Denaro

  • L’inflazione desiderata

    L’annuncio del prossimo quantitative easing alla fine del proprio mandato rappresenta la migliore eredità del presidente della BCE Mario Draghi per legare e condizionare i primi mesi di attività del nuovo presidente Christine Lagarde. Sono invece piuttosto incerti gli obbiettivi e i possibili risultati  della seconda iniezione di liquidità voluta dalla BCE.

    Dal 2015 ad oggi il quantitative easing ha rappresentato sostanzialmente “una sospensione dalla realtà” nella valutazione della sostenibilità del rapporto debito pubblico PIL e la spesa pubblica (in continua progressione) della quale hanno beneficiato soprattutto i governi Renzi e Gentiloni. Questi, infatti, pur usufruendo di continue diminuzioni dello spread, con la conseguente riduzione dei tassi di interesse che hanno presentato una condizione unica dal dopoguerra ad oggi  per la riduzione del debito, hanno continuato, invece, ad aumentare la spesa pubblica in modo dissennato. Ne è prova il fatto che la  crescita del PIL dal 2015 al 2018 è sempre percentualmente inferiore alla crescita del debito e al tasso d’inflazione il cui  differenziale si è manifestato attraverso una riduzione del potere d’acquisto e, di  conseguenza, dei consumi.

    Tornando all’attualità del 2019 e al governo Conte, la Confesercenti ha rilevato come verranno meno  durante l’anno in corso oltre  un miliardo di consumi con una diminuzione del -0,4%, mantenendo quindi lo stato di deflazione. Questo secondo quantitative easing, tuttavia, si pone l’obiettivo di aumentare l’inflazione da sempre desiderato al  2% che rappresenta un livello auspicabile, ma solo e quando questa risulti essere espressione di un aumento della domanda.

    Nonostante ciò si ricerca ancora una volta questa inflazione da parte della BCE (il cui ruolo istituzionale sarebbe quello di combatterla) perché alleggerirebbe il rapporto debito/PIL nel breve periodo grazie ad una crescita nominale del PIL stesso. Una visione esclusivamente monetaristica e utilitaristica e di brevissimo respiro in quanto ad ogni rinegoziazione del debito l’inflazione verrebbe trasferita anche ai costi del servizio al debito stesso. In più questa tipologia di politica monetaria finalizzata all’aumento della semplice liquidità presenta una gravissima mancanza di valutazione relativa alla nuova strutturazione del mercato globale anche sotto il profilo finanziario. Nel mondo globale le politiche monetarie anche se continentali (BCE) sortiscono un brevissimo effetto e per altro molto limitato ma l’eccesso di liquidità porta una depatrimonializzazione degli stessi risparmi privati  (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    A questo si aggiunga come lo stesso aumento dell’inflazione da troppi anni sia espressione in Italia del semplice aumento della pressione fiscale e delle accise (come non ricordare la favorevole posizione all’aumento  dell’IVA finalizzata alla crescita dell’inflazione della ex ministro Padoan). A questa infrazione interna legata alla pressione fiscale si aggiunga quella perversa d’importazione legata alle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio e  suoi derivati. Nel 2013 ebbi l’ardire di scrivere come il mondo sarebbe cambiato quando gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l’indipendenza energetica.

    Da allora ad oggi gli Stati Uniti sono passati da primo importatore di petrolio a rappresentare il primo produttore ed esportatore di petrolio grazie agli investimenti dello Shale oil e shale gas.

    L’alleanza stretta successivamente con l’Arabia Saudita (prima nazione per riserve petrolifere) e con la Russia ha posto le condizioni internazionali perché la quotazione del petrolio si mantenga tra i 60 e i 70 dollari. Una forchetta di quotazione che garantisca alle aziende estrattive statunitensi una buona redditività  e non risulti penalizzante per i consumatori e le imprese. In questo modo risulta neutralizzato il potere dell’Opec che con il  continuo aumento dei prezzi del petrolio per anni ha rappresentato il cappio al collo alle imprese italiane e dello sviluppo mondiale.

    All’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza determina un forte livellamento sia del prezzo al consumo quanto dei margini aziendali la politica monetaria consentirebbe di raggiungere un aumento dell’inflazione e di un miglioramento del rapporto debito/Pil della durata massima di sei  mesi. In questo modo viene evitato il problema di affrontare i veri nodi della mancanza di una crescita e di conseguenza di un reale aumento dell’inflazione da domanda la quale può essere ottenuta attraverso una riconversione della spesa pubblica ed un progressivo abbassamento delle aliquote fiscali  e della loro progressività.

    In altre parole, l’ottima eredità lasciata dal presidente Mario Draghi attraverso l’annuncio del prossimo quantitative easing di cui beneficeranno i governi in carica lascerà invariata la dinamica dei problemi italiani che vengono determinati essenzialmente da due fattori responsabili della stagnazione italiana: la spesa pubblica, con la sua costante e progressiva crescita di quella improduttiva, e la gestione del credito, cioè il sistema bancario che da anni ha abbandonato la propria missione istituzionale.

    In un simile contesto la “sospensione dalla realtà” nella valutazione dei parametri fondamentali dell’economia italiana che il Q.E. ci regala per un altro periodo potrebbe dimostrarsi il colpo finale alla nostra credibilità.

