Elezioni

  • Un anno alle presidenziali francesi: après Macron le deluge

    Le elezioni municipali del 22 marzo hanno restituito una fotografia articolata e per certi versi contraddittoria dello stato politico della Francia a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2027. Più che indicare un vincitore netto, il voto locale ha evidenziato una dinamica tripolare – con punte di “quadripolarismo” – in cui nessuna forza appare oggi in grado di imporsi come egemone su scala nazionale. Il risultato più evidente è una relativa frenata degli estremi e una contestuale resilienza delle forze tradizionali e moderate, in un contesto però segnato da divisioni interne e crescente volatilità elettorale.

    Nel dettaglio, il voto ha confermato la capacità della sinistra di mantenere il controllo delle grandi città, mentre il Rassemblement National ha continuato ad avanzare nei territori periferici e nei centri di medie dimensioni, senza però riuscire a sfondare nei principali poli urbani. Allo stesso tempo, le forze centriste legate al presidente Emmanuel Macron e il centrodestra dei Repubblicani hanno mostrato segnali di tenuta, soprattutto a livello locale, ma senza riuscire a capitalizzare pienamente sul piano nazionale.

    Il campo centrista costruito attorno a Macron esce dalle municipali in una posizione ambigua. Da un lato, mantiene presidi importanti – come la rielezione di Édouard Philippe a Le Havre, figura sempre più centrale in vista del 2027 – dall’altro conferma una tendenza al ridimensionamento già emersa nelle consultazioni precedenti. Le elezioni locali hanno infatti mostrato un indebolimento della coalizione presidenziale, compressa tra la crescita delle opposizioni e una crescente polarizzazione del dibattito politico. Questo riflette un problema strutturale: il macronismo, nato come progetto di superamento dei tradizionali schieramenti di destra e sinistra, fatica oggi a rinnovare la propria proposta politica in un contesto dominato da temi identitari, sicurezza e costo della vita. Inoltre, il nodo della successione a Macron resta irrisolto. Il presidente non potrà ricandidarsi nel 2027 e il campo centrista appare privo di un meccanismo condiviso per selezionare un candidato unitario. La competizione latente tra figure come Philippe e altri esponenti dell’area rischia di frammentare ulteriormente uno spazio politico già sotto pressione.

    I Repubblicani emergono dalle municipali come una forza relativamente solida sul piano locale. Il partito ha ottenuto buoni risultati soprattutto nei centri medi, rivendicando una posizione di equilibrio tra gli estremi. Questa performance conferma una dinamica ormai consolidata: i Repubblicani conservano una forte rete territoriale e amministrativa, ma fatica a tradurre questo radicamento in consenso nazionale. La leadership resta oggetto di tensioni interne e la prospettiva di una candidatura presidenziale condivisa appare tutt’altro che definita. Il partito si trova inoltre stretto tra due poli competitivi: da un lato il Rassemblement National, che intercetta una parte crescente dell’elettorato conservatore e popolare; dall’altro il centro macroniano, che continua ad attrarre l’elettorato moderato e pro-europeo. In questo senso, il rischio per i Repubblicani è quello di una progressiva marginalizzazione, nonostante i successi locali.

    Il Rassemblement National conferma la propria crescita strutturale, ma anche i suoi limiti strategici. Il partito ha ottenuto risultati significativi in numerosi comuni e ha ampliato la propria presenza amministrativa, arrivando a governare decine di municipalità e a rafforzare la propria base territoriale. Tuttavia, il dato più rilevante è l’incapacità di conquistare le grandi città, nonostante le ambizioni della leadership. Questo evidenzia una persistente difficoltà del Rassemblement National a penetrare gli elettorati urbani, più giovani e istruiti, che restano meno permeabili alla sua offerta politica. Il partito resta forte, ma senza un ruolo egemone e in vista del 2027, molto dipenderà dalla capacità di Marine Le Pen o Jordan Bardella di ampliare il proprio appeal oltre la base tradizionale, superando la “linea rossa” che finora ha limitato l’accesso al potere nazionale.

