Banche

  • Attenzione al ritocchi improvvisi del decreto legge Carige

    Pubblichiamo di seguito l’articolo del Presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, apparso sulle colonne di MF venerdì 1 febbraio 2019

    Il decreto legge Carige, in corso di conversione alla Camera, ha riaperto i riflettori su molti aspetti inerenti le banche, aspetti che in effetti meriterebbero l’attenzione del legislatore. Su queste colonne, un   accreditato osservatore del settore come Angelo De Mattia si è già espresso, con l’equilibrio di sempre: invero, appare quantomeno inopportuno che, nel momento in cui il Parlamento si appresta a varare una Commissione d’inchiesta sull’intero mondo bancario, ci si avventuri in riforme non inquadrate nel dovuto contesto unitario. Basti un esempio, al riguardo: si vogliono vietare per legge gli incentivi ai dipendenti bancari per la vendita di prodotti finanziari (così additandoli all’opinione pubblica quali, quantomeno, soggetti da cui guardarsi) e si trascurano paradossalmente (come, per il vero, si è finora fatto anche in Abi e da parte dei sindacati) i promotori finanziari, per i quali l’incentivazione è addirittura in re ipsa, nel loro stesso rapporto di lavoro. Così soggiacendo, senza volerlo, al pensiero unico e alla discriminazione fra lavoratori del credito imposta dalle banche che vogliono continuare a poter contare su una situazione di mercato privilegiata per loro anche sotto il profilo che, com’è noto, le banche rispondono comunque, nei confronti del risparmiatore, dell’operato dei loro dipendenti, ma non dell’operato dei promotori siccome (considerati) liberi professionisti. Una visione della problematica bancaria nella sua totalità evita incidenti di percorso come questo, di discriminare cioè i lavoratori dipendenti rispetto ai lavoratori autonomi. Ma la stessa cosa può dirsi quando si affrontano (possibili) problemi di una categoria di banche (le Popolari) e non si spende una parola sul fatto dei (possibili) problemi di banche di altre categorie (Casse e Spa) e, ancor meno, si dice che proprio ad una Popolare ci si affida—di questi tempi —per aiutare una Cassa. Insomma, anche qua sembra dominare il pensiero unico: che impone di operare con la macchina del fango (anche sotto, falsa, specie di voler correre in aiuto), proprio come si fece, deliberatamente, a proposito della famose quattro banche, allorché la grossa stampa arrivò a parlare sistematicamente di quattro Popolari quando in realtà fra quelle quattro vi era una sola Popolare, essendo le altre Spa o Casse ed ex Casse. Per non parlare di quanto al proposito disse (e fece) Matteo Renzi (l’indagine penale pendente in merito a Roma farà forse luce sull’ affaire, come invece si rifiutò di fare la Commissione Casini) e di quanto, senza opposizione, ovvio, da parte del governo Renzi, fece l’Ue, che considerò aiuto pubblico un aiuto privato (quello del Fondo di tutela dei depositi), con la stessa addomesticata facilità con la quale ora considera privati gli aiuti direttamente dello Stato. Insomma, i fatti a quest’ultimo riguardo accreditano fortemente l’opinione che, per la finanza mondiale il vero nemico da abbattere è il voto capitario, e basta: per il semplice motivo che esso impedisce che i fondi speculativi internazionali si approprino di tutte le banche, come sta regolarmente avvenendo in Italia o già è avvenuto (eccezione fatta per le medio piccole banche, escluse dalla riforma Renzi e quindi graziate dall’impossessamento estero). Anche qui un conto sono gli Ips (per i quali Assopopolari opera, anche sul piano tecnico-pratico, con un aiuto a favore delle associate che non conosce precedenti) e un altro conto sono le aggregazioni, in tipologie varie, per non dire le fusioni vere e proprie. Delle quali si potrà parlare ma solo a bocce ferme, e cioè dopo il verdetto (che non potrà tardare molto, pervenute le risposte dalla Corte di giustizia europea) del Consiglio di Stato.

  • Nove banche europee in prima linea sul fronte dei derivati

    Di seguito ripubblichiamo l’articolo che Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia, e Paolo Raimondi, economista, hanno pubblicato su Italia Oggi del 2 gennaio.

    “Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.

    Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.

    La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.

    Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea. Si ricordi che l’Esma è stata creata nel 2011 dalla Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema Emir, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’Esma.

    A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei.

    L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’Esma. I dati forniti dalla Bri, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!

    Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società dinvestimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.

    Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce.

    Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del pil inglese.