  • Esce ‘Gli Stangati’, per imparare a navigare nel fosco mare degli investimenti finanziari

    C’è chi ha subito un raggiro finanziario o una truffa e chi ha effettuato investimenti sbagliati. Entrambe le categorie in questione sono state vittime, più o meno inconsapevolmente, di una stangata sul proprio patrimonio investito, frutto di risparmi anche di una vita intera. A tutti loro, e non solo, Stefano Elli, giornalista de Il Sole24 Ore dedica un libro, Gli stangati, disponibile in libreria, e con il noto quotidiano economico, dal prossimo 11 luglio. Da trent’anni anni impegnato a raccontare, attraverso le sue inchieste e i suoi articoli, storie di abusivismo finanziario e operazioni truffaldine che hanno coinvolto migliaia di italiani, nel suo nuovo volume Elli offre uno spaccato sistematico di storie di imbrogli e investimenti traditi, raccogliendoli per tipologia, metodo e modalità operative. L’obiettivo è quello di dare al lettore uno strumento per tutelarsi ed evitare comportamenti che possano mettere a repentaglio il proprio denaro. L’educazione finanziaria è uno dei temi fondamentali de Il Sole 24 Ore, quotidiano da sempre garanzia di un’informazione trasparente, veritiera e utile. Con la pubblicazione di questo volume autore ed editore intendono perseguire un obiettivo comune: contribuire a rendere i lettori meno vulnerabili ed esposti ai comportamenti a rischio raccontando le vicissitudini di coloro che, cedendo alle lusinghe dei gatti e delle volpi 4.0, non sono riusciti a evitarli.

    Il messaggio che si evince è forte e chiaro: leggete quanto è accaduto ad altri per evitare che capiti a voi. Imparate a controllare sempre a chi affidate il vostro risparmio, informatevi prima di fare un investimento, perché i truffatori sono sempre attivi e spesso utilizzano modalità già viste in altre occasioni. Il tono del messaggio non vuole essere moralistico e in questo aiuta la capacità di Stefano Elli di scrivere con taglio ironico e stile veloce e leggero, ma sempre chiaro e preciso.

  • Il sindacato dei bancari vede pericoli crescenti di usura per famiglie e imprese

    La Fabi, sindacato dei bancari, avverte che c’è un «rischio usura, per imprese e famiglie, legato alla massiccia vendita di sofferenze e di crediti deteriorati da parte delle banche italiane». Il segretario generale del sindacato, Lando Maria Sileoni, sostiene infatti che in Italia «i tempi di recupero crediti delle società specializzate sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata».

    Quello della cessione, ricorda il sindacato bancario, è «un fenomeno sensibilmente cresciuto negli ultimi anni, che riguarda prestiti non rimborsati per oltre 360 miliardi di euro e che interessa, guardando alle sole sofferenze, oltre 1,2 milioni di soggetti. Si tratta di clienti bancari ‘ceduti’, con le loro rate scadute, dagli istituti bancari a società specializzate nel recupero crediti che operano frequentemente con modalità spregiudicate: la maggior parte dei soggetti coinvolti (61%) è esposta per cifre che vanno da 250 euro a 30.000 euro». Nell’analisi, evidenzia la Fabi, emerge che sul piano territoriale è il Nord Ovest l’area geografica più toccata dal problema col 33% degli npl totali, con la Lombardia (24,9%) in testa alla classifica, seguita dal Lazio con il 13,3% dei crediti deteriorati.

    Come ricorda ancora il sindacato, dal 2015 al 2018, anche per effetto delle forti pressioni esercitate dalle autorità di vigilanza europee, sono stati immessi sul mercato non performing loans per oltre 170 miliardi. «Operazioni che, se da una parte hanno consentito alle banche di migliorare i risultati raggiungendo in tempi brevi gli obiettivi dei requisiti patrimoniali imposti dalle stesse autorità europee, dall’altro stanno mettendo in pericolo i clienti bancari». Il fenomeno dei crediti deteriorati in banca raggiunge il picco nel 2015 con 360,4 miliardi tra sofferenze (201,1 miliardi) inadempienze probabili (136,3 miliardi) ed esposizione scadute (13,8 miliardi). «Da quel momento è scattata una vasta pulizia di bilancio, che ha rappresentato la via d’uscita preferita dalle banche italiane, ricercata da management al solo scopo di fare cassa, riequilibrare il bilancio e accontentare la vigilanza bancaria europea», continua la FABI.

    Nell’arco del triennio 2015-2018, continua l’analisi, il totale dei crediti deteriorati ancora iscritti nei bilanci bancari è stato portato 189,5 miliardi: 101,5 miliardi di sofferenze, 82,9 miliardi di inadempienze probabili e 4,9 miliardi di esposizioni scadute. La riduzione è assai significativa. Sul discusso e pericoloso mercato del recupero crediti è finita, dunque, con ogni probabilità, una parte consistente dei 170,8 miliardi ”spazzati via” dai bilanci delle banche. Le operazioni di vendita sono cresciute costantemente. Nel corso del 2018, i crediti deteriorati netti sono calati a 90 miliardi, con una riduzione di 40 miliardi rispetto al 2017: una discesa legata a rilevanti operazioni di cessione di non performing loan (55 miliardi nel 2018, 42 miliardi nel 2017, 26 miliardi nel 2016).

    Rispetto allo stock di finanziamenti, gli npl valgono il 4,3%, nel 2015 erano al 9,8%. Se si guarda alle sole sofferenze, analizzando i dati della Banca d’Italia, si scopre che i soggetti coinvolti sono oltre 1,2 milioni. Si tratta di imprese e famiglie alle prese con le difficoltà nell’onorare le scadenze dei finanziamenti: il 61,4% del totale dei clienti in ritardo coi rimborsi è esposto per finanziamenti da 250 euro a 30.000 euro; un altro 12,9% per prestiti da 30.000 euro a 75.000 euro; il 7,4% per crediti da 75.000 euro a 125.000 euro. Nella fascia più alta, invece, sono pochi, in proporzione, quelli in crisi: 19.609 clienti (1,6%) con prestiti da 1 a 2,5 milioni; 7.520 soggetti (0,6%) con finanziamenti da 2,5 milioni a 5 milioni; 5.425 (0,4%) per crediti da 5 milioni a 25 milioni, mentre oltre questa soglia ci sono appena 584 ”nomi” (0,04% del totale).

