Elezioni

  • Launch of new EP website: What Europe does for me

    Dear colleagues,

    Citizens often ask themselves ‘What does Europe do for me’? Today, I launched a ground-breaking, new multi-lingual, interactive website to help us all to answer that question. It offers hundreds of easy-to-read, one-page notes, giving examples of the positive difference that the EU makes to people’s lives. Each user can easily find specific information about what Europe does for their region, their profession or their favourite pastime.

    The notes are available to read, share or reuse. They exist both as online pages and as PDF files.

    You can access the new website – called what-europe-does-for-me.eu – on your computer or mobile device at any time, inside or outside the EP’s premises.

    ‘In my region’ – 1400 notes on EU regions and cities

    How is Europe present in our towns, cities and regions? How has the EU provided support in any particular area? This section of the website covers over 1400 towns, cities and regions throughout all parts of the European Union.

    Each note provides a brief snapshot of some of the many EU projects and actions in places where people live, work or spend their free time. Users can select an area on an interactive map and look at what Europe does in that specific locality. And there are useful links to further sources of information.

    ‘In my life’ – 400 notes on citizens and social groups

    How does Europe affect citizens’ everyday lives? How does it impact our jobs, our families, our healthcare, our hobbies, our travel, our security, our consumer choices and our social rights?

    This section of the website provides practical examples of the role which the EU plays in different areas of citizens’ lives. There are useful links to further sources of information and you can also listen to a series of podcasts in a growing number of languages on these themes.

    EU policies ‘In focus’

    A third section of the website will present a series of 24 longer briefing papers exploring some of the EU policy achievements in the current parliamentary term and the outlook for the future, with a specific focus on public opinion and citizens’ concerns and expectations of EU action. Altogether, the ‘What Europe does for me’ website looks at the EU from the perspective of the individual citizen. It is designed to help him or her find out more about things which may be interesting or important about the EU in one’s daily life.

    This website came into being thanks to the hard work of several European Parliament teams and I am particularly grateful to the outstanding effort of our colleagues in the following DGs:

    EPRS, Translation and Communication.

    What Europe does for me is a living project that will be updated regularly and I am confident that it will be an important tool in helping to bring Europe closer to its citizens.

    With kind regards,

    Antonio Tajani

    President of the European Parliament

  • Goldman Sachs vede la liquidazione del tandem Salvini-Di Maio dopo le prossime elezioni europee

    In democrazia è consentito dire la propria opinione a chiunque, ricco o povero che sia, bianco o nero, bello o brutto, perché la democrazia si regge sulla partecipazione di tutti e quindi sulla non discriminazione. Anche una banca può dire quindi la sua, anche se quando parla una banca ed esprime critiche chi riceve quelle critiche in Italia si atteggia facilmente a vittima di un complotto. Passato abbastanza inosservato, perché giunto in coincidenza con l’ennesima lettera da Bruxelles sulla manovra italiana e i dati preoccupanti sulla stasi economica del Belpaese, un rapporto della banca d’affari americana Goldman Sachs pronostica che l’esecutivo gialloverde italiano non superi la metà del prossimo anno e possa essere sostituito da un governo di centrodestra.

    “È improbabile che il Governo sopravviva fino alla metà del prossimo anno”, si legge nel rapporto, a cui dire è più facile che per quella data esso venga “sostituito da un esecutivo internamente più coerente o di centrodestra o di centrosinistra, che segua una politica di bilancio meno aggressiva, incentrata o su tagli alle tasse (flat tax) o su un aumento dei trasferimenti (come il reddito di cittadinanza, ndr), ma non su entrambe le misure”. Un tale risultato, scrive ancora Goldman Sachs, “limiterebbe l’aumento del deficit e del debito pubblico rispetto al programma del governo attuale”.

    Al momento la coalizione di maggioranza ha il supporto di circa il 60% dell’elettorato, sottolinea Goldman Sachs secondo cui “l’attuale governo sopravviverà almeno fino alle prossime elezioni europee di maggio e non tornerà indietro dai suoi propositi in materia di politiche di bilancio almeno fino a quel momento”. Tale valutazione si basa sul fatto che i “partiti di governo puntano a massimizzare il voto alle europee e potrebbero cercare di realizzare alleanze con altri partiti europei che condividano una visione simile, con l’obiettivo di cambiare la rete istituzionale nella direzione da loro preferita (allentamento delle regole fiscali, cambio del mandato della Bce, stretta sulle politiche riguardanti l’immigrazione)”.

