Elezioni

  • Il mistero di alcuni Sì

    Molte sono state le dichiarazioni e le spiegazioni per il Sì e per il No al Referendum, quello che resta, apparentemente, un mistero è come leader di partiti, quali Fratelli d’Italia e Lega oltre al Pd, nonostante il parere contrario di molti loro simpatizzanti, elettori ed anche dirigenti, si ostinino a fare propaganda per il Sì. La vittoria del Sì imporrà il cambio della Costituzione che, in un paese democratico, dovrebbe essere fatta o da una costituente ad hoc o da un parlamento appena eletto con un governo guidato da un Presidente del Consiglio votato dai cittadini. La Costituzione rappresenta il presente ed il futuro di tutti noi e non può essere modificata per piccoli o grandi interessi di parte perché la democrazia è un bene comune che va difeso oggi più che mai.

    La vittoria del Sì comporta la perdita, per molti territori, dei propri rappresentanti e perciò sarà particolarmente complesso varare quella nuova legge elettorale che deve garantire a tutti una adeguata rappresentanza e sarà difficile trovare un accordo tra partiti così divisi sul sistema di voto e tutti convinti a non voler ridare ai cittadini il diritto di scegliersi il proprio rappresentante. Se infatti la preferenza richiede regole certe e particolari attenzioni, per evitare che alcuni acquisiscano in modo scorretto i voti, è altrettanto vero che la nomina dei parlamentari, che di fatto avviene da anni da parte dei capi partito, ha ridotto il Parlamento ad un organismo non più in grado di svolgere la sua funzione legislativa, come dimostra il silenzio di questa legislatura.

    Anche Cottarelli ha convintamente ricordato che la vittoria del Sì non darà nessun risparmio economico, ci sarà invece la perdita secca di un altro po’ di libertà mentre a passi rapidi si va verso un’oligarchia che non rappresenta certo l’élite culturale, morale e politica dell’Italia. Siamo in un momento, non breve, di particolare difficoltà per la salute e per l’economia e andrà ripensata la nostra società nel suo complesso ma una cosa è certa la democrazia, la vita di una nazione, nel contesto europeo ed internazionale, non si difende con populismi di varia natura, come troppi stanno facendo.

    Votare No al Referendum è l’inizio di un nuovo cammino che potranno intraprendere insieme tutti coloro che, venendo anche da esperienze culturali e politiche diverse, credono che l’Italia debba essere una repubblica democratica, parlamentare, basata su un sistema economico che sappia coniugare la libertà d’impresa con le necessarie riforme sociali che ancora mancano.

  • Cenerini: in campo perché ragiono con la mia testa

    Ha iniziato la sua attività politica nel 1995 e nel 2001 ha aderito ad Alleanza Nazionale, Fabio Cenerini ha ricoperto diversi incarichi a La Spezia, sua città di origine: consigliere nazionale ANCI, coordinatore provinciale di Alleanza Nazionale, coordinatore vicario del Popolo della Liberà, consigliere comunale e vicepresidente del consiglio comunale a la Spezia. Dal 2017 capogruppo di Forza Italia nel consiglio comunale spezzino e, da quest’anno, responsabile provinciale dello stesso partito. Alle prossime elezioni regionali del 20 e 21 settembre si candida come consigliere regionale per la Liguria con Giovanni Toti Presidente. Al Patto Sociale racconta le ragioni della sua scelta ed espone il suo programma.

    Il suo impegno politico per la sua città è noto, cosa l’ha spinta a scendere in campo per la sua Regione?E’ stata proprio l’esperienza maturata nel corso degli anni, che spesso si è scontrata con tanta approssimazione che ho visto e vedo in giro, che mi ha spinto ad effettuare questa scelta. Credo però che la motivazione principale sia il fatto che ragioni con la mia testa e abbia sempre il coraggio di dire quello che penso prendendo anche posizioni scomode.

    Ospedale, cantieri navali, commercio, turismo, ambiente i punti di forza del suo programma. Per ciascuno di essi cosa propone concretamente?

    Partiamo dall’ospedale: dopo la giunta Burlando che dal 2005 al 2015 non ha fatto praticamente nulla al riguardo, il centrodestra dovrà fare celermente la gara e procedere con la sua realizzazione. La salute è un diritto, la provincia di La Spezia merita maggiore attenzione ed una sanità efficace e moderna ed in parte ciò avverrà con la realizzazione del nuovo ospedale.

