Banche

  • C’è il rogo delle criptovalute

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 23 novembre 2022

    La criptofinanza conquista ancora una volta le prime pagine dei media. Questa volta con la bancarotta di Ftx, la seconda piattaforma exchange più grande nel mondo, dopo Binance.

    Le exchange solitamente non creano monete digitali (token) ma si occupano di creare asset class per gli investitori, che utilizzano la piattaforma per cambiare dollari o euro in monete digitali e di comprare e vendere queste ultime al solo scopo di fare guadagni. Ftx aveva, invece, anche il suo token, il Ftt.

    Pochi giorni fa, la Security Commissione delle Bahamas, il centro off shore dove Ftx ha sede, aveva congelato tutti i suoi averi. La piattaforma, insieme a oltre 130 suoi affiliati, ha chiesto il Chapter 11 nello Stato del Delawere, cioè la procedura d’insolvenza per la riorganizzazione aziendale. Intanto Australia, Giappone e Bahamas hanno preso provvedimenti per congelarne le sue attività. Dopo una simile decisione adottata da Cipro, essa non può più operare nell’Ue.

    Oggi la paura di un crollo caotico dell’intero settore si riassume in due parole «contagio» e «effetto domino». Si parla di «momento Lehman Brothers» per la criptofinanza globale. Il buco varierebbe tra dieci e cinquanta miliardi di dollari. In pochi giorni il mercato delle cripto valute avrebbe perso il 20% del suo valore. Dopo la crescita a dismisura fino a un picco equivalente a tremila miliardi di dollari, il mondo delle criptomonete già nel 2022 si era ridotto a mille miliardi. Inoltre, durante l’estate altre piattaforme cripto, tra cui Celsus Network, Voyager Digital e Terra-Luna sono fallite.

    Ftx è la breve storia di un «astro lucente» che diventa in pochi giorni una stella cadente. Il suo fondatore, il trentenne Sam Bankman-Fried, Sbf per gli amici, aveva accumulato un patrimonio equivalente a 20 miliardi di dollari e, in poche ore, ne avrebbe perso il 94%. Anche tutti quelli che vi hanno investito possono dire addio ai loro soldi! Non c’è rete di salvataggio per la criptofinanza senza regole e controlli.

    Alcuni parlano di frode poiché Sbf avrebbe dirottato i fondi investiti nella piattaforma verso una sua controllata, la Alameda Research, anch’essa con sede alle Bahamas, che li avrebbe usati per operazioni finanziarie ad altissimo rischio andate male. Ftx faceva soldi permettendo che investitori prendessero fondi in prestito per scommettere e speculare sui prezzi futuri delle criptovalute. Si era specializzata nella gestione di operazioni leverage (la famosa leva) in derivati con criptomonete. Piccolo particolare: le faceva in campo internazionale poiché esse sono vietate all’interno del territorio americano.

    Il vero timore è che la caduta di Ftx possa contagiare anche il mercato finanziario tradizionale per via della sua grande interconnessione con la criptofinanza. Una paura che, purtroppo solo a parole, è stata spesso manifestata da vari dirigenti di enti federali americani. D’altra parte è noto che tra i suoi investitori vi sono vari fondi d’investimento, come il Blackrock e persino importanti fondi pensione.

    Lo scandalo vero è la mancanza di controlli e d’interventi tempestivi e preventivi da parte delle agenzie governative preposte alla supervisione dei mercati finanziari. Ma forse non è così casuale.

    Sbf è stato molto attivo a Washington nei mesi passati. Si è appreso che SBF ha concesso 60 milioni di euro al partito democratico in occasione delle elezioni di mid-term e si era impegnato di battere in generosità George Soros raggiungendo un miliardo di dollari

    Non a caso SBF era anche un lobbista molto impegnato a influenzare la stesura di una legge bipartisan per regolare il mercato delle cripto valute. Dopo il fallimento di Ftx il procedimento è stato ovviamente sospeso.

    La nuova legge darebbe alla Cftc, Commodity Futures Trading Commission, l’agenzia che regola il mercato dei derivati, anche la supervisione del mercato cripto. Forse il Congresso americano e la Sec, Security Exchange Commission, l’agenzia federale di vigilanza delle borse valori, dovrebbero tenere in considerazione che alcuni top leader di Ftx Usa, la succursale americana, erano stati alti dirigenti proprio della Cftc! Evidentemente, purtroppo, il conflitto di interessi non esiste solo in casa Italia.

    già sottosegretario all’Economia* economista**

  • Perché la liquidità dei QE è scomparsa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso in ‘notiziegeopolitiche.net’ il 12 novembre 2022.

