Denaro

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • Il sistema italiano degli istituti di credito

    Una delle motivazioni che portò la politica ed il governo Andreotti, con l’appoggio della classe dirigente ed accademica italiana, ad indicare nella privatizzazione del sistema bancario (legge Carli Amato) la soluzione per evitare crisi furono le tristi vicende del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia il cui dissesto finanziario costò complessivamente circa 22.000 miliardi di lire, quindi circa 13 miliardi di euro al valore attuale. Alla luce delle dinamiche delle crisi, succedutesi negli ultimi anni nel nostro Paese, di troppi istituti di credito legittimamente, anche in considerazione dei costi sociali ed economici, nascono dei dubbi così come emergono i limiti di una soluzione ad un problema molto complesso come la gestione del sistema bancario. La sola crisi del Monte dei Paschi di Siena è costata alle finanze pubbliche, fino a questo momento, oltre 11 miliardi di euro (6.9 miliardi di capitale investito dal ministro Padoan in un istituto di credito risultato ultimo in Europa  negli stress test il cui valore attuale è di 750 mln), (https://www.ticinolive.ch/2021/08/03/il-monte-dei-paschi-sottoposto-a-uno-stress-test-risultato-inquietante/). A questi andranno aggiunti i prossimi tre (3) miliardi aggiuntivi per il finanziamento degli ammortizzatori sociali come “pretesa contropartita” voluta da Unicredit (il presidente di Unicredit è lo stesso Padoan, ex ministro). E’ paradossale poi come, per assorbire e mitigare gli effetti della drastica riduzione degli occupati in seguito alla “fusione” tra due istituti bancari, se ne debba fare carico sempre lo Stato al fine di rendere finanziariamente sostenibile l’acquisizione della banca senese dal gruppo privato UniCredit: il soggetto pubblico (come azionista di maggioranza) garantisce quindi la sostenibilità finanziaria dell’operazione all’istituto privato acquirente. Se poi lo stesso acquirente, cioè l’amministratore delegato di Unicredit, è anche uno dei responsabili in qualità di consulente del dissesto finanziario di MPS, nata dall’acquisizione di Antonveneta ad un valore 3,2 superiore alla valutazione del mercato, si delinea ancora più chiaramente “la partita di giro” tra istituti. Entrambe le operazione, quindi, risultano finalizzatale non a crescite strutturali per competere nel mercato finanziario internazionale, l’unica vera motivazione di queste operazioni è semplicemente la creazione di plusvalenze finanziarie da distribuire agli azionisti. Tornando, poi, al quadro generale, se si volesse integrare a questi costi anche quelli della crisi finanziaria di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in termini di azzeramento del risparmio privato pari ad undici (11) miliardi più 1,7 miliardi di euro di risorse pubbliche per un ridicolo risarcimento pari al 30% degli investimenti ma solo fino a 100.000 euro di investimenti, il conto dei costi pubblici a sostegno di un sistema privato diventa imbarazzante. Anche perché il default delle banche venete va inteso come la sintesi di una scellerata gestione i cui costi si sono riversati sui sottoscrittori delle quote di risparmio e successivamente diventati azionisti a causa di una disgraziata decisione politica del governo Renzi di trasformare le quote di risparmio in capitale di rischio attraverso la trasformazione in Spa. Una scelta imputabile alla intera classe ministeriale del governo, quindi, ancora una volta, al ministro Padoan con il suo vice Calenda. A questi costi economici e sociali vanno aggiunti anche gli oltre due (2) miliardi della crisi di Banca Etruria e di istituti minori. Risulta evidente come la semplice privatizzazione del sistema bancario sia costata in termini di risorse pubbliche ed azzeramento di risorse private molto più di sistema pubblico degli istituti di credito. La soluzione alla pessima gestione degli istituti di credito da parte della classe politica e dirigente, quando questi erano pubblici, non poteva venire indicata nella semplice privatizzazione che avrebbe bypassato ogni responsabilità dei dirigenti e dei politici del passato ma soprattutto del futuro prossimo. In questo senso va ricordato come competenza e capacità risultino verificabili sia all’interno di un azionariato pubblico che di quello privato. In questo contesto, poi, NON va dimenticata la sciagurata riforma coniata dall’Unione Europea con l’introduzione del “bail in” la quale, di fatto, ha trasformato nel 2016 ogni deposito oltre i 100.000 euro in capitale di rischio ma senza riconoscere alcun diritto per i titolari dei c\c o partecipazione agli eventuali dividendi ma anzi subendo, anno dopo anno, la crescita dei costi di gestione. Tantomeno la riforma del bail-in che coinvolge i risparmiatori nei rischi gestionali e di impresa dell’Istituto di credito riconosce agli stessi la possibilità di intervenire all’interno della complessa gestione dell’istituto. Ennesima riprova della inconsistenza politica dell’Unione Europea, in questo assolutamente simile a quella dimostrata dalla classe politica italiana. Il comprendere come le semplici proprietà pubbliche o private non garantiscano dall’incompetenza pubblica e tantomeno dalla avidità privata (come la gestione di autostrade, tanto per fare un altro esempio di scellerata privatizzazione che ha portato alla riduzione del 98% delle spese di manutenzione) è stato ampiamente dimostrato. Troppo spesso la politica per propria incompetenza o per ambigua vicinanza a gruppi di interesse ha indicato come soluzioni di complesse problematiche reali le strategie più semplici lasciando di fatto inalterato il problema, ponendo magari anche le basi di uno scenario ancor più disastroso considerate le possibili occasioni di speculazioni venutasi a creare.  Ovviamente con il consenso disinteressato dell’Unione Europea.

