Elezioni

  • Il doppio gioco di due usurpatori di potere

    Fa sempre il doppio gioco, mente perfino se gli chiedi che ora è; sicché

    di lui non puoi fidarti mai. Mai! Da lui finisci sistematicamente tradito.

    Oriana Fallaci

    Tutti e due si somigliano. Tutti e due sono dei bugiardi, degli impostori ed ingannatori nati. Tutti e due sono degli irresponsabili. Tutti e due, fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, nolens volens, si sostengono a vicenda. Tutti e due purtroppo, da anni ormai, esercitano dei poteri istituzionali molto importanti in Albania. Tutti e due, a scapito dei cittadini, hanno usurpato e stanno pericolosamente abusando del potere. Tutti e due, come tali, sono anche i diretti responsabili della drammatica, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà albanese. Uno è il primo ministro. L’altro è il capo dell’opposizione.

    Il 13 giugno, in Albania, si è concluso il congresso del partito socialista, capeggiato dal primo ministro. Un’ulteriore occasione per lui e per la sua potente propaganda di sfoggiare “successi” e di vantare “modestamente” la dedizione per il popolo. Per l’occasione però il primo ministro si è sentito doppiamente soddisfatto: sia della conclusione del congresso del suo partito sia perché ormai lui si sente più tranquillo. Almeno per qualche tempo, nel caso non ci siano degli inattesi ed incontrollati sviluppi da lui e/o da chi per lui. Grazie anche a quello che ha potuto fare, con “successo” il suo “simile”, il capo dell’opposizione.

    Si perché il 13 giugno, in Albania, si sono svolte anche le elezioni per il capo del partito democratico, il primo partito di opposizione, fondato il 12 dicembre 1990. Elezioni che, purtroppo, dati e fatti accaduti e ad ora evidenziati, risulterebbero essere state pesantemente condizionate, controllate e manipolate dal capo del partito che è anche il capo dell’opposizione e dai suoi fedeli sostenitori. Usando, guarda caso, dei modi simili a quelli con i quali il primo ministro ha “vinto” tutte le elezioni dal 2013. Comprese quelle ultime, del 25 aprile scorso. E si tratta proprio di quel partito, del partito democratico, il quale ha risuscitato le speranze stordite, ha motivato ed ha guidato nel 1990-1991 tutte le massicce proteste degli albanesi contro la più sanguinosa dittatura comunista dell’Europa. Una dittatura che però e purtroppo, dopo trenta anni, si sta consolidando di nuovo in Albania. Ovviamente mascherata, abusando di una facciata di pluripartitismo. Un nuovo e pericoloso regime questo attuale in Albania, come espressione diretta di una preoccupante ed altrettanto pericolosa alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e internazionali. Una nuova e camuffata dittatura, controllata e guidata dai diretti discendenti, biologici e/o spirituali, dei dirigenti della sanguinosa dittatura comunista rovesciata nel 1991, ma mai sradicata definitivamente. Quanto sta accadendo in Albania, da qualche anno, ne è una diretta ed inconfutabile testimonianza. L’autore di queste righe, riferendosi soltanto a tutto quello che è accaduto e sta accadendo realmente, a tutto quello che è stato pubblicamente denunciato, da anni sta informando il nostro lettore di una simile, drammatica, molto preoccupante e pericolosa realtà, non solo per gli albanesi che lo stanno soffrendo sulla loro pelle, ma anche per i Paesi vicini. Italia compresa.

    Dopo l’ennesima sconfitta elettorale dell’opposizione il 25 aprile scorso, il capo del partito democratico, allo stesso tempo anche capo dell’opposizione, ha cercato di giustificare tutto e di non assumere le proprie dirette responsabilità per tutto quello che è accaduto. Soprattutto prima, ma anche il giorno delle elezioni, il 25 aprile scorso. Quella clamorosa e preannunciata sconfitta è stata la quarta in ordine di tempo, non avendo registrato una sola vittoria elettorale da quanto lui ha cominciato a dirigere il partito democratico albanese, nel 2013. Accadeva subito dopo le dimissioni da tutti gli incarichi politici ed istituzionali del suo predecessore, l’ex primo ministro e dirigente storico del partito. Dimissioni irrevocabili, dopo la sconfitta elettorale, sua e del partito, nelle elezioni del giugno 2013. Elezioni vinte dal partito socialista che, da allora, hanno permesso all’attuale primo ministro di governare il Paese. Ebbene, dopo l’ennesima sconfitta elettorale dell’opposizione il 25 aprile scorso, il capo del partito democratico, invece di seguire l’esempio del suo predecessore, non ha mai dato le richieste e, almeno moralmente dovute, dimissioni. Non solo, ma ha fatto di tutto, lui e i suoi fedeli sostenitori, investiti di incarichi istituzionali nel partito, per continuare ad essere il dirigente del partito. Nel frattempo, dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano testimoniano e dimostrano palesemente che lui, in tutti questi anni, più che dirigere il partito, lo ha usurpato, ha goduto ed abusato di tutti i suoi  poteri politici ed istituzionali, facendo diventare il primo partito dell’opposizione albanese, fondato nel dicembre 1990, un partito clientelistico e di gestione familiare.

    Essendo stato rieletto il 22 luglio 2017 come capo del partito, dopo una farsa elettorale, avendo di fronte un solo “candidato”, il mandato del capo del partito democratico albanese sarebbe scaduto il 22 luglio prossimo. Ebbene, lui non solo non ha rispettato quella scadenza per stabilire la data per svolgere le nuove elezioni nel partito, come prevede lo Statuto, ma, addirittura, ha anticipato quella data fissando le elezioni per il 13 giugno 2021. Proprio ieri. In palese violazione delle regole istituzionali ed usufruendo del suo pieno controllo, da usurpatore quale è, degli organi dirigenti del partito. Non solo, ma non ha aspettato neanche le decisioni che dovrà prendere la Commissione Centrale Elettorale sulla validità del risultato delle elezioni del 25 aprile scorso che hanno dato il terzo mandato al primo ministro, il suo “simile”. Denunce che sono state ufficialmente depositate presso quella Commissione, proprio dal partito democratico e ancora senza una decisione definitiva. Il che denuncia, a sua volta, la tanta fretta e la grande angoscia del capo del partito per accorciare al massimo il tempo ed impedire ad altri candidati di poter fare campagna elettorale in tutto il territorio. Anzi, almeno un candidato, ha chiesto ufficialmente addirittura la posticipazione delle elezioni, sia per attendere il verdetto finale della Commissione Centrale Elettorale, che per dare la possibilità agli elettori del partito di assorbire e recuperare le conseguenze della sconfitta del 25 aprile scorso. Ma la decisione era ormai stata presa. Tutto ciò denuncia proprio la grande difficoltà nella quale si è trovato il capo del partito democratico albanese dopo la sua clamorosa e preannunciata sconfitta elettorale del 25 aprile scorso. Una difficoltà quella che deriva dalla totale incapacità, politica e personale, di assumere le proprie responsabilità e di ammettere la sua sconfitta. L’ennesima. Ma evidenzia palesemente anche la sua perfidia e malvagità.

    L’autore di queste righe ha informato sempre, a tempo debito, il nostro lettore della falsità e delle conseguenze del problematico e preoccupante operato del capo del partito democratico albanese, allo stesso tempo anche capo dell’opposizione. Operato che, fatti accaduti alla mano, ha aiutato l’attuale primo ministro a rimanere tale, con tutte le derivate, ben note e sofferte conseguenze per gli onesti e poveri cittadini albanesi. Partendo dalle promesse pubbliche mai mantenute del capo dell’opposizione, fatte durante le proteste nella primavera del 2017 e concluse inaspettatamente e “stranamente” con l’accordo occulto e mai reso minimamente trasparente del 18 maggio 2017 con l’attuale primo ministro. Con tutte le sue conseguenze. Ma anche tutto quello che ha fatto prima ed in seguito. Come, per esempio, la riforma amministrativa (2014), la consegna dei mandati dei deputati dell’opposizione (febbraio 2019), il non giustificato boicottaggio delle elezioni amministrative (giugno 2019), la riforma elettorale con il famigerato accordo del 5 giugno 2020, le cui conseguenze sono state palesemente manifestate durante le elezioni del 25 aprile scorso. Di tutto ciò e di tanto altro ancora l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, cercando di essere sempre ed il più possibile oggettivo nelle sue valutazioni ed in quanto ha scritto (Dall’Albania niente di nuovo, 27 giugno 2017; Giù le maschere, 3 luglio 2017; La scelta tra il bene e il male, 24 luglio 2017, Somiglianze inquietanti, 27 gennaio 2020, ecc, ecc…).