    Da un punto di vista geografico, il fenomeno delle sofferenze, e quindi di clienti bancari a rischio usura, si innesta per oltre il 50% nelle regioni settentrionali: il 33% degli npl è del Nord Ovest (Piemonte e Valle d’Aosta 5,4%, Lombardia 24,9%, Liguria 2,7%); il 25,2% è del Nord Est (Trentino Alto Adige 2,0%, Veneto 8,6%, Friuli Venezia Giulia 1,4%, Emilia Romagna 10,0%); nelle regioni del Centro si registrano, poi, sofferenze pari al 27,9% del totale (Toscana 8,3%, Umbria 1,9%, Marche 3,1%, Lazio 13,3%); il 6,4% degli npl è al Sud (Abruzzo e Molise 2,4%, Campania 6,7%, Puglia e Basilicata 4,5%, Calabria 1,5%), mentre il restante 3,4% è delle isole (Sicilia 5,4%, Sardegna 2,0%).

    Guardando più in generale all’Europa, negli ultimi cinque anni lo stock di crediti deteriorati si è quasi dimezzato, ‘liberando’ risorse per ben 517 miliardi e il 65% di questo risultato è stato ottenuto da paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Solo in Italia, precisa il sindacato, l’ammontare complessivo di npl è diminuito del 52% dal 2014 al 2018, percentuale più alta d’Europa dopo il 78% registrato in Irlanda.

    «Peccato che il primato tricolore delle operazioni di cessione cartolarizzazione – scrive la FABI nell’analisi – sia stato raggiunto nel nostro Paese con la vendita diretta di pacchetti di crediti a terze controparti che ormai hanno fatto degli npl un business o attraverso la garanzia pubblica dello Stato (Gacs). Entrambe le soluzioni sono state utilizzate e perpetrate a danno delle categorie sociali più importanti per lo sviluppo e la crescita del nostro Paese: i lavoratori, le imprese e famiglie. Chi ha tratto profitto dalle svendite folli di crediti marci – sostiene il sindacato – sono solo le banche e gli operatori di mercato, avvoltoi in cerca di affari a buoni prezzi e ignari del danno sociale prodotto».

    «Non bisogna limitarsi a far quadrare i bilanci delle banche, ma anche tutti gli altri aspetti, soprattutto quelli sociali, derivanti da operazioni squisitamente finanziarie volute dalla Banca centrale europea e dietro le quali si arricchiscono i soliti personaggi – commenta il segretario Sileoni – I tempi di recupero crediti delle società specializzate – spiega ancora – sono troppo veloci, da qui i pericoli per i titolari delle sofferenze di venire strozzati, con il serio rischio di finire, per disperazione, nelle mani degli usurai e della criminalità organizzata. Il paradosso sarà rappresentato dal fatto che sullo stesso territorio opereranno sia le banche che vorranno comportarsi bene, ma che hanno svenduto i loro crediti a degli avvoltoi, sia le stesse società specializzate nel recupero crediti che agiranno in fretta e con pochissimi scrupoli. E’ una bomba che sta per esplodere – avverte Sileoni – e il governo deve intervenire a stretto giro, con una legge ad hoc, salvaguardando piccole, medie imprese in crisi oltre che famiglie disperate. Senza dimenticare che le ripetute cessioni di sofferenze da parte delle banche hanno un impatto negativo sul settore, sia per quanto riguarda l’occupazione sia perché le stesse banche rinunciano ad attività che potrebbero essere ben gestite al proprio interno: le professionalità esistono e vanno invece valorizzate», conclude.

  • Le disuguaglianze fiscali

    E’ un assioma che “favorire una categoria di persone o classi economiche attraverso specifiche atti di politiche economiche e fiscali determini conseguentemente una penalizzazione per altre categorie escluse: e magari degne della medesima attenzione e sostegno”. Tale concetto è ancora più calzante se valutato all’interno del complesso ed ormai insostenibile sistema fiscale italiano. In questo senso infatti si rileva come siano centocinquantatré (153) le categorie di contribuenti favorite o tenute nella debita “considerazione”, quindi fruitrici di posizioni fiscali “privilegiate” ma sicuramente “finalizzate al loro sostegno” come sempre dichiarato dai governi ma soprattutto dalle rispettive maggioranze parlamentari a giustificazione delle proprie scelte. Si pensi come la famiglia, base della nostra società, spesso abbia ottenuto un trattamento fiscale di favore finalizzato al proprio sostegno, penalizzando, però, le famiglie “single” che per esempio a Milano rappresentano circa il 50% dei cittadini. Quindi, partendo anche da un proposito corretto e condivisibile (nessuno certo contesta la centralità della famiglia) si penalizzano tutti gli altri cittadini che non rientrano in questa categoria favorita dalla  politica fiscale. Le ragioni, o meglio, troppo spesso gli interessi che spingono tutte le diverse compagini governative a tali “eccezioni” normative  nel complesso sistema fiscale italiano risultano spesso di ordine appunto elettorale al fine di assicurarsi il consenso di una specifica categoria di contribuenti, come l’Iva ridotta per l’ecoturismo o sulla birra e gli ottanta euro etc.

    Il ritorno ad una tassazione maggiormente equa ma soprattutto senza privilegi o favoritismi risulta assolutamente auspicabile con la solo eccezione delle categorie economiche in ambito della elaborazione di una complessa ed articolata strategia economica (reshoring produttivo da incentivare con una fiscalità facilitata se non proprio di vantaggio, per esempio).Viceversa il sistema andrebbe complessivamente cambiato e finalizzato da una rimodulazione del complesso fiscale nazionale e locale.

