Banche

  • La Consob pone fine alla trasparenza rafforzata in Borsa

    Passato il crollo e soprattutto la turbolenza della Borsa causata dalla prima ondata della pandemia da Covid 19, in Piazza Affari si torna alla normale soglia degli obblighi di trasparenza nell’azionariato. Lo ha deciso la Consob, che un anno fa era intervenuta anche alla luce del rischio di scalate ‘selvagge’, favorite da quel momento di eccezionale nervosismo dei mercati.

    La Commissione di controllo sulla Borsa e sulle società ha infatti disposto a partire dal 14 aprile la fine del regime di trasparenza rafforzata sulla comunicazione delle partecipazioni rilevanti nelle società quotate ad azionariato diffuso. Il 9 aprile del 2020, grazie anche ai poteri che le furono conferiti col ‘decreto imprese’, il provvedimento Consob aumentò il numero delle aziende, da 48 a 104, quasi la metà dell’intero listino, per cui vi è l’obbligo per gli investitori di comunicare le quote detenute, che scesero dal 3 all’1% per le grandi società e dal 5 al 3% per quelle di minore dimensione.

    Un provvedimento rinnovato fino a oggi ogni tre mesi, mentre ora torna in vigore la sola normativa ordinaria. L’obbligo di comunicazione delle variazioni delle partecipazioni rilevanti detenute nelle società italiane quotate in Borsa scatta quindi di nuovo al superamento della soglia del 3% per le imprese a capitalizzazione medio-alta e al superamento della soglia del 5% per quelle a bassa capitalizzazione. Restano invariati gli obblighi relativi al superamento delle soglie successive. Quanto alla trasparenza sulle dichiarazioni degli obiettivi investimento, da mercoledì l’obbligo di comunicazione scatta al superamento della soglia del 10% dell’azionariato e non più della soglia del 5%.

    Per la Consob è stato un giorno importante anche per lo svolgimento di un convegno a lungo rimandato per l’emergenza Covid e ora tenuto on line in memoria del già direttore generale della Commissione, Angelo Apponi. Esponenti della finanza, regolatori, docenti universitari e componenti della Commissione hanno fatto il punto sull”evoluzione dell’informativa finanziaria negli ultimi 30 anni’, con Stefano De Polis, segretario generale dell’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, che ha spiegato tra l’altro come il modello coi 2 comitati, strategico e tecnico, sia “stato confermato nel recente ampliamento del protocollo di collaborazione tra Banca d’Italia e Consob” e come la sua applicazione sia “in predicato anche per la rivisitazione degli accordi di collaborazione tra Ivass e Consob”.

  • Obiettivo: il risparmio privato

    La democrazia rappresenta un sistema che esprime e tutela determinati valori e principi all’interno dei quali i sistemi politici cercano di adattarvisi per raggiungere i propri obiettivi ed attuare l’agenda politica. Questi Valori democratici definiscono il perimetro all’interno del quale gli obiettivi programmatici delle diverse forze politiche devono rimanere nell’ arco temporale della evoluzione storica di un paese: ovviamente tanto più risultano radicati questi principi tantomeno possono venire messi in dubbio.

    Il nostro Paese viene considerato una democrazia ormai consolidata, grazie alla separazione dei poteri legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Un consolidamento democratico, ora forse anche politico, caratterizzato quindi anche da un buon livello di alternanza alla sua guida, dopo decenni di “una democrazia bloccata” legata agli effetti della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, a livello internazionale, i cui effetti si manifestavano nella impossibilità di inserire il PCI come una reale alternativa per la guida dell’Italia. Dopo la caduta del muro di Berlino i due schieramenti di centrodestra e centro-sinistra, entrambi espressione di partiti costituzionalmente democratici, si contendono la guida del Paese nella democratica competizione elettorale.

    In due occasioni, tuttavia, nel novembre del 2011 e nel febbraio del 2021, la politica ha alzato bandiera bianca lasciando la guida nostro Paese prima a Monti ed ora al prof. Draghi. La democrazia italiana al di là delle diverse rotte politiche sostanzialmente si è sempre basata sulla “divisione operativa” dei poteri, una vera e propria diarchia, all’interno della quale la politica gestisce la spesa pubblica mentre il sistema bancario il settore creditizio (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Come logica conseguenza di questa “divisione” dei poteri la storia della politica italiana ci dimostra come mai nessun governo, anche se espressione dei più diversi accordi di coalizione politica, si sia rivelato in grado di ridurre la spesa pubblica. Anzi, nella sua articolata complessità l’intera classe governativa ha sempre inserito nuovi capitoli di spesa per raggiungere quegli obiettivi di consenso politico che in una democrazia permettono il raggiungimento oppure il mantenimento del potere.

    La pandemia da covid-19 ha così visto il nostro Paese presentarsi nel febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL mentre buona parte delle altre nazioni non raggiungevano il 100% e la Germania il 69%. Numeri che indicano la responsabilità di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni alla guida nostro Paese e che hanno portato ad un aumento del +85% della spesa pubblica. In questo contesto l’emergenza pandemica di fatto ha reso necessario il reperimento di nuovi fondi straordinari distruggendo così questo fragile equilibrio espressione di tale diarchia.

