Commercio

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • A Roma l’Italia Serbia Business Forum

    Lunedì 29 aprile a Roma alle ore 11.30,  presso lo Spazio Attivo di Lazio Innova in Via Casilina 3T, è prevista la presentazione dell’Italia Serbia Business Forum. Per l’occasione saranno presentati i Programmi Europei di finanziamento per interventi infrastrutturali, ambientali e di innovazione tecnologica.

    L’Italia Serbia Business Forum, previsto a Belgrado il 16 e 17 maggio prossimi, è finalizzato a favorire lo sviluppo di partenariati con le Aziende e le Istituzioni serbe e facilitare l’accesso ai finanziamenti dell’Unione Europea (molto ricchi verso i Paesi in preadesione).

    Da parte italiana è confermata la partecipazione all’Italia Serbia Business Forum  di rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri, Ice, Simest e Cassa Depositi e Prestiti, da parte serba saranno relatori rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture, Ministero dell’Ambiente, Ministero per l’Integrazione Europea, Agenzia Serba di Sviluppo, che parleranno di Gare Internazionali  e di  agevolazioni nazionali

    L’iniziativa è realizzata in partnership con Confindustria Serbia, Iccrea BancaOice, Confindustria Servizi Innovativi, con la collaborazione del Maeci. Le informazioni sul Business Forum e le modalità di adesione sono presenti sul sito www.serbiabusinessforum.it

  • “New deal” per i consumatori: Commissione europea e Consiglio accolgono con favore l’accordo provvisorio sul rafforzamento delle norme UE a tutela dei consumatori

    Raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio un accordo provvisorio su un rafforzamento e una migliore applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori.

    Questi i principali miglioramenti: maggiore trasparenza per i consumatori che effettuano acquisti online, sanzioni efficaci e norme chiare per contrastare il problema del doppio standard qualitativo dei prodotti nell’UE. Le nuove norme sono state proposte dalla Commissione europea nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito del “new deal” per i consumatori. Le misure adottate apporteranno benefici tangibili per i consumatori.

    Nel dettaglio: saranno introdotte sanzioni efficaci per le violazioni del diritto del consumo dell’UE, cioè  le autorità nazionali di tutela dei consumatori potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive in modo coordinato. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri e che sono soggette a un’esecuzione coordinata a livello UE, la sanzione massima applicabile in ciascuno Stato membro sarà pari a non meno del 4% del volume d’affari annuo del professionista.  Saranno contrastate le differenze di qualità nei beni di consumo,  nel senso che le nuove regole qualificano come pratica ingannevole la commercializzazione di un prodotto come identico a uno stesso prodotto in altri Stati membri, se tali beni presentano in realtà, ingiustificatamente, composizioni o caratteristiche molto diverse.

    I diritti dei consumatori online sanno rafforzati e perciò, in caso di acquisti online, ai consumatori dovrà essere chiaramente comunicato se stanno comprando prodotti o servizi da un professionista o da un privato, in modo da sapere di quale tutela godono in caso di problemi. In caso di ricerche online, ai consumatori sarà chiaramente comunicato se il risultato della ricerca è sponsorizzato da un professionista. I consumatori saranno inoltre informati in merito ai principali parametri che determinano la classificazione dei risultati della ricerca.

    L’accordo provvisorio deve ora essere adottato formalmente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

  • Il ruolo dell’Italia nella Nuova Via della Seta

    Si svolgerà mercoledì 13 marzo dalle ore 11, nella sala Congressi della Regione Lombardia a Milano (via Taramelli, 26) il convegno L’Italia sulla Nuova Via della Seta organizzato da MoviSol. All’evento, moderato da Claudio Celani, giornalista dell’EIR e vicepresidente MoviSol e aperto dai saluti del Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, parteciperanno Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, Massimo R.Kolbe Massaron che leggerà l’intervento del Sen. Tony Iwobi, l’Ing. Franco Bocchetto, direttore tecnico di Bonifica e relatore sul progetto Transaqua per il Lago Ciad (Italia-Cina), Liliana Gorini, presidente di Movisol (www.movisol.org).

