Denaro

  • L’inflazione di genere: una nuova pagina

    La semplice rilevazione dei tassi di inflazione spesso non rende il quadro complessivo ma neppure quello specifico, e soprattutto non offre le coordinate necessarie nella elaborazione delle strategie per combatterne non solo i nefasti effetti ma soprattutto le ragioni scatenanti dell’aumento dei prezzi.

    Durante l’ultima rilevazione l’inflazione si è attestata al +11,9%, un dato che già indica chiaramente il livello di usura del potere di acquisto dei cittadini come quello della depatrimonializzazione dei risparmi nei depositi liquidi.

    A questa situazione si aggiungono altri dati, sempre relativi al tasso di inflazione, ma specifici per altri settori merceologici fondamentali nel tentativo di elaborazione di una strategia di contrasto. Nell’ambito dei beni alimentari si registra, infatti, un aumento annuale dei prezzi del +14,1% (*), ma con picchi di vera e propria esplosione inflattiva per l’olio di semi +64%, del burro con un +34% mentre la farina segna un +23%, vicina al riso ed alla pasta con un +22%.

    Una spirale inflattiva, che ha già determinato una riduzione generale dei consumi nell’anno in corso e che indurrà, solo per offrire uno scenario futuro, il 60% della popolazione ad una diminuzione della spesa natalizia per regali e alimentari.

    In questo complesso e problematico scenario andrebbe considerato come il settore alimentare, nello specifico, paghi, per sua stessa natura, una maggiore incidenza del costo del trasporto sul prezzo finale al consumatore.

    Nonostante questo settore fondamentale e primario sconti un tasso di inflazione già ora decisamente superiore rispetto a quello generale, ed il suo impatto sia decisamente maggiore in particolare modo per le famiglie con fasce di reddito inferiore, la scelta del governo in carica di diminuire gli sconti fiscali per il gasolio risulta quindi scellerata e con ripercussioni pericolose.

    Non è difficile immaginare come un ulteriore aumento dei costi di trasporto determinerà un rafforzamento “dell’inflazione alimentare” la quale ridurrà ulteriormente la capacità di acquisto specialmente per le fasce di reddito più basse.

    All’interno di un simile contesto, e con una pressione fiscale già attestata nel 2022 alla cifra record del 43,8% (**), un ulteriore incremento della medesima determinerà lo scenario ideale per una recessione economica senza precedenti, anche rispetto a quanto si verificherà per gli altri paesi della stessa Unione europea.

    L’inflazione, specialmente se esogena, cioè determinata da fattori esterni (impennata costi materie prime ed energetici determinate dalla pandemia e dalla guerra ucraina), può venire attenuta nei propri effetti solo attraverso una compensazione fiscale generale, magari anche solo parziale, ma mai con bonus parziali e tanto meno con una riedizione dei fallimentari Bonus familiari di genesi tremontiana.

    Viceversa, si aggiunge così una nuova pagina al libro “L’ analfabetismo economico” del nostro Paese alla cui realizzazione concorrono da oltre trent’anni indistintamente le classi politiche e governative italiane.

    (*) www.corrierecomunicazioni.it

    (**) Cgia di Mestre

  • Si sa di chi è la colpa

    Colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa.

    Arthur Bloch, da “La legge di Murphy”

    Era il 1935. In Francia una canzone ha avuto subito un grande successo. Il titolo della canzone era Tout va très bien, madame la marquise (Tutto va molto bene signora marchesa, n.d.a.). Il testo era concepito come un dialogo telefonico tra una marchesa ed il suo maggiordomo. La marchesa, assente da due settimana, chiedeva quali fossero le novità. L’astuto maggiordomo l’assicurava che tutto andava bene. Ma era accaduta anche una disgrazia. E le disgrazie accadute erano più di una. Dopo la prima domanda della marchesa il suo maggiordomo rispose, assicurandola prima che “tutto va molto bene signora marchesa”. Aggiungendo però che c’era una piccola cosa da deplorare: in un incidente “è morta la sua giumenta grigia”. Ma “…a parte ciò, signora la marchesa, tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Preoccupata, la marchesa chiedeva come era morta la sua cara giumenta. Il maggiordomo, rassicurandola che tutto andava bene, la informava che la perdita avvenne dopo che la scuderia era andata in fiamme. E poi, in seguito alle sue domande, la marchesa apprendeva un’altra notizia, sempre più grave della precedente. Così la marchesa apprese dell’incendio del suo castello e, alla fine, la morte per suicidio del suo caro marito. Ma sempre e comunque, l’astuto maggiordomo finiva la sua informazione con la solita frase. E cioè che “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Questa canzone, resa subito popolare nel 1935 in Francia ed altrove, simboleggia perciò uno sdolcinato, maldestro e misero comportamento per nascondere la realtà. La cruda e gravosa realtà.

    Ogni volta che viene colpevolizzato e si trova in difficoltà, non assume mai le sue responsabilità. Cerca sempre di incolpare gli altri. E da alcuni anni ormai, lui si trova sempre più spesso in difficoltà. Difficoltà generate dall’abuso del potere e dagli innumerevoli scandali di ogni genere. Scandali che si susseguono e che, non di rado, non lasciano neanche il tempo di prestare la dovuta e necessaria attenzione. Ma ci sono anche altri scandali che si generano e/o si rendono pubblici semplicemente per spostare l’attenzione da un altro, scottante e che coinvolge direttamente e/o indirettamente lui. Lui, il primo ministro albanese, che da più di nove anni abusa clamorosamente della cosa pubblica. In questi ultimi giorni sta suscitando molto scalpore la pubblicazione di quello che viene ormai denominato come lo scandalo dei “voli charter”. Uno scandalo reso noto dopo la pubblicazione, dagli hacker iraniani, di dati riguardanti proprio gli spostamenti del primo ministro albanese all’estero con un “aereo personalizzato” secondo i suoi gusti e bisogni.

    Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa di un vasto attacco informatico attuato da parte degli hackers iraniani appartenenti all’organizzazione Homeland Justice (Giustizia per la Patria; n.d.a.). Attacchi avviati, almeno secondo i dati ufficiali, dal luglio scorso. Gli hackers si sono impossessati di moltissimi dati. Si tratta di dati ufficiali, riservati e sensibili in possesso di molte istituzioni governative e statali, compresi anche i servizi segreti e la polizia di Stato. Dati che, per legge, dovevano essere custoditi con la massima garanzia e sicurezza. Ma purtroppo, fatti alla mano, così non è accaduto. Il nostro lettore è stato informato alcune settimane fa che uno degli obiettivi degli hacker iraniani era il tanto sbandierato sistema “e–Albania”, vanto propagandistico del primo ministro. Un servizio on line che usava ed accumulava innumerevoli dati. Un sistema costato diversi milioni, che però non si sa come siano stati spesi e dove siano finiti realmente. Una cosa si sa però: che gli appalti sono stati sempre “vinti” dai soliti “clienti governativi”. L’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Si tratta anche di dati molto sensibili e che potrebbero mettere in pericolo anche la sicurezza nazionale. Ma essendo l’Albania uno Stato membro della NATO, la gravità aumenta e si propaga”. Aggiungendo però che, a scandalo accaduto e reso pubblico dagli stessi hacker iraniani, “…il primo ministro, con la solita ed innata sfacciataggine cerca di mentire. A danni fatti, il primo ministro e i suoi, come sempre, hanno cercato di minimizzare tutto e di garantire che niente di serio era successo, che tutti i dati sensibili erano protetti e sicuri”. Il primo ministro dichiarava che “…L’aggressione non ha per niente raggiunto il suo obiettivo, nessuna seria fuga oppure cancellazione di dati” (Sic!). Dichiarazione smentita nell’arco di pochi giorni da lui stesso, con altre dichiarazioni. L’autore di queste righe sottolineava che “…Nel frattempo a niente sono servite le misere dichiarazioni del primo ministro. Anzi, sono state tutte delle dichiarazioni subito smentite dalla rapida e spesso incontrollata fuga delle informazioni, basate soprattutto sui rapporti delle istituzioni specializzate internazionali. Compreso anche l’ultimo del FBI (Federal Bureau of Investigation; n.d.a.) e della CISA (The Cybersecurity and Infrastructure Security Agency; n.d.a.) pubblicato il 22 settembre scorso e dedicato interamente ai sopracitati attacchi degli iraniani”. Ma, allo stesso tempo però “…la procura di Tirana ha ordinato a tutti i media e ai giornalisti di non pubblicare nessuna notizia che riguardasse i dati sensibili ormai resi pubblici in rete. Violando così uno dei diritti e dei doveri fondamentali dei media e dei giornalisti: quello di informare il pubblico, rispettando sempre e comunque tutte le regole internazionalmente stabilite dalle convenzioni e dalle decisioni prese della Corte europea per i diritti dell’uomo”. (Preoccupanti attacchi informatici e ingerenze abusive; 26 settembre 2022).

