Banche

  • Il Sistema Banca-Impresa in Italia di fronte agli Shock Geopolitici del 2026

    Di fronte alla crisi in essere Il Patto Sociale è lieto di offrire ai propri lettori lo studio del Dottor Sangalli su Analisi delle condizioni di credito, dinamiche inflazionistiche e vulnerabilità dimensionale tra Grandi Imprese e PMI

    Introduzione

    La configurazione macrofinanziaria dell’economia italiana nella prima metà del 2026 si trova a fronteggiare due fenomeni macroeconomici di rilevante impatto: da un lato, l’assorbimento progressivo, ancorchè faticoso, del più aggressivo ciclo di restrizione monetaria imposto dalla Banca Centrale Europea nell’ultimo quarantennio, dall’altro, l’attivazione improvvisa di una violenta crisi geopolitica nel teatro mediorientale a partire dalla fine di febbraio 2026. Questa sovrapposizione di shock non si sta traducendo in un’interruzione simmetrica e generalizzata dei flussi di finanziamento verso l’economia reale – dinamica comunemente identificata come credit crunch – quanto piuttosto in una profonda metamorfosi qualitativa dei criteri allocativi delle banche. Si assiste all’affermazione di un regime di “selettività asimmetrica” (o selective financial tightening), all’interno del quale il merito creditizio viene pesato non solo sulla base dei flussi storici, ma sulla capacità predittiva di assorbire eventi esterni esogeni di varia natura (p.e. energetica e logistica, nel contesto attuale).

    Sebbene l’aggregato macroeconomico nazionale esprima una rassicurante tenuta complessiva – sostenuta da livelli di patrimonializzazione bancaria storicamente elevati e da bilanci delle grandi imprese ampiamente liquidi – l’analisi analitica rivela una marcata polarizzazione dimensionale. L’intersecarsi tra l’impennata dei costi degli input energetici, il ritiro progressivo dello scudo delle garanzie pubbliche statali e l’irrigidimento delle condizioni dei contratti di finanziamento sta stringendo in una morsa il tessuto atomistico delle piccole e medie imprese (PMI).

    In questo contesto risulta evidente una profonda asimmetria dimensionale, dove le grandi imprese riescono a disintermediare efficacemente il canale bancario, mentre le PMI rischiano di subire maggiormente il peso specifico della selettività del credito.

    1. La trasmissione degli shock globali sui costi aziendali e sulle attese macroeconomiche

    L’esplosione delle ostilità nel teatro mediorientale, culminata nelle severe chiusure lungo lo Stretto di Hormuz a partire dalla primavera del 2026, ha bruscamente interrotto la traiettoria di rientro dell’inflazione verso i target strutturali dell’area euro.

    La reazione dei mercati delle materie prime è stata immediata e violenta: sul fronte delle quotazioni reali del greggio, il mercato spot ha registrato dinamiche convulse con picchi che hanno superato i 118 dollari al barile (+ 57% rispetto a novembre 2025), altrettanto severo si è rivelato lo shock sul comparto del gas naturale europeo, con il prezzo all’ingrosso sulla piattaforma TTF di Amsterdam salito rapidamente a quota 44 euro per Megawattora,(+ 40% rispetto ai valori della fine del 2025).

    Questa impennata dei costi dei fattori produttivi primari si propaga lungo la catena del valore industriale con un effetto cumulativo. Secondo i dati aggregati della Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE) pubblicata dall’Eurosistema, le imprese della regione stimano, per l’anno in corso, un incremento medio del 5,8% dei loro costi operativi complessivi, trainato proprio dalla componente energetica e dai costi di trasporto. La persistenza di tali pressioni ha alterato in modo sostanziale le aspettative inflazionistiche a breve termine: le attese a dodici mesi per l’area euro si sono riposizionate al 3,0%, surclassando lo scenario base del 2,5% che era stato ipotizzato nei modelli previsionali di inizio anno. Di conseguenza, i mercati finanziari hanno ricalibrato la struttura a termine dei tassi di interesse, incorporando l’aspettativa di tassi ufficiali più elevati per un periodo di tempo prolungato.

    L’impatto di questo scenario si riflette in modo asimmetrico sulla struttura dei costi di finanziamento delle aziende italiane. La formula del tasso di interesse reale (r) applicato all’impresa può essere concettualizzata come: r = (i – π) + RP dove i rappresenta il tasso nominale, π l’inflazione attesa e RP il premio per il rischio specifico che tendenzialmente risulta inversamente correlato al fattore dimensionale dell’azienda. Se per le grandi imprese l’incremento di π contribuisce temporaneamente ad attutire il peso reale del debito, per il segmento delle PMI l’incremento esogeno di RP, indotto dalla compressione dei margini operativi lordi (MOL) dovuta all’incremento dei costi energetici, surclassa l’effetto inflazionistico, traducendosi in un immediato aumento del costo reale del capitale.

