Brexit

  • 432 NO alla Brexit contro 202 SI’

    Quel che si prevedeva è accaduto. La Camera dei Comuni ha respinto l’accordo del governo con l’UE per l’uscita del Regno Unito dall’Europa. Quel che non si prevedeva, invece, è stata la dimensione del NO: 432 pareri contrari contro soltanto 202 a favore. Il che vuol dire che la crisi in seno al parlamento, ed in particolare in seno al partito conservatore, è molto più ampia di quel che si temeva. Una larga fetta di deputati conservatori ha votato contro il proprio governo, dando man forte all’opposizione laburista, che non ha mai dichiarato che Brexit vuole. Il partito di Corbyn vuole innanzitutto le dimissioni della May. Per il resto si vedrà! Il che sta a dimostrare che anche tra i laburisti ci sono opinioni contrarie e divergenti. Alcuni vorrebbero un secondo referendum, nella speranza che stavolta la Brexit sia respinta, ma Corbyn non è dello stesso parere. La volontà dei deputati comunque è stata chiara: No a questa Brexit negoziata dalla May nel corso di 18 mesi. Quale Brexit, allora? Quella senza accordo, con conseguenze incalcolabili per la finanza e per l’economia, tanto del RU che dell’UE? Quella con una presenza del RU nell’Unione doganale (e quindi nel mercato unico) a tempo indeterminato? Sarebbe salvaguardata in questo modo la libera circolazione delle merci alla frontiera dell’Irlanda del Nord con la repubblica irlandese, come vorrebbe il partito nord-irlandese che sostiene la May al governo. Sarebbe la Brexit del cosiddetto Piano B, vale a dire con modifiche all’accordo attuale per chiedere ulteriori rassicurazioni sulla dichiarazione politica facente parte dell’accordo attuale che riguarderebbero il “backstop” con il RU dentro l’Unione doganale. Una Soft Brexit con una proroga della sua entrata in vigore per permettere un negoziato finalizzato a non prevedere la piena permanenza nel mercato unico, ma una forma di accordo di libero scambio simile a quello che l’UE ha negoziato recentemente con il Canada. Le ipotesi sono molte, ma probabilmente non esiste per ora nessuna maggioranza a favore di esse.  E’ indubbio che il ritorno dei dazi doganali e l’entrata in funzione delle dogane impensierisce molti produttori. Essere tagliati fuori dal grande mercato unico fa temere una diminuzione dei traffici commerciali, con conseguenze negative nel settore della produzione e dei trasporti. Quale soluzione scegliere, allora? L’incertezza è sovrana e i rischi del peggio non sono solo minacce verbali. Molti si chiedono, anche a livello internazionale, che cosa farà la May? Rimarrà in carica o darà le dimissioni per favorire un’uscita dalla crisi? Conoscendo il suo carattere e la sua tempra di combattente, i suoi amici affermano che non abbandonerà il governo, tanto più che non esiste al momento attuale una ipotesi alternativa dichiarata. La frammentazione delle forze politiche, unita a quella della Scozia che non vuole la Brexit, non permette al momento di imbarcarsi per un approdo sicuro. Ricostituire l’unità dei conservatori e pretendere una visione unitaria dei Laburisti sembrano ipotesi lontane dalla realtà. Siamo portati a credere, come abbiamo affermato in altre occasioni, che la Brexit, più che un problema per l’Europa, sia soprattutto un problema interno inglese. Un sovranismo mal posto, un populismo un po’ retorico, un nazionalismo fuori tempo sono tutti elementi che non possono essere ricomposti con la necessità dello stare insieme e con una geopolitica razionale. La Brexit è anche un problema di cultura ed è difficile, per il pragmatismo anglosassone, rendersene conto. Occorre tempo. Ma nel frattempo bisogna riuscire a far andar d’accordo le frontiere con la libera circolazione e le relazioni commerciali con la libertà di scambio. Le sfide che nel mondo globale attendono gli europei, inglesi compresi, non aspettano certamente le sottigliezze dei politicanti di professione. Il mondo va avanti e l’Europa, Regno Unito compreso, non può  permettersi di fermarsi davanti al no dei deputati laburisti, unito a quello dei deputati conservatori che rifiutano la leadership del loro Primo ministro. La posta in gioco è troppo alta perché si rinunci a quel senso di responsabilità richiesto dalla gravità della situazione. Anche l’Italia avrebbe una lezione da tirare dalla realtà britannica. Chiacchere a vanvera sull’Europa e sulla sua moneta unica non favoriscono comprensione e solidarietà, due elementi indispensabili per lo stare insieme senza traumi. Così come non portano a soluzioni condivise i sovranismi populisti. Una Brexit mal riuscita avrebbe conseguenze incalcolabili anche per l’Italia.

