del risparmio gestito avrebbe dato vita a uno dei maggiori operatori mondiali del comparto.

    Questa operazione venne bloccata a causa delle profonde divergenze relative alla governance proprio dall’alleanza tra la Delfin e Caltagirone. Entrambi esprimevano la preoccupazione che il controllo effettivo delle attività di gestione potesse progressivamente spostarsi al di fuori dei confini nazionali italiani.

    In fondo, questo schema finanziario aveva già avuto un precedente nell’operazione del 2016 nella quale proprio UniCredit (quella che ora vuole acquisire le quote di Delfin) aveva sottoscritto un accordo vincolante per cedere Pioneer Investments alla società francese Amundi per un corrispettivo in cassa di 3,545 miliardi di euro.

    Di conseguenza ora il risiko bancario non può venire considerato come una strategia di semplice aggregazione bancaria, ma l’ennesima espressione di una competizione che da anni interessa alcuni dei principali centri finanziari europei sempre più in lotta tra loro anche in rapporto alle bandiere nazionali.

    Ecco, quindi, che l’intenzione della famiglia Del Vecchio (Delfin) di acquisire la quota di Generali di Unicredit rappresenta la conferma dell’avventatezza dimostrata dall’erede di Leonardo Del Vecchio nel tentativo di acquisizione delle quote azionarie dei propri fratelli.

    Dopo un iniziale sostegno del sistema bancario ora l’arretramento degli istituti finanziari nel fornire gli strumenti per concludere l’operazione di acquisizione delle quote dei fratelli da parte di Leonardo Del Vecchio Jr. assume un valore diverso e potrebbe essere interpretato anche con la volontà di indebolire la stessa finanziaria Delfin all’interno del gruppo azionario di Generali.

    Costringendo da una parte l’erede a cercare il sostegno finanziario presso il private equity Apollo il quale tuttavia ha delle finalità molto diverse da quelle del sistema bancario che avrebbe dovuto finanziare l’intera operazione. In secondo luogo questo cambiamento del sistema bancario rende più debole lo stesso controllo della EssilorLuxottica, in quanto i grandi fondi di investimento, viceversa, rispondono invece a logiche differenti. La loro strategia principale consiste nell’acquisizione di partecipazioni societarie e nella valorizzazione finanziaria degli asset detenuti.

    L’eventuale ingresso di operatori come Apollo Global Management nelle dinamiche relative al controllo di importanti gruppi industriali evidenzia proprio questa differenza di approccio tra finanza bancaria e finanza d’investimento. Questo rappresenta esattamente lo scenario che si sta delineando nel tentativo di acquisizione dell’erede di Leonardo Del Vecchio delle quote societarie dei fratelli.

    All’interno della visione complessiva tuttavia anche la vicenda Del Vecchio Jr, può essere interpretata come una strategia finalizzata all’ottenimento da parte di Unicredit del controllo delle grandi masse di risparmio e delle strutture attraverso cui esse vengono amministrate. Per questa ragione il risiko bancario non può essere letto esclusivamente come una competizione tra banche. Esso rappresenta piuttosto una più ampia battaglia per l’influenza sui principali centri di accumulazione del capitale finanziario italiano.

    Generali, sotto questo profilo, costituisce il punto di convergenza di interessi economici, industriali e geopolitici destinati a incidere sugli equilibri futuri della finanza nazionale. In ultima analisi la questione centrale non può essere solo interpretata come la volontà di determinare il destino di una compagnia assicurativa o l’esito di una singola operazione societaria all’interno del sistema bancario. Riguarda soprattutto chi eserciterà il controllo su di una quota significativa del risparmio degli italiani e quale ruolo l’Italia sarà in grado di mantenere all’interno dei nuovi assetti finanziari europei. Ora è su questo terreno che si sta giocando la partita più importante.

