Armi

  • Il Missouri fornisce le armi alla US Army e poi anche ai narcotrafficanti messicani

    Il Segretario della Difesa del Messico, il Generale Ricardo Trevilla Trejo, ha riferito che dal 2012 ad oggi sono stati sequestrati 137.000 proiettili calibro 50, ma il dato più interessante è che il 47% di questi proiettili proveniva dagli Stati Uniti, era stato fabbricato lì. In particolare le munizioni sarebbero per la maggior parte riconducibili alla Lake City Army Ammunition Plant, fabbrica di munizioni a Kansas City, Missouri, di proprietà del governo degli Stati Uniti, la quale costituisce il più importante produttore di munizioni per fucili per l’esercito americano. I proiettili calibro 50 proverrebbero anche da altre aziende, con sede in Brasile ed in Corea, tuttavia i dati di origine mostrano come la Lake City sia diventata un vero e proprio punto di riferimento per i cartelli messicani.

    Il Generale Trejo ha anche aggiunto che da ottobre 2024, ovvero da quando Claudia Sheinbaum si è insediata come presidente, il governo messicano ha sequestrato circa 18.000 armi da fuoco, di cui l’80% proveniente dagli Stati Uniti. Tra queste, 215 fucili Barret calibro 50 (armi lunghe quasi un metro e pesanti sui 14 chili), mitragliatrici di vario calibro, lanciarazzi e lanciagranate.

    Le dichiarazioni del Generale hanno ripreso un’indagine fatta dal New York Times e dal Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), la quale ha mostrato come le munizioni calibro 50 fossero riservate all’esercito americano. Quest’ultimo ha più volte sollecitato la Lake City ad arrivare a produrre 1,6 miliardi di proiettili l’anno. In cambio, gli appaltatori che operano sugli impianti hanno potuto usare le eccedenze produttive per venderle a forze dell’ordine, governi stranieri ed anche a distributori e negozi al dettaglio. È bene sottolineare, infatti, che negli Stati Uniti de facto non esistono limitazioni federali all’acquisto di munizioni da parte di cittadini americani o residenti legalmente su territorio americano. A detta delle autorità statunitensi, questo accordo ha permesso di far risparmiare 50 milioni di dollari l’anno ai contribuenti americani.

    Da parte del governo americano non vi sono state risposte precise sull’uso delle munizioni della Lake City da parte dei cartelli messicani, sottolineando solamente quanto la condotta attuale dell’azienda faccia risparmiare diversi milioni ai taxpayers statunitensi. In questo contesto, lo scorso giugno la Corte Suprema statunitense ha bloccato una causa intentata dal governo messicano contro alcuni produttori di armi americani, i quali non avrebbero agito abbastanza per evitare che i loro prodotti finissero in mano ai narcotrafficanti.

    Il governo stima che ogni anno tra le 200.000 e le 500.000 armi da fuoco vengano introdotte illegalmente dagli Stati Uniti in Messico.

    La presidente Sheinbaum ha esortato diverse volte ad un maggior coordinamento tra autorità statunitensi e messicane per interrompere questo flusso di morte, paragonando il flusso di armi dagli Stati Uniti al Messico con l’altrettanto letale flusso di droghe di sintetiche e fentanyl che dal Messico inonda le strade americane. Nonostante l’amministrazione Trump abbia designato sei cartelli messicani come organizzazioni terroristiche straniere, tuttavia, le stesse organizzazioni terroristiche acquistano ed usano attivamente armamenti e munizioni prodotti in stabilimenti di proprietà dell’esercito degli Stati Uniti.

  • La responsabilità per crimini di guerra vale anche per droni a guida automatica. E investe pure civili

    I droni sono ormai quasi un sinonimo di killer, per la fama che si sono guadagnati di arma dei conflitti del XXI secolo, ma di per sé un drone non è poi diverso da un’auto a guida automatica. Non è necessariamente impostato per uccidere, anche se in caso di impiego bellico quella impostazione non è certo anomala, ma può uccidere, deliberatamente, come conseguenza accettata di un’altra azione o per errore. Il problema non è nel drone in sé, ma nella guida del drone che spesso, anche in azioni belliche, è automatizzata: a guidare il drone non è un uomo ma l’intelligenza artificiale.

