Denaro

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • La Bce e l’ambiguità del governo Conte

    L’Italia, ma soprattutto la sua compagine politica nazionale, rappresenta un unicum politico in Europa. Sostanzialmente le compagini politiche presenti nei vari paesi che compongono l’Unione Europea si dividono tra filoeuropeisti e sovranisti, in antitesi tra loro. La contrapposizione politica tre due schieramenti si articola ovviamente nelle diverse visioni monetarie (pro euro ed euroexit), ed ovviamente ideologie politiche, che possono proporre il sostegno ad una possibile uscita dall’Unione Europea sostenuta dai sovranisti, ma anche nella strategia economica di medio e lungo termine.

    L’Italia, viceversa, con il governo Conte e la maggioranza che lo sostiene, presenta una posizione “terza” rispetto all’Unione Europea e alle proprie istituzioni.

    Alle dichiarazioni di appoggio alla politica europea in particolar modo del PD, ed ovviamente in contrapposizione alle posizioni dei sovranisti, fa riscontro nella realtà una sostanziale sordità ed ambiguità rispetto alle indicazioni che l’autorità monetaria europea indica in relazione alla politica economica del nostro Paese. “La BCE bacchetta il governo Conte e clamorosamente boccia la lotta al cash dell’Italia, avvertendo: “rischiate di colpire le fasce più deboli” (da investireoggi.it).

    La Bce, quindi, afferma una verità conosciuta da molti in Italia ma negata solo da una classe politica indegna di un paese democratico. In questo modo la politica dimostra la propria posizione non più ideologica ma semplicemente opportunista e probabilmente soggetta ad interessi terzi (https://www.ilpattosociale.it/attualita/contante-ed-telepass-finanziario/).

    Mai un governo aveva dimostrato attraverso delle opinabili scelte di politica economica e monetaria una volontà e una colpevole insensibilità così evidente nel colpire le classi più deboli. Una ambiguità confermata dalla stessa BCE alfine di ribadire una propria supposta superiorità intellettuale a fronte invece della propria sudditanza al sistema bancario ed alle compagnie telefoniche che forniscono le reti.

     

  • Aumentano i terminali Pos per pagamenti elettronici: 2,17 milioni prima del coronavirus

    Nel 2019 il numero di terminali Pos per l’accettazione dei pagamenti con carta in Italia raggiunge circa 2,17 milioni (in crescita rispetto ai 2,08 dello scorso anno) e nel 90% dei casi sono abilitati all’accettazione del contactless. Lo evidenzia l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. Anche gli Smart Pos fanno registrare i primi volumi rilevanti: sono oltre 15.000 i terminali installati che transano oltre 1,1 miliardi di euro. Rimangono però ancora da sviluppare pienamente, osservano i ricercatori del Politecnico di Milano, i marketplace di applicazioni a corredo del servizio che possono essere fruite dai commercianti. I Mobile Pos, terminali collegati via bluetooth o ingresso audio allo smartphone dell’esercente, raggiungono quota 280.000 nel 2019, in crescita del 50% rispetto al 2018. Si tratta di un aumento importante rispetto a quello degli scorsi anni, dovuto da un lato alla maggior consapevolezza degli esercenti più piccoli e dei liberi professionisti riguardo all’obbligo e alla necessità di doversi dotare di un terminale per accettare pagamenti con carta (i consumatori spesso dovranno pagare in elettronico per ottenere le detrazioni fiscali), dall’altro a un’azione commerciale e di promozione importante messa in campo da alcuni player nell’ultimo anno. Il transato totale, oltre 2,2 miliardi di euro nel 2019 (8.000 euro annui per terminale), dimostra come si tratti, comunque, di dispositivi utilizzati da business con bassa frequenza di acquisti con carta. Sono ancora in fase di test, invece, le soluzioni “Soft Pos” o “Tap on phone” che consentirebbero ai commercianti, senza alcun dispositivo aggiuntivo, di accettare dei pagamenti contactless direttamente dal proprio smartphone (se opportunamente dotato di antenna Nfc) e che potrebbero essere molto efficaci nell’avvicinare ai pagamenti digitali i piccoli commercianti in tutto il mondo.