    E non poteva essere altrimenti. Si, perché tutte le istituzioni dei sistema “riformato” della giustizia in Albania, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, prendono ordini direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Invece di indagare sugli abusi milionari con il sistema dei servizi on line e–Albania, di indagare sul modo con il quale sono stati effettuati gli appalti e sui “vincitori” degli stessi appalti, la procura ha cercato di spostare la colpa e di intimidire i giornalisti e i media non controllati dal primo ministro. Si sa però di chi è la colpa e da chi partono gli ordini anche in questo caso. Perché si tratta di un déjà vu. Il nostro lettore è stato precedentemente informato di un caso simile. Era l’aprile del 2021. Due settimane prima delle elezioni politiche in Albania. L’11 aprile 2021 un media non controllato pubblicò una notizia che ha attirato subito tutta l’attenzione pubblica. Uno scandalo ormai noto come “lo scandalo dei patrocinatori”. L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che i “patrocinatori” erano “…delle persone che dovevano ‘stare vicino’ ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo ‘vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato”. Ed i “patrocinatori” erano non pochi, bensì 9027. Dai dati pubblicati quell’11 aprile 2021, tenendo presente che l’intera popolazione attualmente residente in Albania non supera 2.800.000 persone, risultava che erano non poco ma “…910.061 le persone ad essere contattate e/o sulle quali i ‘patrocinatori’ dovevano raccogliere ed elaborare tutte le necessarie informazioni. Dati alla mano ormai, la persona più giovane dell’elenco aveva circa 18 anni, mentre quella più anziana circa 99 anni!”. In più, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “…la maggior parte dei ‘patrocinatori’ erano dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale”. Specificando però che “erano anche dei dipendenti delle istituzioni, per i quali la legge impedisce categoricamente il diretto coinvolgimento in simili attività politiche, come tutti i dipendenti della polizia di Stato, delle strutture dell’esercito e della Guardia repubblicana”. Aggiungendo, convinto, che “…in Albania le leggi, quando serve al potere politico, soprattutto quello del primo ministro, valgono quanto una carta straccia. Per il primo ministro, i suoi stretti collaboratori e la propaganda governativa i ‘patrocinatori’ erano soltanto dei ‘membri del partito che fanno un valoroso lavoro’ (Sic!)”. Ma anche allora le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania, un altro “vanto” del primo ministro e, purtroppo, anche dei soliti “rappresentanti interazionali”, invece di indagare sulla palese ed inconfutabile violazione delle leggi in vigore in Albania sui dati personali, hanno colpevolizzato ed indagato il media che ha pubblicato lo scandalo (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021). Il media colpevolizzato ed indagato dalle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, per aver pubblicato lo scandalo dei “patrocinatori” si era rivolto subito alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida. Anche di questo fatto il nostro lettore è stato informato a tempo debito (Uso scandaloso di dati personali, 31 gennaio 2022).

    Ebbene, tornando al sopracitato scandalo dei “voli charter” del primo ministro, gli stessi hacker iraniani che hanno messo sotto sopra tutti i sistemi informatici in Albania durante i caldi mesi d’estate, hanno pubblicato una decina di giorni fa anche molti dati presi del sistema TIMS (Total Information Management System – Sistema di gestione totale delle informazioni; n.d.a.), usato dalla polizia albanese. Dati che riguardavano gli spostamenti all’estero del primo ministro. Si tratta di dati che dimostrano e testimoniano, senza equivoci, degli abusi clamorosi milionari del primo ministro con i suoi “voli charter”. In realtà si tratta di un aereo modificato e ristrutturato che viene usato solo da lui. Prima di questo aereo, lui ha usato altri, presi in affitto da diverse compagnie aeree. I dati del sistema TIMS, in possesso degli hacker iraniani, riguardano tutti gli spostamenti con aereo del primo ministro albanese dal 2015 in poi. Ebbene, da questi dati risulta che lui, il primo ministro di uno dei Paesi più poveri d’Europa, ha speso per 137 “voli charter” circa 22 milioni di euro. Non solo ma, dagli stessi dati, risulta che il primo ministro albanese non ha smesso di volare con il suo “aereo personalizzato” neanche durante il periodo della pandemia. Solo nel 2020 ha effettuato 22 voli. Risulta però che alcuni spostamenti all’estero non sono resi pubblici dall’ufficio stampa del primo ministro. Chissà perché?! Si sa però che negli stessi giorni che lui, come testimoniato ormai dal sistema TIMS, non è stato in Albania, i media da lui controllati trasmettevano dei servizi che lo facevano vedere in diverse attività in Albania. Hanno trasmesso perciò dei servizi precedentemente registrati. Cosa aveva allora da nascondere il primo ministro?! Proprio lui che goderebbe anche la facoltà dell’ubiquità, cioè di essere presente allo stesso tempo in più luoghi. Come il Dio e qualche santo! Per lo scandalo dei “voli charter” ormai reso pubblicamente noto, il primo ministro ha subito fatto quello che sempre ha fatto: ha cercato di incolpare gli altri. Ma così facendo ha semplicemente confermato i suoi abusi milionari con quei “voli charter”.

    Chi scrive queste righe informerà il nostro lettore, anche in seguito, di questo scandalo tuttora in corso. Così come lo informerà anche di altri scandali, come quello dello “scontro diplomatico” del primo ministro albanese con il governo britannico riguardo gli emigranti clandestini albanesi nel Regno Unito. Uno “scontro” quello anche per spostare l’attenzione dallo scandalo dei “voli”. Ma anche da altri. Si sa però di chi veramente è la colpa e la responsabilità. Ed il primo ministro non può difendersi con simili miseri “trucchi” e messinscene.  Chi scrive queste righe, riferendosi a lui, condivide la convinzione di Arthur Bloch, secondo cui colui che sorride quando le cose vanno male ha pensato a qualcuno cui dare la colpa. E si ricorda anche del maggiordomo della marchesa che, nonostante fossero accadute nel frattempo delle cose gravissime, come la morte della giumenta, l’incendio del castello e della scuderia, nonché la morte per suicidio del marito della marchesa, lui, il maggiordomo, diceva sempre “Tutto va molto bene, tutto va molto bene”. Mentre il primo ministro albanese, nonostante la gravosa realtà, afferma che tutto stia andando per il meglio.

