Armi

  • N Korea has built two-storey uranium enrichment facility, says watchdog

    North Korea has built a new two-storey uranium enrichment facility, the head of the world’s nuclear watchdog said this week, calling it a cause for “serious concern”.

    The new building is part of the main Yongbyon nuclear complex, and reportedly capable of housing up to 28 centrifuge cascades used to enrich uranium.

    In a report published late last month, the International Atomic Energy Agency said Pyongyang has also begun operating an expanded annex at another enrichment site.

    These findings point to a steady expansion of the North’s sancitoned nuclear infrastructure. The agency, which has no inspectors in North Korea since it was expelled in 2009, relies on satellite imagery for assessments.

    “The continuation and further development of the DPRK’s nuclear programme are clear violations of relevant UN Security Council resolutions and are deeply regrettable,” IAEA director Rafael Grossi said in a statement earlier this week.

    The IAEA first referred to the existence of the building in June, although Grossi had mentioned the possibility earlier in the year.

    In June, the agency said that North Korean leader Kim Jong Un visited a “newly inaugurated nuclear materials production factory” on 3 June, which it identified as the Yongbyon enrichment facility.

    Kim had praised the country’s “greatly expanded production capacity”, adding that this would “offer the possibility of carrying out larger plans”, according to the agency’s report.

    Despite running one the poorest countries in the world, Kim spends millions each year developing a secretive nuclear arsenal. A 2022 report by a non-proliferation think-tank put this figure at $640m.

    “What makes North Korea’s nuclear programme so concerning is that many of its facilities are unknown, concealed, and thus difficult to target,” Edward Howell, a lecturer at the University of Oxford told the BBC.

    “Beyond Yongbyon, we know that other facilities exist: Kangson, for instance. The embeddedness of North Korea’s nuclear doctrine within its foreign and domestic policy means that we should expect there to be more concealed production sites.”

    The agency also said there were indications that operations had started at another enrichment facility in Kangson, near the capital Pyongyang, in January this year. An annex had first been constructed in Kangson in 2024, it said.

    It had said in April that North Korea appeared to be stepping up its ability to make nuclear bombs, saying they were monitoring the apparent expansion of Yongbyon.

    The North’s nuclear programme has accelerated under Kim, who has overseen a record number of missile tests. The country has fired has numerous intercontinental ballistic missiles (ICBMs) since it began testing its long-range system in 2017.

    The country has conducted six nuclear weapons tests so far, the last of which was in September 2017.

    In August, South Korea’s president, Lee Jae Myung, proposed talks with North Korea on officially ending the war between the two countries, adding that this could serve as a forum for discussing “effective ways to halt the advancement of the North’s nuclear capabilities”.

    North Korea has yet to respond to the proposal.

    North Korea declared itself a nuclear power in 2022 and vowed never to relinquish its weapons, of which it is estimated to possess dozens.

    Lee previously said Pyongyang was producing 15 to 20 more warheads annually, telling the BBC last year he would back a deal between US President Donald Trump and Kim to freeze production.

    Additional reporting by Koh Ewe

  • Più deterrenza nucleare in Europa, secondo il Financial Times gli Usa ci stanno pensando

    Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di dispiegare armi nucleari in ulteriori Paesi europei della Nato, in una mossa volta a rassicurare gli alleati sul fatto che una riduzione del sostegno militare convenzionale non indebolirebbe le garanzie di sicurezza statunitensi. Lo riferisce in esclusiva il quotidiano britannico “Financial Times”, citando tre fonti informate sui colloqui, secondo cui funzionari dell’amministrazione presidenziale Usa hanno espresso l’apertura a nuovi dispiegamenti oltre agli attuali sei Paesi che ospitano velivoli in grado di condurre attacchi con armi nucleari.

