Brexit

  • Adesso, 62 anni dopo…

    La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

    dal “Manifesto di Ventotene”

    “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Iniziava così quell’importante testo, quel documento storico che è meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Sotto il significativo titolo “Per un’Europa libera e unita; Ventotene, agosto 1941”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, insieme anche con Ursula Hirschmann e altri, in quel documento sviluppavano ed esponevano le loro visioni su come potrebbe e dovrebbe essere la nuova Europa. Spinelli e Rossi in quel periodo, per le loro idee, si trovavano internati al confino nell’isola di Ventotene. Un documento nel quale gli autori argomentavano la necessità di costituire “…una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale”. Tutto scritto mentre la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e le sorti del conflitto erano ancora tutt’altro che previste.

    Circa nove anni dopo, il 9 magio 1950, Robert Schuman, l’allora ministro francese degli Affari Esteri, ha presentato una proposta concreta. Proposta che ormai viene conosciuta come la Dichiarazione Schuman e che prevedeva la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una proposta coraggiosa, tenendo presente la storia dei conflitti europei e, più in particolare, quelli tra la Francia e la Germania. Ma, allo stesso tempo, anche una proposta lungimirante, tramite la quale si definiva un nuovo modello, sovranazionale, di collaborazione tra gli stati sovrani, che apriva nuove e concrete prospettive per i paesi europei. Il perno della proposta di Schuman era un accordo tra i paesi aderenti, per mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio. “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Così dichiarava allora Robert Schuman. Quell’accordo è stato raggiunto circa un anno dopo e i paesi firmatari erano sei: la Francia, la Germania dell’ovest, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il rispettivo trattato è stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951. La lungimiranza della proposta di Schuman andava oltre ad un accordo economico tra paesi sovrani. E non a caso si riferiva al carbone e all’acciaio. Due materie prime che erano alla base della produzione degli armamenti e, perciò, direttamente legati ai conflitti bellici. Il carbone e l’acciaio erano, in quel periodo, due tra i più importanti elementi dell’industria e della potenza politica e militare sia della Francia che della Germania. Accordarsi sulla produzione comune di queste due materie prime, rappresentava una solida base per allontanare il continuo pericolo dei conflitti armati tra paesi e in vasta scala mondiale. Come la storia ha in seguito dimostrato, la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha spianato la strada alla costituzione, sei anni dopo, di quella che adesso è l’Unione europea.

    Costituzione avviata il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio. I rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dell’Olanda hanno firmato i due Trattati di Roma. Il primo era il Trattato che istituiva la Comunità Economica europea. Un trattato che doveva regolamentare e gestire l’integrazione economica dei paesi aderenti e che rappresenta ancora la base legale di diverse decisioni che si prendono nell’ambito dell’ormai Unione europea. Il secondo era il Trattato che istituiva la Comunità europea dell’Energia Atomica, attualmente riconosciuta come Euroatom. Il compito di questo Trattato era quello di regolamentare e gestire gli investimenti sull’energia nucleare, in pieno sviluppo in quel periodo. Jean Monnet, uno dei Padri Fondatori dell’Unione europea dichiarava allora: “Quello che bisogna cercare è una fusione di interessi dei popoli europei e non solamente il ‘mantenimento’ dell’equilibrio di questi interessi”.

    Dal 25 marzo 1957 ad oggi altri paesi hanno aderito all’ormai Unione europea. Nel 1986 i paesi membri erano diventati dodici. Dopo il crollo del muro di Berlino diversi paesi dell’Europa dell’est hanno aderito all’Unione. L’ultimo paese membro, in ordine di tempo, è stato la Croazia nel 2013. Adesione quella che ha fissato il numero complessivo dei paesi membri a 28. Altri paesi, soprattutto quelli balcanici, hanno ufficialmente presentato richiesta e stanno percorrendo il previsto processo dell’adesione nell’Unione europea.

    Ma c’è anche un paese, il Regno Unito, che dal 23 giugno 2016, dopo l’esito del referendum per la permanenza o meno nell’Unione europea, ha avviato le procedure per l’uscita. Circa il 52 % dei suditi della regina Elisabetta hanno votato per il “Brexit”, parola appositamente coniata per indicare l’uscita. Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Gran Bretagna è ormai nota a tutti. Dall’inizio di questo mese sono state tre le votazioni significative con voti trasversali in Parlamento, contro le mozioni presentate sull’accordo dalla premier Theresa May con il capo negoziatore dell’Unione europea Michel Barnier. Accordo che, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, stabiliva le procedure, diritti e obblighi compresi, per l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo 2019. Cioè a fine mese. Da sottolineare che, dal 2009, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di recesso di uno Stato membro dell’Unione europea dalla stessa Unione. In seguito, il Parlamento del Regno Unito ha votato per una proroga di questa data, nonché contro il “No deal”. Un’altro termine questo, coniato appositamente e che si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun ulteriore accordo. Il che, insieme con altre problematiche verificate nel frattempo crea altre incognite ed ulteriori grattacapi. Sabato scorso, il 23 marzo, erano circa un milione per le strade di Londra, secondo fonti mediatiche, a manifestare contro l’uscita e la revoca da parte del Parlamento del sopracitato articolo 50, che stabilisce l’atto di “divorzio” tra il Regno Unito e l’Unione europea. Rimane tutto da vedere e da seguire come andrà a finire questo “matrimonio” celebrato nel 1973.

