Elezioni

  • Qualcuno ricordi a Casaleggio jr che ci fu un tempo in cui la politica si faceva nelle piazze…vere

    Le dichiarazioni di Casaleggio sorprendono solo chi non ha seguito la nascita, lo sviluppo, la cronaca quotidiana dei 5Stelle e della Casaleggio senior e junior.

    I molti commenti, più o meno puntuali, hanno già detto molto, a me resta solo il compito, molto arduo, di ridare, con qualche ricordo, memoria agli italiani. Memoria di tempi nei quali sicuramente la politica, o meglio i politici, hanno fatto molti errori, dal consumo del suolo alle operazioni poco trasparenti in tema di mafia o di tangenti, ma anche nei quali molti, semplici ed onesti, anche in politica, hanno costruito e difeso la democrazia dal dopoguerra a poco tempo fa.

    Non è un amarcord ma ci fu un tempo nel quale si faceva politica nelle piazze e nelle strade, comizi importanti o con cinque amici, palchi di fortuna e megafoni, pomodori o sampietrini, urla e scaramucce qualche volta pesanti ma davanti alla gente, alle persone in carne od ossa che potevano condividere o contestare, ma avevano la possibilità, il diritto di misurarti, capire chi eri, giudicare quello che dicevi e come lo dicevi. Era il tempo delle tribune politiche dove giornalisti preparati e qualche volta irriducibili, nel voler scavare a fondo e trovare le contraddizioni, mettevano sulla graticola il leader di turno, da Berlinguer ad Almirante. Tribune politiche dopo le quali ripartivano i dibattiti in famiglia e nei bar, dibattiti su cose concrete dette, non su slogan elettorali o su Twitter. Erano i tempi delle preferenze che davano ad ogni elettore la possibilità di scegliere chi doveva rappresentarlo e ad ogni candidato la possibilità di farsi conoscere e magari di essere eletto.

    Fu certamente valida la riforma che tolse i numeri di lista e la multipla preferenza per impedire eventuali brogli ma fu invece perniciosa, per la democrazia e la libertà, la legge che, con la lista precostituita dai capi partito, tolse ogni diritto agli elettori e diede vita a parlamentari che rispondevano solo ai loro capi, per avere la speranza di essere nuovamente rieletti, infischiandosene tranquillamente del territorio che avrebbero dovuto rappresentare e della nazione che avrebbero dovuto servire al meglio.

    Berlusconi diede il primo colpo, con il suo governo, alla rappresentanza diretta del popolo che secondo la nostra Costituzione dovrebbe essere sovrano e tutti i governi che sono seguiti hanno continuato sulla stessa strada peggiorando le legge elettorale di volta in volta. Così siamo arrivati a quest’ultima legge e a questo governo, che ovviamente di migliorare il sistema, per ridare ai cittadini quei diritti che avevano e che a loro  spetterebbero, non parlano proprio mentre invece arrivano le dichiarazioni di Casaleggio.

    A buon intenditor poche parole.

     

  • Fake news o scarsa informazione? A un anno dalle Elezioni del 2019 è partita la campagna di comunicazione del Parlamento europeo

    One year to go. E’ lo slogan con il quale è partita ufficialmente la campagna di comunicazione del Parlamento europeo, presentata alla stampa nella sede milanese di Corso Magenta, che porta dritto alle elezioni europee del 2019. Nell’ultimo weekend di maggio del prossimo anno infatti circa 500mila cittadini dell’UE saranno chiamati a eleggere i loro rappresentati a Bruxelles e il Parlamento ha in programma una serie di iniziative per comunicare al meglio le finalità, le potenzialità, le attività e soprattutto il ruolo del Parlamento europeo che, a causa di un sistema informativo troppo spesso dedito al racconto delle peculiarità locali, difficilmente riesce a veicolare.

    E così capita che passino, facendo gran rumore, informazioni scorrette perché si semplifica, volutamente, un argomento complesso e, probabilmente, poco conosciuto, come è capitato pochi giorni fa con Wikipedia che ha deciso di oscurare il sito per dimostrare, urbi et orbi, di combattere una battaglia per principio, dimenticando però un particolare, e cioè che la nuova direttiva europea sul Copyright, approdata in aula a Strasburgo, non la sfiorasse affatto. Non da meno è stata la comunicazione afferente l’ultimo Consiglio europeo. Alzi la mano chi ha letto articoli (un approfondimento sarebbe chiedere troppo!) sul rinnovo delle sanzioni alla Russia, sulle possibili contrapposizioni dell’UE alle decisioni di Trump, o sui negoziati afferenti la Brexit che termineranno a ottobre (confondendo, tutti, la data di uscita della Gran Bretagna dall’UE, 29 marzo 2019, con la fine dei negoziati!)? Niente, o poco, forse sui media esteri, perché a tenere banco è stato il problema ‘migranti in Europa’. Un problema che non solo ha trovato largo spazio sui media nazionali ed internazionali ma che ha messo decisamente in crisi l’Europa stessa e paesi come la Germania, in cui si è temuto per una crisi di Governo, o la Francia, in cui le posizioni proposte da Macron per un’Europa equa e dalla parte dei cittadini, espresse sia in un memorabile discorso alla Sorbona che in precedenza durante la sua trionfale campagna elettorale, stentano a trovare applicazione. A cosa attribuire tanta confusione o a trasformare in prioritari temi che, di fatto, potrebbero essere affrontati senza toni sensazionalistici e con adeguate terminologie e tempistiche? Pressioni lobbiste? Colpa di un populismo dilagante? Forse sì, se unito ad una percezione della gente scaturita da racconti parziali, accentuato anche da una mancata sinergia tra apparati di comunicazione delle Istituzioni europee e una stampa sempre più a caccia di clamore immediato dal quale, poi, risalire, quando e se accade, alla notizia. D’altro canto però se è in crisi un certo modo di essere dell’Unione europea, che ha lasciato e lascia molto potere decisionale agli Stati membri, trasformandosi a sua volta nell’Unione dei Trattati, se un problema come l’immigrazione diventa ‘Il Problema’ vuol dire che i principi sui quali è stata fondata l’idea stessa di Unione europea stanno venendo meno sottolineando l’incapacità di svolgere il proprio ruolo e decretando il prorpio fallimento.