    Mentre la Fed continua a innalzare il tasso d’interesse, molti economisti sollevano forti dubbi sulla sua capacità di normalizzare la politica monetaria e di influenzare positivamente i processi economici. Ciò vale per le altre banche centrali.
    Dopo due anni di allentamento quantitativo (QE) di straordinaria grandezza, le banche centrali stanno restringendo i propri bilanci. Esse avevano acquistato asset back security (abs) e titoli di Stato in possesso delle banche private, emettendo riserve liquide in cambio. La liquidità creata, però, è svanita nel giro di pochi mesi.
    Perché il rapido rientro dal QE ha prodotto questo risultato? La risposta è semplice: il sistema finanziario è diventato dipendente dalla liquidità facile.
    Quando la banca centrale espande il proprio bilancio, il settore bancario, che deve detenere le riserve emesse dalla banca centrale per gli acquisti di asset, in genere le finanzia con depositi a vista, cioè più esigibili.
    Le riserve offerte dalle banche centrali si ritengono le più sicure ma offrono rendimenti bassi. Perciò, sulla base della liquidità acquisita, le banche hanno creato altri flussi di entrate offrendo maggiori crediti. Ciò assume generalmente la forma di limiti più elevati per le carte di credito per le famiglie e linee di credito più ampie alle imprese, ai fondi d’investimento e alle società non finanziarie.
    La maggiore detenzione di riserve offre alle banche la sicurezza di poter rispondere prontamente a eventuali richieste di prelievo. Le banche, però, hanno anche aumentato le operazioni più lucrative nei rapporti broker-dealer, cioè quelle che promettono di aiutare gli operatori-speculatori offrendo della liquidità per soddisfare eventuali richieste di margine, i margin call, quando si devono dare garanzie aggiuntive in contanti per coprire delle perdite sopravvenute.
    Gli speculatori non sono solo gli hedge fund, ma anche i fondi pensione che, per compensare i bassi rendimenti delle obbligazioni pubbliche, hanno aumentato il profilo di rischio delle loro attività, assumendo una maggiore leva finanziaria e sottoscrivendo dei derivati per una copertura del rischio sugli interessi. L’aumento dei tassi ha generato richieste di margini sulle posizioni in derivati.
    In parole semplici, la liquidità ottenuta dalla Fed è stata “impegnata” in operazioni finanziarie a più alto rischio. Di conseguenza, le banche sono molto più esposte a qualsiasi incidente nel sistema finanziario, non avendo capacità di “tappare” eventuali buchi rilevanti. Lo stress di liquidità deriva dalla relazione asimmetrica tra lo stock di crediti concessi e quello delle riserve di liquidità. Anche il comportamento delle banche è asimmetrico rispetto a quello della Fed, più precisamente perché non riducono i crediti concessi quando la quantità delle riserve si riduce.
    Questo è avvenuto recentemente in Gran Bretagna, quando il “mini budget” proposto dall’ex premier Liz Truss ha fatto emergere lo spettro dell’insostenibilità del debito sovrano, provocando un immediato aumento dei tassi di interesse delle obbligazioni statali di lungo termine.

    Riconoscendo l’importanza sistemica del mercato dei titoli di Stato, la Banca d’Inghilterra è subito intervenuta sospendendo il programma di vendita di parte dei titoli in suo possesso, annunciando allo stesso tempo di voler riprendere ad acquistare i bond di Stato come nei passati mesi di QE.
    Il malfunzionamento del mercato dei titoli di Stato in un’economia sviluppata è un segnale di una potenziale instabilità finanziaria.
    Uno studio presentato da un gruppo di economisti americani all’incontro di Jackson Hole, rileva che, nel caso degli Stati Uniti, il rientro dal QE ha reso le condizioni molto difficili. E’ provato che, quando la Fed vuole riprendere le riserve emesse, il settore finanziario non riduce rapidamente i crediti concessi sulla base della liquidità generata. Questo rende il sistema vulnerabile agli shock o semplicemente a un qualche incidente. Era già successo a settembre 2019 e la Fed aveva ripreso le sue iniezioni di liquidità.
    In altre parole, maggiori sono le dimensioni e la durata del QE, maggiore è la liquidità cui i mercati finanziari si abituano. Di conseguenza, per le banche centrali sarà più difficile normalizzare i propri bilanci. Gli shock finanziari non rispettano i tempi delle banche centrali e potrebbero costringerle a nuovi interventi di sostegno.
    I responsabili delle politiche monetarie si trovano quindi in una posizione molto difficile: aumentare i tassi per ridurre l’inflazione e contemporaneamente fornire liquidità per stabilizzare i mercati dei titoli di Stato. E’ un processo infernale dal quale non si può uscire con gli strumenti tradizionali.

