Banche

  • Soldi in più ma per le imprese

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso ‘ItaliaOggi’ il 6 giugno 2020

    Nelle poche settimane dominate dai lockdown per il Covid-19 il bilancio della Federal Reserve è passato da 4 mila a 7 mila miliardi di dollari. È l’effetto della disponibilità illimitata di liquidità annunciata dalla Banca centrale e dalla decisione del Congresso americano di stanziare circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 14% del Pil, per sostenere vari settori economici.

    Il debito pubblico inevitabilmente aumenta. Molti economisti, però, concordano sulla necessità che, durante la crisi, le spese pubbliche debbano rimpiazzare quelle private in netta diminuzione. Pochi altri, tra cui il Washington Post, restano, tuttavia, sempre dell’idea che l’austerità sia la soluzione migliore.

    Le scelte e i comportamenti economici adottati negli Usa meritano grande attenzione poiché, in fin dei conti, sono sempre, purtroppo, «copiati» dall’Europa. Infatti, la Bce ha aumentato il suo bilancio dai 4.600 miliardi di euro di fine 2019 ai 5.500 miliardi dell’inizio di giugno.

    Adesso ha aggiunto altri 600 miliardi di euro per acquistare la stessa tipologia di titoli che sta comprando la Fed.

    Fermare la spesa pubblica sarebbe un grave errore. Il vero dibattito negli Stati Uniti riguarda, però, alcuni punti cruciali. Lasciare che i nuovi fondi siano «sequestrati» dalla finanza più speculativa oppure orientarli con forza verso i settori dell’economia reale?

    Tappare soltanto i buchi creati dalla crisi oppure ritornare alle politiche di Franklin Delano Roosevelt e in particolare al suo New Deal fatto di grandi investimenti, infrastrutture e innovazioni? Ma, quali saranno i tempi di decisione e di realizzazione?

    Per il momento le prime mosse sono state della grande finanza e del sistema bancario. Essi erano in una situazione di grande crisi, di quasi bancarotta, già prima della pandemia.

    Come in passato la liquidità della Fed è stata finalizzata all’acquisto di titoli del debito pubblico e in particolare degli asset backed security. Anche quelli di dubbia validità e consistenza, in possesso delle stesse banche e delle altre strutture finanziarie non bancarie che fanno parte del cosiddetto shadow banking.

    Questi alleggerimenti dei bilanci delle banche dovrebbero essere controbilanciati, in misura uguale se non superiore, attraverso l’emissione di nuovi crediti verso i settori produttivi in difficoltà e verso nuovi investimenti. Come in passato, però, questo «travaso» è fatto in modo estremamente lento e limitato. La gran parte dei fondi va a coprire i loro pericolosi buchi finanziari oppure rimane semplicemente parcheggiata nelle banche. È la stessa cosa che stiamo sperimentando in Europa. Purtroppo anche in Italia.

    Si tratta di un comportamento che prescinde dalle responsabilità dirette dei governi di qualsiasi orientamento politico siano. Ha, invece, a che fare con la loro debolezza.

    Negli Usa, questo processo sta già avvenendo con i private equity fund operanti in vari settori. A livello mondiale gestiscono attivi per 6.000 miliardi di dollari. Sono fondi d’investimento che acquistano azioni o partecipazioni in imprese produttive spesso al solo scopo di estrarne il massimo profitto nel breve periodo.

    Se poi dette imprese rischiano il fallimento, si può sempre chiedere il bail out con i soldi pubblici. Secondo il Financial Times, il semplice fatto che la Fed abbia detto di voler acquistare anche titoli in grande difficoltà, avrebbe grandemente galvanizzato il mercato degli junk bond.

    Anzitutto il settore della distribuzione al dettaglio. Dopo avere distribuito lauti dividendi per un decennio, le catene di negozi di abbigliamento e fashion di media e alta fascia, come la J. Crew, la texana Neiman Marcus e i grandi magazzini della Jc Penney, durante la pandemia hanno dichiarato bancarotta, appellandosi al Chapter 11. In passato i private equity li avevano enormemente indebitati attraverso operazioni di leverage buyouts, che sono complesse operazioni di acquisizione di un’impresa attraverso la sua capacità di indebitamento. La perdita di clienti e la diminuzione degli acquisti hanno ridotto il flusso di cassa e mandato velocemente in tilt il sistema.

    Un altro settore in grave affanno è quello degli immobili in affitto. Grandi fondi hanno acquistato un numero enorme di appartamenti negli Stati Uniti, ma anche in Europa, scommettendo sull’aumento degli affitti per la classe medio-alta. Per esempio, il più grande private equity fund, il Blackstone Group, è diventato il proprietario numero uno al mondo. Quando, però, il valore degli immobili scende, il sistema scricchiola.

    Lo stesso dicasi per la bolla del credito al consumo. Nel 2020 il debito delle carte di credito negli Usa ha raggiunto i mille miliardi di dollari. Il Covid-19 ha ridotto drasticamente il reddito di almeno un terzo dei lavoratori americani. Di conseguenza, anche i programmi di sostegno dei debiti accesi dai fondi, basati su un flusso continuo e crescente di introiti, crollano.