  • La metamorfosi bancaria

    Un recente studio ha dimostrato come quasi il 50% degli utili degli Istituti bancari venga rappresentato dalle commissioni calcolate sulle operazioni sia di cassa che finanziarie. Questo dato è quanto mai interessante e contemporaneamente preoccupante in un’ottica di medio e lungo termine. Il sistema degli istituti di credito, in altre parole, trova le proprie marginalità non più solo dalla funzione istituzionale legata al finanziamento dello sviluppo economico del Paese, e quindi delle imprese, ma la metà degli utili dipende da “semplici” operazioni di cassa o finanziarie la cui valenza risulta assolutamente marginale come ricaduta o moltiplicatore del PIL.

    Buona parte di queste commissioni, infatti, deriva da operazioni legate alla gestione del risparmio privato conseguentemente alla vendita di prodotti finanziari alla propria stessa clientela.

    Va ricordato, nello specifico, come gli stessi istituti di credito conoscano già perfettamente le potenzialità economiche del singolo risparmiatore detenendo presso le proprie filiali i depositi in conto corrente.

    Emerge    così, tanto per cominciare, un evidente conflitto di interessi in quanto la conoscenza dell’importo dei depositi dei potenziali risparmiatori/investitori rappresenta un vantaggio nei confronti dei concorrenti ed un conflitto di interessi con la clientela alla quale successivamente viene proposto un piano di investimenti “mirato”.

    Si viene così a creare una sorta di rendita di posizione a favore degli istituti di credito composta dalle marginalità provenienti da ogni singola operazione legata alla gestione del risparmio privato e dal crescente utilizzo della moneta elettronica espressione della accondiscendenza del sistema politico il quale da decenni, in cambio del finanziamento del proprio debito pubblico, combatte la battaglia contro l’uso del contante.

    Va poi ricordato, inoltre, come la sostanziale comunione di intenti ed interessi tra compagine politica e bancaria avvenga nonostante le critiche della Bce tanto in relazione alla riduzione del limite massimo al contante quanto al trattamento privilegiato riservato dal sistema fiscale italiano agli utilizzatori dei pagamenti elettronici.

    Si apre così, contemporaneamente, un altro problema fondamentale in relazione alla politica di sviluppo del nostro Paese specialmente dopo un biennio terribile legato alle conseguenze della pandemia.

    La costante deriva finanziaria e commerciale del sistema bancario preferito al finanziamento dello sviluppo e quindi del sistema imprenditoriale indica come appaia fondamentale quantomeno la comprensione del “vuoto operativo” che ne deriva nel contesto economico dalla “bigamia bancaria”. Successivamente emerge la necessità di individuare delle scelte operative per avviare in un’ottica di sviluppo quali nuovi attori possano sopperire e sostituirsi al vuoto generato dal “tradimento” della funzione istituzionale del sistema bancario.

