Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli
Come all’interno di un conflitto anche le conseguenze dello stesso possono venire considerate asimmetriche nella loro intensità e soprattutto nella loro distribuzione geografica, quindi con ripercussioni diverse sui diversi sistemi economici di una medesima alleanza.
A differenza di quanto possa credere qualcuno la guerra non genera PIL, se non per piccole e ben definite nicchie, per ogni miliardo speso.
Un fattore incontrovertibile che azzera quanto aveva dichiarato il Ministro della Difesa Crosetto il quale, con l’obiettivo di giustificare l’incremento percentuale del PIL al settore della Difesa, aveva affermato come la spesa militare generasse un nuovo Pil, immettendo come il moltiplicatore della spesa pubblica se indirizzata al settore della Difesa sia dello 0,5%, il più basso per quanto riguarda la crescita economica generata da risorse pubbliche.
A questo si aggiunga poi come anche la sola idea di convertire, con l’obiettivo di ridare slancio alla crescita economica europea, il settore Automotive ad una produzione legata alla difesa ed agli armamenti rappresenti un’utopia espressione ancora una volta di una sostanziale inadeguatezza culturale e professionale.
Aumentare il settore della Difesa in Europa offre un impiego a circa 487.000 lavoratori mentre il settore dell’automotive con le sue complesse filiere ne assicura tredici (13) milioni ed oltre mille (1000) miliardi di entrate fiscali.
Proprio all’interno di un periodo storico tra i più preoccupanti dal dopoguerra risulta chiaro come il primo dovere delle istituzioni dovrebbe essere quello di cercare di mantenere in piedi un sistema economico ed industriale che ha assicurato il livello di benessere attuale, rendendolo compatibile con gli impegni di una qualsiasi alleanza politica e militare.
Quindi, ecco che anche la politica energetica, cioè il primo passo per dotarsi di una politica industriale, acquisisce una molteplicità di valori decisamente più articolati rispetto ad un qualsiasi periodo di pace.
In questo senso, infatti, va interpretato il continuo aumento della produzione di petrolio dell’Opec sostenuto dalla Arabia Saudita e dagli stessi Stati Uniti, finalizzato a ridurre la quotazione del greggio e di conseguenza ridurre l’approvvigionamento finanziario alla Russia per sostenere il conflitto con l’Ucraina.
Una strategia che ha come obiettivo, quindi, quello di indebolire Putin nel conflitto russo ucraino e quindi spingerlo verso un’intesa di pace.
Del resto gli stessi attriti tra il presidente degli Stati Uniti con l’India, la quale opera come triangolatore negli acquisti di petrolio russo, va intesa in quest’ottica.
L’Unione Europea, viceversa, da decenni non ha dimostrato di avere una propria politica energetica, se non quella suggerita dalla Merkel di creare una diretta dipendenza appunto con il colosso russo.
Ora, viceversa, sta affossando l’industria europea proprio con la cieca approvazione del Green Deal spacciato come una visione ambientalista dell’approvvigionamento energetico ma che alla fine favorisce solo ed esclusivamente la Cina.
La risultante di questa strategia è quella di operare a favore delle conseguenze asimmetriche del conflitto e gli attori interessati nello scenario geopolitico internazionale e soprattutto nei confronti dei propri alleati.
Solo in questo senso si può spiegare politicamente e strategicamente la volontà molto spesso dichiarata, ma ora sempre più ricercata, di chiudere definitivamente le forniture di gas russo, quando contemporaneamente la stessa Unione Europea non trova nulla di strano nell’approvvigionamento sempre di gas russo da parte del proprio alleato ucraino.
L’applicazione asimmetrica di questa strategia nei confronti del gas russo pone le basi per il collasso dell’economia europea,
distrutta da una politica energetica diventata ormai semplicemente ideologica, la quale risulta la responsabile di queste conseguenze belliche in campo energetico assolutamente asimmetriche.