  • Il Sistema Banca-Impresa in Italia di fronte agli Shock Geopolitici del 2026

    Di fronte alla crisi in essere Il Patto Sociale è lieto di offrire ai propri lettori lo studio del Dottor Sangalli su Analisi delle condizioni di credito, dinamiche inflazionistiche e vulnerabilità dimensionale tra Grandi Imprese e PMI

    Introduzione

    La configurazione macrofinanziaria dell’economia italiana nella prima metà del 2026 si trova a fronteggiare due fenomeni macroeconomici di rilevante impatto: da un lato, l’assorbimento progressivo, ancorchè faticoso, del più aggressivo ciclo di restrizione monetaria imposto dalla Banca Centrale Europea nell’ultimo quarantennio, dall’altro, l’attivazione improvvisa di una violenta crisi geopolitica nel teatro mediorientale a partire dalla fine di febbraio 2026. Questa sovrapposizione di shock non si sta traducendo in un’interruzione simmetrica e generalizzata dei flussi di finanziamento verso l’economia reale – dinamica comunemente identificata come credit crunch – quanto piuttosto in una profonda metamorfosi qualitativa dei criteri allocativi delle banche. Si assiste all’affermazione di un regime di “selettività asimmetrica” (o selective financial tightening), all’interno del quale il merito creditizio viene pesato non solo sulla base dei flussi storici, ma sulla capacità predittiva di assorbire eventi esterni esogeni di varia natura (p.e. energetica e logistica, nel contesto attuale).

    Sebbene l’aggregato macroeconomico nazionale esprima una rassicurante tenuta complessiva – sostenuta da livelli di patrimonializzazione bancaria storicamente elevati e da bilanci delle grandi imprese ampiamente liquidi – l’analisi analitica rivela una marcata polarizzazione dimensionale. L’intersecarsi tra l’impennata dei costi degli input energetici, il ritiro progressivo dello scudo delle garanzie pubbliche statali e l’irrigidimento delle condizioni dei contratti di finanziamento sta stringendo in una morsa il tessuto atomistico delle piccole e medie imprese (PMI).

    In questo contesto risulta evidente una profonda asimmetria dimensionale, dove le grandi imprese riescono a disintermediare efficacemente il canale bancario, mentre le PMI rischiano di subire maggiormente il peso specifico della selettività del credito.

    1. La trasmissione degli shock globali sui costi aziendali e sulle attese macroeconomiche

    L’esplosione delle ostilità nel teatro mediorientale, culminata nelle severe chiusure lungo lo Stretto di Hormuz a partire dalla primavera del 2026, ha bruscamente interrotto la traiettoria di rientro dell’inflazione verso i target strutturali dell’area euro.

    La reazione dei mercati delle materie prime è stata immediata e violenta: sul fronte delle quotazioni reali del greggio, il mercato spot ha registrato dinamiche convulse con picchi che hanno superato i 118 dollari al barile (+ 57% rispetto a novembre 2025), altrettanto severo si è rivelato lo shock sul comparto del gas naturale europeo, con il prezzo all’ingrosso sulla piattaforma TTF di Amsterdam salito rapidamente a quota 44 euro per Megawattora,(+ 40% rispetto ai valori della fine del 2025).

    Questa impennata dei costi dei fattori produttivi primari si propaga lungo la catena del valore industriale con un effetto cumulativo. Secondo i dati aggregati della Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE) pubblicata dall’Eurosistema, le imprese della regione stimano, per l’anno in corso, un incremento medio del 5,8% dei loro costi operativi complessivi, trainato proprio dalla componente energetica e dai costi di trasporto. La persistenza di tali pressioni ha alterato in modo sostanziale le aspettative inflazionistiche a breve termine: le attese a dodici mesi per l’area euro si sono riposizionate al 3,0%, surclassando lo scenario base del 2,5% che era stato ipotizzato nei modelli previsionali di inizio anno. Di conseguenza, i mercati finanziari hanno ricalibrato la struttura a termine dei tassi di interesse, incorporando l’aspettativa di tassi ufficiali più elevati per un periodo di tempo prolungato.