  • Le banche centrali

    Entrambi i presidenti della statunitense Fed, Powell, e della Bce, Laguarde, avevano affermato solo pochi mesi fa che il fenomeno inflattivo avrebbe avuto un breve orizzonte temporale. I dirigenti della Bce addirittura ammisero, ma solo successivamente, l’errore ma imputandolo ad un mal funzionamento dell’algoritmo  il quale evidentemente è l’artefice unico delle strategie monetarie della Bce.

    Tuttavia, gli ultimi dati relativi all’inflazione degli Stati Uniti dimostrano come gli effetti della politica monetaria  della Fed e delle altre  banche centrali abbiano sostanzialmente una scarsissima valenza nel fronteggiare la spirale inflattiva nell’immediato, tanto da mettere in dubbio la loro stessa esistenza o quantomeno centralità.

    In altre parole, le banche centrali, le quali hanno mantenuto la medesima presunzione di importanza anche se ora come tutti gli operatori economici si trovano all’interno di un mercato globale, hanno perso proprio la loro centralità e soprattutto  la forza e la capacità di incidere con gli effetti delle loro politiche monetarie. Prova ne è il fatto che all’interno di una fase fortemente inflattiva le loro azioni non ottengo nessun effetto sul fenomeno inflattivo stesso, come i dati statunitensi confermano.

    Al contrario, però, le politiche monetarie si ripercuotono semplicemente in qualità di costi aggiuntivi per le imprese e per i cittadini attraverso l’aumento dei tassi. Un fenomeno molto chiaro, anche se in condizioni opposte, analizzando le politiche delle banche centrali precedentemente la pandemia.

    Andrebbe, infatti, rilevato come, nonostante le politiche monetarie espansive, varate a sostegno di una ripresa economica insufficiente, si fosse registrata per tutti i sistemi economici una sostanziale assenza di quella inflazione, invece attesa, e legata all’aumento della base monetaria.

    All’interno di una economia reale la semplice possibilità di una crescita dell’inflazione veniva assolutamente annullata dal mercato globale il quale per sua stessa definizione offriva la possibilità di acquisire un bene oppure un servizio a prezzi sempre inferiori. Una tendenza dei consumatori evidenziata anche dalla crescita dei depositi nei conti correnti.

    In altre parole la sempre crescente offerta di bene e servizi provenienti anche da aree geografiche a bassissimo costo del lavoro annullava di fatto i presunti effetti inflattivi attesi dalle accademiche scuole di pensiero.

    Tant’è vero che, nonostante questo flusso infinito finanziario come quello europeo legato al Quantitave Easing, tutte le economie occidentali cominciarono a soffrire degli effetti di una possibile deflazione e contemporaneamente avevano conosciuto per la prima volta dal dopoguerra le inaspettate conseguenze dei tassi negativi.

    Questa situazione avrebbe dovuto avviare un processo di revisione e rilettura relative all’importanza ma soprattutto alla centralità delle banche centrali intesa come la capacità di modificare attraverso le proprie scelte relative alla politica monetaria gli andamenti economici.

    Anche in considerazione del fatto che gli effetti delle politiche monetarie si rendono manifesti tra i dodici/diciotto mesi mentre l’economia finanziaria ma anche quella del reale vivono i tempi della digitalizzazione cioè dell’immediatezza.

    Giustamente spesso si parla di una sostanziale inadeguatezza delle classi politiche relativamente alla capacità di affrontare un mercato in un’economia globale. Considerazioni corrette ma che dovrebbero essere allargate anche alle istituzioni finanziarie e monetarie internazionali.

  • Finanziamenti occulti ed altro

    Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.

    Vangelo secondo Giovanni; 8/34

    L’evangelista Giovanni inizia l’ottavo capito del suo Vangelo con il confronto tra Gesù e gli scribi e i farisei che volevano “metterlo alla prova ed avere di che accusarlo”, come racconta l’evangelista. Per farlo avevano condotto una donna adultera e gli fanno una domanda provocatoria: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Gesù “si mise a scrivere col dito per terra” e non diede risposta. Ma siccome loro insistevano, alzò la testa e disse: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. L’evangelista racconta che “Udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi”. Gesù, l’unico senza nessun peccato, disse alla donna: “…Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Così facendo Gesù ha mostrato a tutti l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, rendendo chiaro, perciò, chi erano i veri peccatori. Molto significativa questa prima parte del capitolo 8. Il suo simbolismo rimane sempre attuale, visto anche i tanti politici e rappresentanti istituzionali, ipocriti e demagoghi, che cercano di fare gli “integerrimi moralisti” mentre peccano di continuo. In seguito l’evangelista Giovanni ci racconta i dibattiti di Gesù con i giudei che gli avevano creduto ed erano rimasti con lui. Loro, non riuscivano però a capire il significato delle parole di Gesù che diceva: “Se rimanete nella mia parola […] conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Perciò risposero molto indignati: “Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire ‘diventerete liberi’?”. Gesù, calmo ma risoluto, disse loro: In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”. E siccome i giudei non riuscivano a capire il vero significato delle sue parole, Gesù disse loro: “Perché non potete dare ascolto alla mia parola?”. E poi aggiunse perentorio: “Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. Questo ci racconta l’evangelista Giovanni nell’ottavo capitolo del suo Vangelo. Sono degli utili e saggi insegnamenti che rimangono sempre validi ed attuali.

    La scorsa settimana è stata diffusa una notizia che ha attirato subito la massima attenzione pubblica e suscitato varie reazioni in molti Paesi del mondo. Era mercoledì, il 14 settembre, quando un alto funzionario dell’amministrazione del presidente statunitense, durante una teleconferenza, ha dichiarato che la Russia, dal 2014, avrebbe attuato dei finanziamenti occulti, trasferendo in vari modi e segretamente oltre a 300 milioni di dollari. L’alto funzionario, usando un linguaggio sibillino e senza dare molti dettagli, ha affermato che si trattava di finanziamenti indirizzati a determinati partiti e/o a dei dirigenti e rappresentanti politici in più di 20 diversi Paesi. Tutto nell’ambito dell’esercitazione, da parte della Russia, di quello che ormai è noto come soft power (potere morbido; n.d.a.). Il periodo coincideva con l’occupazione della Crimea da parte delle forze armate della Russia. Purtroppo, dal 24 febbraio scorso, la Russia ha avviato l’invasione dei territori dell’Ucraina. Un’invasione questa, che il dittatore russo, con un’irritante cinismo, considera semplicemente una “operazione militare speciale”! Quanto sta accadendo in Ucraina durante questi mesi di spietata, sanguinosa e crudele guerra ormai è di dominio pubblico. Subito dopo la diffusione della notizia dei finanziamenti occulti russi fatti dal 2014, il segretario di Stato ha inviato delle istruzioni specifiche a molte ambasciate e consolati degli Stati Uniti d’America in altrettanti Paesi in Europa, Africa ed Asia. Molte agenzie internazionali di stampa hanno sottolineato che si tratterebbe di istruzioni in base alle quali i rappresentanti diplomatici statunitensi devono affrontare il caso con le rispettive istituzioni governative e statali dei Paesi nei quali sono stati accreditati. Le stesse fonti hanno affermato che si tratta di informazioni declassificate, parte integranti di un rapporto ufficiale preparato dalle istituzioni specializzate statunitensi. Ovviamente non è la prima volta che l’amministrazione americana diffonde simili informazioni, denunciando la Russia dei tentativi di coinvolgere ed influenzare rappresentanti e partiti politici in vari Paesi in Europa e nel mondo. Dalle agenzie di stampa internazionali, sempre in riferimento ai finanziamenti occulti russi, risulterebbe che si tratta della strategia di generare delle influenze usando pagamenti in contanti e/o regali, in generale tramite dei conti ed altre risorse finanziarie delle ambasciate russe in diversi Paesi, nei quali la Russia mira a stabilire le proprie influenze. Secondo la notizia diffusa il 14 settembre scorso si tratterebbe di Paesi come la Francia, l’Italia, l’Austria, i Paesi Bassi, l’Ungheria, la Repubblica Ceca ecc.. Ma si tratterebbe anche di altri Paesi come l’Albania, il Montenegro, il Madagascar e l’Ecuador. Alle ripetute e lecite domande rivolte, i rappresentanti del Dipartimento di Stato hanno semplicemente risposto che “la nostra preoccupazione sull’attività russa a questo proposito non riguarda alcun Paese in particolare ma è di natura globale, mentre continuiamo a fronteggiare le sfide contro le società democratiche”. La notizia ha, ovviamente, attirato subito l’attenzione mediatica e pubblica ed ha suscitato, inevitabilmente, anche le reazioni delle istituzioni e dei rappresentanti dei partiti politici nei Paesi che risulterebbero essere coinvolti e dove sarebbero arrivati i finanziamenti occulti russi. Italia compresa. Anche perché in Italia, quando è stata resa nota la notizia, rimanevano solo dodici giorni dalle prossime elezioni politiche del 25 settembre. Ed era inevitabile che partissero delle accuse incrociate dei partiti l’uno contro l’altro. Ragion per cui il presidente del Consiglio ha chiesto il 16 settembre scorso al segretario di Stato statunitense, durante una telefonata, se ci fossero dei partiti politici italiani coinvolti. Il presidente del Consiglio, in seguito, ha confermato che “…l’intelligence americana, diversa dal dipartimento del Stato, ha confermato di non disporre di alcuna evidenza di finanziamenti occulti russi a candidati e partiti politici che competono nell’attuale tornata elettorale”.

