Commercio

  • Valanghe di ricorsi contro i distributori automatici, ma nei piccoli centri non ci sono più negozi tradizionali

    Mentre in Italia continuano a chiudere migliaia di negozi di prossimità, i punti vendita automatici H24 stanno assumendo un ruolo sempre più importante per garantire servizi ai cittadini. Una funzione che, secondo Confida Associazione Italiana Distribuzione Automatica, appare ancor più evidente nei piccoli centri e nelle aree più periferiche dove la progressiva riduzione delle attività commerciali (dal 2012 il Paese ha perso oltre 156mila negozi tradizionali, più di uno su quattro) rischia di lasciare intere comunità prive di punti di riferimento essenziali.

    Eppure, proprio questi esercizi sono stati negli ultimi anni destinatari di numerose ordinanze comunali restrittive. Lo studio legale ADR ha realizzato per Confida un’analisi su circa 40 di questi provvedimenti adottati dai Comuni italiani tra il 2020 e il 2025 che hanno introdotto specifiche limitazioni per i negozi automatici H24: dagli orari di apertura alla vendita di bevande alcoliche, dai contenitori consentiti ad altri vincoli operativi. Lo studio evidenzia tuttavia un dato significativo: oltre otto ricorsi su dieci presentati dai gestori di tali negozi sono stati accolti dalla giustizia amministrativa. Secondo la ricerca, infatti, nell’81% dei casi i Tar hanno sospeso o annullato le ordinanze comunali, rilevando frequentemente motivazioni troppo generiche, carenza dei requisiti di urgenza, assenza di un collegamento diretto tra l’attività dei negozi automatici e i fenomeni contestati, oltre a misure considerate sproporzionate rispetto agli obiettivi perseguiti.

    «I negozi H24 diventano spesso i “capri espiatori” dei problemi di ordine pubblico dei nostri Comuni –  afferma Massimo Trapletti, Presidente di Confida – Problemi di cui non sono assolutamente i responsabili, anzi talvolta ne sono le vittime. Si tratta infatti di esercizi commerciali utilizzati quotidianamente dai cittadini, e che in molti casi rappresentano una risposta concreta e sociale alla progressiva scomparsa dei negozi di vicinato, mantenendo vivi territori che rischiano di perdere servizi essenziali. Bisogna quindi concentrarsi sulla loro qualità. Confida, per questo motivo, ha dato vita al Protocollo Top Quality Negozi Automatici H24, un percorso di certificazione dedicato basato su qualità di servizio e prodotti, sostenibilità e sicurezza, a cui hanno già aderito oltre 150 negozi automatici in Italia».

    Il tema dei negozi automatici H24 si inserisce quindi nel contesto della desertificazione commerciale, un fenomeno che interessa i comuni italiani da ormai diversi anni. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi Confcommercio, infatti, la densità commerciale è passata da 11 (nel 2012) a 8 punti vendita ogni mille abitanti, segno di un cambiamento strutturale che sta ridefinendo la presenza dei servizi sul territorio. In questo contesto, i negozi automatici H24 stanno diventando una soluzione sempre più diffusa per garantire continuità di servizio e accesso ai beni di prima necessità in qualsiasi momento della giornata. Non solo nelle grandi città, ma soprattutto nei territori più fragili dal punto di vista commerciale.

    Sono numerosi gli esempi che dimostrano come questi spazi possano rappresentare una soluzione efficace. A Valsolda, ad esempio, in provincia di Como, un punto vendita automatico nato per rispondere alla mancanza di negozi tradizionali, si è trasformato rapidamente in un luogo di incontro per la comunità locale. A Sinio, Comune delle Langhe, un locale comunale è stato riconvertito in uno spazio accessibile con orario continuato, diventando un nuovo punto di aggregazione per residenti e visitatori. Anche le regioni stanno guardando con crescente interesse a queste soluzioni: il Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, ha avviato un programma dedicato a 40 comuni montani privi di attività commerciali, finanziando l’installazione di punti vendita automatici per rafforzare la presenza di servizi nelle aree più isolate. Mentre a Roppolo, nel biellese, ha recentemente aperto un punto informativo e di ristoro dotato di distributori automatici che offre anche informazioni sul territorio, e che a un mese e mezzo dall’apertura ha già accolto più di mille persone, tra turisti e cittadini.

    «Dove un negozio chiude – dice Trapletti – un punto vendita automatico può contribuire a mantenere acceso un servizio essenziale per la comunità. Per questo è importante che il dialogo con le istituzioni e regole equilibrate accompagnino l’innovazione e valorizzino gli strumenti che stanno aiutando molti territori a restare vivi».

