Armi

  • Polveriera balcanica: si riaccendono le tensioni tra Serbia e Croazia

    La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.

    La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.

    Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.

    Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.

    La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.

    Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.

    La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.

    Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

  • La Commissione presenta una nuova agenda antiterrorismo e una proposta di norme a livello dell’UE contro il traffico illecito di armi da fuoco

    La Commissione europea ha presentato una nuova agenda per la prevenzione e la lotta al terrorismo, che traccia il percorso da seguire per rafforzare la risposta collettiva dell’Europa all’evoluzione delle minacce terroristiche ed estremiste violente.

    Negli ultimi dieci anni l’UE ha rafforzato la propria risposta al terrorismo e all’estremismo violento. Tuttavia, la natura in continua evoluzione di tali minacce richiede un’azione adeguata e più incisiva. L’agenda, iniziativa faro nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU, propone un ampio ventaglio di iniziative intersettoriali per rafforzare la preparazione e la capacità di risposta, proteggendo meglio cittadini e imprese dell’UE dai danni.

    La Commissione propone di aumentare la capacità di previsione e la resilienza dell’UE, rafforzare la sicurezza delle persone online e offline e intensificare la cooperazione con i partner internazionali. L’agenda prevede misure per conseguire tali obiettivi articolate in sei pilastri fondamentali.

    La Commissione ha presentato anche una proposta di direttiva per contrastare il traffico di armi da fuoco e altri reati connessi nell’UE. Si tratta della prima iniziativa legislativa adottata nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU.

    Le armi da fuoco illegali rappresentano una grave minaccia per la sicurezza pubblica, facilitando il terrorismo, la criminalità organizzata, la violenza delle bande e altri reati gravi. Questo rischio è ulteriormente amplificato da sviluppi tecnologici come la stampa 3D e dall’evoluzione delle minacce provenienti dall’esterno dei confini dell’UE, che richiedono una maggiore preparazione da parte dell’Unione.

  • L’Iran ha fatto shopping a Mosca: acquistate armi per 500 milioni di euro

    L’Iran avrebbe firmato a dicembre a Mosca un accordo segreto da 500 milioni di euro con la Russia per acquistare 500 lanciatori Manpads Verba e 2.500 missili 9M336. È quanto emerge da documenti russi visionati dal “Financial Times”, secondo cui le consegne sarebbero previste in tre tranche dal 2027 al 2029, ma alcune unità potrebbero essere già state consegnate. La notizia arriva mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concentrato forze militari Usa in Medio Oriente, minacciando Teheran di attacchi se non accetterà limiti al programma nucleare.

    L’Iran avrebbe formalmente richiesto i sistemi russi lo scorso luglio, secondo il “Financial Times”, pochi giorni dopo la fine del conflitto di 12 giorni in cui gli Stati Uniti si sono uniti a Israele negli attacchi contro tre importanti impianti nucleari iraniani. Il nuovo accordo sui Verba sarebbe stato negoziato tra Rosoboronexport, l’agenzia statale russa per l’export di armamenti, e il rappresentante a Mosca del ministero iraniano della Difesa e della Logistica delle Forze armate. Il contratto sarebbe stato organizzato da Ruhollah Katebi, funzionario del ministero iraniano con base a Mosca, che in precedenza aveva contribuito a mediare la vendita da parte dell’Iran di centinaia di missili balistici a corto raggio Fath-360 per l’uso nell’invasione russa dell’Ucraina. Gli Usa hanno sanzionato Katebi nel 2024 per aver agito per conto del dicastero di Teheran; il Dipartimento del Tesoro Usa lo ha descritto come “il punto di contatto del governo russo” con il ministero della Difesa iraniano.

    Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, aveva già apparentemente confermato questa settimana che diversi voli provenienti dalla Russia in tempi recenti avrebbero contenuto carichi militari. “Sono anni che abbiamo firmato solidi accordi militari e di difesa con la Russia. Posso solo dire che questi aerei dimostrano che quegli accordi vengono attuati”, aveva dichiarato alla televisione di Stato Jalali, senza fornire ulteriori dettagli.