    Tutto questo e altro ancora, movimenti populisti compresi, sono le realtà europee adesso, 62 anno dopo la firma dei due Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Realtà vissute, mentre soltanto due mesi dopo ci saranno le nuove elezioni per il Parlamento europeo.

    Chi scrive queste righe ha creduto sempre nel lungimirante progetto europeo dei Padri Fondatori, i quali, come ha detto Papa Francesco “hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore”. Egli crede in un’Europa fondata sui valori, sull’uguaglianza e sulla libertà, rispettando tutti i diritti e i doveri sanciti dagli accordi. Egli condivide il pensiero di Monnet secondo il quale “non c’è futuro per i popoli europei se non nell’Unione”. Essendo convinto però che non bisogna mai dimenticare l’ultima frase del “Manifesto di Ventotene”. E cioè che “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”. Anche per l’Albania, nonostante la grave e allarmante situazione in cui si trova.

  • Il Consiglio europeo proroga la Brexit al 22 maggio

    Il Consiglio europeo, cioè la conferenza al vertice dei capi di Stato o di governo dei 27 Paesi dell’Unione europea, ha risposto a Theresa May, primo ministro del Regno Unito, che chiedeva una proroga della data d’uscita dall’UE fissata al 29 marzo. Chi ha seguito le vicende della Brexit, ricorderà che la May ha sottoposto al voto della Camera dei Comuni, per ben due volte, il testo dell’accordo stabilito con l’Unione Europea, e approvato del suo governo, riguardante il periodo successivo all’uscita dall’Europa. E per ben due volte la Camera dei Comuni ha respinto l’accordo con maggioranze molto forti. Avendo fatto votare anche se il parlamento accettava un’uscita senza accordo e mancando ormai il tempo per rinegoziare il tutto, ammesso che l’UE avesse accettato il rinegoziato, i Comuni si sono espressi contro il “no deal”, cioè contro il non accordo. Non hanno accettato l’accordo negoziato dal loro governo, ma non accettavano neppure di uscire senza accordo, per di più non hanno proposto un accordo alternativo, lasciando il governo in balia dell’incertezza e senza sostegno alcuno. Giunti alla vigilia della data d’uscita, la May ha chiesto allora una proroga, per avere il tempo di aprire nuovi negoziati. Il Consiglio europeo di ieri ha risposto favorevolmente, ma la scadenza limite è stata fissata al 22 maggio e condizionata al voto positivo dei Comuni (non solo del governo) sull’accordo d’uscita. In caso di bocciatura Londra dovrà indicare entro il 12 aprile come intende comportarsi con il voto delle elezioni per il Parlamento europeo. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, nel corso della conferenza stampa che ha avuto luogo al termine dei lavori, ha sottolineato che le conclusioni sono state raggiunte all’unanimità e che la Premier britannica Theresa May ha accettato gli scenari di proroga proposti dai 27 leader UE. “Fino al 12 aprile – ha spiegato – rimangono aperti tutti gli scenari. Londra avrà ancora la possibilità di un accordo, di una Brexit senza intesa, di una lunga estensione, o di revocare l’uscita”. Per il presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker, Bruxelles ha fatto tutto il possibile, rassicurando più volte il RU sul “backstop” per il confine interno all’Irlanda. Ha concluso il suo intervento, precisando che l’Unione è pronta ad affrontare qualsiasi scenario che il governo del Regno Unito le presenti. Theresa May ha confermato che Londra uscirà dall’UE e che spetta al Parlamento d’essere all’altezza di questo impegno preso con il popolo britannico. “Ora è giunto il momento delle decisioni” – ha dichiarato – “e la cosa giusta è uscire dall’UE con un accordo, senza revocare l’art. 50” e annullare così la Brexit. La scelta dell’UE – ha detto la May – sottolinea l’importanza che il Parlamento approvi l’accordo sulla Brexit la settimana prossima, in modo da poter mettere fine all’incertezza. In ordine alla decisione di partecipare eventualmente alle elezioni europee, la premier ha spiegato che “sarebbe sbagliato chiedere alla gente di partecipare a queste elezioni tre anni dopo aver votato la decisione di lasciare l’Unione”. E torniamo da capo. Voterà, il Parlamento, l’accordo che ha già respinto due volte? Accetterà di uscire senza accordo, dopo aver votato contro? E’ possibile la richiesta di una lunga estensione, che comprenderebbe la partecipazione alle elezioni europee di fine maggio? E un secondo referendum, nell’ipotesi di una maggioranza che rifiuti la Brexit, è realisticamente proponibile? Sono tutti punti interrogativi, senza risposta, per ora. L’incertezza permane!

