Banche

  • Nuova politica dei tassi sui prestiti in Cina

    Paolo Balmas su Il Transaltantico di Andrew Spannaus riferisce che la Cina ha annunciato l’inizio di una nuova fase della riforma dei tassi d’interesse per i prestiti bancari. Negli ultimi anni il mercato dei prestiti cinese, che oggi ha raggiunto un equivalente di quasi 22 trilioni di dollari, è stato caratterizzato dagli interventi quotidiani della banca centrale, la PBOC, e dallo scorso agosto – sottolinea Balmas – il sistema si sta trasformando in un sistema ibrido, in cui il rapporto d’affari delle 18 banche commerciali più grandi del Paese con i loro principali clienti, assume un nuovo significato per determinare il costo dei prestiti: da un lato la PBOC manterrà i suoi parametri relativi al mercato interbancario di medio termine, dall’altro prenderà in maggiore considerazione la media dei tassi d’interesse che le banche commerciali applicano ai loro maggiori clienti, per lo più costituiti dalle grandi corporazioni di stato. Il nuovo parametro, definito Loan Prime Rate (LPR), è destinato a sostituire i parametri attuali applicati ai prestiti di uno e cinque anni.

    In Cina – prosegue il reportage –  i prestiti alle grandi imprese di Stato rappresentano circa il 50% dell’intero mercato. Se il sistema bancario cinese costituisce il perno su cui si regge l’economia e le grandi banche commerciali a capitale misto (pubblico e privato) dominano tale mercato, il loro rapporto con le imprese di stato diventa il fulcro dell’intero sistema. Negli anni, uno degli obiettivi costanti dei governi cinesi è stato proprio quello di mantenere i tassi d’interesse bassi per favorire le imprese di stato, le quali hanno guidato con successo la crescita delle attività economiche in ogni settore. Allo stesso tempo, le banche hanno tenuto bassi i tassi sui depositi. Oggi si pensa che tali tendenze si invertiranno, in particolare lasciando decidere di più al mercato il costo del denaro prestato. Ma il mercato cinese è caratterizzato dal rapporto che le grandi banche a capitale misto hanno con le imprese di stato. Un rapporto privilegiato, a volte caratterizzato da stretti legami politici fra le rispettive dirigenze.

    Questa fase di transizione, da uno stretto controllo della PBOC a un sistema più flessibile, è accompagnato da una maggiore apertura dei mercati finanziari e all’eliminazione delle restrizioni sulle quote straniere nelle imprese del settore finanziario. Tuttavia, dati i numeri che caratterizzano il settore bancario, la riforma continuerà a essere controllata con fermezza e cautela. Le quattro grandi banche, costruite sulle ceneri delle attività commerciali della vecchia (e unica) banca di stato della rivoluzione maoista, hanno centinaia di milioni di clienti. L’Agricolture Bank of China, ad esempio, ha superato i 500 milioni di correntisti. Tutte e quattro, inoltre, hanno sviluppato reti globali per servire i loro clienti in mercati esterni. In alcuni ambienti del settore, con ogni probabilità, si sente la necessità di adeguarsi sempre di più alle esigenze di mercato e lasciare alle spalle un sistema economico ancora caratterizzato dalla forte influenza dello stato e del Partito comunista cinese.

    A causa dello straordinario traguardo di portare fuori dalla soglia di povertà circa 700 milioni di persone in trent’anni, il sistema economico cinese sta generando gli stessi problemi del sistema capitalistico occidentale. Da un lato, la società sta sviluppando una forte ineguaglianza fra le fasce ricche e le più povere, dall’altro l’ambiente è fortemente colpito dalle attività industriali e dai consumi della popolazione più numerosa al mondo. Oggi la Cina è il luogo dove la tecnologia è maggiormente utilizzata nel quotidiano, anche dalle fasce di popolazione meno abbienti. Gli obiettivi del governo (e del Partito), di fare della Cina un centro di innovazione e d’avanguardia lascia pensare che la deriva del mondo moderno non potrà essere arrestata. Tuttavia, una riforma del sistema dei tassi d’interesse sembra necessaria per raggiungere tali obiettivi più in fretta.

    Negli ultimi anni, uno dei fattori che caratterizza l’incessante riforma del sistema finanziario cinese è l’interesse del governo di promuovere le micro e piccole imprese. La mobilitazione dei capitali verso questa vasta fetta dell’economia cinese è in crescita costante. Le nuove tecnologie, tradotte in servizi bancari più snelli come ad esempio il prestito online, hanno sostenuto tale crescita. In generale, seguendo le linee guida del governo, le banche hanno agevolato su varia scala le start-up e le imprese impegnate nel settore delle tecnologie finanziarie. La messa in opera delle politiche d’investimento in Cina sembra funzionare. Intanto, mentre l’economia cinese (e non solo) rischia di essere messa sotto scacco dal corona virus, il governo ha chiesto alle banche di sostenere le micro e piccole imprese con prestiti agevolati nella provincia dello Hubei, la più colpita dall’epidemia.

