Brexit

  • Anche i marmi del Partenone di Atene nelle trattative sull’implementazione della Brexit

    Anche la cultura finisce al centro del confronto post-Brexit fra Regno Unito ed Europa. In particolare la questione che da tempo divide Londra e Atene: la restituzione dei marmi del Partenone, conservati da oltre duecento anni al British Museum nella capitale britannica.

    La stampa anglosassone ha rilanciato allarmata la notizia di una bozza di intesa redatta dai diplomatici di Bruxelles in vista delle trattative post-divorzio che devono aprirsi a marzo e nella quale è contenuta una clausola a protezione di “oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro Paesi di origine”. E’ in particolare il Times che sottolinea come i colloqui sull’accordo commerciale potrebbero essere utilizzati dal governo greco per portare avanti la causa della restituzione, sempre sentita come motivo di orgoglio nazionale. Immediatamente a Londra si è pensato a un modo per riaprire la vecchia diatriba legale ellenico-britannica e il governo conservatore del premier Boris Johnson ha ‘alzato le barricate’ a scanso di ogni equivoco.

    Un portavoce di Downing Street si è affrettato a precisare che la bozza è ancora in fase di definizione e soprattutto ha escluso che i celebri marmi recuperati da Lord Elgin all’inizio del 1800 possano rientrare all’interno delle trattative con l’Ue. Anche fonti diplomatiche di Bruxelles hanno confermato che la clausola non riguarderebbe i tesori artistici arrivati dalla Grecia, ma è rivolta a contrastare il commercio illegale di antichità.

    Le opere – di cui Atene chiede di tornare in possesso dal 1981, quando era ministro della Cultura l’attrice Melina Mercouri – sono 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue (quasi l’intero frontone Ovest del tempio), oltre a una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. I marmi, che ornavano il tempio di Athena Parthenos (vergine), gioiello architettonico del V secolo a.C., furono asportati e trafugati fra il 1802 e il 1811 da Lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, e venduti al British Museum nel 1816 per 35mila sterline oro dell’epoca.

    L’istituzione museale di Londra ha sempre ribadito il suo diritto di possedere le opere al centro della diatriba. Diatriba che ha avuto una serie di capitoli: Atene ha prima tentato le vie legali, per poi concentrarsi su un’offensiva più politica e diplomatica. La Gran Bretagna ha sempre risposto con un secco ‘no’ alle richieste di restituzione in arrivo dalla Grecia e la sua posizione è difficile che cambi in particolare dopo il divorzio dall’Ue.

  • Cambia il numero e la distribuzione dei seggi al Parlamento europeo dopo la Brexit

    Dal 1° febbraio il Parlamento europeo ha 705 seggi, rispetto ai 751 (il massimo consentito dai trattati UE) precedenti al ritiro del Regno Unito dall’UE, il 31 gennaio 2020. Dei 73 seggi del Regno Unito, 27 sono stati ridistribuiti ad altri Paesi, mentre i restanti 46 sono posti in riserva per eventuali futuri allargamenti. I deputati entranti sono stati eletti alle Elezioni europee del maggio 2019.

    A seconda delle procedure nazionali, alcuni nomi sono già stati confermati, mentre altri sono ancora in attesa di notifica.

    La ridistribuzione dei seggi assicura che nessun paese dell’UE perda alcun deputato, mentre alcuni paesi guadagnano da uno a cinque seggi, per far fronte alla sotto-rappresentazione dovuta ai cambiamenti demografici. La nuova distribuzione tiene conto delle dimensioni della popolazione degli Stati membri e della necessità di un livello minimo di rappresentanza per quelli più piccoli.

    Il principio di “proporzionalità degressiva” significa che i paesi più piccoli hanno meno deputati rispetto ai paesi più grandi, ma anche che i deputati di un paese più grande rappresentano più elettori, rispetto ai loro omologhi dei paesi più piccoli.