    Cantieri e turismo: il porto commerciale è una delle realtà più importanti e brillanti della città, occupa migliaia di persone e va difeso e tutelato. La prevista attuazione del prp permetterà l’ampliamento e lo sviluppo di questo importante scalo, rendendolo sempre più competitivo. Nel contempo verrà restituita alla città calata Paita dove vedranno la luce il nuovo terminal crociere e il fronte mare, che ne cambieranno il volto. Il turismo delle crociere, temporaneamente bloccato a causa del Coronavirus, ha rivitalizzato Spezia e l’ha resa davvero turistica con una importante e nuova fonte economica per chi ha investito in attività come bed&breakfast e ristoranti. Non vanno dimenticati i cantieri navali pubblici e privati, in particolare quelli per la nautica da diporto, vero fiore all’occhiello per la nostra città che la rende famosa nel mondo.

    Capitolo ambiente: via la centrale Enel da La Spezia, da quasi sessant’anni brucia carbone, noi ne respiriamo i residui e molti hanno pagato con la vita! Di certo i tumori non ci sono solo per Enel, ma sicuramente è una concausa. Enel può produrre energia in zone meno abitate, da qui la posizione contraria anche ai turbogas, che inquinano meno ma inquinano. Ovviamente andrà tutelata l’occupazione diretta e dell’indotto, che comunque non lo sarebbe con il turbogas, 30/40 persone occupate a fronte delle 150 attuali.

    Parlando di commercio, mi sono fermamente opposto all’esecuzione del progetto per la realizzazione del centro Commerciale ‘Le Terrazze’, il più grande della Liguria e sproporzionato per La Spezia, che ha messo in crisi il piccolo commercio. Relativamente alla nuova piazza del mercato, ho bloccato il progetto della mia maggioranza perché non prevede parcheggi, mentre invece va realizzato contestualmente un parcheggio al servizio della piazza e del centro città. Rassicuro i residenti preoccupati per l’inquinamento che con il parcheggio diminuirà perché si arriverà e si troverà posto, mentre oggi le auto girano in colonna a passo d’uomo ed è da questo che deriva l’inquinamento.

    Non è particolarmente clemente con i suoi avversari di sinistra. Perché? Cosa condanna del loro operato?

    La sinistra per anni ha tolto parcheggi per pedonalizzare, senza realizzarne. In compenso ha dato il via libera al più grande centro commerciale della Liguria, “Le Terrazze”, con centinaia di parcheggi gratuiti. Inoltre, in merito all’Enel, l’azienda va avanti con arroganza grazie alla sinistra che a La Spezia è ambientalista a parole mentre a Roma ne asseconda le richieste. E sempre grazie alle folli politiche nazionali della sinistra anche in città siamo letteralmente invasi da stranieri che, nella stragrande maggioranza, non si integrano.

  • Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue

    Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi.
    Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo.

    Margaret Thatcher

    Il bue che dice cornuto all’asino è un modo di dire, molto diffuso in Italia e, in altre forme lessicali, anche in altri paesi del mondo. Un modo di dire che rispecchia, come sempre accade, la saggezza popolare che ci viene tramandata da secoli. Un modo di dire che addita tutti coloro che vedono i difetti degli altri, senza essere mai consapevoli dei propri. Oppure, peggio ancora, fingendo di non capirli. Una sua versione la troviamo anche nelle Sacre Scritture. Secondo l’evangelista Luca, Gesù chiede ai suoi discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”. E poi prosegue: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Vangelo secondo Luca; 6/39-41).

    Durante il mese d’agosto appena passato sono accadute molte cose nel mondo. Alcune hanno, giustamente, attirato l’attenzione delle cancellerie e delle istituzioni internazionali, nonché quella dell’opinione pubblica. Non poteva passare inosservato neanche quanto è accaduto in Bielorussia durante e dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso. Elezioni svolte in un clima di dura repressione contro l’opposizione messa in atto dalle strutture dello Stato. Ha vinto di nuovo, con l’80.23 %, Aleksander Lukashenko, in potere dal luglio del 1994. Dal 9 agosto in poi i cittadini stanno protestando contro le manipolazioni e i brogli elettorali, affrontandosi con la violenza delle forze di polizia e di altre strutture repressive specializzate. Proteste che sono continuate anche durante la scorsa settimana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Bielorussia rappresenta una seria preoccupazione per tutti. Perché una dittatura, ovunque essa sia costituita, rappresenta sempre una seria preoccupazione non solo per chi ne soffre direttamente le conseguenze.

    Tutte le cancellerie occidentali hanno fortemente condannato la farsa elettorale in Bielorussia. Così come hanno fatto anche le più importanti istituzioni internazionali. Comprese quelle dell’Unione europea e l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Sono state molte e unanimi le dichiarazioni pubbliche dei capi di Stato e di governo, subito dopo le elezioni e in seguito. Tutti hanno condannato la farsa elettorale del 9 agosto scorso, l’uso sproporzionato e ingiustificato della violenza conto i manifestanti e gli arresti di migliaia di essi. E’ stato chiesto anche il diretto coinvolgimento dell’OSCE in una missione di verifica di tutte le [presunte] avvenute manipolazioni e irregolarità prima, durante e dopo le elezioni del 9 agosto. Ma anche sulle atroci repressioni messe in atto contro i manifestanti, da parte delle forze di polizia e delle truppe speciali. Quelli sono anche degli obiettivi statutari dell’OSCE. Ragion per cui, il 28 agosto scorso, è stata tenuta a Vienna una seduta speciale del Consiglio permanente dell’OSCE. Seduta convocata dal presidente di turno dell’OSCE che, guarda caso, quest’anno è proprio il primo ministro albanese, essendo anche ministro degli esteri.

