Elezioni

  • Inauguration of Georgia’s first woman president is not a sign of progress, but a troubling step back

    Christina Pushaw – New Europe

    Despite critical assessments of Georgia’s November 28 runoff presidential election from much of the international community – observers expressed alarm about political violence, intimidation, vote-buying on an “unprecedented” scale, and outright electoral fraud – the victory of ruling party candidate Salome Zurabishvili largely made headlines for a more positive reason: As the fifth president of Georgia, she is the first woman to hold the office.

    Though Zurabishvili’s win is indeed a milestone for Georgia’s political development, it does not mark progress, but a massive step backward. Not long ago, the country was perceived as a heartening outlier in a difficult region: Following the peaceful Rose Revolution of 2003, then-President Mikheil Saakashvili embarked on an ambitious reform program that transformed Georgia from a failed state into a pro-Western democracy. Unsurprisingly, Russian President Vladimir Putin viewed such a success story in Russia’s backyard as a threat to his regime. Russia invaded Georgia in 2008 and occupies about a fifth of the country’s territory to this day. According to then-US Secretary of State Condoleezza Rice, a central objective of Russia’s intervention in Georgia was to depose Saakashvili.

    In a peaceful transition of power – the first in the country’s history – Saakashvili stepped down in 2012, following his party’s loss to oligarch Bidzina Ivanishvili’s Georgian Dream coalition. But in the years since, Georgia’s democratic institutions have eroded, and Zurabishvili’s election stands out as the most dramatic example yet of this backsliding. Not only did her campaign seriously damage Georgia’s democratic credentials – which now stand in stark contrast to monitors’ glowing assessment of the December 9 snap parliamentary elections in neighbouring Armenia– but Zurabishvili’s Pyrrhic victory was welcomed by Putin’s allies.

    United Russia member Konstantin Kosachev, the chairman of the Foreign Affairs Committee in the Duma’s upper house, said in a comment carried by Russian state-run broadcaster TASS on November 29 that the contested Georgian election result was “positive” and expressed hope that “the space for dialogue” between Moscow and Tbilisi, presumably over the status of the Russian-occupied Georgian territories, “would enlarge.”

    Anton Morozov, a Duma member from the far-right Liberal Democratic Party, predicted that Georgian-Russian relations would “markedly improve” with Zurabishvili’s presidency, and Deputy Foreign Minister Grigory Karasin echoed this optimism to members of the media from Ria Novosti, a tightly controlled state news agency, also on November 29.

    The warm response from Moscow is not surprising – Zurabishvili has long pushed the Kremlin’s narrative about Georgia, claiming that the Georgian side provoked the Russian invasion in 2008 and that the US shares the blame. Indeed, Putin himself has quoted Zurabishvili’s writing to justify Russian aggression in Georgia. Perhaps this is why the most regressive political forces in Georgia – including the fringe pro-Kremlin party “Alliance of Patriots of Georgia” and the ultra-nationalist “Georgian March” movement, both of which receive funding from Moscow – voiced support for Zurabishvili in the runoff. According to Tbilisi-based journalist Natalia Antelava, the powers that pushed Zurabishvili to victory “are among the most xenophobic and sexist on Georgia’s political spectrum.”

    Thus, it is a mistake to praise Zurabishvili’s campaign as a victory for women in politics. Shortly before the runoff, portraits of male Georgian Dream leaders – including Ivanishvili himself – replaced Zurabishvili’s face on billboards across the country. Not only did this move shatter any remaining illusion of Zurabishvili as an “independent” candidate, but it drew criticism from a coalition of Georgia’s most reputable gender equality NGOs, who stated that Zurabishvili’s campaign “damaged the ideals of gender equality and further marginalised female politicians”. Women’s rights groups also criticised the ruling party for attempting to present Zurabishvili as “a victim of gender-based discrimination, without being able to point to specific facts.”

    In short, the election of the first woman president merely serves as a fig-leaf to distract from the uncomfortable reality: Georgia has lost its position as the regional leader in democratic development. What’s more, the country’s once-unimpeachable credentials as a steadfast ally of the West are now under question. If Georgia’s international partners want to salvage any of the country’s hard-won progress, they would do well to look beyond the headlines.

  • Quasi un europeo su 3 vuole ‘svecchiare’ il Parlamento europeo

    Il 31% dei cittadini della Ue desidera che vi sia un maggior numero di candidati giovani alle elezioni europee. Lo rivela un nuovo sondaggio Eurobarometro diffuso in occasione del convegno sui diritti fondamentali che la Commissione europea ha organizzato a Bruxelles il 27 e il 28 novembre. In Italia la percentuale sale al 39%.

    Dalla nuova indagine emerge inoltre che il 43% dei cittadini Ue intervistati vorrebbe ricevere maggiori informazioni sull’Unione europea e sul suo impatto sulla vita quotidiana. Il Italia il dato è pari al 34%.

    Alle elezioni europee del 2014, rivela il sondaggio, il 42% degli europei si è recato alle urne. La Commissione Juncker – precisa una nota – ha lavorato attivamente per avvicinare l’Ue ai suoi cittadini lanciando diverse campagne, tra cui quella EU Protects e la campagna EU e Me, che si rivolge alle generazioni più giovani. In vista delle elezioni a maggio 2019 l’esecutivo comunitario insieme al Parlamento europeo condurrà campagne di sensibilizzazione per mobilitare i cittadini al voto.