    In tal senso allora ecco che una riduzione delle cinque aliquote fiscali Irpef per fasce di reddito e soprattutto della loro progressività (all’interno di un arco temporale  sostenibile con i nostri  vincoli di bilancio e di debito pubblico) rappresenterebbe l’unica direzione corretta. Comunque opposta a quella suggerita dal  nuovo segretario del Pd il quale invece appoggia una crescita delle stesse aliquote e della loro progressività per porre le basi di uno sviluppo “sostenibile”. Ancor più, poi, tenendo  in considerazione il progressivo peggioramento della finanza pubblica (6 miliardi di nuovo debito al mese!) aggravato nell’ultimo periodo dall’introduzione del reddito di cittadinanza e di quota cento per altro a debito la cui responsabilità risulta attribuibile all’attuale maggioranza di Governo.

    Viceversa la riproposizione della flat tax paradossalmente (tassa piatta e quindi sulla carta non soggetta a privilegiare alcuna specifica categoria economica) intesa anche come fattore di sviluppo economico dimostra come la politica nel suo complesso ed ancor più gli ispiratori di questa nuova fiscalità non abbiano compreso le dinamiche economico fiscali complessive.

    La flat tax con una aliquota proposta tra un 17 ed un 25% di fatto esclude dai vantaggi fiscali reali ed economicamente rilevanti considerato il reddito medio di 20.940 euro buona parte dei contribuenti. Va ricordato infatti come oltre il 75% dei contribuenti grazie alle deduzioni fiscali ora paghi una aliquota inferiore al 15%.

    Quindi di fatto non si porrebbero neppure le condizioni per un incremento dei consumi volano della ripresa economica come sostenuto in modo infantile dai sostenitori della flat tax, figuriamoci se modulata in due aliquote che trasformerebbe tutta la “dottrina fiscale” in una nuova “dual tax”.

    A dimostrazione, infatti, della mancanza di conoscenza della realtà economica degli ispiratori di tale politica, anche a fronte di una maggiore liquidità legata ad un minore prelievo fiscale, si tradurrebbe in un aumento dei deposito bancari come dimostrano i dati pubblicati dai maggiori istituti bancari e relativi agli  ultimi dieci anni (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Giungendo, cosi, attraverso questa semplicistica pseudo riforma fiscale al paradosso di accrescere le riserve degli istituti bancari ma non  di favorire i consumi (i quali possono crescere SOLO all’interno  di  una percezione di fiducia e non certo per una maggiore liquidità disponibile) e contemporaneamente determinerebbe tale politica fiscale a condurre la finanza pubblica ad un punto di non ritorno in considerazione dei circa sessanta miliardi di minori entrate fiscali.

    Quindi la flat tax, nella propria applicazione, sfavorirebbe la grande maggioranza dei contribuenti italiani  per favorire i percettori di redditi superiori ai 28.001 euro, riproponendo l’assioma proposto all’inizio con l’effetto paradossale che uno strumento (flat tax) di cui ne dovrebbero beneficiare tutti i contribuenti si possa trasformare in un fattore di vantaggio per pochi. Quindi perfettamente in sintonia con la disuguaglianza fiscale del nostro sistema. Anche questa incapacità di comprendere la relazione causa effetto di una politica fiscale espressione della parzialità dell’intera classe politica degli ultimi trent’anni, certificata dalle centocinquantratré (153) categorie privilegiate dagli altri governi, è espressione di un declino culturale ormai definibile come un vero e proprio default.

     

  • USA: non tutto è oro che luccica

    Il resoconto dell’ultima riunione del Federal Reserve Open Market Committee (FOMC), il comitato di gestione della politica monetaria americana, rivela che si sta discutendo di interrompere il rientro dal quantitative easing e di riprendere, quindi, la politica monetaria “accomodante” entro l’anno. Si dice di voler restare “pazienti” riguardo a nuovi aggiustamenti e “flessibili” rispetto alla riduzione dei titoli in precedenza comprati per sostenere il sistema bancario.

    Anche la Bce e Draghi hanno confermato l’intenzione di continuare con la politica monetaria espansiva.

    Questi sviluppi ci pongono due domande.  Quali sono le vere ragioni economiche per le quali, a più di dieci anni dalla crisi finanziaria globale si ripropongono le stesse politiche che, allora, furono concepite come soluzione temporanea per portare i vari paesi fuori dalle paludi della recessione? Le maggiori istituzioni monetarie internazionali temono forse il presentarsi di qualche nuova crisi finanziaria?

    Ci sono vari parametri per valutare se l’economia mondiale, a cominciare da quella americana, possa rischiare di entrare in una situazione di turbolenza: anzitutto gli andamenti degli investimenti, del commercio e dei bilanci.

    In un altro rapporto sulle banche, la Fed ammette che la domanda di credito si è globalmente ridotta. La maggioranza delle banche americane scrutinate intenderebbe rallentare il flusso di crediti alle imprese e aumentare il premio di rischio per numerose categorie di prestiti. Negli Stati Uniti gli investimenti sono scesi negli ultimi sei mesi e sono a -2,1% rispetto a un anno fa. Tale rallentamento si manifesta anche nel settore immobiliare che è sempre stato un importante termometro dell’economia americana, e non solo. Le vendite di abitazioni negli Usa sono scese dell’8% in gennaio rispetto al gennaio precedente, marcando una tendenza semestrale.

    Anche l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ha recentemente ammonito che i 4.000 miliardi di dollari di debiti e corporate bond, quasi “junk”, potrebbero portare a una nuova crisi stile 2008. Particolarmente preoccupante è che, sulla base di questi debiti, sono stati emessi oltre 700 miliardi di nuovi derivati, i cosiddetti clo, collateralized loan obligations, che sono stati comprati da banche e fondi.

    Ovviamente, i succitati clo raccolgono crediti accesi da imprese sempre meno in grado di ripagarli, proprio così come nella passata crisi accadde per i cdo, collateralized debt obligations, che raccoglievano ipoteche immobiliari impagabili.

