omicidio

  • In attesa di Giustizia: grazia e giustizia

    La domanda di grazia al gioielliere Mario Roggero continua a tenere banco e da più parti viene arricchito lo stupidiarium juris di accompagnamento alla sentenza di condanna ed alla perorazione per un sollecito provvedimento di clemenza che – detto da un avvocato difensore qual è il curatore di questa rubrica – oggi, sarebbe un grave errore: significherebbe porre nel nulla i presupposti del riconoscimento della legittima difesa che è un istituto giuridico, ampiamente esteso con una iniziativa di legge proprio a matrice salviniana, in anni recenti ma senza autorizzare condotte analoghe a quelle del gioielliere piemontese. Ed allora, se la legge voluta da chi oggi la contesta dovesse essere vanificata dalla concessione della grazia che ne sarebbe della certezza del diritto e della giustizia? Chi potrebbe mai sostenere, infatti, che se dovesse verificarsi da qui in avanti un caso analogo il responsabile non dovrebbe essere subito graziato dal Presidente della Repubblica, “come nel caso Roggero”? Si autorizzerebbe di fatto, seppur indirettamente, il superamento della disciplina penale, l’inseguimento del rapinatore in fuga e la sua esecuzione sul posto: una “giustizia” fai da te, una vendetta legalizzata. Resta più che comprensibile il dramma umano che questa vicenda porta con sé la figura tragica di un uomo che da vittima è diventato carnefice e ed ha varcato la soglia del carcere, ma una società matura e civile ha il dovere di fare rispettare le sue regole sempre, senza scorciatoie emotive, populiste e pericolose per gli equilibri di una convivenza ordinata tra le persone. Chi alimenta pulsioni istintive e sommarie nell’opinione pubblica è un irresponsabile, alla ricerca di un consenso facile, ma con un prezzo altissimo da pagare per l’intera società…né più né meno che mutatis mutandis sta accadendo con la vicenda bolognese che ha visto morire un immigrato. L’indagine della Procura dovrà accertare come è morto Fakir.

    Quello che abbiamo visto indica comunque un fatto certo: un uomo è morto nelle mani dello Stato, quello Stato che dovrebbe proteggere i cittadini, che sia avvenuto per colpa, per incapacità, per ignoranza, di polizia e operatori del 118 presenti, non cambia la sostanza delle cose perché lo Stato deve anche sapere prendere in custodia una persona, perché quando la vita di una persona è nelle mani di chi ne esercita funzioni e poteri non deve essere stritolata. Senso di impunità, fondato sulle leggi-sicurezza che preservano gli operatori delle Forze dell’ordine dalla perseguibilità dei loro errori, o scarso addestramento o le due cose insieme rischiano di distruggere la civiltà della nostra convivenza e anche la percezione della sicurezza generale, messa in crisi da un sistema di polizia che non rispetta l’essere umano e davanti al quale avere paura, se non si interviene immediatamente a ristabilire l’equilibrio dei rapporti tra la forza dello Stato e i cittadini. Nessuno si senta escluso, asserita brava gente compresa.

    Le riprese dell’intervento su Fakir sono durissime ma bisogna guardarle e non è questo il genere di tutela che si auspica per evitare che ci si faccia giustizia da sé in condizioni di reale o presunta autodifesa altrimenti non si è altro che in presenza di declinazioni diverse del codice di Hammurabi.