    La maggioranza dei cittadini dell’Unione è preoccupata che le campagne di disinformazione, le violazioni dei dati e gli attacchi informatici interferiscano con i processi elettorali. Secondo Eurobarometro, il 61% è preoccupato che le elezioni possano essere manipolate attraverso attacchi informatici (In Italia il 65%), il 59% che attori stranieri e gruppi criminali possano influenzare il voto (in Italia 66%) ed infine il 67% che i dati personali online possano essere usati per messaggi politici (Italia 72%).

  • L’Unione europea firma l’accordo per l’uscita di Londra

    Dopo due anni e mezzo dal referendum sulla Brexit, sabato 24 novembre il Consiglio europeo (cioè i 27 capi di Stato o di governo dell’Unione europea ) ha firmato l’accordo con Londra per la sua uscita. L’accordo era stato approvato dal governo di Theresa May il 13 novembre scorso, ma il giorno dopo quattro ministri si sono dimessi perché in disaccordo con alcuni punti del documento. L’Unione europea, com’era previsto, ha firmato, non ha opposto difficoltà e l’unanimità ha sanzionato il faticoso e contrastato lavoro dei negoziatori. Ora manca solo l’approvazione del Parlamento europeo e del Parlamento inglese, ma l’ironia della sorte potrebbe giocare un brutto scherzo e far saltare l’accordo proprio con un voto contrario della Camera dei Comuni. Ai voti dell’opposizione, infatti, potrebbero aggiungersi i dieci del partito nord irlandese, quelli degli scozzesi del Partito Nazionalista (Snp) e  di un consistente gruppo di conservatori (si parla di una ottantina), i quali ritengono che l’accordo concluso da May sia il peggiore possibile, in quanto disegnerebbe un quadro in cui Londra rimarrebbe soggetta alle leggi europee, ma senza più alcuna possibilità di influire sui processi decisionali. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha sottolineato che l’accordo è il migliore possibile, mentre la cancelliera Angela Merkel si è detta triste per la tragica decisione di un Paese che lascia l’Unione dopo 45 anni. La premier Theresa May ha affermato che questo è un momento di fare un passo avanti e che lei non condivide la tristezza della collega Merkel. L’ironia consisterebbe nel fatto che l’Europa ha firmato per la Brexit, mentre i legislatori inglesi la respingerebbero. E l’uscita senza accordo complicherebbe ancor di più il dopo Brexit, cioè le relazioni commerciali del RU, e non solo, con l’UE. E’ indubbio che la premier britannica ha la grande responsabilità di affrontare un passaggio molto pericoloso per il suo governo e per il destino del suo Paese. Ha dimostrato fino ad ora carattere e volontà. In una lettera aperta agli inglesi, poco prima della riunione con il Consiglio europeo, ha promesso di mettere anima e cuore per cercare di vincere la battaglia in Parlamento e di essere convinta con ogni fibra del essere, che l’accordo è giusto. E se il Parlamento non l’ascoltasse? Che succederebbe? Darebbe le dimissioni aggiungendo la crisi di governo a quella della Brexit? Non sarebbero nemmeno escluse le elezioni anticipate.

    Ma cosa prevede l’accordo? Sono molti i punti che lo compongono. Tra i principali ricordiamo:

    • i due testi oggetto dell’intesa. Il primo, di 585 pagine, è l’accordo sul ritiro, giuridicamente vincolante, il secondo, di 26 pagine, è una dichiarazione politica che traccia a grandi linee i punti principali del futuro rapporto Ue-Ru, che non ha forza legale. Per entrare in vigore l’accordo necessita ancora della ratifica dei due Parlamenti, quello inglese e quello europeo.
    • L’Unione doganale tra Regno Unito (Irlanda del Nord compresa) e l’Unione europea nel periodo di transizione, cioè fino al dicembre 2020.
    • Il periodo di transizione, dal 29 marzo 2019 fino al dicembre 2020, per consentire di arrivare ad un’intesa commerciale futura definitiva.
    • Una clausola di salvaguardia, detta “backstop” per evitare un confine fisico tra le due parti dell’isola: il Nord Irlanda e la Repubblica d’Irlanda.
    • Il ritorno della sovranità con l’entrata in vigore della legge di ritiro dalla UE introdotta dal governo inglese nel giugno del 2018, per mettere fine, dal 29 marzo 2019, al primato della legislazione europea su quella britannica.
    • La corte europea, che rimane attiva durante la transizione. Per il dopo, sarà necessario trovare un nuovo meccanismo per dirimere le liti.
    • La questione relativa a Gibilterra è stata esclusa dai negoziati a richiesta della Spagna, che ritiene d’avere il diritto di approvare ogni futura intesa che riguarderà il territorio ora considerato d’Oltremare del Regno Unito, su cui Madrid spera di strappare una co-sovranità.
    • Il costo dell’uscita ammonta a 39 miliardi di sterline (circa 44 miliardi di euro) che corrispondono agli impegni presi quando il RU era uno Stato membro.
    • La libera circolazione. Nel rispetto del risultato del referendum del 2016, che comprende la fine della libertà di circolazione delle persone, a partire dal 2021 questa libertà verrà meno. Per risiedere stabilmente nel Regno Unito servirà un apposito permesso.
    • I diritti degli europei già residenti nel RU ( quasi tre milioni) verranno conservati. Vale i reciproco per gli inglesi residenti in Europa (circa un milione e trecento mila). I turisti potranno viaggiare senza problemi con l’esibizione del passaporto.