    Non è molto rassicurante vedere come i governi siano stati capaci di imporre il lockdown all’economia reale ma che lascino la finanza operare as usual. Ancora una volta dobbiamo sottolineare che è intollerabile tollerare che i fondi pubblici per il rilancio e la liquidità delle banche centrali siano fatti fluire nell’economia reale attraverso il sistema bancario privato. Senza condizioni e controlli puntuali, stringenti e rigorosi! Problema enorme e serio. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Contante e Telepass finanziario

    La considerazione relativa all’utilizzo o meno nelle transazioni commerciali del contante troppo spesso viene influenzata, ma soprattutto stravolta, dall’ideologia politica la quale, all’interno di  un prossimo confronto elettorale, diventa uno strumento di consenso per il proprio elettorato.

    Da oltre vent’anni la lotta al contante ha visto come sostenitrice buona parte della sinistra ma anche  di quelle forze politiche portatrici  di un concetto di “stato etico”. Paradossalmente, poi, molto spesso queste stesse forze politiche risultano completamente digiune di economia reale ma soprattutto ignare persino delle legislazioni vigenti nei paesi dell’Unione Europea, della quale peraltro si considerano  sostenitrici.

    Ora, di fronte a una difficilissima ripresa del ciclo economico interrotto dal lockdown, il mondo della finanza e degli Istituti bancari assieme alle aziende telefoniche stanno riproponendo  una nuova campagna di  comunicazione per cercare di ridurre al massimo l’utilizzo del contante. Quello che nessuno riesce a mettere in evidenza, al di là delle legittime posizioni politiche influenzate dalle ideologie di appartenenza, viene rappresentato dall’evidente conflitto di interessi che i soggetti imprenditoriali propongono nell’abolizione del contante.

    Il sistema bancario all’interno di un periodo  economico caratterizzato fin dal 2015 da una forte  liquidità (Q.E.) considera un’opportunità per la propria ricerca di marginalità la creazione di un sistema di moneta elettronico sempre più sviluppato sulle cui transazioni commerciali applicare le proprie “aliquote di transazione” molto simili ad un “Telepass finanziario” di un sistema autostradale virtuale creato dai medesimi soggetti pesantemente in conflitto di interessi.

    La medesima opportunità in questo modo viene creata anche per le compagnie telefoniche sulle cui reti viaggiano queste transazioni il cui aumento non farebbe altro che moltiplicare i  profitti. Senza dimenticare il mondo della Finanza il quale intuisce chiaramente l’opportunità di masse di denaro che ha interamente depositate presso gli Istituti bancari. Questo quadro potenziale si rivelerà disastroso quanto la scelta di abolire la differenziazione tra banche commerciali e banche d’affari voluta dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.

    Certamente la politica che dovrebbe esprimere una propria ideologia espressione di scale valoriali si ritrova viceversa ad essere artefice e portatrice di  uno scenario economico finanziario lontano da un  sistema democratico e liberale.

    Paradossale poi che tutta questa attenzione che il  sistema politico regala alla questione del contante rappresenti  l’ennesima dimostrazione di un’incapacità di controllare le fonti di reddito, determinando così la confessione e l’ammissione di non essere in grado di controllarle e così rifugiarsi nel controllo dei meccanismi e delle modalità di spesa.

    Un sistema liberale e democratico offre la libertà ai propri cittadini di utilizzare le diverse  forme di pagamento ritenute più vicine alle proprie esigenze in quanto espressione di risorse economiche  legittime.

    In altre parole l’assoluta inadeguatezza di un sistema statale incapace di applicare le leggi anche in materia fiscale si rifugia in uno stato Socialista che vuole determinare attraverso semplici forme di pagamento il  controllo etico. La supremazia dello Stato in questo particolare momento nel quale dovrebbe vedere  allentati tutti i vincoli per ridare forza ed  energia alla ripartenza del ciclo economico sta assumendo sempre più le caratteristiche di uno Stato etico e socialista in nome del quale opera  una  nuova gendarmeria burocratica.

  • Il Tempo del prima e del dopo

    Se fossimo saggi, se avessimo quel minimo di saggezza, di comprensione degli eventi e di capacità di elaborarli, che ha consentito, nei secoli e nei millenni, agli essere umani di conservare la specie, dovremmo capire che c è un prima e un dopo. Un prima e un dopo pandemia.

    Il prima è come siamo stati per decenni, quei decenni che ci hanno consentito di arrivare ad un grado di benessere altissimo per alcuni mentre intere altre popolazioni vivevano ancora, sia economicamente che culturalmente, in realtà arretrate fatte di fame e di violenza fisica. I soprusi appartengono invece a tutte le fasce sociali e a tutte le epoche. Il Tempo del prima è il lungo periodo delle scoperte scientifiche utili e di quelle pericolose, il periodo dello stravolgimento dei sistemi economici, dovuti al prevalere della finanza virtuale sull’economia reale e i derivati, che hanno avvelenato la maggior parte delle banche, sono solo uno dei tanti aspetti nocivi che hanno inquinato, in modo globale, la società.

