Brexit

  • Dopo la Brexit il Regno Unito potrebbe chiedere il rientro nell’Ue

    Lo ha affermato Michel Barnier, il principale negoziatore dell’UE sull’accordo di ritiro UE-Regno Unito in corso (Brexit).

    Durante una conferenza tenutasi a Bruxelles, Barnier ha detto ai delegati presenti che una Brexit senza accordo sarebbe un “salto nel buio” per i 3 milioni di cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito, così come per i 1,5 milioni di cittadini britannici che attualmente vivono negli Stati membri dell’UE. Se il Regno Unito lascia l’Unione senza formalizzare un accordo di ritiro, i destini di questi espatriati sarebbero imprecisati e non chiariti.

    In risposta a una domanda del pubblico sulla potenziale reazione dell’UE nel caso in cui il Regno Unito decidesse di rimanere nell’UE, Barnier ha detto: “Se il Regno Unito cambia le sue linee rosse, allora ci adatteremo immediatamente. Dopo [lasciare l’UE] sarà un paese terzo, e come  paese terzo può chiedere di aderire all’UE”.

    Barnier ha dichiarato inoltre che i negoziati relativi a un accordo di ritiro tra Unione europea e Regno Unito stanno per concludersi, ma che le ben documentate controversie sul confine irlandese e una potenziale contrazione dell’Unione doganale, non sono ancora state risolte. Ha ribadito questo punto anche alla radio belga, dicendo agli ascoltatori della RTBF: “Stamattina non sono in grado di dire che siamo vicini al raggiungimento di un accordo, poiché c’è ancora un vero punto di divergenza sul modo di garantire la pace in Irlanda e di confermare che in essa non ci sono confini, proteggendo nel contempo l’integrità del mercato unico”.

    L’instaurazione teorica di una frontiera dura o morbida tra Irlanda e Irlanda del Nord, o in alternativa tra Irlanda del Nord e Regno Unito, probabilmente mantenendo l’Irlanda del Nord membro dell’Unione doganale europea, è stato un punto fermo.

    Un sondaggio condotto nel Regno Unito da Survation per Channel 4 ha trovato una oscillazione del 6% per rimanere nel Regno Unito rispetto ai risultati del referendum del 2016. Il sondaggio ha chiesto a 20.090 residenti del Regno Unito come avrebbero votato se un altro voto sulla Brexit si tenesse domani; il 46% dichiara di voler lasciare l’UE, mentre il 54% dichiara di voler votare per rimanere.

    Fonte: Sito “Government Europa” del 6 novembre 2018

     

     

  • Un milione di inglesi firma per un nuovo referendum sulla Brexit

    La campagna dell’Independent per un referendum bis sulla Brexit ha raggiunto la soglia del milione di firme solo tre mesi dopo l’avvio dell’iniziativa: secondo quanto riferito dallo stesso quotidiano britannico. Il giornale aveva lanciato la campagna il 25 luglio scorso spiegando in un editoriale che il referendum del 2016 “ha dato la sovranità al popolo britannico, ora il popolo ha diritto di avere l’ultima parola”, anche sull’esito del negoziato con Bruxelles sul divorzio dall’Ue. L’idea di un secondo referendum viene ancora esclusa dal governo ma le probabilità che la May raggiunga un accordo con Bruxelles che possa essere approvato dal Parlamento sono sempre più basse e nel Paese cresce la protesta. Solo la settimana scorsa circa 700.000 persone sono scese in piazza a Londra per chiedere il cosiddetto ‘Voto del Popolo’ e aderire alla ‘Marcia per il Futuro’ organizzata dall’Independent.