    La sinistra è probabilmente il campo più contraddittorio. Da un lato, ottiene risultati significativi nelle grandi città: Parigi, Marsiglia e Lione restano saldamente sotto il controllo di forze progressiste. Questo rappresenta un segnale di vitalità, soprattutto per il Partito socialista, che ritrova centralità dopo anni di crisi. Dall’altro lato, il campo progressista resta profondamente diviso. Le tensioni tra socialisti, verdi e La France Insoumise emergono chiaramente sia nelle strategie elettorali sia nelle alleanze locali. In alcuni casi, la mancata cooperazione ha indebolito le possibilità di vittoria, mentre altrove alleanze tattiche hanno consentito di contenere l’avanzata della destra. La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Melenchon, mantiene una base elettorale significativa e appare più coesa rispetto ad altri attori della sinistra, ma la sua linea radicale continua a rappresentare un ostacolo alla costruzione di un fronte unitario. Qui emerge un punto critico nel tuo possibile schema interpretativo: considerare la sinistra come un blocco unico è fuorviante.

    In realtà si tratta di un arcipelago politico, in cui la competizione interna è spesso più intensa di quella con gli avversari. Nel complesso, le municipali del mese scorso confermano che la Francia si avvicina alle presidenziali del 2027 in una condizione di forte frammentazione e incertezza. Il sistema politico appare strutturato attorno a quattro poli: centro macroniano, centrodestra, destra radicale e sinistra divisa. Nessuno di questi è oggi in grado di imporsi da solo.

    Un altro elemento rilevante è il progressivo indebolimento del cosiddetto “barrage républicain”, cioè la capacità delle forze tradizionali di coalizzarsi per bloccare l’estrema destra. Questo meccanismo, fondamentale nelle elezioni passate, appare oggi meno automatico e più fragile, aumentando l’incertezza degli esiti futuri. Infine, va considerato un aspetto spesso sottovalutato: le elezioni municipali restano fortemente influenzate da dinamiche locali e non sono automaticamente trasponibili su scala nazionale. Tuttavia, esse offrono indicazioni preziose sulle tendenze di fondo: polarizzazione, crisi dei partiti tradizionali, centralità delle leadership e difficoltà di costruire coalizioni stabili. La Francia entra nella fase che precede le elezioni presidenziali con un equilibrio instabile. Il centro è indebolito ma ancora rilevante, la destra radicale cresce ma non sfonda, il centrodestra resiste senza imporsi, la sinistra vince nelle città ma resta divisa. Se c’è un elemento che emerge con chiarezza, è l’assenza di un candidato o di uno schieramento capace oggi di aggregare una maggioranza chiara. Più che una corsa a due, il 2027 si profila come una competizione aperta, in cui le alleanze – e le fratture interne – saranno decisive quanto i risultati elettorali.

  • La Nuova Legge elettorale senza i soliti soprusi dei partiti

    La legge elettorale, dopo la vittoria referendaria del No, e la conseguente evaporazione delle riforme del governo in carica, costituisce non solo l’unica legge che può e deve essere approvata, ma è anche necessaria per eliminare il sopruso dei capi partito, che da 21 anni continuano a usurpare il diritto di rappresentanza dei cittadini italiani tutelato dalla Costituzione.

    Una estorsione ingiustificata e incostituzionale, per ben due volte dichiarata dalla Consulta in contrasto con la Costituzione, ma che ha continuato ad essere praticata a esclusivo vantaggio dei capi partito, che ha tolto il diritto di scelta dei propri parlamentari ai cittadini italiani, che ha provocato un progressivo distacco tra popolo e istituzioni, nonché l’aumento esponenziale della sfiducia e dell’assenteismo elettorale, e la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica, per l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, oltre che di tutela dei territori.

    Ma le intenzioni sulla nuova legge, presentata alle camere dalla destra di governo alcuni giorni prima del Referendum, non solo non sembrano indirizzate alla restituzione del diritto di rappresentanza agli italiani, ma a inserire ben altre violazioni costituzionali.

    Infatti, non solo su pressione dei due vice premier Salvini e Tajani sono state eliminate dal testo le preferenze, che il Premier Meloni aveva inserito inizialmente per consentire la scelta dei parlamentari, e quindi lasciando fuori il diritto di rappresentanza, ma nella nuova legge elettorale risalta inoltre l’idea di concedere un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% di voti, che appare una forzatura esagerata.