  • Sempre più complicata la situazione della Brexit

    L’11 gennaio alla Camera dei Comuni inizierà il dibattito sull’accordo con l’UE approvato dal governo May e il voto dovrebbe aver luogo tra il 14 ed il 15 gennaio. Il nuovo anno non sembra aver portato novità significative. Non si sono fatti passi avanti nel tentativo di scongiurare il voto negativo, che riporterebbe la situazione al punto di partenza, vale a dire al rischio più che certo di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza accordo. Sarebbe una situazione paradossale. Il governo ha approvato l’accordo con le dimissioni di tre ministri, i conservatori pro Europa vorrebbero un secondo referendum, ma per ora non esiste nessuna iniziativa in proposito. Anche una parte dei laburisti vorrebbero un secondo referendum, ma Corbyn, il loro leader, non fa una mossa in questa direzione; si barcamena ambiguamente nella speranza di giungere alla caduta del governo e di presentarsi come candidato alla sostituzione della May. Un altro aspetto del paradosso è rappresentato dal fatto che il nodo non sciolto nell’accordo raggiunto fino ad ora è la questione del confine con l’Irlanda del Nord, una frontiera aperta con l’UE, come vogliono gli irlandesi che sono al governo con la May, o una frontiera chiusa che imporrebbe la dogana con la repubblica d’Irlanda? La prima soluzione prevede l’appartenenza dell’Irlanda del Nord all’unione doganale con l’Europa e la seconda è rifiutata dai politici che sono al governo con la May. Che fare, dunque? Prorogare la data dell’uscita, il 29 marzo, come pronostica qualcuno, oppure uscire alla data prevista e senza trattato per il dopo? Già, senza trattato! Ma è proprio questa situazione che impaurisce molti inglesi e che fa temere anche per il futuro del Regno Unito. Non a caso, infatti, si sta registrando un boom di passaporti che offrono una seconda nazionalità agli inglesi. La Germania, l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo hanno registrato un significativo aumento  delle richieste di passaporto da parte degli inglesi. Nel 2017 in Germania sono state richieste 7.500 naturalizzazioni contro le 622 del 2015, in Irlanda c’è stato il 22% d’aumento, in Spagna il numero delle richieste è triplicato. Sono dati allarmanti che corrispondono alla paura dei cittadini inglesi di non poter più lavorare e viaggiare liberamente dopo la data fissata per l’uscita dall’Europa. Secondo un sondaggio effettuato su un campione di 25mila intervistati, solo il 22% dei cittadini britannici sostiene l’accordo raggiunto con l’UE dalla May: un dato che testimonia il grave stato d’incertezza che ha caratterizzato questi ultimi mesi e che ha scavato una profonda frattura tra il governo e l’opinione pubblica. Lo stesso governo ha organizzato una simulazione del passaggio di camion al porto di Dover, l’approdo più vicino alla Francia, nel caso di una frontiera chiusa con l’Europa e di un controllo doganale. Ogni giorno, dal porto di Dover passano circa 10.000 furgoni. Un rapporto dell’University College di Londra ritiene che il mancato accordo sulla Brexit avrebbe delle conseguenze incredibili. Un aumento minimo dei controlli alla dogana comporterebbe un’enorme peggioramento del traffico. Anche alcuni secondi farebbero una differenza enorme. Secondo il detto rapporto universitario un aumento di 40 secondi a veicolo non avrebbe alcun impatto sul traffico. Se i ritardi arrivassero invece a 70 secondi per ogni veicolo, ci sarebbero delle code di sei giorni in cui sarebbero coinvolti dai 1200 al 2724 camion. Con un ritardo di 80 secondi – spiega il rapporto – non ci sarebbero rimedi: tutto il paese rimarrebbe sconvolto e incastrato nel traffico. Se il no deal, cioè la mancanza di un trattato per dopo l’uscita, fa intravedere soltanto per il traffico doganale ostacoli e complicazioni come quelli previsti dallo studio universitario citato, non si può certamente affermare che la situazione sia tranquilla a Londra. La crisi è palese e minaccia d’aggravarsi con il voto negativo del parlamento del 15 gennaio prossimo. Una Brexit senza trattato d’uscita sarebbe certamente un disastro. E ancora possibile porvi rimedio? L’estensione dell’art. 50, che richiede l’approvazione dei 27 Stati dell’UE, sembra difficile da raggiungere. A meno che la decisione di un secondo referendum, oppure le elezioni anticipate a causa di una crisi del governo May non rappresentino della buone ragioni per rinegoziare il trattato.

