Denaro

  • Moneta elettronica: dai “tempi e metodi” alla deriva sudamericana della lotteria

    L’ accreditamento di un pagamento eseguito da un cliente attraverso una carta di credito o di debito sul proprio conto corrente richiede mediamente circa 48 ore ma talvolta può arrivare anche a quattro  giorni. Sono quindi necessari come minimo due giorni mediamente per ottenere la disponibilità della risorsa finanziaria legata ad un pagamento effettuato da un cliente attraverso “carte di credito o debito”. Questo intervallo tra la vendita di un bene o l’erogazione di un servizio e la disponibilità del giusto corrispettivo si traduce in un gap negativo interamente a carico dell’operatore economico.

    Potrebbe anche sembrare un fattore marginale, tuttavia, in relazione all’aumento dell’utilizzo della  moneta elettronica questi (minimo) due giorni dovrebbero venire applicati in aggiunta a

    tutte le scadenze alle quali risultano sottoposti i fruitori di  pagamenti con moneta elettronica. Altrimenti questo gap negativo si tradurrebbe nella semplice riduzione di (minimo) due giorni della tempistica per ottemperare ad ogni scadenza con la pubblica amministrazione (che incentiva proprio la moneta elettronica) e gli stessi operatori privati, a tutto svantaggio degli operatori economici.

    In un momento di forte rallentamento del sistema creditizio ed economico ovviare a tale problematica si dimostrerebbe un atto di buon senso e finalmente attraverso questo adeguamento una concreta e tangibile manifestazione di sensibilità nei confronti degli operatori privati.

    Inoltre sarebbe il primo e per ora unico incentivo all’utilizzo della moneta elettronica. Un adeguamento che riporterebbe finalmente il nostro Paese e  la sua politica fiscale nel perimetro del diritto rispetto alla ridicola ed imbarazzante deriva sudamericana espressione della scelta dei legislatori di avviare la lotteria degli scontrini con il fine di favorire la moneta elettronica.

  • Il denaro inerte: l’acqua che non macina

    Già precedentemente era stato affrontato, all’interno di una analisi delle dinamiche economiche e soprattutto in relazione alla mancanza del credito alle imprese, il tema su come fossero cresciuti i depositi in conto corrente degli italiani. Una rilevazione assolutamente allarmante se valutata in rapporto con la continua diminuzione del credito che il sistema bancario, nel suo complesso, ancora oggi destinata alle piccole e medie imprese (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). A distanza di pochi mesi i dati vengono confermati, amplificando ancora lo scenario anticipato precedentemente ed offrendo una visione più completa. Sempre in rapporto alla crescita dei depositi si rileva come il valore complessivo della ricchezza “parcheggiata” in conto corrente quasi inteso come “denaro inerte o inattivo” raggiunga  ormai nel nostro Paese l’80% del PIL  per circa 1400 miliardi. Un fenomeno comune, per altro, all’interno dell’Unione Europea, ad altre nazioni tanto è vero che in Germania le risorse economiche ferme sui conti correnti raggiungono il 90% del Pil (3.000 miliardi), mentre in Francia addirittura il 92% del Pil per oltre 2.200 miliardi.

    Contemporaneamente si rileva come  da mesi le comunità finanziaria e politica continuino a proporre giustamente la necessità di una trasparenza finanziaria per fornire gli strumenti necessari ai risparmiatori e contemporaneamente promuovere ed agevolare gli investimenti con la positiva  conseguenza di movimentare la statica economia europea. E’ evidente, infatti, come questa ricchezza “che non macina” e che viene lasciata all’interno dei conti correnti non possa assolutamente trasformarsi in un veicolo di crescita in quanto non investita attraverso strumenti finanziari adeguati e trasparenti.

    Al tempo stesso, quando nemmeno una percentuale di tali risorse si trasforma in acquisti di beni di consumo (evidente ulteriore espressione di incertezza relativa al futuro), risulta impossibile, senza neppure il volano di una ripresa dei consumi, qualsiasi ripresa economica.

    In altre parole, mentre ci si preoccupa sempre più della necessità di reperire risorse da investire attraverso la cassa depositi e prestiti o attraverso un aumento della pressione fiscale per fornire i necessari supporti finanziari alla crescita del sistema economico, non si affronta invece il problema relativo al calo dei consumi che dimostra una forte e sempre maggiore diffidenza relativa al futuro prossimo per il  medio/lungo termine dei cittadini dei paesi europei, ed italiani in particolare.