    La notizia, diffusa il 14 settembre scorso da molte agenzie ufficiali di stampa, ha attirato subito l’attenzione pubblica ed ha suscitato molte reazioni e dichiarazioni dei massimi rappresentanti dei partiti politici anche in Albania. Reazioni e dichiarazioni che rivendicavano precedenti denunce fatte ed accusavano, allo stesso tempo, i rispettivi avversari politici. Quella notizia continua ad avere la massima attenzione dei media, nonostante siano ormai passati alcuni giorni. I media hanno fatto riferimento proprio alle dichiarazioni fatte il 14 settembre scorso dall’alto rappresentante dell’amministrazione statunitense. La sezione in lingua albanese della Voice of America (Voce dell’America; n.d.a.), che rappresenta il servizio ufficiale radiotelevisivo del Governo federale degli Stati Uniti, ha contattato gli appositi uffici del Dipartimento di Stato per chiedere ulteriori informazioni. Un rappresentante del Dipartimento ha riconfermato che l’Albania era uno dei Paesi dove sono arrivati dei finanziamenti occulti russi. In più lui ha confermato che “In Albania la Russia ha dato nel 2017 circa mezzo milione di dollari al partito democratico tramite delle società fantasma”. Ma lui non ha voluto dare ulteriori informazioni e dettagli su quei trasferimenti occulti. Quanto ha riferito il 14 settembre scorso la sezione in lingua albanese della Voice of America ha riaperto in Albania un agguerrito dibattito cominciato circa cinque anni fa.

    Era il novembre 2017 quando un giornalista investigativo albanese scrisse e pubblicò una sua indagine giornalistica su alcuni finanziamenti occulti ed illeciti fatti pochi mesi prima dal partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione allora ed adesso. Allora veniva accusato il dirigente del partito democratico che aveva contattato ed ingaggiato (o chi per lui) una società lobbistica statunitense, proprietà di un ex funzionario dell’amministrazione statunitense. La sua richiesta era di procurare un incontro ed una fotografia con il presidente degli Stati Uniti, dietro il dovuto pagamento. Tutto però prima delle elezioni politiche in Albania che si dovevano svolgere il 17 giugno 2017 e poi, dopo un accordo mai reso trasparente con il primo ministro, sono state posticipate di una sola settimana e svolte il 25 giugno 2017. Il giornalista che pubblicò il suo articolo il 22 novembre 2017 faceva riferimento a delle fatture di pagamento fatte alla società lobbistica da parte di un’altra società registrata in Scozia e che come numero di telefono aveva il numero di una casa di tolleranza in Ucraina! I due azionisti della società erano, allo stesso tempo i proprietari di due società registrate in Belize, uno dei paradisi fiscali dell’America centrale. Poi seguiva una catena di società per finire ad una con un proprietario russo. Le fatture per questa società venivano firmate da una donna con almeno quattro nomi diversi! La prima fattura, di 150.000 dollari per la società lobbistica risulta essere stata rilasciata il 24 marzo 2017 dalla società registrata in Scozia. Mentre la seconda e la terza, rispettivamente di 25.000 dollari e di 500.000 dollari, sono state rilasciate direttamente dal partito democratico albanese, il 27 marzo ed il 9 giugno 2017. Complessivamente la società che doveva assicurare al dirigente del partito democratico albanese un incontro ed una fotografia con il presidente statunitense d’allora ha incassato una somma di 675.000 dollari. La procura si mise ad indagare sul caso dopo la pubblicazione del sopracitato articolo. Alla fine il caso si chiuse senza colpevoli. Ma ormai si sa chi controlla il sistema “riformato” della giustizia in Albania. Era il periodo “di accordo” tra il primo ministro albanese ed il dirigente del partito democratico. Un vergognoso, occulto e mai reso trasparente accordo stabilito tra i due il 18 maggio 2017. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese durante questi ultimi anni. Alcuni mesi dopo, il 6 marzo 2018 una rivista statunitense riprese il caso e pubblicò un articolo, sottolineando proprio dei finanziamenti occulti russi. Il dibattito e le accuse reciproche ripresero di nuovo, per poi finire però nel dimenticatoio. Anche perché in Albania gli scandali si susseguono e non lasciano il tempo per occuparsene. Doveva diffondersi il 14 settembre scorso la notizia sui finanziamenti russi, per ritornare all’attenzione anche il caso del pagamento di 675.000 dollari per una fotografia con il presidente statunitense!

    Quella delle fotografie, purtroppo, è diventata un’abitudine in Albania. L’autore di queste righe informava più di cinque anni fa il nostro lettore che l’attuale primo ministro albanese aveva pagato nel 2012, quando era ancora il capo dell’opposizione, 80.000 dollari per avere un incontro ed una fotografia con l’allora presidente statunitense, durante la campagna elettorale per le presidenziali negli Stati Uniti. Non solo ma si presentò come la moglie di un cittadino albanese residente nel New Jersey. Quel cittadino è stato in seguito condannato dalla giustizia, mentre “sua moglie” divenne il primo ministro in Albania (In attesa che le verità vengano fuori; 4 luglio 2016)!

    Chi scrive queste righe pensa che i finanziamenti occulti russi in Albania, resi noti il 14 settembre scorso da molte agenzie ufficiali di stampa internazionali, con molta probabilità sono stati fatti non dalle strutture governative. Egli crede che si tratta, si, di finanziamenti occulti ed illeciti che però di “russo” ha solo alcuni proprietari di una catena di società come sopra riferito. Perché la Russia, volendo avere delle influenze in Albania, poteva investire direttamente sull’onnipotente primo ministro e non sulla sua “stampella”. Chi scrive queste righe pensa che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese fino al marzo scorso ha tanti ma tanti altri peccati sulla coscienza, ma non quello dei finanziamenti governativi russi. Comunque lui, il primo ministro e altri loro simili, rimarranno sempre schiavi dei propri peccati. Ne era convinto l’evangelista Giovanni che chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. E che sia un insegnamento per tutti!