  • Dopo Brexit, Milano pronta ad ospitare Tribunale dei Brevetti?

    Milano è pronta ad ospitare il Tribunale dei Brevetti al posto di Londra, quando e se avverrà la Brexit. Ad affermarlo sono magistrati, avvocati e politici i quali, rivendicando l’alto numero di brevetti che annualmente vengono depositati presso il tribunale meneghino (quarto paese europeo per numero), sottolineano come Milano sarebbe la città più adatta a candidarsi perché sia la sede principale (Parigi) che le due divisioni (Londra e Monaco) sono state scelte proprio in base al maggior numero di brevetti depositati. Addirittura sarebbe pronta anche la sede, uno spazio di 850 mq in via San Barnaba. Il trasferimento del Tribunale dei Brevetti a Milano porterebbe centinaia di milioni l’anno di indotto e rafforzerebbe ulteriormente l’immagine di Milano in Europa, un risarcimento, in qualche modo, dopo la mancata assegnazione dell’Agenzia del Farmaco.

  • L’Unione europea firma l’accordo per l’uscita di Londra

    Dopo due anni e mezzo dal referendum sulla Brexit, sabato 24 novembre il Consiglio europeo (cioè i 27 capi di Stato o di governo dell’Unione europea ) ha firmato l’accordo con Londra per la sua uscita. L’accordo era stato approvato dal governo di Theresa May il 13 novembre scorso, ma il giorno dopo quattro ministri si sono dimessi perché in disaccordo con alcuni punti del documento. L’Unione europea, com’era previsto, ha firmato, non ha opposto difficoltà e l’unanimità ha sanzionato il faticoso e contrastato lavoro dei negoziatori. Ora manca solo l’approvazione del Parlamento europeo e del Parlamento inglese, ma l’ironia della sorte potrebbe giocare un brutto scherzo e far saltare l’accordo proprio con un voto contrario della Camera dei Comuni. Ai voti dell’opposizione, infatti, potrebbero aggiungersi i dieci del partito nord irlandese, quelli degli scozzesi del Partito Nazionalista (Snp) e  di un consistente gruppo di conservatori (si parla di una ottantina), i quali ritengono che l’accordo concluso da May sia il peggiore possibile, in quanto disegnerebbe un quadro in cui Londra rimarrebbe soggetta alle leggi europee, ma senza più alcuna possibilità di influire sui processi decisionali. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato che l’accordo è il migliore possibile, mentre la cancelliera Angela Merkel si è detta triste per la tragica decisione di un Paese che lascia l’Unione dopo 45 anni. La premier Theresa May ha affermato che questo è un momento di fare un passo avanti e che lei non condivide la tristezza della collega Merkel. L’ironia consisterebbe nel fatto che l’Europa ha firmato per la Brexit, mentre i legislatori inglesi la respingerebbero. E l’uscita senza accordo complicherebbe ancor di più il dopo Brexit, cioè le relazioni commerciali del RU, e non solo, con l’UE. E’ indubbio che la premier britannica ha la grande responsabilità di affrontare un passaggio molto pericoloso per il suo governo e per il destino del suo Paese. Ha dimostrato fino ad ora carattere e volontà. In una lettera aperta agli inglesi, poco prima della riunione con il Consiglio europeo, ha promesso di mettere anima e cuore per cercare di vincere la battaglia in Parlamento e di essere convinta con ogni fibra del essere, che l’accordo è giusto. E se il Parlamento non l’ascoltasse? Che succederebbe? Darebbe le dimissioni aggiungendo la crisi di governo a quella della Brexit? Non sarebbero nemmeno escluse le elezioni anticipate.

    Ma cosa prevede l’accordo? Sono molti i punti che lo compongono. Tra i principali ricordiamo:

    • i due testi oggetto dell’intesa. Il primo, di 585 pagine, è l’accordo sul ritiro, giuridicamente vincolante, il secondo, di 26 pagine, è una dichiarazione politica che traccia a grandi linee i punti principali del futuro rapporto Ue-Ru, che non ha forza legale. Per entrare in vigore l’accordo necessita ancora della ratifica dei due Parlamenti, quello inglese e quello europeo.
    • L’Unione doganale tra Regno Unito (Irlanda del Nord compresa) e l’Unione europea nel periodo di transizione, cioè fino al dicembre 2020.
    • Il periodo di transizione, dal 29 marzo 2019 fino al dicembre 2020, per consentire di arrivare ad un’intesa commerciale futura definitiva.
    • Una clausola di salvaguardia, detta “backstop” per evitare un confine fisico tra le due parti dell’isola: il Nord Irlanda e la Repubblica d’Irlanda.
    • Il ritorno della sovranità con l’entrata in vigore della legge di ritiro dalla UE introdotta dal governo inglese nel giugno del 2018, per mettere fine, dal 29 marzo 2019, al primato della legislazione europea su quella britannica.
    • La corte europea, che rimane attiva durante la transizione. Per il dopo, sarà necessario trovare un nuovo meccanismo per dirimere le liti.
    • La questione relativa a Gibilterra è stata esclusa dai negoziati a richiesta della Spagna, che ritiene d’avere il diritto di approvare ogni futura intesa che riguarderà il territorio ora considerato d’Oltremare del Regno Unito, su cui Madrid spera di strappare una co-sovranità.
    • Il costo dell’uscita ammonta a 39 miliardi di sterline (circa 44 miliardi di euro) che corrispondono agli impegni presi quando il RU era uno Stato membro.
    • La libera circolazione. Nel rispetto del risultato del referendum del 2016, che comprende la fine della libertà di circolazione delle persone, a partire dal 2021 questa libertà verrà meno. Per risiedere stabilmente nel Regno Unito servirà un apposito permesso.
    • I diritti degli europei già residenti nel RU ( quasi tre milioni) verranno conservati. Vale i reciproco per gli inglesi residenti in Europa (circa un milione e trecento mila). I turisti potranno viaggiare senza problemi con l’esibizione del passaporto.

    Ora l’entrata in vigore dell’accordo dipende dal voto che avrà luogo a Westminster in dicembre. Se il voto sarà negativo tutto sarà messo in discussione e nuovi scenari si affacceranno, sull’esito dei quali nessuno per ora è disposto a scommettere.

  • Che possano servire di lezione

    La coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.

    Sandro Pertini

    Un furbo derviscio era riuscito a convincere il sultano di sapere, in ogni momento, cosa faceva Dio. Il sultano, a sua volta, faceva quello che secondo il furbo derviscio facesse Dio. E ne andava fiero il sultano di quello che faceva. Un giorno chiese al patriarca di Costantinopoli se lui avesse qualcuno che sapeva cosa facesse Dio in ogni momento. E se no, allora il patriarca sarebbe stato decapitato. Disperato il patriarca ritornò nella sua dimora. Un diacono, vedendolo così disperato, gli chiese cosa aveva. Dopo aver saputo, il diacono lo tranquillizzò e gli chiese soltanto di portarlo con se presso il sultano. E così fu. Il sultano chiese al diacono se lui sapeva cosa faceva Dio in qualsiasi momento. Sì, rispose il diacono. Ma prima, siccome sono stanco e affamato, posso avere qualcosa da mangiare insieme con il derviscio? I servi portarono subito una grande tazza con latte e un pezzo di pane. Il diacono e il derviscio cominciarono a spezzettare il pane e mescolare i pezzi nel latte e si misero a mangiare. Subito il diacono diede una cucchiaiata sul naso al derviscio. Il sultano arrabbiato lo sgridò. Allora il diacono gli rispose: ma come mai, lui che sa in qualsiasi momento cosa fa Dio, non sa riconoscere i suoi bocconi dai miei? Il sultano, svergognato e umiliato, non poteva dire niente. Ordinò di uccidere il furbo derviscio e lasciò tranquillo il patriarca e il diacono. Questo racconta una vecchia fiaba con intelligente ironia. E dalle fiabe c’è sempre da imparare.

    La metafora di questa fiaba è sempre attuale. Purtroppo, e non di rado, anche le istituzioni dei singoli paesi e quelle internazionali sono soggette e patiscono dalle premeditate e spesso anche profumatamente “sponsorizzate” fandonie e bugie Non fanno eccezione nemmeno le istituzioni dell’Unione europea. Quanto sta succedendo, soprattutto negli ultimi anni, ne è una testimonianza. L’operato dei rappresentanti delle istituzioni europee, per la maggior parte nominati e non eletti, non sempre ha giustificato e onorato la fiducia data. Non a caso determinate decisioni delle istituzioni hanno provocato e continuano a provocare malcontenti e disappunti. Non a caso in diversi paesi dell’Unione sono nati e stanno avanzando i movimenti e/o i partiti politici euroscettici. E non a caso anche i tradizionali partiti, in diversi paesi europei, hanno perso e stanno perdendo consenso. Lo dimostrano chiaramente i risultati elettorali degli ultimi anni. Quanto sta succedendo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti. Per i partiti e per le istituzioni locali e/o internazionali, ma soprattutto per i cittadini responsabili. Per quei cittadini che, con i loro voto, eleggono i propri rappresentanti, sia nazionali che nel Parlamento europeo. Rappresentanti che, a loro volta, scelgono e nominano i funzionari di tutti i livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Compresi, anche e soprattutto, quelli della Commissione europea, le cui decisioni hanno un diretto impatto non solo nei singoli stati membri, ma anche oltre.