    Un aereo cargo russo Ilyushin Il-76TD ha effettuato almeno tre voli negli ultimi otto giorni da Mineralnye Vody, nel Caucaso settentrionale, alla città iraniana di Karaj e almeno un altro Il-76 ha volato verso l’Iran a fine dicembre. Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe ricevuto fino a sei elicotteri d’attacco Mi-28 russi a gennaio e ne avrebbe utilizzato uno a Teheran questo mese. Secondo i documenti visionati da “Financial Times”, Rosoboronexport venderebbe all’Iran i missili 9M336 al prezzo di 170 mila euro l’uno e i lanciatori Verba a 40 mila euro ciascuno. Inoltre, l’accordo includerebbe anche 500 visori notturni Mowgli-2.

    L’accordo segna una cooperazione militare continua tra Iran e Russia: Teheran ha fornito a Mosca droni e missili negli ultimi due anni durante l’invasione russa dell’Ucraina, e i due Paesi hanno firmato un trattato di rafforzamento dei legami bilaterali nel gennaio 2025; l’Iran ha cercato inoltre di acquisire due squadroni dei caccia avanzati Sukhoi Su-35 dalla Russia, anche se funzionari a Teheran avrebbero lamentato ritardi nell’esecuzione dell’ordine. Secondo Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis, citato da “Financial Times”, la disponibilità di Mosca a fornire armi a Teheran indica anche che la Russia non ha alcun interesse a rispettare le sanzioni Onu “snapback” contro l’Iran.

  • Il Pentagono invoca il liberismo: no a preferenze pro-Ue negli appalti per armi in Europa

    L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito l’Unione europea che eventuali norme volte a privilegiare i produttori di armamenti europei nell’ambito delle acquisizioni per la difesa potrebbero provocare ritorsioni commerciali e restrizioni all’accesso delle imprese europee al mercato della difesa statunitense. E’ quanto affermano fonti informate citate dal sito d’informazione “Politico”, secondo cui in un contributo inviato alla consultazione della Commissione europea sulla revisione delle regole sugli appalti militari, il dipartimento della Guerra ha espresso una netta opposizione a qualsiasi misura che limiti la partecipazione delle aziende statunitensi alle forniture per la difesa dei Paesi membri. Il Pentagono ha chiarito che Washington considera “protezionistiche ed escludenti” politiche che riducano la presenza industriale statunitense, sottolineando che attualmente le grandi imprese europee continuano a beneficiare dell’accesso al mercato Usa.

    Il Pentagono ha avvertito che una clausola vincolante di preferenza europea potrebbe portare alla revisione delle deroghe alle norme “compra americano”, attualmente in vigore grazie ad accordi di reciprocità firmati da 19 dei 27 Stati membri. Ciò limiterebbe l’accesso delle aziende europee ai contratti del dipartimento della Guerra, che potrebbero essere concessi in futuro solo caso per caso e per esigenze legate all’interoperabilità della Nato. Secondo Washington, una stretta protezionistica indebolirebbe l’Alleanza atlantica, ridurrebbe la libertà di spesa dei governi europei e metterebbe a rischio gli obiettivi di capacità militare concordati. La disputa rischia di complicare i piani industriali europei e di testare la volontà dei Paesi membri di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in un contesto di relazioni transatlantiche sempre più tese.

    Secondo “Politico”, il confronto mette anche in luce una contraddizione strategica: gli Stati Uniti chiedono da anni agli alleati europei di assumersi una quota maggiore della difesa convenzionale del continente, ma senza penalizzare l’industria militare statunitense, che oggi fornisce circa due terzi delle armi importate dall’Unione europea, dai caccia di quinta generazione F-35 ai sistemi missilistici e di difesa aerea. Bruxelles sta valutando un aggiornamento della direttiva sugli appalti del 2009, nell’ambito di una più ampia spinta verso l’autonomia strategica e il rafforzamento dell’industria bellica europea, anche in risposta al rischio di conflitto con la Russia. Programmi come il fondo di prestiti per armamenti e le forniture destinate all’Ucraina già prevedono una quota minima di componenti prodotti in Europa.

  • Crimine la guerra d’aggressione, criminale non aiutare gli aggrediti

    La devastazione dell’Ucraina aumenta, ogni giorno, e aumenta la necessità di difenderla, questo appare chiara a tutti, salvo agli amici di Putin.

    I ritardi che corrono tra gli impegni pronunciati e l’arrivo effettivo degli aiuti militari restano il problema dell’Europa, la grande incompiuta, che dopo lo stop di Trump ad un impegno diretto, non ha ancora trovato il modo per difendersi e difendere i propri vicini.

