Denaro

  • L’Europarlamento chiede di rivedere la compilazione della lista Ue dei paradisi fiscali

    Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui invita a modificare il sistema utilizzato per redigere la lista Ue dei paradisi fiscali perché lo ritiene “confuso ed inefficace”. Il testo è stato approvato con 587 voti favorevoli, 50 contrari e 46 astensioni. L’elenco Ue dei paradisi fiscali, istituito nel 2017, ha avuto finora un “impatto positivo”, ma non è stato “all’altezza del suo potenziale in quanto le giurisdizioni che attualmente contiene coprono meno del 2% delle perdite di gettito fiscale a livello mondiale”, afferma il Parlamento Ue. Nella risoluzione non legislativa approvata oggi, che completa il dibattito di mercoledì sera con la Presidenza del Consiglio e la Commissione, l’attuale sistema viene definito appunto “confuso ed inefficace”.

    Gli eurodeputati propongono delle modifiche che renderebbero il processo di valutazione di un Paese più trasparente, coerente e imparziale. In particolare, dovrebbero essere aggiunti alcuni criteri per garantire che più Paesi vengano considerati dei paradisi fiscali ed evitare che un paese venga rimosso dall’elenco troppo rapidamente. I Paesi Ue non dovrebbero essere esclusi dall’analisi per vedere se presentano qualche caratteristica di paradiso fiscale, e quelli che non superano tale verifica dovrebbero essere considerati a loro volta paradisi fiscali. Secondo l’Europarlamento, il criterio per giudicare se un sistema fiscale di un paese sia equo o meno deve essere rivisto e ampliato, per includere ulteriori pratiche e non solo le aliquote fiscali preferenziali. La recente rimozione delle Isole Cayman dall’elenco, mentre nel Paese si applica una politica di aliquote fiscali dello 0%, rappresenta una prova sufficiente delle mancanze del sistema di valutazione. Tra le altre misure proposte, i deputati chiedono che tutte le giurisdizioni con un’aliquota d’imposta sulle società pari allo 0% o senza imposte sugli utili delle società vengano automaticamente inserite nell’elenco dei paradisi fiscali.

    Il Parlamento Ue vorrebbe requisiti più severi: la rimozione di un Paese dall’elenco non dovrebbe essere il risultato di modifiche del sistema fiscale puramente simboliche. Secondo i deputati, ad esempio, le Isole Cayman e le Bermuda sono state rimosse dall’elenco in seguito all’introduzione di cambiamenti “minimi” e di “misure di esecuzione deboli”. Il Parlamento europeo chiede, dunque, criteri di screening più severi, nonché che tutti i Paesi terzi vengano trattati e valutati in modo equo e utilizzando gli stessi criteri, mentre a suo parere l’elenco attuale dimostra il contrario. La mancanza di trasparenza con cui l’elenco viene redatto e aggiornato rappresenta un’ulteriore perplessità. Pertanto – recita la nota diffusa dall’Europarlamento – il processo di elaborazione della lista deve essere formalizzato attraverso uno strumento giuridicamente vincolante.

    Dopo la votazione, il Presidente della sottocommissione parlamentare per le questioni fiscali (FISC), Paul Tang (S&D, NL) ha affermato: “Definendo ‘confuso ed inefficiente’ l‘elenco UE dei paradisi fiscali, il Parlamento europeo dice le cose come stanno. La lista può essere un valido strumento, ma gli Stati membri hanno dimenticato qualcosa quando l’hanno compilata: i paradisi fiscali veri e propri. L’elenco infatti non sta migliorando, sta peggiorando. Guernsey, le Bahamas e ora le Isole Cayman sono solo alcuni dei ben noti paradisi fiscali che gli Stati membri hanno tolto dalla lista. Rifiutandosi di affrontare adeguatamente l’evasione fiscale, i governi nazionali stanno deludendo le aspettative dei loro cittadini per oltre 140 miliardi di euro. Soprattutto nel contesto attuale, ciò è inaccettabile”. “Per questo motivo, il Parlamento europeo condanna la recente rimozione delle Isole Cayman dall’elenco e chiede maggiore trasparenza e criteri più severi. Inoltre, bisogna anche guardarsi allo specchio: i Paesi Ue sono responsabili del 36% dei paradisi fiscali”, ha aggiunto.

  • Entrate fiscali da gennaio a ottobre inferiori di 22 miliardi rispetto al 2019

    Covid-19 si abbatte, come previsto, sulle entrate con i primi 10 mesi decisamente più magri per l’Erario: -22 miliardi in tutto rispetto all’anno scorso. E di questi più della metà è legato al calo del gettito Iva per gli slittamenti. Si assottigliano anche le entrate per i controlli che nel frattempo sono stati fermati. Crollo per i giochi (-4.502 milioni di euro, -35,0%). Ma – avverte il Mef – i dati dei due anni sono ‘disomogenei’ e quindi poco significativi. Questo per l’inclusione nei versamenti di quest’anno di quelli dei contribuenti Isa e “minimi o forfettari”. Inoltre – secondo quanto l’Esecutivo spiega nella bozza del Recovery- “il gettito fiscale ha superato le previsioni, grazie alle misure anti-evasione introdotte negli ultimi anni (compresa la fatturazione digitale obbligatoria). I proventi di una migliore conformità fiscale saranno accantonati in un fondo che finanzierà in parte la riforma fiscale e sosterrà in parte i riacquisti di titoli di Stato”.

