Armi

  • Crimine la guerra d’aggressione, criminale non aiutare gli aggrediti

    La devastazione dell’Ucraina aumenta, ogni giorno, e aumenta la necessità di difenderla, questo appare chiara a tutti, salvo agli amici di Putin.

    I ritardi che corrono tra gli impegni pronunciati e l’arrivo effettivo degli aiuti militari restano il problema dell’Europa, la grande incompiuta, che dopo lo stop di Trump ad un impegno diretto, non ha ancora trovato il modo per difendersi e difendere i propri vicini.

    Il ministro della difesa Crosetto segnala, con particolare trasparenza, che la guerra ibrida, da tempo in corso anche in Italia contro l’Italia, ci trova impreparati e che è necessario porre immediato rimedio ai ritardi ed alle indifferenze che, ancora oggi, fanno parte del bagaglio politico culturale di alcuni, sia di sinistra che di destra.

    Il ministro segnala la realtà e le sue osservazioni aprono le speranze dei nostri nemici che, proprio per le nostre insufficienti difese, sanno, una volta di più, di poter avere agio nel crearci problemi sia spiando e rubando dati sensibili sia colpendo la nostra economia tramite hackeraggi di vario tipo.

    Di fronte ai soliti tentennamenti, o addirittura ai dinieghi della realtà e dell’urgenza di interventi precisi, siano le parole del Presidente della Repubblica a chiudere la bocca agli amici di Putin perché se è un crimine la guerra d’aggressione, come ha detto Mattarella, diventa criminale non aiutare gli aggrediti, non contrastare e punire gli aggressori.

    Anche Trump si prenda le sue responsabilità per i troppi ammiccamenti con lo zar russo, ancora oggi si parla di un fantomatico piano di pace concordato tra Trump e Putin sulla pelle degli ucraini, gli interessi economici americani, più o meno potenziali, non possono prevaricare i diritti dei popoli e delle nazioni a veder rispettata la propria integrità, la libertà e la giustizia.

  • Il Cremlino è al verde e taglia gli ingaggi per i soldati da spedire in Ucraina

    Per la prima volta dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, la Russia ha tagliato i premi per chi accetta di andare al fronte. La sforbiciata arriva dopo che si è registrato il record negativo di arruolamenti: i dati aggiornati al secondo trimestre di quest’anno, dunque al periodo tra aprile e giugno, parlano del numero più basso mai registrato dall’invasione dell’Ucraina, nel 2025 gli arruolamenti sono calati del 60%.

    Al Cremlino mancano le risorse per ingaggiare soldati. Il direttore di Sberbank, la più grande banca russa, Herman Gref, nel corso del Forum economico orientale di Vladivostok ha citato l’andamento dell’economia a luglio e agosto ed ha avvertito su «sintomi abbastanza chiari del fatto che ci stiamo avvicinando allo zero». Nel 2025, secondo i dati emersi da studi internazionali e riferiti da Euronews, metà del bilancio dello Stato sarà stato assorbito dalla guerra, portando il deficit a 4.900 miliardi di rubli. Secondo quanto ricostruito dall’agenzia di stampa Adnkronos, citando il giornale russo Kommersant, la regione più colpita dalla decurtazione delle indennità è il Tatarstan, dove il bonus è passato da 3,1 milioni di rubli (27mila euro) a 800mila. Ma anche in Chuvascia, Mari El e a Belgorod l’assegno ha subito una riduzione significativa. In particolate, nella Chuvascia e nel Mari El l’assegno è stato ridotto a 800mila rubli rispettivamente da 2,5 milioni e 3 milioni; a Belgorod da 800mila a 500mila rubli.

    Nei primi sei mesi dell’anno, le autorità federali e regionali hanno speso più di due trilioni di rubli (17 miliardi di euro) per il reclutamento e le spese del personale militare, 499 miliardi di rubli dei quali per l’assegno di reclutamento, 865 milioni per i salari e 765 per le compensazioni per le famiglie dei soldati feriti o caduti.

