Armi

  • Gli Usa sventano una fornitura d’armi agli Houthi dalla Somalia. Ma è allarme per ambiente e pirateria

    Le autorità statunitensi hanno incriminato quattro cittadini stranieri accusati dell’invio di armi di fabbricazione iraniana alle milizie yemenite Houthi, responsabili degli attacchi sferrati in questi mesi contro le navi commerciali che attraversano il Mar Rosso. Il dipartimento di Giustizia ha divulgato ieri i capi d’accusa a carico di Muhammad Pahlawan, Mohammad Mazhar, Ghufran Ullah and Izhar Muhammad: i quattro sarebbero responsabili del carico di armi sequestrato dai Navy Seals al largo delle coste della Somalia il mese scorso, e sono anche accusati di aver fornito informazioni false alla Guardia costiera statunitense dopo il loro arresto.

    Pahlawan è stato inoltre accusato di aver trasportato illegalmente una testata esplosiva, pur sapendo che gli Houthi avrebbero potuto utilizzarla per attaccare navi commerciali. L’arresto dei quatro contrabbandieri e il sequestro di un piccolo carico di componenti per missili sono stati effettuati l’11 gennaio scorso durante un controverso raid al largo delle coste della Somalia, che ha portato alla morte di due militari statunitensi. Secondo indiscrezioni della stampa Usa, il raid venne ordinato dai vertici della Marina Usa a dispetto di condizioni proibitive sul piano operativo, a causa del mare molto mosso.

    In un’intervista al Financial Times, Arsenio Dominguez, segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, ha paventato un corto circuito tra gli attacchi degli Houthi nel Mar Rosso e la pirateria africana.

    Costrette dallo scorso dicembre a deviare le loro rotte e circumnavigare l’Africa per evitare gli attacchi Houthi, le principali compagnie navali hanno determinato un aumento della navigazione nelle acque dell’Oceano Indiano e al largo dell’Africa occidentale, un’area marittima dove notoriamente avvengono degli attacchi di pirateria. Non a caso, da anni, in quella sezione di mare è operativa la missione Ue Atalanta. Dominguez ha affermato di aver parlato con le autorità della Somalia, dell’Africa orientale e dei Paesi attorno al Golfo di Guinea, nella parte occidentale del continente, per discutere degli sforzi da mettere in atto per garantire che la pirateria non diventi nuovamente un grave problema.

    Last but not least, gli attacchi degli Houthi rappresentano una minaccia anche all’ambiente. Il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha segnalato nei giorni scorsi che una nave mercantile abbandonata nel Golfo di Aden dopo un attacco dei ribelli sciiti yemeniti sta imbarcando acqua e ha lasciato un’enorme chiazza di petrolio, provocando un disastro ambientale. La Rubymar, una nave mercantile battente bandiera del Belize, registrata in Regno Unito e gestita dal Libano, è stata colpita da un missile sulla fiancata della nave, con conseguente allagamento della sala macchine e abbassamento della poppa, ha affermato il suo operatore, il Blue Fleet Group. “Quando è stata attaccata la M/V Rubymar trasportava oltre 41mila tonnellate di fertilizzanti che potrebbero riversarsi nel Mar Rosso e peggiorare questo disastro ambientale”, ha affermato Centcom in un post su X. L’attacco alla Rubymar rappresenta il danno più significativo mai inflitto a una nave commerciale da quando gli Houthi hanno iniziato a sparare sulle navi a novembre come forma do rappresaglia contro l’offensiva israeliana a Gaza. Gli attacchi degli Houthi hanno spinto alcune compagnie di navigazione ad allungare la rotta intorno all’Africa meridionale per evitare il Mar Rosso, dove normalmente transita circa il 12% del commercio marittimo globale.

