Denaro

  • Coronavirus devastante: anche i super-ricchi nel 2020 sono meno agiati

    Il coronavirus riduce e impoverisce i paperoni mondiali: valgono complessivamente 8.000 miliardi di dollari, circa 700 miliardi in meno rispetto al 2019, e sono solo – al 18 marzo – 2.095, ovvero 58 in meno dell’anno e 226 in meno rispetto a soli 12 giorni prima.

    Nonostante il divorzio multimiliardario, Jeff Bezos si conferma per il terzo anno consecutivo il più ricco del mondo. Lo segue Bill Gates mentre al terzo posto sale Bernard Arnault, che scavalca Warren Buffett relegandolo in quarta posizione. Fra gli italiani il re della Nutella Giovanni Ferrero è il più ricco, seguito da Leonardo del Vecchio.

    A scattare la fotografia dei paperoni è l’annuale classifica di Forbes, nella quale si constata come il 51% dei miliardari recensiti è più povero dello scorso anno. Il salto maggiore in classifica lo ha compiuto Qin Yinglin: è in 43esima posizione con una fortuna stimata in 18,5 miliardi di dollari, ovvero 14,2 miliardi in più rispetto al 2019 grazie al boom in borsa della sua Muyan Foods. Fra le uscite eminenti dalla classifica 2020 c’è’ quella di Adam Neumann, il fondatore di WeWork. Fra le 278 new entry c’è invece Eric Yuan, il fondatore e amministratore delegato di Zoom Video Communications, il servizio online che sta esplodendo con l’emergenza coronavirus che costringe a casa oltre quattro miliardi di persone. Gli Stati Uniti si confermano il Paese con il maggior numero di miliardari, 614, seguiti dalla Cina che ne conta, incluse Hong Kong e Macao, 456.

    Con una fortuna di 113 miliardi di dollari, Bezos si conferma il paperone del mondo in una top ten a maggioranza americana ad eccezione di Arnault terzo con 76 miliardi e Amancio Ortega, il patron di Zara, sesto con 55,1 miliardi. Mark Zuckerberg è settimo con 54,7 miliardi, mentre l’ottava, la nona e la decima posizione sono nelle mani di componenti della famiglia Walton, quella dietro il colosso Walmart. Donald Trump è 1.001 in classifica con 2,1 miliardi di dollari, guardando così da lontano il ‘nemico’ proprietario del Washington Post Bezos.

    Fra gli italiani Ferrero è 32esimo nella classifica generale con 24,5 miliardi di dollari. La famiglia Del Vecchio lo segue a distanza, in 62esima posizione con 16,1 miliardi. Stefano Pessina è il terzo più ricco d’Italia, con 10,2 miliardi si colloca al 133esimo posto nella classifica generale. Silvio Berlusconi occupa la 308esima posizione con 5,3 miliardi. Miuccia Prada la 945esima.

  • La pandemia e l’obbligo delle riforme

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Non covid-bond, chiamamoli Eurobond. Sono, del resto, gli strumenti più importanti e virtuosi che l’Unione europea deve per un lungo periodo mettere in campo, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio del sistema produttivo e industriale europeo che è stato, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.

    Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza.

    L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai cittadini. Dai Paesi del G20, con gli Stati Uniti in testa, dovrebbero arrivare 5.000 miliardi di dollari di sostegni alle economie.

    A loro volta le banche centrali, oltre ai tassi di interesse a zero, hanno annunciato enormi iniezioni di liquidità nel sistema. La Bce metterebbe 870 miliardi di euro, equivalente al 7,3% del pil della zona euro, per comprare dal settore bancario titoli di stato e abs (titoli legati a traballanti asset sottostanti). La Federal Reserve, a sua volta, si dice pronta a garantire liquidità illimitata con lo stesso intento. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato che “con le nostre operazioni di finanziamento stiamo mettendo a disposizioni fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità”.Governi e banche centrali, inoltre, sottolineano che, se la situazione lo richiedesse, gli interventi potrebbero essere ampliati. Lo stesso si sta facendo in tutti gli altri Paesi del mondo, Cina compresa.

    A questo punto riteniamo che sia necessario fare un po’ di chiarezza proprio sul fronte economico e finanziario. Per bloccare la circolazione del contagio del virus è stato deciso di fermare le attività di importanti settori economici, E’ certamente doveroso che i governi facciano tutto ciò che è necessario, dal punto di vista organizzativo e finanziario, per sostenere economicamente le popolazioni costrette a stare in casa ed evitare che le imprese di tutte le dimensioni falliscano per ragioni che evidentemente non sono solo economiche. La quantificazione del sostegno sarà variabile rispetto alla durata dell’emergenza e alla dimensione dell’impatto economico nelle singole realtà nazionali.