    E qui comincia il bello! Perché proprio lui con le elezioni libere, oneste e democratiche ha un rapporto “speciale”, come il diavolo lo ha con l’acqua santa! Un fatto questo, ormai verificato e evidenziato a più riprese, dal 2013 ad oggi, da diversi rapporti internazionali. Compreso anche l’ultimo in ordine di tempo. E cioè il Rapporto finale dell’OSCE stessa sulle elezioni [votazioni moniste] per l’amministrazione pubblica del 30 giugno 2019 in Albania. Il nostro lettore è stato informato sulle clamorose manipolazioni e le palesi violazioni prima, durante e dopo quelle elezioni (Riflessioni dopo le votazioni moniste, 1 luglio 2019; Votazioni moniste come farsa, 8 luglio 2019). Violazioni sia delle procedure e di quanto prevede la legislazione elettorale in vigore, ma anche della Costituzione stessa. In un paese però, come è l’Albania, dove da più di tre anni ormai la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona più!

    Durante la sopracitata seduta del Consiglio permanente dell’OSCE è stato concordato sulla necessità di inviare una missione in Bielorussia, in seguito a quanto è successo e sta succedendo dal 9 agosto in poi. E’ stato unanimemente sottolineato però che quella missione avrà luogo soltanto dopo l’approvazione ufficiale da parte delle autorità bielorusse. Autorizzazione che, ad oggi, non è stata rilasciata. Non solo, ma il presidente Lukashenko ha fatto sapere, a più riprese, che niente di tutto ciò potrà accadere. Lo ha fatto sapere, anche senza parlare, quando si è fatto vedere con un fucile in mano e con un giubbotto antiproiettile sul corpo.

    Sono tante le somiglianze del presidente bielorusso con il primo ministro albanese. E non solo quelle che hanno a che fare con le elezioni. Loro somigliano molto nel modo in cui affrontano le proteste dei cittadini, che scendono in piazza per chiedere ed ottenere il rispetto dei propri sacrosanti diritti. Loro somigliano nel modo in cui reprimono quelle proteste. Compresi anche i tanti denunciati e spesso anche documentati casi di torture e maltrattamenti nei confronti dei manifestanti arrestati. Loro somigliano nel vistoso calo della loro presunta e pretesa “popolarità”, in seguito ai tanti scandali, ai tanti abusi con il potere, ai tanti fallimenti economici e tanto altro. Ma loro somigliano, in questi giorni, anche nella loro determinata intenzione di aggrapparsi al potere, non importa come. Lo sta dimostrando in questi giorni il presidente bielorusso, non solo con le sue dichiarazione, ma anche con degli atti concreti. Così come lo sta facendo anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo, visto il diffuso malcontento popolare sempre in crescita, ha tolto la maschera e sta facendo di tutto per avere un terzo mandato. Ha addirittura stracciato e calpestato, nell’arco di meno di due mesi, anche l’accordo raggiunto il 5 giugno scorso sulla riforma elettorale. Il primo ministro albanese, in grosse e vistose difficoltà, ha chiesto alcuni giorni fa ai “suoi fedelissimi” di darsi da fare per avere i voti, costi quel che costi e con tutti i modi. La criminalità organizzata è a sua disposizione, com’è stata anche durante le precedenti elezioni. Anche perché, così facendo, la criminalità organizzata difende i suoi investimenti miliardari. Tutto ciò perché l’unico modo che garantisce a lui “l’incolumità” dopo tanti, continui e innumerevoli scandali e abusi, potrebbe essere soltanto un’altra la vittoria elettorale.

    Riferendosi alla presidenza di turno dell’OSCE esercitata quest’anno dall’Albania, l’autore di queste righe esprimeva, tra l’altro, nel gennaio di quest’anno, la sua convinzione che “Il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare.” (Una presidenza del tutto inappropriate; 20 gennaio 2020). Chi scrive queste righe è convinto che le dittature e i dittatori si somigliano. Similia cum similibus comparantur. E comparando, si trovano tante cose in comune tra il presidente bielorusso e il primo ministro albanese. Chi scrive queste righe non sa se ci sarà un incontro tra Lukashenko e una rappresentanza guidata dal primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE. Ma nel caso un incontro del genere avvenisse il primo ministro albanese si troverebbe nelle condizioni del bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, suo simile. L’autore di queste righe è convinto però che sia per i cittadini bielorussi che per quegli albanesi valgono sempre le parole di Margaret Thatcher. E cioè che “Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi. Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo”. Spetta ai cittadini di fare la loro scelta e agire di conseguenza.

