Commercio

  • IMF lowers global growth projections amid Sino-American trade war

    The International Monetary Fund downgraded its growth projection for 2019 amidst a Sino-American trade war and the increasing likelihood of a no-deal Brexit.

    The Washington-based institution now projects 3,2% global growth rather than 3,3% projected in April and 3,6% projected in January. The downgrade is mostly justified by declining investment, as business confidence is collapsing and the market is risk-averse. Consumer confidence is also affected.

    In May 2019 China and the US were embroiled in a spiralling trade was of escalating tariffs. Some US companies are moving their supply chains out of China to avoid tariffs. Global trade volumes are said to have declined by 0,5% since the first quarter of 2019.

    The IMF model still presumes an orderly UK exit, which means the risk to global growth is on the downside. The UK’s projected growth stands at 1,3% for 2019, which is marginally better than the 1,2% earlier this year.

    However, if the UK leaves without a transition arrangement, the economy could suffer a serious shock. For 2020, the IMF projects 1,4% growth, provided there is no disorderly Brexit. As for the US economy, the trade war is expected to cost dearly: from 2,9% growth projected in 2019, growth will drop to 1,9% in 2020.

    Another downside shock for the European economy – particularly Germany – would be the introduction of tariffs on European cars imported to the US.

    Responding to the economic slowdown, the US Federal Reserve is expected to cut interest rates by at least 25 basis points at the end of July. According to Der Spiegel, the European Central Bank is preparing for the second wave of quantitative easing by November. Both the ECB and the Bank of Japan already have their interest rates at zero.

    On Tuesday, American trade negotiators told CNBC that U.S. officials are planning to travel to China sometime between Friday and Thursday, August 1, but a deal is nowhere in sight. The US is willing to discuss easing restrictions on China’s Huawei in exchange for the purchase of U.S. agricultural produce but this will not pave the way to an end to the ongoing trade war.

  • Amazon finisce nel mirino dell’Antitrust europeo

    La Commissione europea ha aperto un’indagine per verificare se l’utilizzo, da parte di Amazon, dai dati dei dettaglianti indipendenti che vendono i loro prodotti attraverso la piattaforma del gigante dell’e-commerce viola le regole sulla concorrenza. “Dobbiamo assicurare che le piattaforme online – ha detto la commissaria Ue alla concorrenza Margrethe Vestager – non elimini i benefici che il commercio elettronico offre ai consumatori attraverso comportamenti anti-competitivi”.

    “Il commercio elettronico – ha osservato ancora Vestager – ha stimolato la concorrenza nelle vendite al dettaglio, ha ampliato le possibilità di scelta e ha fatto scendere i prezzi”. Per garantire che i consumatori possano usufruire correttamente di questi vantaggi “ho deciso – ha aggiunto la commissaria – di esaminare molto attentamente le pratiche commerciali seguite da Amazon, e il suo doppio ruolo nelle vendite all’ingrosso e al dettaglio, al fine di verificare se la società stia rispettando le regole Ue sulla concorrenza”.

    Secondo i primi accertamenti condotti in una fase preliminare, osserva la Commissione in una nota, Amazon utilizzerebbe informazioni ‘sensibili’ dal punto di vista della concorrenza, in particolare sui venditori all’ingrosso, i loro prodotti e le transazioni effettuate. E questo, secondo Bruxelles, potrebbe portare a comportamenti non corretti visto che Amazon opera attraverso il suo sito web come dettagliante ma allo stesso tempo mette anche a disposizione la sua piattaforma per operatori indipendenti in modo tale che anch’essi possano vendere direttamente i loro prodotti ai clienti.

    Amazon sta “offrendo la massima collaborazione alla Commissione europea e continueremo a lavorare intensamente per sostenere le aziende di tutte le dimensioni e per aiutarle a crescere”. E’ quanto precisa Amazon in una nota in relazione all’indagine antitrust annunciata da Bruxelles. La società segnala inoltre che l’Antitrust tedesco ha chiuso l’inchiesta relativa al Marketplace di Amazon senza sanzioni anche grazie alla decisione di adottare alcuni interventi che cambieranno diritti e responsabilità dei suoi partner commerciali. “Stiamo apportando diverse modifiche al Business Solutions Agreement di Amazon Services per chiarire i diritti e le responsabilità dei partner commerciali. Tali modifiche – si legge nella nota – saranno efficaci dal 16 agosto. Il 58% del fatturato lordo su Amazon proviene da venditori terzi e continueremo a lavorare intensamente, investire e inventare nuovi strumenti e servizi per aiutare i nostri partner commerciali in tutto il mondo a raggiungere nuovi clienti e far crescere il loro business”.