    Tuttavia, osserva la banca americana, “se la situazione economica italiana dovesse peggiorare, il supporto elettorale potrebbe diminuire e le strategie potrebbero cambiare: o Lega e M5s resterebbero alleati cambiando però la politica economica rendendola più credibile, o ci potrebbero essere nuove elezioni e un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra ma con una inversione rispetto alle attuali politiche economiche”. Poco probabile, invece, sostiene Goldman Sachs la nascita di un governo tecnico o di uno di larghe intese che non avrebbe il voto di fiducia in Parlamento. “Un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra, perseguirebbe una politica fiscale complessivamente meno espansiva e porterebbe probabilmente a un miglioramento nei mercati finanziari e a una ripresa delle attività. Ma, da una prospettiva di medio termine, è improbabile che un governo del genere sia in grado di migliorare la qualità delle istituzioni, faccia le riforme necessarie per aumentare la produttività e la crescita potenziale e crei quel circolo virtuoso di lungo termine necessario per un declino del rapporto debito/Pil. Quindi, molto probabilmente, una risoluzione della crisi attuale dell’Italia permetterebbe al Paese di cavarsela fino alla prossima crisi”, conclude Goldman Sachs.

  • I consigli di Bannon non fanno breccia tra i partiti euroscettici al Parlamento europeo

    Il gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà all’Europarlamento (Enf), di cui fanno parte la Lega e l’ex Fn francese, il Rassemblement national, resta interessato a dialogare con l’ex consigliere della Casa Bianca Steve Bannon, ma per il momento non aderisce al suo progetto di unire tutte le forze sovraniste alle elezioni europee. Lo schieramento ha preso le distanze dalle dichiarazioni del politico belga Mischael Modrikamen, co-fondatore del movimento lanciato da Bannon, ma – assicurano dal gruppo – non con l’intenzione di chiudere all’ex consigliere di Trump.

    “Abbiamo incontrato più volte Steve Bannon, siamo interessati alla sua iniziativa ma non vogliamo lavorare con Modrikamen”, spiega il co-presidente del gruppo europarlamentare Enf, l’eurodeputato francese di Rn Nicolas Bay. A urtare la sensibilità dei partiti rappresentati nel board del gruppo europarlamentare, è il fatto che il politico belga abbia parlato a nome dell’Enf. Borghezio spiega che quella del gruppo contro Modrikamen è stata una “posizione prudenziale”, “burocratica”, perché il politico belga non poteva parlare a nome dell’intero schieramento. Borghezio assicura anche che per il momento l’ipotesi dell’adesione della Lega al movimento di Bannon non è sul tavolo. “Non siamo la sezione italiana del movimento di Bannon”, insiste l’europarlamentare sottolineando che la Lega è proiettata verso “uno schieramento europeo”, mentre l’ex consigliere di Trump “ha creato un movimento che dialoga con l’Europa, ma che non nasce in Europa”.

    L’eurodeputato leghista non esclude quindi un’eventuale partecipazione del gruppo al summit di “The Movement” a gennaio, ma ribadisce l’estraneità della Lega al progetto di Bannon. “Mi ha anche un po’ stupito – sottolinea Borghezio – il fatto che Fratelli d’Italia si sia immediatamente affiliata a ‘The Movement’”. Lo stesso ex stratega di Trump negli Usa non gode più di grande popolarità, né tra gli elettori né tra i repubblicani: all’ultimo comizio per la campagna elettorale di Midterm a Buffalo, ad ascoltarlo c’erano appena 200 persone e nessun esponente politico.

  • Jair Bolsonaro, d’origine italiana, è il nuovo presidente della repubblica federativa del Brasile

    La democrazia brasiliana sarà presieduta da un fascista, scrive il giornalista Cappellini sul Fatto Quotidiano. Il nuovo inquilino del Palazzo presidenziale si presenta in superficie come un “outsider” nella politica di Brasilia, commenta Paolo Magri dell’ISPI, anche se Bolsonaro è membro del Congresso dal 1988, un veterano della politica, dunque, scampato agli scandali che negli ultimi anni hanno travolto istituzioni, classe politica e aziende pubbliche, fra le quali la colossale Petrobras, che ha portato all’arresto dell’ex presidente Lula da Silva. E’ di fronte a un Brasile disilluso e arrabbiato – spiega l’analista Guanella in un podcast radiofonico ISPI – che il nuovo presidente di estrema destra riesce a presentarsi come un leader anti-establishment e un uomo nuovo, sul modello di Donald Trump.