  • In attesa di Giustizia: le due facce della stessa medaglia

    Nei giorni scorsi si sono spalancate le porte del carcere per Mario Moretti, per la verità ha bussato lui a quelle porte andando a costituirsi dopo che è diventata definitiva la sentenza di condanna per la strage di Viareggio: un capolavoro di giustizia negata, una condanna fondata su null’altro che la necessità di trovare un colpevole purchessia e, se possibile, un “potente” il che aumenta il giubilo delle italiche genti. Senza entrare nel complesso dettaglio delle prove, si domandi il lettore, facendo uso del buon senso comune, cosa mai avrebbe potuto fare Moretti dalla sua posizione di amministratore delegato delle Ferrovie per prevenire, impedire, quantomeno ridurre il rischio che un convoglio merci che trasportava materiali infiammabili ed esplodenti prendesse fuoco proprio mentre era di passaggio da una stazione. Per semplificare ancor di più il ragionamento e le valutazioni del caso si domandi, altresì, il lettore perché mai Moretti avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione – una rinuncia che ora gli costa il carcere – se non avesse avuto la granitica certezza di avare la coscienza pulita. Ma un colpevole ci vuole sempre, anche un colpevole innocente per placare la serpeggiante sete di vendetta sociale che non ha necessariamente  l’espressione grifagna di Marco Travaglio o lo stolido ghigno di Fofò Bonafede e se si vuole misurare lo sprofondo giustizialista che ha inghiottito il Paese è sufficiente porre attenzione a cosa è accaduto domenica al Teatro Comunale di Vicenza allorquando l’onorevole Roberto Vannacci ed il giornalista Giuseppe Cruciani, sul palco, si sono tolti la maglietta per indossare una t-shirt bianca sopra la quale c’è scritto: “Siamo tutti Mario Roggero” facendo esplodere la sala in un tripudio di applausi.

    Ma…Mario Roggero, chi è? E’ un gioielliere di Grinzane Cavour, nel cui negozio, il 28 aprile 2021, entrarono tre rapinatori: uno con un coltello, un altro impugnando una pistola giocattolo e la rapina si conclude rapidamente e senza violenze, i tre escono, per raggiungere la macchina e fuggire ma, a quel punto, Roggero prende la sua pistola vera, esce dal negozio e li insegue in strada sparando alle spalle di chi sta scappando e non costituisce più un rischio per la incolumità personale. Uccide Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli e ferisce Alessandro Modica alla gamba; mentre Spinelli, colpito a morte, riesce a trascinarsi per qualche secondo, agonizzante, sull’asfalto, Roggero lo raggiunge e lo prende a calci in faccia. La ricostruzione è della Corte d’Assise d’Appello di Torino che ha condannato Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario e per un simile eroe Cruciani, al microfono, ha lanciato la proposta a Futuro Nazionale: “Candidate Mario Roggero”: ma sì, candidatelo e mandatelo in Parlamento a scrivere leggi su giustizia, sicurezza, legittima difesa, mandate a rappresentare l’Italia l’uomo che ha inseguito in strada chi fuggiva e gli ha sparato alle spalle e che ha preso a calci in faccia un moribondo sull’asfalto.

    Esiste una differenza tra difendersi e giustiziare, tra proteggersi da una rapina, un crimine ovviamente odioso, e inseguire in strada chi scappa per finirlo a terra: “occhio per occhio” era la regola dettata dal Codice di Hammurabi ma nel 1750 avanti Cristo. Da allora l’umanità ha fatto qualche passo avanti: ha deciso che a punire non può essere la mano del singolo armato in mezzo alla strada, ma la legge. È la differenza tra la civiltà e la barbarie al cui ritorno, ha applaudito, a Vicenza, un teatro intero. E lo chiamano futuro nazionale…

    Sono queste le due facce della stessa medaglia di quell’Italia forcaiola che gli istituti di diritto penale più equilibrati, come quello sulla legittima difesa, li ritrova ancora nel codice che porta ancora la firma del Re, Alfredo Rocco e Benito Mussolini.

  • In attesa di Giustizia: illegalità diffusa

    Sembra il sequel dell’articolo della settimana scorsa ed in un certo senso lo è: per i lettori benpensanti che dovessero continuare a ritenere che le intercettazioni illegali siano una rarità frutto di qualche mera e comprensibile svista ecco servite le ragioni della protesta proclamata dagli avvocati penalisti che si asterranno dalle udienze per tutta la prima settimana di giugno.