    Il ministro della difesa Crosetto segnala, con particolare trasparenza, che la guerra ibrida, da tempo in corso anche in Italia contro l’Italia, ci trova impreparati e che è necessario porre immediato rimedio ai ritardi ed alle indifferenze che, ancora oggi, fanno parte del bagaglio politico culturale di alcuni, sia di sinistra che di destra.

    Il ministro segnala la realtà e le sue osservazioni aprono le speranze dei nostri nemici che, proprio per le nostre insufficienti difese, sanno, una volta di più, di poter avere agio nel crearci problemi sia spiando e rubando dati sensibili sia colpendo la nostra economia tramite hackeraggi di vario tipo.

    Di fronte ai soliti tentennamenti, o addirittura ai dinieghi della realtà e dell’urgenza di interventi precisi, siano le parole del Presidente della Repubblica a chiudere la bocca agli amici di Putin perché se è un crimine la guerra d’aggressione, come ha detto Mattarella, diventa criminale non aiutare gli aggrediti, non contrastare e punire gli aggressori.

    Anche Trump si prenda le sue responsabilità per i troppi ammiccamenti con lo zar russo, ancora oggi si parla di un fantomatico piano di pace concordato tra Trump e Putin sulla pelle degli ucraini, gli interessi economici americani, più o meno potenziali, non possono prevaricare i diritti dei popoli e delle nazioni a veder rispettata la propria integrità, la libertà e la giustizia.

  • Il Cremlino è al verde e taglia gli ingaggi per i soldati da spedire in Ucraina

    Per la prima volta dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, la Russia ha tagliato i premi per chi accetta di andare al fronte. La sforbiciata arriva dopo che si è registrato il record negativo di arruolamenti: i dati aggiornati al secondo trimestre di quest’anno, dunque al periodo tra aprile e giugno, parlano del numero più basso mai registrato dall’invasione dell’Ucraina, nel 2025 gli arruolamenti sono calati del 60%.

    Al Cremlino mancano le risorse per ingaggiare soldati. Il direttore di Sberbank, la più grande banca russa, Herman Gref, nel corso del Forum economico orientale di Vladivostok ha citato l’andamento dell’economia a luglio e agosto ed ha avvertito su «sintomi abbastanza chiari del fatto che ci stiamo avvicinando allo zero». Nel 2025, secondo i dati emersi da studi internazionali e riferiti da Euronews, metà del bilancio dello Stato sarà stato assorbito dalla guerra, portando il deficit a 4.900 miliardi di rubli. Secondo quanto ricostruito dall’agenzia di stampa Adnkronos, citando il giornale russo Kommersant, la regione più colpita dalla decurtazione delle indennità è il Tatarstan, dove il bonus è passato da 3,1 milioni di rubli (27mila euro) a 800mila. Ma anche in Chuvascia, Mari El e a Belgorod l’assegno ha subito una riduzione significativa. In particolate, nella Chuvascia e nel Mari El l’assegno è stato ridotto a 800mila rubli rispettivamente da 2,5 milioni e 3 milioni; a Belgorod da 800mila a 500mila rubli.

    Nei primi sei mesi dell’anno, le autorità federali e regionali hanno speso più di due trilioni di rubli (17 miliardi di euro) per il reclutamento e le spese del personale militare, 499 miliardi di rubli dei quali per l’assegno di reclutamento, 865 milioni per i salari e 765 per le compensazioni per le famiglie dei soldati feriti o caduti.

    È stato poi il sito indipendente di notizie, Storie importanti, a rivelare che fra aprile e giugno di quest’anno, hanno accettato di essere spediti al fronte solo 37.900 soldati, il numero più basso in due anni, anche se in questi mesi c’è stato un visibile aumento della pubblicità per il reclutamento, spesso con la promessa che i nuovi soldati sarebbero stati inviati nelle retrovie e non in ruoli di combattimento, salvo poi essere riassegnati al fronte pochi mesi dopo. Nello stesso periodo del 2024, il numero dei contratti firmati era stato di 92.800. Si tratta di un crollo pari a circa il 60%.