    Per ovviare a questa conseguenza che genera sfiducia e confusione e rendere partecipi i cittadini dell’Unione a quel meraviglioso progetto voluto dai padri fondatori subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il Parlamento europeo sta puntando su un target di utenti di età compresa tra i 20 e i 34 anni, attraverso un ground game, comunicazioni via social e presenza costante sul territorio, per raccontare come l’Europa affronta, e con le proposte dei cittadini, affronterà temi fondamentali e presenti nella vita quotidiana di tutti, e cioè migrazioni, sicurezza, protezione dei consumatori, ambiente, Brexit, diritti umani.

  • Arriva un’analisi dei cyberattacchi alle procedure elettorali

    Un report di FireEye, azienda di intelligence e security, ammonisce sulle minacce rivolte a tutti i sistemi elettorali, perpetrate, in particolare, da attori state-sponsored.

    Esaminando l’intero processo di voto, dalla registrazione alla tabulazione dei voti, e le modalità in cui le infrastrutture locali e statali possono essere colpite interferendo con il processo elettorale o causando una perdita di fiducia, il report identifica i vettori di minaccia (che interessano la registrazione degli elettori, l’identificazione dei seggi elettorali, l’invio e il conteggio dei voti), segnala che gli attori che utilizzano le campagne di informazione possono colpire o imitare direttamente gli account social media ufficiali dei funzionari statali e locali per seminare paura e sfiducia ed evidenzia ancora che le campagne aggressive per interrompere il processo elettorale possono sfruttare strumenti come ransomware e attacchi DDoS per destabilizzare le reti informatiche statali e locali e imitare attività cyber criminali.

  • Turkey could go to the polls, making Erdogan even stronger

    Turkish President Recep Tayyip Erdogan said on Tuesday that he is considering snap elections, originally proposed by his far-right political ally, Devlet Bahceli.

    If Turkey did go to the polls, a possible date for elections is August 26. This would prevent new political parties from being eligible to run and, after the elections, the President would find himself significantly empowered. Following the April 2017 constitutional referendum, Turkey’s next President will be the strongest leader among NATO member states. The new Constitution eliminates the office of the Prime Minister and diminishes the role of the Parliament. The President will have a wide scope for ruling by Presidential Decree, without any parliamentary check to his authority. Moreover, the President will be able to appoint 12 out the 15-member Constitutional tribunal.

    In recent months Erdogan denounced calls for early elections, citing economic instability. On Tuesday he indicated he was open to the prospect of early polls, as he was due to meet with his political ally, Bahceli, on Wednesday.

    Government spokesman Bekir Bozdag told the press on Tuesday that snap elections may be authorized by the ruling AKP party, which suggests a calculated political move. Bozdag also told the press that the EU has not treated Turkey fairly, as the latest progress report indicates that Ankara is drifting away from any prospect of membership; Commissioner Johannes Hahn said on Tuesday that Turkey was taking “strides away” from Brussels as it moves towards authoritarianism. The question now is whether the electoral result is open to surprises, given rising and unemployment, a slowdown in the economy, a meltdown of the lira’s exchange rate, and an ever-widening trade deficit. Turning the problem on its head, Economy Minister Nihat Zeybekci called for the introduction of the new Presidential system, as a strong executive would project economic “predictability and sustainability,” al-Monitor reports.

    A rather mute question is whether there is a candidate that could actually challenge Erdogan. Abdullah Gul appears to be a formidable challenger, if he decides to run, as he is seen as the architect of AKP’s early economic success, has conservative Islamist credentials, and is pro-EU. Theoretically, he could draw from both liberal and conservative pools of support. Although He does not have his own party, but could run with the smaller Islamist party, Saadet.