    Il convegno sarà un’occasione per raccontare come e perché il futuro dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa stia nella collaborazione fattiva con il progetto della Nuova Via della Seta, il grandioso programma di corridoi infrastrutturali lanciato dalla Cina col nome di “Belt and Road Initiative”, detto anche “La Nuova Via della Seta”, che potrebbe rappresentare per l’Italia un’occasione unica e irripetibile di agganciare quella che è diventata la locomotiva dell’economia mondiale e al tempo stesso di svolgere un ruolo guida nello sviluppo del continente africano, aprendo la strada ad una nuova cooperazione e distensione alternativa alla geopolitica dei blocchi contrapposti.

  • Amazon e i lavoratori ancora ai ferri corti

    Amazon fa nuovamente discutere di sé. Per martedì 26 febbraio Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto uno sciopero tra i conducenti dei veicoli che assicurano le consegne per conto del colosso mondiale dell’e-commerce in Lombardia, territorio che vale ben il 60% del mercato italiano.

    I 700 addetti alle consegne in appalto per Amazon in Lombardia hanno incrociato le braccia per protestare contro i carichi e le condizioni di lavoro. Al centro della contestazione infatti ci sono i “ritmi di lavoro estenuanti, un sovraccarico che mette a rischio la sicurezza dei lavoratori e la qualità del servizio”. È proprio in questo ambito che è maturata la protesta. “Torniamo a scioperare nella filiera Amazon – spiega una nota di Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti – per denunciare i carichi di lavoro cui sono sottoposti i driver che tutti i giorni consegnano i pacchi nelle case dei consumatori digitali. Le aziende in appalto per accaparrarsi qualche rotta in più spremono i dipendenti”.

    C’è poi anche il tema “picchi” con dipendenti triplicati durante il periodo di novembre-dicembre, ma poi lasciati a casa.

    Infine il tema stipendi, un accordo di filiera che i sindacati ritengono non rispettato anche nella parte di “timbratrici” per normare i tempi di lavoro. Da qui la richiesta ad Amazon di intervenire. Ma intanto è scattata la protesta. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha portato la solidarietà ai lavoratori in piazza, chiedendo “l’apertura di un tavolo”. “Questi lavoratori – ha spiegato – chiedono di applicare un accordo che prevede la timbratura e condizioni di lavoro meno pesanti e Amazon dovrebbe assumersi la responsabilità di far sì che le condizioni di chi lavora riguardino anche lei e, se non ha niente da nascondere, apra una trattativa”.

    Gli hanno fatto eco Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil). Furlan ha chiesto di far rispettare i contratti e tutelare la dignità di tutti i lavoratori della gig economy, dicendo no ad ogni forma di sfruttamento, a carichi di lavoro eccessivi, a mancata sicurezza. Per Barbagallo invece “non è accettabile che il sistema dell’impresa 4.0 si trasformi in una sorta di caporalato 4.0”.

    Nella sua replica Amazon tiene innanzitutto a precisare che “Amazon richiede che tutti i fornitori dei servizi di consegna rispettino le leggi vigenti e il Codice di Condotta dei Fornitori di Amazon, che prevede salari equi, orari di lavoro e compensi adeguati: effettuiamo verifiche regolari e conduciamo indagini su qualsiasi segnalazione di non conformità”.

    Quanto ai carichi e ritmi di lavoro “il numero di pacchi da consegnare è assegnato ai fornitori di servizi di consegna in maniera appropriata e si basa sulla densità dell’area in cui devono essere effettuate le consegne, sulle ore di lavoro, sulla distanza che devono percorrere. Amazon assegna le rotte ai fornitori di servizi di consegna che poi le assegnano ai loro autisti sulla base della loro disponibilità”.

    In merito invece al non rispetto degli orari di lavoro l’azienda fa sapere: “Non è assolutamente vero. Circa il 90% degli autisti termina la propria giornata di lavoro prima delle 9 ore previste. Nel caso in cui venga richiesto straordinario, viene pagato il 30% in più come previsto dal contratto nazionale Trasporti e Logistica”.

     

  • In Lombardia frena la crescita

    I dati del quarto trimestre non sono del tutto negativi, ma è lo sguardo in prospettiva a preoccupare. Il 2019 si profila come un anno difficile per imprese lombarde, in salita per produzione, domanda interna e commesse internazionali.