  • Lo spreco alimentare brucia un terzo di ricavi derivanti dalla commercializzazione dei prodotti

    Ogni alimento che finisce sprecato porta con sé anche il consumo di acqua, energia, suolo e risorse logistiche impiegate per produrlo, come è stato sottolineato in occasione della Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile. Secondo i dati dei più recenti studi di settore, ripresi nell’ambito del World Economic Forum, a livello globale i costi derivanti dallo spreco alimentare equivalgono al 33% dei ricavi nella catena di approvvigionamento del retail, dalla fase post-agricola fino al punto vendita. Inoltre, oltre la metà (64%) dei dirigenti aziendali di settore afferma che questi costi sono aumentati negli ultimi tre anni in particolare in Paesi come Stati Uniti, India e Regno Unito. Secondo le stime, il valore totale degli sprechi alimentari a livello mondiale è destinato a crescere del 9,43% tra il 2026 e il 2030, passando da 466 a 510 miliardi di euro di valore aggiunto globale perso, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) del 2,28%. Questo incremento costante sarà trainato in particolare dai comparti della carne, dell’ortofrutta e dei prodotti da forno, tutti in crescita anno su anno. Per dare un’idea della portata del problema, il valore annuo degli sprechi alimentari equivale a circa la metà di quanto costerebbe sfamare i circa 673 milioni di persone che, secondo le stime, hanno sofferto la fame nel 2025 in tutto il mondo. Secondo i dati del Parlamento europeo, inoltre, ogni cittadino dell’Unione genera in media 129 kg di spreco alimentare all’anno, per un totale di quasi 60 milioni di tonnellate.

    Nel settembre 2025 sempre il Parlamento europeo ha stabilito per la prima volta a livello regionale nuovi obiettivi vincolanti per la riduzione degli sprechi alimentari entro il 2030 (Direttiva UE 2025/1892) con le imprese chiamate ridurre gli sprechi alimentari derivanti dalla trasformazione e dalla produzione del 10% rispetto alla media del periodo 2021-2023. Allo stesso tempo, la popolazione mondiale è destinata a raggiungere quasi 10 miliardi di persone entro il 2050, il che richiederà ai sistemi alimentari di produrre molto di più con risorse sempre minori. Una risposta concreta a questa criticità arriva dall’Italia attraverso la mangimistica circolare, un modello che consente di recuperare surplus produttivi, eccedenze ed ex-prodotti alimentari trasformandoli in nuove risorse per l’alimentazione animale anzichè destinarli allo smaltimento.

    In questo scenario, la Giornata Mondiale della Gastronomia Sostenibile ha richiamato l’attenzione sulla necessità di intervenire non solo sui consumi, ma sull’intera struttura della filiera alimentare. Ridurre lo spreco attraverso modelli circolari rappresenta oggi una delle leve più efficaci per migliorare efficienza, resilienza e sostenibilità del sistema agroalimentare europeo. Regardia, player italiano della circular economy, ha già sviluppato un modello industriale fondato sulla valorizzazione delle eccedenze agroindustriali attraverso due filiere complementari: la mangimistica e la produzione di energia mediante digestione anaerobica. «Quando si parla di spreco alimentare, l’attenzione si concentra quasi sempre sul consumatore finale. In realtà una quota importante delle perdite nasce molto prima, all’interno dei processi produttivi e distributivi – ha spiegato Paolo Fabbricatore, Group ceo di Regardia – La vera sfida è evitare che prodotti ancora ricchi di valore nutrizionale vengano trattati come rifiuti. Attraverso la mangimistica circolare possiamo mantenere queste risorse all’interno del sistema economico, riducendo lo smaltimento e preservando le materie prime già impiegate. La sostenibilità non si misura soltanto da quanto spreco riusciamo a evitare, ma da quanto valore siamo capaci di recuperare: è qui che la circolarità diventa una leva industriale concreta».

  • Sette imprese su 10 dell’Emilia Romagna investono nelle tecnologie digitali

    L’Emilia-Romagna si conferma uno dei territori più dinamici d’Italia sul fronte dell’innovazione. I dati parlano chiaro: nel 2025 il 70,7% delle imprese emiliano-romagnole ha investito in almeno un ambito della digitalizzazione. Tra le micro e piccole imprese la quota raggiunge il 67,6%, in crescita di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che coinvolge anche uno dei settori più rappresentativi dell’economia regionale: l’agroalimentare.

    La Food Valley emiliano-romagnola vale circa 37 miliardi di euro, coinvolge oltre 53 mila imprese agricole e agroalimentari e occupa più di 129 mila persone lungo l’intera filiera. Solo l’industria alimentare conta circa 4.500 imprese e oltre 64 mila addetti. A trainare il settore è anche la forte vocazione internazionale: l’export agroalimentare ha raggiunto il valore di oltre 10 miliardi di euro, nei primi nove mesi del 2025, con Parma, Modena, Reggio Emilia e Bologna tra i principali poli italiani.

    In questo contesto, la trasformazione digitale non è più soltanto una leva per migliorare l’efficienza produttiva, ma anche uno strumento essenziale per rafforzare la competitività delle imprese in tutte le fasi del business. Difatti, se fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al food era concentrato quasi esclusivamente sulla fase produttiva – dall’agricoltura di precisione al controllo qualità automatizzato, dalla manutenzione predittiva degli impianti all’ottimizzazione dei consumi energetici –, oggi il valore della tecnologia sta emergendo anche nella fase successiva, quella che inizia quando il prodotto esce dallo stabilimento e raggiunge il mercato. Del resto, per le imprese agroalimentari la sfida non è più soltanto produrre bene, ma individuare nuovi clienti, comprendere la domanda, presidiare i canali digitali, sviluppare relazioni commerciali efficaci per la vendita.