     

  • La vera strategia dei “mancati perdenti”

    I risultati elettorali delle ultime legislative hanno dato vita, come nella migliore tradizione della politica italiana, ad una situazione drammaticamente grottesca. Dal 5 marzo si inseguono sui media italiani analisi, ipotesi ed elucubrazioni circa le probabilità di raggiungere un’intesa di governo, con un ingiustificato ottimismo fondato unicamente sulla sottovalutazione di oggettivi impedimenti, che appaiono invece del tutto insuperabili. Dopo la prima tornata di consultazioni del Presidente della Repubblica, perfino davanti al sostanziale nulla di fatto e a fronte dell’acuirsi delle polemiche tra i partiti, incredibilmente risultavano in netta maggioranza i commentatori che giudicavano in positivo l’evoluzione della trattativa. Su cosa si poggi questa convinzione rimane un mistero. Quali sono invece razionalmente le posizioni in campo e, soprattutto qual è la vera strategia di quelli che, in maniera impropria, vengono definiti vincitori e che sarebbe più corretto definire “mancati perdenti”, in modo da distinguerli dai veri sconfitti che sono nell’ordine PD, F.I., LEU e FdI?

    In Italia, a causa del lungo processo di logoramento della credibilità della politica e della progressiva delegittimazione dei partiti, l’errore più grande non poteva essere che quello di adottare una legge proporzionale come il “Rosatellum” che, per natura, polverizza il voto e impedisce di individuare un vincitore, lasciando il campo ai partiti per tessere le intese post-voto. Uno scenario ben conosciuto e non a caso volutamente respinto con il referendum del 1993 dagli italiani, che è stato reintrodotto irresponsabilmente dai quattro partiti (PD, F.I., Lega e AP) proprio per avere le mani libere sia per la nomina dei parlamentari, che per gli inciuci nelle trattative del nuovo governo. Una legge in perfetto stile “I Repubblica”, che non aveva mai funzionato a favore degli interessi dei cittadini ma solo dei politici, già ai suoi tempi e che oggi non poteva che fallire, proprio per l’evanescenza dei partiti, che non hanno più l’autorità della identità ideologica. Ai partiti oggi non rimane per identità che la miseria dei punti di un programma, avendo persino mortificato il diritto del popolo di scegliere i propri rappresentanti. Cosa resta quindi della sovranità dei cittadini almeno in riferimento al rispetto degli indirizzi generali per cui hanno votato? Appunto solo il programma elettorale, che diventa così una sorta di camicia di forza inderogabile, salvo correre il rischio di essere tacciati dai propri elettori di tradimento, determinando, come sostiene Travaglio, il rischio per un movimento come i 5stelle in caso di alleanza con la Lega, di venire assaliti con i forconi dai propri militanti. Ecco, quindi, il problema: come si può fare un accordo tra partiti diversi sulla base di programmi elettorali confliggenti? Semplicemente non si può, perché nessun partito può correre il rischio di essere accusato di avere tradito i propri elettori. Ma diventa impossibile fare accordi anche tra programmi apparentemente vicini, perché la semplice sommatoria dei costi, anche solo dei punti principali e qualificanti rende economicamente incompatibile qualunque ipotesi di alleanza, perché i programmi sono stati redatti in maniera scriteriata e con l’unico obiettivo di acquisire consenso, con obiettivi demagogici e irrealizzabili. Qualcuno si è posto per esempio il problema di quantificare il costo della contemporanea adozione del reddito di cittadinanza dei grillini e dell’abolizione della legge Fornero? E di come renderli compatibili con la già annunciata manovra finanziaria per il 2019, che deve contenere coperture per 30 miliardi a legislazione vigente, di cui oltre la metà solo per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva? Ecco perché non è difficile, ma è impossibile che si possa raggiungere una qualche forma di accordo tra i “mancati perdenti”, alcuni dei quali ne appaiono ampiamente consapevoli. Per questo se si esaminano i comportamenti finora adottati dal M5S, si evidenzia la sua vera strategia costituita dalla volontà, in questa fase, di non volere andare al governo, ben mascherata dalla tattica di portare avanti una finta trattativa, costituita da timide ed evanescenti aperture parziali a tutti i partiti, condite però con pesanti veti su persone, e quindi boicottando di fatto il tentativo di accordo, nello stesso momento in cui viene offerto, facendo cadere la responsabilità della rottura sugli avversari, messi nelle condizioni di non poterlo accettare, pena la perdita di ogni residua dignità e credibilità. Contemporaneamente, oltre a tentare di arrecare ogni possibile danno, specie al centrodestra, in ordine ai tentati di destabilizzazione della fragile alleanza tra Salvini e Berlusconi, tentare altresì di tesaurizzare, con risultati tangibili, le rendite di posizione che la debolezza e superficialità dei loro avversari gli hanno consentito di ottenere. Quindi, che il M5S non voglia andare al governo in questa fase è chiaro come il sole. L’elemento che ha svelato più di ogni altro questo intendimento è certamente l’atteggiamento usato in occasione della elezione del consiglio di presidenza della Camera dei Deputati, allorquando per avere qualche posto in più ha deciso di mortificare il diritto del PD di avere i rappresentanti spettanti nel prestigioso