    L’impatto di questo scenario si riflette in modo asimmetrico sulla struttura dei costi di finanziamento delle aziende italiane. La formula del tasso di interesse reale (r) applicato all’impresa può essere concettualizzata come: r = (i – π) + RP dove i rappresenta il tasso nominale, π l’inflazione attesa e RP il premio per il rischio specifico che tendenzialmente risulta inversamente correlato al fattore dimensionale dell’azienda. Se per le grandi imprese l’incremento di π contribuisce temporaneamente ad attutire il peso reale del debito, per il segmento delle PMI l’incremento esogeno di RP, indotto dalla compressione dei margini operativi lordi (MOL) dovuta all’incremento dei costi energetici, surclassa l’effetto inflazionistico, traducendosi in un immediato aumento del costo reale del capitale.

    2.  La metamorfosi del credito: dall’erogazione assistita alla selettività bancaria

    L’evidenza empirica racchiusa nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d’Italia esclude l’esistenza di un blocco quantitativo indiscriminato dell’offerta di moneta bancaria. I criteri generali di accesso al credito, mappati attraverso il Bank Lending Survey, si mantengono formalmente stabili; tuttavia, si rileva una profonda rigidità applicata alle condizioni accessorie e di prezzo. Le banche italiane, pur disponendo di un’ampia riserva di capitale – testimoniata da un coefficiente CET1 medio di sistema pari al 15,7 per cento (pur se in calo dal 16,1% di giugno 2025) e da una redditività netta (ROE) attestata al 13,8 per cento alla fine del 2025 (in crescita rispetto al 12,7% del 2024 beneficiando anche di fattori temporanei) –, stanno attuando una severa differenziazione nell’applicazione delle clausole di concessione del credito.

    L’indagine SAFE del primo trimestre 2026 rileva che il 37 per cento delle imprese ha registrato un netto aumento dei costi accessori, delle commissioni e delle spese bancarie di istruttoria, mentre il 14 per cento segnala richieste nettamente più stringenti in termini di garanzie reali. Questa stretta sulle garanzie trova una spiegazione diretta nelle scelte di finanza pubblica: la Legge di Bilancio per il 2026 ha ridotto di ulteriori 20 miliardi di euro lo stanziamento massimo per i fondi di garanzia statale gestiti dal Fondo Centrale (FCG) e da SACE, fissando il tetto massimo della capacità di impegno a 140 miliardi di euro. Il progressivo smantellamento dello scudo pubblico, introdotto nella fase emergenziale connessa con la pandemia da covid 19, priva gli istituti di credito della possibilità di trasferire il rischio sullo Stato, costringendoli a internalizzare le potenziali perdite. Per arginare quest’ultimo fenomeno, soprattutto le PMI, potranno trovare un valido supporto nei confidi a patto che questi operino a costi competitivi e anche in assenza della garanzia pubblica.

    Le indagini svolte evidenziano come il fenomeno di incremento dei tassi di interesse sia osservato sia dalle grandi imprese che dalle PMI che, tuttavia, risultano sfavorite nell’accesso al credito.

    La qualità dell’attivo bancario, pur rimanendo eccellente con un tasso di deterioramento medio dei prestiti alle imprese fermo al 2,2% a fine dicembre 2025, comincia a mostrare i primi segnali di divergenza strutturale. Le banche meno significative (Less Significant Institutions, LSI), la cui attività è storicamente radicata nel finanziamento delle imprese di prossimità geografica e di minore scala, registrano indici di deterioramento sensibilmente più elevati rispetto ai grandi gruppi sistemici. Questa dinamica non è legata a una minore efficienza dei processi di monitoraggio delle LSI, quanto piuttosto alla composizione intrinseca del loro portafoglio impieghi, fortemente concentrato su micro-aziende prive di diversificazione geografica e merceologica, e pertanto più direttamente esposte all’aumento dei costi di gestione e agli shock esterni.

    Dalla seconda metà del 2025 abbiamo assistito ad una nuova fase di espansione del credito a condizioni favorevoli anche se principalmente trainata dalle aziende di grandi dimensioni che restano preferite dal ceto bancario. Sul versante delle PMI, invece, le banche privilegiano quelle solide e virtuose, non solo dal punto di vista dei dati di bilancio.