  • Il clima colpisce anche le banche: sale il rischio di insolvenze

    Il clima estremo colpisce anche le banche, e il rischio climatico si trasforma in rischio fisico e in potenziali perdite. E’ uno studio di Bankitalia a far emergere i primi dati che dimostrano come gli effetti di alluvioni, frane e ondate di calore si faranno sentire anche sulle attività delle banche, che concedono prestiti sempre più rischiosi ad aziende in aree vulnerabili. Non solo: la maggior parte di questi finanziamenti è coperta da garanzie fisiche, ad esempio edifici, che si trovano nelle stesse zone a rischio, azzerando il valore del collaterale e facendo salire il rischio default.

    I prestiti sono la principale fonte di esposizione al rischio di credito per le banche italiane, e rappresentano il 43% del totale delle attività a fine 2020 (il 55% circa sono prestiti a società non finanziarie). Secondo gli economisti di Bankitalia, anche se la presenza di garanzie, o collaterali, potrebbe mitigare l’impatto sulle perdite dei rischi legati al clima, i danni alle garanzie stesse costituiscono “un ulteriore canale di impatto del rischio fisico legato ai cambiamenti climatici”. I dati presi in esame danno la dimensione di tali rischi: nelle aree dove i danni del clima hanno un “elevato impatto”, l’83% dei prestiti è sostenuto da garanzie che si trovano nella stessa zona, e quindi sottostanno allo stesso identico rischio. E’ per questo che, spiega lo studio, il rischio climatico può aumentare la probabilità di default delle aziende e di conseguenza colpire i bilanci delle banche.

    Le parti d’Italia più vulnerabili sono state individuate seguendo la classificazione del Piano nazionale per l’adattamento al cambiamento climatico, che non tiene solo conto del rischio idrogeologico ma anche della capacità di adattamento delle varie province e comuni. Ad esempio, le zone messe peggio, cioè con rischio alto e scarsissima adattabilità, sono Cosenza, Reggio Calabria, Salerno e Potenza. In queste città è molto alta la probabilità che le aziende non riescano a ripagare il loro prestito alla banca qualora si materializzassero eventi meteo estremi. In Italia sono le alluvioni il pericolo maggiore, segnala lo studio.

    Il rischio di danni climatici scende leggermente (ma non la capacità di risposta del territorio) per Catania, Palermo, Catanzaro, Messina, Foggia e Caserta. Rischio medio e scarsa risposta a Rieti, Frosinone, Cagliari, Sassari, Viterbo, Avellino, Imperia e Nuoro. In città come Roma, Firenze e Bologna il rischio è molto alto ma la presenza di infrastrutture e risorse economiche agisce da fattore mitigante.

    L’analisi dimostra comunque che l’esposizione delle banche italiane al rischio fisico è in generale contenuta. Solo pochi intermediari sembrano affrontare “una grande esposizione potenziale”, ovvero solo il 4% del credito complessivo. I prestiti alle imprese, secondo i dati di AnaCredit, ammontano a circa 600 miliardi di euro. Il 28% (168 miliardi) si trova in province con ‘rischio fisico’ elevato o molto elevato, e se si guarda all’adattabilità, il 15% (90 miliardi) è nelle province dove è scarsa o molto scarsa. In entrambi i casi, lo studio ha rilevato che la garanzia fisica si trova nello stesso luogo del debitore, riducendo il potenziale mitigante del collaterale. Il rischio climatico, conclude lo studio, si traduce in un aumento del rischio fisico, ovvero maggiori perdite economiche e finanziarie potenziali: i danni causati dal clima estremo possono distruggere il capitale fisico, o interrompere la produzione e quindi le catene di approvvigionamento.

  • Putin vuole una nuova moneta

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Paolo Raimondi e Mario Lettieri pubblicato su ItaliaOggi il 30 luglio 2022

    In occasione del 14.mo Summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), organizzato a Pechino a fine giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che i Paesi membri si stanno preparando a creare una valuta di riserva internazionale.

    Parlando in via telematica al Brics Business Forum, egli ha affermato: «Il sistema di messaggistica finanziaria russa è aperto per la connessione con le banche, proiettando così la necessità di una valuta di riserva Brics. Il sistema di pagamento Mir russo sta ampliando la sua presenza. Stiamo esplorando la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute dei Paesi Brics».

    Dopo le sanzioni imposte dall’Occidente contro la Russia a seguito della guerra in Ucraina, è una mossa quasi inevitabile, attesa da chi analizza i processi politici con un approccio scientifico e realistico senza dettami ideologici o pregiudizi di sorta.

    Tra le varie misure sanzionatorie, le banche russe sono state escluse dal sistema Swift dei pagamenti internazionali. Esistono, però, altri sistemi di regolamento globale bilaterale o multilaterale per i servizi finanziari transfrontalieri, come il sistema cinese Cips. Nel 2021 il Cips ha elaborato circa 80 trilioni di yuan (11,91 trilioni di dollari), con un aumento di oltre il 75% su base annua. Secondo i dati di Swift, ad aprile lo yuan ha mantenuto la sua posizione di quinta valuta più attiva per i pagamenti globali, con una quota del 2,14% del totale.

    Da parecchio tempo i Brics stanno intensificando la cooperazione negli investimenti e nel finanziamento dei principali settori come le industrie strategiche emergenti e l’innovazione digitale nel tentativo di aumentare l’uso delle valute locali nel commercio e nei pagamenti, così da bypassare il dollaro. Si tenga presente che le sanzioni contro la Russia non sono state sostenute dagli altri Paesi Brics che hanno, invece, interpretato come la trasformazione del dollaro in un’arma da guerra.

    L’Europa continua a sottovalutare il ruolo economico e politico dei Brics, a ignorarli come potenziale sistema coordinato e considerarli, invece, solo singolarmente. Il blocco di tali Paesi, però, rappresenta il 18% del commercio di merci e il 25% degli investimenti esteri a livello globale. Nonostante l’impatto della pandemia, nel 2021 il volume totale degli scambi di merci dei Brics ha raggiunto quasi 8.550 miliardi di dollari, con un aumento del 33,4% su base annua.

    È certamente vero che essi non sono paragonabili all’Unione europea, ma pensare che siano un gruppo senza futuro è una miopia politica, una visione per niente realistica e sicuramente non intelligente. Basterebbe prendere nota che al recente Summit “Plus” sono state invitate altre 14 nazioni: Algeria, Argentina, Cambogia, Egitto,Etiopia, Fiji, Indonesia, Iran, Kazakhstan, Malaysia, Nigeria, Senegal, Thailandia e Uzbekistan. Prendiamo atto che c’è una parte del mondo, la maggioranza dei Paesi del pianeta, che spesso non è in sintonia con l’Occidente e che ha interessi, priorità e progetti differenti. Ignorarli potrebbe essere l’interesse di qualcuno, ma non dell’Europa!

    Si tenga anche presente che la New Development Bank, la banca dei Brics, che opera molto efficientemente per finanziare concreti progetti di sviluppo e promuovere l’utilizzo delle monete locali nei commerci, ha recentemente incluso tra i suoi membri altri 4 Paesi, l’Egitto, il Bangladesh, gli Emirati Arabi Uniti e l’Uruguay.

    La dichiarazione finale del Summit di Pechino, oltre a dettagliare i vari aspetti del programma dei Brics per una Partenership di Sviluppo Globale, ha annunciato l’intenzione di includere altri Paesi. Insieme alla prospettiva cinese di una Global Development Initiative, ciò è stato un punto centrale dell’intervento del presidente Xi Jinping.

