Commercio

  • Lectio Magistralis

    La massima forma di libertà intellettuale è quella che permette di riconoscere la correttezza di un ragionamento e dei suoi contenuti anche quando questo viene espresso in modi che non si considerino idonei soprattutto alla carica istituzionale che l’autore rappresenta.

    In occasione del World Economic Forum (WEF) 2026 a Davos, il Presidente Donald Trump ha ribadito la sua intenzione di rivoluzionare il mercato immobiliare statunitense attraverso un duro attacco ai grandi fondi privati e alle società di private equity.
    I punti chiave del suo discorso e delle relative politiche sono:
    1. Divieto per i Grandi Investitori. Trump ha annunciato un ordine esecutivo (EO) intitolato “Stopping Wall Street from Competing with Main Street Homebuyers” volto a vietare ai grandi investitori istituzionali l’acquisto di case unifamiliari.
    “L’America non sarà una nazione di affittuari”: Durante il discorso, ha dichiarato che le case devono essere costruite per le persone non per le corporation, accusando Wall Street di aver gonfiato i prezzi e sottratto il “sogno americano” della proprietà alle famiglie.
    2. Restrizioni ai Finanziamenti. L’ordine dispone che agenzie come Fannie Mae e Freddie Mac smettano di garantire o facilitare prestiti destinati a investitori istituzionali per l’acquisto di residenze singole.
    3. Acquisto di Titoli Ipotecari con l’obiettivo di abbassare i tassi d’interesse per i privati, Trump ha proposto che il governo federale acquisti fino a 200 miliardi di dollari in mortgage bonds (titoli garantiti da ipoteca).

    Inoltre il Presidente degli Stati Uniti ha proposto altre Misure per l’Affordability. In questo senso infatti ha menzionato la possibilità di consentire l’uso dei fondi pensione 401(k) per gli acconti (down payments) e ha esortato le società di carte di credito a porre un tetto ai tassi di interesse al 10%.

    In un solo pomeriggio il presidente degli Stati Uniti ha avuto il grande merito di proporre degli obiettivi concreti a favore della propria cittadinanza. In altre parole, ha offerto una Lectio Magistralis di Economia Politica, materia sconosciuta alla maggior parte del ceto politico tanto nazionale quanto europeo, ma che probabilmente neppure il mondo accademico sarà in grado di comprendere, troppo impegnato nella definizione delle proprie specifiche competenze.

    Mentre dall’altra parte dell’oceano si continua a parlare di transizione ecologica come di GreenDeal per realizzare una assolutamente infantile ed irrealizzabile decarbonizzazione della produzione. Sembra incredibile come dopo trent’anni di “Ideologia Economica ” (la materia preferita dal ceto governativo) e di strategie politiche lontane dalla legittima aspettative dei cittadini ma molto più vicina alle direttive finanziarie, in un modo forse inusuale il Presidente statunitense ha offerto una lezione di politica economica come mai nessuno prima.

    La storia si crea così, individuando gli obiettivi da raggiungere e successivamente trovando gli strumenti normativi e finanziari per conseguire gli obiettivi programmatici. Donald Trump il primo passo nella corretta direzione lo ha compiuto.

  • Il tabacco italiano acquista valore con Philip Morris

    La filiera tabacchicola italiana rappresenta un modello unico in cui l’innovazione e la sostenibilità ambientale convivono generando benefici che vanno ben oltre la sfera economica, pur sempre rilevante e cruciale. Questo percorso prende forma grazie all’accordo Coldiretti-Philip Morris Italia con impegni di lungo periodo formalizzati nei verbali d’Intesa con il Ministero dell’Agricoltura, anche specificamente rivolti alla tutela della biodiversità. Strumenti contrattuali, ricerca applicata e responsabilità condivisa possano orientare le scelte produttive verso una maggiore resilienza ecologica con degli effetti tangibili e concreti. In questo approfondimento sono riportate una serie di esperienze concrete e progetti che testimoniano come la collaborazione multi-livello tra istituzioni, imprese e agricoltori possa tradurre gli obiettivi di sostenibilità in azioni operative, rafforzando la competitività e la qualità della filiera.

