Banche

  • Bruxelles prolunga la liquidazione ordinata delle piccole banche italiane

    La Commissione Ue ha approvato il prolungamento del regime italiano per la liquidazione ordinata delle piccole banche fino al 20 novembre. Lo ha indicato Bruxelles in una nota. Si tratta degli istituti diversi dalle cooperative con asset totali inferiori a 5 miliardi. Lo schema era stato approvato a novembre 2020 per un anno. Bruxelles indica che non è mai stato usato e che facilita il lavoro quando le autorità nazionali competenti giudicano in dissesto una banca ammissibile al regime, hanno concluso che la risoluzione della banca non è nell’interesse pubblico e, di conseguenza, pongono la banca in liquidazione coatta amministrativa. Il regime consente allo Stato italiano di sostenere la vendita di attività e passività di una banca fallita ad un’altra banca.

    Secondo il regime prolungato, l’acquirente sarà selezionato sulla base di una procedura di gara competitiva e dovrebbe integrare in modo fattibile le attività acquisite entro un anno. Gli azionisti e i creditori subordinati delle banche fallite dovranno contribuire a coprire le perdite, contribuendo così a ridurre al minimo la necessità di aiuti. La Commissione ha riscontrato che la misura italiana ‘è in linea con le condizioni stabilite nella comunicazione bancaria del 2013 per i regimi di liquidazione ordinata delle piccole banche, ad eccezione della soglia di bilancio di 3 miliardi di euro’. In questo senso, lo schema italiano continuerà ad essere disponibile per le piccole banche (diverse dalle cooperative) con un totale attivo inferiore a 5 miliardi di euro. A tale riguardo, date le circostanze eccezionali in corso legate all’epidemia di coronavirus e le salvaguardie contro indebite distorsioni della concorrenza che l’Italia ha incluso nel regime, la Commissione continuerà ad accettare la soglia più elevata di 5 miliardi. Tale soglia è temporaneamente applicata anche in schemi simili con tutele simili a quelle attuate dall’Italia (il regime polacco di risoluzione per le banche cooperative e le piccole banche commerciali).

  • Ora il Libor ha tirato le cuoia. Il nuovo sistema è basato su transazioni realmente avvenute

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 18 gennaio 2022

    Dal primo gennaio 2022 il Libor, London Interbank Offered Rate, per anni alla base degli scambi di prestiti, è arrivato al capolinea. Lo stesso vale anche per l’Euribor e per altri tassi di riferimento (benchmark).

    Essi verranno sostituiti da altri benchmark, che dovrebbero essere più affidabili, tra cui: il Sofr (Secured overnight financing rate), tasso di interesse che misura il costo della raccolta di denaro con scadenza a un giorno (overnight) nel mercato «pronti contro termine» dei titoli del Tesoro Usa; il Sonia (Sterling overnight index average), sviluppato dalla Bank of England; il Saron (Swiss average rate overnight), basato su effettivi scambi di mercato in franchi svizzeri.

    Il nuovo sistema sarà fondato su un insieme di tassi overnight, ritenuti quasi privi di rischio (acronimo: rfr), perché basati su transazioni effettivamente avvenute su un mercato attivo e liquido il giorno precedente. I nuovi tassi si decideranno in conformità a contratti già chiusi e non su stime, su sondaggi tra le banche coinvolte. Di conseguenza, con il nuovo sistema l’ammontare degli interessi da pagare sarà determinato dalla media dei tassi overnight durante il periodo del contratto e non conosciuto in anticipo, come avveniva prima.

    Com’è noto, il Libor è stato per 45 anni il principale benchmark di riferimento per le transazioni sul mercato interbancario internazionale. A esso erano collegati tutti i tassi applicati ai prodotti bancari, influenzando operazioni finanziarie per circa 800.000 miliardi di dollari.

    Il Libor era un tasso variabile, calcolato giornalmente dalla British Bankers’ Association sulla media di otto valori forniti da sedici grandi banche. A sua volta, l’Euribor era fissato dalle banche, organizzate nella Federazione bancaria europea. Va rilevato che esso continuerà a operare fino alla metà del 2023 per circa 230 mila miliardi di dollari di contratti esistenti.

    Il cambiamento è dovuto a ragioni di trasparenza, di correttezza e di migliore controllo, a seguito dei tanti scandali e delle manipolazioni fatte dal 1991. Le banche coinvolte avevano fatto cartello e, violando l’antitrust, operavano di comune accordo e fornivano valori giornalieri differenti da quelli veri.

    Lo scandalo più grande esplose nell’estate del 2012, quando l’inglese Barclays ammise le sue colpe e concordò con le autorità britanniche e statunitensi il pagamento di una multa di 453 milioni di dollari. Molte altre anomalie vennero a galla e coinvolsero le principali banche mondiali. L’Ubs svizzera dovette pagare alle autorità di regolamentazione 1,5 miliardi, la Royal Bank of Scotland 612 milioni, la Deutsche Bank 2,5 miliardi.