    Nello specifico della situazione italiana, infatti, non risulta ancora assorbita la naturale e conseguente diffidenza nei confronti delle istituzioni bancarie dopo gli scandali delle banche di Ferrara ed Etruria ed il crac della Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui effetti sul rapporto fiduciario risultano drammaticamente catastrofici.

    In più – e questo va assolutamente imputato al sistema bancario, a fronte di questa grandissima liquidità la quale, di conseguenza, dovrebbe avviare un processo di aumento del credito alle imprese stesse che creano occupazione ed economia – il sistema bancario utilizza questa liquidità per acquistare titoli debito pubblico.

    I vari  governi di turno ricambiano attraverso l’imposizione delle transazioni elettroniche così come della  stessa moneta elettronica che rappresentano all’interno di un periodo di notevole liquidità, e quindi con denaro a costo zero o addirittura negativo, una delle principali e residuali fonti di marginalità del sistema bancario stesso. In questo senso, infatti, viene ripagata ed interpretata la pressione che i governi continuano ad esercitare a favore dell’utilizzo della moneta elettronica giustificandola con il progressivo contenimento dell’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) quando invece la stessa fatturazione elettronica si sta  rivelando un clamoroso bluff  https://www.ilpattosociale.it/2019/10/21/iva-il-fallimento-progettuale-ed-operativo-della-fatturazione-elettronica/).

    La crisi sistemica economica nasce dalla incapacità di valutare le articolate e complesse espressioni del ‘sentiment’ che emergono viceversa evidenti anche dalla crescita esponenziale di una minore  ricchezza prodotta ma tenuta bloccata nei conti correnti. Una scelta condizionata dalla incertezza che a fronte delle sempre minore disponibilità di risorse pubbliche destinate alle spese in conto capitale piuttosto che alla spesa corrente contribuisce alla stagnazione decennale del nostro Paese.

    Va ricordato, infatti, come per quanto riguarda soprattutto l’economia tedesca la crescita dei depositi bancari risulti avvenuta all’interno di un periodo di forte crescita economica, mentre la nostra economia da oltre dieci anni passa da una recessione ad una crescita decimale, di conseguenza l’aumento dei depositi bancari risulta esso stesso un fattore aggiuntivo di recessione economica.

    Il comportamento dei consumatori in una posizione fortemente conservativa dimostrata dal parcheggio sui conti correnti di sempre maggiori risorse economiche meriterebbe una semplificazione fiscale e finanziaria per offrire prodotti di investimento ma anche di semplice risparmio sempre più  chiari e sicuri: una aspettativa  ancora inevasa.

    Viceversa la classe politica governativa quanto il sistema creditizio (le vere cause di questo giustificato sentiment di sfiducia) sono molto attive nel mantenimento di questo duopolio che lega la gestione della sintesi malefica tra spesa pubblica e debito conseguente all’interno del quale interviene successivamente il sistema bancario.

    Come spesso succede viene indicata la luna ma ci si ostina a guardare il dito indicando la quantità di “denaro inerte che non macina” e non le complesse ed articolate cause di questa situazione.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Sgominata dalla polizia tedesca una rete bancaria ombra del sistema Hawala

    La polizia tedesca ha sgominato una rete internazionale di servizi bancari ombra del sistema Hawala sospettata di aver trasferito illegalmente milioni di euro in Turchia. Il raid rischia però di avere connotazioni controverse perché le pratiche Hawala non sono illegali in tutta l’UE. Dopo un’indagine di un anno, la polizia ha perquisito 60 appartamenti e uffici in tutta la Germania, segnalando 27 sospetti e arrestandone sei. Le incursioni hanno avuto luogo principalmente in gioiellerie e società di commercio dell’oro nel Nord Reno-Westfalia, come riportato dal Süddeutsche Zeitung e dalle emittenti pubbliche WDR e NDR. Perquisizioni sono state fatte anche in Assia, a Berlino e nei Paesi Bassi.