    Il Parlamento continuerà a influenzare i negoziati UE-Regno Unito per le future relazioni, mentre la Brexit avrà un impatto anche sulla composizione delle commissioni e delle delegazioni interparlamentari.

     

  • Ireland holds first post-Brexit general election

    Ireland held a general election on 8 February, just one week after neighboring Britain’s departure from the European Union.

    Based on the latest figures available on Monday morning, the country’s election count has failed to produce a clear winner.

    Sinn Fein, the left-wing Irish nationalist party, has won the popular vote in a general election. Ballot counts on Sunday revealed that Sinn Fein received 24.5% of the first preference vote, almost doubling its share from the last election in 2016. The 2016 election ended with no clear winner, and it took 10 weeks of talks to form a new government.

    The opposition Fianna Fail party won 22.2%. Incumbent prime inister Leo Varadkar’s governing Fine Gael party won 20.9%. Fine Gael and Fianna Fail are the two parties that have dominated Ireland’s political scene over the past decades.

    Sinn Fein, Fianna Fail and Fine Gael are all projected to win more than 20% of the national vote based on results from one third of constituencies that have completed their counting.

    Ireland’s system elects an average of four parliamentarians from each of the country’s 39 constituencies.

    Analysts say that this time, the country could be without a government for months after the three parties are set to win a roughly equal share of the vote: “There’s plenty of experience in coalition government, some experience in minority government, but no experience of equally matched parties”, an expert warned.

     

  • Brexit almost done, il divorzio dalla Ue passa ancora per alcune tappe

    L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è ormai certa ma non avverrà in un  colpo solo. La ratifica del divorzio tra Ue e UK non segna la fine del lungo e tortuoso processo attraverso cui la Brexit si tramuterà da scelta a realtà di fatto.

    Tra febbraio e marzo avranno inizio i negoziati commerciali. Londra si è detta pronta ad avviare i negoziati commerciali dal primo febbraio, ma i membri dell’Ue non hanno ancora maturato una posizione univoca circa gli obiettivi dei negoziati. Il premier Boris Johnson dovrebbe esporre le sue ambizioni per un accordo di libero scambio dello stesso tipo firmato dall’Ue con il Canada di recente, senza allineamento

    con le regole dell’Ue. Il mandato dell’Ue dovrebbe essere approvato a livello ministeriale entro il 25 febbraio, consentendo l’inizio dei colloqui intorno al primo marzo. Oltre al commercio, il Regno Unito e i 27 non sono a corto di argomenti sui quali dovranno accordarsi: sicurezza e cooperazione giudiziaria, istruzione, energia. Allo stesso tempo, Londra prevede di avviare negoziati con altri Paesi, guidati dagli Stati Uniti, per raggiungere accordi di libero scambio.

    Fino all’1 luglio il Regno Unito può estendere il periodo di transizione oltre la fine del 2020 per uno o due anni, previa comunicazione all’Ue della sua richiesta, che deve essere inviata appunto prima dell’1 luglio. Johnson insiste che non chiederà una proroga, ma la Commissione europea ritiene che la scadenza per il periodo di transizione sia molto ravvicinata. La presidente Ursula von der Leyen ha avvertito che sarebbe stato impossibile trovare un accordo su “tutti gli aspetti” e che si sarebbero dovute scegliere delle “priorità”.

    Il 31 dicembre, salvo proroghe, si concluderà il periodo di transizione e quindi si concluderanno a tutti gli effetti i 47 anni di adesione del Regno Unito alla Ue.

  • Il portoghese Almeida rappresenterà Bruxelles nel Regno Unito dopo la Brexit

    Il diplomatico portoghese João Vale de Almeida è stato nominato dal responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, capo della delegazione dell’UE nel Regno Unito, ruolo che rivestirà dal 1° febbraio, cioè dal giorno successivo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Con la Brexit, infatti, il Regno Unito sarà un paese terzo e, di conseguenza, l’UE avrà una sua rappresentanza come già accade in altri paesi del mondo.