  • Democrazia alla pechinese, Hong Kong rinvia di un anno le elezioni

    Hong Kong rinvia di un anno le elezioni in programma per il 6 settembre. La governatrice pro-Pechino Carrie Lam ha annunciato il rinvio al 5 settembre del 2021, motivandolo con il peggioramento della situazione legata al coronavirus. “L’annuncio che devo fare oggi è la decisione più difficile che ho dovuto prendere negli ultimi sette mesi”, ha detto Lam, definendola una “decisione essenziale” basata “unicamente su ragioni di pubblica sicurezza”. La mossa giunge in un periodo politicamente molto teso, all’indomani dell’esclusione dal voto di 12 candidati pro-democrazia fra cui il giovane attivista Joshua Wong, già leader della Rivoluzione degli ombrelli del 2014 e tra i volti delle proteste del 2019. “La nostra resistenza continuerà e speriamo che il mondo possa stare con noi in questa imminente battaglia in salita”, ha affermato Wong. Che ha anche definito il rinvio “la più grande frode elettorale della storia di Hong Kong”. Per la governatrice di Hong Kong, che ha precisato di avere l’appoggio della Cina, “non ci sono state valutazioni politiche”. Ma l’opposizione è di tutt’altro parere: un gruppo di 22 deputati ha diffuso una dichiarazione in cui accusa il governo di usare la pandemia come scusa per ritardare il voto. E anche Human Rights Watch (Hrw) ha criticato l’amministrazione locale: “È una mossa cinica per contenere un’emergenza politica, non un’emergenza sanitaria”, e questo consente alla governatrice di “negare alla gente di Hong Kong il loro diritto a scegliere il proprio governo”, ha dichiarato la direttrice del gruppo in Cina, Sophie Richardson. A Hong Kong dall’inizio di luglio è stato registrato un boom di contagi da coronavirus: giovedì risultavano 3.100 casi (su 7,5 milioni di abitanti), un numero più che raddoppiato rispetto ai dati del 1° luglio. Ragion per cui il governo ha inasprito le misure di distanziamento sociale, limitando la possibilità di incontri in spazi pubblici a due persone e vietando la possibilità di mangiare nei ristoranti dopo le 18. Ma Human Rights Watch sottolinea che non è stato fatto “nessun tentativo di valutare metodi alternativi di voto o di assicurare il rispetto del diritto di voto di tutti”. Lo slittamento è un duro colpo per l’opposizione: nelle ultime elezioni distrettuali di novembre il blocco pro-democrazia aveva ottenuto una vittoria schiacciante e aveva intenzione di cavalcare questa spinta per ottenere la maggioranza nel Consiglio legislativo di Hong Kong (LegCo). Sperava di capitalizzare alle urne l’attuale malcontento per la gestione della maggioranza pro Pechino, in particolare dopo che a fine giugno è entrata in vigore la controversa legge per la sicurezza nazionale, in base alla quale ai candidati che violano la legge può essere impedito di correre alle elezioni. Il testo è considerato un tentativo di Pechino di ridurre il dissenso nell’ex colonia britannica, dopo mesi di proteste pro-democrazia e contro il governo.

