Elezioni

  • L’union politique? L’heure de vérité a sonné

    La nouvelle législature européenne ne devra pas seulement marquer la consolidation de l’Europe d’un point de vue social, culturel, économique et monétaire, mais elle devra aussi établir sans délai une union politique, dont l’absence a été la source de trop nombreuses années de stagnation. Le nouveau traité d’Aix-la-Chapelle, conclu entre la chancelière Merkel et le président Macron, renforce et met à jour le traité de l’Élysée de janvier 1963 entre le chancelier Adenauer et le président De Gaulle. S’il venait à être immédiatement accepté par des pays comme l’Italie et l’Espagne, il pourrait véritablement constituer un pas important vers l’intégration politique de l’Europe, tant en matière de politique de défense que de politique fiscale, vers la défense commune, la politique étrangère, la sécurité intérieure et le renforcement de la citoyenneté européenne. Le nouveau traité, le climat, l’environnement et l’économie, lance un appel pressant aux autres pays pour qu’ils décident enfin de leur intention d’adhérer à l’union politique, cette union dont tout le monde parle mais que personne n’a encore essayé de réaliser. La lutte contre le terrorisme, le chômage, la criminalité et l’exclusion sociale, ainsi que la bonne gestion de l’immigration et des ressources naturelles doivent reposer sur une politique commune qui ne peut être réalisée qu’à condition que l’Europe se positionne avec la même dignité et les mêmes possibilités vis-à-vis des grandes puissances mondiales. Cette démarche doit commencer par une Europe concentrique, capable d’accueillir les pays de l’Union qui ne se considèrent pas encore prêts. Comme le dit un vieil adage, «Le commencement est beaucoup plus que la moitié de l’objectif». Si personne ne fait le premier pas, le projet restera lettre morte. Il nous incombe de faire tout ce qui est en notre pouvoir en tant qu’institutions et citoyens pour que les États comprennent l’urgence et la nécessité de s’unir et d’améliorer le projet lancé par l’accord entre Mme Merkel et M. Macron, notamment les pays fondateurs, comme l’Italie. Il ne s’agit pas de céder et d’abandonner les prérogatives souveraines nationales, mais d’en partager une partie afin de parvenir à ce bien commun dont tout le monde parle mais qui est rarement mentionné dans les programmes électoraux. Nous sommes favorables à une Europe dans laquelle certains pays entament avec courage le processus d’unification politique. Lors de la création de la CECA, la Communauté européenne, une décision a été prise: suivre la voie de la paix mettant en commun les deux principales ressources à l’origine des précédentes guerres. La longue période de paix actuelle est entièrement due à cette union: une période que nous voulons préserver tant pour nos citoyens que pour tous ceux qui voient encore l’Europe comme un continent de liberté et de respect . C’est pourquoi nous réaffirmons, la nécessité d’une charte universelle des devoirs, que l’Europe devrait proposer au monde et qui, parallèlement à la charte universelle des droits de l’homme, préciserait quelles tâches incombent aux institutions et aux citoyens. Le moment est peut-être venu pour une nouvelle Convention européenne. Quoi qu’il en soit, l’heure de vérité a sonné.

    Cristiana Muscardini
    PPE, Italie (1989 – 2014)
    c.muscardini@tin.it

  • Non certa la nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della commissione europea

    Martedì prossimo, 16 luglio, alle ore 18, il Parlamento europeo ha all’ordine del giorno la votazione per la presidenza della Commissione europea. Come è noto, il Consiglio europeo, cioè l’organo che riunisce i capi di stato o di governo dell’UE, ha proposto la candidatura del ministro tedesco della Difesa Ursula von der Leyen. Questa proposta, come prevedono i trattati, deve essere approvata a maggioranza dal Parlamento europeo. In caso contrario, il Consiglio europeo dovrà proporre un’altra candidatura. Il nome della Von der Leyen era stato accolto all’inizio con un sospiro di sollievo, dopo i ritiri di Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe, di Frans Timmermans, socialista olandese, già vice presidente della Commissione europea, e della liberale Margrethe Vestager, commissaria danese alla Concorrenza. Tutte e tre queste personalità erano spitzencandidaten, cioè “candidati di punta” dei tre più importanti gruppi politici del Parlamento. Fino a ieri, era tradizione che il candidato alla Commissione europea fosse lo spitzencandidat del gruppo più votato, in questo caso il bavarese Weber. Ma il presidente francese Macron ha posto un veto all’applicazione di questo metodo e dopo un negoziato abbastanza inconcludente, alla fine è improvvisamente spuntato il nome della Von der Leyen, accettato da tutto il Consiglio europeo. Se il nome del ministro della Difesa tedesco ha accontentato i capi di Stato e di Governo, altrettanto non si può dire dei parlamentari, che si sono visti sottrarre  il principio dello spitzencandidat, da loro scelto nel passato e che aveva dato buona prova, rendendo più facili e meno complicati i negoziati per l’assegnazione delle altre candidature, nel rispetto dell’equilibrio fra nazionalità e tendenze politiche. Secondo le opinioni emerse in questi ultimi giorni la nomina della Von Leyen non è data così sicura come sembrava in un primo momento. I motivi di questa incertezza sono rappresentati da almeno tre ostacoli. Il primo è appunto quello dei parlamentari che considerano negativo l’aver accantonato il meccanismo dello spitzencandidat da parte dai capi di Stato o di Governo, secondo il quale il nuovo presidente deve essere scelto fra i “candidati di punta” espressi dai partiti europei prima delle elezioni. Il secondo ostacolo è di natura istituzionale. Il compromesso su Von der Leyen è stato trovato in Consiglio dagli staff dei capi di stato e di governo, ma molti parlamentari europei si considerano indipendenti dai governi, soprattutto quelli eletti con partiti che non sostengono il governo del proprio Paese e rivendicano di votare come meglio credono. In più, pur sapendo che le scelte in Europa rimangono influenzate dai gruppi politici, non sempre tra le due istituzioni: Consiglio europeo e Parlamento, il coordinamento fra i membri della stessa tendenza  funziona perfettamente. I capi di governo dei Popolari, ad esempio, potrebbero su diverse questioni, avere un’opinione diversa dei parlamentari del Ppe. Nel caso in questione,  molti parlamentari, anche tedeschi, non hanno accettato che il loro presidente fosse sacrificato in modo così sbrigativo da Macron e soci. Il terzo ostacolo è di natura politica e riguarda il programma della nuova Commissione. Sono in corso da giorni gli incontri della candidata con le varie famiglie politiche per raggiungere accordi che permettano un voto favorevole. Il caso dei Verdi è emblematico. Avevano chiesto alla Von der Leyen la riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento rispetto ai valori del 1990, come proposto dall’intero Parlamento europeo nel 2018. Ma la Von der Leyen è passata da un iniziale 40% a un 50%, non andando oltre. I Verdi non hanno ceduto, e per questa ragione le voteranno contro. I Popolari hanno invece dichiarato che la sosterranno, mentre le altre due principali famiglie politiche europee, quella dei socialisti e quella dei liberali, stanno ancora trattando e non hanno ancora raggiunto un compromesso. L’incontro con i socialisti non è andato troppo bene, tanto che la capogruppo spagnola Iratxe Gercia ha precisato che il suo gruppo ha avanzato proposte molto concrete, ma che non ha avuto risposte sufficienti. Anche i parlamentari italiani Calenda e Toia hanno spiegato che la candidata tedesca è sembrata piuttosto deludente su temi fondamentali come il superamento di Dublino, la flessibilità per gli investimenti, lo stato di diritto e migration compact. Una certa ostilità alla candidatura della von der Leyen è stata espressa anche tra i socialisti belgi, olandesi e greci. Molto critici i socialisti tedeschi che in un documento di due pagine spiegano perché a parere loro la candidata è inadeguata per l’incarico di presidente della Commissione europea. Anche i liberali europei, in una lettera resa pubblica, insistono sull’introduzione di un meccanismo di sanzioni per i paesi che non rispettano le leggi europee sulla stato di diritto e sulla nomina della loro ex candidata di punta Margrethe Vestager a vice presidente della Commissione.

