automotive

  • One Market One Europe: the same way

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Ursula von del Leyen annuncia un pacchetto di normative che dovrebbero ridare competitività all’Unione Europea a seguito delle crisi geopolitiche internazionali (*).

    One market One Europe in realtà potrebbe sembrare uno slogan pubblicitario valido vent’anni fa e più adatto alla vendita di un’aspirapolvere che di un progetto politico ed ideologico.

    Al di là della critica alla burocrazia come ai sistemi normativi nazionali non compatibili, tuttavia la Commissione afferma: “Bruxelles vuole rafforzare la produzione europea nei comparti strategici come semiconduttori, batterie, intelligenza artificiale, quantum computing e materie prime critiche. Von der Leyen ha annunciato nuovi pacchetti industriali per sostenere produzioni “Made in Europe” e ridurre le dipendenze esterne”.

    “Made in Europe”: uno slogan che si conferma quindi come un semplice protocollo ma che non esprime alcuna capacità comunicativa e in più va a sovrapporsi, invece, ai diversi Made In (made in Italy o made in Germany) i quali invece hanno un forte appeal presso i mercati internazionali (**).

    Non si trova inoltre una parola a salvaguardia dell’Industria Europea nel suo complesso come di tutte le articolate filiere le quali offrono un lavoro ed un futuro a milioni di cittadini, e che esprimono un valore politico e sociale, come per esempio con l’automotive (13 mln di occupati).

    Un sistema complesso ed articolato che questa Commissione si è prodigata nella sua sostanziale distruzione attraverso l’attuazione del Green Deal che viene confermato anche ora in un momento di grande crisi geopolitica internazionale che si riverbera inevitabilmente sui costi energetici.

    Come tutte le ideologiche politiche finalizzate a giustificare la propria azione si parla di start up di aziende innovative ma non della tutela dei posti di lavoro esistenti e tantomeno del loro sviluppo. Si parla infatti della creazione di “un vero mercato europeo dei capitali. Il piano punta a mobilitare investimenti privati su scala continentale per finanziare innovazione, transizione energetica, difesa e tecnologie critiche”.

    L’obiettivo di attirare investimenti privati della transizione energetica rappresenta la contraddizione per eccellenza, in quanto la situazione attuale con il declino occupazionale ed Industriale europeo nasce proprio dalla transizione energetica e verso l’auto e la mobilità elettrica.

    “Von der Leyen ha annunciato nuovi pacchetti industriali per sostenere produzioni ‘Made in Europe’ e ridurre le dipendenze esterne”. Le dipendenze esterne derivano da prodotti e addirittura intere filiere che possono contare su dumping energetici e salariali la cui influenza sulle catene di approvvigionamento viene da sempre sottovalutata dalla Commissione Europea.

    Nessuno intende contestare il peso della burocrazia che va assolutamente ridotta: “Diverse analisi europee sottolineano che la frammentazione interna dell’Unione equivale ormai a un “dazio invisibile” che penalizza la competitività europea …”.

    Tuttavia risulta evidente che il vero dazio imposto alle imprese europee sia quello legato al costo dell’energia che è balzato a livelli insostenibili anche a causa della transizione energetica. In più questa politica viene applicata in senso ideologico e non prevede deroghe, come per esempio l’acquisto di gas dalla Russia per affrontare il periodo eccezionale legato alle due crisi geopolitiche dovute alla guerra russo ucraina e quella medio orientale.

    L’Unione Europea, in altre parole, si dimostra ancora un monoblocco ideologico che non conosce alcuna flessibilità, anche quando paesi come Francia, Spagna e Belgio hanno triplicato gli acquisti di gas dalla Russia nel primo trimestre del 2026 e la Gran Bretagna ha allentato le sanzioni nei confronti della  stessa Russia.

    Non si legge una parola relativa alla politica energetica ed alle fonti che dovrebbero assicurare l’approvvigionamento che ormai per il settore industriale rappresenta il costo principale ponendolo in una situazione di svantaggio rispetto ai concorrenti dei diversi sistemi economici del mercato globale (dumping energetico). Questo documento ancora una volta conferma quali siano le ragioni del declino economico e politico del continente europeo. Una situazione che sembra irreversibile e che destina l’Unione Europea ad un ruolo sempre più marginale all’interno delle sempre più complesse strategie di sviluppo economico-politico elaborate dalle maggiori potenze mondiali.