    Anche la Fdic, Federal Deposit Insurance Corporation, l’organismo federale Usa per la garanzia dei depositi bancari, portò in tribunale ben sedici grandi banche internazionali per aver manipolato il Libor, causando ingenti perdite ad alcuni gruppi finanziari americani.

    Le banche coinvolte, processate e sanzionate, comprendevano le americane Jp Morgan, Citigroup, Bank of America; le europee Ubs, Credit Suisse, Deutsche Bank, Société Générale, Hsbc, Barclays e Royal Bank of Scotland e le asiatiche Bank of Tokyo e Mitsubishi.

    Simili scandali avvennero anche con l’Euribor. Si certificò che la Barclays manipolò il tasso d’interesse in collaborazione con altri quattro istituti bancari, quali la Deutsche Bank, il Crédit Agricole, la Société Générale e l’Hsbc. Tanto che nel 2013, gli organismi di controllo di Bruxelles multarono un altro gruppo di banche per un totale di 1,7 miliardi di euro.

    Con il pagamento di una multa, le banche si garantivano che i procedimenti penali fossero chiusi. L’ammissione di colpa e le sanzioni irrogate alle banche diventavano delle «scene teatrali” per l’opinione pubblica. Negli Usa, per esempio, dal punto di vista penale non si applicava il corpus legislativo Rico (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act), che sancisce che, quando più persone concorrono in un atto criminale, scatta l’accusa di conspiracy.

    La riforma ci sembra valida e più trasparente. È il caso, però, di ricordare che spesso «fatta la legge trovato l’inganno». Speriamo che non sia così.

    *già sottosegretario del ministero dell’Economia **economista

  • L’indice di povertà

    1.Turchia
    2.Brasile
    3.Spagna
    4.Lituania
    5.Grecia
    6.Lettonia
    7.Estonia
    8.Italia

    Solo tre decenni fa il nostro Paese si pavoneggiava, e certo non a torto, della propria posizione nella classifica delle superpotenze economiche poiché deteneva la settima casella in graduatoria. Una posizione conquistata grazie soprattutto ad una struttura industriale di primo ordine in grado di raggiungere posizioni di vertice all’interno dei mercati esteri e sostenuta comunque da una domanda interna in costante crescita.

    Come conseguenza, invece, delle scellerate politiche di sostegno alla spesa pubblica, espressione dell’ideologia di uno Stato non solo parte attiva nella crescita economica ma anche in grado di guidarla, l’inevitabile impennata del Total Tax Rate il quale viene calcolato tra il 59,1%, per la Banca Mondiale (Doing Business 2020), ed il 64% secondo Unimpresa: pressione fiscale a sostegno della stessa esplosione della spesa pubblica. Da allora il nostro Paese ha registrato delle percentuali di crescita mediamente inferiori del 50% rispetto ai concorrenti europei (negli anni precedenti la pandemia pari anche ad 1/3) alle quali hanno fatto riscontro le impennate della spesa pubblica, in buona parte a debito o con una copertura sostenuta dall’aumento della pressione fiscale. Queste scellerate strategie hanno determinato ovviamente il cambiamento del posizionamento della nostra economia all’interno del contesto delle potenze economiche nell’ordine mondiale, ma non solo. E’ di questi giorni la pubblicazione di un’altra interessante classifica all’interno della quale il nostro Paese detiene l’ottavo (8°) posto nel mondo. Questa classifica, tuttavia, è relativa agli stati con una maggiore percentuale di persone che vive al di sotto della soglia di povertà (*).

    Un dato di una gravità assoluta che ridicolizza tutte le politiche di “sviluppo e sostegno” attuate dai governi di ogni ispirazione politica ed economica. Contemporaneamente questo risultato dovrebbe avere come inevitabile conseguenza anche il forte ridimensionamento del ruolo complice quanto ridicolo delle eminenze accademiche fuoriuscite dall’alveo universitario per fornire il proprio “prezioso” apporto alla distruzione sistematica del nostro sistema economico.

    Questa ricerca testimonia il disastro di dimensioni così epocali che investe una, se non due generazioni di classe politica e dirigente italiana tanto evidente se poi confrontato con la Repubblica Federale Tedesca che si posiziona nella medesima classifica ben quindici (15!!!) posti al di sotto della nostra ma addirittura con debito pubblico decisamente inferiore al nostro (**).

    La terribile commistione tra scellerate politiche di svalutazione “competitiva” della lira (**) ed esplosione della spesa pubblica corrente favorita tanto dalla riduzione dei tassi di interesse, una volta entrati nell’area euro, ed ancora di più a fronte del loro quasi azzeramento come conseguenza del Quantitative Easing inaugurato dalla BcE con presidente Mario Draghi, ha partorito questo vergognoso ottavo posto.

    Questa forte diminuzione del costo al servizio del debito, infatti, ha avuto come inevitabile  conseguenza una sensazione di irresponsabilità determinata della sostanziale “sospensione dalla realtà” delle valutazioni di sostenibilità del debito pubblico italiano che hanno regalato il mix vincente finalizzato a favorire la spesa con il conseguente debito con il  mantenimento di rendite di posizione a partire dal sistema bancario e da tutte le società partecipate da soggetti ed istituzioni pubbliche.