    Intanto nel periodo gennaio-ottobre 2020, – spiega il Ministero dell’Economia – le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 337.368 milioni di euro, segnando una riduzione di 22.462 milioni di euro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-6,2%). “La variazione negativa – commenta il ministero – riflette sia il peggioramento congiunturale sia le misure adottate dal governo per fronteggiare l’emergenza sanitaria e, in particolare, quelle che hanno sospeso o hanno ridotto i versamenti di alcuni tributi per specifiche categorie di contribuenti”. Ad esempio per le attività di accertamento e controllo nei primi 10 mesi dell’anno il gettito si è attestato a 6.816 milioni (-3.029 milioni di euro, pari a -30,8%) di cui: 3.097 milioni di euro (-2.186 milioni di euro, -41,4%) sono affluiti dalle imposte dirette e 3.719 milioni di euro (-843 milioni di euro, -18,5%) dalle imposte indirette. I dati – si spiega – risultano influenzati dal decreto “Cura Italia” che aveva già sospeso i termini di versamento delle entrate tributarie e extratributarie derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione nel periodo dall’8 marzo al 31 maggio 2020, ulteriormente prorogati dal Decreto Rilancio fino al 31 agosto. Il recente D.L. n.104 ha prorogato, dal 31 agosto al 15 ottobre, il termine della sospensione della notifica di nuove cartelle e dell’invio degli atti della riscossione disponendo, inoltre, la sospensione dei pagamenti relativi a cartelle, avvisi di addebito e avvisi di accertamento esecutivi in scadenza dall’8 marzo: il pagamento dovrà essere effettuato entro il 30 novembre 2020. Da ultimo, – ricorda il Mef – il recente decreto legge n.129 dello scorso 20 ottobre ha differito al 31 dicembre 2020 il termine di sospensione del versamento di tutte le entrate derivanti da cartelle di pagamento, avvisi di addebito e avvisi di accertamento affidati all’agente della riscossione.

    Per quanto riguarda le imposte indirette ammontano nei primi 10 mesi dell’anno a 143.013 milioni di euro con una diminuzione di 23.806 milioni di euro (-14,3%). Il notevole calo – spiega il Mef – è imputabile principalmente alla riduzione dell’Iva (-12.333 milioni di euro pari a -12%) e in particolare alla componente scambi interni (-9.020 milioni di euro pari a -9,9%), per effetto del rinvio dei versamenti dell’Iva. Il gettito sulle importazioni registra nel periodo un calo pari a -3.313 milioni di euro (-28,3%).

    Il risultato dei primi 10 mesi del 2020 rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, presenta comunque elementi di disomogeneità dovuti all’inclusione nei versamenti di quest’anno di quelli dei contribuenti ISA e “minimi o forfettari” che, nell’anno 2019, avevano versato a scadenze differite per effetto della proroga dei versamenti. Per questa ragione – spiega il Mef – il confronto tra i due periodi, in particolare per le imposte autoliquidate Irpef, Ires e imposte sostitutive collegate all’autoliquidazione, risulta poco significativo.

  • Il Covid provocherà solo una lieve fuga di capitali dalle imprese in Italia

    Tra le conseguenze economiche della pandemia da Covid 19 non c’è un grande timore di deflusso dei capitali dall’Italia. A non temere una caduta di appeal del Paese come destinazione degli investimenti esteri, pur prevedendo un moderato deflusso nel breve-medio termine, è il 50% della comunità finanziaria. Fatto è che l’attrattività del Paese per gli investitori, pur cresciuta rispetto al 2019 (+3,5%), resta sotto la sufficienza (44,4 in una scala da 0 a 100), secondo l’Aibe-Index, indice sintetico che misura l’attrattività del sistema-Italia da un punto di vista di investimenti esteri. A dirlo è la seconda rilevazione 2020 realizzata dall’Aibe (Associazione italiana banche estere) con la collaborazione del Censis, per sondare l’opinione sulla situazione economica e di fiducia nel Paese col virus, condotta dal 1 al 15 novembre in un panel internazionale di società finanziarie, fondi di investimento, imprese multinazionali. Quanto al flusso di capitali, per il 23,2% degli interpellati ci si potrebbe all’opposto aspettare un moderato afflusso, soprattutto verso i settori produttivi che hanno registrato una forte domanda interna proprio in conseguenza al coronavirus, come il farmaceutico, gli apparecchi medicali, la distribuzione alimentare. Meno probabile l’opzione di un forte deflusso collegato alle incertezze della domanda globale (17,9%) e quella associata alla leva delle risorse dell’Unione europea, rese disponibili per contrastare l’impatto economico e rilanciare il Paese (8,9%).