  • La multicanalità distributiva

    Il mantra più recente che viene proposto alle aziende della filiera Tessile/Abbigliamento in ogni convegno nell’ultimo periodo parte dalla centralità del concetto della multicanalità.

    Alla fine degli anni novanta ricordo perfettamente che molte delle aziende, anche forti di una posizione di leader sul mercato, affermavano in via “informale” come ormai anche loro avessero percepito come una parte della battaglia nata dalla concorrenza si sarebbe trasferita a livello commerciale. L’affermazione dell’e-commerce successiva ha confermato in modo più chiaro i termini della “battaglia commerciale” stessa che vede contrapposti il dettaglio indipendente ed il supporto digitale in un contesto, va ricordato, di continuo calo dei consumi. In questo quadro emerge la “nuova strategia” comune imperniata nel mantenere la multicanalità da parte delle aziende con il fine evidente di non perdere neppure una vendita e soprattutto di evitare  delle scelte strategiche a danno di un qualsiasi canale distributivo. La ricetta che può risultare la più ovvia ma soprattutto non “impegnativa” sotto il profilo commerciale tuttavia presenta delle scelte implicite ed economiche importanti. In relazione, per esempio, alle piattaforme commerciali online per rispondere alle diverse esigenze del singolo consumatore dislocato nel mondo globale è evidente come sia fondamentale disporre di un uno o più magazzini, eventualmente dislocati presso i gestori della piattaforma distributiva on-line. Questo evidentemente comporta  una estrema difficoltà nel programmare la produzione specialmente qualora delocalizzata in paesi a basso costo di manodopera in quanto non più determinata e soprattutto programmata in base agli ordini del dettaglio indipendente.

    A queste difficoltà organizzative si aggiunge  un conseguente aggravio di costi per l’azienda stessa dei quali non viene fatta menzione nelle dotte elaborazioni relative alla multicanalità la quale (nella illusione  complessiva e collettiva ora imperante) dovrebbe venire compensata dai minori costi commerciali legati alle politiche del Sell in e del Sell out .

    Contemporaneamente la scelta di un sistema distributivo multicanale già adottata da molte aziende presenta come legittima conseguenza nell’immediato futuro la perdita della forza contrattuale e conseguentemente di parte delle pretese nei confronti del dettaglio indipendente (minimi d’ordine/possibilità di reso/etc.). Queste vecchie condizioni, infatti, imposte alla rete distributiva da parte delle aziende erano espressione di una attenta distribuzione dei prodotti in rapporto al territorio e al consumatore finale, quindi di una politica commerciale fatta di scelte strategiche.

    Ora, invece, se la politica aziendale abbracciasse la multicanalità sarebbe evidente il venir meno, in parte o completamente, di ogni tipo di potere contrattuale nei confronti della distribuzione, logica conseguenza di questa articolata politica distributiva la cui sintesi è nella individuazione di un nuovo quadro, espressione della  realtà distributiva che vede contrapposti soggetti diversi.

    Potrà anche essere un effetto paradossale ma la multicanalità così come viene intesa non dovrebbe portare alla desertificazione del dettaglio indipendente ma ad un nuovo rapporto di collaborazione distributiva tra reti commerciali, fisiche, digitali e aziende produttrici. Questa complessa realtà distributiva ovviamente comporta un aggravio di costi per l’azienda stessa così come una perdita di capacità di organizzazione della produzione delle quali dotti consulenti convinti che questa sia la scelta più semplice non tengono in alcuna considerazione il non indifferente aggravio di costi.

  • Sistema monetario con lo yuan

    Riceviamo e pubblichiamo l’articolo a firma di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 6 luglio 2019.