  • I rendimenti dei fondi pensione sono calati del 10% nei primi tre trimestri

    I rendimenti dei fondi pensione crollano nei primi 9 mesi del 2022 a causa del calo dei titoli azionari e dell’aumento dei tassi di interesse e vanno in territorio negativo. Secondo la Commissione di garanzia sui fondi pensione al netto dei costi di gestione e della fiscalità i rendimenti sono stai negativi e pari a -10,6% per i fondi negoziali, a -12,2% per i fondi aperti e del -12,4% per i Piani individuali pensionistici di ramo III (collegate cioè a quote di organismi di investimento collettivo del risparmio o ad un indice azionario o ad altro valore di riferimento). Nello stesso periodo il Tfr, legato all’inflazione, si è invece rivalutato del 5,2%. Per le gestioni separate di ramo I, che contabilizzano le attività a costo storico e non a valori di mercato il risultato è stato positivo e pari allo 0,8%. Se si guarda però a un orizzonte più ampio che è quello che va considerato per il risparmio previdenziale tra il 2012 e settembre 2022 i rendimenti medi annui restano positivi con un 2,7% per i fondi negoziali, 3% per i fondi aperti e 3,3 % per i Pip di ramo III a fronte di una rivalutazione del Tfr del 2,2%.

    La Covip segnala anche un calo consistente delle risorse dei fondi nel periodo considerato con una perdita di 10,9 miliardi (-5,1%) che porta l’attivo destinato alle prestazioni dei fondi previdenziali integrativi nel complesso a 202 miliardi di euro “per effetto delle perdite in conto capitale determinate dall’andamento dei mercati finanziari». A settembre 2022, le posizioni in essere presso le forme pensionistiche complementari erano 10,1 milioni in crescita del 4,2% rispetto alla fine del 2021. A queste posizioni che includono anche quelle di coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, corrisponde un totale degli iscritti di 9,1 milioni di individui. Si tratta di 3.734.828 posizioni per i fondi negoziali, 1.806.335 per i fondi pensione aperti, 3.651.517 per i Pip nuovi, 671.000 per i fondi preesistenti e 321.000 per i Pip vecchi.

    Nel complesso i contributi versati nei primi 9 mesi dell’anno dagli iscritti ai fondi negoziali, ai fondi aperti e ai Piani individuali pensionistici nuovi ammontano a 9,2 miliardi con un aumento del 4,6% sullo stesso periodo del 2021.

  • Ecco il vero significato del premio Nobel a Bernanke

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 220 ottobre 2022

    «Per la ricerca su banche e crisi finanziarie», il Premio Nobel per le scienze economiche quest’anno è stato dato a tre economisti americani, Ben Bernanke, già presidente della Federal Reserve dal 2006 al 2014, e i professori Douglas Diamond dell’Università di Chicago e Philip Dybving dell’Università di Saint Louis.

    Nelle motivazioni si legge che essi «hanno notevolmente migliorato la nostra comprensione del ruolo delle banche nell’economia, in particolare durante le crisi finanziarie. Una scoperta importante nella loro ricerca è il motivo per cui è fondamentale evitare i crolli delle banche».

    Il fatto che Bernanke sia stato il banchiere centrale prima e dopo la grande crisi finanziaria del 2008 getta qualche dubbio sulla bontà della scelta. E fa subito sorgere un’altra domanda: perché dare loro il Nobel proprio oggi, nel mezzo di una crisi economica e finanziaria che potrebbe essere peggiore di quella appena passata?

    Il Nobel è stato assegnato per due articoli scritti nel lontano 1983. Nella loro analisi, Diamond e Dybvig avevano spiegato che le banche operano come intermediari tra i risparmi depositati e i crediti a lungo termine per le imprese. Il sistema funzionerebbe bene in tempi normali, ma, ammettevano, rende le banche vulnerabili ai rumors, alle voci circa un loro imminente collasso, che possono provocare il run, cioè la corsa agli sportelli per ritirare i risparmi.

    Da parte sua, Bernanke aveva studiato la Great Depression americana e globale degli anni Trenta, dimostrando come le banche in dissesto avessero giocato un ruolo decisivo nella peggiore crisi della storia moderna. Il crollo del sistema bancario spiegherebbe perché la recessione non sia stata soltanto profonda, ma anche duratura.