    Nel corso di un procedimento penale pendente alla Procura della Repubblica di Perugia, è emersa la sistematica intercettazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori svoltisi nelle apposite salette del carcere locale “Capanne”; tali intercettazioni erano state disposte nell’ambito di una indagine per associazione a delinquere relativa al traffico di stupefacenti ma il provvedimento autorizzativo del giudice riguardava esclusivamente i colloqui intercorsi tra uno specifico difensore (a sua volta indagato, il che ne consente l’ascolto) ed il suo assistito; viceversa, dalle risultanze processuali, è emerso che le operazioni di intercettazione sono durate sei mesi registrando i colloqui di almeno altri quindici avvocati e detenuti diversi da quelli indagati indicati nel decreto autorizzativo, conversazioni nel corso delle quali i difensori hanno interloquito con i loro assistiti nell’esercizio delle loro funzioni ed in tali conversazioni, protette dal segreto professionale, sono stati inevitabilmente trattati argomenti di natura strettamente difensiva, ivi incluse le strategie processuali che gli indagati e/o imputati avevano il diritto assoluto di non anticipare all’accusa, nonché vicende personali e riservate che nulla avevano a che fare con il fatto-reato oggetto delle indagini.

    Posto, quindi, che uno solo dei soggetti intercettati era imputato in un procedimento trattato dal titolare delle indagini che aveva originato l’intercettazione, l’ufficio del pubblico ministero si è trovato nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse di difese estranee alla posizione attenzionata, violando la legge e procurandosi una posizione di indebito vantaggio processuale.  Le registrazioni dei colloqui illegittimamente captati, avrebbero dovuto essere immediatamente distrutte ed invece sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali, con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata.

    La normativa vigente da oltre vent’anni impone l’immediata interruzione delle operazioni di intercettazione non appena risulti che non riguarda soggetti per i quali vi è l’autorizzazione, e che tale obbligo avrebbe potuto e dovuto essere rispettato adottando elementari accorgimenti tecnici e organizzativi, quali, ad esempio, il monitoraggio in tempo reale degli accessi alle sale colloqui. La mancata adozione di tali misure – prescindendo dai possibili profili di responsabilità penale e/o disciplinare – integra una gravissima violazione del diritto di difesa e del segreto professionale e risulta clamorosamente violata una regola fondamentale e invalicabile di uno Stato di diritto, costituita dalla libera, effettiva, piena e garantita fruibilità di tale diritto, una violazione tanto più esecrabile in quanto compiuta ai danni di soggetti privati della libertà, del tutto estranei all’indagine. Chi autorizza e chi dispone una modalità di indagine così invasiva, attuata in uno dei luoghi coperti dal massimo livello di tutela costituzionale della riservatezza e del diritto di difesa, è gravato da una evidente responsabilità, laddove è ragionevole prevedere lo sviamento o comunque l’errore da parte degli operatori ai quali è affidato il compito operativo il che impone all’autorità giudiziaria ed agli agenti di polizia giudiziaria una rigorosissima sorveglianza sul rispetto dei limiti entro i quali la captazione è stata (come si presume) legittimamente disposta…e, tanto perché si sappia sta succedendo la stessa cosa anche a Napoli. Forse la rubrica ne tratterà la settimana prossima anche se ci sarebbe una interessante questione su una prova fisica raccolta durante l’autopsia di Chiara Poggi, prima trascurata e poi dimenticata per diciannove anni in un congelatore che potrebbe confermare la bontà dell’alibi di Alberto Stasi, trascurata anche dai media perché sottende aspetti tecnici e medico legali che mal si adattano a sbraitanti commentatori…e l’attesa di giustizia continua.

  • In attesa di Giustizia: la saga degli orrori continua

    Sarebbe interessante avere argomenti diversi di cui trattare ma da Pavia non smettono di emergere aspetti inquietanti che hanno caratterizzato l’originaria indagine per l’omicidio di Chiara Poggi che non possono essere trascurati e segnalati ai lettori con una informazione che non sia quella strillata da pseudo-qualsiasi cosa e tuttologi durante le trasmissioni televisive.

    Poco se ne è detto ma sulla piattaforma Infinity di Mediaset e su altri media sono stati postati l’audio e le trascrizioni di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi ed il suo difensore dell’epoca, Prof. Angelo Giarda, che sono state intercettate il che pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del mancato rispetto di garanzie costituzionali che assistono il rapporto tra cliente ed avvocato.

