cura

  • Il disagio mentale colpisce il 6% degli adulti

    Poco più del 6 per cento degli adulti e circa il 9 per cento degli over 65 riferiscono sintomi depressivi e percepiscono compromesso il proprio benessere psicologico per più della metà dei giorni del mese precedente l’intervista. I sintomi depressivi aumentano significativamente tra chi vive in condizioni di disagio economico, raggiungendo rispettivamente il 18 per cento e il 25 per cento tra chi dichiara di avere molte difficoltà ad arrivare a fine mese. La fotografia, relativa al biennio 2023-2024, è stata scattata dalle sorveglianze Passi e Passi d’Argento dell’Iss, ed è pubblicata in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale che si celebra il 10 ottobre. Nel nostro paese, afferma un’indagine condotta dall’Istituto tra il 2021 e il 2023 su 19 dipartimenti di Salute Mentale appena pubblicata, cresce la domanda di cura, con un aumento dei ricoveri nei reparti psichiatrici ospedalieri così come delle consulenze psichiatriche nei pronto soccorso. Continua inoltre la mappatura dei servizi dedicati ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, arrivata a 225 strutture su tutto il territorio nazionale. Dai dati Passi 2023-2024 emerge che, in Italia, una quota contenuta di adulti (poco più del 6 per cento) riferisce sintomi depressivi e percepisce compromesso il proprio benessere psicologico per una media di quasi 16 giorni nel mese precedente l’intervista (vs meno di 2 giorni per le persone senza sintomi depressivi). I sintomi depressivi sono generalmente più frequenti con l’avanzare dell’età, fra le donne (7 per cento), fra le persone socialmente più svantaggiate, per difficoltà economiche (18 per cento), precarietà lavorativa (8 per cento) o bassa istruzione (11 per cento), fra chi vive da solo (7 per cento) e fra chi è affetto da patologia cronica (11 per cento). Solo il 65 per cento degli intervistati che riferiscono sintomi depressivi ricorrono all’aiuto di qualcuno, rivolgendosi soprattutto a medici/operatori sanitari.

    La variabilità regionale non descrive un chiaro gradiente geografico. Nelle Regioni del Sud la prevalenza di persone che riportano sintomi depressivi si è ridotta in modo costante dal 2008 al 2024, mentre nel Nord, dove si partiva da livelli analoghi a quelli registrati nel Sud la discesa si interrompe nel 2016 e il dato di prevalenza rimane stabile negli anni successivi; nel Centro, dove nel 2008 si registravano livelli più elevati del Paese, la riduzione è stata inizialmente veloce raggiungendo valori analoghi al resto d’Italia ma poi si arresta e il trend si inverte nel 2018 aumentando fino al 2024. Nel biennio 2023-2024 si stima che 9 ultra 65enni su 100 soffrono di sintomi depressivi e percepiscono compromesso il proprio benessere psicologico per una media di 17 giorni nel mese precedente l’intervista. sintomi depressivi sono più frequenti all’avanzare dell’età (raggiungono il 13 per cento dopo gli 85 anni), nella popolazione femminile (12 per cento vs 5 per cento negli uomini), tra le classi socialmente più svantaggiate per difficoltà economiche (25 per cento in chi riferisce molte difficoltà economiche vs 6 per cento di chi non ne riferisce) o per bassa istruzione (12 per cento fra coloro che hanno al più la licenza elementare vs 5 per cento fra i laureati), tra chi vive solo (11 per cento) e fra le persone con diagnosi di patologia cronica (17 per cento in chi riferisce due o più patologie croniche vs 5 per cento di chi non ne ha).

    Una discreta quota di persone con sintomi depressivi (23 per cento) non chiede aiuto, chi lo fa si rivolge nel 26 per cento dei casi solo ai propri familiari/amici, nel 13 per cento solo o a un medico/operatore sanitario e nella maggior parte dei casi (37 per cento) a entrambi, medici e persone care. La prevalenza di sintomi depressivi descrive un trend in riduzione significativo dal 2016 al 2024, in tutte le classi di età, anche fra quelle a maggior prevalenza (dal 13.2 per cento al 7.3 per cento fra i 65-74enni, dal 18.3 per cento al 9.7 per cento fra i 75-84enni e persino fra gli over85 dal 22.3 per cento al 12.5 per cento). Il Centro per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Iss, con il supporto economico del Ministero della Salute, ha condotto un progetto di monitoraggio sull’organizzazione dei servizi di salute mentale in Italia nel periodo post-pandemico. Attraverso un’indagine condotta su 19 Dipartimenti di Salute Mentale (Dsm), sono stati confrontati i dati relativi al primo semestre del 2021 con quelli dello stesso periodo del 2023, per analizzare l’evoluzione del sistema.