  • L’Italia lentamente si adegua alla necessità di spese militari come richiesto dall’Alleanza

    Riproposto brutalmente da Donald Trump, l’obbligo di destinare alle spese militari almeno il 2% del Pil da parte di ciascun Paese aderente alla Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della Difesa dei Paesi membri dell’Alleanza poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles (obiettivo da raggiungere entro il 2024), in cui si è anche indicata una quota del 20% di tale spesa da destinarsi ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

    Nel bilancio 2023 dello Stato: il ministero della Difesa italiana ha ottenuto 27 miliardi e 748 milioni di euro, cui vanno aggiunti gli stanziamenti di ministero dell’Economia e delle Finanze e ministero delle Imprese e del Made in Italy alle spese militari. Come emerge dal dossier (pubblicato il 6 luglio scorso) della Documentazione parlamentare della Camera le spese militari sono passate dai 19,9 miliardi di euro del 2016 ai 21,4 del 2019 fino ai 24,5 del 2021. Nel 2022 il Sipri di Stoccolma, uno dei più prestigiosi istituti di studi sulla pace, stimava che in tutto il mondo le spese militari ammontassero a 1.981 miliardi di dollari annui, 1.103 dei quali (il 56% del totale) erano riconducibili all’Allenza Atlantica. All’undicesimo posto nel mondo e tra i primi 5 in Europa per questo tipo di spese nel 2022, l’Italia col bilancio 2023 ha portato le sue spese militari a oltre il 3% de Pil  (gli Stati Uniti, primi nella classifica mondiale, nel 2022 hanno destinato a questo settore 766 miliardi di dollari, pari al 3,74% del loro Pil).

    Le maggiori risorse alla Difesa nel 2023 rispetto al 2022, 1,792 miliardi di euro in più rispetto alimentano in particolare la “Funzione difesa” che sfiora i 20 miliardi con un aumento superiore all’8%. Nell’arco di 15 anni l’Italia spenderà quasi 13 miliardi di euro col “Fondo relativo all’attuazione dei programmi di investimento pluriennale per le esigenze di difesa nazionale”. E fino al 2036 sono previsti altri 3,8 miliardi di euro per le “Politiche di sviluppo dei settori ad alta valenza tecnologica per la difesa e la sicurezza nazionale”. Il capitolo 7421 della Difesa ha stanziato 877,9 milioni per “interventi per lo sviluppo delle attività industriali a tecnologia dei settori aeronautico e aerospazio in ambito difesa e sicurezza nazionale”: dal programma Forza Nec per abbattere i tempi di comunicazione, agli elicotteri Hh-101 e Nh-90 e agli aerei da caccia Eurofighter e Tornado.

    L’Italia partecipa con oltre 7mila soldati a 35 missioni internazionali nell’ambito di coalizioni multinazionali, sotto l’egida di Onu, Nato e Unione Europea o accordi bilaterali. E nello scenario di guerra sul “fianco est” della Nato altri 1.250 militari sono in Lettonia, Ungheria e in Bulgaria. In Romania una task force dell’Aeronautica è impegnata con Ef-2000 “Typhoon” nella sorveglianza degli spazi aerei alleati. A queste missioni, finanziate dal ministero dell’Economia, nel 2023 sono stati destinati 1,7 miliardi di euro. L’anno precedente sono stati spesi 137.259.170 di euro nella Coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh; 106.585.294 per United Nations Interim Force in Lebanon (Unifil); 70.068.735 alla partecipazione a Nato Joint Enterprise nei Balcani; 55.427.196 nell’operazione “Mare Sicuro” e nella missione di supporto alla Marina libica, cui si sommano altri 11.848.004 euro per il controllo dei confini in “assistenza” alle istituzioni libiche; infine 24.598.255 al “potenziamento” del fianco sudorientale della Nato. Per il 2023 sono state finanziate 4 nuove mission: l’European Union Border Assistance Mission in Libya, l’iniziativa di partnership militare dell’Ue in Niger, la missione bilaterale in Burkina Faso e soprattutto Eumam Ucraina.

  • L’industria militare tedesca punta ad aumentare la produzione

    L’industria della difesa tedesca vuole aumentare le capacità di produzione nei prossimi anni: dai mezzi corazzati alle munizioni e ai sistemi di difesa aerea. È quanto riferisce il quotidiano “Handelsblatt”, secondo cui i gruppi Krauss-Maffei Wegmann (Kmw) e Rheinmetall intendono fabbricare 100 carri armati Leopard 2 all’anno. A sua volta, l’azienda Diehl punta a triplicare il numero dei sistemi di difesa aerea Iris-T. Inoltre, Rheinmetall e Diehl mirano a portare la produzione di proiettili di artiglieria dalle attuali 100mila a circa 250mila unità all’anno.