    È stato poi il sito indipendente di notizie, Storie importanti, a rivelare che fra aprile e giugno di quest’anno, hanno accettato di essere spediti al fronte solo 37.900 soldati, il numero più basso in due anni, anche se in questi mesi c’è stato un visibile aumento della pubblicità per il reclutamento, spesso con la promessa che i nuovi soldati sarebbero stati inviati nelle retrovie e non in ruoli di combattimento, salvo poi essere riassegnati al fronte pochi mesi dopo. Nello stesso periodo del 2024, il numero dei contratti firmati era stato di 92.800. Si tratta di un crollo pari a circa il 60%.

  • Circolo vizioso negli Usa: più si spara e più i cittadini corrono a comprare armi

    Il diritto di armarsi negli Stati Uniti ha un’origine straordinaria: il diritto di difendersi dallo Stato. Un’idea inconcepibile in Europa, ma che negli Usa discende dal timore che lo Stato federale, il potere centrale di Washington, possa sopraffare i singoli Stati federali dove vive il privato cittadino. L’idea sembra poter tornare d’attualità ora che l’attuale presidente americano pensa di mandare guardie federali in città (come Chicago) che considera fuori controllo, ma nei fatti la diffusione delle armi tra gli americani sta prendendo tutt’altra direzione rispetto alla difesa da invadenze dello Stato: chi ha un’arma non la usa per difendersi ma per attaccare.

    Ad oggi negli Usa ci sono addirittura più pistole e fucili che persone: oltre 393 milioni, ovvero 120 “pezzi” ogni 100 abitanti. Un primato mondiale assecondato dalla politica in nome di un culto mistico del Secondo emendamento della Costituzione. Al momento in 38 Stati si può girare senza intoppi con pistola al fianco; in 29 non serve un permesso per portare in giro un’arma nascosta. La violenza armata è oggi la prima causa di morte tra i minori e dal massacro di Columbine del 1999, il Washington Post ha contato oltre 400 sparatorie nelle scuole.

    Secondo Peter Simi, sociologo alla Chapman University, «gli indicatori parlano chiaro: non c’è motivo di aspettarsi un miglioramento sostanziale a breve. Non c’è una sola causa né una sola soluzione, ma serve una leadership nazionale diversa. Si registra poi un crollo di fiducia: nel sistema, nel Congresso, nei media e sempre più anche tra cittadini. È l’antitesi di ciò che serve a una democrazia vitale».

    Il problema insomma non è difendere la propria libertà individuale da uno Stato prevaricatore ma l’incapacità dello Stato di far sentire il cittadino al sicuro e non fargli avvertire il bisogno di armarsi per difendersi da sé visto che lo Stato non è in grado di tutelarlo. In una sorta di circolo vizioso, sparatorie nelle scuole mentre da un lato suscitano dibattiti sull’opportunità di abolire il diritto del cittadino di armarsi dall’altro inducono i cittadini stessi a comprare un’arma proprio per difendersi. E così quanto più le armi finiscono in mano a chi ne fa un uso scriteriato e criminale, tanto più gli acquisti di armi aumentano, incrementando il rischio che tra i nuovi acquirenti vi siano anche ulteriori scriteriati che faranno stragi e porteranno altri americani ancora ad armarsi, in un circolo appunto vizioso e sempre più ampio di corsa ad armarsi e utilizzo illegale di quelle armi. «Le richieste aumentano dopo le tragedie, poi si affievoliscono dopo qualche settimana. Ma c’è comunque un incremento» testimonia Michael Kozhar, vicepresidente della International security services che fornisce servizi di sicurezza per le scuole (business sorto per via delle sparatorie che spesso hanno per teatro proprio le scuole americane).