  • Finalmente un sì, ma non per la Brexit

    Dopo tre votazioni consecutive, che hanno respinto le mozioni del Primo Ministro Theresa May, il parlamento inglese il 14 marzo scorso ha finalmente espresso una maggioranza per un sì. Non era però un sì a favore della Brexit, ma per chiedere una proroga della data d’uscita dall’Unione europea, prevista per il 29 marzo. Il sì è stato espresso senza incertezze. La proroga tuttavia, non è decisa dal parlamento, ma dall’UE, di comune accordo. E se l’UE non la concedesse, che succederebbe? Si arriverebbe al 29 marzo ed il Regno Unito, così disunito come non lo è mai stato, in questi ultimi due anni che fanno seguito al risultato del referendum favorevole alla Brexit, sarebbe costretto ad abbandonare l’Europa con il “no deal”, cioè senza nessun accordo sul dopo. Il parlamento il 13 marzo ha votato contro il “no deal”, ma se la proroga non venisse concessa quel voto non sarebbe servito a nulla. Pur di fronte a queste palesi eventualità, la Camera dei Comuni non ha mai voluto accettare l’accordo che la May aveva stabilito con l’UE, accordo che era stato approvato dal governo, ma respinto per ben due volte da una grande maggioranza di parlamentari. L’incertezza regna sovrana, abbiamo scritto nell’articolo precedente, e nonostante questo ritardato sì, l’incertezza la fa ancora da padrona, almeno fino al 21 marzo, data in cui l’Unione europea dovrebbe esprimersi sulla proroga. L’incertezza non scompare con l’eventuale accettazione della proroga da parte dell’UE. La proroga, infatti, che durata deve avere? Non dovrebbe superare il mese di giugno, altrimenti il RU sarebbe costretto a partecipare alle elezioni del parlamento europeo della fine maggio. Andare oltre quella data, partecipare alle elezioni per poi uscire sarebbe una presa in giro non solo per gli elettori britannici, ma anche per tutti quelli europei. Molti si chiedono a che cosa dovrebbe servire la proroga: a rinegoziare alcuni punti del precedenti accordo, come quello relativo al confine con l’Irlanda del Nord, ad esempio? Ma l’UE sarebbe disposta a modificare la sua posizione sostenuta fino ad ora con l’accordo del governo inglese? A decidere un secondo referendum, per verificare se di fronte alle difficoltà incontrate fino ad ora gli elettori britannici si esprimessero contro la Brexit, come i sondaggi lascerebbero intendere? I Laburisti, pare, sarebbero favorevoli. Tra i ribelli della sua maggioranza e la May non è ancora stato trovato un accordo. I colloqui con i parlamentari nordirlandesi del Dup non sono mai stati interrotti ed è evidente che un terzo voto sull’accordo potrebbe aver luogo soltanto di fronte ad una realistica prospettiva di successo. Bruxelles lascia trapelare che i 27 Stati dell’Unione sarebbero pronti ad attendere anche la settimana prossima e valutare una richiesta di rinvio fino ad un’ora prima della scadenza d’uscita del 29 marzo. L’Europa non è mai stata dura e rigida nel negoziato con il RU. Certo, con l’uscita non potrebbe accettare la partecipazione del RU all’Unione doganale e al Mercato unico, senza nessun’altra contropartita. Sarebbe troppo comodo partecipare ai vantaggi, senza impegni d’altro tipo, come la condivisione della sovranità e della solidarietà. E’ interessante l’opinione espressa in un’intervista a Gaia Cesare, de Il Giornale, dallo scrittore inglese Anthony Cartwright: “L’addio è sintomo, non causa dei problemi”. Alla domanda su quale è la sua sensazione di fronte al caos britannico, lo scrittore ha così risposto: “E’ chiaro che il governo ha perso il controllo della Brexit. C’è una febbre politica grave, un clima di profonda divisione, che non riguarda però solamente i pro Brexit e gli europeisti Remainers. Vi sono altre divisioni, quelle radicate, sociali ed economiche del nostro Paese. La Brexit è un sintomo, non la causa dei nostri problemi. E da quando si è svolto il referendum  non siamo ancora stati capaci di affrontarli. Il nodo della questione è il collasso dell’industria, che ha provocato una rabbia confluita a sorpresa nel referendum del 23 giugno 2016. Il problema è la disuguaglianza con cui è distribuita la ricchezza, non solo tra gli individui, ma anche tra le regioni, un’ingiustizia economica sistemica”. Se la vera causa delle divisioni, che tra l’altro non hanno permesso sino ad ora di trovare un  punto d’incontro per la Brexit, è evidente allora che non saranno gli incontri di questi ultimi giorni a risolvere il problema Brexit, come non sarà l’uscita dall’Unione europea, con o senza accordo, a ritrovare una giustizia sistemica. Il problema dell’incertezza e del caos britannico sulla Brexit ha radici ben diverse dalla questione della più o meno sovranità. La Brexit, tuttavia, è in dirittura d’arrivo. Come ci si arriverà e con quali altri pretesti, lo sapremo nei prossimi dieci giorni.