    È qui che emerge il ruolo della tecnologia e soprattutto dell’intelligenza artificiale. Innanzitutto, le nuove soluzioni basate sull’AI consentono alle aziende di interpretare meglio i dati commerciali, individuare nuovi segmenti di mercato, anticipare i trend di consumo e supportare le attività di export. Attraverso l’analisi avanzata delle informazioni è possibile identificare buyer potenzialmente interessati, qualificare i contatti commerciali e personalizzare la comunicazione in funzione delle esigenze di clienti e distributori. Per un’impresa agroalimentare questo significa poter intercettare nuove opportunità di business in tempi più rapidi e con maggiore precisione. Anche il marketing sta vivendo una profonda evoluzione. Gli strumenti di nuova generazione permettono di creare contenuti mirati, analizzare le performance delle campagne digitali e migliorare la presenza sui canali online, rendendo più efficace il dialogo con consumatori, buyer e stakeholder. Parallelamente, sistemi evoluti di customer care e agenti intelligenti possono supportare la gestione delle richieste, velocizzare le risposte e garantire una maggiore continuità del servizio, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a più alto valore aggiunto.

    Per le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante dell’agroalimentare regionale, si tratta di un’opportunità particolarmente significativa. Molte aziende emiliane o romagnole dispongono di prodotti riconosciuti e di una forte identità territoriale, ma si trovano a competere in mercati sempre più complessi e interconnessi. L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo gap, rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano investimenti considerevoli e competenze specifiche.

    Il contesto istituzionale sostiene questa traiettoria. La Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro al sostegno della transizione digitale delle imprese, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra i programmi regionali e camerali attivi nel 2026 figurano bandi dedicati alla digitalizzazione con contributi a fondo perduto fino al 40-50% degli investimenti, rivolti anche commercio di vicinato, bar, ristoranti, e pubblici esercizi[4]. La struttura cooperativa del settore conferma il peso strategico di questa filiera: le sole cooperative agroalimentari emiliano-romagnole sviluppano un fatturato di oltre 16 miliardi di euro, pari al 39% dell’intera industria agroalimentare regionale. Le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna generano nel comparto 7,9 miliardi di euro di fatturato e oltre 14.600 occupati.

    Per il settore agroalimentare si apre, quindi, una fase che va oltre la digitalizzazione della filiera. L’intelligenza artificiale continuerà a innovare la produzione, ma una parte crescente del suo impatto si giocherà nel rapporto con il mercato. Per molte imprese della Food Valley la sfida non sarà soltanto produrre meglio, ma comprendere prima i cambiamenti della domanda, individuare nuove opportunità e rafforzare le relazioni con clienti e distributori. In uno scenario sempre più competitivo, la differenza sarà determinata dalla capacità di trasformare i dati in decisioni e le informazioni in valore.

  • Comprano alimentari online 15,1 milioni di italiani

    Il settore dell’e-commerce alimentare in Italia registra 15,1 milioni di acquirenti online, che rappresentano il 35,6% della popolazione online, in linea con il 2025. Nel 2026 i consumatori digitali di spesa alimentare hanno toccato quota 9,9 milioni, seguiti dai 6,8 milioni del food delivery e dai 4,2 milioni del segmento enogastronomia. Il comparto ha inoltre registrato una crescita del 5%, raggiungendo un valore di mercato pari a 5,1 miliardi di euro, trainato per il 47% dal segmento del food delivery. Lo attestano i dati emersi dalla ricerca NetRetail 2026 Focus Food & Grocery, dall’Osservatorio Netcomm in collaborazione con NIQ e dall’Osservatorio di Netcomm in collaborazione con QBerg presentati a Netcomm Focus Food & Grocery.
    “ll Food&Grocery risulta un comparto ancora poco maturo rispetto alle altre categorie merceologiche, infatti la penetrazione dell’e-commerce in questo settore si attesta ancora al 3%. Ciononostante, i dati sulla digitalizzazione del Retail dimostrano che le imprese non sono ferme: la GDO e il Food & Fast Food sono i settori che hanno innovato di più negli ultimi cinque anni a livello globale, guidando la transizione verso lo ‘Smart Store’ e l’ibridazione dei canali – ha commentato Roberto Liscia, Presidente di Netcomm -. I supermercati e le catene del Food hanno investito molto per integrare i punti vendita fisici con le piattaforme digitali. Questa è la strada che porta verso la crescita: la partita del Food & Grocery non si gioca più sulla contrapposizione tra online e offline, ma sulla capacità di offrire un’esperienza d’acquisto omnicanale e data-driven, dove il digitale diventa il tessuto connettivo che semplifica la vita del consumatore sia davanti a uno schermo che tra le corsie di un negozio”.

    Il ritorno all’esperienza in-store, intensificatosi negli ultimi anni, ha ridimensionato il ruolo del digitale nel comparto Food&Grocery. Se l’enogastronomia (vini, alcolici e specialità alimentari) registra una contrazione della base clienti online dopo i picchi degli anni passati, il Food Delivery mostra invece una sostanziale stabilità. In questo scenario, il Food&Grocery si conferma un’eccezione nel panorama e-commerce: si tratta infatti dell’unico settore in cui i prezzi online sono mediamente più alti rispetto ai canali fisici (+4,5%) – un divario strutturale dettato principalmente dall’incidenza dei costi logistici di pick&pack e di consegna – e che ha inoltre registrato un significativo divario di 4 punti percentuali nella crescita dei prezzi sul web rispetto a quelli in store negli ultimi quattro anni.