    All’interno di questa crisi pandemica molti hanno prima individuato e successivamente utilizzato a larghe mani la Cassa Depositi e Prestiti. Una scelta probabilmente senza alternative nell’immediato ma che dovrebbe risultare legata al solo periodo emergenziale pandemico, non in grado quindi di diventare una scelta strutturale come qualcuno con leggerezza indica. Anche perché sarebbe paradossale come, successivamente alla privatizzazione dei sistema bancario, fosse una istituzione pubblica come CdP quella individuata per sostituire il sistema degli istituti di credito nella funzione di sostegno alla ripresa economica.

    La pericolosa metamorfosi, quindi, degli istituti di credito in negozi di prodotti finanziari comunque dovrebbe suscitare delle legittime preoccupazioni.

  • Richard Nixon fece un grosso pateracchio 50 anni fa, cancellando il gold standard e introducendo la fluttazione dei cambi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 agosto 2021

    Sono passati cinquant’anni dal discorso tenuto dal presidente Richard Nixon il 15 agosto 1971 in cui annunciava misure radicali per il futuro dell’economia e della politica mondiale. Non c’è, però, nulla da festeggiare. Infatti, allora si decise la fine del gold standard. Da quel momento il dollaro non sarebbe stato più convertibile e rimborsabile in oro. In teoria, fino a quel giorno i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Gli Usa tornarono liberi di «stampare moneta» senza l’obbligo di possedere una quantità d’oro pari ai biglietti verdi in circolazione.

    Fu accantonato anche il regime dei cambi fissi, che regolava i rapporti tra le maggiori monete, uno dei pilastri del sistema di Bretton Woods, realizzato nella cittadina del New Hampshire nel 1944. Nel sistema monetario internazionale s’introdusse, invece, il cambio fluttuante, che è stato ed è sempre sotto la minaccia della speculazione dei mercati valutari. Purtroppo fu anche l’inizio della «deregulation».

    Negli Usa furono congelati anche i salari e i prezzi per 90 giorni, con una sovrattassa del 10% sulle importazioni. I controlli sui prezzi bloccarono temporaneamente l’inflazione, che, però, ritornò poco dopo più forte di prima.

    Con la decisione unilaterale di far fluttuare il cambio del dollaro si aprì un periodo d’instabilità che portò alla svalutazione della valuta americana, che favorì i conseguenti shock petroliferi del 1974 e del 1979 e, alla fine degli anni settanta, portò i tassi di interesse della Federal Reserve al 20%. Fu uno choc economico globale senza precedenti.

    L’intento di Nixon era quello di indurre i Paesi industrializzati a rivalutare le loro monete rispetto al dollaro per ridurre il crescente deficit della bilancia dei pagamenti americana. Gli effetti, però, furono fuori controllo e incalcolabili. Le cose andarono diversamente. Le nuove «regole del gioco» spianarono la strada alla globalizzazione della finanza.

    È vero che la situazione economica americana non era più sostenibile, anche per i debiti dovuti alle spese della guerra in Vietnam. Le stesse riserve auree erano scese dai 24 miliardi di dollari del 1948 ai 10 del 1971.

    Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Anzi hanno inondato il mondo di dollari. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 135%. In realtà, si dovrebbero aggiungere i debiti dei due giganti immobiliari pubblici, Freddie Mac e Fannie Mae, che furono causa non secondaria della crisi del 2008.

    Da cinquant’anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme, abbattendo l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione del ’29. In particolare nel 1998 fu accantonato il Glass Steagall Act, la legge del 1933, che stabiliva la separazione bancaria tra le banche commerciali e quelle d’investimento, proibendo alle prime di usare i depositi e i risparmi dei cittadini in operazioni finanziarie speculative e ad alto rischio.

    Dopo la Grande Crisi del 2008, dopo i giganteschi quantitative easing finanziari, le tante sfide planetarie e l’attuale crisi pandemica ed economica, dovrebbe essere chiaro che, per evitare pericolose guerre tra le valute, si dovrebbe costruire un nuovo accordo internazionale anche nel campo monetario. Potrebbe essere un sistema multipolare basato preferibilmente su un «paniere stabile di monete». Purtroppo questo problema non è stato ancora risolto!