    Sono molti i punti non chiariti negli incontri di questa settimana. Ci sarà ancora tempo per giungere a compromessi che permettano un voto favorevole? Ne dubitiamo. Ma le ragioni politiche sono forti tanto nel senso di una approvazione della candidatura, quanto in quello contrario di un respingimento. Martedì sera sapremo come sarà andata a finire.

  • Votazioni moniste come farsa

    Con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare.

    John Acton

    Napoleone Bonaparte, con un colpo di Stato, rovesciò il 9 novembre 1799 (18 brumaire, anno VIII, secondo il calendario repubblicano) il Direttorio, cioè il Consiglio dei cinque Direttori che avevano governato in Francia dal 26 ottobre 1795. Alcuni decenni dopo, proprio il 2 dicembre 1851, suo nipote Luigi Bonaparte, con un altro colpo di Stato ha avviato l’instaurazione del Secondo Impero. Da tre anni presidente della Repubblica, lui è riuscito a conservare il potere, nonostante la Costituzione della Seconda Repubblica non gli permetteva un secondo mandato. Proprio il 2 dicembre 1851 Luigi Bonaparte proclamava la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale e chiedeva la preparazione di una nuova Costituzione, che doveva sostituire quella della Seconda Repubblica. Tutto per arrivare poi, un anno dopo, a costituire il Secondo Impero e proclamare se stesso Napoleone III, Imperatore dei francesi. La storia si ripete in qualche modo, anche se diversamente per contenuti, importanza e conseguenze. A seconda anche delle congiunture storiche e dei personaggi coinvolti. Quel periodo storico è stato trattato ampiamente dagli storici e non solo. Sono noti, tra gli altri, Napoleone il piccolo di Victor Hugo, Il colpo di Stato di Proudhon e Il 18 brumaire de Luigi Bonaparte di Karl Marx. Quest’ultimo, ammiratore di Napoleone I e molto critico verso suo nipote Napoleone III, tratta dal suo punto di vista il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Parafrasando Hegel, lui scrive all’inizio del suo libro che “Tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte […]. La prima come tragedia, la seconda come farsa”.

    Per il 30 giugno scorso in Albania erano previste le elezioni amministrative. Le aveva decretate il presidente della Repubblica. Lo stesso presidente però, considerando l’aggravarsi della situazione in Albania e della crisi politica e istituzionale, ha firmato il 10 giugno scorso un decreto per disdire il 30 giugno come data delle elezioni. Essendo pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale, quel decreto, secondo la legislazione albanese, era diventato obbligatorio per tutti, istituzioni e singole persone, primo ministro compreso. Tutto ciò mentre in Albania da più di un anno non funziona la Corte Costituzionale e quando, fatti alla mano, il sistema della giustizia, tutto il sistema, ormai viene controllato dalla volontà e dagli interessi solo di una persona. Quanto è accaduto durante queste ultime settimane ha dimostrato, senza equivoci, che nella sua irresponsabile, pericolosa, illegale e anticostituzionale corsa, il primo ministro, ha coinvolto anche tutte le istituzioni che devono gestire le elezioni, Commissione Centrale Elettorale in testa.

    Durante la settimana appena passata, ogni giorno nuovi fatti sono stati resi noti, dimostrando così non solo la farsa delle votazioni moniste, ma anche la clamorosa manipolazione dei risultati di quelle votazioni. Come quel ladro che, non avendo chi e cosa rubare, ruba se stesso. Quello che è accaduto il 30 giugno scorso durante le votazioni moniste in Albania è l’ennesima testimonianza della saggezza umana, secondo la quale il vizio se ne va via soltanto con l’ultimo respiro.