  • Boom a Wall Street: successo o trappola?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 23 gennaio 2020

    Nei giorni scorsi l’indice azionario Dow Jones della borsa di Wall Street ha raggiunto i massimi storici con ben 29.400 punti. Forse potrebbe salire ancora. Ad agosto registrava 25.500 punti.

    Ci si deve domandare, però, se ciò sia un positivo sintomo di salute del sistema finanziario ed economico americano, oppure sia l’indice di un possibile devastante futuro sconquasso. Come accadde nel 2008, ciò che avviene negli Stati Uniti, di solito, determina conseguenze globali.

    A nostro avviso, l’andamento di Wall Street è la riprova che il sistema, drogato dalle politiche di grande liquidità e dai tassi d’interesse molto bassi, addirittura negativi in certe parti del mondo, non può più vivere senza le necessarie dosi di droga. Proprio come accade per gli abituali consumatori di stupefacenti.

    È la trappola del tasso d’interesse zero!

    Dopo le politiche monetarie espansive della Federal Reserve, che avrebbero dovuto rimettere in moto l’economia e portarla fuori dalle paludi della recessione, Washington ha provato a «pilotare» il sistema monetario e bancario verso la normalità. Perciò i tassi d’interesse base della Fed a un certo punto sono saliti.

    Ma, dall’inizio del 2019, se non già prima, il mondo della politica e della finanza statunitense si è duramente scontrato sull’opportunità di abbassare o no il costo del denaro e ritornare a inondare il sistema con nuova liquidità.

    La svolta definitiva si ebbe il 17 settembre scorso quando il cosiddetto mercato finanziario overnight andò in tilt. Il costo dei crediti interbancari a brevissimo termine, necessari per coprire le emergenze di certe banche e di altri istituti finanziari, schizzò dal 2 al 10%. Mancò la liquidità richiesta o l’indispensabile fiducia reciproca? Pensiamo, in verità, entrambe.

    Per sopperire a tale improvvisa scarsità di liquidità intervenne la Fed, che, di conseguenza, nel giro di 4 mesi ha fatto crescere il suo bilancio di oltre 400 miliardi di dollari!

    L’andamento del bilancio della Fed, che riflette la liquidità riversata nel sistema, balza dagli 800 miliardi del 2008 ai 4.500 del 2018, per poi scendere a 3.800 miliardi nell’agosto 2019. Adesso è di circa 4.200 miliardi di dollari. Questi dati fanno comprendere meglio la situazione.

    L’economia reale ha visto poco o niente di questa recente nuova liquidità. È rimasta nel sistema bancario e finanziario ed è andata a gonfiare la bolla della Borsa valori. Se per i passati 4 mesi sovrapponiamo la curva dell’espansione monetaria della Fed e quella dell’indice S&P 500, che da ottobre è cresciuto di oltre il 12%, le due curve combaciano. A dimostrazione che gli indici di Wall Street dipendono dalla nuova liquidità della banca centrale. Al riguardo, è opportuno notare che le banche too big to fail sono sempre più concentrate nel riacquisto delle proprie azioni e nella speculazione sugli indici azionari.

    Tra i vari derivati otc sembra che nell’ultimo periodo siano aumentati quelli riguardanti le private equity, le azioni. Secondo il terzo rapporto trimestrale 2019 dell’agenzia governativa americana Office of the Comptroller of the Currency (Occ) che controlla il sistema bancario, le banche che hanno fatto trading con i derivati azionari hanno guadagnato 1,8 miliardi di dollari. La JPMorgan in particolare.

    Sono sempre più numerosi gli economisti (e non solo) che temono lo scoppio della bolla a Wall Street. Che cosa succederebbe se lo stimolo monetario non potesse più essere fermato? Fino a quando si può continuare a gonfiare la bolla? Che cosa succede in un mondo in cui la maggioranza dei titoli obbligazionari ha un tasso d’interesse negativo? Quale potrebbe essere l’effetto di qualche sconquasso geopolitico oppure di qualche rinnovato scontro sui dazi o sulle monete? Tutti interrogativi cui non è facile dare risposte rassicuranti.