    Infatti, con una astensione abituale di oltre il 50% di elettori, Il 40% di voti corrisponde a poco più del 20% dei votanti, mentre il premio di maggioranza consentirebbe di attribuire il 55% dei seggi parlamentari, con una evidente sproporzione già in passato ritenuta incostituzionale.

    E quindi il risultato sarebbe che, mantenendo questo testo, per la quarta volta il parlamento tornerebbe a votare una legge incostituzionale.

    Una proposta inaccettabile che la dice lunga sul rispetto della Costituzione e soprattutto dei cittadini.

    I principali capi partito contrari alla introduzione delle preferenze sono Salvini e Tajani che hanno affermato il loro No sul tema, ed ottenuto la cancellazione delle preferenze perché vogliono ancora conservare senza vergogna il potere per continuare a nominare i fedelissimi, e godere di una sottomissione tipica degli Yes Man.

    Ma non sono solo loro, a pensarla così.

    Infatti anche i leader della sinistra al momento non hanno dichiarato nulla sul tema della reintroduzione delle preferenze, ma è noto che non gradiscono rinunciare ad un privilegio non dovuto, e procedere per la quarta volta a votare una legge incostituzionale.

    Gli stessi personaggi che hanno esaltato la vittoria del No al Referendum per la riforma della giustizia, e soprattutto per la difesa della Costituzione.

    Della serie che, se conviene sono per il rispetto e la tutela della Costituzione, ma se non conviene alzano le spallucce e ignorano le gravissime violazioni.

    Ma oggi, dopo 21 anni di vergognosa negazione dei diritti degli italiani sulla scelta dei propri parlamentari, e una crescita progressiva di astensioni che ha portato al di sotto del 50% i votanti, c’è stato un Referendum che ha stimolato un ritorno importante di partecipazione collettiva, e soprattutto di milioni di giovani che hanno rivendicato il loro diritto di partecipazione.

    Quindi oggi non ci sono più le condizioni di forzatura della Costituzione per gratificare graziosi privilegi ai capipartito, come si evince dal segnale del presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso, che ha lanciato per la prima volta la proposta di istituire un canale di collaborazione con il Parlamento sulle pronunce di “monito” che troppo spesso restano “inascoltate”.

    E in particolare sulla legge elettorale ha ricordato che “La Corte Costituzionale ha affermato principi che riguardano il premio di maggioranza, l’eventuale ballottaggio, le candidature e le liste bloccate, che non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale”.

    Un monito che non consente giochetti sotto banco dei capipartito che si scontrano costantemente su tutto, ma che sono sempre d’accordo sulle violazioni che li favoriscono.

    In altre parole, ritornano i cittadini al voto, la Corte Costituzionale si è pronunciata e si sono alzati il livelli dei controlli di istituzioni e cittadini, e non si potrà consentire ai leader dei partiti di Destra  Salvini e Tajani, e di Sinistra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni che possano ancora una volta ignorare la Costituzione e  l’assoluta esigenza di restituire il diritto di rappresentanza agli italiani, rinunciando all’ennesima approvazione di una legge elettorale incostituzionale e soprattutto di boicottare il ritorno alle urne dei giovani elettori sul referendum, per scongiurare che questa voglia di partecipazione sia risucchiata di nuovo nell’assenteismo.

    Ed infine, giusto per essere chiari, una raccomandazione ad escludere voti segreti nell’ambito dei lavori per l’approvazione della nuova legge elettorale.

  • Immunità parlamentare

    Gli ultimi casi che si sono verificati, da Delmastro alla Salis, dimostrano la necessità di dare ai cittadini la certezza, per l’immunità dei parlamentari, che le regole sono trasparenti e non aggirabili.

    Il parlamentare deve avere garantita l’immunità solo per le sue dichiarazioni in ambito politico o nell’espletamento della sua funzione, dichiarazioni che comunque non possono incitare alla violenza o ad azioni che contrastino con le leggi vigenti che, come ogni altro cittadino, ogni parlamentare deve rispettare.

    Troppi casi poco chiari, o fin troppo chiari, si stanno susseguendo da anni in Italia ed anche al Parlamento europeo, essere eletti a rappresentare i cittadini è un onore ed un onere non un privilegio di impunità rispetta ad azioni, dichiarazioni, atteggiamenti riprovevoli o passibili di procedimento penale, civile, amministrativo, per il resto della popolazione.