  • Buchi nell’organico delle truppe, l’Ucraina aumenta l’uso di robot da combattimento

    Di fronte a una cronica carenza di personale e alla pressione costante degli attacchi russi, le Forze armate ucraine stanno accelerando l’impiego di veicoli robotici telecomandati per sostituire, almeno in parte, le unità di fanteria in prima linea. Lo riferisce il quotidiano britannico “The Independent” citando fonti militari ucraine e operatori attivi sul fronte orientale. I robot da combattimento, prodotti quasi interamente da aziende ucraine, sono veicoli blindati su ruote o cingolati, impiegati per trasportare munizioni, carburante, viveri, evacuare feriti e caduti, svolgere operazioni di sminamento, detonare cariche esplosive o esplorare zone a rischio. Il loro costo varia tra i mille e i 64 mila dollari a seconda della configurazione, e la loro adozione è in forte crescita lungo l’intero fronte di mille chilometri. Un operatore della Guardia nazionale, nome in codice “Miami”, ha spiegato che il suo plotone ha iniziato a impiegare questi mezzi per missioni logistiche nei pressi di Kostiantynivka, nell’oblast di Donetsk. “Non possono sostituire l’uomo in tutto, ma possono evitare di esporre i soldati in situazioni troppo pericolose”, ha dichiarato. In una missione recente, un robot ha trasportato oltre 200 chilogrammi di materiale in una postazione nascosta nella foresta, muovendosi a circa sei chilometri orari.

    Un altro militare, nome in codice “Akim”, ha spiegato al giornale che spesso il robot non è dotato di videocamera autonoma, ma viene guidato a distanza da un operatore che riceve le immagini da un drone in volo lungo il percorso. “Ogni volta che un drone o un robot compie una missione, significa che un nostro compagno è al sicuro. E, a differenza dell’uomo, la macchina non si stanca”. Tuttavia, l’adozione su larga scala di questi mezzi è ostacolata da diversi fattori: la vulnerabilità agli attacchi nemici, la lentezza nei movimenti su terreni aperti, e i costi, che in alcuni casi possono raggiungere l’equivalente di 9.700 dollari per unità. “Se ne perdi tre o quattro in una settimana, il bilancio diventa pesante”, ha ammesso Miami. Per aumentarne la sopravvivenza, i militari ucraini stanno sperimentando modifiche sul campo, come l’aggiunta di strutture protettive o rulli metallici per l’individuazione di mine. L’esperienza maturata in battaglia viene trasferita rapidamente ai nuovi prototipi in produzione.

    Il comandante in capo ucraino, Oleksandr Syrsky, ha annunciato che entro la fine del 2025 saranno introdotti fino a 15 mila robot terrestri. Tuttavia, secondo altri ufficiali come il generale Serhiy Sobko, l’eccessiva dipendenza da sistemi tecnologici rischia di compromettere la preparazione delle truppe in condizioni operative avverse. “Stiamo perdendo la capacità di operare senza il supporto di droni e robot”, ha dichiarato. Anche se in alcune zone i droni vengono utilizzati per il novanta per cento delle operazioni, l’assenza di fanteria resta insostituibile, ha sottolineato un comandante della 93ma Brigata Meccanizzata. “Senza militari sul terreno, non c’è difesa duratura, anche nell’era dei sistemi automatizzati”. Il ricorso a veicoli robotici rappresenta una delle innovazioni più significative introdotte dall’Ucraina nel conflitto, in un contesto in cui anche l’esercito russo fa sempre più uso di piattaforme telecomandate. Secondo l’International Institute for Strategic Studies, l’esperienza ucraina potrebbe contribuire ad accelerare lo sviluppo globale di dottrine robotiche sul campo di battaglia.

  • Beirut vuole il disarmo di Hezbollah entro l’anno

    Il Consiglio dei ministri libanese ha fissato la fine dell’anno come scadenza definitiva per il disarmo del movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e ha incaricato l’esercito di elaborare un piano entro la fine del mese. Lo ha riferito il quotidiano libanese francofono “L’Orient Le Jour”, secondo cui la decisione invia un forte segnale alla comunità internazionale sulla volontà di Beirut di recuperare la sovranità sulla totalità del territorio e ripristinare il monopolio delle armi nelle mani dello Stato.

    Il mese scorso l’inviato degli Stati Uniti Thomas Barrack si è recato tre volte nel Paese per discutere della questione con la leadership libanese, a cui ha consegnato una serie di raccomandazioni per attuare il piano entro la fine dell’anno. Mentre era in corso la sessione del Consiglio dei ministri a Baabda, il segretario generale del movimento sciita Naim Qassem ha ribadito in un discorso televisivo il rifiuto di Hezbollah di discutere della questione delle armi prima che Israele si ritiri dal sud del Libano, cessi i suoi attacchi quasi quotidiani e liberi i prigionieri.