    I dati raccolti nel monitoraggio trimestrale di Unioncamere Lombardia vanno tutti in questa direzione, segnalando una regione che viaggia ancora ad una velocità superiore rispetto alla media nazionale ma che inevitabilmente, trimestre dopo trimestre, perde slancio.

    Nella media annua la produzione cresce del 3% (+0,8% rispetto alla media italiana), un dato in calo rispetto al +3,7% dell’anno precedente. Il rallentamento è visibile anche negli ordini interni ed esteri, che restano positivi (2,3 e 3,3%) ma con valori dimezzati rispetto a quanto accadeva ad inizio anno. Un rallentamento che si riflette anche nell’ambito occupazionale, con un saldo negativo dello 0,3% tra ingressi e uscite, ma che soprattutto fa preoccupare in ottica futura. In linea con quanto accade per l’indice di fiducia monitorato dall’Istat, in calo costante dallo scorso luglio, anche in Lombardia abbiamo dati analoghi.

    Per la domanda interna il saldo tra ottimisti e pessimisti è in rosso ormai da tre rilevazioni ma ciò che più preoccupa è il cambiamento di umori in termini di produzione. Qui il saldo tra ottimisti e pessimisti è ormai quasi azzerato, toccando un punto di minimo mai registrato dal 2014. Nel quarto trimestre a prevedere un calo dei ricavi superiore al 5% è un quarto del campione, anche in questo caso il valore più elevato registrato dalla fine del 2016.

    C’è da segnalare anche un preoccupante calo degli investimenti, motore della ripresa nel biennio 2017-2018 in Italia così come in Lombardia. In questi anni è sicuramente stata importante la massa di incentivi messa in campo dai precedenti governi, utilizzata in media dal 69% delle imprese industriali che hanno investito. Ad investire lo scorso anno è stato il 61% del campione, in lieve frenata rispetto all’anno precedente, risultato di valori estremamente variegati rispetto alle dimensioni delle aziende: l’87% per le aziende oltre i 200 addetti, il 45% per quelle tra 10 e 49. Valori comunque destinati a ridursi, se le attese delle imprese dovessero tradursi in modo lineare in scelte concrete.

    Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, si dice preoccupato per questo scenario e che chiede al Governo una decisa inversione di rotta nella politica economica. “Quanto più tarderà – chiarisce – tanto più pesanti dovranno essere gli sforzi per tentare il recupero. C’è preoccupazione per il 2019 ed è un fattore determinante per chi fa impresa: la fiducia, che nell’immediato si ripercuote su occupazione e investimenti”.

    “Valuto con moderato ottimismo – spiega Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia – i segnali di crescita fatti registrare dalla Lombardia. La nostra regione, con le sue imprese, sta puntando su innovazione, tecnologia e digitalizzazione, elementi che ci consentono di fronteggiare un momento storico poco favorevole, sia a livello nazionale, sia internazionale”.

    “In termini prospettici – aggiunge il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio – la crescita del comparto manifatturiero lombardo nel 2019 lascia trasparire qualche difficoltà, legata da un contesto nazionale ed internazionale dominato da rischi di revisione al ribasso, ad un mutato clima di fiducia e alle mutate prospettive per gli investimenti, previsti in peggioramento. È pertanto opportuno mantenere alta l’attenzione sulle comuni strategie di intervento legate alla competitività”.

    Strategie che d’ora in poi potranno basarsi anche su una collaborazione inter-regionale, come previsto dal recente accordo siglato tra le Unioni regionali delle Camere di Commercio di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, protocollo d’intesa che ha proprio l’obiettivo di supportare l’economia dei territori a cogliere le opportunità offerte da una dimensione territoriale più ampia e dall’integrazione delle strategie.

    Una macro-area che comprende 30 Camere di commercio e più di 2 milioni di imprese attive iscritte ai registri camerali, che genera 750 miliardi di valore aggiunto (il 48% del totale nazionale) e 290 miliardi di export, i due terzi del totale in Italia.