    ”Se in un primo momento le banche del mondo occidentale avevano iniziato ad offrire soluzioni Nfc in autonomia tramite sistemi Cloud all’interno dei propri Wallet o delle proprie app bancarie – si legge nell’Osservatorio – ad esempio, le stesse hanno poi privilegiato soluzioni terze offerte in partnership con i grandi attori tecnologici basate sull’hardware del device o sui sistemi operativi. La collaborazione, per ora, risulta vincente per tutti: da un lato le banche offrono ai loro clienti servizi di pagamento facili da utilizzare, dall’altro i produttori di device hanno fidelizzato i propri clienti o ottenuto nuovi ricavi derivanti dalle fee applicate ai pagamenti”. “Dal lato della user experience, qualsiasi oggetto connesso e intelligente già oggi può potenzialmente abilitare un pagamento: oggetti indossabili, elettrodomestici, altoparlanti, automobili. In questi casi, saranno i produttori a giocare un ruolo fondamentale nei prossimi anni, realizzando applicazioni ad hoc per integrare i diversi sistemi di pagamento”, dice Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments. “Per quanto riguarda i sistemi ‘invisibili’ in grado di evitare il classico passaggio alla cassa in negozio utilizzando telecamere per il riconoscimento facciale o autorizzando le transazioni con altri parametri biometrici (come l’impronta digitale) già testati in alcuni casi tra Cina, Stati Uniti e Russia, in Europa si è ancora alle fasi di sperimentazione; Le difficoltà maggiori, oltre alla necessità di costruire una nuova infrastruttura di lettori, sono da imputare anche a problematiche di privacy e di sicurezza dei dati sensibili  utilizzati, ma si sta già lavorando per creare standard nazionali ed internazionali che abilitino queste tipologie di pagamento”, conclude.

  • Contante e Telepass finanziario

    La considerazione relativa all’utilizzo o meno nelle transazioni commerciali del contante troppo spesso viene influenzata, ma soprattutto stravolta, dall’ideologia politica la quale, all’interno di  un prossimo confronto elettorale, diventa uno strumento di consenso per il proprio elettorato.

    Da oltre vent’anni la lotta al contante ha visto come sostenitrice buona parte della sinistra ma anche  di quelle forze politiche portatrici  di un concetto di “stato etico”. Paradossalmente, poi, molto spesso queste stesse forze politiche risultano completamente digiune di economia reale ma soprattutto ignare persino delle legislazioni vigenti nei paesi dell’Unione Europea, della quale peraltro si considerano  sostenitrici.

    Ora, di fronte a una difficilissima ripresa del ciclo economico interrotto dal lockdown, il mondo della finanza e degli Istituti bancari assieme alle aziende telefoniche stanno riproponendo  una nuova campagna di  comunicazione per cercare di ridurre al massimo l’utilizzo del contante. Quello che nessuno riesce a mettere in evidenza, al di là delle legittime posizioni politiche influenzate dalle ideologie di appartenenza, viene rappresentato dall’evidente conflitto di interessi che i soggetti imprenditoriali propongono nell’abolizione del contante.

    Il sistema bancario all’interno di un periodo  economico caratterizzato fin dal 2015 da una forte  liquidità (Q.E.) considera un’opportunità per la propria ricerca di marginalità la creazione di un sistema di moneta elettronico sempre più sviluppato sulle cui transazioni commerciali applicare le proprie “aliquote di transazione” molto simili ad un “Telepass finanziario” di un sistema autostradale virtuale creato dai medesimi soggetti pesantemente in conflitto di interessi.

    La medesima opportunità in questo modo viene creata anche per le compagnie telefoniche sulle cui reti viaggiano queste transazioni il cui aumento non farebbe altro che moltiplicare i  profitti. Senza dimenticare il mondo della Finanza il quale intuisce chiaramente l’opportunità di masse di denaro che ha interamente depositate presso gli Istituti bancari. Questo quadro potenziale si rivelerà disastroso quanto la scelta di abolire la differenziazione tra banche commerciali e banche d’affari voluta dal Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.

