Elezioni

  • Venezia e la strana metamorfosi elettorale

    La reazione dei vertici dello schieramento di centro-sinistra che, a sorpresa, si è visto sconfitto alle elezioni a Venezia dimostra, una volta di più, come, ancora oggi, non venga accettata la inaspettata debacle elettorale.

    Le scomposte reazioni dimostrano inoltre come questa performance negativa non venga compresa e tantomeno elaborata, rendendo quindi impossibile il passaggio dallo sconforto ad una prima analisi nella individuazione delle proprie responsabilità.

    Le teorie giustificazioniste addotte da ogni esponente del centro sinistra sembrano rappresentino la classica espressione di una supremazia politica la quale esprime risentimento e livore tanto per la sconfitta del proprio schieramento quanto personale nei confronti dell’elettorato traditore.

    Il candidato Martella in un modo quanto mai inelegante ha accusato l’elettorato veneziano di non essere in grado di comprendere la proposta del proprio schieramento, dimostrandosi non pronto al “cambiamento”.

    Bersani, probabilmente assieme a Renzi e Conte, una delle cause dell’allontanamento dell’elettorato del centro-sinistra dalla vecchia politica romanocentrica, ha aggiunto, durante un dibattito televisivo, in riferimento all’apertura alla comunità del Bangladesh, che anche se la proposta attuale non sia stata digerita, lo sarà in occasione della prossima elezione.

    Infine il sociologo Bettin trova la ragione della propria sconfitta nel successo di un partito azienda.

    Sembra incredibile come quello stesso elettorato, che solo pochi mesi fa aveva votato No’ al referendum (56,3%), sia diventato ora non disponibile al cambiamento, non in grado di digerirlo e succube di un partito azienda

    Lo stesso elettorato sembra abbia quindi subito, in soli pochi mesi, una metamorfosi elettorale nella direzione opposta rispetto a quella desiderata dallo schieramento perdente.

    L’amara realtà, invece, dimostra come ora più che mai proprio dalle reazioni ad una propria sconfitta emergano le ragioni che l’hanno determinata.

    Continuare quindi ad evitare di individuare le proprie responsabilità in relazione alle tematiche che hanno rappresentato l’elemento distintivo dello schieramento del centro-sinistra, non solo conferma un atteggiamento presuntuoso e sprezzante nei confronti degli elettori ma rappresenta anche la garanzia per la vittoria del centro-destra anche alle prossime elezioni tra cinque anni.

    In altre parole, l’esito elettorale trova ora, proprio nelle analisi successive al risultato elettorale, la conferma delle ragioni della stessa debacle elettorale.

    Il modo in cui il centro-sinistra non ha accettato ancora oggi un semplice esito elettorale certifica una presunzione ideologica che lo rende incapace di individuare le proprie responsabilità.

    E se non on bastasse, ciò dimostra, una volta di più, quanto inadeguata potesse essere  questa coalizione soprattutto nelle figure apicali caratterizzate dall’assoluta mancanza  nel proprio bagaglio culturale di una possibile ammissione di responsabilità e di una anche seppur minima capacità  di autocritica In più, da esponenti politici che da quasi cinquant’anni calcano le scene del teatro della politica francamente ci si sarebbe aspettato un maggiore fair play politico nell’accettazione della sconfitta.

    La rabbia dimostrata in ogni occasione pubblica conferma invece quale sia ancora l’evidente deficit culturale e di signorilità nell’accettazione dell’esito elettorale.

  • La nuova legge elettorale deve restituire agli elettori il diritto di scelta dei parlamentari

    Il vice premier Tajani, leader del principale partito liberale Italiano, ha fatto il punto sulle principali proposte di Forza Italia da ora a fine legislatura e cioè: fine vita, disegno di legge sul nucleare, riforma su Roma Capitale, ed ha spiegato che, oltre i temi dei diritti e delle liberalizzazioni, il partito dovrà concentrarsi anche sui temi economici e sull’energia che “interessano la gente”, senza dimenticare la legge elettorale.

    Ma proprio su questa, la condivisibile e puntuale strategia liberale sbotta in una palese contraddizione, perché ribadisce l’assoluta contrarietà del partito di ispirazione liberale di accettare la restituzione agli italiani del diritto di scelta dei propri parlamentari, arrivando ad alzare i toni e minacciare che voterà contro il ripristino delle preferenze, e la legge orribilmente denominata Stabilicum “verrà Bocciata”.