    Questa dinamica riflette un trend globale che vede l’alimentare come il comparto con la minor propensione all’acquisto online: a livello mondiale, il 69% dei consumatori predilige il negozio fisico, il 23% adotta un approccio omnicanale (un mix tra fisico e online) e l’8% si affida unicamente all’e-commerce.
    Dall’analisi dei profili dei consumatori emerge una segmentazione anagrafica: se il food delivery cattura principalmente la fascia d’età tra i 25 e i 44 anni, la spesa alimentare trova il suo target tra i 35 e i 44 anni. Guardando al genere e alla geografia, sono soprattutto gli uomini e i residenti nei grandi centri urbani a trainare gli acquisti sia nelle consegne a domicilio sia nel segmento dell’enogastronomia.
    Nel comparto food si assiste a una crescita dell’”abitudinario”, di 11 punti percentuali rispetto alla media delle altre categorie merceologiche, passando dal 37% al 48% (pari a 7,7 milioni di individui). Calano invece sia i “convenience seeker” sia i “consapevoli” (questi ultimi scesi dal 15% al 9%, pari a 1,4 milioni di individui), segno di un mercato che si sta polarizzando verso una spesa online sempre più pianificata e ricorrente. A confermare questa spiccata fidelizzazione è la natura stessa delle transazioni nel settore food: in oltre 7 casi su 10 si tratta infatti di riacquisti, un dato superiore a quello di qualsiasi altra categoria merceologica. Nello specifico, il 67,4% degli acquisti avviene su siti e app che il consumatore conosceva già e su cui aveva già effettuato transazioni in passato.

    L’analisi dei driver di scelta evidenzia come il consumatore del 2026 sia guidato prima di tutto dalla qualità del servizio. La logistica di consegna, l’efficienza del processo d’acquisto e il risparmio di tempo sono i fattori decisivi, mentre la leva del prezzo e le politiche di reso passano in secondo piano rispetto ad altre categorie merceologiche. Inoltre, si assiste a una significativa evoluzione nelle priorità degli utenti: la consuetudine verso un sito specifico perde ben 9 punti percentuali, segno di un consumatore più flessibile e propenso a sperimentare nuove piattaforme. Di contro, diventano sempre più rilevanti l’ampiezza dell’assortimento dei prodotti (+8%) e il valore percepito in termini di risparmio di tempo (+3%), confermando che la convenienza, nel Food online, si misura sempre più in comodità ed efficienza piuttosto che nel puro risparmio economico.
    Il canale mobile si conferma il vero motore degli acquisti online nel comparto Food&Grocery, guidato principalmente dallo smartphone, utilizzato per il 67,3% delle transazioni contro una media del 55,6% registrata nel totale delle altre categorie merceologiche. Questo comportamento raggiunge il suo apice nel food delivery, dove quasi 9 acquisti su 10 (l’89%) avvengono tramite dispositivo mobile. La quota di acquisti da mobile si riduce nel caso della spesa alimentare e si contrae ulteriormente nel segmento dell’enogastronomia, dove i consumatori mostrano una netta preferenza per il PC (59,3%).
    Sul fronte delle transazioni, i sistemi di pagamento adottati dagli utenti del food si muovono in linea con il trend nazionale: PayPal e le carte di credito si confermano i metodi preferiti e più diffusi. Si registra invece un distacco rispetto alla media complessiva del mercato e-commerce per quanto riguarda il pagamento in contanti alla consegna o al ritiro, che nel Food&Grocery ha una quota del 3,1%.

    Per quanto riguarda il completamento dell’ordine, la consegna a domicilio si consolida come la modalità preferita in assoluto, scelta dall’85% degli acquirenti online. Al contrario, il ritiro di persona (in negozio o presso punti di ritiro) rimane una scelta marginale nel settore alimentare, registrando un distacco negativo di ben 11 punti percentuali rispetto alla media complessiva dell’e-commerce italiano.

  • Nel 2026 gli scambi commerciali nell’Unione eurasiatica supereranno i 100 miliardi di euro

    Il commercio reciproco tra i paesi membri dell’Unione economica eurasiatica (Uee) supererà i 100 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita di oltre il 6 per cento rispetto ai 95 miliardi registrati l’anno scorso. Lo ha dichiarato il presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, presiedendo ad Astana la riunione del Consiglio economico eurasiatico supremo. La riunione si è tenuta in una data simbolica: il 29 maggio 2014 fu firmato ad Astana il trattato istitutivo dell’Uee. “L’Unione economica eurasiatica continua a mantenere una dinamica macroeconomica positiva”, ha affermato Tokayev, citando previsioni di crescita del Pil combinato dei paesi membri pari a circa il 2,5 per cento nel 2026 e nel 2027. Il Pil complessivo dell’Uea ha raggiunto i 3,02 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 16,6 per cento rispetto al 2020, mentre la produzione industriale è aumentata del 18,9 per cento nel quinquennio 2021-2025, raggiungendo 1,69 miliardi di dollari, e quella agricola del 12,4 per cento, a 167,5 miliardi di dollari.

    Tokayev ha tuttavia avvertito che le condizioni economiche globali restano difficili, citando previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) che indicano un rallentamento della crescita mondiale al 3 per cento nel 2026. “In queste condizioni, i compiti di adattamento della nostra unione alle nuove realtà, di rafforzamento della resilienza interna e di aumento della competitività acquisiscono particolare rilevanza”, ha sottolineato. Il presidente kazakho ha indicato nella digitalizzazione e nell’intelligenza artificiale le priorità chiave per lo sviluppo futuro dell’Uee, osservando che gli investimenti globali nell’Ia hanno già superato mille miliardi di dollari e che il loro contributo all’economia mondiale potrebbe superare i sette miliardi di dollari nei prossimi decenni. Sul fronte nazionale, Tokayev ha reso noto che gli investimenti kazakhi in progetti innovativi sono aumentati di oltre cinque volte, con più della metà diretti al settore digitale, e che le esportazioni informatiche del paese hanno superato il miliardo di dollari. Alla riunione hanno partecipato il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, il presidente del Kirghizistan, Sadyr Japarov, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, il vice primo ministro dell’Armenia, Mher Grigoryan, e il presidente della Commissione economica eurasiatica, Bakytzhan Sagintayev.