    Si intensifica, quindi, l’approccio selettivo nella concessione del credito: le aziende più problematiche resteranno sempre più ai margini del mercato finanziario, costrette a rivolgersi a canali paralleli e ad accettare condizioni più gravose dettate dall’innegabile maggior rischio di credito intrinseco.

    3. La polarizzazione dimensionale: la disintermediazione dei Grandi Gruppi e l’isolamento delle PMI

    I dati di Banca d’Italia rappresentano un sistema imprenditoriale domestico caratterizzato da un tasso di indebitamento contenuto (nel 2025 il rapporto tra liquidità e passività si è mantenuto superiore al 10 per cento, al di sopra della media dell’area dell’euro – circa il 7 per cento) ma bancocentrico (46% dei debiti finanziari totali) anche se in calo rispetto al passato.

    Il debito finanziario totale del settore societario italiano si è attestato al 58% del PIL, un valore ampiamente inferiore rispetto alla media dell’area euro.

    Il fenomeno più rilevante che emerge dall’analisi del sistema produttivo italiano nel 2026 è il definitivo disallineamento strategico tra i grandi campioni industriali nazionali e la galassia delle piccole e medie imprese. Le grandi aziende si presentano a questa nuova fase di turbolenza forti di un processo di consolidamento patrimoniale decennale. Le emissioni di bond (il cui peso preponderante resta appannaggio delle Grandi imprese) sono cresciute dell’8,2% nel 2025, arrivando a pesare per il 17% sui debiti finanziari totali del comparto aziendale.

    Questa diversificazione delle fonti permette ai grandi gruppi di negoziare con il sistema bancario da una posizione di assoluta forza, ottenendo condizioni di tasso e di garanzie collaterali inferiori alla media di mercato. Al contrario, la piccola e media impresa italiana rimane strutturalmente ancorata a una condizione di dipendenza bancaria tradizionale (spesso mono banca), priva di accessi diretti ai mercati dei capitali istituzionali.

    Le PMI, quindi, subiscono le conseguenze dirette della selettività bancaria anche a causa del loro ridotto potere contrattuale. Inoltre, l’introduzione dei nuovi parametri legati ai dossier di sostenibilità aziendale e ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance) agisce da ulteriore filtro escludente: le banche, vincolate dalle autorità di vigilanza a ridurre i rischi di transizione nei propri bilanci, tendono a penalizzare o a sovra prezzare il credito destinato a piccole imprese, in special modo manifatturiere o edili, che non dispongono delle risorse manageriali necessarie a certificare la sostenibilità dei propri processi produttivi.

    4. Canali alternativi alla prova dei tassi e modelli di vulnerabilità predittiva

    La speranza che i canali di finanza alternativa e il comparto del Fintech potessero assorbire la domanda di credito insoddisfatta dal sistema bancario tradizionale si è scontrata, nel biennio 2025-2026, con il mutamento radicale della politica monetaria. L’era dei tassi a zero aveva spinto ingenti capitali privati verso le piattaforme di crowdfunding e di digital lending alla ricerca di rendimenti più elevati, tuttavia, l’innalzamento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato e sulle attività a ridotto rischio ha svuotato la liquidità di questi canali alternativi. Il Rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crisi sistemica dell’industria del crowdfunding italiano, dove oltre il 75 per cento delle piattaforme censite ha chiuso l’ultimo esercizio in perdita a causa della drastica contrazione dei volumi transati e dell’aumento dei tassi di default dei progetti finanziati.

    Per misurare la tenuta del sistema produttivo di fronte al prolungarsi dello shock combinato (tassi elevati e rincari energetici), la Banca d’Italia ha utilizzato complessi modelli di simulazione predittiva sui bilanci aziendali. I risultati di questo lavoro indicano che la quota di debito finanziario in mano a imprese classificate come “vulnerabili” (caratterizzate da un indice di copertura degli oneri finanziari sul margine operativo lordo inferiore alla soglia critica) si attesterebbe intorno al 35% nel modello base, per arrivare a circa il 40% nello scenario peggiore.