    Ci auguriamo che tutte le forze politiche, finalmente, si adoperino in questo senso.

  • L’interesse nazionale

    Ora che, presumibilmente, i problemi legati ad esponenti di governo, o al governo collegati, si sono risolti con le dimissioni, purtroppo tardive, speriamo che l’attenzione di tutti, maggioranza ed opposizioni, si concentri con quello che serve agli italiani in un momento particolarmente difficile per i riflessi che hanno, ed avranno, sulla nostra economia e sicurezza, e su quelle europee, le guerre in corso.

    Al di là delle legittime aspirazioni di ciascuno, conquistare la guida del Paese o mantenerla secondo il risultato delle ultime elezioni, vi è oggi la necessità di accantonare per un certo tempo le accuse reciproche, spesso infarcite da palesi false notizie.

    L’interesse nazionale dovrebbe prevalere sugli interessi di parte, se la politica ha ancora un senso in una società dove spesso la parola democrazia resta una parola.

    Le questioni legate alla sicurezza, all’energia, alla sanità e, non ultimo, alla presa di coscienza di una deriva sempre più violenta di troppi adolescenti, anche per colpa di un uso improprio dei social, richiedono un dialogo, tra opposti schieramenti, libero, libero per qualche tempo da cappi ideologici e sogni di rivincita.

    E’ evidente inoltre, per chi è in buona fede, la necessità di arrivare alle prossime elezioni nazionali con una legge che riporti i cittadini a poter scegliere, con un voto di preferenza, chi li rappresenterà, solo così torneremo a coinvolgere gli elettori e torneremo ad una rappresentanza parlamentare libera dalla schiavitù dei capi partito.

    Solo con una legge elettorale che riporti i cittadini a scegliere, con la preferenza, i parlamentari il futuro premier avrà un parlamento capace di aiutarlo a difendere e sostenere, in Europa e nel mondo, gli interessi legittimi dell’Italia.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • Comunque vada, abbiamo perso tutti

    Un commento al risultato del voto prima del voto perché, comunque vada, abbiamo perso tutti per diversi motivi:

    1) l’affluenza sarà bassa rispetto ad una democrazia condivisa e compiuta dove i cittadini si sentano, almeno un po’, partecipi e coinvolti nelle scelte, a prescindere dai personali orientamenti partitici;
    2) gli insulti, i toni violenti, le falsità che hanno contraddistinto la campagna referendaria, con toni da curva delle peggiori tifoserie, hanno portato la politica, e parte della società civile, al livello più basso per radicalizzazioni ideologiche ed incapacità di corretto confronto;

    3) la guerra ci ha messo di fronte a realtà che mettono a rischio la nostra sicurezza ed il futuro, infatti, secondo quanto dichiarato dal governo, saremmo in grado di difenderci da attacchi missilistici solo  per una manciata di ore e non esistono rifugi per la popolazione né scorte di vario tipo, e queste notizie ora sono di dominio pubblico!

    4) l’incapacità, anche per colpa italiana, di arrivare al voto a maggioranza, nel Consiglio europeo, sta rendendo oltremodo difficile salvare l’Ucraina dalla violenza del suo aggressore e Putin, con la Cina, sostiene ed aiuta l’Iran, mentre il turco Erdogan, pur essendo nella Nato, rinnova il progetto di totale distruzione di Israele, il che dimostra, ancora una volta, che l’attuale diplomazia non è in grado di poter dialogare con il delirio guerrafondaio e di onnipotenza di personaggi come Putin, Trump ed i loro simili;

    5) tra i nuovi problemi che dobbiamo affrontare, a causa della crisi energetica, del blocco navale, delle reali minacce di una recrudescenza del terrorismo e dell’immigrazione, si assommano alle nostre irrisolte e ormai tradizionali emergenze, prime fra tutte il sempre più inefficiente servizio sanitario, una priorità per milioni di italiani costretti a non curarsi o a fare ricorso al privato, e la carenza energetica.
    Potremmo elencare altri punti, non ultimo il danno che l’uso improprio, fraudolento, della Rete continua a portare sia nella vita dei più giovani, con esempi negativi ed inviti alla violenza, che dei più anziani, con truffe di vario tipo, ma lasciamo ai nostri lettori questo compito sperando, nel frattempo, che un po’ di buon senso e di percezione della realtà indirizzino le forze politiche, a partire da quelle che governano.