    Inoltre, da ottobre 2018 a gennaio 2019, cioè nel primo quadrimestre dell’anno fiscale in corso, il deficit di bilancio Usa è stato di 310 miliardi, con un aumento del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno fiscale precedente. Come, noto, in America l’anno fiscale si calcola da settembre al settembre dell’anno seguente. Il Congress Budget Office prevede che il deficit annuale 2019 sarà di almeno 900 miliardi. In verità, da tempo è in corso una crescita vertiginosa del deficit di bilancio che evidenzia un’economia tutt’altro che sana: 587 miliardi nel 2016, 665 nel 2017, 782 nel 2018.

    Lo stesso è avvenuto con la bilancia commerciale americana che nel 2018 ha registrato un deficit di 891 miliardi di dollari nel settore dei beni. Un aumento forte rispetto all’anno precedente. In particolare il deficit nel commercio di beni con la Cina è stato di ben 419 miliardi. Nel 2017 era stato di 375 miliardi.

    Sono cifre che bocciano in pieno la politica di Trump, il modo in cui ha voluto coniugare il taglio delle tasse con l’aumento dei dazi. Di fatto, buona parte delle tasse non raccolte hanno fatto crescere i consumi che, a loro volta, hanno inciso sull’andamento delle importazioni. Tali scelte possono momentaneamente sembrare misure a favore dei cittadini, ma nel medio termine esse aggravano i conti pubblici, creando forti rischi d’instabilità. Perciò è molto probabile che nel prossimo futuro la parola “volatilità” venga usata con molta frequenza.

    In questa incerta situazione non dovremmo stupirci se Washington sempre più spesso, di fronte a eventuali difficoltà nell’economia americana, scaricasse le proprie responsabilità su presunte crisi in Cina e in Europa. Del resto, questa è da tempo la versione di Trump, che, purtroppo, è stata ripetuta recentemente anche da Jerome Powell, il presidente della Fed, che era ritenuto indipendente rispetto al presidente americano. Evidentemente ciò non è.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • La politica monetaria ed il supporto alla “sostenibilità” del debito pubblico

    Non esiste governo nella storia della Repubblica italiana che non abbia affermato la propria intenzione di diminuire il debito pubblico attraverso una crescita del PIL (quindi con un miglioramento del rapporto debito PIL) oppure con il semplice  controllo della spesa pubblica corrente.

    Nel 1994, tra maggio e agosto, lo spread viaggiava tra i 300 punti base fino ai 410 nell’agosto per arrivare a 675 nel 1995 con il governo Dini. Il dato più impressionante tuttavia era relativo alle spese per interessi cioè il costo al servizio del debito stesso. A fronte, infatti, di un debito di 1.151 miliardi di lire nel 1995 il costo pagato dallo Stato come interessi sul debito stesso era di circa 109 miliardi per giungere a 115 nell’anno successivo,  il  1996. Emerge quindi evidente come la percentuale degli interessi sul debito raggiungesse in valore la soglia del 10% del debito stesso.

    In altre parole, lo stato italiano emetteva titoli del proprio debito con l’obiettivo di pagare alla scadenza gli interessi dimostrando come la crisi finanziaria iniziata nel 1992 (governo Amato), che portò al prelievo forzoso del 6X1000 sui conti correnti degli italiani, risultasse  ben lungi dall’essere risolta.

    Il terribile combinato, quindi, tra una finanza pubblica fuori controllo (esattamente come nel periodo attuale) ed una valuta debole (cara invece ai “sovranisti”) abbia portato le spese di servizio al debito ad oltre la soglia del 10%. Un rapporto finanziario assolutamente insostenibile e che di fatto annulla ogni valore alle ridicole teorie sovraniste che auspicano un ritorno alla Lira e quindi ad una valuta che attualmente risulterebbe  ancora più debole di quanto non risultasse a metà degli anni ‘90. Nel 1995 il debito pubblico era di 1.151 miliardi di lire, espressi in euro diventano 594 milioni di euro. Quindi, considerato che ad oggi il nostro debito pubblico è di oltre 2.356  di euro se abbinato ad una valuta debole, il quadro economico finanziario risulterebbe insostenibile per il nostro paese.

    Il debito pubblico successivamente agli anni ’90 è continuato ad aumentare fino all’esplosione assolutamente attribuibile agli ultimi governi Monti- Letta-Renzi-Gentiloni come a quello  attuale. L’unica costanza che accomuna questi governi viene rappresentata dalle irresponsabili affermazioni dei vari ministri dell’economia dei diversi governi alla guida del nostro Paese sempre relativamente al “ritrovato controllo della gestione della spesa pubblica come della riduzione del debito stesso”.

    Viceversa il debito risulta sempre aumentato ad una velocità addirittura doppia rispetto alla crescita del PIL dimostrando ancora una volta come le nuove risorse finanziarie venissero utilizzate al fine di finanziare la sola spesa corrente e non gli investimenti infrastrutturali , gli unici che si possano trasformare in fattori competitivi.