    Questi i risultati principali, mentre i dati completi sono appena stati pubblicati sugli Annali dell’Istituto superiore di sanità: il numero dei Centri di salute mentale (Csm) è rimasto stabile; i ricoveri nei reparti psichiatrici ospedalieri (Spdc) sono aumentati così come le consulenze psichiatriche nei pronto soccorso; i casi di gesti autolesivi intercettati nei pronto soccorso sono cresciuti indicando un bisogno crescente di interventi tempestivi e mirati; leggero calo del numero di psichiatri, assistenti sociali e terapisti della riabilitazione psichiatrica, ma leggero aumento degli psicologi e degli operatori sociali sanitari; i servizi erogati da remoto sono drasticamente diminuiti, con un ritorno prevalente alle prestazioni in presenza; in generale diminuiscono le visite psicologiche e psichiatriche sia da remoto che in presenza. “I dati mostrano una fotografia complessa ma utile per comprendere le sfide future” commenta il team dell’Iss, e in particolare, rispetto al 2020, si registra un aumento della domanda di assistenza ospedaliera. Nonostante alcuni cambiamenti nella composizione e tipologia del personale, permane in particolare la criticità rappresentata dalla dotazione complessiva di risorse umane che richiama alla necessità di un impegno per rafforzarne l’offerta più in linea con gli standard indicati, per far fronte e rispondere alle nuove (e vecchie) esigenze della popolazione con, o suscettibile di sviluppo di, disturbi mentali”.

  • Quattro nuovi cuccioli salvati in Somaliland

    A pochi giorni di distanza dalla Giornata Mondiale della Fauna Selvatica, celebrata il 3 marzo, il CCF (Cheetah Conservation Fund) annuncia con piacere che il mese scorso quattro cuccioli di ghepardo sono stati salvati dal commercio illegale di animali selvatici in Somaliland, grazie agli sforzi congiunti del Ministero per l’Ambiente e i Cambiamenti Climatici (MoECC) e del Cheetah Conservation Fund (CCF). I quattro cuccioli sono stati trasferiti al Cheetah Rescue and Conservation Centre (CRCC) del CCF per cure mediche e riabilitazione e ora si stanno adattando alla loro nuova casa.

    Il commercio illegale di animali selvatici è tra le principali minacce per i ghepardi che vivono allo stato selvatico e nel Corno d’Africa la situazione ha raggiunto livelli molto preoccupanti. Secondo le stime, nella regione rimangono in natura meno di 500 ghepardi, tra adulti e adolescenti. Tuttavia, ogni anno tra i 200 e i 300 cuccioli vengono prelevati e commercializzati illegalmente attraverso il Corno d’Africa per soddisfare la domanda di animali da compagnia di provenienza esotica.

    Oggi il CRCC funge da punto di riferimento e centro di riabilitazione per i ghepardi, quasi 100, salvati dal commercio illegale. Nel Corno d’Africa, il CCF è attivo nella lotta al commercio illegale attraverso la promozione di politiche ad hoc, iniziative di ricerca e formazione che coinvolgono le comunità che vivono vicine ai territori dei ghepardi. Inoltre, la ricerca pubblicata dal CCF nel 2023 che evidenziava l’impatto del commercio illegale sul ghepardo dell’Africa nord-orientale, ovvero la sottospecie presente nel Corno d’Africa, ha contribuito a sostenere l’inserimento di quest’ultimo tra le specie “in pericolo” d’estinzione. Nello stesso anno, il CCF ha avviato programmi di formazione in materia di conservazione nella regione di Awdal in Somaliland, al fine di fornire sempre maggiori mezzi di sostentamento alle popolazioni rurali e promuovere la coesistenza con la fauna selvatica. Attualmente, sempre in Somaliland, è in corso anche la costruzione di un nuovo complesso educativo presso il Cheetah Rescue and Conservation Centre (CRCC): primo del suo genere nella regione, l’innovativo complesso educativo si focalizzerà sulla conservazione del ghepardo nordafricano, offrendo spazio per un’ampia gamma di programmi formativi indirizzati alle comunità locali e no.

