Banche

  • Tassi negativi sui depositi delle banche alla Bce: nel 2018 hanno reso 7,5 miliardi a Francoforte

    L’11 giugno 2014, la Bce ha introdotto un tasso di interesse negativo sui depositi presso la Banca Centrale e questo, secondo un’analisi condotta da Deposit Solutions, ha fatto sì che nel solo 2018, le banche della eurozona abbiano trasferito alla BCE circa 7,5 miliardi di euro sulle giacenze liquide, ossia 21 milioni di euro al giorno, con un impatto medio sugli utili del -4.3% nel solo 2018. La maggior parte di questi pagamenti è stata effettuata da banche tedesche, francesi e olandesi che, nel periodo 2016-2018, hanno pagato rispettivamente 5,7, 4,1 e 2,5 miliardi di euro, con un impatto sugli utili compreso tra il -9.1% della Germania e il -4% della Francia. Nello stesso intervallo di tempo, le banche Italiane hanno rappresentato il 5.2% dei trasferimenti, per un controvalore di circa 900 milioni di euro di interessi negativi. Con un impatto sul profitto del -2,4%, le banche italiane hanno versato meno tassi di interesse negativi di quelle francesi e tedesche, ma più delle controparti spagnole, che negli ultimi tre anni hanno pagato 764 milioni.
    I pagamenti dei tassi di interesse negativi continuano a crescere anno dopo anno, ma non in Italia. I pagamenti annuali di interessi delle banche tedesche sono quasi raddoppiati negli ultimi tre anni e sono aumentati di anno in anno anche in Francia, Paesi Bassi e Lussemburgo. L’aumento è stato particolarmente oneroso per le banche spagnole che nel 2016 hanno versato circa 125 milioni di euro di tassi di interesse negativi, e nel 2018 più di tre volte tanto, attestandosi sui circa 400 milioni di euro. In controtendenza, l’Italia è stata l’unico paese dell’Eurozona ad aver registrato un calo dei pagamenti di anno in anno.

  • Deutsche Bank, da 20 a 7 euro. Più va male e più aumentano i redditi dei suoi dirigenti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 22 maggio 2019.

    In Europa nel settore bancario ognuno ha i suoi guai e i suoi compiti a casa da fare. L’Italia ha i crediti inesigibili da smaltire, la Germania ha la Deutsche bank (DB) il colosso sempre più traballante da sistemare. A ciò si aggiungano le mine vaganti delle banche «too big to fail» negli Stati Uniti che, come più volte sottolineato, rappresentano sempre un rischio sistemico. Da qualche tempo le azioni DB sono in caduta libera: sono scese sotto i 7 euro. Valevano ancora 20 euro nel 2017.

    Non a caso i vari tentativi di salvataggio sono falliti. In particolare il piano di fusione con la banca tedesca numero due, la Kommerzbank, partecipata per il 15% dallo Stato. Si è dovuto prendere atto che, sommando i problemi delle due banche, non si sarebbe ottenuta una soluzione positiva. La Deutsche Bank è pur sempre un colosso con 200 mila clienti, mentre la Kommerzbank ne conta 180 mila. Insieme sarebbero diventate la seconda banca europea per dimensioni, dopo l’inglese Hong Kong Shanghai Bank Corporation.

    Negli ambienti bancari si stima che, per restare a galla, Deutsche Bank dovrebbe licenziare almeno 20 mila dei suoi attuali 90 mila impiegati.

    Anche in terra germanica, invece di rivedere il modello di business e di cambiare gli orientamenti e le priorità della gestione bancaria, si preferisce, purtroppo, penalizzare il lavoro e la tradizionale sana politica del credito alle famiglie e alle imprese. Del resto, si tenga presente che entrambe le banche tedesche sono partecipate da due tra i più speculativi hedge fund americani, Cerberus e Black Rock.

    Si ricordi che la Deutsche Bank ha il record di derivati finanziari per oltre 43.500 miliardi di euro, un po’ di più dei livelli delle tre banche americane, la JP Morgan Chase, la Citigoup e la Goldman Sachs. Il suo ammontare di attivi pari a circa 1.600 miliardi di euro contrasta con i soli 15 miliardi di capitalizzazione: uno tra i più squilibrati rapporti al mondo!