  • In attesa di Giustizia: correnti impetuose

    Probabilmente molti elettori, e forse anche molti tra i lettori de Il Patto Sociale, si saranno domandati in cosa consista il “correntismo” della magistratura che la riforma sottoposta a referendum si propone quantomeno di indebolire introducendo il sorteggio dei componenti del C.S.M fino ad oggi eletti dagli appartenenti all’Ordine Giudiziario con tanto di campagna elettorale per ciascun candidato sostenuto, appunto, dalla rispettiva corrente di appartenenza. Facciamo, dunque, un esempio che aiuti ad orientarsi il 22 e 23 marzo.

    Il P.M. Tizio, capo della corrente Alfa, ha chiamato un collega, il giudice Sempronio componente del CSM, per “segnalargli” che il P.M. Caio, ha fatto domanda per l’ambito posto di Procuratore della Repubblica di Vattelapesca: tutti e tre fanno parte della corrente Alfa. A seguito della segnalazione, il giudice Sempronio chiama il P.M. Mevio, eletto al Csm per la corrente Beta, per chiedergli se sia disposto a votare in favore di Tizio. Il P.M. Mevio gli fa presente che ci sarebbe anche il buon P.M. Nullo che aspira allo stesso posto ed è molto più bravo di Mevio, ma che però non appartiene a nessuna corrente. A seguito del colloquio, il P.M. Augusto, dopo avere avuto l’autorizzazione del suo capo corrente, la Beta, si rende disponibile a votare il P.M. Mevio per la procura di Vattelapesca, a condizione però che il giudice Sempronio e la sua corrente Alfa gli ricambino il favore votando il giudice Filano, che appartiene alla corrente Beta e ha fatto domanda per il posto di presidente del tribunale di Roccapizzopapero. A seguito dell’accordo, Mevio viene nominato Procuratore della Repubblica di Vattelapesca, e Filano diventa presidente del tribunale di Roccapizzopapero. Intanto il P.M. Nullo, ignaro del tutto perché è un benpensante, continua a spalare carte e a fare domande per posti che non otterrà mai perché non ha una corrente che lo sostenga…fa il ricorso al Tar e lo vince, ma il giudice Sempronio e il P.M. Mevio, forti dell’accordo raggiunto, se ne sbattono della sentenza ed altrettanto fa il CSM che conferma la nomina del P.M. Caio solo modificando la motivazione con l’aggiunta di qualche elegiaco riferimento a competenze mai emerse di Nevio quand’anche fosse un ciuccio matricolato.

    Questo è quanto e quello che non vi dicono i fieri avversari del sorteggio è che già dal 2017 – prima dello scandalo Palamara – il C.S.M. ha adottato il sorteggio per la selezione dei magistrati che devono far parte delle commissioni di concorso per l’accesso alla magistratura: sorteggio che è stato introdotto proprio per ridurre i condizionamenti che venivano esercitati anche nella delicatissima incombenza di individuare chi potesse avere qualifiche e valori personali tali da poter decidere competenze, preparazione e attitudine per svolgere la delicatissima funzione di magistrato.

  • La nuova democrazia dalla Svizzera al Galles

    Il nuovo modello istituzionale, tra autonomia e democrazia diretta, ha trovato nella Svizzera prima ed ora nel Galles l’unica soluzione reale assolutamente non ideologica, il cui unico obiettivo è rappresentato dalla volontà di riportare al centro dell’interesse dello Stato le aspettative e i bisogni dei cittadini che non possono più venire considerati come semplici elettori.

    In Galles è stato presentato un disegno di legge che introduce un meccanismo di richiamo che permette agli elettori di rimuovere un membro del Senedd (organo legislativo monocamerale) prima della fine del mandato in presenza di determinati “eventi scatenanti”. Questi sono rappresentati innanzitutto da una condanna penale nel caso un politico venisse condannato a una pena detentiva (anche sospesa). In secondo luogo, e qui si entra veramente all’interno di una democrazia diretta, viene inserito il fattore discrezionale riconosciuto agli elettori in caso di una “grave cattiva condotta”.