    Il sistema Hawala viene spesso utilizzato dai migranti per trasferire denaro, si stima che questa particolare rete abbia trasferito fino a 1 milione di euro al giorno e oltre 200 milioni di euro in totale. Le persone che utilizzano il deposito di servizio sul conto bancario di un partecipante alla rete in un paese e un altro operatore prelevano l’importo equivalente altrove, trasferendolo a un destinatario finale per una commissione che è generalmente inferiore a una commissione bancaria e offre un tasso di cambio migliore. Tuttavia, il sistema si basa interamente sulla fiducia.

    La banca informale è illegale ai sensi della legge tedesca per quanto riguarda i servizi di pagamento (ZAG), perché è vietato offrire servizi simili ai ‘correntisti’ di una banca senza una licenza bancaria. Tuttavia, la legge non è costantemente applicata in Germania e non è la stessa in latri Paesi dell’UE.

  • Da Monti a Gualtieri: il bullismo fiscale ed istituzionale

    La Tobin Tax rappresenta una tassazione applicata a tutte le transazioni finanziarie di borsa, inserita ed attuata unilateralmente dal governo Monti. Tale “scelta strategica” ha rappresentato un fiasco clamoroso in quanto dei possibili due miliardi di nuove risorse previste nel bilancio di previsione ne vennero incassati solo 870 milioni. La posizione del governo Monti, poi, comportò come inevitabile conseguenza un ulteriore isolamento normativo e politico in quanto le altre nazioni non applicavano tale normativa fiscale ed il valore di questa tassazione è direttamente proporzionale all’ampiezza dei sistemi normativi che l’adotterebbero.

    A questo isolamento politico del nostro Paese ne seguì quindi anche una minore attrattività della piazza finanziaria di Milano, con un ulteriore evidente danno per l’economia nazionale. Ovviamente si omise, allora come oggi, colpevolmente, di valutare ma sopratutto di comprendere le conseguenze finanziarie e politiche di questa scelta del governo Monti. Prova ne sia la volontà dell’attuale ministro Gualtieri di inserire all’interno della manovra economico-finanziaria l’applicazione della Web Tax in modalità assolutamente unilaterale esattamente come il governo Monti con la Tobin Tax.

    Mentre, infatti, l’Unione europea sta cercando con grandi difficoltà di elaborare un quadro normativo e fiscale omogeneo, e quindi inclusivo, il nostro governo, adottando l’atteggiamento sprezzante del governo Monti, inserisce questa normativa determinando un ulteriore isolamento del nostro Paese all’interno del quadro europeo.

    Gli ultimi due governi Conte hanno evidenziato una sempre maggiore marginalità del nostro Paese all’interno dell’Unione europea a causa, durante il governo Conte uno, delle farneticanti affermazioni relative ad una uscita imminente dall’euro e dell’intenzione di una “emissione a debito zero” dei  minibot  o, alternativamente, del conio di una moneta parallela. Tutto questo mentre il debito pubblico aumentava con un trend di più centosessanta (160) miliardi negli ultimi diciotto mesi.

    Confermando questa linea di comportamento, la scelta della introduzione di una Web Tax del governo Conte 2 esattamente come nel caso della Tobin tax rappresenta un atto di vero e proprio “bullismo fiscale” il quale presenta forme forse più eleganti rispetto al dozzinale “bullismo mediatico” del governo Conte 1, causando però  le medesime conseguenze.

    In un contesto internazionale qualsiasi atto di bullismo, va ricordato, viene naturalmente percepito come  espressione di una volontà di prevaricazione unita ad una arroganza tanto meno giustificabile quando a risultarne responsabili siano esponenti governativi incapaci di valutare il peso e le conseguenze delle proprie decisioni politiche, fiscali e finanziarie.

    Anche queste diverse forme di bullismo istituzionale rappresentano la conferma di un declino culturale del nostro Paese del quale non si vede il limite ultimo.

  • Nove assoluzioni e quattro condanne per il crac di Banca Etruria

    Nove assoluzioni con formula piena e quattro condanne a dieci mesi di reclusione con la non menzione: è il verdetto di primo grado del tribunale di Arezzo, presieduto dal giudice Angela Avila, in composizione monocratica, per il processo, nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria, che riguarda il filone della truffa. Imputati erano ex dirigenti e funzionari dell’istituto di credito aretino, accusati di aver truffato i risparmiatori non informandoli sui rischi delle obbligazioni subordinate emesse da Bpel in due tornate, nel luglio e nell’autunno del 2013, e poi azzerate dal decreto Salva banche.