    A ogni azione corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. È il caso della politica dei dazi e delle sanzioni di Donald Trump: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile per gli scambi commerciali e come riserva monetaria. Soprattutto in Asia.

    Anche le sanzioni americane nei confronti di chi importa petrolio dall’Iran, di fatto, spingono in tale direzione. La Cina è il principale importatore di energia dall’Iran e continuerà a farlo. Il problema, di conseguenza, sorgerà al momento del pagamento in dollari.

    Ogni anno la Cina importa dal resto del mondo petrolio per 250 miliardi di dollari e altri 150 miliardi di merci, quali l’acciaio, il rame, il carbone e la soia. Tutte queste commodity finora sono valutate e commerciate in campo internazionale in dollari. Perciò anche la Cina li deve pagare con la valuta americana. Ciò dà alle autorità Usa un ampio margine di manovra su cosa la Cina compra e da chi. In verità, negli anni passati, gli Usa non hanno mai nascosto l’intenzione e la capacità di usare questa leva per condizionare certi sviluppi geopolitici e geoeconomici. Ad esempio, hanno imposto forti sanzioni pecuniarie contro alcune banche non americane, come la Standard Chartered inglese e la Bnp Paribas francese, per aver fatto operazioni finanziarie in dollari con le controparti iraniane, anche se le suddette banche non avevano violato alcuna regola dei paesi in cui gli accordi erano stati stipulati.

    Lo stesso potrebbe oggi succedere per quelle banche, cinesi oppure no, che dovessero giocare un ruolo nei pagamenti in dollari per saldare contratti d’importazione del petrolio iraniano. Pensare di costringere gli importatori di petrolio iraniano, tra cui la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud, a cambiare il paese di rifornimento, approvvigionandosi dall’Arabia Saudita, alleata di Washington, potrebbe rivelarsi un grave errore.

    Di fronte a questa situazione sta emergendo una serie di nuovi strumenti valutari internazionali alternativi al dollaro. Pechino lavora in questa direzione e si prevede per lo yuan un ruolo centrale. Prima di tutto, il governo cinese sta agevolando l’accesso ai finanziamenti in yuan attraverso organismi offshore con base a Hong Kong. In secondo luogo, per convincere chi esporta petrolio in Cina ad accettare pagamenti in yuan, Pechino intende dimostrare che i paesi produttori potrebbero utilizzare gli yuan non solo per l’acquisto di beni cinesi. Pechino, perciò, programma di offrire prodotti finanziari con un valore sicuro e stabile, facilmente monetizzabili, che potrebbero diventare, addirittura, un’alternativa ai bond del Tesoro americano.

    La Cina sta offrendo contratti future sul petrolio e sull’oro che, tra l’altro, permetterebbero agli interessati di creare una garanzia sul prezzo del petrolio ma anche di poterli convertire in oro. Il processo sembra lento ma è irreversibile. La Cina ha già convinto il Qatar ad accettare lo yuan per il pagamento di parte delle sue esportazioni di petrolio. Inoltre, come conseguenza dell’importante accordo pluriennale di acquisto di petrolio e gas russo per 400 miliardi di dollari da parte della Cina, lo scorso anno Mosca ha cambiato l’equivalente di 50 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie in yuan. Pechino ha già siglato accordi di swap monetari con più di 30 Paesi, tra cui il Giappone e la Russia, che permettono di utilizzare per i commerci lo yuan. Molti progetti di cooperazione tra Brasile e Cina sono già finanziati e regolati in yuan.

    Alla vigilia del G20 Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. È da notare che allo stesso tempo i due paesi stanno espandendo enormemente le loro riserve in oro.

    La stessa realizzazione della «Belt and Road Initiative», la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell’ Aiib, Asian Infrastucture Investment Bank, serviranno per l’internazionalizzazione dello yuan. Molti progetti infrastrutturali con i paesi asiatici coinvolti sono già stipulati nella valuta cinese. Al riguardo è interessante la lettura dell’ultimo bollettino della Banca Mondiale sull’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana, dove la presenza e la cooperazione della Cina è visibilmente molto elevata. La composizione per valuta dell’intero ammontare del debito pubblico e privato di quella regione sarebbe così suddivisa: soltanto il 5,7% in euro, il 62,4% in dollari e il 25% in altre monete. E in quest’ultima categoria lo yuan occupa la parte preponderante.

