Denaro

  • L’incertezza dovuta al Covid frena gli investimenti, boom di depositi

    L’incertezza sulla profondità e la durata della crisi Covid paralizza gli investimenti e spinge aziende e famiglie ad accumulare liquidità, magari quella ottenuta tramite i finanziamenti garantiti dallo Stato, nelle banche in caso di difficoltà. L’ultimo rapporto dell’Abi fotografa una situazione comprensibile e per certi versi anche positiva ma che rischia di diventare un grosso freno alla ripresa nei prossimi mesi perché ‘il cavallo non beve’. La raccolta bancaria (conti correnti e pronti contro termine) continua a macinare aumenti a fronte di prestiti sicuramente in crescita ma a un tasso più ridotto. Nel mese di settembre il balzo è stato dell’8% contro un +4,8% degli impieghi, soprattutto alle imprese grazie al fondo di garanzia statale che oramai viaggia sui 100 miliardi di euro di richieste. Un aumento frutto appunto dell’incertezza che sta colpendo le aziende, le quali ritardano o minimizzano gli investimenti e trattengono spesso lì la liquidità, alimentata anche dai mancati pagamenti fiscali. “Il risparmio non è di per sé negativo – sottolinea il vice dg Abi Giafranco Torriero – è chiaro che si sono comportamenti cautelativi che inducano a creare dei buffer di risorse per fare fronte a eventuali criticità. Ma se la crescita dei depositi a causa dell’incertezza diventa un comportamento strutturale, fa venire meno delle risorse aggregate per l’economia Certo giova il prolungamento delle misure di garanzia che fornisce una prospettiva più sicura per i prossimi mesi ma una spinta decisiva, aggiunge Torriero, deve venire dalle politiche economiche statali ed europee oltre, ovviamente dall’andamento della pandemia.

    Le imprese stanno comunque beneficiando delle misure per ‘comprare tempo’ varate dal governo e dalle autorità. Le moratorie e le misure di regolamentazione rallentano l’emersione automatica dei crediti deteriorati seppure dalla vigilanza si spronano le banche a iniziare a fare le pulizie proprio per evitare l’emergere di picchi improvvisi. Molto dipenderà da quanto durerà la crisi e se appunto le inadempienze probabili (Utp) si trasformeranno in crediti inesigibili. Per ora le sofferenze continuano a scendere. Sono tornate ai livelli di 11 anni fa a 24,4 miliardi e ci si aspetta un ulteriore decremento a fine anno grazie all’operazione di cessione di Mps.

  • La Bce spinge per arrivare all’‘euro-bitcoin’

    La People’s Bank of China guida la corsa, la Bce insegue e la Fed avanza con cautela. Procede in ordine sparso la corsa delle banche centrali verso la creazione della valuta digitale: ma il tema entra di prepotenza nel dibattito fra i banchieri centrali. Proprio alle valute digitali il Fondo monetario internazionale ha dedicato una sessione di lavori su “Cross-Border Payments and Digital Currencies”. Con un panel in cui è intervenuto il presidente della Fed Jerome Powell. La Fed – ha spiegato Powell – sta valutando i benefici di una valuta digitale ma non ha ancora deciso.  “E’ una delle aree in cui per gli Stati Uniti è più importante fare bene che arrivare per primi”, ha detto Powell riferendosi all’ipotesi da molti già chiamata Fedcoin.

    L’azione delle banche centrali sul tema della valuta digitale di banca centrale – vera e propria creazione di moneta fatta a fronte di depositi – nasce proprio per la preoccupazione per le criptovalute: tanto più, come nel caso di Libra, le ‘stablecoin’ di Facebook, quelle che assicurerebbero protezione dalle maxi-fluttuazioni di bitcoin e simili ancorandosi a un paniere di valute tradizionali. Il Financial Stability Board, l’organismo che mette insieme i banchieri centrali e le autorità di regolamentazione finanziaria del G20, giusto una settimana fa ha avvertito dei rischi per la stabilità finanziaria, dandosi come obiettivo una maggior regolamentazione.