    Ragion per cui, le prossime elezioni per il Parlamento europeo rappresentano un avvenimento molto importante, visti anche gli sviluppi in altri singoli paesi e quegli geopolitici a scala mondiale, con tutte le loro conseguenze. Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, in maniera unanime, che le prossime elezioni si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019. Si voterà in tutti i 27 stati membri dell’Unione per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. Per la prima volta, dal 1979, non si voterà nel Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016, per rimanere o uscire dall’Unione europea.

    Proprio domenica scorsa, dopo un vertice straordinario, il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità l’accordo dell’uscita e delle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea. E tutto ciò è dovuto anche ad alcune determinate scelte e decisioni delle istituzioni europee nel corso degli anni che hanno scatenato il malcontento e la reazione dei cittadini del Regno. Una separazione che non è stata e non sarà facile. La frase del presidente Juncker, il quale riferendosi al sopracitato accordo, ha detto che “è un giorno triste. Non un momento di gioia ma una tragedia, perché un grande Paese lascia l’Unione europea”, rappresenta lo stato d’animo e la realtà attuale e futura. Realtà che metterà a dura prova anche la premier Theresa May e il suo governo. Nel frattempo rimane in bilico l’esito della votazione del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto domenica scorsa a Bruxelles, visto che la May non ha la maggioranza per farlo approvare.

    Ma non è soltanto quanto è successo tra l’Unione europea e il Regno Unito, quello che dovrebbe far riflettere seriamente e con la massima responsabilità tutti, sia i rappresentanti politici e istituzionali, che i cittadini. Basta pensare ai risultati elettorali nei diversi singoli paesi dell’Unione. L’avanzata dei partiti e dei movimenti euroscettici e populisti è un segnale da prendere seriamente in considerazione. E non soltanto con delle “belle parole”, bensì con delle scelte responsabili, anche se difficili. Scelte che dovrebbero mirare quanto avevano ideato con chiarezza e lungimiranza i Padri Fondatori circa settant’anni fa. Scelte che dovrebbero far diventare l’Unione europea, tra l’altro, anche portatrice dei valori fondamentali dell’umanità. Scelte che dovrebbero far pensare due volte, prima di agire, determinati alti rappresentanti delle istituzioni europee. Scelte che dovrebbero ostacolare e condannare comportamenti irresponsabili e, peggio ancora, comportamenti “profumatamente sponsorizzati” da interventi occulti e contro gli interessi dei singoli paesi. Sia di quelli membri dell’Unione che di quelli che ambiscono a diventare tali.

    Il caso dei paesi balcanici ne è un eloquente e significativo esempio. Come lo sono, fatti alla mano, alcuni determinati comportamenti di certi alti rappresentanti delle istituzioni europee, la Commissione in primis. Con il loro operato, hanno clamorosamente fallito in Macedonia, anche ultimamente con il referendum per il nome. Hanno fallito con le trattative tra la Serbia e il Kosovo, soprattutto appoggiando il progetto della revisione delle frontiere tra i due paesi. Ma hanno fallito vistosamente e altrettanto clamorosamente in Albania, chiudendo gli occhi e permettendo la diffusa cannabizzazione del paese, la galoppante corruzione e tanto altro. Lo hanno fatto ripetutamente con le loro irresponsabili e sponsorizzate dichiarazioni sia Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, che Johannes Hahn, Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento. E lo hanno fatto, mentre i rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate, comprese anche quelle della Commissione europea, affermavano l’opposto contrario (Patto Sociale n.292; 304; 318;321 ecc.).

    Chi scrive queste righe auspica che quanto sia successo ultimamente in diversi paesi dell’Europa possa e debba servire di lezione. Egli, altresì, avrebbe veramente preferito che l’inqualificabile comportamento di alcuni alti rappresentanti dell’Unione fosse dovuto semplicemente alla leggerezza di credere ai loro consiglieri. Perché, per lo meno, non si sarebbero trovati, in seguito, nelle pietose condizioni del sultano mentito dal suo furbo derviscio.