    Il Prima è lo sfruttamento sconsiderato del pianeta perché chi lo effettuava era incapace di previsione delle conseguenze o indifferente alle stesse. Molti si sono sempre sentiti al di sopra o, meglio ancora, al di fuori, da quello che riguardava le persone normali. E’ sempre esistita, ed è stata particolarmente radicata negli ultimi decenni, la convinzione, in alcuni piccoli gruppi di persone, particolarmente potenti per i mezzi i diversi mezzi, che avevano a disposizione, che le eventuali conseguenze negative delle loro scelte non li avrebbero colpiti. Ed è prevalsa, sia nel mondo capitalista che in quello comunista, la convinzione che il patrimonio che la natura ci aveva offerto, dalle foreste ai giacimenti del sottosuolo, dagli animali, alla gestione delle acque e alla modifica dei venti fosse eterno o anche eventualmente sostituibile.

    Il dopo se fosse il ritorno al prima, alla realtà che ci ha portato alla pandemia e al suo diffondersi nel mondo, sarebbe ricominciare un cammino destinato a portarci a nuove tragedie senza più possibilità di tornare indietro. Una strada senza uscita, un baratro nel quale dopo aver lanciato i più anziani vedremo cadere giovani e bambini nell’inarrestabile declino della specie più debole del pianeta, l’uomo. C’è un prima al quale non possiamo, non dobbiamo ritornare come se nulla fosse accaduto e se il tempo del contagio e dell’isolamento non è servito a comprendere che ci sono momenti nei quali si deve scegliere e saper dividere il grano dall’olio allora tutto diventa pericolosamente possibile. Prima di arrivare al dopo, al nuovo tempo, dobbiamo affrontare molte sfide, quelle economiche con centinaia di migliaia di persone rimaste senza la prospettiva di un lavoro e di centinaia di migliaia che il lavoro hanno perso sia come dipendenti che come imprenditori. Le sfide economiche sono aggravate in Italia da una burocrazia elefantiaca e dall’evidente calo di consumi frutto della mancanza di reddito di chi non lavora o lavora a ritmo ridotto. La mondializzazione, che era stata affrontata senza la capacità di guidarla, è servita al virus per espandersi, i controlli internazionali hanno funzionato male e con ritardo, i paesi hanno gestito la pandemia in modo difforme ma il virus ha colpito quasi tutti più o meno con la stessa intensità ed ovunque le vittime più numerose sono stati gli anziani. La politica ha dovuto lasciare campo libero ai tecnici, spesso non adeguatamente preparati e sicuramente non in grado di supportare le risposte scientifiche con le necessità sociali ed economiche della popolazione e il mondo si è spaccato tra negazionismi e super previdenti senza che il risultato complessivo cambiasse. Siamo tornati in pochi giorni alle misure di cautela utilizzate nei secoli scorsi per le grandi epidemie, lavarsi le mani, stare lontani, coprirsi la bocca. Tutta la nostra sapienza tecnologica e il credere di poter vedere avanti con business sempre più avanzati non ci ha consentito di provvedere in tempo a fare scorta dei presidi di protezione più elementari, come le mascherine, i tamponi e i reagenti necessari per andare a stanare il virus. Qualcosa di infinitamente piccolo, qualcosa che presumibilmente, ancora una volta arriva da un animale e dalla nostra incuria e superbia ci ha messo tutti in ginocchio nonostante i nostri viaggi su Marte, le più sofisticate armi nucleari ed i sistemi informatici e robotici che ormai ci esonerano anche dal pensare.

    Se torneremo  al tempo di prima sarà per indifferenza, per ignoranza, per inerzia, per nostalgia, per prosopopea, perché prima avevamo la sensazione di sapere, di conoscere, anche nei momenti difficili, la composizione della nostra cuccia o la posizione del nostro ipotetico trampolino di lancio. Sembrava tutto possibile e permesso, chi non arrivava al benessere poteva sperarci, chi c’era arrivato arrancava per conservarlo, tutti comunque nell’ignoranza di cosa si celava dietro la nube tossica dell’inquinamento, l’abbattimento di una foresta, il pericolo degli allevamenti intensivi e dei troppi prodotti pericolosi abbandonati o portati appositamente sul terreno agricolo e nella falda.

    Il dopo è la crisi economica sia per i mercati internazionali che dovranno riconsiderare chi è in grado di comperare e a che prezzo vendere, sia per i mercati interni che già soffrivano da tempo, e si dovranno fare i conti con i derivati che hanno intossicato le banche, con le necessità dell’economia reale che quando produce rischia di non trovare a chi vendere. Il dopo è anche la crisi umana che covava da tempo e che è sul punto di esplodere. Prima lentamente siamo stati portati a confondere i diritti individuali, sanciti anche dalla carta universale, col diritto di ciascuno di fare qualunque cosa gli potesse portare appagamento, senza tenere conto di quanto ledesse gli altrui diritti la difesa dei propri piaceri. Più importanti i diritti degli adulti di chiamare figlio anche chi è, su commissione, stato procreato da altri che il diritto di una nuova creatura obbligata a venire al mondo, più importante il diritto di affermare la propria religione o tradizione che rispettare le vite altrui e l’inviolabilità fisica di altri esseri umani.