    L’Italia resta però indietro quanto ad attrattività, soprattutto per il carico fiscale (indice di attrattività di 4,32 su 10), i tempi della giustizia civile (4,19 su 10), il carico normativo e burocratico (3,58 su 10), il livello di corruzione del sistema (4,68 su 10) e la certezza del quadro normativo (4,71 su 10). Priorità d’intervento indicate dunque nel carico fiscale (56,1% delle risposte), nel carico normativo e burocratico (56,1%), nei tempi della giustizia civile (29,8%). Quanto ai decreti messi in campo dal governo, viene ritenuto (37,3%) che provvedimenti come il blocco dei licenziamenti e la proroga delle misure di integrazione del reddito dei lavoratori abbiano solo ritardato gli effetti inevitabili della crisi economica e produttiva. Oltre un quinto delle risposte segnala inoltre l’effetto di dispersione delle risorse secondo una logica di puro trasferimento monetario, mentre il 16,9% riconosce al governo e ai suoi provvedimenti un effetto positivo ottenuto contro i rischi di tensione sociale. Il 23,7% evidenzia l’importanza dei provvedimenti finalizzati a scongiurare la chiusura delle imprese a causa della crisi di liquidità.

  • È in arrivo l’euro digitale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 4 dicembre 2020

    È in arrivo l’euro digitale. La Bce da tempo lavora per studiarne il metodo di emissione e gestione e ha recentemente pubblicato un rapporto preliminare. In vari paesi europei si stanno portando avanti test per verificare la complessità dell’operazione.

    Nel vecchio continente si preparano anche i sistemi di instant payment, cioè di pagamenti istantanei con disponibilità immediata dei fondi trasferiti, che dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2021.

    Vari passi e consultazioni pubbliche sono stati fatti per ridefinire le regole, i controlli e tutta la relativa legislazione. Anche per attestare alla Bce il potere di sottoporre a controlli i cosiddetti technology providers, coloro che immettono nel sistema le nuove tecnologie fintech relative ai pagamenti e a tutte le altre operazioni finanziarie digitali.

    Del resto non si può ignorare il fenomeno della digitalizzazione del sistema dei pagamenti, a cominciare da quelle degli acquisti dei privati. Nel 2019 le persone adulte della zona euro, in media, hanno compiuto due pagamenti al giorno. In un anno il mondo del retail europeo ha registrato 213 miliardi di operazioni di pagamento per un valore stimato in 164.000 miliardi di euro. Il 73% di tutte le transazioni è stato fatto in cash, pari al 48% del valore in euro, in calo rispetto al 2016, quando i due rapporti erano rispettivamente del 79% e del 54%. Il resto, intorno al 24% del volume e al 41% del valore, è stato fatto con carte di credito.

    Due grandi istituti di servizi finanziari e di emissione di carte di credito, Visa e Mastercard, entrambe con sedi negli Stati Uniti, hanno gestito due terzi di tutti i pagamenti con carte di credito nell’Ue. Le due, più la società americana PayPal, che offre servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite internet, dominano completamente il sistema dei pagamenti online in Europa.

    Appare, perciò, doveroso per la Bce e per il Sistema europeo delle banche centrali entrare in campo direttamente nei settori dei pagamenti digitali. Stare alla finestra e guardare come il digitale sta rivoluzionando il mondo dei pagamenti e, in generale della finanza, vorrebbe dire rimanere all’ultimo posto della fila, buono soltanto a gestire eventuali danni e crisi provocate dai grandi operatori finanziari internazionali.

    L’euro digitale sarebbe il primo passo, forse il più importante. Con esso l’Eurosystem assicurerebbe ai cittadini europei l’accesso a soluzioni efficienti di pagamento, garantendo al tempo stesso che le transazioni siano sicure. Esso affiancherebbe l’euro, nella forma tradizionale di moneta, mantenendo inalterata la sovranità monetaria. Si ricordi che le banche centrali di tutti i paesi del mondo stanno creando proprie monete digitali, o già operano con esse, In ogni caso l’Europa ne verrebbe invasa e fortemente influenzata e destabilizzata.

    Questi movimenti monetari digitali internazionali rischierebbero di rendere vani tutti gli strumenti di controllo e di regole costruiti dalla Bce. Soprattutto perché gli istituti, che dominano il sistema dei pagamenti digitali, sono i leader mondiali nello sviluppo di queste tecnologie e stanno diventando anche i primi operatori dei finanziamenti e del credito. Ciò renderebbe l’Europa vulnerabile e dipendente in un settore tecnologico chiave e sarebbe incapace di gestire moneta e credito, che fino a oggi avviene attraverso il sistema delle banche tradizionali.

    Si tenga presente che oggigiorno la quantità di banconote in circolazione nell’area euro ammonta a circa 3.000 pro capite, per un totale di 1.200 miliardi. Si ipotizza una cifra simile di euro digitali che la Bce potrebbe mettere a disposizione, soltanto come mezzo di pagamento, praticamente a costo zero. La Bce deve, però, studiare come evitare che esso diventi una forma d’investimento in concorrenza con altri strumenti finanziari. La Banca centrale non vorrebbe, pare, acquisire depositi in euro digitali. È tutto in discussione. È anche da definire se i pagamenti con la moneta digitale saranno fatti attraverso i conti tenuti presso la banca centrale oppure in altri modi, direttamente tra chi paga e chi riceve.

    L’euro digitale potrebbe diventare accessibile anche fuori dall’eurozona. D’altra parte, si ricordi che già nel 2016 il 30% di tutto il cash in euro circolante era detenuto fuori dai confini europei.