    Ex capitano dell’esercito, paracadutista, diplomato dell’accademia militare, nato nel 1955, Bolsonaro ha appena concluso il suo settimo mandato parlamentare eletto nello Stato di Rio de Janeiro. Nei suoi 30 anni di carriera politica ha cambiato partito per ben otto volte, per approdare al nazional-conservatore Partido Social Liberal (PSL) del quale, nel 2014, fu il deputato più votato del paese. Personaggio pittoresco, era noto per le sue dichiarazioni contro le donne, gli omosessuali, le persone di colore, le minoranze e il suo sostegno alle politiche del pugno duro contro i criminali e per la liberalizzazione del porto d’armi. Ciò nonostante, queste posizioni radicali gli sono valse il consenso della maggioranza dell’elettorato. Ora promette di riportare “ordine e progresso” in un paese sconvolto da violenze, corruzione e da una difficile ripresa economica. Il suo successo – affermano molti osservatori – è dovuto principalmente ad una strategia di comunicazione diversa dalla vecchia propaganda televisiva su cui hanno fatto affidamento gli altri candidati. E’ stata una comunicazione diretta e capillare, che semplificava in modo estremo le problematiche più complesse. Gli elettori capivano immediatamente quel che diceva attraverso decine di migliaia di messaggi diretti su WhatsApp (120 milioni di utenti in Brasile), inondando letteralmente la rete di propaganda. I suoi atteggiamenti estremisti si sono accentuati dopo l’attacco di cui è stato vittima il 6 settembre scorso, durante un comizio elettorale nello stato di Minas Gerais. L’episodio ha positivamente contribuito alla sua campagna elettorale, evitandogli molti confronti diretti con gli altri candidati. La sua comunicazione è stata indirizzata alla “destra nostalgica”, a quella “evangelica” e inoltre a quella “liberale”, che da tempo combatte contro l’anemia economica di questo gigantesco Paese. E’ riuscito comunque a presentarsi come un’alternativa radicale e “ordinatrice” al caos e all’incertezza, nel momento per lui più propizio: Lula, il principale rivale, in carcere, tasso di criminalità altissimo: più di 63.000 omicidi (175 al giorno) nel 2017, e un elettorato profondamente deluso dalla classe politica: soltanto il 13% dei brasiliani si è detto soddisfatto della propria democrazia.

    L’economia del Brasile è in lenta, molto lenta, ripresa dopo la più grave recessione della sua storia. I fondamentali appaiono buoni (ottava economia al mondo) ma la finanza pubblica è il suo punto debole, con un disavanzo di bilancio molto elevato (vicino al meno 9% del PIL e un debito pubblico che negli ultimi 3 anni è aumentato in maniera preoccupante di circa il 20% in rapporto al PIL, arrivando a superare l’80% del PIL medesimo. Il nuovo presidente vorrebbe portare il bilancio in pareggio e dovrebbe fare cospicui tagli alla spesa pubblica, soprattutto nel caso in cui volesse mantenere la promessa elettorale di abbassare le tasse (dati di Antonella Mori dell’ISPI). Obiettivi difficili da raggiungere, come si osserva anche in Italia con partiti al governo che non riescono a mantenere le promesse elettorali perché configgenti tra loro, come succede con la riduzione delle spese e l’abbassamento delle tasse. Una politica di austerità nel breve periodo presenta molti rischi, in un paese in cui la disuguaglianza resta ad un livello fra i più elevati al mondo. Potrà realizzare la ricetta neoliberista del suo consigliere economico e colmare i tagli di spesa con la privatizzazione di ampi settori economici del Brasile oggi in mano, in tutto o in parte, allo Stato? Cosa riuscirà a fare il nuovo presidente? La sua è una destra ideologica – dice Anthony Pereira del King’s College Brazil Institute – diversa da quella pragmatica e padronale che caratterizzava i partiti di destra che partecipavano alle elezioni nel passato. Egli ora mette l’accento su Dio e il Cristianesimo evangelico, il patriarcato e la famiglia tradizionale, la libertà di possedere armi, la proprietà privata e il liberismo economico. “Morte ai banditi”, “più sicurezza per tutti”, “galera ai corrotti”, “armi a tutti i brasiliani per difendersi dai criminali”, “lottare perché il Brasile non faccia la fine del Venezuela” sono le promesse con cui Bolsonaro vuole guarire un Brasile deluso dalla classe politica, sempre più violento e ancora ferito dalla recessione economica. C’è davvero un pericolo autoritario con questa nuova presidenza? Sono in molti a temerlo. Tuttavia, come spiega Loris Zanatta (Università di Bologna) al di là delle proclamazioni ad effetto, è possibile che la carica eversiva di Jair Bolsonaro venga almeno in parte riassorbita sia dai grandi problemi strutturali del paese che il nuovo presidente dovrà affrontare con misure concrete, sia dallo stesso sistema politico e istituzionale brasiliano. Da un lato, la struttura stessa del Congresso Nazionale del Brasile, nel quale Bolsonaro non avrà una maggioranza assoluta, richiede infatti di costruire alleanze ampie e trasversali, e, soprattutto per le grandi riforme, di scendere a compromessi con altre forze politiche. Dall’altro, il sistema giudiziario brasiliano e la Corte Suprema del paese conservano, almeno per il momento, un elevato grado di autonomia.