    Nel discorso del 1971 lo stesso Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale». Forse era consapevole più degli altri della gravità della sua decisione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Riciclaggio nella Ue, 160 mld

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 6 agosto 2021.

    L’Europol stima che l’1% del Pil dell’Unione europea, equivalente a circa 160 miliardi di euro, è coinvolto in attività finanziarie illegali. E’ clamoroso il caso della filiale estone della banca danese Danske Bank, che dal 2007 al 2015 sarebbe stata il veicolo di transazioni molto sospette per oltre 200 miliardi di euro.

    Del resto è risaputo che il riciclaggio di soldi per fini illegali, per il sostegno al terrorismo e per l’evasione e l’elusione fiscale ha assunto dimensioni preoccupanti. Anche le reti criminali si sono dimostrate molto esperte a “dribblare” i regolamenti e i controlli dei singoli Paesi, sfruttandone le differenze, le incongruità e anche le reciproche avversità. In questa materia l’Unione europea si “barcamena” tra un desiderato coordinamento centralizzato e i provvedimenti dei diversi governi.

    Recentemente la Commissione ha presentato delle condivisibili proposte legislative al Parlamento e al Consiglio europeo per consolidare le norme Ue per contrastare il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Da notare che inizialmente l’iniziativa era stata osteggiata da alcuni Paesi membri, tra cui Cipro, Malta ed Estonia.

    Non convincente, invece, è l’introduzione del massimale di 10.000 euro per i pagamenti in contanti. Si ricordi che in Italia esso è di 2.000 euro. In un attimo, tutta la passata battaglia ideologica di casa nostra sull’argomento è stata spazzata via.

    Il citato pacchetto mira anzitutto a creare una nuova autorità europea in materia di riciclaggio. E’ previsto un regolamento con norme direttamente applicabili. C’è una direttiva, relativa agli organismi di vigilanza, da recepire ai vari livelli nazionali. Lungimirante, ci sembra, è il regolamento per tracciare i trasferimenti in cripto-valute.

    La nuova autorità europea dovrebbe rafforzare la vigilanza e prevedere un unico sistema integrato per meglio coordinare gli organismi nazionali di monitoraggio. Gli attuali registri nazionali dei conti bancari dovrebbero essere collegati tra loro, consentendo alle varie Unità d’informazione finanziaria di accedere rapidamente ai movimenti sui conti correnti. Compito non secondario sarebbe la vigilanza su alcuni enti finanziari che si ritengono più rischiosi.

    Per quanto riguarda le cripto-valute e le cripto-attività, si rileva che attualmente solo alcuni prestatori di detti servizi sono soggetti alle norme di antiriciclaggio. Il che è una negligenza grave che potrebbe essere sfruttata anche da interessi illegali. Perciò è positiva la previsione di modifiche per la tracciabilità dei trasferimenti di cripto-attività, come i bitcoin. Saranno inoltre vietati i portafogli anonimi di cripto-attività.

    Naturalmente il riciclaggio è un fenomeno globale che richiede una forte cooperazione internazionale. La Commissione è già parte del Gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi), che è il garante a livello mondiale della lotta al riciclaggio di denaro. Gli elenchi del Gafi saranno inseriti in quelli dell’Ue. Essi avranno una “lista nera”, in cui figurano la Corea del Nord e l’Iran, e una “lista grigia”.

    Quest’ultima comprende 22 Stati. Oltre a quelli sospettati di terrorismo o coinvolti in guerre, ci sono alcuni dei paradisi fiscali più “gettonati” da interessi europei, tra cui le Barbados, le Cayman, Giamaica, Panama Albania e Malta (!). Anche la Romania stava per esservi inclusa.

    È incredibile che vi siano coinvolti dei Paesi europei e persino dell’Ue!

    Il documento è ricco di dati che evidenziano i rischi connessi ai vari settori economici influenzati o influenzabili dal riciclaggio di soldi sporchi. Ad esempio, si afferma che esso opera principalmente ancora attraverso il trasferimento di contanti e che le banconote da 500 euro sono state largamente usate a tal fine. Si stima che a livello mondiale il riciclaggio sfrutterebbe il mercato immobiliare per 1.600 miliardi di dollari l’anno e quello dei diamanti, che è concentrato soprattutto in Belgio. Il rapporto rileva la crescita dell’utilizzo dei paradisi fiscali quali veicoli per il riciclaggio: già nel 2016 i residenti Eu tenevano ben 1.600 miliardi di dollari nei centri off shore.