    E qui sta il nodo giuridico: come nel caso di un’auto a guida automatica, chi risponde di un drone che provoca vittime? Va da sé che un’auto che investe e ferisce o uccide qualcuno compie un crimine, mentre un drone che uccide in un conflitto non necessariamente compie un crimine, perché il diritto di guerra riconosce che l’eliminazione dell’avversario è in sé lecita in guerra. Vi sono però dei limiti all’avversario che si può lecitamente colpire: i civili, tipicamente, non sono obiettivi legittimi che si possano uccidere.

    La scelta degli obiettivi da colpire nel caso di un fronte è spesso già predeterminata dall’intelligenza artificiale che lo guida nei suoi attacchi ma a monte l’intelligenza artificiale è stata istruita da qualcuno in carne ed ossa che quindi può essere chiamato a rispondere degli input che fornisce. Nella realtà dei fatti tuttavia, la responsabilità può non essere così lampante: un drone in un attacco automatizzato può sempre essere fermato da chi lo sta utilizzando, e finora a mandare i droni all’attacco automatizzato sono ancora uomini (Terminator per adesso è ancora solo una realtà cinematografica), ma l’intelligenza artificiale che ne guida gli attacchi è talmente rapida che la persona che comanda e segue l’attacco può non avere il tempo di bloccarlo, anche se si rende conto che sia il caso di fermare l’attacco. Se accanto a un soldato ci fosse un bambino inerme, magari usato come scudo umano, per fare un esempio, l’intelligenza artificiale potrebbe comunque ordinare al drone di colpire il soldato, a costo di uccidere anche il bambino, e gli uomini che hanno comandato quell’attacco potrebbero non avere riflessi pronti quanto quelli delle macchine per bloccare quell’attacco.

    La responsabilità, peraltro, non è del solo operatore militare che segue il drone a guida automatica nello svolgimento del suo incarico, ma investe anche chi, nella gerarchia militare, ha scelto dove e quando attaccare. In un conflitto non è lecito uccidere chiunque: civili che non stiano compiendo atti ostili, soldati che non siano in grado di combattere (ad esempio perché feriti), strutture che non hanno un’immediata funzione bellica (ospedali, per fare l’esempio più facile) non sono obiettivi leciti e colpirli è un reato.

    La responsabilità infine investe anche chi militare non è e non è direttamente implicato nella scelta e nella gestione degli attacchi. Chi realizza i droni e fornisce l’intelligenza artificiale che li guida in azione può essere a sua volta chiamato a rispondere delle impostazioni che ha dato alle apparecchiature belliche. Ci sono sfumature anche in questo caso: se società che producono simili apparecchiature forniscono armi che possono colpire anche obiettivi illeciti e sono poi i militari a usarli contro tali obiettivi, il produttore non risponde dell’uso criminoso di apparecchiature realizzate rispettando i limiti che il diritto di guerra pone riguardo ai bersagli consentiti; se invece realizza deliberatamente o anche su richiesta del cliente (cioè i militari), apparecchi che ignorino i vincoli del diritto di guerra, risponderà a sua volta di condotta criminosa.

    Tanto in Ucraina che in Israele e Palestina il drone è di fatto il nuovo soldato del XXI secolo ed è il principale responsabile delle vittime, lecite o meno che fossero, provocate nelle fila avversarie. I principi che presidiano lo svolgimento di un’attività in sé naturalmente letale come i conflitti, principi volti a circoscrivere al minimo indispensabile le vittime, sono gli stessi che regolavano conflitti meno tecnologici e sono tuttora effettivamente validi, proprio perché ancora oggi le macchine sono solo esecutori (anche molto intelligenti ma comunque solo esecutori) di decisioni che vengono prese da uomini: la superintelligenza artificiale di Terminator che decide di eliminare l’intero genere umano resta appunto soltanto una realtà di celluloide. Nuovo è l’ambito di applicazione di quei principi e di quelle norme, perché nuova è la modallità con cui oggi si svolgono i confronti armati: si tratta quindi di creare una giurisprudenza che adegui l’interpretazione di quelle norme alla realtà dei conflitti odierni. E nuovo è soprattutto il fatto che la responsabilità per illeciti di guerra possa coinvolgere anche civili non direttamente operativi sul teatro bellico, per la progettazione degli strumenti automatici di attacco (non era così per i carri armati, perché quelli funzionavano solo col software degli esseri umani che li operavano una volta usciti dalla fabbrica).