    Assolti perché il fatto non sussiste e non è stato commesso alcun reato gli imputati principali: gli ex dirigenti Luca Scassellati, Federico Baiocchi Silvestri, Samuele Fedeli e Luigi Fantacchiotti, che dovevano rispondere di istigazione alla truffa, per i quali il pubblico ministero Julia Maggiore aveva chiesto condanne tra 3 anni e 2 anni e mezzo perché, secondo l’accusa, avrebbero pressato i direttori delle filiali a vendere le obbligazioni subordinate a un pubblico indistinto. Degli altri nove imputati, direttori di filiali e impiegati che materialmente vendettero i titoli ai risparmiatori, accusati di truffa aggravata e per i quali era stata chiesta la condanna a un anno e mezzo di reclusione dalla Procura diretta dal procuratore capo Roberto Rossi, cinque dipendenti della banca sono stati assolti con la stessa formula dei quattro dirigenti, mentre quattro funzionari sono stati condannati a dieci mesi con la non menzione.

  • Contanti, da sinonimo di ricchezza a sintomo di evasione

    La moneta svolge fondamentalmente tre funzioni:

    • Unità di conto, ossia consente di misurare il valore di un bene o di un servizio;
    • Mezzo di scambio, in questo senso è lo strumento attraverso il quale si scambiano beni e servizi;
    • Riserva di valore, è cioè lo strumento che consente di accumulare riserve nel tempo per il mantenimento della capacità di acquistare beni o servizi.

    Al venir meno anche di una sola di queste funzioni di base, viene a cadere il concetto di moneta.

    In questo contesto si inserisce la stretta sull’uso dei contanti che da tempo è stata introdotta nel nostro Paese.

    Tutto ruota intorno all’imponente fenomeno dell’evasione e alle attività di contrasto del riciclo dei proventi delle attività illecite e di contrasto al terrorismo.

    Sui presupposti non si discute, ma occorre evitare di passare ad una pericolosa stagione di demonizzazione dell’uso del contante con importanti negative conseguenze, almeno a parere di chi scrive.

    Consideriamo, in primis, che oltre certi limiti, limitare l’uso della moneta metterebbe in discussione la moneta stessa che, in prospettiva, potrebbe perdere il suo valore a favore dell’uso e della diffusione di criptovalute. Fenomeno questo che comporterebbe elevati rischi per la mancanza di adeguati controlli, allo stato attuale, su queste monete virtuali.

    Ancora, limitare la circolazione della moneta, potrebbe portare ad una contrazione dei consumi. Valutate che, a tutt’oggi, l’italiano medio è avulso all’uso di carte di credito o di debito, che comunque hanno un costo sia per il possessore che per l’esercente, molti pensionati incassano ancora i denari sul conto delle poste e si recano in processione allo sportello il primo giorno del mese per prelevare.

    L’intervento del legislatore per contrastare l’uso del contante si sviluppa su molteplici fronti: sappiamo che non possiamo comprare un bene per un corrispettivo superiore a 3.000 euro regolandolo in denaro contante, gli istituti di credito hanno l’obbligo di segnalare i prelievi di contanti superiori a 10.000 euro al mese e a 1.000 euro al giorno, così come hanno l’obbligo di segnalare le operazioni superiori ai 10.000 euro (il limite è stato recentemente ridotto dai precedenti 15.000 euro).

    Se tutto ciò non avesse un sufficiente effetto deterrente, si aggiunga che i flussi mensili dei nostri movimenti bancari vengono inviati agli Uffici finanziari che li potranno utilizzare per elaborare liste selettive di contribuenti ritenuti a maggior rischio di evasione.

    Collateralmente a questa consolidata situazione, si susseguono oggi svariate ipotesi di interventi per disincentivare ulteriormente l’uso dei contanti: si va da possibili tassazioni sui prelievi di contanti effettuati nel mese oltre una certa soglia (la proposta è di 1.500 euro), a meccanismi di cash back per i pagamenti effettuati con carte, fino a aumenti selettivi dell’iva solo nel caso di pagamenti in contanti.

    La tassazione dei prelievi credo che sia veramente pericolosa, facendo perdere ulteriore fiducia nel sistema bancario già ampiamente compromessa, nonché fuori luogo: sarebbe una tassa aggiuntiva su denari già tassati, con il rischio di agevolare la circolazione della moneta cartacea anziché i depositi in banca e quindi di innescare un processo esattamente inverso a quello che si vorrebbe ostacolare.