    Anche se il “paniere di monete” alternativo non appare nella dichiarazione finale, esso sarà certamente uno degli aspetti cruciali dei lavori futuri. Lo si comprende vedendo l’enfasi posta sull’importanza del Payments Task Force, la piattaforma per la cooperazione nei pagamenti tra le banche centrali, sulla realizzazione del Trade in Services Network, l’uso di strumenti finanziari innovativi nel commercio, e sul rafforzamento e miglioramento del meccanismo noto come Contingent Reserve Arrangement, cioè la rete Brics di sicurezza finanziaria e monetaria globale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Eurobarometro sulla corruzione: serie preoccupazioni per i cittadini e le imprese dell’UE

    La Commissione ha pubblicato l’ultimo Eurobarometro speciale sulla corruzione, che elenca le percezioni e le esperienze dei cittadini, nonché l’Eurobarometro Flash sull’atteggiamento delle imprese nei confronti della corruzione nell’UE. La corruzione rimane un grave problema per i cittadini dell’UE: il 68 % ritiene infatti che sia ancora diffusa nel proprio paese. Per quanto riguarda le imprese dell’UE, il 63 % ritiene che la corruzione sia un problema diffuso nel proprio paese. Il 37 % degli intervistati ritiene che le misure anticorruzione siano applicate in modo imparziale e incondizionato. Il 34 % dei cittadini dell’UE ritiene che i procedimenti giudiziari siano sufficientemente efficaci da dissuadere le persone dal commettere pratiche corruttive e che gli sforzi dei rispettivi governi nazionali per combattere la corruzione siano efficaci (31 %). Infine, il 31 % ritiene che il finanziamento dei partiti politici nel proprio paese sia sufficientemente trasparente e controllato. Le indagini Eurobarometro sono un’importante fonte di informazioni per le valutazioni della Commissione, anche per quanto riguarda le relazioni sullo Stato di diritto. Nell’ambito del meccanismo dell’UE per lo Stato di diritto, la Commissione promuove la lotta alla corruzione per incentivare una cultura dello Stato di diritto in tutti i paesi dell’UE. La relazione sullo Stato di diritto 2022 conterrà per la prima volta raccomandazioni mirate agli Stati membri, segnatamente in materia di lotta alla corruzione. In maggio la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sul congelamento e sulla confisca dei beni, al fine di garantire che il crimine e la corruzione non paghino, limitando la capacità dei criminali di commettere ulteriori reati. Inoltre, la Procura europea è operativa e ha già arrestato e sequestrato beni di criminali per diversi milioni di euro.

    Fonte: Commissione europea

  • L’Ue frena sulla spesa pubblica ed esorta alla prudenza

    Guerra, gas ai massimi e il terrore di un ‘blackout’ con i combustibili russi con conseguente spettro di recessione non convincono Bruxelles ad allargare le maglie. Anzi: serviranno politiche di bilancio “prudenti” nei paesi più indebitati, Italia inclusa dunque, e già dopo il 2023 quando terminerà la sospensione del Patto di Stabilità. Sono le conclusioni dell’Consiglio Ecofin, che ha invitato anche la Commissione a “effettuare regolarmente una valutazione approfondita e globale della sostenibilità delle finanze pubbliche entro l’inizio del 2025”. Nella riunione del 12 luglio si è anche ufficializzato l’ingresso della Croazia nell’euro dal primo gennaio 2023 – ventesimo Paese nella moneta unica – fissando dunque il cambio di conversione (7,53450 kuna per 1 euro). “Uniti siamo più forti”, ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde.

    Sulle politiche di bilancio “è importante adottare un approccio più prudente rispetto agli stimoli che hanno guidato la pandemia”, ha chiarito anche il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Andrà ridotta la dipendenza dai combustibili fossili russi ma “serviranno investimenti supplementari”, anche grazie alle risorse del Repower Eu, il piano dell’esecutivo europeo per rendere l’Unione più indipendente nell’energia. Più investimenti che però “dovranno essere combinati a un controllo più rigoroso sulla spese in altri ambiti. Non possiamo continuare con stimoli di bilancio ampi, ci vogliono interventi più mirati”, ha aggiunto. I ministri economici dell’Ue – tra cui Daniele Franco – hanno anche sbloccato 1 miliardo di euro di nuovi prestiti all’Ucraina, dopo gli 1,2 miliardi già erogati allo scoppio della guerra. La proposta della Commissione è però di altri 8 miliardi, ma resta il nodo delle garanzie aggiuntive che dovranno venir versate da parte degli Stati membri e il confronto proseguirà. Dalla presidenza di turno ceca, intanto, si è chiarito che c’è la volontà di “finalizzare l’attuazione dell’ultima fase della tassa globale del 15% per i gruppi internazionali”, ha spiegato il ministro delle Finanze Zbynek Stanjura, snodo cruciale della minimum tax accanto alla riforma sull’imposizione fiscale in base al luogo di fatturazione e non della sede legale, su cui però a giugno era calato il veto ungherese (si suppone in attesa del via libera al Pnrr, ma ufficialmente per aver entrambe le riforme al via in contemporanea).

    Ancora sulle conclusioni del Consiglio dei ministri economici, le politiche economiche andranno coordinate “in modo stretto e continuo”, è stato poi l’invito dei ministri dell’Ecofin, individuando, prevenendo e correggendo squilibri che ostacolano il corretto funzionamento delle economie degli Stati Ue, dell’Unione economica e monetaria o dell’economia europea. Non ci saranno procedure per squilibri macroeconomici, vista l’emergenza del covid prima, e della guerra in Ucraina poi, ma dall’anno prossimo con la fine della clausola di salvaguardia si dovrà tornare a considerare la procedura sugli squilibri macroeconomici come “centrale” nel semestre Ue. Per ora l’Ecofin si è limitato a dirsi “d’accordo” con la Commissione quando ritiene che Irlanda e Croazia non abbiano più squilibri. Mentre Grecia, Italia e Cipro presentano ancora “squilibri eccessivi”, e Germania, Spagna, Francia, Olanda, Portogallo, Romania e Svezia hanno ancora squilibri.

  • Il multipolarismo, anche monetario, è una necessità

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Notiziegeopolitiche.net il 6 luglio 2022