    Più importante poter vendere a poco prezzo che conservare, come necessarie all’ecosistema, non solo di un area determinata, le foreste rumene o amazzoniche, più importante strappare energia dalle rocce che impedire lo sprofondamento di intere aree, più importante solcare avanti e indietro i cieli che riflettere sulle conseguenze sopportate dall’atmosfera, più importante iniettare lo zucchero nelle fragole o gonfiare i vitelli che produrre con meno guadagno ma nel rispetto della salute. Popoli di vecchi malandati e caparbi nella difesa delle loro verità, nei mondi sviluppati, popoli di giovani arrabbiati, affamati e sempre di più disposti anche al suicidio pur di trascinare con se i presunti colpevoli, nei paesi meno sviluppati. E’ stata chiamata civiltà quel tipo di progresso che intorno alle megalopoli ha creato le bidonville o gli ammassamenti nei casermoni popolari e che ha assistito alla propria sconfitta per colpa di un virus invisibile e vecchio come il mondo.

    Per contenere il virus hanno detto che bisognava mantenere il distanziamento sociale. Non il distanziamento fisico ma sociale. Già da questo lapsus freudiano capiamo quanto privo dei più elementari valori, quanto anaffettivo, era il tempo del prima, il distanziamento sociale ha significati ben diversi dal distanziamento fisico! Il tempo del dopo non può essere uguale al tempo del prima perché il silenzio dell’isolamento, i malati, i morti, le differenze e le difficoltà economiche dovrebbero averci insegnato la necessità di saperci reciprocamente aiutare con una solidarietà vera e costante, di pretendere dalle istituzioni, e da chi le rappresenta, il rispetto del ruolo che ricopre, la capacità di affrontare per tempo i problemi e di sapersi assumere le responsabilità delle scelte che comunque vanno sempre prese nel rispetto della democrazia parlamentare e della nostra Costituzione. Il tempo del dopo è il tempo dell’ambiente, della sua preservazione, unico modo per conservare la salute e il lavoro. Il tempo del dopo è il tempo che sconfigge l’arroganza e premia il merito, che boccia l’intruppamento, il pensiero unico e crede che la scienza debba essere coniugata con la coscienza, che sa che il mercato deve avere regole corrette, che chi sbaglia deve pagare, che le megalopoli non sono sempre una conquista di libertà e che per costruire il futuro si deve cominciare a costruire il presente.

     

  • 8 miliardi di euro per 100.000 Pmi dal Fondo europeo per gli investimenti (FEI):

    La crisi di liquidità che sta colpendo le piccole e medie imprese è una delle conseguenze della pandemia di  Covid 19 e le banche non si sentono pronte ad erogare prestiti alle PMI dato il repentino aumento del rischio percepito. La Commissione europea, come da impegno assunto il 13 marzo 2020, ha sbloccato 1 miliardo di euro dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) a titolo di garanzia per il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), parte del Gruppo (BEI) Banca europea per gli investimenti. In questo modo il FEI potrà fornire garanzie speciali per incentivare le banche e altri finanziatori a fornire liquidità, per un importo disponibile stimabile in 8 miliardi di euro, ad almeno 100.000 PMI e piccole imprese a media capitalizzazione europee colpite dalle conseguenze economiche della pandemia di coronavirus. Queste le caratteristiche delle garanzie: un accesso semplificato e più rapido alla garanzia del FEI; una maggiore copertura del rischio (fino all’80% delle perdite potenziali sui prestiti individuali rispetto al consueto 50 %); un’attenzione particolare al capitale di esercizio in tutta l’UE; la concessione di condizioni più flessibili, quali proroga, nuova rateizzazione o sospensione dei crediti.

    La Commissione europea  e il gruppo BEI continueranno a lavorare per mettere a punto ulteriori misure e utilizzeranno tutti gli strumenti a loro disposizione per aiutare a contrastare la pandemia di coronavirus e le sue conseguenze economiche.

    Le PMI potranno rivolgersi direttamente alle loro banche e finanziatori locali partecipanti al programma, il cui nominativo sarà disponibile sul sito www.access2finance.eu

  • A cuccia le agenzie di rating

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi l’1 maggio 2020.

    Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nel meeting di primavera per via telematica del Fmi e della Banca mondiale, ha affermato che, senza liquidità e sostegno alle imprese, alle famiglie e ai lavoratori, il mondo rischia un default di massa. Non solo l’Italia, quindi. E ha aggiunto che “poiché la crisi è globale, la risposta deve essere globale”. È necessario, perciò, preservare la “funzionalità dei mercati finanziari e la stabilità del sistema finanziario”.

    Non è la prima volta che le istituzioni italiane e i loro massimi rappresentanti si distinguono per chiarezza e lungimiranza in contesti e incontri internazionali. La puntualizzazione sull’aspetto finanziario merita, però, qualche riflessione aggiuntiva. Non per sminuire la gravità della situazione economica italiana, ma per meglio contestualizzarla nella ben più complessa e difficile situazione globale.