    Ma l’innovazione corre più veloce delle regole. E così le banche centrali valutano di entrare loro stesse nel gioco. Lo sta facendo la Cina. E se la Fed è cauta, la Bce accelera, con un progetto sperimentale in corso, una consultazione pubblica e una decisione finale sull’euro digitale già a metà 2021. C’è la sfida del mondo ‘crypto’, c’è Libra e una tale espansione dei pagamenti elettronici da mettere a rischio il controllo dell’offerta di moneta, la stabilità finanziaria, e persino il concetto di ‘sovranità digitale’ caro all’Ue. Ma, come emerge dalle parole stesse della presidente della Bce Christine Lagarde, c’è di più: si tratta di rendere “la nostra valuta adatta all’era digitale. Quando vediamo quanto velocemente si stanno diffondendo i pagamenti digitale, specie fra i giovani, è importante venire incontro a questa domanda”. E ancora, col digitale si “rafforza il ruolo internazionale dell’euro”. Fra le righe, si capisce che in gioco c’è la domanda globale, nei prossimi decenni, per la valuta, come riserva di valore, ma anche come unità di conto per i pagamenti digitali. Assicurarsela vuol dire garantirsi la propria fetta di ‘privilegio esorbitante’ dato dall’avere investitori desiderosi di detenere titoli in euro in ogni parte del mondo.

  • Brutto anno per la cosmesi, il fatturato arretra dell’11,6%

    Nel 2019, prima dell’emergenza, la cosmesi Made in Italy aveva raggiunto un fatturato di 12 miliardi di euro. La pandemia avuto un impatto importante su una parte del settore, provocando una flessione del fatturato stimata attorno agli 11,6 punti percentuali. A condizionare questo risultato è stato il mercato interno, che perde il 9,3%, ma soprattutto l’export, che segna un calo del -15%: “con ogni probabilità”, dunque, il 2020 si chiuderà a 10,5 miliardi di euro. A illustrare i numeri del settore è stato il presidente di Cosmetica Italia Riccardo Ancorotti, nel suo discorso introduttivo all’assemblea pubblica ‘Un’industria che fa bene al Paese. La resilienza del comparto cosmetico nazionale: un nuovo paradigma per il rilancio del settore’.

    “Nel leggere questi dati caratterizzati da un segno negativo – ha commentato Ancorotti – dobbiamo innanzitutto comprendere le difficoltà che le nostre aziende hanno affrontato: dal lockdown alla chiusura di molti esercizi distributivi, dalle tensioni sui mercati esteri e nel reperire le materie prime al cambiamento delle abitudini di acquisto”. Per il presidente degli industriali del beauty, tuttavia, “queste stime, fortunatamente ben più contenute rispetto a quanto ci saremmo aspettati solo pochi mesi fa, testimoniano la decisiva capacità di reazione del nostro settore che, in un contesto di crisi, dà prova di solidità, capacità imprenditoriale e resilienza”. Dunque, l’assemblea di quest’anno, per la prima volta trasmessa in streaming, “è ancora più importante, perché vuole segnare, simbolicamente, un nuovo inizio. Siamo pronti per un nuovo Rinascimento. Con responsabilità e con prudenza, ma anche con decisione, ripartiamo”.

    L’industria della bellezza si dice pronta ad affrontare con determinazione le sfide del futuro, come digitalizzazione e e-commerce, ma senza dimenticare l’importanza delle fiere fisiche. “Le ‘fiere smart’ sono una misura ponte in vista della ripartenza delle iniziative in presenza che ci auguriamo possa avvenire nel 2021”, ha auspicato l’ambasciatore Lorenzo Angeloni, direttore generale per la promozione del Sistema Paese Maeci. Sul fronte del sostegno alle imprese, “bene i fondi Simest per l’internazionalizzazione. Le richieste sono state superiori al fondo e adesso noi abbiamo chiesto di continuare a erogarli”, ha commentato il vicepresidente di Confindustria Barbara Beltrame.