  • Terzo no del parlamento britannico alla Brexit del governo May

    Dopo i due no del parlamento all’accordo del governo con l’UE riguardante la Brexit, ieri è arrivato il terzo, che rifiuta un’uscita dall’Unione europea senza un accordo. Il voto è avvenuto su una mozione modificata da un emendamento a cui il governo era contrario. La mozione del governo era contraria al “no deal”, ma in termini meno netti rispetto a quelli posti dall’emendamento. 321 parlamentari hanno votato a favore della mozione emendata e 274 contro. La mozione approvata, che non è vincolante, stabilisce che Londra non lasci in alcun caso l’UE senza un’intesa. Il voto che avrà luogo oggi, 14 marzo, dovrà decidere se chiedere una proroga della scadenza dell’articolo 50 che sancisce l’uscita dall’Unione Europea il 29 marzo. In caso affermativo, il 21 marzo l’UE si esprimerà sulla proroga. Nel caso in cui questa proroga non fosse concessa, il Regno Unito uscirebbe dall’Unione senza nessun accordo, nonostante il voto di ieri. E’ un bel rebus, per non dire un grande caos. Due scenari si presentano ora: o elezioni anticipate, oppure un secondo referendum. La prima opzione sembra quella preferita dalle due fazioni principali, Conservatori e Laburisti. La proroga della scadenza servirà dunque per indire nuove elezioni oppure per indire un secondo referendum? Non è esclusa tuttavia l’ipotesi di aprire nuovi negoziati. La mozione approvata fissa a mercoledì 20 marzo la scadenza per i parlamentari per approvare un’intesa sulla Brexit. Se l’accordo non passasse allora il governo avrà bisogno di una proroga più lunga, che imporrebbe al Regno Unito di prender parte alle elezioni europee di fine maggio. L’incertezza, tuttavia, allo stato attuale, è l’elemento predominante. Per uscire da questa situazione caotica la soluzione più democratica e diretta dovrebbe essere un secondo referendum, che taglierebbe di netto tutte le manovre tattiche usate fino ad ora, da una parte o dall’altra, per non dare soddisfazione all’avversario, più che per dare una risposta certa e concreta all’uscita. Ma dopo le fratture nei gruppi politici durante i voti di questi giorni e dopo i timori apparsi nell’opinione pubblica sulle conseguenze della Brexit, tanto tra i Tory che tra i laburisti si è affacciata l’idea delle elezioni politiche anticipate. I primi sarebbero confortati da alcuni sondaggi favorevoli, i secondi perché le hanno sempre chieste durante tutta questa diatriba, ritenendo la May responsabile del caos in cui naviga da tre mesi la politica britannica. Ma nel caso di elezioni anticipate, che ne sarebbe della Brexit? La proroga dovrebbe essere allungata di molto ed i problemi di oggi si ripresenterebbero tali e quali. Ci sarebbe uno sconquasso probabile nei partiti attuali ed i rapporti con l’UE rimarrebbero probabilmente conflittuali, forse con minore intensità, ma sempre viziati dalla questione della sovranità. La questione della permanenza nell’unione doganale si ripresenterà e in caso di vittoria dei laburisti essa potrebbe rappresentare il bandolo vincente della matassa. Con la vittoria dei Conservatori si potrebbe ripresentare l’ipotesi di un’uscita no deal, con tutte le conseguenze del caso. Ma non ci soffermiamo oltre sulle ipotesi. Il voto di oggi probabilmente non contribuirà ad uscire dall’incertezza, ma potrebbe fornire qualche ulteriore indicazione. Staremo a vedere.

  • Secondo no del parlamento inglese all’accordo sulla Brexit (391 contro e 242 a favore)

    Ieri (12 marzo n.d.r.) si è registrata alla Camera dei Comuni un’altra secca sconfitta della May sull’accordo raggiunto qualche giorno fa con l’UE e modificato sulla questione del confine con l’Irlanda del Nord. Come era prevedibile, i deputati non sono stati convinti dalla nuova versione sull’appartenenza provvisoria dell’Irlanda del Nord all’Unione doganale con l’Europa. Anche il consigliere legale del governo, Geoffrey Cox, ieri mattina, prima del voto, aveva dichiarato che il rischio di restare intrappolati nel “backstop” nordirlandese è in parte ridotto, ma non eliminato del tutto. Il che equivaleva ad affermare che il via vai della May tra Londra e Bruxelles delle ultime settimane per ottenere nuovi vantaggi nel negoziato non era valso a nulla, in quanto l’Europa ci vuole fregare – hanno aggiunto i favorevoli alla Brexit. Secondo loro non era indicata una data per la fine della provvisorietà affermata nel testo. Motivo evidentemente pretestuoso, perché essi stessi non hanno un’alternativa da suggerire. Ma così stanno le cose. Il no del parlamento riporta i giochi alla casella di partenza. Che fare ora? Oggi (13 marzo n.d.r.) vi sarà un nuovo voto. Il parlamento dirà o meno, se è favorevole ad un’uscita senza accordi sul dopo, sul no deal come afferma il linguaggio mediatico. Si presume che il voto sarà contrario a questa ipotesi, poiché si teme che senza regole stabilite l’uscita potrebbe provocare conseguenze deleterie per l’economia del Regno Unito, che si rifletterebbero negativamente anche sull’Europa. Nel frattempo il RU, nell’ipotesi di un’uscita senza accordo, ha tagliato i dazi sulle importazioni. Il regime temporaneo per evitare un balzo nei prezzi per i consumatori, potrebbe durare fino a 12 mesi in attesa di definire un sistema permanente attraverso negoziati. Se il voto sarà negativo, i Comuni affronteranno un altro voto giovedì, probabilmente per decidere se vale la pena di spostare la data dell’uscita dall’UE, che come è noto, è stata fissata per il 29 marzo. Anche questa ipotesi, tuttavia, presenta non pochi inconvenienti. Procrastinare la data per fare che? Per quanto tempo? In vista di quale obiettivo nuovo da raggiungere? L’incognita della durata della proroga comprende la possibilità per il Regno Unito di partecipare alle elezioni del 26 maggio del Parlamento europeo, ha senso eleggere deputati per uscire eventualmente qualche mese dopo? Ma per evitare le elezioni bisognerebbe chiudere la proroga entro la metà di maggio. Per fare che cosa, nel frattempo? Rinegoziare gli accordi respinti ieri? Per sostituirli con che cosa? L’UE probabilmente vorrà conoscere che cosa esattamente vuole il RU prima di aprire nuovi negoziati. Anche ammesso che il governo della May si pronunci su questi nuovi obiettivi, manca il tempo necessario per accordarsi entro la metà di maggio. E quindi le elezioni potrebbero essere obbligate. Non è da scartare, però, un’altra ipotesi, cioè un secondo referendum, che è stato richiesto dai laburisti, dopo ambigui tentennamenti del loro leader, Geremy Corbyn, ed accettato anche da gruppi conservatori. In questo caso si riaprirebbero i giochi e non è escluso che si verifichi quello che la May ha continuato a dichiarare in queste ultime concitate settimane: “Se non approvate l’accordo che ho stabilito con l’UE, c’è il rischio che non si arrivi mai alla Brexit.” Forse potrebbe avere ragione, ancora una volta.