    Certamente la politica che dovrebbe esprimere una propria ideologia espressione di scale valoriali si ritrova viceversa ad essere artefice e portatrice di  uno scenario economico finanziario lontano da un  sistema democratico e liberale.

    Paradossale poi che tutta questa attenzione che il  sistema politico regala alla questione del contante rappresenti  l’ennesima dimostrazione di un’incapacità di controllare le fonti di reddito, determinando così la confessione e l’ammissione di non essere in grado di controllarle e così rifugiarsi nel controllo dei meccanismi e delle modalità di spesa.

    Un sistema liberale e democratico offre la libertà ai propri cittadini di utilizzare le diverse  forme di pagamento ritenute più vicine alle proprie esigenze in quanto espressione di risorse economiche  legittime.

    In altre parole l’assoluta inadeguatezza di un sistema statale incapace di applicare le leggi anche in materia fiscale si rifugia in uno stato Socialista che vuole determinare attraverso semplici forme di pagamento il  controllo etico. La supremazia dello Stato in questo particolare momento nel quale dovrebbe vedere  allentati tutti i vincoli per ridare forza ed  energia alla ripartenza del ciclo economico sta assumendo sempre più le caratteristiche di uno Stato etico e socialista in nome del quale opera  una  nuova gendarmeria burocratica.

  • Coronavirus devastante: anche i super-ricchi nel 2020 sono meno agiati

    Il coronavirus riduce e impoverisce i paperoni mondiali: valgono complessivamente 8.000 miliardi di dollari, circa 700 miliardi in meno rispetto al 2019, e sono solo – al 18 marzo – 2.095, ovvero 58 in meno dell’anno e 226 in meno rispetto a soli 12 giorni prima.

    Nonostante il divorzio multimiliardario, Jeff Bezos si conferma per il terzo anno consecutivo il più ricco del mondo. Lo segue Bill Gates mentre al terzo posto sale Bernard Arnault, che scavalca Warren Buffett relegandolo in quarta posizione. Fra gli italiani il re della Nutella Giovanni Ferrero è il più ricco, seguito da Leonardo del Vecchio.

    A scattare la fotografia dei paperoni è l’annuale classifica di Forbes, nella quale si constata come il 51% dei miliardari recensiti è più povero dello scorso anno. Il salto maggiore in classifica lo ha compiuto Qin Yinglin: è in 43esima posizione con una fortuna stimata in 18,5 miliardi di dollari, ovvero 14,2 miliardi in più rispetto al 2019 grazie al boom in borsa della sua Muyan Foods. Fra le uscite eminenti dalla classifica 2020 c’è’ quella di Adam Neumann, il fondatore di WeWork. Fra le 278 new entry c’è invece Eric Yuan, il fondatore e amministratore delegato di Zoom Video Communications, il servizio online che sta esplodendo con l’emergenza coronavirus che costringe a casa oltre quattro miliardi di persone. Gli Stati Uniti si confermano il Paese con il maggior numero di miliardari, 614, seguiti dalla Cina che ne conta, incluse Hong Kong e Macao, 456.

    Con una fortuna di 113 miliardi di dollari, Bezos si conferma il paperone del mondo in una top ten a maggioranza americana ad eccezione di Arnault terzo con 76 miliardi e Amancio Ortega, il patron di Zara, sesto con 55,1 miliardi. Mark Zuckerberg è settimo con 54,7 miliardi, mentre l’ottava, la nona e la decima posizione sono nelle mani di componenti della famiglia Walton, quella dietro il colosso Walmart. Donald Trump è 1.001 in classifica con 2,1 miliardi di dollari, guardando così da lontano il ‘nemico’ proprietario del Washington Post Bezos.

    Fra gli italiani Ferrero è 32esimo nella classifica generale con 24,5 miliardi di dollari. La famiglia Del Vecchio lo segue a distanza, in 62esima posizione con 16,1 miliardi. Stefano Pessina è il terzo più ricco d’Italia, con 10,2 miliardi si colloca al 133esimo posto nella classifica generale. Silvio Berlusconi occupa la 308esima posizione con 5,3 miliardi. Miuccia Prada la 945esima.