    Questa espansione fa seguito alla guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina. I nuovi prodotti verranno forniti principalmente alle Forze armate della Germania e degli altri Stati della Nato, per esempio Norvegia e Slovacchia. Alcuni di questi Paesi devono, infatti, sostituire armi e materiali che hanno trasferito all’ex repubblica sovietica, a cui andrà la maggior parte delle munizioni prodotte in Germania. Tuttavia, l’ampliamento delle capacità del settore della difesa tedesco non sarà sufficiente a soddisfare la domanda. Soltanto per i proiettili di artiglieria, il fabbisogno dei Paesi europei e dell’Ucraina è di 5,5 milioni di pezzi. Considerate le difficoltà soprattutto nella produzione di granate e razzi, questo totale sembra difficilmente raggiungibile.

  • Israele, Ucraina, le guerre del terrore e nessuno si salva da solo

    La nuova guerra alla quale è chiamato Israele, dopo gli attacchi terroristici di questi giorni, mette in evidenza una serie di aspetti.

    I sistemi di sicurezza, benché ultramoderni e sofisticati, non mettono al riparo da incursioni di terroristi che non hanno alcuna considerazione della propria vita e perciò sono pronti a tutto, come già in altre occasioni avevamo visto.

    Le guerre oggi si avvalgono contemporaneamente di sistemi altamente tecnologici come di quelli  tradizionali mentre strumenti che, normalmente, sono utilizzati per divertimento e sport diventano armi di distruzione come i deltaplani ed i droni.

    Le armi possono essere di diversa efficacia letale ma dietro di esse devono esserci uomini disposti a morire per raggiungere lo scopo, o costretti a morire perché i loro capi lo raggiungano, quanto sta avvenendo in Ucraina, in Israele o in alcuni paesi africani, quanto è avvenuto in Afganistan, dimostra chiaramente che l’arma più letale resta l’uomo, sia quando si fa esplodere sia quando impone agli altri di marciare verso la morte.

    Queste guerre hanno dimostrato e dimostrano che se non si è capaci di preparare la propria difesa ogni paese può essere attaccato e la sua sopravvivenza è messa a rischio.

    Alcuni capi di stato e di governo preferiscono usare ogni disponibilità economica per migliorare sempre più gli armamenti, reclutare disperati, spendere per gli addestramenti piuttosto che dare alle proprie popolazioni i mezzi per vivere più dignitosamente, in questo modo ottengono il duplice risultato di avere sempre persone disperate da reclutare e da aizzare contro fantomatici avversari esterni.

    Il recente tentativo di trovare finalmente un accordo, come quello a suo tempo raggiunto con l’Egitto, tra Israele e l’Arabia Saudita ha scatenato, specie da parte dell’Iran, la decisione di attaccare, tramite i palestinesi, Israele ritenendo, erroneamente, che in questo momento fosse più debole per alcune spaccature interne.

    Certamente i servizi di sicurezza, spionaggio e controspionaggio, di Israele hanno dimostrato di non essere all’altezza della loro fama, infatti l’attacco che Israele ha subito è stato programmato con dovizia di mezzi e ha dimostrato grande capacità di penetrazione frutto di studi meticolosi e di organizzazione precisa.
    Non è sicuramente stata all’oscuro di tutto Mosca che importa dall’Iran armi e droni e che spera che l’Occidente, specie gli Stati Uniti, si distragga dalla guerra criminale che Putin ha portato in Ucraina per occuparsi invece di quanto sta avvenendo in Medio Oriente.

    Non è da escludere che si possa avere anche un ritorno alla strategia degli attentati in vari altri paesi, la stessa uccisione in Egitto di due turisti israeliani può essere l’inizio, da parte dei terroristi che si annidano ovunque, di una nuova stagione del terrore.

    Le guerre che sono ormai, dichiarate o meno, in mezzo mondo ci sembrano spesso lontane e a volte guardiamo le notizie che arrivano da vari fronti con occhi distaccati, poi ci si trova in mezzo e capiamo cosa  vuol dire doversi  rifugiare sotto terra e sentire le bombe che ci esplodono sulla testa, come è successo ai molti turisti italiani che sono in questi giorni in Israele.