  • Un’intervista che svela clamorosi scandali ed abusi di potere

    Guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

    Vangelo secondo Matteo, 18/7

    Il 7 settembre scorso l’ex vice primo ministro ed uno dei più stretti collaboratori del primo ministro albanese, fino al luglio 2023, ha rilasciato di nuovo un’intervista dalla Svizzera, dove si trova ormai, avendo ottenuto l’asilo politico. Questa di lunedì 7 settembre era la quinta intervista rilasciata alla stessa televisione albanese, non controllata dal primo ministro.

    Durante l’intervista l’ex vice primo ministro non solo ha fatto nuove denunce che coinvolgono direttamente il “capo del’organizzazione”, come lui da tempo chiama il primo ministro albanese, ma ha anche distribuito delle registrazioni audio che evidenziano sia la clamorosa corruzione delle istituzioni, che la collaborazione tra il primo ministro con degli individui stranieri, suoi “amici”, coinvolti in molti scandali a livello internazionali. Ebbene, uno di quelli, un cittadino di origine ebrea, che ha anche il passaporto statunitense e, dal novembre 2018 anche quello albanese, è stato coinvolto in molti scandali in diversi Paesi del mondo, nonché in molti processi giudiziari.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, delle quattro precedenti interviste dell’ex vice primo ministro. Lui, oltre a quell’importante incarico istituzionale (2021-2022), dal 2013 è stato anche anche ministro dello Sviluppo economico, poi ministro delle Finanze e, alla fine, ministro di Stato per la Ricostruzione del Paese, dopo il terremoto del 2019. Ma chissà perché per lui è stato chiesto l’arresto nel luglio 2023?! E questo non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito del primo ministro. L’accusa era per abuso d’ufficio, corruzione passiva, illegittimo vantaggio di interessi e riciclaggio di denaro. Ma lui nel frattempo, proprio in quei giorni, era riuscito a scappare all’estero, in Svizzera. Ormai gode lì dello stato dell’avente diritto all’asilo politico, cioè gode del diritto di immunità personale, accordato da un Paese ad un cittadino straniero per motivi politici.

    Il nostro lettore è stato informato anche di quello che pensava il primo ministro, fino a poche settimane prima che si chiedesse l’arresto del suo stretto collaboratore. Lui dichiarava convinto che l’ex vice primo ministro era “…uno dei collaboratori con il quale mi sono incontrato di più, ho comunicato di più al telefono, ho discusso di più per molte delle nostre decisioni durante questi anni” (Altre rivelazioni clamorose di abusi di potere; 12 gennaio 2026).

    Il nostro lettore, nello stesso articolo, è stato informato che dopo la fuga in Svizzera e l’ottenimento dello stato di avente diritto all’asilo politico, l’ex vice primo ministro ha denunciato l’operato del suo diretto superiore. Ha rivelato molti casi clamorosi di abuso di potere, rendendo pubblici molti fatti accaduti, fatti che conosceva personalmente, avendo svolto importanti incarichi istituzionali. Ovviamente l’ex vice primo ministro non è uno stinco di santo, ma lui continua a dichiarare che “…è pronto e sempre disponibile a testimoniare davanti ai tribunali, ma non in Albania”. Sì perché, come ha affermato, in Albania lui rischia la vita.

    Il nostro lettore è stato altresì informato che il 24 settembre 2024 in Albania è stata costituita un’impresa a partecipazione statale, denominata KAYO, per “sviluppare un’industria militare moderna, basata sulle capacità locali e su partenariati strategici”. Tutto dopo che il Parlamento aveva approvato il 26 luglio 2024 un’apposita legge. Poi il 12 giugno 2025, con una decisione del Consiglio dei ministri, è stato stabilito che la sopracitata impresa, quando diventa parte attiva di un’altra società, non deve mai avere meno del 45% del capitale della nuova società. Nel giugno 2025 la proprietaria di una società albanese, costituita nel 2016, che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere, ha deciso di vendere il 49% delle sue azioni ad una società di proprietà di un “noto imprenditore” israeliano, “amico” del primo ministro, costituendo una nuova società comune.