    Ogni giorno che passa vengono pubblicati nuovi fatti che testimoniano le manipolazioni dei risultati della votazione monista del 30 giugno scorso. Il primo ministro, da tempo ormai, si trova ad affrontare sempre più grandi difficoltà, legate all’urlante e pericolosamente diffusa corruzione, all’abuso di potere, ai patti con i poteri occulti, alla connivenza con la criminalità organizzata e tanto altro. In una simile situazione lui sta cercando, costi quel che costi, una soluzione, non importano le conseguenze. Basta che si guadagna del tempo. Ragion per cui, dati e fatti alla mano, lui ha avviato un vasto e allarmante processo manipolativo dei risultati delle votazioni moniste. Sempre dai dati elettorali resi pubblici dal 30 giungo in poi risulterebbe che la Commissione Centrale Elettorale stia “certificando” la manipolazione e la falsificazione dei risultati. Per raggiungere l’obiettivo posto dal primo ministro riguardo al risultato delle votazioni, tutta la catena delle commissioni elettorali, partendo da quelle dei singoli seggi, quelle regionali, per finire alla Commissione Centrale Elettorale, hanno dovuto falsificare e grossolanamente modificare e “correggere” a più riprese i risultati delle votazioni moniste. Un’ulteriore dimostrazione che anche quando la maggioranza governativa del primo ministro non ha altri avversari non smette di brogliare e non può fare a meno del vizio di avere tutto per se. Nel frattempo l’opposizione, nonostante avesse ufficialmente boicottato le elezioni, aveva preso tutte le misure per controllare e documentare l’afflusso dei votanti nei singoli seggi. Dai dati che gli osservatori dell’opposizione hanno procurato, risulterebbero gravi manipolazioni, smentendo le dichiarazioni ufficiali fatte dalla Commissione Centrale Elettorale. Da quei dati risulterebbe che l’affluenza dei cittadini aventi diritto al voto è stata di circa 15%, invece di circa 22% secondo la Commissione. Tutto ciò per fare in qualche modo combaciare il numero degli aventi diritto di voto con quelli che figuravano aver votato dai dati delle commissioni. Da quei dati risulterebbe che in tutti i 61 comuni, per il candidato unico della maggioranza governativa, abbiano votato significativamente più persone di quelle che ne avevano il diritto e che figuravano anche ufficialmente nelle liste elettorali! Nel frattempo, messi spesso in grandi difficoltà, dovute alla pubblicazione di dati privi di logica, i rappresentati della maggioranza hanno addirittura cancellato i dati sul sito della Commissione Centrale Elettorale, per perdere le tracce! Loro non hanno pubblicato nel sistema elettronico i dati della partecipazione alle votazioni moniste, come di prassi, semplicemente per non lasciare traccia e per non essere contraddetti da se stessi e per non diventare ridicoli. I rappresentanti della maggioranza governativa in tutte le commissioni elettorali, brogliando, falsificando e modificando continuamente i risultati, hanno commesso un crimine elettorale, punibile dal codice penale. Ma il sistema “riformato” della giustizia, nonostante le evidenze clamorose, fa finta di niente. Nel frattempo però, il presidente della Commissione Centrale Elettorale, l’unico che si è pubblicamente distanziato da questa farsa elettorale, alcuni giorni fa è stato seriamente minacciato e ormai lui e la sua famiglia sono sotto scorta.

    Chi scrive queste righe pensa che in Albania si sta attuando un colpo di Stato, ideato e messo in atto dal primo ministro. Il quale, trovandosi in gravi difficoltà politiche, istituzionali e personali, controllando pienamente la polizia di Stato e l’esercito, sta violando seriamente la Costituzione e le leggi in vigore. Come aveva fatto anche Luigi Bonaparte nel 2 dicembre 1851. E come hanno fatto altri usurpatori del potere nel corso degli anni. Che qualcuno ricordi a lui però che tutti i grandi avvenimenti e i personaggi storici si ripetono, per così dire, due volte. Comunque, la seconda volta come farsa. E che non si illuda, perché, come scriveva Lord Acton, con il potere assoluto anche ad un asino risulta facile governare. Ma poi?!

     

  • Accordo del Consiglio europeo sulle nomine

    Nel tardo pomeriggio di ieri l’accordo sulle nomine in seno al Consiglio europeo è stato faticosamente e felicemente raggiunto. Faticosamente, perché in fasi successive, sono state eliminate due candidature di “spitzencandidaten”, il democratico cristiano bavarese del PPE, Manfred Weber, e il socialista olandese Frans Timmermans. Ad entrambi i candidati erano collegate candidature per la presidenza del Consiglio europeo e per la banca Centrale europea, che erano state annullate a seguito della scomparsa delle due candidature di punta. Era stata chiusa inoltre la sessione del 30 giugno senza risultati. Felicemente perché, con le nuove candidature, il risultato è stato a portata di mano ed approvato dal Consiglio europeo. Ecco le nuove nomine:

    1. Ursula von der Leyen, attuale ministro tedesco della Difesa, alla presidenza della Commissione europea, al posto di Jean-Claude Juncker.
    2. Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario internazionale, alla Banca Centrale europea, al posto di Mario Draghi.
    3. Josef Borrell, attuale ministro socialista per la Affari europei nel governo Spagnolo ed ex presidente del Parlamento europeo, è stato indicato come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, in sostituzione dell’italiana Federica Mogherini.
    4. Charles Michel, Primo ministro del Belgio, liberale, alla presidenza del Consiglio europeo, al posto del polacco Donald Tusk.

    Nella mattinata di oggi il Parlamento europeo ha eletto alla sua presidenza il socialista italiano David Sassoli, in sostituzione di Antonio Tajani. Tutto fatto, dunque? No, bisognerà aspettare che il Parlamento voti per l’approvazione della nomina della presidente della Commissione e per i Commissari. Non è vero che la Commissione – come affermano ad alta voce gli euroscettici nostrani – sia una istituzione antidemocratica perché composta da burocrati non eletti. A votarla in secondo grado sono i rappresentanti di più di mezzo miliardo di cittadini europei che sono stati eletti in primo grado nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il Parlamento può votare contro certi candidati proposti, come è successo all’on. Rocco Buttiglione nel 2004. Allora il presidente del Parlamento europeo era Josef Borrell, lo spagnolo oggi indicato come Alto Rappresentante per la politica estera. La scelta di due donne per incarichi così prestigiosi ci fa bene sperare. La loro esperienza politica e la qualità del lavoro svolto fino ad ora ci rassicurano sul loro equilibrio e sul loro rifiuto per i giochi di corrente o della politica “politicante”. Chi sembra aver perduto peso in tutto questo lungo negoziato è il gruppo del PPE, il cui presidente è stato respinto come candidato alla presidenza della Commissione e come presidente del Parlamento europeo, al quale sembrava destinato dopo la prima fase dei negoziati. La Germania ha avuto in eredità la presidenza della Commissione, ma ha perso la BCE, alla quale da due anni sembrava fosse destinato il presidente della Bundesbank. Bisognerà vedere se alla presidenza del gruppo del PPE rimarrà Weber, o se sarà sostituito. Il gruppo nel suo insieme lo ha sostenuto nel corso dei negoziati, ma è stato un sostegno che non è servito a nulla. La Francia di Macron, alla fine, ha avuto partita vinta contro il principio dei “candidati di punta”, ma ha perso l’efficacia dell’esperienza di Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE per la Brexit. Dell’Italia è meglio non parlare. Dei tre posti di grande prestigio da noi detenuti nella legislatura appena terminata, ne è rimasto uno solo, quello della presidenza del Parlamento europeo. Ma il merito spetta al gruppo socialista europeo e non al governo italiano. Noi avremo, a detta di Tusk, una vicepresidenza della Commissione europea da lui perorata con insistenza, Ma per averne conferma bisognerà attendere le nomine dei Commissari. Così come attendiamo che il nostro governo proponga il nome del commissario che dovrà rappresentarci. Speriamo che tra una litigata e l’altra trovi il tempo di presentarlo in tempo utile, e non in prorogatio, come siamo abituati a chiedere.