    In questo contesto la ricchezza prodotta sempre più viene drenata e quindi resa NON disponibile per consumi ed investimenti (la vera ed unica forma di crescita economica rispetto agli effetti della spesa pubblica) dai costi dei servizi cresciuti in modo ingiustificato e spesso espressione di sodalizi politico/economici nazionali e locali che comunque hanno determinato aumenti ingiustificati per la cittadinanza.

    Basti pensare alle tariffe dell’acqua con un +90% e dei trasporti ferroviari del +14,9% ma anche del servizio postale del +45% fino alla raccolta rifiuti del +40% pedaggi e soste a pagamento del +40% solo nell’ultimo decennio a fronte di una crescita dell’inflazione inferiore quasi sempre all’1%. Logica conseguenza sono minori consumi, espressione di una domanda interna penalizzata, ma anche l’aumento della soglia di povertà per le fasce più deboli della popolazione italiana.

    L’avvilente posizione in questa terribile classifica dovrebbe finalmente aprire un confronto relativo a questi disastrosi “traguardi” quanto alle qualità umane e professionali espresse dalla classe politica, dirigente e accademica italiana invece di venire omessa in modo clamoroso anche dal vergognoso sistema dell’informazione, prono davanti al potere finanziatore come già in passato alla “crescita” del reddito disponibile in Italia (https://www.ilpattosociale.it/attua…/che-altro-aggiungere/).

    Se poi si considera come le brillanti menti, ignorando completamente l’attuale e particolare situazione del nostro Paese e le cause che l’hanno determinata, abbraccino la “deriva ambientalista”, cioè l’ultima prova di esistenza in vita di un mondo politico ampiamente sconfitto dalle dinamiche politiche nazionali e internazionali, allora il peggioramento delle già insostenibile situazione potrebbe essere a portata di mano e giusto dietro l’angolo.

    Una posizione miope ma, va ricordato, ora supportata in questa deriva dalla scandalosa volontà speculativa delle maggiori aziende di automobili le quale si sentono convinte con la sola “transizione elettrica delle auto” della creazione di un mercato di oltre 230 milioni di auto da sostituire con altrettanti modelli elettrici. Una strategia suicida restando con le attuali condizioni di crescita economica.

    Si conferma, quindi, una sorta di strabismo della classe dirigente e politica italiana ed europea convinte di continuare a crescere nonostante si consideri fisiologico lasciare indietro quote di popolazione sempre maggiori.

    Il ritorno alla cruda realtà potrebbe rivelarsi inaspettato e imbarazzante per le élite politiche, insostenibile finanziariamente per l’industria dell’auto e drammatico per alcune sempre più ampie fasce della popolazione.

    (*) La soglia di povertà è un parametro normativo che cerca di stabilire il livello di reddito al di sotto del quale una famiglia od un individuo possano venire considerati poveri.

    (**) al 2019 la Germania aveva un debito al 62% sul Pil rispetto al nostro che era al 132% (www.truenumbers.it)

    (***) ogni “svalutazione competitiva” si traduce inevitabilmente in una perdita di valore di tutti gli asset nazionali espressi in una valuta deprezzata ed anche se nel brevissimo periodo può favorire le esportazioni ma con una crescita non sufficiente a compensare la depatrimonializzazione degli stessi asset.

  • Un boom di bitcoin in Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 13 novembre 2021

    Da qualche tempo i media esaltano la crescita straordinaria delle criptovalute nei Paesi dell’Africa e, in generale, in quelli emergenti e in via di sviluppo.

    Secondo Chainalysis, la società privata di New York che studia le applicazioni delle nuove tecnologie chiamate blockchain, nel 2020 il mercato delle criptovalute in Africa è cresciuto più del 1200%. Nella top list internazionale dei 20 Paesi, primi per il loro utilizzo, 5 sono africani, la Nigeria, il Kenya, il Togo, il Sudafrica e la Tanzania.

    Per l’Africa non si tratta della quota del mercato ma del numero di cittadini coinvolti. Anche il World Economic Forum afferma che nel 2020 il settore sarebbe cresciuto di 105,6 miliardi di dollari nel continente africano.

    La cosiddetta blockchain è un insieme di tecnologie informatiche che permettono di creare un registro digitale che memorizza le transazioni di dati tra diverse parti collegate tra loro in modo aperto e protetto. Può avere applicazioni positive e innovative in vari settori. Può essere usata anche in rapporto al cosiddetto “internet del valore”, con il quale, invece delle informazioni, si scambiano dei valori, come le monete.

    E qui entrano in gioco le criptovalute, di cui abbiamo parlato in passato. Esse operano globalmente attraverso reti informatiche che mettono in contatto diretto, peer-to-peer, gli utenti e i loro computer. Sono decentralizzate e, quindi, senza la tradizionale gestione centralizzata delle banche e dei governi.