  • Una settimana calda per la Brexit

    E’ una settimana cruciale quella che sta affrontando il parlamento inglese. Oggi vota per la seconda volta l’accordo della May con l’Unione europea. Una prima volta l’accordo era stato bocciato con uno scarto di più di 200 voti. Con il voto odierno si spera che i deputati conservatori che erano contrari ci ripensino, a seguito delle parziali modifiche ottenute dalla May a proposito della frontiera con l’Irlanda del Nord, che con l’uscita dall’UE rimarrebbe ugualmente nell’Unione doganale, senza che ci rimanga il Regno Unito. Se il voto odierno sarà favorevole all’accordo, la Brexit entrerebbe in vigore il 29 marzo come previsto. Ma se il voto sarà contrario, si possono aprire vari scenari. Uno sarebbe un voto sul no deal, cioè un’uscita senza accordi sul dopo, con tutti i rischi che gli esperti temono per l’economia britannica. Un altro potrebbe essere un voto sulla richiesta di un rinvio della data dell’uscita, per consentire eventuali probabili negoziati, non certi, tuttavia, perché l’UE ha dichiarato più volte che il negoziato si è concluso con l’accordo accettato dal governo. Se il parlamento lo respinge, il problema è interno al RU. “Che gli inglesi se la vedano tra di loro”, verrebbe da dire. Uno scenario, infine, che taglierebbe la testa al toro, sarebbe il ritorno alle urne per un nuovo referendum, un referendum di verifica che si sostituirebbe all’incapacità dimostrata fino ad ora dal Parlamento di risolvere la questione. Il parlamento ha dimostrato d’essere diviso e perciò incapace di darsi una maggioranza che risolva la questione Brexit. Ma questa incapacità è causata anche dalla divisione interna ai due partiti: i Conservatori e i Laburisti. I primi sono divisi perché, approfittando della Brexit, alcuni di loro vorrebbero far uscire di scena la May. I secondi perché in parte sono contrari alla Brexit, e perché il loro leader, Jeremy Corbyn, vorrebbe far cadere il governo e giungere ad elezioni anticipate.  Tutte queste contrapposizioni, che non consentono il raggiungimento di una maggioranza per una delle diverse soluzioni, permettono alla May di rimanere in sella e di farle dire, per l’ennesima volta, che l’accordo da lei raggiunto con l’UE è il migliore tra quelli possibili e che se questo accordo sarà oggi respinto per la seconda volta, c’è il rischio che non si faccia nessuna Brexit. L’affermazione è sibillina. Senza accordo ci sarebbe infatti un’uscita no deal, che nessuno vuole, se non una sparuta minoranza di fanatici anti europei. Se un voto però respinge il no deal, la strada potrebbe essere libera per arrivare ad un secondo referendum? Intendeva dire questo la May, presupponendo che una seconda votazione sarebbe favorevole, come i sondaggi lasciano intendere, a rimanere nell’Unione europea?  I suoi avversari l’hanno accusata di ricatto per questa frase. Ma nessuno si azzarda a fare previsioni sul seguito che avrà il corso delle cose. La Commissione europea ieri l’altro ha fatto un gesto di distensione: ha accettato una soluzione sul confine dell’Irlanda del Nord che sarebbe accolto con favore dal partito nordirlandese che garantisce la maggioranza al governo della May. E’ un gesto di buona volontà per non inasprire gli animi e lasciare una porta aperta per l’accettazione dell’accordo da parte del parlamento. Sapremo fra poco come andrà a finire il voto, che se sarà negativo, riporterà tutta la questione in alto mare, dove le tempeste, quasi mai, sono tranquille.

