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Recovery Plan: quattro successi e quattro sfide

Altre volte, in vista di decisioni importanti, c’è voluto molto più tempo per siglare l’accordo. Anche per il Recovery, un rinvio a fine agosto avrebbe potuto starci, data la posta in gioco. Ma il Consiglio e la Commissione devono aver avuto una certa paura: di abbassare le cifre iniziali della proposta, di aspettare ancora, di non controllare la qualità della spesa. Paura di perdere la faccia presso i proprio elettori, con attese diverse in ciascun paese dell’Unione, di far crollare le borse, di farsi ridere da chi, da posizioni certo diverse, nell’Europa non vuole credere – Cina, Erdogan, Putin, e gli stessi Trump e Boris Johnson.

Intrinsecamente più forte rispetto ad altre aree del mondo, soprattutto se davvero lo volesse, l’Europa ha fatto dei suoi timori la sua arma e ha sfoderato l’accordo. Una perla rara in un mondo dove si prova a uscire dal Covid con un Oriente diviso e spaventato dal crescente ruolo cinese, un mondo arabo in preda a rinnovati egoisti, un’America latina in stato confusionale, e con gli Stati Uniti che ancora devono trovare la propria strada tra problemi interni e la rinuncia al multilateralismo. In questo contesto e seppure con le sue contraddizioni, l’Europa ha sorpreso, si è voluta sorprendere lei stessa per ampiezza della risposta alla crisi innescata dal Covid. Per almeno quattro ragioni.

  1. Mai si è vista in Europa una mobilitazione finanziaria così elevata: 750 miliardi (390 di sovvenzioni e 360 di prestiti di cui 209 destinati all’Italia, il paese che ne ottiene più di altri), più i 1.074 miliardi del bilancio pluriannuale 2021-2027. A queste risorse si aggiungono le altre già stanziate – SURE, la Banca Europea degli Investimenti, le aggiunte ai fondi per la ricerca e la protezione civile – tanto da giungere ai duemila miliardi che molti ritenevano una balla propagandistica.
  2. Cifre così elevate mettono in ombra la rivoluzione più profonda del nuovo Fondo: il ricorso all’emissione di titoli di debito comune per 750 miliardi, con interessi che saranno pagati dal bilancio comunitario. Strumenti di finanza europea che i federalisti hanno chiesto invano per quasi vent’anni. Che ci si arrivi tardi non è una ragione per non festeggiare.
  3. Com’era giusto che fosse, lo scontro non è stato tanto sulle cifre (di fatto inalterate rispetto alla proposta della Commissione), ma sulle condizioni di utilizzo: una preoccupazione non solo di Paesi Bassi e altri “frugali”, ma anche di chi come noi hanno assistito per decenni allo spreco o al mancato utilizzo dei fondi europei destinati all’Italia e hanno già più volte denunciato i sette primati negativi del paese rispetto al resto d’Europa – inefficienza della pubblica amministrazione, corruzione, economia sommersa, evasione e giungla tributaria, crimine organizzato, costo delle istituzioni, moltiplicazione dei centri decisionale e di spesa. La formula finale è tipica di un compromesso che fa contenti tutti: vi sono ottime aree prioritarie di spesa – agenda digitale, sostenibilità ambientale, aggiornamento della burocrazia e della giustizia, e altre priorità europee – e un meccanismo di controllo dell’impiego delle risorse che impegna il governo beneficiario, poi la Commissione e se necessario il Consiglio, a maggioranza qualificata e con tempi certi.

Se per alcuni aspetti avremmo auspicato un coinvolgimento anche maggiore da parte della Commissione, la combinazione di elevate risorse, programmazione di aree strategiche e procedure di controllo, remano verso la creazione di quel governo economico europeo invocato dai federalisti e osteggiato dai sovranisti, ma che seppure a piccoli passi si sta plasmando come una necessità per gestire la sempre più interdipendente e complessa Europa.

  1. Dal vertice escono vincitori i governi più europeisti: il solito asse franco-tedesco, la Spagna e il Portogallo, il Belgio e il Lussemburgo, e soprattutto l’Italia e in particolare il Presidente del Consiglio. Conte torna a Roma perfino con più risorse di quelle che si potevano prevedere alla vigilia e con condizionalità comunque virtuose: una lezione a chi, nell’opposizione ma anche nella maggioranza, ha gufato contro la scommessa europeista.