  • Trump perde terreno nei sondaggi e silura il manager della campagna elettorale

    Davanti ai sondaggi deludenti, Donald Trump silura il manager della sua campagna elettorale Brad Parscale e lo sostituisce con il veterano del Gop, Bill Stepien. Mancano meno di quattro mesi alle presidenziali in cui il repubblicano cercherà la rielezione, e il magnate sceglie Facebook per annunciare: “Sono felice di comunicare che Bill Stepien è stato promosso al ruolo di manager della campagna di Trump. Parscale, con me per un periodo molto lungo e alla guida delle nostre fantastiche strategie digitali e informative, resterà in quel ruolo come Senior Advisor per la campagna”. Dietro il tono disteso, la relazione sempre più incrinata di Trump con Parscale, a causa della sempre maggior visibilità di quest’ultimo e del ‘caso Tulsa’. La città dell’Oklahoma, cioè, dove lo scorso mese Parscale aveva trionfalmente previsto la presenza di un milione di persone a un comizio, mentre solo 6.200 si erano poi presentate davvero. Risultato: la furia del tycoon. Il rimpasto porta sconquasso nella campagna di Trump, che sinora era stata immune ai costanti cambiamenti che avevano invece contraddistinto la campagna 2016. E arriva nel mezzo della crisi sanitaria ed economica legata alla pandemia di Covid-19, che ancora non ha mollato la morsa sugli Usa e ha ucciso sinora oltre 135mila americani. In questo scenario pieno di variabili, arriva il sondaggio di Nbc e Wall Street Journal secondo cui il candidato presunto dei Dem alla Casa Bianca, Joe Biden, avrebbe 11 punti percentuali di vantaggio sul magnate: per l’ex vice presidente il 51% dei consensi, per Trump il 40%. A pesare è la gestione del coronavirus da parte di Trump, che solo il 37% approva, 6 punti in meno in un mese. E solo il 33% approva la sua gestione dei rapporti razziali. Ma c’è anche un 54% di elettori favorevole al modo in cui il tycoon gestisce l’economia, dato in ascesa rispetto ai sondaggi precedenti. Significativa la distribuzione delle preferenze: i maggiori vantaggi di Biden sono con gli elettori afroamericani (dall’80 al 6%), i latini (dal 67 al 22%), gli elettori dai 18 ai 34 anni (dal 62 al 23%), le donne (dal 58 al 35%) e gli elettori bianchi con titoli universitari (dal 53 al 38%). Trump è avanti tra tutti gli elettori bianchi (dal 49 al 42%), gli uomini (dal 45 al 43%) e i bianchi senza titoli universitari (dal 57 al 35%). Anche Biden ha già promosso un rimpasto del suo team di campagna elettorale, sebbene l’abbia fatto molto prima, dopo dei pessimi risultati nelle primarie. Si era trattato, nel suo caso, di genuini cambiamenti nelle strategie della campagna. Il democratico aveva infatti promosso Anita Dunn, rimuovendo il manager Greg Schultz, dopo essersi piazzato al quarto posto in Iowa e mentre si aspettava un’altra disfatta in New Hampshire. Dunn aveva già lavorato come alta consigliera per le comunicazioni dell’ex presidente, Barack Obama.

  • I polacchi si tengono il presidente populista

    La Polonia spaccata in due ha rieletto presidente il populista Andrzej Duda, uscito vincitore dal ballottaggio con 450mila voti in più rispetto al suo rivale, il sindaco liberale ed europeista di Varsavia Rafal Trzaskowski.

    Duda ha incassato il 51,2% delle preferenze contro il 48,8% di Trzaskowski. Cavalli di battaglia per la rielezione di Duda sono state le promesse di uno Stato forte e centralizzato, nonché la difesa dei valori tradizionali. L’altra metà della società polacca aveva invece puntato su Trzaskowski sperando in un Paese più moderno e aperto al mondo, nonché più attivo nell’Unione europea.

    Il sindaco di Varsavia ha perso nonostante abbia prevalso in 10 regioni su 16. A favore del presidente uscente hanno votato le regioni dell’est e del sud, dove la popolazione è più numerosa. Duda è stato sostenuto soprattutto dagli anziani over 60 (62,5% contro il 37,5%) e dagli abitanti delle campagne (oltre il 63% gli ha ridato fiducia). Trzaskowski è stato invece preferito dagli abitanti delle grandi città (65% contro 34%) e dai giovani fra i 18 e i 29 anni (64% contro 36%).

    Il vero vincitore di questa consultazione è però ancora una volta Jaroslaw Kaczynski, leader storico del partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) al governo dal 2015, che si è battuto in prima persona affinché, attraverso la rielezione di Duda, fossero completate le “riforme” del suo governo, a partire da quella del sistema giudiziario che ha sollevato più di qualche perplessità per la tenuta dello stato di diritto in Polonia.  “La sua vittoria, così come cinque anni fa, il nuovo presidente la deve a Jaroslaw Kaczynski, punto e basta”, ha scritto ieri Joachim Brudzinski, che ha guidato il comitato elettorale di Duda.

    A sostegno di Duda il Pis ha impegnato l’intero apparato dello Stato, con i membri del governo che hanno organizzato comizi per far rieleggere il loro candidato e la radio e la televisione pubbliche completamente schierate con il presidente uscente e contro lo sfidante. “Non abbiamo giocato ad armi pari, malgrado questo abbiamo lottato fino all’ultimo”, ha detto Trzaskowski nel riconoscere la propria sconfitta. A favore di Duda si era mossa anche la chiesa polacca, spingendo i fedeli a votare per il candidato “che condivide i valori cristiani”. Come ha commentato con l’Ansa Stefan Frankiewicz, ex ambasciatore presso il Vaticano e amico personale di papa Wojtyla, “la chiesa polacca ha voluto così difendere i suoi tanti privilegi nel sistema attuale, rinunciando alla missione pastorale e ad invitare una società spaccata in due al dialogo senza odio”. Frankiewicz ha ricordato tra l’altro con disagio il silenzio totale della chiesa di fronte alle parole usate in campagna elettorale da Duda contro gli omosessuali. E a urne chiuse sui social media si raccontava di come Jaroslaw Kaczynski la sera precedete, invece di festeggiare con Duda la vittoria, abbia atteso i risultati davanti all’immagine della Madonna Nera nel più noto santuario polacco di Jasna Gora a Czestochowa.