    Infatti, tra il gennaio 1930 e il marzo 1933, la produzione industriale statunitense diminuì del 46% e la disoccupazione crebbe al 25%. La crisi si diffuse a macchia d’olio, provocando una profonda recessione economica in gran parte del mondo. In Gran Bretagna la disoccupazione salì al 25% e in Australia al 29%. In Germania la produzione industriale si dimezzò e più di un terzo della forza lavoro divenne disoccupata.

    La ricerca di Bernanke mostrava che le crisi bancarie possono avere conseguenze catastrofiche. Una giusta intuizione che, però, stranamente non fu applicata nella crisi finanziaria del 2008.

    Secondo il Comitato Nobel «queste intuizioni costituiscono la base delle moderne regole bancarie». Tra cui elenca anche la garanzia governativa ai depositi dei risparmiatori, dimenticando che essa era già stata introdotta dal presidente Roosevelt negli anni Trenta, come parte della legge Glass-Steagall Act sulla separazione bancaria. Secondo il Comitato i risultati delle ricerche sono stati «la motivazione alla base di aspetti cruciali della politica economica durante la crisi finanziaria del 2008-2009», e che «Bernanke fu in grado di trasformare le conoscenze della ricerca in politiche», adottate anche durante la pandemia per evitare una crisi finanziaria globale.

    La storia ci dice che non è andata proprio così. Nel 2008 la Fed di Bernanke era più concentrata a fronteggiare il pericolo d’inflazione, che allora non era così grave, invece di capire che l’intera finanza era in tilt. I controlli non avevano funzionato, anzi, si era permessa la crescita del «sistema bancario ombra», insieme alla speculazione più aggressiva e alla creazione di titoli e di derivati a dir poco «opachi». La finanza era diventata egemone, in grado di influenzare le politiche nazionali e le scelte globali, istaurando anche un sistema di relazioni tossiche con la politica.

    Bernanke, già conosciuto per la sua teoria dei «dollari gettati dagli elicotteri», operò su tre linee: un gigantesco bail out delle banche «too big to fail» (troppo grandi per essere lasciate fallir); l’inizio dei

    quantitative easing; e la politica del tasso d’interesse zero. A ottobre 2009 il bilancio della Fed era già salito a 2.100 miliardi di dollari dagli 870 di prima della crisi.

    La tanta liquidità fu incanalata soprattutto verso Wall Street, che vide un’impennata del Dow Jones. Tale politica è stata continuata con più forza anche dopo l’uscita di Bernanke dalla Fed, fino ai drammatici cambiamenti recessivi e inflazionistici di oggi. In conclusione, dietro il Nobel ai tre economisti sembra ci sia un invito della finanza in crisi a continuare con i salvataggi e le stesse politiche «liquide» del passato.

    Absit iniuria verbis per i tre Nobel, a noi, più modestamente, sembra che la grande finanza sia ancora alla base delle crisi sistemiche.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La contraddizione digitale

    Il mercato delle commissioni bancarie e relativo  ai pagamenti attraverso la moneta elettronica unito alla gestione del risparmio rappresenta un settore ad alta remunerazione, in forte espansione tanto da ingolosire il gigante della telefonia Apple.

    L’obiettivo, o meglio, l’opportunità offerta dal sempre maggiore favore riservato dalle istituzioni politiche alla moneta digitale, è rappresentato dalla semplice considerazione di come le banche ormai, grazie al trasferimento dei pagamenti su piattaforme digitali presentino dei bilanci al 50% composti proprio dalle commissioni nella gestione del risparmio e dei  pagamenti elettronici.

    L’iniziativa di Apple si pone l’obiettivo di ottenere nuova  redditività, oltre la semplice vendita di cellulari, e quindi nei servizi applicati post vendita, attraverso la sintesi di pagamenti elettronici e la  creazione di depositi presso la Goldman Sachs intervenendo,  in questo modo, anche indirettamente nella gestione del risparmio.

    Il riconoscimento di un 3% come premio per questa operazioni “a risparmio” rappresenta attualmente un livello al di sotto circa di un punto e mezzo rispetto ai tassi d’interesse praticati negli Stati Uniti.

    Il  mondo della tecnologia digitale, andrebbe ricordato, trova una delle principali  e legittime giustificazioni della propria crescente centralità nell’annullamento, o quantomeno nell’accorciamento,  dell’intermediazione all’interno della filiera commerciale tra i prodotti fisici come per i servizi ed il  consumatore.

