Elezioni

  • Comunque vada, abbiamo perso tutti

    Un commento al risultato del voto prima del voto perché, comunque vada, abbiamo perso tutti per diversi motivi:

    1) l’affluenza sarà bassa rispetto ad una democrazia condivisa e compiuta dove i cittadini si sentano, almeno un po’, partecipi e coinvolti nelle scelte, a prescindere dai personali orientamenti partitici;
    2) gli insulti, i toni violenti, le falsità che hanno contraddistinto la campagna referendaria, con toni da curva delle peggiori tifoserie, hanno portato la politica, e parte della società civile, al livello più basso per radicalizzazioni ideologiche ed incapacità di corretto confronto;

    3) la guerra ci ha messo di fronte a realtà che mettono a rischio la nostra sicurezza ed il futuro, infatti, secondo quanto dichiarato dal governo, saremmo in grado di difenderci da attacchi missilistici solo  per una manciata di ore e non esistono rifugi per la popolazione né scorte di vario tipo, e queste notizie ora sono di dominio pubblico!

    4) l’incapacità, anche per colpa italiana, di arrivare al voto a maggioranza, nel Consiglio europeo, sta rendendo oltremodo difficile salvare l’Ucraina dalla violenza del suo aggressore e Putin, con la Cina, sostiene ed aiuta l’Iran, mentre il turco Erdogan, pur essendo nella Nato, rinnova il progetto di totale distruzione di Israele, il che dimostra, ancora una volta, che l’attuale diplomazia non è in grado di poter dialogare con il delirio guerrafondaio e di onnipotenza di personaggi come Putin, Trump ed i loro simili;

    5) tra i nuovi problemi che dobbiamo affrontare, a causa della crisi energetica, del blocco navale, delle reali minacce di una recrudescenza del terrorismo e dell’immigrazione, si assommano alle nostre irrisolte e ormai tradizionali emergenze, prime fra tutte il sempre più inefficiente servizio sanitario, una priorità per milioni di italiani costretti a non curarsi o a fare ricorso al privato, e la carenza energetica.
    Potremmo elencare altri punti, non ultimo il danno che l’uso improprio, fraudolento, della Rete continua a portare sia nella vita dei più giovani, con esempi negativi ed inviti alla violenza, che dei più anziani, con truffe di vario tipo, ma lasciamo ai nostri lettori questo compito sperando, nel frattempo, che un po’ di buon senso e di percezione della realtà indirizzino le forze politiche, a partire da quelle che governano.

  • In attesa di Giustizia: correnti impetuose

    Probabilmente molti elettori, e forse anche molti tra i lettori de Il Patto Sociale, si saranno domandati in cosa consista il “correntismo” della magistratura che la riforma sottoposta a referendum si propone quantomeno di indebolire introducendo il sorteggio dei componenti del C.S.M fino ad oggi eletti dagli appartenenti all’Ordine Giudiziario con tanto di campagna elettorale per ciascun candidato sostenuto, appunto, dalla rispettiva corrente di appartenenza. Facciamo, dunque, un esempio che aiuti ad orientarsi il 22 e 23 marzo.

    Il P.M. Tizio, capo della corrente Alfa, ha chiamato un collega, il giudice Sempronio componente del CSM, per “segnalargli” che il P.M. Caio, ha fatto domanda per l’ambito posto di Procuratore della Repubblica di Vattelapesca: tutti e tre fanno parte della corrente Alfa. A seguito della segnalazione, il giudice Sempronio chiama il P.M. Mevio, eletto al Csm per la corrente Beta, per chiedergli se sia disposto a votare in favore di Tizio. Il P.M. Mevio gli fa presente che ci sarebbe anche il buon P.M. Nullo che aspira allo stesso posto ed è molto più bravo di Mevio, ma che però non appartiene a nessuna corrente. A seguito del colloquio, il P.M. Augusto, dopo avere avuto l’autorizzazione del suo capo corrente, la Beta, si rende disponibile a votare il P.M. Mevio per la procura di Vattelapesca, a condizione però che il giudice Sempronio e la sua corrente Alfa gli ricambino il favore votando il giudice Filano, che appartiene alla corrente Beta e ha fatto domanda per il posto di presidente del tribunale di Roccapizzopapero. A seguito dell’accordo, Mevio viene nominato Procuratore della Repubblica di Vattelapesca, e Filano diventa presidente del tribunale di Roccapizzopapero. Intanto il P.M. Nullo, ignaro del tutto perché è un benpensante, continua a spalare carte e a fare domande per posti che non otterrà mai perché non ha una corrente che lo sostenga…fa il ricorso al Tar e lo vince, ma il giudice Sempronio e il P.M. Mevio, forti dell’accordo raggiunto, se ne sbattono della sentenza ed altrettanto fa il CSM che conferma la nomina del P.M. Caio solo modificando la motivazione con l’aggiunta di qualche elegiaco riferimento a competenze mai emerse di Nevio quand’anche fosse un ciuccio matricolato.

    Questo è quanto e quello che non vi dicono i fieri avversari del sorteggio è che già dal 2017 – prima dello scandalo Palamara – il C.S.M. ha adottato il sorteggio per la selezione dei magistrati che devono far parte delle commissioni di concorso per l’accesso alla magistratura: sorteggio che è stato introdotto proprio per ridurre i condizionamenti che venivano esercitati anche nella delicatissima incombenza di individuare chi potesse avere qualifiche e valori personali tali da poter decidere competenze, preparazione e attitudine per svolgere la delicatissima funzione di magistrato.