    Si ricordi che, nella Grande Crisi finanziaria ed economica appena passata, l’indice Dow Jones era sceso dai 14 mila punti di ottobre 2007 ai 6.600 del marzo 2009. Un crollo superiore al 50% che, com’è noto, accompagnò l’onda della recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Adam Farkas lascia l’Autorità bancaria europea per una lobby finanziaria e il Mediatore europeo avvia un’indagine

    Emily O’Reilly, il Mediatore dell’Unione europea, ha dichiarato di aver avviato un’indagine sulla decisione dell’Autorità bancaria europea (EBA) di consentire al suo direttore, Adam Farkas, di diventare capo di una lobby di spicco del settore finanziario. Il Mediatore europeo ha chiesto all’ABE di rispondere, entro il 28 febbraio, a dodici domande relative alla decisione di approvare la mossa di Farkas. L’ABE, che è il regolatore bancario dell’UE, ha dichiarato a settembre che il suo capo si era dimesso per assumere dal 1° febbraio l’incarico di CEO dell’Associazione dei mercati finanziari in Europa (AFME). Secondo l’agenzia Reuters, la mossa è stata approvata dopo che sono state poste in essere diverse condizioni, tra cui un divieto di 18 mesi per Farkas di svolgere consulenze all’AFME e ai suoi membri su argomenti direttamente collegati al suo lavoro svolto nei tre anni all’ABE.

    L’indagine è partita in seguito ad un reclamo presentato dall’organizzazione Change Finance in cui si sostiene che la mossa di Farkas potrebbe creare un “conflitto di interessi” in quanto l’ex direttore dell’ABE potrebbe avere una visione del processo decisionale dell’ABE. I vertici dell’EBA tuttavia si mostrano tranquilli dichiarando piena disponibilità e collaborazione al Mediatore. Durante la sessione plenaria di Strasburgo della scorsa settimana, diversi deputati hanno sottolineato l’importanza della trasparenza nell’UE per poter riconquistare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni dell’UE e hanno chiesto garanzie per assicurare che i dipendenti pubblici lavorino al 100% nell’interesse pubblico e non per le grandi società. Gli eurodeputati hanno inoltre adottato una risoluzione che chiede alla Commissione europea di “valutare le pratiche correnti nel settore dell’occupazione post-pubblica a livello UE e nazionale” e di stabilire un quadro giuridico armonizzato per la “prevenzione delle situazioni di conflitto di interessi nell’occupazione post-pubblica. Hanno inoltre invitato il consiglio delle autorità di vigilanza dell’ABE a riconsiderare la decisione sulla scelta professionale di Farkas e hanno suggerito ai membri e ai rappresentanti delle istituzioni dell’UE di astenersi dal contattare Farkas per un periodo di due anni.

  • Detrazioni Irpef consentite solo se si evita di pagare in contante

    Tutte le spese che possono essere detratte dalla dichiarazione Irpef non dovranno essere pagate in contante. La novità è stata introdotta con la legge di bilancio 2020 ed è scattata dal primo gennaio, anche se le spese sostenute quest’anno dovranno essere presentate nella dichiarazione dei redditi nel 2021.

    Un dossier che accompagna il provvedimento stima una riduzione della spesa per ‘rimborsi’ con le nuove modalità pari a 496 milioni di euro anche se lo stesso governo sembra pensare che il cambiamento possa indurre molti in errore e trovarsi nella situazione di vedersi negata la restituzione del 19% della somma spesa.

    In base alla nuova normativa, lo sconto spetta solo a chi paga con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento tracciabili. Chi utilizza altri metodi, per quanto in buona fede e nell’ignoranza della legge, fa solo un favore all’amministrazione pubblica e non potrà farsi restituire le somme che pure avrebbe potuto evitare di pagare allo Stato grazie alla detrazione.

    Le spese che potranno essere portate in detrazione attendendosi alle modalità prescritte dalla legge sono quelle relative a mutui ipotecari per acquisto immobili, istruzione, cerimonie funebri, assistenza personale, attività sportive per ragazzi, intermediazione immobiliare, canoni di locazione sostenute da studenti universitari fuori sede, erogazioni liberali, spese relative a beni soggetti a regime vincolistico, spese veterinarie, premi per assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni; acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale.

    Per tutti questi esborsi la norma contenuta nella manovra prevede che ”ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef ndr), la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19%” spetta ”a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento” elettronici. Unica eccezione sono ”le detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale”. Nella legge di bilancio non è stato precisato quali saranno i documenti che dovranno essere presentati in occasione della dichiarazione dei redditi, visto che i dettagli tecnici dovranno essere definiti dall’Agenzia delle entrate.

  • Paesi emergenti: esplode il debito

    Riceviamo e pubblichiamo di seguito l’articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi, uscito su ItaliaOggi del 3 gennaio 2020

    Ancora una volta suona l’allarme debito. Questa volta riguarda i paesi emergenti e in via di sviluppo. Secondo il rapporto della Banca Mondiale, Global wave of debt (L’onda globale del debito), pubblicato a dicembre, il debito pubblico e privato di questi paesi a fine 2018 ha raggiunto il record di 55 mila miliardi di dollari. Dal 2010 il loro rapporto debito/pil è aumentato del 54% fino a raggiungere il 168%.