  • Nel primo quarto del 2026 business per oltre due miliardi tra Italia e Tunisia

    Dall’1 gennaio a fine aprile 2026 gli scambi commerciali tra Italia e Tunisia hanno toccato i 7,413 miliardi di dinari, pari a 2,18 miliardi di euro al cambio attuale. È ciò che emerge dai dati sull’interscambio pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino. Nel primo quadrimestre del 2026, le esportazioni italiane verso la Tunisia hanno raggiunto i 3,869 miliardi di dinari (circa 1,15 miliardi di euro), in aumento di circa il 5,24 per cento rispetto ai 3,677 miliardi di dinari (1,08 miliardi di euro) dei primi quattro mesi dell’anno scorso. Le importazioni dalla Tunisia verso l’Italia, invece, si attestano a 3,543 miliardi di dinari (1,042 miliardi di euro), in aumento del 10,7 per cento rispetto ai 3,201 miliardi di dinari (941 milioni di euro) del primo quadrimestre 2025. L’Italia si conferma il secondo fornitore europeo della Tunisia, e il terzo al mondo, preceduta solamente dalla Francia – che nei primi quattro mesi ha esportato verso Tunisi beni e merci per un valore di 3,775 miliardi di dinari (1,11 miliardi di euro) – e dalla Cina (con 3,805 miliardi di dinari, ossia circa 1,119 miliardi di euro). Il saldo della bilancia commerciale tra Italia e Tunisia pende a favore di Tunisi di 326,6 milioni di dinari (circa 96 milioni di euro).

    Tra i principali prodotti esportati dall’Italia verso la Tunisia vi sono materie prime energetiche (petrolio raffinato), metalli, tessuti, cuoio e pellami, apparecchi di cablaggio, materie plastiche e prodotti in plastica, motori generatori e trasformatori, prodotti chimici e farmaceutici, impianti e macchinari. Tra i principali prodotti che l’Italia invece importa figurano gli articoli di abbigliamento e calzature, parti e accessori per veicoli, oli e grassi, motori generatori e trasformatori, articoli in plastica, prodotti chimici e fertilizzanti, prodotti della siderurgia, petrolio greggio. Risulta evidente, pertanto, un consistente traffico di perfezionamento-trasformazione di materie prime o semilavorati in prodotti dall’Italia alla Tunisia.

    In generale, nei primi quattro mesi del 2026, il commercio estero tunisino ha registrato una crescita sia delle esportazioni sia delle importazioni, confermando la ripresa di alcuni comparti strategici dell’economia nazionale, ma senza riuscire a contenere il persistente squilibrio della bilancia commerciale, fortemente appesantita dalla componente energetica. Secondo gli ultimi dati Ins, le esportazioni hanno raggiunto i 22,69 miliardi di dinari tunisini (circa 6,78 miliardi di euro), in aumento del 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono salite a 30,22 miliardi di dinari (circa 9,03 miliardi di euro), con una crescita del 7,9 per cento. Il deficit commerciale si è così attestato a 7,53 miliardi di dinari (2,25 miliardi di euro), contro i 7,29 miliardi di dinari (2,18 miliardi di euro) registrati nei primi quattro mesi del 2025. Nonostante l’aggravarsi del saldo negativo, il tasso di copertura delle importazioni da parte delle esportazioni è migliorato, passando dal 74 al 75,1 per cento.

    A sostenere l’export tunisino sono stati soprattutto i settori delle industrie meccaniche ed elettriche, cresciute del 12,2 per cento, e dell’agroalimentare, che ha segnato un aumento del 24,3 per cento grazie in particolare al forte incremento delle vendite di olio d’oliva. Le esportazioni del prodotto simbolo dell’agricoltura tunisina sono infatti passate da 1,76 miliardi di dinari (circa 526 milioni di euro) a 2,63 miliardi di dinari (circa 786 milioni di euro). In crescita anche il settore energetico (+13 per cento), trainato dalle esportazioni di prodotti raffinati, salite a 449,3 milioni di dinari (134 milioni di euro) contro i 105,8 milioni (31,6 milioni di euro) dello stesso periodo del 2025. Più contenuta la performance del comparto tessile, abbigliamento e cuoio, che ha registrato un modesto +0,3 per cento, mentre continua la fase negativa del settore minerario e dei fosfati, con una contrazione del 23,6 per cento. Quest’ultimo rappresenta storicamente uno dei pilastri delle esportazioni tunisine, ma continua a soffrire problemi strutturali, rallentamenti produttivi e difficoltà logistiche.