    (*) https://www.economymagazine.it/von-der-leyen-accelera-sul-mercato-unico-il-piano-in-6-mosse-della-commissione-europea/

    (**) 2020 – https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/

  • La ricerca: il diverso scenario tra Europa e Cina

    La ricerca con i propri investimenti economici, finanziari e professionali rappresenta il vero fattore di sviluppo di qualsiasi economia, in particolar modo nelle economie occidentali che vengono invece penalizzate da un alto costo del lavoro. Per sua stessa natura questa dovrebbe essere libera ed anche sostenuta da un quadro normativo, ma senza indicarne direzioni o obiettivi da parte delle istituzioni, in particolar modo nel settore industriale, non come è invece avvenuto nell’Unione Europea all’interno della  quale è stato adottato, come elemento caratterizzante della strategia economica, il blocco ai motori endotermici al 2035.

    In altre parole, direttamente da AI Overview: “Le riflessioni di Francesco Pontelli evidenziano le criticità del panorama automotive europeo, in particolare riguardo alle limitazioni imposte ai motori endotermici e all’impatto sulla ricerca e sviluppo.

    Ecco i punti chiave basati sulle considerazioni di F. Pontelli ed il contesto attuale:

    1. Blocco Ricerca ed Efficienza: le normative europee che puntano a vietare la vendita di nuovi motori endotermici (benzina/diesel) dal 2035 stanno portando a una contrazione degli investimenti nella ricerca e sviluppo di queste tecnologie da parte delle principali aziende automobilistiche europee.
    2. Contesto Europeo vs Asia: mentre in Europa la produzione di motori tradizionali è destinata a chiudere (??), con i fornitori che spariscono, in Asia la produzione proprio di motori endotermici e conseguentemente di investimenti in ricerca continua a volumi elevati.
    3. Investimenti ad alto rischio: anche i budget ingenti (come i 60 miliardi di euro citati per VW) rischiano di non risultare sufficienti a garantire la competitività dei motori endotermici fino alla scadenza del 2029-2030 a causa della transizione forzata verso l’elettrico imposta dalle istituzioni europee. Viceversa, in Cina, dove non esiste nessun blocco normativo, e pur favorendo la mobilità elettrica, comunque si stanno ridefinendo gli standard di efficienza dei motori diesel, raggiungendo traguardi tecnologici notevoli che riducono drasticamente i consumi, specialmente nel settore dei veicoli commerciali. In questo contesto allora i principali punti chiave degli ultimi sviluppi tecnologici possono venire indicati con il conseguimento di alcuni traguardi.
    4. Record di Efficienza Termica: Weichai Power ha sviluppato un motore diesel con un’efficienza termica certificata del 53,09%. Questo risultato, ottenuto grazie a oltre 160 innovazioni su aspirazione, turbine e camera di combustione ottimizza appunto la resa termica del motore.
    5. Rivoluzione Yuchai  EREV: il costruttore cinese Yuchai ha presentato un innovativo sistema diesel-elettrico (range extender) con volano. Questa tecnologia promette di dimezzare i consumi (50% di risparmio) nei veicoli commerciali grazie a una gestione ottimizzata dell’energia.
    6. Focus sul Diesel in Cina: nonostante il forte sviluppo delle auto elettriche, la Cina continua a investire massicciamente nel miglioramento dei motori a combustione interna per il trasporto pesante, puntando a costi operativi inferiori.

    All’interno di una visione temporale in grado di andare oltre il prossimo decennio, quindi oltre in 2035, anno della applicazione del divieto di produzione dei motori endotermici in Europa, la Cina si dimostrerà ancora una volta in grado di rispondere a quelle esigenze di trasporto attraverso l’utilizzo dei motori endotermici ad alta efficienza (diesel).

    Questo probabile scenario rappresenta l’ennesima conferma dei diversi esiti della ricerca sviluppatasi in Europa ed in Cina.

    Si dimostra, quindi, quanto possa essere negativo il peso della ideologia politica imposta allo sviluppo ed alla ricerca rispetto ad un pragmatismo cinese in grado di spingere verso una determinata direzione senza per questo escludere tutte le altre.

  • La medesima radice politica di gas ed euro digitale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La strategia della Bce e della Commissione Europea esplicitata nella volontà di avanzare ed addirittura accelerare la creazione di un euro digitale suscita dei legittimi dubbi, se non altro in relazione alle priorità che dovrebbero invece determinare l’azione politica ed istituzionale dei due istituti europei.

