In attesa di Giustizia: illegalità diffusa
Sembra il sequel dell’articolo della settimana scorsa ed in un certo senso lo è: per i lettori benpensanti che dovessero continuare a ritenere che le intercettazioni illegali siano una rarità frutto di qualche mera e comprensibile svista ecco servite le ragioni della protesta proclamata dagli avvocati penalisti che si asterranno dalle udienze per tutta la prima settimana di giugno.
Nel corso di un procedimento penale pendente alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica intercettazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle apposite salette del carcere locale “Capanne”; tali intercettazioni erano state disposte nell’ambito di una indagine per associazione a delinquere relativa al traffico di stupefacenti ma il provvedimento autorizzativo del giudice riguardava esclusivamente i colloqui intercorsi tra uno specifico difensore (a sua volta indagato, il che ne consente l’ascolto) ed il suo assistito; viceversa, dalle risultanze processuali, è emerso che le operazioni di intercettazione sono durate sei mesi registrando i colloqui di almeno altri quindici avvocati e detenuti diversi da quelli indagati indicati nel decreto autorizzativo, conversazioni nel corso delle quali i difensori hanno interloquito con i loro assistiti nell’esercizio delle loro funzioni ed in tali conversazioni, protette dal segreto professionale, sono stati inevitabilmente trattati argomenti di natura strettamente difensiva, ivi incluse le strategie processuali che gli indagati e/o imputati avevano il diritto assoluto di non anticipare all’accusa, nonché vicende personali e riservate che nulla avevano a che fare con il fatto-reato oggetto delle indagini.
Posto, quindi, che uno solo dei soggetti intercettati era imputato in un procedimento trattato dal titolare delle indagini che aveva originato l’intercettazione, l’ufficio del pubblico ministero si è trovato nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse di difese estranee alla posizione attenzionata, violando la legge e procurandosi una posizione di indebito vantaggio processuale. Le registrazioni dei colloqui illegittimamente captati, avrebbero dovuto essere immediatamente distrutte ed invece sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali, con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata.
La normativa vigente da oltre vent’anni impone l’immediata interruzione delle operazioni di intercettazione non appena risulti che non riguarda soggetti per i quali vi è l’autorizzazione, e che tale obbligo avrebbe potuto e dovuto essere rispettato adottando elementari accorgimenti tecnici e organizzativi, quali, ad esempio, il monitoraggio in tempo reale degli accessi alle sale colloqui. La mancata adozione di tali misure – prescindendo dai possibili profili di responsabilità penale e/o disciplinare – integra una gravissima violazione del diritto di difesa e del segreto professionale e risulta clamorosamente violata una regola fondamentale e invalicabile di uno Stato di diritto, costituita dalla libera, effettiva, piena e garantita fruibilità di tale diritto, una violazione tanto più esecrabile in quanto compiuta ai danni di soggetti privati della libertà, del tutto estranei all’indagine. Chi autorizza e chi dispone una modalità di indagine così invasiva, attuata in uno dei luoghi coperti dal massimo livello di tutela costituzionale della riservatezza e del diritto di difesa, è gravato da una evidente responsabilità, laddove è ragionevole prevedere lo sviamento o comunque l’errore da parte degli operatori ai quali è affidato il compito operativo il che impone all’autorità giudiziaria ed agli agenti di polizia giudiziaria una rigorosissima sorveglianza sul rispetto dei limiti entro i quali la captazione è stata (come si presume) legittimamente disposta…e, tanto perché si sappia sta succedendo la stessa cosa anche a Napoli. Forse la rubrica ne tratterà la settimana prossima anche se ci sarebbe una interessante questione su una prova fisica raccolta durante l’autopsia di Chiara Poggi, prima trascurata e poi dimenticata per diciannove anni in un congelatore che potrebbe confermare la bontà dell’alibi di Alberto Stasi, trascurata anche dai media perché sottende aspetti tecnici e medico legali che mal si adattano a sbraitanti commentatori…e l’attesa di giustizia continua.