    Il Parco Valle del Menago è situato nella provincia veronese nel Comune di Bovolone, un’area dove la produzione tabacchicola ha radici storiche profondamente radicate nel territorio e che oggi rappresenta il fulcro della filiera del tabacco in Veneto. Ed è proprio da qui che ha preso avvio un importante intervento di riqualificazione ambientale, pensato per consolidare e proseguire il percorso iniziato trent’anni fa dalle associazioni locali e dall’amministrazione comunale. Il progetto è parte integrante degli impegni assunti con il Ministero dell’Agricoltura per lo sviluppo di progetti di sostenibilità ambientale con l’obiettivo di tutelare la biodiversità e favorire iniziative di recupero degli ecosistemi degradati, al fine di contrastare il rischio idrico, l’inquinamento dell’acqua e limitare le emissioni di CO₂, anche attraverso soluzioni basate sulla natura (nature based solution). La relazione tra il parco e la filiera agricola è circolare: il parco contribuisce a migliorare la qualità dell’ambiente mediante l’assorbimento di CO₂ e restituendo servizi ecosistemici; la filiera, a sua volta, si impegna a pratiche più sostenibili e utilizza in modo responsabile le risorse provenienti dal territorio. Si tratta di un rapporto che si alimenta reciprocamente, trasformando un intervento locale in un modello replicabile. Il tutto nel perimetro del più grande accordo di filiera nel settore del tabacco in Italia e in Europa, quello tra Coldiretti e Philip Morris Italia.

    Il progetto BeeLeaf, parte invece proprio dall’assunto di utilizzare l’ape come bioindicatore per il monitoraggio della salute degli ecosistemi e della qualità ambientale delle coltivazioni in un sistema di produzione integrata come il tabacco. I risultati sono stati sorprendenti nella loro chiarezza: il comportamento delle api vicine ai campi di tabacco non differisce in modo significativo da quello delle api poste in arnie di riferimento in zone più naturali. Il progetto BeeLeaf si trasformerà ulteriormente ed a partire dal 2026 nei campi di tabacco coinvolti nello studio verranno installate barriere floreali: strisce di vegetazione composta da piante nettarifere e specie pollinifere, pensate per aumentare la biodiversità, arricchire le fonti alimentari per le api e facilitare il loro lavoro di impollinazione. Una sorta di corridoio ecologico inserito nel paesaggio agricolo, capace di sostenere tanto le api quanto la qualità complessiva dell’ecosistema.

    C’è un terzo livello – più tecnico, meno visibile, ma altrettanto determinante – su cui la filiera del tabacco italiana che fa riferimento all’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris Italia sta lavorando: il monitoraggio sistematico della biodiversità nelle aziende agricole e la sostenibilità dei combustibili utilizzati nella fase di essiccazione. Un aspetto importante su cui la filiera del tabacco sta concentrando i propri sforzi come parte degli impegni presi nell’ambito del verbale di intesa con il Ministero dell’Agricoltura riguarda lo sviluppo di progetti ad hoc volti all’utilizzo di energie alternative/rinnovabili, anche in ambito agro-industriale, per promuovere una maggior integrazione dell’intera filiera e massimizzare i benefici dell’economia circolare. Tra questi progetti in particolare troviamo quello riguardante i forni, il cuore tecnologico del processo produttivo, quelle strutture dove le foglie appena raccolte vengono fatte essiccare. È qui che entrano in gioco GPL, metano e soprattutto biomassa, combustibili che incidono non solo sui costi di produzione ma anche sul profilo ambientale dell’intera coltura. Per questo la filiera del tabacco italiano non ha solo stimolato la sostituzione dei combustibili fossili con la biomassa, ma ha anche aderito a un programma di monitoraggio che punta alla tracciabilità totale delle fonti energetiche. L’acqua poi è il primo fattore critico per qualsiasi coltura, e il tabacco non fa eccezione. Non è solo una risorsa: è la variabile che determina crescita, resa, qualità del prodotto finale. Per questo, all’interno dell’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris Italia è stato introdotto il Local Risk Assessment (LRA), uno strumento che analizza in modo sistematico i bacini idrografici in cui ricadono le aziende della filiera e misura il livello di rischio idrico a cui sono esposte. Una sorta di radiografia del territorio, pensata per capire quanto gli equilibri idrici locali possano influenzare la produzione agricola. Un altro tassello decisivo della ricerca agronomica riguarda lo studio dell’utilizzo di molecole alternative più sicure e con un minore impatto sull’ambiente per la gestione integrata delle avversità durante la stagione di crescita.

  • Il 2026 si prospetta preoccupante per il commercio di carne suina italiana

    L’analisi di fine anno di Assosuini evidenzia che il contesto del 2025 ha accentuato alcune fragilità strutturali che potrebbero emergere con forza nel 2026. Nel triennio più recente, il saldo commerciale italiano delle carni suine resta strutturalmente negativo. Le importazioni hanno raggiunto valori prossimi ai 3,5 miliardi di euro, con volumi superiori a 1,18–1,19 milioni di tonnellate. Le esportazioni, pur in crescita rispetto agli anni precedenti, si attestano intorno ai 2,5 miliardi di euro e a circa 320–330 mila tonnellate. Il divario tra import ed export rimane quindi ampio, sia in valore sia in quantità.