    L’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che “…nei primi giorni dell’agosto 2025, tra questa nuovissima società azionaria e la sopracitata impresa statale [KAYO] che opera, tra l’altro, nel campo degli armamenti, è stata costituita un’altra società azionaria. Ma nonostante la sopracitata decisione del Consiglio dei ministri stabiliva che quell’impresa statale non doveva mai avere meno di 45% del capitale societario, la sua quota di partecipazione era soltanto il 20% del capitale totale. Mentre l’80% del capitale apparteneva alla società privata. Una clamorosa e palese violazione legale da parte dell’impresa statale!” (Attenti ai furfanti che abusano del potere conferito o usurpato; 19 gennaio 2026).

    Tornando alla quinta intervista dell’ex vice primo ministro, trasmessa il 7 settembre scorso dalla stessa televisione non controllata dal primo ministro, che aveva trasmesse anche le altre precedenti interviste, l’ex vice primo ministro, ha continuato a denunciare quello che sta accadendo in Albania. In più però ha anche diffuso registrazioni audio che, a suo dire, svelano un presunto piano illecito riguardante l’uso improprio di fondi pubblici, la depredazione di beni statali, nonché il traffico internazionale di armi. Al centro delle sue accuse figurano le società in cui l’impresa statale KAYO partecipa con solo 20% delle azioni, ma anche l’imprenditore israeliano, “amico” del primo ministro, che si vanta di essere stato incaricato da lui “per svolgere gli affari sporchi”.

    Durante la sopracitata intervista del 7 settembre scorso, l’ex vice primo ministro ha rivelato che possiede diverse registrazioni audio autentiche, a lui consegnate da strutture specializzate che non intendeva renderle note. Lui ha informato però che in una registrazione che dura circa tre ore “…la figura centrale è il capo dell’organizzazione”, cioè il primo ministro albanese. Invece in un’altra registrazione in suo possesso si sentono alcune persone parlare e confidarsi tra di loro “…come in un film sulla criminalità organizzata”. L’ex vice primo ministro ha affermato che c’è anche una registrazione che riguarda l’imprenditore israeliano, “amico” del primo ministro, dove si elencano gli scandali milionari in cui lui è coinvolto, sia negli Stati Uniti, che in Africa ed in Albania.

    Un clamoroso scandalo è legato alla produzione e all’esportazione delle armi e munizioni prodotte dalle società in cui l’impresa statale KAYO partecipa con solo 20% delle azioni. Dalle registrazioni risulta che quelle società non possono produrre armi e, perciò, neanche esportare in Paesi come l’Ucraina. Una di quelle società, l’Advanced Arms Technology, secondo gli atti ufficiali, risulta avere soltanto due dipendenti: l’amministratrice e l’addetto al magazzino. E proprio questa società, sempre dalle registrazioni in possesso dell’ex vice primo ministro, risulta produrre armi e munizioni ed esportarle nei Paesi come l’Ucraina (Sic!)..

    Ma in realtà questa società semplicemente importa armi e munizioni, che poi solo riconfeziona e le esporta come “produzione albanese” in Paesi in conflitto, Ucraina compresa. I Paesi da dove vengono importate le armi e le munizioni sono paesi africani come Sudan e Nigeria. Il “mediatore” ovviamente è l’imprenditore israeliano, “amico” del primo ministro albanese. Bisogna evidenziare che il Sudan è un Paese sanzionato dall’Unione europea. Perciò l’Albania non rispetta gli obblighi come Paese candidato per aderire all’Unione e svolge un traffico internazionale di armi.