    Fascismo al potere, dunque, come afferma perentoriamente Il Fatto Quotidiano, o lo sforzo di un grande Paese di darsi una maggiore sicurezza e di superare le traversie economiche che recentemente l’hanno molto indebolito?

  • Bannon indice per gennaio il vertice degli euroscettici europei

    ‘The Movement’, il movimento per sostenere i populisti anti-Ue per le elezioni europee di maggio 2019, scalda i motori in vista del suo primo vertice che si terrà a metà gennaio a Bruxelles. Ad annunciarlo in un’intervista e EUobserver è stato il politico belga, Mischael Modrikamen, cofondatore del movimento insieme all’ex stratega del presidente Usa Donald Trump, Steve Bannon. “Quando avremo il vertice avremo 20, o 25 o 30 gruppi, movimenti dall’Europa, o forse da altre parti del mondo, con uno o due rappresentanti, e forse uno o due presidenti onorari”, ha detto. The Movement ha riscosso particolare attenzione nella destra populista-radicale e nel fronte del nazionalismo economico, in vista delle elezioni del Parlamento europeo a maggio 2019. Tra le personalità che vi figurano anche il vicepremier Matteo Salvini – scrive EUobserver – e stando a Modrikamen si è in trattativa con Jair Bolsonaro, il candidato presidenziale di estrema destra del Brasile, che però non avrebbe confermato o negato. Il politico belga ha annunciato che avrebbe cercato di incontrare il deputato nazionalista francese di destra Nicolas Dupont-Aignan, i democratici svedesi e altri per farli aderire.

  • Il test elettorale in Baviera prelude ai cambiamenti Che avverranno con le elezioni europee del maggio prossimo?

    Questi, in sintesi, i risultati più significativi del voto bavarese: la CSU (Unione Cristiano-sociale) ha ottenuto il 37% (12 punti in meno rispetto alle elezioni di cinque anni fa), i socialdemocratici ottengono il 9,5% (dieci punti in meno), i Verdi balzano al 17% (9 punti in più), l’Afd (euroscettici di destra) all’11% (entrano per la prima volta nel Landtag). I liberali del Fdp al 5% e la Linke (comunisti) al 3,5%. Quindi secca sconfitta della CSU, anche se rimane il primo partito in Baviera, sconfitta severa per i socialdemocratici, balzo in avanti dei Verdi e, per la prima volta, dell’estrema destra. Sono stati puniti dagli elettori i partiti che erano al governo della Baviera. Le ragioni sono quelle legate allo scontento creato dall’afflusso incontrollato di immigrati e dall’insicurezza da essi creata, anche se di questo disagio se ne è parlato poco, anzi, non se n’è parlato affatto. Ma il disagio esiste, ed è molto forte e, per certi aspetti, preoccupante anche per le ripercussioni che se ne possono avere sugli equilibri politici a livello nazionale. Non a caso i titoli dei giornali parlano di una secca sconfitta della Merkel, anche se le elezioni erano regionali e non nazionali. La Merkel viene citata perché è considerata la responsabile dell’afflusso dei migranti e quindi la causa prima dell’insicurezza di cui i cittadini soffrono per le conseguenze negative di questa presenza. Non si possono dimenticare fatti incresciosi come quello avvenuto prima di Natale dello scorso anno a Colonia, dove più di cento donne tedesche sono state violentate in una sola notte da orde di mussulmani. Fatti rincresciosissimi. Messi a tacere per evitare paure.  Ma accaduti e quindi non dimenticati dalla gente. La Baviera, oltretutto, è sempre stato un angolo di mondo in cui ordine e tranquillità, oltre che benessere, erano requisiti e pregi riconosciuti in tutto il mondo. Ma sembra, appunto, che la politica delle “porte aperte” abbia mandato in frantumi proprio l’ordine pubblico. Un grande senso di accoglienza pare tuttora  dominante in Germania. Ma già tre anni fa il rapporto annuale del Consiglio degli esperti delle Fondazioni tedesche in materia di immigrazione e integrazione, aveva avvertito che l’islam ha assunto un peso di grande rilevanza nella società tedesca. Per molti questo significa che la Germania è un paese civile. Per altri, invece, questa rilevanza è accolta con amarezza e i risultati elettorali che puniscono i partiti al governo, potrebbero esserne una conferma. Molti cittadini tedeschi, infatti, si sono detti pronti a lasciare definitivamente la Germania perché l’immigrazione di massa, e la radicalizzazione islamica che ne consegue, l’hanno resa irriconoscibile. Il quotidiano tedesco di Amburgo, Die Welt, ha riferito che a lasciare la Germania sono stati soprattutto tedeschi con un livello di istruzione elevato. Dalle statistiche non emergono le ragioni di questa emigrazione, ma sono proprio questi dati a denunciarle. Si sta prendendo coscienza, in Germania, del costo sociale, culturale e finanziario della politica delle “porte aperte” inaugurata dalla Merkel, che ora ne paga elettoralmente le spese perché, oltre tutto, il senso di sicurezza è diminuito e la presenza dell’islam si avverte soprattutto nell’imposizione delle sue consuetudini: spose bambine, matrimoni forzati, poligamia, stupri, indottrinamento dei bambini e dei giovani. In una trasmissione della Hessicher Rundfunk, l’emittente radiotelevisiva pubblica locale del Land tedesco dell’Assia, vengono mostrati bambini ai quali i genitori insegnano cosa sia davvero l’odio per gli infedeli, regalando loro pomeriggi davanti alla TV a visionare filmati di crudeli decapitazioni. Anche le motivazioni sono già pronte: se quelli erano infedeli, poco importa decapitarli o bruciarli vivi, se lo meritano quel che arriva loro. E’ questa l’educazione riservata dai genitori a molti bambini mussulmani nati in Germania: è il frutto dell’ingestibile flusso di immigrati e dell’influsso che su di essi esercitano i salafiti. Quel che accade in Germania con la presenza dell’islam, accade anche negli altri Paesi europei in cui sono giunti gli immigrati, Italia compresa. Ma non se ne può parlare liberamente perché chi è contrario all’immigrazione incontrollata, o all’affermarsi delle consuetudini islamiche, viene tacciato di razzismo e di xenofobia. Sono chiamati così quei partiti che crescono nell’elettorato perché criticano e rifiutano questo stato di cose. Ma i leader politici tradizionali sono consapevoli di quanto accade nei loro Paesi con la presenza islamica? La domanda è retorica perché non crediamo che siano talmente imbecilli da non accorgersene. Se subiscono questo stato di cose è per un falso quieto vivere, che quieto non lo è proprio, perché le conseguenze di questa presenza tende a modificare la cultura e gli usi e costumi di chi mussulmano non è. E che questo capiti in casa loro è una paradossale assurdità. Forse è il frutto del nichilismo imperante e del rifiuto di una fede religiosa che si contrapponga positivamente a quella mussulmana.