    Cosa diversa è la politica monetaria annunciata dalle banche centrali. Esse hanno proposto nuovamente le stesse misure decise per far fronte alla Grande Crisi del 2008: acquistare obbligazioni pubbliche e altri titoli di più dubbio valore in loro possesso con la promessa che le banche beneficiarie facciano rifluire la liquidità verso gli investimenti produttivi e facciano prestiti alle famiglie e in particolare alle Pmi per supportarne le produzioni e i consumi.

    L’esperienza del passato decennio, purtroppo, ci dice che queste promesse non sono state mantenute. Al contrario, gli interventi delle banche centrali sono serviti soprattutto a stabilizzare situazioni compromesse delle banche too big to fail. Questa volta esse “non appaiono” come quelle che chiedono di essere salvate. Tutto passa, s’intende, sotto l’emergenza provocata dal coronavirus.

    Oggi, e lo abbiamo più volte ripetuto anche sulle pagine di questo giornale, il sistema bancario e in particolare quello ancora più potente e nebuloso dello shadow banking si trovano globalmente in una situazione molto più rischiosa di un decennio fa. Basti un dato per comprenderne la gravità: il debito pubblico e privato globale (senza il settore finanziario) è salito al 250 % del pil mondiale. Era del 200% nel 2008. Il gestore di questa enorme e complessa disponibilità finanziaria è ovviamente l’attuale sistema finanziario.

    Noi sosteniamo che sia arrivato il momento che gli Stati intervengano e non siano passivi spettatori, ma attivi e responsabili decisori. Se si è deciso che centinaia di milioni di persone restino chiuse in casa, che le fabbriche debbano fermarsi e che persino le chiese sospendano le loro funzioni, non è tollerabile che i mercati continuino ad avere mano libera come se non fosse successo assolutamente niente. Del resto, essi non sono i nuovi dei dell’Olimpo che possono decidere delle sorti del pianeta.

    Occorre che lo Stato intervenga nei mercati. Perché non bloccarli quando sono in preda ad un’irrazionalità incontrollata e speculativa? Che senso ha vedere le borse perdere il 10-15% in pochi minuti e poi affermare che deve essere così in quanto lo dice la legge suprema, “divina”, del liberismo economico? La domanda da porsi è quanto mai inquietante: è più importante la vita delle persone, delle imprese e l’economia reale oppure la finanza e il suo mercato

    Non si tratta di mettere alla berlina le banche. Anzi, il sistema creditizio è essenziale per il funzionamento dell’economia, dei commerci e delle nazioni. Ecco perché adesso occorre guidare la finanza verso una sua profonda revisione.

    Lasciare mano libera ancora una volta alla finanza speculativa e continuare a operare as usual sarebbe esiziale e significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto dieci anni fa. E’ il momento che gli Stati impongano unitariamente una forma di “amministrazione controllata” sull’intero sistema bancario e finanziario, nel quale salvare la componente sana e liquidare quella malata e speculativa. Perciò è inevitabile la separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. I risparmi delle famiglie e i depositi delle imprese non dovranno più essere usati o messi a garanzia di operazioni speculative di tutti i tipi, a cominciare dai derivati finanziari otc.

    O gli Stati interverranno oppure il sistema, il mercato con le sue pseudo regole attuali, presto o tardi provocherà altre catastrofi economiche e sociali.

    Di solito, dopo le grandi catastrofi o le terribili pandemie non si ritorna alle pratiche del passato, ma ci si impegna a riformare le legislazioni e il modus operandi ritenuti errati e dannosi.

    *già sottosegretario all’economia  **economista

  • Draghi: tra Omt e credito alle imprese

    Ancora oggi si tende ad attribuire al governo Monti ed in particolare al suo presidente l’effetto di aver diminuito lo spread attraverso la propria azione di governo e riportato il nostro Paese alla normalità economico finanziaria. Bisogna invece ricordare come l’azione del governo Monti rappresentò la solita banale politica basata semplicemente sul taglio della spesa sociale (e quindi anche sanitaria) e contemporaneamente sull’aumento delle  tasse in modo da riproporre  un equilibrio parziale tra Pil, spesa e debito pubblico.

    Contemporaneamente nel mercato secondario il presidente della BCE Mario Draghi acquistava attraverso gli OMT i titoli del debito pubblico italiano contribuendo in maniera decisiva all’abbassamento dello spread.

    Un’azione che ha avuto la sua massima espressione dal 2015 ad oggi attraverso il quantitative easing il quale ha determinato, essendo questo rivolta tutta l’Europa, sostanzialmente l’azzeramento dei tassi di interesse. Una opportunità unica per i governi che si sono succeduti alla guida del Paese, quindi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2 che è stata utilizzata invece per espressa volontà politica non tanto per la riduzione del debito quanto per un aumento ulteriore della spesa pubblica che dal 2015 ad oggi ha avuto un tasso di incremento doppio rispetto al PIL fino al 2019.