    In passato, Vale de Almeida è stato ambasciatore dell’UE presso le Nazioni Unite, dal 2015 al 2019, e primo ambasciatore dell’UE negli Stati Uniti, dal 2010 al 2014. È stato anche capo di gabinetto di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, tra il 2004 e il 2009.

     

  • Consumi cresciuti del 13%, nel 2019 lo Spumante segna il record di vendite

    Con un balzo del 13% nel 2019 è record storico per gli acquisti di spumante in Italia per effetto della destagionalizzazione dei consumi che lo ha fatto diventare un prodotto da uso quotidiano, non più ristretto al festeggiamento delle ricorrenze. E’ quanto emerge da una proiezione Coldiretti dalla quale si evidenzia che si tratta della vera star del carrello sulla base delle ultime proiezioni su dati Ismea relativi ai primi nove mesi del 2019. Il successo delle bollicine italiane – sottolinea la Coldiretti – si estende anche all’estero dove finiscono circa i tre quarti delle 750 milioni delle bottiglie prodotte in Italia grazie ad un balzo del 9% nelle esportazioni. Un risultato senza precedenti per lo spumante che in quantità domina nettamente nei brindisi globali davanti allo champagne francese e non è caso che proprio verso Oltralpe si registri un balzo del 24% delle esportazioni con la Francia che è diventata il quarto Paese acquirente nel mondo, sulla base delle proiezioni su dati Istat relative ai primi dieci mesi del 2019. Oltre frontiera – continua la Coldiretti – i consumatori più appassionati sono gli inglesi che non sembrano essere stati scoraggiati dalla Brexit e sono il primo mercato di sbocco delle spumante italiano con le bottiglie esportate che fanno registrare un aumento del 4% nelle vendite, mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto con un balzo dell’13% pur in presenza di tensioni commerciali e timori collegati ai dazi, mentre in posizione più defilata sul podio si trova la Germania – spiega la Coldiretti – che rimane il terzo consumatore mondiale di spumante italiano ma che con la frenata dell’economia tedesca paga un calo dell’11% rispetto all’anno precedente.

    Ma lo spumante italiano – aggiunge la Coldiretti – piace molto anche nel Paese di Putin, visto l’incremento del 23% in Russia nonostante le tensioni causate dal perdurare dell’embargo su una serie di prodotti agroalimentari Made in Italy. Nella classifica delle bollicine italiane preferite nel mondo ci sono tra gli altri il Prosecco, l’Asti e il Franciacorta ma – sottolinea la Coldiretti – si è verificato anche un processo di qualificazione e differenziazione che ha spinto la domanda nazionale ed internazionale.

    Sul successo delle bollicine tricolori nel mondo pesa però – continua la Coldiretti – la contemporanea crescita delle imitazioni in tutti i continenti a partire dall’Europa dove sono in vendita bottiglie dal Kressecco al Meer-Secco prodotte in Germania che richiamano palesemente al nostrano Prosecco che viene venduto addirittura sfuso alla spina nei pub inglesi. Un pericolo – conclude la Coldiretti – che rischia di essere amplificato dalle guerre commerciali, dai dazi Usa alla Brexit, che potrebbero porre ostacoli tariffari e amministrativi alle esportazioni Made in Italy favorendo i tarocchi locali.

  • Irlanda al voto, anticipato, l’8 febbraio

    L’Irlanda andrà ad elezioni anticipate il prossimo 8 febbraio. Lo ha annunciato il premier Leo Varadkar, in un discordo a Dublino, aggiungendo che chiederà formalmente al presidente della Repubblica, Michael Higgins, di sciogliere il Parlamento. La stampa irlandese sottolinea che il premier ritiene sia questo il momento di andare alle urne, dopo l’accordo sulla Brexit, il ripristino di un governo di coalizione nel Nord Irlanda e prima del prossimo summit europeo in programma a fine marzo.