    Paradossalmente ora, e quindi nella più recente declinazione, lo stesso mondo digitale dimostra la propria contraddizione in quanto si interpone come un soggetto aggiuntivo appunto nell’acquisto dello stesso bene o di un servizio aggiungendo un passaggio digitale ulteriore il cui costo aggiuntivo dovrebbe venire compensato da un premio del 3%.

    Mai come adesso questa contraddizione nasconde una vera involuzione digitale la quale, da fonte di apertura verso orizzonti senza limiti e con relazioni di ogni genere e senza intermediazioni, si sta trasformando in una semplice nuova ortodossia digitale i cui interessi si traducono in ulteriori costi a tutto danno del consumatore.

  • Le banche centrali

    Entrambi i presidenti della statunitense Fed, Powell, e della Bce, Laguarde, avevano affermato solo pochi mesi fa che il fenomeno inflattivo avrebbe avuto un breve orizzonte temporale. I dirigenti della Bce addirittura ammisero, ma solo successivamente, l’errore ma imputandolo ad un mal funzionamento dell’algoritmo  il quale evidentemente è l’artefice unico delle strategie monetarie della Bce.

    Tuttavia, gli ultimi dati relativi all’inflazione degli Stati Uniti dimostrano come gli effetti della politica monetaria  della Fed e delle altre  banche centrali abbiano sostanzialmente una scarsissima valenza nel fronteggiare la spirale inflattiva nell’immediato, tanto da mettere in dubbio la loro stessa esistenza o quantomeno centralità.

    In altre parole, le banche centrali, le quali hanno mantenuto la medesima presunzione di importanza anche se ora come tutti gli operatori economici si trovano all’interno di un mercato globale, hanno perso proprio la loro centralità e soprattutto  la forza e la capacità di incidere con gli effetti delle loro politiche monetarie. Prova ne è il fatto che all’interno di una fase fortemente inflattiva le loro azioni non ottengo nessun effetto sul fenomeno inflattivo stesso, come i dati statunitensi confermano.

    Al contrario, però, le politiche monetarie si ripercuotono semplicemente in qualità di costi aggiuntivi per le imprese e per i cittadini attraverso l’aumento dei tassi. Un fenomeno molto chiaro, anche se in condizioni opposte, analizzando le politiche delle banche centrali precedentemente la pandemia.

    Andrebbe, infatti, rilevato come, nonostante le politiche monetarie espansive, varate a sostegno di una ripresa economica insufficiente, si fosse registrata per tutti i sistemi economici una sostanziale assenza di quella inflazione, invece attesa, e legata all’aumento della base monetaria.

    All’interno di una economia reale la semplice possibilità di una crescita dell’inflazione veniva assolutamente annullata dal mercato globale il quale per sua stessa definizione offriva la possibilità di acquisire un bene oppure un servizio a prezzi sempre inferiori. Una tendenza dei consumatori evidenziata anche dalla crescita dei depositi nei conti correnti.

    In altre parole la sempre crescente offerta di bene e servizi provenienti anche da aree geografiche a bassissimo costo del lavoro annullava di fatto i presunti effetti inflattivi attesi dalle accademiche scuole di pensiero.

    Tant’è vero che, nonostante questo flusso infinito finanziario come quello europeo legato al Quantitave Easing, tutte le economie occidentali cominciarono a soffrire degli effetti di una possibile deflazione e contemporaneamente avevano conosciuto per la prima volta dal dopoguerra le inaspettate conseguenze dei tassi negativi.

    Questa situazione avrebbe dovuto avviare un processo di revisione e rilettura relative all’importanza ma soprattutto alla centralità delle banche centrali intesa come la capacità di modificare attraverso le proprie scelte relative alla politica monetaria gli andamenti economici.

    Anche in considerazione del fatto che gli effetti delle politiche monetarie si rendono manifesti tra i dodici/diciotto mesi mentre l’economia finanziaria ma anche quella del reale vivono i tempi della digitalizzazione cioè dell’immediatezza.

    Giustamente spesso si parla di una sostanziale inadeguatezza delle classi politiche relativamente alla capacità di affrontare un mercato in un’economia globale. Considerazioni corrette ma che dovrebbero essere allargate anche alle istituzioni finanziarie e monetarie internazionali.