Non sono successi che s’improvvisano: per quanto possa sorprendere, la capacità di intessere relazioni umane dirette, di crearsi una propria credibilità personale, sono elementi cruciali in un negoziato europeo – quasi quanto la forza di cui un paese dispone a monte. Giuseppe Conte, già dal suo primo governo, ha saputo creare questi rapporti e si è districato ammirevolmente tra Rutte e Orban, tra Macron e la Merkel, tra la van der Leyen e Michel, usando a giuste dose i toni forti e la persuasione. Gli italiani che invocano una maggioranza di centro-destra dovrebbero capire che essa non avrebbe mai potuto ottenere 209 miliardi dall’Europa, di cui 81 a fondo perduto. E con i fondi ordinari del periodo 2021-2027 si arriva a 250 miliardi…

Questa storia però non è un “lieto fine”. Perché è solo l’inizio di quattro partite ben più difficili, tre per il governo e per tutta l’Italia, e una per l’Europa.

  1. La prima è la questione dei 37 miliardi aggiuntivi del MES, su cui maggioranza e opposizione sono divise al loro interno. L’ottimo risultato sul Recovery non dovrebbe far calare l’interesse per il MES. Tenendo conto delle condizioni di controllo previste dal Recovery, il MES offre addirittura margini di autonomia maggiori, seppure indirizzati nel solo, ma vitale, settore della spesa sanitaria. E dopo aver ricevuto oltre 200 miliardi di altri fondi UE non possiamo credere che l’Italia si possa trovare nell’impossibilitò di rimborsare un prestito a tassi zero e lunga scadenza, condizioni mille volte migliori di quelle offerte dal mercato, e dunque di cadere sotto l’amministrazione controllata della troika. Se questo accadesse, vorrebbe dire che il paese sarebbe già al collasso, e la classe politica italiana si meriterebbe di essere messa sotto libertà vigilata.
  2. MES o non MES, resta il nodo del buon utilizzo di questo improvviso patrimonio. I precedenti italiani e anche le esitazioni dell’esecutivo in carica non promettono niente di buono e le preoccupazioni di certi paesi europei sono anche nostre. Con venti regioni, l’unico parlamento al mondo con un bicameralismo perfetto, una confusione normativa e di ruoli sistemica e una cultura nazionale piegata al modello assistenzialistico, Conte e il governo rischiano di trasformare il successo europeo in un fallimento paradossale se non sapranno impiegare presto e bene questi oltre duecento miliardi. Sotto questo profilo, finora non si vedono elementi che possano rassicurare.

Giorgio La Malfa ha lanciato una proposta forte: creare una sorta di commissario alla gestione di queste risorse, nella persona di Mario Draghi. La garanzia non sta solo nel nome, super-partes e di alta credibilità internazionale, ma anche in un meccanismo che eviti una “spartizione del bottino” con logiche del tanto-a-me-tanto-a-te, tra ministeri e tra regioni, senza una visione di fondo. Draghi saprebbe come fare per il bene del paese.

  1. Tuttavia, il paese non può perversare nell’abitudine di risolvere i suoi problemi con task-force e commissari, e dunque in deroga. Occorre mettere mano alle regole ordinarie e approfittare di questa bizzarra congiuntura – massimo crollo del pil e massimo aiuto europeo – per procedere a riforme che procedano per riduzione e non per aggiunte, attaccando con decisione quei sette vizi che abbiamo già ricordato, riformando le pensioni, giustizia, scuola. Se ne parla da secoli, così come da secoli si era parlato di eurobond – ora non ci sono più scuse. Senza questa svolta avremo perso una delle migliori occasioni per rendere l’Italia un paese più giusto, più coeso più moderno, più prospero; avremo perso solo altro tempo e denaro e li avremo fatti perdere all’Europa. Qualcuno dirà che non sarebbe un dramma: manterremo la nostra “sovranità”, i nostri giovani continueranno a cercare lavoro in Europa e gli europei continueranno a volerci bene e a venire in Italia – ma solo in vacanza.
  2. Se l’Italia deve affrontare senza paura le sue riforme, anche l’Unione Europea deve riscrivere le sue regole. La crisi del Covid non si ripresenterà spesso, ma chissà, e non si possono fare le cinque di mattina ogni volta. In ogni caso c’è qualcosa di folle nello stanziamento di duemila miliardi senza disporre alle spalle di una vera Europa federale. Come gli italiani a casa loro, anche tutta l’Europa non deve trasformare un successo in una perdita di tempo, e deve procedere a un nuovo trattato, con fiscalità comune, difesa comune, politica estera veramente comune, ricerca comune, e anche sanità pubblica comune. Per come vanno le cose altrove, da questa scelta di fondo ne va della prosperità degli europei, ma anche del futuro del mondo libero.

Niccolò Rinaldi

Responsabile politiche europee PRI e Presidente di Liberi Cittadini

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