    Parlare di multipolarismo e di assetti geopolitici in grado di garantire un nuovo ordine mondiale è visto con grande sospetto. Al contrario, l’approccio multilaterale è oggi l’unico strumento per affrontare e risolvere in modo pacifico le molte sfide globali, anche quelle riguardanti la sicurezza.
    Per fortuna, proprio mentre spirano forti venti di scontro e di guerra, voci importanti stanno rompendo gli indugi per portare il multipolarismo al centro del dibattito. L’ha fatto François Villeroy de Galhau, il governatore della Banque de France, durante l’Emerging Market Forum di Parigi lo scorso maggio con un discorso su “Multipolarity and the role of the euro in the International Financial System”.
    Il banchiere centrale francese afferma che “non dobbiamo abbandonare come “obiettivo creativo” l’idea di un sistema finanziario internazionale (sfi) multilaterale cooperativo”.
    Egli riconosce che “mentre Bretton Woods scompariva quando è venuta meno la convertibilità del dollaro in oro, il sistema monetario internazionale è rimasto basato sul dollaro Usa. L’idea di una valuta globale non ha prosperato nei dibattiti accademici, e ancor meno nelle discussioni politiche”. Purtroppo!
    Anche se già negli anni ’60 Henry Fowler, il segretario al Tesoro sotto la presidenza di Lyndon Johnson, avvertiva che “fornire riserve e scambi a tutto il mondo è troppo da sopportare per un solo Paese e una valuta”.
    L’idea del cambiamento era stata ripresa nel 2010 da Michel Camdessus, a lungo direttore generale del Fmi, che aveva lanciato un’iniziativa per mettere in luce le mancanze del sistema finanziario internazionale, in particolare la sua governance globale e l’eccessivo affidamento su una singola moneta.
    Il punto sollevato dal governatore francese è chiaro. Occorre prendere atto che un sistema finanziario frammentato rappresenta un grave pericolo. Bisogna evitare di passare da un sistema dominato dal dollaro a un non-sistema conflittuale tra il mondo del dollaro e quello del renminbi cinese. Ciò genererebbe instabilità, con il rischio di svalutazioni valutarie competitive. Potrebbe portare allo sviluppo di sistemi di pagamento separati con un’interoperabilità limitata e indebolire la rete di sicurezza finanziaria globale.
    Egli comunque vede dei progressi verso un paniere di monete, come il recente aumento delle risorse del Fmi in diritti speciali di prelievo, la moneta di conto formata dal dollaro, dall’euro, dal renminbi, dallo yen e dalla sterlina, equivalenti a 650 miliardi di dollari.
    Rileva particolarmente che, per evitare gli errori del passato, avremmo bisogno di uno slancio collettivo verso un sistema finanziario multipolare stabile e orientato al mercato. Farebbe aumentare l’offerta di asset globali sicuri e offrirebbe ai mercati emergenti una maggiore indipendenza dalla politica monetaria americana. Ciò detto, purtroppo, le condizioni politiche per un cambiamento così importante non sono ancora favorevoli. Ma “è un’utopia da mantenere in vita”, ripete Villeroy de Galhau.
    Qui dovrebbe entrare in gioco l’Europa. Per passare a un sistema globale più resiliente, l’euro dovrebbe svolgere un ruolo internazionale più importante. È una valuta che conta su un solido record di stabilità di oltre 20 anni, ci ricorda il governatore francese.
    Sebbene l’euro non sia stato creato per fungere da valuta internazionale, oggi un suo ruolo più forte sarebbe associato a una maggiore autonomia della politica monetaria e a un minore impatto degli choc valutari sull’inflazione. Dopo il dollaro, esso è diventato la seconda moneta più utilizzata a livello globale e rappresenta ben il 20% delle disponibilità valutarie nelle banche centrali e circa il 20% del debito e dei prestiti globali. Secondo i dati SWIFT, quasi il 40% delle transazioni è effettuato in euro.
    Il capo della Banque de France ammette che il mercato del debito sovrano in euro è ancora frammentato e solo pochi Stati dell’Ue emettono attività globali in quantità sufficiente. D’altra parte, una valuta internazionale è forte in rapporto alle attività sicure che può offrire. A questo proposito, egli valuta positivamente il programma Next Generation EU che raccoglierà oltre 800 miliardi di euro attraverso un’emissione congiunta di obbligazioni europee.
    L’obiettivo, ovviamente, non sarà quello di trasformare l’euro in una valuta dominante. Al contrario, egli afferma, “mireremmo a fare affidamento su più valute per offrire stabilità al sistema finanziario internazionale attraverso la diversificazione dei rischi”.

    * già deputato e sottosegretario all’Economia; **economista.

  • Realtà malavitose che preoccupano

    Seguite i soldi e troverete la mafia, è tutto lì!

    Giovanni Falcone

    Era proprio il pomeriggio del 23 maggio di trent’anni fa, quando lo scoppio tremendo e pauroso di una miscela esplosiva di una mezza tonnellata di tritolo, nitrato d’ammonio e T4 ha ucciso il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della sua scorta. Un’attentato da tempo ideato, programmato e finalmente attuato alle 17.56 del 23 maggio 1992, da Cosa Nostra.  Il 23 maggio 2022, al Foro italico di Palermo, la Fondazione Giovanni Falcone ha organizzato una cerimonia di commemorazione di quella barbara uccisione, intitolata “La memoria di tutti, Palermo trent’anni dopo”. In quella cerimonia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto: “Sono trascorsi trent’anni da quel terribile 23 maggio allorché la storia della nostra Repubblica sembrò fermarsi come annientata dal dolore e dalla paura”. Poi ha aggiunto che “…Falcone era un grande magistrato e un uomo con forte senso delle istituzioni. Non ebbe mai la tentazione di distruggere le due identità perché aveva ben chiaro che la funzione del magistrato rappresenta una delle maggiori espressioni della nostra democrazia”. Il Presidente Mattarella ha in seguito ribadito che Giovanni Falcone, come magistrato, “…fu il primo ad intuire e a credere nel coordinamento investigativo, sia nazionale sia internazionale, quale strumento per far emergere i traffici illeciti che sostenevano economicamente la mafia”.

    Il Presidente, durante il suo intervento, si è riferito anche a quanto sta accadendo in Ucraina in questi 89 giorni di sanguinosa, crudele e orribile guerra. Perché, secondo lui, “la giustizia è dunque la linea costante”. Poi ha sottolineato che in Ucraina si subiscono “…quegli stessi orrori di cui l’Italia conserva ancora il ricordo e che mai avremmo immaginato che si ripresentassero nel nostro Continente”. Il Presidente Mattarella è convinto che “…Ancora una volta sono in gioco valori fondanti della nostra convivenza”. E che ancora una volta “la violenza della prevaricazione pretende, nella nostra Europa, di sostituirsi alla forza del diritto”. Per il presidente “…il ripristino degli ordinamenti internazionali, anche in questo caso, è fare giustizia. Porre cioè la vita e la dignità delle persone al centro dell’azione della comunità internazionale”. Anche perché “…raccogliere il testimone della ‘visione’ di Falcone significa affrontare con la stessa lucidità le prove dell’oggi, perché a prevalere sia ovunque, in ogni dimensione, la causa della giustizia: al servizio della libertà e della democrazia”. Cosi ha concluso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il suo discorso al Foro italico Umberto I di Palermo, nell’ambito della commemorazione del trentesimo anniversario della barbara uccisione di Giovanni Falcone, di sua moglie e dei tre uomini della sua scorta.

    Soltanto 57 giorni dopo quel barbaro ed orrendo attentato a Giovanni Falcone Cosa Nostra ne attuò un altro simile. Erano le 17.15 di pomeriggio del 19 luglio 1992. Questa volta il bersaglio era uno dei più cari e stretti amici e collaboratori di Falcone, un magistrato come lui, Paolo Borsellino. Il tragico evento è ormai noto come l’attentato di via D’Amelio a Palermo. Sempre un attentato dinamitardo, che tolse la vita, oltre a Borsellino, anche a cinque uomini della sua scorta. Loro due, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con la loro devozione professionale, con la loro determinazione, con il loro operato stavano sconvolgendo e scombussolando i tanti e diversi interessi della mafia siciliana, ma non solo. Le loro inchieste diedero inizio ad un nuovo ed efficace svolgimento della lotta contro la criminalità organizzata, non solo in Italia. Con le loro inchieste e il loro continuo e determinato lavoro quotidiano, essi cominciarono a svelare le allora esistenti relazioni tra la Cosa Nostra e alcuni massimi rappresentanti del potere politico, sia locale che centrale. In più cominciarono ad indagare anche sui grossi trasferimenti finanziari, verso banche di altri Paesi, di denaro proveniente dalle attività malavitose. In una lettera che Giovanni Falcone indirizzava ad un suo collega ed amico ticinese, scriveva: “Caro Paolo, dopo i soldi della mafia arriveranno in Svizzera anche i mafiosi”. Una collaborazione lavorativa e di amicizia quella tra valorosi colleghi, che continuava da anni. Parte di quella collaborazione professionale era anche la ben nota e fruttuosa indagine, denominata “Pizza connection”, sui traffici dei stupefacenti tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Nonostante gli attentati mafiosi tolsero prematuramente la vita ai due coraggiosi e valorosi magistrati, che avevano messo in grosse difficoltà i vertici di Cosa Nostra, la loro opera continua con successo. I cittadini, milioni di cittadini e non solo in Italia, ricordano e ricorderanno con rispetto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, così come anche tanti altri loro colleghi e collaboratori che hanno perso la vita in altri attentati mafiosi.