    Importanti anche le opportunità offerte dall’economia circolare. Per il presidente di Federchimica Paolo Lamberti, “in Europa con il New Green Deal la sostenibilità sarà centrale nelle strategie delle istituzioni. L’industria chimica e l’industria beauty dimostrano di essere all’avanguardia. Essere sostenibili vuol dire poter offrire occasioni di lavoro qualificato alle nuove generazioni e quindi contribuire allo sviluppo del Paese”.

  • Il primato del pubblico azzoppa ricostruzione e sviluppo del territorio

    C’è poco da stare allegri pensando che l’amministrazione pubblica sta per ricevere 209 miliardi dalla Ue. La ricostruzione ampiamente incompiuta delle aree del centro Italia colpite dal terremoto del 2016 attesta che laddove lo sviluppo del territorio non è affidato all’iniziativa privata, tale sviluppo resta soltanto sulla carta. A quattro anni dal sisma che ha danneggiato circa 79mila edifici, infatti, sono stati presentati solo 13.948 progetti e ne sono stati approvati appena 5.325, gli immobili riparati sono 2.544. La situazione è solo un po’ migliore per quel che riguarda i danni lievi (10.000 progetti circa e 4.500 approvazioni), mentre per le scuole risultano completati 17 interventi a fronte di 250 complessi scolastici su cui agire e per le chiese sono state portate a termine 100 ristrutturazioni su 944.

    La subordinazione dell’interesse dei cittadini a tornare alla normalità alle regole della pubblica amministrazione ha fatto sì che su 2.357 opere pubbliche finanziate quelle recuperate in 4 anni siano 186 ed intanto oltre 30mila persone vivono ancora in affitto con sussidi pubblici per un importo di 150 milioni l’anno.

    Il Ponte Morandi resta insomma un’eccezione più che un battistrada e qualunque sia il contesto nel quale si parla di opere pubbliche – ricostruzione post-sisma o utilizzo del Recovery fund – le buone intenzioni devono fare i conti con la realtà, lo strapotere che negli anni ha assunto la pubblica amministrazione in un Paese che crede al di là dell’evidenza nell’equazione secondo cui non c’è salvezza fuori dal pubblico.

  • L’editore Jeff Bezos centra il record: è il primo uomo al mondo a valere 200 miliardi

    Jeff Bezos record. Il patron di Amazon nonché editore del Washington Post è sempre più saldamente alla guida dei paperoni mondiali: ormai vale più di 200 miliardi di dollari ed è il primo al mondo a superare tale soglia. Bill Gates resta al secondo posto con i suoi 124,3 miliardi, ovvero 78 in meno rispetto a Bezos. Completa il podio – secondo il Bloomberg Billionaires Index – Mark Zuckerberg, seguito da Elon Musk, il miliardario-visionario di Tesla che vale più di 101 miliardi.

    I tesoretti stellari confermano come la Silicon Valley e i tecnologici non solo hanno navigato la pandemia da coronavirus agilmente, ma ne sono usciti rafforzati. I lockdown che hanno costretto in casa miliardi di persone nel mondo li hanno infatti favoriti, spingendoli a Wall Street dove ormai sono i protagonisti incontrastati, una sorta di ‘beni rifugio’ per sfuggire al rallentamento dell’economia travolta dal virus. E Amazon è stata una delle aziende che più ha beneficiato dell’emergenza sanitaria: gli acquisti online sono infatti schizzati facendo volare i titoli a Wall Street. Dall’inizio dell’anno hanno guadagnato l’80%, consentendo a Bezos – che controllo l’11% di Amazon – di accumulare una ricchezza senza pari e proiettandolo nell’olimpo dei paperoni, in quel circolo ristrettissimo di chi vale oltre 200 miliardi di dollari. Un club talmente esclusivo di cui al momento è l’unico membro. Un traguardo che il patron di Amazon ha raggiunto nonostante un divorzio da record, il più costoso della storia. All’ex moglie MacKenzie Scott, Bezos ha infatti dato il 25% della sua quota di Amazon: una partecipazione che ora vale 63 miliardi di dollari e con la quale Scott è divenuta da un giorno all’altro la seconda donna più ricca al mondo, dietro all’ereditiera Francoise Bettencourt Meyers, e la tredicesima in generale precedendo il patron di Zara Amancio Ortega e Jack Ma di Alibaba.