    Secondo uno studio del quotidiano francese Les Echos, incomprensibilmente essa occupa anche il primo posto nella classifica delle banche europee con il più alto numero di manager con stipendi superiori al milione di euro: ben 643! Seconda è la Barclays inglese con 542. La nostra Intesa Sanpaolo è dodicesima con 33 dirigenti milionari.

    In altre parole, le banche più attive nella speculazione e, di conseguenza più a rischio, pagano profumatamente chi, di fatto, le pilota nelle acque più burrascose e limacciose del business finanziario. Infatti, nella Deutsche Bank è proprio il capo del settore investment banking a guadagnare il massimo, 8,6 milioni di euro nel 2018!

    Ci sfugge la razionalità di tutto ciò. Qualche anno fa sembrava che la partecipazione in DB di HNA, il conglomerato cinese dell’aviazione e della logistica, avesse portato nuovi capitali e un po’ di stabilità, diventandone, di fatto, il maggiore azionista. Ma per realizzare simili operazioni, il gruppo cinese si era pesantemente indebitato tanto da giungere alla soglia del collasso, costringendolo a una progressiva ritirata.

    L’uscita della HNA aveva momentaneamente aperto la strada della fusione con la Kommerzbank che, si ricordi, nel mezzo della crisi finanziaria globale, aveva già evitato la bancarotta solo per l’intervento di salvataggio del governo tedesco con oltre 16 miliardi di euro, in seguito, comunque, restituiti allo Stato.

    In verità, è da un decennio che la DB è continuamente sotto osservazione e sotto indagini da parte delle autorità tedesche, inglesi e soprattutto americane. Si stima che nel periodo 2015-2017 essa abbia dovuto pagare soltanto agli enti di controllo americani e inglesi ben 11,2 miliardi di dollari in multe e condanne giudiziarie per varie truffe e per altri comportamenti finanziari sanzionabili, tenuti prima e dopo la crisi del 2008.

    Più recentemente negli Usa la banca tedesca è coinvolta in alcune importanti indagini. La prima è relativa a una possibile frode bancaria attribuibile a Trump. Il presidente americano e tre dei suoi figli hanno presentato alla corte di New York la richiesta di non trasmettere i dati relativi ai propri conti bancari presso la Deutsche Bank e la Capital One Financial Corporation, richiesti dal Congresso americano. La seconda ha a che fare con operazioni di riciclaggio di soldi sporchi da parte della Danske Bank, legata alla DB. Si indaga, poi, su un suo possibile ruolo nell’evasione fiscale di alcuni suoi clienti, come emerso nei famosi Panama Papers.

    Una cosa che disturba i tedeschi è quello che loro chiamano «Schadenfreude», cioè il piacere di alcuni per le disgrazie altrui. È la stessa irritazione che si prova anche in Italia quando alcuni esponenti europei si compiacciono delle nostre difficoltà.

    Non è nostra intenzione discutere in questo modo dei problemi della Deutsche Bank. Al contrario, vorremmo che ci fosse un serio approccio europeo unitario nell’affrontare questi e altri problemi. L’Europa si costruisce anche con la condivisione degli intenti e degli impegni nei campi più importanti. E quello bancario certamente lo è.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’illusione patrimoniale

    Tra la caduta del governo Berlusconi e l’insediamento del governo Monti si alzò una timida voce la quale individuava nella necessità di una patrimoniale da 400 miliardi la soluzione per riportare il rapporto debito PIL tra il 100/105%.

    Da oltre un anno il presidente del Fondo Monetario Internazionale nelle diverse interviste che immancabilmente rilascia a testate giornalistiche internazionali afferma la necessità di una nuova imposizione fiscale attraverso “patrimoniale” (definita “tassa moderna sulla casa”) o in alternativa un prelievo forzoso sui conti correnti che vada da un 15 fino ad un 20/25%. Contemporaneamente, da oltre nove mesi in Italia da tutte le principali testate giornalistiche economiche risulta evidente un susseguirsi di studi e grafici relativi all’ammontare del risparmio privato: quasi indirettamente ad indicare la soluzione di tutti i nostri mali in una ennesima patrimoniale.