    Chi scrive queste righe considera che l’intervista rilasciata il 7 settembre scorso dall’ex vice primo ministro dalla Svizzera ha svelato clamorosi scandali ed abusi di potere. E con molta probabilità, dalle sopracitate registrazioni che lui ormai possiede, altri scandali potrebbero essere resi noti nel prossimo futuro. Scandali che coinvolgono direttamente il primo ministro albanese. Però guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Così scriveva san Matteo nel suo Vangelo.

  • N Korea has built two-storey uranium enrichment facility, says watchdog

    North Korea has built a new two-storey uranium enrichment facility, the head of the world’s nuclear watchdog said this week, calling it a cause for “serious concern”.

    The new building is part of the main Yongbyon nuclear complex, and reportedly capable of housing up to 28 centrifuge cascades used to enrich uranium.

    In a report published late last month, the International Atomic Energy Agency said Pyongyang has also begun operating an expanded annex at another enrichment site.

    These findings point to a steady expansion of the North’s sancitoned nuclear infrastructure. The agency, which has no inspectors in North Korea since it was expelled in 2009, relies on satellite imagery for assessments.

    “The continuation and further development of the DPRK’s nuclear programme are clear violations of relevant UN Security Council resolutions and are deeply regrettable,” IAEA director Rafael Grossi said in a statement earlier this week.

    The IAEA first referred to the existence of the building in June, although Grossi had mentioned the possibility earlier in the year.

    In June, the agency said that North Korean leader Kim Jong Un visited a “newly inaugurated nuclear materials production factory” on 3 June, which it identified as the Yongbyon enrichment facility.

    Kim had praised the country’s “greatly expanded production capacity”, adding that this would “offer the possibility of carrying out larger plans”, according to the agency’s report.

    Despite running one the poorest countries in the world, Kim spends millions each year developing a secretive nuclear arsenal. A 2022 report by a non-proliferation think-tank put this figure at $640m.

    “What makes North Korea’s nuclear programme so concerning is that many of its facilities are unknown, concealed, and thus difficult to target,” Edward Howell, a lecturer at the University of Oxford told the BBC.

    “Beyond Yongbyon, we know that other facilities exist: Kangson, for instance. The embeddedness of North Korea’s nuclear doctrine within its foreign and domestic policy means that we should expect there to be more concealed production sites.”

    The agency also said there were indications that operations had started at another enrichment facility in Kangson, near the capital Pyongyang, in January this year. An annex had first been constructed in Kangson in 2024, it said.

    It had said in April that North Korea appeared to be stepping up its ability to make nuclear bombs, saying they were monitoring the apparent expansion of Yongbyon.

    The North’s nuclear programme has accelerated under Kim, who has overseen a record number of missile tests. The country has fired has numerous intercontinental ballistic missiles (ICBMs) since it began testing its long-range system in 2017.

    The country has conducted six nuclear weapons tests so far, the last of which was in September 2017.

    In August, South Korea’s president, Lee Jae Myung, proposed talks with North Korea on officially ending the war between the two countries, adding that this could serve as a forum for discussing “effective ways to halt the advancement of the North’s nuclear capabilities”.

    North Korea has yet to respond to the proposal.

    North Korea declared itself a nuclear power in 2022 and vowed never to relinquish its weapons, of which it is estimated to possess dozens.

    Lee previously said Pyongyang was producing 15 to 20 more warheads annually, telling the BBC last year he would back a deal between US President Donald Trump and Kim to freeze production.

    Additional reporting by Koh Ewe

  • Più deterrenza nucleare in Europa, secondo il Financial Times gli Usa ci stanno pensando

    Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di dispiegare armi nucleari in ulteriori Paesi europei della Nato, in una mossa volta a rassicurare gli alleati sul fatto che una riduzione del sostegno militare convenzionale non indebolirebbe le garanzie di sicurezza statunitensi. Lo riferisce in esclusiva il quotidiano britannico “Financial Times”, citando tre fonti informate sui colloqui, secondo cui funzionari dell’amministrazione presidenziale Usa hanno espresso l’apertura a nuovi dispiegamenti oltre agli attuali sei Paesi che ospitano velivoli in grado di condurre attacchi con armi nucleari.