    Tornando alla gara elettorale per il capo del partito democratico albanese svoltasi il 13 giugno, in base alle rivendicazioni e alle denunce fatte, nonché alle testimonianze rese ormai note e alle registrazioni video, se tutto sarà confermato e provato, risulterebbe che quella che si è svolta ieri tutto può essere stata, meno che una gara onesta, libera e credibile. E se così risulterà veramente, sarà l’ennesima dimostrazione e testimonianza della falsità delle dichiarazioni pubbliche del capo del partito democratico albanese, a sua volta anche capo dell’opposizione, della sua pericolosa incapacità e falsità istituzionale, con tutte le derivanti conseguenze. Soprattutto in una simile, ben nota, drammatica e sofferta realtà in Albania.

    Chi scrive queste righe seguirà ed informerà il nostro lettore di tutti gli attesi ed inevitabili sviluppi, dopo le ormai contestate elezioni per il capo del partito democratico albanese. Nel frattempo però egli non può non evidenziare e sottolineare le tante somiglianze caratteriali e di operato tra l’attuale primo ministro albanese e il capo dell’opposizione. Con tutte le pericolose conseguenze. Quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania sembrerebbe abbia motivato e convinto anche il capo storico del partito democratico albanese, a sua volta ex presidente della Repubblica ed ex primo ministro, a riconsiderare la sua irrevocabile decisione, dopo le dimissioni da tutti gli incarichi politici ed istituzionali il 26 giugno 2013. L’autore di queste righe è convinto che spetta agli onesti e responsabili cittadini albanesi porre fine al pericoloso doppio gioco dei due usurpatori del potere in Albania: uno il primo ministro e l’altro il capo del partito democratico e dell’opposizione. Quelli che, come scriveva Oriana Fallaci, mentono perfino se chiedi loro che ora è. Chi scrive queste righe è convinto che di tutti e due nessuno dovrebbe mai fidarsi. Perché da loro finisci sistematicamente tradito: sicuramente dal “vincitore” capo del partito democratico. Agli albanesi onesti e responsabili la scelta!

  • Candidati moderati esclusi dalle presidenziali in Iran

    Sette candidati ammessi e un vincitore che, secondo tutti gli analisti, appare già deciso per mancanza di avversari. La scure del Consiglio dei Guardiani cala sulle speranze di un voto almeno parzialmente competitivo nelle presidenziali del 18 giugno in Iran. L’organo incaricato di vagliare le candidature, dominato dai conservatori, taglia fuori dai giochi tutti i principali candidati moderati e riformisti, ammettendo solo due figure meno note al grande pubblico. La corsa alla successione di Hassan Rohani – che ha raggiunto il limite dei due mandati consecutivi – sembra così destinata a diventare un cammino solitario per l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, capo della magistratura e considerato uomo di fiducia della Guida suprema Ali Khamenei.

    Il suo principale sfidante nei sondaggi, l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, un moderato e attualmente consigliere di Khamenei, non potrà invece presentarsi alle urne, secondo alcuni media per via della residenza negli Stati Uniti della figlia. Con lui è stato escluso anche l’uomo di punta dei riformisti, il primo vicepresidente di Rohani, Eshaq Jahangiri. Fuori causa pure il rampante ministro delle Telecomunicazioni Mohammad Javad Azari Jahromi, esponente moderato della nuova generazione nata dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Largamente attesa era invece la bocciatura dell’ex presidente populista Mahmoud Ahmadinejad, come già avvenuto 4 anni fa.

    Nonostante le forti polemiche e le rimostranze che sarebbero state fatte a Khamenei da Rohani, l’esito del voto sembra quindi già deciso e rischia di far schizzare alle stelle l’astensionismo, che alle parlamentari dello scorso anno registrò un record del 57%: frutto anche di una sfiducia crescente, dopo la dura repressione delle proteste contro il carovita del 2019 e dell’inverno 2017-2018 e la grave crisi economica che ha stremato la popolazione a seguito delle sanzioni americane. I restanti candidati in lizza avrebbero pochissime chance di mettere in difficoltà il 60enne Raisi, che nel 2017 con il 38% dei voti fu sconfitto da Rohani e oggi, secondo un sondaggio diffuso dall’agenzia Fars, vicina alla sua fazione, è accreditato di oltre il 72% dei consensi.

    Nella lista degli aspiranti presidenti ammessi figurano altri 4 ultraconservatori: l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai, l’ex negoziatore nucleare Saeed Jalili, e i deputati Amirhossein Ghazizadeh Hashemi e Alireza Zakani. Due sono invece i riformisti, il governatore della Banca centrale Abdolnasser Hemmati e l’ex vicepresidente Mohsen Mehralizadeh.

    Di fronte ad un esito elettorale che appare già scritto, Rohani proverà a lasciare in eredità il rilancio dell’accordo nucleare del 2015, croce e delizia della sua esperienza di governo. Proprio oggi, dopo l’intesa con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sull’estensione di un mese dei controlli sui siti nucleari iraniani, sono ripresi a Vienna i negoziati sul possibile rientro degli Usa nel patto e la revoca delle sanzioni imposte da Donald Trump. “Ci sono alcune serie e importanti questioni ancora da risolvere”, ha ammesso il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi, capo negoziatore di Teheran, augurandosi però che stavolta possa trattarsi della tornata decisiva.

  • Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa

    La disaffezione per la politica è pari solo alla
    sfiducia nei confronti dei politici di professione

    Max Weber

    Così scriveva Max Weber, noto studioso della sociologia politica, nel suo saggio La politica come professione, pubblicato nel luglio 1919 (Titolo originale Politik als Beruf; nella lingua tedesca la parola Beruf significa sia professione che vocazione, n.d.a.). E poi, dopo quella affermazione, specificava che “…agli occhi di molti cittadini sembra quasi che molti, se non tutti, i mali che affliggono la società siano causati da una casta insaziabile e corrotta, sempre pronta a coltivare i propri interessi e largamente orientata all’interesse, alla corruzione e al malaffare”. Con rammarico Weber constatava che la politica non sempre rappresentava “…l’arte suprema e più alta, capace di costruire lo sviluppo, la pace e il benessere”. Max Weber era convinto che per i politici due sono i peccati mortali. Uno è l’assenza di una causa da seguire e da attuare, l’altro è la mancanza di responsabilità. Nel suo sopracitato saggio egli scriveva che “…La vanità, vale a dire il bisogno di porre se stessi in primo piano, nel modo più visibile possibile, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati, se non tutti e due insieme”. In seguito, riferendosi al politico demagogo, affermava che costui “…è costretto a contare sull’effetto; egli si trova perciò continuamente in pericolo, tanto da diventare un mero attore, quanto di prendere con leggerezza la responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’impressione che suscita”. Secondo Weber è sempre possibile che si possa avere una organizzazione statale dove il potere venga gestito da quelli che lui chiamava i “politici di professione”. E cioè persone “…senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo’. Egli era convinto ed elencava quelle tre necessarie qualità che fanno diventare una persona un vero ed affidabile uomo politico. Quelle tre qualità, secondo Weber, sono la passione, il senso di responsabilità e la lungimiranza.

