controllo

  • La Commissione modernizza il meccanismo di cooperazione EUROSUR per combattere la criminalità e salvare vite in mare

    La Commissione ha adottato nuove norme per modernizzare il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (EUROSUR), un meccanismo di cooperazione per lo scambio di informazioni tra le autorità responsabili della gestione delle frontiere esterne dell’UE.

    Al fine di consentire un’adeguata analisi dei rischi e una risposta rapida, gli Stati membri pubblicheranno periodicamente relazioni e allarmi sulle situazioni attinenti alla gestione delle frontiere esterne dell’UE, tra cui la tratta di esseri umani, il sequestro di stupefacenti, armi o esplosivi, il traffico di veicoli o la sottrazione di minori. Oltre agli obblighi esistenti ai sensi del diritto internazionale, gli Stati membri dovranno anche segnalare gli incidenti e le operazioni di ricerca e soccorso, per contribuire a una migliore individuazione delle persone a rischio e al salvataggio di vite umane. Le nuove norme prevedono inoltre regole più rigorose in materia di sicurezza e protezione dei dati.

    EUROSUR fornisce alle guardie di frontiera, alle guardie costiere, alla polizia, alle dogane e alle marine militari un quadro aggiornato e completo della situazione alle frontiere esterne dell’UE. Inoltre, il meccanismo consente agli Stati membri di scambiare informazioni sia reciprocamente che con Frontex e con i paesi vicini. In tal modo, EUROSUR svolge un ruolo fondamentale nella gestione delle frontiere esterne dell’UE e contribuisce a individuare e combattere le forme gravi di criminalità, quali il traffico di stupefacenti e la tratta di esseri umani, nonché a salvare vite umane in mare. Le nuove norme entreranno in vigore il 2 maggio 2021.

    Fonte: Commissione europea

  • Detective Stories: revenge porn, come prevenirlo ed intervenire

    Il reato di revenge porn avviene quando video o fotografie intime (riprese con o senza la propria autorizzazione) vengono divulgate a terzi tramite internet, social network e app di messaggistica senza la propria autorizzazione. Nella maggior parte dei casi ciò avviene per “vendetta”, dopo la rottura di un fidanzamento, o anche per “leggerezza”, magari dopo aver inviato il video/la fotografia ad un amico fidato, dando il via ad un inevitabile “rimbalzo” del file nella rete.

    Si tratta di un pericolo concreto ed incredibilmente attuale che in diversi casi ha avuto conseguenze tragiche, portando alcune vittime a commettere il suicidio. Come non dimenticare la storia di Tiziana Cantone, suicidatasi nel 2016 dopo la diffusione di un filmato a sfondo sessuale che la ritraeva, ma anche quella di altre vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare e di ricostruirsi la vita, come Chiara, una ragazza minorenne di Perugia la cui vita venne distrutta dopo che il fidanzato dell’epoca fece girare un suo video privato.

    Il rischio di casi di revenge porn è aumentato in seguito al lockdown, dove persone sole e di fatto isolate, hanno stretto relazioni virtuali con soggetti mai conosciuti nella vita reale e con i quali hanno in alcuni casi effettuato uno scambio di messaggi intimi e fotografie personali. Spesso dopo aver ottenuto fotografie personali di un utente, le persone dall’altro lato del pc/cellulare, possono effettuare richieste di denaro alla vittima, minacciando la divulgazione di fotografie intime o chat personali tra il proprio elenco di contatti qualora non venisse inviato quanto richiesto entro una determinata deadline.

    La nostra arma principale è sempre la prevenzione. Evitiamo quindi di diffondere nostre immagini intime e personali tramite la rete inoltrandole a chiunque, ma evitiamo anche di accettare immagine personali da altri soggetti quando non ne conosciamo la provenienza. In questo modo eviteremo di contribuire ad una ulteriore distribuzione di un’immagine che, se di un minore, vi farebbe concorrere al reato di distribuzione di materiale pedopornografico.

    In caso di diffusione del materiale bisogna contenere i danni intervenendo immediatamente, denunciando quanto accaduto alle autorità competenti e contattando i gestori dei siti internet ed i server che ospitano i file.

    A livello investigativo è possibile effettuare attività specifiche sui principali sospetti ed anche svolgere delle indagini digitali in grado di risalire al proprietario del sito di riferimento, tuttavia queste tipologie di intervento possono rivelarsi particolarmente complesse e dagli esiti incerti.

    Fortunatamente la legislazione statunitense si è rivelata molto utile nel contrastare questo tipo di crimini: grazie al Digital Millennium Copyright Act ed alle normative vigenti in materia di distribuzione illegale di materiale personale e Revenge Porn è possibile attivare un procedimento legale che permette di inviare una richiesta di blocco ai gestori dei server da dove le persone possono scaricare i filmati illecitamente. Da quel momento, chi ha ricevuto la richiesta di blocco, ha 15 giorni di tempo per interrompere l’hosting dei file, prima di essere ritenuto co-responsabile del reato.  Grazie a questo procedimento è possibile conoscere l’identità del proprietario del sito, dei soggetti abbonati a quel determinato sito (che potenzialmente avrebbero potuto scaricare il file), di chi ha condiviso/caricato video e foto etc. Ciò permette di individuare i colpevoli ricostruendo la catena di distribuzione del file e consentendo alla parte lesa di ottenere un risarcimento del danno.