    2.  La metamorfosi del credito: dall’erogazione assistita alla selettività bancaria

    L’evidenza empirica racchiusa nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria della Banca d’Italia esclude l’esistenza di un blocco quantitativo indiscriminato dell’offerta di moneta bancaria. I criteri generali di accesso al credito, mappati attraverso il Bank Lending Survey, si mantengono formalmente stabili; tuttavia, si rileva una profonda rigidità applicata alle condizioni accessorie e di prezzo. Le banche italiane, pur disponendo di un’ampia riserva di capitale – testimoniata da un coefficiente CET1 medio di sistema pari al 15,7 per cento (pur se in calo dal 16,1% di giugno 2025) e da una redditività netta (ROE) attestata al 13,8 per cento alla fine del 2025 (in crescita rispetto al 12,7% del 2024 beneficiando anche di fattori temporanei) –, stanno attuando una severa differenziazione nell’applicazione delle clausole di concessione del credito.

    L’indagine SAFE del primo trimestre 2026 rileva che il 37 per cento delle imprese ha registrato un netto aumento dei costi accessori, delle commissioni e delle spese bancarie di istruttoria, mentre il 14 per cento segnala richieste nettamente più stringenti in termini di garanzie reali. Questa stretta sulle garanzie trova una spiegazione diretta nelle scelte di finanza pubblica: la Legge di Bilancio per il 2026 ha ridotto di ulteriori 20 miliardi di euro lo stanziamento massimo per i fondi di garanzia statale gestiti dal Fondo Centrale (FCG) e da SACE, fissando il tetto massimo della capacità di impegno a 140 miliardi di euro. Il progressivo smantellamento dello scudo pubblico, introdotto nella fase emergenziale connessa con la pandemia da covid 19, priva gli istituti di credito della possibilità di trasferire il rischio sullo Stato, costringendoli a internalizzare le potenziali perdite. Per arginare quest’ultimo fenomeno, soprattutto le PMI, potranno trovare un valido supporto nei confidi a patto che questi operino a costi competitivi e anche in assenza della garanzia pubblica.

    Le indagini svolte evidenziano come il fenomeno di incremento dei tassi di interesse sia osservato sia dalle grandi imprese che dalle PMI che, tuttavia, risultano sfavorite nell’accesso al credito.

    La qualità dell’attivo bancario, pur rimanendo eccellente con un tasso di deterioramento medio dei prestiti alle imprese fermo al 2,2% a fine dicembre 2025, comincia a mostrare i primi segnali di divergenza strutturale. Le banche meno significative (Less Significant Institutions, LSI), la cui attività è storicamente radicata nel finanziamento delle imprese di prossimità geografica e di minore scala, registrano indici di deterioramento sensibilmente più elevati rispetto ai grandi gruppi sistemici. Questa dinamica non è legata a una minore efficienza dei processi di monitoraggio delle LSI, quanto piuttosto alla composizione intrinseca del loro portafoglio impieghi, fortemente concentrato su micro-aziende prive di diversificazione geografica e merceologica, e pertanto più direttamente esposte all’aumento dei costi di gestione e agli shock esterni.

    Dalla seconda metà del 2025 abbiamo assistito ad una nuova fase di espansione del credito a condizioni favorevoli anche se principalmente trainata dalle aziende di grandi dimensioni che restano preferite dal ceto bancario. Sul versante delle PMI, invece, le banche privilegiano quelle solide e virtuose, non solo dal punto di vista dei dati di bilancio.

    Si intensifica, quindi, l’approccio selettivo nella concessione del credito: le aziende più problematiche resteranno sempre più ai margini del mercato finanziario, costrette a rivolgersi a canali paralleli e ad accettare condizioni più gravose dettate dall’innegabile maggior rischio di credito intrinseco.

    3. La polarizzazione dimensionale: la disintermediazione dei Grandi Gruppi e l’isolamento delle PMI

    I dati di Banca d’Italia rappresentano un sistema imprenditoriale domestico caratterizzato da un tasso di indebitamento contenuto (nel 2025 il rapporto tra liquidità e passività si è mantenuto superiore al 10 per cento, al di sopra della media dell’area dell’euro – circa il 7 per cento) ma bancocentrico (46% dei debiti finanziari totali) anche se in calo rispetto al passato.

    Il debito finanziario totale del settore societario italiano si è attestato al 58% del PIL, un valore ampiamente inferiore rispetto alla media dell’area euro.

    Il fenomeno più rilevante che emerge dall’analisi del sistema produttivo italiano nel 2026 è il definitivo disallineamento strategico tra i grandi campioni industriali nazionali e la galassia delle piccole e medie imprese. Le grandi aziende si presentano a questa nuova fase di turbolenza forti di un processo di consolidamento patrimoniale decennale. Le emissioni di bond (il cui peso preponderante resta appannaggio delle Grandi imprese) sono cresciute dell’8,2% nel 2025, arrivando a pesare per il 17% sui debiti finanziari totali del comparto aziendale.

    Questa diversificazione delle fonti permette ai grandi gruppi di negoziare con il sistema bancario da una posizione di assoluta forza, ottenendo condizioni di tasso e di garanzie collaterali inferiori alla media di mercato. Al contrario, la piccola e media impresa italiana rimane strutturalmente ancorata a una condizione di dipendenza bancaria tradizionale (spesso mono banca), priva di accessi diretti ai mercati dei capitali istituzionali.

    Le PMI, quindi, subiscono le conseguenze dirette della selettività bancaria anche a causa del loro ridotto potere contrattuale. Inoltre, l’introduzione dei nuovi parametri legati ai dossier di sostenibilità aziendale e ai criteri ESG (Environmental, Social, Governance) agisce da ulteriore filtro escludente: le banche, vincolate dalle autorità di vigilanza a ridurre i rischi di transizione nei propri bilanci, tendono a penalizzare o a sovra prezzare il credito destinato a piccole imprese, in special modo manifatturiere o edili, che non dispongono delle risorse manageriali necessarie a certificare la sostenibilità dei propri processi produttivi.