  • La nuova democrazia dalla Svizzera al Galles

    Il nuovo modello istituzionale, tra autonomia e democrazia diretta, ha trovato nella Svizzera prima ed ora nel Galles l’unica soluzione reale assolutamente non ideologica, il cui unico obiettivo è rappresentato dalla volontà di riportare al centro dell’interesse dello Stato le aspettative e i bisogni dei cittadini che non possono più venire considerati come semplici elettori.

    In Galles è stato presentato un disegno di legge che introduce un meccanismo di richiamo che permette agli elettori di rimuovere un membro del Senedd (organo legislativo monocamerale) prima della fine del mandato in presenza di determinati “eventi scatenanti”. Questi sono rappresentati innanzitutto da una condanna penale nel caso un politico venisse condannato a una pena detentiva (anche sospesa). In secondo luogo, e qui si entra veramente all’interno di una democrazia diretta, viene inserito il fattore discrezionale riconosciuto agli elettori in caso di una “grave cattiva condotta”.

    In altre parole, se il Comitato per gli Standard di Condotta accertasse una violazione grave, inclusa la menzogna deliberata o dichiarazioni ingannevoli, allora verrebbe avviato un processo di richiamo, con il quale, una volta attivato, sarebbe avviata una petizione locale e nel caso raggiungesse una soglia minima di firme (solitamente il 10%) determinerebbe la decadenza del politico e subito verrebbero indette nuove elezioni.

    Ancora una volta il livello di autonomia e di autodeterminazione di una comunità rappresenta l’unica forma istituzionale in grado di produrre delle norme finalmente a favore degli elettori, i quali possono dare forma alla propria volontà non solo attraverso l’esercizio del diritto di voto, ma anche attraverso un controllo relativo all’attività del proprio rappresentante.

    Esattamente come in Svizzera, dove i cittadini vengono chiamati ad esprimere la propria opinione vincolante in relazione a moltissimi argomenti, anche di natura economica e fiscale, attraverso l’istituto del referendum e del voto postale, ora dal Galles i rappresentati, cioè gli elettori, vengono messi nella condizione di annullare il mandato elettorale ad un proprio rappresentante.

    Se l’autonomia rappresenta la precondizione per ripristinare la relazione tra le decisioni politiche e gli interessi dei cittadini, sarebbe decisamente auspicabile adottare il modello della autonomia Cantonale Svizzera rispetto a quello che si vorrebbe invece inserire nel Veneto, che determinerebbe semplicemente la sostituzione di una burocrazia statale con una regionale.

    In Italia, invece, ogni modifica del sistema elettorale (*), come la stessa “riforma istituzionale” (Premierato?) proposta dal governo Meloni, hanno come unico obiettivo quello di rafforzare il potere dei partiti e della maggioranza parlamentare che lo sostiene in nome di una ricerca di stabilità. La medesima ricerca rappresentava, allora, la giustificazione intellettuale, politica ed ideologica adotta per l’introduzione della legge truffa nel 1953. Dopo 73 anni, in nome della medesima ricerca di stabilità, si tenta di proporre una evoluzione elettorale ed istituzionali che presenta i medesimi presupposti intellettuali della legge truffa del ‘53, e che tende a limitare la capacità decisionale degli elettori.

    L’ultima, come quelle precedenti riforme elettorale ed istituzionali risultano espressione di un’altra mentalità politica ed una visione istituzionale opposte a quelle adottate in Svizzera ed ora in Galles, le uniche che congiuntamente dimostrano la volontà di riportare l’interesse dei cittadini al centro delle priorità di uno Stato.

    (*) L’Italia ha avuto molteplici sistemi elettorali dal dopoguerra, passando da un proporzionale puro (PR) a sistemi maggioritari misti (Mattarellum), a formule proporzionali con correttivi maggioritari (Porcellum, Italicum, Rosatellum), con almeno 5-6 leggi elettorali principali e numerosi aggiustamenti.

  • Il necessario ritorno alla realtà

    Una volta acquisiti i risultati delle elezioni regionali caratterizzate, specialmente in Veneto, da un tono molto garbato, sarebbe ora opportuno ritornare immediatamente alla realtà politica ed economica.

    Andrebbe Infatti ricordato come, nonostante una campagna elettorale in particolar modo in Veneto decisamente breve, il contesto internazionale non si sia fermato per attendere i risultati delle elezioni del Veneto, Campania e Puglia e le inevitabili ripercussioni in ambito politico tanto regionale quanto nazionale.

    Viceversa, nella corsa all’innovazione la Cina, come espressione della volontà legata ad una diminuzione dei costi e dei tempi in termini generali (*), ha avviato un possibile cambiamento che potrebbe determinare delle ricadute importanti, e non certo positive, anche per il tessuto produttivo ed economico del Veneto, del nord Italia e dell’Italia intera.

    La Cina, infatti, ha inaugurato la rotta artica per il trasporto delle merci dall’estremo Oriente fino ai mercati occidentali definita “Via della Seta Polare” (Polar Silk Road), alternativa strategica alle rotte tradizionali che passano per il canale di Suez. Questa nuova opzione strategica determina inevitabilmente delle implicazioni sia economiche che geopolitiche importanti, in quanto, pur essendo ancora una rotta legata alla stagionalità, tuttavia la Cina ed il suo sistema cantieristico stanno avviando la produzione di colossi del mare porta container in grado di rompere i ghiacci artici.

    Come inevitabile conseguenza la ricaduta in termini economici, soprattutto in termini logistici, in ambito europeo e nello specifico italiano e Veneto potrebbe essere devastante, in quanto questa rotta favorirà il sistema portuale del Nord Europa con grandi penalizzazioni per i porti nel sud Europa, in primis quelli italiani, fatta forse eccezione per il porto di Trieste grazie alla sua specializzazione negli idrocarburi.