    L’assoluta insufficienza della disponibilità finanziaria dello Stato per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie legate alle chiusure forzate delle attività economiche ha offerto l’occasione per avanzare da parte del sistema degli istituti di credito, appoggiato da buona parte della classe politica, ad individuare come ultima chance operativa strategica il risparmio privato. In questo senso va ricordato come l’ammontare totale raggiunto dal risparmio privato attualmente vada oltre i 10.000 miliardi di euro mentre le risorse liquide “giacenti” sui conti correnti risultino di circa 1.740 miliardi, pari sostanzialmente al valore annuale del PIL italiano.

    Con questi valori le strade che si aprono ad una classe politica e dirigente italiana in difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie ed avendo già aumentato dall’inizio della pandemia ad oggi il debito pubblico di 25 punti percentuali (135% al 160%/Pil mentre la Germania dal 69% al 75% sono sostanzialmente due: la prima rappresentata da una patrimoniale (1) ed una seconda più articolata.

    La patrimoniale venne imposta ai contribuenti italiani nel 1992 dal governo Amato sotto forma di prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per una crisi di liquidità. Come scelta strategica di finanza straordinaria presenta comunque un orizzonte di breve termine oltre a dovere presentare come contropartita una semplificazione e una riduzione della pressione fiscale (L. Einaudi).

    La seconda opzione, invece, torna a porre al centro dell’attenzione il risparmio privato in continua crescita. Questo fenomeno risulta evidente da oltre 10 anni e si manifesta con una espressione cristallina della insicurezza del contribuente italiano nei confronti degli esiti della gestione pubblica delle risorse, quindi come logica conseguenza della mancanza di fiducia della cittadinanza nei confronti della propria classe politica.

    Con la pandemia questo senso di insicurezza ha trovato nuove motivazioni. In questo contesto la classe politica e dirigente italiana, che rappresentano la principale causa di questa situazione di incertezza, intendono penalizzare gli effetti della propria inadeguatezza in perfetta sintonia con il sistema degli istituti di credito. L’idea individua nella penalizzazione delle “giacenze” di liquidità (superiori a 50.000 euro?) a causa dell’emergenza sanitaria ed economica e conseguentemente finalizzarla verso consumi ed investimenti (2).

    All’interno, invece, di un sistema democratico consumi ed investimenti devono rappresentare la libera scelta di un consumatore e di un risparmiatore ed entrambi possono venire influenzati da sgravi fiscali e non certo penalizzati attraverso penalizzazioni fiscali.

    Anche il solo pensiero progettuale di appropriarsi del risparmio privato rappresenta la limpida espressione di uno Stato che intende sacrificare i principi costitutivi della democrazia per la “banale” ricerca di nuova liquidità straordinaria.

    Le risorse economiche rappresentano, anche nella semplice forma di liquidità depositata presso gli istituti di credito, il frutto legittimo delle attività professionali e dei sacrifici dei contribuenti. Queste già vengono mantenute all’interno del sistema bancario con l’obiettivo di trasformarsi in credito al sistema produttivo e così favorire la crescita economica.

    La pandemia ha evidenziato come tali risorse anche se in forma di liquidità non risultino più sufficienti non tanto alla crescita economica ma quanto al finanziamento complessivo della stessa diarchia. Sostanzialmente questa seconda opzione risulta finalizzata al finanziamento, ancora una volta, della spesa pubblica anche se in un momento di emergenza pandemica e magari contemporaneamente fornire risorse aggiuntive al sistema bancario stesso con l’obiettivo di acquistare anche i titoli del debito pubblico.

    Il frutto quindi di un comportamento virtuoso del quale il risparmio ne presenta l’espressione diventa adesso l’oggetto del desiderio dei soggetti titolari della diarchia i quali non esitano a bypassare senza ritegno anche gli elementari principi democratici a tutela del risparmio e del lavoro.

    L’Italia, e non da oggi, rappresenta un sistema di interessi politici ed economici nel quale la ragione di Stato esprime priorità sempre superiori anche ai principi costitutivi di un vero Stato democratico dal quale passo dopo passo il nostro Paese si sta irrimediabilmente allontanando.

  • Per l’indicatore Buffet è di nuovo allarme bolle finanziarie

    Le Borse mondiali rischiano di crollare nei prossimi mesi. Lo indica “l’indicatore Buffett”, che con il 123% ha superato il precedente record del 121% prima dello scoppio della bolla delle dot-com all’inizio degli anni 2000. L’indicatore, dal nome dal suo ideatore, il finanziere americano Warren Buffett, a capo della Berkshire Hathaway, prende in considerazione la capitalizzazione di mercato combinata delle azioni quotate in borsa in tutto il mondo e le divide per il prodotto interno lordo globale. Come riporta Wall Street Italia “il livello elevato raggiunto dall’indicatore riflette anche il fatto che i lockdown legati alla pandemia, le chiusure di attività e le restrizioni sui viaggi hanno depresso la crescita economica. Tutto questo mentre gli interventi dei governi (vedi soprattutto gli Stati Uniti) hanno pompato artificialmente i prezzi delle azioni”.