    Il risparmio privato ammonta a circa 10.200 miliardi dei quali 4.200 in risparmi, il resto in proprietà immobiliari. Per mancanza di conoscenza o per colpevole ignoranza ancora oggi viene omesso il contenuto della circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 nella quale veniva indicato come oltre il 50% dei risparmi italiani fossero investiti in titoli a rischio e di difficile conversione in liquidità.

    Comunque, partendo da questi valori per riportare oggi il nostro rapporto debito PIL al 100/105% sarebbero necessari quasi 510 miliardi, il 5% dell’intero ammontare del risparmio privato che rende quasi ridicolo il prelievo forzoso del 1992 del governo Amato (6 x 1000). Una cifra assolutamente spaventosa la cui sola proposta giustificherebbe la fuga dal perimetro nazionale dell’intero ammontare dei risparmi italiani al fine di tutelarne l’integrità.

    Anche se la patrimoniale risultasse comunque di un importo inferiore, questa “soluzione” rappresenterebbe ancora una volta l’approccio infantile ed assolutamente poco competente di chi individua nella patrimoniale la soluzione dei nostri problemi.

    Il vero problema del bilancio dello Stato come della spesa pubblica che ne rappresenta la sua manifestazione più evidente è relativo alla assoluta improduttività della spesa stessa  che si moltiplica a causa di scelte politiche. Aggiungere risorse ad un meccanismo così perverso offrirebbe un respiro finanziario che si esaurirebbe in dodici/diciotto mesi (a seconda dell’importo della nuova imposizione fiscale) per ritrovarsi nuovamente al punto di partenza. In altre parole, tanto la patrimoniale quanto il sogno legato al recupero dell’evasione fiscale (187 mld di fatturato evaso che tradotto in nuove entrate fiscali sarebbe meno di 1/5 del valore complessivo dei 510 mld necessari) hanno entrambi l’importante funzione di evitare di affrontare il vero problema interamente attribuibile alla classe politica degli ultimi trent’anni. Questo problema viene facilmente identificato nella incapacità di riformare interamente la spesa pubblica e soprattutto porre un freno alla sua  costante crescita. Una crescita che riguarda non solo lo Stato ma anche gli enti locali. Basti solo ricordare la grandissima occasione persa dal mondo politico durante il periodo del quantitative easing varato dal Presidente della BCE Mario Draghi. L’azzeramento dei tassi di interesse aveva senza nessun merito regalato ai governi Renzi e Gentiloni circa  trenta miliardi di risparmi sul costo dei servizi al debito scialati invece in nuova spesa pubblica improduttiva.

    A questa assoluta irresponsabilità si aggiunga il delirio economico del governo attuale con il reddito cittadinanza e quota cento. Il quadro che ne scaturisce dalle scelte di politica economica degli ultimi tre governi evidenzia in modo inequivocabile l’assoluta mancanza di competenza unita ad un senso di nuovo feudalesimo politico per il quale con la spesa pubblica si possa acquisire o meglio acquistare il consenso elettorale.

    Tornando quindi alla patrimoniale questo nuovo gettito fiscale straordinario non risolverebbe in alcun modo i problemi legati al nostro bilancio statale e tanto meno potrebbe risultare funzionale ad un miglioramento del rapporto debito PIL. Non è mettendo maggiori risorse nelle tasche bucate che si diventa ricchi e con maggiori disponibilità ma intervenendo e cucendo le ragioni di tali voragini.

  • USA: non tutto è oro che luccica

    Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.

    Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.

    Questi sviluppi ci pongono due domande.  Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria?

    Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.

    In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.

    Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.

    Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.

    Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.

    Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.

    Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.