    Uno degli aspetti rilevanti dell’operazione riguarda anche il futuro delle banche e del sistema bancario europeo. Un effetto evidente sarebbe la diminuzione dei depositi dei cittadini e delle imprese e quindi la riduzione di tutta una serie di attività a essi correlate. Ci si chiede, tra l’altro, se la Bce dovrà continuare, oltre i tempi di ripresa dalla Grande Crisi e dal Covid, con le varie operazioni di quantitative easing per sopperire alla mancanza di asset da parte delle banche.

    Inevitabilmente la discussione riguarda anche l’infrastruttura e i principi su cui si basano le banche centrali, come la definizione dei tassi di interesse e dei livelli di moneta in circolazione.

    L’euro digitale, così come le altre monete digitali create dalle banche centrali, avrebbe un valore fisso, sarebbe accessibile universalmente e sarebbe uno strumento valido e legale in tutte le transazioni. Caratteristiche che lo rendono completamente differente rispetto alle monete virtuali create da enti privati. E, naturalmente, manterrebbe la sovranità monetaria dell’Unione europea. Tutte scelte non facili ma il cammino sembra tracciato.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La patrimoniale ovvero il Mes degli “stupidi”

    Valutare le diverse forme di finanziamento della spesa pubblica risulta abbastanza complesso ed articolato.

    I parametri di riferimento, per esempio, del costo al servizio del debito pubblico sono in continuo cambiamento in considerazione del fatto che gli ultimi finanziamenti di titoli hanno raggiunto rendimenti bassissimi se non addirittura negativi.

    Relativamente al Mes sanitario ed ora ad una ipotetica tassa patrimoniale si è aperta una battaglia tra scuole di pensiero articolate in base alle quali risulta difficile individuarne completamente le strategie. Chi si oppone al Mes sostanzialmente afferma come sia più conveniente stampare denaro e quindi aumentare la base monetaria. In alternativa la medesima scuola economica indica nel monetizzare il debito pubblico attraverso l’emissione di titoli che vengono completamente ed interamente acquistati dalla BCE. Due strategie della medesima dottrina economica che non tiene in alcuna considerazione gli effetti depatrimonializzanti per esempio del risparmio.

    In antitesi la posizione favorevole al Mes a sua volta afferma come le risorse ottenute presentano un costo del debito sostanzialmente basso (anche se forse superiore all’andamento delle ultime emissioni di titoli pubblici) ma soprattutto una destinazione certa: quella di finanziarie il sistema sanitario nazionale. Di conseguenza queste risorse sarebbero disponibili subito e con un vincolo di spesa ben preciso che obbligherebbe il governo ad utilizzarle semplicemente per il SSN.

    A queste due posizioni si è aggiunta una a terza, sicuramente quella più imbarazzante, che individua in una tassa patrimoniale la possibilità di reperire risorse finanziarie aggiuntive rispetto al Mes stesso o alla monetizzazione del debito pubblico. Una posizione prettamente ideologica la quale, esattamente come l’addizionale IRPEF oltre un determinato livello di reddito introdotta dal governo Monti, violerebbe il principio di uguaglianza e molto probabilmente verrebbe annullata in seguito dagli organi competenti.

    Queste sono le due macro posizioni che si contrappongono nell’utilizzo del Mes alle quali si aggiunge quella sciagurata dell’introduzione di una patrimoniale che rimane una questione di fondo relativa alle modalità di utilizzo delle risorse finanziarie a debito.

    In questo contesto va invece ricordato come senza una riforma sostanziale del metodo di spesa ed un profondo cambiamento della pubblica amministrazione e della propria struttura burocratica queste risorse aggiuntive, dalla stampa di moneta o dalla monetizzazione del debito pubblico o da una patrimoniale, risulteranno assolutamente inutili in quanto gli effetti che sortirebbero, come in passato, sarebbero minimali.

    Si aggiunga, poi, come sia oltremodo manieristico opporsi al Mes ed ai suoi “costi aggiuntivi” relativi al differenziale del costo degli interessi di 38 miliardi quando l’Italia ha già raggiunto i 2600 miliardi di debito pubblico.

    Di certo non si può pensare di stampare moneta come se fossimo al Monopoli, come qualche economista non solo italiano propone, perché verrebbero meno i fondamenti economici e patrimoniali sui quali si basa il valore di una valuta. Giova ricordare, infatti, come il valore reale di una valuta non venga determinato dalla Nazione o Unione emittente ma dal mondo finanziario sulla base di parametri ben conosciuti come: 1. sostenibilità del debito, 2. potenzialità di crescita economica del paese, 3. affidabilità della classe politica, 4. funzionamento della macchina giudiziaria, 5. valore della formazione ed istruzione universitaria in aggiunta ad altri.

    Per le medesime considerazioni risultano ridicole le considerazioni relative ad un possibile cancellamento del debito pubblico avanzata da una delle massime autorità dell’Unione Europea che conferma come il declino culturale sia un male comune e non solo italiano.

    Da oltre un anno si parla dell’utilizzo Del Mes e l’effetto di questa polemica è quello di avere un sistema sanitario nazionale inadeguato anche alla seconda ondata perché non sono state investite risorse finanziarie che il Mes, invece, avrebbe messo a disposizione.