    Per prima cosa intendiamo evidenziare l’importanza e le rilevanti ripercussioni della decisione della Bce di mettere fuori gioco le agenzie di rating. Fino a qualche giorno prima, la Bce, sulla base di un singolare regolamento, accettava in garanzia da parte degli Stati membri soltanto titoli e obbligazioni con la pagella della tripla A fornita dalle agenzie di rating. Oggi la Bce si è liberata da questo obbligo e intende acquistare qualsiasi titolo pubblico, anche quelli sotto il rating BBB, cioè junk, i cosiddetti titoli spazzatura. La mossa ha, tra l’altro, neutralizzato le solite superficiali valutazioni di rating nei confronti dell’Italia e di altri paesi che solitamente abbassano la fiducia nei titoli dei debiti pubblici e che fanno aumentare i tassi di interesse da pagare. Ci auguriamo che questa decisione della Bce non valga solo fino a settembre 2021 ma che sia definitiva.

    Si tenga presente che le tre sorelle del rating, Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, da anni non hanno più voce in capitolo negli Usa. Non si permettono più di esternare valutazioni critiche sui titoli di stato americani. Già ci fu un sonoro ceffone da Barack Obama, adesso Donald Trump sicuramente le deporterebbe su un’isola deserta, se osassero commentare negativamente l’andamento dell’economia americana. In Italia e in Europa, purtroppo, sono ancora le benvenute.

    Un’altra riflessione merita di essere fatta sul ruolo presente e futuro del mercato. Si pensi al petrolio e ai suoi andamenti di borsa. Nei giorni passati si è assistito, attoniti e in silenzio, a un fatto storico gravissimo e senza precedenti: i contratti future sul petrolio venduti a un prezzo negativo! Il che significa che chi vendeva petrolio ha dovuto pagare per farlo comprare. Il petrolio pompato sarebbe stato così tanto che, sia per gli altissimi costi di stoccaggio sia per la mancanza di spazio per conservarlo, le compagnie petrolifere hanno o avrebbero dovuto pagare i loro clienti per prenderlo. Pura pazzia. Frutto di speculazioni finanziarie e di irresponsabili “giochi geopolitici globali” in un momento economicamente già molto pericoloso.

    Occorre sapere che la stragrande maggioranza dei contratti future sono solo virtuali e speculativi, non prevedono cioè alcuna vera compravendita di greggio o di altre materie prime o di generi alimentari e, quindi, nessun loro passaggio fisico dal venditore al compratore. La crisi odierna, per fortuna, sta facendo apprezzare il ruolo dell’economia reale e dello Stato. Non servono perciò straordinarie e complicate regole. Basterebbe imporne una: chi va sul mercato per qualsiasi business deve impegnarsi a portarlo a termine fisicamente. I veri operatori si comportano così. Per scoraggiare gli altri, cioè coloro che, invece, intendono soltanto lucrare sulla differenza di prezzo, dovrebbe essere loro imposto un significativo deposito di garanzia.

    Lo stesso, ovviamente, dovrebbe essere fatto per tutte le operazioni finanziarie allo scoperto. Per esempio, vendere virtualmente un titolo qualsiasi per poi ricomprarlo a una certa scadenza, o viceversa.

    La finanza speculativa ha sempre giustificato simili operazioni come il toccasana dell’equilibrio di mercato. Non è così. La pandemia e il conseguente lockdown produttivo ci hanno insegnato empiricamente che contano le produzioni, i beni, e non le speculazioni.

    Queste ultime, così come i derivati otc, si basano anche su un’elevata leva finanziaria, cioè quel sistema che può generare enormi masse finanziarie sulla base di un piccolo capitale realmente a disposizione. In alcuni paesi europei, compresa l’Italia, tali operazioni allo scoperto sono state bandite per tre mesi. A nostro avviso dovrebbe essere una misura definitiva da parte della Consob.

    Da alcune settimane continuiamo ad assistere a evoluzioni delle borse così forti da far apparire come delle semplici altalene per bambini anche le più spericolate montagne russe. Non sorprende affatto che il mondo della finanza appaia indifferente. Ma è più che mai inaccettabile che le autorità politiche e quelle di controllo restino, impotenti o incompetenti, alla finestra. Sembra che in diversi paesi sia stato richiesto l’intervento delle autorità competenti. La Consob avrebbe voluto farlo ma ha scoperto di non averne il potere.

    Riteniamo che l’emergenza pandemia ci insegni che l’interesse collettivo viene prima dell’interesse di parte. I governi a livello mondiale si sono finora responsabilmente impegnati a sostenere le economie minate dal corona virus con circa 8 mila miliardi di dollari e le banche centrali sono disposte a fornire “liquidità illimitata”. Di fronte a questo straordinario impegno pubblico e a questa assunzione di responsabilità collettiva e condivisa non possiamo non chiederci perché ancora non si riformino i mercati e non si blocchino le speculazioni selvagge.

    *già sottosegretario all’Economia – **economista

  • La pandemia e l’obbligo delle riforme

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Non covid-bond, chiamamoli Eurobond. Sono, del resto, gli strumenti più importanti e virtuosi che l’Unione europea deve per un lungo periodo mettere in campo, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio del sistema produttivo e industriale europeo che è stato, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.

    Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza.

    L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai cittadini. Dai Paesi del G20, con gli Stati Uniti in testa, dovrebbero arrivare 5.000 miliardi di dollari di sostegni alle economie.