  • Riflessioni e notizie, in attesa che la politica si muova

    Ci sono notizie che portano a riflessioni dalle quali dovrebbero poi discendere delle azioni della politica perché, come quelle delle quali scriviamo, sono notizie che la politica non può non conoscere.

    Cosa impedisce alla politica, governo ed opposizione, di chiedere all’Enci, a fronte del suo cospicuo patrimonio, del quale anche la televisione ha parlato, un aiuto per risolvere la grave situazione di alcuni rifugi per animali abbandonati? L’Enci dipende dal Ministero dell’Agricoltura ma quali controlli fa il Ministero sulla gestione dell’ente?

    Cosa impedisce alla politica di chiedere all’Enci un codice di comportamento per gli allevatori suoi iscritti che imponga di vendere i cuccioli solo con il certificato di buona salute dei genitori per garantire che non siano affetti da displasia o da altre malattie genetiche? Questo dovrebbe già essere un compito insito nella stesso scopo per il quale l’ente è nato, dovrebbe ma non è.

    Cosa impedisce che i soldi derivanti dalle sanzioni amministrative, dai sequestri effettuati dai carabinieri del Nas, per un valore che lo scorso anno sembra abbia raggiunto più di quattro milioni e mezzo di euro, siano utilizzati per migliorare le condizioni degli animali abbandonati ed incentivarne l’adozione, magari dando un contributo per le cure sanitarie? Questa cospicua cifra non potrebbe essere utilizzata per abbassare finalmente l’iva per le cure veterinarie, le medicine ed il cibo? Quanti anziani rischiano di abbandonare il proprio animale da compagnia per colpa del continuo aumento del costo della vita che ovviamente colpisce anche i costi per il mantenimento di un cane o di un gatto?

    Il problema delle zoomafie, delle vendite illegali di animali sulla rete, il traffico di cuccioli dall’estero, dei combattimenti tra cani, delle corse irregolari di cavalli sono solo alcuni dei tanti problemi dei quali le nostre forze di sicurezza si devono ogni giorno occupare.

    Sarebbe almeno un piccolo passo avanti se si facesse chiarezza sulla gestione di decine di rifugi e canili nei quali gli animali sono in continuo pericolo di vita o sulla conduzione di allevamenti dove vi è un eccessivo imparentamento che porta a malattie genetiche che condannano l’animale a costanti sofferenze e i suoi proprietari a costanti spese.

    Riflessioni, notizie, chissà se la politica si muoverà.

  • Gli animali domestici fanno risparmiare 4 miliardi alla sanità pubblica

    Amici a quattro zampe come farmaci e antidoto alla solitudine degli anziani, ma anche efficace soluzione che porta a un consistente risparmio per le casse della sanità pubblica, circa 4 miliardi l’anno, e a una riduzione del 15% delle visite mediche.

    Gli effetti benefici per la salute e il benessere degli over65 della relazione con gli animali domestici è tra i temi al centro del 69esimo Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg), in corso a Firenze.

    L’introduzione di interventi assistiti con gli animali negli over65, affermano i geriatri sulla base di vari studi scientifici, ha infatti un’azione benefica su demenza, ansia e depressione, ma anche la semplice compagnia di un animale domestico stimola l’attività motoria e porta a vere e proprie modificazioni fisiologiche come l’abbassamento della pressione e il rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio, con effetti protettivi da infarto e ictus. Tutto ciò si riflette in una riduzione del 15% delle visite mediche e in un minor impatto della spesa farmacologica, con un risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale stimato in circa 4 miliardi di euro. Avere un amico a quattro zampe, dunque, “toglie il medico di torno”: cani, gatti e conigli, non sono soltanto compagni di vita in grado di colmare un senso di solitudine, soprattutto durante le festività natalizie, ma anche un distillato di benefici per la salute. Il loro effetto può essere infatti paragonato a quello di un farmaco antipertensivo, antidepressivo, antidolorifico.