    4. Canali alternativi alla prova dei tassi e modelli di vulnerabilità predittiva

    La speranza che i canali di finanza alternativa e il comparto del Fintech potessero assorbire la domanda di credito insoddisfatta dal sistema bancario tradizionale si è scontrata, nel biennio 2025-2026, con il mutamento radicale della politica monetaria. L’era dei tassi a zero aveva spinto ingenti capitali privati verso le piattaforme di crowdfunding e di digital lending alla ricerca di rendimenti più elevati, tuttavia, l’innalzamento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato e sulle attività a ridotto rischio ha svuotato la liquidità di questi canali alternativi. Il Rapporto della Banca d’Italia evidenzia una crisi sistemica dell’industria del crowdfunding italiano, dove oltre il 75 per cento delle piattaforme censite ha chiuso l’ultimo esercizio in perdita a causa della drastica contrazione dei volumi transati e dell’aumento dei tassi di default dei progetti finanziati.

    Per misurare la tenuta del sistema produttivo di fronte al prolungarsi dello shock combinato (tassi elevati e rincari energetici), la Banca d’Italia ha utilizzato complessi modelli di simulazione predittiva sui bilanci aziendali. I risultati di questo lavoro indicano che la quota di debito finanziario in mano a imprese classificate come “vulnerabili” (caratterizzate da un indice di copertura degli oneri finanziari sul margine operativo lordo inferiore alla soglia critica) si attesterebbe intorno al 35% nel modello base, per arrivare a circa il 40% nello scenario peggiore.

    Entrando più in dettaglio nei dati si rileva la distribuzione asimmetrica di questa vulnerabilità. Il modello evidenzia, infatti, che il rischio di insolvenza, per altro in calo, si concentra nel segmento delle imprese operanti nei settori ad alta intensità energetica, come la manifattura e il comparto delle costruzioni e dell’edilizia, quest’ultimo già penalizzato dal termine delle politiche di incentivazione fiscale. Per queste aziende, la compressione simultanea dei ricavi (dovuta al rallentamento della domanda globale) e l’espansione dei costi fissi finanziari configurano una crisi di liquidità strutturale che i canali alternativi non sono più in grado di tamponare.

    Conclusioni e implicazioni di policy

    L’analisi sistematica delle dinamiche economiche e creditizie che caratterizzano il sistema banca-impresa in Italia nel 2026 evidenzia luci ed ombre.

    La stabilità finanziaria aggregata del paese appare fuori discussione: il sistema bancario è solido, capitalizzato e profittevole, e la grande industria italiana ha dimostrato una flessibilità e una maturità finanziaria in grado di superare le crisi del passato. Tuttavia, l’approccio puramente aggregato rischia di occultare una crepa strutturale profonda. La rigidità selettiva applicata dal sistema creditizio, sollecitata dal ridimensionamento delle garanzie statali e dall’onerosità dei costi accessori, sta isolando la componente più frammentata e numerosa del tessuto produttivo italiano: le PMI.

    Per quanto lo studio non evidenzi fenomeni di credit crunch specifici e mirati, ma piuttosto indicazioni di selettività nell’allocazione delle risorse, è pur vero che le grandi imprese riescono ad essere più virtuose e sensibili alla compliance e alle tematiche ESG risultando, quindi, più appetibili al ceto bancario.

    Per evitare che la necessaria e fisiologica selezione del merito creditizio si trasformi in una emarginazione finanziaria delle piccole e medie imprese, queste dovranno, necessariamente, fare un salto di passo adattando strumenti tipici delle realtà di più grandi dimensioni. La capacità di produrre un’eloquente informativa economica e finanziaria, un adeguato sistema di controllo interno e l’attenzione ai temi Environmental Social and Governance consentiranno di ridurre i rischi intrinsechi percepiti dal sistema finanziario e da quello dei capitali in genere e quindi di attrarre una maggior quota dei fondi disponibili. Le logiche di sottocapitalizzazione tipiche delle micro imprese italiane dovranno essere superate favorendo una più corretta allocazione dei capitali ad equity.

    La strada non sarà quella di rivolgersi a banche meno significative (less significant institutions, LSI), il cui modello evidenzia segnali di crisi e scarsa tenuta prospettica (alcuni player si stanno già ritirando dal mercato), con l’auspicio di ottenere il credito che gli istituti principali hanno rifiutato, ma piuttosto l’attenzione e l’apertura al mercato dei capitali in genere utilizzando tutti gli strumenti disponibili: dalla quotazione in borsa, ai mini bond e alle operazioni di finanza strutturata.

    È auspicabile che a livello istituzionale venga sostenuta la creazione di veicoli di cartolarizzazione comunitari (come i Basket Bond regionali o settoriali) che consentano anche alle piccole e medie imprese di accedere in modo aggregato al mercato dei capitali, superando lo stato di importante dipendenza dallo sportello bancario.

    Solo attraverso un’accelerazione dei processi di aggregazione aziendale e una finanza pubblica mirata l’Italia potrà preservare l’integrità delle proprie filiere produttive di fronte agli shock di un contesto globale ormai perennemente instabile.

