Europa

Brexit: il modello norvegese

Troppo spesso si considera il declino culturale del nostro Paese assolutamente svincolato dal contesto europeo. L’istituzione del referendum relativo all’uscita della Gran Bretagna (Brexit)  dall’Unione Europea nacque dalla presunzione di Cameron di “conoscerne e prevederne” l’esito che considerava scontato e così rafforzare la propria posizione politica, convinto nella vittoria del “remain”.

Successivamente a questa ottusa ed egocentrica presunzione politica si sono aggiunte le diverse visioni relative ad una “hard” o “soft Brexit” che contrappongono politici britannici di varie ideologie politiche agli esponenti della stessa Unione Europea. Il negoziato, per arrivare ad una forma condivisa ma soprattutto a “basso impatto economico” per entrambe le parti, ha visto l’altalenarsi di prese di posizione altamente irresponsabili. La prima delle due opzioni (hard Brexit)  determinerebbe l’uscita dal libero mercato dello stato britannico con un conseguente appesantimento delle procedure doganali e imposizioni di possibili tariffe o dazi. Si pensi che il solo allungamento delle pratiche doganali ha spinto la Toyota e ricordare come la scelta dei siti produttivi nella Gran Bretagna verrebbe in questo caso rimessa in discussione. Il ‘time to market’ ormai nella economia globale rappresenta un fattore fondamentale per il successo di una gamma di prodotti.

Il gioco politico relativo alla due opzioni, tanto in Gran Bretagna quanto nella Unione Europea, ha rappresentato il palcoscenico per egocentrici politici che utilizzavano l’intera problematica a proprio uso e consumo. In questo contesto non va dimenticato come la stessa Italia esporti in Gran Bretagna 28 miliardi di dollari ed una eventuale hard Brexit rappresenterebbe un grave problema per le nostre aziende esportatrici ed esponenti del nostro Made in Italy.

Al di là delle spesso azzardate previsioni relative a chi tra l’Unione nella sua articolata interezza o piuttosto la Gran Bretagna avrebbe maggiori danni nel caso di un mancato accordo, adesso la Brexit rimane un problema ECONOMICO evidente con certo anche connotazioni politiche.

Esiste, tuttavia, un unico modello già rodato da applicare e che funziona discretamente. La Norvegia infatti non fa parte dell’Unione Europea, tuttavia ha aderito all’Efta (Associazione europea di libero scambio), come all’area economica europea (Eea), mantenendo però la propria indipendente autorità per le materie relative all’off shore ed alla pesca.

L’obiettivo principale da raggiungere in questo modo dovrebbe muovere i negoziatori inglesi ed europei al raggiungimento di un accordo che possa permettere il mantenimento della libera circolazione delle merci come delle persone adottando appunto un modello consolidato come quello che regola le relazioni commerciali tra l’Unione stessa e la Norvegia.

Mai come in questo caso gli interessi economici coincidono con gli interessi dei cittadini europei quanto britannici che vivono del libero scambio e, di conseguenza, della possibilità delle proprie aziende nelle quali lavorano di esportare in regime di libero mercato i propri prodotto o servizi.

Di certo per ora gli scenari che la politica e le istituzioni hanno offerto durante queste complesse quanto inattese trattative successive all’esito del referendum dimostrano ancora una volta l’assoluto declino  culturale che coinvolge l’intero continente europeo.

Anteporre la propria smania di grandezza al conseguimento di un equilibrio successivo al referendum dimostra tanto in Inghilterra quanto in Europa il livello del nostro declino culturale e politico.

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