    Questa nuova via della seta Polare, infatti, permette di dimezzare i tempi di navigazione portandoli dai 40 giorni per il canale di Suez ai 18 per la via artica diminuendo quindi di circa il 50% il consumo di nafta pesante e, di conseguenza, i costi di trasporto e, sotto il profilo logistico, lasciando scoperti buona parte dei porti del Sud Europa, italiani in primis. E non andrebbe, poi, dimenticato come questa nuova rotta nasca dal rafforzamento degli accordi tra la Cina e la Russia e andrebbe ulteriormente interpretata come una inevitabile conseguenza del fallimento diplomatico europeo e dei pacchetti di sanzioni economiche.

    Tornando quindi alle elezioni regionali sarebbe opportuno che tanto la maggioranza quanto l’opposizione, sia in ambito regionale che nazionale ed europeo, cominciassero a prendere in considerazione le sfide che attendono le singole regioni come il Paese nel suo complesso, anche in considerazione del fatto che  i buoni amministratori, come spesso si definiscono  i politici,  permettono, in ragione delle risorse, attraverso le proprie competenze il conseguimento di risultati politici, economici e sociali.

    La compressione, invece, degli scenari futuri richiede diverse e più articolate competenze, ma fondamentali per assicurare quelle risorse necessarie ai buoni amministratori.

    (*) adottando il principio “faster and cheaper”

  • A Milano non si possono ripetere gli errori del passato

    Il sindaco Sala, come riporta il Corriere della Sera, rivendica, contro le auto, il diritto a respirare, peccato però che a Milano si respiri sempre peggio proprio per colpa di scelte sbagliate e fatte solo per motivi ideologici proprio da lui e dalla sua amministrazione.
    il traffico diventa ogni giorno più congestionato per lavori e cantieri, di vario genere, ancora aperti dopo molti anni, e per le decisioni del sindaco e della sua giunta, le cui  uniche priorità sono le piste ciclabili, l’esponenziale, assurdo e a volte pericoloso, ingrandimento dei marciapiedi, le continue variazioni dei sensi di marcia, l’aumento delle aree pedonali.
    Tutto questo comporta che ogni giorno si debbano fare, anche per raggiungere luoghi relativamente vicini, tortuose giravolte per la città, consumando carburante, rimanendo spesso bloccati e trovandosi in seri problemi quando deve passare un’autoambulanza, un mezzo dei vigili del fuoco o delle forze dell’ordine e, di conseguenza, l’inquinamento aumenta.
    Politiche sbagliate e vessatorie a partire da quell’obbrobrio che è l’Area C che fa pagare anche i residenti per entrare ed uscire da casa propria!
    Sala, per legge, non si potrà ripresentare ma resta la spada di Damocle di un suo simile alla guida di Milano se il centro destra e il centro, con l’ausilio di coloro che nel passato non si sono recati alle urne o che, e ne abbiamo sentiti molti, si sono pentiti di aver votato a sinistra, visti i risultati, non daranno una svolta positiva per la città.
    Il presupposto è pero che coloro che vogliono il cambiamento abbiano un candidato che dia sicurezze sulla sua capacità di interpretare il vero cuore di Milano che non può, come ora, essere solo una città per ricchi, per rampanti, per affaristi e per turisti, è arrivato il momento di decidere e di decidere con cognizione di causa, non si possono ripetere gli errori del passato.

  • Altra conferma internazionale di una preoccupante realtà

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    Il 23 ottobre veniva pubblicato il rapporto finale sulle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania. Si tratta di un documento elaborato dall’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani (Office for Democratic Institutions and Human Rights – ODIHR; n.d.a.). Quell’Ufficio rappresenta una struttura importante dell’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Organization for Security and Co-operation in Europe; n.d.a.). Il compito principale dell’ODIHR è quello di osservare ed analizzare i processi elettorali in tutti i Paesi membri dell’OSCE. Riferendosi al sopracitato rapporto, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “… Ebbene, anche il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni politiche dell’11 maggio scorso in Albania, elencando una lunga serie le violazioni, evidenziate e verificate dai suoi osservatori, ha confermato ufficialmente molte violazioni sia della Costituzione albanese e delle leggi in vigore, sia del Documento di Copenhagen” (Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale; 27 ottobre 2025).

    Il 4 novembre scorso la Commissione europea ha reso pubblico il rapporto di progresso per il 2025 dei Paesi candidati all’adesione all’Unione europea. Per quanto riguarda l’Albania il rapporto, per la prima volta dopo una decina d’anni, nonostante sia stato scritto con il solito linguaggio “diplomaticamente corretto”, ha però evidenziato anche diverse problematiche, comprese quelle verificate e documentate durante le “elezioni” dell’11 maggio scorso. Ovviamente la vera, vissuta e sofferta realtà albanese testimonia molte altre palesi e clamorose violazioni dei principi della democrazia, “sfuggite” ai redattori del rapporto. Violazioni attuate da un regime ormai restaurato e che si sta consolidando.  Ma anche solo le problematiche presentate nel rapporto sono sufficienti per capire la preoccupante realtà in un Paese, il cui sistema statale ha poco in comune con un vero sistema democratico. Sempre da fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, da fatti documentati, denunciati e pubblicamente noti, risulta che ormai il primo ministro albanese, dopo aver ottenuto il suo quarto mandato consecutivo, agisce come un vero dittatore.

    Una simile, preoccupante e pericolosa realtà viene confermata anche da quello che sta accadendo dal settembre scorso, durante le sessioni del nuovo Parlamento. Il primo ministro ormai, con i suoi 83 ubbidienti deputati ed altri che potrebbe “arruolare” nel caso gli servissero, può cambiare anche la Costituzione e approvare qualsiasi sua “visionaria idea” e qualsiasi suo “lungimirante progetto”. Quanto sta accadendo solo in Parlamento da settembre scorso, da quando ha cominciato questa nuova legislatura, testimonia l’ulteriore consolidamento del regime ormai restaurato da alcuni anni in Albania. Si tratta di una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti internazionali, molto potenti finanziariamente.