    Ora l’entrata in vigore dell’accordo dipende dal voto che avrà luogo a Westminster in dicembre. Se il voto sarà negativo tutto sarà messo in discussione e nuovi scenari si affacceranno, sull’esito dei quali nessuno per ora è disposto a scommettere.

  • Che possano servire di lezione

    La coerenza è comportarsi come si è e non come si è deciso di essere.

    Sandro Pertini

    Un furbo derviscio era riuscito a convincere il sultano di sapere, in ogni momento, cosa faceva Dio. Il sultano, a sua volta, faceva quello che secondo il furbo derviscio facesse Dio. E ne andava fiero il sultano di quello che faceva. Un giorno chiese al patriarca di Costantinopoli se lui avesse qualcuno che sapeva cosa facesse Dio in ogni momento. E se no, allora il patriarca sarebbe stato decapitato. Disperato il patriarca ritornò nella sua dimora. Un diacono, vedendolo così disperato, gli chiese cosa aveva. Dopo aver saputo, il diacono lo tranquillizzò e gli chiese soltanto di portarlo con se presso il sultano. E così fu. Il sultano chiese al diacono se lui sapeva cosa faceva Dio in qualsiasi momento. Sì, rispose il diacono. Ma prima, siccome sono stanco e affamato, posso avere qualcosa da mangiare insieme con il derviscio? I servi portarono subito una grande tazza con latte e un pezzo di pane. Il diacono e il derviscio cominciarono a spezzettare il pane e mescolare i pezzi nel latte e si misero a mangiare. Subito il diacono diede una cucchiaiata sul naso al derviscio. Il sultano arrabbiato lo sgridò. Allora il diacono gli rispose: ma come mai, lui che sa in qualsiasi momento cosa fa Dio, non sa riconoscere i suoi bocconi dai miei? Il sultano, svergognato e umiliato, non poteva dire niente. Ordinò di uccidere il furbo derviscio e lasciò tranquillo il patriarca e il diacono. Questo racconta una vecchia fiaba con intelligente ironia. E dalle fiabe c’è sempre da imparare.

    La metafora di questa fiaba è sempre attuale. Purtroppo, e non di rado, anche le istituzioni dei singoli paesi e quelle internazionali sono soggette e patiscono dalle premeditate e spesso anche profumatamente “sponsorizzate” fandonie e bugie Non fanno eccezione nemmeno le istituzioni dell’Unione europea. Quanto sta succedendo, soprattutto negli ultimi anni, ne è una testimonianza. L’operato dei rappresentanti delle istituzioni europee, per la maggior parte nominati e non eletti, non sempre ha giustificato e onorato la fiducia data. Non a caso determinate decisioni delle istituzioni hanno provocato e continuano a provocare malcontenti e disappunti. Non a caso in diversi paesi dell’Unione sono nati e stanno avanzando i movimenti e/o i partiti politici euroscettici. E non a caso anche i tradizionali partiti, in diversi paesi europei, hanno perso e stanno perdendo consenso. Lo dimostrano chiaramente i risultati elettorali degli ultimi anni. Quanto sta succedendo dovrebbe essere un campanello d’allarme per tutti. Per i partiti e per le istituzioni locali e/o internazionali, ma soprattutto per i cittadini responsabili. Per quei cittadini che, con i loro voto, eleggono i propri rappresentanti, sia nazionali che nel Parlamento europeo. Rappresentanti che, a loro volta, scelgono e nominano i funzionari di tutti i livelli delle istituzioni dell’Unione europea. Compresi, anche e soprattutto, quelli della Commissione europea, le cui decisioni hanno un diretto impatto non solo nei singoli stati membri, ma anche oltre.

    Ragion per cui, le prossime elezioni per il Parlamento europeo rappresentano un avvenimento molto importante, visti anche gli sviluppi in altri singoli paesi e quegli geopolitici a scala mondiale, con tutte le loro conseguenze. Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso, in maniera unanime, che le prossime elezioni si svolgeranno dal 23 al 26 maggio 2019. Si voterà in tutti i 27 stati membri dell’Unione per eleggere i rappresentanti del Parlamento europeo. Per la prima volta, dal 1979, non si voterà nel Regno Unito, dopo il referendum del 23 giugno 2016, per rimanere o uscire dall’Unione europea.

    Proprio domenica scorsa, dopo un vertice straordinario, il Consiglio europeo ha approvato all’unanimità l’accordo dell’uscita e delle relazioni future tra il Regno Unito e l’Unione europea. E tutto ciò è dovuto anche ad alcune determinate scelte e decisioni delle istituzioni europee nel corso degli anni che hanno scatenato il malcontento e la reazione dei cittadini del Regno. Una separazione che non è stata e non sarà facile. La frase del presidente Juncker, il quale riferendosi al sopracitato accordo, ha detto che “è un giorno triste. Non un momento di gioia ma una tragedia, perché un grande Paese lascia l’Unione europea”, rappresenta lo stato d’animo e la realtà attuale e futura. Realtà che metterà a dura prova anche la premier Theresa May e il suo governo. Nel frattempo rimane in bilico l’esito della votazione del Parlamento britannico sull’accordo raggiunto domenica scorsa a Bruxelles, visto che la May non ha la maggioranza per farlo approvare.