    Le discussioni, definite altamente riservate e non necessariamente destinate a produrre modifiche agli accordi di condivisione nucleare, avvengono in un contesto di crescente preoccupazione in Europa per le decisioni del presidente Donald Trump di ritirare truppe e sistemi d’arma critici dal Vecchio continente. L’eventuale ampliamento consentirebbe ad altri Paesi di ospitare velivoli statunitensi dotati di armi nucleari. Secondo due delle fonti citate, l’apertura degli Stati Uniti a queste discussioni mira a mostrare l’impegno di Washington a garantire l’ombrello nucleare, mentre gli alleati europei vengono spinti, in particolare in ambito Nato, ad assumere una quota maggiore dell’onere per quanto concerne la difesa convenzionale. I Paesi del fianco orientale della Nato, tra cui Polonia e Stati baltici, sarebbero interessati a ospitare basi per velivoli a doppia capacità. Varsavia, in particolare, ha già espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari statunitensi, mentre quest’anno ha aderito anche a un’iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron per valutare il possibile trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei. Secondo una fonte, le discussioni sono in corso attraverso i canali della Nato e gli alleati più vicini ai confini russi hanno mostrato il maggiore interesse, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina e dei ripetuti riferimenti del presidente Vladimir Putin alle capacità nucleari di Mosca. Una seconda fonte ha tuttavia precisato che un accordo per ampliare la capacità nucleare statunitense in Europa non si può definire come imminente. Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge attualmente Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito, tutti Paesi autorizzati a ospitare velivoli a doppia capacità e bombe nucleari statunitensi “forward-deployed”, custodite da personale Usa e utilizzabili solo previa autorizzazione di Washington. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato il mese scorso che, pur in presenza di un maggiore orientamento statunitense verso altri teatri, “la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse”.

  • Armi dall’Europa alla Russia attraverso gli ex Stati dell’Urss

    Il Kirghizistan dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari. E ancora: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro.

    Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.

    L’Europa ha scelto di garantire forniture militari per l’Ucraina e negare invece qualsiasi aiuto a Mosca: dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile». In Italia la legge 185 del 1990 vieta di vendere materiale militare o «dual use» (cioè tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti) ai Paesi in guerra o che violino i diritti umani.

    Il problema, ovviamente, sta nell’implementazione dei divieti, cioè nei controlli. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione. E così oggi, nonostante 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%.

    Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.

    Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta.

    C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia. Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.

  • Tokyo dà via libera alla vendita di armi all’estero e medita di pattugliare le rotte del Pacifico

    Il governo del Giappone ha approvato una revisione delle norme sull’esportazione di sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, aprendo alla vendita di armamenti all’estero per rafforzare la cooperazione con Paesi partner. Le modifiche, adottate dall’esecutivo e dal Consiglio per la sicurezza nazionale sotto la guida della premier Sanae Takaichi, mirano a sostenere l’industria della difesa nazionale in un contesto di sicurezza definito come il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. La revisione dei “tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” elimina i limiti che consentivano le esportazioni di sole cinque categorie di equipaggiamenti non offensivi (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento). Le merci esportabili vengono ora distinte tra armamenti e non armamenti in base alla capacità letale. Le esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti restano vietate in linea di principio, ma sono previste eccezioni in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale e alle operazioni militari statunitensi nell’area indo-pacifica.

    I sistemi non offensivi, come radar di controllo e allerta, potranno essere esportati senza restrizioni. Le armi, inclusi cacciatorpediniere e missili, saranno invece vendute solo a Paesi che abbiano accordi con Tokyo sulla protezione delle informazioni sensibili. Le nuove regole prevedono che il parlamento venga informato delle esportazioni solo dopo l’approvazione governativa, una scelta criticata dalle opposizioni, che chiedono un controllo preventivo per evitare il coinvolgimento del Paese in conflitti o corse agli armamenti. Le decisioni sulle esportazioni saranno affidate al Consiglio per la sicurezza nazionale, mentre il progetto congiunto di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Italia richiederà un’approvazione specifica da parte del governo. La riforma è stata discussa durante una riunione del Consiglio alla presenza, tra gli altri, del segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara, del ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e del ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.