  • Merkel sulla Brexit: “Abbiamo fatto molta strada”

    Dopo l’incontro della premier britannica Theresa May con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, Angela Merkel, cancelliera della Repubblica federale di Germania, si è dichiarata soddisfatta: “Abbiamo fatto molta strada – ha affermato – ma certamente servirà ancora discutere molto, specialmente con la Gran Bretagna”.  La Merkel preme affinché si trovi al più presto un’intesa per scongiurare una Brexit disordinata che porta risvolti negativi. Soddisfatta, dunque, ma con qualche riserva. Esprime ottimismo, invece, Theresa May,  dopo l’intesa raggiunta tra le due parti sulla bozza del testo che definisce le relazioni future tra Londra e Bruxelles. “È stato un buon incontro e abbiamo fatto ulteriori progressi (…) Spero possa condurre alla soluzione delle questioni rimaste”. Durante l’incontro – afferma anche un portavoce della Commissione – “sono stati fatti dei buoni e nuovi progressi. Il lavoro continua”. Il testo concordato, tuttavia, non rappresenta nulla di definitivo. I 27 Paesi dell’UE lo approveranno certamente in occasione della riunione del prossimo Consiglio, mentre il parlamento britannico potrebbe respingerlo. Il tentativo di far dimettere la May dopo la crisi apertasi in seno al suo partito in seguito al voto favorevole del governo sull’accordo, non è riuscito fino ad ora. Le 48 firme necessarie per presentare la sfiducia non sono state raccolte. Ne mancavano soltanto tre o quattro, ma sufficienti a bloccare la manovra contro la premier. La May resiste, indomita e tenace. L’opinione pubblica pare apprezzare questo aspetto del suo temperamento. E’ sempre stata creduta labile e indecisa. Dimostra invece, in questa vicenda burrascosa e grave del raggiungimento di un accordo con l’UE, una decisa volontà da un lato di perseguire la scelta maggioritaria dell’elettorato per l’uscita dall’UE e dall’altro di non farsi travolgere dagli avversari nel suo stesso governo e nel suo partito. Più volte ha affermato che l’accordo raggiunto è il migliore che si potesse ottenere nella situazione attuale. O questo accordo, o nessun accordo, il che sarebbe un disastro ulteriore per il Regno Unito. I suoi avversari lo sanno, ma forse proprio per questo i loro tentativi di rovesciarla non riescono. Dopo l’incontro con Juncker sulla definizione dei futuri rapporti tra RU e UE, la sterlina è stata euforica sui mercati valutari. Il superamento della difficoltà nel Regno Unito e la concordanza con l’UE, anche se non ottimale (la questione del confine con l’Irlanda del Nord non è stata risolta in via definitiva; il risultato raggiunto è solo provvisorio), non impressiona i mercati e gli investitori, per ora. Vedremo il seguito. Ma non disperiamo perché Il testo prevede inoltre l’equivalenza di trattamento per le banche del Regno Unito, e che Londra e Bruxelles si impegnino in una cooperazione doganale “profonda”. Un altro passo dunque è stato fatto dalla May nella giusta direzione, che sembra positiva anche per il mondo finanziario. Nessun sconquasso monetario, ma divisioni a non finire nel suo campo. Fino a quando resisterà?

  • Spanish PM Sánchez threatens to vote no over Gibraltar

    Spain’s Socialist Prime Minister Pedro Sánchez announced on November 20 that he would vote against the draft Brexit agreement if the text concerning the status of Gibraltar is not amended.

    “As things stand today, if there are no changes regarding Gibraltar, Spain will vote no on Brexit,” warned Sánchez over details of Article 184 of the agreement, which, according to Sánchez  “does not recognise that the case of Gibraltar, which must be negotiated directly between Spain and the United Kingdom. Our government will not accept it (as is),” adding, “The fact that our government, which is pro-European, finds itself in this situation proves that there is something wrong with Brussels.”

    Throughout the Brexit negotiations, Spain – along with Ireland and Cyprus – has conducted separate talks with the UK about specific border issues. Sánchez’s demands will likely cause more headaches for EU officials ahead of Sunday’s EU-27 meeting, but this could not lead the deal to a breakdown, as the Withdrawal Agreement could still be approved by a qualified majority.

    During an EU ministers meeting in Brussels, Spanish Foreign Minister Josep Borrell reiterated that the draft Brexit deal had failed to make clear that talks on Gibraltar were “separate negotiations” and not part of future talks between the UK and EU.

    Spain’s goal is to get a provision in the agreement that would guarantee that the future bilateral trade relationship between the Eu and UK will not apply to Gibraltar without Madrid’s approval. The European Council’s legal team has tried to reassure Spain about the details of the text, but Borrell is still demanding further clarification.