    Ma non è soltanto quanto è successo tra l’Unione europea e il Regno Unito, quello che dovrebbe far riflettere seriamente e con la massima responsabilità tutti, sia i rappresentanti politici e istituzionali, che i cittadini. Basta pensare ai risultati elettorali nei diversi singoli paesi dell’Unione. L’avanzata dei partiti e dei movimenti euroscettici e populisti è un segnale da prendere seriamente in considerazione. E non soltanto con delle “belle parole”, bensì con delle scelte responsabili, anche se difficili. Scelte che dovrebbero mirare quanto avevano ideato con chiarezza e lungimiranza i Padri Fondatori circa settant’anni fa. Scelte che dovrebbero far diventare l’Unione europea, tra l’altro, anche portatrice dei valori fondamentali dell’umanità. Scelte che dovrebbero far pensare due volte, prima di agire, determinati alti rappresentanti delle istituzioni europee. Scelte che dovrebbero ostacolare e condannare comportamenti irresponsabili e, peggio ancora, comportamenti “profumatamente sponsorizzati” da interventi occulti e contro gli interessi dei singoli paesi. Sia di quelli membri dell’Unione che di quelli che ambiscono a diventare tali.

    Il caso dei paesi balcanici ne è un eloquente e significativo esempio. Come lo sono, fatti alla mano, alcuni determinati comportamenti di certi alti rappresentanti delle istituzioni europee, la Commissione in primis. Con il loro operato, hanno clamorosamente fallito in Macedonia, anche ultimamente con il referendum per il nome. Hanno fallito con le trattative tra la Serbia e il Kosovo, soprattutto appoggiando il progetto della revisione delle frontiere tra i due paesi. Ma hanno fallito vistosamente e altrettanto clamorosamente in Albania, chiudendo gli occhi e permettendo la diffusa cannabizzazione del paese, la galoppante corruzione e tanto altro. Lo hanno fatto ripetutamente con le loro irresponsabili e sponsorizzate dichiarazioni sia Federica Mogherini, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, che Johannes Hahn, Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento. E lo hanno fatto, mentre i rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate, comprese anche quelle della Commissione europea, affermavano l’opposto contrario (Patto Sociale n.292; 304; 318;321 ecc.).

    Chi scrive queste righe auspica che quanto sia successo ultimamente in diversi paesi dell’Europa possa e debba servire di lezione. Egli, altresì, avrebbe veramente preferito che l’inqualificabile comportamento di alcuni alti rappresentanti dell’Unione fosse dovuto semplicemente alla leggerezza di credere ai loro consiglieri. Perché, per lo meno, non si sarebbero trovati, in seguito, nelle pietose condizioni del sultano mentito dal suo furbo derviscio.

  • Mandato popolare e prospettive del Parlamento europeo, confronto tra eurodeputati all’Istituto europeo di Fiesole

    A quarant’anni dall’introduzione del voto popolare per eleggerne i componenti, il Parlamento europeo rivendica ancora, è la priorità indicata dal suo presidente Antonio Tajani al convegno con accademici ed eurodeputati ospitato all’Istituto europeo di Fiesole per celebrare l’anniversario, un potere di iniziativa legislativa diretta di cui è privo, diversamente da tutti i Parlamenti nazionali eletti dai cittadini.

    Cristiana Muscardini, medaglia d’oro al merito europeo ed europarlamentare italiana per 5 legislature, ha sottolineato come a distanza di 40 anni dalle elezioni dirette sia ancora troppo «il divario tra il potere decisionale del Parlamento e quello del Consiglio europeo», sottolineando che «la crisi che la società nel suo complesso e l’Europa stanno attraversando dovrebbe portare nell’immediato alla convocazione di una nuova convenzione europea per dare finalmente avvio all’Europa politica, all’armonizzazione del sistema tributario e doganale, all’esercito comune ed alla polizia comune non solo per contrastare terrorismo e criminalità organizzata».

    Partendo dalla contrapposizione tra «quelli che sostengono la riappropriazione delle prerogative nazionali e quelli che sostengono il confronto per superare gli egoismi nazionali», l’ex presidente del Parlamento europeo Enrique Baron Crespo osserva che «sì, è vero, l’Europa è in difficoltà, ma la maggioranza dell’Europa e non solo del Parlamento europeo è a favore di una maggior integrazione, mi auguro che la quadriga Germania-Francia, Italia e Spagna nell’Eurogruppo non cavalchi in direzione opposta». Ridimensiona le profezie di un’ondata euroscettica alle prossime elezioni europee del 26 maggio 2019 anche Monica Frassoni, copresidente del gruppo dei Verdi nell’assemblea continentale: «Fasciarsi la testa è prematuro e se passiamo in rassegna i Paesi dell’Unione vediamo che la situazione non è così tragica, molto dipenderà dal Ppe e dal fatto che rimanga la forza più importante del Parlamento europeo: se si aggrega con le forze euroscettiche, che sicuramente sono in crescita, i rischi si accentuano e proprio per questo la prossima campagna elettorale deve servire a rivendicare quanto si può fare ancora».

    Che gli eurodeputati, dopo il braccio di ferro con la Commissione europea per quanto riguarda il bilancio dell’Unione, siano appagati e possano rilassarsi sugli allori, come osservato da Alfredo De Feo (professore a Parma e funzionario a Strasburgo) è una preoccupazione che ha echeggiato ampiamente nella 2 giorni di dibattito. «Dal 1979 ad oggi il Parlamento europeo ha acquisito maggiori poteri, ma spesso non fa valere le sue prerogative» osserva l’eurodeputata Monica Baldi, «mi auguro quindi che le prossime elezioni vedano elette persone che conoscono regole e istituzioni europee, perché modifiche si possono apportare alle une e alle altre ma per farlo occorre prima conoscere ciò che si tiene. E a questo proposito è fondamentale la connessione tra i candidati e i territori, che in Italia però si perde in parte a causa dell’eccessiva ampiezza delle circoscrizioni elettorali».