    In altre parole, se il Comitato per gli Standard di Condotta accertasse una violazione grave, inclusa la menzogna deliberata o dichiarazioni ingannevoli, allora verrebbe avviato un processo di richiamo, con il quale, una volta attivato, sarebbe avviata una petizione locale e nel caso raggiungesse una soglia minima di firme (solitamente il 10%) determinerebbe la decadenza del politico e subito verrebbero indette nuove elezioni.

    Ancora una volta il livello di autonomia e di autodeterminazione di una comunità rappresenta l’unica forma istituzionale in grado di produrre delle norme finalmente a favore degli elettori, i quali possono dare forma alla propria volontà non solo attraverso l’esercizio del diritto di voto, ma anche attraverso un controllo relativo all’attività del proprio rappresentante.

    Esattamente come in Svizzera, dove i cittadini vengono chiamati ad esprimere la propria opinione vincolante in relazione a moltissimi argomenti, anche di natura economica e fiscale, attraverso l’istituto del referendum e del voto postale, ora dal Galles i rappresentati, cioè gli elettori, vengono messi nella condizione di annullare il mandato elettorale ad un proprio rappresentante.

    Se l’autonomia rappresenta la precondizione per ripristinare la relazione tra le decisioni politiche e gli interessi dei cittadini, sarebbe decisamente auspicabile adottare il modello della autonomia Cantonale Svizzera rispetto a quello che si vorrebbe invece inserire nel Veneto, che determinerebbe semplicemente la sostituzione di una burocrazia statale con una regionale.

    In Italia, invece, ogni modifica del sistema elettorale (*), come la stessa “riforma istituzionale” (Premierato?) proposta dal governo Meloni, hanno come unico obiettivo quello di rafforzare il potere dei partiti e della maggioranza parlamentare che lo sostiene in nome di una ricerca di stabilità. La medesima ricerca rappresentava, allora, la giustificazione intellettuale, politica ed ideologica adotta per l’introduzione della legge truffa nel 1953. Dopo 73 anni, in nome della medesima ricerca di stabilità, si tenta di proporre una evoluzione elettorale ed istituzionali che presenta i medesimi presupposti intellettuali della legge truffa del ‘53, e che tende a limitare la capacità decisionale degli elettori.

    L’ultima, come quelle precedenti riforme elettorale ed istituzionali risultano espressione di un’altra mentalità politica ed una visione istituzionale opposte a quelle adottate in Svizzera ed ora in Galles, le uniche che congiuntamente dimostrano la volontà di riportare l’interesse dei cittadini al centro delle priorità di uno Stato.

    (*) L’Italia ha avuto molteplici sistemi elettorali dal dopoguerra, passando da un proporzionale puro (PR) a sistemi maggioritari misti (Mattarellum), a formule proporzionali con correttivi maggioritari (Porcellum, Italicum, Rosatellum), con almeno 5-6 leggi elettorali principali e numerosi aggiustamenti.

  • Il necessario ritorno alla realtà

    Una volta acquisiti i risultati delle elezioni regionali caratterizzate, specialmente in Veneto, da un tono molto garbato, sarebbe ora opportuno ritornare immediatamente alla realtà politica ed economica.

    Andrebbe Infatti ricordato come, nonostante una campagna elettorale in particolar modo in Veneto decisamente breve, il contesto internazionale non si sia fermato per attendere i risultati delle elezioni del Veneto, Campania e Puglia e le inevitabili ripercussioni in ambito politico tanto regionale quanto nazionale.

    Viceversa, nella corsa all’innovazione la Cina, come espressione della volontà legata ad una diminuzione dei costi e dei tempi in termini generali (*), ha avviato un possibile cambiamento che potrebbe determinare delle ricadute importanti, e non certo positive, anche per il tessuto produttivo ed economico del Veneto, del nord Italia e dell’Italia intera.