    Tutto, comunque, è in movimento e temiamo molto che questi risultati bavaresi siano l’anticipo ed il segnale di quello che potrebbe accadere nel maggio prossimo in occasione delle elezioni europee: un’Europa in preda all’instabilità ed incapace di dotarsi di istituzioni riformate, in grado di gestire una politica estera e di sicurezza comuni.

  • FROM WEST TO EAST, nuovo appuntamento del Parlamento europeo a Milano per incontrare i sostenitori, e non solo, della campagna #stavoltavoto

    Il Parlamento Europeo ha realizzato una piattaforma online dove si sta sviluppando una campagna, Ground Game, con moltissime adesioni: si tratta di un’opportunità in più di partecipazione al processo democratico in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Partecipare alla campagna è facile, basta cliccare il link https://www.stavoltavoto.eu/it?recruiter_id=14441, una volta iscritti si riceve un link personale che si può condividere con altri amici sui social media. I sostenitori più attivi saranno coinvolti successivamente, sulla base della loro disponibilità.

    Per valutare insieme l’avvio di questa prima sarà organizzato un evento streaming con gli amici degli Europe Direct del Nord Itali che operano come sportelli aperti alla cittadinanza in moltissime realtà. L’appuntamento è per martedì 16 ottobre dalle 10.30 alle12.30 con FROM WEST TO EAST e l’Ufficio di Milano del Parlamento europeo trasmetterà dalla sede di AVANZI , in via Ampère a Milano. Ci saranno testimonial già coinvolti e, in particolare, alcuni dei Ground Gamers che hanno invitato un buon numero di persone sulla piattaforma #STAVOLTAVOTO. Chi vuole può partecipare registrandosi, entro il 12 ottobre, all’indirizzo EPmilano@europarl.europa.eu, chi non potrà avrà l’opportunità di seguire la diretta streaming sul sito: https://www.facebook.com/parlamento.europeo.italia/ a partire dalle ore 10.30.