    Quando qualcuno pensa di lasciare che gli ucraini se la sbrighino senza il nostro aiuto, perché noi vogliamo la pace o non vogliamo fare nuovi sacrifici per altri, pensiamo a come potrebbe cambiare la nostra vita se fossimo lasciati soli sotto il fuoco nemico, sotto le bombe o sotto il ricatto economico di un altro paese.

    La pace è un obiettivo che va raggiunto per il bene comune ma ricordiamo tutti che non vi può essere pace, civile convivenza, se non si rispettano le leggi internazionali, se chi inizia una guerra ha come obiettivo la pulizia etnica o culturale, l’annientamento di ogni diritto, l’uccisione indiscriminata di civili.

    Nessuno si salva da solo, nessuno si salva se il terrore vince, nessuno si salva senza la capacità di prevedere e di conseguenza di prepararsi.

  • Gli Usa mandano armi a Taiwan

    L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha approvato per la prima volta la fornitura di armi a Taiwan nell’ambito di un programma federale di assistenza militare diretta per Paesi stranieri. Il dipartimento di Stato ha informato il Congresso federale dell’approvazione di un pacchetto di aiuti militari a Taiwan del valore di 80 milioni di dollari: un importo relativamente contenuto, ma che rende Taiwan beneficiaria per la prima volta in assoluto del programma federale “Foreign Military Financing”, concepito per contribuire alle capacità di difesa di Paesi alleati e amici degli Stati Uniti. Tramite il ricorso al programma, la Casa Bianca finanzierà il pacchetto di aiuti militari attingendo ad un bilancio suppletivo già approvato per l’assistenza militare all’Ucraina. Prima d’ora i governi statunitensi non avevano mai concesso armi a Taiwan tramite programmi di assistenza diretta, una misura che rischia di essere interpretata dalla Cina come un riconoscimento indiretto della statualità dell’isola. Il dipartimento di Stato ha insistito ieri che il ricorso al programma di finanziamento non implica un riconoscimento della sovranità di Taiwan.

    Soltanto il 26 agosto Washington ha approvato la vendita a Taiwan di sistemi d’arma per un importo complessivo pari a 500 milioni di dollari, segnalando un ulteriore rafforzamento del sostegno militare all’isola nonostante le obiezioni della Cina. Secondo il dipartimento della Difesa Usa, le vendite includeranno sistemi di puntamento a infrarossi e altri sistemi per cacciabombardieri F-16. La decisione coincide con l’annuncio da parte di Taiwan di una spesa aggiuntiva pari a 2,97 miliardi di dollari per l’acquisto di armamenti il prossimo anno. Circa la metà dei fondi aggiuntivi verrà destinata all’acquisto di aerei da combattimento, e i fondi rimanenti andranno principalmente ai sistemi navali.

  • Un bel tacer non fu mai scritto

    Siamo abituati da tempo, molto tempo, alle notizie contrastanti, alle smentite, ai proclami, alle minacce, alle contro controinformazioni che arrivano dalla Federazione Russa, sappiamo che in periodo di guerra anche da altre parti si annunciano e smentiscono interventi di vario genere ma restiamo un po’ perplessi di fronte agli annunci di aiuti militari a Kiev poi smentiti o corretti in modo sostanziale.

    Diceva un vecchio detto “un bel tacer non fu mai scritto” e noi restiamo del parere che, durante una guerra, una crisi internazionale, un momento di tensione, pur rispettando il dovere degli organi di informazione di informare, bisognerebbe usare maggiore prudenza e fare uso di quel silenzio necessario a portare a termine operazioni delicate.

    Credo che a pochi abbia fatto piacere apprendere la notizia, vera o falsa, che si volevano fornire all’Ucraina, dagli Stati Uniti, quelle famose bombe a grappolo che la Russia ha abbondantemente usato dall’inizio dell’invasione e il cui uso tutti abbiamo contestato come crimine di guerra, bombe a grappolo messe al bando per la pericolosità che avranno, anche dopo la fine del conflitto, per la popolazione civile, soprattutto per i bambini.

    Oggi sembra vi sia una nuova dilazione per l’invio degli aerei che Kiev chiede da sempre e che, finalmente, sembrava sarebbero stati consegnati.

    La minaccia nucleare continua ad incombere su tutti mentre, risulterebbe, che a Prigozhin siano stati riconsegnati i molti beni sequestrati dopo la surreale marcia verso Mosca.