    In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • In una intervista al quotidiano ‘La Verità’ sulla sentenza Tercas il presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, afferma che si trattò di una manovra Ue per distruggere le Popolari

    Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’Associazione nazionale fra le banche popolari, in una intervista rilasciata il 21 marzo al quotidiano “La Verità” parla del clamoroso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Ue, che ha accolto il ricorso contro la decisione della Commissione di Bruxelles che considerò ‘aiuto di Stato’ l’intervento del fondo interbancario di tutela dei depositi per il salvataggio di Tercas nel 2014. “Facciamo subito un passo in avanti, – dice il presidente di Assopopolari – perché le scelte della Commissione su Tercas produssero nei mesi successivi effetti pesantissimi. Dopo Tercas, infatti, nella seconda metà del 2015 si pose il tema delle quattro banche (Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti), e anche allora si propose di ricorrere al fondo interbancario. Ma alla fine il governo Renzi decise di cedere”, un comportamento sulle quattro banche, secondo Sforza Fogliani, “comprensibile solo pensando a come poi le cose sono andate a finire: una sorta di anticipazione forzata del bail in (che tecnicamente sarebbe entrato in vigore solo dal 1° gennaio successivo), e una vera e propria campagna di diffamazione contro le banche popolari per giustificare la cosiddetta ‘riforma’. In realtà una controriforma, che nel frattempo era stata approvata da Matteo Renzi, e che avrebbe portato otto delle grandi banche popolari su dieci a convertirsi in spa”. Il fatto – continua Sforza Fogliani – che delle Popolari venissero screditate faceva gioco a Renzi. Anche alcuni grandi giornali, per riferirsi alle quattro banche, parlavano sistematicamente di ‘quattro Popolari’. E non era vero: erano tre Casse e una Popolare. Ho passato almeno un mese a precisare e rettificare: ma la parola d’ordine era: ‘Quattro popolari’”. Secondo Fogliani, Renzi e Padoan avevano barattato le Popolari con la legge di bilancio che volevano approvare, non si fece una vera battaglia quando all’Italia arrivò la lettera da Bruxelles, né, almeno nella fase iniziale si pretese un atto formale da parte dell’UE che potesse essere subito impugnato.

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

  • Banche, non sono al primo posto. Nella gestione della massa degli attivi finanziari globali

    Pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 25 febbraio 2019

    Pochi crederebbero che nel mondo della finanza, le banche non siano più i «number one».

    Eppure lo conferma il rapporto «Global Shadow Banking Monitoring Report 2017» del Financial stability board (Fsb), il Consiglio per la stabilità finanziaria. Si ricordi che è l’organismo internazionale con il compito di monitorare il sistema finanziario mondiale per ridurre il rischio sistemico. In passato è stato presieduto anche da Mario Draghi.

    Secondo tale rapporto, alla fine del 2016 gli attivi finanziari globali totali ammontavano a 360 mila miliardi di dollari. Cinque volte e mezzo il pil mondiale. Essi sono così suddivisi: 160 mila miliardi gestiti dagli organismi finanziari non bancari, 138 mila dalle banche, 26 mila dalle banche centrali e il resto da istituti finanziari pubblici. Gli organismi finanziari non bancari, cioè «gli enti e le attività dell’intermediazione del credito che operano fuori dal sistema bancario regolare», sono considerati e chiamati dallo Fsb «shadow banking», sistema bancario ombra. Secondo il Consiglio non sarebbe è una definizione spregiativa.

    Sta di fatto che essi manovrano cifre spaventose, se si confrontano con quelle del pil mondiale. Per evidenziare tutta la fragilità e i rischi del sistema finanziario, è, inoltre, doveroso rilevare che non sono inclusi i noti derivati finanziari otc e altri prodotti speculativi, di cui più volte abbiamo denunciato la pericolosità.

    I non bancari comprendono le assicurazioni con 29 mila miliardi di dollari di attivi concentrati negli Usa e in Europa, i fondi pensione con 31 mila miliardi, il 60% dei quali in mano americana, e ben 100 mila miliardi dei cosiddetti «Other Financial Intermediaries» (Ofi) che includono vari tipi di fondi d’investimento, hedge fund, holding finanziarie e altri organismi finanziari, spesso «molto fantasiosi» e speculativi.