    Ministro in Francia ed eurodeputato transalpino, Alain Lamassoure indica nello spinoso tema del bilancio comunitario una delle priorità che la prossima assemblea continentale dovrà affrontare (la creazione di una dotazione con cui la Ue possa intervenire a favore dei Paesi maggiormente in difficoltà, così da mantenere un equilibrio complessivo tra le varie aree dell’Unione è già oggetto di discussione, tutt’altro che agevole, tra i governi dei Paesi della Ue), l’irlandese Patrick Cox (presidente della Fondazione Jean Monnet, alla quale potrebbe aderire anche Angela Merkel una volta cessati gli impegni governativi a Berlino), già presidente del Paralamento europeo, ribadisce in parallelo, sul piano più prettamente istituzionale, la necessità che la Ue si dia un assetto federale, lo spagnolo Inigo Mendez de Vigo, ex ministro dell’Istruzione, Cultura e Sport del governo spagnolo, inquadra l’evoluzione che l’Europa si deve dare, nel senso di una closer union, nella cornice delle regole che ha già saputo darsi finora, con i trattati ratificati dai singoli Paesi aderenti.

    Condivisa da tutti l’idea che il Parlamento europeo sia il perno della democrazia della Ue, il sistema dello Spitzenkandidate, la designazione del presidente della Commissione europea da parte dei partiti che corrono alle elezioni continentali (da ratificare poi da parte degli Stati della Ue) appare un meccanismo perfettibile ai fautori più tenaci della partecipazione popolare e il miglior risultato possibile allo stato dell’arte a chi inclina per una visione realistica e attenta anzitutto ai rapporti di forza.

  • Angela Merkel rinuncia alla candidatura per il 4° cancellierato

    Il 7 e 8 dicembre prossimi, ad Amburgo, avrà luogo il congresso annuale della CDU (Unione Cristiano-democratica) il partito di Angela Merkel. Avendo dichiarato che non è più in corsa per la candidatura a cancelliere ed  essendo il cancelliere,  per tradizione, il capo del partito di maggioranza, il congresso avrà un’importanza storica, perché dopo tre legislature presiedute dalla Merkel, ora la CDU dovrà scegliere il suo successore all’altezza della situazione. Chi sono i possibili candidati? C’è un erede designato? Riuscirà la CDU a rimontare la china elettorale lungo la quale è precipitata nell’ultimo anno? Sono domande tutte strettamente collegate all’avvenire del partito che è stato di maggioranza fin dalla fine della seconda guerra mondiale e al futuro della Germania, dal quale non può prescindere quello dell’Europa. Una cosa positiva, comunque, sembra rappresentata dal fatto che finalmente la CDU affronterà un vero dibattito sul suo domani, dibattito che è mancato durante il periodo della  leadership di Helmut Khol e poi di quella della Merkel. Erano loro che garantivano la gestione, sempre eccellente, degli affari di partito e di quelli della Repubblica federale. Ora, tuttavia, le cose sono cambiate. Le conseguenze della globalizzazione, l’introduzione del sistema digitale per i privati e per le istituzioni pubbliche, il fenomeno della forte migrazione con l’arrivo in Germania, oltre che nel resto dell’Europa, di numerose presenze islamiche, la maggioranza delle quali non si integra nel tessuto sociale e culturale dei tedeschi e degli europei, ma pratica e rispetta le leggi della sharia, configgenti con quelle della tradizione culturale dell’Occidente, sono tutti elementi che modificano gli stili di vita praticati fino ad ora. Il fenomeno del terrorismo solleva problemi di sicurezza di non facile soluzione ed il sentimento della paura, in Germania come negli altri Paesi europei, investe larghi strati della popolazione e provoca spostamenti elettorali che privilegiano il nazionalismo populista. Non sono questioni momentanee quelle qui ricordate. Sono temi che influenzeranno le scelte popolari per i prossimi anni. E le forze politiche, fra le quali la CDU in primis, come reagiranno a questi fenomeni? Cosa proporranno agli elettori per non rimanere vittime di queste nuove realtà? Con la Merkel il partito era sotto controllo e nel blocco conservatore non furono certamente incoraggiati  i dibattiti sul futuro e/o sulle eventuali riforme. A parte qualche mormorio sulla dimensione del fenomeno migratorio accolto, non si sono mai manifestate alternative alla leadership della Merkel. Ora pare che vi siano almeno tre pretendenti alla successione. Una sarebbe Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, attuale segretaria generale della CDU scelta dalla Merkel nel febbraio scorso. Già premier della Sarreland, appartiene all’ala liberale del partito, ma su posizioni più conservatrici della Merkel sulle questioni delle migrazioni e dei matrimoni gay. Un altro pretendente è Jens Spahn, 38 anni, noto per la sua manifesta ambizione. La Merkel l’anno scorso l’aveva voluto al governo come ministro della salute. Nella CDU si colloca a destra ed è molto critico nei confronti delle politiche migratorie della Merkel e della doppia cittadinanza. Infine, c’è l’ex nemico del cancelliere, il sessantatreenne Friedrich Merz. Un tempo era il capo del blocco conservatore in parlamento, che è un posto molto influente. A quel tempo, aveva ambizioni di correre contro la Merkel, finché lei non lo mise da parte senza tante cerimonie. Ora sta pianificando un ritorno, sperando di ottenere il sostegno della comunità imprenditoriale. Sebbene tutti e tre abbiano un carattere molto diverso, tutti sanno che se qualcuno di loro vuole diventare il prossimo cancelliere della Germania, deve riconquistare le centinaia di migliaia di voti che sono andati all’Alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) o ai Verdi. Chi vincerà la corsa alla leadership del partito e spera di diventare il prossimo cancelliere non potrà non rivedere il ruolo della Germania in Europa e valutare le riforme da compiere nell’UE di fronte alla digitalizzazione, al ritmo incontrollato della globalizzazione, all’ascesa della Cina e alla definizione di nuovi rapporti con l’America di Trump. Non potrà, in altri termini, ritenere che la situazione attuale in cui si trova l’UE sia adeguata alle sfide che ha di fronte e che comprendono anche l’affermarsi in vari Paesi europei del  nazionalismo populista, generalmente euroscettico, quando non proprio antieuropeo. Sono tutte sfide che implicano un nuovo approccio alla politica estera, di sicurezza e di difesa comuni. Si tratta in sostanza di proteggere i valori e le istituzioni democratiche, ora sotto pressione per i fenomeni ai quali abbiamo accennato, e di riuscire a far fare  passi avanti all’Europa politica, non solo a quella economica o finanziaria. Saranno all’altezza di questo compito immane i pretendenti? Chi di loro riuscirà vincente? Quali forze all’interno della CDU sapranno coagulare i favori per la riuscita di un candidato all’altezza della situazione? Un candidato che non fosse idoneo alla definizione di una nuova strategia sarebbe un passo indietro rispetto ai traguardi politici raggiunti dalla Merkel. La definizione di nuove strategie è la condizione sine qua non per l’affermazione della CDU nei prossimi anni e per la garanzia di sicurezza che i tedeschi richiedono al loro governo. Se ciò non avverrà, la Germania incontrerà un periodo di pericolosa instabilità, nociva non solo ai tedeschi, ma purtroppo all’intera Europa.