  • La May non molla

    Era stato previsto per oggi (27 febbraio) un ulteriore voto ai Comuni sull’accordo del governo con l’UE, perfezionato nel corso dei negoziati che avrebbero dovuto regolare il problema del confine con l’Irlanda del Nord, ma, come era da prevedere, il voto non avrà luogo. La May non è riuscita, ed anche questo era da prevedere, ad ottenere ora soddisfazione sul tema in discussione ed ha preferito rinviare il tutto al 12 marzo. All’interno del governo alcuni ministri, sulla questione del confine e sul rischio di un’uscita no deal, avevano minacciato le dimissioni, E’ anche sotto questa pressione che la May ha rinviato il voto, apprestandosi ad affrontare altri colpi, più o meno mancini, da parte di alcuni dei suoi e da parte dei laburisti, che ora sono disposti ad appoggiare un secondo referendum. Se il 12 marzo l’accordo sarà di nuovo bocciato, il 13 il governo sottoporrà al Parlamento una mozione in cui si chiederà ai deputati se vogliono lasciare l’UE senza accordo. Il risultato è dato per scontato, poiché i duri della Brexit disposti ad accettare un no deal, in aula sono un gruppo sparuto. Il 14 marzo allora il governo presenterebbe una mozione, che propone un’estensione “breve e limitata dell’art. 50, cioè un rinvio dell’uscita, che ora è prevista per il 29 marzo. Non è escluso che su questa ipotesi il parlamento esprima una maggioranza. Resta allora da stabilire quanto durerà l’estensione “breve e limitata”. Se andasse oltre giugno il RU potrebbe partecipare alle elezioni del Parlamento europeo. Ma molti sarebbero contrari. D’altro canto, questa estensione dovrà essere concordata con l’UE, tenendo presente che essa in ogni caso non può prevenire il rischio di un no deal. Le ipotesi sono molte, ma probabilmente la May conta sul fatto che alla fine, o si punta sul suo accordo, o si va incontro al caos, mettendo a rischio la stessa Brexit. La sua strategia del “prender tempo” è ancora vincente, ma fino a quando? Gli estremisti della Brexit sono furiosi, avendo compreso che la strategia del rinvio, dopo i prossimi voti, porterà acqua al mulino della May. I laburisti, anche nel caso di un’approvazione dell’accordo della May, insistono sul secondo referendum e Corbyn, con le sue ambiguità  e con l’ipotesi di un secondo voto popolare, si è alienato la simpatia dei favorevoli alla Brexit, che gli precluderebbero definitivamente un suo ingresso a Downing Street. Non sarebbe una grave perdita per il RU, ma la crisi del Labour continuerebbe, in attesa dell’apparizione di nuove leadership. La May, invece, contestata da sempre, ora dai favorevoli alla Brexit, ora dai suoi contrari, talvolta bocciata dai Comuni, tal altra promossa con la fiducia, tra un rinvio e l’altro, continua a gestire il mazzo e a distribuire le carte. Vedremo quali assi le rimarranno ancora in mano e come intenderà giocarli.

  • La Brexit fa vittime e crea un nuovo movimento

    Sono otto i deputati che hanno dato le dimissioni dal partito laburista e tre dal partito conservatore, tutti insoddisfatti di come i loro partiti hanno trattato la questione dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. I laburisti accusano anche il loro leader Corbyn di essere stato ambiguo nel corso delle procedure parlamentari per l’approvazione dell’accordo del governo May con l’UE e per non aver mai definito una posizione precisa sulla Brexit. I tre conservatori sono insoddisfatti del modo usato dalla May in parlamento per avere il consenso sull’accordo ottenuto con l’UE. Gli undici in sostanza sono contro la Brexit e l’unico modo per esercitare una pressione per combatterla, ritengono sia l’uscita dai loro rispettivi partiti e la formazione di un nuovo movimento, che sta prendendo forma e che si chiama “Independent Group”.  Con quali prospettive? La situazione è veramente caotica e l’incapacità del parlamento di trovare una posizione maggioritaria che definisse la sua linea definitiva sull’uscita, ha contribuito a creare questo caos e a far correre il rischio di un’uscita senza nessun accordo. In realtà il parlamento, più che a darsi da fare per evitare il peggio, è sembrato più interessato a sfruttare le difficoltà della Brexit per malmenare la May: Corbyn per farla dimettere e giungere a nuove elezioni, buona parte dei conservatori per toglierle la leadership del partito. Di fronte a questa realtà parlamentare surreale, gli undici dissidenti, con la formazione di un nuovo movimento, sperano di rompere la rete delle imboscate parlamentari per mescolare le carte e giungere a un secondo referendum, e comunque a evitare un’uscita “no deal”. Sperano inoltre di far saltare le priorità che ora sono in mano all’Erg, il gruppo che riunisce i falchi della Brexit, e al Dup, il partito nordirlandese che garantisce ai Tory la maggioranza ai Comuni. Theresa May ha detto di essere molto dispiaciuta per la partenza dei suoi tre deputati, nel Labour si dice che bisogna capire chi se ne va e che bisogna curare le insofferenze. Molti tuttavia ritengono che la vendetta non si farà attendere e che si potrebbero preparare delle elezioni suppletive nei collegi dei dissidenti, per farli punire direttamente dagli elettori. Ma per ora i ribelli non sembrano preoccupati delle conseguenze della loro uscita e nella foto di gruppo che li ritrae sorridenti, sembrano invitare altri colleghi a venire con loro. Per quelli che non sopportano più Corbyn, per il suo antisemitismo ed il suo marxismo radicale, e per quelli che non possono più accettare la May, come i liberaldemocratici e molti conservatori, potrebbe forse essere giunto il momento di creare quel partito del 48% (la percentuale anti Brexit al referendum del 2016) di cui si parla da due anni a questa parte senza aver mai fatto niente di concreto. Nel frattempo, quasi a sostegno degli indipendenti, sono arrivati, puntuali come sempre, alcuni sondaggi rassicuranti. Quello del Times indica i Conservatori al 38%, i Laburisti al 28%, misurando in questo modo l’opposizione a Corbyn, e l’Independent Groupe al 14%. I Liberaldemocratici seguono al 7%. Sono sondaggi, non voti, e ai sondaggi molti non credono più. Tuttavia quel 14 per cento veniva sussurrato da molte labbra, accompagnato da complici sorrisi. Nel frattempo la May a Bruxelles faceva gli ultimi tentativi di modificare certe parti dell’accordo con l’UE per evitare il “no deal”. Non è detto che ci riesca, ma alcune modifiche potrebbero servirle per sopravvivere al nuovo voto dei Comuni previsto per il 27 febbraio. Intanto il 29 marzo s’avvicina e niente è certo o scontato. Il 23 marzo, organizzata dal People’s Vote, ci sarà una grande manifestazione a sostegno di un secondo referendum. Ma se il nuovo movimento non riuscirà a imporsi ora, anche la manifestazione potrebbe risultare improduttiva. Staremo a vedere. La Brexit può riservare sempre nuove sorprese.