    Si dimostra veramente paradossale come, di fronte ad una crisi industriale nel continente europeo senza precedenti che interessa tanto l’industria pesante quanto l’automotive e la sua intera filiera, sono già stati azzerati oltre 50.000 posti di lavoro, l’istituzione europea continui a operare per la creazione dell’Euro digitale e persegua l’obiettivo dichiarato di “rafforzare l’euro” anche con una sua transizione verso il digitale. Non viene adottata quindi una politica che abbia come obiettivo quello di tutelare i lavoratori attraverso l’adozione di una politica energetica, la vera prima forma di politica industriale, che abbassi i costi, specialmente in Italia assolutamente insostenibili, tanto per le imprese quanto per le famiglie, dando quindi una nuova competitività alle imprese ed un minimo di serenità alle famiglie.

    Le priorità dimostrate e confermate dal vertice europeo continuano a dimostrarsi così di natura finanziaria e decisamente autoreferenziale.

    Anche strategicamente parlando una scelta di questo genere, la quale portasse quindi ad un reale rafforzamento della valuta europea, come inevitabile conseguenza tenderebbe a favorire i flussi di importazioni tanto di beni intermedi quanto di prodotti finiti e penalizzerebbe l’export. In più verrebbe appesantito il costo del servizio ad ogni forma di debito espresso in euro, anche se europeo, viceversa ridando valore alla tesi di una crescita basata sulla semplice svalutazione competitiva.

    Esiste, poi, una profonda analogia tra l’attuale motivazione ispiratrice della transizione verso l’euro digitale, cioè il “rafforzamento dell’Euro per un nuovo ruolo nell’economia finanziaria internazionale”.

    La medesima motivazione, infatti, rappresentò la volontà politica dei vertici europei e determinò la scelta scellerata della quotazione del gas alla borsa di Amsterdam, offrendo quindi un ulteriore strumento finanziario speculativo al mercato, la cui azione riesce addirittura ad incidere notevolmente nelle quotazioni della materia prima attraverso i futures.

    Molto probabilmente anche gli esiti determinati da una simile strategia di politica monetaria si dimostreranno per aziende e famiglie ancora una volta disastrosi.

    Da europeista emerge evidente come questa classe dirigente in perfetta sintonia con chi rappresenta l’istituzione Europea si dimostri, proprio in rapporto alle priorità espresse, ampiamente compromessa con gli interessi finanziari speculativi che nulla hanno a che fare con la crescita economica ed occupazionale dell’Unione Europea.

  • Quali potranno essere i possibili scenari futuri in ragione delle strategie adottate?

    Mentre la Germania, attraverso una apposita legge, ha abbassato il costo del Megawattore con l’obietto di fornire un sostegno reale all’industria pesante tedesca e, di conseguenza, all’intera filiera dell’automotive, in forte difficoltà a causa del costo dell’energia, in più abbassando anche tutti gli oneri impropri, il governo italiano si preoccupa invece delle riserve auree della Banca d’Italia,
    in primo luogo per poterle utilizzare a garanzia delle proprie future  manovre finanziarie, esattamente come nel passato si era cercato di fare per i risparmi privati.

    Va ricordato, come la Banca d’Italia custodisca circa 2.452 tonnellate d’oro, per un valore attuale che supera i 200 miliardi di euro. Di queste, quasi la metà (circa 1.100 tonnellate) si trovano nella sede della Banca d’Italia, mentre il resto è depositato in diverse località estere, principalmente negli Stati Uniti, ma anche in Svizzera e nel Regno Unito.

    Nel frattempo nel contesto mondiale la Cina sta aumentando significativamente il ritmo di stoccaggio del petrolio greggio utilizzando la medesima strategia adottata prima del covid, che venne adottata anche per gli approvvigionamenti delle materie prime. Basti pensare che nel solo mese di ottobre il trend di crescita abbia registrato un valore di circa 690.000 barili al giorno.
    Questa politica energetica tende a fornire delle garanzie allo stato cinese in previsione di qualche crisi internazionale.

    L’Italia, invece, continua ad aumentare il prezzo del gasolio che rappresenta quel fattore inflattivo determinante in considerazione del fatto che oltre l’80% delle merci viaggi su gomma. Il paradosso è rappresentato dal fatto che l’attuale quotazione del petrolio sia di poco superiore ai 64 dollari al barile mentre il prezzo medio del gasolio in Italia risulti di 1,7 euro a fronte della Germania dove è di 1,42 euro, in considerazione del livello retributivo medio in Germania (superiore del +37%) in Italia il costo energetico complessivo si trasforma in un fattore antieconomico determinante.