    Questa dinamica è strettamente collegata ai livelli di prezzo della materia prima nazionale. I prezzi elevati dei suini e delle cosce fresche hanno ridotto la competitività delle produzioni italiane sui mercati esteri, limitando la capacità di espansione dell’export proprio in una fase in cui la domanda internazionale è particolarmente selettiva sul prezzo. Sul fronte dei costi, il 2025 ha segnato una parziale normalizzazione rispetto ai picchi del 2022–2023, ma su livelli comunque elevati rispetto alla media storica. Il mais nazionale si è mantenuto per gran parte dell’anno tra 250 e 300 euro/tonnellata, mentre la soia estera ha oscillato frequentemente tra 450 e 550 euro/tonnellata. Questo significa che i costi di alimentazione restano strutturalmente più alti rispetto al periodo pre-crisi.

    La combinazione di prezzi elevati dei suini e costi ancora sostenuti ha prodotto un quadro di redditività fortemente asimmetrico. L’allevamento ha beneficiato di margini elevati, mentre la macellazione ha mostrato una redditività relativamente stabile, con indici intorno a 1,0–1,1, senza riuscire a intercettare pienamente la fase favorevole. La stagionatura, soprattutto DOP, ha invece subito una progressiva erosione dei margini.

    In questo contesto, il rischio per il 2026 è duplice. Da un lato, una possibile ripresa anche parziale dell’offerta di suini potrebbe esercitare una pressione immediata al ribasso sui prezzi. Dall’altro, la domanda interna ed estera potrebbe non essere in grado di assorbire volumi a prezzi elevati, amplificando la correzione.
    Se i prezzi dei suini dovessero scendere rapidamente, l’allevamento potrebbe vedere comprimersi i margini in tempi molto brevi, soprattutto in presenza di costi di alimentazione ancora superiori alla media storica. Il 2026 si apre quindi come un anno ad alto rischio di volatilità, in cui l’equilibrio raggiunto nel 2025 potrebbe rivelarsi fragile.

  • Il necessario ritorno alla realtà

    Una volta acquisiti i risultati delle elezioni regionali caratterizzate, specialmente in Veneto, da un tono molto garbato, sarebbe ora opportuno ritornare immediatamente alla realtà politica ed economica.

    Andrebbe Infatti ricordato come, nonostante una campagna elettorale in particolar modo in Veneto decisamente breve, il contesto internazionale non si sia fermato per attendere i risultati delle elezioni del Veneto, Campania e Puglia e le inevitabili ripercussioni in ambito politico tanto regionale quanto nazionale.

    Viceversa, nella corsa all’innovazione la Cina, come espressione della volontà legata ad una diminuzione dei costi e dei tempi in termini generali (*), ha avviato un possibile cambiamento che potrebbe determinare delle ricadute importanti, e non certo positive, anche per il tessuto produttivo ed economico del Veneto, del nord Italia e dell’Italia intera.

    La Cina, infatti, ha inaugurato la rotta artica per il trasporto delle merci dall’estremo Oriente fino ai mercati occidentali definita “Via della Seta Polare” (Polar Silk Road), alternativa strategica alle rotte tradizionali che passano per il canale di Suez. Questa nuova opzione strategica determina inevitabilmente delle implicazioni sia economiche che geopolitiche importanti, in quanto, pur essendo ancora una rotta legata alla stagionalità, tuttavia la Cina ed il suo sistema cantieristico stanno avviando la produzione di colossi del mare porta container in grado di rompere i ghiacci artici.

    Come inevitabile conseguenza la ricaduta in termini economici, soprattutto in termini logistici, in ambito europeo e nello specifico italiano e Veneto potrebbe essere devastante, in quanto questa rotta favorirà il sistema portuale del Nord Europa con grandi penalizzazioni per i porti nel sud Europa, in primis quelli italiani, fatta forse eccezione per il porto di Trieste grazie alla sua specializzazione negli idrocarburi.

    Questa nuova via della seta Polare, infatti, permette di dimezzare i tempi di navigazione portandoli dai 40 giorni per il canale di Suez ai 18 per la via artica diminuendo quindi di circa il 50% il consumo di nafta pesante e, di conseguenza, i costi di trasporto e, sotto il profilo logistico, lasciando scoperti buona parte dei porti del Sud Europa, italiani in primis. E non andrebbe, poi, dimenticato come questa nuova rotta nasca dal rafforzamento degli accordi tra la Cina e la Russia e andrebbe ulteriormente interpretata come una inevitabile conseguenza del fallimento diplomatico europeo e dei pacchetti di sanzioni economiche.