    Entrando più in dettaglio nei dati si rileva la distribuzione asimmetrica di questa vulnerabilità. Il modello evidenzia, infatti, che il rischio di insolvenza, per altro in calo, si concentra nel segmento delle imprese operanti nei settori ad alta intensità energetica, come la manifattura e il comparto delle costruzioni e dell’edilizia, quest’ultimo già penalizzato dal termine delle politiche di incentivazione fiscale. Per queste aziende, la compressione simultanea dei ricavi (dovuta al rallentamento della domanda globale) e l’espansione dei costi fissi finanziari configurano una crisi di liquidità strutturale che i canali alternativi non sono più in grado di tamponare.

    Conclusioni e implicazioni di policy

    L’analisi sistematica delle dinamiche economiche e creditizie che caratterizzano il sistema banca-impresa in Italia nel 2026 evidenzia luci ed ombre.

    La stabilità finanziaria aggregata del paese appare fuori discussione: il sistema bancario è solido, capitalizzato e profittevole, e la grande industria italiana ha dimostrato una flessibilità e una maturità finanziaria in grado di superare le crisi del passato. Tuttavia, l’approccio puramente aggregato rischia di occultare una crepa strutturale profonda. La rigidità selettiva applicata dal sistema creditizio, sollecitata dal ridimensionamento delle garanzie statali e dall’onerosità dei costi accessori, sta isolando la componente più frammentata e numerosa del tessuto produttivo italiano: le PMI.

    Per quanto lo studio non evidenzi fenomeni di credit crunch specifici e mirati, ma piuttosto indicazioni di selettività nell’allocazione delle risorse, è pur vero che le grandi imprese riescono ad essere più virtuose e sensibili alla compliance e alle tematiche ESG risultando, quindi, più appetibili al ceto bancario.

    Per evitare che la necessaria e fisiologica selezione del merito creditizio si trasformi in una emarginazione finanziaria delle piccole e medie imprese, queste dovranno, necessariamente, fare un salto di passo adattando strumenti tipici delle realtà di più grandi dimensioni. La capacità di produrre un’eloquente informativa economica e finanziaria, un adeguato sistema di controllo interno e l’attenzione ai temi Environmental Social and Governance consentiranno di ridurre i rischi intrinsechi percepiti dal sistema finanziario e da quello dei capitali in genere e quindi di attrarre una maggior quota dei fondi disponibili. Le logiche di sottocapitalizzazione tipiche delle micro imprese italiane dovranno essere superate favorendo una più corretta allocazione dei capitali ad equity.

    La strada non sarà quella di rivolgersi a banche meno significative (less significant institutions, LSI), il cui modello evidenzia segnali di crisi e scarsa tenuta prospettica (alcuni player si stanno già ritirando dal mercato), con l’auspicio di ottenere il credito che gli istituti principali hanno rifiutato, ma piuttosto l’attenzione e l’apertura al mercato dei capitali in genere utilizzando tutti gli strumenti disponibili: dalla quotazione in borsa, ai mini bond e alle operazioni di finanza strutturata.

    È auspicabile che a livello istituzionale venga sostenuta la creazione di veicoli di cartolarizzazione comunitari (come i Basket Bond regionali o settoriali) che consentano anche alle piccole e medie imprese di accedere in modo aggregato al mercato dei capitali, superando lo stato di importante dipendenza dallo sportello bancario.

    Solo attraverso un’accelerazione dei processi di aggregazione aziendale e una finanza pubblica mirata l’Italia potrà preservare l’integrità delle proprie filiere produttive di fronte agli shock di un contesto globale ormai perennemente instabile.

    Milano, 25 maggio 2026                                                                                                      Dott. Enrico Sangalli

    Riferimenti Bibliografici e Fonti Documentali

    1. Banca d’Italia (2026). Rapporto sulla stabilità finanziaria, Numero 1, Aprile Roma: Centro Stampa Banca d’Italia. Disponibile su: www.bancaditalia.it/pubblicazioni
    2. Banca Centrale Europea (2026). Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE), Rilevazione del primo trimestre 2026, pubblicata il 7 Maggio 2026. Francoforte: European Central Bank.
    3. BCE Survey on the Access to Finance of Enterprises in the euro area – First quarter of 2026
  • E se Luxottica fosse uno strumento?

