Banche

  • E’ esploso nel mondo il credito ai privati

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato sul ‘Italia Oggi’ del 7 agosto 2019.

    La banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nel suo Rapporto economico annuale sostiene che «il rallentamento dell’economia mondiale sta peggiorando e si sta allargando». Questo giudizio ovviamente non farà piacere a Donald Trump che, invece, sostiene che l’economia americana non è mai andata così bene. Il presidente, in verità, più che limitarsi a considerare solo alcuni dati statistici favorevoli, dovrebbe soffermarsi su certi preoccupanti andamenti finanziari, quali il debito delle imprese.

    Non è un caso, infatti, se alcuni governatori della Federal Reserve e suoi presidenti regionali, tra cui quelli di New York e di St. Louis, abbiano chiesto che la banca centrale diminuisca il tasso di sconto. Secondo la Bri, «la decelerazione economica è più forte di quanto si aspettasse e sta creando tremori sui mercati finanziari». Sono quattro le ragioni identificate:

    1. le tensioni commerciali internazionali;
    2. il rallentamento della crescita in Cina, con Pechino concentrata sulla necessità non più procrastinabile della riduzione del debito;
    3. le politiche restrittive della Fed che influenzano, in particolare, i paesi emergenti dipendenti dai crediti e dai finanziamenti in dollari;
    4. la contrazione economica di molti paesi occidentali e anche di quelli emergenti.

    Il rallentamento si colloca all’interno di alcune tendenze in atto da più lungo periodo, quali l’inflazione più bassa delle aspettative, il ruolo sempre più imprevedibile della finanza globalizzata, la bassa produttività del lavoro, combinata con salari bloccati da tempo, e l’indebolimento dell’ordine economico del libero mercato a seguito delle misure protezionistiche.

    La preoccupazione della Bri, tuttavia, riguarda la crescita del debito, in particolare quello privato. La vulnerabilità maggiore è rappresentata dal «surriscaldamento del settore corporate, quello delle imprese, in molte economie avanzate».

    Il mercato dei leveraged loan, cioè dei crediti concessi a imprese già pesantemente indebitate e di bassa affidabilità, e, quindi, ad alto rischio, ha raggiunto i 3 mila miliardi di dollari. Ciò è paragonabile a quanto accadde con i crediti immobiliari subprime nella crisi del 2007-8. Sono aumentati i prodotti strutturati, titoli derivati, come i collateralized loan obligation (clo), che per il 60% sono detenuti dalle banche americane, per il 30% da quelle giapponesi e per il 10% da quelle europee.

    Naturalmente la somma citata rappresenta la parte evidente «in sofferenza» rispetto alla complessiva bolla di debiti corporate. Particolarmente interessati sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non è un caso che anche la Bank of England abbia recentemente condiviso le preoccupazioni della Bri. Si teme che se la situazione dovesse deteriorare, l’impatto economico sarebbe di molto amplificato attraverso il sistema bancario. Del resto la Bri aggiunge che si dovrebbe essere preoccupati dei debiti corporate più che di quelli degli Stati sovrani.

    In questi anni la qualità dei crediti concessi alle imprese è andata sempre più peggiorando. Negli Usa il lowest investment grade rating, cioè la valutazione più bassa applicata agli investimenti, rappresentava il 29% di tutti i crediti concessi nel 2000 mentre oggi è il 36%. La situazione in Europa è peggiore, perché nello stesso periodo questo rating è passato dal 14% al 36%. Per quanto riguarda il settore specifico delle obbligazioni corporate, il rating più basso, che era del 22% in Europa e del 25% negli Usa, è salito al 45% per entrambi.

    Le preoccupazioni menzionate relative alle economie dei paesi emergenti sono confermate anche da un recente studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), secondo il quale la passata politica di tasso zero della Fed li avrebbe indotti a indebitarsi in modo sproporzionato, soprattutto nei settori privati. Infatti, la percentuale del loro debito sul totale mondiale è passata dal 7% del 2007 al 26% del 2017. Nello stesso periodo il debito privato delle imprese e delle famiglie delle economie emergenti in rapporto al loro pil è passato dal 56 al 105%. I dati sono eloquenti.