  • Giovani che amano l’Europa

    L’entusiasmo è quello della prima volta in cui ci si sente protagonisti di un progetto importante e nel quale il proprio contributo non solo è richiesto ma è fondamentale. E con questo spirito che si sono ritrovati venerdì cinque ottobre, all’Ufficio del Parlamento europeo a Milano un gruppo di giovani e giovanissimi coinvolti nell’iniziativa Stavolta Voto (This time I’m voting), la piattaforma di mobilitazione per le Europee 2019. Alcuni giovani, tra le decine che avevano già aderito al sito, si sono confrontati per la prima volta dal vivo insieme a cittadini e associazioni. L’evento è servito a lanciare ufficialmente la campagna istituzionale in città ed è avvenuto nell’ambito di Caffè Europa, ciclo di incontri organizzati dall’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, con personalità, docenti e cittadini sui temi prioritari per l’Unione europea. “Stavolta voto” (stavoltavoto.eu) è un sito a cui ogni cittadino europeo si può iscrivere per moltiplicare l’impatto della propria mobilitazione. Il progetto è volto a incoraggiare un dibattito pubblico aperto che motivi più persone a partecipare, informarsi e far sentire la propria voce nelle elezioni europee del maggio 2019. Già nelle prime settimane è stata forte l’adesione in tutta Italia e in particolare a Milano, tra le città più attive d’Europa. Proprio per sottolineare lo spirito europeista del capoluogo lombardo, il lancio sui social voluto dagli organizzatori è #MilanoAmalEuropa.

    A questo Caffè Europa è stato invitato a presentare motivazioni e storie chi già si era iscritto a “Stavolta voto”. Il direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo a Milano, Bruno Marasà, ha spiegato: «Quando abbiamo contattato gli attivisti, non solo la disponibilità a un incontro dal vivo è stata estesa e entusiasta, ma abbiamo anche scoperto che la maggioranza è fatta di giovani». Durante l’evento sono infatti intervenuti studenti e lavoratori tra i 19 e i 24 anni: Enzo Floris, Carola Gritella e Antonio De Cesare. I tre, che in pochi giorni hanno coinvolto decine di amici, parenti e conoscenti, hanno raccontato perché hanno deciso di aderire, tra opportunità e cambiamenti positivi, che l’Unione europea ha portato nelle vite dei cittadini. Dalla pace alla mobilità, passando per il timore dell’ascesa dell’euroscetticismo, all’incontro sono emerse visioni precise intorno alla necessità di votare e difendere il progetto europeo.

    Link:
    https://www.stavoltavoto.eu/it?recruiter_id=14441
    http://www.europarl.europa.eu/italy/it/

  • En vue des Elections europeennes de 2019

    Irnerio Seminatore

    L’évolution de la conjoncture européenne en vue des élections parlementaires de 2019 résulte d’une opposition entre dirigeants européens et américains à propos des deux notions, du “peuple” et du “gouvernement”, se présentant comme une opposition entre populistes et élitistes, ou encore entre ” nationalistes” et “progressistes”, “souverainistes illibéraux” (Orban, Salvini et autres) et “libéraux anti-démocratiques”, tels Macron, Merkel et Sanchez. Cette opposition reprend la classification de Yascha MounK, Professeur à Harvard,dans son essai, “Le peuple contre la Démocratie”, qui explique pourquoi le libéralisme et la démocratie sont aujourd’hui en plein divorce et pourquoi on assiste à la montée des populismes.La crise de la démocratie libérale s’explique, selon Mounk, par la conjonction de plusieurs tendances, la dérive technocratique du fait politique, dont le paroxisme est représenté par l’Union Européenne, la manipulation à grande échelle des médias et une immigration sans repères qui détruit les cohésions nationales.

    Ainsi l’atonie des démocraties exalte les nationalismes et les formes de “patriotisme inclusif”, qui creusent un fossé entre deux conceptions du “peuple”, celle défendue par Trump, Orban et les souverainistes européens, classifiés comme “illibéraux démocratiques” et celle des “libéraux anti-démocratiques”, pour qui les processus électoraux sont contournés par les bureaucraties, la magistrature (en particulier la Cour Suprême aux États-Unis) et les médias, dans le buts de disqualifier leurs adversaires et éviter les choix incertains des électeurs. Ce type de libéralisme permet d’atteindre des objectifs antipopulaires par des méthodes détournées.