    È passato ormai poco più di un secolo da quanto Max Weber pubblicò il suo ben noto saggio La politica come professione. Ma le sue idee, le sue convinzioni e le sue definizioni, trattate in quel saggio, rimangono tuttora attuali. Valgono anche per i politici in Albania dove, purtroppo, fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, la maggior parte dei rappresentanti politici sono una dimostrazione vivente ed attiva di quello che, secondo Weber, un uomo politico non dovrebbe mai essere. Sia quelli della maggioranza governativa che dell’opposizione, partendo dai massimi rappresentanti. E non poteva essere altrimenti, vista la grave e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai semplici cittadini in Albania. Una realtà quella, espressione diretta delle conseguenze della cattiva gestione delle responsabilità politiche da parte di tutti. Di tutti quelli che, come sopracitato, Max Weber definiva e considerava come “una casta insaziabile e corrotta”. Ma basterebbe riferirsi soltanto a quei due sopracitati “peccati mortali”, come li definiva Weber, cioè all’assenza di una causa e alla mancanza di responsabilità. Egli per causa intendeva quella in servizio e a beneficio dello Stato e della società. Mentre qualunque sia la causa perseguita dal primo ministro albanese durante tutti questi anni mai e poi mai potrebbe essere considerata una causa a beneficio dei cittadini, non si sa invece quale è stata ed è la causa del capo dell’opposizione. Anzi, sembrerebbe che lui non abbia avuto mai una causa vera e propria vista la facilità di passaggio da una ad un’altra [considerata] tale. E nessuna delle sue “cause”, guarda caso, è stata portata a conclusione. Mentre, per quando riguarda l’altro “peccato mortale” dei politici, e cioè la mancanza di responsabilità, in Albania, si sfonda una porta aperta. Ne sono una vivente testimonianza sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione. E se proprio per quella mancanza di responsabilità nella gestione della cosa pubblica da parte del primo ministro, come rappresentante istituzionale, la situazione in Albania sta peggiorando di giorno in giorno, per la mancanza di responsabilità da parte dei massimi dirigenti dell’opposizione invece, soprattutto del capo, quale rappresentante istituzionale dell’opposizione stessa, in Albania si sta diffondendo sempre di più la mancanza di speranza per il futuro, l’indifferenza e, addirittura, anche l’apatia dei cittadini. Con tutte le derivate ed allarmanti conseguenze, la più pericolosa e preoccupante delle quali è l’esodo massiccio e continuo degli albanesi, durante questi ultimi anni, lasciando tutto e tutti in patria, per cercare un futuro migliore in altri Paesi, principalmente dell’Unione europea, ma non solo. Un reale e allarmante problema quello, non solo per il futuro dell’Albania, ma anche per molte cancellerie occidentali e/o per le istituzioni dell’Unione europea. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di questo fenomeno preoccupante per tutti.

    Purtroppo e come si attendeva, il risultato delle elezioni politiche del 25 aprile scorso in Albania ha reso possibile la vittoria di un suo terzo mandato all’attuale primo ministro. Un risultato tale che permette a lui di governare da solo e, in caso di bisogno, di procurare anche tutti i voti necessari in parlamento. Voti di deputati di altri partiti parlamentari in cambio di “benefici”, come purtroppo è stato spesso verificato anche durante le precedenti legislature. Il risultato delle elezioni del 25 aprile scorso ha, purtroppo, ulteriormente consolidato la dittatura sui generis, ormai da alcuni anni restaurata in Albania. Una dittatura camuffata, questa, come espressione diretta della pericolosa alleanza tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Anche di una simile preoccupante realtà l’autore di queste righe ha, da anni e continuamente, informato il nostro lettore, cercando di essere più oggettivo possibile e riferendosi soltanto a dati e/o fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo e facilmente verificabili.

    Purtroppo anche questa vittoria elettorale del primo ministro, più che un’espressione libera e democratica della volontà dei cittadini è dovuta a diversi preoccupanti e illeciti fattori. È dovuta all’uso improprio e illegale dei mezzi materiali e/o delle risorse umane dell’amministrazione pubblica, sia quella centrale che locale, quest’ultima totalmente controllata dal primo ministro dal giugno 2019. Come anche dalla massiccia e diffusa, sul tutto il territorio, compravendita dei voti. Ma anche ad altri modi con i quali è stato controllato, condizionato e manipolato il risultato finale delle elezioni. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante le ultime settimane su quello che si stava programmando da molto prima per garantire il terzo e molto ambito mandato all’attuale primo ministro albanese (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile; 19 aprile 2021). Lunedì scorso egli affermava che “Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale” (Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile; 27 aprile 2021). In attesa di ulteriori ed annunciate testimonianze documentarie (scritte, audio e/o video), che i dirigenti della perdente opposizione hanno promesso, dopo la loro sconfitta, di pubblicare nei prossimi giorni, è comunque un’opinione diffusa e, spesso, anche una ferma convinzione, che il terzo mandato ottenuto dal primo ministro il 25 aprile scorso si basa su innumerevoli brogli elettorali, su tanti abusi di potere, sulla documentata connivenza con la criminalità organizzata e/o certi raggruppamenti occulti e ben altro. Rimane soltanto che tutto ciò venga testimoniato, documentato e reso pubblico, come hanno promesso i massimi dirigenti dell’opposizione durante tutta la scorsa settimana. Promesse quelle obbligatorie adesso ad essere rispettate ed onorate. Per non ripetere quello che è accaduto sempre e purtroppo durante questi ultimi anni, dal 2017 ad oggi, con le promesse, soprattutto quelle fatte dal capo dell’opposizione. Promesse pubbliche, con tanto di giuramenti solenni che, in seguito, sono state regolarmente e continuamente “dimenticate”. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante tutti questi anni (Habemus pactio, 22 maggio 2017; Dall’Albania niente di nuovo, 27 giugno 2017; Giù le mascchere, 3 luglio2017; La scelta tra il bene e il male, 24 luglio 2017…E molti altri negli anni in seguito).

    Chi scrive queste righe analizzerà, tratterà ed informerà nelle prossime settimane il nostro lettore sugli sviluppi politici in Albania. Egli però è convinto che affrontare e contrastare la restaurata dittatura camuffata in Albania dovrebbe diventare ormai un dovere ed un impegno patriottico. Ma chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione, prima di parlare, giustamente, del massacro elettorale da tempo ideato, programmato e finalmente attuato il 25 aprile scorso, dovrebbero chiedere scusa ai loro sostenitori, ma anche agli albanesi. Anzi, sono obbligati, prima di giustificare la clamorosa e l’ennesima sconfitta elettorale, di chiedere scusa per aver dato tutte le garanzie agli albanesi, che avrebbero assicurato il volo libero e democratico. Perché adesso, dopo il 25 aprile, chi si giustifica si autoaccusa. E aumenta così la disaffezione dei cittadini per la politica e la loro sfiducia nei confronti dei politici di professione. Come scriveva Max Weber.

  • Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile

    C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino consiste nel togliergli la voglia di votare.