    Dal rapporto dell’Esma, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione.

    Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo.

    Ci auguriamo che l’Esma, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di «fornitore di credito per lo sviluppo”.

  • I costi occulti della crisi degli istituti bancari italiani

    Desta un sincero sconcerto l’assoluta miopia della compagine governativa, ma anche politica nella sua particolare complessità, in relazione alla gestione complessa della crisi bancaria italiana nella sua articolazione.

    Dopo che il Ministero del Tesoro investì 6,9 miliardi nel Monte di Paschi di Siena, il cui valore ora risulta svalutato di 5,5 miliardi (si ricorda che si tratta  sempre di risorse dei contribuenti ) nella gestione dei crediti inesigibili, la banca senese ha messo all’asta le pugliesi Saline di Margherita di Savoia (per circa 16,2 milioni), che rappresentano comunque un importante tassello della filiera agroalimentare italiana.

    In questo senso va, infatti, ricordato come il costante basso tasso della crescita italiana dipenda solo in parte dallo scarso aumento della produttività (unico mantra del pensiero economico italico), che ovviamente esclude dall’applicazione di tale pensiero la pubblica amministrazione. Esso dipende soprattutto dalla perdita di asset che, inseriti in filiere complesse produttive, diventano fattori non solo di creazione di valore aggiunto ma direttamente esponenti moltiplicatori del valore stesso con creazione di Pil  e successiva  crescita economica consolidata.

    Una moltiplicazione di valore aggiunto  che, viceversa, non può scaturire dalla semplice commercializzazione di “un prodotto turistico”, sempre positivo ma a scarso effetto moltiplicatore, anche sociale, di questa tipologia di economia. Da questo, infatti, la filiera produttiva si distingue proprio per il valore e l’effetto moltiplicatore dei singoli  fattori che partecipano alla filiera stessa e che contribuiscono alla creazione di un prodotto complesso che distribuisce la propria crescita di valore nelle diverse fasi di produzione.

    Ora, invece, esattamente come negli anni ‘90 vennero ceduti  tutti gli asset relativi alla filiera dello zucchero (dalla coltivazione della  barbabietola alla sua raffinazione), ora, nella complessa gestione di una crisi bancaria ancora distante dalla sua definizione, si procede nella scellerata cessione di asset compresi in filiere complesse produttive. Se poi queste determinate operazioni risultano espressione di responsabilità di una banca di fatto pubblica il senso del paradosso diventa insopportabile.

    Il problema della tutela normativa degli asset produttivi e di sostegno con politiche fiscali di  vantaggio”,  già di per sé sottovalutato da vent’anni da ogni governo, trova oggi nella gestione della crisi bancaria un ulteriore scenario sfavorevole che dovrebbe per contro far scaturite una rinnovata attenzione da parte del mondo della politica e del governo. Questi, invece, risultano assolutamente distratti dalle tematiche  di spesa pubblica (una della due forme di potere in Italia assieme alla gestione del credito https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/) contribuendo all’impoverimento progressivo di fattori produttivi che concorrono alla determinazione della crescita economica italiana.

    P.S. Nel frattempo lo stabilimento del caffè Hag e Splendid chiude per delocalizzare la produzione…

  • Una nuova iniziativa per la separazione bancaria

    Latore di una petizione con le firme di 217 parlamentari e personalità importanti, dall’Italia e dall’Europa, il parlamentare europeo Marco Zanni si è recato al Congresso americano per sostenere il ripristino della legge Glass-Steagall sulla separazione bancaria e per promuovere la cooperazione tra Stati Uniti e Italia a favore dello sviluppo economico nazionale e internazionale. Zanni stesso ha stilato un piano per la realizzazione di una banca per le infrastrutture che ha presentato ai suoi interlocutori. Alcuni congressisti si sono dimostrati particolarmente interessati alla controversia tra l’Italia e l’UE, ma altri hanno insistito su una potenziale alleanza per promuovere credito su vasta scala, per attuare nuovi investimenti nelle infrastrutture e per ripristinare il Glass-Steagall Act, sia pure non immediatamente. Alcuni parlamentari repubblicani hanno auspicato che una legge bipartisan per le infrastrutture venga approvata presto e hanno discusso con lui la questione della politica creditizia. Non è stato chiarito se la missione di Zanni fosse ufficiale. Temiamo che l’iniziativa avesse un carattere informale. Ciò nonostante è bene che sia stata sollecitato il ripristino della legge sulla separazione bancaria. Le banche, comprese quelle italiane, non si troverebbero nella situazione di crisi che constatiamo se quelle d’affari fossero separate da quelle ordinarie. E’ bene anche che Zanni ne abbia parlato con gli americani, padrini della Glass-Steagall, ma forse sarebbe opportuno che ne parlasse anche in Italia e che spingesse la Lega, il suo partito, a farsi promotrice dell’iniziativa in seno al governo. Al parlamento italiano esistono diversi progetti di legge in proposito. Perché non dare il via ad un dibattito sulla separazione, proprio nel momento in cui la BCE terminerà, dal gennaio prossimo, il suo sostegno all’Italia con il Quantitative Easing, cioè il programma d’acquisto dei nostri titoli di Stato? L’impegno esplicitato negli Usa sarebbe ancor più credibile se Zanni dimostrasse questa sollecitudine anche nel parlamento italiano e nei confronti del governo in cui il suo partito rappresenta il 50%.