    E questa è una grave contraddizione, perché essere liberali impone in primo luogo il rispetto della Carta Costituzionale, che da 21 anni è gravemente violata, per il ricorso a tre leggi elettorali, Porcellum, Italicum e l’attuale Rosatellum, che hanno continuato imperterrite a consentire ai capi partito la nomina dei parlamentari per potere avere a disposizione Yes Man, e non parlamentari che rappresentano i cittadini elettori e i territori in cui sono eletti.

    Assumere quindi una postura di assoluta contrarietà, comporta la cancellazione anche per il futuro del diritto di Rappresentanza, che a proposito di diritti liberali, è il diritto più importante unicamente riconosciuto dalla Costituzione agli elettori e non ai capi partito.

    Sarebbe stato molto più trasparente, a questo punto, cambiare la Costituzione e cancellare il diritto di Rappresentanza ai cittadini, attribuendolo unicamente ai capi partito, piuttosto che violare la Costituzione per 21 anni, e atteggiarsi a difensori della democrazia, che però di fatto, così facendo, hanno mortificato poiché hanno rotto il sistema dei tre poteri, che sono rimasti due, l’esecutivo e il giudiziario, nel silenzio di una gravissima violazione dei diritti degli italiani.

    E tutto ciò non riguarda solo F.I., che però ha più responsabilità essendo un partito liberale, ma anche la Lega, e molti partiti della opposizione, che su questo tema hanno assunto la postura dello struzzo, e non si pronunciano perché la pensano allo stesso modo dei due partiti della maggioranza.

    Ora però questa estorsione dei diritti agli elettori non può continuare ad essere praticata.

    I danni sono già stati troppi, in termini soprattutto di crescita progressiva delle astensioni, che ha portato i votanti al di sotto del 50% degli aventi diritto al voto, che ha provocato l’aumento esponenziale della sfiducia per la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica e conseguentemente un progressivo distacco degli italiani dalle istituzioni, oltre che l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, ed il venir meno della tutela dei territori.

    In questi 21 anni di estorsione dei diritti dei cittadini si è costantemente ridotto il ruolo del parlamento, con una sempre crescente invasione dei ruoli istituzionali dell’esecutivo, la crescita abnorme dei decreti legge e la sempre maggiore riduzione dei tempi di esame del parlamento, e il conseguente ricorso del governo al voto di fiducia (che con 108 voti di fiducia ha raggiunto il record storico  rispetto ai precedenti governi), sottraendo ad un parlamento già ridotto a semplice passacarte dell’esecutivo, perfino il diritto di tempi ragionevoli per un  doveroso diritto di dibattito.

    Ma soprattutto ciò che è in evidente ed intollerabile mancanza è l’assenza di libertà e totale autonomia dei parlamentari che, essendo nominati, non hanno margini di reazione alle decisioni sbagliate dei capi partito, che li comandano a bacchetta e possono provvedere a fine legislatura, in caso di contrasto, alla loro sostituzione.

    L’esempio più chiaro di questa gravissima violazione del diritto di totale libertà dei parlamentari, è stata la gestione della legge sull’Autonomia Differenziata, che ha visto silenti per oltre un anno mezzo, ma fortemente preoccupati, i parlamentari della Destra di governo, a votare in silenzio l’approvazione di una legge che avrebbe massacrato, se non ci fosse stato il provvidenziale intervento della Corte Costituzionale, l’intero meridione italiano.

    Con parlamentari liberi e indipendenti, come li garantisce la Carta Costituzionale, la lega non avrebbe mai potuto proporre un provvedimento di tale portata, perché non avrebbe trovato un parlamentare del sud disposto a massacrare il suo territorio.

    Ecco perché oggi più che mai è necessario che la nuova legge elettorale restituisca agli italiani i diritti costituzionali della Rappresentanza, e si ritorni alla libertà di azione degli eletti che, in democrazia, rispondono agli elettori e non ai capi partito, e ciò deve essere chiaro a tutti i partiti, che devono ora dichiarare la oro posizione affinché tutti i cittadini sappiano chi vuole continuare a estorcere i diritti costituzionali e chi invece dopo 21 anni, consente di ritornare al rispetto della Costituzione, per salvare la democrazia.

  • Nuovo passo in Ungheria

    L’Ungheria ha votato ed ha scelto di essere sempre più Europea e non amica di Putin e di chiunque, con indifferenza e cinismo, ha violato e viola ogni regola internazionale.