organo di governo di quel ramo del parlamento. Quindi il M5S, che si trovava nella felice condizione di applicare la strategia che per cinquant’anni ha mantenuto la DC al potere e cioè quella dei “due forni”, vi ha rinunciato per la miseria di qualche posto in più in un organo di rappresentanza e ha deciso di mortificare il suo più probabile potenziale alleato per una possibile coalizione di governo? Se così fosse, e non invece per sabotare scientemente sin dall’inizio ogni possibile alleanza con il PD, sarebbe stata una scelta davvero stupida e autolesionista. E poi, come se non bastasse tale schiaffo, Di Maio ha confermato la strategia di volontario boicottaggio degli accordi, ponendo il veto a Renzi e Berlusconi, e successivamente ha dettato le sue condizioni al Capo dello Stato dando per scontato il suo diritto alla nomina a premier e alla pedissequa attuazione del suo programma, senza sostanziali spazi di trattativa. Quindi il primo partito d’Italia, che ha solo il 32% dei consensi, invece di ricercare le soluzioni per trovare il 19% mancante, ha trattato tutti con sufficienza e arroganza al punto che anche il più arrendevole e accattone politicante da strapazzo avrebbe difficoltà ad aderire ad una alleanza dove non è prevista neanche la più elementare forma di rispetto e perfino di  educazione. La logica dei veti, in particolare, appare funzionale solo a costruire rotture e non solo per l’aspetto formale, ma anche sostanziale ben sapendo la inutilità di qualunque accordo con il PD senza Renzi, che notoriamente da solo controlla la maggioranza del gruppo al Senato e, dall’altro lato, l’impossibilità per Salvini di esporsi all’indebolimento di lasciare Berlusconi, perché perderebbe più della metà della propria coalizione e si esporrebbe alla critiche di tradimento anche tra i suoi elettori, pagando un prezzo altissimo e senza alcuna evidente contropartita. Da parte sua al M5S basterebbe solo tesaurizzare le posizioni di potere già acquisite presso la Camera dei Deputati per portare avanti qualche manovra ai limiti della costituzionalità, ma di grande impatto propagandistico, come l’abolizione dei vitalizi, che potrebbe consentire al movimento di affermare che laddove è riuscito a raggiungere le leve del potere, ha coerentemente attuato il programma e che, per il resto, gli altri gli hanno impedito l’accesso a Palazzo Chigi. L’obiettivo finale a questo punto appare fin troppo chiaro, non potendo andare al voto subito i grillini “subirebbero” un governo comunque sia degli altri, meglio se minoritario, destinato a trascinarsi stancamente per tutto il 2018, sperando di andare al voto, con o senza la nuova legge elettorale ai primi dell’anno prossimo, probabilmente rinforzati e con la concreta speranza di conseguire la maggioranza assoluta e avere finalmente la situazione sotto controllo. Questa strategia tra l’altro impedirebbe la cosa che più teme il M5S e cioè la messa a nudo della inattuabilità di gran parte del suo farneticante programma politico, che in un governo di coalizione verrebbe immediatamente messo in discussione dagli alleati. Se questa è la strategia dei cinque stelle, l’unica contromossa intelligente è vedere il bluff, capovolgere la situazione e offrire al M5S stelle la disponibilità a “subire” un loro governo di minoranza, anche con la “non sfiducia” e senza chiedere nulla in cambio, aspettando semplicemente che porti il suo programma nell’articolazione legislativa dei vari punti all’attenzione delle Camere, dell’opinione pubblica e dell’UE e sollecitando unicamente l’impegno di eliminare il Rosatellum, per approvare tutti insieme al suo posto una legge elettorale che consenta ai cittadini finalmente di scegliere i propri rappresentanti e un vincitore certo la stesa sera della chiusura delle urne. La legge c’era e solo l’arroganza delle oligarchie dei partiti ne ha determinato la sostituzione e si chiamava Mattarellum, che è l’unica norma che non solo consente agli elettori la scelta vera dei propri rappresentanti, ma anche la piena rappresentanza dei vari territori, molti dei quali oggi non hanno nessuno a cui rivolgersi, che riduce la possibilità dei “paracadutati” e garantisce anche con la quota proporzionale limitata a un massimo del 25% di avere il sacrosanto diritto di tribuna ai piccoli partiti. Se i partiti avessero un minimo di senso di responsabilità, sarebbero arrivati da soli a queste conclusioni e già oggi si potrebbe ragionare in prospettiva di una rinascita del senso civico nazionale, che faccia giustizia di tutti gli atteggiamenti ispirati al risentimento, che tanto danno hanno arrecato al nostro Paese. Una riforma elettorale essenziale per una diversa modalità di esercizio della politica, che non può prescindere dal rapporto elettori-eletti e dal diritto di scelta che una democrazia compiuta deve garantire ai propri cittadini quale viatico ed elemento fondamentale per il recupero del grande valore, assente purtroppo dagli intendimenti dei protagonisti dello scenario politico nazionale e cioè la effettiva “tutela del bene comune”, che tutti i partiti hanno da tempo cinicamente sacrificato ai loro inconfessabili egoismi e la cui mancanza è alla base della fallimentare gestione della “Cosa Pubblica” nel nostro Paese. E’ su questo che bisognerebbe che i cittadini rivolgessero la loro attenzione, finora distolta dal rancore, che non è mai stato un buon consigliere.