    Le nuove proposte della Commissione affrontano la sfida principale per il futuro dell’Unione: operare congiuntamente, senza sabotaggi di varia natura, per fronteggiare e sconfiggere il riciclaggio di soldi sporchi, che mina la sicurezza, la stabilità e il bilancio dell’Europa.

    *ex sottosegretario all’Economia **economista

  • Bruxelles prova a debellare il denaro sporco, che vale l’1% del Pil europeo

    Rappresenta circa l’1% del prodotto interno lordo annuo della Ue. Macchia la reputazione delle istituzioni, erode la fiducia nelle banche e nelle autorità e provoca danni difficili anche da quantificare. Per questo in Europa è venuto il momento di un’azione comune anti-riciclaggio capace di chiudere la porta ai flussi sospetti di denaro sporco che circolano invisibili da un lato all’altro dell’economia europea. “Stiamo parlando di molti miliardi di euro collegati ad attività illecite” che “hanno un impatto su tutta la società” e “ogni scandalo del riciclaggio è uno scandalo di troppo” perciò “il lavoro per chiudere le lacune del nostro sistema finanziario non è ancora finito”, hanno spiegato il vicepresidente dell’esecutivo Ue Valdis Dombrovskis e la commissaria per i Servizi finanziari Mairead McGuinnes presentando alle agenzie di stampa il nuovo pacchetto legislativo.

    Il primo passo è quello di creare una nuova autorità europea (Amla) che rileverà i poteri attualmente detenuti dall’Autorità bancaria europea e supervisionerà direttamente le istituzioni finanziarie transfrontaliere più rischiose. Per le entità non finanziarie ci penseranno invece le autorità nazionali. Che nella nuova agenzia troveranno un centro di coordinamento. Con uno staff di 250 funzionari, l’Amla si occuperà dei proventi del crimine e del traffico di droga, ma anche di elusione, finanziamento del terrorismo, tratta di esseri umani e corruzione. Per la scelta della sede, l’associazione bancaria italiana Abi lo scorso 10 giugno con una lettera del presidente Antonio Patuelli e del direttore generale Sabatini, aveva sollecitato il governo ad assumere l’iniziativa presso l’Unione Europea affinché l’Autorità sia posta in Italia. I vertici Abi sottolineavano che in Germania ha sede la Bce, in Francia l’Autorità bancaria europea, mentre l’Italia finora non ospita alcuna autorità finanziaria europea.

    Nel frattempo, le norme anti-riciclaggio saranno raccolte in un codice unico vincolante sfidando la riluttanza mostrata da alcune capitali in questi anni. “In passato abbiamo avuto una serie di casi di altissimo profilo” e “il problema non è stato risolto”, ha ammesso McGuinness, ricordando gli oltre 200 miliardi di fondi sospetti che tre anni fa transitarono dalle filiali estoni della Danske Bank senza che nessuno se ne accorgesse. E mettendo tutti in guardia che adesso l’Ue intende “assicurarsi che le regole vengano seguite”. Anche nel tech, dove le criptovalute sono sempre più usate per il riciclaggio di denaro virtuale. Per questo tutti i trasferimenti in Bitcoin o simili all’interno dell’Ue dovranno essere tracciabili al pari del denaro reale. Per i pagamenti in contanti invece Bruxelles propone di introdurre un tetto a 10mila euro, pur rispettando i limiti inferiori già presenti in circa 2 terzi degli Stati membri (si va da una soglia di 500 euro in Grecia ai 10mila euro in Repubblica Ceca, passando per i 2mila dell’Italia). Se tutto questo vale all’interno dell’Ue, il resto del mondo comunque non è salvo: dopo le liste nere e grigie dei paradisi fiscali, Bruxelles propone anche nuovi elenchi dei Paesi terzi che non hanno norme adeguate contro il riciclaggio. Con la possibilità di sanzionarli.

  • L’inflazione Usa è già al 3,1%

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 luglio 2021.    

    Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali.

    L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che «per la prima volta dagli anni Ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva». È la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo.

    I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro.

    Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto, il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale.

    Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse, ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari.

    È vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia.

    Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Fed hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente «transitorio». Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, «transitorio» è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare.

    Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l’attuale aumento dell’inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi.

    C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di «inflazione controllata» del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Euro digitale darà il colpo di grazia al sistema bancario?

    Negli ultimi 10 anni solo in Italia sono spariti ben 266 Istituti di Credito, sono state chiuse oltre 10.126 filiali o sportelli bancari, nello stesso periodo di tempo hanno lasciato il sistema 47.121 bancari. E l’arrivo dell’EuroDigitale fa pensare al peggio.

    I dati arrivano direttamente dal report statistico di Banca D’Italia dal titolo “Banche e Istituzioni Finanziarie: Articolazione territoriale”

    Negli ultimi 12 mesi sono stati invitati a lasciare gli sportelli bancari ben 6.900 dipendenti (il 14% della perdita totale nei 10 anni). Sono scomparsi 14 Istituti di Credito e, al tempo stesso, sono state chiuse 831 filiali sul territorio. Tutto questo ha costretto ben 119 comuni italiani ad essere privati di ogni riferimento bancario. In totale sarebbero ormai oltre 500 i comuni italiani privi di Sportelli Bancari. Si tratta soprattutto di piccoli centri, dove l’unico vero riferimento ora resta l’Ufficio Postale

    Ma, a quanto pare, il peggio per il vecchio sistema bancario deve ancora arrivare con l’introduzione dell’Euro Digitale che la BCE sta preparandosi a lanciare. L’euro digitale sarebbe più sicuro e privo di rischi rispetto al contante anche se nessun mezzo di pagamento privato è davvero completamente. Un danno per le Banche Commerciali, soprattutto quelle poco solide e sicure e quelle che non si sono riuscite ad adattare ai ritmi dettati dalla digitalizzazione.

    In Europa vige ancora il Bail-In, cioè la norma che lega i fallimenti bancari al rischio per i depositi dei clienti che hanno scelto quella banca poco solida. Non essendo perciò sicuro al 100% alcun tipo di pagamento privato ed esistendo un sistema alternativo di valuta digitale supportato e regolato dalle banche centrali, è molto probabile che tanta gente cercherà di avvalersi di quel sistema che offrirebbe maggiori garanzie e sicurezza ai loro risparmi.

    Poiché l’Euro Digitale sarà un sostituto completo del denaro fisico il ruolo di intermediario delle banche commerciali o online sarebbe, in teoria, molto limitato. Con il denaro trattenuto direttamente dal cliente (sul suo telefono o altro dispositivo digitale) non ci sarebbe motivo di coinvolgere un intermediario potenzialmente costoso e non garantito.

    La data ipotetica per l’introduzione dell’Euro Digitale potrebbe essere 2026, come preannuncia in un articolo di Wall Street Italia Fabio Panetta, uno dei fautori della valuta digitale.

  • Sistema finanziario vulnerabile

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 4 giugno 2021

    Dopo aver cercato, come sempre, di rassicurare gli animi, l’ultimo Financial Stability Report (FSR) della Federal Reserve presenta una lista impressionante di rischi per la stabilità finanziaria negli Usa e a livello mondiale. Nelle orecchie dei governatori della Fed fischia ancora quanto è successo a marzo con il collasso del fondo hedge Archegos Capital Management, che ha lasciato un buco di oltre 10 miliardi di dollari in alcune della maggiori banche internazionali. In verità, c’è che dice che il problema potrebbe essere cinque volte più grande.

    Il FSR è pubblicato due volte l’anno con l’intento di prevenire il ripetersi della Grande Crisi del 2008. La presentazione del rapporto è stata centrata sul significato e sugli strascichi proprio di Archegos, evidenziando che le difficoltà di istituti finanziari non bancari (il famoso shadow banking) influiscono sull’intero sistema finanziario. «Stanno aumentando le vulnerabilità associate all’elevato appetito al rischio», si afferma. Il che evidenzia «la limitata visibilità delle esposizioni dei fondi hedge e che le loro disponibilità, create con la leva finanziaria, potrebbero non essere sufficienti per far fronte a rischi importanti».