    La grande differenza rispetto al 1995 viene, però, rappresentata proprio dalla presenza dell’Euro il quale risultando espressione di una comunità economica internazionale (UE) e attraverso le politiche monetarie fortemente espansive della BCE (anticicliche nell’intenzione  dell’istituto finanziario europeo) ha permesso l’esplosione del nostro debito mantenendo i tassi vicini allo zero, come negli ultimi tre anni anche al Quantitative Easing. In questo periodo infatti, a fronte di oltre 2.356, la spesa per i servizi al debito risulta  essere di circa 64 miliardi di euro. Quindi il costo del debito è inferiore al 3% rispetto all’oltre 10% nel 1995-96. Oltre sette  (7) punti percentuali di minore costo rappresenta la motivazione fondamentale per cui tutti i governi italiani abbiano deciso di  aumentare  la spesa corrente interamente a debito in quanto il costo  aggiuntivo in interessi  risultava  risibile. Un aspetto, ma soprattutto un effetto, della politica monetaria espansiva della BCE che dovrebbe indurre i vertici dell’Istituto europeo a fornire dei parametri maggiormente precisi relativi all’utilizzo della nuova liquidità. Al fine di evitare appunto come è successo, soprattutto con il Q.E., di  creare le condizioni di una “sospensione da ogni valutazione finanziaria e quindi da  ogni responsabilità” per le politiche dei  governi dell’ultimo periodo i quali hanno utilizzato la liquidità  con successivi azzeramenti del costo del denaro non per ridurre il peso del debito ma per inaugurare nuovi capitoli di spesa corrente (80 euro del  Governo Renzi, reddito di cittadinanza del governo Conte).

    In altre parole, una politica monetaria espansiva ed anticiclica con iniezioni di liquidità unita ad una valuta stabile (euro) rende “sostenibile o meglio gestibile ” l’esplosione della spesa corrente al debito e l’aumento relativo dei costi al servizio del debito pubblico di fatto sospendendo da ogni responsabilità i governi stessi.

    In questo conteso la sola idea di avere contemporaneamente un sovranismo monetario ed un implicito ritorno ad una valuta debole (lira) amplierebbe il già insostenibile divario tra i costi attuali del nostro debito e quelli del 1995/96  (+7%) a causa del volume del debito attuale, dimostrando come sia  ancora una volta privo di ogni sostenibilità finanziaria il sovranismo valutario ed economico.

  • Dalla finanza creativa a quella infantile

    Non passa giorno in cui il governo in carica non offra una misera dimostrazione della propria più assoluta incompetenza in ambito economico e finanziario. L’ultima ridicola dichiarazione del ministro Salvini, ma ispirata interamente alla triade economica leghista (Borghi – Bargnai – Savona) è quella relativa all’utilizzo delle 2.452 tonnellate di oro custodite presso la Banca d’Italia al fine di disinnescare le scadenze delle clausole di salvaguardia che complessivamente valgono 53 miliardi tra il 2020 e 2021.

    E’evidente che questi illustri “economisti” non conoscano il valore complessivo della riserva aurea  detenuta presso la Banca d’Italia. In più, tale deposito non è inerte ma rappresenta sempre un fattore di garanzia nella valutazione dei disastrati bilanci italiani.

    Nella Banca d’Italia sono custodite oltre 2.400 tonnellate di oro per un valore complessivo che oscilla tra i 94 e i 100 miliardi, a seconda dell’andamento delle quotazioni del metallo aureo. A tal proposito si ricorda come già dalla seconda metà del 2018 molti operatori finanziari a causa dell’incertezza dello scenario economico globale stiano convertendo per proprie posizioni dai titoli ad investimenti in oro.

    Piazzare ora sul mercato parte dei nostri depositi significherebbe rinunciare a delle plusvalenze, il che conferma il livello di incompetenza strategica messo in campo dall’attuale governo.

    Invece, forti della conoscenza scaturita da anni di studio del  Monopoli, ecco balenare la soluzione che dovrebbe porre i nostri conti al sicuro: vendere OLTRE METÀ delle riserve auree della Banca d’Italia per poter fronteggiare le clausole di salvaguardia nei prossimi anni.

    La sola idea di utilizzare queste riserve per un motivo economico finanziario volto a coprire un disavanzo strutturale generato da politiche scellerate economiche rappresenta già una follia. Probabilmente questi piccoli geni dell’economia sono convinti come gli oltre 2.400 miliardi equivalgano al nostro debito totale che è di 2.352 miliardi di euro.

    Loro probabilmente, in modo infantile, tradurranno una tonnellata di oro in un miliardo di euro.

    Tutto questo getta nel ridicolo l’intera compagine governativa ma in particolare i grandi strateghi economici che determinano la linea del governo stesso. Un’ideona che già propose Tremonti con la volontà di usare tanto le riserve auree quanto il fattore risparmio privato come garanzia di quello pubblico nel calcolo complessivo del debito del sistema italiano. Del resto fino al 2005 l’ex ministro Tremonti sosteneva senza pudore come il futuro del nostro Paese fosse nella “finanza creativa” .

    Il solo pensare di utilizzare le riserve auree per forme di coperture finanziarie a politiche strutturali e non emergenziali determina un ulteriore aggravio dello squilibrio finanziario italiano. A questo si aggiunge un fattore decisamente paradossale. Tutti gli  esponenti che si dichiarano appartenenti all’area liberale non resistono al ricorrere alle risorse statali per ovviare la propria incapacità strategica. Trasformando in questo modo quella che veniva considerata “Finanza creativa” in quella “infantile”, termine che indica il livello di preparazione e di competenza di chi la propone.

  • Il denaro a volte puzza: normativa europea per verificare gli investimenti nella Ue

    Pecunia non olet dicevano i latini, il denaro non puzza, mentre l’Europarlamento teme che non sia così e ha approvato un primo strumento per il controllo degli investimenti diretti esteri, attraverso il quale intende tutelare i settori strategici europei. Il testo, approvato in plenaria con 500 voti favorevoli, 49 contrari e 56 astensioni, introdurrà anche il vaglio degli investimenti provenienti da società statali ‘opache’ legate a governi in settori critici e tecnologie.