    Le discussioni, definite altamente riservate e non necessariamente destinate a produrre modifiche agli accordi di condivisione nucleare, avvengono in un contesto di crescente preoccupazione in Europa per le decisioni del presidente Donald Trump di ritirare truppe e sistemi d’arma critici dal Vecchio continente. L’eventuale ampliamento consentirebbe ad altri Paesi di ospitare velivoli statunitensi dotati di armi nucleari. Secondo due delle fonti citate, l’apertura degli Stati Uniti a queste discussioni mira a mostrare l’impegno di Washington a garantire l’ombrello nucleare, mentre gli alleati europei vengono spinti, in particolare in ambito Nato, ad assumere una quota maggiore dell’onere per quanto concerne la difesa convenzionale. I Paesi del fianco orientale della Nato, tra cui Polonia e Stati baltici, sarebbero interessati a ospitare basi per velivoli a doppia capacità. Varsavia, in particolare, ha già espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari statunitensi, mentre quest’anno ha aderito anche a un’iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron per valutare il possibile trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei. Secondo una fonte, le discussioni sono in corso attraverso i canali della Nato e gli alleati più vicini ai confini russi hanno mostrato il maggiore interesse, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina e dei ripetuti riferimenti del presidente Vladimir Putin alle capacità nucleari di Mosca. Una seconda fonte ha tuttavia precisato che un accordo per ampliare la capacità nucleare statunitense in Europa non si può definire come imminente. Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge attualmente Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito, tutti Paesi autorizzati a ospitare velivoli a doppia capacità e bombe nucleari statunitensi “forward-deployed”, custodite da personale Usa e utilizzabili solo previa autorizzazione di Washington. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato il mese scorso che, pur in presenza di un maggiore orientamento statunitense verso altri teatri, “la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse”.

  • Armi dall’Europa alla Russia attraverso gli ex Stati dell’Urss

    Il Kirghizistan dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari. E ancora: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro.

    Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.

    L’Europa ha scelto di garantire forniture militari per l’Ucraina e negare invece qualsiasi aiuto a Mosca: dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile». In Italia la legge 185 del 1990 vieta di vendere materiale militare o «dual use» (cioè tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti) ai Paesi in guerra o che violino i diritti umani.

    Il problema, ovviamente, sta nell’implementazione dei divieti, cioè nei controlli. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione. E così oggi, nonostante 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%.

    Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.

    Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta.

    C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia. Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.

  • Tokyo dà via libera alla vendita di armi all’estero e medita di pattugliare le rotte del Pacifico

    Il governo del Giappone ha approvato una revisione delle norme sull’esportazione di sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, aprendo alla vendita di armamenti all’estero per rafforzare la cooperazione con Paesi partner. Le modifiche, adottate dall’esecutivo e dal Consiglio per la sicurezza nazionale sotto la guida della premier Sanae Takaichi, mirano a sostenere l’industria della difesa nazionale in un contesto di sicurezza definito come il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. La revisione dei “tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” elimina i limiti che consentivano le esportazioni di sole cinque categorie di equipaggiamenti non offensivi (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento). Le merci esportabili vengono ora distinte tra armamenti e non armamenti in base alla capacità letale. Le esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti restano vietate in linea di principio, ma sono previste eccezioni in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale e alle operazioni militari statunitensi nell’area indo-pacifica.

    I sistemi non offensivi, come radar di controllo e allerta, potranno essere esportati senza restrizioni. Le armi, inclusi cacciatorpediniere e missili, saranno invece vendute solo a Paesi che abbiano accordi con Tokyo sulla protezione delle informazioni sensibili. Le nuove regole prevedono che il parlamento venga informato delle esportazioni solo dopo l’approvazione governativa, una scelta criticata dalle opposizioni, che chiedono un controllo preventivo per evitare il coinvolgimento del Paese in conflitti o corse agli armamenti. Le decisioni sulle esportazioni saranno affidate al Consiglio per la sicurezza nazionale, mentre il progetto congiunto di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Italia richiederà un’approvazione specifica da parte del governo. La riforma è stata discussa durante una riunione del Consiglio alla presenza, tra gli altri, del segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara, del ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e del ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.