    Nel 2001, quando lo presentò per la prima volta, Buffet definì l’indicatore, “la migliore misura in grado di valutare dove si trovano i mercati azionari in un dato momento”.

    Secondo alcuni osservatori, l’indice avrebbe però alcuni difetti tra i quali il confronto tra le valutazioni attuali delle azioni con i dati del PIL degli anni precedenti.

    Secondo Goldman Sachs, invece, il rischio non sarebbe imminente, anzi, in un nuovo report intitolato “Bubble Puzzle”, stilato proprio dalla banca americana, e che analizza alcuni esempi storici di bolle finanziarie, da quella dei tulipani del XVII secolo alla crisi dei mutui subprime del 2007, sembra addirittura che i rischi di una bolla imminente sono relativamente bassi.

  • Amsterdam supera Londra per appeal agli occhi degli investitori

    Londra non è più la capitale europea della finanza. Con la Brexit, Amsterdam attira più investimenti ed è diventata il nuovo principale ‘hub’ finanziario del Vecchio Continente. E questa è una diretta conseguenza della Brexit, in quanto la causa principale dello ‘shift’ è il divieto imposto alle istituzioni finanziarie con sede nell’Ue di investire oltremanica, perché Bruxelles non ha riconosciuto alle Borse e alle sedi di negoziazione del Regno Unito lo stesso status di vigilanza del suo. Il motivo? Essenzialmente perché Londra, a sua volta, non ha riconosciuto alcuna vigilanza europea alle aziende Ue che operano nella City. Ora si punta a riaprire il negoziato, ma non sarà facile farlo. E nel frattempo i capitali sono volati da Londra ad Amsterdam.

    Tuttavia, ci si chiede: perché questi capitali si sono rivolti principalmente ad Amsterdam e non a Francoforte o a Parigi? Secondo gli esperti esistono almeno due ragioni. La prima è che Amsterdam è molto più simile a Londra di Francoforte e Parigi, non solo per la lingua ma anche perché culturalmente l’Olanda è più simile alla City di Londra. Gli operatori finanziari si sentono più a loro agio lì che nelle altre sedi europee. La seconda ragione è più sostanziale: perché l’Olanda ha una fiscalità nettamente più vantaggiosa per il mercato dei capitali rispetto a quella delle altre capitali europee.

    L’Olanda viene equiparata cioè a un ‘paradiso fiscale’. Insomma, le grandi aziende, le cosiddette corporate, riescono ad avere accordi ad hoc, soprattutto per quanto riguarda le tasse sugli utili societari, con le autorità olandesi. Inoltre anche per quanto riguarda il trading azionario conviene di più spostarlo ad Amsterdam perché si pagano meno tasse. E questo indubbiamente pone un problema di fondo all’Unione europea: come fare a rendere più equo il ‘campo di gioco’? Ovviamente Amsterdam ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno, visto che è diventata la calamita che attira la maggior parte dei capitali in uscita da Londra. Il Financial Times ha stimato uno spostamento immediato di 6,5 miliardi di euro verso l’Ue, non appena il periodo di transizione della Brexit si è concluso alla fine dello scorso anno. Si tratta di circa la metà del volume d’affari che le banche e gli intermediari londinesi avrebbero normalmente gestito se il Regno Unito fosse stato ancora un Paese membro. Come nota lo stesso Ft la strada verso l’unione dei mercati dei capitali in Europa è “ancora lunga”. A Bruxelles, il fulcro di questa strategia è l’Unione dei mercati dei capitali da tempo promessa, che mira a sbloccare i flussi di investimento transfrontalieri e ad aumentare l’accesso ai finanziamenti per le imprese europee.

    Il piano d’azione sull’Unione dei mercati dei capitali (Cmu) è stato lanciato dall’Ue a settembre del 2015 e deve ancora essere completato. In un rapporto, citato dal Ft, e preparato dal chief financial officer della Cmu, Kalin Anev Janse e da Rolf Strauch, il suo chief economist, si chiede un notevole potenziamento dei poteri di vigilanza dei due regolatori europei esistenti, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali. Questi due organismi, oltre ad avere un ruolo guida nella definizione delle normative su settori come la finanza verde e digitale, dovrebbero aumentare i loro poteri esecutivi e ottenere l’autorità di supervisionare direttamente i grandi partecipanti finanziari internazionali. “La sfida per l’Ue è definire e costruire un modello di vigilanza efficiente che armonizzi i mercati e garantisca la trasparenza e la protezione degli investitori”, afferma il documento. “Attualmente, pratiche di vigilanza divergenti nell’Ue ostacolano gli investimenti transfrontalieri”.