  • Il clima colpisce anche le banche: sale il rischio di insolvenze

    Il clima estremo colpisce anche le banche, e il rischio climatico si trasforma in rischio fisico e in potenziali perdite. E’ uno studio di Bankitalia a far emergere i primi dati che dimostrano come gli effetti di alluvioni, frane e ondate di calore si faranno sentire anche sulle attività delle banche, che concedono prestiti sempre più rischiosi ad aziende in aree vulnerabili. Non solo: la maggior parte di questi finanziamenti è coperta da garanzie fisiche, ad esempio edifici, che si trovano nelle stesse zone a rischio, azzerando il valore del collaterale e facendo salire il rischio default.

    I prestiti sono la principale fonte di esposizione al rischio di credito per le banche italiane, e rappresentano il 43% del totale delle attività a fine 2020 (il 55% circa sono prestiti a società non finanziarie). Secondo gli economisti di Bankitalia, anche se la presenza di garanzie, o collaterali, potrebbe mitigare l’impatto sulle perdite dei rischi legati al clima, i danni alle garanzie stesse costituiscono “un ulteriore canale di impatto del rischio fisico legato ai cambiamenti climatici”. I dati presi in esame danno la dimensione di tali rischi: nelle aree dove i danni del clima hanno un “elevato impatto”, l’83% dei prestiti è sostenuto da garanzie che si trovano nella stessa zona, e quindi sottostanno allo stesso identico rischio. E’ per questo che, spiega lo studio, il rischio climatico può aumentare la probabilità di default delle aziende e di conseguenza colpire i bilanci delle banche.

    Le parti d’Italia più vulnerabili sono state individuate seguendo la classificazione del Piano nazionale per l’adattamento al cambiamento climatico, che non tiene solo conto del rischio idrogeologico ma anche della capacità di adattamento delle varie province e comuni. Ad esempio, le zone messe peggio, cioè con rischio alto e scarsissima adattabilità, sono Cosenza, Reggio Calabria, Salerno e Potenza. In queste città è molto alta la probabilità che le aziende non riescano a ripagare il loro prestito alla banca qualora si materializzassero eventi meteo estremi. In Italia sono le alluvioni il pericolo maggiore, segnala lo studio.

    Il rischio di danni climatici scende leggermente (ma non la capacità di risposta del territorio) per Catania, Palermo, Catanzaro, Messina, Foggia e Caserta. Rischio medio e scarsa risposta a Rieti, Frosinone, Cagliari, Sassari, Viterbo, Avellino, Imperia e Nuoro. In città come Roma, Firenze e Bologna il rischio è molto alto ma la presenza di infrastrutture e risorse economiche agisce da fattore mitigante.

    L’analisi dimostra comunque che l’esposizione delle banche italiane al rischio fisico è in generale contenuta. Solo pochi intermediari sembrano affrontare “una grande esposizione potenziale”, ovvero solo il 4% del credito complessivo. I prestiti alle imprese, secondo i dati di AnaCredit, ammontano a circa 600 miliardi di euro. Il 28% (168 miliardi) si trova in province con ‘rischio fisico’ elevato o molto elevato, e se si guarda all’adattabilità, il 15% (90 miliardi) è nelle province dove è scarsa o molto scarsa. In entrambi i casi, lo studio ha rilevato che la garanzia fisica si trova nello stesso luogo del debitore, riducendo il potenziale mitigante del collaterale. Il rischio climatico, conclude lo studio, si traduce in un aumento del rischio fisico, ovvero maggiori perdite economiche e finanziarie potenziali: i danni causati dal clima estremo possono distruggere il capitale fisico, o interrompere la produzione e quindi le catene di approvvigionamento.

  • La Commissione approva gli impegni riveduti presentati dall’Italia per Banca Monte dei Paschi di Siena

    La Commissione europea ha approvato, ai sensi delle norme dell’UE in materia di aiuti di Stato, una serie di impegni riveduti presentati dall’Italia che vanno a sostituirsi agli impegni iniziali in base ai quali era stata approvata la ricapitalizzazione precauzionale di Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS).

    Nel luglio 2017 la Commissione aveva approvato il piano italiano a sostegno di una ricapitalizzazione precauzionale di MPS, basandosi su una serie di impegni presentati dall’Italia che prevedevano l’attuazione da parte della banca di misure specifiche per ripristinare la sua redditività a lungo termine, ridurre al minimo le distorsioni della concorrenza e garantire un contributo proprio sufficiente a coprire le perdite e i costi di ristrutturazione. Questi impegni sono stati modificati per la prima volta nel settembre 2019. Inoltre l’Italia era tenuta a vendere la sua partecipazione in MPS entro una certa data.