    Circa la creazione del credito, però, le banche mantengono ancora il primato con 69 mila miliardi, pari al 77 per cento del totale, lasciando molto indietro il settore dei citati Ofi. Il che significa che questi ultimi sono attratti soprattutto da settori molto distanti da quelli concernenti l’economia reale.

    Nel frattempo gli Ofi hanno registrato un grande aumento in Europa. Ad esempio, rappresentano il 92% di tutti gli attivi finanziari del Lussemburgo, il 76% dell’Irlanda e il 58% dell’Olanda. L’area euro conta detti attivi per 32 mila miliardi di dollari, superando gli Usa, dove, in realtà, stanno diminuendo, e di molto la Cina, dove, al contrario, è in atto una crescita straordinaria.

    All’interno degli Ofi vi è un settore in continuo aumento che rappresenta ben 45 mila miliardi di attivi considerati molto rischiosi anche dallo Fsb. Si chiama «narrow measure of shadow banking», un nome senza senso anche in inglese e impossibile da tradurre in italiano in modo comprensibile. Non è la prima volta che prodotti finanziari molto rischiosi vengono chiamati, volutamente, in modo stravagante e fuorviante.

    Secondo il Consiglio per la stabilità finanziaria, le operazioni «narrow measure» sono molto più rischiose in quanto utilizzano massicciamente la leva finanziaria, operano cioè con grandi numeri ma pochi capitali propri. Di conseguenza sono vulnerabili ai rischi di rinnovo delle posizioni e di estensione della scadenza (rollover risk) e a quelli di eventuali massicci ritiri di fondi per timore di insolvenza (run), in particolare quando si rendono dipendenti da finanziamenti di breve periodo.

    Sono esattamente le situazioni che si erano create alla vigilia della Grande Crisi del 2008 e che hanno provocato il crollo del sistema. Circa le citate operazioni «narrow measure» gli Usa sono ancora i primi con il 31%, seguiti dall’Europa con il 22% e dalla Cina con il 16%. È molto rilevante il fatto che le Isole Cayman, il «paradiso fiscale» per eccellenza, con 4.700 miliardi di attivi, rappresentano il 10% del totale!

    Nei passati 5 anni la quota del settore bancario si è andata riducendo di anno in anno, rimpiazzata da una crescente e sempre più ingombrante presenza dello shadow banking. La tendenza è stata ancor più forte in Europa. Comunque, resta sempre molto elevata l’interconnessione tra tutti i vari settori, bancari e non. Perciò permane il rischio di crisi sistemiche.

    Gli studi fatti dal Financial stability board sono encomiabili e di grande aiuto. Però, la velocità e le dimensioni degli attuali processi finanziari sono davvero straordinarie e ci impongono una domanda. Le autorità di controllo sono veramente capaci di governarli oppure tentano di inseguire queste evoluzioni finanziarie che, di fatto, finiscono col dettare i movimenti e le regole di comportamento dei mercati e dei loro principali attori? È un dubbio inquietante che lascia sconcertati.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Banche popolari e territorio, un binomio inscindibile

    Da sempre le banche popolari sono le più vicine alle famiglie, ai risparmiatori, alle piccole e medie imprese e al territorio e da qualche tempo si parla di innovazioni e cambiamenti. Quali sono le soluzioni e le proposte possibili perché chi ha beneficiato di questa vicinanza non subisca pesanti conseguenze? Ne parla in un articolo pubblicato il 22 febbraio su Il Sole 24Ore il Presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, e del quale riportiamo di seguito il link: http://www.bancadipiacenza.it/site/home/in-evidenza/avvicinare-di-nuovo-popolari-e-territori.html

  • Attenzione al ritocchi improvvisi del decreto legge Carige

    Pubblichiamo di seguito l’articolo del Presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, apparso sulle colonne di MF venerdì 1 febbraio 2019