  • Una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte

    Che il governo italiano non abbia una linea univoca su: quali fondi europei utilizzare e come utilizzarli, come affrontare i prossimi mesi, dalla riapertura delle scuole alle decisioni da prendere per far ripartire l’economia, al di là delle tante promesse fatte e non realizzate, su come risolvere il vulnus costituzionale che si creerà se, insieme alle elezioni regionali, ci sarà anche il voto referendario, appare chiaro anche ai più distratti. Parliamo di vulnus alla Costituzione perché nella stessa si vieta di dare corso ai referendum contestualmente ad elezioni che abbiano carattere politico come è per la Camera, il Senato e le Regioni. I motivi di contrasto, nel governo, sono anche molti altri, mentre troppi lavoratori aspettano la cassa integrazione da mesi e ogni giorno chiudono piccole e medie attività, portando nuova disoccupazione e nuovi problemi in molti settori.

    La mancanza di visione comune tra il Pd ed i Cinque Stelle, e all’interno di questi stessi partiti, rende sempre più difficile dare risposte in tempi brevi alle tante urgenze, né renderà facile trovare un accordo per la nuova legge elettorale che dovrebbe comunque essere varata sia per ridare maggior democrazia al voto che per risolvere i problemi conseguenti ai risultati del referendum.

    Come abbiamo più volte detto e scritto una democrazia è tale solo quando i cittadini hanno il diritto di esprimere liberamente e consapevolmente le proprie scelte e in Italia, da troppo tempo, abbiamo leggi elettorali che espropriano gli elettori di questo diritto imponendo loro le scelte fatte dai capi partito i quali decidono, scelgono chi dovrà essere parlamentare. Altra conseguenza negativa dell’attuale sistema elettorale è quella che porta gli eletti, che di fatto sono dei nominati, a non occuparsi più del territorio, delle reali esigenze dei cittadini, ma a rapportarsi solo con le gerarchie di partito perché le stesse possono garantire loro un nuovo mandato. Si è di fatto tolto al Parlamento il suo ruolo di rappresentante dell’elettorato ed i partiti, contro i quali, a partire dai 5Stelle, si è tanto gridato sono più che mai i veri detentori del potere. Un potere che esercitano senza remore anche perché non si è mai dato corso a quanto la Costituzione chiedeva e cioè che i partiti avessero quella personalità giuridica che li avrebbe costretti a rispettare regole interne di democrazia e a sottoporre il controllo dei loro bilanci alla Corte dei Conti.

    Fino a quando i cittadini non potranno eleggere i propri rappresentanti liberi dalle imposizioni dei segretari e presidenti delle varie formazioni politiche avremo sempre una democrazia incompiuta ed un Parlamento condizionato e, come è avvenuto sempre più anche negli ultimi mesi, esautorato dai suoi compiti e poteri. Uniamo tutti la nostra voce per chiedere che il referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari si svolga in una data diversa dalle elezioni regionali e in un momento nel quale ci si possa confrontare in dibattiti pubblici, cosa che per il Covid non si potrà fare ancora per molto. La diminuzione del numero dei parlamentari comporta una modifica costituzionale importante che non si può realizzare in tempi brevi, con un governo diviso praticamente su tutto e alieno da qualunque dialogo con l’opposizione.

    Il problema resta comunque uno, per una democrazia compiuta i parlamentari devono rispondere ai cittadini che li hanno eletti non ai partiti che li hanno nominati, per una democrazia compiuta non è importante avere qualche parlamentare in più o in meno ma avere la certezza che ogni eletto faccia il lavoro che gli compete, non sia corrotto o corrompibile e sappia quello che sta facendo perché, piaccia o meno, il potere legislativo spetta al Parlamento, onore importante dal quale discende il presente e il futuro di ciascuno di noi.