    Questi processi di portata globale avranno inevitabilmente effetti sull’Europa, chiamata a giocare un ruolo attivo e non subalterno ad altri interessi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • EU and Kazakhstan launch high-level dialogue on economic and business cooperation

    The EU-Kazakhstan High-Level Platform of dialogue on economic and business matters held its first meeting on 1 July in Nur-Sultan, chaired by Kazakhstan Prime Minister Askar Mamin. The meeting was also attended by leading European companies and EU Heads of Mission led by the EU Ambassador to Kazakhstan Sven-Olov Carlsson. “The High-Level Platform between the European Union, its businesses and the Kazakh Government is important for regular exchange of views,” Carlsson said in his opening speech.

    With the Enhanced Partnership and Cooperation Agreement, the EU and Kazakhstan have developed a framework for further strengthening trade and economic relations. The EU supports Kazakhstan’s ambitious reform and modernisation processes, including the improvement of the business climate.

    During the meeting, both parties discussed issues of common interest, including reducing technical barriers to trade, notably in the agro-food sector, as well as issues related to tax legislation. The European Union is Kazakhstan’s first trading partner and represents more than half of foreign direct investment in Kazakhstan.

    The EU is Kazakhstan’s first trading partner and represents more than half of foreign direct investment in Kazakhstan. The EU represents over one third of Kazakhstan’s external trade and over half of total foreign direct investment in Kazakhstan. With over 75% of oil exports going to the EU (representing approximately 6% of total EU imports), Kazakhstan is already the third largest non-member of the Organisation of the Petroleum Exporting Countries supplier for the EU. From the EU, Kazakhstan imports machinery, transport equipment and pharmaceuticals, alongside chemical products, plastics, medical devices and furniture.

    The EU-Kazakhstan Enhanced Partnership and Cooperation Agreement, signed in Nur-Sultan on 21 December 2015 and provisionally application since 1 May 2016, aims at creating a better regulatory environment for businesses in areas such as trade in services, establishment and operation of companies, capital movements, raw materials and energy, intellectual property rights. It is a tool of regulatory convergence between Kazakhstan and the EU, with some “WTO plus” provisions, notably on public procurement.

    The next meeting is preliminary scheduled for autumn this year.

  • Solo 4 banche cinesi su 19 superano gli stress test

    Sulla testata Transatlantico diretta da Andrew Spannaus, Paolo Balmas scrive che solo 4 banche su 19 hanno superato uno stress test eseguito dalla Development Bank of Singapore (DBS): la China Construction Bank, la China Merchants Bank, la Chongqing Rural Commercial Bank and the Bank of Shanghai. La DBS ha sottoposto le 19 banche, che rappresentano il 76% dell’intero settore bancario cinese, a una condizione caratterizzata dalla congiunzione di tre scenari negativi: un veloce calo della crescita economica al 4% per il 2020 (ora si aggira intorno al 6,6%); un crollo del 31% dei prezzi del real estate dovuto a una potenziale bolla del settore; un raddoppiamento dei tassi d’interesse sui crediti in sofferenza dal 5 al 10%. I risultati della DBS richiedono un intervento di circa due trilioni di yuan, ovvero oltre 290 miliardi di dollari.

    Lo scenario, riferisce l’articolo, non è fra i più positivi e si somma ai dubbi che molti investitori occidentali hanno già sull’economia cinese in generale. Tuttavia, la rappresentazione del settore bancario cinese offerto dalla DBS risulta in contrasto con gli ultimi report delle maggiori istituzioni internazionali del settore, il Financial Stability Board (FSB) e la Bank of International Settlement (BIS), le quali descrivono le banche cinesi, almeno quelle considerate ‘sistemiche’, in linea con gli standard internazionali e più caute delle controparti occidentali per quanto riguarda la gestione dei rischi.