  • Riflessioni dopo le votazioni moniste

    Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria
    un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

    Marco Tullio Cicerone

    Il 30 giugno scorso il primo ministro albanese ha fatto tornare il paese al periodo della dittatura comunista, trascurando un decreto del presidente della Repubblica che rimandava la data delle elezioni amministrative previste proprio per il 30 giugno 2019. Elezioni ufficialmente boicottate dall’opposizione, perché convinta della strategia ormai nota del primo ministro, per manipolare, condizionare e controllare significativamente il risultato finale delle elezioni. Anche con l’uso della criminalità organizzata e dei dirigenti della polizia di Stato. Lo hanno confermato recentemente, senza ambiguità alcuna, le pubblicazioni di decine di intercettazioni telefoniche fatte dal noto quotidiano tedesco Bild. Intercettazioni che in qualsiasi altro paese democratico non solo avrebbero causato le dimissioni del primo ministro e di altri ministri, ma avrebbero portato immediatamente all’avvio di procedure giudiziarie previste dalle leggi in vigore. Ma niente di tutto ciò è accaduto in Albania. Anzi, il primo ministro, per “sfumare” questo clamoroso scandalo, ha deciso di avventurarsi in un processo elettorale monista. In 31 dei complessivi 61 comuni c’erano soltanto i candidati del primo ministro. Nei rimanenti 30, per dare una parvenza di pluralismo, erano registrati alcuni candidati “indipendenti” e/o quelli di un partito uscito all’ultimo minuto dal cappello del primo ministro.

    Il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha chiarito il perché della sua decisione di annullare le elezioni amministrative del 30 giugno. Il suo decreto è stato pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale. Il che, per la legislazione albanese, significa che quel decreto diventa obbligatorio per tutti. Nonostante ciò il primo ministro ha ignorato palesemente e pubblicamente il decreto del presidente, come se niente fosse. Non solo, ma ha abusato del suo potere quasi assoluto, per coinvolgere anche altre istituzioni a sostenere la sua irresponsabile e illegittima decisione. Tutto ciò in un periodo di grave crisi istituzionale e politica, mentre da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale. Proprio quella Corte che è l’unica autorità riconosciuta dalla stessa Costituzione come garante imparziale in casi di conflitti istituzionali, legali, e altro. In più, e proprio per gettare benzina sul fuoco, il primo ministro e la sua maggioranza parlamentare hanno avviato una procedura per rimuovere dall’incarico il presidente della Repubblica. Tutto questo avviato da un parlamento che ormai, secondo gli esperti, non è più legale, non avendo il numero complessivo e obbligatorio dei deputati, dopo la rassegnazione dei mandati dei deputati dell’opposizione e dopo l’esaurimento completo delle liste elettorali. Come previsto e sancito dalla Costituzione. Ma anche in questo caso, in mancanza della Corte Costituzionale, il primo ministro decide secondo la sua “volontà” e convenienza, portando dietro di sé anche altre istituzioni, indipendenti sulla carta, ma messe totalmente al suo servizio. Una fra tutte, la Commissione Centrale Elettorale. Ma anche altre strutture statali previste per gestire le elezioni.

    Durante queste ultime settimane l’Albania sta vivendo un vero colpo di Stato, messo in atto consapevolmente dal primo ministro per controllare tutto e tutti, oltrepassando palesemente le sue competenze istituzionali, riconosciute dalla Costituzione e dalle leggi in vigore in Albania. Ma in Albania la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona da più di un anno a questa parte, mentre le leggi le interpreta il primo ministro a suo piacimento e interesse. In più il primo ministro, tramite i suoi ubbidienti e sottomessi ministri, controlla pienamente sia la polizia di Stato che l’esercito e le forze speciali. Un vero colpo di Stato, come da manuale.

    Alcuni giorni fa il Consiglio d’Europa, vista la situazione in Albania, ha ufficialmente rifiutato di portare i suoi osservatori per le votazioni moniste del 30 giugno. Perché di votazioni si tratta e non di elezioni! Una decisione che rispecchia la gravissima realtà attuale albanese. Realtà che vede schierati da una parte il primo ministro e tutte le istituzioni a lui sottomesse e dall’altra parte il presidente della Repubblica, l’opposizione e la maggior parte dei cittadini. Una realtà che si sta rapportando correttamente e con professionalità anche con i media internazionali, come non accadeva da molto tempo. Una decisione quella del Consiglio d’Europa, che rappresenta anche un significativo messaggio da parte di un’istituzione specializzata per le elezioni e che è stata sempre presente con i suoi osservatori durante le elezioni albanesi. Come in molti altri paesi europei e non solo.

    Nel frattempo, e purtroppo, i soliti “rappresentanti internazionali”, sia europei che da oltreoceano, non vedono, non sentono e non capiscono niente di tutto ciò che sta realmente accadendo in Albania durante queste ultime settimane. Hanno scelto di nuovo e come sempre di schierarsi apertamente a fianco del primo ministro. Chissà perché?! Però l’operato molto pericoloso e l’atteggiamento pubblico dei “rappresentanti internazionali” può avere gravi ripercussioni per le sorti dell’Albania. Qualcuno addirittura ha “consigliato” agli albanesi di andare a votare il 30 giugno, mentre per il sopracitato decreto del presidente della Repubblica tutto si potrebbe vedere quando si costituirà la Corte Costituzionale! In Albania ormai si sa che il primo ministro controlla tutto, sistema della giustizia compreso. Il primo ministro, se tutto rimane così com’è e i cittadini non reagiscono per cacciarlo via, sceglierà i giudici della Corte Costituzionale come meglio crede. E poi quella Corte, secondo i rappresentanti internazionale potrebbe decidere liberamente?! Fa ridere anche i polli.

    Chi scrive queste righe è convinto che i veri responsabili della grave situazione in cui si trovano adesso gli albanesi sono proprio loro. Perché la responsabilità, in fin dei conti, è sempre dei cittadini. Di quei cittadini che con le loro scelte, l’indifferenza, l’apatia e spesso con la loro irresponsabilità civile permettono ai politici, agli attuali politici, di governare e di decidere sulle loro sorti. La saggezza secolare insegna che ogni popolo ha il governo che si merita. Ma chi scrive queste righe non può però non considerare responsabili della grave e allarmante realtà albanese anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli europei che da oltreoceano. Proprio quelli che con le loro dichiarazioni e il loro aperto posizionamento a fianco del primo ministro albanese, appoggiando le sue irresponsabili scelte, hanno causato e stanno causando danni enormi. Restaurazione della dittatura compresa.