    Tutto ciò concorda con le ambizioni della Commissione europea, poiché l’Ue persegue la cosiddetta autonomia strategica nei servizi finanziari. Mairead McGuinness, commissario europeo per i servizi finanziari, ha assicurato che Bruxelles “punta sulla Cmu” e sta facendo “un sacco di lavoro” in questo senso.  Ovviamente esistono numerose raccomandazioni da parte di Bruxelles contro il dumping fiscale, dirette contro l’Olanda, ma anche contro Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo e Malta. L’obiettivo è quello di contestare le pratiche fiscali “aggressive”, che vanno a vantaggio delle grandi società, incentivandole a spostare la loro sede in Olanda. Uno strumento essenziale per Bruxelles per ridurre il dumping fiscale di Paesi come l’Olanda è il Recovery Plan. Tra gli obiettivi del Recovery infatti c’è una clausola, in base alla quale viene sostenuto che l’emissione di ingenti quantità di debito dell’Ue potrebbe aiutare a promuovere l’integrazione dei mercati dei capitali. In altre parole si tratterebbe di un ‘do ut des’: aiuti contro la pandemia in cambio di misure in favore di un più equo mercato europeo dei capitali. Ovviamente anche questa strada è stretta e lunga. Tuttavia non c’è dubbio che in una fase come questa, in cui l’agenda europea è dominata dalle questioni legate alla pandemia, uno scambio di questo tipo potrebbe servire ad ammorbidire la posizione delle autorità olandesi.

  • Il G30 e le imprese insolventi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** pubblicato su ItaliaOggi il 5 febbraio 2021

    Il 2021 potrebbe essere il vero «annus horribilis». Lo sarà quasi certamente per centinaia di migliaia, se non milioni, di imprese a livello mondiale, in particolare nei paesi cosiddetti avanzati. In Italia tutti temono la scadenza di fine marzo, quando molte aziende, piccole e medie, dovranno fare i conti soprattutto con i loro debiti e quando dovrebbe finire il blocco dei licenziamenti. Finora è intervenuta la rete di salvataggio della cassa integrazione per milioni di lavoratori. Anche se gli aiuti di Stato dovessero essere prolungati, e tutti se lo augurano in questo momento, il problema, comunque, si presenterà con più forza qualche mese dopo.

    La realtà brutale dei fatti è che siamo di fronte, anche in casa nostra, al pericolo di licenziamenti massicci e di fallimenti di imprese con dei numeri mai visti dopo la seconda guerra mondiale. La pandemia ha creato una crisi di insolvenza per mancanza di mercato e di introiti e una montagna di debiti impagabili, i cosiddetti non performing loans. «Questa crisi di solvibilità differisce nettamente dalla crisi finanziaria globale (2007-8), incentrata sul sistema finanziario e sui problemi di liquidità». Lo afferma anche lo studio «Reviving and Restructuring the corporate sector post-Covid», (rivitalizzare e ristrutturare il settore delle imprese dopo il Covid), recentemente preparato da un’organizzazione molto influente ma ancora poco conosciuta, il Gruppo dei Trenta.

    Il G30 è un’organizzazione internazionale privata formata da trenta tra i più influenti finanzieri ed economisti a livello mondiale. Fu creata alla fine degli anni Settanta dalla Fondazione Rockefeller, gestita dal noto banchiere americano. Ha sempre avuto l’obiettivo di analizzare le questioni economico-finanziarie più rilevanti, in particolare quelle relative ai mercati dei capitali e dei cambi. Oggi, oltre a numerosi ex governatori di banche centrali, annovera anche Mario Draghi, come senior member molto attivo. Il rapporto citato è stato redatto proprio sotto la sua supervisione.

    Lo studio evidenzia la tendenza molto pericolosa dell’aumento del cosiddetto «corporate debt», il debito delle imprese, ben prima della crisi pandemica, che, ovviamente, lo ha molto esacerbato. Il debito del settore corporate non finanziario globale è passato dal 73% del pil mondiale del 2007 al 91% dell’inizio del 2020. Ciò sta a indicare che molte economie erano molto più vulnerabili agli stress finanziari, già prima delle crisi da Covid.

    In generale, all’inizio della pandemia, anche il debito pubblico globale era di molto più grande rispetto a quello del 2007. Se si confrontano due periodi, quello del 2005-7 con quello del 2017-19, si vede che, a livello globale, la crescita del volume del private equity e del debito privato ha superato del 51% la crescita del pil, passando da 58 a 88 trilioni di dollari.

    Il rapporto del G30 evidenzia come siano le pmi a correre il maggiore rischio di default. Subiscono maggiori pressioni finanziarie delle grandi corporation e hanno, al tempo stesso, minori opzioni di finanziamento: dipendono largamente dal settore bancario a cui hanno già conferito notevoli garanzie personali a copertura dei crediti ottenuti. Esse sono, però, il pilastro portante dell’occupazione nel mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, nel 2016 le imprese con meno di 500 addetti rappresentavano il 47% della forza lavoro del settore privato. In Europa, e soprattutto in Italia, si sa che questa percentuale è di gran lunga più grande.