    Tornando quindi alle elezioni regionali sarebbe opportuno che tanto la maggioranza quanto l’opposizione, sia in ambito regionale che nazionale ed europeo, cominciassero a prendere in considerazione le sfide che attendono le singole regioni come il Paese nel suo complesso, anche in considerazione del fatto che  i buoni amministratori, come spesso si definiscono  i politici,  permettono, in ragione delle risorse, attraverso le proprie competenze il conseguimento di risultati politici, economici e sociali.

    La compressione, invece, degli scenari futuri richiede diverse e più articolate competenze, ma fondamentali per assicurare quelle risorse necessarie ai buoni amministratori.

    (*) adottando il principio “faster and cheaper”

  • Gli accordi commerciali dell’UE accelerano la crescita delle esportazioni e sostengono la diversificazione

    Secondo la quinta relazione annuale sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’UE l’ampia rete di accordi commerciali dell’UE aiuta le imprese a trovare mercati alternativi per le loro esportazioni, riducendo allo stesso tempo le dipendenze in un contesto geopolitico difficile.

    La relazione, relativa al 2024 e al primo semestre del 2025, conclude che gli accordi commerciali dell’UE incentivano la resilienza e la competitività degli operatori economici dell’UE. Inoltre, gli accordi commerciali dell’UE sostengono la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento.

    L’UE sta attivamente ampliando la propria rete di accordi commerciali. Infatti, l’anno scorso sono entrati in vigore due nuovi accordi preferenziali dell’UE (un accordo di libero scambio con la Nuova Zelanda e un accordo di partenariato economico con il Kenya), portando a ben 44 il numero totale di accordi commerciali dell’UE attualmente in vigore, conclusi con 76 partner commerciali preferenziali.

  • Non solo auto, gli italiani ormai scelgono il Made in China anche per gli elettrodomestici

    Non ci sono solo la sciagurata idea ambientalista o l’infatuazione per una teen ager col curriculum proprio di una teen ager quale Greta Thumberg che ha portato l’Europa a indirizzarsi verso auto elettriche consentendo alla Cina di sbaragliare l’automotive del vecchio continente. Il Dragone sta erodendo l’industria europea anche sul versante degli elettrodomestici. I player europei (dalla ex Whirlpool oggi Beko, a Electrolux e Bosch) nel primo semestre di quest’anno hanno perso l’1,4% di affari mentre le case asiatiche (in particolare, le cinesi Haier, Midea, Hisense) si hanno incrementato la loro quota di mercato dell’1,3%.

    Un rapporto sulle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi nel primo semestre del 2025, pubblicato recentemente dalla China Chamber of Commerce for Import and Export of Machinery and Electronic Products (CCCME), evidenzia come le esportazioni cinesi globali di elettrodomestici abbiano raggiunto i 68,78 miliardi di dollari nel primo semestre, con una crescita del 6,2% su base annua. L’Italia emerge come nono mercato di destinazione globale per le esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi e secondo mercato europeo dopo la Germania. Il rapporto CCCME documenta come il valore delle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi verso l’Italia abbia superato gli 1,74 miliardi di dollari nel primo semestre, segnando un incremento del 9,8% su base annua e posizionando il tasso di crescita al terzo posto tra i primi dieci mercati mondiali. I recenti dati ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), confermano che da gennaio ad aprile del 2025 la Cina si è affermata come il principale paese di origine per le importazioni italiane di elettrodomestici, con un valore diretto superiore a 590 milioni di euro.

    Nell’insieme le vendite di lavatrici, asciugatrici, forni, cappe, frigoriferi, freeze, microonde sono aumentate dell’1,8% ma i ricavi sono cresciuti solo dello 0,3% e questo testimonia che i competitors dei brand europei fanno leva anzitutto sul prezzo, vendendo al ribasso. Per le asciugatrici il prezzo medio per unità è sceso del 13%, per le cappe dell’11%, per i microonde dell’8,5%, per le lavastoviglie del 6,6%.