  • La vera diarchia

    Molto spesso nell’analisi del declino economico-culturale del nostro Paese viene indicato tra i responsabili il potere politico nelle sue diverse articolazioni. Altrettanto spesso tale individuazione risulterebbe corretta ma sostanzialmente superficiale in quanto lo stesso potere politico  è espressione o, meglio, braccio operativo di una diarchia molto più potente che utilizza ogni articolazione politica per ottenere i propri obiettivi. La prima forma di questo potere è rappresentato sicuramente dalla gestione del credito che rappresenta la vera ed assoluta forma di potere in un Paese che da sempre declina verso un debito pubblico e che soprattutto non ha ancora compreso come la gestione dello stesso, ad un livello fisiologico, rappresenterebbe di per sé una forma di libertà e, di conseguenza, di limitazione del potere della gestione credito stesso.

    Il sistema bancario, i cui disastri nella gestione pubblica con il  fallimento del Banco di Napoli e Banca di Sicilia rappresentano una delle immagini più compromesse della commistione tra interessi privati e potere politico nella sua declinazione verso il controllo e la gestione privati, ha raggiunto livelli di degrado inimmaginabili. A livello internazionale infatti va ricordato che l’inizio della crisi esplosa del 2008 negli Stati Uniti con la crisi del debito sub-prime ha trovato origine nella scellerata decisione da parte del presidente degli Stati Uniti Clinton di togliere la divisione tra banche d’affari e banche commerciali. Questa scelta politica, di fatto, ha dato inizio alle dinamiche finanziarie suicide con la complicità della Federal Reserve che adottò una politica monetaria molto espansiva per offrire linfa allo sviluppo ma che contemporaneamente  ha portato alla devastante crisi finanziaria dei mutui sub-prime.

    La seconda forma di potere che assume le più diverse forme politiche sia di centro-sinistra che di centro-destra risulta quello della spesa pubblica. Basterebbe infatti analizzare l’andamento della percentuale dedicata alla spesa in conto capitale (le risorse finanziarie destinate agli investimenti strutturali con ricadute elettorali molto più dilazionati nel tempo) in continua diminuzione fino alla percentuale infinitesimale attuale per comprendere come in buona sostanza la spesa pubblica rappresenti il vero ed unico modo adottato per acquisire quel consenso elettorale distribuendo vantaggi ed esenzioni fiscali come anche reddito di cittadinanza ingresso al sistema pensionistico o assunzioni clientelari o elargizioni di ottanta euro.

    La costante fondamentale di tutti i governi che si sono alternati negli ultimi quarant’anni  alla guida del nostro Paese nasce appunto dalla commistione tra i partito della spesa pubblica (mai diminuita a fronte di dichiarazioni menzognere senza dignità) unito alla gestione credito dal quale le politiche governative hanno trovato il sostegno finanziario  legiferando di conseguenza sempre a favore degli stessi Istituti bancari, vedi sostenitori della politica della spesa pubblica.

    In questo contesto di complicità, la via per uscire da questa diarchia nefasta viene ora rappresentata  dall’unica opzione della riduzione del debito pubblico. Entrambi i soggetti di tale diarchia traggono la propria forza dall’aumento della spesa  stessa e, contemporaneamente e conseguentemente, del debito pubblico: prova ne è come entrambi avversino la proposta in ambito europeo  di porre un limite alla detenzione di titoli di debito pubblico presso gli istituti privati presentata e proposta dalla Germania. La perdita di peso del debito all’interno del sistema economico italiano infatti renderebbe la politica stessa e il  sistema italiano nel loro  complesso  meno influenzabili  dal mondo finanziario.