    E se il vero obiettivo finale non fosse tanto Luxottica ma potesse rappresentare uno strumento o il mezzo per raggiungere un altro e molto più ambizioso obiettivo? L’operazione Luxottica ormai può venire definita e conclusa con la disponibilità confermata dalle banche di finanziarla.

    Tuttavia ad un’analisi un po’ più attenta, e forse anche maliziosa, sembra che dietro alle banche (Bnp Paribas, Credit agricole UniCredit), ci potrebbero essere degli operatori francesi non direttamente interessati alla gestione del Colosso dell’occhialeria Agordina (1).

    Un altro particolare interessante emerge da un’analisi comparativa con la vicenda Safilo, altra azienda dell’occhialeria dalla provincia di Belluno, in quanto sembra si stia ripetendo quello che è stato il copione con l’acquisizione di Safilo da parte di uno dei tre fratelli con gli esiti noti (2).

    A questi primi due punti di analisi andrebbe aggiunta un terzo in considerazione del fatto che questa operazione finanziaria non possa essere definita come una scalata ostile.

    Viceversa è una classica operazione di mercato che illude il protagonista della scalata di essere il più forte (all’interno della holding che controlla l’industria Luxottica) ma contemporaneamente lo rende più debole e vulnerabile proprio per il peso dei debiti (3) nei diversi scenari con i quali si confronta. In altre parole le banche fornirebbero gli strumenti per indebolire la Holding impegnata in altri scenari finanziari.

    Questa perdita di peso specifico della Holding rappresenta allora un aspetto fondamentale all’interno di un’altra vicenda finanziaria, ben più pesante, rappresentata dall’assalto all’ultima fortezza finanziaria italiana.

    All’interno, infatti, della complicata disputa per il controllo delle Generali di Trieste (con un fatturato pari a tre volte quello della Luxottica), l’alleanza tra Delfin e Caltagirone ha rappresentato un argine italiano contro i soci francesi che volevano impadronirsi del controllo gestionale dei Risparmi del Colosso triestino (4).

    Da questo confronto ed unendo i quattro punti lo scenario che ne segue risulta decisamente diverso perché Luxottica da preda di una scalata diventa uno strumento per indebolire la Holding Delfin.

    Infatti pur mantenendo l’alleanza con Caltagirone, anche attraverso partecipazioni ed acquisizioni bancarie (*), in rapporto allo scontro di potere per il controllo di Generali i due protagonisti italiani sono destinati a perdere potenza e credibilità proprio a causa della situazione debitoria della holding Delfin che controlla Luxottica, a tutto vantaggio degli antagonisti francesi.

    (*) Quote di Generali sono detenute da Delfin (Gruppo Del Vecchio, circa il 10%) e dal Gruppo Caltagirone (circa 7%), che esercitano con la loro Alleanza una forte influenza.

    Nel 2025, si segnala l’ingresso rilevante del Monte dei Paschi di Siena (MPS) come azionista nel quale a loro volta hanno una importante quota Delfin e Caltagirone, attraverso questo hanno anche acquisito Mediobanca che detiene il circa il 13,1% di Generali.

  • Gli italiani continuano a spendere soldi che ancora non hanno in tasca

    In Italia, rileva l’ultimo Market Outlook relativo al BNPL realizzato da CRIF, nel secondo semestre del 2025 i finanziamenti Buy Now Pay Later (BNPL) hanno continuato a registrare un tasso di crescita sostenuto e a doppia cifra. L’erogato ha infatti evidenziato un incremento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2024 (+220% rispetto al I semestre 2022). Parallelamente, il segmento Small Ticket tradizionale (prestiti sotto i 1.500 euro) ha mostrato una contrazione del 10% nel secondo semestre 2025, suggerendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori verso soluzioni di credito più flessibili e digitali.