    Sono ormai tanti gli studi scientifici che elencano i vantaggi di ‘Dottor Fido’ e compagni, non solo per gli anziani in buona salute, ma anche per la cura di specifiche patologie a cui può essere applicata la pet-therapy come terapia complementare. Una realtà che si sta consolidando in Italia anche grazie alla recente nascita dell’associazione VETeris che vede per la prima volta la collaborazione tra geriatri e veterinari, con l’obiettivo di definire le specifiche modalità degli interventi assistiti con animali rivolti alla popolazione geriatrica.

    Il dato che ora emerge, certificato dalla pratica clinica, afferma Andrea Ungar, presidente Sigg e VETeris, «è che lo stimolo all’attività motoria derivato dal rapporto di accudimento dell’animale da parte dell’anziano porta a vere e proprie modificazioni dei parametri fisici come abbassamento della pressione, rallentamento del ritmo cardiaco e respiratorio, fino alla riduzione di colesterolo e trigliceridi, con meno attacchi cardiaci e mortalità per malattie cardiovascolari. Una ricerca pubblicata sulla rivista Circulation ha infatti evidenziato che avere un cane riduce del 33% il rischio di morte nei pazienti reduci da infarto che vivono soli». La capacità degli animali di sviluppare un complesso sistema comunicativo non verbale con gli esseri umani, che nulla ha a che fare con il linguaggio e la memoria, competenze spesso compromesse in presenza di demenza, sottolinea Marco Melosi, vicepresidente VETeris, «è alla base del loro utilizzo come terapia complementare, soprattutto negli anziani con difficoltà cognitive o con patologie psichiatriche. Infatti, anche una semplice azione, come accarezzare l’animale, ravviva i meccanismi cerebrali dell’attenzione e stimola il coordinamento psicomotorio».

    A dimostrarlo anche un recente studio condotto da VETeris e l’associazione Humanimal su anziani con demenza lieve residenti in una Rsa di Firenze, nella quale sono stati introdotti interventi assistiti con cani addestrati ad hoc: è stata così osservata una riduzione dei disturbi psico-comportamentali associati alla demenza dell’83,3%. In particolare, “essere soli a Natale può aumentare ansia e depressione anche nell’anziano senza patologie – sottolinea la geriatra Chiara Mussi -. In queste situazioni il contatto con un animale può essere un antidoto”. Tanto che, ricorda Maria Chiara Catalani di VETeris, «lo scorso anno è stato approvato in Senato un emendamento proposto da Sigg e VETeris che ha introdotto il principio di promozione del mantenimento degli animali domestici per contrastare la solitudine, preservare l’indipendenza e mantenere una buona qualità di vita degli anziani».

  • Da una relazione della Commissione e dell’OCSE emerge la necessità di promuovere ulteriormente l’invecchiamento in buona salute e di contrastare la carenza di personale sanitario

    La Commissione e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE) hanno pubblicato l’edizione 2024 della serie di relazioni “Uno sguardo alla sanità: Europa”. Questa edizione evidenzia l’importanza della promozione della salute lungo tutto l’arco della vita e della prevenzione delle malattie per un invecchiamento in buona salute e sottolinea l’urgenza di affrontare la carenza di personale sanitario in tutta Europa.

    Dalla relazione emerge che – sebbene dopo la pandemia in Europa l’aspettativa di vita sia tornata a salire, raggiungendo una media di 81,5 anni – , persiste un divario di 8 anni tra i paesi con l’aspettativa di vita più alta e i paesi con quella più bassa. La relazione rileva anche le differenze di genere per quanto riguarda gli anni di vita trascorsi in buona salute: infatti, sebbene nell’UE le donne vivano in media più a lungo degli uomini, rispetto a questi ultimi trascorrono in media 5 anni in più in condizioni di salute insoddisfacenti.

    Viene sottolineata inoltre l’urgenza di intervenire per far fronte alla carenza di personale sanitario, stimata a 1,2 milioni tra personale medico, infermieristico e ostetrico nel 2022. Un terzo del personale medico e un quarto del personale infermieristico ha un’età superiore ai 55 anni: considerati i pensionamenti previsti nei prossimi anni è dunque necessaria un’azione decisiva per sostenere l’apporto garantito alla società dal personale sanitario europeo. Sono necessarie azioni su diversi livelli, tra cui maggiori investimenti, condizioni di lavoro migliori e maggiori opportunità di formazione.