    Al nuovo leader ungherese l’augurio di sapere sempre sostenere gli interessi di tutti i suoi cittadini, in quanto ungheresi ed europei, in patria e nel Consiglio europeo per realizzare quelle scelte necessarie alla costruzione dell’unione politica e della difesa comune che da troppo tempo stiamo aspettando.

    L’Unione ha bisogno di scelte coraggiose che non possono più aspettare per l’incombere di guerre, ingiustizie, crisi economiche e sociali e la grande partecipazione al voto degli ungheresi ci fa sperare che, con la elezione di Magyar si possa cominciare un nuovo cammino di democrazia condivisa.

  • Elezioni in Ungheria

    C’è qualcuno più spregevole di un uomo che comanda e premia soldati e mercenari che uccidono a sangue freddo civili inermi, come è accaduto a Bucha e non solo.

    Sì, più spregevoli ancora sono i suoi lacchè, coloro che per propri interessi intessono relazioni con i nemici delle leggi internazionali, che sono spie all’interno dell’organizzazione alla quale appartengono per passare informazioni all’avversario quando questi è notoriamente un nemico della democrazia e della libertà, anche del suo stesso popolo.

    Vance avrebbe fatto meglio a stare a casa sua, dove i problemi abbondano, invece di volare in Ungheria per tentare di tirare la volata ad Orban con la speranza che lo stesso continui a governare appoggiando l’amico Putin e contrastando l’Unione Europea, che tanto sta sulle palle al suo capo Trump.

    Un mondo governato in troppi Stati da piccoli e grandi gerarchi, da piccoli uomini che si credono zar od imperatori, liberi di agire sempre e comunque seguendo i propri obiettivi e fuori da ogni legge è un mondo sempre più pericoloso.

    Se Orban, come risulta dalla telefonata con Putin, ormai si sente al suo servizio non può garantire la corretta permanenza dell’Ungheria all’interno dell’Unione, per questo, per il futuro dell’Ungheria e dell’Unione Europea, cioè per il nostro futuro di occidentali, è decisamente meglio che Orban perda le elezioni.

  • Un anno alle presidenziali francesi: après Macron le deluge

    Le elezioni municipali del 22 marzo hanno restituito una fotografia articolata e per certi versi contraddittoria dello stato politico della Francia a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2027. Più che indicare un vincitore netto, il voto locale ha evidenziato una dinamica tripolare – con punte di “quadripolarismo” – in cui nessuna forza appare oggi in grado di imporsi come egemone su scala nazionale. Il risultato più evidente è una relativa frenata degli estremi e una contestuale resilienza delle forze tradizionali e moderate, in un contesto però segnato da divisioni interne e crescente volatilità elettorale.

    Nel dettaglio, il voto ha confermato la capacità della sinistra di mantenere il controllo delle grandi città, mentre il Rassemblement National ha continuato ad avanzare nei territori periferici e nei centri di medie dimensioni, senza però riuscire a sfondare nei principali poli urbani. Allo stesso tempo, le forze centriste legate al presidente Emmanuel Macron e il centrodestra dei Repubblicani hanno mostrato segnali di tenuta, soprattutto a livello locale, ma senza riuscire a capitalizzare pienamente sul piano nazionale.

    Il campo centrista costruito attorno a Macron esce dalle municipali in una posizione ambigua. Da un lato, mantiene presidi importanti – come la rielezione di Édouard Philippe a Le Havre, figura sempre più centrale in vista del 2027 – dall’altro conferma una tendenza al ridimensionamento già emersa nelle consultazioni precedenti. Le elezioni locali hanno infatti mostrato un indebolimento della coalizione presidenziale, compressa tra la crescita delle opposizioni e una crescente polarizzazione del dibattito politico. Questo riflette un problema strutturale: il macronismo, nato come progetto di superamento dei tradizionali schieramenti di destra e sinistra, fatica oggi a rinnovare la propria proposta politica in un contesto dominato da temi identitari, sicurezza e costo della vita. Inoltre, il nodo della successione a Macron resta irrisolto. Il presidente non potrà ricandidarsi nel 2027 e il campo centrista appare privo di un meccanismo condiviso per selezionare un candidato unitario. La competizione latente tra figure come Philippe e altri esponenti dell’area rischia di frammentare ulteriormente uno spazio politico già sotto pressione.