     

  • La nuova moneta, il Monopoli ed il sottobicchiere

    In previsione di una rallentamento della crescita economica per il 2019 che renderà necessaria una manovra correttiva (o un maggiore ricorso al debito), il delirio della dottrina sovranista/monetarista  degli spin doctor economici appoggiati e condivisi dalla maggioranza di governo sembra non conoscere sosta né orrore di sé.

    Con grande orgoglio gli “economisti” di area 5Stelle – Lega annunciano il progetto pilota di avviare il conio di una moneta per i comuni di Torino e di Roma (a guida Cinque Stelle) con l’obiettivo di aumentare la base circolante e addirittura si afferma di “voler sostenere gli investimenti delle piccole medie imprese”. Il delirio nasce dalla inconsapevolezza o meglio dalla mancanza assoluta di ogni competenza relativa al concetto di come si giunga alla determinazione del valore di una valuta.

    Il 15 agosto del 1971 il Presidente degli Stati Uniti Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro. Successivamente i valori delle valute (allitterazione inevitabile) vennero determinati dalle libere trattazioni degli operatori finanziari in relazione alla valutazione dei parametri economici fondamentali della nazione titolare della valuta. In tal senso si ricorda come il valore della valuta venga modificato in rapporto ai flussi commerciali solo in una percentuale del 2-3%.

    Precedentemente vengono elaborati report che tengono in considerazione il rapporto ma soprattutto l’evoluzione dello stesso tra debito e PIL e la previsione dell’andamento dei parametri economici, quali esportazione, occupazione e consumi assieme ad altri sociali (invecchiamento della popolazione) come l’istruzione universitaria e la considerazione per la classe politica e dirigente (il rischio paese).

    Il solo concetto di inserire in un contesto tanto complesso ed articolato nel quale nessuna autorità politica e finanziaria può esercitare il controllo assoluto (non il Fmi, non la Bce o la Federal Reserve) una moneta priva di qualsiasi requisito economico-finanziario, come quella ideata per i Comuni di Roma e Torino, rappresenta la negazione del principio economico-finanziario che sottende la valutazione stessa delle valute. In altre parole, si torna al concetto infantile di cambio fisso tra le valute, tipico del gioco del Monopoli. In più nella realtà si aggiunga anche l’assoluta non convertibilità della stessa moneta in altre valute.

    Nella complessa realtà finanziaria il valore dell’Euro, come del dollaro o dello Yen, viene modificato in rapporto alle condizioni economico-finanziarie continentali e mondiali del singolo stato o dell’Unione Europea o del Giappone in rapporto al contesto mondiale di crescita economica.

    La moneta coniata nei due comuni viceversa nasce e trae la propria “forza” solo ed esclusivamente dal patto implicito che questa venga sempre accettata per pagare un servizio od un prodotto, con il medesimo supporto finanziario di un pagamento in natura o in noci di cocco.

    In altre parole in questi due comuni si troveranno in circolazione una “valuta forte” (l’euro, la cui forza nasce dalla credibilità della stessa Ue e dell’Italia) assieme ad un’altra “moneta debole” la cui forza verrà meno nel  momento in cui un solo cittadino rifiutasse di accettare il pagamento in questa valuta debole: automaticamente crollerà tutto l’impianto fiduciario legato alla moneta coniata dai comuni.

    Si possono facilmente intuire i risultati nefasti che potrebbe ottenere la medesima moneta nell’ambito del finanziamento delle PMI, che implicherebbe l’allargamento del perimetro di rapporto fiduciario tra operatori economici situati ben oltre i confini urbani: ridicolo il solo pensarlo. In più esiste un aspetto paradossale e che ridicolizza ancora di più tale strategia che con difficoltà si potrebbe definire monetaria, in rapporto, ma soprattutto considerando gli effetti economici per nulla duraturi legati alle ingenti risorse finanziare erogate dalla Bce attraverso il Quantitative Easing che non ha assicurato alcuna ripresa sostanziale, come dimostrano i dati attuali del rallentamento della crescita e della sua previsione.

    Questo dimostra ancora una volta come all’interno di un mercato complesso ed articolato la sola  politica monetaria abbia perso buona parte della propria capacità di fornire un sostegno alle politiche di sviluppo, in particolar modo per i paesi a forte indebitamento pubblico. Già questa semplice valutazione dimostra come un ulteriore conio di una moneta che dovrebbe diventare un  fattore di  politica espansiva monetaria (ma con una valuta debole) risulti destinata ad avere un insuccesso clamoroso portando in breve tempo il valore della moneta stessa a quello di  un sottobicchiere in cartone di una  birra.