  • Ancora aperto il negoziato Brexit

    L’ultimo giro di colloqui sulla Brexit tra l’UE ed il Regno Unito non ha portato a risultati definitivi. Già alla vigilia si sapeva che l’accordo non sarebbe stato raggiunto sull’inestricabile questione del confine irlandese. Questi negoziati si succedono da marzo 2017, ma nessuno, tra alti e bassi, ha mai pensato che si sarebbero conclusi in breve tempo. Su molti punti in discussione l’accordo è stato trovato, il che aveva fatto sperare in una conclusione entro i tempi stabiliti. Ma il dibattito tra una Brexit dura e una Brexit soffice ha coinvolto tanto il governo quanto il partito conservatore. La premier May è stata presa di mira in modo duro e talvolta volgare all’interno del suo stesso partito. C’è chi approfitta della situazione per chiedere le sue dimissioni e chi la difende, per quel tanto che è possibile, per evitare il suo allontanamento e l’apertura di una crisi. Il che rallenterebbe, tra l’altro, anche l’agenda degli incontri con i negoziatori dell’UE, con il rischio, più che certo, di giungere alla data dell’uscita dall’Unione senza un accordo sul dopo. E’ evidente comunque che l’alto grado di polarizzazione all’interno del partito e dello stesso governo, rende ancor più difficile per il primo ministro britannico avanzare una proposta definitiva che potrebbe concludere il negoziato. Il prossimo vertice è previsto per novembre. Sarà l’ultimo o, nel caso di un non accordo finale, se ne potrà posticipare un altro nel 2019? Nel caso di non riuscita si parlerà di una crisi esistenziale per il Regno Unito, ma non si potrà misconoscere che la crisi investirà anche l’Europa. Dopo 39 anni d’appartenenza alle Comunità europee prima, e all’UE dopo, tanto il Regno Unito, quanto l’Europa non potranno comportarsi come se nulla fosse accaduto. I rapporti creati dalla condivisione dei Trattati non potranno essere annullati d’un colpo. Essi hanno certamente lasciato tracce nel modo d’essere dei britannici, come non potranno essere dimenticati nell’Unione europea. I settori del libero mercato, della concorrenza, della libertà di movimento, ad esempio, non potranno annullare la reciproca e positiva influenza dei due partner e l’apporto di pensiero e di tradizioni dei due contendenti. Una Gran Bretagna post Brexit non sarà la stessa Gran Bretagna di prima dell’ingresso nelle istituzioni europee. E lo stesso vale per l’UE. C’è chi spera in un accordo dell’ultimo minuto. In questo caso l’uscita sarebbe meno traumatica, perché si conoscerebbero le nuove regole che disciplinerebbero le relazioni tra i due negoziatori. Forse il perder tempo potrebbe diventare l’unica via d’uscita, anche se sono già state sottolineate alcune difficoltà obiettive, come il percorso necessario per la ratifica parlamentare, la scadenza di marzo formalmente incorporata nella legislazione britannica, il rischio di collisione con le elezioni europee del maggio prossimo, ora pianificate senza alcuna rappresentanza del Regno Unito. Sono obiezioni fondate che si oppongono allo scenario del prendere tempo. Ciò nonostante, questo percorso verso una soluzione dell’ultimo minuto sembra un’opzione più che plausibile.

    Due ulteriori motivi sembrano favorire questo rimandare nel tempo gli accordi definitivi. Il primo si riferisce alle due distinte fasi che hanno gestito i negoziati fin dall’inizio: prima un accordo di ritiro relativo alle modalità pratiche del divorzio, e successivamente un accordo sul futuro rapporto tra Regno Unito e UE. La questione relativa al confine con l’Irlanda del Nord rientrava nel primo accordo. Cercando di evitare qualsiasi confine difficile ed impraticabile nell’isola d’Irlanda, i negoziatori sono stati progressivamente trascinati a discutere questioni relative alle future relazioni del RU, tra cui l’Unione doganale e il mercato unico. Lo stallo odierno sul confine irlandese deriva proprio da questo difetto di aver incluso la questione del confine nel primo pacchetto di negoziato, mentre in realtà essa rientra nel secondo, cioè quello sul futuro commerciale. Affinché questa confusione sia risolta, prima si deve chiudere l’accordo sul ritiro, per passare poi a quello sulla questione irlandese. Il secondo motivo che favorisce il rimando nel tempo si riferisce al fatto che i negoziatori si sono trovati sovraccarichi di lavoro nel bel mezzo di quella che sembra essere l’instabilità politica in Gran Bretagna, con i dissensi in seno al governo e al partito dei Tory e in seno all’Unione europea, con l’ affermarsi in alcuni dei suoi Stati membri di formazioni politiche populiste e euroscettiche, come in Italia, in Austria, in Ungheria, in Polonia e nella stessa Germania. L’acceso dibattito sulla Brexit che si prevede nel parlamento britannico, le divergenze emerse nel governo e nel partito di Theresa May per un cambiamento del Primo Ministro, con un’elezione generale o un nuovo referendum, sono scenari che non rappresentano un buon auspicio per una rapida conclusione di questo primo round dei colloqui Brexit a Bruxelles. L’attuale contesto politico ci fa dire che non è più adatto per un accordo di ritiro rapido ed equilibrato, come era auspicato dalle due parti contraenti. I forti contrasti interni del Regno Unito e l’avvento delle forze nazionalpopuliste nell’UE influenzeranno il contesto generale del periodo di transizione, durante il quale i negoziati con la Gran Bretagna proseguiranno. E temiamo che questi nuovi sviluppi ostacolino il buon consenso che finora ha prevalso all’interno di ciascuna istituzione.