    Sono già parecchie centinaia. Anche tutte le big tech, i giganti tecnologi globali, come Amazon, Google, Facebook, la cinese Alibaba, ecc. lavorano per creare le proprie criptomonete, totalmente private e fuori da ogni tipo di controllo governativo e istituzionale. Ve ne sono per transazioni finanziarie di ogni dimensione, come la dash per piccoli acquisti, il litecoin per pagare le bollette, gli abbonamenti, la paxful in particolare per le rimesse e il bitcoin per operazioni più grandi.

    Per la popolazione africana, che per il 57% non ha ancora accesso ai servizi bancari, esse sono molto attraenti. Basta avere uno smartphone.

    In Africa, anche la debolezza delle monete locali, i tassi di cambio volatili, i sistemi politici e bancari instabili, le restrizioni finanziarie, i rischi d’inflazione e la poca fiducia nelle istituzioni nazionali, giocano un ruolo a favore delle criptovalute.

    Possono essere usate, e lo sono già, per le rimesse dei migranti. I costi di transizione sono inferiori a quelli dei centri di money transfer. Il volume di rimesse supererebbe i 50 miliardi di dollari in criptomonete. Per esempio, un terzo degli utenti della paxful si trova in Africa, in particolare in Nigeria, dove se ne contano già un milione e mezzo.

    Se a livello locale appaiono interessanti, a livello globale le cose sono più complesse. L’andamento altalenante del bitcoin nel 2021 docet! Non si tratta di semplice “volatilità” ma di speculazioni forsennate e fuori da ogni controllo. In caso di un loro crollo, si perderebbe tutto.

    La loro capitalizzazione totale è passata dai 16 miliardi di dollari di 5 anni fa a oltre 2.300 miliardi di oggi. Sono diventate un potenziale “rischio sistemico” e possono provocare degli sconquassi finanziari globali.

    I governi e le banche centrali del mondo sono giustamente preoccupati per la tenuta del sistema monetario. Sottraendosi a ogni controllo, le criptovalute possono anche essere usate da organizzazioni criminali e terroristiche.

    Non è un caso che gli hacker abbiano recentemente sottratto informazioni preziose alla Regione Lazio e alla Siae, chiedendo un riscatto in bitcoin per rilasciare i dati rubati.

    Il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea hanno definito le criptomonete una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza».

    Ovviamente, le monete digitali, come l’eNaira della Nigeria o l’euro digitale, non sono da confondere con le criptovalute. Tutti i Paesi del mondo stanno affrontando la digitalizzazione dei pagamenti e dei trasferimenti monetari. Le prime sono gestite dalle autorità governative e dalle banche centrali, le seconde, invece, non avendo alcuna garanzia né controllo, sono delle valute esclusivamente private. Come nel medio evo!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Fondi speculativi e sanità Usa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 28 ottobre 2021.

    Negli Usa, com’è noto, l’assistenza sanitaria è privata e coperta da polizze assicurative. Da qualche tempo, però, i fondi di private equity stanno comprando pezzi importanti del sistema sanitario americano e anche le reti sanitarie di base. Un fenomeno da tenere sotto la lente, perché «merce di esportazione». Soprattutto in Europa.

    I fondi equity sono poco regolati e puntano al massimo profitto in tempi brevi. Solitamente operano attraverso dei manager che gestiscono capitali di un numero limitato di partner privati e istituzionali. Spesso le loro operazioni di acquisizioni sono fatte attraverso il cosiddetto «leveraged buyout», cioè mediante lo sfruttamento della capacità d’indebitamento della società acquisita. Il che rende indispensabile un ritorno veloce di dimensioni rilevanti.

    La spesa sanitaria negli Usa è una parte notevole del pil. È passata dal 5% del 1960 al 18% del 2020. Dovrebbe arrivare al 20% nel 2024. I costi ospedalieri sono cresciuti del 42% nel periodo 2007-2014 e si ritiene che, in futuro, le spese per la sanità assorbiranno il 25-50% del salario della cosiddetta classe media americana. Fino alla legge Affordable Care Act (ACA) del 2010, meglio conosciuta come Obamacare, una parte del sistema sanitario era regolata e sostenuta con fondi pubblici da due strutture, Medicare per gli over 65 e Medicaid, per le famiglie a basso reddito.

    Pur con i suoi limiti, l’Obamacare ha dimezzato il numero delle famiglie americane ancora senza una copertura assicurativa sanitaria. All’interno dell’Obamacare era stato introdotto il concetto di Accountable Care Organizations (ACOs) per rendere la sanità più efficiente e meno costosa per i pazienti. Invece, si è avuto una maggiore concentrazione del settore sanitario con la formazione di veri e propri cartelli di ospedali, di cliniche e di centri diagnostici.

    Nel 2021 il processo di acquisizioni e di concentrazioni è cresciuto enormemente. Nel secondo trimestre del 2021, rispetto a quello del 2020, gli investimenti per gli acquisti di studi medici sarebbero cresciuti di 10 volte. La società di consulenza Solic Capital Mangement, sostiene che gli investimenti per acquisizioni nella sanità sarebbero stati ben 126,1 miliardi di dollari nel periodo menzionato rispetto ai 12,1 miliardi del 2020.