    Solo così risultarono finanziariamente sostenibili gli 80 euro del governo Renzi, come il reddito cittadinanza, gli stessi finanziamenti all’accoglienza ed infine il reddito cittadinanza e quota cento.

    In particolare gli 80 euro come il reddito cittadinanza e quota 100 vennero addirittura sostenuti e giustificati come fattori di espansione della domanda interna: i loro effetti invece risultano risibili tanto quanto coloro che li proposero ed approvarono.

    L’epidemia del Covid-19 di fatto chiude questo periodo di “sospensione dalla realtà” inteso come la valutazione dei fattori economici della quale hanno usufruito senza comprenderne il valore i governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2.

    Ora finalmente sta prendendo forma una volontà politica la quale avendo compreso come il governo in carica risulti assolutamente al di sotto di uno standard minimo di sufficienza indica in Mario Draghi l’unica personalità di livello internazionale che goda di autorevolezza internazionale per affrontare le sfide della ripresa economica. L’ex presidente della BCE rappresenta l’unica figura italiana che possa giustificare un maggior debito (assolutamente inevitabile) senza un’esplosione delle voci di spesa improduttiva in quanto la sua considerazione garantisce il solo utilizzo “funzionale” di questi finanziamenti.

    In questo senso, tuttavia, va ricordato come gli OMT che molti indicano come l’asso nella manica del nuovo presidente del Consiglio rappresentano uno strumento di politica monetaria (quindi di macroeconomia) importantissimo in questo senso in quanto permetterà di immettere liquidità nel sistema economico. In questo senso anche l’acquisto di “commercial paper” emessi dalle aziende potrebbe ottenere un ottimo risultato sempre in una visione “macro” economia forse, ma sicuramente dagli effetti immediati.

    Il primo step, tuttavia, da garantire in prospettiva è rappresentato dalla estensione delle garanzie bancarie per quanto riguarda le posizioni delle aziende e delle partite IVA presso il sistema bancario.

    In altre parole, se da una parte la politica monetaria può assicurare una gestione ed il controllo dello spread e dei tassi di interesse e di conseguenza dei costi del servizio al debito dall’altra parte risulta vitale avviare un’azione legata all’economia reale o “micro” che fornisca quell’ossigeno di liquidità necessaria dopo un mese o forse due di chiusura. Questa strategia può nascere solo da un’intesa tra governo in carica e sistema bancario. Come la creazione di un fondo fiduciario con garanzia, per esempio, della Cassa depositi e prestiti per ridare ossigeno al momento della riapertura delle attività prive di ogni flusso di cassa.

    Contemporaneamente l’annullamento dello split payment, per parlare sempre concretamente, potrebbe offrire una nuova liquidità che altrimenti rimane presso le casse dello Stato  per un periodo non più sostenibile con i tempi eccezionali attuali.

    In altre parole risulta assolutamente fuori dalle tempistiche necessarie per una ripresa economica la volontà di avviare un piano di investimenti infrastrutturali i cui effetti sarebbero visibili solo nel medio-lungo termine per tradursi in fattori di competitività per il sistema economico italiano (https://www.ilpattosociale.it/attualita/strano-paese-litalia/).

    La politica monetaria rappresenta il braccio di una strategia economica la quale non può questa volta dimenticare l’economia reale. Quest’ultima si sviluppa attraverso la sintesi  di professionalità, know how industriale e credito in tempi normali. Il nostro Paese, invece, arriva a questa crisi  dopo un 2019 disastroso preceduto da una crescita economica assolutamente insufficiente (2015/2018). Ora per creare un minimo di condizioni di riavvio del ciclo economico la liquidità come la garanzia ed il sostegno al credito rappresentano la conditio sine qua non al fine di permettere la rinascita un paese che merita il credito che da troppo tempo gli viene negato a causa di una classe politica e dirigente assolutamente inadeguate.

     

  • Ora va fatto cosa non si fece

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 6 marzo 2020.

    È storicamente accertato che i grandi eventi di dimensione planetaria comportano sempre fibrillazioni più o meno profonde nei sistemi sociali, economici e finanziari e negli stessi equilibri geopolitici. Qualche settimana fa lo avevamo paventato sulle pagine di ItaliaOggi, anche se il coronavirus ancora non aveva avuto l’attuale diffusione.

    Siamo di fronte a una potenziale pandemia che purtroppo ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008.

    Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti paesi.

    Questa volta la crisi sembra partire proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale.

    In questa situazione la capacità d’intervento delle banche centrali si è molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari Quantative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.

    Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di chi vorrebbe usare il corona virus per giustificare la crisi finanziaria e coprire le enormi responsabilità di una finanza spregiudicata. Ma quello esposto potrebbe essere il meccanismo di una possibile nuova crisi.