    I meccanismi di cash back potrebbero essere efficaci, purché di una certa entità e con un semplice meccanismo di attuazione. A quest’ultimo proposito riterrei più idoneo il ristorno diretto sul conto carta piuttosto che il recupero sotto forma di credito di imposta in dichiarazione dei redditi.

    Farraginoso e fuori luogo sarebbe infine l’aumento selettivo dell’iva legato al tipo di pagamento: in primis incentiverebbe le transazioni “in nero”, penalizzerebbe gli onesti nostalgici dell’uso del contante e inserirebbe l’ennesima complicazione in un sistema tributario che tutto avrebbe bisogno fuorché questo.

    Ricordiamoci, inoltre, che le ipotesi al vaglio si innestano in un mastodontico meccanismo di comunicazioni automatiche di dati, di fatturazione elettronica e di sofisticati software di controllo che costantemente, a dispetto della nostra privacy, monitorano le nostre abitudini, i nostri consumi, i nostri risparmi con una logica diffusa e liceizzata improntata al reality “grande fratello”.

    Per quanto il fenomeno dell’evasione in Italia abbia ancora livelli enormi, il Governo parla di oltre 100 miliari di euro l’anno, ma potrebbero essere anche di più (secondo uno studio di The Tax Research LLP siamo i primi in Europa con 190 miliardi di euro di mancanti introiti, seguiti, comunque da Germania e Francia con rispettivamente 125 e 119 miliari di euro), risulta riduttivo, a mio parere, condurre tutto al mancato uso della moneta elettronica.

    La questione è molto più complessa e dovrebbe partire con una maggiore educazione civica delle nuove generazioni al rispetto della “cosa pubblica” e del nostro Paese. Il sistema fiscale, parallelamente, dovrebbe essere completamente rivisto, semplificato, reso più certo e equo. Una maggiore armonizzazione tra i Paesi dell’Unione sarebbe altrettanto necessaria per consentire una vera lotta all’evasione e al terrorismo, fenomeni potenzialmente collegati in quanto il primo potrebbe essere una fonte di finanziamento del secondo. Si dovrebbe garantire, infine, maggior tutela, rispetto e dignità ai contribuenti attraverso una più puntuale applicazione delle Statuto del Contribuente che ormai è costantemente calpestato per aperte ragioni di gettito, nonché evitare l’odiosa inversione dell’onere della prova che spesso porta all’assurdo che il contribuente sia un evasore, salvo prova contraria.

  • La produttività delle politiche monetarie

    Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

    L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

    Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

    Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

    Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

    In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

    Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

    In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

    Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

    Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

    Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

    Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

    Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

  • L’isolazionismo strategico italiano e la posizione conservativa internazionale

    Non passa giorno che la classe politica italiana non offra una conferma del proprio scollamento dalla realtà tanto nazionale quanto internazionale.

    Confindustria, che crede ancora di essere l’espressione della massima intelligenza imprenditoriale italiana, propone di tassare i prelievi bancomat sopra i 1500 euro con un 2% come azione a contrasto della evasione fiscale. Il governo, nella propria miopia assoluta (in questo assolutamente in linea con le professionalità proposte dai governi Renzi, Gentiloni e Conte1), invece di valutare gli effetti non solo politici ma soprattutto  economici delle tensioni internazionali  come fattori scatenanti  di una probabile recessione o quantomeno di  una frenata importante della crescita  economia internazionale dichiara in modo imbarazzante l’avvio di una nuova politica di investimenti. Questi, secondo le intenzioni dei nuovi responsabili dei dicasteri economici, si articolerebbero in strutturali per la crescita ed infrastrutturali come fattori di competitività, uniti parallelamente ad una progressiva riduzione del carico fiscale a partire dai redditi più bassi. Non escludendo, ovviamente, una riduzione del cuneo fiscale: tutte queste buone intenzioni si traducono in spesa pubblica aggiuntiva la cui copertura non può che essere richiesta al mercato attraverso la nuova emissione di titoli del debito pubblico aggiuntivi.