    Che fare allora? Il G30 apprezza che a ottobre 2020 gli stimoli fiscali globali dei governi siano stati pari a 12 mila miliardi di dollari. Il Giappone, per esempio, ha approvato un pacchetto fiscale pari al 21% del suo pil! Di conseguenza, vi è un certo ruolo da parte dello Stato, il cui intervento, però, si sostiene, «non deve essere eccessivo». Anzi si suggerisce di non «guadagnare semplicemente tempo concentrandosi sulla liquidità» da far affluire al sistema, ma di «utilizzare le competenze del settore privato per valutare la redditività delle imprese».

    In breve, il G30 teme che una politica pubblica di aiuti troppo accomodanti potrebbe favorire la crescita delle cosiddette «imprese zombie», cioè quelle aziende decotte che non sono in grado di coprire finanche gli interessi sui debiti con i profitti correnti. Queste, mantenute in vita da sussidi e nuovi crediti distribuiti a pioggia, senza un più ferreo controllo, rappresenterebbero un fardello e una minaccia ai settori dell’economia ben funzionante. Si rileva, invece, che la situazione «potrebbe richiedere una certa quantità di «distruzione creativa». Si propone la creazione di istituti ad hoc, delle bad bank, per raccogliere i debiti corporate inesigibili. Non è detto, ma forse è proprio qui che gli esperti del G30 vedrebbero volentieri il contributo dello Stato. Il che suscita più di qualche perplessità.

    Nel documento è evidente una forte contraddizione. Si sottolinea più volte il timore che la crisi di insolvenze possa colpire anche il settore finanziario, per cui si ripete con forza che «il governo potrebbe dover intervenire per proteggere o rafforzare la capacità del settore finanziario di sostenere la ripresa economica». Il rischio, o meglio la certezza, di una massiccia disoccupazione di massa, con evidenti e pericolose derive sociali, è, invece, sbrigativamente affrontata con generici riferimenti a riqualificazioni e trasferimenti di lavoratori. Ciò la dice lunga circa l’ottica nella quale anche il G30 si muove.

    In conclusione il documento del G30 non è per niente innovativo. Anzi dimostra come l’approccio non sia mai cambiato, sia dopo la Grande Crisi, sia nel mezzo della crisi pandemica. Questo è il vero problema che ci trasciniamo da troppo tempo. Certo, il Covid ha aggiunto crisi su crisi.

    Secondo noi, però, la riforma finanziaria e una nuova architettura globale più giusta e multipolare, se non ora, quando?

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Stablecoin: monete a ruota libera

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 18 novembre 2020

    La digitalizzazione è indubbiamente un profondo ed efficiente ammodernamento di tutti i settori della società. In particolare dei processi tecnologici, economici e finanziari. Anche nei settori dei pagamenti si è avuto un vero a proprio «boom digitale» e sono sottoposti a dei cambiamenti continui, a un ritmo incalzante. L’e-commerce, per esempio, sta celermente soppiantando i tradizionali settori di vendita. Le transazioni e i pagamenti hanno sempre più accantonato l’uso del contante, anche quello della carta di credito di plastica. Oggi si acquista e si paga attraverso specifiche «app» presenti negli smartphone personali.

    Una ricerca della Bce ha evidenziato che, in un breve lasso di tempo, sono state avanzate ben oltre 200 nuove proposte e iniziative nel campo dei pagamenti. Sono dei servizi così innovativi e ambiti dal grande business tanto da essere offerti a titolo gratuito in cambio, però, della disponibilità e della gestione di informazioni e di dati riguardanti i singoli utenti. Naturalmente a discapito della privacy.

    A proporli sono le cosiddette imprese bigtech, i giganti tecnologici globali, quali Google, Amazon, Facebook e molti altri tra cui la cinese Alibaba. Sono i dominatori assoluti dei listini di tutte le borse valori intenzionali. La loro forza sta non solo nell’abbondanza della liquidità ma anche nel controllo delle piattaforme online, dei social media e delle tecnologie di comunicazione mobile.

    Tale sistema presuppone l’esistenza di conti correnti coperti da disponibilità o da garanzie reali. Se tenuto sotto un puntuale controllo da parte delle istituzioni di vigilanza, non vi sarebbero rischi o particolari problemi. Anzi, potrebbe agevolare e velocizzare il segmento dell’economia finanziaria e bancaria. La cosa, però, cambia completamente quando certe grandi organizzazioni economiche e finanziarie internazionali intendono creare delle monete digitalizzate private. È il caso delle cripto valute la cui volatilità, opacità e mancanza di controlli hanno già creato seri rischi alla stabilità dell’intero sistema.

    La storia dei bitcoin docet: valori saliti alle stelle e poi crollati improvvisamente, mentre le banche centrali, incapaci di intervenire, stavano a guardare preoccupate. Adesso sul mercato sono arrivate le cosiddette stablecoin globali. Sono degli strumenti finanziari sviluppati proprio per ovviare alla volatilità delle cripto valute, in quanto il loro prezzo dovrebbe essere stabilizzato rispetto a un asset di riferimento: una moneta, come il dollaro e l’euro, l’oro o altre materie prime, oppure titoli e indici di borsa. Esse devono avere come sottostante un portafoglio di asset, di «attività di riserva».