    Auspichiamo, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l’occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.

    Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato «Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica».

    La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile «scontro di civiltà». Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.

    1) Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano «una stagnazione secolare». Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.

    2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto «Sistema americano» di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.

    Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.

    3) Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco «più complice». Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.

    Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l’economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l’ambiente.

    Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Modelli economici: l’indebitamento digitale

    Le strategie economico politiche di sviluppo nascono viziate da una legittima impostazione ideologica che determina ma soprattutto condiziona persino la semplice interpretazione dei dati oggettivi proposti da obiettive rilevazioni statistiche. La semplice sintesi, quindi, di questi approcci parziali dalle analisi alla elaborazione delle strategie e dei successivi provvedimenti legislativi trova nella politica economica dei diversi governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese degli esempi eclatanti e contemporaneamente inquietanti.

    Un approccio culturale alle tematiche economiche tipico tanto per gli schieramenti “progressisti” quanto per i “sovranisti”, viziato fin dalle prime considerazioni dei sistemi reali.

    Da anni lo schieramento politico “progressista” della nomenclatura economica e politica continua a proporre la tracciabilità di tutti i pagamenti come unica soluzione all’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) e come espressione di un modernismo anche se a tutt’oggi gli effetti acquisti risultano assolutamente sconosciuti soprattutto ai proponenti.

    Il modello Nord europeo da sempre viene indicato come quello più avanzato proprio perché buona parte delle transazioni avviene attraverso la moneta elettronica. In poco più di dieci anni in Finlandia, a fronte di un 70% di pagamenti in contanti sono passati all’80% attraverso la moneta elettronica (fonte WSJ). Contemporaneamente il venire meno del controllo fisico e giornaliero dei pagamenti in contanti ha portato ad un aumento dell’indebitamento dei consumatori. Come logica conseguenza attualmente circa il 7% della popolazione non è più in grado di pagare le bollette dell’utenza domestica: un dato allarmante cresciuto negli ultimi dieci del 33%.

    In altre parole, anche all’interno di una società considerata evoluta e moderna, come quella del nord Europa, lo strumento digitale si sta rivelando non una opportunità ma una vera e propria sciagura se non supportata da un sistema parallelo informativo per le persone meno alfabetizzate sotto il profilo digitale.

    Questa situazione di fatto pone a rischio l’equilibrio finanziario dei consumatori finlandesi e lo stesso se applicato dalla classe politica italiana ma con un maggiore massimalismo ideologico produrrà i medesimi effetti anche per l’utenza italiana la quale gode tuttavia di un “risparmio e una giacenza sui conti correnti” maggiori.

    Forse il vero obiettivo di questa adozione della moneta elettronica oltre a consentire delle laute rendite di posizione agli Istituti bancari attraverso le commissioni rappresenta l’ennesima ed implicita strategia per accedere ai risparmi depositati sui conti correnti.

    Qualsiasi possa essere lo schieramento politico (sovranisti o progressisti), questo ha la medesima responsabilità di quelle disgraziate politiche fiscali ed economiche (si pensi alla ridicola lotteria degli scontrini) tendenti alla esclusione progressiva del circolante a favore della moneta elettronica per evidenti proprie lacune culturali o torbidi interessi con il sistema bancario.

    In una democrazia liberale si lasciano liberi i diversi sistemi di pagamento offrendo l’opportunità ai cittadini di scegliere le forme che considerano maggiormente vantaggiose o idonee. Nei regimi socialisti invece lo Stato decide per i propri cittadini.

    In Italia viene quindi adottata la versione di stato socialista ma rigorosamente “ad insaputa” della stessa classe politica e dirigente che continua a definirsi democratica e liberale.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Un’agenzia europea contro il riciclaggio dei soldi sporchi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il primo febbraio 2020.

    Il riciclaggio dei soldi sporchi, il trasferimento di finanze generate da atti criminali e ovviamente di origine ignota, da tempo è diventata una vera emergenza internazionale e europea. Il crimine organizzato, il traffico di droga, il terrorismo internazionale e certe forme illegali di speculazioni finanziarie prosperano se il riciclaggio di soldi opera indisturbato.

    Il potere del crimine è nella sua capacità di violare le leggi e di indebolire la società civile. La minaccia diventa più pericolosa e intollerabile quando si riesce a trasformare i soldi sporchi in attività legali e a controllarle. In Italia sappiamo bene come e quanto le varie mafie abbiano penetrato settori importanti dell’economia.

    Sembra che l’Unione europea si stia  finalmente muovendo per un significativo rafforzamento delle misure contro il riciclaggio, l’anti-money laundering (AML). Poco prima delle vacanze di Natale, i ministri delle Finanze dell’Ue, nel loro meeting Ecofin, hanno dato mandato alla Commissione europea di studiare la creazione di una struttura indipendente, dotata dei necessari poteri di azione, per combattere il fenomeno in modo centralizzato ed efficace. Prima dell’estate, la Commissione dovrebbe elaborare una proposta di legge da sottoporre al Parlamento e al Consiglio europeo.