  • Circolo vizioso negli Usa: più si spara e più i cittadini corrono a comprare armi

    Il diritto di armarsi negli Stati Uniti ha un’origine straordinaria: il diritto di difendersi dallo Stato. Un’idea inconcepibile in Europa, ma che negli Usa discende dal timore che lo Stato federale, il potere centrale di Washington, possa sopraffare i singoli Stati federali dove vive il privato cittadino. L’idea sembra poter tornare d’attualità ora che l’attuale presidente americano pensa di mandare guardie federali in città (come Chicago) che considera fuori controllo, ma nei fatti la diffusione delle armi tra gli americani sta prendendo tutt’altra direzione rispetto alla difesa da invadenze dello Stato: chi ha un’arma non la usa per difendersi ma per attaccare.

    Ad oggi negli Usa ci sono addirittura più pistole e fucili che persone: oltre 393 milioni, ovvero 120 “pezzi” ogni 100 abitanti. Un primato mondiale assecondato dalla politica in nome di un culto mistico del Secondo emendamento della Costituzione. Al momento in 38 Stati si può girare senza intoppi con pistola al fianco; in 29 non serve un permesso per portare in giro un’arma nascosta. La violenza armata è oggi la prima causa di morte tra i minori e dal massacro di Columbine del 1999, il Washington Post ha contato oltre 400 sparatorie nelle scuole.

    Secondo Peter Simi, sociologo alla Chapman University, «gli indicatori parlano chiaro: non c’è motivo di aspettarsi un miglioramento sostanziale a breve. Non c’è una sola causa né una sola soluzione, ma serve una leadership nazionale diversa. Si registra poi un crollo di fiducia: nel sistema, nel Congresso, nei media e sempre più anche tra cittadini. È l’antitesi di ciò che serve a una democrazia vitale».

    Il problema insomma non è difendere la propria libertà individuale da uno Stato prevaricatore ma l’incapacità dello Stato di far sentire il cittadino al sicuro e non fargli avvertire il bisogno di armarsi per difendersi da sé visto che lo Stato non è in grado di tutelarlo. In una sorta di circolo vizioso, sparatorie nelle scuole mentre da un lato suscitano dibattiti sull’opportunità di abolire il diritto del cittadino di armarsi dall’altro inducono i cittadini stessi a comprare un’arma proprio per difendersi. E così quanto più le armi finiscono in mano a chi ne fa un uso scriteriato e criminale, tanto più gli acquisti di armi aumentano, incrementando il rischio che tra i nuovi acquirenti vi siano anche ulteriori scriteriati che faranno stragi e porteranno altri americani ancora ad armarsi, in un circolo appunto vizioso e sempre più ampio di corsa ad armarsi e utilizzo illegale di quelle armi. «Le richieste aumentano dopo le tragedie, poi si affievoliscono dopo qualche settimana. Ma c’è comunque un incremento» testimonia Michael Kozhar, vicepresidente della International security services che fornisce servizi di sicurezza per le scuole (business sorto per via delle sparatorie che spesso hanno per teatro proprio le scuole americane).

  • Buchi nell’organico delle truppe, l’Ucraina aumenta l’uso di robot da combattimento

    Di fronte a una cronica carenza di personale e alla pressione costante degli attacchi russi, le Forze armate ucraine stanno accelerando l’impiego di veicoli robotici telecomandati per sostituire, almeno in parte, le unità di fanteria in prima linea. Lo riferisce il quotidiano britannico “The Independent” citando fonti militari ucraine e operatori attivi sul fronte orientale. I robot da combattimento, prodotti quasi interamente da aziende ucraine, sono veicoli blindati su ruote o cingolati, impiegati per trasportare munizioni, carburante, viveri, evacuare feriti e caduti, svolgere operazioni di sminamento, detonare cariche esplosive o esplorare zone a rischio. Il loro costo varia tra i mille e i 64 mila dollari a seconda della configurazione, e la loro adozione è in forte crescita lungo l’intero fronte di mille chilometri. Un operatore della Guardia nazionale, nome in codice “Miami”, ha spiegato che il suo plotone ha iniziato a impiegare questi mezzi per missioni logistiche nei pressi di Kostiantynivka, nell’oblast di Donetsk. “Non possono sostituire l’uomo in tutto, ma possono evitare di esporre i soldati in situazioni troppo pericolose”, ha dichiarato. In una missione recente, un robot ha trasportato oltre 200 chilogrammi di materiale in una postazione nascosta nella foresta, muovendosi a circa sei chilometri orari.