    Il governo del Giappone sta anche valutando un rafforzamento della difesa delle rotte marittime nel Pacifico, alla luce delle turbolenze economiche causate dalla guerra in Medio Oriente e dei rischi per le importazioni di energia e alimenti. Secondo quanto riferisce il quotidiano “Nikkei”, il blocco dello Stretto di Hormuz conseguenza del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha evidenziato la vulnerabilità del Paese asiatico, che movimenta via mare il 99,5 per cento dei propri traffici commerciali. Stando a fonti citate dal quotidiano, un gruppo di esperti sarà istituito questo mese per rivedere la Strategia di sicurezza nazionale del Giappone, con aggiornamenti previsti entro fine anno insieme ad altri documenti chiave. La protezione delle rotte nel Pacifico dovrebbe essere elevata a pilastro della sicurezza economica. Finora Tokyo si è concentrata sulle rotte verso il Medio Oriente, da cui proviene oltre il 90 per cento del petrolio greggio, tramite pattugliamenti, missioni di scorta navali e cooperazione con Paesi costieri. Ora l’attenzione si sposta sul Pacifico, con l’ipotesi di impiegare aerei di sorveglianza e radar terrestri, attualmente insufficienti per un monitoraggio continuo.

    Tra i rischi contemplati da Tokyo figura quello di, una crisi legata a Taiwan, che potrebbe minacciare il traffico marittimo oltre la cosiddetta “seconda catena di isole”, fino a Guam. Tokyo punta inoltre a rafforzare la cooperazione con partner regionali per proteggere le rotte verso l’Australia. Interruzioni di lunga durata dei traffici potrebbero esaurire le riserve energetiche giapponesi, dal momento che il Paese è fortemente dipendente dall’estero, oltre che per il petrolio, anche per gas naturale liquefatto, carbone e prodotti alimentari. Secondo Akira Igata dell’Università di Tokyo, una grave interruzione delle importazioni di mangimi ridurrebbe drasticamente la produzione di carne. A rendere necessario il cambio di strategia contribuisce anche l’espansione delle attività navali della Cina, aumentate sensibilmente dal 2022, secondo il ministero della Difesa giapponese.

  • Polveriera balcanica: si riaccendono le tensioni tra Serbia e Croazia

    La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.

    La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.

    Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.

    Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.

    La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.

    Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.

    La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.

    Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

  • La Commissione presenta una nuova agenda antiterrorismo e una proposta di norme a livello dell’UE contro il traffico illecito di armi da fuoco

    La Commissione europea ha presentato una nuova agenda per la prevenzione e la lotta al terrorismo, che traccia il percorso da seguire per rafforzare la risposta collettiva dell’Europa all’evoluzione delle minacce terroristiche ed estremiste violente.

    Negli ultimi dieci anni l’UE ha rafforzato la propria risposta al terrorismo e all’estremismo violento. Tuttavia, la natura in continua evoluzione di tali minacce richiede un’azione adeguata e più incisiva. L’agenda, iniziativa faro nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU, propone un ampio ventaglio di iniziative intersettoriali per rafforzare la preparazione e la capacità di risposta, proteggendo meglio cittadini e imprese dell’UE dai danni.

    La Commissione propone di aumentare la capacità di previsione e la resilienza dell’UE, rafforzare la sicurezza delle persone online e offline e intensificare la cooperazione con i partner internazionali. L’agenda prevede misure per conseguire tali obiettivi articolate in sei pilastri fondamentali.

    La Commissione ha presentato anche una proposta di direttiva per contrastare il traffico di armi da fuoco e altri reati connessi nell’UE. Si tratta della prima iniziativa legislativa adottata nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU.

    Le armi da fuoco illegali rappresentano una grave minaccia per la sicurezza pubblica, facilitando il terrorismo, la criminalità organizzata, la violenza delle bande e altri reati gravi. Questo rischio è ulteriormente amplificato da sviluppi tecnologici come la stampa 3D e dall’evoluzione delle minacce provenienti dall’esterno dei confini dell’UE, che richiedono una maggiore preparazione da parte dell’Unione.