    Com’è noto, i paesi in questione sono molto dipendenti dal dollaro e dalle sue evoluzioni valutarie per cui le politiche della Fed vi determinano forti ripercussioni. Vedesi l’instabilità dell’Argentina, del Brasile, dell’India, dell’Indonesia, della Turchia e del Sud Africa.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

     

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

  • Il sindacato dei bancari vede pericoli crescenti di usura per famiglie e imprese

    La Fabi, sindacato dei bancari, avverte che c’è un «rischio usura, per imprese e famiglie, legato alla massiccia vendita di sofferenze e di crediti deteriorati da parte delle banche italiane». Il segretario generale del sindacato, Lando Maria Sileoni, sostiene infatti che in Italia «i tempi di recupero crediti delle società specializzate sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata».

    Quello della cessione, ricorda il sindacato bancario, è «un fenomeno sensibilmente cresciuto negli ultimi anni, che riguarda prestiti non rimborsati per oltre 360 miliardi di euro e che interessa, guardando alle sole sofferenze, oltre 1,2 milioni di soggetti. Si tratta di clienti bancari ‘ceduti’, con le loro rate scadute, dagli istituti bancari a società specializzate nel recupero crediti che operano frequentemente con modalità spregiudicate: la maggior parte dei soggetti coinvolti (61%) è esposta per cifre che vanno da 250 euro a 30.000 euro». Nell’analisi, evidenzia la Fabi, emerge che sul piano territoriale è il Nord Ovest l’area geografica più toccata dal problema col 33% degli npl totali, con la Lombardia (24,9%) in testa alla classifica, seguita dal Lazio con il 13,3% dei crediti deteriorati.

    Come ricorda ancora il sindacato, dal 2015 al 2018, anche per effetto delle forti pressioni esercitate dalle autorità di vigilanza europee, sono stati immessi sul mercato non performing loans per oltre 170 miliardi. «Operazioni che, se da una parte hanno consentito alle banche di migliorare i risultati raggiungendo in tempi brevi gli obiettivi dei requisiti patrimoniali imposti dalle stesse autorità europee, dall’altro stanno mettendo in pericolo i clienti bancari». Il fenomeno dei crediti deteriorati in banca raggiunge il picco nel 2015 con 360,4 miliardi tra sofferenze (201,1 miliardi) inadempienze probabili (136,3 miliardi) ed esposizione scadute (13,8 miliardi). «Da quel momento è scattata una vasta pulizia di bilancio, che ha rappresentato la via d’uscita preferita dalle banche italiane, ricercata da management al solo scopo di fare cassa, riequilibrare il bilancio e accontentare la vigilanza bancaria europea», continua la FABI.

    Nell’arco del triennio 2015-2018, continua l’analisi, il totale dei crediti deteriorati ancora iscritti nei bilanci bancari è stato portato 189,5 miliardi: 101,5 miliardi di sofferenze, 82,9 miliardi di inadempienze probabili e 4,9 miliardi di esposizioni scadute. La riduzione è assai significativa. Sul discusso e pericoloso mercato del recupero crediti è finita, dunque, con ogni probabilità, una parte consistente dei 170,8 miliardi ”spazzati via” dai bilanci delle banche. Le operazioni di vendita sono cresciute costantemente. Nel corso del 2018, i crediti deteriorati netti sono calati a 90 miliardi, con una riduzione di 40 miliardi rispetto al 2017: una discesa legata a rilevanti operazioni di cessione di non performing loan (55 miliardi nel 2018, 42 miliardi nel 2017, 26 miliardi nel 2016).

    Rispetto allo stock di finanziamenti, gli npl valgono il 4,3%, nel 2015 erano al 9,8%. Se si guarda alle sole sofferenze, analizzando i dati della Banca d’Italia, si scopre che i soggetti coinvolti sono oltre 1,2 milioni. Si tratta di imprese e famiglie alle prese con le difficoltà nell’onorare le scadenze dei finanziamenti: il 61,4% del totale dei clienti in ritardo coi rimborsi è esposto per finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro; un altro 12,9% per prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro; il 7,4% per crediti da 75.000 euro a 125.000 euro. Nella fascia più alta, invece, sono pochi, in proporzione, quelli in crisi: 19.609 clienti (1,6%) con prestiti da 1 a 2,5 milioni; 7.520 soggetti (0,6%) con finanziamenti da 2,5 milioni a 5 milioni; 5.425 (0,4%) per crediti da 5 milioni a 25 milioni, mentre oltre questa soglia ci sono appena 584 ”nomi” (0,04% del totale).