    Ma esistono anche altre forme di “vendetta”, difatti porre attenzione a chi si inviano foto e video personali non è sufficiente, spesso anche il testo di una chat può diventare pericoloso.

    Qualche anno fa affrontai il caso di un cliente minacciato dall’ex amante che, in seguito all’interruzione del loro rapporto, minacciò l’uomo di inviare alcune delle loro chat private alla moglie. Si trattava per lo più di “sexting”, conversazioni private dal contenuto erotico, che certamente avrebbero rivelato il rapporto extraconiugale dell’uomo. Oltre alle minacce, la donna si rivelò essere anche una stalker, difatti iniziò a seguire l’ex amante ed i figli minori in svariate occasioni. I nostri agenti raccolsero prove sufficienti circa i suoi comportamenti, dopodiché organizzammo un incontro con la donna nel quale le mostrai quanto emerso durante l’attività investigativa. Di fronte ad una possibile denuncia per stalking, alle evidenze dei ricatti e a tutte le conseguenze che avrebbe dovuto affrontare, la donna decise di desistere, senza mai più arrecare alcun disturbo.

    Dobbiamo sforzarci di capire come, al giorno d’oggi, le vendette e le ritorsioni esistano nelle forme più diverse, ed il revenge porn e tutto ciò che vi ruota attorno siano espressione di come ciò che avviene nel mondo virtuale può avere delle conseguenze devastanti in quello reale, per questo dobbiamo fare il possibile per tutelare noi stessi e le persone a noi più care diffondendo la cultura della sicurezza e della prevenzione.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Nomina dell’organo di controllo nelle srl, proroga a tempo scaduto

    Il codice della crisi e dell’insolvenza è stato varato a gennaio 2019 (Dlgs. 14/2019) in attuazione della legge 19 ottobre 2017 n. 155. Diciamo, quindi, con una gestazione discretamente lunga.

    Una parte delle norme è entrata in vigore decorsi trenta giorni dalla pubblicazione in gazzetta ufficiale, una parte sarebbe invece entrata in vigore diciotto mesi dopo. Tra queste ultime, l’obbligo di nomina dell’organo di controllo o del revisore nelle srl che negli ultimi due esercizi avessero superato almeno uno dei seguenti parametri: quattro milioni di euro di attivo, quattro milioni di euro di ricavi, venti dipendenti in media occupati nell’anno. Anche sulle soglie di cui all’art. 2477 del codice civile, si è assistito ad un susseguirsi di balzelli che hanno dapprima ridotto le soglie per poi aumentarle ai limiti attuali.

    Pertanto, dal 14 febbraio 2019, le società hanno avuto dieci mesi di tempo (nove dalla data di pubblicazione) per adeguare i propri statuti, laddove necessario, e nominare il revisore o il sindaco unico o, ancora, il collegio sindacale.

    I più virtuosi hanno nominato l’organo di controllo o il revisore con l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio 2018.

    Alla spicciolata si sono aggiunte nei mesi seguenti una parte delle società che hanno superato i parametri previsti negli esercizi 2017 e 2018, esortate ad adempiere dalla stampa specializzata e dai propri consulenti che hanno fatto una diffusa opera di informazione e sollecitazione alla compliance con la nuova normativa.

    Chiaramente sulle società è impattato un nuovo costo, quello del revisore, percepito, peraltro, quale figura di controllo e di ingerenza negli “affari” sociali. Molti imprenditori delle piccole imprese italiane soggette ai nuovi obblighi, in effetti, non sono preparati per questa rivoluzione epocale che necessita di un cambio di passo culturale di non poco conto. L’impresa dovrà essere adeguatamente strutturata e l’imprenditore non potrà accentrare il ruolo gestorio e quello di controllo che dovrà essere necessariamente affidato a soggetti terzi adeguatamente preparati.

    Non voglio entrare, in questa sede, nel merito dei compiti del revisore e della sua attività, ma ritengo necessario precisare che un valido revisore non sarà solo un costo sterile per l’azienda e, più in generale, per l’imprenditore, ma un valido supporto con cui confrontarsi anche al fine di cogliere tempestivamente segnali di crisi con l’obiettivo di adottare i correttivi necessari.

    Ciò premesso, il lavoro di revisione va adeguatamente programmato e non si esaurisce in pochi giorni. Da qui, giunti a ridosso della fatidica scadenza del 16 dicembre e resosi conto che molte aziende chiamate non avevano ancora proceduto alle nomine, sono iniziati i primi rumors incentrati sul fatto che i revisori nominati a dicembre non avrebbero avuto modo di svolgere adeguatamente il proprio lavoro. Si sono affacciate timide interpretazioni che avrebbero voluto la nomina del revisore nei termini ma con decorrenza 2020 nonché richieste di proroghe avanzate da più fronti.