    Sul futuro del capo della Wagner si fanno le più diverse ipotesi ma è il presente che deve indurci a riflettere per capire, o almeno provare a decodificare, il messaggio che arriva dalla cosiddetta ribellione poi rientrata.

    Se Putin, come alcuni sostengono, è diventato più debole difficile dichiarare con certezza che può fare a meno della Wagner e la Wagner difficilmente può fare a meno di Prigozhin e dei molti rapporti, contatti, ricchezze che lo stesso ha accumulato in molti paesi africani.

    Non è fantapolitica immaginare che Putin e Prigozhin possano essere ancora molto uniti e che il cosiddetto cuoco del Cremlino abbia sostenuto una parte difficile e pericolosa ma in accordo, almeno parziale, con il suo amico presidente.

    Certo nessuno dei due si fiderà completamente dell’altro ma entrambi hanno bisogno sia di stanare nemici interni e coperti sia di trovare una via d’uscita al labirinto nel quale sono finiti.

    Non giova però all’Occidente e al futuro di libertà, pace, rispetto delle regole internazionali, vedere che proprio paesi occidentali si prestano a dare e smentire notizie ed interventi come se il germe della menzogna avesse superato, come in Russia, ogni livello di guardia.

    Sì un bel tacer non fu mai scritto ma sarebbe ora che tanti leader, a vario livello, tante agenzie di intelligence, e tanti operatori dei media capissero che in certi momenti tacere è meglio.

  • L'”arte” della guerra

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La guerra, qualsiasi guerra, presenta un aspetto relativo alla battaglia territoriale ed un altro contemporaneo giocato nell’articolato contesto diplomatico al quale aggiungere nella contemporaneità della nostra società anche l’aspetto mediatico.

    Il successo in una guerra, quindi, necessita ovviamente di una superiorità militare espressa con una capacità strategica vincente, ma anche di una parallela visione diplomatica attraverso la quale trovare delle soluzioni politiche per un cessate il fuoco, senza dimenticare l’obiettivo di isolare quanto più possibile il nemico che si intende abbattere.

    La Grande Alleanza nata tra Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Sovietica aveva l’obiettivo, per altro perfettamente riuscito, di isolare la Germania nazista e quindi porre le basi militari, politiche e diplomatiche finalizzate alla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale.

    L’amministrazione Biden, già prima dell’inizio della guerra russo-ucraina avviata da Putin, decise scientemente di annullare le alleanze che la precedente amministrazione Trump aveva definito, come l’accordo tra gli Stati Uniti con l’Arabia Saudita. Un’intesa di carattere politico ed economico con vicendevoli opportunità per i due contraenti che aveva assicurato il mantenimento del pezzo del petrolio a 60 dollari grazie proprio all’alleanza tra il primo produttore di petrolio al mondo, cioè gli Stati Uniti, con la prima nazione per riserve petrolifere, cioè la sunnita Arabia Saudita. Contemporaneamente l’intero mondo occidentale vedeva il potere dell’Opec, con la sua politica ricattatoria, ridimensionato come mai in precedenza.

    L’apertura, invece, dell’amministrazione Biden allo storico nemico sciita, l’Iran, fu giustamente vissuta come un tradimento da parte dell’Arabia Saudita la quale, in più occasioni, ha dimostrato il proprio risentimento appoggiando senza esitazione le politiche restrittive relative alle estrazioni di petrolio da parte dell’Opec.

    Una apertura americana che ha visto ovviamente l’appoggio dell’Unione Europea, da sempre incapace di elaborare una propria politica estera e che ha determinato, in più, il beffardo appoggio tecnologico e militare dello stesso Iran alla Russia di Putin, quindi contro gli stessi Stati Uniti ed Unione Europea.

    L’annuncio di questi giorni della ulteriore riduzione delle estrazioni di petrolio di oltre un milione di barili di petrolio rappresenta l’ennesima conferma della sempre più evidente contrapposizione tra il mondo occidentale con i paesi esportatori di petrolio a causa proprio della politica estera dell’amministrazione Biden.