    Il governo del Giappone sta anche valutando un rafforzamento della difesa delle rotte marittime nel Pacifico, alla luce delle turbolenze economiche causate dalla guerra in Medio Oriente e dei rischi per le importazioni di energia e alimenti. Secondo quanto riferisce il quotidiano “Nikkei”, il blocco dello Stretto di Hormuz conseguenza del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha evidenziato la vulnerabilità del Paese asiatico, che movimenta via mare il 99,5 per cento dei propri traffici commerciali. Stando a fonti citate dal quotidiano, un gruppo di esperti sarà istituito questo mese per rivedere la Strategia di sicurezza nazionale del Giappone, con aggiornamenti previsti entro fine anno insieme ad altri documenti chiave. La protezione delle rotte nel Pacifico dovrebbe essere elevata a pilastro della sicurezza economica. Finora Tokyo si è concentrata sulle rotte verso il Medio Oriente, da cui proviene oltre il 90 per cento del petrolio greggio, tramite pattugliamenti, missioni di scorta navali e cooperazione con Paesi costieri. Ora l’attenzione si sposta sul Pacifico, con l’ipotesi di impiegare aerei di sorveglianza e radar terrestri, attualmente insufficienti per un monitoraggio continuo.

    Tra i rischi contemplati da Tokyo figura quello di, una crisi legata a Taiwan, che potrebbe minacciare il traffico marittimo oltre la cosiddetta “seconda catena di isole”, fino a Guam. Tokyo punta inoltre a rafforzare la cooperazione con partner regionali per proteggere le rotte verso l’Australia. Interruzioni di lunga durata dei traffici potrebbero esaurire le riserve energetiche giapponesi, dal momento che il Paese è fortemente dipendente dall’estero, oltre che per il petrolio, anche per gas naturale liquefatto, carbone e prodotti alimentari. Secondo Akira Igata dell’Università di Tokyo, una grave interruzione delle importazioni di mangimi ridurrebbe drasticamente la produzione di carne. A rendere necessario il cambio di strategia contribuisce anche l’espansione delle attività navali della Cina, aumentate sensibilmente dal 2022, secondo il ministero della Difesa giapponese.

  • Polveriera balcanica: si riaccendono le tensioni tra Serbia e Croazia

    La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.

    La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.

    Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.

    Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.

    La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.

    Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.

    La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.

    Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

  • La Commissione presenta una nuova agenda antiterrorismo e una proposta di norme a livello dell’UE contro il traffico illecito di armi da fuoco

    La Commissione europea ha presentato una nuova agenda per la prevenzione e la lotta al terrorismo, che traccia il percorso da seguire per rafforzare la risposta collettiva dell’Europa all’evoluzione delle minacce terroristiche ed estremiste violente.

    Negli ultimi dieci anni l’UE ha rafforzato la propria risposta al terrorismo e all’estremismo violento. Tuttavia, la natura in continua evoluzione di tali minacce richiede un’azione adeguata e più incisiva. L’agenda, iniziativa faro nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU, propone un ampio ventaglio di iniziative intersettoriali per rafforzare la preparazione e la capacità di risposta, proteggendo meglio cittadini e imprese dell’UE dai danni.

    La Commissione propone di aumentare la capacità di previsione e la resilienza dell’UE, rafforzare la sicurezza delle persone online e offline e intensificare la cooperazione con i partner internazionali. L’agenda prevede misure per conseguire tali obiettivi articolate in sei pilastri fondamentali.

    La Commissione ha presentato anche una proposta di direttiva per contrastare il traffico di armi da fuoco e altri reati connessi nell’UE. Si tratta della prima iniziativa legislativa adottata nell’ambito della strategia europea di sicurezza interna ProtectEU.

    Le armi da fuoco illegali rappresentano una grave minaccia per la sicurezza pubblica, facilitando il terrorismo, la criminalità organizzata, la violenza delle bande e altri reati gravi. Questo rischio è ulteriormente amplificato da sviluppi tecnologici come la stampa 3D e dall’evoluzione delle minacce provenienti dall’esterno dei confini dell’UE, che richiedono una maggiore preparazione da parte dell’Unione.

Pulsante per tornare all'inizio