    Fatto sta che la normativa non è stata modificata e il 16 dicembre è arrivato, molte società si sono attrezzate, ma altrettante e forse più, non hanno provveduto.

    Le camere di commercio, deputate al controllo, avrebbero inviato richieste di spiegazioni in merito alla mancata nomina. A fronte di ulteriore inerzia sarebbe scattata la segnalazione al tribunale che avrebbe provveduto d’Ufficio, con notevole imbarazzo, aggiungo io, sia per la società che per il revisore vista la delicatezza della funzione.

    Ancora il 5 febbraio 2020, il Ministro dello Sviluppo Economico, a seguito di interrogazione parlamentare, aveva escluso eventuali proroghe stante l’evidente “iniquità sotto il profilo concorrenziale delle imprese che hanno rispettato il termine di adempimento rispetto a quelle che, invece lo hanno disatteso”.

    Ed in effetti, così è: se esiste una legge va rispettata da tutti pena discriminazioni e distorsioni nel sistema della concorrenza.

    Ma l’Italia è il Paese delle proroghe, basti pensare che tutti gli anni il Governo vara un decreto chiamato “milleproroghe”, e così, a tempo scaduto, l’art 6 bis del citato decreto prevederebbe lo slittamento della nomina dell’organo di controllo o del revisore alla data di approvazione del bilancio 2019.

    Esclusa qualsiasi presunzione di sindacare il fatto che la proroga fosse giusta o sbagliata, sicuramente ciò che è censurabile è il metodo. Uno dei punti cardine di qualsiasi Paese è la certezza del diritto che da noi, troppo spesso, è diventato incerto comportando plurimi effetti negativi.

    Per favorire gli inadempienti, si è finiti nuovamente per penalizzare gli imprenditori in regola, che per tempo hanno studiato la normativa, hanno modificato i propri assetti organizzativi e hanno nominato il revisore o l’organo di controllo, sopportandone, almeno inizialmente, esclusivamente il relativo costo posto che i benefici saranno attesi in futuro. Ora cosa si inventeranno per premiare questi virtuosi? Che di virtuoso, per altro, poco avrebbero, posto l’esistente obbligo normativo artatamente disatteso a posteriori dallo stesso legislatore. Un contributo per le spese di adeguamento sostenute sarebbe auspicabile e potrebbe essere previsto contestualmente alla proroga.

    A coloro in regola, infine, mi rivolgo, invitandoli a non farsi prendere dallo scoramento, a non percorrere strade che porterebbero alla revoca del revisore (non del sindaco unico) per cessazione dell’obbligo normativo, posto che fra poco più di due mesi si troverebbero punto a capo, a meno che, cambiando gli esercizi monitorati si venga esclusi dall’adempimento. Ipotesi, questa, da verificare con riferimento al testo normativo in fase di approvazione.

    Certo è che, troppo spesso, si interviene a ridosso delle scadenze o, peggio ancora, a tempo scaduto, come nel presente caso. Così facendo si minano le fondamenta del sistema Italia che senza certezze non ripartirà mai: gli investitori stranieri saranno sempre più restii ad entrarvi stabilmente e i cittadini saranno sempre più incentivati ad arrangiarsi alla giornata, rimandando qualsiasi intervento trincerandosi dietro all’assioma che tanto, prima o poi, qualcuno ci metterà una pezza.

  • Stati Ue in ritardo nel recepimento della direttiva per la lotta al terrorismo

    Quasi la metà degli Stati membri sembra mostrare scarso interesse nell’implementazione di una direttiva dell’Ue per la lotta al terrorismo, adottata nell’aprile 2016, che prescrive di registrare i nomi dei passeggeri dei voli nella stessa Ue. I sostenitori affermano che la direttiva aiuta i servizi di sicurezza a identificare modelli comportamentali sospetti, i critici dicono che mina i diritti fondamentali e fa poco per aiutare la polizia a rintracciare i sospetti. Il responsabile della protezione dei dati personali dell’Ue, Giovann Buttarelli, ha bocciato la direttiva come “raccolta ingiustificata e massiccia di dati sui passeggeri” e il 6 settembre, il commissario europeo per la sicurezza Julian King ha detto ai deputati della commissione per le libertà civili che la Commissione europea ha ora minacciato di portare alcuni Stati dell’Ue davanti alla Corte di giustizia per non aver dato seguito al provvedimento (a metà luglio Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovenia e Spagna hanno ricevuto lettere di messa in mora).

    L’anno scorso, la Commissione europea ha distribuito 70 milioni di euro per aiutarli a implementare la normativa, che si aggiungono ai 50 milioni di euro erogati dalla stessa Commissione dal 2013, nel periodo precedente alla direttiva (dei 50 milioni iniziali, la Francia ha ricevuto la fetta più grande: 17,8 milioni, i Paesi Bassi 5,7, l’Ungheria 5, l’Estonia quasi 5, la Spagna poco meno di 4, la Bulgaria circa 2,4, la Finlandia 2,2, il Portogallo 976.000 euro e la Romania 134.137).

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