    Nel nostro ordinamento questo genere di comunicazioni, siano esse epistolari piuttosto che telefoniche, telematiche o altro hanno una protezione rafforzata a presidio non solo del diritto alla riservatezza ma anche di quello di difesa, entrambi assicurati da altrettanti canoni della Costituzione; ne deriva che l’art. 103 del codice del processo penale non solo vieta qualsiasi genere di intercettazione di tal genere ma ne stabilisce la inutilizzabilità nel caso che siano “accidentali”: il che significa non solo che sono proibite ma che ne è assolutamente inibito l’impiego in sede processuale ed – a maggior ragione – in qualsiasi altra, più che mai in ambito di mera cronaca; il problema, peraltro, non è il carattere accusatorio o difensivo che questi intercalari possano avere ma il fatto stesso che un colloquio tra imputato e difensore possa essere ascoltato, letto, captato e, peggio che mai, trasformato in materiale mediatico.

    E’ inquietante, altresì, che di queste captazioni se ne sappia ora perché rinvenute da una Procura, facendole riaffiorare da un limbo investigativo in cui erano evidentemente state in precedenza occultate e rese inaccessibili ai privati, come possono essere l’imputato ed il suo patrono, nella consapevolezza che si trattasse di attività illegali.

    Al peggio, però, non c’è mai limite e viene allora da domandarsi chi – tra coloro che hanno avuto accesso al fascicolo attuale di indagini – le abbia non tanto ottenute ma ne abbia fatto diffusione ad organi di informazione.

    Il lettore benpensante, forse, considererà che si è trattato, almeno inizialmente, di un errore, un eccesso di zelo dell’addetto agli ascolti, magari un guasto tecnico degli apparati di intercettazione… ma che di regola sono cose che non succedono.

    Invece, succedono! Se non ci fosse il rischio reale che accadano non ci sarebbero norme che le vietano rigorosamente e che succedano lo può assicurare chi oggi ne scrive a cui è capitato (oltre a quelle in cui ha avuto il fondato sospetto), in almeno quattro occasioni, di avere la prova provata di essere lui stesso il primo intercettato per arrivare a suoi assistiti di cui non si conosceva un’utenza fruibile da mettere sotto controllo. Una prima volta la prova fu nella scoperta, uscendo dallo studio in ora serale, di un’auto civetta parcheggiata proprio di fronte al portone con a bordo il P.M. che stava facendo una certa indagine in compagnia di appartenenti alla Polizia Giudiziaria che all’evidenza attendevano un assistito che aveva preso un appuntamento (salvo poi non presentarsi ed in seguito arrestato altrove). Una volta successiva, invece, dagli anfratti di un fascicolo molto voluminoso emersero le trascrizioni dimenticate – anche perché del tutto inutili – di conversazioni tra il sottoscritto e la moglie di un latitante, in un’altra invece furono rinvenute le tracce residue di una “ambientale” allestita con tanto di micro telecamera e microfono posizionati nella plafoniera sovrastante la scrivania del sottoscritto. E la quarta, si domanderà ora il lettore? La quarta fu quando un cliente che aveva telefonato poco prima per prendere un appuntamento fu catturato dai Carabinieri appostati in portineria mentre aspettava l’ascensore per salire a conferire con il suo avvocato.

    Come scrive Jacopo Pensa, grande penalista milanese e poeta per passione: nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto.

  • La follia genera terrore e morte, servono una nuova legge e nuove strutture per i malati psichici

    Vivere in un’epoca nella quale la violenza, di ogni tipo, è diventata sempre più presente, nella vita di tutti i giorni, dovrebbe convincere, sia le forze politiche che i media e la società civile, cioè ciascuno di noi, che è arrivato il momento di maggior consapevolezza, equilibrio e decisioni.