  • La solitudine porta il cervello alla demenza

    Anche il cervello può soffrire di solitudine e ha bisogno di compagnia per evitare di incorrere in effetti negativi che impattano sull’umore fino a provocare depressione o intaccare memoria, concentrazione e attenzione. Un cervello poco esercitato, tramite interazione sociale, è poi più esposto, col sopravanzare dell’anzianità, alla demenza senile e all’Alzheimer.

    Per mantenere il cervello in salute e in piena efficienza quindi è importante non solo prestare attenzione all’alimentazione che deve tenere conto di cibi ricchi di omega3, vitamina C, E e B6, oltre che di cibi ricchi di antiossidanti come broccoli, mirtilli, ma anche ricchi di colina, un coenzima presente in uova, merluzzo, semi di girasole e anarichi. E non basta neanche dormire bene perché durante il sonno le sinapsi, ovvero le connessioni tra i neuroni del cervello, si riorganizzano. Bisogna anche svolgere attività come frequentare amici e parenti o comunque con altre persone ed è certamente utile l’allenamento che deriva dalla lettura di libri che stimolino la fantasia, o dall’apprendimento di una nuova lingua, oppure dallo studio di uno strumento musicale o tecnologico nuovo.

    La demenza colpisce soprattutto chi ha dai 65 anni in su, ma i primi segnali possono manifestarsi già a 50 anni (normalmente, per accertare un caso di demenza occorrono 2 anni). In Italia la demenza affligge 1,1 milioni di persone circa e 600mila italiani sono afflitti da Alzheimer.

  • Anziani fragili abbandonati a se stessi e alle loro famiglie

    «Dovremmo chiederci tutti perché la questione dell’assistenza agli anziani non autosufficienti (3,8 milioni di persone) non assuma mai il carattere di un’emergenza, una priorità della politica» si chiede Ferruccio De Bortoli in un editoriale sul Corriere della Sera, riferendo che «se sommiamo agli anziani fragili l’insieme delle famiglie coinvolte e gli operatori professionali arriviamo a una platea di circa dieci milioni di persone» e sottolineando anche che «altri Paesi hanno adottato da tempo una legge in materia: la Germania dal 1995, la Francia dal 2002, la Spagna dal 2006.

    L’ex direttore di Corriere e Sole24Ore richiama l’attenzione sul fatto che «non c’è ancora un servizio domiciliare pubblico progettato per la non autosufficienza. Quelli esistenti, pur lodevoli, hanno altre priorità. I 2,7 miliardi stanziati dal Pnrr non servono per la domiciliarità bensì per attività di controllo e monitoraggio (una visita al mese). Non è stata cambiata l’indennità di accompagnamento (528 euro mensili) graduandola ai bisogni delle famiglie. Oggi è incredibilmente uguale per tutti. Anche per chi ha redditi elevati. Non si regolarizza l’esercito delle badanti e dei badanti (il doppio dei dipendenti del Servizio nazionale) per premiarli impiegandoli in modo regolare. C’è solo un bonus temporaneo di cui beneficia solo il 2 per cento degli anziani. Una badante o un badante spesso è un lusso». Poi punta il dito: «La realtà amara è che non vi sono risorse sufficienti. Ma si stenta a dire la verità. Perché sarebbe oscena. E imbarazzante non solo per i governi che si sono succeduti ma anche per la società nel suo complesso».

    «Avere in casa una persona non più autosufficiente, magari colpita da deficit cognitivi, costretta a letto, non più in grado di lavarsi, costituisce il più micidiale acceleratore della povertà» fa presente De Bortoli. E conclude: «L’estesa rete del welfare privato, il mondo delle fondazioni sono alleati preziosi se vi è una sufficiente volontà politica oltre a una maggiore pressione dell’opinione pubblica. La nostra società invecchia inesorabilmente e sarebbe addirittura crudele che scaricasse il problema, ancora una volta, sui giovani, peraltro pochi, specie non abbienti. Non è improponibile l’idea di un’assicurazione obbligatoria opportunamente incentivata. Ma al di là dei temi assistenziali ed economici, vi è una grande questione di civiltà. Chi non è autosufficiente, non assistito adeguatamente e solo, non è più un cittadino. Fragile due volte. Invisibile».