  • EU leaders continue to pressure on UK deal amid rumours of earlier Brexit summit

    An evening meeting on Wednesday of EU leaders could be a critical moment in both Brussels and the UK’s efforts to end the deadlock in the ongoing Brexit negotiations as, according to a French official privy to the agenda of the meeting, a Brexit Summit could be announced earlier than the rumoured November 17-18 date that was first floated during a September summit in Salzburg, Austria.

    The November dates remain on the table but have not been finalised. An earlier summit would likely tilt in favour of UK Prime Minister Theresa May and give her more time to work a deal through Britain’s parliamentary procedures, which require a significant amount of time to finalise the ratification of any agreement that may be signed.

    According to the current assessment, the next milestone for the British administration would be the budget vote on October 29. A summit could, theoretically, be held immediately after that date provided constructive negotiations resume just after Wednesday’s meeting, but not before.

    The lack of progress at the weekend despite a last-minute visit by UK Brexit Secretary Dominic Raab’swith his European counterpart, Michel Barnier, did not allow the EU’s diplomatic chiefs to discuss the basis of a potential political declaration. The agenda and tone of Wednesday’s meeting will remain the same, though there was hope that European Parliament President Antonio Tajani and May would have more to discuss if a divorce agreement was already on the table.

    Talks will not collapse

    Thus far, according to sources with knowledge of the talks, there is no indication that the Brexit talks will collapse.

    European Commission President Jean-Claude Junckeris expected to brief the EU-27 on the EU executive’s preparations for a so-called ‘no-deal’ scenario. in the event that Brussels and London fail to agree on a post-Brexit framework. According to a senior EU official, the European Commission had extra proposals ready to be released but opted to hold them back due to the positive progress of the talks ahead of last weekend’s anticipated breakthrough.

  • L’Ema tarda a trasferirsi ad Amsterdam? La Lega rilancia l’ipotesi sede a Milano

    La Lega ci riprova e lancia, nuovamente, la proposta di assegnare l’EMA, Agenzia europea del farmaco, a Milano. Motivo? A quanto pare le procedure di trasferimento da Londra ad Amsterdam, sede scelta in seguito ad un discutibile sorteggio di gara in cui concorreva anche Milano, sarebbero in alto mare; per non parlare poi della scarsa voglia di funzionari e dipendenti di lasciare la capitale del Regno Unito per la città simbolo d’Olanda. “La scelta di assegnare con il sorteggio l’Agenzia Europea del Farmaco, l’Ema, ad Amsterdam si sta rivelando deleteria per il funzionamento della stessa agenzia, per via di ostacoli logistici, legati alla lentezza dei lavori infrastrutturali per dotare l’Ema di una nuova sede ancora interamente da costruire nella capitale olandese, ma anche per via di problemi burocratici e fiscali”. E’ quanto afferma Paolo Grimoldi, Vice presidente della Commissione Esteri e deputato della Lega. “Il trasloco ad Amsterdam sta comportando un’emorragia di personale, quantificata in circa il 30% di funzionari e addetti che non vogliono trasferirsi in Olanda per ragioni fiscali (perderebbero un quarto dello stipendio e avrebbero un costo della vita più alto rispetto a Londra, a cominciare dalle abitazioni), ed un rallentamento delle attività dell’Ema. E ci sono annessi problemi per il trasferimento delle circa 2500 società satelliti dell’Ema. Per tutte queste ragioni chiediamo al Governo e al ministro degli Esteri, Moavero, di riproporre a livello europeo la questione dell’Ema a Milano, di trasferirla subito, per assicurare la piena funzionalità dell’Agenzia che nel capoluogo lombardo troverebbe una sede già pronta ad accoglierla, quella di Palazzo Pirelli, e una serie di componenti logistiche e amministrative che faciliterebbero il trasferimento del personale e delle società satelliti da Londra”.

  • L’assemblea dei Conservatori britannici: anche il discorso della May è stato molto applaudito

    Se i congressi dei partiti dovessero essere valutati dalla qualità del discorso del leader, anche quello dei Conservatori britannici, che si sta tenendo a Birmingham, come già quello dei Laburisti, sarebbe un congresso ben riuscito. Questa ipotesi, tuttavia, non può essere assunta come veritiera, perché per giudicare un congresso bisogna aspettarne la fine e verificare le conclusioni a cui arriva, con il voto dei delegati per le nuove nomine dei dirigenti e/o per le eventuali risoluzioni finali. Comunque sia, quello della May è stato un discorso accolto con grandi applausi dai congressisti, un discorso molto diverso da quello dello scorso anno che era tutto sulla difensiva e non lanciava sfide al futuro. Il discorso di ieri è stato quello di una premier all’attacco, con l’indicazione dei temi da sostenere e con una visione, forse troppo ottimistica, del futuro: “I giorni migliori sono davanti a noi. Abbiamo tutto per poter avere successo”. Anche sulla Brexit non ha avuto tentennamenti, rispondendo direttamente agli attacchi feroci promossi dall’ex ministro degli Esteri Boris Johnson, che il giorno prima aveva definito “un oltraggio” il piano della premier per la Brexit. Un progetto – il piano dei Chequers – che la May difende perché contiene il commercio dei beni senza attriti con l’UE e la difesa dell’unità del Paese. Promette inoltre agli elettori che porterà a compimento la Brexit, avvertendo gli oltranzisti che “cercare la soluzione perfetta rischia di farci finire senza nessuna Brexit”. E aggiunge in conclusione: “La Gran Bretagna non ha paura di uscire senza intesa, se dovrà. Dobbiamo essere onesti su questo punto: uscire senza un’intesa, introdurre dazi e costosi controlli alla frontiera sarebbe un brutto risultato per la UE e per il Regno Unito”.  Ha parlato dell’utilità del libero mercato, ha trasmesso un messaggio forte di sostegno all’impresa, ha lanciato un appello a restare fermi e uniti sulla Brexit e ha sferrato un attacco feroce all’opposizione di Jeremy Corbyn – “una tragedia nazionale” , accusandolo di rifiutare i valori comuni che un tempo anche la sinistra condivideva, di aver chiesto ai russi – sul caso Salisbury – conferma sulle indagini inglesi. “Appalterebbero la sicurezza al Cremlino”, dice.  Ma, principalmente, ha annunciato che dieci anni dopo la crisi finanziaria “l’austerità è finita”.  Staremo a vedere fino a che punto i suoi nemici interni riusciranno a indebolirla, il che indebolirebbe anche il partito dei Conservatori, che da tempo assiste allo sbranamento reciproco dei suoi leader. Chi ne approfitterebbe sarebbe proprio Jeremy Corbyn, uscito rafforzato dall’assemblea del suo partito e con un’opinione pubblica disposta a sostenerlo in caso di elezioni, nonostante il suo non celato sinistrismo da terza internazionale. Il secondo referendum, come alcuni laburisti non sostenuti da Corbyn hanno chiesto, non si farà. Forse non si farà nemmeno l’accordo con l’UE per il dopo Brexit. Ed anche questo avvantaggerà Corbyn nel caso di elezioni politiche anticipate. Non c’è che dire! Le prospettive non sono rosee nemmeno per il Regno Unite, come non lo sono per l’UE, assediata dai nazionalismi sovranisti.

  • Jeremy Corbyn non ha cambiato idea su niente

    L’Assemblea ha avuto luogo la settimana scorsa e gli osservatori s’aspettavano che Corbyn si pronunciasse finalmente sulla Brexit: è contro, o condivide l’opinione di una larga parte del suo partito che vi è favorevole e che addirittura propone un secondo referendum prima di decidere definitivamente? La risposta è l’ambiguità. Prima bisogna tenere le elezioni politiche interne, poi si vedrà! La sua leadership, nonostante l’ambiguità, rimane indiscussa. Ne è una conferma l’accoglienza calorosa riservata al suo discorso di chiusura dell’Assemblea, discorso applauditissimo a più riprese che ha concluso i lavori in modo entusiastico. Eppure!!!

    Eppure, afferma Andrew Sullivan sul New York Magazine del 6 agosto scorso, Corbyn non ha cambiato idea su niente, rimane “un eccentrico socialista di 69 anni che in vita sua non ha mai creduto di poter guidare un partito politico, figurarsi essere credibilmente menzionato come possibile futuro primo ministro del Regno Unito. Nato in una famiglia dell’alta borghesia, Corbyn era un classico “pannolino rosso”. I suoi erano socialisti e New Tree Manor, la tenuta di campagna seicentesca dove è cresciuto, era una dimora molto bohémien, piena di saloni ricolmi di libri di sinistra. Corbyn si diplomò con voti così tremendi che l’opzione universitaria fu scartata subito, per cui entrò nell’equivalente britannico dei Corpi di pace e fu stanziato in Giamaica per due anni, poi viaggiò in tutta l’America latina. Disgustato dalle enormi disuguaglianze che vide attorno a sé, si radicalizzò ulteriormente e quando tornò in Inghilterra si trasferì nella multirazziale Londra del Nord, dove abitano molti immigrati (gli inglesi bianchi sono una minoranza). Era una periferia da terzo mondo e Corbyn si sentiva a casa” –  dichiara Sullivan. Ma il suo radicalismo sinistrorso si è manifestato in altri settori. Simpatizzò per l’Esercito repubblicano irlandese (Ira), fu ostile alla monarchia e a favore dei movimenti rivoluzionari terzomondisti e si batteva per il disarmo nucleare unilaterale. Si oppose all’appartenenza britannica alla Nato e alla futura Unione europea. Disprezzava l’alleanza americana e la tendenza capitalistica dell’UE. Era un astemio contrario all’alcol e alle droghe. E’ un vegetariano. Non ha cambiato idea su nulla, anche se i suoi obiettivi sono stati tutti battuti dalla storia. E’ stato singolare il suo rapporto con il partito al quale apparteneva ed appartiene. Nei decenni che ha passato in parlamento, ad esempio, ha votato 428 volte contro le indicazioni del suo partito quando era al governo. Come deputato è sempre rimasto ai margini. E’ un convinto difensore dei palestinesi. Per questo, forse, ancora oggi, è antisemita e un convinto avversario di Israele. Ha invitato alla Camera dei Comuni i suoi “amici” di Hamas e Hezbollah, come alcuni membri dell’Ira, una volta persino due settimane dopo che un gruppo dell’Ira aveva quasi assassinato Margaret Thatcher, facendo scoppiare una bomba nel suo hotel nel 1984. Ha disprezzato la modernizzazione del partito attuata da Tony Blair. I corbynisti sono fermi agli anni settanta. Allora il modello socialdemocratico collassò in una mera difesa del potere dei sindacati contro un governo eletto, provocò la stagflazione e paralizzò i servizi pubblici essenziali con scioperi di massa. Le riserve di energia – continua Sullivan – erano talmente ridotte all’osso che, a un certo punto, il Regno Unito aveva elettricità soltanto per tre giorni lavorativi a settimana. Oggi i corbynisti vedono l’eredità neoliberale della Thatcher in uno stato di disastro e con la richiesta di elezioni sperano di approfittare della situazione per tornare al governo. La Brexit passa in secondo piano nelle loro priorità. Ma davvero il Regno unito è pronto a buttarsi nelle braccia di Corbyn, di questo vecchio arnese del socialismo radicale che negli ultimi cinquant’anni ha perso tutte le scommesse con la storia? Un Regno Unito fuori dall’UE sarebbe ancora più debole per poter resistere a questa prospettiva. Quello dei laburisti alla Corbyn sarebbe un sovranismo imperiale. Ci mancava anche questo, da affiancare ai sovranismi populisti, ahinoi!, senza impero, del Continente.

    Dopo l’assemblea dei Laburisti della settimana scorsa, è iniziata quella del Partito Conservatore, la premier May deve far fronte a due difficoltà: da un lato gli oppositori interni e dall’altro, la necessità di trovare una soluzione per l’accordo sull’uscita dall’UE. Il Consiglio di Salisburgo non gli era stato favorevole e l’UE aveva respinto le proposte inglesi. Si arriverà al fatidico 19 marzo 2019, data prevista per l’uscita dall’UE, senza accordo? Sarebbe un ulteriore indebolimento della May, con Corbyn che richiede le elezioni politiche. Ci sarà un ammorbidimento delle richieste inglesi all’Europa? I nemici della May hanno già cominciato a spararle contro in modo forsennato. Avrà una maggioranza per resistere alle pressioni contrarie?

  • Cosa vogliono i laburisti con la Brexit?

    L’accordo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non è ancora stato raggiunto. Anche l’ultimo incontro tra i negoziatori delle due parti non ha raggiunto un’intesa condivisa. Da un lato il RU mira a mantenere determinati vantaggi offerti dall’appartenenza al mercato unico, pur non facendone più parte, e dall’altro l’UE non è disposta a concedere i vantaggi dell’adesione a chi vuole uscire. Il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ha addirittura detto che se si accettasse la posizione del governo di Londra, per la UE sarebbe un suicidio. Anche il presidente Macron, in occasione del vertice informale UE di Salisburgo ha dichiarato che “la Brexit non sarà senza costi o conseguenze per Londra”. Siamo a pochi mesi dalla data fissata per l’uscita e c’è il rischio che ci si arrivi senza nessun accordo. Nel frattempo, tuttavia, la premier inglese Theresa May usa la platea dell’Assemblea generale dell’Onu per promuovere la Gran Bretagna post Brexit, annunciando che il Regno Unito istituirà per le imprese la “tassazione più bassa” tra le nazioni del G20 e offrirà a quelle che investono nel Paese non solo vantaggi fiscali, ma anche un’industria di servizi e un centro finanziario, la City, che sono “invidiati in tutto il mondo”. La posizione della premier conservatrice è chiara. E quella dei laburisti lo è altrettanto? Cosa faranno con la Brexit? Staranno a guardare lo svolgersi degli avvenimenti, o prenderanno posizioni chiare? Per ora il loro atteggiamento è abbastanza ambiguo. Si è conclusa da qualche giorno a Liverpool l’assemblea del partito, si è discusso di molte cose, ma soprattutto della Brexit: un tema su cui i laburisti non sembrano proprio avere le idee chiare, nonostante le trattative con l’Unione europea che dovrebbero concludersi nei prossimi due mesi. Durante il discorso del portavoce laburista per Brexit, Keir Starmer, sono emerse le contraddizioni che caratterizzano il partito in ordine a questo problema. Parlando della possibilità di un nuovo referendum per Brexit, Starmer ha detto che “nessuno vuole escludere la possibilità di rimanere” nell’Unione europea. A questo punto buona parte del pubblico presente, formato dai delegati del partito, ha cominciato ad applaudire vigorosamente e ad alzarsi in piedi. Starmer sembrava stupito da questa reazione ed ha ripreso a fatica il filo del suo discorso. E Corbyn, il segretario del partito, come ha reagito a questa manifestazione di entusiasmo contro la Brexit? Come è noto, egli è un euroscettico e in un’intervista successiva all’intervento di Starmer si è limitato a dire che era a conoscenza del testo del discorso, senza aggiungere altro. Questa ambiguità del segretario potrebbe essere comprensibile, dato che al referendum del 2016 una fetta consistente degli elettori laburisti, circa un terzo, votò per uscire dall’UE, il che vuol dire però che i due