    Un obiettivo che, al di là delle ricette fantasmagoriche che ogni governo periodicamente propone, deve partire con una parallela ma decisa riduzione o quantomeno ottimizzazione della spesa pubblica i cui risparmi così ottenuti vengano utilizzati per una costante e graduale riduzione della pressione fiscale quanto del debito pubblico. Attraverso la spesa pubblica, ma soprattutto attraverso il debito, lo Stato diventa il primo concorrente nel reperimento di risorse finanziarie del sistema imprenditoriale, una situazione aggravata dalla deriva finanziaria degli stessi istituti di credito.

    In un contesto così incestuoso tra due espressioni di interessi diversi che operano assieme nell’unica direzione del proprio  vantaggio la riduzione del debito pubblico  rappresenta l’unica soluzione per rompere questo sodalizio che sta strangolando la nostra economia e ridare valore alla politica economica ed in definitiva alla democrazia italiana.

  • Goldman Sachs vede la liquidazione del tandem Salvini-Di Maio dopo le prossime elezioni europee

    In democrazia è consentito dire la propria opinione a chiunque, ricco o povero che sia, bianco o nero, bello o brutto, perché la democrazia si regge sulla partecipazione di tutti e quindi sulla non discriminazione. Anche una banca può dire quindi la sua, anche se quando parla una banca ed esprime critiche chi riceve quelle critiche in Italia si atteggia facilmente a vittima di un complotto. Passato abbastanza inosservato, perché giunto in coincidenza con l’ennesima lettera da Bruxelles sulla manovra italiana e i dati preoccupanti sulla stasi economica del Belpaese, un rapporto della banca d’affari americana Goldman Sachs pronostica che l’esecutivo gialloverde italiano non superi la metà del prossimo anno e possa essere sostituito da un governo di centrodestra.

    “È improbabile che il Governo sopravviva fino alla metà del prossimo anno”, si legge nel rapporto, a cui dire è più facile che per quella data esso venga “sostituito da un esecutivo internamente più coerente o di centrodestra o di centrosinistra, che segua una politica di bilancio meno aggressiva, incentrata o su tagli alle tasse (flat tax) o su un aumento dei trasferimenti (come il reddito di cittadinanza, ndr), ma non su entrambe le misure”. Un tale risultato, scrive ancora Goldman Sachs, “limiterebbe l’aumento del deficit e del debito pubblico rispetto al programma del governo attuale”.

    Al momento la coalizione di maggioranza ha il supporto di circa il 60% dell’elettorato, sottolinea Goldman Sachs secondo cui “l’attuale governo sopravviverà almeno fino alle prossime elezioni europee di maggio e non tornerà indietro dai suoi propositi in materia di politiche di bilancio almeno fino a quel momento”. Tale valutazione si basa sul fatto che i “partiti di governo puntano a massimizzare il voto alle europee e potrebbero cercare di realizzare alleanze con altri partiti europei che condividano una visione simile, con l’obiettivo di cambiare la rete istituzionale nella direzione da loro preferita (allentamento delle regole fiscali, cambio del mandato della Bce, stretta sulle politiche riguardanti l’immigrazione)”.

    Tuttavia, osserva la banca americana, “se la situazione economica italiana dovesse peggiorare, il supporto elettorale potrebbe diminuire e le strategie potrebbero cambiare: o Lega e M5s resterebbero alleati cambiando però la politica economica rendendola più credibile, o ci potrebbero essere nuove elezioni e un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra ma con una inversione rispetto alle attuali politiche economiche”. Poco probabile, invece, sostiene Goldman Sachs la nascita di un governo tecnico o di uno di larghe intese che non avrebbe il voto di fiducia in Parlamento. “Un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra, perseguirebbe una politica fiscale complessivamente meno espansiva e porterebbe probabilmente a un miglioramento nei mercati finanziari e a una ripresa delle attività. Ma, da una prospettiva di medio termine, è improbabile che un governo del genere sia in grado di migliorare la qualità delle istituzioni, faccia le riforme necessarie per aumentare la produttività e la crescita potenziale e crei quel circolo virtuoso di lungo termine necessario per un declino del rapporto debito/Pil. Quindi, molto probabilmente, una risoluzione della crisi attuale dell’Italia permetterebbe al Paese di cavarsela fino alla prossima crisi”, conclude Goldman Sachs.