    Bezos non è comunque l’unico ad aver approfittato della pandemia. I risultati sopra le attese del secondo trimestre di Facebook hanno spinto anche Zuckerberg. Ma è Musk l’altro miliardario che più ha tratto benefici dal coronavirus: sfidando il virus, la recessione e gli analisti, Tesla ha chiuso quattro trimestri consecutivi in utile e visto la sua capitalizzazione di mercato schizzare fino a superare anche Toyota e diventare regina del mondo. Un balzo che ha arricchito Musk, in corsa per un compenso record da 2,1 miliardi di dollari.

  • Problemi di liquidità per quasi 6 imprese su 10 nella fase post-Covid

    Sono quasi 780mila (il 58,4% del totale) le imprese che prevedono di avere problemi di liquidità nei prossimi sei mesi e poco meno di 565mila (il restante 41,6%) quelle alle quali invece si prospetta un futuro meno difficoltoso sul versante finanziario. La crisi di domanda che si è innescata con la   pandemia Covid-19 e il clima di incertezza sui tempi del recupero, legato anche alle diffuse criticità sui mercati globali, fanno temere a molte imprese di non poter generare i flussi di cassa necessari a garantire l’ordinaria operatività aziendale.

    E’ quanto risulta da un approfondimento del Sistema informativo Excelsior sull’universo di 1.380 mila imprese con almeno un dipendente, condotta tra il 22 giugno e il 6 luglio 2020 da Unioncamere in accordo con Anpal, per valutare le prospettive occupazionali a seguito dell’emergenza Coronavirus.

    Le imprese che si sono presentate di fronte allo shock generato dalla pandemia operando stabilmente sui mercati internazionali e quelle con strategie avanzate e integrate di digitalizzazione mostrano una solidità finanziaria relativamente maggiore: infatti, si attestano rispettivamente al 48% e al 45% dei relativi totali le aziende che non segnalano difficoltà (tra i 6 e i 3 punti in più della media). Soffrono invece maggiormente le micro imprese (1-9 dipendenti) tra le quali raggiunge il 60,4% la quota di quante segnalano un insufficiente livello di liquidità, una situazione che migliora sensibilmente al crescere della dimensione di impresa, arrivando al 44% nelle imprese over 250. La ristorazione e i servizi legati alla filiera del turismo rappresentano il settore più colpito dagli effetti della carenza di liquidità, segnalata da poco meno di tre quarti delle imprese (73,8%), dal momento che segmenti importanti del comparto, come quello legato alle presenze straniere nelle città d’arte, hanno ripreso solo molto marginalmente. Problemi di liquidità superiori alla media del comparto terziario anche per gli altri servizi alle persone (che comprendono anche le attività ricreative, culturali e sportive) e per l’istruzione e la formazione private. Tra i settori industriali è, invece, la filiera della moda ad aver risentito più sensibilmente delle conseguenze del lockdown, tanto che problemi di liquidità sono indicati dal 68,0% delle imprese di questo settore, ma quote superiori al 60% si osservano anche nel legno-arredo e nell’industria della carta. Situazione di sostanziale equilibrio tra le imprese con e senza problemi di liquidità nella meccanica e nelle industrie elettriche ed elettroniche. Più intensa la carenza di liquidità nel Sud e Isole (la mettono in luce due terzi delle imprese) e nel Centro (60,3%), mentre nelle regioni settentrionali il problema è segnalato nel 53-54% dei casi.

  • Aumentano gli incentivi dei Paesi progrediti a ricerca e sviluppo

    La crescita economica globale è strettamente legata al futuro della ricerca e lo sviluppo. Di questo sono sempre più convinti i governi che puntano sul sistema di incentivazione alle imprese. Negli ultimi 25 anni, infatti, si è quadruplicato il numero dei Paesi che offrono al sistema produttivo almeno un incentivo per la ricerca e lo sviluppo. Ad analizzare il fenomeno è l’Osservatorio sugli incentivi di Deloitte che evidenzia come molti Paesi hanno, inoltre, intrapreso la strada degli incentivi legati a nuovi percorsi di crescita, come quello a sostegno degli investimenti focalizzati all’industria 4.0 o alla eco-sostenibilità. Gli incentivi alla ricerca e sviluppo e all’innovazione sono “correlati alla crescita e all’aumento dell’occupazione”, è evidenziato nella ricerca.