    La competitività di un sistema economico ed in particolare di un patrimonio industriale come quello italiano va tutelata attraverso una politica energetica adeguata esattamente come il livello di qualità della vita delle famiglie va assicurato attraverso delle bollette sostenibili. Entrambi questi obiettivi non possono essere raggiunti attraverso una politica di bonus relativi agli elettrodomestici o alle autovetture e tantomeno attraverso rimodulazioni delle aliquote fiscali o sconticini risibili del cuneo fiscale.
    Solo una visione strategica può assicurare un futuro ad una economia di trasformazione, basata quindi sul know how industriale e professionale combinato al costo dell’energia il quale  può diventare, se troppo elevato, il fattore decisivo nell’uscita dal mercato dei prodotti proprio a causa dell’effetto moltiplicatore energetico: con questo inaccettabile livello di strategie il nostro Paese si vede relegato ad un ruolo di figura comprimaria nello scenario economico internazionale.

    Esattamente come quello che verrà riconosciuto all’Unione Europea la quale, mentre gli Stati Uniti crescono del 2,8% e stringono accordi per investimenti di oltre 1000 miliardi con l’Arabia Saudita, l’istituzione europea esprime la propria visione strategica fissando al 2040 il limite per ridurre del 90% le emissioni.

    Queste miopi e assolutamente inadeguate strategie energetiche ed economiche assicurano la marginalità politica ed economica dell’Unione Europea e dall’interno della stessa Europa quella italiana.

  • La forma dell’acqua

    Nel principio dell’acqua Talete di Mileto affermava come l’acqua rappresentasse la sostanza primordiale da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna. A questo principio si potrebbe aggiungere anche che l’acqua trova e definisce il proprio percorso in ragione degli impedimenti che trova lungo il proprio deflusso.

    Come l’acqua gli investimenti in generale rappresentano il primo anello (la sostanza primordiale di Talete) di una complessa catena di sviluppo che trova la propria ultima definizione nella creazione anche di una nuova occupazione.

    Emerge, quindi, come naturale conseguenza che gli investimenti si dirigano verso quelle aree economiche nelle quali abbiamo la sicurezza di non trovare impedimenti (ed ecco il percorso come per l’acqua) di ordine burocratico, fiscale e normativo o, peggio, ideologico.

    Quindi, se gli investimenti si confermano nella loro essenza molto simili alla “forma dell’acqua” si comprende, allora, la strategia del gruppo farmaceutico Svizzero Roche che investirà 50 Mld di dollari negli Stati Uniti e che determinerà la creazione di 12.000 posti di lavoro.

    Nella medesima lunghezza d’onda si dimostra anche Novartis la quale ha destinato oltre 7000 Mld di dollari per nuove linee produttive sul territorio statunitense e, di conseguenza, 5.000 nuovi posti di lavoro.

    Adesso anche Stellantis ha deciso di dirottare i propri investimenti oltre Oceano con oltre 13 miliardi di dollari stanziati per nuovi insediamenti produttivi, mentre gli stabilimenti italiani del gruppo risultano tutti caratterizzati dall’adozione, per buona parte dei dipendenti, di contratti di solidarietà e si riduce la produzione di autovetture a 325.000 unità, pari a quella del 1953, Il gruppo, una volta italiano, guarda agli Stati Uniti. Per non parlare della terribile situazione occupazionale a Torino, un tempo polo dell’automobile europeo, dove degli oltre 57.000 operai metalmeccanici impiegati nella complessa filiera dell’Automotive attualmente il 70% risulta in cassa integrazione. Nessuno ha intenzione di assolvere la strategia di Stellantis e del suo azionariato e management, la quale ha usufruito fino a poche stagioni addietro di incentivi statali di ogni genere, anche durante il covid con le garanzie statali poi regolarmente restituite. Andrebbe, tuttavia, riconosciuto come all’interno di un mondo contemporaneo e globale le scelte di investimento di ogni azienda, come detto prima, vengono determinate dal contesto normativo, fiscale e burocratico.

    In tale situazione in Europa il contesto si dimostra assolutamente disastroso per una diretta responsabilità attribuibile sostanzialmente a due soggetti politici, e cioè l’Unione europea, soprattutto con le sue ultime due Commissioni, e la serie dei governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese negli ultimi trent’anni.

    La scelta ideologica operata dalla Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen con l’imposizione del Green Deal, il quale comporta il divieto di produzione e vendita di motori endotermici dal 2035, anticipato al 2030 per quanto riguarda autonoleggi e flotte aziendali, si rivela un volano fantastico per gli investimenti del settore Automotive negli Stati Uniti  dove le restrizioni in termini di emissioni sono state abolite riuscendo in più così ad aggirare i dazi imposti dall’amministrazione Trump.