  • La May sconfitta un’altra volta ai comuni

    Il voto ha avuto luogo giovedì sera ed ha respinto la mozione (303 sì e 258 no) da lei presentata per chiedere al Parlamento di confermare la fiducia al suo accordo sulla Brexit, con alcune modifiche che l’Unione europea aveva sempre rifiutato. Si trattava di confermare un emendamento presentato dal deputato Graham Brady, capogruppo del partito conservatore, riguardante il confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica irlandese. Il voto non ha alcuna conseguenza pratica, ma indebolisce certamente la posizione della May in vista di nuovi eventuali negoziati con Bruxelles. Intanto il 29 marzo 2019, la data dell’uscita, si avvicina e il rischio della mancanza di un accordo si fa sempre più plausibile. Ma nessuno sembra preoccuparsene più di tanto, anche se larghi settori del mondo produttivo temono le conseguenze che ne potrebbero derivare. I sostenitori di un secondo referendum, addirittura, continuano a pensare che la migliore strategia sia l’attesa. Di che cosa, non si sa bene. Qualcuno pensa che col passar del tempo il Parlamento possa cambiare opinione ed accettare una posizione meno rigida sull’accordo. A mano a mano che ci si avvicina alla data fatidica “i deputati dovranno scegliere tra un secondo referendum e il “no deal”. E sceglieranno la prima opzione” – dice Eloise Todd, direttrice di un Movimento che si batte per un voto popolare sulla Brexit. Col passar del tempo – dicono gli strateghi del People’s Vote – tutte le alternative al secondo referendum, incluso l’accordo raggiunto dalla May con l’UE – verranno bocciate. La May non avrà mai i numeri necessari in Parlamento per approvare la sua intesa con Bruxelles e i suoi tentativi di ricevere dall’UE nuove concessioni, non andranno mai in porto. “A quel punto – dicono sempre quelli del People’s Vote – gli europeisti dei Tory capiranno che la May non potrà ottenere più nulla e allora si schiereranno a favore di un secondo referendum”. Anche la May vuole allungare i tempi, nella speranza che le possibilità di vittoria possano aumentare. Nel frattempo si prepara ad un nuovo incontro con il Parlamento, previsto per il 26 febbraio prossimo. E in vista di nuovi eventi i deputati favorevoli a rimanere in Europa potrebbero mobilitarsi per evitare un’uscita “no deal”. Ma puntando su che cosa?

    All’orizzonte – è Il Guardian che ne parla – s’affaccia il tentativo di Jeremy Corbyn, capo dell’opposizione, di illustrare ai negoziatori europei la sua strategia. Per avvicinarsi all’accordo già stabilito con la May? Non pare proprio. La May non vorrebbe rimanere nell’Unione doganale, mentre Corbyn potrebbe accettare questa ipotesi. Una larga intesa con la May dunque sarebbe da escludere, ma per raggiungere che cosa, allora? Gli osservatori si sbizzarriscono nell’intravvedere varie ipotesi di soluzione, ma un dato è certo: il Parlamento non è in grado di proporre scelte credibili e nello stesso tempo rifiuta quelle fatte dal governo. Cosa tentare ancora? Chi si rimangerà le scelte fatte fino ad ora? Scelte che non hanno fatto fare nessun passo avanti verso una Brexit negoziata? Prendere tempo, come auspicano coloro che sono contrari al “no deal”, e che rimarrebbero volentieri nell’UE, dove potrà portare nei prossimi 40 giorni? Mai il Regno Unito aveva offerto  un’immagine di sé così sbrindellata. Mai la sua democrazia parlamentare era stata così divisa, anche all’interno dei partiti che la strutturano. E la May non molla. Per andare dove? Fra qualche settimana avremo le risposte; rimaniamo in attesa anche noi!