  • Nuove opportunità da cogliere in Serbia, Paese in grande sviluppo

    Mercoledì 10 luglio, dalle ore 17.00 alle ore 20.00, presso l’Ambasciata di Serbia in Via dei Monti Parioli 20 a Roma, si svolgerà il Serbia Business Day, workshop  dedicato ai Programmi Finanziari disponibili per la Serbia ed ai settori di maggiore interesse per il Paese: infrastrutture, ambiente, hightech. Per l’occasione saranno presentate due proposte operative: la costituzione a Belgrado di un “Digital Innovation Hub/Competence Center”  con aziende e Università italiane e serbe e la costituzione di una rete di imprese finalizzata alla partecipazione ai bandi nei settori della tutela e del recupero ambientale

    La partecipazione è libera previa conferma a: inviti@greenhilladvisory.eu

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • A Roma l’Italia Serbia Business Forum

    Lunedì 29 aprile a Roma alle ore 11.30,  presso lo Spazio Attivo di Lazio Innova in Via Casilina 3T, è prevista la presentazione dell’Italia Serbia Business Forum. Per l’occasione saranno presentati i Programmi Europei di finanziamento per interventi infrastrutturali, ambientali e di innovazione tecnologica.

    L’Italia Serbia Business Forum, previsto a Belgrado il 16 e 17 maggio prossimi, è finalizzato a favorire lo sviluppo di partenariati con le Aziende e le Istituzioni serbe e facilitare l’accesso ai finanziamenti dell’Unione Europea (molto ricchi verso i Paesi in preadesione).

    Da parte italiana è confermata la partecipazione all’Italia Serbia Business Forum  di rappresentanti del Ministero degli Affari Esteri, Ice, Simest e Cassa Depositi e Prestiti, da parte serba saranno relatori rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture, Ministero dell’Ambiente, Ministero per l’Integrazione Europea, Agenzia Serba di Sviluppo, che parleranno di Gare Internazionali  e di  agevolazioni nazionali

    L’iniziativa è realizzata in partnership con Confindustria Serbia, Iccrea BancaOice, Confindustria Servizi Innovativi, con la collaborazione del Maeci. Le informazioni sul Business Forum e le modalità di adesione sono presenti sul sito www.serbiabusinessforum.it

  • “New deal” per i consumatori: Commissione europea e Consiglio accolgono con favore l’accordo provvisorio sul rafforzamento delle norme UE a tutela dei consumatori

    Raggiunto dal Parlamento europeo e dal Consiglio un accordo provvisorio su un rafforzamento e una migliore applicazione delle norme in materia di tutela dei consumatori.

    Questi i principali miglioramenti: maggiore trasparenza per i consumatori che effettuano acquisti online, sanzioni efficaci e norme chiare per contrastare il problema del doppio standard qualitativo dei prodotti nell’UE. Le nuove norme sono state proposte dalla Commissione europea nell’aprile dell’anno scorso nell’ambito del “new deal” per i consumatori. Le misure adottate apporteranno benefici tangibili per i consumatori.

    Nel dettaglio: saranno introdotte sanzioni efficaci per le violazioni del diritto del consumo dell’UE, cioè  le autorità nazionali di tutela dei consumatori potranno imporre sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive in modo coordinato. Per le violazioni diffuse che colpiscono consumatori in più Stati membri e che sono soggette a un’esecuzione coordinata a livello UE, la sanzione massima applicabile in ciascuno Stato membro sarà pari a non meno del 4% del volume d’affari annuo del professionista.  Saranno contrastate le differenze di qualità nei beni di consumo,  nel senso che le nuove regole qualificano come pratica ingannevole la commercializzazione di un prodotto come identico a uno stesso prodotto in altri Stati membri, se tali beni presentano in realtà, ingiustificatamente, composizioni o caratteristiche molto diverse.

    I diritti dei consumatori online sanno rafforzati e perciò, in caso di acquisti online, ai consumatori dovrà essere chiaramente comunicato se stanno comprando prodotti o servizi da un professionista o da un privato, in modo da sapere di quale tutela godono in caso di problemi. In caso di ricerche online, ai consumatori sarà chiaramente comunicato se il risultato della ricerca è sponsorizzato da un professionista. I consumatori saranno inoltre informati in merito ai principali parametri che determinano la classificazione dei risultati della ricerca.

    L’accordo provvisorio deve ora essere adottato formalmente dal Parlamento europeo e dal Consiglio.

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