    Le aziende che hanno deciso di investire nel mercato statunitense possono trovare inoltre costi energetici inferiori rispetto a quelli praticati in Europa, che subisce gli effetti anche della sciagurata scelta della Germania di chiudere le centrali nucleari. E successivamente si è legata alle forniture del gas russo diventando ostaggio della politica di Putin con l’apertura del conflitto russo ucraino.

    Come la Germania, l’Italia, seconda economia manifatturiera in Europa, sta perdendo da anni, ad assoluta propria insaputa, buona parte degli investimenti nella filiera automobilistica ed industriale, proprio a causa di una trentennale assenza di una qualsiasi politica energetica la quale rappresenta il primo passo di una politica di sviluppo industriale ed economico, dimostrandosi in più non sazia di questo disastro strategico causato anche dall’aumento di oltre 17 punti dell’Iva per le bollette energetiche. L’ultimo intervento elaborato dal governo in carica è quello dell’introduzione di un pacchetto di incentivi nel settore auto i quali, come diceva Marchionne, favoriranno le auto estere e nel periodo attuale quelle “a carbone” provenienti dalla Cina (*).

    In Europa ed in Italia si dimostrano ancora una volta incapaci di comprendere la stessa forma dell’acqua ed ovviamente degli investimenti.

    (*) La Cina importa oltre 542 milioni di tonnellate di carbone in crescita nel 2025 del 12%

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

  • La Grande Panda e la speculazione industriale

    La realizzazione in Serbia della Grande Panda rappresenta l’esempio di come si possa utilizzare la speculazione di stampo finanziario in ambito industriale.

    Mentre a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione gli esponenti dell’Unione Europea disquisiscono delle ragioni della propria marginalità, nel territorio europeo prende corpo una nefasta strategia industriale basata sul trasferimento di lavoratori a basso reddito e quindi a basso costo.

    Mentre al meeting di Comunione e Liberazione va in scena il vuoto siderale espressione di un ceto politico ormai distante anni luce dalla realtà ma sempre disponibile a ricevere l’applauso di un pubblico ammaestrato, nessun esponente del mondo politico e tantomeno cattolico ha detto una parola o ha fatto menzione di questa speculazione sulla pelle di persone disponibili a qualsiasi condizione di lavoro.

    All’interno di questo meeting le persone con i propri interventi dimostrano di essere interessate solo alla sopravvivenza della Ue dalla quale dipende la retribuzione di molti ospiti.

    Contemporaneamente nel più assoluto disinteresse nella fabbrica destinata alla produzione della nuova Fiat Grande Panda arriveranno a breve circa 800 lavoratori stranieri provenienti da Nepal e Marocco.

    La conferma è arrivata dal consigliere comunale per l’economia, Radomir Erić, con dichiarazioni riportate da Televizija Kragujevac.

    Indipendentemente dal fatto che la Serbia non faccia parte dell’Unione Europea, una simile tratta di lavoratori, i quali proprio perché provenienti da regioni e stati a basso reddito si dimostrano disponibili ad accettare 597 euro di stipendio mensile, una cifra inaccettabile anche per i lavoratori serbi.

    Proprio il già basso costo della manodopera serba aveva spinto alla chiusura dello stabilimento a Torino delocalizzando la produzione appunto in Serbia.

    In altre parole, la dirigenza quanto i principali azionisti di Stellantis, non sazi dei vantaggi in termini di costi che questa delocalizzazione produceva, hanno inaugurato una nuova strategia organizzativa finalizzata alla riduzione dei costi industriali e ad aumentare una “competitività” la quale, invece, nasconde isolo l’ingordigia di azionisti insaziabili.

    Questa opportunità è rappresentata dalla possibilità di utilizzare un quadro normativo del paese ospitante, che permetta di “deportare” lavoratori provenienti da zone ancora a più basso livello retributivo anche rispetto al paese dove la fabbrica è realizzata.

    Le delocalizzazioni venivano incentivate dai governi dei paesi per aumentare il proprio livello di occupazione, ma quello che la Serbia permette a Stellantis è assolutamente fuori da ogni senso umano anche se collocato all’interno di una volontà speculativa.

    E sia chiaro :anche se ora può sembrare assolutamente assurdo ed impossibile tuttavia non è da escludere che il prossimo passo normativo che un paese potrà mettere in atto per attirare investimenti industriali, possa venire rappresentato dalla possibilità di offrire una copertura normativa che permetta alle aziende di utilizzare come lavoratori i bambini alle catene di montaggio.