    Il primo ministro, tramite i presidente del Parlamento ed altri suoi stretti collaboratori, sta negando ai deputati dell’opposizione i loro diritti fondamentali, riconosciuti dalla Costituzione. Ormai la maggioranza sta continuamente negando all’opposizione il diritto del dibattito parlamentare ed il diritto di chiedere, secondo il regolamento del Parlamento, audizioni parlamentari e la costituzione di commissioni d’inchiesta. La maggioranza ha passato durante la prima sessione del nuovo Parlamento, senza il dibattito in aula, il programma del nuovo governo. Così come, giovedì scorso, ha approvato anche la legge di bilancio e quella controversa sulla “parità di genere”.

    Il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea, nella parte dedicata all’Albania, riferendosi al Parlamento, evidenzia: “…Il Parlamento può esercitare le sue competenze in un modo parzialmente effettivo”. Il rapporto evidenzia altresì che “…Il Parlamento viene inoltre ostacolato da una limitata supervisione sull’esecutivo, mentre la politicizzazione delle nomine parlamentari a posizioni di rilievo negli organi costituzionali o nelle istituzioni indipendenti, stabilite dalla legge, resta un problema serio”.

    Il sopracitato rapporto evidenzia il fatto che il Parlamento non ha attuato alcune decisioni della Corte Costituzionale entro il termine stabilito dalla legge. Il rapporto si riferisce anche alle opinioni della Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, nota come la Commissione di Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa sull’adozione delle costituzioni conformi agli standard del patrimonio costituzionale europeo; n.d.a.). Il rapporto afferma che “In un parere su questo tema, la Commissione di Venezia ha confermato che le decisioni della Corte Costituzionale sono vincolanti per tutti gli organi statali, compreso il Parlamento. Il Parlamento non ha ancora recepito il parere della Commissione di Venezia”. Il rapporto, riferendosi al sistema giudiziario, afferma che “….I tentativi da parte di funzionari pubblici o dai [rappresentanti] politici di esercitare intromissioni e pressioni inutili sono aumentati e sollevano serie preoccupazioni”.

    Riferendosi alle elezioni parlamentari dell’11 maggio scorso in Albania, il rapporto di progresso per il 2025 della Commissione europea evidenzia che “…la gara per le elezioni parlamentari non era paritaria ed il partito al governo ha sfruttato le risorse statali”. Il rapporto evidenzia, altresì, che “Sono stati notati anche sviluppi inquietanti, tra cui il fatto che il partito al governo ha beneficiato di un ampio utilizzo di risorse amministrative e di influenza istituzionale”, nonché “preoccupazioni circa l’influenza delle reti dei patrocinatori”. Il nostro lettore è stato informato che per massimizzare il risultato delle elezioni, politiche o amministrative, il partito capeggiato dal primo ministro, oltre al supporto attivo della criminalità organizzata, sta “beneficiando” dei cosiddetti “patrocinatori”. Si tratta di persone che “aiutano volontariamente” il partito ad avere informazioni di vario tipo sugli elettori, ma anche di “convincerli” a votare per il partito. Il primo ministro ha pubblicamente affermato di essere “orgoglioso” del loro prezioso supporto.

    Il rapporto tratta anche la limitata libertà dei media in Albania, evidenziando che “…Nel campo della libertà dei media, che è una delle principali priorità e condizioni dell’integrazione europea, la Commissione europea ritiene che non vi sia stato alcun progresso…”. Nel rapporto si sottolinea che “Durante l’ultimo anno, l’Albania non ha compiuto progressi nell’allineamento del suo quadro giuridico all’acquis dell’Unione europea e agli standard europei, in particolare per quanto riguarda le principali sfide legate alla libertà dei media”.

    Queste sono solo alcune delle problematiche in Albania, evidenziate dal rapporto di progresso, per il 2025, della Commissione europea. Ma anche se la realtà fosse quella descritta dal rapporto, viene naturale la domanda: come averebbero reagito i politici, i cittadini e le istituzioni in un qualsiasi Paese democratico se si fossero verificate simili problematiche?! Al lettore la risposta.

    Chi scrive queste righe avrebbe voluto trattare anche altri argomenti, ma lo spazio non lo permette. Nel frattempo egli considera che il rapporto della Commissione europea, nonostante non abbia evidenziato molte altre problematiche, sia un’altra seria conferma delle istituzioni internazionali, di una preoccupante realtà in Albania. Perché, come affermava Oscar Wilde, “Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla”.

  • Conferma ufficiale di un denunciato massacro elettorale

    Elezione. Semplice artificio mediante il quale una maggioranza

    dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere.

    Ambrose Bierce

    Era in pieno corso il drammatico e pericoloso periodo della guerra fredda in Europa quando, il 3 luglio 1973, nella capitale della Finlandia, Helsinki, è stata organizzata e si è tenuta una riunione dei rappresentanti dei 35 Paesi europei. Non era presente solo l’Albania che aveva rifiutato. Ed era proprio durante quella riunione che si costituì la Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa (CSCE). A quella riunione sono stati invitati e hanno partecipato anche i rappresentanti degli Stati Uniti d’America e dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, semplicemente nota allora come l’Unione Sovietica. Coloro che organizzarono il vertice volevano promuovere il dialogo politico tra i due campi avversari, la loro cooperazione e garantire la pace in Europa.

    Due anni dopo, sempre a Helsinki, il 1o agosto 1975, si riunirono i capi di Stato e di governo dei 35 Paesi europei, per la firma finale del documento che costituiva la Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa. Da allora la Conferenza ha svolto molte altre riunioni e ha preso diverse decisioni importanti.