    Milano, 25 maggio 2026                                                                                                      Dott. Enrico Sangalli

    Riferimenti Bibliografici e Fonti Documentali

    1. Banca d’Italia (2026). Rapporto sulla stabilità finanziaria, Numero 1, Aprile Roma: Centro Stampa Banca d’Italia. Disponibile su: www.bancaditalia.it/pubblicazioni
    2. Banca Centrale Europea (2026). Survey on the Access to Finance of Enterprises (SAFE), Rilevazione del primo trimestre 2026, pubblicata il 7 Maggio 2026. Francoforte: European Central Bank.
    3. BCE Survey on the Access to Finance of Enterprises in the euro area – First quarter of 2026
  • E se Luxottica fosse uno strumento?

    E se il vero obiettivo finale non fosse tanto Luxottica ma potesse rappresentare uno strumento o il mezzo per raggiungere un altro e molto più ambizioso obiettivo? L’operazione Luxottica ormai può venire definita e conclusa con la disponibilità confermata dalle banche di finanziarla.

    Tuttavia ad un’analisi un po’ più attenta, e forse anche maliziosa, sembra che dietro alle banche (Bnp Paribas, Credit agricole UniCredit), ci potrebbero essere degli operatori francesi non direttamente interessati alla gestione del Colosso dell’occhialeria Agordina (1).

    Un altro particolare interessante emerge da un’analisi comparativa con la vicenda Safilo, altra azienda dell’occhialeria dalla provincia di Belluno, in quanto sembra si stia ripetendo quello che è stato il copione con l’acquisizione di Safilo da parte di uno dei tre fratelli con gli esiti noti (2).

    A questi primi due punti di analisi andrebbe aggiunta un terzo in considerazione del fatto che questa operazione finanziaria non possa essere definita come una scalata ostile.

    Viceversa è una classica operazione di mercato che illude il protagonista della scalata di essere il più forte (all’interno della holding che controlla l’industria Luxottica) ma contemporaneamente lo rende più debole e vulnerabile proprio per il peso dei debiti (3) nei diversi scenari con i quali si confronta. In altre parole le banche fornirebbero gli strumenti per indebolire la Holding impegnata in altri scenari finanziari.

    Questa perdita di peso specifico della Holding rappresenta allora un aspetto fondamentale all’interno di un’altra vicenda finanziaria, ben più pesante, rappresentata dall’assalto all’ultima fortezza finanziaria italiana.

    All’interno, infatti, della complicata disputa per il controllo delle Generali di Trieste (con un fatturato pari a tre volte quello della Luxottica), l’alleanza tra Delfin e Caltagirone ha rappresentato un argine italiano contro i soci francesi che volevano impadronirsi del controllo gestionale dei Risparmi del Colosso triestino (4).

    Da questo confronto ed unendo i quattro punti lo scenario che ne segue risulta decisamente diverso perché Luxottica da preda di una scalata diventa uno strumento per indebolire la Holding Delfin.

    Infatti pur mantenendo l’alleanza con Caltagirone, anche attraverso partecipazioni ed acquisizioni bancarie (*), in rapporto allo scontro di potere per il controllo di Generali i due protagonisti italiani sono destinati a perdere potenza e credibilità proprio a causa della situazione debitoria della holding Delfin che controlla Luxottica, a tutto vantaggio degli antagonisti francesi.

    (*) Quote di Generali sono detenute da Delfin (Gruppo Del Vecchio, circa il 10%) e dal Gruppo Caltagirone (circa 7%), che esercitano con la loro Alleanza una forte influenza.

    Nel 2025, si segnala l’ingresso rilevante del Monte dei Paschi di Siena (MPS) come azionista nel quale a loro volta hanno una importante quota Delfin e Caltagirone, attraverso questo hanno anche acquisito Mediobanca che detiene il circa il 13,1% di Generali.

  • Gli italiani continuano a spendere soldi che ancora non hanno in tasca

    In Italia, rileva l’ultimo Market Outlook relativo al BNPL realizzato da CRIF, nel secondo semestre del 2025 i finanziamenti Buy Now Pay Later (BNPL) hanno continuato a registrare un tasso di crescita sostenuto e a doppia cifra. L’erogato ha infatti evidenziato un incremento del 23% rispetto allo stesso periodo del 2024 (+220% rispetto al I semestre 2022). Parallelamente, il segmento Small Ticket tradizionale (prestiti sotto i 1.500 euro) ha mostrato una contrazione del 10% nel secondo semestre 2025, suggerendo un cambiamento nelle preferenze dei consumatori verso soluzioni di credito più flessibili e digitali.

    In questo contesto, la rischiosità del BNPL continua a mantenersi su livelli contenuti, con tassi di default inferiori rispetto al credito finalizzato tradizionale. Il livello di rischio riflette una composizione del target di clientela in parte differente rispetto allo Small Ticket tradizionale, più selezionato e orientato a soluzioni digitali di breve termine, percepite da una parte della clientela come facilitazioni di pagamento più che strumenti creditizi.