    Saranno le prime elezioni a tenersi di sabato in Irlanda. Fonti del partito del premier, Fine Gael,hanno motivato così la scelta della giornata di sabato: “I bambini non perderanno un giorno di scuola, i genitori non dovranno prendere un giorno di ferie, sarà più facile per gli studenti tornare a casa”.

    Varadkar è alla guida di un governo di minoranza sostenuto dal principale partito di opposizione, Fianna Fail, guidato da Micheal Martin, prorogato nel 2018 a causa dei rischi posti al Paese dalla Brexit. Primo premier gay figlio di un immigrato indiano, Vadadkar è arrivato alla guida del governo nel giugno 2017, dopo le dimissioni di Enda Kenny, eletto alle elezioni del 2016. Secondo gli ultimi sondaggi citati dalla Bbc, il Fine Gael vanta un leggero vantaggio rispetto al Fianna Fail.

  • Brexit: probabile entro il 31 gennaio 2020

    Il 2020 si apre con un evento di sicuro interesse per molti nostri concittadini e di importanza rilevante per il sistema Europa nel suo complesso: la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. 

    Il processo ha avuto un’accelerata dopo la vittoria elettorale di Boris Johnson del 12 dicembre scorso che, forte dei consensi ottenuti, ha sottoposto al parlamento britannico la legge di ratifica della Brexit entro il 31 gennaio, approvata a larga maggioranza.

    Un ultimo passaggio parlamentare sarà previsto entro la metà di gennaio per rendere definitivo il processo iniziato con il si referendario del 23 giugno 2016. 

    E’ previsto un periodo di transazione che si dovrà concludere entro il 31 dicembre 2020 con la ratifica di un accordo con la UE che dovrà regolamentare il commercio e i diritti dei cittadini. 

    Il processo ormai irreversibile e prossimo alla sua conclusione avrà non pochi effetti anche per i cittadini e le imprese del nostro Paese: con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea di fatto si avrà a che fare con un Paese terzo con tutto ciò che ne consegue. 

    Gli acquisti e le vendite effettuati da e verso la Gran Bretagna non saranno più intracomunitari ma verranno trattate come importazioni e esportazioni; la circolazione dei cittadini potrebbe richiedere visti d’ingresso analogamente a quanto già avviene oggi con i Paesi extraeuropei. 

    La movimentazione delle merci sarà soggetta a regimi doganali nuovi che potrebbero avere costi differenti dagli attuali, nonché procedure più complesse che ne allungheranno i tempi rallentandone il flusso. 

    Non ci saranno aggravi burocratici e contabili con riferimento alla moneta, essendo già oggi la Gran Bretagna fuori dall’unione monetaria. Certo è che occorrerà vedere la reazione dei mercati monetari per capire gli effetti che l’uscita definitiva dalla UE avranno sul rapporto di cambio con l’euro, oggi attestato a circa 0,85 sterline per 1 euro. 

    Anche da un punto di vista finanziario gli scenari cambieranno. Gli istituti finanziari della Gran Bretagna diventeranno extracomunitari con implicazioni in termini di norme antiriciclaggio e di comunicazione dei dati. 

    Non dimentichiamo, a questo proposito, che Londra è un importante piazza finanziaria e molte società estere lì radicate potrebbero propendere per scegliere nuovi sedi all’interno dell’Unione Europea, un’occasione per noi e per le nostre città che dovranno farsi trovare preparate. 

    Saranno richieste moderne infrastrutture con possibili effetti positivi sugli investimenti e quindi sulla crescita. Sarà necessario un cambio di passo anche culturale sotto tutti i punti di vista, non ultimo la capacità di comunicare in lingua straniera. 

    L’uscita dalla UE comporterà importanti ricadute anche sui gruppi societari più strutturati che oggi possono distribuire dividendi in esenzione della ritenuta alla fonte applicando la direttiva “madre-figlia”: anche questo sarà un tema da tenere in debita considerazione e che, accumunato ad altri, potrebbe far propendere per spostare le sedi delle imprese dalla Gran Bretagna. 