    Robert Sabatier

    Domenica 25 aprile in Albania si sono svolte le elezioni politiche. Circa il 48.2% degli albanesi, quelli che hanno scelto di votare, sono andati alle urne. Diversamente da quanto è successo durante la campagna elettorale, “riscaldata” soprattutto negli ultimi giorni della scorsa settimana, domenica tutto era tranquillo. Sembrava un po’ strano e contrastava con certi avvertimenti e tentativi di suscitare scontri e conflitti. Le elezioni si sono svolte in piena tranquillità e senza nessun incidente elettorale, come è accaduto nelle precedenti elezioni. Fatto questo che è stato confermato da tutti i rappresentanti politici dei partiti principali in gara, dopo la chiusura dei seggi. In più, questi non hanno neanche denunciato alcuna irregolarità elettorale. Ma tutto ciò non significa che il 25 aprile, in Albania, le elezioni siano state libere, imparziali e democratiche. Sì, perché ormai in Albania il controllo, il condizionamento e la manipolazione del voto non avvengono il giorno delle elezioni, anzi, ormai si fa molta attenzione alla “facciata”. Per la propaganda governativa tutto deve sembrare normale e tranquillo quel giorno. Tutto comincia da molte settimane prima, se non addirittura da molti mesi prima e in vari modi, ormai ben noti in Albania. Il primo ministro, sicuro di tutto ciò, durante tutta la campagna elettorale, ma anche prima, in mancanza di una sola promessa fatta pubblicamente e mantenuta in questi otto anni, aveva consapevolmente scelto di fare campagna elettorale con la sua ben nota arroganza verbale, con le sue offese ed insulti coatti. Perché lui e i suoi “strateghi” , non potendo dimostrare uno, soltanto un risultato concreto, non potendo dare una, soltanto una dimostrazione di una promessa mantenuta, avevano basato la campagna anche sui “diversivi verbali”, sulle offese e sugli insulti degli avversari. E purtroppo sembrerebbe che quella “strategia” non abbia “guastato”, permettendo quello che, ad ora, è il risultato elettorale parziale. Si perché sembra che il 26 aprile sera, tenendo presente i dati ufficiali resi pubblici dalla Commissione Centrale Elettorale, dopo lo scrutinio di circa 70% dei seggi, risulterebbe che si stia riconfermando il tanto ambito terzo mandato per il primo ministro. Rimane da vedere se questa tendenza si confermerà anche dopo lo scrutinio dei seggi rimanenti, permettendo così all’attuale primo ministro di ottenere il diritto di costituire il suo nuovo governo il prossimo settembre, come prevedono la Costituzione e le leggi in vigore.

    Lunedì scorso l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Questa che inizia oggi è l’ultima settimana prima delle elezioni. Il primo ministro albanese e tutti i suoi stanno cercando, con tutti i modi e mezzi, di nascondere tutti gli scandali governativi, tutte le promesse fatte e mai mantenute, tutta la gravità della situazione da loro generata e tante altre cose”. E poi aggiungeva, ribadendo che per vincere le elezioni ed il suo terzo mandato, al primo ministro “…Servono i milioni della corruzione, dei traffici illeciti, dell’abuso del potere e dell’orientamento occulto degli interessi per controllare, condizionare e comprare il voto dei cittadini impoveriti, disperati e sofferenti”. Egli, in più, aveva informato il nostro lettore anche dell’ultimo scandalo elettorale, reso noto l’11 aprile scorso. Si, perché l’11 aprile scorso tutti hanno saputo, in Albania ma non solo, che “…Centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge sono stati da tempo messi a disposizione e usati, per scopi elettorali, dal partito del primo ministro. Un vero e proprio scandalo, che coinvolge il Partito e le istituzioni governative. Uno scandalo che ha messo alla prova di nuovo anche il sistema “riformato” della giustizia”. E, riferendosi al sistema della giustizia in Albania, egli scriveva anche che quel sistema “…invece di avviare le dovute indagini, previste dalla legge, per evidenziare come sono finiti quei dati riservati e protetti negli uffici del Partito, per uso e abuso elettorale, sta indagando il media che li ha pubblicati, facendo solo il suo dovere, riconosciuto dalla legge”. (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile…; 19 aprile 2021). Tanto era grande quello scandalo del sistema “riformato” della giustizia, personalmente controllato dal primo ministro albanese e/o da chi per lui, che si è attivata subito, dietro la richiesta del media in causa, anche la Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Dopo una sua seduta straordinaria del 22 aprile scorso, e cioè soltanto 11 giorni dopo lo scandalo, la Corte ha deliberato proprio contro la decisione della procura albanese, chiedendo ed obbligando il ritiro dell’ordine di sequestro nei confronti del media. Un ordine, quello, chiesto dalla procura e convalidato dal tribunale! Basta soltanto questo per capire come funzionano ormai e purtroppo in Albania le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia!

    Nel pomeriggio di lunedì 26 aprile, la Missione comune degli Osservatori dell’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights – Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani, come parte integrante dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa; n.d.a.), ha presentato a Tirana il Rapporto preliminare sulle elezioni politiche del 25 aprile. In quel Rapporto, gli osservatori hanno evidenziato, tra l’altro, la compravendita del voto, che poi porta gli albanesi a non avere fiducia del sistema. Gli osservatori hanno fatto riferimento al sopracitato scandalo dell’uso abusivo di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali e le sue conseguenze sul risultato elettorale. Nel Rapporto preliminare dell’ODIHR venivano, altresì, evidenziati come fenomeni in violazione delle leggi in vigore, sia il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale, in favore della maggioranza governativa, sia l’influenza in favore del partito del primo ministro, derivata dai cambiamenti fatti negli ultimi mesi prima delle elezioni, alla Costituzione e al Codice elettorale. Queste erano soltanto alcune delle osservazioni presentante nel sopracitato Rapporto preliminare dell’ODIHR.

    In attesa di conoscere il risultato finale delle elezioni, risultato che senz’altro condizionerà gli sviluppi politici nei prossimi anni in Albania, bisogna evidenziare alcuni scontri istituzionali accaduti la scorsa settimana, pochi giorni prima della chiusura della campagna elettorale. Scontri che hanno coinvolto personalmente il presidente della Repubblica e l’ambasciatrice statunitense. Tutto cominciò dopo che il presidente aveva accusato la “strategia” del primo ministro per condizionare, controllare e manipolare il voto dei cittadini, facendo capire che lui approfittava anche dall’appoggio dei “rappresentanti internazionali”. Il presidente aveva di nuovo denunciato il diretto coinvolgimento della criminalità organizzata in tutto ciò, usando, purtroppo, un linguaggio non molto “istituzionale” e minacciando determinate azioni contro tutti quelli che avrebbero reso possibile l’attuazione di una simile e pericolosa “strategia”. La reazione dell’ambasciatrice statunitense, come persona coinvolta, è stata forte ed immediata, tramite le reti social, durante un dibattito televisivo del presidente della Repubblica con i giornalisti in prima serata, venerdì scorso. Secondo fonti mediatiche, risulterebbe che l’ambasciatrice abbia minacciato, a sua volta e direttamente, il presidente della Repubblica di rendere pubblici alcuni “scheletri nell’armadio” dello stesso presidente. Si vedrà cosa accadrà nei prossimi giorni, o comunque nel prossimo futuro, e se lei manterrà la parola. Nel frattempo però, l’ambasciatrice e altri suoi colleghi sono stati presenti e molto attivi il 25 aprile, giorno delle elezioni, in diverse città e in diversi seggi elettorali. Anche il giorno dopo le elezioni, l’ambasciatrice è stata molto attiva, visitando diversi ambienti, sedi delle Commissioni zonali per l’amministrazione elettorale e articolando determinate dichiarazioni ufficiali. Cosa che i suoi colleghi, in diversi altri Paesi del mondo, non hanno mai fatto e neanche avrebbero mai pensato di fare. Anche perché azioni e/o presenze del genere risulterebbero essere in palese violazione con la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, ma in Albania i “rappresentanti internazionali” hanno goduto da anni e tuttora godono dei diritti “speciali”, offerti “generosamente” dai rappresentanti politici locali in cambio, ovviamente, di “appoggi speciali”. Diritti con i quali, non di rado, i “rappresentanti internazionali” hanno abusato, generando, però, non poche problematiche per l’Albania e gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il  terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale. Come è stato chiaramente evidenziato anche dal Rapporto preliminare dell’ODIHR, reso ormai pubblico. E se, malauguratamente per gli albanesi, risulterà una pericolosa riconferma del regime del primo ministro, restaurato e funzionante ormai in Albania, allora questo dovrà allarmare non solo gli albanesi. Dovrebbe allarmare e preoccupare anche le cancellerie occidentali e le istituzioni dell’Unione europea. Anche perché tutto ciò potrebbe togliere, tra l’altro, anche la voglia dei cittadini di votare. Il che sarebbe, come scriveva Robert Sabatier, peggiore della negazione del diritto del voto agli stessi cittadini. Con tutte le sue derivanti conseguenze!

  • Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile

    Noi controlliamo la vita a tutti i suoi livelli.

    George Orwell; da “1984”

    Così scriveva nel 1948 George Orwell nel suo ben noto e molto letto romanzo 1984 (Nineteen Eighty-Four). E con “noi” intendeva il Partito, un raggruppamento occulto ed onnipotente facente capo al Grande Fratello (Big Brother), che controllava tutto e tutti in Oceania. Erano però soltanto i massimi dirigenti politici e istituzionali, i fedelissimi, i quali militavano nel Partito Interno, quelli che contavano, mentre i rappresentanti dei bassi livelli della gerarchia e i dipendenti dell’amministrazione, membri del Partito Esterno, erano messi sotto controllo dal Grande Fratello e/o da chi per lui. Tutto il resto della popolazione veniva chiamata Prolet, ed erano proprio i lavoratori che facevano tutti i lavori pesanti e fastidiosi. “Noi” erano quelli che gestivano il potere in Oceania, la cui capitale era Londra e che comprendeva il Regno Unito, le due Americhe e parte dell’Africa. E proprio per rendere chiaro a tutti, tranne che ai fedelissimi, l’onnipotenza del Partito, in modo da togliere qualsiasi illusione dalle loro teste, George Orwell, scriveva: “Noi controlliamo la vita a tutti i suoi livelli”. Poi continuava, spiegando e specificando che “…Tu ti sei messo in testa che esista qualcosa come una natura umana, che verrebbe talmente oltraggiata da ciò che noi stiamo facendo, da ribellarsi contro di noi. Ma siamo noi a creare la natura umana. Gli uomini sono infinitamente manipolabili”. Il Partito, facendo capo a Grande Fratello, determinato a controllare tutto e tutti, per legge aveva installato ovunque teleschermi, muniti di telecamere. Anche nelle abitazioni. Sempre per legge era proibito spegnare i teleschermi, per nessun motivo e in nessun momento, giorno o notte che fosse. Tutto questo complesso sistema veniva controllato meticolosamente dal Grande Fratello e/o da chi per lui. Si trattava di un sistema che veniva usato per diffondere quello che la propaganda del Partito riteneva necessario, con sola unica concessione quella di abbassare soltanto il volume audio dei teleschermi. Un sistema però che permetteva, in ogni momento, di spiare tutti e di annientare qualsiasi possibilità di vita privata. Con un simile sistema il Partito poteva conoscere sempre tutti i comportamenti, anche quelli nascosti e/o involontari, delle persone osservate. Comportamenti che potevano, in qualche modo, non combaciare con le regole e gli orientamenti del Partito. Tutto quanto scritto da George Orwell nel suo romanzo, prevedendo nel 1948 quello che doveva accadere nel 1984 in Oceania, ossia nel Regno Unito, ma non solo, rimane molto attuale anche adesso in diverse parti del mondo. L’autore di queste righe apprezza quanto ha scritto con lungimiranza George Orwell nel suo 1984, considerandolo, convinto, un libro che deve essere letto per imparare e trarre le dovute conclusioni. Egli ha trattato in precedenza questi argomenti per il nostro lettore (Bugie, arroganza e manipolazioni; 27 luglio 2020).

    Il 25 aprile prossimo, cioè dopo sette giorni, in Albania si svolgeranno le elezioni politiche, ma visto gli sviluppi di questi mesi, nonché quanto è accaduto durante tutti gli ultimi anni con le elezioni, le aspettative non sono per niente buone e rassicuranti. Anzi! Il 25 aprile, sulla carta, i cittadini dovranno votare per eleggere i loro rappresentanti in Parlamento, ma purtroppo in Albania, diversamente da tutti i Paesi normali, dove funzionano le istituzioni e lo Stato di diritto, dove funzionano e si rispettano le regole stabilite in una società democratica, da alcuni anni si sta consolidando e sta funzionando una nuova dittatura, camuffata da apparenze di pluripartitismo. Ragion per cui, con molta probabilità, le elezioni politiche del 25 aprile prossimo non saranno né libere, né imparziali e neanche democratiche. Cioè non saranno delle elezioni come si prevede e si stabilisce dal Documento di Copenaghen, che l’Albania ha ufficialmente adottato. E tutto ciò soltanto perché il primo ministro, pericolosamente e irresponsabilmente, sta cercando di ottenere, a tutti i costi, il suo terzo mandato. Perciò e purtroppo in Albania tutto potrebbe accadere dopo sette giorni, il 25 aprile prossimo e nei giorni successivi!

    Nel giungo 1990 a Copenaghen sono stati riuniti tutti i rappresentanti degli Stati membri della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE; dal gennaio 1995 ha cambiato il suo status istituzionale per diventare l’attuale Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – OSCE; n.d.a.). Nell’ambito della Conferenza sulla Dimensione Umana della CSCE, in quella riunione è stato approvato all’unanimità quello che ormai è noto come il Documento di Copenaghen, che sancisce ufficialmente anche le normative da adottare dagli Stati membri e gli obblighi istituzionali per garantire elezioni libere, imparziali, democratiche e la segretezza del voto dei cittadini. Nel Documento di Copenaghen è stato sancito che gli Stati partecipanti hanno espresso “…la loro comune determinazione di costruire società democratiche, fondate su libere elezioni e sullo Stato di diritto.”. Nell’articolo 3 del Documento viene riaffermato che per gli Stati “…la democrazia è un elemento inerente dello Stato di diritto. Essi riconoscono l’importanza del pluralismo per quanto riguarda le organizzazioni politiche”. E poi, riferendosi alla “…piena affermazione della dignità inerente alla persona umana e dei diritti uguali e inalienabili di tutti gli uomini”, gli Stati partecipanti hanno sancito, tramite l’articolo 5/1, la necessità di garantire “…libere elezioni, da svolgersi ad intervalli ragionevoli con voto segreto o con procedure equivalenti di libera votazione, in condizioni che assicurino, in pratica, la libera espressione dell’opinione degli elettori nella scelta dei loro rappresentanti”. Ed in seguito, nell’articolo 6 del Documento, si conferma che “Gli Stati partecipanti dichiarano che la volontà del popolo, liberamente e correttamente espressa mediante elezioni periodiche e oneste, costituisce la base dell’autorità e della legittimità di ogni governo”.

    Nella sopracitata riunione della CSCE a Copenaghen, era stata invitata anche una delegazione dell’Albania, come un Paese osservatore. E guarda caso, l’Albania era l’unico Paese europeo che aveva rifiutato di partecipare alla Conferenza costitutiva della CSCE a Helsinki, il 3 luglio 1973. Non solo, ma da allora e fino agli ultimi anni ’80 del secolo passato, la propaganda della dittatura comunista in Albania denunciava la falsità e, addirittura, la pericolosità del operato della CSCE. Soltanto alla fine i dirigenti comunisti albanesi hanno cambiato radicalmente, senza pudore alcuno, il loro atteggiamento nei confronti della CSCE. E poi hanno presentato come un enorme loro successo la partecipazione della delegazione albanese, come osservatore, nella riunione di Copenaghen del giugno 1990. Erano gli ultimi mesi, prima del crollo della dittatura in Albania.