    “Anche nel secondo semestre del 2025, il Buy Now Pay Later mostra tassi di crescita a doppia cifra e al contempo un livello medio di rischiosità che rimane contenuto, a fronte di una riduzione del credito finalizzato Small Ticket. Il profilo demografico degli utenti di BNPL si conferma mediamente più giovane rispetto a quello dei clienti del credito finalizzato tradizionale”, commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF. “L’analisi del comportamento degli utenti rivela come il BNPL venga adottato da una clientela orientata a strumenti digitali di breve termine, percepiti principalmente come facilitazioni di pagamento piuttosto che come forme di credito tradizionale. Questa preferenza sottolinea una crescente attenzione alla flessibilità e all’immediatezza delle soluzioni proposte, specie per gli importi di credito più bassi”.

    Nel mercato italiano si conferma progressivamente la dinamica di sostituzione tra il credito finalizzato tradizionale e le soluzioni BNPL relativamente alle fasce di importo più contenute. Infatti, il 60% dei contratti BNPL erogati nel 2025 mostrano ticket inferiori ai 1.000€; mentre nel 24% dei casi i finanziamenti salgono sopra la soglia dei 1.500€.

    Rispetto al finalizzato tradizionale (escludendo però l’acquisto di autoveicoli), i finanziamenti superiori a 1.500€ sono invece più di un terzo delle pratiche erogate.

    In termini di preferenze di acquisto, il prestito finalizzato Small Ticket risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche (43%) e nella grande distribuzione (35%).

    Parallelamente, per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona (31,9%), abbigliamento e turismo (16,9%) e i prodotti per la casa (15,2%).

    L’analisi dei prodotti creditizi posseduti dagli utenti di BNPL evidenzia una forte propensione al “repeat”. Infatti, chi ha già usufruito di questa modalità di finanziamento tende a richiederla nuovamente. Inoltre, il Buy Now Pay Later registra un crescente successo anche all’interno dei possessori di prestiti small ticket tradizionali, confermando una capacità di attrazione trasversale.

    Inoltre, la diffusione crescente dei prodotti BNPL si conferma un fattore chiave per promuovere l’inclusione finanziaria. L’analisi evidenzia come il tasso di ‘new to credit’ — ovvero la quota di individui privi di una storia creditizia che si affaccia per la prima volta al mondo del credito — sia più del doppio (19%) rispetto a quello rilevato per le soluzioni di credito tradizionali (8%).

    Per quanto riguarda l’età, il secondo semestre del 2025 evidenzia come la maggior parte degli utenti appartenga alle generazioni Gen X (34%) e Millennials (29,5%). Seguono Gen Z (18,1%) e la generazione dei Baby Boomers (18%), confermando che il BNPL non è esclusivamente appannaggio dei più giovani. Queste evidenze suggeriscono una progressiva diffusione del BNPL anche tra le fasce d’età più mature della popolazione italiana, a testimonianza della crescente familiarità con le nuove soluzioni digitali di pagamento e una maggiore solidità nelle capacità di spesa.

    Inoltre, nel panorama del credito al consumo, il BNPL si distingue per una composizione di utenza unica nel suo genere. Secondo le ultime analisi, infatti, il prodotto BNPL registra una significativa prevalenza di utenti di genere femminile, con il 55% delle richieste provenienti da donne, rispetto al 45% degli uomini. Questo dato rappresenta un elemento distintivo rispetto alle altre categorie di finanziamento attualmente presenti sul mercato italiano. In particolare, il segmento del credito finalizzato Small Ticket mostra un’evidenza opposta, con una maggiore presenza maschile (55%) rispetto a quella femminile (45%), confermando il posizionamento peculiare del BNPL e la sua capacità di intercettare target demografici differenti.

    A livello geografico, si evidenzia una minore incidenza dell’erogato BNPL nelle regioni del Sud-Italia (31% BNPL vs 40% dello Small Ticket), e Nord-Ovest (31% BNPL vs 23% dello Small Ticket), a fronte di una minore incidenza nel Centro (24% BNPL vs 22% dello Small Ticket). Similari invece le quote nel Nord-Est (15% per entrambe le tipologie).

    “Il BNPL nel nostro Paese si conferma un potente stimolo all’inclusione finanziaria. In aggiunta, si distingue per una significativa prevalenza del genere femminile tra coloro che scelgono questa forma di finanziamento rispetto allo Small Ticket tradizionale. Dal punto di vista demografico, l’utilizzo del BNPL si sta progressivamente diffondendo anche tra le generazioni meno giovani, anche in funzione della semplicità e immediatezza di utilizzo. Invece, guardando da un punto di vista settoriale, se il finalizzato tradizionale risulta particolarmente diffuso tra i dealer specializzati in apparecchiature informatiche e nella Grande Distribuzione Organizzata, di contro per il BNPL si evidenzia una diffusione anche in altri segmenti di mercato, quali i prodotti per la persona, l’abbigliamento e il turismo”, aggiunge Antonio Deledda, Executive Director di CRIF.

  • L’operazione Luxottica

    Per quanto ci avesse provato Leonardo Del Vecchio ad assicurare un futuro industriale alla propria azienda condiviso con la famiglia, gli ultimi contrasti tra gli eredi dimostrano come il suo desiderio molto probabilmente resterà inespresso.

    Al netto delle personalità dei singoli eredi, l’operazione che vede protagonista ora Leonardo Maria Del Vecchio, il quale intende acquisire le quote dei fratelli e della madre con l’obiettivo di arrivare al 37.5% dell’azienda, andrebbe inquadrata all’interno di una visione puramente finanziaria e magari speculative e non certo industriale.