    Nicola Bono – già parlamentare e sottosegretario ai beni e alle attività culturali

  • Salvini le preferenze ce le ha, Di Maio no

    Più volte, dalle elezioni ad oggi, i 5 stelle hanno rivendicato per Luigi Di Maio l’incarico di presidente del Consiglio, sostenendo che ne ha diritto in quanto ha preso quasi 11 milioni di voti.

    Vero è che Di Maio è stato indicato dal M5s come candidato premier, altrettanto vero è però che in Italia non c’è ancora una legge elettorale per indicare il premier, la legge infatti fa soltanto scegliere tra un partito o un altro e prevede liste bloccate all’interno dello stesso partito, decise dai leader. Di Maio è pertanto la prima scelta del suo partito ed è il partito che ha preso quasi 11 milioni di voti. Se dovessimo valutare in base ad un discorso di preferenze, vale a dire di scelta degli elettori, Di Maio, alle primarie del M5s per scegliere il candidato premier pentastellato, ne ha ottenute 30.396, cioé l’82% dei votanti iscritti alla piattaforma del movimento. Matteo Salvini, candidato premier dalla Lega e (si presume) dalla coalizione di centrodestra, coalizione che è arrivata prima nelle urne il 4 marzo, quando si è presentato alle Europee, elezioni nelle quali gli elettori hanno diritto di esprimere la preferenza, ha preso nel nord-ovest 223.410 preferenze, nel nord-est 108.950, al centro 32.476, sommando le quali con le preferenze di sud e isole ha raggiunto la cifra di 387.726!

    Se si vuole tenere conto del diritto degli elettori di scegliere i propri rappresentanti politici e del dovere dei rappresentanti politici di confrontarsi con gli elettori, i voti di Salvini parlano chiaro. Di Maio, come Renzi, non ha mai fatto una campagna elettorale preferenziale, se non all’interno del suo partito; Salvini si è messo in gioco e i risultati sono noti. Come abbiamo avuto già modo di scrivere sul Patto Sociale, se una legge elettorale consente le coalizioni ed una coalizione prende più di tutte le altre, spetta a questa l’incarico di provare a formare il nuovo governo. A prescindere da come singolarmente possiamo pensarla, ci sono delle regole in democrazia che vanno rispettate!

     

  • Storie di spie e di influenze

    Dove men si sa, più si sospetta

    Niccolò Machiavelli

    Domenica scorsa si sono svolte le elezioni presidenziali in Russia. Vladimir Putin ha vinto il suo quarto mandato presidenziale con un significativo risultato di 76,6% e con un’affluenza alle urne di circa 67% degli aventi diritto. Una sfida per Putin, che ha superato se stesso, riferendosi alle precedenti elezioni. Ma anche perché il suo avversario, l’oppositore Aleksei Navalny, il quale non poteva candidarsi a causa di una sua precedente condanna, ha chiesto ai suoi sostenitori di boicottare le elezioni. L’opposizione russa e alcune organizzazioni non governative hanno denunciato dei brogli, che sono stati considerati come non significativi da parte della Commissione Centrale Elettorale. Un risultato che rispecchia l’attuale realtà russa. Realtà che per molti noti analisti e opinionisti, nonché per i rappresentanti delle cancellerie occidentali e delle specializzate istituzioni internazionali, merita serie riflessioni e la massima attenzione. Soprattutto adesso, in un periodo in cui si stanno sviluppando diversi intricati scenari internazionali. Con la certezza dell’esito delle elezioni, Putin ha parlato davanti ai suoi sostenitori a Piazza del Maneggio, fuori dal Cremlino. Riferendosi al risultato raggiunto, lui vedeva “…il riconoscimento per quello che è stato fatto negli anni recenti, in condizioni molto difficili, vedo – ha aggiunto – la fiducia e la speranza del nostro popolo, che lavoreremo allo stesso modo duramente, responsabilmente e in modo più efficiente”.

    Le elezioni in Russia si sono svolte in un periodo durante il quale si stanno appesantendo le accuse reciproche tra la Gran Bretagna e altri Paesi occidentali e la Russia stessa. Il motivo è l’avvelenamento di una spia russa e di sua figlia. Accadeva il 4 marzo scorso a Salisbury, in Gran Bretagna. Si presume che i servizi segreti della Russia abbiano usato una sostanza chimica, chiamata Novochok, un agente nervino. Le reazioni da parte dei più alti livelli della politica internazionale sono state immediate e forti. La premier britannica Theresa May dichiarava il 7 marzo scorso in Parlamento che “…è altamente probabile che Mosca sia responsabile del tentato omicidio di Serghej Skripal nel centro di Salisbury”. Ferma è stata la May, anche riferendosi al futuro dei rapporti con la Russia, dichiarando “…mai più affari come al solito [business as usual; n.d.a.] con la Russia!”. Il 13 marzo scorso la stessa premier May ha chiesto alla Camera dei Comuni severe misure nei confronti della Russia, mentre il segretario agli Esteri britannico, Boris Johnson, ha accusato il Cremlino, dichiarando che l’avvelenamento di Salisbury “…è un modo per dire alle persone: ecco cosa succede a opporsi al nostro regime”. In seguito sono arrivate anche le decisioni, sia della Gran Bretagna prima, che della Russia subito dopo, dell’espulsione di 23 diplomatici russi dall’Inghilterra e di altrettanti diplomatici britannici dalla Russia. Nel frattempo a fianco della Gran Bretagna si sono schierati la Francia, la Germania, gli Stati Uniti e altri Paesi europei. Trump firma insieme con Macron, Merkel e Theresa May una dichiarazione che accusa Mosca di aver “…avvelenato con gas nervino l’ex spia russa Sergej Skripal e la figlia Yulia a Salisbury” il 4 marzo scorso.