  • L’Iran ha fatto shopping a Mosca: acquistate armi per 500 milioni di euro

    L’Iran avrebbe firmato a dicembre a Mosca un accordo segreto da 500 milioni di euro con la Russia per acquistare 500 lanciatori Manpads Verba e 2.500 missili 9M336. È quanto emerge da documenti russi visionati dal “Financial Times”, secondo cui le consegne sarebbero previste in tre tranche dal 2027 al 2029, ma alcune unità potrebbero essere già state consegnate. La notizia arriva mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concentrato forze militari Usa in Medio Oriente, minacciando Teheran di attacchi se non accetterà limiti al programma nucleare.

    L’Iran avrebbe formalmente richiesto i sistemi russi lo scorso luglio, secondo il “Financial Times”, pochi giorni dopo la fine del conflitto di 12 giorni in cui gli Stati Uniti si sono uniti a Israele negli attacchi contro tre importanti impianti nucleari iraniani. Il nuovo accordo sui Verba sarebbe stato negoziato tra Rosoboronexport, l’agenzia statale russa per l’export di armamenti, e il rappresentante a Mosca del ministero iraniano della Difesa e della Logistica delle Forze armate. Il contratto sarebbe stato organizzato da Ruhollah Katebi, funzionario del ministero iraniano con base a Mosca, che in precedenza aveva contribuito a mediare la vendita da parte dell’Iran di centinaia di missili balistici a corto raggio Fath-360 per l’uso nell’invasione russa dell’Ucraina. Gli Usa hanno sanzionato Katebi nel 2024 per aver agito per conto del dicastero di Teheran; il Dipartimento del Tesoro Usa lo ha descritto come “il punto di contatto del governo russo” con il ministero della Difesa iraniano.

    Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, aveva già apparentemente confermato questa settimana che diversi voli provenienti dalla Russia in tempi recenti avrebbero contenuto carichi militari. “Sono anni che abbiamo firmato solidi accordi militari e di difesa con la Russia. Posso solo dire che questi aerei dimostrano che quegli accordi vengono attuati”, aveva dichiarato alla televisione di Stato Jalali, senza fornire ulteriori dettagli.

    Un aereo cargo russo Ilyushin Il-76TD ha effettuato almeno tre voli negli ultimi otto giorni da Mineralnye Vody, nel Caucaso settentrionale, alla città iraniana di Karaj e almeno un altro Il-76 ha volato verso l’Iran a fine dicembre. Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe ricevuto fino a sei elicotteri d’attacco Mi-28 russi a gennaio e ne avrebbe utilizzato uno a Teheran questo mese. Secondo i documenti visionati da “Financial Times”, Rosoboronexport venderebbe all’Iran i missili 9M336 al prezzo di 170 mila euro l’uno e i lanciatori Verba a 40 mila euro ciascuno. Inoltre, l’accordo includerebbe anche 500 visori notturni Mowgli-2.

    L’accordo segna una cooperazione militare continua tra Iran e Russia: Teheran ha fornito a Mosca droni e missili negli ultimi due anni durante l’invasione russa dell’Ucraina, e i due Paesi hanno firmato un trattato di rafforzamento dei legami bilaterali nel gennaio 2025; l’Iran ha cercato inoltre di acquisire due squadroni dei caccia avanzati Sukhoi Su-35 dalla Russia, anche se funzionari a Teheran avrebbero lamentato ritardi nell’esecuzione dell’ordine. Secondo Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis, citato da “Financial Times”, la disponibilità di Mosca a fornire armi a Teheran indica anche che la Russia non ha alcun interesse a rispettare le sanzioni Onu “snapback” contro l’Iran.

  • Il Pentagono invoca il liberismo: no a preferenze pro-Ue negli appalti per armi in Europa

    L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito l’Unione europea che eventuali norme volte a privilegiare i produttori di armamenti europei nell’ambito delle acquisizioni per la difesa potrebbero provocare ritorsioni commerciali e restrizioni all’accesso delle imprese europee al mercato della difesa statunitense. E’ quanto affermano fonti informate citate dal sito d’informazione “Politico”, secondo cui in un contributo inviato alla consultazione della Commissione europea sulla revisione delle regole sugli appalti militari, il dipartimento della Guerra ha espresso una netta opposizione a qualsiasi misura che limiti la partecipazione delle aziende statunitensi alle forniture per la difesa dei Paesi membri. Il Pentagono ha chiarito che Washington considera “protezionistiche ed escludenti” politiche che riducano la presenza industriale statunitense, sottolineando che attualmente le grandi imprese europee continuano a beneficiare dell’accesso al mercato Usa.