    In più, nasconde una volontà speculativa espressa da altri protagonisti finanziari, molto più pericolosa di quanto non si creda, rispetto ad una infantile volontà di autoaffermazione che sembra emergere dal protagonista. Questa operazione, infatti, viene finanziata principalmente da tre banche: Unicredit, BNP Paribas e Credit agricole. Questi istituti, per erogare il prestito necessario a concludere la cessione delle quote tra fratelli la cui dotazione finanziaria dovrebbe essere tra i 10 e i 14 miliardi, otterranno a garanzia l’intero pacchetto azionario acquisito da Leonardo Maria Del Vecchio.

    In altre parole, il figlio del fondatore di Luxottica si sta addentrando all’interno di un ginepraio finanziario, in quanto la leva del debito alla fine, molto probabilmente, lo obbligherà all’unica soluzione per uscire dalla stessa spirale debitoria, ovvero la cessione delle proprie quote agli Istituti bancari che lo hanno finanziato.

    Questo rappresenta l’unico vero obiettivo degli istituti che già oggi intendono perseguire con il finanziamento all’erede del fondatore di Luxottica, in quanto tutta l’operazione non ha alcun valore industriale dato che non è finalizzata a qualche acquisizione ma semplicemente ad una diversa distribuzione delle quote azionarie. Attraverso, quindi, questa inevitabile cessione delle quote azionarie, gli Istituti bancari riusciranno a moltiplicare i propri utili (ben oltre la quota debitoria) spezzettando e ponendo sul mercato i singoli ramo e Brand del colosso dell’occhialeria cadorina. E non ha alcuna importanza se gli Istituti bancari operino in autonomia oppure su mandato di qualche figura che non si vuole manifestare.

    L’effetto non cambia, e sembra incredibile come nessuno abbia ancora colto il pericolo che una delle migliori aziende italiane al mondo italiane sta correndo, anche in considerazione del ruolo economico, occupazionale e sociale che la stessa azienda esercita ad Agordo, nella provincia di Belluno, nel Veneto e nell’Italia intera. Un pericolo che trae la propria origine da un desiderio di protagonismo infantile e da una precisa volontà speculativa, ma anche come una forma di assoluto disprezzo nei confronti delle intenzioni manifestate dal fondatore Leonardo Del Vecchio in relazione al futuro della società che aveva creato dal nulla.

  • Le truffe sono in continuo aumento

    Alcune banche, come la Banca di Piacenza, cercano di impedire che i loro clienti siano truffati, altre banche, incomprensibilmente, tacciono.

    Gentile Cliente,

    desideriamo informarLa che, negli ultimi tempi, si stanno diffondendo tentativi di truffa telefonica e digitale realizzati con modalità sempre più sofisticate, che possono apparire come comunicazioni provenienti dalla banca o da enti istituzionali, pur non essendolo.

    Come si presentano:

    – messaggi o telefonate che segnalano presunte anomalie sul conto;

    – richieste di intervento urgente per “mettere in sicurezza” i fondi;

    – indicazioni operative dettagliate, anche sotto forma di bonifici verso conti indicati come sicuri;

    – inviti alla riservatezza di non confrontarsi con il personale di filiale.

    Attenzione: non fornite informazioni riservate o dati sensibili a nessuno.

    La Banca di Piacenza non li chiede MAI né per telefono, né per posta elettronica, né tramite profili social.

    Hai dubbi? Chiama la tua filiale o contattaci utilizzando solo i nostri canali ufficiali

  • Richieste di mutuo in contrazione nel primo trimestre 2026

    Nel primo trimestre del 2026 la domanda dei mutui immobiliari richiesti dalle famiglie italiane registra una contrazione del -12,4%, un calo dovuto almeno in parte alla crescita molto sostenuta nello stesso trimestre del 2025. La domanda di mutui nel primo trimestre 2026 è stata, infatti, significativamente superiore a quella del pari periodo sia del 2023 sia del 2024. Se consideriamo il solo mese di marzo, la richiesta di mutui subisce un contraccolpo del -15,0%. Come si evince dal grafico sottostante, da luglio 2025 si è delineato un lento decrescendo che ha portato a una contrazione della domanda da ottobre fino ai giorni nostri. Nel 2025, il fenomeno delle surroghe segna un +25,1%, mentre i nuovi mutui erogati sono cresciuti del 15,1%. Va però segnalato che il fenomeno della surroga è in frenata da ottobre 2025 perdendo nell’ultimo trimestre 9,2 p.p, a conferma di un ridimensionamento che interessa l’intero comparto (Fonte: il Sistema di Informazioni Creditizie EURISC).

    “Le forti tensioni geopolitiche stanno minando le prospettive di crescita, alimentando il rischio di una frenata dei mercati. Questa complessa congiuntura pone le famiglie in una situazione di incertezza e di prudenza nel richiedere finanziamenti di lungo periodo; così come, analogamente, il perdurare delle tensioni sui costi delle materie prime energetiche, fanno ipotizzare un rialzo dell’inflazione, il che genera incertezza nelle modalità di definizione dei tassi di interesse. È una situazione che abbiamo visto sovente in questi ultimi anni. Oggi, quasi nove mutui su dieci (86%) vengono stipulati a tasso fisso, una scelta che riguarda sia i nuovi contratti sia le surroghe. A spingere i consumatori verso questa soluzione sono le condizioni di mercato favorevoli, che offrono la sicurezza di un canone costante nel tempo” commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF.