    Or, dans la phase actuelle, la politique est de retour en Europe, après une longue dépolitisation de celle-ci, témoignée par le livre de F. Fukuyama, qui vient de paraître aux États-Unis, au titre: “Identité: la demande de dignité et la politique du ressentiment”. Fukuyama nous expliquait en 1992, que “la fin de l’histoire” était la fin du débat politique, comme achèvement du débat entre projets antagonistes, libéralisme et socialisme, désormais sans objet. Au crépuscule de la guerre froide, il reprenait au fond la thèse de Jean Monnet du début de la construction européenne sur la “stratégie de substitution” de la politique pour atteindre l’objectif de l’unité européenne. Une stratégie qui s’est révélée une “stratégie d’occultation” des enjeux du processus unitaire et de lente dérive des nouveaux détenteurs du pouvoir, les “élites technocratiques”, éloignées des demandes sociales et indifférentes, voire opposées au “peuple”. Pour Fukuyama l’approfondissement de sa thèse sur la démocratie libérale comme aboutissement du libéralisme économique, implique encore davantage aujourd’hui, après trente ans de globalisation, un choix identitaire et un image du modèle de société, conçue en termes individualistes, d’appartenance sexuelle, religieuse et ethnique. Le contre choc de la globalisation entraîne un besoin d’appartenance et une politique des identités, qui montrent très clairement les limites de la dépolitisation. Les identités de Fukuyama sont “inclusives”, car elles réclament l’attachement des individus aux valeurs et institutions communes de l’Occident, à caractère universel.

    Face à l’essor des mouvements populistes, se réclamant d’appartenances nationales tenaces, les vieilles illusions des fonctionnalistes, pères théoriques des institutions européennes, tels Haas, Deutsch et autres, selon lesquelles la gestion conciliatrice des désaccords remplacerait les conflits politiques et l’efficacité des normes et de la structure normative se substitueraient aux oppositions d’intérêts nationaux, sont remises radicalement en cause, à l’échelle européenne et internationale, par les crises récentes de l’Union. En effet, la fragilité de l’euro-zone, les politiques migratoires, les relations euro-américaines et euro-russes révèlent une liaison profonde, conceptuelle et stratégique, entre politique interne et politique étrangère.

    Elles révèlent l’existence de deux champs politiques, qui traversent les différences nationales et opposent deux conceptions de la démocratie et deux modèles de société, celle des “progressistes (autoproclamés)” et celle des souverainistes (vulgairement appelés populistes).

    “L’illibéralisme” d’Orban contre “le libéralisme anti-démocratique” de Macron

    Ainsi l’enjeu des élections européennes de mai 2019 implique une lecture appropriée des variables d’opinions ,le rejet ou l’acquiescence pour la question migratoire, l’anti-mondialisme et le contrôle des frontières. Cet enjeu traduit politiquement une émergence conservatrice, qui fait du débat politique un choix passionnel, délivré de tout corset gestionnaire ou rationnel Ce même enjeu est susceptible de transformer les élections de 2019 en un référendum populaire sur l’immigration et le multiculturalisme, car ce nouveau conservatisme, débarrassé du chantage humanitaire, a comme fondement l’insécurité, le terrorisme et le trafic de drogue,  qui se sont  installés partout sur le vieux continent.  Il a pour raison d’être l’intérêt du peuple à demeurer lui même et pousse les dirigeants européens à promouvoir une politique de civilisation. Il n’est pas qui ne voit que le phénomène migratoire pose ouvertement la question de la transformation démographique du continent et, plus en profondeur, la survie de l’homme blanc, En perspective et par manque d’alternatives, l’instinct de conservation pourra mobiliser tôt ou tard les peuples européens vers un affrontement radical et vers la pente fatale de la guerre civile et de la révolte armée contre l’Islam et le radicalisme islamique Ainsi autour de ces enjeux, le débat entre les deux camps, de “l’illibéralisme” ou de l’État illibéral à la Orban et du “libéralisme sans démocratie” à la Macron, creuse un fossé sociétal dans nos pays, détruit les fondements de la construction européenne et remet à l’ordre du jour le mot d’ordre de révolution ou d’insurrection. Il en résulte une définition de l’Europe qui, au delà du Brexit, n’a plus rien à voir avec le marché unique ou avec ses institutions sclérosées et désincarnées, mais avec  des réalités vivantes, ayant une relation organique avec ses nations.

    Les élections parlementaires de 2019 constitueront non seulement un tournant, mais aussi une rupture avec soixante ans d’illusions européistes et mettront en cause le primat de la Cour européenne des droits de l’homme, censée ériger le droit et le gouvernement des juges au dessus de la politique. Ainsi le principe de l’équilibre des pouvoirs devra être redéfini et le rapport entre formes d’État et formes de régimes, revu dans la pratique, car mesuré aux impératifs d’une conjoncture inédite. Le fossé entre élites et peuple doit être réévalué à la mesure des pratiques des libertés et à l’ostracisassions  du discours des oppositions, classé “ad libitum” comme phobique ou haineux, ignorant les limites constitutionnelles du pouvoir et de l’État de droit classiques.