    I valori di molti asset sono cresciuti enormemente, superando i record dell’anno scorso. Gli indici azionari e i prezzi delle azioni sono ai lori massimi storici. Per esempio, dall’inizio del 2021 l’indice azionario Standard & Poor’s 500 è cresciuto del 12%. Inoltre, il Bloomberg Commodity Index, che traccia tutte le materie prime e i beni alimentari, è cresciuto del 19% in un anno. Nello stesso periodo, il prezzo delle case negli Usa è aumentato del 12%. Sono tutti effetti dell’insaziabile «appetito» di profitti più alti.

    Del resto l’eccessiva liquidità, gli interessi quasi negativi e i bassi rendimenti offerti dai tradizionali titoli, come le obbligazioni del Tesoro americano, spingono verso investimenti speculativi, tanto che invece di comprare bond pubblici, i grandi della finanza preferiscono acquistare le obbligazioni corporate o quelle già ritenute come speculative.

    Il pericolo vero sta in un possibile repentino cambiamento di valutazioni. La Fed, infatti, teme che qualche evento possa ridefinire i prezzi degli asset, delle azioni, obbligazioni o altri titoli. Proprio com’è avvenuto nel caso Archegos, quando determinate azioni vennero vendute per poter coprire le perdite di gestione, determinando un improvviso e forte calo del loro valore.

    In altre parole, si teme che gli speculatori possano mitigare il loro «appetito al rischio» e ridurre la frenesia proprio verso i titoli e le operazioni più rischiose. Il sistema è drogato e ha bisogno di dosi sempre più forti, il che rischia di crollare in un momento di astinenza. Come il drogato ha bisogno di un autorevole aiuto, così la finanza speculativa ha bisogno dell’intervento correttivo dei governi e degli Stati, quando occorre.

    Il Rapporto elenca altri rischi di vulnerabilità del sistema, il peggioramento della pandemia e l’aumento dei tassi d’interesse per fronteggiare a un’impennata dell’inflazione. Anche il governatore del Fed, Jerome Powell, esprime una certa preoccupazione per l’aumento dei prezzi in alcuni settori, come quello immobiliare e ha ammesso che «non è proprio un bene che negli Usa i prezzi aumentino così tanto».

    Non sorprende, quindi, che la Fed cerchi di scaricare su altri le cause dei rischi della sua vulnerabilità finanziaria. Prima di tutto sull’Europa e sui paesi emergenti. «Sviluppi negativi nelle economie dei mercati emergenti, stimolati in parte da un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, potrebbero avere delle ripercussioni negli Stati Uniti».

    Si dimentica, però, di riconoscere le proprie responsabilità. Infatti, gli andamenti economici di questi paesi sono di solito determinati dalle politiche monetarie e finanziarie degli Usa.

    Anche le misure adottate dalla Cina per contenere la speculazione sui mercati immobiliari, si dice, potrebbero creare situazioni di stress finanziario interno con ripercussioni globali, anche negli Stati Uniti.

    Il Rapporto, in definitiva, presenta una serie di analisi e di preoccupazioni, in parte anche condivisibili. Però sono enunciazioni scritte che possono al più suscitare discussioni mediatiche e accademiche ma non far adottare azioni efficaci da parte delle istituzioni preposte, come sarebbe necessario.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Alitalia: la storia infinita

    Nel 2021 il nuovo governo Draghi si è insediato alla guida del nostro Paese con l’importante funzione di segnare un importante e definitivo punto di svolta rispetto alla disastrosa gestione pandemica ed economica dei governi Conte 1 e Conte 2. Le sfide da affrontare erano e sono tutt’oggi molteplici, articolate e di difficile soluzione.

    Molto spesso, inoltre, le diverse problematiche da affrontare rappresentano la infelice risultante di politiche gestionali le cui proprie origini, come le responsabilità, devono venire individuate in un arco temporale che comprenda gli ultimi vent’anni.