    In questo quadro demoralizzante si inserisce la questione di una patrimoniale che dà l’idea della metastasi culturale che investe la nostra classe politica e dirigente. Nel caso in cui, poi, qualcuno obbiettasse e chiedesse per quale motivo gli altri Stati non abbiamo utilizzato il Mes la risposta è molto semplice. La Germania da oltre un anno emette titoli del debito pubblico a tassi negativi ed ha un rapporto debito pubblico/Pil al 69% mentre il nostro Paese viaggia al 160%, la Francia (98%) e la Spagna (97%) hanno rapporti tutti sotto il 100%.

    In relazione invece alla terza opzione relativa alla tassa patrimoniale si ricorda che il Total Tax rate italiano si attesta attorno al 64%, quindi ogni aumento della pressione fiscale risulta insostenibile. Valori della pressione fiscale che meriterebbe la messa sotto accusa di tutti i titolari dei dicasteri economici e fiscali degli ultimi 30 anni per manifesta vessazione del contribuente italiano. Solo degli irresponsabili trascorrono un anno discutendo della validità finanziaria del Mes in attesa di una possibile seconda ondata (ma già si parla di una possibile terza) di contagi per poi ritrovarci privi di risorse finanziarie per fronteggiarla. Per poi magari proporre una tassa patrimoniale espressione della massima stupidità in relazione al balletto politico durato un anno. I costi di questo temporeggiare ricadono ovviamente sulla comunità e non certamente sui veri responsabili di questo vergognoso e stupido attendismo politico.

    P.S. Si ricorda inoltre che, a differenza della matematica, l’economia rappresenta un sistema complesso ed articolato che tende ad un equilibrio senza mai raggiungerlo. Risulta una contraddizione in termini la ricerca di questo equilibrio attraverso delle ricette matematiche che non lascino margini alla flessibilità.

  • Calcio economicamente imprescindibile per l’Italia: vale 5 miliardi di fatturato

    I numeri non mentono mai: 4,6 milioni di praticanti, 1,4 milioni di tesserati per la Figc, un fatturato stimabile intorno ai 5 miliardi di euro. Il calcio rappresenta il principale sport italiano, confermandosi un vero e proprio asset strategico in grado di accompagnare e favorire lo sviluppo dell’intero Sistema Paese. È quanto attesta la quinta edizione del Bilancio Integrato, sviluppato con la consulenza di PwC e pubblicato oggi sul sito della Figc, che analizzando i numeri del calcio italiano illustra i programmi di sviluppo della Federazione e i risultati raggiunti nel 2019, mettendo in luce l’efficienza organizzativa nell’ultimo anno alimentata anche dal processo di internalizzazione della strategia commerciale. Da sottolineare anche lo sviluppo delle squadre nazionali, il potenziamento dell’attività giovanile e la crescita del calcio femminile.

    “Questa edizione del Bilancio Integrato ha un valore determinante per la programmazione dell’era post-Covid perché fotografa la dimensione e l’impatto socio-economico del calcio nel nostro Paese prima della pandemia”, ha dichiarato il presidente della Figc Gabriele Gravina. Il calcio rappresenta sempre più la grande passione degli italiani: 32,4 milioni di italiani si dichiarano interessati a questo sport, un numero rappresentativo del 64% della popolazione italiana over 18, mentre a livello globale il calcio italiano registra un’audience pari a 2,3 miliardi di telespettatori. “I riscontri sono davvero impressionanti, sia per l’enorme coinvolgimento tra i nostri concittadini, sia per il rilevante indotto economico, sociale e sanitario generato”, ha sottolineato ancora Gravina. Numeri che si traducono in importanti riflessi dal punto di vista economico: il fatturato diretto generato dal settore calcio è stimabile intorno ai 5 miliardi di euro, ovvero il 12% del Pil del calcio mondiale viene prodotto nel nostro Paese. Un sistema che continua inoltre a rappresentare il principale contributore a livello fiscale e previdenziale del sistema sportivo, con quasi 1,3 miliardi di euro generati solo dal calcio professionistico (in crescita del 47% tra il 2006 e il 2017 per un aggregato nell’arco del periodo di 12,6 miliardi di euro) e un’incidenza del 71,5% rispetto al gettito fiscale complessivo generato dal comparto sportivo italiano. A ciò si aggiunge una raccolta derivante dalle scommesse nel 2019 pari a 10,4 miliardi di euro, un numero quasi 5 volte più elevato rispetto al 2006. La Figc negli ultimi 15 anni è stata sempre in grado di produrre un utile, per un valore economico complessivamente creato pari a 48,7 milioni di euro.