    “Il movimento sciita libanese Hezbollah non può continuare a rappresentare un ostacolo alla costruzione dello Stato e dovrebbe capire che le sue armi sono incompatibili con questo obiettivo”, ha dichiarato il ministro della Giustizia libanese Adel Nassar durante un’intervista all’emittente emiratina “Sky News Arabia”. “Le armi non hanno protetto il Libano dal 2000 (anno della fine dell’occupazione israeliana nel sud), ma hanno piuttosto trascinato il Paese in altre guerre, non sono riuscite a raggiungere un equilibrio del terrore (deterrenza) e hanno avuto conseguenze distruttive per il Libano”, ha aggiunto il ministro. Nassar ha aggiunto che la questione di limitare il possesso di armi, discussa ieri durante una sessione del Consiglio dei ministri “non è legata solo a questioni esterne, ma anche alla costruzione dello Stato libanese, che richiede l’uso esclusivo della forza per essere pienamente operativo”.

  • Le conseguenze asimmetriche del conflitto russo ucraino

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Come all’interno di un conflitto anche le conseguenze dello stesso possono venire considerate asimmetriche nella loro intensità e soprattutto nella loro distribuzione geografica, quindi con ripercussioni diverse sui diversi sistemi economici di una medesima alleanza.

    A differenza di quanto possa credere qualcuno la guerra non genera PIL, se non per piccole e ben definite nicchie, per ogni miliardo speso.

    Un fattore incontrovertibile che azzera quanto aveva dichiarato il Ministro della Difesa Crosetto il quale, con l’obiettivo di giustificare l’incremento percentuale del PIL al settore della Difesa, aveva affermato come la spesa militare generasse un nuovo Pil, immettendo come il moltiplicatore della spesa pubblica se indirizzata al settore della Difesa sia dello 0,5%, il più basso per quanto riguarda la crescita economica generata da risorse pubbliche.

    A questo si aggiunga poi come anche la sola idea di convertire, con l’obiettivo di ridare slancio alla crescita economica europea, il settore Automotive ad una produzione legata alla difesa ed agli armamenti rappresenti un’utopia espressione ancora una volta di una sostanziale inadeguatezza culturale e professionale.

    Aumentare il settore della Difesa in Europa offre un impiego a circa 487.000 lavoratori mentre il settore dell’automotive con le sue complesse filiere ne assicura tredici (13) milioni ed oltre mille (1000) miliardi di entrate fiscali.

    Proprio all’interno di un periodo storico tra i più preoccupanti dal dopoguerra risulta chiaro come il primo dovere delle istituzioni dovrebbe essere quello di cercare di mantenere in piedi un sistema economico ed industriale che ha assicurato il livello di benessere attuale, rendendolo compatibile con gli impegni di una qualsiasi alleanza politica e militare.

    Quindi, ecco che anche la politica energetica, cioè il primo passo per dotarsi di una politica industriale, acquisisce una molteplicità di valori decisamente più articolati rispetto ad un qualsiasi periodo di pace.

    In questo senso, infatti, va interpretato il continuo aumento della produzione di petrolio dell’Opec sostenuto dalla Arabia Saudita e dagli stessi Stati Uniti, finalizzato a ridurre la quotazione del greggio e di conseguenza ridurre l’approvvigionamento finanziario alla Russia per sostenere il conflitto con l’Ucraina.

    Una strategia che ha come obiettivo, quindi, quello di indebolire Putin nel conflitto russo ucraino e quindi spingerlo verso un’intesa di pace.

    Del resto gli stessi attriti tra il presidente degli Stati Uniti con l’India, la quale opera come triangolatore negli acquisti di petrolio russo, va intesa in quest’ottica.

    L’Unione Europea, viceversa, da decenni non ha dimostrato di avere una propria politica energetica, se non quella suggerita dalla Merkel di creare una diretta dipendenza appunto con il colosso russo.

    Ora, viceversa, sta affossando l’industria europea proprio con la cieca approvazione del Green Deal spacciato come una visione ambientalista dell’approvvigionamento energetico ma che alla fine favorisce solo ed esclusivamente la Cina.