  • La pandemia e l’obbligo delle riforme

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Non covid-bond, chiamamoli Eurobond. Sono, del resto, gli strumenti più importanti e virtuosi che l’Unione europea deve per un lungo periodo mettere in campo, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio del sistema produttivo e industriale europeo che è stato, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.

    Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza.

    L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai cittadini. Dai Paesi del G20, con gli Stati Uniti in testa, dovrebbero arrivare 5.000 miliardi di dollari di sostegni alle economie.

    A loro volta le banche centrali, oltre ai tassi di interesse a zero, hanno annunciato enormi iniezioni di liquidità nel sistema. La Bce metterebbe 870 miliardi di euro, equivalente al 7,3% del pil della zona euro, per comprare dal settore bancario titoli di stato e abs (titoli legati a traballanti asset sottostanti). La Federal Reserve, a sua volta, si dice pronta a garantire liquidità illimitata con lo stesso intento. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato che “con le nostre operazioni di finanziamento stiamo mettendo a disposizioni fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità”.Governi e banche centrali, inoltre, sottolineano che, se la situazione lo richiedesse, gli interventi potrebbero essere ampliati. Lo stesso si sta facendo in tutti gli altri Paesi del mondo, Cina compresa.

    A questo punto riteniamo che sia necessario fare un po’ di chiarezza proprio sul fronte economico e finanziario. Per bloccare la circolazione del contagio del virus è stato deciso di fermare le attività di importanti settori economici, E’ certamente doveroso che i governi facciano tutto ciò che è necessario, dal punto di vista organizzativo e finanziario, per sostenere economicamente le popolazioni costrette a stare in casa ed evitare che le imprese di tutte le dimensioni falliscano per ragioni che evidentemente non sono solo economiche. La quantificazione del sostegno sarà variabile rispetto alla durata dell’emergenza e alla dimensione dell’impatto economico nelle singole realtà nazionali.

    Cosa diversa è la politica monetaria annunciata dalle banche centrali. Esse hanno proposto nuovamente le stesse misure decise per far fronte alla Grande Crisi del 2008: acquistare obbligazioni pubbliche e altri titoli di più dubbio valore in loro possesso con la promessa che le banche beneficiarie facciano rifluire la liquidità verso gli investimenti produttivi e facciano prestiti alle famiglie e in particolare alle Pmi per supportarne le produzioni e i consumi.

    L’esperienza del passato decennio, purtroppo, ci dice che queste promesse non sono state mantenute. Al contrario, gli interventi delle banche centrali sono serviti soprattutto a stabilizzare situazioni compromesse delle banche too big to fail. Questa volta esse “non appaiono” come quelle che chiedono di essere salvate. Tutto passa, s’intende, sotto l’emergenza provocata dal coronavirus.

    Oggi, e lo abbiamo più volte ripetuto anche sulle pagine di questo giornale, il sistema bancario e in particolare quello ancora più potente e nebuloso dello shadow banking si trovano globalmente in una situazione molto più rischiosa di un decennio fa. Basti un dato per comprenderne la gravità: il debito pubblico e privato globale (senza il settore finanziario) è salito al 250 % del pil mondiale. Era del 200% nel 2008. Il gestore di questa enorme e complessa disponibilità finanziaria è ovviamente l’attuale sistema finanziario.

    Noi sosteniamo che sia arrivato il momento che gli Stati intervengano e non siano passivi spettatori, ma attivi e responsabili decisori. Se si è deciso che centinaia di milioni di persone restino chiuse in casa, che le fabbriche debbano fermarsi e che persino le chiese sospendano le loro funzioni, non è tollerabile che i mercati continuino ad avere mano libera come se non fosse successo assolutamente niente. Del resto, essi non sono i nuovi dei dell’Olimpo che possono decidere delle sorti del pianeta.