  • I pm tedeschi indagano su un’ipotesi di maxi frode al fisco dei Paesi Ue

    Le procure di Colonia, Monaco e Francoforte stanno indagando sull’ipotesi di una maxi frode fiscale da 55 miliardi di dollari realizzata in diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo legato alla compravendita di azioni di società quotate.

    Sarebbero sei le persone finora coinvolte, compresi alcuni ex dipendenti della sede londinese della HypoVereinsbank, che fa capo al gruppo Unicredit. Le indagini degli inquirenti tedeschi coinvolgerebbero le filiali di diversi gruppi finanziari come Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank

    Il meccanismo alla base della frode è incentrato sull’acquisto e la successiva vendita di titoli azionari in prossimità dello stacco dei dividendi. Diverse azioni sarebbero state acquistate allo scoperto prima del pagamento dei dividendi per poi essere rivendute dopo lo stacco della cedola, attraverso però dei fondi pensione e dei fondi d’investimento che godono di un credito d’imposta in Germania.

    Secondo quanto scrive il giornale tedesco Zeit Online, le autorità fiscali tedesche avevano perso almeno 31,8 miliardi di euro tra il 2001 e il 2016 a causa del meccanismo messo in atto dalle banche. Nel sospetto giro di evasione fiscale sarebbe stata colpita anche l’Italia, il cui fisco avrebbe perso 4,5 miliardi di euro (per la Francia sarebbe stato di almeno 17 miliardi, per la Danimarca di 1,7 miliardi e per il Belgio di 201 milioni).

  • Riforma delle banche popolari, Sforza Fogliani: “Questione legittimità a Corte di Giustizia UE”

    “Il Consiglio di Stato, con ordinanze pubblicate in data odierna, ha rinviato alla Corte di Giustizia europea la questione della legittimità della Riforma delle banche popolari, sottoponendo alla Corte di Lussemburgo molti dei quesiti che in questi anni l’Associazione ha posto alle istituzioni, politiche e non”. A dichiaralo è il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani.

    “A riprova che la nostra posizione meritava condivisione, cosa che, purtroppo, anche per interessi personali, non è avvenuta. È una piccola, grande soddisfazione e siamo sicuri che almeno il buon senso, se non la scienza e coscienza giuridica, saprà soddisfare le nostre istanze” – chiude Sforza Fogliani.

  • Aumentano nell’UE le banche multate per riciclaggio di denaro sporco

    Nell’ultimo decennio diciotto delle 20 principali banche europee sono state sanzionate per riciclaggio di denaro sporco. Questo quanto emerge dal rapporto di Fortytwo Data secondo cui nella maggior parte dei reati che si sono verificati negli ultimi anni “il riciclaggio di denaro è diventato una pratica comune”.

    Viene così alla mente il caso della Danske Bank ma anche ING e Deutsche Bank hanno dovuto affrontare indagini recentemente.

    Fonte: Wall Street Italia

  • La riforma delle Banche di Credito Cooperativo: l’autonomia tradita

    Uno dei lasciti più avvelenati ed indigesto del governo Renzi è sicuramente rappresentato dalla riforma del sistema delle banche del credito cooperativo. Questa tipologia di istituti di credito rappresentano il primo ed immediato braccio operativo economico e finanziario che agisce sul territorio specificatamente in rapporto alle peculiarità dello stesso.

    In altre parole, attraverso una singola forma associativa finalizzata all’unico obiettivo della mutualità il sistema degli istituti di credito cooperativo si articola in modelli operativi estremamente flessibili ma sempre all’interno del perimetro istituzionale in relazione alle caratteristiche tipiche del territorio nel quale operano. In questo senso è evidente che l’attività dell’Istituto possa diversificarsi a seconda che operi all’interno di un territorio caratterizzato da un’economia prevalentemente turistica o, viceversa, in un’altra realtà che trovi la propria peculiarità nella presenza di aziende artigianali e PMI in genere.

    La riforma voluta dal governo Renzi stravolge sostanzialmente l’impianto istituzionale come la mission specifica dei singoli istituti cooperativi per  inglobarli all’interno di una S.p.A. capogruppo la quale indica in modo univoco le direttive e, come da contratto, anche la selezione dei manager e dei vari direttori delle diverse “nuove agenzie”.

    Quindi, ad un originario modello estremamente flessibile in relazione alle esigenze del territorio, come il credito cooperativo si è dimostrato finora con la riforma imposta dal governo Renzi e dai ministri Padoan e Calenda, si passa ad una società per azioni centralizzata nella quale il margine di flessibilità risulta praticamente nullo per sintonizzarsi con le esigenze locali. In quanto alle singole BCC non viene riconosciuto nessun tipo di autonomia istituzionale gestionale ed amministrativa.