  • Launch of new EP website: What Europe does for me

    Dear colleagues,
    Citizens often ask themselves ‘What does Europe do for me’? Today, I launched a ground-breaking, new multi-lingual, interactive website to help us all to answer that question. It offers hundreds of easy-to-read, one-page notes, giving examples of the positive difference that the EU makes to people’s lives. Each user can easily find specific information about what Europe does for their region, their profession or their favourite pastime.

    The notes are available to read, share or reuse. They exist both as online pages and as PDF files.

    You can access the new website – called what-europe-does-for-me.eu – on your computer or mobile device at any time, inside or outside the EP’s premises.

    ‘In my region’ – 1400 notes on EU regions and cities
    How is Europe present in our towns, cities and regions? How has the EU provided support in any particular area? This section of the website covers over 1400 towns, cities and regions throughout all parts of the European Union.

    Each note provides a brief snapshot of some of the many EU projects and actions in places where people live, work or spend their free time. Users can select an area on an interactive map and look at what Europe does in that specific locality. And there are useful links to further sources of information.

    ‘In my life’ – 400 notes on citizens and social groups
    How does Europe affect citizens’ everyday lives? How does it impact our jobs, our families, our healthcare, our hobbies, our travel, our security, our consumer choices and our social rights?

    This section of the website provides practical examples of the role which the EU plays in different areas of citizens’ lives. There are useful links to further sources of information and you can also listen to a series of podcasts in a growing number of languages on these themes.

    EU policies ‘In focus’
    A third section of the website will present a series of 24 longer briefing papers exploring some of the EU policy achievements in the current parliamentary term and the outlook for the future, with a specific focus on public opinion and citizens’ concerns and expectations of EU action. Altogether, the ‘What Europe does for me’ website looks at the EU from the perspective of the individual citizen. It is designed to help him or her find out more about things which may be interesting or important about the EU in one’s daily life.

    This website came into being thanks to the hard work of several European Parliament teams and I am particularly grateful to the outstanding effort of our colleagues in the following DGs:

    EPRS, Translation and Communication.

    What Europe does for me is a living project that will be updated regularly and I am confident that it will be an important tool in helping to bring Europe closer to its citizens.

    With kind regards,
    Antonio Tajani
    President of the European Parliament

  • Goldman Sachs vede la liquidazione del tandem Salvini-Di Maio dopo le prossime elezioni europee

    In democrazia è consentito dire la propria opinione a chiunque, ricco o povero che sia, bianco o nero, bello o brutto, perché la democrazia si regge sulla partecipazione di tutti e quindi sulla non discriminazione. Anche una banca può dire quindi la sua, anche se quando parla una banca ed esprime critiche chi riceve quelle critiche in Italia si atteggia facilmente a vittima di un complotto. Passato abbastanza inosservato, perché giunto in coincidenza con l’ennesima lettera da Bruxelles sulla manovra italiana e i dati preoccupanti sulla stasi economica del Belpaese, un rapporto della banca d’affari americana Goldman Sachs pronostica che l’esecutivo gialloverde italiano non superi la metà del prossimo anno e possa essere sostituito da un governo di centrodestra.

    “È improbabile che il Governo sopravviva fino alla metà del prossimo anno”, si legge nel rapporto, a cui dire è più facile che per quella data esso venga “sostituito da un esecutivo internamente più coerente o di centrodestra o di centrosinistra, che segua una politica di bilancio meno aggressiva, incentrata o su tagli alle tasse (flat tax) o su un aumento dei trasferimenti (come il reddito di cittadinanza, ndr), ma non su entrambe le misure”. Un tale risultato, scrive ancora Goldman Sachs, “limiterebbe l’aumento del deficit e del debito pubblico rispetto al programma del governo attuale”.