    In questa situazione la compagnia di bandiera Alitalia sicuramente rappresenta l’emblema di una struttura mantenuta in vita da tutti i governi e costata fino ad oggi oltre 12 miliardi per ritrovarsi immancabilmente ogni sei mesi in crisi di liquidità. Dai capitani coraggiosi passando per Cimoli, condannato a 8 anni per la propria gestione di Alitalia, fino all’attuale dirigenza nulla è cambiato e soprattutto, in considerazione delle professionalità e delle strategie presentate dai responsabili del nuovo governo Draghi, nulla cambierà. Alla nuova Alitalia, infatti, verranno assegnati, ancora una volta, altri tre (3) miliardi di aiuti di Stato per una compagnia che conta 45 velivoli e 4.500 dipendenti. Questa scelta è interamente attribuibile alla competenza del nuovo ministro delle Infrastrutture e della movimentazione sostenibile Giovannini unita a quella espressa dal ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Anche la tedesca Lufthansa, come tutte le grandi compagnie aeree, ha subito sostanzialmente quasi un azzeramento del proprio fatturato. A fronte di questa situazione insostenibile sotto il profilo finanziario il governo di Angela Merkel ha assegnato alla compagnia tedesca aiuti di finanza straordinaria per nove (9) miliardi. In considerazione del profilo dimensionale dell’azienda va ricordato come Lufthansa abbia nel proprio organico 135.000 dipendenti (30 volte quelli di Alitalia) e 265 velivoli. A fronte di questi aiuti statali straordinari la compagnia tedesca sarà comunque costretta a cedere il 20% delle proprie azioni al governo, così come alcuni slot, per aumentare la concorrenza sui cieli germanici.

    La sostanziale “cilindrata” tra la struttura di Alitalia e di Lufthansa risulta evidente in modo imbarazzante ma non evidentemente al pluriaccademico Giovannini e, ovviamente, neppure al ministro dello Sviluppo economico Giorgetti.

    Il ministro Giovannini, in pieno delirio gestionale, sempre all’interno di una visione di compatibilità e di una maggiore sostenibilità della quale si considera un sostenitore, avrebbe addirittura in previsione di avviare un accordo tra l’Italia e Trenitalia (l’unica vera concorrente nelle tratte brevi nazionali della compagnia di bandiera). Una strategia finalizzata alla creazione di un cartello nel settore dei servizi trasporto che l’Unione Europea non boccerebbe sicuramente.

    Sembra incredibile come, ancora una volta, si stia assistendo al salvataggio di un’azienda decotta come la compagnia di bandiera italiana incapace da due decenni di trovare il proprio posizionamento all’interno di un mercato molto concorrenziale. Un’operazione che vede impegnato, per di più, un sostenitore della mobilità sostenibile dimostrando per l’ennesima volta come questo concetto si traduca sostanzialmente, sotto il profilo gestionale, in un ennesimo maggiore esborso per i contribuenti italiani. Il semplice ed imbarazzante confronto, infatti, tra le risorse destinate ad Alitalia dimostra come queste siano circa 666.666 euro per dipendente e rappresentano una cifra pari a dieci (10) volte rispetto all’aiuto finanziario del governo di Angela Merkel che ha destinato a Lufthansa pari a 66.666 euro per singolo dipendente: 1/10 appunto di quanto riconosciuto per Alitalia.

    Il mondo accademico rappresentato da Giovannini unito a quello professionale rappresentato da Giorgetti, colui che ci portò a 24 ore dalla squalifica dalle Olimpiadi di Tokyo con la complicità dell’ex ministro Spadafora per la creazione con il governo Conte 1 di Sport&Salute, hanno perso un’altra occasione per dimostrare la propria competenza all’interno di una problematica gestionale. In particolare la credibilità stessa del mondo accademico si dimostra, alla verifica dei fatti, una semplice sintesi di competenze teoriche unite a concetti prettamente di convenienza politica completamente svincolati dall’economia reale.

    La “innovativa” strategia della compagnia di bandiera Alitalia mette ancora una volta a nudo il declino culturale del nostro Paese con un universo accademico incapace di convertire delle competenze teoriche in scelte di economia reale. La nuova Alitalia rappresenta un ulteriore esempio della mala gestione governativa di allora come oggi. Il nuovo che avanza assomiglia sempre più al peggiore passato ed il concetto di sostenibilità tanto caro al neo Ministro Giovannini si traduce come sempre in un maggior onere per i contribuenti.

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