    Da un punto di vista geografico, il fenomeno delle sofferenze, e quindi di clienti bancari a rischio usura, si innesta per oltre il 50% nelle regioni settentrionali: il 33% degli npl è del Nord Ovest (Piemonte e Valle d’Aosta 5,4%, Lombardia 24,9%, Liguria 2,7%); il 25,2% è del Nord Est (Trentino Alto Adige 2,0%, Veneto 8,6%, Friuli Venezia Giulia 1,4%, Emilia Romagna 10,0%); nelle regioni del Centro si registrano, poi, sofferenze pari al 27,9% del totale (Toscana 8,3%, Umbria 1,9%, Marche 3,1%, Lazio 13,3%); il 6,4% degli npl è al Sud (Abruzzo e Molise 2,4%, Campania 6,7%, Puglia e Basilicata 4,5%, Calabria 1,5%), mentre il restante 3,4% è delle isole (Sicilia 5,4%, Sardegna 2,0%).

    Guardando più in generale all’Europa, negli ultimi cinque anni lo stock di crediti deteriorati si è quasi dimezzato, ‘liberando’ risorse per ben 517 miliardi e il 65% di questo risultato è stato ottenuto da paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Solo in Italia, precisa il sindacato, l’ammontare complessivo di npl è diminuito del 52% dal 2014 al 2018, percentuale più alta d’Europa dopo il 78% registrato in Irlanda.

    «Peccato che il primato tricolore delle operazioni di cessione cartolarizzazione – scrive la FABI nell’analisi – sia stato raggiunto nel nostro Paese con la vendita diretta di pacchetti di crediti a terze controparti che ormai hanno fatto degli npl un business o attraverso la garanzia pubblica dello Stato (Gacs). Entrambe le soluzioni sono state utilizzate e perpetrate a danno delle categorie sociali più importanti per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese: i lavoratori, le imprese e famiglie. Chi ha tratto profitto dalle svendite folli di crediti marci – sostiene il sindacato – sono solo le banche e gli operatori di mercato, avvoltoi in cerca di affari a buoni prezzi e ignari del danno sociale prodotto».

    «Non bisogna limitarsi a far quadrare i bilanci delle banche, ma anche tutti gli altri aspetti, soprattutto quelli sociali, derivanti da operazioni squisitamente finanziarie volute dalla Banca centrale europea e dietro le quali si arricchiscono i soliti personaggi – commenta il segretario Sileoni – I tempi di recupero crediti delle società specializzate – spiega ancora – sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata. Il paradosso sarà rappresentato dal fatto che sullo stesso territorio opereranno sia le banche che vorranno comportarsi bene, ma che hanno svenduto i loro crediti a degli avvoltoi, sia le stesse società specializzate nel recupero crediti che agiranno in fretta e con pochissimi scrupoli. E’ una bomba che sta per esplodere – avverte Sileoni – e il governo deve intervenire a stretto giro, con una legge ad hoc, salvaguardando piccole, medie imprese in crisi oltre che famiglie disperate. Senza dimenticare che le ripetute cessioni di sofferenze da parte delle banche hanno un impatto negativo sul settore, sia per quanto riguarda l’occupazione sia perché le stesse banche rinunciano ad attività che potrebbero essere ben gestite al proprio interno: le professionalità esistono e vanno invece valorizzate», conclude.

  • Solo 4 banche cinesi su 19 superano gli stress test

    Sulla testata Transatlantico diretta da Andrew Spannaus, Paolo Balmas scrive che solo 4 banche su 19 hanno superato uno stress test eseguito dalla Development Bank of Singapore (DBS): la China Construction Bank, la China Merchants Bank, la Chongqing Rural Commercial Bank and the Bank of Shanghai. La DBS ha sottoposto le 19 banche, che rappresentano il 76% dell’intero settore bancario cinese, a una condizione caratterizzata dalla congiunzione di tre scenari negativi: un veloce calo della crescita economica al 4% per il 2020 (ora si aggira intorno al 6,6%); un crollo del 31% dei prezzi del real estate dovuto a una potenziale bolla del settore; un raddoppiamento dei tassi d’interesse sui crediti in sofferenza dal 5 al 10%. I risultati della DBS richiedono un intervento di circa due trilioni di yuan, ovvero oltre 290 miliardi di dollari.