    L’importo medio richiesto ha un valore di 161.059 in questo primo trimestre dell’anno, con uno scostamento del +4,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta del valore più alto di questi ultimi 10 anni, se pensiamo che nel 2016 l’importo medio si aggirava a poco più di 122.000 euro.

    Per quanto riguarda la distribuzione per fascia di importo, nel primo trimestre del 2026 le richieste di mutuo si concentrano nella fascia 100.000-150.000 euro con il 30,6% e 150.000-300.000 euro per il 31,3%, un dato sostanzialmente in linea con il corrispondente periodo del 2025.

    Dall’analisi della distribuzione delle richieste per durata emerge che il 43,5% del totale richiede mutui tra 25-30 anni. È proprio questa fascia di durata a raccogliere la maggior parte delle richieste, poiché per effetto di un importo medio sempre più elevato è necessario per le famiglie diluire il debito nel tempo con rate più piccole per non pesare troppo sul bilancio famigliare.

    Anche la domanda per classi di età si mantiene pressoché stabile rispetto allo stesso trimestre del 2025. Infatti, continua a essere il range di età compresa tra i 35-44 anni a raccogliere la maggiore incidenza con il 47,7% del totale.

  • 1935: l’oro per la Patria di Mussolini, 2026: il risparmio per Ursula von der Leyen e Blackrock

    Nel 1935 (dicembre) i cittadini italiani vennero chiamati a portare il proprio “oro alla Patria” per sostenere le spese della guerra in Etiopia e contrastare le sanzioni economiche.

    Nel 2026 la Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha lanciato l’iniziativa “Savings & Investments Union” (SIU), volta a canalizzare parte dei circa 10.000 miliardi di euro di risparmi privati europei “fermi” nei conti correnti per sostenere gli investimenti in economia reale. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità “parcheggiata” presso gli Istituti bancari in investimenti produttivi, startup e progetti strategici ma molto probabilmente soprattutto nel settore della Difesa

    Il progetto prevede la creazione di un patto tra il settore finanziario, investitori istituzionali, i cittadini finalizzato a creare degli strumenti finanziari dedicati, come anticipato prima, anche al settore della Difesa.

    Sembra incredibile come per giustificare una necessità di risorse finanziarie l’Unione Europea, nella persona di Ursula Von del Leyen, arrivi a definire i depositi del risparmio dei cittadini sui conti correnti come risorse “inattive”.

    Andrebbe ricordato ai vertici europei come quasi il 50% della liquidità depositata presso gli Istituti bancari venga utilizzata come finanziamento alle imprese mentre un’altra forte percentuale sia destinata all’acquisto di titoli di stato e prestiti alle famiglie sotto forma di credito al consumo e mutui e solo una minima parte rimanga presso l’Istituto bancario come coefficienti di riserva obbligatoria (1% fissato dalla BCE).

    In più desta qualche sospetto la contemporaneità della iniziativa europea con quella, solo di qualche settimana addietro, del CEO di Blackrock (la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con un patrimonio gestito che ha superato i 14.000 miliardi di dollari) il quale ha lanciato un medesimo appello sull’utilizzo sempre dei depositi presso i conti correnti degli Istituti bancari.

    Larry Fink, Ceo di Blackrock, ha infatto invitato i risparmiatori a spostare i propri risparmi dai conti correnti ai fondi di investimento gestito con l’obiettivo di finanziare la ripresa economica e magari appunto gli investimenti in difesa. La contemporaneità della strategia finanziaria dei vertici istituzionali europei con il più grande fondo di gestione privata risulta assolutamente imbarazzante. E certifica, ancora una volta, come l’obiettivo rimanga quello del risparmio privato come ultima risorsa per accrescere ulteriormente i finanziamenti ad obiettivi altrimenti difficilmente giustificabili e soprattutto condivisibili con i cittadini e gli elettori europei.

    Certamente i termini e le stesse modalità della richiesta di risorse finanziarie da parte delle istituzioni europee come dei vertici finanziari potranno risultare molto lontani da quelli di Mussolini del 1935. Nella sostanza, tuttavia, le differenze svaniscono in quanto nulla è cambiato da quella richiesta di oro per la Patria che l’Unione Europea adesso si appresta a chiedere in forma di gestione dei risparmi.

    Certamente rimane la speranza che questi due iniziative, tra loro molto simili, non siano anche nel secondo caso, come avvenne nel primo, propedeutica ad una guerra mondiale.

  • Le banche serie avvertono i loro clienti e vigilano per tutelarli

    Gentile Cliente,

    desideriamo informarLa che, negli ultimi tempi, si stanno diffondendo tentativi di truffa telefonica e digitale realizzati con modalità sempre più sofisticate, che possono apparire come comunicazioni provenienti dalla banca o da enti istituzionali, pur non essendolo.

    Come si presentano:

    – messaggi o telefonate che segnalano presunte anomalie sul conto;

    – richieste di intervento urgente per “mettere in sicurezza” i fondi;

    – indicazioni operative dettagliate, anche sotto forma di bonifici verso conti indicati come sicuri;

    – inviti alla riservatezza di non confrontarsi con il personale di filiale

    Attenzione:

    Non fornite informazioni riservate o dati sensibili a nessuno.