    I Repubblicani emergono dalle municipali come una forza relativamente solida sul piano locale. Il partito ha ottenuto buoni risultati soprattutto nei centri medi, rivendicando una posizione di equilibrio tra gli estremi. Questa performance conferma una dinamica ormai consolidata: i Repubblicani conservano una forte rete territoriale e amministrativa, ma fatica a tradurre questo radicamento in consenso nazionale. La leadership resta oggetto di tensioni interne e la prospettiva di una candidatura presidenziale condivisa appare tutt’altro che definita. Il partito si trova inoltre stretto tra due poli competitivi: da un lato il Rassemblement National, che intercetta una parte crescente dell’elettorato conservatore e popolare; dall’altro il centro macroniano, che continua ad attrarre l’elettorato moderato e pro-europeo. In questo senso, il rischio per i Repubblicani è quello di una progressiva marginalizzazione, nonostante i successi locali.

    Il Rassemblement National conferma la propria crescita strutturale, ma anche i suoi limiti strategici. Il partito ha ottenuto risultati significativi in numerosi comuni e ha ampliato la propria presenza amministrativa, arrivando a governare decine di municipalità e a rafforzare la propria base territoriale. Tuttavia, il dato più rilevante è l’incapacità di conquistare le grandi città, nonostante le ambizioni della leadership. Questo evidenzia una persistente difficoltà del Rassemblement National a penetrare gli elettorati urbani, più giovani e istruiti, che restano meno permeabili alla sua offerta politica. Il partito resta forte, ma senza un ruolo egemone e in vista del 2027, molto dipenderà dalla capacità di Marine Le Pen o Jordan Bardella di ampliare il proprio appeal oltre la base tradizionale, superando la “linea rossa” che finora ha limitato l’accesso al potere nazionale.

    La sinistra è probabilmente il campo più contraddittorio. Da un lato, ottiene risultati significativi nelle grandi città: Parigi, Marsiglia e Lione restano saldamente sotto il controllo di forze progressiste. Questo rappresenta un segnale di vitalità, soprattutto per il Partito socialista, che ritrova centralità dopo anni di crisi. Dall’altro lato, il campo progressista resta profondamente diviso. Le tensioni tra socialisti, verdi e La France Insoumise emergono chiaramente sia nelle strategie elettorali sia nelle alleanze locali. In alcuni casi, la mancata cooperazione ha indebolito le possibilità di vittoria, mentre altrove alleanze tattiche hanno consentito di contenere l’avanzata della destra. La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Melenchon, mantiene una base elettorale significativa e appare più coesa rispetto ad altri attori della sinistra, ma la sua linea radicale continua a rappresentare un ostacolo alla costruzione di un fronte unitario. Qui emerge un punto critico nel tuo possibile schema interpretativo: considerare la sinistra come un blocco unico è fuorviante.

    In realtà si tratta di un arcipelago politico, in cui la competizione interna è spesso più intensa di quella con gli avversari. Nel complesso, le municipali del mese scorso confermano che la Francia si avvicina alle presidenziali del 2027 in una condizione di forte frammentazione e incertezza. Il sistema politico appare strutturato attorno a quattro poli: centro macroniano, centrodestra, destra radicale e sinistra divisa. Nessuno di questi è oggi in grado di imporsi da solo.

    Un altro elemento rilevante è il progressivo indebolimento del cosiddetto “barrage républicain”, cioè la capacità delle forze tradizionali di coalizzarsi per bloccare l’estrema destra. Questo meccanismo, fondamentale nelle elezioni passate, appare oggi meno automatico e più fragile, aumentando l’incertezza degli esiti futuri. Infine, va considerato un aspetto spesso sottovalutato: le elezioni municipali restano fortemente influenzate da dinamiche locali e non sono automaticamente trasponibili su scala nazionale. Tuttavia, esse offrono indicazioni preziose sulle tendenze di fondo: polarizzazione, crisi dei partiti tradizionali, centralità delle leadership e difficoltà di costruire coalizioni stabili. La Francia entra nella fase che precede le elezioni presidenziali con un equilibrio instabile. Il centro è indebolito ma ancora rilevante, la destra radicale cresce ma non sfonda, il centrodestra resiste senza imporsi, la sinistra vince nelle città ma resta divisa. Se c’è un elemento che emerge con chiarezza, è l’assenza di un candidato o di uno schieramento capace oggi di aggregare una maggioranza chiara. Più che una corsa a due, il 2027 si profila come una competizione aperta, in cui le alleanze – e le fratture interne – saranno decisive quanto i risultati elettorali.