    Gli istituti di lunga degenza, gli ospedali e la medicina telematica sarebbero i settori più interessati.

    Oggi gli investitori nel sistema sanitario sono principalmente i fondi di private equity e certi enti finanziari specialmente creati per acquisizioni mirate. Il loro appetito è cresciuto anche in relazione all’American Family Bill, di circa 3.500 miliardi di dollari, proposta dal presidente Joe Biden.

    Ovviamente, tra i fondi equity e le assicurazioni è scoppiata una «guerra» per il controllo del settore sanitario americano. Secondo un articolo del New York Times del 2019, un’organizzazione di medici, che fortemente si oppose alla proposta di legge per disciplinare il fenomeno delle «fatturazioni a sorpresa», fatte attraverso la maggiorazione dei costi e la pratica delle prestazioni mediche più costose e, a volte, non indispensabili, aveva avuto un consistente appoggio di due grandi ditte fornitrici dei settori dell’emergenza sanitaria, la Envision, controllata dal fondo equity KKR, e la TeamHealth, controllata dal fondo Blackstone. Essi sono i fondi equity più attivi nella sanità mondiale con parecchie decine di miliardi di dollari di asset.

    Oltre ai fondi leader americani, vi sono quelli con base a Londra e in Francia, che operano soprattutto in Europa e in Italia. La privatizzazione della sanità, se non è regolata, può diventare il problema sociale ed economico più serio per le famiglie e per i governi.

    Lo abbiamo visto durante la pandemia, quando la debolezza delle strutture sanitarie pubbliche, soppiantate da quelle private, e la mancanza di imprese farmaceutiche funzionanti nell’interesse generale, hanno messo i governi e le sanità pubbliche in grande affanno nell’affrontare l’emergenza Covid.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Ue dà altri due anni di tempo alle banche per la stretta di Basilea 3

    Prima la ripresa economica, poi Basilea 3. Il pacchetto per attuare la stretta sui requisiti globali di capitale, liquidità e leva finanziaria delle banche è pronto, ma la data da segnare sul calendario è l’1 gennaio 2025. E non più l’1 gennaio 2023. Le banche e le autorità di vigilanza hanno bisogno di “ulteriore tempo per concentrarsi sulla gestione dei rischi finanziari derivanti dal Covid e sul finanziamento della ripresa”, si è giustificata Bruxelles, stretta tra le pressioni delle maggiori banche centrali europee (con alcune assenti illustri come Francia e Danimarca) e delle autorità di vigilanza, che nei giorni scorsi erano tornate a chiedere l’implementazione coerente e puntuale degli standard concordati nel 2017.

    Con il suo piano Bruxelles punta a far sì che i modelli interni utilizzati dalle banche per calcolare i propri requisiti patrimoniali non sottovalutino i rischi, garantendo che il capitale necessario a coprirli sia sufficiente. Questo renderà anche più facile confrontare i coefficienti patrimoniali basati sul rischio tra le banche. Il tutto, assicura la Ue, per rafforzare “la resilienza” del settore senza però “comportare aumenti significativi dei requisiti patrimoniali” per gli istituti. A spiegare il valore di questo incremento ci ha pensato il vicepresidente Ue Valdis Dombrovskis in prima persona: con il pieno recepimento di Basilea 3 allo scoccare del 2025, i requisiti patrimoniali delle banche europee aumenteranno in media tra il 3 e il 5% nei primi tempi, fino ad arrivare all’8-9% alla fine del periodo di transizione, nel 2030.

    Cifre che, seppur mitigate dal rinvio della stretta e dalle rassicurazioni di palazzo Berlaymont, non sembrano accendere gli entusiasmi del settore. Dall’Italia, l’Abi ha fatto sapere che è pronta a compiere “una attenta valutazione, anche sotto il profilo della quantificazione degli impatti sia in termini di incremento dei requisiti patrimoniali sia sull’offerta di credito e sull’economia europea in generale” delle decisioni Ue. Anche la Federazione bancaria europea chiede “soluzioni permanenti per mantenere i ratios di capitali attuali delle banche senza ridurre la loro capacità di finanziare la ripresa”, appoggiata anche da Business Europe, la Confindustria europea, che tiene il punto sulla necessità di evitare “aumenti di capitale non necessari per il settore bancario Ue”. Più positivo, ma con riserva, il giudizio di Federcasse che riunisce le Bcc italiane. Il rinvio è “valutato con favore” ma “sono necessari una modalità e un approccio di recepimento degli Accordi finali di Basilea 3+ che non ripetano gli schemi adottati (one size fits all) in occasione del recepimento di Basilea 2 e Basilea 3. Occorre, per questo, consolidare ed accentuare le prime scelte effettuate dal legislatore europeo nel 2019 nella direzione della proporzionalità e dell’adeguatezza strutturali”.