    La Banca di Piacenza non li chiede MAI né per telefono, né per posta elettronica, né tramite profili social.

    Hai dubbi?

    Chiama la tua filiale o contattaci utilizzando solo i nostri canali ufficiali

  • BlackRock

    Il settore del credito privato sta affrontando una fase di scarsa liquidità e crescenti preoccupazioni sulla qualità del credito.

    BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, con un patrimonio in gestione (AUM) record che ha superato i 14.000 miliardi di dollari all’inizio del 2026, tuttavia ha limitato i prelievi da uno dei suoi principali fondi di credito privato a seguito di un’impennata delle richieste di rimborso, con gli investitori che si stanno ritirando da questa classe di attività e l’intensificarsi dei dubbi sulla qualità del credito.

    Ed ecco il CEO del fondo individuare nei risparmi dei privati cittadini italiani uno strumento di crescita dell’economia italiana se investite, guarda caso, con i fondi piuttosto che parcheggiati in banca.

    Andrebbe ricordato a Larry Fink come la Costituzione italiana all’articolo 47 incoraggi e tuteli il risparmio in tutte le sue forme mentre non fa menzione per fortuna dei fondi di investimento.

    Ancora una volta, dopo il tentativo di Tremonti, allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi, di utilizzare il risparmio privato per alleggerire il rapporto debito/PIL, l’amministratore delegato del più importante fondo privato mondiale, il quale ha bloccato il riscatti degli investimenti alla soglia del 5%, riscopre la centralità delle risorse espresse dal risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/attualita/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2021).

    Gli sciacalli della politica come quelli dei fondi privati da sempre cercano di impossessarsi del patrimonio rappresentato dal risparmio privato. L’obiettivo rimane quello di usufruire del suo ammontare attraverso una singola operazione finanziaria (miglioramento del rapporto debito/Pil) oppure acquisirne la gestione per aumentare il capitale da investire.

    Questa continua ricerca di impossessarsi di tale patrimonio rappresenta la classica aberrazione di un sistema finanziario incapace di creare ricchezza e, di conseguenza, costretto ad appropriarsi, senza avere i titoli, di altre espressioni patrimoniali (*), giustificando con un ipotetico sviluppo che questo nuovo impiego garantirebbe.

    Siamo di fronte ad una forma più elegante e politicamente corretta del vecchio metodo Ponzi.

    (*) https://www.aurumitalia.com/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2022

  • MpS e Mediobanca: opportunità speculativa o strategia economica?

    Cercando di interpretare gli scenari che possono scaturire dall’esito di questa operazione di acquisizione di Mediobanca, è da augurarsi che l’obiettivo ispiratore o quantomeno l’unico traguardo da conseguire sia rappresentato dalla creazione di semplici plusvalenze finanziarie.

    Viceversa, si può intravedere anche come all’interno di una visione più complessiva questa acquisizione si possa inserire all’interno di una volontà di mantenere un asset a controllo italiano in un’ottica di sviluppo complessivo del Paese.

    Mediobanca rappresentava la massima espressione italiana di una banca d’affari anche se nell’ultimo decennio ha cercato di aprire degli sportelli fisici per altro non con grandissimi risultati.

    MpS, nonostante abbia cominciato a distribuire dividendi, rappresenta comunque un istituto risanato a spese dello stato e da manager provenienti dal settore pubblico in considerazione della sottoscrizione di capitale da parte del Ministero dell’Economia. Di conseguenza la sua operatività dovrebbe rispondere anche ad un interesse complessivo del Paese.

    In questo contesto, quindi, credo, ma soprattutto mi auguro, che questa operazione abbia come obiettivo la neutralizzazione dell’operazione che aveva come probabile una “fusione” (?) con la francese Natixis per la gestione del risparmio gestito.

    In questo contesto, allora, l’operazione di acquisizione può essere interpretata come un tentativo di fermare, a ragione, la possibile “cessione” del settore risparmio gestito o, come qualcuno afferma, la creazione di una joint venture con i francesi di Natixis, non perché questo tipo di operazioni finanziarie siano di per sé negative in quanto possono realmente creare sinergie e sviluppo non indifferenti.

    Tuttavia l’obiettivo da perseguire rimane quello di assicurare che l’asset generale delle Assicurazione Generali rimanga integro e con un controllo italiano anche se con un azionariato diffuso, e quindi anche estero. Non a caso il francese Donnet ricopre la carica di CEP nelle Assicurazioni Generali.

    Ogni operazione finanziaria che possa determinare anche un minimo l’indebolimento della struttura complessiva delle assicurazioni Generali, rappresenta quindi un attacco stesso all’autonomia del colosso assicurativo triestino ed alla sua centralità nello sviluppo del Paese.

    Forse l’operazione di MPS con l’acquisizione di Mediobanca, la quale si era dichiarata favorevole a questa operazione con il colosso francese, rappresenta la nascita di una strutturale opposizione a questo progetto, il quale, come inevitabile conseguenza, determinerebbe l’indebolimento della stessa integrità delle Assicurazioni Generali rendendola appetibile per le scalate finanziarie e minando così il suo peso internazionale.

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