    Gibraltar’s chief minister, Fabian Picardo, said he regretted the decision of the Spanish government but said he was not surprised by Madrid’s last minute demands. “This is a normal tactic of Spain’s since it is in the EU,” he said.

    The European Commission’s chief spokesperson, Margaritis Schinas, responded to Borrell by saying that the bloc had agreed last year that “no agreement between the EU and the UK can apply to Gibraltar without an agreement between the United Kingdom and  Spain”.

  • Il governo della May approva accordo con l’UE

    Sembrava una vittoria della May l’approvazione da parte del governo del Regno Unito dell’accordo raggiunto per l’uscita dall’Unione europea. Le polemiche della vigilia e le dimissioni di alcuni personaggi ostili alle proposte della May decise nel corso di una riunione ai Chequers, la residenza di campagna ufficiale dei Primi Ministri britannici, si pensava fossero state superate durante le sei ore di dibattito del governo sul contenuto dell’accordo. Anche le tre ore di dibattito alla Camera dei Comuni, durante le quali la May è stata messa sulla graticola pure da deputati appartenenti al suo stesso partito, sembravano superate dalla tenace volontà del Primo Ministro di non recedere di un pollice dalle posizioni acquisite ai Chequers e nel negoziato con gli emissari dell’UE. La May ne usciva vittoriosa, sia pure a prezzo di accuse feroci e di focose polemiche. La sua leadership aveva prevalso tanto nei confronti di coloro che sono contrari alla Brexit, quanti di quelli che pur essendo a favore della Brexit, considerano l’accordo troppo debole per gli interessi del Regno Unito. La sua immagine, pur bistrattata e spietatamente attaccata, ne usciva vittoriosa, tanto come capo del governo che come presidente del partito conservatore, pur diviso sul tema della Brexit. Ciò nonostante la May si trova in una situazione veramente paradossale. Al referendum che decise l’uscita ella si schierò per restare nell’UE. Ma dopo la vittoria del “si”  e la conseguente crisi all’interno del partito conservatore, con le dimissioni di Cameron, ella si trovò alla testa del partito e del governo, impegnata a far rispettare la volontà della maggioranza vittoriosa favorevole all’uscita. E rispondendo a chi la attaccava, in seno al governo e al Parlamento, ha continuato ad affermare che si batteva per rispettare la volontà della maggioranza degli elettori e che l’accordo in questione era la formula migliore per abbandonare l’Unione europea senza traumi. Ma così non l’hanno pensato i suoi sette ministri che dopo il consenso del governo, uno dopo l’altro si sono dimessi. La vittoria della May, pertanto, si sta trasformando in una crisi che mette in forse l’approvazione dell’accordo da parte del parlamento. La situazione è in movimento e non si può prevedere dove la crisi andrà a parare.

    Il nodo della discordia è rappresentato dalla questione dell’Irlanda del Nord che non vuole un confine né con la Repubblica irlandese, né con il Regno Unito, nodo che l’accordo tanto discusso avrebbe risolto temporaneamente con il mantenimento dell’Irlanda del Nord nell’Unione doganale, estesa anche a tutto il Regno Unito, in attesa di eventuali nuove soluzioni. Questo nodo spacca l’opinione pubblica e soprattutto spacca il governo e i partiti, non solo quello conservatore, ma anche quello laburista. Da un lato e dall’altro ci sono gruppi minoritari che rifiutano le soluzioni previste dall’accordo. Le motivazioni del dissenso sono diverse, ma sono profonde ed è difficile anche per gli osservatori calcolare il numero di coloro che potrebbero ipoteticamente garantire la maggioranza alla May. Anche l’opinione pubblica rimane frastornata da questa situazione, tanto che alcuni sondaggi darebbero la maggioranza a coloro che sono contrari alla Brexit nell’ipotesi di un nuovo referendum, oggi auspicato dagli amici dell’ex premier Tony Blair. Dai dibattiti e dalle feroci polemiche in corso, emerge sempre più il timore che l’uscita rappresenti un danno per gli interessi del R.U. , interessi economici e finanziari, tanto che alcuni temono la scomparsa della capitale finanziaria mondiale da Londra. E Francoforte, sede della BCE, la banca centrale europea, sarebbe indicata come capitale competitrice. I laburisti, dal canto loro, vorrebbero che la crisi sfociasse in nuove elezioni politiche, L’aria che però qualche tempo fa soffiava a loro favore, ora è diminuita d’intensità. Il loro capo, Jeremy Corbyn, è sempre più ambiguo. Non prende decisioni precise, se non contro gli ebrei, e un leader antisemita oggi in Gran Bretagna fa risorgere vecchi e odiosi fantasmi che si credevano completamente superati. Questo suo attaccamento a vecchi miti e a visioni socialistiche ottocentesche lo fanno considerare un vecchio arnese di una visione politica superata. Sarebbe la negazione di dieci anni di socialismo moderno praticato da Tony Blair ed il ritorno ad una situazione che la mondializzazione non potrebbe più sopportare. La May è più credibile per la sua coerenza e per la sua forte volontà di rispettare il mandato degli elettori. Ma potrebbe essere ugualmente perdente nel prossimo futuro. Non ce lo auguriamo, perché l’allungarsi dei tempi per il rispetto delle procedure d’uscita potrebbe favorire un ripensamento degli elettori. Il Regno Unito fuori dall’Europa non sarebbe più quello e l’Europa senza Regno Unito sarebbe diversa, probabilmente in negativo.