    Da mesi ormai negli Stati Uniti d’America i massimi vertici politici e non solo si stanno accusando a vicenda di coinvolgimento in quello che è stato chiamato “Russiagate”. Si tratta di presunte influenze dei servizi segreti russi nelle elezioni presidenziali staunitensi dell’8 novembre 2016. Ma si parla anche di altre interferenze e di rapporti occulti, tra alti esponenti politici del Cremlino e dei servizi russi, con delle persone molto vicine, sia del presidente Trump, che di Hillary Clinton, sua rivale alle ultime elezioni del novembre 2016. Sullo scandalo “Russiagate” sta indagando da mesi anche il procuratore speciale Robert Mueller. Indagini che continuano, mentre tutti attendono l’esito. Nel frattempo però, la Commissione per i Servizi di Intelligence del Congresso statunitense, riferendosi sempre allo scandalo delle influenze russe, ha dichiarato il 12 marzo scorso che “…non è stato trovato nessun fatto o prova che poteva dimostrare l’interferenza russa nella campagna [elettorale] di Trump e, perciò, la fase delle domande in questa indagine è stata conclusa”. Sempre nello stesso ambito, la scorsa settimana il segretario del Tesoro statunitense accusava i vertici dei servizi segreti militari russi di “…aver inquinato la campagna elettorale del 2016” e di “…aver condotto attacchi informatici devastanti contro infrastrutture strategiche degli Stati Uniti”. Ma allo stesso giorno il procuratore speciale Mueller imponeva alla “Trump Organization” di consegnare tutti i documenti che, in qualche modo, potrebbero essere collegati con le influenze russe. Ovviamente che il caso continuerà ad essere sotto inchiesta negli Stati Uniti, fino ad un definitivo chiarimento di quanto sia veramente accaduto.

    In Albania, da più di una settimana, alcuni media controllati dal primo ministro, nonché la propaganda governativa e alcuni alti rappresentanti del partito socialista al potere, stanno accusando il partito democratico, il maggior partito dell’opposizione, di pagamenti illeciti per un’attività lobbistica negli Stati Uniti d’America. Attività avviata nel marzo 2017 e che avrebbe mirato all’appoggio dell’amministrazione Trump al partito democratico albanese e al suo capo, durante le elezioni politiche del giugno 2017. Sono state rese pubbliche anche le copie di alcuni contratti, pubblicati da una rivista dell’ultra sinista statunitense, finanziata anche da George Soros, un noto sostenitore politico e non solo, dell’attuale primo ministro albanese. Secondo la propaganda governativa, in quei contratti ci sarebbero degli occulti appoggi finanziari russi per influenzare gli sviluppi politici in Albania. Sempre e ovunque i russi! Una buona scelta per attirare e/o spostare l’attenzione. Naturalmente si tratta di un caso che, se risultasse vero, sarebbe uno scandalo e un grave colpo per l’opposizione albanese. Ma ovviamente saranno le indagini della procura e il tribunale, senza “condizionamenti” dal governo, a valutare e giudicare la veridicità delle accuse sopracitate. E non certo la propaganda governativa e i media controllati del primo ministro. Anche perché quest’ultimo sta passando un brutto periodo, dopo tanti scandali resi noti pubblicamente che lo coinvolgerebbero direttamente, almento per responsabilità istituzionali. Gli sviluppi del caso, a tempo debito, saranno oggetto di altre analisi.

    Chi scrive queste righe valuta, però, che sono non poche le incongruenze legate alle sopracitate accuse. Ma lui è altrettanto convinto che l’opposizione, invece di pagare ingenti somme per delle attività lobbistiche, che come risultato hanno una fotografia con il presidente degli Stati Uniti, potrebbe fare ben altre cose per essere veramente un’opposizione convincente. Finora e da qualche tempo, purtroppo, non lo sta facendo. Chi gode di tutto ciò è il primo ministro e il “mondo di mezzo” che gli sta attorno.

  • Convergenze solo se per il bene dell’Italia

    Legittimamente giornalisti e commentatori, anche nei prossimi giorni, si dedicheranno a studiare ed immaginare le più diverse, probabili ed improbabili, ipotesi rispetto a chi avrà l’incarico per provare a formare un nuovo governo. Certo è che più dichiarazioni di facciata i partiti faranno più si allontaneranno i tempi per ragionamenti consapevoli e responsabili sulla realtà italiana, europea ed internazionale che non può prescindere dagli aspetti economici, in senso lato, e dalle urgenze determinate dall’immigrazione, dal terrorismo e dalle situazioni di crisi di paesi quali la Libia.