    Sul fronte delle importazioni, la crescita ha riguardato tutte le principali categorie merceologiche. Gli aumenti più marcati hanno interessato i prodotti alimentari (+18,3 per cento), i prodotti energetici (+13,7 per cento) e i beni di equipaggiamento (+8,9 per cento). In rialzo anche le importazioni di beni di consumo (+7,7 per cento) e di materie prime e semilavorati (+2,2 per cento), segnale di una domanda interna ancora sostenuta e della dipendenza dell’apparato produttivo tunisino dalle forniture estere.

    L’Unione europea (Ue) si conferma il principale partner commerciale della Tunisia. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso il mercato europeo, che assorbe il 71,3 per cento dell’export tunisino, sono aumentate a 16,18 miliardi di dinari (4,83 miliardi di euro), rispetto ai 14,52 miliardi (4,34 miliardi di euro) dello stesso periodo del 2025. In crescita soprattutto le vendite verso la Francia (+13,8 per cento), l’Italia (+5,2 per cento) e la Germania (+4,7 per cento). In calo invece le esportazioni verso i Paesi Bassi (-7,5 per cento) e la Grecia (-38,9 per cento). Per quanto riguarda i paesi arabi, spicca il forte incremento delle esportazioni verso l’Egitto (+99,9 per cento) e l’Arabia Saudita (+71,7 per cento). In flessione invece gli scambi con il Marocco (-40,1 per cento), l’Algeria (-20,3 per cento) e la Libia (-19,6 per cento).

    Anche sul lato delle importazioni, l’Europa mantiene un ruolo centrale: gli acquisti dalla Ue, pari al 45,5 per cento del totale, sono cresciuti a 13,75 miliardi di dinari (4,11 miliardi di euro), contro i 12,14 miliardi (3,63 miliardi di euro) dei primi quattro mesi del 2025. Gli aumenti più significativi riguardano la Francia (+24,7 per cento) e l’Italia (+10,7 per cento), mentre risultano in calo le importazioni dalla Bulgaria (-19,3 per cento) e dalla Grecia (-6,4 per cento). Fuori dall’Ue, la Tunisia ha aumentato le importazioni dalla Turchia (+8,1 per cento) e dall’India (+32,1 per cento), mentre si registra una netta riduzione degli acquisti dalla Russia (-57 per cento) e una lieve flessione dalla Cina (-3,7 per cento).

    L’analisi della bilancia commerciale per gruppi di prodotti mostra che il principale fattore di squilibrio resta il settore energetico, con un deficit di 4,19 miliardi di dinari (1,25 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 3,68 miliardi (1,10 miliardi di euro) dello stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo negativo riguarda anche le materie prime e i semilavorati (-1,98 miliardi di dinari, pari a 592 milioni di euro), i beni di equipaggiamento (-1,46 miliardi, pari a 436 milioni di euro) e i beni di consumo (-859 milioni, pari a 257 milioni di euro). Solo il comparto alimentare registra un avanzo, pari a 963,5 milioni di dinari (288 milioni di euro). Secondo i dati dell’Ins, escludendo il settore energetico il deficit commerciale tunisino si riduce a 3,34 miliardi di dinari (circa 998 milioni di euro), evidenziando come la dipendenza energetica continui a rappresentare uno dei principali elementi di vulnerabilità macroeconomica del Paese nordafricano.

  • Tokyo dà via libera alla vendita di armi all’estero e medita di pattugliare le rotte del Pacifico

    Il governo del Giappone ha approvato una revisione delle norme sull’esportazione di sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, aprendo alla vendita di armamenti all’estero per rafforzare la cooperazione con Paesi partner. Le modifiche, adottate dall’esecutivo e dal Consiglio per la sicurezza nazionale sotto la guida della premier Sanae Takaichi, mirano a sostenere l’industria della difesa nazionale in un contesto di sicurezza definito come il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. La revisione dei “tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” elimina i limiti che consentivano le esportazioni di sole cinque categorie di equipaggiamenti non offensivi (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento). Le merci esportabili vengono ora distinte tra armamenti e non armamenti in base alla capacità letale. Le esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti restano vietate in linea di principio, ma sono previste eccezioni in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale e alle operazioni militari statunitensi nell’area indo-pacifica.

    I sistemi non offensivi, come radar di controllo e allerta, potranno essere esportati senza restrizioni. Le armi, inclusi cacciatorpediniere e missili, saranno invece vendute solo a Paesi che abbiano accordi con Tokyo sulla protezione delle informazioni sensibili. Le nuove regole prevedono che il parlamento venga informato delle esportazioni solo dopo l’approvazione governativa, una scelta criticata dalle opposizioni, che chiedono un controllo preventivo per evitare il coinvolgimento del Paese in conflitti o corse agli armamenti. Le decisioni sulle esportazioni saranno affidate al Consiglio per la sicurezza nazionale, mentre il progetto congiunto di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Italia richiederà un’approvazione specifica da parte del governo. La riforma è stata discussa durante una riunione del Consiglio alla presenza, tra gli altri, del segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara, del ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e del ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.