  • Referendum per l’ambiente nella Costituzione: Macron affronta l’onda verde transalpina

    Un’onda dipinge di verde il futuro della Francia, sindaci, spesso sconosciuti, con programmi ecologici, conquistano città come Marsiglia, Lione, Strasburgo, Bordeaux. Persino Anne Hidalgo, per riprendersi Parigi, ha dovuto allearsi con i Verdi. E Macron non si fa pregare per far capire che gli ultimi due anni del mandato saranno all’insegna dell’ecologia, e arriva ad annunciare un referendum per inserire i principi ambientali nella Costituzione. Ma per il presidente il problema immediato si chiama Edouard Philippe, il premier che lo supera in popolarità e che ieri ha anche largamente riconquistato il suo Comune, Le Havre. Presidenziali e politiche trionfali per Macron nel 2017, creazione de La Republique en Marche (Lrem), il partito che da solo aveva la maggioranza fino a qualche settimana fa, poi elezioni europee discrete nel 2019: adesso per i macroniani è arrivata la prima disfatta elettorale. Hanno perso quasi ovunque avessero presentato candidati. Il caso di Agnès Buzyn a Parigi – paracadutata dal ministero della Salute già in piena pandemia per lo scandalo del video a luci rosse del candidato Benjamin Griveaux – è emblematico: è riuscita a scendere nelle preferenze fino al 14,87%, molto meno della metà della pur sconfitta Rachida Dati. Oggi, nessuna città importante è governata dai macroniani. A Marsiglia, altra città diventata per la prima volta Verde, il candidato Lrem Yvon Berland era stato ridicolizzato al primo turno con l’1,53%. I Verdi hanno strappato ai macroniani persino il loro feudo di Lione, dopo il pasticcio del sindaco Gerard Collomb, che da Lrem si era riavvicinato alla destra dei Republicains. “Misure forti”, ha subito annunciato Macron, che – per una fatalità forse non calcolata – aveva in programma di ricevere all’Eliseo i componenti della Convenzione cittadina per il clima, che hanno presentato le 150 richieste elaborate per proteggere e rilanciare le politiche ambientali in Francia. A loro ha promesso di accelerare sull’ecologia per gli ultimi due anni di mandato, arrivando a promettere un referendum nel 2021 per iscrivere i temi dell’ambiente, della protezione del clima e della biodiversità negli articoli della Costituzione. In un partito dove già i mal di pancia serpeggiano da tempo, la “febbre verde” che ha colto la Francia aumenta le tensioni, tanto che Macron – pur accettando le proposte presentate dalla Convenzione – ha spiegato chiaramente che alcune di esse, come la limitazione della velocità a 110 km/h su tutte le autostrade, non saranno accettate. E si è congratulato con i presenti perché, ha detto, “non fanno come quegli ecologisti che sono per un modello di decrescita”, ribadendo di credere nella “crescita della nostra economia”.

    Mentre i Verdi diventano, a sorpresa, la forza politica di sinistra più importante in Francia, all’Eliseo ci si preoccupa anche della saldatura – in molte città conquistate dagli ecologisti – con i socialisti, che nel 2017 erano quasi scomparsi dai radar. Per il primo segretario del Ps, Olivier Faure, la prospettiva da costruire è quella di un “blocco social-ecologista” per le presidenziali del 2022. Ma i guai non arrivano mai soli. E Macron non deve preoccuparsi soltanto di riorientare la sua politica verso i principi ecologisti, ma anche di risolvere il dilemma di un premier, Edouard Philippe, che nei tre mesi di pandemia ha guadagnato fino al 51% di popolarità, superando il presidente rimasto al palo (44%). Philippe alter ego di Macron ha il difetto di essere oggi troppo vincente e troppo popolare: l’ultimo trionfo glielo ha tributato ieri la “sua” Le Havre, rieleggendolo sindaco a furor di popolo con il 58,83% dei voti. Il 55% dei francesi vorrebbe che lui rimanesse capo del governo e Macron è al bivio: svolta “verde” cambiando il premier e rischiando ancor più impopolarità (e magari giocandosi il sostegno di Philippe per le presidenziali 2022) oppure avanti con il capitano vincente cambiando soltanto la squadra? Yannick Jadot, leader di Eelv (Europe Ecologie Les Verts), è stato chiaro: “Nessuno di noi entrerà al governo”.

  • Nuovo governo in Tunisia, al movimento Ennahda sette dicasteri

    Dopo mesi di negoziati le forze politiche tunisine hanno raggiunto un accordo per dare vita ad un governo evitando così elezioni anticipate. Il 26 febbraio, al termine di un dibattito di oltre 14 ore, l’Assemblea dei rappresentanti del popolo (Arp) ha votato la fiducia al governo guidato da Elyes Fakhfakh (che ha prestato giuramento il giorno successivo, presso il Palazzo di Cartagine) con 129 voti favorevoli, 77 contrari e una astensione su 207 deputati presenti. Il 47enne Fakhfakh, ottavo primo ministro del Paese dopo la deposizione, nel 2011, dell’ex presidente Zine el Abidine Ben Ali, si trova a guidare una coalizione nella quale Ennahda risulta avere una maggiore importanza che nel precedente esecutivo guidato da Youssef Chahed, con tutte le conseguenze del caso sul posizionamento regionale del paese che ha visto appena pochi giorni fa la visita dell’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al Thani. Il grande escluso dalla partita è il partito di opposizione Qalb Tounes, del discusso imprenditore e filantropo Nabil Karoui (sconfitto al ballottaggio delle ultime elezioni presidenziali), la cui presenza era stata richiesta proprio dal nuovo premier. L’obiettivo era quello di condividere con la seconda forza politica del parlamento la responsabilità di appoggiare un governo chiamato a compiere scelte anche impopolari in materia di politica economica. Anche Ennahda sarebbe stata favorevole ad includere Qalb Tounes all’interno dell’esecutivo, soprattutto per condividere su tutto lo spettro politico le responsabilità di eventuali scelte impopolari in ambito economico.