    A loro volta le banche centrali, oltre ai tassi di interesse a zero, hanno annunciato enormi iniezioni di liquidità nel sistema. La Bce metterebbe 870 miliardi di euro, equivalente al 7,3% del pil della zona euro, per comprare dal settore bancario titoli di stato e abs (titoli legati a traballanti asset sottostanti). La Federal Reserve, a sua volta, si dice pronta a garantire liquidità illimitata con lo stesso intento. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato che “con le nostre operazioni di finanziamento stiamo mettendo a disposizioni fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità”.Governi e banche centrali, inoltre, sottolineano che, se la situazione lo richiedesse, gli interventi potrebbero essere ampliati. Lo stesso si sta facendo in tutti gli altri Paesi del mondo, Cina compresa.

    A questo punto riteniamo che sia necessario fare un po’ di chiarezza proprio sul fronte economico e finanziario. Per bloccare la circolazione del contagio del virus è stato deciso di fermare le attività di importanti settori economici, E’ certamente doveroso che i governi facciano tutto ciò che è necessario, dal punto di vista organizzativo e finanziario, per sostenere economicamente le popolazioni costrette a stare in casa ed evitare che le imprese di tutte le dimensioni falliscano per ragioni che evidentemente non sono solo economiche. La quantificazione del sostegno sarà variabile rispetto alla durata dell’emergenza e alla dimensione dell’impatto economico nelle singole realtà nazionali.

    Cosa diversa è la politica monetaria annunciata dalle banche centrali. Esse hanno proposto nuovamente le stesse misure decise per far fronte alla Grande Crisi del 2008: acquistare obbligazioni pubbliche e altri titoli di più dubbio valore in loro possesso con la promessa che le banche beneficiarie facciano rifluire la liquidità verso gli investimenti produttivi e facciano prestiti alle famiglie e in particolare alle Pmi per supportarne le produzioni e i consumi.

    L’esperienza del passato decennio, purtroppo, ci dice che queste promesse non sono state mantenute. Al contrario, gli interventi delle banche centrali sono serviti soprattutto a stabilizzare situazioni compromesse delle banche too big to fail. Questa volta esse “non appaiono” come quelle che chiedono di essere salvate. Tutto passa, s’intende, sotto l’emergenza provocata dal coronavirus.

    Oggi, e lo abbiamo più volte ripetuto anche sulle pagine di questo giornale, il sistema bancario e in particolare quello ancora più potente e nebuloso dello shadow banking si trovano globalmente in una situazione molto più rischiosa di un decennio fa. Basti un dato per comprenderne la gravità: il debito pubblico e privato globale (senza il settore finanziario) è salito al 250 % del pil mondiale. Era del 200% nel 2008. Il gestore di questa enorme e complessa disponibilità finanziaria è ovviamente l’attuale sistema finanziario.

    Noi sosteniamo che sia arrivato il momento che gli Stati intervengano e non siano passivi spettatori, ma attivi e responsabili decisori. Se si è deciso che centinaia di milioni di persone restino chiuse in casa, che le fabbriche debbano fermarsi e che persino le chiese sospendano le loro funzioni, non è tollerabile che i mercati continuino ad avere mano libera come se non fosse successo assolutamente niente. Del resto, essi non sono i nuovi dei dell’Olimpo che possono decidere delle sorti del pianeta.

    Occorre che lo Stato intervenga nei mercati. Perché non bloccarli quando sono in preda ad un’irrazionalità incontrollata e speculativa? Che senso ha vedere le borse perdere il 10-15% in pochi minuti e poi affermare che deve essere così in quanto lo dice la legge suprema, “divina”, del liberismo economico? La domanda da porsi è quanto mai inquietante: è più importante la vita delle persone, delle imprese e l’economia reale oppure la finanza e il suo mercato

    Non si tratta di mettere alla berlina le banche. Anzi, il sistema creditizio è essenziale per il funzionamento dell’economia, dei commerci e delle nazioni. Ecco perché adesso occorre guidare la finanza verso una sua profonda revisione.

    Lasciare mano libera ancora una volta alla finanza speculativa e continuare a operare as usual sarebbe esiziale e significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto dieci anni fa. E’ il momento che gli Stati impongano unitariamente una forma di “amministrazione controllata” sull’intero sistema bancario e finanziario, nel quale salvare la componente sana e liquidare quella malata e speculativa. Perciò è inevitabile la separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. I risparmi delle famiglie e i depositi delle imprese non dovranno più essere usati o messi a garanzia di operazioni speculative di tutti i tipi, a cominciare dai derivati finanziari otc.

    O gli Stati interverranno oppure il sistema, il mercato con le sue pseudo regole attuali, presto o tardi provocherà altre catastrofi economiche e sociali.

    Di solito, dopo le grandi catastrofi o le terribili pandemie non si ritorna alle pratiche del passato, ma ci si impegna a riformare le legislazioni e il modus operandi ritenuti errati e dannosi.

    *già sottosegretario all’economia  **economista

  • Cdp italiana come la KfW tedesca

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘Italia Oggi’ il 3 aprile 2020.