    Il decreto legge Carige, in corso di conversione alla Camera, ha riaperto i riflettori su molti aspetti inerenti le banche, aspetti che in effetti meriterebbero l’attenzione del legislatore. Su queste colonne, un   accreditato osservatore del settore come Angelo De Mattia si è già espresso, con l’equilibrio di sempre: invero, appare quantomeno inopportuno che, nel momento in cui il Parlamento si appresta a varare una Commissione d’inchiesta sull’intero mondo bancario, ci si avventuri in riforme non inquadrate nel dovuto contesto unitario. Basti un esempio, al riguardo: si vogliono vietare per legge gli incentivi ai dipendenti bancari per la vendita di prodotti finanziari (così additandoli all’opinione pubblica quali, quantomeno, soggetti da cui guardarsi) e si trascurano paradossalmente (come, per il vero, si è finora fatto anche in Abi e da parte dei sindacati) i promotori finanziari, per i quali l’incentivazione è addirittura in re ipsa, nel loro stesso rapporto di lavoro. Così soggiacendo, senza volerlo, al pensiero unico e alla discriminazione fra lavoratori del credito imposta dalle banche che vogliono continuare a poter contare su una situazione di mercato privilegiata per loro anche sotto il profilo che, com’è noto, le banche rispondono comunque, nei confronti del risparmiatore, dell’operato dei loro dipendenti, ma non dell’operato dei promotori siccome (considerati) liberi professionisti. Una visione della problematica bancaria nella sua totalità evita incidenti di percorso come questo, di discriminare cioè i lavoratori dipendenti rispetto ai lavoratori autonomi. Ma la stessa cosa può dirsi quando si affrontano (possibili) problemi di una categoria di banche (le Popolari) e non si spende una parola sul fatto dei (possibili) problemi di banche di altre categorie (Casse e Spa) e, ancor meno, si dice che proprio ad una Popolare ci si affida—di questi tempi —per aiutare una Cassa. Insomma, anche qua sembra dominare il pensiero unico: che impone di operare con la macchina del fango (anche sotto, falsa, specie di voler correre in aiuto), proprio come si fece, deliberatamente, a proposito della famose quattro banche, allorché la grossa stampa arrivò a parlare sistematicamente di quattro Popolari quando in realtà fra quelle quattro vi era una sola Popolare, essendo le altre Spa o Casse ed ex Casse. Per non parlare di quanto al proposito disse (e fece) Matteo Renzi (l’indagine penale pendente in merito a Roma farà forse luce sull’ affaire, come invece si rifiutò di fare la Commissione Casini) e di quanto, senza opposizione, ovvio, da parte del governo Renzi, fece l’Ue, che considerò aiuto pubblico un aiuto privato (quello del Fondo di tutela dei depositi), con la stessa addomesticata facilità con la quale ora considera privati gli aiuti direttamente dello Stato. Insomma, i fatti a quest’ultimo riguardo accreditano fortemente l’opinione che, per la finanza mondiale il vero nemico da abbattere è il voto capitario, e basta: per il semplice motivo che esso impedisce che i fondi speculativi internazionali si approprino di tutte le banche, come sta regolarmente avvenendo in Italia o già è avvenuto (eccezione fatta per le medio piccole banche, escluse dalla riforma Renzi e quindi graziate dall’impossessamento estero). Anche qui un conto sono gli Ips (per i quali Assopopolari opera, anche sul piano tecnico-pratico, con un aiuto a favore delle associate che non conosce precedenti) e un altro conto sono le aggregazioni, in tipologie varie, per non dire le fusioni vere e proprie. Delle quali si potrà parlare ma solo a bocce ferme, e cioè dopo il verdetto (che non potrà tardare molto, pervenute le risposte dalla Corte di giustizia europea) del Consiglio di Stato.

  • Nove banche europee in prima linea sul fronte dei derivati

    Di seguito ripubblichiamo l’articolo che Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia, e Paolo Raimondi, economista, hanno pubblicato su Italia Oggi del 2 gennaio.

    “Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.

    Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.

    La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.

    Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea. Si ricordi che l’Esma è stata creata nel 2011 dalla Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema Emir, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’Esma.

    A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei.

    L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’Esma. I dati forniti dalla Bri, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!

    Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società dinvestimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.

    Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce.

    Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del pil inglese.

    Dal rapporto dell’Esma, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione.

    Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo.

    Ci auguriamo che l’Esma, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di «fornitore di credito per lo sviluppo”.

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