    La criminalità organizzata, nelle sue varie forme di organizzazione malavitosa, non è attiva solo in Italia. Lo avevano previsto e fortemente ribadito, più di trent’anni fa ormai, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma anche altri loro collaboratori. Una realtà questa che si sta ormai verificando e sta venendo denunciata da altri determinati, devoti e valorosi procuratori e magistrati, sia in Italia che in altri Paesi. E si tratta non solo delle tradizionali organizzazioni malavitose italiane ma anche di altre organizzazioni della criminalità organizzata, operanti in diversi Paesi. Organizzazioni che tentano e fanno di tutto per procurare sempre più spazio di operatività, compresa anche quella degli investimenti miliardari, una volta riciclato e diventato “pulito” il denaro sporco, proveniente da varie attività criminali. Organizzazioni che tentano e non di rado ci riescono, a coinvolgere anche rappresentanti del potere politico. Come avevano capito e denunciato, più di tren’anni fa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ed altri loro colleghi.

    Una simile realtà si sta verificando, con tutta la sua drammaticità e con tutte le sue preoccupanti conseguenze, anche in Albania. Da alcuni anni ormai e purtroppo, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti facilmente verificabili, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, si sta consolidando una paurosa ed allarmante connivenza tra alcuni dei massimi dirigenti del potere politico e la criminalità organizzata. Una connivenza quella che è anche alla base di una nuova e sui generis dittatura ormai restaurata e che si sta consolidando in Albania. Una dittatura pericolosa, perché cerca di camuffarsi dietro una parvenza di pluripartitismo di facciata, coinvolgendo alcune “ubbidienti stampelle”, come il capo del partito democratico albanese, il maggiore partito dell’opposizione, dimissionario ormai dal marzo scorso. Da anni l’autore di queste righe ha cercato di informare il nostro lettore su questa preoccupante realtà, con la necessaria e dovuta oggettività. Così come ha informato da anni il nostro lettore anche sulla crescente attività, su tutto il territorio nazionale, sia della criminalità organizzata locale, sia della sua collaborazione con alcune delle più pericolose organizzazioni malavitose italiane, ‘Ndrangheta compresa. L’autore di queste righe ha informato, altresì, il nostro lettore anche delle ingenti somme di denaro, di miliardi che da alcuni anni si stanno riciclando in Albania. Denaro sporco proveniente dalla ormai ben radicata e diffusa corruzione, dall’abuso di potere, ma anche dalle attività criminali, sia in Albania che in altri Paesi, Italia compresa. Denaro sporco in possesso non solo della criminalità organizzata locale e di molti politici corrotti, partendo dai più alti livelli istituzionali e/o di rappresentanza in Albania. Ma anche denaro sporco in possesso delle organizzazioni criminali di altri Paesi, Italia compresa (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia, 4 maggio 2020; Realtà nascoste con inganno da falsari di parola, 19 ottobre 2020 ecc..).

    Una simile, grave, pericolosa e preoccupante realtà è stata evidenziata da anni ormai anche da due note organizzazioni specializzate internazionali. Una è la FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering, nota anche come il Gruppo di Azione Finanziaria (GAFI); n.d.a.). Questo Gruppo d’Azione Finanziaria è stato costituito a Parigi nel 1989, durante il vertice dei capi di Stato e di governo dei sette paesi più industrializzati del mondo, noto anche come il vertice del G7. Il Gruppo rappresenta un organo intergovernativo ed ha come compito anche il coordinamento e l’armonizzazione degli ordinamenti legali di vari Paesi, allo scopo di permettere ed attuare una coordinata operazione di contrasto contro la criminalità organizzata. L’altra organizzazione internazionale specializzata è MONEYVAL (nome comunemente riconosciuto al Committee of Experts on the Evaluation of Anti-Money Laundering Measures and the Financing of Terrorism – Comitato d’Esperti per la Valutazione delle Misure contro il Riciclaggio di Denaro e il Finanziamento del Terrorismo; è una struttura di monitoraggio del Consiglio d’Europa; n.d.a.). Il compito di questa struttura è quello di valutare la conformità dei principali standard internazionali per contrastare il riciclaggio del denaro sporco ed il finanziamento del terrorismo. Un altro suo compito è quello di fare delle raccomandazioni alle autorità nazionali per migliorare il loro sistema legale a fare fronte a simili obiettivi.

    Ebbene, dal 2018 ad oggi, tutti i rapporti annuali di MONEYVAL sono molto critici con l’Albania per quanto riguarda il riciclaggio del denaro sporco. L’autore di queste righe ha informato, a tempo debito, il nostro lettore di una simile e preoccupante situazione. Riferendosi al Rapporto ufficiale per il 2018 di MONEYVAL, nel capitolo sull’Albania si evidenziava che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro [sporco] in Albania”. In più il Rapporto, riferendosi all’altolocata corruzione, specificava che essendo “…legata spesso alle attività della criminalità organizzata, genera ingenti quantità di introiti criminali”. Lo stesso Rapporto di MONEYVAL per il 2018, riferendosi alla [mancata] responsabilità delle autorità, specificava che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro [sporco]…”! Una situazione quella albanese che, invece di essere stata presa seriamente in considerazione dalle autorità, è stata ulteriormente peggiorata. Lo mette ben in evidenza il seguente Rapporto ufficiale del MONEYVAL per il 2019. L’Albania è stata addirittura declassata e messa nella cosiddetta “zona grigia”. Il che significava che l’Albania doveva rimanere “sorvegliata e sotto un allargato monitoraggio”. Secondo quanto previsto dalle normative che regolano il funzionamento di MONEYVAL, si stabilisce che “…gli Stati si possono mettere sotto sorveglianza allargata nel caso in cui si identificano delle serie incompatibilità con gli standard…”.  E si fa riferimento agli standard delle istituzioni dell’Unione europea! I paesi di quella “zona grigia” sono continuamente monitorati da parte di FATF e di MONEYVAL. L’autore di queste righe in quel periodo, riferendosi alle conclusioni dei due sopracitati rapporti e alla vera, vissuta e sofferta realtà albanese, scriveva che “…Cercare di corrompere tutti, tutti che si prestano alla tentazione della corruzione e ai profitti che ne derivano, nonostante nazionalità, madre lingue e cittadinanza, fa parte della strategia di gestione della cosa pubblica, quella realmente attuata in Albania” (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). L’Albania, anche secondo l’ultimo Rapporto ufficiale del MONEYVAL per il 2021 e pubblicato nel marzo scorso, dopo le apposite verifiche fatte dal FATF, continua ad essere nella sopracitata “zona grigia”!

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di continuare ad informare il nostro lettore sul riciclaggio pericolosamente in aumento del denaro sporco in Albania, nonché della connivenza dei massimi rappresentanti del potere politico con la criminalità organizzata, sia quella locale che internazionale, ‘Ndrangheta compresa. Ma lo spazio non glielo permette. Egli è però convinto che si tratta di realtà malavitose che dovrebbero preoccupare molto. E non solo in Albania. Diventa perciò importante il consiglio di Giovanni Falcone “Seguite i soldi e troverete la mafia, è tutto lì!”.

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