Il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio sulle modifiche alle regole in materia di rimpatri di cittadini extracomunitari per velocizzare le procedure e aggiungere tutele per la sicurezza. Lo ha riferito una nota stampa dell’Europarlamento. In base all’accordo, una decisione di rimpatrio emessa nei confronti di un cittadino extracomunitario che soggiorna illegalmente in uno Stato membro comporterà l’obbligo di lasciare il Paese in questione “immediatamente o entro un termine prestabilito”. L’accordo prevede inoltre un obbligo di cooperazione e detenzione: i cittadini di Paesi terzi potranno essere trattenuti, a seguito di valutazione individuale, se non collaborano, presentano un rischio di fuga o costituiscono un rischio per la sicurezza. Il periodo di detenzione può arrivare fino a due anni, con una possibile proroga di sei mesi qualora le circostanze cambino, emergano nuove informazioni o la cooperazione con il Paese terzo interessato migliori. Le nuove norme consentiranno anche la possibilità di trasferimenti, esclusi i minori non accompagnati, verso un centro di rimpatrio in un Paese che accetti di accogliere la persona, sulla base di un accordo concluso da uno Stato membro. Le decisioni di rimpatrio saranno incluse in un “ordine di rimpatrio europeo” e rese disponibili, attraverso il sistema di informazione Schengen, in tutto lo spazio Schengen. Il regolamento entrerà in vigore dopo la sua pubblicazione. Alcuni punti, quali la dimensione esterna dei rimpatri, si applicheranno immediatamente, altri, che richiedono step preparatori, dopo un anno.
Due migranti africani hanno intanto presentato ricorso contro l’Italia presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) per la mancata esecuzione del mandato di arresto del generale libico Osama Almasri, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. I due migranti, un uomo del Sud Sudan e una donna della Costa d’Avorio, hanno reso noto di essere stati torturati all’interno di un centro di detenzione libico gestito da Almasri, fermato nel gennaio 2025 in territorio italiano e poi rimpatriato nel Paese nordafricano. L’uomo sudsudanese ha affermato di essere stato anche “costretto a combattere all’interno di un gruppo armato affiliato” ad Almasri, mentre la donna ivoriana ha dichiarato di essere stata “sottoposta a maltrattamenti e violenze sessuali”. Nel contestare il mancato arresto del generale libico, i due hanno affermato che l’Italia ha violato i loro diritti. La Cedu, dopo un esame preliminare delle istanze, ha notificato i due casi al governo, in attesa di stabilire se ci siano i presupposti per la loro ammissione all’esame.