    Chi scrive queste righe pensa che da adesso in poi i dirigenti dell’opposizione non possono più nascondersi dietro promesse patetiche e sacri giuramenti. Da adesso in poi o loro si impegnano realmente a rovesciare la dittatura criminale restaurata, come promesso e costi quel che costi, oppure poi non avranno scusa alcuna. Perciò devono essere considerati e trattati per quello che veramente sono. E cioè per dei sostenitori, nolens volens del primo ministro e del suo regime. Avranno senz’altro anche quello che si meritano. Ai cittadini l’ultima parola! Ricordando che il buon cittadino, secondo Cicerone, è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

  • Istanbul’s mayoral election was a vote of confidence for democracy in Turkey

    Turkish President Recep Tayyip Erdoğan and his political party, the AKP, will be in a period of transition after having suffered an electoral defeat at the hands of opposition figure Ekrem Imamoğlufor control of Istanbul after a re-run of the city’s mayoral election.

    Erdogan had previously said that “whoever wins Istanbul, wins Turkey” and with nearly all ballots counted, Imamoğlu had captured 54% of the vote, far ahead of his to his opponent, former Prime Minister Binali Yildirim, who received 45% of the ballots cast. Imamoğlu’s margin of victory was a huge increase on what he achieved in an earlier election held in March that was later annulled after the AKP accused the opposition of voting irregularities.

    The decision to re-run the vote was heavily criticised by Turkey’s Western allies and caused an uproar among domestic opponents who said that democracy in Turkey was under threat. The latest results, however, appear to have been a boon for the overall health of the democratic process in an overwhelmingly Muslim nation of more than 80 million people.

    Imamoğlu, of the secularist Republican People’s Party (CHP), won broad support in Istanbul, by far Turkey’s largest city as well as its cultural capital that was once the seat of government during the 500-year Ottoman Empire. Unlike in previous elections, the CHP did well in traditionally conservative parts of the city where the Islamist-rooted AKP had reigned supreme for the better part of the last 25 years.

    “In this city today, you have fixed democracy. Thank you Istanbul,” Imamoğlu told supporters. “We came to embrace everyone,” he said. “We will build democracy in this city, we will build justice. In this beautiful city, I promise, we will build the future.” Erdogan congratulated Imamoğlu for the victory and later wished him luck as mayor.

    A Council of Europe delegation said, despite some reported incidents of aggressive encounters with party supporters, noted that “the citizens of Istanbul elected a new mayor in a well-organised and transparent vote, albeit intense circumstances,” according to the delegation’s head, Andrew Dawson.

    The AKP’s support among pious and religiously conservative Turks helped it oversee a decade and a half of construction-fuelled economic growth which helped Erdoğan win an unprecedented number of national and local elections by wide margins. The ongoing economic recession and a financial crisis have eroded that has seen the national currency, the lira, lose much of its value over the last year saw support for Erdoğan dry up as voters appear to have also grown concerned about his ever-tighter control over the government.

     

  • L’importanza dei prossimi giorni per evitare il peggio

    …Poi vennero a prendere me. E non era rimasto nessuno che potesse dire qualcosa.

    Martin Niemöller

    Sono gli ultimi versi di una poesia attribuita a Martin Niemöller. Egli era un noto teologo e pastore protestante tedesco che nel 1937 è stato arrestato dai nazisti per la sua attività e le sue parole contro il regime. Portato in diversi campi di concentramento, riuscì a sopravvivere a tutte le sofferenze disumane. Dopo la liberazione nel 1945, diventò testimone delle oscenità e delle crudeltà causate dalla dittatura. E ovunque andava, Niemöller esprimeva la sua convinzione sul pericolo dovuto all’indifferena e all’apatia della gente e soprattutto delle persone colte di fronte all’avvio dei regimi dittatoriali.

    Quella sua ferma convinzione Martin Niemöller la ha pubblicamente espressa, fino alla sua morte nel 1984, in molti paesi del mondo. Una convinzione trasmessa anche tramite versi poetici significativamente eloquenti. Esistono diverse versioni di queste poesie, ma tutte rappresentano la stessa convinzione di Niemöller. Ai giornalisti che gli domandavano delle sue poesie e qual era la versione alla quale fare riferimento egli diceva che avrebbe preferito la versione seguente. Quella che recita così: “Quando i nazisti presero i comunisti/io non dissi nulla/perché non ero comunista./Quando rinchiusero i socialdemocratici/io non dissi nulla/perché non ero socialdemocratico./Quando presero i sindacalisti/io non dissi nulla/perché non ero sindacalista./Poi presero gli ebrei/e io non dissi nulla/perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

    Sono parole che devono servire da lezione a tutti, in ogni parte del mondo e in qualsiasi periodo. Parole che dovrebbero far riflettere, per poi trarre le dovute conclusioni e agire di conseguenza. Perché, come la storia ci insegna, l’indifferenza e l’apatia, soprattutto in determinati momenti, potrebbero fare veramente male, sia alle singole persone che alle intere società. Perché i regimi totalitari e le dittature, restaurati anche grazie all’indifferenza e all’apatia umana fanno veramente male e causano inaudite e crudeli sofferenze, sia alle singole persone, che alle intere società.

    Il reale pericolo che si possano restaurare regimi totalitari e dittatoriali rimane sempre presente. In ogni parte del mondo. Quanto è accaduto negli ultimi decenni lo dimostrerebbe senza ambiguità. Regimi totalitari e dittatoriali che hanno approfittato delle realtà geopolitiche, degli interessi locali e/o internazionali nonché, e non di rado, anche delle strategie sbagliate e non lungimiranti adottate dalle grandi potenze internazionali in determinate aree del mondo. Gli esempi non mancano, anzi! Comprese anche le inevitabili conseguenze.

    Ma contro i regimi totalitari in ogni parte del mondo si sono ribellati i cittadini. È accaduto in alcuni paesi del sud-est asiatico. Come è accaduto in seguito anche in diversi paesi africani. Rimangono ancora nella memoria comune le ribellioni note anche come la primavera araba. Si continua a combattere in Siria e in Libia. Ma continuano gli scontri e le proteste anche in Venezuela contro il regime dittatoriale di Maduro. Scontri e proteste iniziate in maniera massiccia dallo scorso gennaio.