    L’ assoluta convinzione di non dovere mai rendere conto delle promesse rende tali dichiarazioni addirittura insultanti in considerazione del contesto internazionale in rapida e sempre più incerta evoluzione. Recentemente, infatti, è stata pubblicata dal Wall Street Journal un’analisi relativa alle scelte strategiche che i titolari di grandi capitali hanno cominciato ad attuare per acquisire una posizione conservativa e porre così le basi per ovviare ad una possibile fase di recessione scaturita dalle sempre maggiori tensioni internazionali ma anche dagli sterili traguardi delle  politiche monetarie poste in atto tanto dalla Bce che dalla Fed.

    Sostanzialmente vengono indicati tre passaggi fondamentali per raggiungere, appunto, una posizione conservativa  che si pone l’obiettivo di mantenere le posizioni. Innanzitutto viene indicato come primario  l’abbandono delle obbligazioni a breve, la cui  curva dei rendimenti si sta abbassando ed è indicatrice di una possibile se non recessione quantomeno di frenata della crescita economica. Contemporaneamente si rileva e si invita ad una diminuzione della propensione ad investimenti short, espressione caratterizzante di azioni speculative in ambito borsistico, contemporaneamente ad una azione finalizzata a ripianare tutti i debiti. L’ultima opzione indicata, però, risulta essere sicuramente la più importante per evitare posizioni pericolose in relazione ai propri investimenti e capitali: viene infatti suggerito di investire in valuta, cioè accumulare contanti, quindi restare liquidi.

    In altre parole, esattamente come per l’oro o l’argento all’interno di una possibile crisi finanziaria le cui evoluzioni risultano incerte quanto difficili da calcolare, l’investimento in valuta, quindi in contante, rappresenta un bene rifugio, probabilmente espresso in dollari o in franchi svizzeri.

    Si può dire quindi che la strategia proposta per la difesa dei grandi capitali dimostra ancora una volta come esista una forte scissione tra l’economia reale, della quale le valute o contanti ne rappresentano un aspetto, rispetto all’economia finanziaria dei titoli che possono essere soggetti a variazioni e tracolli nominali e valoriali  disastrosi.

    Questo comportamento, assolutamente condivisibile, impatterà ovviamente con effetti ulteriormente regressivi per l”economia finanziaria e globale. Conseguenze che si riverbereranno anche per il mercato dei titoli del debito sovrano, che rappresentano l’unica forma di finanziamento della spesa pubblica come dei faraonici progetti del nuovo governo oltre alla asfissiante pressione fiscale.

    La liquidità, quindi, diventa una espressione di posizioni conservative quando nel nostro Paese esiste una volontà di sottoporli ad una tassazione aggiuntiva la cui volontà dimostra, ancora una volta, lo scollamento abissale tra la classe dirigente politica italiana, compresa Confindustria, e la realtà economico finanziaria internazionale.

    Mai come ora la classe dirigente italiana è espressione di una mediocrità imbarazzante, incapace persino di analizzare e successivamente valutare i comportamenti degli operatori del mondo economico e magari trarne degli spunti per esempio per migliorare l’indice di attrattività del nostro Paese in relazione agli investitori internazionali.

  • Il dollaro da solo non basta più

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 13 settembre 2019.

    Alla recente riunione di banchieri a Jackson Hole il governatore della Bank of England, Mark Carney, ha proposto di sostituire il dollaro, come moneta di riferimento negli scambi commerciali e nelle riserve internazionali, con la Synthetic Hegemonic Currency (Shc), una nuova valuta, non più fisica ma digitale. Un’idea temeraria, come lui stesso ammette. Secondo noi, si tratta di una proposta che potrebbe rendere ancor più instabile il già precario sistema monetario internazionale.

    Il governatore centrale inglese prende come esempio la moneta digitate Libra, recentemente proposta da facebook.com, che dovrebbe diventare il nuovo strumento di pagamento per le transazioni commerciali fatte sempre più online. Libra dovrebbe essere la nuova moneta privata che sostituirebbe le valute nazionali finora utilizzate, a cominciare dal dollaro. Sarebbe utilizzata da acquirenti e altri clienti privati che operano con strumenti telematici.