  • Dopo la Brexit il Regno Unito potrebbe chiedere il rientro nell’Ue

    Lo ha affermato Michel Barnier, il principale negoziatore dell’UE sull’accordo di ritiro UE-Regno Unito in corso (Brexit).

    Durante una conferenza tenutasi a Bruxelles, Barnier ha detto ai delegati presenti che una Brexit senza accordo sarebbe un “salto nel buio” per i 3 milioni di cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito, così come per i 1,5 milioni di cittadini britannici che attualmente vivono negli Stati membri dell’UE. Se il Regno Unito lascia l’Unione senza formalizzare un accordo di ritiro, i destini di questi espatriati sarebbero imprecisati e non chiariti.

    In risposta a una domanda del pubblico sulla potenziale reazione dell’UE nel caso in cui il Regno Unito decidesse di rimanere nell’UE, Barnier ha detto: “Se il Regno Unito cambia le sue linee rosse, allora ci adatteremo immediatamente. Dopo [lasciare l’UE] sarà un paese terzo, e come  paese terzo può chiedere di aderire all’UE”.

    Barnier ha dichiarato inoltre che i negoziati relativi a un accordo di ritiro tra Unione europea e Regno Unito stanno per concludersi, ma che le ben documentate controversie sul confine irlandese e una potenziale contrazione dell’Unione doganale, non sono ancora state risolte. Ha ribadito questo punto anche alla radio belga, dicendo agli ascoltatori della RTBF: “Stamattina non sono in grado di dire che siamo vicini al raggiungimento di un accordo, poiché c’è ancora un vero punto di divergenza sul modo di garantire la pace in Irlanda e di confermare che in essa non ci sono confini, proteggendo nel contempo l’integrità del mercato unico”.

    L’instaurazione teorica di una frontiera dura o morbida tra Irlanda e Irlanda del Nord, o in alternativa tra Irlanda del Nord e Regno Unito, probabilmente mantenendo l’Irlanda del Nord membro dell’Unione doganale europea, è stato un punto fermo.

    Un sondaggio condotto nel Regno Unito da Survation per Channel 4 ha trovato una oscillazione del 6% per rimanere nel Regno Unito rispetto ai risultati del referendum del 2016. Il sondaggio ha chiesto a 20.090 residenti del Regno Unito come avrebbero votato se un altro voto sulla Brexit si tenesse domani; il 46% dichiara di voler lasciare l’UE, mentre il 54% dichiara di voler votare per rimanere.

    Fonte: Sito “Government Europa” del 6 novembre 2018

     

     

  • Un milione di inglesi firma per un nuovo referendum sulla Brexit

    La campagna dell’Independent per un referendum bis sulla Brexit ha raggiunto la soglia del milione di firme solo tre mesi dopo l’avvio dell’iniziativa: secondo quanto riferito dallo stesso quotidiano britannico. Il giornale aveva lanciato la campagna il 25 luglio scorso spiegando in un editoriale che il referendum del 2016 “ha dato la sovranità al popolo britannico, ora il popolo ha diritto di avere l’ultima parola”, anche sull’esito del negoziato con Bruxelles sul divorzio dall’Ue. L’idea di un secondo referendum viene ancora esclusa dal governo ma le probabilità che la May raggiunga un accordo con Bruxelles che possa essere approvato dal Parlamento sono sempre più basse e nel Paese cresce la protesta. Solo la settimana scorsa circa 700.000 persone sono scese in piazza a Londra per chiedere il cosiddetto ‘Voto del Popolo’ e aderire alla ‘Marcia per il Futuro’ organizzata dall’Independent.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.