    In questi otto anni, relativamente ai paesi oggetto dello studio, si è verificata la crescita più grande, più veloce e diffusa del debito degli ultimi 5 decenni. In media il 7% annuo, tre volte più veloce di quanto avvenne durante la crisi del debito dell’America Latina negli anni ottanta. Nel cinquantennio scorso, quella dei paesi emergenti sarebbe l’ultima delle quattro grandi crisi debitorie. Si è potuto evidenziare che la crescita elevata del debito è combinata con veri e propri sconquassi finanziari che hanno determinato crolli nella produzione, nei consumi e negli investimenti.

    La crescita del debito in questione è stata guidata dalla Cina che ne detiene 20 mila miliardi di dollari. Nel periodo di riferimento, Pechino ha visto crescere del 72% il rapporto debito/pil portandolo a 255%. Un dato preoccupante. La pericolosità della bolla debitoria è aggravata dai rilevanti cambiamenti realizzati rispetto al passato. Non si tratta solo di debito pubblico e di quello estero ma anche di debito privato, in particolare delle imprese.

    Rispetto al 2007, oggi questi paesi sono più deboli. Il 75% di loro ha deficit di bilancio e i deficit delle partite correnti (la differenza tra la spesa per le importazioni e gli introiti dalle esportazioni) sono 4 volte più grandi. Inoltre, sono coinvolte nuove categorie di creditori. In passato erano i governi e le organizzazioni internazionali, adesso i debiti sono soprattutto in mano ai vari tipi di fondi d’investimento e a settori non bancari. In aggiunta, sono negoziati nei mercati di capitali, tanto che oltre il 50% dei debiti pubblici sono in mano a operatori stranieri.

    Tali debiti sono anche fuori dal Club di Parigi, cioè fuori dall’accordo che garantisce interessi moderati, eventuali sospensioni dei pagamenti e riorganizzazioni debitorie non punitive. Spesso sono denominati, non in moneta nazionale, ma in dollari ed espongono i paesi a fluttuazioni e crisi generate fuori dal loro controllo.

    La crescita del loro debito aggregato è stata favorita, se non sollecitata, dalla politica del tasso d’interesse zero della Federal Reserve, della Bce e delle altre banche centrali. Anche la liquidità dei Quantitative easing, non utilizzata in investimenti nei settori dell’economia reale dei paesi industrializzati, è spesso confluita verso le economie emergenti in cerca di rendimenti maggiori. Quando il denaro non costa più, si avallano anche le propensioni a rischi elevati e al cosiddetto azzardo morale, che nel medio periodo minano le fondamenta di qualsiasi sistema economico.

    Adesso un improvviso choc globale, quale l’aumento dei tassi d’interesse o dei premi per il rischio di mercato, potrebbe generare un pericoloso stress finanziario difficilmente sostenibile. Si ricordi che, in merito al debito, la Banca Mondiale afferma che è la dose che può diventare veleno. Inoltre, si ritiene che il debito non sia un male in sé, se è usato per promuovere lo sviluppo di lungo termine. Se finisce, invece, in varie operazioni non produttive o addirittura speculative, allora diventa non sostenibile.

    Le soluzioni proposte dalla Banca Mondiale sembrano, però, vaghe e astratte. Si suggeriscono priorità sociologiche più che economiche. Ad esempio si richiedono una maggiore trasparenza e una più attenta gestione del debito. Indubbiamente cose utili, che non fanno male. Ma le cause profonde sono nella progressiva degenerazione della finanza a livello globale e nella mancanza di regole cogenti e di controlli. Certamente i governi dei paesi emergenti hanno molte responsabilità. Essi, però, seguono i modelli dei paesi occidentali, degli Stati Uniti in primis, che di solito dettano le loro condizioni da applicare all’economia e alla finanza.

    Per la sostenibilità del debito e per ridurre il rischio di choc economici, i paesi emergenti e in via di sviluppo necessiterebbero, invece, di investimenti e di crediti mirati al loro sviluppo economico e sociale. Si dovrebbero creare meccanismi per facilitare la soluzione delle loro crisi debitorie, evitando gravi conseguenze sociali. Troppo spesso essi sono trattati soltanto come fornitori di materie prime, di prodotti e di mano d’opera a basso costo. Il neocolonialismo, anche se in forme moderne, depreda le ricchezze e mantiene la maggioranza delle popolazioni nella povertà e nel sottosviluppo.

    E augurabile che con il nuovo anno, soprattutto da parte dell’Unione europea, possa esserci un’azione nelle competenti sedi internazionali per una revisione profonda delle politiche di sostegno e collaborazione con i paesi emergenti.

  • Il Mes e le riforme della finanza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi del 24 dicembre.