    La situazione risulta talmente problematica che i nemici di sempre, Iran e Arabia Saudita, sotto l’egida della Cina (*), hanno ora addirittura raggiunto un primo storico accordo tra le due declinazioni della religione araba da sempre in guerra, cioè sciita e sunnita, compattando il fronte economico e politico che si contrappone nella complessa guerra russo-ucraina.

    Emerge evidente come, diversamente dalla vittoriosa strategia della Seconda Guerra Mondiale, la quale ha unito mondi politici ed istituzionali diversi come Stati Uniti Gran Bretagna ed Unione Sovietica, la contemporanea strategia americana, della NATO e della stessa Unione Europea tenda sempre più a non solare il nemico dichiarato, cioè la Russia di Putin, quanto a fortificare le alleanze tra Cina, Russia e mondo arabo.

    La supremazia militare mondiale degli Stati Uniti, quando non viene supportata da una adeguata politica estera e diplomatica, si riduce alla semplice esposizione dei primati militari e tecnologici. Traguardi i quali, tuttavia, perdono ogni effetto “deterrente” a favore dell’efficacia complessiva di una visione strategica politica, militare e diplomatica delle quali l’attuale amministrazione Biden, come la stessa Unione Europea, sembrano esserne assolutamente deficitarie.

    (*) La Cina acquisisce una nuova centralità nella geopolitica mondiale proprio in ragione degli errori statunitensi.

  • Inutile retorica

    Se gli ucraini colpiscono, difendendosi da una guerra di aggressione, un edificio civile secondo i russi è un crimine contro l’umanità ma se i russi, ormai da quasi un anno, radono al suolo edifici civili, ospedali, scuole, università, centrali elettriche, intere città in tutta l’Ucraina per Putin è normale, è giusto.

    Se gli ucraini ottengono, sempre dopo grandi pressioni e spesso in ritardo, aiuti militari dagli alleati occidentali, per difendersi dai bombardamenti e dai carri armati russi, Mosca minaccia la terza guerra mondiale ma se Mosca, come avviene da mesi, ottiene armi dall’Iran, dalla Corea del Nord, e  anche da altri paesi, questo deve essere considerato lecito e non come la vera escalation che può portare ad una guerra più vasta!

    Può essere accettato, da chiunque abbia un minimo di discernimento e di onestà intellettuale, che gli ucraini, che combattono per difendere la loro vita, la loro terra, la loro cultura siano chiamati dai russi  nazisti, mentre l’arruolamento fatto da Putin di centinaia di migliaia di uomini, con una chiamata coatta, mandandoli al fronte a morire, ed il suo finanziamento, con l’amico Prigožin, alle milizie della Wagner e alle le più crudeli formazioni cecene si deve considerare lecito e normale?

    Si può ragionevolmente pensare che un popolo libero possa accettare, nel terzo millennio, di essere invaso con la forza, soggiogato, annesso ad altro Stato senza opporsi, combattere, chiedere aiuto a chi può fornirlo?

    Si può ragionevolmente pensare che i paesi confinanti con quello aggredito non temano anch’essi per la propria  libertà, per la democrazia conquistata dopo anni di gioco comunista?

    Si può ragionevolmente credere che noi si possa essere immuni da ogni conseguenza nascondendo a noi stessi la verità ed il pericolo, negando le armi necessarie agli ucraini? Pensiamo sia sufficiente mandare, per sgravarci la coscienza, qualche cassa di vestiti usati, qualche camion di cibo in scatola o di giubbotti antiproiettile? Che basti accogliere un po’ di profughi e fare qualche donazione alla Croce Rossa per dire che abbiamo fatto il nostro dovere?

    Pensiamo veramente che Putin ci guardi con benevolenza perché un po’ di suoi gerarchi venivano in vacanza da noi e comperavano ville e tenute e che oggi sia stupito, addolorato perché l’Italia sta dimostrando di essere un paese serio non asservito ai suoi interessi? Pensiamo veramente che basterebbe stare un po’ defilati per essere un domani trattati con riguardo dallo zar per poterci dedicare tranquillamente a riannodare le fila di antichi affari?

    Veramente c’è qualcuno in Italia che non ha capito la portata dello scontro tra il potere mafioso di Putin che minaccia, blandisce, ricatta con la paura e la democrazia, difficile, sofferta, necessaria per garantire libertà ed uguaglianza di diritti e doveri a tutti?