    Sul tema l’Ecofin era stato preparato da un incontro, organizzato qualche giorno prima, da sei ministri delle Finanze, con un’attiva partecipazione dell’Italia.

    Certamente in Europa non mancano strutture e legislazioni per combattere il riciclaggio. Il problema, però, è che la supervisione delle banche e degli altri enti riguardo al riciclaggio è governata dalle autorità nazionali di ogni singolo Stato membro, ognuno con le proprie leggi e le proprie capacità d’intervento. In Italia con il secondo governo Prodi fu approvata una buona legge in merito.

    Si tratta di un’ovvia debolezza e di un’evidente contraddizione rispetto al fatto che si opera nell’area euro e in un unico mercato.

    La Banca centrale europea ha già il compito sovranazionale di controllare le banche d’importanza sistemica con attivi superiori a 30 miliardi di euro. Le altre banche, invece, sono controllate dalle autorità nazionali. Il crimine organizzato di solito preferisce utilizzare quest’ultime.

    Di conseguenza, pensiamo che creare un “supervisore dei supervisori” non sarebbe la risposta più opportuna ed efficace. Come già visto in passato, si genererebbe un processo troppo farraginoso e poco incisivo. Lo stesso accadrebbe se si lasciasse questo compito in seno all’attuale Autorità bancaria europea, come alcuni vorrebbero. Si ricordi che molte operazioni di riciclaggio sono fatte tramite strutture finanziarie non bancarie, il cosiddetto shadow banking, che non è sottoposto agli stessi controlli applicati alle banche. Inoltre, dette operazioni di riciclaggio potrebbero essere fatte sempre più da entità completamente fuori dal sistema bancario e finanziario.

    Noi pensiamo che si dovrebbe creare una sorta di Interpol europea, un’agenzia indipendente con un mandato specifico e con adeguati poteri per operare sull’intero territorio europeo e contrastare la crescente espansione del riciclaggio. Il Parlamento europeo dovrebbe definirne al più presto i compiti e le regole.

    Negli anni passati, purtroppo, l’Europa è dipesa, in modo imbarazzante, dalle informazioni e dalle iniziative americane nel contrasto al riciclaggio. Il 2018 è stato un anno pieno di casi importanti, però con provvedimenti tardivi e poco sanzionati. Basti ricordare la chiusura della banca ABLV in Lettonia, le indagini sulla Danske Bank in Danimarca e in Estonia e la multa più alta della storia europea comminata alla banca ING olandese. Tutti casi che provano la “pochezza” europea nella lotta per colpire l’uso di soldi sporchi. Ma nessun paese europeo può ritenersi irreprensibile.

    La dimensione del fenomeno è certamente enorme. Poiché è difficile quantificarlo, sono stati fatti pochi studi. L’agenzia intergovernativa FATF, il Gruppo d’azione finanziaria, decisa a suo tempo dal G7, riporta che nel 1998 il Fondo Monetario internazionale ne stimava l’ammontare tra il 2 e il 5% del pil mondiale. A quella data si trattava di una forbice tra 590 e 1.500 miliardi di dollari. Nel 2009 una ricerca dell’Ufficio dell’ONU sulle droghe e il crimine organizzato (UNODC) affermava che il riciclaggio fosse di1.600 miliardi di dollari circa, pari al 2,7% del pil mondiale.

    In Italia l’Unità di informazione finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia riporta che vi è un significativo aumento delle segnalazioni da parte del sistema bancario di operazioni sospette.

    *Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia **Paolo Raimondi economista

  • Relazione della Dia al Parlamento: la criminalità organizzata dietro il gioco d’azzardo

    Con il gioco d’azzardo la criminalità organizzata dimostra tutta la sua abilità nel saper gestire attività lecite e illecite e nel far sembrare legale ciò che è in realtà illegale. E dimostra, ancora, tutta la sua abilità nel creare “relazioni internazionali” e nel sapersi muovere tra legislazioni di Paesi diversi, sapendo sfruttare le falle di ognuna. E’ quanto emerge dall’ultima relazione sull’attività della Direzione Investigativa Antimafia (Dia), presentata dal Ministro dell’Interno al Parlamento e relativa al periodo gennaio-giugno 2019.

    Le indagini della Dia hanno confermato che mafia, camorra, ‘ndrangheta, Sacra Corona Unita e i clan della mafie straniere (cinese e romena in particolare) sono coinvolte sia nel settore illegale delle scommesse, del gioco on line e delle slot machine, sia nella gestione legale di sale da gioco o punti di raccolta scommesse. Quando l’attività è legale serve soprattutto per riciclare denaro sporco.