    Pur essendo intervenuti più volte negli anni passati su molti argomenti relativi alla finanza, alle banche a al debito anche a livello internazionale, nelle scorse settimane, invece, abbiamo volutamente deciso di astenerci da ogni commento sulla questione del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità detto anche fondo salva stati. La ragione è stata quella di non essere ingoiati nei giochi elettorali dei vari attori in campo.

    La questione, però, è di grande importanza e merita di essere affrontata senza clamori e artifizi mediatici.

    Il Mes è operativo dal 2012. In discussione è la sua riforma. Forse se ne è parlato troppo superficialmente. Il primo aspetto della riforma è la possibilità che il Mes possa affiancare il Fondo di risoluzione unico per le banche in caso di una qualche grave crisi bancaria. Dal 2015, il Fondo è lo strumento operativo del Comitato di risoluzione unico (Srb, l’acronimo in inglese) dell’Unione bancaria europea. È costituito dai capitali provenienti dal sistema bancario europeo, non dagli Stati. Il suo compito è garantire la ristrutturazione ordinata delle banche in seria difficoltà e ridurne l’impatto negativo sull’economia reale e sulle finanze pubbliche.

    Oggi lo Srb vanta attivi superiori a 22 miliardi di euro. La Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca non ne hanno potuto beneficiare perché si è ritenuto che «il loro fallimento non avrebbe rappresentato una minaccia alla stabilità finanziaria».

    Nella riforma si prevede che il Fondo possa chiedere aiuto al Mes in caso di mancanza delle risorse necessarie per affrontare eventuali situazioni di grave emergenza, come avvenne negli Usa nel 2008 con la bancarotta della Lehman Brothers. La stabilità del sistema bancario è nell’interesse di tutti gli europei, non solo della Germania. Certo, alcune banche tedesche e francesi sono considerate too big to fail e quindi sistemiche. Non è questo il caso della Popolare di Bari che dovrebbe essere di esclusiva pertinenza del governo e del sistema bancario italiano.

    Un altro aspetto della riforma riguarda l’assistenza finanziaria ai Paesi in difficoltà per l’eccessivo debito pubblico. Il Mes potrà dare il suo sostegno a condizione che il debito e la capacità di rimborso siano sostenibili. A questo proposito le valutazioni saranno compiute dalla Commissione europea di concerto con la Bce e il Mes e, ove possibile, insieme al Fmi. Il Mes può decidere una ristrutturazione parziale del debito. Non vi è, però, nessuna ristrutturazione automatica. Per una votazione d’urgenza si richiede la maggioranza di 85% dei voti e l’80% dei voti per procedure a maggioranza qualificata. La quota dell’Italia è del 17,9%. È quasi un potere di veto, quindi.

    Si ricordi comunque che il Paese che si rivolge al Mes per accedere ai crediti precauzionali deve soddisfare tre condizioni: un disavanzo pubblico inferiore al 3% del pil, un debito pubblico inferiore al 60% del pil oppure dimostrare che nei due anni precedenti la richiesta, era già impegnato a ridurre la parte eccedente il menzionato 60% a un tasso medio di un ventesimo l’anno.

    Per l’Italia ciò vorrebbe dire una riduzione del debito eccedente pari a 3,5% annuo. Qualora questi requisiti non fossero rispettati, è prevista una certa discrezionalità per l’erogazione di una linea di credito a condizioni rafforzate, sempre che vi siano una situazione economica e finanziaria solida e un debito pubblico sostenibile.

    Una lettura attenta della riforma del Mes induce in ogni caso a delle riflessioni. Prima di tutto, gli interventi previsti sono di fatto delle «misure tampone» a fronte di una crisi conclamata. Per cui non tanto il Mes, ma l’Europa e i governi interessati dovrebbero preventivamente intervenire per correggere le cause delle distorsioni finanziarie.

    Per quanto riguarda il settore bancario, il maggiore fattore di rischio è sicuramente la crescita esagerata, esponenziale, dei prodotti finanziari derivati, in particolare degli over the counter (otc). Infatti, l’ultimo rapporto dell’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, evidenzia che a fine 2018 il mercato europeo dei derivati aveva un valore nozionale di 735mila miliardi di euro (con un aumento dell’11% in un anno!), di cui 90% otc.

    La preoccupazione riguarda soprattutto le banche europee too big to fail. A cominciare dalla Deutsche Bank che avrebbe in pancia derivati per un valore nozionale di ben 43.500 miliardi di euro. A questo proposito, non è più rinviabile la separazione tra le banche d’investimento e quelle commerciali. Le autorità europee dovrebbero vietare a quest’ultime le operazioni speculative, elevare i depositi di garanzia per le operazioni rischiose e, comunque, limitare le vendite allo scoperto.

    A nostro avviso il vero nodo delle economie europee più fragili è quello di ridurre il rapporto debito/pil e promuovere la crescita attraverso una politica d’investimenti e di sostegno, anche da parte dell’Europa, alle produzioni e ai commerci.