    Questa che inizia oggi è l’ultima settimana prima delle elezioni. Il primo ministro albanese e tutti i suoi stanno cercando, con tutti i modi e mezzi, di nascondere tutti gli scandali governativi, tutte le promesse fatte e mai mantenute, tutta la gravità della situazione da loro generata e tante altre cose. Il primo ministro albanese, non avendo niente da presentare, ha scelto di attaccare, con un linguaggio arrogante, coatto e offensivo, i suoi avversari. Ma quello è soltanto quanto viene fatto pubblicamente. Perché il primo ministro e i suoi “strateghi” elettorali sono convinti che per avere il terzo mandato serva ben altro. Servono i milioni della corruzione, dei traffici illeciti, dell’abuso del potere e dell’orientamento occulto degli interessi per controllare, condizionare e comprare il voto dei cittadini impoveriti, disperati e sofferenti. Serve sapere con esattezza cosa pensano e di cosa hanno bisogno. Serve attivare tutti i modi, i mezzi e le risorse umane a disposizione per conoscere le preferenze e i comportamenti dei cittadini e poi agire di conseguenza. Proprio come la continua sorveglianza dei cittadini, con dei teleschermi muniti di telecamere ed installati nelle abitazioni, descritta da George Orwell nel suo romanzo 1984. Servono anche molte, moltissime persone che possano spiare i pensieri e i comportamenti degli albanesi, molto prima del giorno delle elezioni. Per poi permettere all’articolato e potente sistema, messo in azione dal primo ministro e dai suoi, di fare il resto. Lo ha dimostrato, senza ombra di dubbio, anche quanto è stato reso pubblico l’11 aprile scorso da un media in Albania. Centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge, sono stati da tempo messi a disposizione e usati, per scopi elettorali, dal partito del primo ministro. Un vero e proprio scandalo, che coinvolge il Partito e le istituzioni governative. Uno scandalo che ha messo alla prova di nuovo anche il sistema “riformato” della giustizia. Sistema che, invece di avviare le dovute indagini, previste dalla legge, per evidenziare come sono finiti quei dati riservati e protetti negli uffici del Partito, per uso e abuso elettorale, sta indagando il media che li ha pubblicati, facendo solo il suo dovere, riconosciuto dalla legge.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in Albania, in attesa delle elezioni del 25 aprile prossimo, sono degli scenari orwelliani, ideati e messi in atto dagli “strateghi” del primo ministro, fiancheggiati e consigliati anche dalle frange dei famigerati servizi segreti della dittatura comunista, tuttora attivi in Albania. Il primo ministro e i suoi se ne strafottono di tutto ciò, basta che si possa avere il terzo mandato. Se ne strafottono anche delle leggi in vigore e del Documento di Copenaghen, sulle elezioni libere, imparziali e democratiche! Perché il primo ministro è pericolosamente e irresponsabilmente convito che lui, rappresentante dei “noi” del suo raggruppamento occulto ed onnipotente, controlla la vita degli albanesi a tutti i suoi livelli! Il 25 aprile prossimo ne sarà un’altra sfida, sua e degli albanesi. Come anche le conseguenze.

  • Avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità

    Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello
    stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.

    Paolo Borsellino

    Ieri in Italia è stata celebrata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Non a caso è stato stabilito che una simile ricorrenza, dal 1996, avvenga proprio il 21 marzo, il primo giorno della primavera. Un giorno che simboleggia la rinascita della vita e la speranza. Il presidente Mattarella ieri, nel suo messaggio, ha ribadito che “Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali. Si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità. Sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo”. Un chiaro e molto significativo messaggio per tutti, e non solo in Italia. Sì, le mafie, la criminalità organizzata, non si fermano di fronte a niente, anzi! Cambiano le strategie, approfittando senza scrupoli di qualsiasi opportunità creata. Anche della pandemia. Lo ha detto chiaramente Papa Francesco ieri durante l’Angelus, nell’ambito della stessa ricorrenza: “Le mafie sono presenti in varie parti del mondo e, sfruttando la pandemia, si stanno arricchendo con la corruzione”. La criminalità organizzata, in qualsiasi parte del mondo, rappresenta una seria minaccia per tutti. Sì, perché prima o poi, in un modo o in un altro, chi più e chi meno, tutti saranno preda e vittime delle attività della criminalità organizzata. Compresi anche gli stessi dirigenti e/o membri, di qualsiasi livello, delle organizzazioni criminali. La storia sempre ci insegna. Come ci insegna che le conseguenze delle attività criminali, soprattutto quando si svolgono con la connivenza di coloro che devono gestire la cosa pubblica, sono gravi e creano vittime di ogni genere. Perché le vittime della criminalità organizzata non sono soltanto quelle che perdono la vita con le pallottole della criminalità. Sono molte di più le vittime causate dalle conseguenze dirette e/o indirette delle attività criminali e della connivenza della criminalità organizzata con il potere politico.

    Per definire un determinato modo di (mal)governare, c’è una parola particolare: la kakistocrazia. Come la maggior parte delle parole, usate ormai quotidianamente in molte lingue del mondo e che definiscono i sistemi sociali e politici, questa parola è stata coniata nell’antica Grecia. È una parola composta da due singole parole, kàkistos, che significa peggiore, e kratos, che significa comando. Perciò tradotta letteralmente, significherebbe “il potere dei peggiori”. Una parola che, da alcuni decenni, si sta riutilizzando sia in ambienti che si occupano degli studi che in quelli politici e mediatici. La kakistocrazia perciò è una parola che definisce e sintetizza il modo di governare dei peggiori. Il solo fatto che questa parola si sta utilizzando di nuovo testimonia, purtroppo, che in determinati Paesi del mondo la situazione è realmente drammatica e molto preoccupante. Una situazione che dovrebbe destare una reale preoccupazione, non solo per chi di dovere e i cittadini responsabili in questi Paesi, ma anche per le cancellerie degli altri Paesi confinanti e le istituzioni internazionali. Perché il Male non ha, non conosce e, men che meno, rispetta confini. Anche di tutto ciò la storia ci insegna.

    La kakistocrazia, purtroppo, è la parola che definirebbe propriamente il modo in cui, ormai da alcuni anni, stanno governando la cosa pubblica e tutto il resto in Albania. L’autore di queste righe, riferendosi alla realtà vissuta e sofferta dalla maggior parte della popolazione, da tempo sta sottolineando e ripetendo che in Albani è stata volutamente restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura. Un regime sui generis quello albanese, come espressione concreta dell’alleanza dell’attuale potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Un regime dei peggiori, perciò una kakistocrazia, che sta generando gravi sofferenze per gli albanesi non coinvolti con il regime. Ragion per cui, chiunque cerca di trattare oggettivamente la realtà albanese non può chiudere gli occhi e le orecchie e far finta di niente di fronte a questa drammatica realtà e a quanto sta quotidianamente accadendo. Come hanno fatto da anni e continuano a farlo i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania e, spesso, anche a Bruxelles e in determinate cancellerie in Europa ed oltreoceano. Ragion per cui l’autore di queste righe continuerà a ribadire e sottolineare la pericolosità e la gravità delle conseguenze generate dalla kakistocrazia in Albania. Cercando, in questo modo, di descrivere quanto più oggettivamente possibile, riferendosi soltanto a dati e fatti pubblicamente noti, documentati e denunciati, la vissuta e sofferta realtà albanese.

    In qualsiasi Paese normale, dove si rispettano i sani principi morali, dove si garantisce il funzionamento dello Stato di diritto, come prevedono i criteri di Copenaghen (istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto ecc..), la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti si considerano parte integrante di un Male che danneggia seriamente la società. In qualsiasi Paese normale tutti loro sono considerati “dei peggiori”. Così come si considerano anche quelli, ai quali è stato conferito potere politico ed istituzionale e che, invece, cercano di mettere volutamente in atto la connivenza con la criminalità organizzata e i raggruppamenti occulti. Al contrario, i criteri morali e quelli “operativi” di coloro che gestiscono la cosa pubblica in Albania sono del tutto diversi. Il che, purtroppo, ha reso possibile, da qualche anno, la restaurazione e il consolidamento, in Albania, di una nuova dittatura sui generis, gestita dai “peggiori”, come rappresentanti di una funzionante e pericolosa kakistocrazia. Non a caso, in questi ultimi anni, i “peggiori’ in Albania, oltre a stabilire una stretta alleanza con la criminalità organizzata locale, hanno stabilito e rafforzato i legami anche con la criminalità internazionale. Compresa la ‘Ndrangheta italiana. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito e a più riprese. Anche alcune settimane fa (Pericolose e preoccupanti presenze mafiose; 1 febbraio 2021 e Pericoli che oltrepassano i confini nazionali; 8 febbraio 2021).