    A tenere banco resta su tutti l’approccio sul controverso ‘output floor’, che richiede alle banche che scelgono di utilizzare i loro modelli interni per stimare il rischio degli attivi di non scendere sotto il 72,5% rispetto a quanto calcolato dai modelli standardizzati. Un sistema che, adottato così, si applicherebbe a tutti i requisiti, in specifico quelli europei. Mentre c’è chi, come le casse di risparmio Ue, chiede di applicarlo limitatamente ai requisiti patrimoniali internazionali.

    Bruxelles ha voluto anche puntare sul “rafforzamento della resilienza” delle banche ai rischi ambientali, sociali e di governance (Esg) prevendendo “stress test periodici sui rischi climatici”. Sono poi stati introdotti elementi di flessibilità, apprezzati dal settore e dall’industria, come la scelta di tenere conto del ruolo economico significativo delle Pmi, la maggior parte delle quali è sprovvista di rating. E, per scongiurare un altro scandalo come Wirecard, saranno messi a disposizione delle autorità di vigilanza “strumenti più forti” anche per supervisionare i gruppi fintech.

  • I predoni della finanza italiana e l’inflazione

    In un’ottica di un mercato globale ogni scelta del singolo attore comporta degli effetti anche per gli altri soggetti di questo complesso scenario internazionale in continua evoluzione. Partendo da questa considerazione andrebbe finalmente preso in considerazione il nesso tra le strategie finanziarie del mondo degli istituti di credito italiani in accordo con i diversi governi succedutisi alla guida del Paese e la inevitabile ricaduta di tali operazioni nella vita quotidiana per imprese e lavoratori.

    Mentre l’Italia è ancora oggi all’interno di una crisi economica e sociale il mondo degli istituti di credito si dimostra ancora alla spasmodica ricerca di un baricentro finanziario ed operativo: basti ricordare l’esodo incentivato con il Fondo di Solidarietà (finanziato dal sistema degli istituti di credito) che sta raggiungendo le centomila (100.000) unità.

    In più, in seguito ad innumerevoli crisi sistemiche legate anche a crescite drogate dall’utilizzo senza limiti di derivati (in questo spalleggiati da una compagine governativa probabilmente complice) il sistema bancario continua ad aumentare le proprie iniziative per conseguire l’obiettivo principale, cioè la creazione di valore da distribuire agli azionisti.

    L’Amministratore delegato di Unicredit, con l’approvazione del presidente Padoan (ex ministro dell’economia nel governo Renzi), durante le prime trattative per l’acquisizione di MpS ha preteso da parte dello Stato, e quindi dai contribuenti, l’impegno ad assumersi l’onere dei costi sociali degli esuberi, oltre tre (3) miliardi, al fine di rendere sostenibile l’operazione. Questa richiesta da parte dell’Istituto UniCredit di scaricare ancora una volta sullo Stato i costi di un’operazione finanziaria si aggiunge alla strategia dello stesso Padoan quando, in qualità di ministro dell’Economia, decise la ricapitalizzazione con 6,5 miliardi di risorse pubbliche fornendo ancora ossigeno alla moribonda Monte dei Paschi (https://www.ticinolive.ch/2021/09/21/istituti-di-credito-il-sistema-italiano/).

    Adesso, senza nessuna vergogna, il medesimo Padoan, in questo caso in qualità di presidente UniCredit, assieme all’amministratore delegato pretendono una nuova ricapitalizzazione di sette (7) miliardi con il medesimo obiettivo di rendere meno onerosa (per l’acquirente Unicredit) e con un maggiore valore aggiunto per gli azionisti l’intera operazione. In altre parole questi nuovi predoni del sistema finanziario italiano pretendono sostanzialmente la creazione di una new company MpS i cui vantaggi andrebbero interamente all’acquirente privato il quale invece di operare, forte del proprio know how, per un risanamento della banca senese acquisterebbe la new Company priva di debiti e personale in esubero interamente scaricati allo Stato (il venditore).

    La bad company, viceversa, gravata di tutti gli oneri economici e sociali, rimarrebbe in carico allo Stato con un ulteriore costo aggiuntivo che già oggi ammonta a quasi 17 miliardi di sole risorse finanziarie dilapidate (*) alle quali aggiungere il costo in termini economici di una inevitabile ricaduta per contribuenti ed imprese dell’operazione in corso.

    I sette (7) miliardi di risorse pubbliche pretesi dall’acquirente minimizzano così il rischio d’impresa rendendo questa operazione finanziaria profittevole a senso unico, cioè a favore del solo operatore privato UniCredit, in quanto lo Stato invece di liberarsi di una capitolo di spesa, come rappresentava da troppo tempo la banca senese, si accollerà l’intero ammontare dei costi economici e sociali per renderli sostenibili e quindi profittevoli per il mercato quando  invece andrebbero contabilizzati all’acquirente.

    In fondo si applica una “sintesi” tra le privatizzazioni delle concessioni della rete autostradale ed il modello Alitalia ora Ita Airways: debito e costi maggiorati solo per lo Stato, e quindi i contribuenti, e sinergie economiche per gli operatori privati.