    Perciò sembra strano che si preveda che il Mes possa accedere ai mercati di capitale con l’emissione di titoli e obbligazioni per proteggere il sistema bancario e i Paesi con una difficile situazione debitoria. Non si comprende, però, perché le istituzioni europee, con gli stessi strumenti e nelle dimensioni necessarie, non garantiscono nuovi crediti e capitali per gli investimenti, le infrastrutture, la ricerca e l’innovazione. Da troppo tempo si parla di euro bond per la crescita ma manca l’effettiva volontà di realizzarli. Perché?

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • Banca tedesca salvata con soldi pubblici. Il Financial Times si accorge di ciò che la politica italiana ignora

    L’Antitrust europeo ha autorizzato il salvataggio della banca tedesca Nord/lb con denaro pubblico, rilevando che le condizioni di tale salvataggio sono le stesse che avrebbe praticato un privato ed escludendo di conseguenza che l’intervento in favore dell’istituto di credito configuri un aiuto di Stato proibito dalle regole europee.

    Partecipata dai Laender di Bassa Sassonia (con una quota del 59%) e Sassonia Anhalt (con una quota del 5,5%), la banca di Hannover è stata trascinata a picco dal deteriorarsi di prestiti erogati al settore dei trasporti marittimi e ora riceverà 1,5 miliardi dalla sola Bassa Sassonia (gli altri soci forniranno altro sostegno in denaro). Ignorata da quanti in Italia polemizzano sul Mes, la vicenda è stata invece oggetto di un duro commento da parte del Financial Times, che ha parlato di “un pessimo esempio di arte di governare“, che “avrà l’unico risultato di peggiorare le condizioni per compromessi politici fra Germania, Italia e altri Paesi dell’Unione”. Il quotidiano londinese riconosce che in quel caso l’intervento pubblico “può essere legale”, ma sottolinea che “rafforza la comparsa di doppi standard nell’Eurozona”. E aggiunge: “Le lamentele tedesche relative ai problemi bancari italiani irrisolti ostacolano i progressi verso l’unione bancaria e una più ampia integrazione dell’eurozona”, ma “ci sono tanti scheletri nell’armadio delle banche tedesche”.

  • Le due Italie…

    Da oggi il nostro Paese risulta sostanzialmente diviso in due macro aree in relazione alla tutela del risparmio e soprattutto dei risparmiatori.

    Nella prima zona, che potremmo definire AREA A, i risparmiatori investono i propri averi  sottoscrivendo quote di risparmio che successivamente vengono convertite in azioni del mercato non liquido. A causa della “mala gestione” del management queste azioni vedono azzerare il proprio valore e con loro le certezze dei risparmiatori. Successivamente vengono avviate le procedure per rimborsare i truffati solo con il 30% fino a 100.000 euro attraverso dotazioni finanziarie, stabilite dai vari governi, ancora incerte ed ancora da definire nella procedura di liquidazione. Le due banche successivamente vengono inglobate da un’altra nazionale (Intesa San Paolo) la quale utilizza le procedure per accompagnare dipendenti delle due popolari al di fuori dei costi delle due popolari per liberarsi di altrettanti dipendenti caricando ancora una volta sulla collettività il costo sociale degli ammortizzatori sociali.

    Esiste successivamente una seconda macroarea che potremmo definire AREA B nella quale, a fronte di una medesima situazione, il governo stanzia 900 milioni a copertura e soprattutto a sostegno della Popolare di Bari tutelando così non tanto o non solo i correntisti soggetti al bail in quanto i risparmiatori che avessero sottoscritto le quote di risparmio successivamente diventate azioni del mercato non liquido. In questa seconda zona risulta evidente l’intervento del governo che ha considerato degni di una maggiore tutela i risparmiatori della zona B rispetto a quelli della zona A…

    Di fatto in Italia non esiste più una normativa quanto una politica univoca ed unitaria a tutela del risparmio il che provocherà una ulteriore perdita di fiducia nel sistema politico e bancario…

    Le stesse reazioni scomposte dei vari partiti a commento di questa diversa tutela dimostrano essenzialmente come sia impossibile giungere ad una sintesi professionale ed univoca per la gestione ma soprattutto alla tutela del risparmio da sempre fondamentale per la crescita economica…

    P.S. emerge evidente la vera essenza del potere italiano come sintesi tra controllo della spesa pubblica e gestione del credito…La diarchia… https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/

  • Mes e bail-in, quando la confusione regna sovrana

    Valanghe di dichiarazioni stanno ricoprendo da troppe settimane le cronache relativamente alla valutazione dell’impatto del Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) provenienti dal settore politico, parlamentare e governativo. Mai come in questo caso la confusione regna sovrana creando a sua volta disorientamento.