    La negazione della conoscenza economica e finanziaria come base “culturale” di  tali operazioni  risulta imbarazzante per gli “economisti” che la sostengono ma soprattutto preoccupante per le sorti del nostro povero paese per il crescente supporto che ottengono.

  • Una mostra ‘a cielo aperto’ a Milano per raccontare le botteghe storiche e quelle di tendenza

    Il commercio di vicinato racchiude tradizioni, saperi e valori che vengono da lontano e rappresenta un presidio importante per la comunità, soprattutto quando sa reinterpretare la propria funzione in risposta a nuovi bisogni e nuove opportunità.

    E’ per questo che da tempo l’Amministrazione comunale promuove iniziative per sostenere il commercio di prossimità in tutte le sue forme, a cominciare da quelle più tradizionali, come le botteghe storiche, sino a quelle maggiormente innovative, come le nuove imprese ibride che sorgono dalla contaminazione fra diversi modelli commerciali.

    Con questi obiettivi e in questa cornice nasce “Antichi Mestieri e Nuovi Modelli del Commercio a Milano”,  la mostra en plein air promossa dal Comune di Milano e il quotidiano Il Giorno che, dal 28 gennaio sino al 28 febbraio in via Dante, condurrà i milanesi alla scoperta della lunga tradizione delle botteghe storiche cittadine sino alle nuove “attività” di tendenza, espressione dello spirito attuale della città fatto di contaminazione e innovazione.

    L’inaugurazione si terrà Lunedì 28 Gennaio alle ore 11 presso l’Auditorium del Piccolo Teatro Grassi (Via Rovello, 2).

  • Amazon diventa concorrente di Poste Italiane

    Luigi Di Maio aveva invocato una Amazon italiana quando aveva lanciato la crociata contro le aperture domenicali degli esercizi commerciali, ma forse chi gli aveva replicato che un Amazon c’è già e funziona benissimo, alludendo al colosso dell’e-commerce, lo ha convinto. Fatto sta che il Ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato due società del gruppo americano, Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Transport, a operare nel mercato italiano delle spedizioni, insieme ad altri 4.400 operatori, già iscritti nel relativo elenco.

    La scorsa estate l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni aveva multato il colosso dell’e-commerce per 300.000 euro, ma la scelta del dicastero retto dal ministro grillino consente ora ad Amazon di seguire (e gestire) tutta la filiera senza la paura di incorrere in sanzioni, a patto che Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Transport osservino la legge vigente (la quale, per le aziende registrate all’elenco degli operatori postali del MiSE, prevede una tassa pari all’ 1,4 per mille dei ricavi e un adeguamento alle norme per i lavoratori che, da ora in poi, dovranno essere inquadrati nel Contratto Nazionale del Settore Postale).

    La licenza concessa alle due nuove aziende ha una durata di 6 anni e si applica su tutta la posta con peso superiore ai 2 chili, sui pacchi tra 20 e 30 chili e su servizi come pony express, raccomandate urgenti e consegna con data e ora certa, ma si parla anche di “servizi a valore aggiunto” per invii postali sino a 2 chili e pacchi fino a 20 chili.

  • Denunciato il commerciante salernitano che stava per mettere sul mercato conserva di pomodori scaduta

    Il titolare di un’azienda conserviera dell’agro nocerino-sarnese è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Nocera Inferiore per tentata frode nell’esercizio del commercio,  grazie ad una complessa indagine svolta dal Reparto Carabinieri Tutela Agroalimentare di Salerno (R.A.C.), in collaborazione con personale del locale Nucleo Operativo Ecologico (N.O.E).

    L’imprenditore, al fine di commercializzare un’ingente partita di passata di pomodoro semilavorata già scaduta e stoccata in 935 fusti metallici, allungava la data di produzione e scadenza del lotto apponendovi etichette che indicavano come nuovo termine entro il quale consumare il prodotto il mese di settembre 2019.

     

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