    Al momento la coalizione di maggioranza ha il supporto di circa il 60% dell’elettorato, sottolinea Goldman Sachs secondo cui “l’attuale governo sopravviverà almeno fino alle prossime elezioni europee di maggio e non tornerà indietro dai suoi propositi in materia di politiche di bilancio almeno fino a quel momento”. Tale valutazione si basa sul fatto che i “partiti di governo puntano a massimizzare il voto alle europee e potrebbero cercare di realizzare alleanze con altri partiti europei che condividano una visione simile, con l’obiettivo di cambiare la rete istituzionale nella direzione da loro preferita (allentamento delle regole fiscali, cambio del mandato della Bce, stretta sulle politiche riguardanti l’immigrazione)”.

    Tuttavia, osserva la banca americana, “se la situazione economica italiana dovesse peggiorare, il supporto elettorale potrebbe diminuire e le strategie potrebbero cambiare: o Lega e M5s resterebbero alleati cambiando però la politica economica rendendola più credibile, o ci potrebbero essere nuove elezioni e un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra ma con una inversione rispetto alle attuali politiche economiche”. Poco probabile, invece, sostiene Goldman Sachs la nascita di un governo tecnico o di uno di larghe intese che non avrebbe il voto di fiducia in Parlamento. “Un nuovo governo, o di centrodestra o di centrosinistra, perseguirebbe una politica fiscale complessivamente meno espansiva e porterebbe probabilmente a un miglioramento nei mercati finanziari e a una ripresa delle attività. Ma, da una prospettiva di medio termine, è improbabile che un governo del genere sia in grado di migliorare la qualità delle istituzioni, faccia le riforme necessarie per aumentare la produttività e la crescita potenziale e crei quel circolo virtuoso di lungo termine necessario per un declino del rapporto debito/Pil. Quindi, molto probabilmente, una risoluzione della crisi attuale dell’Italia permetterebbe al Paese di cavarsela fino alla prossima crisi”, conclude Goldman Sachs.

  • I consigli di Bannon non fanno breccia tra i partiti euroscettici al Parlamento europeo

    Il gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà all’Europarlamento (Enf), di cui fanno parte la Lega e l’ex Fn francese, il Rassemblement national, resta interessato a dialogare con l’ex consigliere della Casa Bianca Steve Bannon, ma per il momento non aderisce al suo progetto di unire tutte le forze sovraniste alle elezioni europee. Lo schieramento ha preso le distanze dalle dichiarazioni del politico belga Mischael Modrikamen, co-fondatore del movimento lanciato da Bannon, ma – assicurano dal gruppo – non con l’intenzione di chiudere all’ex consigliere di Trump.

    “Abbiamo incontrato più volte Steve Bannon, siamo interessati alla sua iniziativa ma non vogliamo lavorare con Modrikamen”, spiega il co-presidente del gruppo europarlamentare Enf, l’eurodeputato francese di Rn Nicolas Bay. A urtare la sensibilità dei partiti rappresentati nel board del gruppo europarlamentare, è il fatto che il politico belga abbia parlato a nome dell’Enf. Borghezio spiega che quella del gruppo contro Modrikamen è stata una “posizione prudenziale”, “burocratica”, perché il politico belga non poteva parlare a nome dell’intero schieramento. Borghezio assicura anche che per il momento l’ipotesi dell’adesione della Lega al movimento di Bannon non è sul tavolo. “Non siamo la sezione italiana del movimento di Bannon”, insiste l’europarlamentare sottolineando che la Lega è proiettata verso “uno schieramento europeo”, mentre l’ex consigliere di Trump “ha creato un movimento che dialoga con l’Europa, ma che non nasce in Europa”.

    L’eurodeputato leghista non esclude quindi un’eventuale partecipazione del gruppo al summit di “The Movement” a gennaio, ma ribadisce l’estraneità della Lega al progetto di Bannon. “Mi ha anche un po’ stupito – sottolinea Borghezio – il fatto che Fratelli d’Italia si sia immediatamente affiliata a ‘The Movement’”. Lo stesso ex stratega di Trump negli Usa non gode più di grande popolarità, né tra gli elettori né tra i repubblicani: all’ultimo comizio per la campagna elettorale di Midterm a Buffalo, ad ascoltarlo c’erano appena 200 persone e nessun esponente politico.

  • Jair Bolsonaro, d’origine italiana, è il nuovo presidente della repubblica federativa del Brasile

    La democrazia brasiliana sarà presieduta da un fascista, scrive il giornalista Cappellini sul Fatto Quotidiano. Il nuovo inquilino del Palazzo presidenziale si presenta in superficie come un “outsider” nella politica di Brasilia, commenta Paolo Magri dell’ISPI, anche se Bolsonaro è membro del Congresso dal 1988, un veterano della politica, dunque, scampato agli scandali che negli ultimi anni hanno travolto istituzioni, classe politica e aziende pubbliche, fra le quali la colossale Petrobras, che ha portato all’arresto dell’ex presidente Lula da Silva. E’ di fronte a un Brasile disilluso e arrabbiato – spiega l’analista Guanella in un podcast radiofonico ISPI – che il nuovo presidente di estrema destra riesce a presentarsi come un leader anti-establishment e un uomo nuovo, sul modello di Donald Trump.