    Le nuove regole proteggeranno settori industriali chiave come energia, trasporti, comunicazioni, dati, spazio e finanza, oltre che le tecnologie della robotica, l’intelligenza artificiale, l’industria dei semiconduttori. I negoziatori del Parlamento Ue hanno aggiunto alla lista iniziale l’acqua, la salute, la difesa, i media, la biotecnologia e la sicurezza alimentare. Gli eurodeputati hanno inoltre rafforzato il meccanismo di cooperazione per includere lo scambio di informazioni tra i Paesi Ue, che potranno formulare osservazioni sugli investimenti diretti per altri Stati membri. La Commissione Ue potrà chiedere informazioni e fornire il suo parere al Paese cui è destinato l’investimento, ma la decisione finale spetterà allo Stato membro interessato. Dopo il via libera in plenaria, il Consiglio dovrà ora approvare l’accordo in via formale.

    Gli eurodeputati della Lega e del M5S si sono astenuti al voto in Plenaria che ha approvato il primo strumento Ue per il controllo degli investimenti diretti esteri, con l’obiettivo di tutelare i settori strategici europei. Il testo è passato con 500 voti favorevoli, 49 contrari e 56 astensioni. “Lega e M5S, che del sovranismo hanno fatto la loro bandiera, si sono opposti all’introduzione di questo strumento segnando, ancora una volta, la distanza tra le roboanti dichiarazioni di quand’erano opposizione e l’incapacità di prendere una posizione di oggi che sono maggioranza”, ha commentato Alessia Mosca, europarlamentare Pd e capogruppo dei Socialisti e Democratici nella commissione Commercio Internazionale. “Oggi il Parlamento Europeo ha approvato la proposta della Commissione di creare uno ‘scudo’ contro gli investimenti predatori in Europa, che permetterà, in primo luogo, la salvaguardia di migliaia di posti di lavoro”, ha spiegato Mosca. “Attualmente, infatti, Paesi come la Cina attuano strategicamente acquisizioni di società europee per coprire il gap tecnologico che consente a Paesi sviluppati, come l’Italia, di essere ancora competitivi nonostante salari più alti e normative ambientali più rigide. Bloccando queste acquisizioni, impediremo il trasferimento in Cina della produzione di questi prodotti”, ha aggiunto. “Non solo: un’altra ragione per la quale Paesi esteri possono voler acquisire società europee è il tentativo di aumentare la propria influenza. Non si tratta di discorsi ipotetici, parliamo di avvenimenti già accaduti, ad esempio in Grecia. In seguito all’acquisizione della rete elettrica greca e del Porto del Pireo, principale asset nazionale, Atene ha bloccato dall’interno dichiarazioni e progetti considerati ostili dalla Cina”.

    Con 532 voti a favore, 22 contrari e 55 astensioni, il Parlamento europeo ha anche approvato norme per ridurre anche nei Paesi non euro ma appartenenti all’Unione (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia e Regno Unito) gli oneri legati all’invio di denaro a carico di imprese e persone e per promuovere maggiore trasparenza nei costi di conversione delle valute.
    Prima della fine dell’anno, le commissioni bancarie per i pagamenti transfrontalieri in euro su tutto il territorio dell’Ue dovranno dunque allinearsi a quelle per i pagamenti nazionali effettuati nella valuta locale ufficiale. La sforbiciata ai costi riguarda anche il prelievo di contante e i pagamenti all’estero: tutti i pagamenti transfrontalieri nell’Ue dovranno avere gli stessi costi, molto bassi, validi nell’Eurozona. Le nuove misure proteggeranno anche i consumatori dai costi arbitrari per le conversioni valutarie. Le spese di commissione saranno indicate in modo univoco, utilizzando il tasso di riferimento della Bce, più gli oneri aggiuntivi fissati individualmente dalle banche.

  • Le due inflazioni e le imbarazzanti deduzioni

    Grande risonanza hanno ottenuto, all’interno dei maggiori quotidiani nazionali, le deduzioni dai dati statistici presentati dall’Istat relativi al tasso di inflazione differenziale tra famiglie maggiormente e meno abbienti. A queste analisi statistico/numeriche, poi, sono seguiti altri imbarazzanti commenti riscontrabili nei maggiori media nazionali, anche economici.

    L’Istituto di Statistica (ISTAT) rileva come alle spese energetiche (gas, benzina, gasolio, bollette elettriche) le famiglie con minori risorse destinino il 14.5% del proprio reddito mentre per le spese alimentari oltre il 17% con un tasso di inflazione combinato e complessivo dell’1,8%.

    Viceversa le famiglie che appartengono alle fasce di reddito superiore destinano alle spese energetiche circa il 6,6% del proprio reddito mentre per quelle alimentari circa l’8,1%: con un conseguente tasso di inflazione combinato e complessivo del 1,3%.

    E’imbarazzante soprattutto il quadro complessivo dei commenti e delle analisi a questi dati in quanto emergerebbe scontata ed evidente (da una semplice preparazione di base) la considerazione secondo la quale le spese energetiche rappresentino delle “spese  incomprimibili” alle quali nessuna famiglia possa sottrarsi indipendentemente dal reddito. Logica conseguenza evidenzierebbe, in modo inequivocabile, come il valore delle percentuali destinate per tali costi incomprimibili  dipendano fondamentalmente dal reddito disponibile. Una considerazione talmente elementare che non dovrebbe suscitare alcun commento a livello statistico e tantomeno economico ma da considerarsi come accettata.

    Leggermente più complesso il confronto tra le diverse percentuali di reddito disponibile destinato alla spesa alimentare. Da un semplice confronto emerge evidente come il differenziale percentuale tra le due tipologie di spesa (energetica ed alimentare) aumenta nel caso di quella destinata ai generi alimentari: mentre il differenziale relativo alla sola spesa energetica è del 7,9% (14,5% e 6,6% tra famiglie appartenenti alle due fasce di reddito) nella spesa alimentare questo cresce fino all’ 8,9% (17% e 8,1% per fasce di reddito).