    Dati importanti soprattutto nell’ottica di quanto è accaduto successivamente con la pandemia di Covid che ha di fatto rischiato di mettere in ginocchio il sistema, soprattutto quello dei club. “Il calcio è sempre più la grande passione degli italiani, come Federazione abbiamo il dovere di sviluppare programmi adeguati, come già stiamo facendo, per impedire che il Covid la pregiudichi irrimediabilmente”, ha dichiarato ancora Gravina. Rilevante, infine, l’analisi dell’impatto socio-economico generato dal Sistema Calcio; il risultato di un programma di studio sviluppato in partnership con la UEFA (SROI – Social Return on Investment Model). L’analisi, nello specifico, ha definito il rilevante impatto socio-economico del calcio italiano, che risulta pari nel 2018-2019 a 3,1 miliardi di euro, dato che considera l’indotto economico, nonché quello sociale e sanitario. Nel modello di gestione dei principali asset infrastrutturali della Figc assume particolare importanza il Centro Tecnico Federale di Coverciano, su cui la Figc ha investito complessivamente 8,4 milioni di euro nel quadriennio 2016-2019 per la messa in sicurezza, l’ammodernamento e la crescita del livello dei servizi. Nel corso del 2019, la Federazione ha inoltre investito nel percorso della futura realizzazione di una nuova accademia federale presso il Salaria Sport Village di Roma. Diversi i programmi strategici impostati dalla Figc. A cominciare ovviamente dall’attività delle 19 rappresentative nazionali, con 262 partite disputate, oltre 600 calciatori e calciatrici convocati con ottimi risultati sportivi.

    Il bilancio, infine, analizza anche lo sviluppo del calcio femminile, ovvero lo sport che sta crescendo di più al mondo e che finalmente anche in Italia sta trovando un concreto sviluppo delle sue potenzialità: solo negli ultimi 10 anni le tesserate per la Figc sono cresciute del 46,6%.

  • Stablecoin: monete a ruota libera

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 18 novembre 2020

    La digitalizzazione è indubbiamente un profondo ed efficiente ammodernamento di tutti i settori della società. In particolare dei processi tecnologici, economici e finanziari. Anche nei settori dei pagamenti si è avuto un vero a proprio «boom digitale» e sono sottoposti a dei cambiamenti continui, a un ritmo incalzante. L’e-commerce, per esempio, sta celermente soppiantando i tradizionali settori di vendita. Le transazioni e i pagamenti hanno sempre più accantonato l’uso del contante, anche quello della carta di credito di plastica. Oggi si acquista e si paga attraverso specifiche «app» presenti negli smartphone personali.

    Una ricerca della Bce ha evidenziato che, in un breve lasso di tempo, sono state avanzate ben oltre 200 nuove proposte e iniziative nel campo dei pagamenti. Sono dei servizi così innovativi e ambiti dal grande business tanto da essere offerti a titolo gratuito in cambio, però, della disponibilità e della gestione di informazioni e di dati riguardanti i singoli utenti. Naturalmente a discapito della privacy.

    A proporli sono le cosiddette imprese bigtech, i giganti tecnologici globali, quali Google, Amazon, Facebook e molti altri tra cui la cinese Alibaba. Sono i dominatori assoluti dei listini di tutte le borse valori intenzionali. La loro forza sta non solo nell’abbondanza della liquidità ma anche nel controllo delle piattaforme online, dei social media e delle tecnologie di comunicazione mobile.

    Tale sistema presuppone l’esistenza di conti correnti coperti da disponibilità o da garanzie reali. Se tenuto sotto un puntuale controllo da parte delle istituzioni di vigilanza, non vi sarebbero rischi o particolari problemi. Anzi, potrebbe agevolare e velocizzare il segmento dell’economia finanziaria e bancaria. La cosa, però, cambia completamente quando certe grandi organizzazioni economiche e finanziarie internazionali intendono creare delle monete digitalizzate private. È il caso delle cripto valute la cui volatilità, opacità e mancanza di controlli hanno già creato seri rischi alla stabilità dell’intero sistema.

    La storia dei bitcoin docet: valori saliti alle stelle e poi crollati improvvisamente, mentre le banche centrali, incapaci di intervenire, stavano a guardare preoccupate. Adesso sul mercato sono arrivate le cosiddette stablecoin globali. Sono degli strumenti finanziari sviluppati proprio per ovviare alla volatilità delle cripto valute, in quanto il loro prezzo dovrebbe essere stabilizzato rispetto a un asset di riferimento: una moneta, come il dollaro e l’euro, l’oro o altre materie prime, oppure titoli e indici di borsa. Esse devono avere come sottostante un portafoglio di asset, di «attività di riserva».

    In altre parole, le stablecoin sarebbero delle cripto valute ancorate, per esempio, a delle monete garantite dalle tradizionali istituzioni internazionali. Esse hanno già suscitato grande attenzione e curiosità soprattutto quando Facebook ha annunciato di voler attivare la libra, che sarebbe la sua stablecoin globale in grado di operare senza utilizzare i sistemi di pagamenti e di compensazione e senza i vincoli dei regolamenti esistenti.

    Vi sono, poi, altri metodi usati da certe stablecoin, sganciati da affidabili entità centrali, per le quali la stabilizzazione sarebbe data dall’andamento di un algoritmo che detterebbe il comportamento di espansione o di riduzione delle stablecoin stesse. La loro affidabilità è certamente dubbia e molto inferiore, così come quella data dalle cosiddette collateralized stablecoin che usano appunto degli asset digitali come collaterali per garantire la loro emissione. Come al solito non è sempre oro ciò che luccica!

    È chiaro che un’espansione significativa e non regolamentata del loro uso potrebbe produrre effetti negativi e destabilizzanti sul sistema economico.