  • La Nuova Legge elettorale senza i soliti soprusi dei partiti

    La legge elettorale, dopo la vittoria referendaria del No, e la conseguente evaporazione delle riforme del governo in carica, costituisce non solo l’unica legge che può e deve essere approvata, ma è anche necessaria per eliminare il sopruso dei capi partito, che da 21 anni continuano a usurpare il diritto di rappresentanza dei cittadini italiani tutelato dalla Costituzione.

    Una estorsione ingiustificata e incostituzionale, per ben due volte dichiarata dalla Consulta in contrasto con la Costituzione, ma che ha continuato ad essere praticata a esclusivo vantaggio dei capi partito, che ha tolto il diritto di scelta dei propri parlamentari ai cittadini italiani, che ha provocato un progressivo distacco tra popolo e istituzioni, nonché l’aumento esponenziale della sfiducia e dell’assenteismo elettorale, e la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica, per l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, oltre che di tutela dei territori.

    Ma le intenzioni sulla nuova legge, presentata alle camere dalla destra di governo alcuni giorni prima del Referendum, non solo non sembrano indirizzate alla restituzione del diritto di rappresentanza agli italiani, ma a inserire ben altre violazioni costituzionali.

    Infatti, non solo su pressione dei due vice premier Salvini e Tajani sono state eliminate dal testo le preferenze, che il Premier Meloni aveva inserito inizialmente per consentire la scelta dei parlamentari, e quindi lasciando fuori il diritto di rappresentanza, ma nella nuova legge elettorale risalta inoltre l’idea di concedere un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% di voti, che appare una forzatura esagerata.

    Infatti, con una astensione abituale di oltre il 50% di elettori, Il 40% di voti corrisponde a poco più del 20% dei votanti, mentre il premio di maggioranza consentirebbe di attribuire il 55% dei seggi parlamentari, con una evidente sproporzione già in passato ritenuta incostituzionale.

    E quindi il risultato sarebbe che, mantenendo questo testo, per la quarta volta il parlamento tornerebbe a votare una legge incostituzionale.

    Una proposta inaccettabile che la dice lunga sul rispetto della Costituzione e soprattutto dei cittadini.

    I principali capi partito contrari alla introduzione delle preferenze sono Salvini e Tajani che hanno affermato il loro No sul tema, ed ottenuto la cancellazione delle preferenze perché vogliono ancora conservare senza vergogna il potere per continuare a nominare i fedelissimi, e godere di una sottomissione tipica degli Yes Man.

    Ma non sono solo loro, a pensarla così.

    Infatti anche i leader della sinistra al momento non hanno dichiarato nulla sul tema della reintroduzione delle preferenze, ma è noto che non gradiscono rinunciare ad un privilegio non dovuto, e procedere per la quarta volta a votare una legge incostituzionale.

    Gli stessi personaggi che hanno esaltato la vittoria del No al Referendum per la riforma della giustizia, e soprattutto per la difesa della Costituzione.

    Della serie che, se conviene sono per il rispetto e la tutela della Costituzione, ma se non conviene alzano le spallucce e ignorano le gravissime violazioni.

    Ma oggi, dopo 21 anni di vergognosa negazione dei diritti degli italiani sulla scelta dei propri parlamentari, e una crescita progressiva di astensioni che ha portato al di sotto del 50% i votanti, c’è stato un Referendum che ha stimolato un ritorno importante di partecipazione collettiva, e soprattutto di milioni di giovani che hanno rivendicato il loro diritto di partecipazione.

    Quindi oggi non ci sono più le condizioni di forzatura della Costituzione per gratificare graziosi privilegi ai capipartito, come si evince dal segnale del presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso, che ha lanciato per la prima volta la proposta di istituire un canale di collaborazione con il Parlamento sulle pronunce di “monito” che troppo spesso restano “inascoltate”.

    E in particolare sulla legge elettorale ha ricordato che “La Corte Costituzionale ha affermato principi che riguardano il premio di maggioranza, l’eventuale ballottaggio, le candidature e le liste bloccate, che non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale”.

    Un monito che non consente giochetti sotto banco dei capipartito che si scontrano costantemente su tutto, ma che sono sempre d’accordo sulle violazioni che li favoriscono.