    Il tutto avviene all’interno di un momento storico nel quale l’economia reale del nostro Paese riesce a segnare una buona crescita ma incerta per la carenza delle materie prime e segnata dall’esplosione dei loro costi come del costo del petrolio

    Sette (7) miliardi dell’operazione new company MpS rappresentano il 26% delle accise annualmente versate dai contribuenti italiani allo Stato. Ridurre ora le accise sui carburanti disinnescherebbe o quantomeno ridurrebbe il Drive inflattivo determinato dalla crescita del prezzo del petrolio e soprattutto allontanerebbe la pericolosa ombre di una stagflazione.

    Si ricorda, Infatti, come lo 82% delle merci viaggi su gomma e, di conseguenza, ogni aumento dei costi della distribuzione si riverserà inevitabilmente sul prezzo finale al banco.

    Una vera sciagura mentre tutti gli esponenti politici straparlano di transizione energetica, si accetta contemporaneamente di ridurre il potere d’acquisto dei cittadini italiani e la competitività per le imprese italiane non intervenendo per ridurre l’impatto inflattivo.

    La stessa discussione in corso in questi giorni sull’utilizzo dei fondi del PNRR e su una giusta riduzione del cuneo fiscale relega la politica a sostegno della domanda interna ai margini dell’attenzione.

    Poi qualcuno si sorprende se dal 1991 le retribuzioni medie in Italia risultino diminuite del –3,4% mentre in Germania segnano un +33,7% ed in Francia un +29,6% (fonte OCSE), la conferma di come negli ultimi ventinove anni (29) la domanda interna sia stata sacrificata ed ogni possibile sostegno dirottato verso la spesa pubblica vero strumento del potere politico aumentata del 46% solo dal 2000 al 2019.

    Sembra incredibile, poi, come tutto questo avvenga alla luce del sole ed a nessun ministro o Presidente del Consiglio vengano chieste chiarificazioni tantomeno da un parlamento ormai affetto da narcolessia ampiamente retribuita.

    In altre parole con questo tipo di operazioni finanziarie, nelle quali lo Stato si libera di un capitolo di spesa, alla fine si creano “dividendi” con risorse pubbliche solo per gli azionisti del gruppo privato, contemporaneamente per il soggetto pubblico invece i capitoli di spesa crescono. Un classico esempio di finanza “argentina” nata dall’alleanza tra predoni della finanza e “rappresentanti dell’interesse pubblico” in virtù di interessi comuni.

    Quando la spirale inflazionistica lasciata libera dal governo e i prezzi continueranno ad aumentare, e magari la benzina assieme al gasolio avranno raggiunto dei prezzi/costi insostenibili per la filiera distributiva e, di conseguenza, i prezzi dei principali generi di consumo saliranno alle stelle non si dovrà guardare solo alle quotazioni del petrolio. Si renderà necessario, invece, comprendere gli effetti di quelle politiche distrattive di risorse di finanza pubblica a favore di gruppi privati ed espressione della complicità tra soggetti pubblici con i nuovi predoni della finanza.

    (*) A.  6.5 mld la prima ricapitalizzazione voluta da Padoan in qualità di ministro dell’economia

    1. 3 mld di costi aggiuntivi per gli oneri sociali del personale in esubero
    2. 7 mld gli ultimi pretesi per un aumento di capitale
    3. incalcolabile il danno reputazionale per l’intero sistema economico italiano
  • La metamorfosi bancaria

    Un recente studio ha dimostrato come quasi il 50% degli utili degli Istituti bancari venga rappresentato dalle commissioni calcolate sulle operazioni sia di cassa che finanziarie. Questo dato è quanto mai interessante e contemporaneamente preoccupante in un’ottica di medio e lungo termine. Il sistema degli istituti di credito, in altre parole, trova le proprie marginalità non più solo dalla funzione istituzionale legata al finanziamento dello sviluppo economico del Paese, e quindi delle imprese, ma la metà degli utili dipende da “semplici” operazioni di cassa o finanziarie la cui valenza risulta assolutamente marginale come ricaduta o moltiplicatore del PIL.

    Buona parte di queste commissioni, infatti, deriva da operazioni legate alla gestione del risparmio privato conseguentemente alla vendita di prodotti finanziari alla propria stessa clientela.

    Va ricordato, nello specifico, come gli stessi istituti di credito conoscano già perfettamente le potenzialità economiche del singolo risparmiatore detenendo presso le proprie filiali i depositi in conto corrente.

    Emerge    così, tanto per cominciare, un evidente conflitto di interessi in quanto la conoscenza dell’importo dei depositi dei potenziali risparmiatori/investitori rappresenta un vantaggio nei confronti dei concorrenti ed un conflitto di interessi con la clientela alla quale successivamente viene proposto un piano di investimenti “mirato”.

    Si viene così a creare una sorta di rendita di posizione a favore degli istituti di credito composta dalle marginalità provenienti da ogni singola operazione legata alla gestione del risparmio privato e dal crescente utilizzo della moneta elettronica espressione della accondiscendenza del sistema politico il quale da decenni, in cambio del finanziamento del proprio debito pubblico, combatte la battaglia contro l’uso del contante.