    La tragedia di Modena costringe ad alcune considerazioni: 1) la vita è sempre appesa ad un filo e ogni azione violenta prima o poi ha degli imitatori, ora anche l’Italia ha avuto la sua tragica macchina di morte, nessuno è immune quando la violenza diventa comune, 2) ci sono persone, italiane e straniere, che, nonostante l’indifferenza di troppi verso quello che capita agli altri, non hanno invece esitato a mettere a rischio la loro incolumità per catturare l’attentatore e prestare soccorso ai feriti, questo fa sperare che il loro esempio serva per capire che una società è sana quando si è capaci di atti di solidarietà, 3) è una volta di più chiaro che, a parte il terrorismo, gli atti violenti sono compiuti sia da italiani che da stranieri, che c’è in alcuni, purtroppo, ancora una matrice razzista, come dimostra anche la poca attenzione mediatica verso l’ucciso se è un lavoratore extracomunitario accoltellato da minorenni italiani, 4) la solitudine, con la sola compagnia dei social, porta ad una mancanza di percezione della realtà, al prevalere del virtuale, alla ricerca della violenza come modo di sfogo alle diverse frustrazioni che la vita porta a chiunque, come dimostrano i molti, frequenti, casi di minorenni che commettono atti gravissimi, 5) il problema degli italiani di seconda generazione non riguarda la tragedia di Modena ma comunque è un problema che potrebbe non esistere, o essere molto limitato, se avessimo modi diversi di attuare l’integrazione per coloro che hanno diritto di vivere nel nostro Paese.

    C’è però un altro aspetto che la tragedia di Modena obbliga ad affrontare: in Italia è assolutamente inadeguato, in molti casi con conseguenze tragiche, il sistema di cura e controllo delle patologie psichiatriche.

    Da anni assistiamo, senza che si cerchi un rimedio legislativo e strutturale, alle disperazioni delle famiglie che hanno in casa un malato psichiatrico e che subiscono quotidiane violenze senza che si abbia il coraggio politico di offrire soluzioni.

    Se la chiusura dei manicomi è stato un atto di civiltà è invece un perpetuo atto di inciviltà lasciare tante persone, gravemente malate, senza cura, senza sostegno le loro famiglie e lasciando esposta a rischi anche la collettività.

    Consegnati i giusti riconoscimenti a coloro che hanno catturato l’assalitore e prestato soccorso ai feriti ora è il tempo di una nuova legge per le patologie psichiatriche e di approntare strutture adeguate per la cura, anche a lungo termine, ogni altro indugio porterà ad altre tragedie.

  • La morte di Navalny fu un omicidio realizzato tramite il veleno di una rana sudamericana

    Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Paesi Bassi accusano Vladimir Putin di aver ucciso l’oppositore russo Alexei Navalny, morto in un campo di prigionia nel 2024, attraverso una «rara tossina».

    «Sappiamo che lo Stato russo ha usato questa tossina letale per colpire Navalny, temendo la sua opposizione», ha dichiarato il ministero degli Esteri britannico (Londra ha segnalato Mosca all’organismo mondiale di controllo sulle armi chimiche). «L’assassinio» di Alexey Navalny è stato «provato dalla scienza», ha aggiunto Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore russo, durante una conferenza stampa al fianco dei ministri dei cinque Paesi europei che hanno puntato il dito ufficialmente contro Mosca.

    Respinta da Mosca come «una bufala della propaganda occidentale» – secondo quanto dichiarato all’agenzia di stampa Tass dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova – l’accusa è stata formulata al termine di accertamenti condotti dai 5 Stati in base al quale la morte di Navali è risultata essere stata provocata da epibatidina, una neurotossina, uno dei veleni più letali sulla terra che si trova sulla pelle della rana freccia dell’Ecuador. I cinque Paesi affermano di basare le loro conclusioni «sull’analisi di campioni» del corpo dell’oppositore russo, morto a 47 anni mentre scontava una condanna a 19 anni di reclusione dopo essere rientrato in Russia ed essere stato subito arrestato in seguito alle cure ricevute in un ospedale di Berlino dopo essere stato avvelenato con un’altra sostanza tossica (novichock) dalla quale era stato miracolosamente salvato durante un volo, in Russia.

    «Il Cremlino è pienamente responsabile», ha affermato anche l’Alto Rappresentante della Ue, Kaja Kallas. «I mandanti sono noti a tutto il mondo, ma noi vogliamo conoscere tutti coloro che hanno partecipato a questo», ha detto, la madre dell’oppositore, Alla Abrosimova.