    Certo non bisogna mai abbandonare la speranza della via diplomatica e se la via non c’è bisogna tentare di ricostruirla ma non sulla pelle degli altri, non sulle spoglie della libertà e della giustizia.

    Solo chi ha invaso l’Ucraina può scegliere la pace riportando le sue armi dentro i confini legittimi della Russia, abbandonando le terre strappate con la forza, fino ad allora gli ucraini, dopo tanti morti, feriti, stupri, violenze, distruzioni subiti hanno il diritto  di continuare a difendere la loro nazione e noi abbiamo il dovere di aiutarli in modo concreto ed immediato.

    Le armi per difendersi non servono domani quando le stragi saranno già compiute ma oggi per impedirle.

    Tutto il resto è inutile retorica.

  • Il non senso

    La sospirata e tardiva decisione di Germania e Stati Uniti di fornire finalmente all’Ucraina i carri armati, dei quali ha bisogno da mesi e che da mesi Polonia e Repubbliche baltiche chiedono di poter inviare, non servirà nel breve tempo a dare un vero aiuto per impedire le scellerate violenze dei russi. Infatti, dato l’annuncio dell’invio è stato anche specificato che occorreranno circa tre mesi per addestrare i soldati ucraini al loro utilizzo.

    Ed eccoci ad uno dei tanti non senso di questa guerra perché non ha senso non aver addestrato per tempo i soldati Ucraini anche all’uso di questi super tecnologici carri armati, carri armati che rischiano di arrivare in un tempo troppo lontano, visti i massacri di oggi, ed in condizione meteo, il fango della primavera, che potrebbe renderli meno attivi per parecchio.

    Le guerre si fanno con molti strumenti che si possono predisporre in anticipo o in ritardo ma le condizioni meteo non dipendono né da presidenti o generali e non tenerne conto è improvvido e pericoloso.

    Tra tre mesi, se è questo il tempo che occorre, come comunicato ieri da Stati Uniti e da Germania, perché gli ucraini possano utilizzare i carri armati sarà aprile, la stagione del disgelo ed il fango regnerà sovrano più che mai rendendo molto più difficoltoso il passaggio dei tank, l’abbiamo già visto l’anno scorso.

    Tra pochi giorni entreremo nel secondo anno di guerra, l’Ucraina è stata quasi tutta rasa al suolo dalle bombe e dai missili russi ma i sistemi antimissili sono stati consegnati dagli alleati, anche questa volta, con molti ritardi e tutt’ora manca un supporto aereo adeguato per contrastare i bombardieri di Putin.

    Gli ucraini hanno dimostrato un coraggio fuori dal comune sia come soldati che come civili, sono inenarrabili le violenze fisiche ed i patimenti che questa popolazione ha dovuto sopportare senza cibo, acqua, luce, riscaldamento e troppo spesso senza casa, senza più nulla della propria vita passata.

    Inutile negarlo, per mettere d’accordo tra loro, per contemperare le paure, gli interessi, chiari o più oscuri, di ciascuno Stato dell’Unione e poi per mettersi d’accordo con Stati Uniti, Onu, Nato, ed altri alleati non è stato né semplice né veloce.

    I ritardi, le titubanze, le promesse non seguite da azioni immediate non hanno ammorbidito Putin, nessun tentativo, più o meno autorevole, di mediazione ha portato risultati se non quello di perdere ulteriore tempo mentre le varie milizie, dalla Wagner alle altre, hanno sempre intensificato le loro atrocità.

    Tutti coloro che conoscono un po’ di storia della guerre recenti sanno bene come la tempestività sia fondamentale mentre gli stalli, i tentennamenti, i ritardi incancreniscono i conflitti, né hanno grande esperienza i russi e gli americani in Afghanistan, gli americani anche in Vietnam.

    In questo conflitto non tutti gli interessi degli alleati sono chiari mentre è chiarissimo che se Putin continua a trovare sulla sua strada gli ucraini non armati a sufficienza, e tempestivamente, il destino, non solo dell’Ucraina, è segnato, sarà bene cominciare a tenerne conto in modo più adeguato.

    Molte possono essere le giustificazioni per i ritardi anche nell’addestramento degli ucraini ma in tempo di guerra non ci sono giustificazioni accettabili se non sono chiari i percorsi ed i tempi, come sempre dovremmo sentire meno annunci e più tempestività nel dare gli aiuti promessi.