    In Italia ha chiuso i battenti la Candy, peraltro già posseduta dalla cinese Haier, ed il sindacato, ma non solo il sindacato, chiede «politiche industriali». Il governo ha stabilito un contributo fino al 30% del costo di un elettrodomestico, ma il problema investe non solo la domanda a valle, ma anche a monte i costi di produzione degli elettrodomestici. Produrre in Italia ha costi più alti non solo per i maggiori costi della manodopera ma anche perché costa maggiormente l’approvvigionamento energetico delle industrie (problema che riguarda tutti i settori, non solo le fabbriche di elettrodomestici). E introdurre dazi verso gli elettrodomestici in arrivo dall’Asia sarebbe una politica inefficace, perché a quel punto i brand extraeuropei delocalizzerebbero la produzione all’interno della stessa Ue (scegliendo verosimilmente Paesi nei quali il costo dell’energia per far funzionare gli stabilimenti è più basso che in Italia).

  • Tunisia a caccia di investimenti italiani

    Tunisi ha ospitato a fine settembre il forum “Investment Africa 2025” radunando decine di aziende italiane e tunisine, istituzioni economiche e diplomatiche di Italia e Tunisia, per sostenere nuove possibili sinergie ed espansioni. All’evento è intervenuto anche l’ambasciatore d’Italia in Tunisia, Alessandro Prunas, che ha ribadito la profondità dei legami economici tra i due Paesi all’insegna della diplomazia della crescita. Sandro Fratini, presidente del centro d’affari italo-tunisino Delta Center, ha sottolineato l’importanza di accompagnare gli operatori italiani alla scoperta del mercato locale, che si sta affermando come hub strategico in Africa. Sempre più aziende italiane, nel biennio 2024-2025, hanno intensificato la loro presenza in Tunisia o annunciato piani di espansione significativi.

    L’ambasciatore Prunas ha ricordato che l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), l’Italia si è confermato il secondo Paese investitore nel primo semestre del 2025. Questa cifra, che rappresenta circa il 10% degli investimenti diretti esteri (Ide) totali (escluso il settore energetico), testimonia il forte legame e la fiducia degli investitori italiani nel mercato tunisino. Nel dettaglio, l’industria manifatturiera ha attratto circa il 62,9% degli Ide totali, seguita dal settore energetico con il 24,3%. I servizi e l’agricoltura hanno contribuito in misura minore. Guido D’Amico, presidente di Confimprese Italia, ha dichiarato che il forum “è stata l’occasione per confermare i rapporti economici che legano l’Italia alla Tunisia e al Mediterraneo come fulcro dello sviluppo d’impresa del terzo millennio”. D’Amico ha evidenziato che la collaborazione con Delta Center, Confimprese e Conect è “l’esempio di una cooperazione strategica per realizzare l’impegno imprenditoriale e istituzionale che porterà il nostro Paese a completare il progetto del Piano Mattei”. Per sostenere nel tempo questo rapporto, Confimprese Italia “ha previsto un panel relativo all’internazionalizzazione di impresa con una delegazione istituzionale tunisina durante le celebrazioni dei 30 anni di Confimprese Italia”, ha aggiunto D’Amico.

    Il Paese nordafricano si sta affermando come un hub strategico per le aziende italiane, che nel biennio 2024-2025 hanno intensificato la loro presenza o annunciato piani di espansione significativi in settori chiave come l’automotive, il tessile, l’energia e la tecnologia. I dati relativi alla prima metà del 2025, recentemente pubblicati dall’Agenza per la promozione degli investimenti esteri (Fipa), indicano che gli Investimenti diretti esteri (Ide) hanno raggiunto 1,65 miliardi di dinari tunisini (circa 492,7 milioni di euro), segnando un aumento del 20,8% rispetto allo stesso periodo del 2024, del 35,8% rispetto al 2023 e del 63,6% rispetto al 2022. A trainare questa ripresa sono stati principalmente il settore manifatturiero e quello energetico, che insieme rappresentano la quasi totalità degli investimenti esteri.

    In questo contesto di crescita, l’Italia si conferma un partner economico di primaria importanza per la Tunisia. Con investimenti pari a 159,4 milioni di dinari tunisini (47 milioni di euro), il 10% del totale, l’Italia si posiziona come il secondo Paese investitore da gennaio a fine giugno 2025, preceduta solamente dalla Francia con investimenti pari a 421 milioni di dinari tunisini (circa 124 milioni di euro), ovvero oltre il 33% degli Ide totali, esclusa l’energia. Gli investimenti totali dichiarati – che includono sia progetti esteri che nazionali – hanno raggiunto circa 3,3 miliardi di dinari (pari a un miliardo di euro) nei primi sei mesi dell’anno. Questo dato, che comprende nuovi progetti ed espansioni aziendali, riflette un clima di fiducia generale e un rinnovato slancio per l’economia tunisina. Secondo l’ultimo rapporto di Qhala e Qubit Hub, la Tunisia si è anche aggiudicata il secondo posto nell’Africa 2025 AI Talent Readiness Index, a pari merito con l’Egitto e subito dietro il Sudafrica. Questa classifica testimonia la rapida trasformazione digitale della Tunisia, l’integrazione delle Ict nell’istruzione e le strategie sostenute dal governo tunisino per promuovere i talenti del settore dell’intelligenza artificiale a livello mondiale.