    Or la conception illibérale de l’État, dont s’est réclamé Orban en 2014, apparaît comme une alternative interne à l’équilibre traditionnel des pouvoirs et , à l’extérieur, comme une révision de la politique étrangère et donc comme la chance d’une “autre gouvernance” de l’Union, dont le pivot serait désormais la nation, seul juge du bien commun.  Cette conception de” l’État non libéral, ne fait pas de l’idéologie l’élément central de l’organisation de l’État, mais ne nie pas les valeurs fondamentales du libéralisme comme la liberté”. En conclusion “l’illibéralisme d’Orban “résulte d’une culture politique qui disqualifie, en son principe, la vision du libéralisme constitutionnel à base individualiste et fait du “demos” l’axe portant de toute politique du pouvoir. Le débat entre “souverainistes” et “progressistes” est une preuve de la prise de conscience collective de la gravité de la conjoncture et de l’urgence de trancher dans le vif et avec cohérence sur l’ensemble de ces questions vitales. En France le bonapartisme est la quintessence et la clef de compréhension de l’illibéralisme français, qui repose sur “le culte de l’État rationalisateur et la mise en scène du peuple un”. Orban réalise ainsi la synthèse politique de Poutine et de Carl Schmitt, une étrangeté constitutive entre “la verticale du pouvoir” du premier et du concept de souveraineté du second, qui s’exprime dans la nation et la tradition et guère dans l’individu.

    Cette synthèse fait tomber “un rideau du doute” entre les deux Europes, de l’Est et de l’Ouest, tout au long de la ligne du vieux “rideau de fer”, allant désormais de Stettin à Varsovie, puis de Bratislava à Budapest et, in fine de Vienne à Rome. D’un côté nous avons le libre-échange sauvage, la morale libertine et une islamisation croissante de la société, sous protection normative de l’U.E et de certains États-membres, de l’autre les “illibéraux” de l’Est, qui se battent pour préserver l’héritage de l’Église et de la chrétienneté. L’espace passionnel de l’Europe centrale, avec, en fers de lance la Pologne et la Hongrie puise dans des “gisements mémoriels”, riches en histoire, les sources d’un combat souverainiste et conservateur, qui oppose à l’Ouest deux résistances fortes, culturelles et politiques.

    Sur le plan culturel une résistance déclarée à toutes les doctrines aboutissant à la dissolution de la famille, de la morale et des mœurs traditionnelles (avortement et théorie du genre).

    Sur le plan politique, la remise en question du clivage droite-gauche, la limitation des contre-pouvoirs, affaiblissant l’autorité de l’exécutif et au plan général, la préservation des deux héritages, la tradition et l’histoire, qui protègent l’individu de la contrainte, quelle qu’en soit la source, l’État, la société ou l’Église; protection garantie par une Loi fondamentale à l’image de la Magna Carta en Grand Bretagne (1215), ou de la Constitution américaine de 1787.

    Cette opposition de conceptions, de principes et de mœurs, aiguisés par la mondialisation et la question migratoire, constitueront le terrain de combat et de conflit des élections européennes du mois de mai 2019 et feront de l’incertitude la reine de toutes les batailles, car elles seront un moment important pour la création d’un nouvel ordre en Europe et, indirectement, dans le monde.

     

    Bruxelles 27 septembre 2018

  • La Commissione Ue lancia una piattaforma web per le elezioni europee

    Colmare il divario tra cittadini, membri dell’Europarlamento e organizzazioni della società civile, con uno scambio su temi centrali per il futuro dell’Ue in vista delle elezioni europee di maggio. E’ lo scopo del portale lanciato a Bruxelles “Your vote matters” (‘Il tuo voto conta’), disponibile in più lingue tra cui l’italiano.

    Sulla piattaforma cofinanziata dalla Commissione europea, presentata nel corso dello Stato dell’Unione dei diritti dei cittadini dell’ong European Citizen Action Service (Ecas), si potranno consultare il profilo di tutti i membri dell’Eurocamera, dei candidati alle elezioni europee, delle ong interessate e le loro proposte sul futuro dell’Ue, che i cittadini potranno votare stimolando uno scambio sui temi per loro più importanti. Sul sito del portale (https://yourvotematters.eu/it/) si può anche partecipare a un test per scoprire quali candidati o gruppi politici rappresentano meglio le posizioni dell’utente su venti temi essenziali. «La piattaforma renderà più semplice per i cittadini europei partecipare a tutte le discussioni sui temi in gioco nelle elezioni europee in modo interattivo», spiega il direttore esecutivo dell’Ecas Assya Kavrakova. «Internet è uno strumento potente nelle democrazie avanzate, e l’Unione europea deve impegnarsi a usare il web in modo saggio e per una vera partecipazione democratica», aggiunge Priscilla Robledo di ‘Riparte il Futuro’. Il progetto sarà attuato dalle organizzazioni non profit Ecas, VoteWatch, Greek Vouliwatch, Polish Collegium Civitas e dall’italiana Riparte il Futuro.

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