  • La pet therapy entra nelle RSA

    Tutti i cani sono i benvenuti negli spazi comuni delle strutture socio-sanitarie Korian Italia, leader nei servizi dalla prevenzione alla cura. Il progetto si inserisce nel più ampio percorso con gli animali che Korian dal 2015 ha attivato con un Dog Camp nella residenza Heliopolis di Binasco dove, dallo scorso anno, educatori cinofili, istruttori, addestratori, dog sitter, operatori Pet Therapy dell’associazione P.E.T.S., oltre a offrire i propri corsi e un servizio di Dog Sitting, danno vita anche a una serie di eventi cinofili dedicati agli ospiti.

    La pet therapy, integrata a supporto delle terapie tradizionali, porta numerosi benefici tra cui la socializzazione e il superamento del senso di solitudine, la riattivazione motoria e la stimolazione delle abilità cognitive. Alla fine di ogni incontro, gli amici a quattro zampe sfilano tra i pazienti e le carrozzine per farsi accarezzare.

    Il Dog Camp di Binasco è un grande spazio dotato di casette per ospitare i cani e di aree verdi attrezzate per lo sgambo degli animali e per corsi realizzati ad hoc, aperti anche alla cittadinanza.

    Quest’anno gli incontri sono previsti in 15 strutture su tutto il territorio nazionale.

  • Sempre più diffusa la pratica dell’alterazione fisica degli animali

    Mentre da tempo in Europa è stato sancito per  legge che deve essere preservata l’integrità fisica degli animali, riconoscendoli come esseri senzienti, in altre parti del mondo persone senza scrupoli, incapaci di comprendere i rischi di continuare a modificare la natura, continuano ad eseguire violenze sugli animali per modificare il loro aspetto fisico sia per seguire le mode correnti che per renderli più idonei a determinati scopi quali la caccia, le competizioni di bellezza o l’attività di difesa.

    Recentemente il World Small Animal Veterinary Association ha pubblicato una condanna ad ogni intervento di alterazione fisica degli animali denunciando che la pratica di effettuare alterazioni fisiche è diventata sempre più frequente così come il tentativo di controllare e modificare le doti naturali delle razze.

    La presa di posizione della WEAVA, facendosi portavoce di 116 associazioni veterinarie di tutto il mondo, ha espresso la sua preoccupazione per il non riconoscimento del valore intrinseco degli animali e ha invitato tutte le associazioni veterinari e gli allevatori di cani a prendere  una iniziativa analoga spiegando, ai proprietari ed agli allevatori, in modo inequivocabile come siano negativi gli standard di razza che comportino alterazioni fisiche come il taglio della coda o delle orecchie o altri interventi chirurgici estetici che non corrispondano a risolvere  patologie accertate.

    Ci auguriamo che l’invito sia accolto da tutti e che oltre ad impedire operazioni chirurgiche per modificare l’aspetto dei cani si vieti anche l’uso di nocivi coloranti per modificare il colore del pelo, come avviene in alcuni paesi, come gli Stati Uniti, dove si vedono barboncini colorati di rosa, azzurro ed altro.

  • L’aumento dei casi di morbillo richiede una risposta coordinata della sanità pubblica

    Nel contesto delle epidemie di morbillo in diversi paesi dell’UE, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha pubblicato un compendio sulla valutazione della minaccia (Threat Assessment Brief). Secondo la relazione, il numero crescente di casi in Europa desta particolare preoccupazione nelle zone a basso livello di copertura vaccinale, con gruppi di persone non vaccinate. I bambini di età inferiore a 12 mesi, troppo giovani per essere immunizzati, costituiscono il gruppo a maggior rischio, insieme ai bambini non vaccinati di età inferiore a 5 anni, ai bambini immunocompromessi e agli adulti con un rischio più elevato di malattia grave e di aumento della mortalità.

    Per interrompere la trasmissione di questa malattia altamente contagiosa è necessario vaccinare almeno il 95% della popolazione con due dosi. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie incoraggia le autorità sanitarie pubbliche a mantenere un’alta copertura vaccinale, a garantire le capacità di monitoraggio, rilevamento precoce, diagnosi e controllo delle epidemie, e a sensibilizzare maggiormente gli operatori sanitari e il pubblico.

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