    Sostanzialmente, rispetto al precedente Fondo salva-Stati le variazioni sono due nell’immediato. Partendo dal presupposto per cui anche l’uomo più potente del mondo, il Presidente degli Stati Uniti, è comunque soggetto alla legge statunitense non si riesce a capire, invece, per quale motivo chi opera all’interno del Mes come funzionario designato dall’Unione Europea debba godere di una assoluta immunità. L’istituto dell’immunità, va ricordato, viene riconosciuto dalla nostra Costituzione come espressione di garanzia al fine di assicurare l’assoluta libertà politica. Vederlo adesso esteso a dei “semplici” funzionari europei nell’esercizio delle proprie funzioni risulta sicuramente non comprensibile.

    In secondo luogo il Mes, ed arriviamo all’altro elemento di criticità, esprime il proprio giudizio unitamente alla Commissione europea (ed in questo caso risulta vincolante) relativamente alla sostenibilità del debito sovrano di un paese in difficoltà nel reperimento di risorse finanziarie e che avesse quindi richiesto l’intervento del Mes (questo Istituto infatti è la fotocopia europea del FMI). Una valutazione che deve trovare sempre l’unanimità dei componenti, ma nel caso di una possibile criticità, questa maggioranza assoluta viene abbassata all’85 % degli aventi diritto in quanto il paese oggetto dell’analisi perde il diritto di voto. In questo contesto di straordinarietà relativamente alla maggioranza e considerando che la Germania detiene il 27% di voti risulta evidente come il Mes difficilmente potrà adottare una posizione ma sopratutto una iniziativa contraria all’interesse del gigante tedesco. Per fortuna l’introduzione o la variazione del fondo Salva Stati nel Mes non comporta come naturale conseguente l’utilizzo del bail-in, come in modo alquanto azzardato qualcuno afferma.

    Molto più critica potrebbe essere invece l’adozione di una garanzia europea, come anticipato e richiesto dalla Germania, la quale vedrebbe come fattore caratterizzante la necessità per gli Istituti bancari in possesso di titoli di Stato di una ulteriore garanzia patrimoniale. In questo caso, avendo il sistema bancario italiano investito da molti anni il surplus di liquidità (legato sia al quantitative easing che alla crescita dei depositi) in titoli del debito pubblico e non in finanziamenti alle PMI, le criticità per gli stessi istituti verrebbero sicuramente accresciute (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/). Rilevando tra l’altro come gli stessi titoli del debito sovrano vengano,  in un contesto di valutazione europea, indicati come  titoli a rischio.

    Viceversa se veramente per i politici che sostengono la inevitabilità di questa proprietà transitiva con l’introduzione del Mes fosse molto più opportuno preoccuparsi delle oltre 10 piccole banche, sei delle quali presentano un Cet 4,5 (indice relativo alla sostenibilità patrimoniale dell’Istituto di credito la cui sufficienza viene indicata con il livello 8), per il loro necessario salvataggio si potrebbe utilizzare il bail in. In questo caso mettendo a serio rischio veramente e soprattutto drammaticamente i risparmi depositati presso questi istituti di credito.

    L’introduzione del  bail-in, giova ricordarlo, venne approvata dall’intera componente parlamentare italiana europea completamente all’oscuro, per manifesta propria ignoranza,  del significato ma soprattutto delle conseguenze che questo comportava per quanto riguarda i risparmi italiani. In questo sicuramente in ottima compagnia con il Presidente dell’Associazione bancaria italiana il quale, a distanza di un anno, si accorse di quanto il bail-in potesse essere disastroso per la tenuta e soprattutto per la sicurezza dei risparmi italiani presso questi istituti di credito.

    Quindi il dibattito e la forte contrapposizione tra i sostenitori del Mes ed i suoi strenui oppositori certifica ancora una volta, anche in campo economico, il risibile livello culturale raggiunto dalla nostra classe politica e dirigente, quando poi risulterà sufficiente non ratificare questo accordo come richiesto da tutti i parlamenti dell’Unione Europea per lasciare invariata la normativa precedente.

  • Il denaro inerte: l’acqua che non macina

    Già precedentemente era stato affrontato, all’interno di una analisi delle dinamiche economiche e soprattutto in relazione alla mancanza del credito alle imprese, il tema su come fossero cresciuti i depositi in conto corrente degli italiani. Una rilevazione assolutamente allarmante se valutata in rapporto con la continua diminuzione del credito che il sistema bancario, nel suo complesso, ancora oggi destinata alle piccole e medie imprese (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). A distanza di pochi mesi i dati vengono confermati, amplificando ancora lo scenario anticipato precedentemente ed offrendo una visione più completa. Sempre in rapporto alla crescita dei depositi si rileva come il valore complessivo della ricchezza “parcheggiata” in conto corrente quasi inteso come “denaro inerte o inattivo” raggiunga  ormai nel nostro Paese l’80% del PIL  per circa 1400 miliardi. Un fenomeno comune, per altro, all’interno dell’Unione Europea, ad altre nazioni tanto è vero che in Germania le risorse economiche ferme sui conti correnti raggiungono il 90% del Pil (3.000 miliardi), mentre in Francia addirittura il 92% del Pil per oltre 2.200 miliardi.