    Dal febbraio di quest’anno si protesta anche in Albania. Perché in Albania si sta realmente restaurando, fatti e dati alla mano, un nuovo regime totalitario, dopo quello comunista rovesciato nel 1991. Adesso coloro che governano il paese, primo ministro compreso, sono degli eredi biologici e politici di coloro che governavano e gestivano le sorti del paese e delle persone durante la dittatura comunista. Con una novità però. E cioè che adesso in Albania governa un’alleanza della politica con la criminalità organizzata. Lo dimostrerebbero palesemente e senza ombra di dubbio anche le intercettazioni telefoniche pubblicate in queste ultime settimane dal noto quotidiano tedesco Bild. Dalle intercettazioni risulterebbe come rappresentanti di spicco della criminalità organizzata, insieme con ministri, deputati dell’attuale maggioranza, dirigenti locali dell’amministrazione pubblica e alti funzionari della polizia di Stato, gestivano il controllo, il condizionamento e la compravendita dei voti durante le ultime elezioni politiche e in altre gare locali. Fatti molto gravi e penalmente punibili. Ma ad ora niente è accaduto. Anzi, tutti stanno godendo della protezione personale del primo ministro. Il che significa perciò anche del sistema “riformato” della giustizia.

    Dal febbraio di quest’anno in Albania, i cittadini stanno protestando contro la diffusa e capillare corruzione che sta divorando tutto. Si protesta contro l’abuso spaventoso e il continuo sperpero del denaro pubblico, con tutte le gravi e derivanti conseguenze. E anche di fronte a questi innumerevoli casi evidenziati e documentati, il sistema “riformato” della giustizia chiude gli occhi e le orecchie. Lo stesso sistema però, diventa molto attivo e agisce subito contro i cittadini che protestano, spesso calpestando e violando le proprie competenze istituzionali e quanto sancito nelle convenzioni internazionali per i diritti umani. Tutto perché il “riformato” sistema della giustizia, fatti alla mano, risulterebbe essere personalmente controllato dal primo ministro. Nel frattempo la Corte Costituzionale e la Corte Suprema non funzionano da più di un anno a questa parte. Ormai non c’è nessuna garanzia per i cittadini e per l’opposizione e tutto dipende dalla “volontà” del primo ministro e dei clan occulti.

    In Albania, con un decreto del presidente della Repubblica, erano previste dal novembre scorso le elezioni amministrative per il 30 giugno prossimo. L’opposizione, tenendo presente e denunciando la sopracitata realtà, ha già boicottato le elezioni. Perciò con candidati solo della maggioranza e con qualche “indipendente” quelle del 30 giugno invece di elezioni democratiche dovrebbero essere semplicemente delle votazioni. Come accadeva durante la dittatura comunista. In una simile situazione che si sta aggravando ogni giorno che passa, il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha firmato un altro decreto con il quale annullava il 30 giugno come data per le elezioni amministrative. Spiegando anche il perché e offrendo tutto il ragionamento costituzionale e legale. L’unica istituzione che secondo la Costituzione, doveva esprimersi in questo caso sarebbe stata la Corte Costituzionale. La quale non funziona più.

    Ovviamente dopo questo atto la situazione sta aggravando di giorno in giorno. Il primo ministro ignora pubblicamente il decreto del presidente, pubblicato anche sulla Gazzetta Ufficiale, perciò obbligatorio per tutti. La settimana scorsa lui e i suoi hanno avviato una procedura parlamentare per rimuovere dall’incarico il presidente. In seguito, alcuni giorni fa il presidente ha fatto capire che potrebbe avviare, lui stesso, una procedura per scogliere il parlamento. Rimane tutto da vedere.

    Chi scrive queste righe, visto il continuo aggravarsi della crisi in Albania e per evitare il peggio, è convinto dell’importanza della responsabilità istituzionale, civile e personale di tutti durante i prossimi giorni. E se servisse, bisogna reagire con forza e ribellarsi contro il pericolo imminente e reale di ricadere sotto dittatura. E ricordare anche l’ammonimento di Martin Niemöller. Perché con una dittatura restaurata può succedere di tutto a tutti. E non ci sarà più nessuno a dire qualcosa. Agli albanesi la scelta!