    Lo scenario, riferisce l’articolo, non è fra i più positivi e si somma ai dubbi che molti investitori occidentali hanno già sull’economia cinese in generale. Tuttavia, la rappresentazione del settore bancario cinese offerto dalla DBS risulta in contrasto con gli ultimi report delle maggiori istituzioni internazionali del settore, il Financial Stability Board (FSB) e la Bank of International Settlement (BIS), le quali descrivono le banche cinesi, almeno quelle considerate ‘sistemiche’, in linea con gli standard internazionali e più caute delle controparti occidentali per quanto riguarda la gestione dei rischi.

  • Tassi negativi sui depositi delle banche alla Bce: nel 2018 hanno reso 7,5 miliardi a Francoforte

    L’11 giugno 2014, la Bce ha introdotto un tasso di interesse negativo sui depositi presso la Banca Centrale e questo, secondo un’analisi condotta da Deposit Solutions, ha fatto sì che nel solo 2018, le banche della eurozona abbiano trasferito alla BCE circa 7,5 miliardi di euro sulle giacenze liquide, ossia 21 milioni di euro al giorno, con un impatto medio sugli utili del -4.3% nel solo 2018. La maggior parte di questi pagamenti è stata effettuata da banche tedesche, francesi e olandesi che, nel periodo 2016-2018, hanno pagato rispettivamente 5,7, 4,1 e 2,5 miliardi di euro, con un impatto sugli utili compreso tra il -9.1% della Germania e il -4% della Francia. Nello stesso intervallo di tempo, le banche Italiane hanno rappresentato il 5.2% dei trasferimenti, per un controvalore di circa 900 milioni di euro di interessi negativi. Con un impatto sul profitto del -2,4%, le banche italiane hanno versato meno tassi di interesse negativi di quelle francesi e tedesche, ma più delle controparti spagnole, che negli ultimi tre anni hanno pagato 764 milioni.
    I pagamenti dei tassi di interesse negativi continuano a crescere anno dopo anno, ma non in Italia. I pagamenti annuali di interessi delle banche tedesche sono quasi raddoppiati negli ultimi tre anni e sono aumentati di anno in anno anche in Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo. L’aumento è stato particolarmente oneroso per le banche spagnole che nel 2016 hanno versato circa 125 milioni di euro di tassi di interesse negativi, e nel 2018 più di tre volte tanto, attestandosi sui circa 400 milioni di euro. In controtendenza, l’Italia è stata l’unico paese dell’Eurozona ad aver registrato un calo dei pagamenti di anno in anno.

  • Deutsche Bank, da 20 a 7 euro. Più va male e più aumentano i redditi dei suoi dirigenti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 22 maggio 2019.

    In Europa nel settore bancario ognuno ha i suoi guai e i suoi compiti a casa da fare. L’Italia ha i crediti inesigibili da smaltire, la Germania ha la Deutsche bank (DB) il colosso sempre più traballante da sistemare. A ciò si aggiungano le mine vaganti delle banche «too big to fail» negli Stati Uniti che, come più volte sottolineato, rappresentano sempre un rischio sistemico. Da qualche tempo le azioni DB sono in caduta libera: sono scese sotto i 7 euro. Valevano ancora 20 euro nel 2017.

    Non a caso i vari tentativi di salvataggio sono falliti. In particolare il piano di fusione con la banca tedesca numero due, la Kommerzbank, partecipata per il 15% dallo Stato. Si è dovuto prendere atto che, sommando i problemi delle due banche, non si sarebbe ottenuta una soluzione positiva. La Deutsche Bank è pur sempre un colosso con 200 mila clienti, mentre la Kommerzbank ne conta 180 mila. Insieme sarebbero diventate la seconda banca europea per dimensioni, dopo l’inglese Hong Kong Shanghai Bank Corporation.

    Negli ambienti bancari si stima che, per restare a galla, Deutsche Bank dovrebbe licenziare almeno 20 mila dei suoi attuali 90 mila impiegati.