    Occorre che lo Stato intervenga nei mercati. Perché non bloccarli quando sono in preda ad un’irrazionalità incontrollata e speculativa? Che senso ha vedere le borse perdere il 10-15% in pochi minuti e poi affermare che deve essere così in quanto lo dice la legge suprema, “divina”, del liberismo economico? La domanda da porsi è quanto mai inquietante: è più importante la vita delle persone, delle imprese e l’economia reale oppure la finanza e il suo mercato

    Non si tratta di mettere alla berlina le banche. Anzi, il sistema creditizio è essenziale per il funzionamento dell’economia, dei commerci e delle nazioni. Ecco perché adesso occorre guidare la finanza verso una sua profonda revisione.

    Lasciare mano libera ancora una volta alla finanza speculativa e continuare a operare as usual sarebbe esiziale e significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto dieci anni fa. E’ il momento che gli Stati impongano unitariamente una forma di “amministrazione controllata” sull’intero sistema bancario e finanziario, nel quale salvare la componente sana e liquidare quella malata e speculativa. Perciò è inevitabile la separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. I risparmi delle famiglie e i depositi delle imprese non dovranno più essere usati o messi a garanzia di operazioni speculative di tutti i tipi, a cominciare dai derivati finanziari otc.

    O gli Stati interverranno oppure il sistema, il mercato con le sue pseudo regole attuali, presto o tardi provocherà altre catastrofi economiche e sociali.

    Di solito, dopo le grandi catastrofi o le terribili pandemie non si ritorna alle pratiche del passato, ma ci si impegna a riformare le legislazioni e il modus operandi ritenuti errati e dannosi.

    *già sottosegretario all’economia  **economista

  • Draghi: tra Omt e credito alle imprese

    Ancora oggi si tende ad attribuire al governo Monti ed in particolare al suo presidente l’effetto di aver diminuito lo spread attraverso la propria azione di governo e riportato il nostro Paese alla normalità economico finanziaria. Bisogna invece ricordare come l’azione del governo Monti rappresentò la solita banale politica basata semplicemente sul taglio della spesa sociale (e quindi anche sanitaria) e contemporaneamente sull’aumento delle  tasse in modo da riproporre  un equilibrio parziale tra Pil, spesa e debito pubblico.

    Contemporaneamente nel mercato secondario il presidente della BCE Mario Draghi acquistava attraverso gli OMT i titoli del debito pubblico italiano contribuendo in maniera decisiva all’abbassamento dello spread.

    Un’azione che ha avuto la sua massima espressione dal 2015 ad oggi attraverso il quantitative easing il quale ha determinato, essendo questo rivolta tutta l’Europa, sostanzialmente l’azzeramento dei tassi di interesse. Una opportunità unica per i governi che si sono succeduti alla guida del Paese, quindi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2 che è stata utilizzata invece per espressa volontà politica non tanto per la riduzione del debito quanto per un aumento ulteriore della spesa pubblica che dal 2015 ad oggi ha avuto un tasso di incremento doppio rispetto al PIL fino al 2019.

    Solo così risultarono finanziariamente sostenibili gli 80 euro del governo Renzi, come il reddito cittadinanza, gli stessi finanziamenti all’accoglienza ed infine il reddito cittadinanza e quota cento.

    In particolare gli 80 euro come il reddito cittadinanza e quota 100 vennero addirittura sostenuti e giustificati come fattori di espansione della domanda interna: i loro effetti invece risultano risibili tanto quanto coloro che li proposero ed approvarono.

    L’epidemia del Covid-19 di fatto chiude questo periodo di “sospensione dalla realtà” inteso come la valutazione dei fattori economici della quale hanno usufruito senza comprenderne il valore i governi Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2.

    Ora finalmente sta prendendo forma una volontà politica la quale avendo compreso come il governo in carica risulti assolutamente al di sotto di uno standard minimo di sufficienza indica in Mario Draghi l’unica personalità di livello internazionale che goda di autorevolezza internazionale per affrontare le sfide della ripresa economica. L’ex presidente della BCE rappresenta l’unica figura italiana che possa giustificare un maggior debito (assolutamente inevitabile) senza un’esplosione delle voci di spesa improduttiva in quanto la sua considerazione garantisce il solo utilizzo “funzionale” di questi finanziamenti.