    Al tempo stesso si assiste anche alla modifica del principio istitutivo degli stessi istituti passando dal funzione principale della mutualità a quella della remunerazione del capitale tipica di una S.p.A. rendendola contemporaneamente anche soggetta a scalate esterne.

    Questa modifica implicita, o meglio questo tradimento, della funzione mutualistica costitutiva ed istituzionale operante in ambito locale a favore di una società di capitale e con una direzione generale manifesta una grandissima contraddizione con lo storytelling politico che le regioni del nord, Veneto e Lombardia in primis, ma anche Emilia Romagna e le stesse province autonome di Trento e Bolzano portano avanti con l’ottenimento dalle regioni e con il consolidamento dalle province di una propria autonomia da esercitare sul territorio.

    La declinazione politica ma ovviamente anche quella economica e finanziaria di un sistema caratterizzato da una forte autonomia regionale o provinciale rispetto all’istituzione statale centralista non può però venire rappresentata dalla semplicistica ed unica visione di una gestione regionale di una maggiore autonomia amministrativa basata su di una percentuale maggiore dei tributi prodotti localmente in opposizione ad una politica centralista.

    All’interno di un progetto di autonomia completo si dovrebbero tutelare i diversi e specifici soggetti pubblici politici privati, e quindi anche cooperativi, al fine di assicurare la qualità ma soprattutto la molteplicità degli stessi soggetti, i quali operando in autonomia (anche rispetto alla Regione ed alla provincia), possono assicurare la possibilità di generare qualità e sviluppo del proprio territorio attraverso la propria meritoria ed autonoma attività.

    Il silenzio complice delle regioni Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna, come delle province autonome di Trento e Bolzano relativamente a questa riforma delle banche di Credito Cooperativo rappresenta la massima espressione invece di  una visione vetero-centralistica da parte delle istituzioni politiche declinate nelle istituzioni regionali o provinciali. Non risulta possibile infatti realizzare nessun tipo di autonomia completa senza le presenze contemporanee di istituti di credito che nascano dalle singole realtà locali i quali operino espressamente e con caratteristiche specifiche nel territorio di competenza, in questo caso regionale o provinciale, e non sotto il controllo di una S.p.a. nazionale.

    Il silenzio delle regioni invece dimostra come la maggiore autonomia richiesta da anni dalle regioni del nord risulti semplicemente di carattere politico e che si debba manifestare solo attraverso il desiderio da parte degli organi regionali stessi di una nuova propria nuova centralità semplicemente in sostituzione di quella statale che la regione assumerebbe all’interno del territorio di propria competenza, in particolare in ambito amministrativo e fiscale.

    Senza un sistema di istituti specifico del territorio operativo, indipendentemente dalle istituzioni politiche, siano esse statali, regionali o provinciali non fa nessuna differenza grazie alle quote di risparmio dei residenti si passerebbe da un centralismo statale ad un centralismo regionale il quale anche se più vicino al territorio di competenza non garantisce soprattutto politiche di sviluppo adeguate. In altre parole, la regione resterebbe l’unica in grado di produrre risorse da destinarsi alle opere del territorio operando quindi in una posizione di nuova centralità (termine incompatibile con il concetto autonomia) in sostituzione della centralità dello stato attuale. Quando invece il concetto di autonomia non possa prescindere dalla presenza di una molteplicità di soggetti autonomi ed appunto indipendenti per i medesimi fini di sviluppo economico del territorio stesso.

    In questo senso il silenzio delle Regioni interessate da questa nefasta rivoluzione degli istituti di credito cooperativo risulta veramente imbarazzante per gli stessi presidenti delle istituzioni regionali e provinciali i quali dimostrano con il proprio silenzio assenso di ricercare non una maggiore autonomia del proprio territorio ma il semplice desiderio di sostituirsi alla attuale centralità allo Stato. Questa conversione favorita dalla complicità degli organi regionali renderà possibile una rinnovata centralità della Regione a scapito di organi indipendenti ed autonomi come le banche di credito cooperativo hanno assicurato fino ad oggi.

    Mai come oggi il silenzio si rivela simbolo di un passaggio politico ambiguo che non mira all’autonomia estesa dei territori ma semplicemente alle nuova centralità delle istituzioni regionali.

    Una centralità classica degli istituti statali e che avrà le medesimi problematiche quando risulterà essere espressione di quelli regionali.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.