    La logica che esprime questa “evoluzione” strategica tra Serbia e Stellantis non può avere un limite e ci sarà sempre uno stato disponibile ad offrire maggiori possibilità di sfruttamento umano in termini di costi.

    Nel frattempo Comunione e Liberazione, come tutti i sindacati a Rimini, “dormono il sonno dei giusti”.

  • La necessaria crescita culturale per assicurare quella economica

    Ogni delocalizzazione produttiva ha ottenuto la propria motivazione e giustificazione dal confronto tra i vari costi di produzione e quindi dal lavoro nel suo complesso.

    I Paesi fortemente attrattivi traggono la propria forza semplicemente dal minore costo della manodopera (Clup) alla cui definizione concorrono anche un sistema fiscale e legislativo molto lacunoso ed accondiscendente sia in termini di sicurezza del lavoro che delle garanzie relative al prodotto.

    Anche recentemente l’apertura di nuovi stabilimenti nell’Africa settentrionale di una grande multinazionale del settore Automotive ha spinto la stessa azienda a “suggerire” ai propri fornitori di delocalizzare le proprie aziende in modo da offrire ad un costo inferiore, in linea con quelli del paese ospitante, gli stessi prodotti intermedi che concorrono alla realizzazione del bene finale.

    In altre parole, spesso la legittima scelta di delocalizzare ha determinato, nel tessile abbigliamento come in altre settori, l’azzeramento di intere filiere nazionali con ricadute complessive occupazionali devastanti.

    Queste scelte strategiche ancora oggi vengono considerate inevitabili e lasciano assolutamente indifferenti l’intero mondo politico nazionale ed europeo.

    I primi, infatti, continuano ad aumentare gli obblighi burocratici per le aziende e ad aumentare i costi energetici, un fattore decisivo nella valutazione dei costi di produzione nazionali. Una politica energetica rappresenta la base di una qualsiasi politica di sviluppo industriale ed economico e la sua valorizzazione sarebbe in grado anche di attutire l’effetto dei dazi, esattamente come indicato in passato da Enrico Mattei.

    Nel contempo l’Unione Europea continua ad adottare il Green Deal ponendo le basi per l’azzeramento del settore Automotive europeo, al cui confronto gli effetti dei dazi statunitensi saranno minimali (*).

    Troppi, infatti, dimenticano come la quasi totalità dei Suv a marchio tedesco vengano realizzati da decenni negli Stati Uniti in ragione di un sistema di incentivazioni fiscali offerte dalle passate amministrazione americana ed anche per essere più vicini al loro principale mercato di sbocco. In considerazione del fatto, poi, che l’imposizione di dazi sull’import lascia sostanzialmente indifferente la Ford, la quale produce circa l’80% dei propri veicoli all’interno dei confini statunitensi, questo dovrebbe finalmente aprire una riflessione relativa alle condizioni minime di un mercato globale finalizzato alla corretta applicazione del principio di concorrenza.

    Quando in un sistema globale l’unica “concorrenza” avviene sulla base di un confronto dei costi e quindi favorisce semplicemente l’approccio speculativo, emerge evidente come l’applicazione dei dazi rappresenti semplicemente l’estrema ratio per un riequilibrio dei costi anche fiscali in mancanza di un minimo quadro normativo condiviso. A questo poi si aggiunga l’ipocrisia europea la quale dall’imposizione dei dazi sulle importazioni ottiene circa il 14% del risorse finanziarie.

    La politica statunitense adesso impone una rivisitazione delle politiche economiche di sviluppo le quali negli ultimi decenni avevano sposato logiche speculative legate al dumping professionale, fiscale e normativo dei paesi in via di sviluppo. Si dovrebbe finalmente esprimere un approccio culturale più evoluto alle dinamiche economiche rispetto a quello piuttosto infantile, appoggiato anche dal mondo accademico, che ha solo favorito la ricerca del costo minore come magari espressione di un costo inferiore dell’energia elettrica prodotta al 62% dal carbone (Cina).

    Mai come ora la politica statunitense fa emergere il bisogno di un approccio culturalmente superiore nella elaborazione delle strategie governative rispetto a quanto espresso fino ad oggi. Non è più possibile accettare come, in ragione della totale assenza di un quadro normativo condiviso, la concorrenza si confermi come un classico fattore speculativo e non certo di sviluppo economico.