    Lo hanno sottolineato anche il G7 e la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea che hanno definito le stablecoin una «crescente minaccia alla politica monetaria, alla stabilità finanziaria e alla concorrenza».

    Infatti, le loro assicurazioni e garanzie potrebbero non essere sufficienti a far fronte alla richiesta di rimborsi in eventuali situazioni di «run», di corsa al riscatto da parte dei detentori. Pertanto il loro valore potrebbe «oscillare» molto, «contagiando» l’intero sistema finanziario. Essendo un vero e proprio meccanismo di pagamento, una inadeguata gestione dei rischi di liquidità, di quelli operativi e cibernetici potrebbe provocare una crisi sistemica.

    Inoltre, aspetto non irrilevante, gli emittenti delle stablecoin andrebbero ad aumentare il cosiddetto shadow banking, la cui dimensione da anni ha di molto sorpassato il tradizionale settore bancario. Attraverso un loro eventuale ingente acquisto di titoli influirebbero pesantemente sui mercati, sull’operatività delle stesse banche e sulle politiche monetarie e dei tassi di interesse. Senza attente e stringenti misure di controllo da parte delle agenzie governative preposte, vi è anche un alto rischio che esse siano vulnerabili all’abuso criminale e all’uso per il riciclaggio e per il finanziamento di attività terroristiche.

    In Europa, le varie istituzioni stanno studiando le caratteristiche e gli effetti delle stablecoin con grande attenzione e preoccupazione. La Commissione europea intende approntare un regolamento del mercato delle cripto attività, senza il quale giustamente teme effetti incontrollabili e molto destabilizzanti. Le stablecoin dovrebbero rispettare i requisiti legali, i regolamenti e gli standard previsti per tutti i sistemi e gli strumenti di pagamento.

    La Bce e le banche centrali nazionali stanno elaborando nuove norme relative alla sorveglianza sui sistemi dei pagamenti, soprattutto su quelli elettronici. Per far fronte alla richiesta di innovazione e alla sfida di ineludibili modernizzazioni, Francoforte pensa di introdurre un euro digitale, affidabile e privo di rischi. Esso affiancherebbe il contante senza sostituirlo, rendendo il sistema dei pagamenti più fruibile, più celere ed efficiente.

    Si ricordi che le stablecoin sono dei mezzi di pagamento emessi da privati. Sono delle valute private, come nel medioevo quando ogni principe, piccolo o grande che fosse, coniava le proprie monete. È in gioco la sovranità monetaria pubblica! Chi ha il dovere di intendere lo faccia!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La Commissione eroga 14 miliardi di euro a 9 Stati membri nell’ambito di SURE

    La Commissione europea, lo scorso 17 novembre, ha erogato 14 miliardi di euro a 9 paesi dell’UE nella seconda tranche di sostegno finanziario agli Stati membri a titolo dello strumento SURE, il nuovo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza ed è pensato per aiutare a proteggere i posti di lavoro e i lavoratori che risentono della pandemia di coronavirus. Nell’ambito del sostegno finanziario la Croazia ha ricevuto 510 milioni di euro, Cipro 250 milioni di euro, la Grecia 2 miliardi di euro, l’Italia ulteriori 6,5 miliardi di euro, la Lettonia 120 milioni di euro, la Lituania 300 milioni di euro, Malta 120 milioni di euro, la Slovenia 200 milioni di euro e la Spagna ulteriori 4 miliardi di euro.

    Lo strumento SURE può fornire fino a 100 miliardi di euro di sostegno finanziario a tutti gli Stati membri. Finora la Commissione ha proposto di mettere 90,3 miliardi di euro di sostegno finanziario a disposizione di 18 Stati membri. Le prossime erogazioni saranno effettuate nel corso dei prossimi mesi, in seguito alle rispettive emissioni obbligazionarie. Una volta completate tutte le erogazioni nell’ambito di SURE ai 9 paesi beneficiari del sostegno finanziario odierno, la Croazia avrà ricevuto 1 miliardo di euro, Cipro 479 milioni di euro, la Grecia 2,7 miliardi di euro, l’Italia 27,4 miliardi di euro, la Lettonia 192 milioni di euro, la Lituania 602 milioni di euro, Malta 244 milioni di euro, la Slovenia 1,1 miliardi di euro e la Spagna 21,3 miliardi di euro.

  • Richieste di credito da parte delle imprese in calo dell’8,3% richieste nel terzo trimestre

    Decisa frenata nel terzo trimestre per le richieste di credito delle imprese italiane (-8,3%), rispetto allo stesso periodo del 2019. Accade dopo che il secondo trimestre aveva visto un’impennata (+79,3%), sulla spinta anche delle misure di stimolo del governo per contenere gli impatti dell’emergenza Covid 19. Col crescere della seconda ondata della pandemia la tendenza però torna a invertirsi a ottobre, con un picco nell’ultima settimana (+28%). I dati sono dell’ultimo aggiornamento sul patrimonio informativo di Eurisc – il Sistema di informazioni creditizie di Crif, e viene spiegato che la nuova crescita è sostenuta in particolare dai mutui immobiliari (nelle ultime settimane stabili intorno al +30%) e dai prestiti finalizzati, mentre fidi e soprattutto prestiti personali e carte di credito restano distanti dai volumi del 2019.