    Il governo del Giappone sta anche valutando un rafforzamento della difesa delle rotte marittime nel Pacifico, alla luce delle turbolenze economiche causate dalla guerra in Medio Oriente e dei rischi per le importazioni di energia e alimenti. Secondo quanto riferisce il quotidiano “Nikkei”, il blocco dello Stretto di Hormuz conseguenza del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha evidenziato la vulnerabilità del Paese asiatico, che movimenta via mare il 99,5 per cento dei propri traffici commerciali. Stando a fonti citate dal quotidiano, un gruppo di esperti sarà istituito questo mese per rivedere la Strategia di sicurezza nazionale del Giappone, con aggiornamenti previsti entro fine anno insieme ad altri documenti chiave. La protezione delle rotte nel Pacifico dovrebbe essere elevata a pilastro della sicurezza economica. Finora Tokyo si è concentrata sulle rotte verso il Medio Oriente, da cui proviene oltre il 90 per cento del petrolio greggio, tramite pattugliamenti, missioni di scorta navali e cooperazione con Paesi costieri. Ora l’attenzione si sposta sul Pacifico, con l’ipotesi di impiegare aerei di sorveglianza e radar terrestri, attualmente insufficienti per un monitoraggio continuo.

    Tra i rischi contemplati da Tokyo figura quello di, una crisi legata a Taiwan, che potrebbe minacciare il traffico marittimo oltre la cosiddetta “seconda catena di isole”, fino a Guam. Tokyo punta inoltre a rafforzare la cooperazione con partner regionali per proteggere le rotte verso l’Australia. Interruzioni di lunga durata dei traffici potrebbero esaurire le riserve energetiche giapponesi, dal momento che il Paese è fortemente dipendente dall’estero, oltre che per il petrolio, anche per gas naturale liquefatto, carbone e prodotti alimentari. Secondo Akira Igata dell’Università di Tokyo, una grave interruzione delle importazioni di mangimi ridurrebbe drasticamente la produzione di carne. A rendere necessario il cambio di strategia contribuisce anche l’espansione delle attività navali della Cina, aumentate sensibilmente dal 2022, secondo il ministero della Difesa giapponese.

  • Borsalino apre a Shanghai

    Borsalino, storica maison italiana del cappello di lusso, accelera l’espansione in Cina continentale con l’apertura prevista in estate di un primo punto vendita a Shanghai, in uno dei principali centri commerciali di fascia alta della città. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui il gruppo, fondato 169 anni fa e noto anche per avere realizzato il fedora indossato da Humphrey Bogart in “Casablanca”, punta ad aprire complessivamente cinque punti vendita in Cina entro la fine dell’anno, a fronte dei venti attualmente operativi nel mondo.

    “Riteniamo che questo sia il momento giusto per entrare nel mercato”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mauro Baglietto, definendo la Cina “un mercato molto importante” che richiede però “un approccio più disciplinato rispetto al passato”. Secondo il quotidiano, l’azienda intravede un potenziale fino a quaranta punti vendita nella Grande Cina, ma senza adottare un piano di crescita aggressivo.

    L’espansione si inserisce nel rilancio del marchio dopo il fallimento del 2017 e la successiva acquisizione da parte del fondo svizzero Haeres Equita per 18 milioni di euro. Borsalino, che produce circa 300 mila cappelli l’anno e continua a realizzare a mano i suoi Panama, sta inoltre ampliando l’offerta anche alle borse in pelle. Secondo analisti citati dal giornale, il mercato cinese del lusso resta debole, ma i marchi legati a un’estetica tradizionale e di alta qualità starebbero mostrando una tenuta migliore.

    Lo sguardo alla Cina fa parte di una strategia di espansione e diversificazione che ha portato l’azienda italiana a realizzare la sua prima linea di borse ed accessori in pelle, siglando una partnership con Gamat, azienda svizzera con cui alla fine del 2025 Borsalino ha siglato un contratto di licenza quinquennale per la creazione, produzione e distribuzione di accessori a marchio proprio. Quest’ultima dovrebbe arrivare sul mercato a settembre 2026 nei punti vendita monomarca Borsalino, in una selezione di boutique e nei department store internazionali. Risale ancora al 2025 il lancio di una prima capsule di occhiali e il ritorno nell’universo dei profumi, che aveva già esplorato in passato, con il lancio di una proposta di fragranze di alta gamma realizzate da Perfume Street, il “braccio licenze” di DPLG, azienda specializzata nella creazione e distribuzione globale di fragranze e cosmetici, che ha oltre 30 anni di esperienza nel settore e vanta una storia lavorativa con grandi nomi del profumo come Coty, Interparfums, L’Oréal e Clarins.

    Haeres Equita srl, cui oggi fa capo il marchio, nel 2024 ha generato 23,6 milioni di euro di ricavi, con 2,6 di debiti netti. Si tratta del miglior bilancio a partire dal 2024, che ha segnato il ritorno all’utile (24,2 mila euro) per l’azienda, di cui il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento sette anni prima, quando ancora si chiamava Borsalino Giuseppe e Fratello spa. Alla sentenza si era arrivati dopo che i giudici avevano respinto la richiesta di concordato preventivo presentata dalla società, per la seconda volta. Le difficoltà non erano legate al mercato o alla qualità del prodotto, ma a vicende finanziarie esterne, in particolare il crac da 3,5 miliardi di euro dell’imprenditore Marco Marenco, allora azionista di maggioranza, in seguito al quale l’iconico cappellificio aveva chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato in bianco.Per fortuna della società nonostante la dichiarazione di fallimento la produzione non si è mai fermata, visto che la gestione del ramo d’azienda dal 2015 era già stata affidata in affitto alla società Haeres Equita di Philippe Camperio, che nel 2017 ha rilevato per 17,5 milioni di euro il marchio Borsalino da Mediocredito, che lo aveva in pegno a fronte di un finanziamento mai onorato. L’anno successivo la stessa Haeres Equita ha vinto l’asta per acquistare capacità produttiva e negozi della società, che nel 2023 è confluita nel portafoglio di ChimHaeres Investment Holding, come accennato ad inizio articolo.