    La Cina, infatti, ha inaugurato la rotta artica per il trasporto delle merci dall’estremo Oriente fino ai mercati occidentali definita “Via della Seta Polare” (Polar Silk Road), alternativa strategica alle rotte tradizionali che passano per il canale di Suez. Questa nuova opzione strategica determina inevitabilmente delle implicazioni sia economiche che geopolitiche importanti, in quanto, pur essendo ancora una rotta legata alla stagionalità, tuttavia la Cina ed il suo sistema cantieristico stanno avviando la produzione di colossi del mare porta container in grado di rompere i ghiacci artici.

    Come inevitabile conseguenza la ricaduta in termini economici, soprattutto in termini logistici, in ambito europeo e nello specifico italiano e Veneto potrebbe essere devastante, in quanto questa rotta favorirà il sistema portuale del Nord Europa con grandi penalizzazioni per i porti nel sud Europa, in primis quelli italiani, fatta forse eccezione per il porto di Trieste grazie alla sua specializzazione negli idrocarburi.

    Questa nuova via della seta Polare, infatti, permette di dimezzare i tempi di navigazione portandoli dai 40 giorni per il canale di Suez ai 18 per la via artica diminuendo quindi di circa il 50% il consumo di nafta pesante e, di conseguenza, i costi di trasporto e, sotto il profilo logistico, lasciando scoperti buona parte dei porti del Sud Europa, italiani in primis. E non andrebbe, poi, dimenticato come questa nuova rotta nasca dal rafforzamento degli accordi tra la Cina e la Russia e andrebbe ulteriormente interpretata come una inevitabile conseguenza del fallimento diplomatico europeo e dei pacchetti di sanzioni economiche.

    Tornando quindi alle elezioni regionali sarebbe opportuno che tanto la maggioranza quanto l’opposizione, sia in ambito regionale che nazionale ed europeo, cominciassero a prendere in considerazione le sfide che attendono le singole regioni come il Paese nel suo complesso, anche in considerazione del fatto che  i buoni amministratori, come spesso si definiscono  i politici,  permettono, in ragione delle risorse, attraverso le proprie competenze il conseguimento di risultati politici, economici e sociali.

    La compressione, invece, degli scenari futuri richiede diverse e più articolate competenze, ma fondamentali per assicurare quelle risorse necessarie ai buoni amministratori.

    (*) adottando il principio “faster and cheaper”

  • A Milano non si possono ripetere gli errori del passato

    Il sindaco Sala, come riporta il Corriere della Sera, rivendica, contro le auto, il diritto a respirare, peccato però che a Milano si respiri sempre peggio proprio per colpa di scelte sbagliate e fatte solo per motivi ideologici proprio da lui e dalla sua amministrazione.
    il traffico diventa ogni giorno più congestionato per lavori e cantieri, di vario genere, ancora aperti dopo molti anni, e per le decisioni del sindaco e della sua giunta, le cui  uniche priorità sono le piste ciclabili, l’esponenziale, assurdo e a volte pericoloso, ingrandimento dei marciapiedi, le continue variazioni dei sensi di marcia, l’aumento delle aree pedonali.
    Tutto questo comporta che ogni giorno si debbano fare, anche per raggiungere luoghi relativamente vicini, tortuose giravolte per la città, consumando carburante, rimanendo spesso bloccati e trovandosi in seri problemi quando deve passare un’autoambulanza, un mezzo dei vigili del fuoco o delle forze dell’ordine e, di conseguenza, l’inquinamento aumenta.
    Politiche sbagliate e vessatorie a partire da quell’obbrobrio che è l’Area C che fa pagare anche i residenti per entrare ed uscire da casa propria!
    Sala, per legge, non si potrà ripresentare ma resta la spada di Damocle di un suo simile alla guida di Milano se il centro destra e il centro, con l’ausilio di coloro che nel passato non si sono recati alle urne o che, e ne abbiamo sentiti molti, si sono pentiti di aver votato a sinistra, visti i risultati, non daranno una svolta positiva per la città.
    Il presupposto è pero che coloro che vogliono il cambiamento abbiano un candidato che dia sicurezze sulla sua capacità di interpretare il vero cuore di Milano che non può, come ora, essere solo una città per ricchi, per rampanti, per affaristi e per turisti, è arrivato il momento di decidere e di decidere con cognizione di causa, non si possono ripetere gli errori del passato.

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