    Quest’ultimo poi non può più venire individuato nella ricerca della massima remunerazione del capitale ma anche nella capacità di assicurare nuovi posti di lavoro qualificati ed equamente retribuiti.

    (*) La tedesca IFW Materials Research Dresden ha calcolato l’effetto dei dazi statunitensi sul PIL tedesco in un -0,2%

  • La catena del valore ed il paradosso del “lusso”

    Il 2024 verrà ricordato, oltre che per la terribile crisi economica ed industriale generata sostanzialmente dall’applicazione di un protocollo ideologico come il Green Deal, anche per la prima crisi di vendite di quel settore definito “lusso”, termine orribile che indica l’ex alto di gamma.

    La sorpresa e la totale impreparazione vengono confermate anche dalle analisi relative alle cause ed alle ricette individuate per fronteggiare lo tsunami occupazionale ed economico non solo nell’abbigliamento ma anche negli accessori (considerato inattaccabile), le quali dimostrano sostanzialmente il ritardo culturale dell’intero settore, evidenziato anche nel passaggio dalla semplice definizione di tessile abbigliamento, e quindi espressione di una filiera industriale artigianale e di professionalità, alla definizione di sistema moda, quanto di più banale ed onnicomprensiva.

    Il settore lusso, quindi, principalmente rappresentato da brand francesi, o comunque con la presenza di capitali transalpini, si trova di fronte ad una crisi culturale ed identitaria espressione di una strategia complessiva miope la cui origine risale alle scelte degli ultimi quindici anni.

    Le strategie di marketing adottate dalle maggiori maison si sono basate quasi esclusivamente sulla crescita dei consumi aspirazionali ed hanno ottenuto certamente un allargamento dei potenziali acquirenti ma, contemporaneamente, sono stati allentati se non recisi i legami con la propria genesi storica che le avevano rese iconiche.

    In questo contesto marketing oriented l’esclusività non viene più rappresentata dalla sintesi vincente di qualità manifatturiera che si esprime con un prodotto di qualità assoluta da renderlo unico, ma principalmente dall’utilizzo del fattore prezzo finale di vendita come l’unica espressione di una distanza dai prodotti del consumo di massa.

    Di conseguenza viene meno, a livello strategico ed operativo, l’attribuzione di un valore alla filiera produttiva nazionale,  privilegiando al suo posto la continua e vuota ripetizione del logo, eccezione fatta per il gruppo Hemes che continua ad inaugurare stabilimenti e laboratori nel territorio francese (23) e dell’italiana Cuccinelli.

    In questo contesto quindi si preferisce il fattore MKT come moltiplicatore del prezzo finale, che tutto fino ad ora era riuscito a giustificare.

    In altre parole, il settore lusso ha continuato a crescere e prosperare non tanto grazie alla qualità ed alla esclusività dei prodotti, ma attraverso l’estensione della gamma (brand extension) in ogni settore merceologico, espressione della convinzione che la sola esclusività determinata dalla fascia prezzo rafforzasse la percezione di esclusività del brand stesso.

    L’attuale e prima vera crisi del “lusso” rappresenta il naturale epilogo di una strategia basata esclusivamente sulla crescita perimetrale delle vendite ma che ha di fatto tradito i valori di eleganza intrinseci espressi dei brand nella loro storia.

    La progressiva perdita di appeal iconico dell’intero settore definito “lusso”, fatta eccezione per il food, altro non è che la testimonianza di come nel mercato contemporaneo non possa più risultare sufficiente la presunzione di considerarsi esclusivi solo attraverso il fattore del prezzo proposto al pubblico, ora divenuto ingiustificabile in rapporto alla catena di creazione reale del valore.

    Questa crisi risulta soprattutto culturale in quanto l’intero settore non viene più identificato attraverso  un prodotto che difficilmente si dimostra più conforme all’identità e alla qualità riconosciuta ed una volta attribuibile al brand. Come naturale conseguenza viene meno l’illusione di una possibile convivenza tra lusso e consumo di massa che rappresentano termini ed identità assolutamente incompatibili ma al tempo stesso identificano la strategia adottata dal settore lusso.

    Tornando quindi al parallelismo con l’automotive, la crisi del settore industriale ed automotive continentale in particolare nasce da un delirio ideologico il quale apre il mercato europeo alle “automobili a carbone” cinesi (*), mentre nel  settore lusso la crisi del 2024 acquisisce i contorni ed i contenuti di natura culturale e strategici anche attraverso l’adozione di un orizzonte operativo che arriva al massimo ai prossimi sei mesi.