    Anche in terra germanica, invece di rivedere il modello di business e di cambiare gli orientamenti e le priorità della gestione bancaria, si preferisce, purtroppo, penalizzare il lavoro e la tradizionale sana politica del credito alle famiglie e alle imprese. Del resto, si tenga presente che entrambe le banche tedesche sono partecipate da due tra i più speculativi hedge fund americani, Cerberus e Black Rock.

    Si ricordi che la Deutsche Bank ha il record di derivati finanziari per oltre 43.500 miliardi di euro, un po’ di più dei livelli delle tre banche americane, la JP Morgan Chase, la Citigoup e la Goldman Sachs. Il suo ammontare di attivi pari a circa 1.600 miliardi di euro contrasta con i soli 15 miliardi di capitalizzazione: uno tra i più squilibrati rapporti al mondo!

    Secondo uno studio del quotidiano francese Les Echos, incomprensibilmente essa occupa anche il primo posto nella classifica delle banche europee con il più alto numero di manager con stipendi superiori al milione di euro: ben 643! Seconda è la Barclays inglese con 542. La nostra Intesa Sanpaolo è dodicesima con 33 dirigenti milionari.

    In altre parole, le banche più attive nella speculazione e, di conseguenza più a rischio, pagano profumatamente chi, di fatto, le pilota nelle acque più burrascose e limacciose del business finanziario. Infatti, nella Deutsche Bank è proprio il capo del settore investment banking a guadagnare il massimo, 8,6 milioni di euro nel 2018!

    Ci sfugge la razionalità di tutto ciò. Qualche anno fa sembrava che la partecipazione in DB di HNA, il conglomerato cinese dell’aviazione e della logistica, avesse portato nuovi capitali e un po’ di stabilità, diventandone, di fatto, il maggiore azionista. Ma per realizzare simili operazioni, il gruppo cinese si era pesantemente indebitato tanto da giungere alla soglia del collasso, costringendolo a una progressiva ritirata.

    L’uscita della HNA aveva momentaneamente aperto la strada della fusione con la Kommerzbank che, si ricordi, nel mezzo della crisi finanziaria globale, aveva già evitato la bancarotta solo per l’intervento di salvataggio del governo tedesco con oltre 16 miliardi di euro, in seguito, comunque, restituiti allo Stato.

    In verità, è da un decennio che la DB è continuamente sotto osservazione e sotto indagini da parte delle autorità tedesche, inglesi e soprattutto americane. Si stima che nel periodo 2015-2017 essa abbia dovuto pagare soltanto agli enti di controllo americani e inglesi ben 11,2 miliardi di dollari in multe e condanne giudiziarie per varie truffe e per altri comportamenti finanziari sanzionabili, tenuti prima e dopo la crisi del 2008.

    Più recentemente negli Usa la banca tedesca è coinvolta in alcune importanti indagini. La prima è relativa a una possibile frode bancaria attribuibile a Trump. Il presidente americano e tre dei suoi figli hanno presentato alla corte di New York la richiesta di non trasmettere i dati relativi ai propri conti bancari presso la Deutsche Bank e la Capital One Financial Corporation, richiesti dal Congresso americano. La seconda ha a che fare con operazioni di riciclaggio di soldi sporchi da parte della Danske Bank, legata alla DB. Si indaga, poi, su un suo possibile ruolo nell’evasione fiscale di alcuni suoi clienti, come emerso nei famosi Panama Papers.

    Una cosa che disturba i tedeschi è quello che loro chiamano «Schadenfreude», cioè il piacere di alcuni per le disgrazie altrui. È la stessa irritazione che si prova anche in Italia quando alcuni esponenti europei si compiacciono delle nostre difficoltà.

    Non è nostra intenzione discutere in questo modo dei problemi della Deutsche Bank. Al contrario, vorremmo che ci fosse un serio approccio europeo unitario nell’affrontare questi e altri problemi. L’Europa si costruisce anche con la condivisione degli intenti e degli impegni nei campi più importanti. E quello bancario certamente lo è.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’illusione patrimoniale

    Tra la caduta del governo Berlusconi e l’insediamento del governo Monti si alzò una timida voce la quale individuava nella necessità di una patrimoniale da 400 miliardi la soluzione per riportare il rapporto debito PIL tra il 100/105%.