    Alcune accortezze, ancorché banali, saranno richieste dal lato burocratico. Penso, ad esempio, agli statuti societari che spesso nelle norme assembleari richiamano la possibilità che queste siano convocate in Italia o nei Paesi dell’Unione Europea. Se si vorrà prevedere la possibilità di indirle anche in Gran Bretagna occorrerà esplicitarlo. 

    Tutto questo non cancella gli appeals del sistema anglosassone che resta molto smart ed efficiente e che, infatti, fino ad oggi, ha attratto molti investitori stranieri. I soggetti già oggi lì radicati difficilmente si lasceranno tentare da altre sedi europee in mancanza di un concreto cambio di passo in termini di sburocratizzazione, di tax rate e di politica economica e monetaria. 

    Certo è che, comunque lo si voglia analizzare, l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna resta un segnale estremamente importante per le Istituzioni europee che dovranno prendere atto del malcontento che serpeggia tra i cittadini e che saranno chiamate a mettere in campo azioni correttive per riavvicinarsi alle aspettative della popolazione.

  • Il Presidente del PE al Consiglio europeo: necessarie un’Europa più partecipata e attenzione al clima, migrazione, allargamento, Brexit e Turchia

    Parla di un’Europa più partecipata il Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, nel suo messaggio al Consiglio europeo che si è svolto a Bruxelles il 17 e il 18 ottobre. Pur sottolineando come i cittadini europei abbiano votato a maggio per partiti e movimenti che si riconoscono nei grandi principi del progetto europeo, limitando il dilagare delle forze populiste e nazionaliste, ciò non vuol dire che bisogna abbassare la guardia.I cittadini chiedono un’Europa nuova, più vicina alle loro esigenze, più verde, più severa nella difesa dello Stato di diritto, più attenta ai diritti sociali, più efficiente e trasparente nel suo processo decisionale. “Oggi nel Parlamento europeo – dichiara Sassoli – vi è davvero la possibilità di aumentare il grado di consapevolezza delle forze europeiste nel ricercare le convergenze possibili per rispondere alle domande di cambiamento. Il Parlamento è la base della legittimità del sistema democratico europeo”. Partendo dalla richiesta del Consiglio europeo di non tenere conto per l’elezione del Presidente della Commissione europea degli “Spitzenkandidaten” Sassoli parla della necessità della convocazione di una Conferenza sugli strumenti della democrazia in Europa per rimarginare questa ‘ferita’ che era invece uno dei capisaldi dei Trattati dell’istituzione dell’Ue. E rimarca il ruolo del Parlamento europeo che deve “affermarsi come un attore del processo decisionale europeo. Lo farà certamente in maniera costruttiva, lavorando fianco a fianco con il Consiglio e la Commissione, ma rivendicando anche il suo ruolo e le sue prerogative”. Per questo sono necessarie anche risorse adeguate, il Parlamento europeo ha fissato le sue ambizioni sul Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 con largo anticipo, già nel novembre 2018 e da allora è pronto a negoziare. “Dal lato delle entrate – continua il Presidente – è necessario introdurre un paniere di nuove risorse proprie che siano meglio allineate alle principali priorità politiche dell’UE e ne incentivino i progressi. Lavoreremo per un bilancio trasparente e riteniamo sia giunto il momento di abolire l’intero sistema dei ‘rebates’. Dal lato della spesa, invece, il Parlamento ritiene fondamentale dare impulso ai programmi di maggior successo – ad esempio nei settori della gioventù, della ricerca e dell’innovazione, dell’ambiente e della transizione climatica, delle infrastrutture, delle PMI, della digitalizzazione e dei diritti sociali – mantenendo al tempo stesso inalterato in termini reali l’impegno finanziario per le politiche tradizionali dell’UE, in particolare coesione, agricoltura e pesca. Servirà assicurare risorse sufficienti per le nuove sfide, quali la migrazione, l’azione esterna e la difesa. Dobbiamo poi rispondere al disagio e alle difficoltà economiche di tanti cittadini e per questo siamo convinti che sia necessario rafforzare il modello sociale europeo. Reddito minimo europeo, assicurazione europea contro la disoccupazione, misure contro la povertà infantile, garanzia giovani, fondo di aiuto agli indigenti sono misure che devono essere finanziate adeguatamente”.