    Dal 5 al 29 giugno 1990 a Copenhagen, nell’ambito delle attività della CSCE, si è svolta quella che ormai è nota come la Conferenza sulla Dimensione Umana. I rappresentanti dei Paesi membri hanno riconosciuto, tra l’altro, che “….la democrazia pluralistica e lo Stato di diritto sono essenziali per garantire il rispetto di tutti i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali…”. Essi hanno, altresì, espresso l’impegno di tutti i Paesi membri della CSCE per costituire delle “…società democratiche fondate su libere elezioni e sullo Stato di diritto”. Per la prima volta, alla riunione di Copenhagen della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa ha preso parte come osservatore anche un rappresentante dell’Albania. In seguito, durante il vertice della CSCE a Berlino, tra il 19 e 20 giugno 1991 anche l’Albania, l’ultimo Paese europeo, aveva deciso di diventare membro della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa.

    Alla fine della riunione è stato firmato anche quello che ormai è noto come il Documento di Copenhagen. I Paesi membri della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa si impegnavano, tra l’altro, a garantire “Libere elezioni da svolgersi ad intervalli ragionevoli con voto segreto o con procedure equivalenti di libera votazione, in condizioni che assicurino in pratica la libera espressione dell’opinione degli elettori nella scelta dei loro rappresentanti” (articolo 5/1).

    I Paesi membri, firmatari del Documento di Copenhagen, si impegnavano a garantire anche “Una netta separazione tra Stato e partiti politici; in particolare, i partiti politici non devono confondersi con lo Stato” (articolo 5/4).

    In seguito, l’articolo 6 del Documento di Copenhagen affermava: “Gli Stati partecipanti dichiarano che la volontà del popolo, liberamente e correttamente espressa mediante elezioni periodiche e oneste, costituisce la base dell’autorità e della legittimità di ogni governo”. I Paesi firmatari del Documento si impegnavano inoltre ad assicurare che “La legge e il sistema politico consentano di condurre le campagne elettorali in un’atmosfera corretta e libera, nella quale né misure amministrative, né la violenza, né l’intimidazione impediscano ai partiti e ai candidati di esporre liberamente le proprie opinioni e posizioni o impediscano agli elettori di conoscerle e discuterle nonché di dare il proprio voto senza timore di rappresaglie” (articolo 7/7). Con la loro firma, tutti i rappresentanti dei Paesi firmatari, membri della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa, garantivano che “Nessun ostacolo legale o amministrativo limiti il libero accesso ai mezzi di informazione su base non discriminatoria per tutti i raggruppamenti politici e gli individui che intendono partecipare al processo elettorale” (articolo 7/8).

    Il 21 novembre 1990 a Parigi si è svolta un’altra riunione della Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa. Alla fine di quella riunione è stato adottato un importante documento, noto ormai come la Carta di Parigi per una nuova Europa. Con quel documento si affermava anche la fine del drammatico e pericoloso periodo della guerra fredda tra i due campi avversari in Europa. Dopo quattro anni, durante il vertice di Budapest è stato deciso il passaggio dalla Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa ad una nuova organizzazione, con una vera e propria struttura istituzionale, necessarie a far fronte a tutti gli obiettivi posti. La nuova organizzazione è stata ufficialmente costituita il 1º gennaio del 1995 e da allora si chiama l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Organization for Security and Co-operation in Europe – OSCE; n.d.a.). Nell’ambito dell’OSCE da allora funziona l’Assemblea Parlamentare composta dai rappresentanti di tutti i Paesi membri, nonché alcune strutture esecutive.

    Come un’importante struttura esecutiva dell’OSCE è stata costituita e funziona anche l’Ufficio per le Istituzioni democratiche e i Diritti umani (Office for Democratic Institutions and Human Rights – ODIHR; n.d.a.) con sede a Varsavia. Uno dei compiti istituzionali dell’ODIHR è anche quello di promuove i processi elettorali democratici in tutti i Paesi membri dell’OSCE.

    Giovedì scorso, 23 ottobre, è stato reso pubblico il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni dell’11 maggio 2025 in Albania. Il nostro lettore è stato informato, dalla prima settimana di maggio in poi, sempre con la dovuta oggettività, fatti accaduti, documentati e ufficialmente denunciati alla mano, di quella che, invece di essere una normale gara elettorale parlamentare è stato un vero e proprio massacro elettorale. Ebbene, anche il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni politiche dell’11 maggio scorso in Albania, elencando una lunga serie le violazioni, evidenziate e verificate dai suoi osservatori, ha confermato ufficialmente molte violazioni sia della Costituzione albanese e delle leggi in vigore, sia del Documento di Copenhagen.

    Dalle prime pagine del sopracitato rapporto risulta che le elezioni sono state dominate dal partito al potere che ormai si comporta, fatti evidenziati dagli osservatori alla mano, come un partito – Stato. Il rapporto finale dell’ODIHR afferma che “Il partito al potere ha beneficiato dal vasto uso delle risorse amministrative durante la campagna elettorale, generando un ingiusto vantaggio”. Il che significa una palese violazione del sopracitato articolo 5/4 del Documento di Copenhagen. In seguito il rapporto finale afferma che “La legislazione elettorale e la sua interpretazione da parte dall’amministrazione elettorale non ha impedito le pratiche abusive”. Una simile affermazione testimonia la violazione del sopracitato articolo 7/7 del Documento di Copenhagen. Il rapporto finale dell’ODIHR evidenzia molti casi dell’intimidazione dei media ed il controllo della maggior parte di loro dal potere esecutivo, in piena violazione dell’articolo 7/8 dello stesso Documento. Il rapporto finale dell’ODIHR sulle elezioni dell’11 maggio 2025 in Albania, evidenzia anche molti casi della presenza e del supporto attivo della criminalità organizzata a favore del partito del primo ministro albanese. Così come evidenzia anche molte altre serie e palesi violazioni delle leggi in vigore in Albania, Costituzione compresa, anche del Documento di Copenhagen.