    Di particolare importanza è poi il fatto che la Tunisia ha già rilasciato oltre 350 certificati di origine per l’esportazione di prodotti locali verso vari Paesi africani, nel quadro dell’accordo sulla Zona di libero scambio continentale africana (Zlecaf). Tali certificazioni permettono alle aziende esportatrici di beneficiare della riduzione dei dazi doganali, la cui soppressione è prevista a partire dal primo gennaio 2026. La Zlecaf, operativa dal maggio 2019 e ratificata dalla Tunisia nell’agosto 2020, è un progetto chiave dell’Unione africana (Ua) volto a promuovere la cooperazione Sud-Sud per un’Africa integrata, prospera e pacifica, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2063 dell’Ua. Tale accordo mira a rafforzare le relazioni commerciali tra i 55 Stati membri, che rappresentano un mercato di oltre 300 milioni di consumatori e un volume di scambi annuo stimato in 3,4 miliardi di dollari, eliminando le barriere doganali alla libera circolazione di beni e servizi. Secondo i dati del Centro di promozione delle esportazioni (Cepex), il potenziale inesplorato della Tunisia in Africa è stimato a circa 1,2 miliardi di dollari, con opportunità maggiori nel Nord Africa (754 milioni di dollari). Attualmente, secondo il ministero tunisino dell’Industria, delle Miniere e dell’Energia, ci sono circa 910 aziende italiane operative nel Paese nordafricano. Di queste, circa 370 operano nel settore industriale e impiegano oltre 57mila persone. Nel settore del tessile e abbigliamento, circa un terzo sono italiane.

  • Swiss chocolates set to become cheaper in India under a new trade deal

    Swiss wines and chocolates are set to become cheaper in India after a new trade agreement it signed with a bloc of four European nations came into effect on Wednesday.

    India signed the Trade and Economic Partnership Agreement (TEPA) with the European Free Trade Association (EFTA) – which includes Switzerland, Norway, Iceland and Liechtenstein – in March 2024.

    Under the agreement, India will cut tariffs on 80–85% of goods coming from these countries to zero, while Indian exporters will get duty-free access to 99% of goods in EFTA markets.

    The two sides have also committed to invest $100bn (£74bn) and create a million direct jobs over the next 15 years as part of the deal.

    This is India’s first trade agreement where market access is directly tied to these investment pledges.

    Experts say it signals a strategic shift in the way trade agreements are being negotiated, with investment commitments and not just tariff reductions becoming part of the deal.

    For India, goods like Swiss chocolates and wines are expected to get cheaper, while EFTA countries will benefit from India’s zero tariffs on many medicines, dyes, textiles and iron and steel products over the next five to 10 years.

    India’s imports from EFTA countries last year were at $32.4bn – most of which were from Switzerland, which accounted for a third of that number.

    Of this, gold imports accounted for approximately $18bn. Under the trade deal, duties on gold remain unchanged.

    India’s exports to EFTA countries in the same year were $2bn of which 98% were in industrial goods.

    But industrial goods are already at zero duty, so India will not see any incremental benefits, according to Ajay Srivastava from Global Trade Research Initiative (GTRI), a Delhi-based think tank.

    “If there are any gains, it may not be because of tariffs but because of perception building, since this is the first trade deal by India with any European country,” Srivastava said. This will send a signal to the world that “India is willing to liberalise”.

    The deal comes into effect in the backdrop of steep 50% tariffs imposed by the US on India. Trade talks between the two countries are ongoing.

    India is also negotiating several trade deals in a bid to offset the effect of the US tariffs.

    In July, it signed a Free Trade Agreement (FTA) with the UK, which is set to come into effect by 2026.

    India is also in the process of negotiating an FTA with the European Union.

    Some 6,000 EU companies operate in India and the EU bloc is India’s largest trading partner in goods, with bilateral trade reaching $135bn in 2022-23 and nearly doubling in the last decade.

  • Amazon consente alle Pmi italiane vendite per oltre 1,2 miliardi oltre confine

    Amazon ha annunciato gli ultimi dati del Report sull’Impatto delle oltre 20.000 Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane che vendono sul suo negozio online. Di queste, oltre il 65% ha venduto anche al di fuori dei confini nazionali, registrando più di 1,2 miliardi di euro di vendite all’estero. Sul totale delle Poi presenti su Amazon, sono oltre 9.000 (più del 45%) quelle che provengono da aree rurali o a bassa densità di popolazione. Nel solo 2024, 6.000 di queste hanno registrato 500 milioni di euro di vendite all’estero.