    Se si guarda al dettaglio, emerge una dinamica speculare tra le richieste delle imprese individuali e quelle delle società di capitali. Sale l’importo medio dei finanziamenti richiesti: nell’ultima rilevazione 72.084 euro, il valore più elevato degli ultimi due anni. Le imprese individuali hanno visto un importo medio di 27.080 euro (-1,4%), mentre per le società di capitali si è assestato a 99.631 euro (+3,8%). Quanto alla distribuzione per classi di importo, il 30,1% del totale si è concentrato nella fascia al di sotto dei 5.000 euro, per il peso delle richieste di ditte individuali e microimprese. Le richieste di importo superiore ai 50.000 euro contano però per quasi il 17% del totale.

    Lo scenario d’incertezza vede inoltre le imprese continuare a richiedere l’accesso alla moratoria del governo per sospendere il pagamento delle rate sui finanziamenti. Per il comparto business, l’analisi di Crif fa emergere significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Il 73,1% dei contratti che hanno ottenuto la sospensione delle rate è riconducibile a società di capitali, il 23,6% a società di persone e i 2,1% a ditte Individuali. L’importo medio della rata mensile sospesa e l’ammontare residuo per estinguere il finanziamento risultano pari rispettivamente a 2.999 euro e 134.246 euro. Per le società di capitali la rata mensile sospesa risulta di 3.568 euro a fronte di un importo residuo pari a 152.627 euro. Per le società di persone la rata risulta di 1.473 euro e per le ditte individuali di 835 euro. Sulla totalità dei contratti per cui è stata ottenuta la sospensione, il 48% riguarda mutui di liquidità, il 25,8% leasing e il 16,4% mutui immobiliari. Seguono i prestiti finalizzati, col 5,4%, e i prestiti personali, col 4,5%.

  • Per le banche il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009

    Per le banche a livello globale il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009, più difficile di questo 2020. Potrebbe accadere nonostante gli istituti di credito siano in condizioni migliori rispetto al 2009 per resistere allo stress. E pur con le misure di sostegno in atto e le prospettive di vaccini contro il Covid 19. Lo sostiene un’analisi di S&P Global Ratings, in cui viene stimato che il ritorno ai livelli pre-pandemia non possa arrivare prima del 2023, ma anche oltre. Un ripristino “lento, incerto e altamente variabile a seconda delle aree geografiche”, secondo l’analista, Emmanuel Volland.

    La spiegazione viene individuata in quattro fattori di rischio, a partire dal peggioramento e dalla lunghezza della crisi da Covid 19. Secondo fattore, la durata finita delle misure di sostegno che hanno stabilizzato le banche. “Non possono durare per sempre e il progressivo previsto ritiro nel 2021 rivelerà un quadro più fedele della qualità delle attività bancarie” spiega l’analista Gavin Gunning. Altri due fattori sono indicati in un probabile aumento della leva finanziaria e prevedibili maggiori insolvenze societarie, insieme a un indebolimento nella proprietà e dunque nella qualità del credito bancario. Promettente per una ripresa l’annuncio di uno o più vaccini in approvazione per fine anno e disponibili per la metà del prossimo. Ma sarebbe solo un primo passo verso un ritorno alla normalità.

    Nello specifico delle banche europee ci sono analisti che stimano che il successo del lancio di un vaccino anti-Covid potrebbe aumentare i guadagni di 9 miliardi di euro (14%), con SocGen e UniCredit che potrebbero trarne vantaggio. Nei numeri d’altra parte S&P testimonia la prospettiva di difficoltà col fatto di avere intrapreso dall’inizio della pandemia 236 azioni di rating negativo, relative al coronavirus, allo shock sul prezzo del greggio e ad altri fattori di stress sulle banche a livello globale.

    Spostando lo sguardo sull’Italia, un quadro viene fornito dalla recente analisi del centro studi Orietta Guerra della Uilca sui conti economici del terzo trimestre 2020 degli 8 maggiori istituti di credito. Si evidenzia una contrazione complessiva dell’utile contabile di 8,5 miliardi di euro (5,3 miliardi col goodwill negativo dell’incorporazione di Ubi in Intesa Sanpaolo). Un calo (-93,2%) dovuto all’impatto degli oneri d’integrazione del piano industriale e ad altre operazioni straordinarie di Unicredit e all’aumento delle rettifiche di valore (3.036 milioni), di cui una parte per fronteggiare il deterioramento del credito, causa l’incidenza del Covid 19 sull’economica nazionale e internazionale. Ritenuto soddisfacente (-7,2%) il livello medio del margine operativo, oltre al fatto che nei primi nove mesi del 2020 le maggiori banche italiane abbiano ridotto i crediti deteriorati netti di 2,9 miliardi e che secondo operazioni di derisking non ancora contabilizzate, si arriverebbe a una riduzione di oltre i 6 miliardi. Per contro preoccupano le 2,7 milioni di domande di moratoria sui prestiti concesse dal sistema bancario per circa 294 miliardi, che alla scadenza, con un lockdown di cui non si conosce la durata, potrebbero trasformarsi in parte in npl.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker