Brexit

  • Una sentenza dell’Alta corte di Belfast getta le premesse per l’unificazione delle due Irlande

    Una sentenza dell’alta corte di Belfast apre di fatto la via della riunificazione irlandese, con uscita dell’Ulster dal Regno Unito. I magistrati della capitale dell’Irlanda del Nord hanno infatti giudicato legale il protocollo sull’Irlanda del Nord nell’ambito dell’accordo sulla Brexit, dando torto agli unionisti che avevano fatto ricorso contro il testo che prevede un trattamento doganale specifico per la provincia da 1,9 milioni di abitanti.

    Secondo i ricorrenti, lasciare l’Irlanda del Nord nell’Unione doganale Ue viola gli atti di fondazione del Regno Unito (1800) e l’accordo di pace del Venerdì santo (1998). Il giudice dell’Alta corte ha respinto questi argomenti, dichiarando che l’accordo di uscita dall’Unione europea entra sì in conflitto con gli atti dell’Unione del 1800 ma che l’accordo firmato nel 2020 prevale su una legge vecchia più di due secoli. Rispondendo alle domande del question time in Parlamento, il premier Boris Johnson ha assicurato che “niente comprometterà la posizione dell’Irlanda del Nord all’interno del Regno Unito. Vigileremo per far rispettare questo principio”.

    Proprio nelle stesse ore, tuttavia, anche in sede Ue è stato ribadito il fatto che tra le due Irlande non vi sia un confine presidiato da dogane, così che le merci possano girare liberamente secondo i principi della Ue cui appartiene l’Eire (controlli doganali sulle merci da/per l’Ulster e il resto del Regno Unito avvengono nel braccio di mare che separa le due isole). L’Unione europea ha infatti annunciato l’estensione per altri tre mesi del periodo di grazia con il Regno Unito sul passaggio di prodotti del settore agroalimentare, come salsiccia e carne fresca, fra Irlanda del Nord e Gran Bretagna senza controlli di sorta. L’estensione, fissata al 30 settembre, segna il ritorno ad un’atmosfera più distesa fra le due sponde della Manica dopo che nei mesi scorsi era risalita la tensione fra Londra e Bruxelles sull’attuazione degli accordi del dopo Brexit su uno dei fronti più spinosi, quello appunto dei controlli al confine interno fra Irlanda del Nord e resto del Regno Unito. La proroga è in attesa di trovare soluzioni concordate che siano permanenti. L’Ue intende mantenere una frontiera aperta fra l’Ulster e la Repubblica d’Irlanda così come è previsto dagli storici accordi di pace del Venerdì Santo 1998 e non vuole allo stesso tempo compromettere l’integrità del mercato unico europeo. Il punto è che proprio per garantire questa frontiera aperta occorre che vi sia una frontiera doganale tra l’Ulster e il blocco composto da Inghilterra, Scozia e Galles. Insomma, secondo quanto stabilito in sede di accordo Ue-Uk sulla Brexit e riconosciuto valido dagli stessi magistrati nordirlandesi, l’Irlanda ‘britannica’ deve avere delle dogane col resto dello Stato di cui fa parte e non con lo Stato estero (l’Eire) con cui confina. Quanto questo renda difficile mantenere l’appartenenza al Regno Unito e agevoli invece la creazione di un unico stato irlandese è evidente.

  • Francia e Italia spingono per ridurre la proiezione di film e serie tv inglesi nella Ue

    Dalla guerra delle sogliole a ‘The crown’. L’Unione europea si prepara a sferrare un attacco alla Gran Bretagna sul fronte dell’intrattenimento. Secondo un documento che circola a Bruxelles e di cui il Guardian ha preso visione in esclusiva, su iniziativa della Francia alcuni Paesi membri – tra cui l’Italia – intendono approfittare della Brexit per ridurre la presenza di film e serie tv di produzione britannica da piattaforme on demand come Amazon e Netflix perché considerata “sproporzionata”.

    La notizia appare ferale non solo per i milioni di appassionati tanto di serie mainstream come ‘Bridgerton’ quanto di piccoli capolavori stile ‘Fleabag’ ma soprattutto per il settore. Il Regno Unito è infatti il più grande produttore europeo di programmi cinematografici e televisivi e, solo nel 2019-20, ha guadagnato 490 milioni di sterline dalla vendita di diritti internazionali a canali e piattaforme in Europa. Un dominio non soltanto economico ma anche culturale che Bruxelles, dopo la Brexit, vede come una minaccia. Da qui l’idea di approfittare di una revisione delle cosiddette ‘quote Ue’ per limitare l’influenza della Gran Bretagna su un mercato cresciuto moltissimo durante la pandemia di Covid. In base alla direttiva Ue in materia di servizi audiovisivi, infatti, almeno il 30% dei titoli su piattaforme di video on demand come Netflix e Amazon deve essere destinato ai contenuti europei. Una percentuale che la Francia vorrebbe alzare al 60% inserendo l’obbligo di destinare almeno il 15% dei fatturati delle piattaforme alla creazione di opere europee. Da queste quote, sostengono i promotori dell’iniziativa, devono essere esclusi i prodotti ‘made in the Uk’.

    “All’indomani della Brexit è necessario rivalutare la presenza del Regno Unito”, si legge nel documento intitolato ‘La presenza sproporzionata di contenuti britannici nella quota di video on demand europei e gli effetti sulla circolazione e promozione di diverse opere europee’. E ancora, “l’elevata disponibilità di contenuti britannici sui servizi di video on demand, nonché i privilegi concessi dalla definizione di ‘opere europee’, possono comportare una presenza sproporzionata di contenuti britannici e ostacolare una maggiore varietà di contenuti europei, (anche da Paesi più piccoli o lingue meno parlate)”.

    Un portavoce di Downing Street interpellato dal Guardian ha replicato che le produzioni britanniche continuano ad avere il diritto allo status di ‘contenuto europeo’, anche dopo l’uscita dall’Ue, in quanto “il Regno Unito appartiene ancora alla Convenzione europea sulla televisione transfrontaliera del Consiglio d’Europa”. Ma tant’è, la guerra è lanciata. La revisione delle quote è prevista fra tre anni ma l’iniziativa anti-Londra potrebbe subire un’accelerazione a gennaio, quando la Francia assumerà la presenza di turno dell’Ue, sostengono fonti europee, e potrà contare sul sostegno di Italia, Spagna, Grecia e Austria che hanno aderito all’iniziativa. Intanto la Commissione europea ha già avviato uno studio sui rischi che una programmazione di stampo “britannico” comporta per la “diversità culturale” dell’Ue. Una mossa che, secondo fonti diplomatiche, sarebbe un primo passo verso la limitazione dei privilegi per film e serie del Regno Unito.

  • In Irlanda del Nord continuano le tensioni per la Brexit

    Tornano a salire in Irlanda del Nord le fiammate, metaforiche e non, delle tensioni settarie, sullo sfondo d’un dopo Brexit che minaccia di far materializzare i fantasmi più temuti del passato. Per ora sono episodi circoscritti, ma il fuoco che da sempre cova sotto la cenere lassù non richiede chissà quali inneschi per poter dilagare e il clima dell’ultima settimana spaventa ormai quasi tutti nei palazzi del potere: da quelli locali di Stormont, sede del litigioso esecutivo regionale di grande coalizione guidato dalla first minister unionista del Dup, Arlene Foster, con al fianco come vicepremier l’alleata-nemica repubblicana dello Sinn Fein, Michelle O’Neill; a quelli londinesi del governo centrale (Tory e brexiteer) di Boris Johnson.

    Dopo varie nottate di scontri e violenze sparpagliatesi da Derry (Londonderry per i pretoriani lealisti del legame con Londra e la monarchia) ad altre località simbolo di quella che fu la sanguinosa stagione dei Troubles prima della storica pace del Venerdì Santo 1998, l’ennesimo tumulto è scoppiato a Belfast. A partire dai quartieri a maggioranza protestante e con corredo di cariche di polizia, aggressioni a giornalisti, assalto a un bus urbano incendiato nel cuore delle tenebre, coinvolgimento di attivisti radicali anche dalla trincea contrapposta delle roccaforti cittadine cattolico-repubblican-nazionaliste. Uno scenario da avvisaglie di guerriglia urbana che da quelle parti sarebbe avventato sottovalutare. E che ha indotto i leader politici delle fazioni rivali a convocare una riunione d’emergenza del governo locale per provare finalmente a contribuire ad abbassare i toni; prima di coordinarsi con il ministro britannico per gli affari nordirlandesi, Brandon Lewis, spedito urgentemente come plenipotenziario di Johnson a Belfast un po’ per mediare, un po’ per sopire, un po’ per ammonire.

    A fare da avanguardia ai disordini sono stati alcuni gruppi di unionisti ultrà: infuriati per la recente decisione della polizia locale (Psni) di non procedere penalmente contro la plateale violazione della restrizioni anti Covid perpetrata il mese scorso da centinaia di reduci e dirigenti repubblicani (Michelle O’Neill inclusa) in occasione del funerale d’uno storico ex esponente di spicco del braccio politico di quella che fu l’Ira. Episodio tutto sommato minore cui la stessa Arlene Foster aveva dato fiato gridando alle dimissioni del comandante della Psni, Simon Byrne, e gettando benzina sul fuoco. Ma che il Dup e lo Sinn Fein hanno alla fine accantonato, partorendo dopo il meeting straordinario di governo un comunicato congiunto in cui hanno condannato all’unisono come “assolutamente inaccettabili e ingiustificabili le devastazioni, la violenza, le aggressioni ai poliziotti”, promettendo sostegno alla Psni.

    Sullo sfondo, oltre al caso del funerale, restano però a far da autentico detonatore potenziale le conseguenze della Brexit: in particolare i rancori del fronte unionista verso l’accordo ad hoc firmato dal governo Johnson con Bruxelles per garantire il mantenimento del confine aperto fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda – previsto dalle intese del Venerdì Santo – anche a costo di accettare controlli amministrativi doganali sulle merci europee in transito alla frontiera interna fra Ulster e resto del Regno Unito: controlli dai quali Downing Street ha di fatto finora svicolato, tanto da spingere l’Ue ad avviare un’azione legale, ma che secondo le paure unioniste proiettano comunque un’ombra sulla sovranità britannica a medio-lungo termine sull’Ulster. Inquietudini che Lewis non ha esitato a dire di “comprendere da parte della comunità lealista”, non senza giurare sul rispetto di tutte le ‘linee rosse’ essenziali a tutela dell’unità fra Belfast e Londra e dell’integrità territoriale del Regno. Ma invocando pure “il dialogo e il processo democratico” quali uniche chiavi per salvaguardare, oltre gli interessi comuni, una pace pagata a caro prezzo. E per lasciarsi alle spalle una buona volta sia “la violenza settaria scatenata da una piccola minoranza”, sia l’incubo mai rimosso “del ricordo dei Troubles”.

  • Amsterdam supera Londra per appeal agli occhi degli investitori

    Londra non è più la capitale europea della finanza. Con la Brexit, Amsterdam attira più investimenti ed è diventata il nuovo principale ‘hub’ finanziario del Vecchio Continente. E questa è una diretta conseguenza della Brexit, in quanto la causa principale dello ‘shift’ è il divieto imposto alle istituzioni finanziarie con sede nell’Ue di investire oltremanica, perché Bruxelles non ha riconosciuto alle Borse e alle sedi di negoziazione del Regno Unito lo stesso status di vigilanza del suo. Il motivo? Essenzialmente perché Londra, a sua volta, non ha riconosciuto alcuna vigilanza europea alle aziende Ue che operano nella City. Ora si punta a riaprire il negoziato, ma non sarà facile farlo. E nel frattempo i capitali sono volati da Londra ad Amsterdam.

    Tuttavia, ci si chiede: perché questi capitali si sono rivolti principalmente ad Amsterdam e non a Francoforte o a Parigi? Secondo gli esperti esistono almeno due ragioni. La prima è che Amsterdam è molto più simile a Londra di Francoforte e Parigi, non solo per la lingua ma anche perché culturalmente l’Olanda è più simile alla City di Londra. Gli operatori finanziari si sentono più a loro agio lì che nelle altre sedi europee. La seconda ragione è più sostanziale: perché l’Olanda ha una fiscalità nettamente più vantaggiosa per il mercato dei capitali rispetto a quella delle altre capitali europee.

    L’Olanda viene equiparata cioè a un ‘paradiso fiscale’. Insomma, le grandi aziende, le cosiddette corporate, riescono ad avere accordi ad hoc, soprattutto per quanto riguarda le tasse sugli utili societari, con le autorità olandesi. Inoltre anche per quanto riguarda il trading azionario conviene di più spostarlo ad Amsterdam perché si pagano meno tasse. E questo indubbiamente pone un problema di fondo all’Unione europea: come fare a rendere più equo il ‘campo di gioco’? Ovviamente Amsterdam ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno, visto che è diventata la calamita che attira la maggior parte dei capitali in uscita da Londra. Il Financial Times ha stimato uno spostamento immediato di 6,5 miliardi di euro verso l’Ue, non appena il periodo di transizione della Brexit si è concluso alla fine dello scorso anno. Si tratta di circa la metà del volume d’affari che le banche e gli intermediari londinesi avrebbero normalmente gestito se il Regno Unito fosse stato ancora un Paese membro. Come nota lo stesso Ft la strada verso l’unione dei mercati dei capitali in Europa è “ancora lunga”. A Bruxelles, il fulcro di questa strategia è l’Unione dei mercati dei capitali da tempo promessa, che mira a sbloccare i flussi di investimento transfrontalieri e ad aumentare l’accesso ai finanziamenti per le imprese europee.

    Il piano d’azione sull’Unione dei mercati dei capitali (Cmu) è stato lanciato dall’Ue a settembre del 2015 e deve ancora essere completato. In un rapporto, citato dal Ft, e preparato dal chief financial officer della Cmu, Kalin Anev Janse e da Rolf Strauch, il suo chief economist, si chiede un notevole potenziamento dei poteri di vigilanza dei due regolatori europei esistenti, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali. Questi due organismi, oltre ad avere un ruolo guida nella definizione delle normative su settori come la finanza verde e digitale, dovrebbero aumentare i loro poteri esecutivi e ottenere l’autorità di supervisionare direttamente i grandi partecipanti finanziari internazionali. “La sfida per l’Ue è definire e costruire un modello di vigilanza efficiente che armonizzi i mercati e garantisca la trasparenza e la protezione degli investitori”, afferma il documento. “Attualmente, pratiche di vigilanza divergenti nell’Ue ostacolano gli investimenti transfrontalieri”.

    Tutto ciò concorda con le ambizioni della Commissione europea, poiché l’Ue persegue la cosiddetta autonomia strategica nei servizi finanziari. Mairead McGuinness, commissario europeo per i servizi finanziari, ha assicurato che Bruxelles “punta sulla Cmu” e sta facendo “un sacco di lavoro” in questo senso.  Ovviamente esistono numerose raccomandazioni da parte di Bruxelles contro il dumping fiscale, dirette contro l’Olanda, ma anche contro Cipro, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo e Malta. L’obiettivo è quello di contestare le pratiche fiscali “aggressive”, che vanno a vantaggio delle grandi società, incentivandole a spostare la loro sede in Olanda. Uno strumento essenziale per Bruxelles per ridurre il dumping fiscale di Paesi come l’Olanda è il Recovery Plan. Tra gli obiettivi del Recovery infatti c’è una clausola, in base alla quale viene sostenuto che l’emissione di ingenti quantità di debito dell’Ue potrebbe aiutare a promuovere l’integrazione dei mercati dei capitali. In altre parole si tratterebbe di un ‘do ut des’: aiuti contro la pandemia in cambio di misure in favore di un più equo mercato europeo dei capitali. Ovviamente anche questa strada è stretta e lunga. Tuttavia non c’è dubbio che in una fase come questa, in cui l’agenda europea è dominata dalle questioni legate alla pandemia, uno scambio di questo tipo potrebbe servire ad ammorbidire la posizione delle autorità olandesi.

  • Il Parlamento inglese ratifica l’intesa Johnson-von der Leyen sull’addio alla Ue

    Partita chiusa e vittoria netta per il premier britannico Boris Johnson. Mercoledì 30 dicembre la Camera dei Comuni ha infatti approvato l’accordo commerciale post-Brexit tra Regno Unito e Ue con 521 voti favorevoli e 73 contrari. A sostenere il ‘deal’ una maggioranza schiacciante di 448 deputati, in modo compatto il partito conservatore del primo ministro, e i laburisti di Keir Starmer, con una pattuglia di ‘ribelli’ che non si sono allineati. Contrari, per ragioni diverse, gli indipendentisti scozzesi, i libdem, i partiti nordirlandesi e il gallese Plaid Cymru. Il provvedimento è stato così indirizzato, già in giornata, verso la promulgazione reale (royal assent) dopo un passaggio procedurale alla Camera dei Lord. E BoJo esulta, parlando di “nuovo capitolo” nella storia del Paese.

    L’estenuante maratona negoziale e politica (interna ed esterna al Regno) apertasi dopo il referendum del 2016 sull’addio all’Ue si è quindi conclusa con un accordo raggiunto in extremis e che riceve i fondamentali via libera, britannico ed europeo, a poche ore dalla fine del periodo di transizione post-Brexit. Se Westminster chiude in giornata i suoi lavori sul complesso dossier europeo, da Bruxelles arriva la firma al ‘deal’ dei presidenti del Consiglio Ue e della Commissione, Charles Michel e Ursula von der Leyen, per conto dei 27 leader europei. Lo stesso ha fatto Johnson a Downing Street, commentando così su Twitter: “Firmando questo accordo, soddisfiamo il desiderio sovrano del popolo britannico di vivere secondo le proprie leggi, stabilite dal proprio Parlamento eletto”. Mentre il Parlamento dell’Unione deve ancora ratificare il trattato ma il passaggio appare piuttosto scontato e non ci dovrebbero essere insidie lungo il cammino finale.

    Dal primo gennaio, quando la Brexit entrerà nella sua piena fase, la Gran Bretagna lavorerà a stretto contatto con l’Ue all’insegna di una “nuova relazione tra eguali”, ha assicurato il premier Tory, spiegando che si andrà avanti “mano nella mano ogni volta che i nostri valori e interessi coincideranno”. Ai parlamentari Johnson ha ricordato che l’accordo di libero scambio con Bruxelles è stato negoziato a una “velocità sorprendente”. In meno di un anno, in piena pandemia, “perché creare certezza sul nostro futuro offre le migliori possibilità di battere il Covid e di riprendersi in modo ancora più forte l’anno prossimo”, ha aggiunto il primo ministro. In termini politici, il premier Tory può vantare di aver mantenuto le promesse, arrivando a una intesa con l’Ue entro la fine del periodo di transizione. Intesa che trova se non il plauso almeno il sostegno dell’opposizione laburista, finita col dividersi (ancora una volta) in materia di Brexit. Il loro leader Starmer ha parlato di un accordo “con molti difetti” ma l’alternativa sarebbe stata quella di lasciare il mercato unico e l’unione doganale senza alcun ‘deal’, facendo salire i prezzi e mettendo a rischio le imprese. La ribellione interna al Labour ha proporzioni comunque limitate: 36 deputati astenuti e uno solo contrario. Di avviso opposto, invece, gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, la seconda forza di opposizione ai Comuni, e da sempre su posizioni anti-Brexit. Il loro leader a Westminster, Ian Blackford, ha condannato l’accordo come “un atto di vandalismo economico” e ha attaccato i laburisti per non essersi opposti.

    I giochi comunque sono fatti e, come ha ricordato lo stesso Johnson nel suo intervento, è giunto il tempo della libertà, da un controllo legislativo esterno al Regno, ma anche della responsabilità, per quello che Londra potrà fare contando solo sulle sue forze.

  • Faida a Downing Street, cade lo spin doctor di Johnson

    Una faida che ha tutti gli ingredienti dello scontro interno per il potere, ma anche della pochade. Esplode la resa dei conti a Downing Street, al cuore del cerchio magico di Boris Johnson, nel pieno del lockdown nazionale bis imposto per frenare la seconda ondata d’una pandemia da coronavirus che ha appena fatto salire a oltre 50.000 il totale dei morti censiti nel Regno Unito: e a cadere per prima è la testa di Lee Cain, ex cronista di tabloid vicino da anni al premier conservatore britannico e veterano al suo fianco della vittoriosa campagna di Vote Leave al referendum sulla Brexit del 2016, dimessosi all’improvviso da direttore dell’ufficio stampa del governo quando era ormai a un passo dalla promozione annunciata a capo di gabinetto.

    Promozione inizialmente offertagli dallo stesso BoJo, ma avversata secondo i media dall’ambiziosa futura terza moglie del primo ministro, Carrie Symonds, madre da pochi mesi del piccolo Wilfred, la quale ha a sua volta alle spalle una carriera di rampante spin doctor nel nido di serpenti di casa Tory. Cain – azzoppato di recente dal sospetto fatto circolare dai rivali interni di aver spifferato a mezzo stampa i piani per il secondo confinamento prima del tempo – ha gettato la spugna con una lettera in cui ha evitato polemiche pubbliche, dicendosi “onorato” di aver potuto servire il governo. Mentre Johnson gli ha risposto ringraziandolo con un peana a tutto tondo. La vicenda sembra tuttavia poter indebolire Dominic ‘Dom’ Cummings, potente quanto controverso super consigliere ed eminenza grigia brexiteer di Downing Street, al quale Cain era legato a doppio filo. E con la cui copertura non aveva esitato nei mesi scorsi a sfidare l’ira dei giornalisti accreditati, facendo buttar fuori dal portoncino al numero 10 un pugno di reporter di testate “ostili” con un veto paragonato da più parti a una mossa alla Donald Trump.

    Cummings – a dar credito a Laura Kuenssberg, political editor della Bbc e insider dell’entourage johnsoniano – intende per ora resistere nel “braccio di ferro” con Carrie. E restare al suo posto, confidandosi insostituibile per un premier che non volle sacrificarlo nemmeno di fronte al clamoroso scandalo della violazione familiare delle regole del primo lockdown anti-coronavirus nella primavera passata. Ma per il Times il vero bersaglio della Symonds appare proprio lui, sullo sfondo di una partita sotterranea in gioco da tempo, non senza colpi bassi, con in palio in sostanza l’incoronazione di chi debba avere l’influenza decisiva su Boris (e sui destini del governo).

    Intanto Lee Cain sarà sostituito come Direttore della Comunicazione da James Slack, ex firma del Daily Mail e attuale portavoce del primo ministro, il cui ruolo è destinato a essere svuotato dalla cooptazione di Allegra Stratton nella veste di nuovo volto ufficiale dell’esecutivo per i futuri briefing tv concepiti sul modello Usa: ossia di un’ex giornalista Bbc “amica” – guarda caso – della 32enne first lady in pectore che BoJo, 56 anni, dovrebbe impalmare a maggio.

    La guerra intestina semina del resto imbarazzo e malcontento fra alcuni deputati conservatori, sempre meno a loro agio in questo clima da tardo impero. Mentre l’opposizione laburista coglie la palla al balzo per accusare il governo di mostrarsi “incompetente e diviso”, con consiglieri impegnati a “combattersi come ratti” per una promozione. “E’ patetico e infantile – twitta Angela Rayner, numero due del leader Keir Starmer in un Labour di nuovo in ascesa nei sondaggi – che questo succeda nel mezzo di una pandemia in cui il Paese ha raggiunto il traguardo tragico dei 50.000 morti

  • Gran Bretagna, la Camera di Comuni vota il piano Brexit di Boris Johnson

    I parlamentari britannici hanno approvato il controverso disegno di legge sul mercato interno (Withdrawal Agreement) che prevede di ignorare parti dell’accordo Brexit con l’UE. Il disegno di legge che stabilisce le regole per il funzionamento del mercato interno del Regno Unito – commercio tra Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord – dopo la fine del periodo di transizione della Brexit è passato alla Camera dei Comuni con 340 voti contro 256 e ora andrà alla Camera dei Lord.

    La legislazione conferisce al governo il potere di modificare alcune clausole dell’accordo di recesso dall’UE, un accordo giuridicamente vincolante che disciplina i termini della Brexit stipulato all’inizio di quest’anno. La Commissione europea ha minacciato di intraprendere azioni legali per la decisione. La decizione infatti mina le regole del commercio internazionale.

    Il periodo di transizione post-Brexit dovrebbe concludersi il 31 dicembre e si teme che le due parti potrebbero non riuscire a raggiungere un accordo (no deal).

    Preoccupazione è stata espressa da cinque ex Primi Ministri britannici – John Major, David Cameron, Theresa May, Tony Blair e Gordon Brown – secondo i quali il disegno di legge rischia di mettere seriamente a rischio la reputazione e l’affidabilità internazionale del Regno Unito.

  • I deputati minacciano di bloccare l’accordo commerciale UE-Regno Unito se Londra ne violerà le condizioni

    I legislatori europei minacciano di bloccare qualsiasi accordo commerciale con il Regno Unito a meno che quest’ultimo non ritiri i suoi piani ignorando gli elementi dell’accordo sulla Brexit e violando il diritto internazionale in maniera così diretta.

    “Se le autorità britanniche violano – o minacciano di violare – l’accordo di recesso, attraverso il disegno di legge sul mercato interno del Regno Unito nella sua forma attuale o in qualsiasi altro modo, il Parlamento europeo non ratificherà in nessun caso alcun accordo tra l’UE e l’UK”, hanno fatto sapere in una dichiarazione congiunta i leader dei gruppi politici del Parlamento europeo insieme ai membri del gruppo di coordinamento del Regno Unito (UKCG). Hanno aggiunto che l’organismo “non accetterà che la sua supervisione democratica venga frenata da un accordo dell’ultimo minuto oltre la fine di ottobre”, ribadendo anche l’appello del vicepresidente della Commissione, Maros Sefcovic, al governo del Regno Unito di ritirare queste misure dalla bozza di legge nel più breve tempo possibile, o si rischia il fallimento dei colloqui post Brexit.

    “La totale mancanza di rispetto dei termini dell’accordo di recesso violerebbe il diritto internazionale, minerebbe la fiducia e metterebbe a rischio i futuri negoziati sulle relazioni in corso”, ha affermato l’UE in una dichiarazione dopo un incontro di emergenza con il ministro britannico Michael Gove, a Londra, la scorsa settimana, aggiungendo che spetta al Regno Unito ricostruire questa fiducia.

    Una violazione dell’accordo potrebbe indurre l’UE a intraprendere un’azione legale contro il Regno Unito. Il governo britannico però, senza troppi giri di parole, ha dichiarato che non ritirerà il disegno di legge del primo ministro britannico Boris Johnson che sarà discusso lunedì prossimo alla Camera dei Comuni e, successivamente, ci sarà una votazione.

    Se i colloqui sono condotti solo dalla Commissione, il Parlamento europeo deve dare il suo assenso affinché qualsiasi accordo venga approvato.

  • L’accordo sulla Brexit ad ottobre è ancora possibile, lo afferma il ministro degli Esteri tedesco

    “Raggiungere un accordo tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea sui loro futuri legami entro ottobre è ambizioso ma realizzabile”. E’ quanto ha dichiarato il ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, dopo l’inizio dei negoziati Brexit tra l’UE ed il Regno Unito. In precedenza, appena cominciato il semestre di presidenza tedesca dell’UE, Maas considerava la partita sulla Brexit “molto difficile e molto molto lenta” anche perché non c’è ancora certezza sulla direzione che gli inglesi vogliono intraprendere, e cioè, se vogliono o meno un accordo. La cancelliere Angela Merkel aveva già fatto sapere che avrebbe spinto per una “buona soluzione” entro l’autunno, durante la presidenza della Germania, ma che, tuttavia, l’UE deve essere preparata nel caso in cui i colloqui sull’accordo commerciale non andassero a buon fine e non venisse raggiunta un’intesa.

    Il primo ministro britannico Boris Johnson ha ripetutamente sottolineato che il Regno Unito non chiederà una proroga del periodo di transizione, che dovrebbe concludersi il 31 dicembre come è stato anche sancito dalla legge britannica.

  • La forma e la sostanza ora coincidono: Germania alla guida della Ue fino a fine anno

    Nei corridoi di Bruxelles e di Berlino la chiamano già “la presidenza Corona”. Quella della Germania sarà una presidenza del Consiglio Ue “completamente diversa” da quella che era stata programmata inizialmente. “Non sarà certo quella che avevamo preparato: abbiamo dovuto riprogrammare tutto”, ha spiegato alla vigilia una fonte diplomatica tedesca a Bruxelles.

    In ogni caso, per la prima potenza dell’Ue, che per sei mesi avrà la presidenza della Commissione e del Consiglio insieme, la “priorità” sarà “combattere la pandemia” di Covid-19 e le sue conseguenze economiche. Il successo o il fallimento della presidenza della Germania si misurerà su due dossier, che hanno la precedenza su tutti gli altri. Anzitutto, il pacchetto costituito dal Recovery Plan da 750 miliardi di euro e dall’Mff 2021-27, il bilancio pluriennale dell’Ue da 1.100 miliardi. E poi la Brexit che, anche se il Regno Unito è ormai uscito dall’Ue, continua a pendere come una spada di Damocle sul Vecchio Continente, perché alla crisi nera provocata dalla pandemia si aggiunge il rischio di una Brexit dura sul piano economico il 31 dicembre 2020, senza un accordo sulla relazione futura.

    Anche se è la premier più longeva del Continente e anche se la risposta alla pandemia le ha dato nuova forza politica, neppure Angela Merkel ha la bacchetta magica: “Ci sono troppe aspettative per la presidenza tedesca – spiega il diplomatico – se durante la presidenza avremo un accordo sul Recovery Plan e sull’Mff, questo per noi sarà un successo fantastico”. E “se avessimo anche un accordo” sulla relazione futura con il Regno Unito, sarebbe “magnifico”, ma anche in questo caso “bisogna essere in due per ballare il tango”. Per arrivare ad un accordo con Londra “serve maggiore realismo da parte britannica. Se avremo queste due cose, sarà un successo enorme”. Arrivare ad un accordo sul Recovery Plan e sull’Mff 2021-27 “è possibile”, ma “non sarà facile”, spiega il diplomatico. Le principali discussioni, che sono in corso, vertono sulla proporzione di trasferimenti e prestiti, con i Paesi Frugali (Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) contrari ai primi, oppure inclini a ridurne l’entità (nella proposta sono 500 mld i trasferimenti e 250 miliardi i prestiti), ma anche sui criteri di allocazione delle risorse che, anche se suonano “tecnici”, determinano “quanto ciascuno prende dalla torta”.

    Si discute anche della condizionalità, cioè sul fatto che “se prendi i soldi fai le riforme”. Il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel dovrebbe proporre presto una “negobox”, un pacchetto negoziale, dopodiché si discuterà “intensamente” fino al Consiglio Europeo del 17-18 luglio, quando la palla sarà nelle mani dei leader. “Speriamo che sia possibile” arrivare ad un accordo “al più tardi entro la fine del mese”, dice la fonte. Per il diplomatico “ci sono buone possibilità di avere un accordo già il 17-18 luglio. Forse occorrerà arrivare a domenica mattina, ma è possibile. Siamo ottimisti”. Un accordo entro luglio è necessario, perché poi occorre negoziare con il Parlamento, che può bocciare il bilancio. Oggi il presidente della commissione Bilanci del Parlamento Johann van Overtveldt ha avvertito che l’Aula non si lascerà schiacciare da una fretta dovuta ai ritardi del Consiglio.

    Per quanto riguarda invece la Brexit, o meglio l’accordo sulla relazione futura tra Ue e Regno Unito, che a fine anno uscirà da mercato unico e unione doganale, gli scogli sono il “level playing field”, cioè la concorrenza leale, ossia le condizioni alle quali le imprese britanniche potranno accedere al mercato unico, la pesca e la governance, incluso il ruolo della Corte di Giustizia Ue.

    Questi sono i punti “più difficili”, spiega il diplomatico. Ma non dipende tutto dall’Ue, né dalla Germania: per arrivare ad un accordo occorrerà “un approccio più pragmatico e meno ideologico” da parte del Regno Unito. Un’intesa deve essere trovata entro il Consiglio Europeo di ottobre, al più tardi entro l’inizio di novembre, per permettere le ratifiche parlamentari.

    Sul dossier migrazioni, che è diventato “tossico”, è inutile aspettarsi miracoli: “Non riusciremo a chiudere il file – prevede il diplomatico – se riusciremo a mettere un po’ di movimento nella discussione” sarà già un successo, “vista la situazione”.

    Bene ha fatto la Commissione, con una mossa “intelligente”, a rimandare la presentazione della riforma del sistema Ue di asilo a dopo l’accordo sul Recovery Plan. Una volta incassata l’intesa, allora “daremo un’occhiata al dossier, ma non mi aspetto che saremo in grado di chiuderlo”, dice la fonte.

    Mentre si sono già fatti grandi “progressi” sulla legge europea sul clima, sarà più complicato, anche a causa della pandemia, organizzare la conferenza sul futuro dell’Europa. Si pensa ad una soluzione mista, in parte conferenza fisica in parte on line, “forse a Bruxelles e a Strasburgo, forse negli Stati membri”. La conferenza si dovrebbe tenere, ma “quando è difficile da dire”. Se non arriverà una vera “seconda ondata” di Covid-19, potrebbe svolgersi nella “seconda metà della presidenza tedesca, cioè tra ottobre e dicembre. Un altro “tema complicato” che emergerà sarà la digital tax, anche se in vista delle elezioni presidenziali Usa non ci si aspetta una guerra commerciale.

    La presidenza tedesca sarà segnata da difficoltà operative dovute alla pandemia di Covid-19, come già quella croata. Il Consiglio Europeo del 17-18 luglio dovrebbe essere il “primo incontro fisico” nel Consiglio da marzo. Al massimo, gli incontri fisici nel Consiglio potranno essere portati al 30% del livello normale, ma non oltre, a causa del distanziamento sociale. Si rimedia con le videoconferenze che però, per il lavoro diplomatico, non sono l’ideale. “Abbiamo calcolato che sono efficienti il 20% di un incontro fisico”, spiega il diplomatico, perché non è possibile negoziare faccia a faccia, cosa indispensabile per arrivare ad un vero compromesso. Inoltre, “c’è un problema di riservatezza”, dato che la confidenzialità è difficile da garantire nel formato digitale. Persino a livello di capi di Stato e di governo “vediamo che le cose escono sulla stampa in tempo reale”. E questo “è un problema”. Senza contare le difficoltà che tutti hanno sperimentato durante il lockdown, cioè i problemi tecnici, con le disconnessioni, le difficoltà di comunicazione audio, i microfoni che non funzionano, i “can you hear me?”. In ogni caso, “dovremo convivere con tutto questo”. Senza contare che, Dio non voglia, potrebbe arrivare “una vera seconda ondata” e, in quel caso, si dovrebbe ritornare “al punto di partenza”, cioè al formato 100% digitale.

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