    Un altro militare, nome in codice “Akim”, ha spiegato al giornale che spesso il robot non è dotato di videocamera autonoma, ma viene guidato a distanza da un operatore che riceve le immagini da un drone in volo lungo il percorso. “Ogni volta che un drone o un robot compie una missione, significa che un nostro compagno è al sicuro. E, a differenza dell’uomo, la macchina non si stanca”. Tuttavia, l’adozione su larga scala di questi mezzi è ostacolata da diversi fattori: la vulnerabilità agli attacchi nemici, la lentezza nei movimenti su terreni aperti, e i costi, che in alcuni casi possono raggiungere l’equivalente di 9.700 dollari per unità. “Se ne perdi tre o quattro in una settimana, il bilancio diventa pesante”, ha ammesso Miami. Per aumentarne la sopravvivenza, i militari ucraini stanno sperimentando modifiche sul campo, come l’aggiunta di strutture protettive o rulli metallici per l’individuazione di mine. L’esperienza maturata in battaglia viene trasferita rapidamente ai nuovi prototipi in produzione.

    Il comandante in capo ucraino, Oleksandr Syrsky, ha annunciato che entro la fine del 2025 saranno introdotti fino a 15 mila robot terrestri. Tuttavia, secondo altri ufficiali come il generale Serhiy Sobko, l’eccessiva dipendenza da sistemi tecnologici rischia di compromettere la preparazione delle truppe in condizioni operative avverse. “Stiamo perdendo la capacità di operare senza il supporto di droni e robot”, ha dichiarato. Anche se in alcune zone i droni vengono utilizzati per il novanta per cento delle operazioni, l’assenza di fanteria resta insostituibile, ha sottolineato un comandante della 93ma Brigata Meccanizzata. “Senza militari sul terreno, non c’è difesa duratura, anche nell’era dei sistemi automatizzati”. Il ricorso a veicoli robotici rappresenta una delle innovazioni più significative introdotte dall’Ucraina nel conflitto, in un contesto in cui anche l’esercito russo fa sempre più uso di piattaforme telecomandate. Secondo l’International Institute for Strategic Studies, l’esperienza ucraina potrebbe contribuire ad accelerare lo sviluppo globale di dottrine robotiche sul campo di battaglia.

  • Beirut vuole il disarmo di Hezbollah entro l’anno

    Il Consiglio dei ministri libanese ha fissato la fine dell’anno come scadenza definitiva per il disarmo del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e ha incaricato l’esercito di elaborare un piano entro la fine del mese. Lo ha riferito il quotidiano libanese francofono “L’Orient Le Jour”, secondo cui la decisione invia un forte segnale alla comunità internazionale sulla volontà di Beirut di recuperare la sovranità sulla totalità del territorio e ripristinare il monopolio delle armi nelle mani dello Stato.

    Il mese scorso l’inviato degli Stati Uniti Thomas Barrack si è recato tre volte nel Paese per discutere della questione con la leadership libanese, a cui ha consegnato una serie di raccomandazioni per attuare il piano entro la fine dell’anno. Mentre era in corso la sessione del Consiglio dei ministri a Baabda, il segretario generale del movimento sciita Naim Qassem ha ribadito in un discorso televisivo il rifiuto di Hezbollah di discutere della questione delle armi prima che Israele si ritiri dal sud del Libano, cessi i suoi attacchi quasi quotidiani e liberi i prigionieri.

    “Il movimento sciita libanese Hezbollah non può continuare a rappresentare un ostacolo alla costruzione dello Stato e dovrebbe capire che le sue armi sono incompatibili con questo obiettivo”, ha dichiarato il ministro della Giustizia libanese Adel Nassar durante un’intervista all’emittente emiratina “Sky News Arabia”. “Le armi non hanno protetto il Libano dal 2000 (anno della fine dell’occupazione israeliana nel sud), ma hanno piuttosto trascinato il Paese in altre guerre, non sono riuscite a raggiungere un equilibrio del terrore (deterrenza) e hanno avuto conseguenze distruttive per il Libano”, ha aggiunto il ministro. Nassar ha aggiunto che la questione di limitare il possesso di armi, discussa ieri durante una sessione del Consiglio dei ministri “non è legata solo a questioni esterne, ma anche alla costruzione dello Stato libanese, che richiede l’uso esclusivo della forza per essere pienamente operativo”.

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