    Chi scrive queste righe, riferendosi al massacro elettorale dell’11 maggio scorso in Albania, pensa che quelle “elezioni” si dovevano dichiarare non valide. Egli trova molto attuale quanto affermava Ambrose Bierce sulle elezioni, che sono “un semplice artificio mediante il quale una maggioranza dimostra a una minoranza che sarebbe follia tentare di resistere”. Il caso dell’Albania lo conferma.

  • Il nuovo presidente della Bolivia rallenta l’erosione cinese del peso degli Usa in Sudamerica

    La vittoria del moderato Rodrigo Paz Pereira alle presidenziali in Bolivia rappresenta una svolta importante per l’America latina: viene infatti meno un importante membro della famiglia “neo-socialista”, parte di quei governi che per lunghi tratti hanno sfilato i loro Paesi dall’orbita degli Stati Uniti proponendosi come attori di un dialogo Sud-Sud la cui agenda è stata in gran parte dettata dalla Cina. Tolti i regimi fortemente autocratici ancora in piedi – da Cuba al Nicaragua, passando per il Venezuela – la Bolivia è stata soprattutto per mano di Evo Morales (2006-2019) uno dei Paesi più determinati ad applicare la formula divenuta popolare a inizio secolo: rapporti con Washington al minimo e grandi affari con Pechino, prima tramite la vendita delle abbondanti materie prime per finanziare la generosa spesa pubblica interna, con l’invito alle imprese a partecipare ai grandi progetti infrastrutturali. Paz Pereira ha già fatto sapere che ripristinerà le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 2008 nel pieno di una crisi tra Morales e l’amministrazione Usa guidata dall’allora presidente George W. Bush, sorta a seguito dell’espulsione dell’ambasciatore e dei funzionari dell’agenzia antidroga Dea. Il presidente eletto ha anche annunciato che alla cerimonia di insediamento, in programma l’8 novembre prossimo, non inviterà i capi di Stato di Cuba, Venezuela e Nicaragua, che “chiaramente non sono democrazie”.

    L’importanza della svolta registrata a La Paz è riflessa anche in un comunicato congiunto in cui dieci governi del continente americano – tra cui Stati Uniti, Argentina ed Ecuador – si dicono pronti “a sostenere gli sforzi dell’amministrazione entrante per stabilizzare l’economia della Bolivia e aprirla al mondo”, benedicendo “l’allontanamento dalla cattiva gestione degli ultimi due decenni”. Le ultime elezioni hanno peraltro quasi reso invisibile il Movimento per il socialismo (Mas), il partito che ha sostenuto i governi Morales intestandosi le battaglie dei contadini e delle popolazioni indigene, le stesse che già nei mesi scorsi hanno indetto manifestazioni e blocchi stradali contro i primi, timidi, annunci di riforme liberali. Un monito che il governo entrante prende sul serio promettendo una transizione non “traumatica”. Un percorso analogo a quello intrapreso dalla Bolivia lo ha perfezionato lo scorso aprile l’Ecuador, con la rielezione di Daniel Noboa a presidente. Il giovane esponente di una famiglia imprenditoriale ha battuto per due volte Luisa Gonzalez, la parlamentare su cui aveva scommesso Rafael Correa – presidente dal 2007 al 2017, e oggi in esilio in Belgio -, uno dei simboli della stagione del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Noboa ha garantito collaborazione alla Casa Bianca – a partire dal tema della gestione dei migranti, ma anche sottoponendo a referendum l’idea di concedere alle forze Usa la base militare nelle Galapagos – e messo in campo l’obiettivo di un riequilibrio dei conti pubblici che passa anche attraverso la denuncia di contratti firmati in passato con Pechino, a partire da alcune grandi infrastrutture energetiche “pagate” con la cessione di petrolio a prezzi calmierati. La decisione di togliere i sussidi al costo del diesel, voce onerosa dei conti pubblici, ha spinto le popolazioni indigene a proclamare uno sciopero che dura ormai da oltre un mese.

    Ma il Paese sudamericano che ha compiuto il cambiamento più radicale, mettendo apparentemente fine anche alla dinastia politica dei Kirchner, rimane l’Argentina. Il presidente Javier Milei, al potere dalla fine del 2023, ha subito messo in chiaro che Buenos Aires ha Washington come unico referente, dal punto di vista strategico, commerciale e militare. Un’adesione incondizionata all’Occidente, inteso come estensione dei valori liberali cari alla tradizione Usa, che non solo mette all’indice i rapporti con il “sud del mondo”, a partire dall’Iran, ma fa sì che l’Argentina sia oggi uno dei partner più convinti di Israele. Assunta la presidenza, Milei ha per prima cosa tolto la firma apposta dal predecessore, Alberto Fernandez, al trattato di adesione ai Brics, blocco ritenuto “strategicamente inutile” e con compagni di viaggio non graditi. La sintonia con la Casa Bianca ha da ultimo permesso a Milei di firmare un accordo di “swap” fino a venti miliardi di dollari, un aiuto finanziario cruciale per portare avanti la più che ambiziosa agenda di riforme, costruita su un pareggio di bilancio prima impensabile e un’apertura ai mercati a lungo negata, con l’obiettivo riportare a livelli fisiologici l’inflazione.