    La risultante di questa strategia è quella di operare a favore delle conseguenze asimmetriche del conflitto e gli attori interessati nello scenario geopolitico internazionale e soprattutto nei confronti dei propri alleati.

    Solo in questo senso si può spiegare politicamente e strategicamente la volontà molto spesso dichiarata, ma ora sempre più ricercata, di chiudere definitivamente le forniture di gas russo, quando contemporaneamente la stessa Unione Europea non trova nulla di strano nell’approvvigionamento sempre di gas russo da parte del proprio alleato ucraino.

    L’applicazione asimmetrica di questa strategia nei confronti del gas russo pone le basi per il collasso dell’economia europea,

    distrutta da una politica energetica diventata ormai semplicemente ideologica, la quale risulta la responsabile di queste conseguenze belliche in campo energetico assolutamente asimmetriche.

  • Caro ministro Lollobrigida, cosa penseresti se ti trovassi a mezzanotte uomini con il fucile vicino alla tua casa in campagna?

    Nel 1980 in Italia, secondo dati Istat e Federcaccia, il numero di cacciatori era 1.701.853, numero che rappresentava circa il 3% della popolazione italiana di 45 anni fa.

    Dopo 20 anni, nel 2000, il numero di cacciatori era più che dimezzato: sempre secondo i dati di Istat e Federcaccia, infatti, in Italia vi erano 801.156 cacciatori.

    Nel 2020 il numero dei cacciatori è stato stimato in 470.000 unità, il che rappresenta una vertiginosa diminuzione (meno di un terzo) rispetto a 40 anni prima.

    Va inoltre sempre tenuto conto che molti rinnovano la licenza solo per poter rimanere in possesso di un’arma in casa e non per utilizzarla per la caccia.

    Nel 2025 si stima, secondo dati riscontrabili anche sul web, che l’età media dei cacciatori sia tra i 65 e i 78 anni.

    Andare a caccia per nutrirsi delle eventuali prede catturate o per partecipare a battute controllate e autorizzate per l’eliminazione di ungulati in sovrannumero è un conto; un altro conto è che qualcuno per ingraziarsi eventuali elettori, che ormai sono in un numero risibile, pensi di autorizzare la caccia, come sembra abbia proposto il ministro Lollobrigida, fino a mezzanotte.

    I veri cacciatori, quelli che hanno anche a cuore, magari anche per propri interessi, la sopravvivenza della selvaggina e il rispetto dell’ambiente, non potranno mai essere dell’avviso di dare il via a battute di caccia nelle ore notturne che notoriamente sono quelle nelle quali gli animali selvatici cercano il cibo anche per la propria prole.

    Difendere una categoria non può significare colpire gli interessi della maggior parte degli italiani. Se vicino a casa mia, mentre passeggio in giardino o sul viale di campagna, mi trovassi un cacciatore a mezzanotte che rischia di sparare a me o al mio cane, cosa dovrei pensare della proposta del ministro? Forse dovrei augurarmi di avere anche io uno strumento per fare fuoco? E come distinguere, a mezzanotte, degli uomini col fucile che vanno a caccia da degli intrusi che cercano di entrare in una cascina o in un’abitazione?

    Invitiamo le vere associazioni di cacciatori a contestare decisioni che non danno a loro maggiore libertà di caccia ma rendono sempre più insicuro e pericoloso il territorio e minano l’equilibrio, già molto precario, dell’ecosistema.

    Invitiamo anche il ministro Lollobrigida a guardare i dati e a comprendere che chi di spada ferisce prima o poi di spada perisce.

  • Aspettare con gli interventi e gli aiuti significa aiutare Putin

    L’incontro di Volodymir Zelensky con Papa Leone XIV, le sentite e precise parole del presidente Sergio Mattarella, l’importante riunione che vede convenire a Roma così tanti esponenti di nazioni diverse per programmare la ricostruzione dell’Ucraina, distrutta da Vladimir Putin, e gli interventi necessari a risolvere i problemi della popolazione rimasta senza infrastrutture rappresentano solo una parte del problema se lo zar russo non sarà fermato nella sanguinosa escalation della sua follia.