    A prescindere da tutte le valutazioni di varia natura, la realtà è che qualunque governo si basa sul voto delle aule parlamentari e pertanto, numeri alla mano, al momento è il centro destra che dispone, se rimane unito, del maggior numero di parlamentari, anche se ne mancano ancora molti per garantire la maggioranza d’aula. Sarà necessario perciò cominciare ad abbandonare le polemiche da campagna elettorale per provare a trovare convergenze con altre forze politiche o un numero importante di parlamentari disponibili. Non è impossibile anche un governo di minoranza, con appoggio esterno di altri gruppi parlamentari, su progetti condivisi e finalizzati, così come non è impossibile che chi, fino al giorno prima, si era insultato diventi l’alleato del momento, le esperienze, non solo tedesche, rendono evidente che quanto si è dichiarato prima delle elezioni può essere modificato quando le esigenze lo richiedono. Quello che è certo è che bisogna abbassare i toni, rinunciare alle promesse che non possono essere realizzate e cominciare seriamente a ragionare su quanto necessita, in tempi brevissimi, al Paese. Solo su questi temi si potranno trovare eventuali convergenze. Non credo che alcuno possa ritenere percorribile, nell’imminente futuro, un ritorno alle urne con una legge elettorale indegna e con i costi economici che ne deriverebbero, inoltre pochi o tanti voti che ciascun partito ha preso sono comunque voti che rappresentano la volontà del corpo elettorale che chiede cambiamenti, coerenza ed impegno. Anche i 5Stelle non possono sottrarsi alla realtà di aver perso consensi proprio là dove stanno amministrando città importanti, perciò, nell’interesse del loro progetto, accettare che ci sono tempi e modi per realizzare quanto ci si è prefisso e che nel governare un Paese, così come nella vita, non può esserci l’assolutismo del ‘con me o contro di me’. Capirlo sarà segno di maturità politica.

     

  • Angela Merkel di nuovo cancelliere per il sì dei socialdemocratici alla «grande coalizione»

    Il sì degli iscritti all’SPD (socialdemocratici) è finalmente arrivato: si farà la «grande coalizione» e Angela Merkel sarà cancelliere per la quarta volta. Non era scontata questa soluzione. Subito dopo le elezioni del settembre 2017, dalle quali tanto la CDU quanto l’SPD sono usciti scornati, perdendo quasi 15 punti percentuali, a favore del partito nazionalista di destra, l’ipotesi dell’alleanza socialisti-democratici cristiani era da scartare perché l’SPD riteneva che la sua sconfitta fosse da addebitarsi proprio al fatto d’aver governato con la Merkel. Schulz era stato categorico: mai più con la Merkel! (Mai dire mai in politica!) Ma dopo il fallimento del tentativo di formare il governo con i liberali ed i Verdi, anche per le pressioni esercitate sull’SPD dal presidente della Repubblica Steinmeier, contrario all’instabilità e a nuove elezioni, l’ipotesi di un ritorno alla grande coalizione si è ripresentata. I negoziati tra SPD e CDU hanno faticosamente ripreso, tra lo scetticismo di una parte importante degli iscritti all’SPD, capeggiata dal presidente del movimento giovanile. Il negoziato è stato faticoso, ma produttivo. Si è giunti ad un accordo, contenuto in 177 pagine, che ha conferito all’SPD il ministero delle Finanze, regno incontrastato ed austero fino ad allora del ministro CDU Schauble, e il ministero degli Affari Esteri. Due ministeri chiave che potrebbero permettere ai socialdemocatici di caratterizzare a loro favore la politica tedesca. Il merito di questo successo, bisogna riconoscerlo, va a Schulz, che è diventato invece la sola vittima di questa situazione. Era previsto come ministro degli Esteri nel nuovo governo, data la competenza acquisita nello svolgere la funzione di presidente del Parlamento europeo per ben due mandati, era presidente dell’SPD, eletto un anno fa all’unanimità, è stato il firmatario del difficile accordo con la Merkel, ma proprio per questo, paradossalmente, ha pagato il prezzo più alto: essere escluso da ogni incarico e uscire umilmente di scena. Se si farà il nuovo governo, come è certo, espressione della Grande coalizione, quindi dell’accordo firmato con Schulz, il successo andrà a beneficio del nuovo commissario dell’SPD, Olaf Scholz, già borgomastro di Amburgo e ministro del lavoro, ora designato come nuovo ministro delle Finanze al posto di Schauble. A lui l’onere di garantire capacità e visibilità all’SPD all’interno della Grande coalizione, onde evitargli una perdita di identità e ridurre ancora di più il consenso da parte degli elettori, come temono gli iscritti che hanno votato «no» al referendum sull’accordo, che oltretutto ha anche il merito di aver evitato un secondo turno elettorale e di garantire la stabilità, tema sacro per i tedeschi. La Merkel sarà cancelliere per la quarta volta, anche se la sua immagine e la sua credibilità sono state intaccate dal fallimento del primo negoziato con i Liberali e i Verdi e dalle concessioni, quasi obbligate, fatte all’SPD nel secondo. Oltre alla politica interna, la Merkel deve salvaguardare i rapporti con il presidente francese Macron, per assicurare che Francia e Germania possano operare di comune accordo per realizzare le riforme europee, o parte di esse, già enumerate da Macron nell’ormai famoso discorso della Sorbona del 26 settembre dell’anno scorso. Una nuova Europa è necessaria. Si tratta di mettere nuovamente in moto quella che c’è e di realizzare quei nuovi indirizzi che incontrino il consenso degli europei e battano sulla breccia quei movimenti populisti che s’affermano un po’ dovunque in Europa e che si prefiggono di far uscire dall’Euro i loro Paesi, se avessero la ventura di giungere al governo. Una Merkel forse indebolita in Germania, ma che ha tutti i numeri per rafforzarsi in Europa se anche l’SPD sarà d’accordo. Questa conferma della Grande coalizione è anche una garanzia di stabilità, dunque, non solo per la Germania, ma anche per l’Europa. Una Germania debole ed instabile è una minaccia per il processo d’integrazione europea e mai come ora, invece, l’Europa ha bisogno d’essere presente e protagonista sulla scena mondiale.