    Va poi ricordato, inoltre, come la sostanziale comunione di intenti ed interessi tra compagine politica e bancaria avvenga nonostante le critiche della Bce tanto in relazione alla riduzione del limite massimo al contante quanto al trattamento privilegiato riservato dal sistema fiscale italiano agli utilizzatori dei pagamenti elettronici.

    Si apre così, contemporaneamente, un altro problema fondamentale in relazione alla politica di sviluppo del nostro Paese specialmente dopo un biennio terribile legato alle conseguenze della pandemia.

    La costante deriva finanziaria e commerciale del sistema bancario preferito al finanziamento dello sviluppo e quindi del sistema imprenditoriale indica come appaia fondamentale quantomeno la comprensione del “vuoto operativo” che ne deriva nel contesto economico dalla “bigamia bancaria”. Successivamente emerge la necessità di individuare delle scelte operative per avviare in un’ottica di sviluppo quali nuovi attori possano sopperire e sostituirsi al vuoto generato dal “tradimento” della funzione istituzionale del sistema bancario.

    All’interno di questa crisi pandemica molti hanno prima individuato e successivamente utilizzato a larghe mani la Cassa Depositi e Prestiti. Una scelta probabilmente senza alternative nell’immediato ma che dovrebbe risultare legata al solo periodo emergenziale pandemico, non in grado quindi di diventare una scelta strutturale come qualcuno con leggerezza indica. Anche perché sarebbe paradossale come, successivamente alla privatizzazione dei sistema bancario, fosse una istituzione pubblica come CdP quella individuata per sostituire il sistema degli istituti di credito nella funzione di sostegno alla ripresa economica.

    La pericolosa metamorfosi, quindi, degli istituti di credito in negozi di prodotti finanziari comunque dovrebbe suscitare delle legittime preoccupazioni.

  • MpS: l’atto finale

    Strano paese l’Italia. E’di queste ore la notizia che il governo Draghi intenderebbe ricapitalizzare ancora una volta il Monte dei Paschi di Siena con ulteriori tre (3) miliardi dopo i 6,3 mld iniettati dall’ex ministro dell’economia Padoan, ora presidente di Unicredit, l’istituto bancario che dovrebbe acquisire Monte dei Paschi di Siena. Ancora una volta la classe politica intende utilizzare risorse pubbliche per rendere finanziariamente sostenibile l’acquisizione Monte dei Paschi di Siena da parte di Unicredit. Anche perché  va ricordato come solo pochi giorni fa l’istituto bancario senese sia risultato l’ultimo in Europa a seguito degli esiti degli stress test (https://www.ticinolive.ch/2021/08/03/il-monte-dei-paschi-sottoposto-a-uno-stress-test-risultato-inquietante/ ).

    Il  governo Draghi si rende così complice di un disegno economico, politico e finanziario iniziato con l’acquisizione di Monte dei Paschi di Siena con risorse pubbliche voluta dal ministro Padoan (governo Renzi e Gentiloni) il quale ora come presidente di Unicredit, ripeto dell’Istituto bancario acquirente, intende scaricare sulla collettività anche gli ulteriori oneri finanziari derivanti dalla bocciatura degli stress test europei e del la stessa gestione degli esuberi dei dipendenti.

    Sembra incredibile come tutto questo possa avvenire senza alcun interesse o attenzione  dimostrati dalla magistratura per un’operazione che presenta caratteristiche, nella loro gravità, simili alla vicenda delle banche venete ma con esiti opposti.  Sempre lo stesso ministro dell’economia Padoan, in quel caso, scelse di liquidare la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca a favore di  Intesa Sanpaolo dopo avere sostenuto la transizione dalle quote di risparmio in capitale di rischio scaricando ogni onere e rischio di investimento  sui risparmiatori: una sorta di “bail in” privo di ogni limite.

    Nel caso senese odierno lo Stato, invece, dovrà anche farsi carico degli oltre cinquemila (5.000) esuberi della banca Toscana per diminuire l’ onerosità  dell’acquisizione di Unicredit.

    Il  sistema bancario italiano ha rappresentato fino a questo momento, ma nulla promette di diverso  per il futuro, il peggiore intreccio istituzionale di intrighi tra mediocre e prezzolata classe politica con torbidi interessi finanziari. Basti ricordare come dei dieci milioni  “assegnati” in prestiti al sistema dei partiti questi in bilancio risultino ora come 9,7 milioni di Npl.

    La sintesi di questa “nefanda associazione” di torbidi interessi va interamente a discapito della funzione principale degli Istituti bancari, cioè quella di finanziare la crescita economica.

  • Richard Nixon fece un grosso pateracchio 50 anni fa, cancellando il gold standard e introducendo la fluttazione dei cambi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 agosto 2021

    Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di «stampare moneta» senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione.

    Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della «deregulation».

    Negli Usa furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima.

    Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti.

    L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove «regole del gioco» spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.

    È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971.

    Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008.

    Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio.

    Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un «paniere stabile di monete». Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto!

    Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale». Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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