    La Shc, invece, dovrebbe essere emessa dall’autorità pubblica, cioè dalle banche centrali attraverso una loro rete di monete digitali. L’intento britannico sembra essere soprattutto volto a opporsi alla tendenza egemonica dello yuan cinese che, come Carney afferma, dal 2018 avrebbe già superato la sterlina nei contratti petroliferi. Naturalmente la nuova moneta digitale ridurrebbe anche l’influenza dominante del dollaro stesso. Un mondo con due monete competitive di riserva, afferma il governatore, renderebbe instabile l’intero sistema monetario mondiale. La Grande depressione del ’29, aggravata dalle tensioni tra la sterlina e il dollaro, dovrebbe essere d’insegnamento.

    La nota di Carney rivela che la Bank of England è consapevole di ciò che avviene a livello globale. Del resto egli sottolinea che «la City è il principale centro finanziario internazionale». La conclusione della Bank of England è sicuramente azzardata. Le sue analisi di fondo, però, meritano una certa considerazione.

    Il governatore afferma che la globalizzazione ha accresciuto l’impatto e i riverberi degli eventi internazionali sulle varie economie. Di conseguenza, il sistema del tasso d’inflazione flessibile e dei tassi d’interesse fluttuanti, adottato dalle banche centrali, non regge più. Ciò ha determinato destabilizzanti asimmetrie nel sistema monetario internazionale. Infatti, mentre l’economia mondiale è passata attraverso processi di aggiustamenti, il ruolo del dollaro, invece, è rimasto uguale a quello che aveva quando il sistema di Bretton Woods nel 1971 collassò. È innegabile il fatto che le decisioni monetarie della Federal Reserve stiano producendo effetti negativi in molti paesi, anche in quelli che hanno pochi rapporti economici con gli Usa.

    Egli afferma giustamente che «un sistema unipolare non è adatto per un mondo multipolare». Ricerche ufficiali dimostrano come una rivalutazione del dollaro dell’1% comporterebbe una contrazione dello 0,6% nei volumi di commercio nel resto del mondo. Si ricordi che metà delle transazioni commerciali mondiali è effettuata ancora in dollari! Ma la quota delle importazioni Usa è solo un quinto del totale dell’import mondiale. Perciò, a nostro avviso, anche la riforma delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), è sempre più necessaria.

    Il dollaro, in quanto moneta dominante del commercio mondiale, è anche la valuta principale di riserva e di riferimento per la maggior parte dei titoli emessi nei paesi emergenti. Per circa due terzi del totale. Ciò ha inevitabilmente indotto queste economie a creare delle misure di sicurezza, aumentando le loro riserve in dollari e contribuendo così a creare quello che da tempo è chiamato «carenza mondiale di risparmi». Si stima che le riserve monetarie dei paesi emergenti potrebbero raddoppiare nei prossimi dieci anni, con un aumento di ben 9.000 miliardi di dollari.

    Noi riteniamo che la nuova moneta digitale Shc non sia la soluzione giusta. Essa, di fatto, annullerebbe progressivamente il ruolo, anche di controllo, delle banche centrali e degli stessi governi. Una questione, affatto secondaria, riguarda la sicurezza e le garanzie monetarie: chi sarebbe il «prestatore di ultima istanza»?

    Finora, e lo abbiamo visto nella Grande Crisi anche se con ritardi e lacune, il garante finale è stato la banca centrale dei vari paesi coinvolti. Il dollaro, da solo, non è oggettivamente più in grado di sostenere l’intero sistema monetario, finanziario, economico e commerciale mondiale. Riteniamo perciò che sia giunto il tempo per la creazione di un sistema monetario multipolare basato su un paniere di monete importanti e per l’attivazione di una nuova «moneta di conto» simile ai Diritti Speciali di Prelievo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il combinato recessivo tra iperliquidità e tassazione dei contanti

    Già nel recente  passato erano stati considerati gli effetti di una politica monetaria espansiva, nello specifico il quantitative easing, soprattutto per il risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    La scelta del presidente Mario Draghi di inaugurare un nuovo quantitative easing (senza per altro indicarne il limite temporale) rappresenta sicuramente una decisione strategicamente vincente. Questa,infatti, ottiene il doppio obiettivo di condizionare la presidente subentrante Christine Lagarde ed, al tempo stesso, fornire risorse finanziarie fresche finalizzate al sostegno di una nuova ripresa economica. Questa nuova stagione di iperliquidità, tuttavia, rappresenta un’opportunità non solo per le aziende, le quali riescono a finanziarsi paradossalmente ad un tasso negativo, ma purtroppo anche per gli Stati per i quali si apre la possibilità di finanziare il debito con costi di servizio al debito in forte contrazione.