    Da oltre un anno il presidente del Fondo Monetario Internazionale nelle diverse interviste che immancabilmente rilascia a testate giornalistiche internazionali afferma la necessità di una nuova imposizione fiscale attraverso “patrimoniale” (definita “tassa moderna sulla casa”) o in alternativa un prelievo forzoso sui conti correnti che vada da un 15 fino ad un 20/25%. Contemporaneamente, da oltre nove mesi in Italia da tutte le principali testate giornalistiche economiche risulta evidente un susseguirsi di studi e grafici relativi all’ammontare del risparmio privato: quasi indirettamente ad indicare la soluzione di tutti i nostri mali in una ennesima patrimoniale.

    Il risparmio privato ammonta a circa 10.200 miliardi dei quali 4.200 in risparmi, il resto in proprietà immobiliari. Per mancanza di conoscenza o per colpevole ignoranza ancora oggi viene omesso il contenuto della circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 nella quale veniva indicato come oltre il 50% dei risparmi italiani fossero investiti in titoli a rischio e di difficile conversione in liquidità.

    Comunque, partendo da questi valori per riportare oggi il nostro rapporto debito PIL al 100/105% sarebbero necessari quasi 510 miliardi, il 5% dell’intero ammontare del risparmio privato che rende quasi ridicolo il prelievo forzoso del 1992 del governo Amato (6 x 1000). Una cifra assolutamente spaventosa la cui sola proposta giustificherebbe la fuga dal perimetro nazionale dell’intero ammontare dei risparmi italiani al fine di tutelarne l’integrità.

    Anche se la patrimoniale risultasse comunque di un importo inferiore, questa “soluzione” rappresenterebbe ancora una volta l’approccio infantile ed assolutamente poco competente di chi individua nella patrimoniale la soluzione dei nostri problemi.

    Il vero problema del bilancio dello Stato come della spesa pubblica che ne rappresenta la sua manifestazione più evidente è relativo alla assoluta improduttività della spesa stessa  che si moltiplica a causa di scelte politiche. Aggiungere risorse ad un meccanismo così perverso offrirebbe un respiro finanziario che si esaurirebbe in dodici/diciotto mesi (a seconda dell’importo della nuova imposizione fiscale) per ritrovarsi nuovamente al punto di partenza. In altre parole, tanto la patrimoniale quanto il sogno legato al recupero dell’evasione fiscale (187 mld di fatturato evaso che tradotto in nuove entrate fiscali sarebbe meno di 1/5 del valore complessivo dei 510 mld necessari) hanno entrambi l’importante funzione di evitare di affrontare il vero problema interamente attribuibile alla classe politica degli ultimi trent’anni. Questo problema viene facilmente identificato nella incapacità di riformare interamente la spesa pubblica e soprattutto porre un freno alla sua  costante crescita. Una crescita che riguarda non solo lo Stato ma anche gli enti locali. Basti solo ricordare la grandissima occasione persa dal mondo politico durante il periodo del quantitative easing varato dal Presidente della BCE Mario Draghi. L’azzeramento dei tassi di interesse aveva senza nessun merito regalato ai governi Renzi e Gentiloni circa  trenta miliardi di risparmi sul costo dei servizi al debito scialati invece in nuova spesa pubblica improduttiva.

    A questa assoluta irresponsabilità si aggiunga il delirio economico del governo attuale con il reddito cittadinanza e quota cento. Il quadro che ne scaturisce dalle scelte di politica economica degli ultimi tre governi evidenzia in modo inequivocabile l’assoluta mancanza di competenza unita ad un senso di nuovo feudalesimo politico per il quale con la spesa pubblica si possa acquisire o meglio acquistare il consenso elettorale.

    Tornando quindi alla patrimoniale questo nuovo gettito fiscale straordinario non risolverebbe in alcun modo i problemi legati al nostro bilancio statale e tanto meno potrebbe risultare funzionale ad un miglioramento del rapporto debito PIL. Non è mettendo maggiori risorse nelle tasche bucate che si diventa ricchi e con maggiori disponibilità ma intervenendo e cucendo le ragioni di tali voragini.

  • USA: non tutto è oro che luccica

    Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.

    Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.

    Questi sviluppi ci pongono due domande.  Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria?

    Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.

    In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.

    Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.

    Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.

    Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.

    Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.

    Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.

    In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

    Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

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