    In altre parole, le stablecoin sarebbero delle cripto valute ancorate, per esempio, a delle monete garantite dalle tradizionali istituzioni internazionali. Esse hanno già suscitato grande attenzione e curiosità soprattutto quando Facebook ha annunciato di voler attivare la libra, che sarebbe la sua stablecoin globale in grado di operare senza utilizzare i sistemi di pagamenti e di compensazione e senza i vincoli dei regolamenti esistenti.

    Vi sono, poi, altri metodi usati da certe stablecoin, sganciati da affidabili entità centrali, per le quali la stabilizzazione sarebbe data dall’andamento di un algoritmo che detterebbe il comportamento di espansione o di riduzione delle stablecoin stesse. La loro affidabilità è certamente dubbia e molto inferiore, così come quella data dalle cosiddette collateralized stablecoin che usano appunto degli asset digitali come collaterali per garantire la loro emissione. Come al solito non è sempre oro ciò che luccica!

    È chiaro che un’espansione significativa e non regolamentata del loro uso potrebbe produrre effetti negativi e destabilizzanti sul sistema economico.

    Lo hanno sottolineato anche il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea che hanno definito le stablecoin una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza».

    Infatti, le loro assicurazioni e garanzie potrebbero non essere sufficienti a far fronte alla richiesta di rimborsi in eventuali situazioni di «run», di corsa al riscatto da parte dei detentori. Pertanto il loro valore potrebbe «oscillare» molto, «contagiando» l’intero sistema finanziario. Essendo un vero e proprio meccanismo di pagamento, una inadeguata gestione dei rischi di liquidità, di quelli operativi e cibernetici potrebbe provocare una crisi sistemica.

    Inoltre, aspetto non irrilevante, gli emittenti delle stablecoin andrebbero ad aumentare il cosiddetto shadow banking, la cui dimensione da anni ha di molto sorpassato il tradizionale settore bancario. Attraverso un loro eventuale ingente acquisto di titoli influirebbero pesantemente sui mercati, sull’operatività delle stesse banche e sulle politiche monetarie e dei tassi di interesse. Senza attente e stringenti misure di controllo da parte delle agenzie governative preposte, vi è anche un alto rischio che esse siano vulnerabili all’abuso criminale e all’uso per il riciclaggio e per il finanziamento di attività terroristiche.

    In Europa, le varie istituzioni stanno studiando le caratteristiche e gli effetti delle stablecoin con grande attenzione e preoccupazione. La Commissione europea intende approntare un regolamento del mercato delle cripto attività, senza il quale giustamente teme effetti incontrollabili e molto destabilizzanti. Le stablecoin dovrebbero rispettare i requisiti legali, i regolamenti e gli standard previsti per tutti i sistemi e gli strumenti di pagamento.

    La Bce e le banche centrali nazionali stanno elaborando nuove norme relative alla sorveglianza sui sistemi dei pagamenti, soprattutto su quelli elettronici. Per far fronte alla richiesta di innovazione e alla sfida di ineludibili modernizzazioni, Francoforte pensa di introdurre un euro digitale, affidabile e privo di rischi. Esso affiancherebbe il contante senza sostituirlo, rendendo il sistema dei pagamenti più fruibile, più celere ed efficiente.

    Si ricordi che le stablecoin sono dei mezzi di pagamento emessi da privati. Sono delle valute private, come nel medioevo quando ogni principe, piccolo o grande che fosse, coniava le proprie monete. È in gioco la sovranità monetaria pubblica! Chi ha il dovere di intendere lo faccia!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Richieste di credito da parte delle imprese in calo dell’8,3% richieste nel terzo trimestre

    Decisa frenata nel terzo trimestre per le richieste di credito delle imprese italiane (-8,3%), rispetto allo stesso periodo del 2019. Accade dopo che il secondo trimestre aveva visto un’impennata (+79,3%), sulla spinta anche delle misure di stimolo del governo per contenere gli impatti dell’emergenza Covid 19. Col crescere della seconda ondata della pandemia la tendenza però torna a invertirsi a ottobre, con un picco nell’ultima settimana (+28%). I dati sono dell’ultimo aggiornamento sul patrimonio informativo di Eurisc – il Sistema di informazioni creditizie di Crif, e viene spiegato che la nuova crescita è sostenuta in particolare dai mutui immobiliari (nelle ultime settimane stabili intorno al +30%) e dai prestiti finalizzati, mentre fidi e soprattutto prestiti personali e carte di credito restano distanti dai volumi del 2019.

    Se si guarda al dettaglio, emerge una dinamica speculare tra le richieste delle imprese individuali e quelle delle società di capitali. Sale l’importo medio dei finanziamenti richiesti: nell’ultima rilevazione 72.084 euro, il valore più elevato degli ultimi due anni. Le imprese individuali hanno visto un importo medio di 27.080 euro (-1,4%), mentre per le società di capitali si è assestato a 99.631 euro (+3,8%). Quanto alla distribuzione per classi di importo, il 30,1% del totale si è concentrato nella fascia al di sotto dei 5.000 euro, per il peso delle richieste di ditte individuali e microimprese. Le richieste di importo superiore ai 50.000 euro contano però per quasi il 17% del totale.