    Le rane freccia sono piccoli anfibi diffusi nelle foreste pluviali dell’America Centrale e Meridionale, molto pericolose a causa del loro potente veleno. Appartenenti alla famiglia delle Dendrobatidae e al genere Dendrobates, sono soprannominate “rane dal dardo velenoso” perché alcune popolazioni indigene sudamericane utilizzavano le tossine secrete dalla loro pelle per avvelenare frecce e cerbottane destinate alla caccia. Il loro veleno può causare paralisi e persino la morte se ingerito o se entra in contatto con ferite aperte. Non sono pericolose se non vengono toccate o disturbate. La loro colorazione vivace serve come avvertimento ai predatori della loro tossicità.

  • I pm belgi vogliono processare un ex diplomatico per l’omicidio di Lumumba nel 1961

    I procuratori belgi hanno dichiarato di voler processare un ex diplomatico di 92 anni, Etienne Davignon, per il suo presunto ruolo nell’omicidio dell’eroe dell’indipendenza congolese Patrice Lumumba, avvenuto nel 1961. Davignon è accusato di essere coinvolto nella “detenzione e trasferimento illegali” di Lumumba al momento della sua cattura e del suo “trattamento umiliante e degradante”, ha dichiarato la procura in una nota. L’udienza del processo è stata fissata al prossimo gennaio. La figlia di Lumumba, Juliana, ha accolto con favore la notizia, dichiarando all’emittente belga “Rtbf”: “Ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Quello che cerchiamo è, prima di tutto, la verità”. Davignon è l’unico sopravvissuto tra i dieci cittadini belgi accusati di complicità nell’omicidio di Lumumba. All’epoca dell’assassinio era un diplomatico tirocinante e negli anni ’80 fu vicepresidente della Commissione europea. Un magistrato deciderà se processarlo o meno.

    Nel 2011 i figli di Lumumba hanno sporto denuncia in Belgio per chiedere giustizia dopo l’omicidio del padre, avvenuto all’età di 35 anni. Fu fucilato da un plotone di esecuzione con il tacito appoggio del Belgio, ex potenza coloniale del vasto Stato africano ricco di risorse minerarie, oggi noto come Repubblica democratica del Congo (Rdc). Il suo corpo fu sciolto nell’acido, ma rimase un dente con una corona d’oro che le autorità belghe hanno consegnato alla famiglia di Lumumba nel 2022. Nel 2001 una commissione parlamentare d’inchiesta belga concluse che il Belgio aveva la “responsabilità morale” dell’assassinio e un anno dopo il governo presentò delle scuse alla famiglia di Lumumba e alla nazione congolese. Lumumba divenne primo ministro quando il Congo ottenne l’indipendenza nel 1960, ma la nazione sprofondò nel caos poco dopo. In seguito venne rimosso dall’incarico e giustiziato da un plotone di esecuzione. Sia il Belgio sia gli Stati Uniti furono accusati di essere complici del suo omicidio. Il suo corpo venne poi seppellito in una fossa poco profonda, riesumato, trasportato per 200 chilometri, seppellito di nuovo, riesumato e poi fatto a pezzi e infine sciolto nell’acido.

    Il percorso di Lumumba da primo ministro a vittima di assassinio durò meno di sette mesi. Poco dopo l’indipendenza, il Congo fu colpito da una crisi secessionista quando la provincia sud-orientale del Katanga, ricca di minerali, dichiarò che si sarebbe staccata dal resto del Paese. Nel caos politico che seguì, le truppe belghe furono inviate con il pretesto di proteggere i cittadini belgi, ma in realtà contribuirono anche a sostenere l’amministrazione del Katanga, considerata più accondiscendente all’influenza belga. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il colonnello Joseph Mobutu, prese il potere poco più di una settimana dopo che il presidente Joseph Kasa-Vubu aveva destituito Lumumba dall’incarico di primo ministro. Lumumba venne quindi posto agli arresti domiciliari, evase e venne nuovamente arrestato nel dicembre 1960, prima di essere detenuto nella parte occidentale del Paese. La sua presenza lì fu vista come una possibile fonte di instabilità e il governo belga ne incoraggiò il trasferimento nel Katanga. Durante il volo del 16 gennaio 1961 fu aggredito e picchiato al suo arrivo, mentre i leader del Katanga riflettevano su cosa farne. Alla fine si decise di farlo processare da un plotone di esecuzione e il 17 gennaio fu fucilato insieme a due alleati.