    Alcuni degli impegni originariamente assunti sono stati assolti nei tempi stabiliti: in particolare, MPS ha ridotto crediti deteriorati e costi di esercizio, migliorato le politiche di gestione dei rischi e rispettato varie limitazioni del suo modello operativo. Ciononostante nel luglio 2022 l’Italia ha chiesto una proroga dei termini per soddisfare altri impegni, nella fattispecie per vendere la partecipazione statale in MPS e consentire alla banca di realizzare determinati disinvestimenti e proseguire la ristrutturazione attraverso un’ulteriore riduzione del personale e dei costi di esercizio rispetto ai ricavi. Per ridurre al minimo le distorsioni della concorrenza che potrebbero derivare dalla proroga, l’Italia ha proposto una serie di impegni supplementari, quali cessioni e disinvestimenti aggiuntivi, la chiusura di altre filiali e il mantenimento dell’obbligo di rispettare determinate limitazioni alle modalità di esercizio delle sue attività.

    La Commissione ha valutato la richiesta dell’Italia alla luce delle norme dell’UE in materia di aiuti di Stato, in particolare della comunicazione sul settore bancario del 2013, ed è giunta alle conclusioni seguenti: i) la proroga del termine per completare la ristrutturazione della banca e realizzare la vendita della partecipazione dello Stato italiano in MPS è accettabile, e ii) gli impegni rivisti bilanciano adeguatamente tale proroga.

    Su tale base la Commissione ha concluso che l’aiuto concesso dall’Italia a MPS nel luglio 2017 resta compatibile con le norme dell’UE in materia di aiuti di Stato, in quanto è stato mantenuto l’equilibrio generale della decisione iniziale, e pertanto ha approvato gli impegni riveduti.

    Fonte: Commissione europea

  • Putin vuole una nuova moneta

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Paolo Raimondi e Mario Lettieri pubblicato su ItaliaOggi il 30 luglio 2022

    In occasione del 14.mo Summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), organizzato a Pechino a fine giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che i Paesi membri si stanno preparando a creare una valuta di riserva internazionale.

    Parlando in via telematica al Brics Business Forum, egli ha affermato: «Il sistema di messaggistica finanziaria russa è aperto per la connessione con le banche, proiettando così la necessità di una valuta di riserva Brics. Il sistema di pagamento Mir russo sta ampliando la sua presenza. Stiamo esplorando la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute dei Paesi Brics».

    Dopo le sanzioni imposte dall’Occidente contro la Russia a seguito della guerra in Ucraina, è una mossa quasi inevitabile, attesa da chi analizza i processi politici con un approccio scientifico e realistico senza dettami ideologici o pregiudizi di sorta.

    Tra le varie misure sanzionatorie, le banche russe sono state escluse dal sistema Swift dei pagamenti internazionali. Esistono, però, altri sistemi di regolamento globale bilaterale o multilaterale per i servizi finanziari transfrontalieri, come il sistema cinese Cips. Nel 2021 il Cips ha elaborato circa 80 trilioni di yuan (11,91 trilioni di dollari), con un aumento di oltre il 75% su base annua. Secondo i dati di Swift, ad aprile lo yuan ha mantenuto la sua posizione di quinta valuta più attiva per i pagamenti globali, con una quota del 2,14% del totale.

    Da parecchio tempo i Brics stanno intensificando la cooperazione negli investimenti e nel finanziamento dei principali settori come le industrie strategiche emergenti e l’innovazione digitale nel tentativo di aumentare l’uso delle valute locali nel commercio e nei pagamenti, così da bypassare il dollaro. Si tenga presente che le sanzioni contro la Russia non sono state sostenute dagli altri Paesi Brics che hanno, invece, interpretato come la trasformazione del dollaro in un’arma da guerra.

    L’Europa continua a sottovalutare il ruolo economico e politico dei Brics, a ignorarli come potenziale sistema coordinato e considerarli, invece, solo singolarmente. Il blocco di tali Paesi, però, rappresenta il 18% del commercio di merci e il 25% degli investimenti esteri a livello globale. Nonostante l’impatto della pandemia, nel 2021 il volume totale degli scambi di merci dei Brics ha raggiunto quasi 8.550 miliardi di dollari, con un aumento del 33,4% su base annua.

    È certamente vero che essi non sono paragonabili all’Unione europea, ma pensare che siano un gruppo senza futuro è una miopia politica, una visione per niente realistica e sicuramente non intelligente. Basterebbe prendere nota che al recente Summit “Plus” sono state invitate altre 14 nazioni: Algeria, Argentina, Cambogia, Egitto,Etiopia, Fiji, Indonesia, Iran, Kazakhstan, Malaysia, Nigeria, Senegal, Thailandia e Uzbekistan. Prendiamo atto che c’è una parte del mondo, la maggioranza dei Paesi del pianeta, che spesso non è in sintonia con l’Occidente e che ha interessi, priorità e progetti differenti. Ignorarli potrebbe essere l’interesse di qualcuno, ma non dell’Europa!