    Il Pentagono ha avvertito che una clausola vincolante di preferenza europea potrebbe portare alla revisione delle deroghe alle norme “compra americano”, attualmente in vigore grazie ad accordi di reciprocità firmati da 19 dei 27 Stati membri. Ciò limiterebbe l’accesso delle aziende europee ai contratti del dipartimento della Guerra, che potrebbero essere concessi in futuro solo caso per caso e per esigenze legate all’interoperabilità della Nato. Secondo Washington, una stretta protezionistica indebolirebbe l’Alleanza atlantica, ridurrebbe la libertà di spesa dei governi europei e metterebbe a rischio gli obiettivi di capacità militare concordati. La disputa rischia di complicare i piani industriali europei e di testare la volontà dei Paesi membri di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti in un contesto di relazioni transatlantiche sempre più tese.

    Secondo “Politico”, il confronto mette anche in luce una contraddizione strategica: gli Stati Uniti chiedono da anni agli alleati europei di assumersi una quota maggiore della difesa convenzionale del continente, ma senza penalizzare l’industria militare statunitense, che oggi fornisce circa due terzi delle armi importate dall’Unione europea, dai caccia di quinta generazione F-35 ai sistemi missilistici e di difesa aerea. Bruxelles sta valutando un aggiornamento della direttiva sugli appalti del 2009, nell’ambito di una più ampia spinta verso l’autonomia strategica e il rafforzamento dell’industria bellica europea, anche in risposta al rischio di conflitto con la Russia. Programmi come il fondo di prestiti per armamenti e le forniture destinate all’Ucraina già prevedono una quota minima di componenti prodotti in Europa.

  • Crimine la guerra d’aggressione, criminale non aiutare gli aggrediti

    La devastazione dell’Ucraina aumenta, ogni giorno, e aumenta la necessità di difenderla, questo appare chiara a tutti, salvo agli amici di Putin.

    I ritardi che corrono tra gli impegni pronunciati e l’arrivo effettivo degli aiuti militari restano il problema dell’Europa, la grande incompiuta, che dopo lo stop di Trump ad un impegno diretto, non ha ancora trovato il modo per difendersi e difendere i propri vicini.

    Il ministro della difesa Crosetto segnala, con particolare trasparenza, che la guerra ibrida, da tempo in corso anche in Italia contro l’Italia, ci trova impreparati e che è necessario porre immediato rimedio ai ritardi ed alle indifferenze che, ancora oggi, fanno parte del bagaglio politico culturale di alcuni, sia di sinistra che di destra.

    Il ministro segnala la realtà e le sue osservazioni aprono le speranze dei nostri nemici che, proprio per le nostre insufficienti difese, sanno, una volta di più, di poter avere agio nel crearci problemi sia spiando e rubando dati sensibili sia colpendo la nostra economia tramite hackeraggi di vario tipo.

    Di fronte ai soliti tentennamenti, o addirittura ai dinieghi della realtà e dell’urgenza di interventi precisi, siano le parole del Presidente della Repubblica a chiudere la bocca agli amici di Putin perché se è un crimine la guerra d’aggressione, come ha detto Mattarella, diventa criminale non aiutare gli aggrediti, non contrastare e punire gli aggressori.

    Anche Trump si prenda le sue responsabilità per i troppi ammiccamenti con lo zar russo, ancora oggi si parla di un fantomatico piano di pace concordato tra Trump e Putin sulla pelle degli ucraini, gli interessi economici americani, più o meno potenziali, non possono prevaricare i diritti dei popoli e delle nazioni a veder rispettata la propria integrità, la libertà e la giustizia.

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