    Diverse indagine hanno anche evidenziato che mafia, camorra e Sacra Corona collaborano tra loro per mettere in piedi sistemi di gioco illegale. “Un ambito in cui le cosche pugliesi continuano a dimostrare elevate competenze tecniche e capacità di interazione con le mafie tradizionali è quello del riciclaggio nei settori del gioco d’azzardo e delle scommesse on-line – si legge nel rapporto della Dia – . L’illecita raccolta delle puntate su giochi e scommesse, posta in essere sul territorio italiano attraverso società ubicate all’estero (al fine di aggirare la più rigida normativa sul sistema concessorio-autorizzatorio del nostro Paese), costituisce un indotto di portata strategica, come dimostrato dalle inchieste parallelamente condotte, a novembre del 2018, dalle Dda di Bari (operazione “Scommessa”), Reggio Calabria (operazione “Galassia”) e Catania (operazione “Gaming offline”) che hanno ricostruito una rete tra criminalità organizzata barese, ‘ndrangheta e  mafia siciliana. L’attività, svolta in modo pressoché sovrapponibile dalle tre consorterie criminali, ha consentito una capillare infiltrazione dell’intero settore della raccolta del gioco, assicurando di fatto una posizione di predominio alle famiglie mafiose rispetto agli operatori del circuito legale e contribuendo in maniera determinante a rendere difficoltosa l’attività di controllo da parte degli organi istituzionali preposti, favorendo così il reimpiego di capitali illeciti”.

    La criminalità organizzata inoltre sta puntando molto sul gioco d’azzardo on line, in particolare le scommesse sportive. L’online, tra l’altro, permette ai clan di mettere in piedi vere e proprie truffe, sempre legate al gioco d’azzardo, con il metodo del match fixing, ossia truccando e manipolando i risultati di incontri sportivi. Le indagini della Dia hanno così documentato “come anche le tecnologie offrano opportunità di infiltrazione, soprattutto in ambito transnazionale attraverso il sistematico ricorso a piattaforme di gioco predisposte per frodi informatiche, spesso allocate all’estero, che consentono l’evasione fiscale di consistenti somme di denaro”. Vengono aperte società di gaming e di betting in altri Paesi dell’Unione europea (soprattutto a Malta), che poi di fatto raccolgono scommesse o offrono giochi on line anche sul territorio italiano.

    E se non sono direttamente i clan a gestire il traffico, ci sono comunque imprenditori che, dietro una facciata di legalità, si appoggiano ai boss mafiosi per fare affari. “Recenti indagini di polizia giudiziaria hanno dimostrato che, non di rado, concessionari di siti legali (sovente proprietari anche di siti illegali) ed i loro ‘master’, per garantire la diffusione del proprio circuito di centri scommesse nel territorio, si sono rivolti direttamente ai vertici delle varie articolazioni territoriali di Cosa nostra, stringendo accordi illeciti”. Grazie all’operazione Game Over, è emerso, per esempio, che un imprenditore del settore, con l’appoggio della famiglia mafiosa di Partinico, riusciva a imporre il proprio circuito illegale di raccolta scommesse sportive in una vasta area anche di Palermo.

    Nelle 700 pagine della relazione della Dia (dedicata ovviamente a tutte le attività della criminalità organizzata) il gioco d’azzardo, legale o illegale, compare ormai come attività scelta dai clan a fianco ad altri settori più “classici” come il traffico di stupefacenti, le estorsioni o l’usura. E il fenomeno non riguarda solo le regioni del Sud Italia. Arresti e sequestri sono stati eseguiti un po’ in tutte le regioni, sia nelle grandi città come in piccoli comuni. A Roma e provincia “la vastità del territorio della città e la presenza di numerose attività commerciali fanno della Capitale un luogo favorevole per una silente infiltrazione delle organizzazioni mafiose del sud – scrive la Dia – . L’area metropolitana viene considerata un mercato su cui svolgere affari, piuttosto che un territorio da controllare. Pertanto, le presenze criminali autoctone sono diventate per le mafie tradizionali il volano per intessere relazioni e rapporti affaristici di reciproca convenienza. Rapporti che non possono prescindere da una rete di professionisti e di pubblici funzionari compiacenti e necessari per la gestione e il reinvestimento dei capitali mafiosi. Questo approccio ha indubbiamente favorito lo sviluppo di una ‘criminalità dei colletti bianchi’ che, attraverso prestanome e società fittizie, sfrutta il contesto per riciclare e reinvestire capitali illeciti”.

    La più attiva nel settore del gioco d’azzardo a Roma è la camorra, “attraverso la gestione diretta di attività imprenditoriali correlate al settore dei giochi e delle scommesse, costituite o rilevate con il reinvestimento di attività illecite, ma a propria volta produttrici di ulteriore ricchezza in favore della consorteria criminale”. Le indagini hanno fatto emergere anche il coinvolgimento dei Casamonica e del clan Spada nella gestione del gioco illecito.