  • Tornare al rispetto deontologico di ogni professione e a quello dei vivi e dei morti

    In questi giorni molte trasmissioni televisive hanno parlato in modo particolare e reiterato del delitto di Garlasco e di quello di Trieste.

    Non facciamo né i magistrati né gli investigatori ma non possiamo esimerci dal sottolineare come in entrambi i casi vi siano state indagini poco approfondite, spesso superficiali o ritardate nel tempo, con deterioramento dei reperti di vario tipo, indagini assolutamente non complete sia per quanto riguarda l’aspetto tradizionale, controprova di alibi, spostamenti etc, sia per la parte delle indagini scientifiche.

    Mentre ancora si attendono notizie certe di colpevolezza per Trieste, e si attendono i nuovi accertamenti per Garlasco, l’attuale colpevole, a suo tempo condannato, è in carcere ma nuove indagini individuano altri indagati, con l’ipotesi che la vera storia possa essere diversa da come ci è stata raccontata, pensiamo ai famigliari delle vittime.

    Vedere praticamente ogni sera le numerose macchie di sangue di Chiara Poggi, dopo così tanti anni dalla morte, o il corpo impacchettato di Liliana Resinovich pensiamo debba procurare un dolore immenso ai famigliari e riteniamo che sarebbe possibile parlare dei delitti anche senza mostrare continuamente certe immagini.

    Il dovere di cronaca non può diventare una specie di macabra e continua illustrazione delle parti più cruente di questi omicidi.

    Siamo inoltre convinti che coloro che sono consulenti di parte non dovrebbero, contestualmente, rimanere ospiti, come tecnici fissi, di alcune trasmissioni nazionali, la confusione dei ruoli sembra essere una prerogativa dell’attuale società ma la confusione crea un vulnus alla corretta valutazione di ogni evento.

    In un periodo nel quale correttezza e rispetto per il dolore altrui sono banditi in nome dell’audience e della capacità di aumentare il numero di ascoltatori e lettori, mentre notizie vere e false si confondono creando sempre più confusione e malessere, in tutti i campi, vorremmo sperare che a qualcuno venga l’idea di tornare al rispetto deontologico di ogni professione e, specialmente, al rispetto umano degli altri, vivi e morti.

  • In attesa di Giustizia: la legge non è uguale per tutti

    Continua inarrestabile il profluvio di norme penali peggio che inutili: di dubbia legittimità costituzionale ed, a volte, entrambe le cose.

    Meglio dell’8 marzo, come data, non si poteva scegliere per annunciare con il dovuto clamore il disegno di legge di origine governativa che introduce nel codice penale il reato di femminicidio.

    Chi ne ha scritto il testo, a parte una conoscenza approssimativa della lingua italiana, dimostra una volta di più di aver dato una lettura superficiale alla Costituzione che all’art. 3 proclama l’eguaglianza di tutti i cittadini (quindi uomini, donne, LGBTQ e chi più ne ha più ne metta) di fronte alla legge non meno che del 32 che, unico tra tutti, individua come fondamentale il diritto alla salute sottintendendo quello alla vita, anche in questo caso – ovviamente – senza distinguo.

    Il cosiddetto femminicidio è indubbiamente un fenomeno sociale con il quale si devono fare i conti ma anche durante una bevuta di birra al Bar Sport, se questo fosse l’argomento, chiunque si renderebbe conto che la vita di una vittima durante una rapina, di un regolamento di conti piuttosto che di odio razziale non vale meno di un’altra e, a proposito: se in un conflitto a fuoco tra un rapinatore maschio ed un Carabiniere donna fosse quest’ultima a morire che tipo di reato sarebbe? Omicidio o femminicidio? Oppure di un soggetto che ha in corso la transizione di genere? Peggio che mai nell’ipotesi di un gender fluid la cui identità di genere oscilla lungo lo spettro di genere variando nel tempo…

    Si badi bene che l’intenzione non è quella di svilire la portata di un tema sociale drammatico quale quello del crimine di genere, piuttosto quella di criticare una opzione normativa che una volta di più si richiama al più bieco populismo ed è volta all’accaparramento di consenso elettorale.