    Il presidente Donald Trump nei mesi scorsi ha prima promesso, poi revocato, poi pare di nuovo autorizzato l’invio di materiale militare per la tutela dell’Ucraina e del suo popolo. La Russia intanto sta bombardando con sempre maggior intensità e ogni giorno muoiono civili, vengono distrutte abitazioni e rase al suolo strutture vitali per la popolazione.

    Anche i volenterosi di Germania, Regimo Unito e Francia, che pure rappresentano un forte segnale politico da parte del continente europeo, con la partecipazione della Polonia e dell’Italia, devono iniziare ad agire in modo più concreto. All’intera comunità internazionale spetterebbe poi muoversi in modo compatto per riportare a casa tutti i bambini rapiti e spariti in Ucraina.

    Vorremmo vedere nelle piazze italiane ed europee qualche segnale a sostegno dell’Ucraina, soprattutto da parte di quelle forze di centrosinistra e di sinistra che al momento, specie in Italia, continuano a mostrare la loro indifferenza.

  • C’è una morale?

    Nei giorni scorsi è stato detto, scritto, dichiarato, in ogni forma, che, grazie all’intervento americano, il nucleare iraniano era stato annientato o almeno reso impossibile da realizzarne per molti anni.

    Ora apprendiamo che l’Iran avrà un ritardo nel suo programma per il nucleare al massimo di due anni!

    Nel frattempo le repressioni, volute dalla guida suprema Ali Khamenei e dalle sue guardie, sono aumentate a dismisura e, cifra ufficiale e perciò da ritenere in realtà decisamente più alta, sono già stati incarcerati e accusati di connivenza col nemico più di mille persone con il solito aumento di condanne a morte precedute da sevizie di ogni tipo.

    Trump e Netanyahu penseranno di aver ottenuto un ottimo risultato, noi pensiamo che una volta di più si sia fatto un grande spettacolo senza tenere conto delle conseguenze che, come sempre, pagano le persone normali mentre i potenti pensano ai loro affari.

    Rimaniamo dell’avviso che di guerra si deve parlare, se si decide di fare la guerra deve essere fatta come un’operazione chirurgica che risolva il problema e non lo rinvii solo di qualche tempo, se l’Iran non deve, per i noti motivi più che legittimi, poter avere la bomba atomica è evidente che la così detta guerra dei dodici giorni non è stata risolutiva ma ha causato nuove repressioni da parte del regime e finché esisterà questo regime in Iran nessuno sarà mai sicuro.

    Abbiamo detto prima affari, gli affari guidano le scelte di troppi capi di Stato, perché si può forse immaginare che Trump, prima di lanciare le sue bombe non abbia parlato con Putin e che non ci sia nessun collegamento con la conseguente posizione moderata dello zar, alleato dell’Iran, di fronte all’attacco americano e poi la dichiarazione del pentagono di non mandare più armi a Kiev?

    Proprio dopo le bombe americane la Russia ha intensificato gli attacchi all’Ucraina.

    Dopo il no del pentagono ora nuovamente Trump fa intendere che potrebbe ripensarci, è già la seconda volta in poco tempo che gli Stati Uniti mollano l’Ucraina e poi dopo nuovi massacri ci ripensa, nel frattempo sono morte un altro po’ di civili per accontentare la sete di sangue di Putin.

    Intanto a Gaza tutto procede come sempre, morti su morti mentre da mesi si blatera inutilmente di tregua e ostaggi da liberare.

    C’è una morale in tutto questo? Sì, che il mondo, in questo momento soprattutto, è governato da persone che non hanno nessuna morale e, cosa che forse è ancora peggio, da troppi leader incapaci di visione del futuro e tesi solo al loro personale ed immediato tornaconto in termini di potere ed affari ed accecati dal loro narcisismo.