    Anche le problematiche legate al clima sono una prerogativa del nuovo Parlamento formatosi a maggio, per questo “la lotta al cambiamento climatico dovrà essere inclusa in tutte le politiche dell’Unione”, motivo per il quale è attesa la proposta della Commissione sul Green Deal europeo. “Abbiamo apprezzato molto le indicazioni, avanzate dalla Presidente von der Leyen, che riprendono le posizioni espresse dal Parlamento. La scorsa primavera, abbiamo chiesto di arrivare ad un obbiettivo di neutralità per le emissioni di carbonio nel 2050. Purtroppo, l’Unione europea non è stata in grado di farlo proprio. Tuttavia riconosciamo che sono stati compiuti progressi, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti e gli impegni del settore privato. Chiediamo agli Stati membri, che non l’hanno ancora fatto, di aumentare i loro contributi al Fondo Verde per il Clima e di sostenere la formazione di una Banca europea per il Clima. Queste politiche comportano profondi cambiamenti nelle nostre società e nelle nostre economie. Per questo è necessario adottare un piano di investimenti adeguato e finanziare la transizione ecologica in modo equo”.

    Non manca un accenno allo spinosa questione della Brexit, della quale il Parlamento affronterà con tutta l’attenzione del caso gli ultimi sviluppi per verificarne la conformità all’interesse dell’Unione europea e dei suoi cittadini.

    E per uno Stato che lascia l’Ue altri potrebbero accedervi, sempre che le condizioni siano conformi a quanto l’Europa chiede. Sassoli affronta, infatti, anche il tema dell’allargamento ai paesi del vicinato. “Quando a paesi vicini si chiedono sforzi straordinari di cambiamento e questi sforzi vengono compiuti è nostro dovere corrispondere. Per questo sosteniamo la necessità di aprire adesso i negoziati di adesione con la Macedonia del Nord e l’Albania. Il giudizio della Commissione europea è favorevole e i cittadini di quei paesi non comprenderebbero rinvii. Certo, resta ancora molto da fare e i negoziati di adesione sono un lungo cammino. Non accadrà da un giorno all’altro. La stabilizzazione dei Balcani Occidentali è fondamentale anche per la nostra sicurezza e per evitare che ingerenze esterne condizionino il loro e il nostro futuro”. E a proposito di paesi limitrofi che con l’area balcanica hanno da sempre avuto molto a che fare, non poteva mancare un riferimento a quanto sta compiendo in questi giorni la Turchia con le discutibili iniziative militari del suo Presidente Erdogan nella Siria nord orientale. “La popolazione curda nel Nord-est della Siria ha combattuto con coraggio i terroristi dello Stato islamico e ora è oggetto di un’aggressione da parte di un Paese membro della NATO. Non è un mistero che i nostri cittadini nutrano un forte senso di riconoscenza per quelle comunità. La battaglia contro l’ISIS, d’altronde, è stata fondamentale per la nostra sicurezza. Per tali motivi condanniamo fermamente e senza riserve l’azione militare della Turchia nella Siria nord-orientale che costituisce una grave violazione del diritto internazionale e compromette la stabilità e la sicurezza dell’intera regione, causando sofferenze ad una popolazione già colpita dalla guerra ed ostacolando l’accesso all’assistenza umanitaria. Accogliamo con favore la decisione di operare un coordinamento delle misure nazionali di embargo sulla futura vendita di armi alla Turchia, ma lo consideriamo un primo passo e non sufficiente. Abbiamo il dovere di dare un segnale unitario, promuovendo un embargo comune a livello dell’Unione europea che riguardi non solo le future forniture di armi, ma anche quelle correnti. È positiva la decisione dell’Unione europea di sanzionare la Turchia per un fatto grave come le trivellazioni al largo di Cipro, ma risulta meno comprensibile che non si faccia altrettanto in merito all’aggressione militare nella Siria Nord-orientale. Dobbiamo mettere sul tavolo ogni ipotesi di sanzioni economiche nei confronti del governo turco che devono colpire persone fisiche e giuridiche e non la società civile già provata dalla crisi economica”.