    Proprio in una simile grave e molto preoccupante realtà, il 25 aprile prossimo in Albania si svolgeranno le elezioni politiche. Il primo ministro, il rappresentante istituzionale del potere politico dei “peggiori”, sta cercando, costi quel che costi, un terzo mandato. Per se stesso ma anche per tutti gli altri “alleati”, rappresentanti della criminalità organizzata e dei raggruppamenti occulti, locali ed internazionali. Nel frattempo la situazione è tutt’altro che rassicurante in Albania. Anzi! La situazione si sta aggravando ogni giorno che passa. Lo stanno testimoniando le tante cose che stanno accadendo a ritmo pauroso e allarmante. La criminalità è diventata molto attiva. Attentati mafiosi e regolamenti di conti stanno insanguinando le vie e le piazza in diverse città. Ma la criminalità organizzata, quella alleata con il potere politico, si sta facendo valere. Ed è proprio questa criminalità che sta intimidendo anche i cittadini per costringerli a votare in modo tale da “facilitare” l’ottenimento del terzo mandato al primo ministro. Una testimonianza e una concreta dimostrazione di questa strategia ben ideata, programmata e messa in atto da qualche tempo ormai, è stata anche quella verificatasi il 14 marzo scorso. Durante la celebrazione di una festività di origini pagane, in una città albanese, si sono scontrati ed affrontati fisicamente due gruppi di sostenitori politici. Un significativo e molto eloquente caso, visto che si trattava di due gruppi capeggiati personalmente, uno dal primo ministro e l’altro dal capo dell’opposizione. Non si sa bene chi ha provocato chi. Quello che si sa ormai, perché è stato visto e rivisto da diverse registrazioni televisive e/o in rete, è che ci sono stati degli scontri fisici, con pugni e calci, tra i sostenitori del primo ministro e quelli del capo dell’opposizione. E i primi hanno avuto il meglio. Ma quello che è ancora più grave è che la maggior parte dei sostenitori del primo ministro erano membri della criminalità locale. Erano proprio quelli che circondavano il primo ministro, mentre lui camminava per le vie della città, come se fossero le sue guardie del corpo! Sono tutte persone con precedenti penali, ben note anche dalle strutture della polizia. Ma, nonostante la polizia di Stato fosse presente, nessuno degli aggressori è stato fermato. E poi, in seguito, anche dopo che l’opposizione ha denunciato l’accaduto con tanto di nomi e cognomi di tutti gli aggressori, accompagnatori del primo ministro quel 14 marzo scorso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia non si sono mosse, come prevede la legge. Come se niente fosse accaduto!

    Chi scrive queste righe considera tutto ciò come un significativo anticipo di quello che accadrà in Albania durante questa vigilia delle elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Egli è convinto che sono delle preoccupanti avvisaglie di coinvolgimento elettorale della criminalità organizzata, per far vincere al primo ministro il suo terzo mandato. Egli teme, altresì, che anche adesso il potere politico, rappresentato dal primo ministro, e le mafie non fanno la guerra tra di loro. Macché, loro, i peggiori”, si sono messi di nuovo d’accordo per condizionare e controllare l’esito delle prossime elezioni e continuare a gestire la cosa pubblica insieme. Che tutto ciò sia un chiaro, significativo e serio messaggio non solo per le persone responsabili in Albania, ma anche per le cancellerie europee e i massimi rappresentanti dell’Unione europea!

  • Pablo Iglesias lascia il governo della Spagna e si candida per le Regionali a Madrid

    L’annuncio è arrivato come un fulmine a ciel sereno: Pablo Iglesias, vicepremier nel governo spagnolo e leader di Unidas Podemos, abbandona l’esecutivo centrale e si lancia come candidato del proprio partito nella Comunità di Madrid per le prossime elezioni regionali, in programma il 4 maggio. Una mossa che non solo rappresenta uno scossone per la propria formazione e per gli equilibri della coalizione con il Partito Socialista, ma che si unisce a diversi altri movimenti tellurici che in pochi giorni hanno messo in subbuglio lo scacchiere politico nazionale.

    Dopo la Catalogna, sarà infatti nella regione della capitale spagnola, quella più ricca — e baluardo della destra del Partito Popolare da 26 anni — dove andrà in scena la prossima grande battaglia territoriale con un potenziale per provocare ripercussioni di più ampio raggio: saranno elezioni anticipate, proclamate la settimana scorsa, con un’altra mossa a sorpresa, dalla presidente regionale di Madrid, Isabel Díaz Ayuso. È su questa leader, apprezzata in particolare dall’ala più radicale dei popolari, che il partito scommette forte per dare un segnale di rilancio, dopo recenti delusioni elettorali segnate anche dall’ascesa dell’estrema destra di Vox.

    “Madrid si trova di fronte a un pericolo enorme, un rischio che è anche per tutta la Spagna: che ci sia un governo di estrema destra con Ayuso e con Vox”, ha detto Iglesias in un video su Twitter. “Metterò in gioco tutto quello che ho imparato in questi anni per costruire – ha aggiunto – una candidatura di sinistra forte e ampia”. Dal canto suo, Ayuso, accusata dalle opposizioni di aver assunto una decisione spregiudicata con la convocazione di elezioni anticipate mentre la regione è ancora alle prese con la pandemia (alcuni definiscono il suo stile di governo “trumpista”) ha subito raccolto la sfida: “La Spagna mi deve qualcosa da bere, abbiamo tolto Pablo Iglesias dal governo”, ha detto. A sostituirlo — secondo quanto anticipato dal quotidiano El País — sarà Yolanda Díaz, finora ministra del Lavoro, una delle esponenti di Unidas Podemos più stimate anche tra le fila del Partito Socialista. “Sta facendo un lavoro stupendo”, ha detto il premier Sánchez. Il presidente ha anche fatto gli auguri a Iglesias, aggiungendo però che preferisce che a Madrid vinca il candidato del suo partito, µngel Gabilondo.

    Per l’ormai ex vicepresidente e ministro dei Diritti Sociali, non ci sono dubbi: è proprio Díaz la sua erede designata alla guida di Podemos, formazione di cui è il leader indiscusso sin dai tempi dalla fondazione, nel 2014: la sua scommessa punta a ridarle slancio dopo una serie di risultati elettorali che hanno progressivamente ridotto la propria capacità di influenza sulle decisioni del governo.

    Intanto Ciudadanos, partito considerato un tempo la grande speranza del fronte anti-indipendentista in Catalogna e capace di occupare uno spazio di centro con alleanze sia con i socialisti, sia con il PP, vive una grave crisi interna dopo le dure sconfitte alle ultime elezioni nazionali e in quelle catalane di febbraio.

  • America amara

    Tra poco avrà luogo la più controversa proclamazione del nuovo presidente, e si leggono e ascoltano molte cose a sproposito sull’America – un paese nel quale bisogna esserci stati, averci lavorato, per capirlo appena un po’. O almeno conoscerne la costituzione, la più antica in vigore ed un modello di sintesi – pochi, chiare norme senza fronzoli. Agli originali sette articoli, che regolano i rapporti tra stati e dimensione federale o i poteri del presidente, nel 1791 furono aggiunti i primi dieci “emendamenti”. La paradossale sequenza dei primi due emendamenti spiega molte cose per capire l’America.