    Il femminicidio, dunque, rischia (con elevata probabilità di acclamazione bipartisan una volta pervenuto in Aula) di diventare un reato a sé, un omicidio diverso dagli altri: incostituzionale ed inutile perché già allo stato attuale della normazione con l’aggravante dell’odio di genere o altre quali i motivi abietti e futili o la crudeltà può comportare la pena dell’ergastolo.

    Per introdurre un dato di novità rispetto al passato il nostro sciatto legislatore ha pensato bene di descrivere la condotta come quella caratterizzata da odio ed intesa a “reprimere l’esercizio dei diritti, delle libertà e della personalità della vittima”: sembra una supercazzola di Tognazzi, che cosa vorrà mai dire, in concreto, tutto ciò? Sicuramente che un altro canone costituzionale che sfugge alla penna del legislativo di via Arenula è quello di tassatività che impone la determinatezza delle fattispecie criminose utilizzando espressioni precise in modo che sia possibile distinguere ciò che è penalmente lecito da ciò che è sanzionato anche senza avere un dottorato di ricerca all’Istituto di Diritto Penale della Sapienza.

    Trascorsi i tempi bui in cui alla consolle del Ministero della Giustizia sedeva un dj incompetente in utroque jure c’era da sperare in meglio e viene invece da chiedersi a che punto è la notte.

  • Nel 2024 assassinati 13 missionari cattolici. Due in Europa

    Sebbene in calo, con un’inversione di tendenza rispetto a quanto si è registrato dal 2012 in poi, nel 2024 sono stati assassinati ancora 13 missionari cattolici nel mondo: 8 sacerdoti e 5 laici, impegnati in varie zone tra Europa, Africa e America.  Nel 2023 gli assassinii erano stati 20, 18 nel 2022 e 22 nel 2021. Dal 2000 al 2024 il totale ammonta a 608.

    Secondo quanto evidenza il rapporto Fides, la maggior parte degli episodi (6), è avvenuta in Africa, e, a seguire, in America Latina, in particolare Messico, Colombia, Brasile e Honduras. Due morti si sono registrati anche in Europa: uno in Spagna e uno in Polonia, nessuno invece in Asia, dove però il documento dell’agenzia delle Pontificie opere Missionarie evidenzia che i missionari sono esposti a crimini particolarmente brutali, con torture, aggressioni e rapimenti avvenuti in un ambito di estrema povertà.

    Il catechista Edouard Zoetyenga Yougbare è stato rapito e assassinato il 19 aprile in Burkina Faso, ritrovato poi sgozzato, con le mani legate e segni di tortura sul corpo. Il volontario François Kabore operava sempre in Burkina Faso ed è morto in un attentato compiuto da un gruppo di jihadisti mentre era riunito in preghiera con alcuni fedeli del luogo. In Camerun, hanno perso la vita 4 persone tra cui padre Christophe Komla Badjougou, mentre in Sud Africa altri due sacerdoti sono stati colpiti a morte poco prima di celebrare messa.

    In Honduras è stato registrato l’omicidio di Juan Antonio López, coordinatore di diocesi che aveva denunciato la collaborazione tra le autorità e alcune bande criminali. In Messico, tre sacerdoti uccisi poco dopo aver partecipato alle funzioni religiose. L’Europa invece è menzionata nel rapporto per due distinti casi. Il primo avvenuto in Spagna a novembre, quando Juan Antonio Llorente, frate francescano è stato aggredito nel monastero da un uomo armato con un bastone. In Polonia l’ultima vittima, padre Lech Lachowicz, 72enne colpito da un ascia durante una rapina e deceduto in ospedale dopo 7 giorni.

    Dopo il primo incontro mondiale che li ha visti convocati da tutto il mondo durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nel 2023, il 28 e 29 luglio 2025 gli influencer cattolici si ritroveranno a Roma per il Giubileo a loro dedicato. Ad annunciare la notizia è stato monsignor Lucio Adrian Ruiz, Segretario del Dicastero per la Comunicazione, lo scorso 20 aprile.

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