  • Corea del Sud e Ue studiano come migliorare le relazioni commerciali ed industriali

    Corea del Sud e Unione europea hanno istituito un comitato congiunto speciale per affrontare nuove questioni commerciali ed economiche, tra cui le iniziative europee in materia di regolamentazione industriale. Lo ha reso noto il ministero del Commercio, dell’Industria e dell’Energia sudcoreano. Il Comitato specializzato Corea del Sud–Unione europea sulle questioni emergenti in materia commerciale ed economica ha tenuto la riunione inaugurale a Seul, presieduta dal viceministro sudcoreano del Commercio Park Jung-sung e dalla direttrice generale europeo per il commercio e la sicurezza economica Sabine Weyand. Il nuovo organismo mira a coordinare la risposta ai cambiamenti del commercio globale, tra cui la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento e l’aumento delle politiche protezionistiche.

    Nel corso dell’incontro le parti hanno discusso questioni pendenti, inclusi minerali strategici, catene di fornitura e tecnologie avanzate. È stata condivisa l’esigenza di rafforzare la cooperazione sui minerali strategici, settore in cui entrambe le economie presentano una limitata capacità produttiva, nonché di valutare risposte comuni alla crisi in Medio Oriente tra economie considerate affini. Per quanto riguarda le recenti iniziative normative europee in ambito industriale, Seul ha accolto favorevolmente l’intenzione dell’Ue, prevista nella versione finale della legge sull’accelerazione industriale, di garantire un trattamento equivalente ai prodotti provenienti da Paesi legati da accordi di libero scambio. La Corea del Sud ha tuttavia sollecitato ulteriori chiarimenti su alcune incertezze ancora presenti nel provvedimento e ha sottolineato che eventuali riduzioni delle quote di acciaio esenti da dazi dovrebbero essere coerenti con le regole del sistema multilaterale del commercio e non limitare eccessivamente l’accesso delle imprese sudcoreane al mercato europeo.

  • US and Ecuador forces launch operation to fight drug trafficking

    Ecuadorean and US forces have carried out joint operations in the South American country targeting drug trafficking, the US military’s Southern Command has said.

    The US embassy in Quito announced that US forces, working with their Ecuadorean counterparts and European international police agency Europol, had dismantled a large-scale drug-trafficking network linked to the Los Lobos gang.

    The announcement came a day after Ecuador’s President Daniel Noboa said the US was among “regional allies” taking part in a “new phase” of Ecuador’s war on the drug cartels.

    Noboa says around 70% of the world’s cocaine now flows through Ecuador’s huge ports.

    Ecuador’s location, sandwiched between Colombia and Peru, the world’s two largest producers of cocaine, makes it a lucrative location for drug-trafficking gangs.

    The US embassy in Quito said in a statement that 16 suspects had been arrested, including what it described as a “high-value target”.

    Europol added that more than 100 police officers and law enforcement from Belgium, the Netherlands and Ecuador were involved in the operation.

    During the investigation, which began in January, police seized 3.7 tonnes of cocaine in the Netherlands, more than three tonnes in Belgium and more than half a tonne in Ecuador, the statement said.

    Officers also secured $810,000 (£605,000) in cash.

    The drugs had been hidden in containers with fruit for export to Europe, according to officials.

    Europol found that Ecuadorean drug smugglers belonging to the Los Lobos gang were working with an Albanian trafficking organisation to ensure that, once the cocaine shipments had reached ports in Europe, they were “rapidly divided, transported inland and distributed across multiple countries”.

    Last year, the US declared Los Lobos as a Foreign Terrorist Organisation (FTO), accusing it of “terrorising and inflicting brutal violence on the Ecuadorean people”.

    The latest operation comes four months after Ecuadoreans dashed US hopes of expanding its presence in the eastern Pacific region by voting against allowing the return of foreign military bases in the country.

    The referendum result was a blow for Noboa, a close ally of US President Donald Trump, who is trying to fight organised crime and reduce soaring violence.

    The country has become one of the world’s biggest drug-trafficking hotspots in recent years.

    On Monday, Noboa held talks in Quito with US Southern Command chief Francis Donovan and Mark Schafer, head of US special operations in Central and South America and the Caribbean.

    During the meeting, they discussed plans for information sharing and operational co-ordination at airports and seaports, Noboa’s office said in a statement.

    “Together, we are taking decisive action to confront narco-terrorists who have long inflicted terror, violence, and corruption on citizens throughout the hemisphere,” the US Southern Command said on Tuesday.

    The announcement comes three months after the Washington announced a temporary deployment of air force personnel to the former US base in the port city of Manta.

    Tackling drug trafficking in the region is a key priority for the US.

    The Trump administration has carried out more than 40 lethal strikes on alleged drug boats in the Caribbean Sea and Pacific Ocean since September.

    In January, the US seized Venezuela’s then-President Nicolás Maduro, who they accuse of “narco-terrorism” and enabling the transport of “thousands of tonnes” of cocaine to the US.

    And last month, Trump met his Colombian counterpart, Gustavo Petro, at the White House after months of rising tensions between the pair.

    Trump has repeatedly accused Petro and his administration of failing to stem the flow of drugs to the US, suggesting that expanded strikes could also target Colombia.

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