    Si tenga anche presente che la New Development Bank, la banca dei Brics, che opera molto efficientemente per finanziare concreti progetti di sviluppo e promuovere l’utilizzo delle monete locali nei commerci, ha recentemente incluso tra i suoi membri altri 4 Paesi, l’Egitto, il Bangladesh, gli Emirati Arabi Uniti e l’Uruguay.

    La dichiarazione finale del Summit di Pechino, oltre a dettagliare i vari aspetti del programma dei Brics per una Partenership di Sviluppo Globale, ha annunciato l’intenzione di includere altri Paesi. Insieme alla prospettiva cinese di una Global Development Initiative, ciò è stato un punto centrale dell’intervento del presidente Xi Jinping.

    Anche se il “paniere di monete” alternativo non appare nella dichiarazione finale, esso sarà certamente uno degli aspetti cruciali dei lavori futuri. Lo si comprende vedendo l’enfasi posta sull’importanza del Payments Task Force, la piattaforma per la cooperazione nei pagamenti tra le banche centrali, sulla realizzazione del Trade in Services Network, l’uso di strumenti finanziari innovativi nel commercio, e sul rafforzamento e miglioramento del meccanismo noto come Contingent Reserve Arrangement, cioè la rete Brics di sicurezza finanziaria e monetaria globale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Parte la sfida delle banche digitali e l’Italia è seconda solo al Regno Unito

    Le banche digitali, con servizi esclusivamente da app e smartphone, sfidano il sistema bancario tradizionale in tutta Europa favoriti dal progresso tecnologico e dalla pandemia. A fronte di un calo strutturale di ricavi e margini, che nell’ultimo decennio ha portato gli istituti di credito a ridurre sportelli e personale, le challenger banks spingono sull’acceleratore, crescendo e raccogliendo capitali.

    Ad analizzare gli scenari del mondo Fintech è l’area studi di Mediobanca che ha dedicato un report alle 96 challenger banks del Vecchio Continente, dove l’Italia si piazza sul podio, al secondo posto, con 12 operatori dopo il Regno Unito (37) e insieme alla Francia (12). A seguire, Germania (8) e Spagna (7). Nel paniere considerato, circa il 65% è nato dopo il 2013 mentre solo 9 società sono quotate in Borsa, di cui una italiana (illimity Bank).

    Caratterizzate da una forte connotazione tecnologica, assenza di filiali fisiche e costi inferiori per i clienti, queste banche nel 2021 hanno più che raddoppiato la raccolta di fondi in venture capital, arrivata a 3,5 miliardi di euro (+129,5%), con ulteriori 1,8 miliardi nel primo semestre 2022. I ricavi 2020 sono cresciuti del 3,9%, a 7,9 miliardi, con un picco di +24,8% per le neobanks (costituite dopo il 2010) e un +19,9% segnato da realtà appartenenti a grandi gruppi bancari. Il risultato netto aggregato nel 2020 è peggiorato del 12,7%, in linea con le performance delle banche dell’eurosistema. In questo contesto, le 12 realtà italiane segnano una crescita dei ricavi 2021 del 22,8%, a 513 milioni, con un miglioramento del risultato netto (+63%) e del risultato operativo (+75,2%), dopo aver superato “brillantemente il primo anno pandemico” con un balzo del margine di intermediazione del 42,2% nel 2020.

    In aumento anche la forza lavoro: +18% nel 2020 sul 2019 e +5,7% nel 2021. Gli operatori italiani – secondo il report – appaiono tuttavia di dimensioni minori e presentano valori inferiori alla media per ricavi e totale attivo. Il Paese si posiziona inoltre nelle retrovie per utilizzo dei servizi bancari online: 45% degli italiani contro una media Ue del 58% e punte del 90% nei Paesi del Nord, che spiccano anche per una bassa densità di filiali rispetto alla popolazione. Più in generale, la profonda ristrutturazione dei modelli distributivi tra il 2010 e il 2020 ha portato a una riduzione del personale bancario del 14,8% in Italia (-34,4% in Spagna, -26,4% nel Regno Unito e -13,9% in Germania) e del 30% degli sportelli (-48,3% nel Regno Unito, -48,1% in Spagna, -36,8% in Germania).

Back to top button