    All’interno infatti della rilevazione statistica per le spese alimentari ma soprattutto nelle analisi conseguenti NON si dovrebbe dimenticare la legge di Engel. Questa dimostra come al crescere del reddito della percentuale di reddito aggiuntivo cresca progressivamente quello destinato al consumo di altri beni diversi da quelli alimentari. In altre parole, al crescere del reddito disponibile non aumenta in modo proporzionato la spesa destinata ai generi alimentari perché buona parte del reddito aggiuntivo viene impiegato nel consumo di altri beni di non prima necessità.

    In più nelle fasce di reddito più basse l’alimentazione acquisisce una caratteristica di “consumo consolatorio” finalizzato al supporto di una condizione economica disagiata: risulta quindi percentualmente maggiore il differenziale con le fasce di popolazioni più agiate.

    Tornando alle Rivelazioni Statistiche che tanto interesse hanno suscitato emerge evidente come quello che per molti rappresenta un quadro statistico “nuovo ed articolato” altro non è che un consolidato schema supportato da un minimo di conoscenza delle regole economiche di base.

    I due diversi dati relativi alle due inflazioni o, meglio, il peso delle spese incomprimibili per fasce di reddito rappresentava per molti un fattore acquisito.

    L’imbarazzo nasce dalla semplice considerazione come non lo fosse per tutti. Anzi per troppi.

  • L’interpretazione statistica

    La caduta del livello culturale rispetto alle politiche economiche ed in relazione agli articolati effetti per l’economia reale, che vede contrapposti maggioranza ed opposizione, può venire simbolicamente rappresentata dalle “dotte analisi e deduzioni” scaturite dal grafico riportato.

    Emerge, infatti, come dal settembre 2017 al 2018 si siano persi 184.000 contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato risultano cresciuti esattamente del doppio: 368.000.

    Nel banale ed avvilente confronto politico questo dato viene presentato come una crescita della occupazione di 184.000 unità, indicatore delle politiche vincenti della coalizione di governo, ora all’opposizione (Governi Renzi e Gentiloni), soprattutto in rapporto agli ultimi dati drammatici  relativi alla crescita economica ed all’aumento della disoccupazione invece imputabili alla compagine governativa in carica.

    Uno dei principi fondativi di qualsiasi rilevazione statistica sul quale il mio professore di statistica all’Università non transigeva veniva indicato su come le rilevazioni dovessero risultare per sistemi ed elementi omologhi con l’obiettivo di ottenere dalle rilevazioni statistiche una foto reale e successivamente diventare un punto di partenza per una analisi più approfondita.

    Nello specifico, tornando al grafico, a fronte di un saldo positivo dei contratti (+184.000) abbiamo la perdita di 184.000 contratti a tempo indeterminato e molto spesso di altrettanti posti di lavoro.

    In altre parole, basterebbe riservare un approccio anche solo leggermente più professionale ed economicamente appropriato per comprendere come un semplice saldo positivo possa nascondere una realtà ben diversa proprio perché vengono confrontati numeri che sono espressione di entità economiche diverse e nello specifico addirittura con ricadute economiche opposte.

    La veridicità di tale analisi emerge dall’andamento dei consumi come del Pil dell’anno in corso che dalle rosee previsioni del Governo Gentiloni (+1,4% ma a novembre 2017 si fantasticava di un +1,6%, sempre con l’appoggio e sostengo del Centro studi di Confindustria) si sia mestamente, trimestre dopo trimestre, ripiegati verso un modesto 1,1/0,9% (confermato anche dall’Ocse), anche per la frenata della domanda estera di prodotti intermedi delle nostro Pmi e del crollo del nostro export, segnale preoccupante della incertezza dei maggiori mercati internazionali.

    Recentemente poi una ulteriore conferma della vera realtà economica che i saldi del grafico non  esprimono (o meglio le interpretazioni di “parte” non valutano) viene invece offerta dai dati relativi ai consumi. Dopo dei trimestri sostanzialmente piatti sul fronte della crescita, e con tassi di incrementi sempre ampiamente inferiori al tasso di inflazione, gli ultimi dati indicano chiaramente un crollo dei consumi del -2,5% con un allarmante flessione dei consumi alimentari (la prima dal 2012) dello -0,6%.

    Recentemente, infatti, il direttore di una della più importanti catene di distribuzione italiane alla domanda a cosa mai attribuisse il calo della spesa media rispose con il candore della conoscenza diretta dell’economia reale, indicando nell’esplosione dei contratti a tempo determinato la responsabilità di  tale preoccupante calo. A conferma di tale analisi va infatti ricordato come un consumatore non determini il proprio volume di acquisti in relazione alla disponibilità attuale ma soprattutto alle aspettative di guadagno future. In questo senso l’impatto economico di nuovi  contratti a tempo indeterminato risulta sicuramente superiore in quanto offre uno scenario futuro positivo e gestibile ed anche per l’accesso al credito al consumo che diventa uno strumento per acquisti importanti ma consapevoli proprio in relazione alla positiva aspettativa di retribuzione che tale contratto offre.

    Tornando, poi, al quadro generale se all’impatto per i consumi di questi saldi si aggiunge come da oltre due trimestri la crescita del Pil italiano risulti ampiamente al di sotto del tasso di inflazione (stagflazione ampiamente sottostimata se non addirittura omessa da ogni organo di informazione), il quadro economico rimane sconfortante anche se con “saldi occupazionali” fortemente positivi, i quali invece animano i deprimenti confronti politici. Il declino culturale di un paese può assumere le più diverse espressioni e forme.

    Questa incapacità dei due schieramenti politici, sia governativo come della attuale opposizione, di interpretare ed analizzare le ricadute economiche delle rilevazioni statistiche dimostra e conferma un deficit culturale imbarazzante di entrambe le compagini politiche e dei rispettivi “economisti” a gettone.

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