    Lo scenario d’incertezza vede inoltre le imprese continuare a richiedere l’accesso alla moratoria del governo per sospendere il pagamento delle rate sui finanziamenti. Per il comparto business, l’analisi di Crif fa emergere significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Il 73,1% dei contratti che hanno ottenuto la sospensione delle rate è riconducibile a società di capitali, il 23,6% a società di persone e i 2,1% a ditte Individuali. L’importo medio della rata mensile sospesa e l’ammontare residuo per estinguere il finanziamento risultano pari rispettivamente a 2.999 euro e 134.246 euro. Per le società di capitali la rata mensile sospesa risulta di 3.568 euro a fronte di un importo residuo pari a 152.627 euro. Per le società di persone la rata risulta di 1.473 euro e per le ditte individuali di 835 euro. Sulla totalità dei contratti per cui è stata ottenuta la sospensione, il 48% riguarda mutui di liquidità, il 25,8% leasing e il 16,4% mutui immobiliari. Seguono i prestiti finalizzati, col 5,4%, e i prestiti personali, col 4,5%.

  • Per le banche il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009

    Per le banche a livello globale il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009, più difficile di questo 2020. Potrebbe accadere nonostante gli istituti di credito siano in condizioni migliori rispetto al 2009 per resistere allo stress. E pur con le misure di sostegno in atto e le prospettive di vaccini contro il Covid 19. Lo sostiene un’analisi di S&P Global Ratings, in cui viene stimato che il ritorno ai livelli pre-pandemia non possa arrivare prima del 2023, ma anche oltre. Un ripristino “lento, incerto e altamente variabile a seconda delle aree geografiche”, secondo l’analista, Emmanuel Volland.

    La spiegazione viene individuata in quattro fattori di rischio, a partire dal peggioramento e dalla lunghezza della crisi da Covid 19. Secondo fattore, la durata finita delle misure di sostegno che hanno stabilizzato le banche. “Non possono durare per sempre e il progressivo previsto ritiro nel 2021 rivelerà un quadro più fedele della qualità delle attività bancarie” spiega l’analista Gavin Gunning. Altri due fattori sono indicati in un probabile aumento della leva finanziaria e prevedibili maggiori insolvenze societarie, insieme a un indebolimento nella proprietà e dunque nella qualità del credito bancario. Promettente per una ripresa l’annuncio di uno o più vaccini in approvazione per fine anno e disponibili per la metà del prossimo. Ma sarebbe solo un primo passo verso un ritorno alla normalità.

    Nello specifico delle banche europee ci sono analisti che stimano che il successo del lancio di un vaccino anti-Covid potrebbe aumentare i guadagni di 9 miliardi di euro (14%), con SocGen e UniCredit che potrebbero trarne vantaggio. Nei numeri d’altra parte S&P testimonia la prospettiva di difficoltà col fatto di avere intrapreso dall’inizio della pandemia 236 azioni di rating negativo, relative al coronavirus, allo shock sul prezzo del greggio e ad altri fattori di stress sulle banche a livello globale.

    Spostando lo sguardo sull’Italia, un quadro viene fornito dalla recente analisi del centro studi Orietta Guerra della Uilca sui conti economici del terzo trimestre 2020 degli 8 maggiori istituti di credito. Si evidenzia una contrazione complessiva dell’utile contabile di 8,5 miliardi di euro (5,3 miliardi col goodwill negativo dell’incorporazione di Ubi in Intesa Sanpaolo). Un calo (-93,2%) dovuto all’impatto degli oneri d’integrazione del piano industriale e ad altre operazioni straordinarie di Unicredit e all’aumento delle rettifiche di valore (3.036 milioni), di cui una parte per fronteggiare il deterioramento del credito, causa l’incidenza del Covid 19 sull’economica nazionale e internazionale. Ritenuto soddisfacente (-7,2%) il livello medio del margine operativo, oltre al fatto che nei primi nove mesi del 2020 le maggiori banche italiane abbiano ridotto i crediti deteriorati netti di 2,9 miliardi e che secondo operazioni di derisking non ancora contabilizzate, si arriverebbe a una riduzione di oltre i 6 miliardi. Per contro preoccupano le 2,7 milioni di domande di moratoria sui prestiti concesse dal sistema bancario per circa 294 miliardi, che alla scadenza, con un lockdown di cui non si conosce la durata, potrebbero trasformarsi in parte in npl.