    Il coronavirus, con la sua diffusione planetaria e i suoi effetti devastanti, condiziona tutti i Paesi, a partire dall’Italia. La sfida del rilancio economico sarà epocale, per tutti. È evidente che anche il futuro dell’Unione europea passa inevitabilmente attraverso il finanziamento di un programma unitario di investimenti e di sostegni all’occupazione imperniato sull’efficienza e sulla solidarietà. Ovviamente è opportuno che vi siano anche risorse finanziarie nazionali e degli interventi più mirati alle necessità di stabilità sociale e di ripresa economica.

    La decisione del governo tedesco di mettere in campo 550 miliardi di euro di investimenti nei settori dell’economia reale, attraverso la mediazione della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau (KfW) potrebbe essere un esempio virtuoso da seguire. Si tratta di investimenti veri destinati all’economia, senza inutili mediazioni del sistema bancario privato.

    La KfW è una banca di sviluppo pubblica, controllata dal governo federale per l’80% e dai Laender (l’equivalente delle nostre regioni ma con un potere rafforzato) per il 20%. Fu creata nell’immediato dopo guerra per emettere credito e sostenere progetti per la ricostruzione. Era un tassello del Piano Marshall dedicato alla Germania. Ottenne presto la possibilità di trasformare gli interessi dovuti agli Stati Uniti in aumenti di capitale proprio, e di ampliare così la sua capacità d’investimento.

    Nei decenni passati è stata uno dei principali motori dello sviluppo industriale, infrastrutturale, tecnologico e sociale della Germania fino a diventare un colosso economico. Oggi ha un capitale (equity) di 30 miliardi di euro e investimenti pari a 610 miliardi. La KfW affianca sempre anche le grandi corporation tedesche, come la Siemens, la Daimler o la Mercedes, nella stipulazione di importanti contratti di cooperazione internazionale, siano essi in Cina, in Russia, negli Usa o in altre parti del mondo.

    Raccoglie capitali sui mercati finanziari con l’emissione di obbligazioni, che dal 1998, per legge, sono garantite dallo Stato tedesco. Li trasforma poi in crediti per investimenti in vari settori produttivi, infrastrutture, edilizia sociale, innovazione, nuove tecnologie e in sostegno forte alle imprese. Lo fa attraverso una rete di enti che ha creato e che controlla, come il fondo per le Pmi, quelli per l’export, per lo sviluppo regionale e locale, per le nuove fonti di energia, per l’ambiente, per la cooperazione internazionale, ecc.

    Nel 2008 ha creato anche la Ipex Bank che sostiene le imprese tedesche ed europee in progetti internazionali e nelle loro operazioni di export. Oggi ha un volume di business superiore agli 80 miliardi di euro. La KfW, inoltre, è esentata dai requisiti di capitale e dalle regole dell’Unione bancaria, così come lo sono le banche tedesche di sviluppo regionale, le Landesbank.

    In verità, in Italia, anche il Medio Credito Centrale (Mcc) nel 1953 fu creato su questo modello ma con molti meno poteri e meno autonomia. Oggi, com’è noto, realizza e integra le politiche pubbliche a sostegno del sistema produttivo, in particolare delle pmi. Una mission molto importante che, purtroppo, è rimasta confinata entro dimensioni troppo limitate.

    Anche l’italiana Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) è molto simile alla struttura della KfW. A confronto, però, è anch’essa molto più limitata nelle sue attività. Entrambe sono attive in parecchie operazioni congiunte, per esempio, nel Long Term Investors Club (Ltic). Quest’ultimo, si ricordi, dopo la Grande Crisi del 2008 è stato creato proprio con il compito di promuovere investimenti produttivi e infrastrutturali di lungo periodo in alternativa alla disastrosa finanza «mordi e fuggi».

    Per statuto la nostra Cdp, che gestisce ingenti capitali generati dalla raccolta di risparmio popolare (un totale di 386 miliardi di euro), in particolare attraverso i buoni fruttiferi e i libretti emessi dalle Poste Italiane, è ingessata su operazioni specifiche relative agli investimenti locali. Da qualche anno ha creato anche un fondo di sostegno agli investimenti nelle pmi e ha dovuto cambiare lo statuto per avere la possibilità di operare anche nell’internazionalizzazione dei mercati a sostegno delle imprese italiane che esportano e operano all’estero. Prima non era consentito.

    L’emergenza economica provocata dal coronavirus, con la sospensione del Patto di stabilità europeo, potrebbe diventare l’opportunità, la classica window of opportunity, per ripensare e rimodellare certi enti italiani. Senza inventare cose nuove si potrebbe “copiare” ciò che la Germania ha fatto e dare alla nostra Cdp gli stessi poteri e le stesse prerogative della KfW.

    Certo non si risolverebbero i gravi problemi storici dell’Italia, quali un debito pubblico troppo elevato, un’evasione fiscale sproporzionata, una corruzione intollerabile, una burocrazia inefficiente e tasse elevate su produzione e lavoro. Questi sono problemi e sfide ineludibili per lo Stato italiano. Ma, almeno, avremmo un ente, una sorta di banca nazionale per lo sviluppo, certamente più controllata e più efficiente.