  • L’isolamento dell’Italia nelle nomine importanti dell’UE

    E’ opinione comune che l’Italia non riuscirà ad avere nomine importanti nelle istituzioni dell’UE, che devono essere rinnovate a seguito delle elezioni del 26 maggio scorso. Il sovranismo populista, che ha vinto in Italia con la Lega al 34,3 per cento, ha perso in Europa rimanendo minoritario di parecchio, rispetto ai democratici cristiani del PPE, ai socialisti dell’S&D, ai liberali dell’ALDE e ai VERDI. Nella legislatura appena scaduta, l’allora Presidente del Consiglio Renzi, aveva raggiunto il 40 per cento con il suo partito, il PD, ed era riuscito ad ottenere per l’Italia,  due presidenze di grande prestigio: la BCE con Mario Draghi e la Vice presidenza della Commissione e Alto Rappresentante per la politica estera con Federica Mogherini. Tramite il PPE, un altro italiano, Antonio Tajani, era riuscito ad avere la presidenza del Parlamento europeo. E’ inimmaginabile che oggi l’Italia possa recuperare posti di così alto prestigio. E la ragione è che la Lega in Europa conta molto poco e che il governo italiano non ha la forza per imporre suoi candidati. Di candidature, tra l’altro, nel governo non si parla nemmeno e non si è ancora deciso chi proporre per la funzione di commissario europeo. Ogni Stato membro ne avrà uno. Chi sarà il nostro? E’ vero che non bisogna avere fretta per le scelte importanti, ma è altrettanto vero che il silenzio del governo non sia tanto dovuto alla saggezza dell’attesa, quanto piuttosto alle divergenze che – come per qualsiasi altra decisione – esistono tra i due maggiori partiti della maggioranza parlamentare, la Lega e i Grillini. Abbiamo notato con disappunto, che a Bruxelles nessun membro del governo si dà da fare per negoziare le nomine e stabilire alleanze, vuoi per il rispetto di un equilibrio nazionale, vuoi per quello di partito. Già, con quali partiti negoziare? Quello di Marine Le Pen per la Lega? Quello di Farage per i Grillini? E chi li ascolta, al di fuori dei loro elettori? In occasione della riunione del Consiglio europeo, abbiamo letto degli incontro di Macron e della Merkel con i loro colleghi tanto del Nord, quanto del Sud Europa. Ma per l’Italia non c’era nessuno. Il Presidente Conte è arrivato a Bruxelles qualche minuto prima dell’inizio dei lavori del Consiglio. L’Italia vive questi momenti d’attesa in un deserto di proposte e in un vuoto di contatti. La sua posizione negoziale, tra l’altro, si è ulteriormente indebolita con la notizia della procedura d’infrazione che ci pende sul capo e che potrebbe tramutarsi in una sanzione di qualche miliardo. Chi mai vorrebbe allearsi con un Paese che punta all’aumento del debito, facendo male a sé e agli altri Paesi della zona euro? Siamo malmessi, non c’è che dire. Di chi la responsabilità di questa situazione? In primo luogo del governo, che sbatte pugni sul tavolo per imporre una sua visione delle cose, contrastante con le norme in vigore. In secondo luogo del popolo italiano, che ha votato in maggioranza questi partiti. E’ masochista fino a questo punto il popolo italiano? Se oggi soffriamo di questa solitudine a livello europeo e internazionale la responsabilità è anche del popolo italiano che credendo di far bene ha applicato i “vaffan..” suggeriti dall’attore comico Grillo e dal giovane fondatore del partito “del comunismo padano”, Matteo Salvini, poi convertitosi al partito di Bossi, ben lontano oggi dal federalismo del prof. Miglio e di Carlo Cattaneo. L’autolesionismo del popolo italiano è palese ed è frammischiato ad una disinformazione diffusa sulle politiche dell’Unione europea  e sui risultati conseguiti dall’Euro per il benessere comune. Anche a proposito della procedura d’infrazione leggiamo sul web che l’Italia sarebbe penalizzata da burocrati senza scrupoli, che non sono mai stati eletti da nessuno. Il che significa che la giornalista che afferma questa versione non sa, se è in buona fede, che queste misure non sono decise da funzionari apolidi residenti a Bruxelles, ma dal Consiglio dell’Unione europea, cioè dai governi degli Stati membri riuniti in questa istituzione. Anche l’eventuale decisione sulla sanzione pecuniaria è decisa dal Consiglio e non dai Commissari denominati volgarmente burocrati, o dai funzionari non eletti. I Commissari, tra l’altro, sono proposti dai governi ed eletti alle loro funzioni dal Parlamento europeo. Mentre i membri del Consiglio sono Ministri e quindi eletti nei loro Paesi d’origine. I critici ad oltranza dell’Europa dovrebbero sapere che tanto la procedura d’infrazione, quanto l’eventuale sanzione, procedono da una norma che porta la firma anche del governo italiano. Non sono quindi i burocrati di Bruxelles che impongono sanzioni dopo aver gestito una procedura normativa, ma all’origine di tutto c’è la norma approvata dai Governi insieme al Parlamento europeo, e non da funzionari non eletti da nessuno. Se in questo errore incorrono i giornalisti, che per professione dovrebbero essere informati, immaginiamoci la preparazione del cittadino comune, che beve queste panzane come se fossero acqua fresca e manda i suoi “vaffan…” con sommo piacere. L’Europa è il male del mondo e bisogna votare chi non la vuole, per redimerci dalle imposizioni che giungono da Bruxelles da gente non eletta. Questa mastodontica panzana circola indisturbata e distrugge d’un colpo la meraviglia della più bella utopia del diciannovesimo secolo che consiste nel far vivere insieme, in pace, in libertà e nel benessere, i popoli europei che in settant’anni  si erano combattuti  in  tre guerre fratricide.  Come meravigliarci se il popolo poi sceglie i falsi profeti nelle urne? Come prendersela con lui, quando intellettuali del calibro di Ernesto Galli Della Loggia dichiarano, pentiti, di aver votato per i Grillini? Ma il male è fatto e quei voti ci hanno cacciato in quel solitario ginepraio in cui ci troviamo. Vedremo, a nomine concluse, che cosa il deserto intorno a noi ci ha riservato. Ma non prendiamocela con i governanti. Se sono lì, è perché qualcuno ce li ha mandati, diamoci da fare, piuttosto, per far circolare un’informazione corretta sulle competenze e le funzioni delle varie istituzioni, che sono complesse, ma regolate chiaramente dai trattati e dalle norme che ne sono conseguite. Diamo del cretino a chi continua a confondere il Consiglio europeo con il Consiglio d’Europa e mandiamo a quel  paese chi continua a diffondere panzane sulle competenze delle istituzioni e sul loro ruolo. Un paese non può vivere continuamente  nella disinformazione e nell’ignoranza. Non può rimanere solo a lenirsi  le ferite, Deve vivere insieme per costruire insieme il proprio ed il comune avvenire. L’isolamento non giova, anzi, pregiudica il nostro futuro.