  • Crescono i depositi bancari, ma si teme una nuova ondata di crediti deteriorati

    Un paradossale ‘circolo vizioso’ rischia di frenare la ripresa italiana nei prossimi mesi: famiglie e imprese che se lo possono permettere stanno aumentando molto il risparmio ma questo dato, normalmente positivo, non si traduce in risorse disponibili all’investimento e deprime ancora più i consumi già in frenata a causa dei lockdown e dei timori per il futuro. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha certificato così un allarme che già da alcune settimane faceva capolino dai dati di settore: la liquidità erogata dalle banche soprattutto alle imprese, grazie anche alle garanzie statali, resta parcheggiata nei depositi e nei conti correnti. Lo ha fatto proprio alla Giornata del Risparmio, l’appuntamento organizzato dall’Acri, quest’anno tenuto in maniera solo virtuale. L’allarme è stato condiviso dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri che ha chiesto appunto di “incanalare tali risorse verso l’economia reale” e dal padrone di casa Francesco Profumo. In un telegramma anche il capo dello Stato Sergio Mattarella ha posto l’accento sulle risorse del risparmio che “se adeguatamente utilizzate, potranno contribuire a sostenere una rapida ripresa di consumi e investimenti, una volta domata la pandemia e ridotta l’incertezza sulle prospettive future. È indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia” ha ammonito il Presidente della Repubblica che ha indicato anche l’utilizzo delle risorse in arrivo dalla Ue per gli investimenti che devono essere mirati a “ridurre i divari, per un Paese che torni a offrire opportunità, per un futuro dignitoso, specie alle giovani generazioni”.

    E se da un lato le banche registrano un boom dei depositi, nei prossimi mesi dovranno fare i conti con l’inevitabile aumento dei crediti deteriorati. Al momento la situazione è ‘congelata’ grazie alle moratorie che verranno peraltro prorogate assieme alle garanzie sui prestiti oltre la scadenza di dicembre come ha assicurato Gualtieri. E però, ha ribadito Visco ripetendo quanto già detto qualche settimana fa, e anche qui in sintonia con il Mef questo deve spingere le banche a prepararsi per tempo per evitare “l’accumulo” dei crediti nei bilanci. La vigilanza è flessibile ma vuole evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2012 quando dovette intervenire a furia di ispezioni e sotto la spinta della Bce per far aumentare coperture e accantonamenti a un settore bancario non convinto.

    Il governatore non vuole “un’azione indiscriminata” ma che le banche facciano quello che è il loro dovere: “sostenere i progetti imprenditoriali meritevoli, riconoscere senza indugio le perdite derivanti da esposizioni per cui si prevede un’elevata probabilità di insolvenza, ristrutturare i prestiti dei debitori in situazione di difficoltà”. Tre eterni principi validi anche nell’attuale situazione di emergenza.

    Peraltro, in base ai dati Banca d’Italia, le rettifiche fino a ora sono state portate avanti da poche banche di grandi dimensioni e “diverse banche, sia tra quelle significative sia tra quelle meno significative, presentano tassi di copertura sui crediti in bonis molto inferiori alla media del sistema. È necessario che questi divari siano colmati” ha detto Visco.

    Se il sistema bancario ha quindi, dopo qualche iniziale lentezza, sostenuto le misure straordinarie (i prestiti sono a 100 miliardi e le moratorie a 300), lavorando “notte e festivi” compiendo “quasi miracoli” come ha rivendicato il presidente Abi Antonio Patuelli, deve ora mantenere la sua solidità. Banche in crisi o comunque in difficoltà potrebbero mettere ulteriore sabbia in una ripresa ancora incertissima. Gualtieri ha indicato quale una delle soluzioni, le aggregazioni fra banche “promosse dai mercati e basate su solidi piani industriali, che siano in grado di consentire il conseguimento di economie di scala e di diversificazione e i necessari investimenti in tecnologia e innovazione”.

  • Mps e l’economia sudamericana

    L’ex ministro dell’economia Padoan nel 2017 investì 5,3 miliardi dei quali 4.2 mld a carico di obbligazionisti e azionisti, il resto con le finanze pubbliche, per salvare il Monte dei Paschi di Siena ad un passo dal default. A poco più di un anno dall’uscita dal Ministero dell’Economia lo stesso ex-ministro diventa presidente di Unicredit attraverso il quale probabilmente guiderà l’acquisizione del Monte dei Paschi di Siena. Nel frattempo il titolo è passato da una media di 4,3 euro per azione del 2017 a 1,06 attuali.

    In questo modo si è mantenuto in piedi un istituto moribondo con risorse pubbliche e private con l’autorità di un ministro il quale, successivamente diventato presidente di una banca, si trova ad avere la possibilità di poterlo acquisire con un esborso finanziario minimo. Una tecnica che ci allinea con le economie sudamericane all’interno delle quali il capitale privato utilizza le risorse pubbliche e le connivenze, se non proprio la complicità delle cariche pubbliche, per acquisizioni speculative.

    Il fatto stesso che un ministro possa tranquillamente passare da un incarico pubblico ad uno privato senza un periodo di “quarantena” rappresenta il livello di etica del sistema. Dimostra in più come l’ennesima declinazione del principio del conflitto di interessi possa venire applicata al mondo della politica e dell’economia.

    Ancora oggi qualcuno ha il coraggio di parlare di digitalizzazione del nostro sistema economico (certamente importante) quando l’Italia declina decisamente verso una economia sudamericana della peggiore specie.

    P.S. La deriva sudamericana viene confermata dal comportamento di Profumo, l’attuale presidente di Leonardo, condannato a sei (6) anni per la gestione MpS (ancora) e che non ha neppure presentato le proprie dimissioni che sarebbero state respinte come da copione.

     

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