  • Detrazioni Irpef consentite solo se si evita di pagare in contante

    Tutte le spese che possono essere detratte dalla dichiarazione Irpef non dovranno essere pagate in contante. La novità è stata introdotta con la legge di bilancio 2020 ed è scattata dal primo gennaio, anche se le spese sostenute quest’anno dovranno essere presentate nella dichiarazione dei redditi nel 2021.

    Un dossier che accompagna il provvedimento stima una riduzione della spesa per ‘rimborsi’ con le nuove modalità pari a 496 milioni di euro anche se lo stesso governo sembra pensare che il cambiamento possa indurre molti in errore e trovarsi nella situazione di vedersi negata la restituzione del 19% della somma spesa.

    In base alla nuova normativa, lo sconto spetta solo a chi paga con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento tracciabili. Chi utilizza altri metodi, per quanto in buona fede e nell’ignoranza della legge, fa solo un favore all’amministrazione pubblica e non potrà farsi restituire le somme che pure avrebbe potuto evitare di pagare allo Stato grazie alla detrazione.

    Le spese che potranno essere portate in detrazione attendendosi alle modalità prescritte dalla legge sono quelle relative a mutui ipotecari per acquisto immobili, istruzione, cerimonie funebri, assistenza personale, attività sportive per ragazzi, intermediazione immobiliare, canoni di locazione sostenute da studenti universitari fuori sede, erogazioni liberali, spese relative a beni soggetti a regime vincolistico, spese veterinarie, premi per assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni; acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale.

    Per tutti questi esborsi la norma contenuta nella manovra prevede che ”ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef ndr), la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19%” spetta ”a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento” elettronici. Unica eccezione sono ”le detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale”. Nella legge di bilancio non è stato precisato quali saranno i documenti che dovranno essere presentati in occasione della dichiarazione dei redditi, visto che i dettagli tecnici dovranno essere definiti dall’Agenzia delle entrate.

  • Moneta elettronica: dai “tempi e metodi” alla deriva sudamericana della lotteria

    L’ accreditamento di un pagamento eseguito da un cliente attraverso una carta di credito o di debito sul proprio conto corrente richiede mediamente circa 48 ore ma talvolta può arrivare anche a quattro  giorni. Sono quindi necessari come minimo due giorni mediamente per ottenere la disponibilità della risorsa finanziaria legata ad un pagamento effettuato da un cliente attraverso “carte di credito o debito”. Questo intervallo tra la vendita di un bene o l’erogazione di un servizio e la disponibilità del giusto corrispettivo si traduce in un gap negativo interamente a carico dell’operatore economico.

    Potrebbe anche sembrare un fattore marginale, tuttavia, in relazione all’aumento dell’utilizzo della  moneta elettronica questi (minimo) due giorni dovrebbero venire applicati in aggiunta a

    tutte le scadenze alle quali risultano sottoposti i fruitori di  pagamenti con moneta elettronica. Altrimenti questo gap negativo si tradurrebbe nella semplice riduzione di (minimo) due giorni della tempistica per ottemperare ad ogni scadenza con la pubblica amministrazione (che incentiva proprio la moneta elettronica) e gli stessi operatori privati, a tutto svantaggio degli operatori economici.

    In un momento di forte rallentamento del sistema creditizio ed economico ovviare a tale problematica si dimostrerebbe un atto di buon senso e finalmente attraverso questo adeguamento una concreta e tangibile manifestazione di sensibilità nei confronti degli operatori privati.

    Inoltre sarebbe il primo e per ora unico incentivo all’utilizzo della moneta elettronica. Un adeguamento che riporterebbe finalmente il nostro Paese e  la sua politica fiscale nel perimetro del diritto rispetto alla ridicola ed imbarazzante deriva sudamericana espressione della scelta dei legislatori di avviare la lotteria degli scontrini con il fine di favorire la moneta elettronica.

  • Il denaro inerte: l’acqua che non macina

    Già precedentemente era stato affrontato, all’interno di una analisi delle dinamiche economiche e soprattutto in relazione alla mancanza del credito alle imprese, il tema su come fossero cresciuti i depositi in conto corrente degli italiani. Una rilevazione assolutamente allarmante se valutata in rapporto con la continua diminuzione del credito che il sistema bancario, nel suo complesso, ancora oggi destinata alle piccole e medie imprese (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). A distanza di pochi mesi i dati vengono confermati, amplificando ancora lo scenario anticipato precedentemente ed offrendo una visione più completa. Sempre in rapporto alla crescita dei depositi si rileva come il valore complessivo della ricchezza “parcheggiata” in conto corrente quasi inteso come “denaro inerte o inattivo” raggiunga  ormai nel nostro Paese l’80% del PIL  per circa 1400 miliardi. Un fenomeno comune, per altro, all’interno dell’Unione Europea, ad altre nazioni tanto è vero che in Germania le risorse economiche ferme sui conti correnti raggiungono il 90% del Pil (3.000 miliardi), mentre in Francia addirittura il 92% del Pil per oltre 2.200 miliardi.