    Contemporaneamente si rileva come  da mesi le comunità finanziaria e politica continuino a proporre giustamente la necessità di una trasparenza finanziaria per fornire gli strumenti necessari ai risparmiatori e contemporaneamente promuovere ed agevolare gli investimenti con la positiva  conseguenza di movimentare la statica economia europea. E’ evidente, infatti, come questa ricchezza “che non macina” e che viene lasciata all’interno dei conti correnti non possa assolutamente trasformarsi in un veicolo di crescita in quanto non investita attraverso strumenti finanziari adeguati e trasparenti.

    Al tempo stesso, quando nemmeno una percentuale di tali risorse si trasforma in acquisti di beni di consumo (evidente ulteriore espressione di incertezza relativa al futuro), risulta impossibile, senza neppure il volano di una ripresa dei consumi, qualsiasi ripresa economica.

    In altre parole, mentre ci si preoccupa sempre più della necessità di reperire risorse da investire attraverso la cassa depositi e prestiti o attraverso un aumento della pressione fiscale per fornire i necessari supporti finanziari alla crescita del sistema economico, non si affronta invece il problema relativo al calo dei consumi che dimostra una forte e sempre maggiore diffidenza relativa al futuro prossimo per il  medio/lungo termine dei cittadini dei paesi europei, ed italiani in particolare.

    Nello specifico della situazione italiana, infatti, non risulta ancora assorbita la naturale e conseguente diffidenza nei confronti delle istituzioni bancarie dopo gli scandali delle banche di Ferrara ed Etruria ed il crac della Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui effetti sul rapporto fiduciario risultano drammaticamente catastrofici.

    In più – e questo va assolutamente imputato al sistema bancario, a fronte di questa grandissima liquidità la quale, di conseguenza, dovrebbe avviare un processo di aumento del credito alle imprese stesse che creano occupazione ed economia – il sistema bancario utilizza questa liquidità per acquistare titoli debito pubblico.

    I vari  governi di turno ricambiano attraverso l’imposizione delle transazioni elettroniche così come della  stessa moneta elettronica che rappresentano all’interno di un periodo di notevole liquidità, e quindi con denaro a costo zero o addirittura negativo, una delle principali e residuali fonti di marginalità del sistema bancario stesso. In questo senso, infatti, viene ripagata ed interpretata la pressione che i governi continuano ad esercitare a favore dell’utilizzo della moneta elettronica giustificandola con il progressivo contenimento dell’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) quando invece la stessa fatturazione elettronica si sta  rivelando un clamoroso bluff  https://www.ilpattosociale.it/2019/10/21/iva-il-fallimento-progettuale-ed-operativo-della-fatturazione-elettronica/).

    La crisi sistemica economica nasce dalla incapacità di valutare le articolate e complesse espressioni del ‘sentiment’ che emergono viceversa evidenti anche dalla crescita esponenziale di una minore  ricchezza prodotta ma tenuta bloccata nei conti correnti. Una scelta condizionata dalla incertezza che a fronte delle sempre minore disponibilità di risorse pubbliche destinate alle spese in conto capitale piuttosto che alla spesa corrente contribuisce alla stagnazione decennale del nostro Paese.

    Va ricordato, infatti, come per quanto riguarda soprattutto l’economia tedesca la crescita dei depositi bancari risulti avvenuta all’interno di un periodo di forte crescita economica, mentre la nostra economia da oltre dieci anni passa da una recessione ad una crescita decimale, di conseguenza l’aumento dei depositi bancari risulta esso stesso un fattore aggiuntivo di recessione economica.

    Il comportamento dei consumatori in una posizione fortemente conservativa dimostrata dal parcheggio sui conti correnti di sempre maggiori risorse economiche meriterebbe una semplificazione fiscale e finanziaria per offrire prodotti di investimento ma anche di semplice risparmio sempre più  chiari e sicuri: una aspettativa  ancora inevasa.

    Viceversa la classe politica governativa quanto il sistema creditizio (le vere cause di questo giustificato sentiment di sfiducia) sono molto attive nel mantenimento di questo duopolio che lega la gestione della sintesi malefica tra spesa pubblica e debito conseguente all’interno del quale interviene successivamente il sistema bancario.

    Come spesso succede viene indicata la luna ma ci si ostina a guardare il dito indicando la quantità di “denaro inerte che non macina” e non le complesse ed articolate cause di questa situazione.

     

    Francesco Pontelli

     

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