    Certo è che non potremo guardare con serenità al futuro della democrazia e della pace nel mondo se Putin non sarà fermato o portato a miti consigli, inoltre il mondo di domani ha bisogno già da oggi di una totale riorganizzazione dell’Onu, della Nato e della stessa Unione Europea.

  • L’asse Teheran-Mosca compromette le chance di rimettere in riga Putin

    L’asse tra Teheran e Mosca compromette seriamente le possibilità dell’Ucraina e del mondo di rimettere in riga Vladimir Putin. Sul Corriere della Sera Federico Rampini illustra la diagnosi fornita dal Pentagono in tal senso. Ecco cosa scrive: «La Russia compra dall’Iran molti droni che utilizza per attaccare le infrastrutture ucraine. Tra questi ci sono i Mohajer-6 e Shahed-136: questi ultimi vengono chiamati droni-kamikaze perché anziché lanciare bombe si scagliano contro il bersaglio per distruggerlo (…). Com’è riuscito l’Iran a produrre dei droni sofisticati, pieni zeppi di tecnologie occidentali? Le risposte variano. In parte c’è il sospetto che alcune tecnologie siano cloni o copie realizzate in Cina grazie allo spionaggio industriale di Pechino ai danni dell’industria occidentale. Ma in parte sono pezzi fabbricati proprio in America, in Giappone, o in altri paesi occidentali. Una strada classica per aggirare le sanzioni è questa: molti componenti pur essendo ad altissima tecnologia sono disponibili per l’acquisto online; vengono ordinati da intermediari, molti dei quali nel Golfo Persico, e da lì istradati illegalmente verso l’Iran».

    Riferisce ancora Rampini: «Passando alla Russia, i dati del Fondo monetario internazionale dicono che alla fine di quest’anno il suo Pil dovrebbe scendere del 3,4%. È una recessione modesta, per una nazione che a volte descriviamo come «strangolata» dalle sanzioni occidentali. In effetti lo stesso Fmi ad aprile si era fatto un’idea diversa sull’efficacia delle sanzioni e prevedeva un crollo dell’8,5% del Pil russo. La correzione della previsione, al rialzo, sta a indicare che le sofferenze dell’economia russa sono meno gravi. Un’occhiata al commercio estero della Russia rivela che l’isolamento è molto relativo, o addirittura inesistente. Dopo l’invasione dell’Ucraina e il varo delle prime sanzioni a fine febbraio, la Russia ha visto ridursi il suo interscambio con alcuni paesi, e aumentare quello con altri. Tra i paesi del mondo con cui l’import-export russo è aumentato in questi nove mesi ci sono ovviamente dei giganti emergenti che non partecipano alle nostre sanzioni: Cina, India, Turchia, Brasile. Ma ci sono anche paesi europei o nostri alleati, che partecipano alle sanzioni. L’import-export russo è cresciuto dell’80% con il Belgio, del 57% con la Spagna, del 32% con l’Olanda e del 13% con il Giappone. In parte questo si spiega con il fatto che nei primi mesi post-invasione l’Europa ha continuato a comprare gas russo, anzi ha addirittura accelerato i suoi acquisti in vista dell’inverno, e lo ha fatto pagando prezzi altissimi. Negli ultimi mesi la situazione è cambiata, sia per le contro-sanzioni di Putin che hanno ridotto molto le forniture di gas, sia per il calo dei prezzi.  Ci sono altre spiegazioni oltre al gas e petrolio. La Russia è anche uno dei massimi fornitori mondiali di molte materie prime non energetiche: grano, amianto, ferro e minerali ferrosi, nickel, platino, ammoniaca, potassio, fertilizzanti, lignite, asfalto, oli di semi vari. L’elenco è lungo, una parte di queste materie prime non sono soggette a sanzioni. E comunque anche laddove ci sono sanzioni, l’incentivo ad aggirarle è potente, in un mondo che è abituato a rifornirsi di materie prime in Russia. Non solo le economie emergenti. La Francia compra uranio russo per le sue centrali nucleari. Il Belgio si rifornisce di diamanti russi per alimentare uno dei centri più attivi del mondo nella lavorazione e commercio di pietre preziose, la città portuale di Anversa».

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