  • ReArm Europe aiuterà l’innovazione ma creerà poca occupazione, dice l’Economista

    Per la prima volta da decenni, il mondo ricco si sta lanciando in una massiccia ri-militarizzazione. Secondo un editoriale del settimanale “The Economist”, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, la minaccia di un conflitto su Taiwan e l’approccio instabile del presidente statunitense, Donald Trump, alle alleanze hanno reso il rafforzamento della difesa nazionale una priorità urgente. Per questo, il 25 giugno i Paesi Nato hanno deciso di alzare l’obiettivo di spesa militare al 3,5% del PIl, con un ulteriore 1,5% a voci legate alla sicurezza. Se tale obiettivo sarà raggiunto entro il 2035, si spenderanno ogni anno 800 miliardi di dollari (circa 684 miliardi di euro) in più in termini reali rispetto al periodo precedente all’invasione russa dell’Ucraina. Queste cifre, avverte il “The Economist”, rischiano di mettere a dura prova le finanze pubbliche, poiché la conseguenza economica più ovvia dell’aumento dei bilanci per la difesa sarà la pressione sui conti pubblici. “I debiti sono già elevati e i governi sono sottoposti a crescenti pressioni finanziarie a causa dell’invecchiamento della popolazione e dei tassi d’interesse più alti”, scrive il settimanale. Per coprire l’aumento delle spese, molti governi dovranno tagliare la spesa sociale o aumentare i disavanzi. Inoltre, usare le spese militari come leva per creare occupazione, come promesso dal primo ministro britannico, Keir Starmer, sarebbe un errore: “Tali argomentazioni sono sbagliate e politicamente fuorvianti”.

    Secondo il “The Economist”, i benefici potrebbero arrivare solo dalla ricerca e sviluppo in ambito militare: “L’innovazione militare può stimolare la produttività privata”. Ma sul fronte dell’occupazione, le speranze sono ridotte. “La produzione militare, come gran parte della manifattura moderna, è altamente specializzata e automatizzata. Ciò significa che il riarmo creerà meno posti di lavoro rispetto a quelli persi a causa delle nuove tecnologie o della concorrenza straniera”, scrive il settimanale, che spiega: “Secondo una stima, l’aumento della spesa per la difesa nei Paesi europei della Nato potrebbe generare 500 mila posti di lavoro, un numero irrisorio se confrontato con i 30 milioni di lavoratori nel settore manifatturiero dell’Ue”.

    Infine, il “The Economist” mette in guardia dal rischio di inefficienze legate al nazionalismo industriale europeo; sottolineando come uno dei problemi principali della spesa militare europea è che troppi Paesi vogliono produrre in proprio l’equipaggiamento: “Dodici modelli di carri armati nei Paesi Ue, contro uno solo negli Stati Uniti, sono l’emblema di sprechi e scarsa interoperabilità”. Il messaggio finale del “The Economist” è chiaro: “Per avere successo nella nuova corsa al riarmo, i governi dovranno spiegare onestamente agli elettori che la spesa è necessaria per la sicurezza. Se tenteranno di ottenere tutto con un solo bilancio, non faranno bene nulla. Non ha senso cercare di stimolare la crescita se il risultato è essere invasi”.

    Londra e Berlino intanto lavorano al patto d’acciaio del XXI secolo. I governi della Germania e del Regno Unito – come riferisce il portale di informazione “Politico” che cita cinque fonti a conoscenza della questione – sarebbero pronti a firmare un trattato che include una clausola di mutua assistenza in caso di minaccia per uno dei due Paesi. Due funzionari britannici hanno dichiarato a “Politico” che “il testo del trattato è prossimo alla conclusione” e che “la firma è prevista per il 17 luglio, prima che i due Parlamenti si sciolgano per la pausa estiva”. Sebbene il trattato “probabilmente riaffermerà l’impegno di entrambe le nazioni nei confronti della Nato come pietra angolare della loro difesa collettiva, l’inclusione della clausola sottolinea la spinta degli alleati europei a collaborare più strettamente in materia di sicurezza, mentre gli Stati Uniti si ritirano dall’alleanza di difesa transatlantica”. Si prevede inoltre che il documento contenga ulteriori misure per contrastare l’immigrazione clandestina, i trasporti, la ricerca e l’innovazione e un impegno a promuovere gli scambi transfrontalieri. “Il trattato riguarderà l’intera gamma delle nostre relazioni”, ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri tedesco.

Pulsante per tornare all'inizio