  • Brexit: la quadratura del cerchio non è ancora riuscita

    E’ stata secca la risposta dell’Unione europea alla richiesta di Londra di aprire nuovi negoziati per modificare l’accordo che era stato accettato in dicembre dal governo di Theresa May, ma respinto a grande maggioranza dalla Camera dei Comuni. Il punto più caldo in discussione, dopo il voto avvenuto il 29 gennaio, era il rinegoziato sul backstop, cioè sulla frontiera che dovrebbe rimanere aperta tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, con o senza l’appartenenza del Regno Unito all’unione doganale. Davanti al Parlamento europeo, tanto Juncker, presidente della Commissione, che Barnier, capo negoziatore europeo, hanno dichiarato che l’accordo Brexit non sarà rinegoziato, tanto sul punto del confine irlandese, quanto sulla proroga della data d’applicazione dell’art. 50. Tutte inutili allora le due sessioni parlamentari durante le quali parte dei conservatori e gli oppositori laburisti si sono trovati uniti il 15 gennaio nel respingere in toto l’accordo e si sono trovati disuniti nel richiedere l’apertura di nuovi negoziati il 29 gennaio. Il perché di queste contraddizioni si spiega col fatto che anziché dialogare per la riuscita della Brexit, in realtà il dibattito è stato centrato surrettiziamente sull’indebolimento e la sconfitta della May, ma con una contraddizione più grande che è stato il voto di fiducia riservatole il giorno successivo al voto negativo sull’accordo già approvato dal governo. La sessione del 29 gennaio, durante la quale sono stati discussi e votati alcuni emendamenti, era stata prevista proprio per mettere ulteriormente in difficoltà la May, ma alcuni osservatori, dopo il voto su alcuni di essi, hanno riconosciuto che la May stessa era uscita dal dibattito più forte di prima. Come conciliare il problema dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, che è una questione molto, ma molto importante, con i tatticismi di entrambi i partiti in lizza per diminuire, se non per liquidare, come vorrebbero i laburisti, il potere della May tanto nel suo partito che nel governo? La non chiarezza degli intenti, l’assenza di una strategia chiara e comprensibile, ha prodotto il risultato che è sotto gli occhi di tutti, vale a dire che il parlamento non ha una posizione maggioritaria sulla Brexit, sui modi della sua uscita, sugli eventuali rapporti da definire con l’UE dopo l’uscita, ecc. Se la data dell’uscita rimane quella fissata con l’applicazione dell’art. 50, venerdì, 29 marzo 2019, che succederà in assenza di un accordo? Il no deal, tanto deprecato da Corbyn a parole, ma per evitare il quale nulla ha concretamente fatto il suo partito, provocherà certamente disastri, anziché benefici. Uno dei suoi principali effetti riguarderà certamente il commercio con l’Europa. Attualmente, infatti, il RU fa parte del mercato unico europeo, che rende molto semplice esportare e importare merci con il resto dell’Unione. Senza accordo, il Regno Unit sarà considerato dal resto dell’Unione come un paese estraneo e questo comporterà un notevole aggravio in termini di permessi da ottenere, documenti da compilare e nuove procedure da seguire. Un documento del governo britannico consiglia esplicitamente alle aziende impegnate nel commercio con l’Europa di dotarsi di consulenti specializzati e di affidarsi a società che si occupano di svolgere questo tipo di pratiche burocratiche, senza parlare dei tempi da rispettare alla dogana per il disbrigo delle formalità che verrebbero richieste. Gli esperti parlano già di code che intralceranno il traffico a partire dal porto di Dover, ad esempio. La situazione non ci rallegra, avremmo auspicato un accordo per evitare le conseguenze negative da tutti temute, ma al punto in cui sono giunte le cose, il timore del no deal è reale e concreto, anche per l’Europa, sia pure in misura inferiore. La Brexit infatti era stata vista come un grande danno anche per l’Unione europea, perché l’uscita del Regno Unito avrebbe potuto rappresentare l’inizio di una fase discendente, seguita da altri Paesi. Due anni e mezzo dopo, la percezione delle cose è cambiata. L’UE ha assunto sempre una posizione comune durante i negoziati, proteggendo il paese membro che avrebbe potuto risultare il più danneggiato da una hard Brexit, cioè l’Irlanda, mentre il Regno Unito si è diviso profondamente e non è ancora riuscito a venir fuori dal caos politico che si è creato attorno alla Brexit. Per questo condividiamo l’interessante l’opinione espressa dal giornalista Steven Erianger sul New York Times: “Niente ha unito di più l’UE che la caotica rottura col Regno Unito”, anche se siamo convinti che l’uscita non risolva affatto i problemi che l’UE ha di fronte, compreso quello delle forze cosiddette sovraniste che minano alla base le ragioni dello stare insieme e le prospettive di uno sviluppo dell’Unione politica.

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