terzi degli elettori, insieme a quasi tutti i dirigenti, votarono per rimanere in Europa. L’aumento dei consensi al partito, confermato da diversi sondaggi, è stato costruito grazie al recupero dello storico blocco sociale del partito laburista rappresentato dalla classe bianca medio-bassa, attratta a votare per Brexit dalle promesse di notevoli benefici economici e sociali. Ma quei benefici non si sono materializzati fino ad ora e sembrano anche sempre più remoti se il Regno Unito uscirà dall’UE. D’altro canto, da circa un anno l’opinione comune su Brexit sembra essersi spostata, tanto che un sondaggio di YouGov conferma che il 50% dei britannici sostiene che votare per uscire dalla UE sia stata una cattiva idea. Solo il 40% ha sostenuto l’opzione opposta. All’interno del partito, fra gli attivisti e gli iscritti, l’ostilità a Brexit è ancora più diffusa. Un sondaggio di YouGov indica che addirittura il 91% di loro ritiene che Brexit sia un danno per l’economia britannica e l’86% è favorevole a un nuovo referendum che includa la possibilità di rimanere nell’UE, tanto che tra le mozioni approvate dall’Assemblea una ne parlava, sia pure implicitamente. Perché allora questa persistente reticenza di Corbyn a prendere posizione? Da un lato il suo radicalismo marxista e dall’altro la sua capacità manovriera di muoversi con destrezza nelle indicazioni dell’opinione pubblica e di approfittare di ogni occasione per rafforzare il suo potere, non gli permettono di schierarsi ora apertamente per un’opzione chiara e definita. Per questo i laburisti da alcune settimane spingono per nuove elezioni politiche, fatto che consentirebbe loro di concentrarsi sulla campagna elettorale e quindi di posticipare una presa di posizione netta sulla Brexit. Corbyn, nonostante la volontà della maggioranza del suo partito, non vuole un nuovo referendum e non vuole nemmeno caricarsi della responsabilità che potrebbero derivare da un esito negativo dell’uscita dell’Unione europea. Non è escluso, tra l’altro, che un non accordo sull’uscita veda domani un Corbyn premier costretto a negoziare lui stesso il dopo Brexit.

  • I Paesi Bassi si attivano per consentire la doppia cittadinanza entro il 2019

    Il governo olandese sta  rivedendo la legge sulla nazionalità del Paese per consentire la doppia cittadinanza entro la primavera del 2019.

    Secondo il ministro della Giustizia Mark Harbers, il piano è quello di ampliare i criteri dei Paesi Bassi per la doppia nazionalità. Al momento, i cittadini olandesi naturalizzati devono rinunciare alla nazionalità del loro paese di origine, a meno che non siano sposati con un cittadino olandese. I Paesi Bassi stanno seguendo i passi di una legislazione simile che è stata approvata in Germania visto che la maggior parte degli Stati membri dell’UE si prepara alla Brexit.

    La nuova legge consentirà ai migranti di prima generazione nei Paesi Bassi di essere titolari di più passaporti, una mossa che interesserebbe 87.000 cittadini britannici di prima e seconda generazione residenti nei Paesi Bassi. Allo stesso tempo, i figli dei cittadini olandesi che vivono all’estero non saranno costretti a fare una scelta reciprocamente esclusiva sulla loro nazionalità.

    Circa 100.000 cittadini olandesi residenti nel Regno Unito potrebbero far perdere ai loro figli l’accesso alla cittadinanza dell’UE se la riforma completa riguardante la doppia nazionalità non fosse attiva prima o immediatamente dopo l’entrata in vigore della Brexit nel marzo 2019. Il governo olandese spera di riuscire a completare la riforma durante il periodo di transizione del Regno Unito dall’Unione europea che dovrebbe terminare a dicembre 2020.