    In questo senso, tuttavia, va ricordato come gli OMT che molti indicano come l’asso nella manica del nuovo presidente del Consiglio rappresentano uno strumento di politica monetaria (quindi di macroeconomia) importantissimo in questo senso in quanto permetterà di immettere liquidità nel sistema economico. In questo senso anche l’acquisto di “commercial paper” emessi dalle aziende potrebbe ottenere un ottimo risultato sempre in una visione “macro” economia forse, ma sicuramente dagli effetti immediati.

    Il primo step, tuttavia, da garantire in prospettiva è rappresentato dalla estensione delle garanzie bancarie per quanto riguarda le posizioni delle aziende e delle partite IVA presso il sistema bancario.

    In altre parole, se da una parte la politica monetaria può assicurare una gestione ed il controllo dello spread e dei tassi di interesse e di conseguenza dei costi del servizio al debito dall’altra parte risulta vitale avviare un’azione legata all’economia reale o “micro” che fornisca quell’ossigeno di liquidità necessaria dopo un mese o forse due di chiusura. Questa strategia può nascere solo da un’intesa tra governo in carica e sistema bancario. Come la creazione di un fondo fiduciario con garanzia, per esempio, della Cassa depositi e prestiti per ridare ossigeno al momento della riapertura delle attività prive di ogni flusso di cassa.

    Contemporaneamente l’annullamento dello split payment, per parlare sempre concretamente, potrebbe offrire una nuova liquidità che altrimenti rimane presso le casse dello Stato  per un periodo non più sostenibile con i tempi eccezionali attuali.

    In altre parole risulta assolutamente fuori dalle tempistiche necessarie per una ripresa economica la volontà di avviare un piano di investimenti infrastrutturali i cui effetti sarebbero visibili solo nel medio-lungo termine per tradursi in fattori di competitività per il sistema economico italiano (https://www.ilpattosociale.it/attualita/strano-paese-litalia/).

    La politica monetaria rappresenta il braccio di una strategia economica la quale non può questa volta dimenticare l’economia reale. Quest’ultima si sviluppa attraverso la sintesi  di professionalità, know how industriale e credito in tempi normali. Il nostro Paese, invece, arriva a questa crisi  dopo un 2019 disastroso preceduto da una crescita economica assolutamente insufficiente (2015/2018). Ora per creare un minimo di condizioni di riavvio del ciclo economico la liquidità come la garanzia ed il sostegno al credito rappresentano la conditio sine qua non al fine di permettere la rinascita un paese che merita il credito che da troppo tempo gli viene negato a causa di una classe politica e dirigente assolutamente inadeguate.

     

  • Ora va fatto cosa non si fece

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 6 marzo 2020.

    È storicamente accertato che i grandi eventi di dimensione planetaria comportano sempre fibrillazioni più o meno profonde nei sistemi sociali, economici e finanziari e negli stessi equilibri geopolitici. Qualche settimana fa lo avevamo paventato sulle pagine di ItaliaOggi, anche se il coronavirus ancora non aveva avuto l’attuale diffusione.

    Siamo di fronte a una potenziale pandemia che purtroppo ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008.

    Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti paesi.

    Questa volta la crisi sembra partire proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale.

    In questa situazione la capacità d’intervento delle banche centrali si è molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari Quantative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.

    Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di chi vorrebbe usare il corona virus per giustificare la crisi finanziaria e coprire le enormi responsabilità di una finanza spregiudicata. Ma quello esposto potrebbe essere il meccanismo di una possibile nuova crisi.

    Auspichiamo, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l’occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.

    Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato «Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica».

    La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile «scontro di civiltà». Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.

    1) Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano «una stagnazione secolare». Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.

    2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto «Sistema americano» di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.

    Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.

    3) Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco «più complice». Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.

    Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l’economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l’ambiente.

    Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Modelli economici: l’indebitamento digitale

    Le strategie economico politiche di sviluppo nascono viziate da una legittima impostazione ideologica che determina ma soprattutto condiziona persino la semplice interpretazione dei dati oggettivi proposti da obiettive rilevazioni statistiche. La semplice sintesi, quindi, di questi approcci parziali dalle analisi alla elaborazione delle strategie e dei successivi provvedimenti legislativi trova nella politica economica dei diversi governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese degli esempi eclatanti e contemporaneamente inquietanti.

    Un approccio culturale alle tematiche economiche tipico tanto per gli schieramenti “progressisti” quanto per i “sovranisti”, viziato fin dalle prime considerazioni dei sistemi reali.

    Da anni lo schieramento politico “progressista” della nomenclatura economica e politica continua a proporre la tracciabilità di tutti i pagamenti come unica soluzione all’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) e come espressione di un modernismo anche se a tutt’oggi gli effetti acquisti risultano assolutamente sconosciuti soprattutto ai proponenti.

    Il modello Nord europeo da sempre viene indicato come quello più avanzato proprio perché buona parte delle transazioni avviene attraverso la moneta elettronica. In poco più di dieci anni in Finlandia, a fronte di un 70% di pagamenti in contanti sono passati all’80% attraverso la moneta elettronica (fonte WSJ). Contemporaneamente il venire meno del controllo fisico e giornaliero dei pagamenti in contanti ha portato ad un aumento dell’indebitamento dei consumatori. Come logica conseguenza attualmente circa il 7% della popolazione non è più in grado di pagare le bollette dell’utenza domestica: un dato allarmante cresciuto negli ultimi dieci del 33%.

    In altre parole, anche all’interno di una società considerata evoluta e moderna, come quella del nord Europa, lo strumento digitale si sta rivelando non una opportunità ma una vera e propria sciagura se non supportata da un sistema parallelo informativo per le persone meno alfabetizzate sotto il profilo digitale.

    Questa situazione di fatto pone a rischio l’equilibrio finanziario dei consumatori finlandesi e lo stesso se applicato dalla classe politica italiana ma con un maggiore massimalismo ideologico produrrà i medesimi effetti anche per l’utenza italiana la quale gode tuttavia di un “risparmio e una giacenza sui conti correnti” maggiori.

    Forse il vero obiettivo di questa adozione della moneta elettronica oltre a consentire delle laute rendite di posizione agli Istituti bancari attraverso le commissioni rappresenta l’ennesima ed implicita strategia per accedere ai risparmi depositati sui conti correnti.

    Qualsiasi possa essere lo schieramento politico (sovranisti o progressisti), questo ha la medesima responsabilità di quelle disgraziate politiche fiscali ed economiche (si pensi alla ridicola lotteria degli scontrini) tendenti alla esclusione progressiva del circolante a favore della moneta elettronica per evidenti proprie lacune culturali o torbidi interessi con il sistema bancario.

    In una democrazia liberale si lasciano liberi i diversi sistemi di pagamento offrendo l’opportunità ai cittadini di scegliere le forme che considerano maggiormente vantaggiose o idonee. Nei regimi socialisti invece lo Stato decide per i propri cittadini.

    In Italia viene quindi adottata la versione di stato socialista ma rigorosamente “ad insaputa” della stessa classe politica e dirigente che continua a definirsi democratica e liberale.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Un’agenzia europea contro il riciclaggio dei soldi sporchi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il primo febbraio 2020.

    Il riciclaggio dei soldi sporchi, il trasferimento di finanze generate da atti criminali e ovviamente di origine ignota, da tempo è diventata una vera emergenza internazionale e europea. Il crimine organizzato, il traffico di droga, il terrorismo internazionale e certe forme illegali di speculazioni finanziarie prosperano se il riciclaggio di soldi opera indisturbato.

    Il potere del crimine è nella sua capacità di violare le leggi e di indebolire la società civile. La minaccia diventa più pericolosa e intollerabile quando si riesce a trasformare i soldi sporchi in attività legali e a controllarle. In Italia sappiamo bene come e quanto le varie mafie abbiano penetrato settori importanti dell’economia.