    Si tenga presente, inoltre, che i 550 miliardi di euro di investimenti annunciati dal governo tedesco non vanno a incrementare il debito pubblico nazionale. Saranno gestiti dalla KfW che, in quanto ente indipendente, non entra nel computo del bilancio nazionale. Lo stesso avverrebbe con l’utilizzo della Cdp rafforzata. Qualsiasi aumento della spesa pubblica da parte del nostro governo, sia per l’emergenza sia per altre esigenze, andrà, invece, ad aumentare direttamente il nostro debito pubblico. Non si tratterebbe di una furbizia ma di un semplice ritorno all’idea della «banca nazionale per lo sviluppo».

    Guardando oltre l’attuale emergenza, il presidente Mattarella giustamente ha detto che «per rinascere ci è richiesta la stessa unità del dopoguerra». E noi, più modestamente, riteniamo siano necessari anche istituzioni, tempi e programmi economici simili.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Rinviate al 2023 le nuove regole di Basilea per il comparto bancario

    La revisione delle regole sulle banche di ‘Basilea 3′, la cui entrata in vigore era prevista a partire dal 2022, slitta di un anno per dare al settore maggiore libertà nell’affrontare l’emergenza del coronavirus. E’ quanto ha stabilito il Comitato di Basilea su impulso del gruppo dei governatori delle banche centrali e dei responsabili della vigilanza bancaria (Ghos). In particolare, spiega una nota, slitta la serie di nuove norme su rischio di credito, operativo, terzo pilastro che per l’ampiezza erano state definite Basilea IV e che, secondo le banche, avrebbero ulteriormente frenato il pil europeo.

    François Villeroy de Galhau, Governatore della Banca di Francia e presidente del gruppo di supervisione del comitato di Basilea, ha spiegato la scelta osservando che “è importante che le banche e le autorità di vigilanza siano in grado di impegnare tutte le loro risorse per rispondere all’impatto del Covid-19. Ciò include la fornitura di servizi essenziali per l’economia reale e la garanzia che il sistema bancario rimanga finanziariamente e operativamente resiliente. Le misure approvate oggi (27 marzo, ndr) puntano a dare la priorità a questi obiettivi e rimaniamo pronti a ulteriori interventi se necessario”.

  • Assopopolari e il futuro del credito

    Pubblichiamo di seguito la lettera del Presidente di Assopopolari, Dott. Corrado Sforza Fogliani, apparsa su Il Sole 24 Ore il 10 marzo 2020

    Caro Direttore,

    mi riferisco alla lettera a firma Ettore Prandini pubblicata sul Suo giornale.

    Non mi interessa entrare nel merito del discorso del presidente dei Coltivatori diretti a riguardo della possibile incorporazione dell’Ubi da parte di Banca Intesa San Paolo. Così pure, non discuto del concetti di banca di territorio che Prandini ha, dato che ricomprende in questa categoria di banche (se non ho capito male) persino quella che diventerebbe, addirittura e sempre secondo Prandini, la seconda banca d’Europa.

    Quello che voglio osservare è che il Presidente di Coldiretti forse non considera che andando di questo passo ci avviciniamo vieppiù ad un oligopolio bancario italiano: nel nostro paese finiremmo per avere due o tre grosse banche in tutto, per di più a capitale straniero. Non credo che sarà l’ideale per le piccole e medie aziende.

    Ma non è neanche tutto.

    All’estero convincono grosse banche e banche di territorio (negli Stati Uniti e in Canada come anche in Germania e Francia, la cui più grossa banca è addirittura una banca cooperativa, come cooperative sono le Banche italiane). Da noi, le grandi non diventano tali sviluppandosi e crescendo per linee interne ma facendo fuori le piccole (vicenda Ubi docet). Eppure, l’Italia è il Paese che dovrebbe tenere più di ogni altro alla convivenza di banche dato il sistema di medie e piccole imprese che ci caratterizza.

    La Coldiretti dovrebbe – a mio avviso – essere d’accordo.

    Le sarò grato, Signor Direttore, se vorrà ospitare questa lettera in omaggio al principio di biodiversità che sempre ha finora caratterizzato 24 Ore.

    Corrado Sforza Fogliani

    Presidente Assopopolari

  • Ora va fatto cosa non si fece

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 6 marzo 2020.

    È storicamente accertato che i grandi eventi di dimensione planetaria comportano sempre fibrillazioni più o meno profonde nei sistemi sociali, economici e finanziari e negli stessi equilibri geopolitici. Qualche settimana fa lo avevamo paventato sulle pagine di ItaliaOggi, anche se il coronavirus ancora non aveva avuto l’attuale diffusione.

    Siamo di fronte a una potenziale pandemia che purtroppo ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008.

    Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti paesi.

    Questa volta la crisi sembra partire proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale.

    In questa situazione la capacità d’intervento delle banche centrali si è molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari Quantative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.

    Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di chi vorrebbe usare il corona virus per giustificare la crisi finanziaria e coprire le enormi responsabilità di una finanza spregiudicata. Ma quello esposto potrebbe essere il meccanismo di una possibile nuova crisi.

    Auspichiamo, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l’occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.

    Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato «Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica».

    La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile «scontro di civiltà». Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.

    1) Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano «una stagnazione secolare». Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.

    2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto «Sistema americano» di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.

    Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.

    3) Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco «più complice». Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.

    Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l’economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l’ambiente.

    Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

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