    Il primo sancisce i diritti di libera espressione, associazione, culto (e siamo ancora a fine ‘700), e quella libertà della stampa che marcherà fino a oggi l’America che più amiamo. Subito dopo questo manifesto progressista delle libertà USA, il secondo emendamento parla di qualcosa di molto diverso, anche se forse solo in apparenza: il diritto per ogni cittadino di possedere delle armi, confermato ancora nel 2008 dalla Corte Suprema. È probabile che nessun’altro paese al mondo riconosca con rango costituzionale il diritto di andare in giro armati, anche con armi da guerra, tanto importante da essere posto subito le garanzie alla piena espressione della persona. Non sorprenda allora che il Presidente Trump si è fatto ritrarre vestito da borghese e armato di mitra, in un paese dove solo nel corso di quest’anno sono state vendute 17 milioni di armi – per lo più armi da guerra semiautomatiche e automatiche, alcune delle quali possono sparare fino a 15 colpi al secondo.

    Il primo e il secondo emendamento plasmano le due Americhe che ci sono sempre state e continueranno ad esserci. Come ha ricordato un ottimo articolo di Critica Liberale, queste due Americhe si sono combattute in una delle più cruenti guerre civili moderne – oltre 600.000 morti, e un presidente, Lincoln, assassinato tre giorni dopo la resa dei sudisti a mo’ di una  lotta che quindi non doveva finire e ancora continua. Ci sono stati Martin Luther King e il Ku Klux Klan, il Vietnam e la beat generation, ora la vittoria di Biden e il popolo di Trump, che non si disperderà e che ha mietuto simpatie anche tra tanti italiani, desiderosi di simpatizzare per i modi irrituali di una pericolosa follia al potere. Queste due Americhe di rango costituzionale raramente si ritrovano insieme, ma può accadere. Ad esempio, a mio avviso nella seconda guerra mondiale (più che nella prima), dove l’intervento per salvare le democrazie europee in nome di un concetto di libertà che anche in Italia avevamo perso, si è combinato con la forza di un popolo in armi, avvezzo a combattere e dimostratosi una straordinaria macchina militare.

    L’Europa fu salvata da quell’America unita e potente. In questi anni l’Europa ha avuto la saggezza di non seguire Trump quando ha voluto distruggere l’agenda contro i cambiamenti climatici, il multilateralismo, a tratti addirittura la lotta alla pandemia, e l’accordo di libero commercio con l’Europa e quello col Pacifico, il dialogo in Medio Oriente e l’accordo sul nucleare in Iran. Molto altro verrà fuori sulla presidenza Trump – un piccolo assaggio lo ha dato la recente rivelazione di OpenDemocracy degli investimenti di oltre 50 milioni di dollari spesi da gruppi vicini a Trump per contrastare in Africa la contraccezione, l’aborto, l’educazione sessuale. Ora l’Europa ritroverà un alleato più affidabile, ma deve sapere che l’America del secondo emendamento è sempre pronta. E della prima è come lo specchio.

  • Il Perù mette alla porta il presidente Vizcarra

    Fedele alla sua fama di democrazia traballante, il Perù applaude Manuel Merino quale terzo presidente della repubblica della attuale legislatura 2016-2021. Il 10 novembre il Parlamento ha destituito per “incapacità morale” il predecessore, Martín Vizcarra, il quale a sua volta era subentrato nel 2018 al dimissionario Pedro Pablo Kuczynski. Vizcarra era passato indenne meno di due mesi fa attraverso un primo tentativo di estrometterlo dal potere, sempre per ragioni assimilabili a corruttela, ma questa volta ben 9 dei 10 partiti del Congresso (Parlamento) peruviano, hanno votato sì alla destituzione, raccogliendo 105 dei 130 voti disponibili.

    Parte dell’opinione pubblica è subito scesa in piazza a Lima ed in altre città, gridando al ‘colpo di stato’, per una scelta sembrata eccessiva data l’accusa, non ancora provata dalla giustizia, di possibili tangenti ricevute da Vizcarra nel 2011 quando era governatore di Moquegua.

    Arrivato alla presidenza senza contare su una forte base in Parlamento, Vizcarra ha cercato di forzare la mano ai partiti impegnandoli in una riforma delle istituzioni e della giustizia a cui hanno palesemente mostrato di non voler partecipare. Così, secondo alcuni analisti, in vista delle elezioni generali dell’11 aprile 2021, i leader delle formazioni politiche hanno preferito concordare con Merino, presidente del Parlamento e ora capo di stato ad interim, una procedura di destituzione e poi la formazione di una coalizione governativa che contasse su una presenza chiara dei partiti.

    Nel suo discorso di investitura, dopo aver giurato “per Dio, per la patria e per tutti i peruviani, che eserciterò fedelmente l’incarico di presidente della Repubblica per completare il periodo costituzionale”, Merino ha promesso un “governo di consenso ed unità nazionale” per affrontare i problemi del Paese. Se tutto andrà per il verso giusto Merino trasferirà la banda presidenziale ad un nuovo presidente fra meno di un anno, il 28 luglio 2021.

    Vale la pena ricordare infine che in 30 anni la poltrona di capo dello Stato è stata davvero bollente. Alberto Fujimori, dopo aver chiuso a forza il Parlamento, è stato processato e condannato, come era avvenuto per altri due predecessori (Augusto Leguía e Francisco Morales Bermúdez). Un presidente molto noto, Alan García, è morto suicida mentre era sotto processo, mentre altri tre ex capi di stato (Ollanta Humala, Alejandro Toledo e Pedro Pablo Kuczynski) attendono ancora la soluzione dei problemi giudiziari nei quali sono incappati.

  • L’Algeria boicotta il referendum costituzionale

    Con un’affluenza alle urne ai minimi storici, l’Algeria ha boicottato un referendum che, solo grazie all’assenza di quorum, ha varato riforme costituzionali concepite per placare la protesta popolare che ha scosso per un anno il Paese nordafricano.

    Le riforme per creare “una nuova Algeria” e avallare in maniera plebiscitaria il presidente Abdelmadjid Tebboune sono state approvate con un 66,8% dei consensi ma domenica 1 novembre l’affluenza alle urne è stata solo del 23,7%, la più bassa da quando si vota dopo l’indipendenza ottenuta nel 1962 dall’ex-colonia francese.

    Le riforme includono piani per ridurre a due i mandati presidenziali e per aumentare il potere di parlamento, magistratura e primo ministro. Nomine chiave rimangono però ad appannaggio del presidente e il testo di riforma nel complesso è stato respinto da esponenti dell'”Hirak”, il “movimento” di protesta che per oltre 12 mesi ha riempito le strade dell’Algeria contribuendo (assieme ai decisivi militari) alla caduta del ventennale presidente-autocrate Abdelaziz Bouteflika nell’aprile dell’anno scorso. L’Hirak, che chiede un netto cambio del “sistema” di potere algerino, era basato sui raduni ed è stato fermato solo dall’emergenza Covid.

    Il Movimento aveva esortato al boicottaggio definendo le riforme proposte da Tebboune (eletto nel dicembre scorso) solo “di facciata”. Un parere condiviso peraltro anche da accademici come Cherif Driss, professore di Scienze politiche all’Università di Algeri secondo il quale il testo della riforma “non ha apportato granché rispetto alla vecchia Costituzione”. A suo dire il fatto che in pratica solo il 15% degli algerini abbia detto sì alle riforme è un “fallimento” del “potere” attuale.

    In Algeria, in cui il coronavirus sta avendo negativi effetti economici e sociali esacerbando il malcontento popolare, si è percepita una mancanza d’interesse per il referendum. La consultazione è stata accompagnata da una campagna elettorale a senso unico in cui gli appelli al boicottaggio sono stati alquanto oscurati dai media. In Cabilia, roccaforte dell’Hirak, sono stati segnalati casi di blocco dei seggi da parte di contestatori. Allo scarso afflusso alle urne ha contribuito chiaramente anche la pandemia che peraltro ha costretto il 74enne presidente, gran fumatore) a un ricovero in Germania in seguito alla scoperta di casi positivi nel suo entourage.

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