    In questo contesto, la rischiosità del BNPL continua a mantenersi su livelli contenuti, con tassi di default inferiori rispetto al credito finalizzato tradizionale. Il livello di rischio riflette una composizione del target di clientela in parte differente rispetto allo Small Ticket tradizionale, più selezionato e orientato a soluzioni digitali di breve termine, percepite da una parte della clientela come facilitazioni di pagamento più che strumenti creditizi.

    “Anche nel secondo semestre del 2025, il Buy Now Pay Later mostra tassi di crescita a doppia cifra e al contempo un livello medio di rischiosità che rimane contenuto, a fronte di una riduzione del credito finalizzato Small Ticket. Il profilo demografico degli utenti di BNPL si conferma mediamente più giovane rispetto a quello dei clienti del credito finalizzato tradizionale”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “L’analisi del comportamento degli utenti rivela come il BNPL venga adottato da una clientela orientata a strumenti digitali di breve termine, percepiti principalmente come facilitazioni di pagamento piuttosto che come forme di credito tradizionale. Questa preferenza sottolinea una crescente attenzione alla flessibilità e all’immediatezza delle soluzioni proposte, specie per gli importi di credito più bassi”.

    Nel mercato italiano si conferma progressivamente la dinamica di sostituzione tra il credito finalizzato tradizionale e le soluzioni BNPL relativamente alle fasce di importo più contenute. Infatti, il 60% dei contratti BNPL erogati nel 2025 mostrano ticket inferiori ai 1.000€; mentre nel 24% dei casi i finanziamenti salgono sopra la soglia dei 1.500€.

    Rispetto al finalizzato tradizionale (escludendo però l’acquisto di autoveicoli), i finanziamenti superiori a 1.500€ sono invece più di un terzo delle pratiche erogate.

    In termini di preferenze di acquisto, il prestito finalizzato Small Ticket risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche (43%) e nella grande distribuzione (35%).

    Parallelamente, per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona (31,9%), abbigliamento e turismo (16,9%) e i prodotti per la casa (15,2%).

    L’analisi dei prodotti creditizi posseduti dagli utenti di BNPL evidenzia una forte propensione al “repeat”. Infatti, chi ha già usufruito di questa modalità di finanziamento tende a richiederla nuovamente. Inoltre, il Buy Now Pay Later registra un crescente successo anche all’interno dei possessori di prestiti small ticket tradizionali, confermando una capacità di attrazione trasversale.

    Inoltre, la diffusione crescente dei prodotti BNPL si conferma un fattore chiave per promuovere l’inclusione finanziaria. L’analisi evidenzia come il tasso di ‘new to credit’ — ovvero la quota di individui privi di una storia creditizia che si affaccia per la prima volta al mondo del credito — sia più del doppio (19%) rispetto a quello rilevato per le soluzioni di credito tradizionali (8%).

    Per quanto riguarda l’età, il secondo semestre del 2025 evidenzia come la maggior parte degli utenti appartenga alle generazioni Gen X (34%) e Millennials (29,5%). Seguono Gen Z (18,1%) e la generazione dei Baby Boomers (18%), confermando che il BNPL non è esclusivamente appannaggio dei più giovani. Queste evidenze suggeriscono una progressiva diffusione del BNPL anche tra le fasce d’età più mature della popolazione italiana, a testimonianza della crescente familiarità con le nuove soluzioni digitali di pagamento e una maggiore solidità nelle capacità di spesa.

    Inoltre, nel panorama del credito al consumo, il BNPL si distingue per una composizione di utenza unica nel suo genere. Secondo le ultime analisi, infatti, il prodotto BNPL registra una significativa prevalenza di utenti di genere femminile, con il 55% delle richieste provenienti da donne, rispetto al 45% degli uomini. Questo dato rappresenta un elemento distintivo rispetto alle altre categorie di finanziamento attualmente presenti sul mercato italiano. In particolare, il segmento del credito finalizzato Small Ticket mostra un’evidenza opposta, con una maggiore presenza maschile (55%) rispetto a quella femminile (45%), confermando il posizionamento peculiare del BNPL e la sua capacità di intercettare target demografici differenti.