  • Le dimissioni di Theresa May

    Come annunciato da lei stessa lo scorso 24 maggio, il 7 giugno Theresa May ha rassegnato le dimissioni da leader dei Conservatori inglesi, in una lettera consegnata ai notabili del suo partito. Si è aperta così la corsa alla sua successione, che non sarà facile e tanto meno senza scosse, in un partito dilaniato dalle divisioni sulla Brexit e dalla cocente sconfitta subita nel corso delle elezioni europee, passando dal primo posto ottenuto nelle elezioni politiche del 2017 con il 42,3% dei voti, al quinto posto con il 9,1%. Una sconfitta che lascerà segni incancellabili per molto tempo e che potrà mutare i tradizionali rapporti di forza tra i partiti inglesi, creando instabilità e incertezze a non finire. I candidati alla successione sono circa una decina, il più quotato dei quali, per ora, sarebbe l’ex sindaco di Londra ed ex ministro degli Esteri Boris Johnson, noto come anti UE e sostenitore della Brexit. La sua corsa alla successione incontrerà difficoltà nelle candidature degli attuali ministro dell’Ambiente, Michael Gove e ministro degli Esteri Jeremy Hunt, entrambi più inclini ad un compromesso per evitare una traumatica uscita no deal e per trovare un accordo. Si ripropone, in altri termini, la stessa situazione sulla quale Theresa May andò a sbattere, proprio perché una parte del suo partito, quella rappresentata dai vari Johnson, non accettò mai l’accordo che essa raggiunse con i leader dell’UE. Da qui la paralisi parlamentare che non riuscì a, o non volle mai, esprimere una maggioranza che permettesse di uscire dallo stallo politicamente malsano in cui si era cacciato in opposizione alla May. Anche ora, temiamo, i numeri parlamentari parlano chiaro e non cambieranno: il nuovo leader non avrà in parlamento una maggioranza conservatrice e dovrà trovare alleati al di fuori del suo partito. Anche la May li aveva cercati tra i Laburisti, ma i negoziati con Corbyn non hanno dato frutti. I Laburisti cercano in primis di giungere alle elezioni politiche anticipate, traguardo respinto dai Conservatori, che firmerebbero così il loro atto di morte. Sembrava che l’ostacolo maggiore per smuovere la politica inglese dallo stallo in cui si era cacciata fosse rappresentato dal personaggio della May. Si ha ora la riprova che l’ostacolo principale è sempre la soluzione da dare alla questione Brexit, vale a dire: uscita con o senza accordo. A meno che non si ritorni – ma l’ipotesi sembra da escludere – ad un secondo referendum, dato che le elezioni europee avrebbero permesso di esprimere una maggioranza anti Brexit. Nel frattempo il partito di Nigel Farage, pro Brexit, raccoglie consensi anche in elezioni suppletive, come quelle di Peterborough, nelle Midlands orientali e pretende di essere ammesso al tavolo dei negoziati con l’Europa. Il 22 luglio, data prevista per la fine della procedura in seno ai Tory per la scelta del nuovo leader, sapremo chi sarà il successore della May e come potrebbe orientarsi la ripresa dei negoziati con l’UE. Dopo Cameron, dimessosi in seguito al risultato del referendum del 2016, la vittima più illustre della Brexit è stata la May, coerente fino in fondo per rispettare la volontà espressa dal popolo inglese, sia pure a lieve maggioranza, per uscire dall’Europa, una coerenza che è stata maldestramente confusa con la testardaggine, ma che in realtà è stata un pretesto per combatterla da una parte importante del suo partito, che non ha mai accettato fino in fondo di essere guidata dalla figlia di un pastore di umili origini e proveniente dalla campagna. I lombi dei Tory sono sempre stati più nobili, ma anche per essi è giunto il momento di ricredersi. Se non lo faranno loro ci penseranno gli elettori a ricordarglielo. La May se ne va dopo aver raggiunto un primato: la disoccupazione, con lei al governo, ha raggiunto un minimo storico, al di sotto del 4%. Avessimo questo dato in Italia!

     

  • Le elezioni europee in Germania

    Il primo dato da ricordare è che la Germania è il paese che ha eletto più deputati. I suoi seggi, infatti, sono 96, su un totale di 751. La Francia ne ha 74 e l’Italia 73, come il Regno Unito. Il secondo elemento che caratterizza la Germania è che il sistema elettorale adottato in queste elezioni è un proporzionale con listini bloccati, senza alcuna soglia di sbarramento, soglia che in Italia è del 4%. Come era prevedibile, il partito democratico – cristiano della Merkel, CDU/CSU, si è piazzato al primo posto, con il 28,7% dei voti e 29 seggi. Al secondo posto ci sono i Verdi, con il 20,7% dei voti e 21 seggi. Al terzo ci sono i socialisti con il 15,6% dei voti e 16 seggi. Al quarto posto si piazzano i populisti di destra euroscettici dell’AfD con il 10,8% di voti e 11 seggi. Vengono in seguito i Liberali e la sinistra comunista con entrambi il 5,4% dei voti e 5 seggi. Seguono i “liberi elettori” e “Il Partito” con entrambi 2 deputati e il Partito Pirata, il Tier, il Volt e il partito della Famiglia, tutti con un solo deputato. Rispetto alle elezioni precedenti del 2014 i democratici cristiani hanno perso 5 seggi, i socialisti  11, la sinistra comunista 3. Anche la destra dell’ AfD ha perso voti rispetto alle ultime elezioni politiche (nel 2014 non esisteva ancora). Il grande balzo è stato quello dei Verdi che da 13 deputati è passata a 21. Singolare il caso della Merkel, che è vincente come primo partito e, nello stesso tempo, perdente rispetto alle elezioni precedenti. La clamorosa sconfitta odierna dei socialisti si aggiunge a quella delle ultime elezioni politiche. La debolezza della coalizione CDU/CSU – SPD è evidente, così come è evidente la perdita di peso politico della cancelliera Merkel, che ha già rinunciato alla presidenza del partito CDU, a favore di un’altra donna, Annegret Kramp – Karrenbauer, già presidente del più piccolo Stato tedesco, la Sarre, al confine con la Francia. Anche i socialdemocratici, nell’aprile del 2018, hanno eletto una donna alla loro presidenza, Andrea Nahles, prima donna a guidare la SPD in ben 155 anni. Pure i Verdi vincitori sono guidati da una donna, Annalena Baerbock. Se si pensa che anche il partito euroscettico “Alternativa per la Germania (AfD) nel 2017 scelse una donna, Alice Weidel, come candidata alla Cancelleria e che  un’altra donna, Frauke Petry, ha guidato il partito dal 2015 al 2017, si può tranquillamente affermare che le donne in Germania, dopo che la Merkel riuscì cancelliera per la prima volta, non hanno nessun ostacolo di genere a farsi strada anche in politica e si può obiettivamente sostenere che la loro presenza ha portato un valore aggiunto alla vita politica, valore da non trascurare. Tanto è vero che, in questi giorni, si è fatto ancora il nome della Merkel come candidata alla presidenza del Consiglio europeo, in sostituzione di Donald Tusk, già capo del governo polacco del 2007 al 2014, giunto ora alla scadenza del mandato ricevuto nel 2014. Non è positivo per la politica europea un indebolimento della Merkel, indebolimento che potrebbe permettere al Presidente francese Macron di condurre una politica non equilibrata, come sta facendo in questi giorni svolgendo un’azione diplomatica non favorevole all’Italia, tanto che il presidente uscente della Commissione europea, Juncker, ha ammonito a non penalizzare il nostro Paese, perché il danno si ripercuoterebbe su tutta l’Europa. Che questi ammonimenti provengano da un personaggio tanto sbeffeggiato in Italia da certa stampa  e da certi politici, la dice lunga, da un lato, sull’equilibrio della politica francese e, dall’altro, sull’obbiettività e sulla capacità di vedute dei nostri politici al governo che, non contenti di schernire Juncker, vanno anche in Francia a sostenere politicamente i “gilet gialli”, che alle elezioni europee hanno raccolto lo zero virgola qualcosa per cento. In tutto questo agitarsi di Macron per le nuove importanti nomine in corso, si sente il vuoto lasciato dalla Merkel e non è proprio detto che questo sia un bene per l’Europa, oltre che per l’Italia.

     

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