    Contemporaneamente si rileva come  da mesi le comunità finanziaria e politica continuino a proporre giustamente la necessità di una trasparenza finanziaria per fornire gli strumenti necessari ai risparmiatori e contemporaneamente promuovere ed agevolare gli investimenti con la positiva  conseguenza di movimentare la statica economia europea. E’ evidente, infatti, come questa ricchezza “che non macina” e che viene lasciata all’interno dei conti correnti non possa assolutamente trasformarsi in un veicolo di crescita in quanto non investita attraverso strumenti finanziari adeguati e trasparenti.

    Al tempo stesso, quando nemmeno una percentuale di tali risorse si trasforma in acquisti di beni di consumo (evidente ulteriore espressione di incertezza relativa al futuro), risulta impossibile, senza neppure il volano di una ripresa dei consumi, qualsiasi ripresa economica.

    In altre parole, mentre ci si preoccupa sempre più della necessità di reperire risorse da investire attraverso la cassa depositi e prestiti o attraverso un aumento della pressione fiscale per fornire i necessari supporti finanziari alla crescita del sistema economico, non si affronta invece il problema relativo al calo dei consumi che dimostra una forte e sempre maggiore diffidenza relativa al futuro prossimo per il  medio/lungo termine dei cittadini dei paesi europei, ed italiani in particolare.

    Nello specifico della situazione italiana, infatti, non risulta ancora assorbita la naturale e conseguente diffidenza nei confronti delle istituzioni bancarie dopo gli scandali delle banche di Ferrara ed Etruria ed il crac della Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui effetti sul rapporto fiduciario risultano drammaticamente catastrofici.

    In più – e questo va assolutamente imputato al sistema bancario, a fronte di questa grandissima liquidità la quale, di conseguenza, dovrebbe avviare un processo di aumento del credito alle imprese stesse che creano occupazione ed economia – il sistema bancario utilizza questa liquidità per acquistare titoli debito pubblico.

    I vari  governi di turno ricambiano attraverso l’imposizione delle transazioni elettroniche così come della  stessa moneta elettronica che rappresentano all’interno di un periodo di notevole liquidità, e quindi con denaro a costo zero o addirittura negativo, una delle principali e residuali fonti di marginalità del sistema bancario stesso. In questo senso, infatti, viene ripagata ed interpretata la pressione che i governi continuano ad esercitare a favore dell’utilizzo della moneta elettronica giustificandola con il progressivo contenimento dell’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) quando invece la stessa fatturazione elettronica si sta  rivelando un clamoroso bluff  https://www.ilpattosociale.it/2019/10/21/iva-il-fallimento-progettuale-ed-operativo-della-fatturazione-elettronica/).

    La crisi sistemica economica nasce dalla incapacità di valutare le articolate e complesse espressioni del ‘sentiment’ che emergono viceversa evidenti anche dalla crescita esponenziale di una minore  ricchezza prodotta ma tenuta bloccata nei conti correnti. Una scelta condizionata dalla incertezza che a fronte delle sempre minore disponibilità di risorse pubbliche destinate alle spese in conto capitale piuttosto che alla spesa corrente contribuisce alla stagnazione decennale del nostro Paese.

    Va ricordato, infatti, come per quanto riguarda soprattutto l’economia tedesca la crescita dei depositi bancari risulti avvenuta all’interno di un periodo di forte crescita economica, mentre la nostra economia da oltre dieci anni passa da una recessione ad una crescita decimale, di conseguenza l’aumento dei depositi bancari risulta esso stesso un fattore aggiuntivo di recessione economica.

    Il comportamento dei consumatori in una posizione fortemente conservativa dimostrata dal parcheggio sui conti correnti di sempre maggiori risorse economiche meriterebbe una semplificazione fiscale e finanziaria per offrire prodotti di investimento ma anche di semplice risparmio sempre più  chiari e sicuri: una aspettativa  ancora inevasa.

    Viceversa la classe politica governativa quanto il sistema creditizio (le vere cause di questo giustificato sentiment di sfiducia) sono molto attive nel mantenimento di questo duopolio che lega la gestione della sintesi malefica tra spesa pubblica e debito conseguente all’interno del quale interviene successivamente il sistema bancario.

    Come spesso succede viene indicata la luna ma ci si ostina a guardare il dito indicando la quantità di “denaro inerte che non macina” e non le complesse ed articolate cause di questa situazione.

     

    Francesco Pontelli

     

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