    Guardando allo scenario globale emerge come nel 1995 erano solamente 12 i Paesi Ocse che offrivano alle imprese almeno un incentivo, nel 2004 questi Paesi crescono a 18, fino ad arrivare a superare i 50 nel 2020. La Francia ed il Canada, secondo quanto evidenzia Deloitte, sono sicuramente i modelli da “seguire per la stabilità e la semplicità degli incentivi, in particolare per quanto riguarda il credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo”. La Francia ha un credito d’imposta per la Ricerca e sviluppo, il Cir (Crédit d’impôt recherche) che esiste dal 1983 ed è pari al 30% dei costi spesi in R&D sui primi 100 milioni di euro di spese più un ulteriore 5% oltre i 100 milioni. Inoltre, per le Pmi è previsto un credito d’imposta del 20% per i progetti di innovazione che non sono agevolabili con il credito Cir. Il Canada, invece, prevede un sistema combinato di crediti Federali e provinciali e, in particolare, il governo federale offre un credito d’imposta per Ricerca e Sviluppo volumetrico del 15% a cui si vanno ad aggiungere i crediti d’imposta offerti dalle province che variano dal 3,5% dell’Ontario al 30% del Quebec. Dopo la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, per stimolare la ripresa della crescita economica sarebbe sufficiente che “buona parte delle risorse del Recovery Fund venissero utilizzate per un’estensione di almeno 5 anni dell’attuale piano Transizione 4.0”. Non meno importante sarebbe prevedere un “potenziamento degli incentivi che almeno raddoppi tutti i massimali da 3 a 6 milioni per la ricerca e sviluppo, da 1,5 a 3 milioni per l’innovazione tecnologica, e da 10 ad almeno 20 milioni per investimenti in beni strumentali 4.0”. Per essere efficaci, gli incentivi devono essere “chiari e semplici, basati su strumenti automatici, stabili nel tempo e con tempistiche certe”, afferma Ranieri Villa di Deloitte.

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • La Bce e l’ambiguità del governo Conte

    L’Italia, ma soprattutto la sua compagine politica nazionale, rappresenta un unicum politico in Europa. Sostanzialmente le compagini politiche presenti nei vari paesi che compongono l’Unione Europea si dividono tra filoeuropeisti e sovranisti, in antitesi tra loro. La contrapposizione politica tre due schieramenti si articola ovviamente nelle diverse visioni monetarie (pro euro ed euroexit), ed ovviamente ideologie politiche, che possono proporre il sostegno ad una possibile uscita dall’Unione Europea sostenuta dai sovranisti, ma anche nella strategia economica di medio e lungo termine.

    L’Italia, viceversa, con il governo Conte e la maggioranza che lo sostiene, presenta una posizione “terza” rispetto all’Unione Europea e alle proprie istituzioni.

    Alle dichiarazioni di appoggio alla politica europea in particolar modo del PD, ed ovviamente in contrapposizione alle posizioni dei sovranisti, fa riscontro nella realtà una sostanziale sordità ed ambiguità rispetto alle indicazioni che l’autorità monetaria europea indica in relazione alla politica economica del nostro Paese. “La BCE bacchetta il governo Conte e clamorosamente boccia la lotta al cash dell’Italia, avvertendo: “rischiate di colpire le fasce più deboli” (da investireoggi.it).

    La Bce, quindi, afferma una verità conosciuta da molti in Italia ma negata solo da una classe politica indegna di un paese democratico. In questo modo la politica dimostra la propria posizione non più ideologica ma semplicemente opportunista e probabilmente soggetta ad interessi terzi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/contante-ed-telepass-finanziario/).