    In tal senso si ricorda come in Europa, ormai, tutti i titoli del debito sovrano abbiano tassi negativi, ad esclusione dell’Inghilterra, a causa della Brexit, e dell’Italia, sempre per il debito e la spesa pubblica fuori controllo. In questo senso basti ricordare l’esperienza degli ultimi governi,in particolare Renzi e Gentiloni, che non hanno saputo valorizzare, attraverso una riduzione del debito, la diminuzione dei costi del debito, conseguenza del  quasi azzeramento dei tassi di interesse.

    In un periodo caratterizzato perciò da questa nuova iniezione di risorse finanziarie risulterebbe assolutamente opportuno inserire la Golden Rule (la quale obbliga i governi ad accedere a nuovo debito solo per finanziare produttivi ed infrastrutturali), e non come hanno sempre fatto negli ultimi anni al fine semplicemente di finanziare nuova  spesa corrente. Gli effetti collaterali di questa politica monetaria espansiva possono risultare molto simili a quelli di una stagione  economica caratterizzata da un alto tasso di inflazione senza averne tuttavia una decaduta del  valore nominale della moneta: come detto prima la depatrimonializzazione del risparmio ne rappresenta la conseguenza poco gradita ai risparmiatori.

    In questo contesto, quindi, risulta anacronistico, ma soprattutto economicamente controproducente, la proposta di tassare i contanti i quali già perdono valore a causa della politica monetaria espansiva. Tassarli ulteriormente, tuttavia, rappresenterebbe l’atto finale e conclusivo di una strategia finalizzata ad azzerare completamente i consumi già ora in flessione (nell’anno in corso oltre 1 miliardo). Il tutto in nome di una lotta all’evasione fiscale della quale ancora oggi non si comprendono i termini ed i volumi figuriamoci le cause.

    L’idea lanciata da Confindustria di  tassare del 2% i prelievi al bancomat oltre 1.500 euro per combattere l’evasione fiscale rappresenta perfettamente lo scollamento non solo della politica ma anche della cosiddetta classe dirigente dalla realtà economica ed il comune percorso verso un declino culturale di cui quello economico ne rappresenta un aspetto. In questo modo, infatti, verrebbero penalizzati tutti i cittadini onesti che vedono versato il proprio stipendio o pensione sul proprio conto corrente e che pagherebbero una sovrattassa di oltre 1.500 euro di prelievo mentre il nero (Confindustria lo ignora) che certamente  non viene versato sui conti correnti continuerebbe a girare regolarmente (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    In questo contesto storico, nel quale anche gli Istituti di credito presentano forti difficoltà nel reperire marginalità, possono risultare comprensibili, anche se sono intellettualmente disoneste le motivazioni che spingono Confindustria, assieme al mondo degli istituti di credito, nel  proporre la progressiva eliminazione del contante in quanto assieme alle compagnie telefoniche si assicurerebbero delle vere e proprie rendite di posizione .

    Le strategie economiche, tuttavia, dovrebbero dimostrare come obiettivo da conseguire non tanto quello di creare ulteriori vantaggi per uno specifico settore ma, viceversa, avere come traguardo  quello di creare nuovo reddito e PIL, quindi nuovo valore aggiunto. La combinazione, quindi, di una perdita del valore patrimoniali dei risparmi, e conseguentemente delle rendite, unita ad una tassazione dei contanti innescherebbe una spirale recessiva dalla quale sarebbe estremamente difficile uscirne.

    La terribile connessione tra quantitative easing ed una tassazione sul contante si manifesterebbe quindi non come la sommatoria di questi due fattori, il primo indiretto il secondo espressione di una volontà politica, ma fonte di effetti esponenziali in relazione al reddito disponibile e quindi alla capacità di spesa dei consumatori.

    La nostra economia rientrata dopo tre anni al punto di partenza avrebbe bisogno non solo una iniezione di liquidità destinata ad una sostanziale riduzione della pressione fiscale ed al finanziamento delle attività produttive ed infrastrutturali  ma anche di nuove professionalità svincolate da interessi di parte. Al tempo stesso anche di una sana iniezione di libertà che possa trovare la propria espressione attraverso competenze contemporanee.

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