    In questo forse il settore lusso si dimostra assolutamente più vicino al mondo della politica che non a quello dell’economia strategica.

    (*) Oltre il 60% dell’energia elettrica viene erogata al settore industriale e automotive cinese dalle centrali a carbone che crescono a ritmo di sei al mese per un totale di 124 GW aggiuntivi.

  • Il vero pericolo rappresentato dal progetto cinese

    Qualche mente elementare ed  espressione delle “competenze” proposte dai  governi nazionali, negli ultimi anni, si era illusa di ridare vigore al settore dell’industria, anche automobilistica nazionale, avviando accordi politici che  favorissero gli investimenti cinesi nel nostro Paese.

    Si scopre ora, e persino con stupore, che per investire in Italia, anche solo in una attività di semplice assemblaggio (decisamente diversa da una attività industriale espressione di una filiera produttiva),la casa automobilistica cinese Dongfeng, ampiamente supportata economicamente in patria dallo stato cinese, pretenda di imporre come clausola e condizione iniziale(1) l’ingresso di Huawei come  supporto digitale (la stessa giustamente espulsa dal mercato statunitense) e (2) l’utilizzo della AI sempre cinese.

    Non paghi di queste pretese assolutamente inaccettabili, in quanto l’impatto di sviluppo e quindi la ricaduta occupazionale sarebbero praticamente nulli per l’economia italiana ed europea, si pretende in più dal Governo italiano di assumere una posizione contraria alla imposizione dei dazi Ue sulle auto cinesi. La Cina utilizza quindi il ricatto economico per influenzare le scelte politiche di un paese sovrano come l’Italia che sconta la propria colpa di non essere stata in grado negli ultimi decenni di esprimere una propria visione da tradurre in una strategia politica, energetica ed economica.

    Emerge quindi evidente, anche a chi abbia sempre sostenuto in Italia ed Europa il mercato globale senza individuare la necessità di adottare un minimo di regole condivise, come la assolutamente ideologica transizione verso una mobilità elettrica rappresenti lo strumento invasivo attraverso il quale il regime cinese intenda ampliare la propria egemonia economica e politica (*). L’auto elettrica, in buona sostanza, come l’ideologia di cui risulta espressione, diventa il cavallo di Troia inserto nel mercato europeo con l’obiettivo di distruggere l’intero sistema industriale dell’automotive europeo che vale dodici milioni di posti di lavoro e mille miliardi di tasse. Un progetto finalizzato così ad aumentare l’influenza economica e politica nel continente europeo del colosso cinese il quale nello scenario internazionale si oppone al sistema occidentale, ovviamente con la colpevole complicità di una classe politica europea assolutamente inadeguata. La pretesa, infatti, di ottenere una politica accondiscendente come contropartita ad un investimento nel  sistema economico italiano dimostra quali siano gli obiettivi del regime cinese, molti ancora oggi non valutano le differenze con una democrazia, e quanto risulti pericoloso per l’intero occidente sia in termini economici che politici.

    Come logica conseguenza, allora, tutte quelle forze politiche ed istituzionali le quali, per semplice convenienza  e compromissione ideologica o, peggio, indolente negligenza, appoggino la  politica “ambientalista” per una risibile elettrificazione della mobilità fino al concetto più generale del Green Deal della Commissione Europea, si rendono complici di questo progetto politico cinese e quindi diventano esse stesse artefici di un attacco alle istituzioni democratiche occidentali.

    Si delinea, quindi,  uno scenario strategico e politico già evidente nel 2018 (**) relativo alla ingerenza cinese, ma che ha visto le massime autorità istituzionali italiane sempre molto disponibili nella creazione di accordi di collaborazione con il regime cinese, a cominciare dal Governo Conte 1 e 2 con l’appoggio delle più disparate maggioranze parlamentare, fino a quello in carica che spera di ottenere con il piattino in mano una qualche  elemosina in termini industriali.

    Quando si parla di declino culturale del nostro Paese non ci si riferisce tanto alla scolarità improbabile e taroccata dei rappresentanti politici, quanto alla palese incapacità di comprendere ed elaborare uno scenario futuro strategico, economico e politico.

    Dimostrare ancora oggi di non essere in grado di individuare e valutare gli obiettivi politici cinesi rappresenta appunto il peccato originale interamente attribuibile alla classe politica dirigente nazionale ed europea (**) .

    (*) 2024 https://www.ilpattosociale.it/attualita/lauto-di-troia/

    (**) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-peccato-originale/

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