    Mai un governo aveva dimostrato attraverso delle opinabili scelte di politica economica e monetaria una volontà e una colpevole insensibilità così evidente nel colpire le classi più deboli. Una ambiguità confermata dalla stessa BCE alfine di ribadire una propria supposta superiorità intellettuale a fronte invece della propria sudditanza al sistema bancario ed alle compagnie telefoniche che forniscono le reti.

     

  • Aumentano i terminali Pos per pagamenti elettronici: 2,17 milioni prima del coronavirus

    Nel 2019 il numero di terminali Pos per l’accettazione dei pagamenti con carta in Italia raggiunge circa 2,17 milioni (in crescita rispetto ai 2,08 dello scorso anno) e nel 90% dei casi sono abilitati all’accettazione del contactless. Lo evidenzia l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. Anche gli Smart Pos fanno registrare i primi volumi rilevanti: sono oltre 15.000 i terminali installati che transano oltre 1,1 miliardi di euro. Rimangono però ancora da sviluppare pienamente, osservano i ricercatori del Politecnico di Milano, i marketplace di applicazioni a corredo del servizio che possono essere fruite dai commercianti. I Mobile Pos, terminali collegati via bluetooth o ingresso audio allo smartphone dell’esercente, raggiungono quota 280.000 nel 2019, in crescita del 50% rispetto al 2018. Si tratta di un aumento importante rispetto a quello degli scorsi anni, dovuto da un lato alla maggior consapevolezza degli esercenti più piccoli e dei liberi professionisti riguardo all’obbligo e alla necessità di doversi dotare di un terminale per accettare pagamenti con carta (i consumatori spesso dovranno pagare in elettronico per ottenere le detrazioni fiscali), dall’altro a un’azione commerciale e di promozione importante messa in campo da alcuni player nell’ultimo anno. Il transato totale, oltre 2,2 miliardi di euro nel 2019 (8.000 euro annui per terminale), dimostra come si tratti, comunque, di dispositivi utilizzati da business con bassa frequenza di acquisti con carta. Sono ancora in fase di test, invece, le soluzioni “Soft Pos” o “Tap on phone” che consentirebbero ai commercianti, senza alcun dispositivo aggiuntivo, di accettare dei pagamenti contactless direttamente dal proprio smartphone (se opportunamente dotato di antenna Nfc) e che potrebbero essere molto efficaci nell’avvicinare ai pagamenti digitali i piccoli commercianti in tutto il mondo.

    ”Se in un primo momento le banche del mondo occidentale avevano iniziato ad offrire soluzioni Nfc in autonomia tramite sistemi Cloud all’interno dei propri Wallet o delle proprie app bancarie – si legge nell’Osservatorio – ad esempio, le stesse hanno poi privilegiato soluzioni terze offerte in partnership con i grandi attori tecnologici basate sull’hardware del device o sui sistemi operativi. La collaborazione, per ora, risulta vincente per tutti: da un lato le banche offrono ai loro clienti servizi di pagamento facili da utilizzare, dall’altro i produttori di device hanno fidelizzato i propri clienti o ottenuto nuovi ricavi derivanti dalle fee applicate ai pagamenti”. “Dal lato della user experience, qualsiasi oggetto connesso e intelligente già oggi può potenzialmente abilitare un pagamento: oggetti indossabili, elettrodomestici, altoparlanti, automobili. In questi casi, saranno i produttori a giocare un ruolo fondamentale nei prossimi anni, realizzando applicazioni ad hoc per integrare i diversi sistemi di pagamento”, dice Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments. “Per quanto riguarda i sistemi ‘invisibili’ in grado di evitare il classico passaggio alla cassa in negozio utilizzando telecamere per il riconoscimento facciale o autorizzando le transazioni con altri parametri biometrici (come l’impronta digitale) già testati in alcuni casi tra Cina, Stati Uniti e Russia, in Europa si è ancora alle fasi di sperimentazione; Le difficoltà maggiori, oltre alla necessità di costruire una nuova infrastruttura di lettori, sono da imputare anche a problematiche di privacy e di sicurezza dei dati sensibili  utilizzati, ma si sta già lavorando per creare standard nazionali ed internazionali che abilitino queste tipologie di pagamento”, conclude.

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