  • Libero scambio: quale modello?

    La libera circolazione delle merci non gravata di alcun tipo di tassazione aggiuntiva rappresenta lo scenario ideale ed ovviamente teorico al quale i vari accordi commerciali tra le diverse realtà economiche e  politiche timidamente tendono ad avvicinarsi. Nel mondo reale infatti la concorrenza non comincia tra prodotti (piuttosto tra filiere produttive), e quindi tra sistemi normativi relativi alla fiscalità, alla tutela del lavoro e della produzione e, ultimamente, anche alla sostenibilità. Questi sistemi si confrontano poi attraverso i prodotti (e le filiere), e quindi  la sola ricerca di un aumento della produttività non può certamente compensare i dumping sociali, fiscali ed economici tra Paesi evoluti ed in via di sviluppo. Una delle ricette più banali proposte da oltre quindici anni dal mondo accademico italiano per combattere l’invasione di prodotti a basso costo provenienti dai Paesi del Far East.

    In questo contesto così articolato di un mercato globale che pone in concorrenza beni di consumo ed intermedi, espressione di culture e normative assolutamente diverse tanto diventare esse stesse fattori competitivi, recentemente si è innescata una nuova situazione politica ed economica con  l’esito del referendum in Gran Bretagna relativo all’uscita dall’Unione stessa. La gestione della Brexit infatti rappresenta una nuova opportunità in relazione alle politiche commerciali di libero scambio che vede contrapposte l’Unione Europea alla Gran Bretagna. Il punto d’arrivo dichiarato all’Unione stessa può venire indicato in due obiettivi: il  primo relativo ad un accordo di libero scambio, quindi con zero quote, zero tariffe, ed un secondo, forse ancora più qualificante, relativo al riconoscimento delle oltre tremila specificità o, meglio, tremila indicazioni geografiche per le quali l’Europea chiede la protezione all’interno del mercato britannico.

    In questo ambito la posizione dell’Italia è assolutamente preminente in quanto quasi un terzo (935) di queste protezioni richieste rappresenta appunto l’indicazione di prodotti italiani che vanno dal prosecco al parmigiano reggiano. Questo punto rappresenta una scelta molto qualificante, e potremmo aggiungere assolutamente tardiva, da parte della Unione Europea. In questo senso, infatti, vanno ricordate le critiche che vennero altrettanto giustamente mosse all’accordo relativo e flussi commerciali tra Unione Europea e Canada (il Ceta) all’interno del quale la tutela delle specificità geografiche italiane si fermò al misero numero di quarantatre. In altre parole nel Ceta hanno trovato una propria tutela  poco più del 4% di quei prodotti espressioni della specificità geografica e culturale italiana che invece rappresentano l’obiettivo attuale nella trattativa con la Gran Bretagna. Nella scelta della trattativa tra Gran Bretagna ed Unione Europea la tutela del prodotto inteso come il risultato finale di una filiera produttiva, e quindi espressione contemporanea della cultura di un determinato Paese, pare abbia trovato finalmente una propria espressione e tutela.

    Tornando quindi agli obiettivi raggiungibili in riferimento al Ceta, tutte le critiche risultarono assolutamente corrette e nulla avevano a che fare, come qualcuno disse, in base ad una contrarietà culturale con gli accordi relativi ai flussi commerciali ed al libero mercato. Quest’ultimo rappresenta certamente un traguardo che indica una direzione più che un punto da raggiungere.

    Tale direzione può essere indicata ancora meglio non attraverso l’omogeneizzare delle diverse espressioni culturali che i prodotti esprimono ma fornendo una tutela aggiuntiva a quella nazionale per offrire successivamente la possibilità al consumatore di scegliere liberamente attraverso il proprio acquisto.

    In fondo la semplice condizione  per rendere un libero mercato viene rappresentata dalla conoscenza e quindi dalla certificazione della filiera produttiva.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.