    Della generazione di leader protagonisti della prima ondata di governi sudamericani di centrosinistra resiste Luiz Inacio Lula da Silva, tornato alla presidenza del Brasile dopo la parentesi di un altro leader strettamente legato a Trump, Jair Bolsonaro. E il Brasile è non a caso uno dei Paesi su cui si fa più sentire la strategia di pressione – commerciale ma non solo – varata dall’attuale amministrazione Usa, che ha annunciato dazi fino al 50 per cento su molti dei prodotti in uscita dal Paese e sanzioni nei confronti di alti funzionari della magistratura, in parte per la “caccia alle streghe” aperta contro Bolsonaro, in parte per le sentenze comminate a piattaforme come X e interpretate come azioni di “censura”. L’annunciato, forse imminente, dialogo tra Lula e Trump potrebbe svelare fino a che punto il braccio di ferro della Casa Bianca può piegare Brasilia. Ma rimane il fatto che sul Brasile, che intende usare la leva dei Brics anche per ridurre il ruolo del dollaro sulla scena commerciale globale, l’azione di contrasto degli Stati Uniti è molto più intensa di quella che aveva in un primo tempo permesso a Lula di ambire a un ruolo di protagonista regionale.

    Una pressione sempre più intensa viene oggi esercitata dall’amministrazione Trump sulla Colombia di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia del Paese. Petro, un passato da guerrigliere oggi rinegato, si era già misurato con Trump sulle manovre per il rimpatrio dei migranti e ha rincarato la dose nella fase più acuta della crisi di Gaza, arrivando a chiedere ai militari Usa, sulla piazza di New York, di non rispondere agli ordini della Casa Bianca. Senza contare la mancata condanna, se non il sostegno, al venezuelano Nicolas Maduro, di nuovo finito al centro delle attenzioni dell’amministrazione Usa. Negli ultimi mesi Trump ha aumentato la spinta su Bogotà annunciando prima lo stop ai finanziamenti nella lotta contro la droga, poi quelli allo sviluppo e promettendo da ultimo una tornata di dazi per punire la presunta inazione nel contrasto ai trafficanti attribuita al “peggior presidente” della storia della Colombia, egli stesso potenziale leader di un Cartello. A maggio del 2026 la Colombia tornerà a scegliere il presidente ed è ben possibile che il Paese torni a essere naturale alleato degli Stati Uniti, come lo è stato a lungo. Una contesa sulla quale si può riaffacciare a sorpresa l’ombra dell’ex presidente Alvaro Uribe (2000-2010): ieri, 21 ottobre, la Corte d’appello di Bogotà ha infatti cancellato la condanna a 12 anni inflitta a luglio in primo grado, dando forza ai numerosi seguaci del leader conservatore che guidava il Paese negli anni in cui la regione correva a sinistra.

    E sempre più difficile sembra essere la vita di Nicolas Maduro a Caracas. Da metà settembre, il Comando sud delle forze armate Usa ha inviato al largo delle coste venezuelane unità militari per intercettare le rotte del narcotraffico, dando conto di periodici, anche se non sempre documentati, affondamenti di barche dei “cartelli”. La scorsa settimana Trump ha anche svelato di aver autorizzato “operazioni di terra” della Cia, sempre per disinnescare il traffico di droga, ma gli analisti regionali concordano sul fatto che si tratti di una manovra di pressione per rendere sempre meno sicura la permanenza di Maduro al potere a Caracas. Più fonti stampa riferiscono di tentativi portati avanti dal governo venezuelano per accordi che puntino a un passaggio di poteri, consentendo all’attuale presidente di abbandonare la scena senza troppi danni. Negoziati, a cui lavorerebbe in qualità di mediatore anche il Qatar, che al momento non sembrano però aver effetto. Quel che è certo è che la fiducia concessa dal governo dell’ex presidente Joe Biden a Maduro – sanzioni sospese in cambio di elezioni libere – ha fatto il suo tempo e una eventuale fine del “chavismo”, con il ritorno a destra della Colombia, riporterebbe l’intera costa settentrionale del Sud America sulle frequenze della Casa Bianca.

    C’è poi il caso del Perù, Paese che nel 2024 ha inaugurato il Porto di Chancay, una imponente opera infrastrutturale che offre un nuovo terminale alle rotte del traffico marittimo sul Pacifico, tanto in direzione Asia quanto lungo le coste dell’America del nord. Si tratta del maggior investimento realizzato con capitale cinese nell’infrastruttura portuale dell’America latina. L’opera ha visto la luce sotto la presidenza di Dina Boluarte, destituita dal parlamento a metà mese per “l’incapacità morale” ad affrontare la crisi di sicurezza. Boluarte, ottavo capo dello Stato in meno di dieci anni, aveva rilevato il maestro elementare Pedro Castillo, di cui era vice, presentato come paladino dei peruviani storicamente meno rappresentati, quelli della periferia. Il potere “ad interim” è passato al presidente del Parlamento, José Enrique Jerì, fino alle elezioni generali di aprile 2026. L’uomo, da subito assediato da nuove proteste di piazza, ha presentato un governo di tecnici promettendo di congelare l’agenda politica fino al ritorno alle urne. C’è il Cile, Paese che dal ritorno alla democrazia ha mostrato solide basi istituzionali e una capacità di gestire senza particolari drammi l’alternanza di governi, come peraltro l’Uruguay e in parte il Paraguay. A Santiago, stando ai sondaggi, dopo il governo guidato dall’ex comunista Gabriel Boric, il potere dovrebbe tornare alla destra.