    Ex capitano dell’esercito, paracadutista, diplomato dell’accademia militare, nato nel 1955, Bolsonaro ha appena concluso il suo settimo mandato parlamentare eletto nello Stato di Rio de Janeiro. Nei suoi 30 anni di carriera politica ha cambiato partito per ben otto volte, per approdare al nazional-conservatore Partido Social Liberal (PSL) del quale, nel 2014, fu il deputato più votato del paese. Personaggio pittoresco, era noto per le sue dichiarazioni contro le donne, gli omosessuali, le persone di colore, le minoranze e il suo sostegno alle politiche del pugno duro contro i criminali e per la liberalizzazione del porto d’armi. Ciò nonostante, queste posizioni radicali gli sono valse il consenso della maggioranza dell’elettorato. Ora promette di riportare “ordine e progresso” in un paese sconvolto da violenze, corruzione e da una difficile ripresa economica. Il suo successo – affermano molti osservatori – è dovuto principalmente ad una strategia di comunicazione diversa dalla vecchia propaganda televisiva su cui hanno fatto affidamento gli altri candidati. E’ stata una comunicazione diretta e capillare, che semplificava in modo estremo le problematiche più complesse. Gli elettori capivano immediatamente quel che diceva attraverso decine di migliaia di messaggi diretti su WhatsApp (120 milioni di utenti in Brasile), inondando letteralmente la rete di propaganda. I suoi atteggiamenti estremisti si sono accentuati dopo l’attacco di cui è stato vittima il 6 settembre scorso, durante un comizio elettorale nello stato di Minas Gerais. L’episodio ha positivamente contribuito alla sua campagna elettorale, evitandogli molti confronti diretti con gli altri candidati. La sua comunicazione è stata indirizzata alla “destra nostalgica”, a quella “evangelica” e inoltre a quella “liberale”, che da tempo combatte contro l’anemia economica di questo gigantesco Paese. E’ riuscito comunque a presentarsi come un’alternativa radicale e “ordinatrice” al caos e all’incertezza, nel momento per lui più propizio: Lula, il principale rivale, in carcere, tasso di criminalità altissimo: più di 63.000 omicidi (175 al giorno) nel 2017, e un elettorato profondamente deluso dalla classe politica: soltanto il 13% dei brasiliani si è detto soddisfatto della propria democrazia.

    L’economia del Brasile è in lenta, molto lenta, ripresa dopo la più grave recessione della sua storia. I fondamentali appaiono buoni (ottava economia al mondo) ma la finanza pubblica è il suo punto debole, con un disavanzo di bilancio molto elevato (vicino al meno 9% del PIL e un debito pubblico che negli ultimi 3 anni è aumentato in maniera preoccupante di circa il 20% in rapporto al PIL, arrivando a superare l’80% del PIL medesimo. Il nuovo presidente vorrebbe portare il bilancio in pareggio e dovrebbe fare cospicui tagli alla spesa pubblica, soprattutto nel caso in cui volesse mantenere la promessa elettorale di abbassare le tasse (dati di Antonella Mori dell’ISPI). Obiettivi difficili da raggiungere, come si osserva anche in Italia con partiti al governo che non riescono a mantenere le promesse elettorali perché configgenti tra loro, come succede con la riduzione delle spese e l’abbassamento delle tasse. Una politica di austerità nel breve periodo presenta molti rischi, in un paese in cui la disuguaglianza resta ad un livello fra i più elevati al mondo. Potrà realizzare la ricetta neoliberista del suo consigliere economico e colmare i tagli di spesa con la privatizzazione di ampi settori economici del Brasile oggi in mano, in tutto o in parte, allo Stato? Cosa riuscirà a fare il nuovo presidente? La sua è una destra ideologica – dice Anthony Pereira del King’s College Brazil Institute – diversa da quella pragmatica e padronale che caratterizzava i partiti di destra che partecipavano alle elezioni nel passato. Egli ora mette l’accento su Dio e il Cristianesimo evangelico, il patriarcato e la famiglia tradizionale, la libertà di possedere armi, la proprietà privata e il liberismo economico. “Morte ai banditi”, “più sicurezza per tutti”, “galera ai corrotti”, “armi a tutti i brasiliani per difendersi dai criminali”, “lottare perché il Brasile non faccia la fine del Venezuela” sono le promesse con cui Bolsonaro vuole guarire un Brasile deluso dalla classe politica, sempre più violento e ancora ferito dalla recessione economica. C’è davvero un pericolo autoritario con questa nuova presidenza? Sono in molti a temerlo. Tuttavia, come spiega Loris Zanatta (Università di Bologna) al di là delle proclamazioni ad effetto, è possibile che la carica eversiva di Jair Bolsonaro venga almeno in parte riassorbita sia dai grandi problemi strutturali del paese che il nuovo presidente dovrà affrontare con misure concrete, sia dallo stesso sistema politico e istituzionale brasiliano. Da un lato, la struttura stessa del Congresso Nazionale del Brasile, nel quale Bolsonaro non avrà una maggioranza assoluta, richiede infatti di costruire alleanze ampie e trasversali, e, soprattutto per le grandi riforme, di scendere a compromessi con altre forze politiche. Dall’altro, il sistema giudiziario brasiliano e la Corte Suprema del paese conservano, almeno per il momento, un elevato grado di autonomia.

    Fascismo al potere, dunque, come afferma perentoriamente Il Fatto Quotidiano, o lo sforzo di un grande Paese di darsi una maggiore sicurezza e di superare le traversie economiche che recentemente l’hanno molto indebolito?

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