    Lombardia, Campania, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna sono le prime cinque regioni più virtuose per valore di vendite all’estero e con il più alto numero di PMI locali presenti sul negozio online; Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna sono i Paesi in cui le PMI italiane hanno venduto con maggiore successo.

    Nata nel 2015 dalla volontà di promuovere l’eccellenza della creatività e del saper fare italiano, la vetrina Made in Italy di Amazon oggi supporta oltre 5.500 aziende del Made in Italy a vendere i propri articoli in undici Paesi del mondo. Sono più di 3 milioni i prodotti della vetrina messi a disposizione dei clienti a livello internazionale e 18 i percorsi regionali presenti all’interno della vetrina che ospitano le tipicità locali. Dal 2019, la vetrina gode della collaborazione di Agenzia ICE, che promuove e supporta le aziende che aderiscono al bando a vendere su Amazon e sulla vetrina Made in Italy attraverso specifiche attività di marketing per l’e-commerce. Tra queste, un piano di formazione per la vendita online e di promozione dei loro prodotti, in Italia e all’estero. L’accordo tra Agenzia ICE e Amazon ha coinvolto finora oltre 2.800 Poi italiane e messo a disposizione dei clienti Amazon a livello internazionale più di 700.000 nuovi prodotti Made in Italy.

    “La Vetrina Made in Italy è una storia di successo della strategia di sostegno all’export italiano nel mondo: con un investimento pubblico di 11,5 milioni di Euro è stato generato un fatturato superiore a 650 milioni di Euro in 10 anni. Risultati che confermano quanto sia strategico, per un tessuto imprenditoriale come quello italiano, favorire l’accesso a strumenti digitali avanzati, capaci di amplificare la visibilità internazionale e ridurre le barriere all’ingresso sui mercati. Transizioni digitali e verdi sono una garanzia di crescita esponenziale dell’export e della proiezione delle aziende nel mondo”, ha commentato Fabrizio Lobasso, Vicedirettore Generale per l’Internazionalizzazione economica al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

    Amazon ha inoltre annunciato che dal 5 al 12 ottobre sarà disponibile per i clienti giapponesi ed europei una speciale finestra dal nome “Happy 10th Anniversary Made in Italy!”, che consentirà loro di conoscere e acquistare una curata selezione di prodotti dell’eccellenza del Bel Paese all’interno della vetrina Made in Italy. “Giappone e Italia condividono molte sfide comuni. Tra queste, la necessità di sostenere le realtà di piccole e medie dimensioni in un contesto globale sempre più competitivo. La vetrina ‘Made in Italy’, lanciata da Amazon Italia nel 2015, rappresenta un’iniziativa all’avanguardia che valorizza le imprese di piccole e medie dimensioni, cuore pulsante del made in Italy, offrendo loro una piattaforma concreta per crescere sui mercati esteri. Lo stesso accade in Giappone con il ‘Japan Store’ di Amazon. Confido che iniziative come queste continuino a contribuire in modo significativo alla crescita commerciale delle piccole e medie attività in Giappone, in Italia e in tutto il mondo”, ha commentato Nabeshima Tokuko, Console Generale Aggiunta del Giappone a Milano.

    Le oltre 20.000 Pmi italiane che vendono attraverso Amazon sono distribuite su tutto il territorio nazionale, contribuendo a generare valore all’interno delle singole economie locali in modo omogeneo. Analizzando in particolare le vendite all’estero dalle PMI nelle singole regioni, la Lombardia si conferma la prima in classifica per valore dell’export, con oltre 345 milioni di euro di vendite registrate all’estero nel 2024 e più di 3.400 Pmi della regione presenti su Amazon, di cui oltre il 65% esporta. Seguono la Campania, con un export di oltre 170 milioni di euro e più di 3.100 Poi, di cui oltre il 60% esporta; Lazio con più di 115 milioni di euro registrati all’estero e più di 1.800 Pmi, di cui oltre il 65% esporta; Toscana, con più di 100 milioni di euro registrati all’estero e oltre 1.100 Pmi, di cui più del 65% esporta. A chiudere la top 5 infine l’Emilia-Romagna, con oltre 1.400 Pmi, di cui più del 65% esporta. Queste ultime nel 2024 hanno registrato più di 95 milioni di euro di vendite all’estero. Tra le altre regioni con un elevato livello di export figurano anche Piemonte (oltre 85 milioni di euro e oltre 1.100 Pmi), Veneto (oltre 80 milioni di euro e oltre 1.400 Pmi), Puglia (oltre 45 milioni di euro e più di 1.600 Pmi); Sicilia (più di 45 milioni di euro e oltre 1.300 Pmi) e Marche (oltre 40 milioni di euro e più di 550 Pmi).