  • Il valore contemporaneo

    Alla fine di una campagna elettorale che ha rappresentato il livello più basso ed infimo di un degrado culturale ormai inarrestabile, durante la quale si sono sparate soluzioni strategico-economiche prive di qualsiasi copertura e soluzioni assolutamente inattuabili sotto il profilo normativo, nessuno ha centrato la propria attenzione sullo sviluppo economico che si traduce in prodotti di alto livello ed espressione di una articolata filiera. A tal fine si ricorda per l’ennesima volta come non esista più l’azienda a ciclo completo come, allo stesso modo, un singolo prodotto risulti essere la sintesi di diversi know how i quali, ciascuno per le proprie competenze, professionali e industriali, concorrono alla creazione del  prodotto finale.

    In questo senso quindi, per una volta, va riconosciuto al settore dello sci alpino, al quale sono particolarmente legato, dimostrare anche attraverso la semplice comunicazione la scelta valoriale che rappresenta una delle poche ed ultime possibili vie di sviluppo, tanto nel breve ma soprattutto nel medio e lungo termine.

    La scelta di certificare infatti, e contemporaneamente di comunicare, il valore del Made in Austria come un valore e quindi attribuirgli un valore anche economico rappresenta una scelta intelligente ed anche strategicamente importante soprattutto a tutela delle più diverse professionalità che concorrono alla realizzazione dello sci. Non possono certamente le semplici politiche di apertura dei mercati rappresentare la soluzione per una crescita economica ma la tutela dei prodotti nazionali nella loro massima espressione all’interno di mercati liberi, i quali tuttavia non possono ma soprattutto non devono sottovalutare il peso del dumping sociale, economico e fiscale all’interno di un mercato che si definisce aperto alla concorrenza. Mercati quindi che abbiano un impianto normativo che sappia tutelare ogni espressione industriale, professionale e culturale in quanto i prodotti rappresentano l’espressione culturale contemporanea della conoscenza ma anche del progresso culturale, tecnologico e quindi storico di un paese. A conferma di questa definizione di prodotto, semplicemente a titolo di curiosità, basti pensare a quanti brand dei diversi settori merceologici cerchino, attraverso la propria strategia di comunicazione, di dimostrare una supposta o reale storia industriale come un valore aggiunto al prodotto attuale.

    Viceversa, nessuno in questi mesi di campagna elettorale ha parlato della tutela del Made in: non i partiti, non gli economisti, non gli accademici. Un atteggiamento e soprattutto una mancanza di attenzione in quanto tale scelta risulta espressione di una società assolutamente distonica rispetto alle aspettative del mercato, pur all’interno di una continua evoluzione. Il marchio austriaco di sci Blizzard infatti oggi risulta di proprietà del gruppo italiano Tecnica di Giavera del Montello il quale ha recentemente visto l’ingresso con il 40% del fondo di investimento industriale Italmobiliare, un fondo italiano che si occupa di investimenti industriali. Quindi, anche per quella che viene indicata come la naturale evoluzione dei gruppi industriali familiari che si devono aprire agli investimenti di fondi privati con questo nuovo asset l’azienda madre considera strategica la valorizzazione del Made in come fattore fondamentale, storico e tecnologico per assicurarsi con successo sui mercati globali un posizionamento di alto di gamma.

    Una struttura moderna dimostra perciò come la sintesi del valore storico, unita alla certificazione e alla tutela normativa della filiera a monte come a valle, riesce ad assicurare la creazione del valore stesso, definendo ed attribuendo attraverso tale scelta strategica un valore assolutamente contemporaneo alla definizione di Made In che nello specifico si dimostra made in Austria.

    Ancora una volta l’economia reale risulta molto più avanti di coloro che pretenderebbero di definirla persino nelle sue dinamiche future e soprattutto governarla.

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