    Nessun cambiamento è invece previsto per il Messico, la cui presidente, Claudia Sheinbaum, ha tutti i numeri per completare il sessennio di governo iniziato a metà 2024. Sheinbaum si presenta in perfetta continuità con il predecessore, Andrés Manuel Lopez Obrador, specie nella gestione dei rapporti con Washington: nessuno scontro frontale e disponibilità al dialogo su tutti i temi dell’agenda bilaterale, anche a fronte delle richieste più pressanti della Casa Bianca, dalla blindatura delle frontiere per contrastare il flusso dei migranti alla lotta ai Cartelli e al traffico di “precursori” del fentanyl in arrivo dalla Cina. Peraltro, il trattato dei Paesi dell’America del nord (Usmca) non solo certifica l’importanza del rapporto commerciale tra i suoi protagonisti, ma è – anche nella volontà di Città del Messico – lo strumento migliore per riportare nel continente le catene di produzione industriali, a partire da quella del settore automotive. Al tempo stesso, tanto Lopez Obrador quanto Sheinbaum ostentano una certa autonomia di giudizio sui temi regionali. In Messico, nel 2019, ha trovato rifugio Evo Morales in fuga dalla Bolivia per le contestazioni sulle ultime presidenziali vinte; l’ambasciata messicana a Quito ha ospitato l’ex vice presidente socialista dell’Ecuador Jorge Glas (fino a quando la polizia lo ha arrestato grazie a una inedita invasione che ha portato alla sospensione dei rapporti diplomatici). E il Messico è rimasto uno dei pochi Paesi a non denunciare, ad esempio, i pesanti brogli compiuti alle ultime elezioni in Venezuela.

  • Il PIA primo partito in Italia

    Ormai è chiaro a tutti: il primo partito italiano, che non usufruisce di nessun beneficio pubblico né di interviste nelle tante trasmissioni televisive è il Partito italiano Astenuti, il PIA.
    Ad ogni elezione aumenta i suoi sostenitori, senza bisogno di farsi propaganda con urla e minacce agli avversari nei comizi o con insulse battute e promesse sui social.
    E più il PIA aumenta più la democrazia si allontana perché comanda chi ha vinto con la maggioranza della minoranza, cioè con un numero di voti che non rappresentano effettivamente né il Paese o la regione od il comune, ormai le elezioni servono solo a rinsaldare il potere di una oligarchia avulsa dalla realtà.
    Commentiamo pure quello che è sotto gli occhi di tutti: in Toscana la Lega ed i Cinque Stelle fra un po’ non avranno neppure il quorum ma entrambi dettano spesso legge nelle loro coalizioni impedendo alle stesse di raggiungere credibilità rispetto all’elettorato.
    Come pensano i partiti di ritrovare allora la credibilità? Alcuni, ingenuamente, sperano, convinti che la democrazia si basi sulle elezioni, sul voto della maggior parte degli aventi diritto, e su un’alternanza possibile, che sproni ogni governo a lavorare meglio, che le forze politiche cambieranno registro e si adopereranno per far tornare alle urne i cittadini.

    Ma non è così, purtroppo ai partiti non interessa che voti la maggioranza, interessa solo che ci siano per loro i voti sufficienti a battere l’avversario, perciò continuano a tenere in vita una legge elettorale che espropria i cittadini dalla scelta dei parlamentari e continuano ad accusarsi a vicenda, ad insultarsi con toni violenti, ad occuparsi di molte cose che non hanno nulla a che vedere con le necessità reali del mondo reale.
    Così, parlando di gay pride e di ponti sullo Stretto di Messina e fomentando le piazze, l’astensionismo sarà sempre di più, la democrazia vera sempre più debole ed i problemi resteranno. Il PIA ringrazia ma noi siamo molto preoccupati.

  • Il campo stretto

    Occhiuto è stato riconfermato governatore della Calabria, la sua vittoria, di larga misura, era abbastanza scontata dopo una competizione elettorale con il candidato del “campo stretto” che farnetica promesse impossibili e non conosceva i problemi del territorio.

    Campo stretto, sempre più stretto, visti i risultati e le difficoltà, per le troppe differenze inconciliabili tra i diversi partiti, che incontrano i suoi rappresentanti per farsi accettare dagli elettori.

    Il centro destra continua a confermarsi partito di governo anche nelle regioni ma, dopo la giusta soddisfazione, dovrà seriamente occuparsi del sempre maggior numero di astensioni, ogni volta che un cittadino non esercita il proprio diritto – dovere di votare è una sconfitta per la democrazia.

    Qualche dirigente di partito può anche accontentarsi di governare con la maggioranza di quella che, a volte, è la minoranza degli aventi diritto al voto, mentre a chi ha interesse vero per il futuro dell’Italia non possono sfuggire i pericoli che la sempre maggior astensione comporta.

    Riportare i cittadini al voto passa anche da una modifica della legge elettorale che deve tornare ad essere preferenziale e proporzionale, dal chiedersi se le Regioni, così come sono, rappresentano una realtà utile e vicina ai cittadini, se l’abolizione delle Province, come erano strutturate, sia stata una scelta saggia, se la politica, rappresentata sempre con toni conflittuali, non abbia stancato, se la mancanza sul territorio di punti di riferimento dei partiti non contribuisca, insieme all’uso eccessivo della rete, a distaccare sempre più i cittadini.

    Siamo purtroppo nella società dell’apparire, del mordi e fuggi, delle dichiarazioni non ponderate e lanciate sui social senza pensare alle conseguenze, della volubilità di leader che cambiano idea ogni momento, di guerre sanguinose e di odi antichi risvegliati dall’inconsistenza culturale di chi dovrebbe occuparsi del presente e dell’immediato futuro.

    Siamo nella società dell’indifferenza e dell’ignoranza e la politica sembra sempre più voler coltivare sentimenti negativi e distruttivi e l’astensione non è più solo la protesta di alcuni ma il disinteresse di troppi, così a rischio è proprio quella libertà e democrazia delle quali spesso si parla a sproposito mentre si agisce per azzerarle.

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