    Nel nuovo esecutivo ad Ennahda sono stati assegnait sette dicasteri: ai Trasporti va Anouar Maarouf, alle Collettività locali Lofti Zitoun, all’Agricoltura Oussama Kheriji, all’Equipaggiamento Moncef Selliti, alla Salute Abdellatif Makki, all’Insegnamento superiore Slim Choura, alla Gioventù e Sport Ahmed Gaaloul. Altri due ministri indipendenti del governo Fakhfakh, inoltre, sono considerati molto vicini a Ennahda: si tratta del ministro dell’Interno Hichem Mechichi e di quello delle Tecnologie Mohamed Fadhel Kraiem. Diversi osservatori rilevano però che la compagine governative presenta molte contraddizioni a livello ideologico. E i funzionari eletti di Ennahda, pur avendo votato a favore di questo governo, non hanno smesso di criticare la sua composizione.

    Nel suo discorso ai deputati, Fakhfakh ha annunciato “sette priorità economiche e sociali”: lotta al contrabbando e agli speculatori; incentivi alle aziende attive nei settori strategici, agli investitori e agli esportatori; contrasto dell’evasione fiscale e stretta sullo sperpero di denaro pubblico; controllo del debito e uso dei fondi internazionali per investimenti; difesa del dinaro tunisino e controllo dell’inflazione; valorizzazione dei fosfati e del bacino minerario del sud; protezione delle categorie dei lavoratori più vulnerabili. Il programma di governo, secondo Fakhfakh, “coinvolge tutte le categorie sociali, specialmente in questo momento che i tunisini aspettano l’inizio di una ripresa economica. La principale priorità del premier incaricato ha indicato come priorità numero uno la lotta al contrabbando e agli speculatori, “in particolare per quanto riguarda i prodotti sovvenzionati”. Un colpo, questo, ai commercianti che sfruttano i prodotti alimentari incentivati dallo Stato per accumulare guadagni illeciti durate il mese del digiuno del Ramadan. Fakhfakh ha chiarito che il governo lavorerà, nello stesso contesto, “per garantire i diritti economici previsti dalla costituzione, invece di presentare aiuti ciclici”. Quanto alla seconda priorità, il premier si è impegnato a fornire un sostegno urgente alle società che costituiscono l’ossatura dell’economia tunisina, nonché a sostenere investitori e esportatori attraverso incentivi, semplificazione delle procure amministrative e snellimento della burocrazia. “La Tunisia non può compiere progressi con un tasso di investimento del 18 per cento”, ha commentato il premier. La terza priorità consiste nella lotta “chiara, rapida, forte e dissuasiva” contro la corruzione, avviando la creazione di una “cultura della sostenibilità” contro lo sperpero dei fondi pubblici. “Non c’è spazio nel governo – ha detto Fakhfakh – per lo spreco di denaro pubblico, la frode negli appalti pubblici, il favoritismo e la corruzione”.

  • Ireland holds first post-Brexit general election

    Ireland held a general election on 8 February, just one week after neighboring Britain’s departure from the European Union.

    Based on the latest figures available on Monday morning, the country’s election count has failed to produce a clear winner.

    Sinn Fein, the left-wing Irish nationalist party, has won the popular vote in a general election. Ballot counts on Sunday revealed that Sinn Fein received 24.5% of the first preference vote, almost doubling its share from the last election in 2016. The 2016 election ended with no clear winner, and it took 10 weeks of talks to form a new government.

    The opposition Fianna Fail party won 22.2%. Incumbent prime inister Leo Varadkar’s governing Fine Gael party won 20.9%. Fine Gael and Fianna Fail are the two parties that have dominated Ireland’s political scene over the past decades.

    Sinn Fein, Fianna Fail and Fine Gael are all projected to win more than 20% of the national vote based on results from one third of constituencies that have completed their counting.

    Ireland’s system elects an average of four parliamentarians from each of the country’s 39 constituencies.

    Analysts say that this time, the country could be without a government for months after the three parties are set to win a roughly equal share of the vote: “There’s plenty of experience in coalition government, some experience in minority government, but no experience of equally matched parties”, an expert warned.

     

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