    Da quando Amazon è arrivata in Italia, nel 2010, ha investito oltre 25 miliardi di euro per costruire infrastrutture, creare posti di lavoro e supportare migliaia di imprese locali. Solo nel 2024, gli investimenti hanno superato i 4 miliardi di euro. Attualmente l’azienda impiega nel nostro Paese oltre 19.000 persone con contratto a tempo indeterminato, attive in oltre 60 strutture distribuite su tutto il territorio nazionale – tra cui sedi logistiche, uffici corporate, data center e il servizio clienti. A questi si aggiungono i posti di lavoro indiretti: secondo le stime di Keystone, nel 2024, si stima che gli investimenti di Amazon in Italia abbiano sostenuto oltre 40mila posti di lavoro indiretti e più di 10mila posti di lavoro indotti in settori come costruzioni, logistica e altri servizi professionali.

  • Il costo reale della ideologia ambientalista nelle città

    Molto spesso si cerca di individuare in termini reali gli effetti dell’applicazione ideologica delle dottrine politiche, in particolar modo quando queste si manifestano all’interno delle città, quindi con un effetto immediato e riscontrabile. Queste verifiche, infatti, richiederebbero l’accesso a dati che molto spesso le stesse istituzioni cittadine tendono a nascondere per evitare polemiche successive. Tuttavia finalmente Milano, o meglio l’associazione Montenapoleone District, rende pubblici i dati relativi alle conseguenze dell’applicazione della ZTL imposta al Quadrilatero della moda e voluta dal sindaco Sala.

    L’introduzione di questa ulteriore limitazione del traffico cittadino ha determinato una flessione del -20% del traffico veicolare e quindi delle emissioni, ma contemporaneamente un crollo del fatturato degli esercizi commerciali del centro di oltre il -60%.

    Tornando quindi alle regole generali dell’economia, uno dei fattori di sviluppo per misurare l’efficacia della spesa pubblica viene indicato con il moltiplicatore Keynesiano della spesa pubblica calcolato in relazione anche alla propensione marginale al consumo, 1/(1-c’). All’aumentare di c’, 1 – c’ diviene quindi più piccolo e, di conseguenza, tutto il moltiplicatore diviene più grande in termini di crescita economica. Applicando al contrario questo principio si può ora finalmente calcolare l’effetto depressivo determinato dall’applicazione di una restrizione, nello specifico relativa alla mobilità privata, che può essere identificabile con un semplice rapporto 1/3. Quindi, ad ogni punto (1) percentuale di diminuzione del traffico cittadino determinato con l’imposizione di ZTL sempre più restrittive in determinate zone del centro cittadino, corrispondono tre (3) punti in termini di flessione del fatturato. Questo rapporto rappresenta il fattore di depressione della politica urbana di Milano nella crescita economica ed occupazionale non solo per la città ma per le imprese che hanno investito nei punti commerciali.

    In altre parole, finalmente si presenta l’opportunità di toccare con mano la realtà e soprattutto calcolare in modo inequivocabile i costi determinati non solo in termini economici ma anche occupazionali dal delirio ideologico che ha contagiato buona parte dei sindaci italiani, in particolare Sala. Questa cieca ideologia ambientalista sta riducendo tutti i centri delle città in deserti non solo commerciali ma soprattutto lavorativi lasciandoli sempre più soggetti alla desertificazione e, di conseguenza, alla mercé di bande di ogni tipo.

    Il vantaggio dell’ideologia era sempre stato quello di non poter essere messa in discussione attraverso una verifica economica e “contabile” in quanto nessuno era in grado di trovare correlazioni oggettive tra la sua applicazione e gli effetti economici ed occupazionali. Ora la responsabilità del declino delle città italiane potrà essere ulteriormente attribuita ai sindaci che le impongono.

    Chissà se i vertici politici ed istituzionali come le associazioni di categoria di Padova (molto vicina per indirizzo politico nella gestione della movimentazione privata) sono ancora convinti della nascita del quadrilatero della moda successivo al disastro legato all’introduzione del metrobus ed alla conseguente devastazione del centro cittadino, ma soprattutto se sono in grado di comprendere gli effetti devastanti per l’economia del centro storico tanto di Milano quanto di Padova.

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