    Sembra che l’Unione europea si stia  finalmente muovendo per un significativo rafforzamento delle misure contro il riciclaggio, l’anti-money laundering (AML). Poco prima delle vacanze di Natale, i ministri delle Finanze dell’Ue, nel loro meeting Ecofin, hanno dato mandato alla Commissione europea di studiare la creazione di una struttura indipendente, dotata dei necessari poteri di azione, per combattere il fenomeno in modo centralizzato ed efficace. Prima dell’estate, la Commissione dovrebbe elaborare una proposta di legge da sottoporre al Parlamento e al Consiglio europeo.

    Sul tema l’Ecofin era stato preparato da un incontro, organizzato qualche giorno prima, da sei ministri delle Finanze, con un’attiva partecipazione dell’Italia.

    Certamente in Europa non mancano strutture e legislazioni per combattere il riciclaggio. Il problema, però, è che la supervisione delle banche e degli altri enti riguardo al riciclaggio è governata dalle autorità nazionali di ogni singolo Stato membro, ognuno con le proprie leggi e le proprie capacità d’intervento. In Italia con il secondo governo Prodi fu approvata una buona legge in merito.

    Si tratta di un’ovvia debolezza e di un’evidente contraddizione rispetto al fatto che si opera nell’area euro e in un unico mercato.

    La Banca centrale europea ha già il compito sovranazionale di controllare le banche d’importanza sistemica con attivi superiori a 30 miliardi di euro. Le altre banche, invece, sono controllate dalle autorità nazionali. Il crimine organizzato di solito preferisce utilizzare quest’ultime.

    Di conseguenza, pensiamo che creare un “supervisore dei supervisori” non sarebbe la risposta più opportuna ed efficace. Come già visto in passato, si genererebbe un processo troppo farraginoso e poco incisivo. Lo stesso accadrebbe se si lasciasse questo compito in seno all’attuale Autorità bancaria europea, come alcuni vorrebbero. Si ricordi che molte operazioni di riciclaggio sono fatte tramite strutture finanziarie non bancarie, il cosiddetto shadow banking, che non è sottoposto agli stessi controlli applicati alle banche. Inoltre, dette operazioni di riciclaggio potrebbero essere fatte sempre più da entità completamente fuori dal sistema bancario e finanziario.

    Noi pensiamo che si dovrebbe creare una sorta di Interpol europea, un’agenzia indipendente con un mandato specifico e con adeguati poteri per operare sull’intero territorio europeo e contrastare la crescente espansione del riciclaggio. Il Parlamento europeo dovrebbe definirne al più presto i compiti e le regole.

    Negli anni passati, purtroppo, l’Europa è dipesa, in modo imbarazzante, dalle informazioni e dalle iniziative americane nel contrasto al riciclaggio. Il 2018 è stato un anno pieno di casi importanti, però con provvedimenti tardivi e poco sanzionati. Basti ricordare la chiusura della banca ABLV in Lettonia, le indagini sulla Danske Bank in Danimarca e in Estonia e la multa più alta della storia europea comminata alla banca ING olandese. Tutti casi che provano la “pochezza” europea nella lotta per colpire l’uso di soldi sporchi. Ma nessun paese europeo può ritenersi irreprensibile.

    La dimensione del fenomeno è certamente enorme. Poiché è difficile quantificarlo, sono stati fatti pochi studi. L’agenzia intergovernativa FATF, il Gruppo d’azione finanziaria, decisa a suo tempo dal G7, riporta che nel 1998 il Fondo Monetario internazionale ne stimava l’ammontare tra il 2 e il 5% del pil mondiale. A quella data si trattava di una forbice tra 590 e 1.500 miliardi di dollari. Nel 2009 una ricerca dell’Ufficio dell’ONU sulle droghe e il crimine organizzato (UNODC) affermava che il riciclaggio fosse di1.600 miliardi di dollari circa, pari al 2,7% del pil mondiale.

    In Italia l’Unità di informazione finanziaria (UIF) presso la Banca d’Italia riporta che vi è un significativo aumento delle segnalazioni da parte del sistema bancario di operazioni sospette.

    *Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia **Paolo Raimondi economista

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