    Parlando di Turchia non possono non tornare alla mente i costosissimi accordi fatti negli anni scorsi per le politiche di contenimento dei flussi migratori. E alla migrazione è dedicata l’ultima parte del messaggio di Sassoli, consapevole di quanto accade quotidianamente nel Mediteranno e sulle coste dei paesi che esso lambisce. “Restiamo convinti che la soluzione non possa che essere elaborata nel quadro comune dell’Unione europea, a partire dalla riforma del Regolamento di Dublino su cui il Parlamento europeo si è espresso da tempo. L’Unione europea ha il dovere di assicurare la protezione delle persone che ne hanno diritto anche attraverso la creazione di veri e propri corridoi umanitari europei che, su base volontaria, con l’aiuto delle competenti agenzie umanitarie, consentano a chi ne ha bisogno di arrivare in Europa senza doversi affidare ai trafficanti di esseri umani”.

     

  • La Brexit? Una tragedia per l’Irlanda

    «La Brexit per l’Irlanda rappresenta una tragedia». Ministro degli Esteri dell’Eire che firmò l’adesione del suo Paese al Trattato di Maastricht, Gerard Collins coglie di sorpresa chi pensa che l’Irlanda possa cogliere nella fuga dalla City di Londra ulteriori opportunità di crescere come hub per multinazionali («Quando la Ue contesta al nostro Paese di concedere trattamenti di favore alle multinazionali dimentica che noi non siamo la Francia o l’Italia, noi non avevamo nulla su cui costruire le nostre fortune» tiene a sottolineare in proposito sua moglie Hillary, accennando alla vertenza per il regime fiscale di favore concesso da Dublino ad Apple ed altri colossi della globalizzazione).

    Perché una tragedia?
    «Perché il Regno Unito è il nostro ponte verso l’Europa, tutte le merci che esportiamo in Europa passano da lì e attraverso i porti britannici raggiungono la Francia e proseguono poi verso la Spagna e tutte le altre destinazioni».

    Non è un problema anzitutto per quello che riguarda il confine con l’Ulster, dove non ci sono dogane, e per l’Accordo di San Valentino che regola le relazioni tra Irlanda del Sud e del Nord?

    «No, non torneranno frontiere e controlli. Per quel che riguarda le nostre relazioni col Regno Unito la Brexit è semmai un problema di nuovo sotto il profilo commerciale, perché la maggior parte della nostra produzione di carni (ovine anzitutto) è diretta verso la Gran Bretagna. E la Gran Bretagna è il nostro principale e quasi esclusivo acquirente di formaggio Cheddar».

    Ma quante chances ha Boris Johnson di condurre in porto la Brexit?
    «Johnson avrà bisogno dell’appoggio di una parte del Labour».

    Ma il partito di Corbyn è disposto ad aiutarlo, perché mai dovrebbe?
    «Il Labour è talmente diviso che Johnson potrebbe forse trovare l’appoggio di una quindicina di parlamentari laburisti, di cui ha bisogno».

    In fondo, come già con Theresa May, la partita vera che si gioca intorno all’accordo con la Ue sulla Brexit non riguarda chi debba essere l’inquilino di Downing Street 10?

    «L’accordo che Johnson aveva raggiunto con la Ue sulla Brexit era sostanzialmente lo stesso che aveva già portato in Parlamento la May in effetti. Ed era dai tempi della guerra che una seduta del Parlamento inglese non veniva convocata di sabato».

    E se non ottiene la Brexit?
    «Johnson ha già detto che non si dimetterà».

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