    A livello geografico, si evidenzia una minore incidenza dell’erogato BNPL nelle regioni del Sud-Italia (31% BNPL vs 40% dello Small Ticket), e Nord-Ovest (31% BNPL vs 23% dello Small Ticket), a fronte di una minore incidenza nel Centro (24% BNPL vs 22% dello Small Ticket). Similari invece le quote nel Nord-Est (15% per entrambe le tipologie).

    “Il BNPL nel nostro Paese si conferma un potente stimolo all’inclusione finanziaria. In aggiunta, si distingue per una significativa prevalenza del genere femminile tra coloro che scelgono questa forma di finanziamento rispetto allo Small Ticket tradizionale. Dal punto di vista demografico, l’utilizzo del BNPL si sta progressivamente diffondendo anche tra le generazioni meno giovani, anche in funzione della semplicità e immediatezza di utilizzo. Invece, guardando da un punto di vista settoriale, se il finalizzato tradizionale risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche e nella Grande Distribuzione Organizzata, di contro per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona, l’abbigliamento e il turismo”, aggiunge Antonio Deledda, Executive Director di CRIF.

  • L’operazione Luxottica

    Per quanto ci avesse provato Leonardo Del Vecchio ad assicurare un futuro industriale alla propria azienda condiviso con la famiglia, gli ultimi contrasti tra gli eredi dimostrano come il suo desiderio molto probabilmente resterà inespresso.

    Al netto delle personalità dei singoli eredi, l’operazione che vede protagonista ora Leonardo Maria Del Vecchio, il quale intende acquisire le quote dei fratelli e della madre con l’obiettivo di arrivare al 37.5% dell’azienda, andrebbe inquadrata all’interno di una visione puramente finanziaria e magari speculative e non certo industriale.

    In più, nasconde una volontà speculativa espressa da altri protagonisti finanziari, molto più pericolosa di quanto non si creda, rispetto ad una infantile volontà di autoaffermazione che sembra emergere dal protagonista. Questa operazione, infatti, viene finanziata principalmente da tre banche: Unicredit, BNP Paribas e Credit agricole. Questi istituti, per erogare il prestito necessario a concludere la cessione delle quote tra fratelli la cui dotazione finanziaria dovrebbe essere tra i 10 e i 14 miliardi, otterranno a garanzia l’intero pacchetto azionario acquisito da Leonardo Maria Del Vecchio.

    In altre parole, il figlio del fondatore di Luxottica si sta addentrando all’interno di un ginepraio finanziario, in quanto la leva del debito alla fine, molto probabilmente, lo obbligherà all’unica soluzione per uscire dalla stessa spirale debitoria, ovvero la cessione delle proprie quote agli Istituti bancari che lo hanno finanziato.

    Questo rappresenta l’unico vero obiettivo degli istituti che già oggi intendono perseguire con il finanziamento all’erede del fondatore di Luxottica, in quanto tutta l’operazione non ha alcun valore industriale dato che non è finalizzata a qualche acquisizione ma semplicemente ad una diversa distribuzione delle quote azionarie. Attraverso, quindi, questa inevitabile cessione delle quote azionarie, gli Istituti bancari riusciranno a moltiplicare i propri utili (ben oltre la quota debitoria) spezzettando e ponendo sul mercato i singoli ramo e Brand del colosso dell’occhialeria cadorina. E non ha alcuna importanza se gli Istituti bancari operino in autonomia oppure su mandato di qualche figura che non si vuole manifestare.

    L’effetto non cambia, e sembra incredibile come nessuno abbia ancora colto il pericolo che una delle migliori aziende italiane al mondo italiane sta correndo, anche in considerazione del ruolo economico, occupazionale e sociale che la stessa azienda esercita ad Agordo, nella provincia di Belluno, nel Veneto e nell’Italia intera. Un pericolo che trae la propria origine da un desiderio di protagonismo infantile e da una precisa volontà speculativa, ma anche come una forma di assoluto disprezzo nei confronti delle intenzioni manifestate dal fondatore Leonardo Del Vecchio in relazione al futuro della società che aveva creato dal nulla.

Pulsante per tornare all'inizio