    In altre parole, ritornano i cittadini al voto, la Corte Costituzionale si è pronunciata e si sono alzati il livelli dei controlli di istituzioni e cittadini, e non si potrà consentire ai leader dei partiti di Destra  Salvini e Tajani, e di Sinistra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni che possano ancora una volta ignorare la Costituzione e  l’assoluta esigenza di restituire il diritto di rappresentanza agli italiani, rinunciando all’ennesima approvazione di una legge elettorale incostituzionale e soprattutto di boicottare il ritorno alle urne dei giovani elettori sul referendum, per scongiurare che questa voglia di partecipazione sia risucchiata di nuovo nell’assenteismo.

    Ed infine, giusto per essere chiari, una raccomandazione ad escludere voti segreti nell’ambito dei lavori per l’approvazione della nuova legge elettorale.

  • Immunità parlamentare

    Gli ultimi casi che si sono verificati, da Delmastro alla Salis, dimostrano la necessità di dare ai cittadini la certezza, per l’immunità dei parlamentari, che le regole sono trasparenti e non aggirabili.

    Il parlamentare deve avere garantita l’immunità solo per le sue dichiarazioni in ambito politico o nell’espletamento della sua funzione, dichiarazioni che comunque non possono incitare alla violenza o ad azioni che contrastino con le leggi vigenti che, come ogni altro cittadino, ogni parlamentare deve rispettare.

    Troppi casi poco chiari, o fin troppo chiari, si stanno susseguendo da anni in Italia ed anche al Parlamento europeo, essere eletti a rappresentare i cittadini è un onore ed un onere non un privilegio di impunità rispetta ad azioni, dichiarazioni, atteggiamenti riprovevoli o passibili di procedimento penale, civile, amministrativo, per il resto della popolazione.

    Ci auguriamo che tutte le forze politiche, finalmente, si adoperino in questo senso.

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • Comunque vada, abbiamo perso tutti

    Un commento al risultato del voto prima del voto perché, comunque vada, abbiamo perso tutti per diversi motivi:

    1) l’affluenza sarà bassa rispetto ad una democrazia condivisa e compiuta dove i cittadini si sentano, almeno un po’, partecipi e coinvolti nelle scelte, a prescindere dai personali orientamenti partitici;
    2) gli insulti, i toni violenti, le falsità che hanno contraddistinto la campagna referendaria, con toni da curva delle peggiori tifoserie, hanno portato la politica, e parte della società civile, al livello più basso per radicalizzazioni ideologiche ed incapacità di corretto confronto;

    3) la guerra ci ha messo di fronte a realtà che mettono a rischio la nostra sicurezza ed il futuro, infatti, secondo quanto dichiarato dal governo, saremmo in grado di difenderci da attacchi missilistici solo  per una manciata di ore e non esistono rifugi per la popolazione né scorte di vario tipo, e queste notizie ora sono di dominio pubblico!

    4) l’incapacità, anche per colpa italiana, di arrivare al voto a maggioranza, nel Consiglio europeo, sta rendendo oltremodo difficile salvare l’Ucraina dalla violenza del suo aggressore e Putin, con la Cina, sostiene ed aiuta l’Iran, mentre il turco Erdogan, pur essendo nella Nato, rinnova il progetto di totale distruzione di Israele, il che dimostra, ancora una volta, che l’attuale diplomazia non è in grado di poter dialogare con il delirio guerrafondaio e di onnipotenza di personaggi come Putin, Trump ed i loro simili;

    5) tra i nuovi problemi che dobbiamo affrontare, a causa della crisi energetica, del blocco navale, delle reali minacce di una recrudescenza del terrorismo e dell’immigrazione, si assommano alle nostre irrisolte e ormai tradizionali emergenze, prime fra tutte il sempre più inefficiente servizio sanitario, una priorità per milioni di italiani costretti a non curarsi o a fare ricorso al privato, e la carenza energetica.
    Potremmo elencare altri punti, non ultimo il danno che l’uso improprio, fraudolento, della Rete continua a portare sia nella vita dei più giovani, con esempi negativi ed inviti alla violenza, che dei più anziani, con truffe di vario tipo, ma lasciamo ai nostri lettori questo compito sperando, nel frattempo, che un po’ di buon senso e di percezione della realtà indirizzino le forze politiche, a partire da quelle che governano.

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