In attesa di Giustizia: la saga degli orrori continua
Sarebbe interessante avere argomenti diversi di cui trattare ma da Pavia non smettono di emergere aspetti inquietanti che hanno caratterizzato l’originaria indagine per l’omicidio di Chiara Poggi che non possono essere trascurati e segnalati ai lettori con una informazione che non sia quella strillata da pseudo-qualsiasi cosa e tuttologi durante le trasmissioni televisive.
Poco se ne è detto ma sulla piattaforma Infinity di Mediaset e su altri media sono stati postati l’audio e le trascrizioni di conversazioni intercorse tra Alberto Stasi ed il suo difensore dell’epoca, Prof. Angelo Giarda, che sono state intercettate il che pone una questione di straordinaria gravità sotto il profilo del mancato rispetto di garanzie costituzionali che assistono il rapporto tra cliente ed avvocato.
Nel nostro ordinamento questo genere di comunicazioni, siano esse epistolari piuttosto che telefoniche, telematiche o altro hanno una protezione rafforzata a presidio non solo del diritto alla riservatezza ma anche di quello di difesa, entrambi assicurati da altrettanti canoni della Costituzione; ne deriva che l’art. 103 del codice del processo penale non solo vieta qualsiasi genere di intercettazione di tal genere ma ne stabilisce la inutilizzabilità nel caso che siano “accidentali”: il che significa non solo che sono proibite ma che ne è assolutamente inibito l’impiego in sede processuale ed – a maggior ragione – in qualsiasi altra, più che mai in ambito di mera cronaca; il problema, peraltro, non è il carattere accusatorio o difensivo che questi intercalari possano avere ma il fatto stesso che un colloquio tra imputato e difensore possa essere ascoltato, letto, captato e, peggio che mai, trasformato in materiale mediatico.
E’ inquietante, altresì, che di queste captazioni se ne sappia ora perché rinvenute da una Procura, facendole riaffiorare da un limbo investigativo in cui erano evidentemente state in precedenza occultate e rese inaccessibili ai privati, come possono essere l’imputato ed il suo patrono, nella consapevolezza che si trattasse di attività illegali.
Al peggio, però, non c’è mai limite e viene allora da domandarsi chi – tra coloro che hanno avuto accesso al fascicolo attuale di indagini – le abbia non tanto ottenute ma ne abbia fatto diffusione ad organi di informazione.
Il lettore benpensante, forse, considererà che si è trattato, almeno inizialmente, di un errore, un eccesso di zelo dell’addetto agli ascolti, magari un guasto tecnico degli apparati di intercettazione… ma che di regola sono cose che non succedono.
Invece, succedono! Se non ci fosse il rischio reale che accadano non ci sarebbero norme che le vietano rigorosamente e che succedano lo può assicurare chi oggi ne scrive a cui è capitato (oltre a quelle in cui ha avuto il fondato sospetto), in almeno quattro occasioni, di avere la prova provata di essere lui stesso il primo intercettato per arrivare a suoi assistiti di cui non si conosceva un’utenza fruibile da mettere sotto controllo. Una prima volta la prova fu nella scoperta, uscendo dallo studio in ora serale, di un’auto civetta parcheggiata proprio di fronte al portone con a bordo il P.M. che stava facendo una certa indagine in compagnia di appartenenti alla Polizia Giudiziaria che all’evidenza attendevano un assistito che aveva preso un appuntamento (salvo poi non presentarsi ed in seguito arrestato altrove). Una volta successiva, invece, dagli anfratti di un fascicolo molto voluminoso emersero le trascrizioni dimenticate – anche perché del tutto inutili – di conversazioni tra il sottoscritto e la moglie di un latitante, in un’altra invece furono rinvenute le tracce residue di una “ambientale” allestita con tanto di micro telecamera e microfono posizionati nella plafoniera sovrastante la scrivania del sottoscritto. E la quarta, si domanderà ora il lettore? La quarta fu quando un cliente che aveva telefonato poco prima per prendere un appuntamento fu catturato dai Carabinieri appostati in portineria mentre aspettava l’ascensore per salire a conferire con il suo avvocato.
Come scrive Jacopo Pensa, grande penalista milanese e poeta per passione: nel paese del diritto c’è talvolta buio fitto.



