Finanza

  • La produttività delle politiche monetarie

    Il grido di allarme dell’uscente presidente della Bce Mario Draghi relativamente al rallentamento delle crescita economica europea dovrebbe finalmente aprire una seria valutazione sull’impatto delle politiche monetarie espansive inserite in un contesto di mercato  global, anche finanziario. La crescita insufficiente, infatti, lamentata dal presidente del Q.E. era ampiamente prevista in considerazione degli effetti della prima stagione di iniezione di liquidità ai quali si aggiungono fattori politici ed economici specifici che trovano espressione nel sentiment in constante flessione dei consumatori.

    L’ultimo quantitave easing ha permesso ai diversi Stati, in particolare al nostro, di applicare una politica di esplosione della spesa pubblica (+5% ogni anno) utilizzando in aggiunta anche i minori costi  regalati dal calo dei tassi di interesse e quindi dei costi di servizio al debito pubblico. Questa “reale sospensione dalla realtà delle valutazioni dei fondamentali economici del nostro paese” ha illuso tutti i governi, dal 2015 in poi, ed indotto gli stessi ad aumentare la spesa pubblica anche se finalizzata alla semplice copertura della sola spesa corrente mentre la stessa  in conto capitale, e quindi in fattori competitivi, veniva quasi azzerata: basti pensare agli 80 euro come al reddito di cittadinanza e a quota cento.

    Contemporaneamente la sovrabbondanza di liquidità ha letteralmente depatrimonializzato i risparmi i cui rendimenti con estrema difficoltà riescono a trovare rendimenti superiori allo zero virgola (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).In questo contesto macro-economico risulta difficile immaginare una crescita dei consumi, e quindi una conseguente inflazione da domanda, in quanto il sentiment del consumatore trova la propria manifestazione nella crescita della liquidità nei conti correnti (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). Una scelta fortemente criticata dal mondo politico ed economico il quale, tuttavia, ancora oggi non ha compreso l’entità dell’impatto devastante che la crisi  degli Istituti bancari come Popolare di Vicenza e Veneto Banca abbia determinato nel rapporto fiduciario tra risparmiatori e prodotti finanziari.

    Tornando alle dichiarazioni del presidente della Bce e relative alle cause della frenata della crescita della eurozona, queste vengono sostanzialmente indicate nel clima di incertezza legato alle tensioni internazionali (come la contrapposizione nel mondo arabo tra Arabia Saudita ed Iran) e al rallentamento del commercio mondiale a causa delle politiche “protezioniste” con una evidente accusa mossa all’amministrazione statunitense.

    Innanzitutto va ricordato che le politiche protezioniste furono inaugurate dall’Unione Europea, cominciando dall’alluminio cinese al riso ed alla ceramica da consumo fino ai pneumatici cinesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/22/free-o-fair-trade-i-diversi-casi-di-ceramica-riso-e-tessile/). In più, in ambito strategico risulterebbe opportuno utilizzare come parametro economico non tanto il commercio (che risulta espressione di valori già prodotti) quanto i prodotti sintesi di  valore aggiunto legato al know how ed alle professioni, espressione quindi di un valore economico e culturale di un sistema economico nazionale.

    In una recente ricerca pubblicata dalla Banca d’Italia viene certificato come le retribuzioni medie in Italia statisticamente risultino in diminuzione soprattutto a causa dell’aver puntato sul settore turistico a basso valore aggiunto come alla concorrenza nei lavori a bassa professionalità della manodopera extracomunitaria. Da questi dati emerge la seconda motivazione per la quale la crescita italiana in primis ed europea, nonostante l’iniezione di liquidità, non aumentano in quanto il turismo (il petrolio italiano si affermava)non offre  un valore aggiunto simile a quello generato dal sistema industriale. Un minore valore aggiunto che si traduce in una minore capacità di acquisto e di consumo.

    Una crisi economica come quella cominciata nel 2008 ovviamente ha evidenziato come le strategie economiche degli ultimo vent’anni di fatto ci abbiano impoverito. In questo senso, infatti, non sarà mai troppo tardi ricordare come le delocalizzazioni produttive di fatto abbiano rappresentato un semplice elemento speculativo (di clonazione finanziaria) e abbiano permesso alle aziende una svalutazione competitiva del bene finale o intermedio (escludendo ancora il fattore valutario) ed una svalutazione del bene importato dai paesi a basso costo di manodopera. Una strategia all’interno di una logica di breve periodo, espressione della  classifica azione speculativa che il  settore industriale con colpevole leggerezza ha adottato.

    In un contesto così articolato e complesso, quindi, risulta illusorio credere che una politica monetaria espansiva possa offrire degli effetti positivi relativi alla crescita degli asset industriali quando gli Istituti bancari (il vero tessuto connettivo della crescita) stanno riducendo il credito alle imprese.

    Ma il grido d’allarme del presidente della BCE andrebbe anche rivolto non solo ai responsabili delle scellerate politiche della costante crescita della spesa pubblica dei paesi sud-europei ma anche e soprattutto a tutto quel mondo economico che negli ultimi anni aveva  individuato nella sharing, App e gig Economy la strada maestra verso lo sviluppo economico ed in più sostenibile.

    Non appena la locomotiva tedesca, per lo più legata al settore automobilistico (che non è stato assolutamente tutelato dalla Merkel con sua  grandissima colpa) ha mostrato segnali di rallentamento ecco che le produzioni espressione dei nostri distretti industriali sono precipitate del -34,7% il distretto metalmeccanico di Lecco mentre un -30,8% il distretto dei metalli di Brescia e persino il settore delle mele dell’Alto Adige segna un -18,5 %, dimostrando ancora una volta come un mercato globale condizioni settori tra loro distanti. Una tendenza macro comune a tutti i distretti italiani, come per il  tessile abbigliamento pratese e il settore della rubinetteria di Lumezzane che segnano flessioni di produzioni molto preoccupanti. La stessa confusione strategica relativa alla sostenibilità della economia globale, della quale il mondo politico sembra accorgersi seguendo una adolescente svedese, genera una incertezza che blocca qualsiasi iniziativa ed investimento economico. Basti pensare come il nostro sistema industriale delle Pmi risulti il più eco sostenibile d’Europa e come lo stesso continente europeo abbia ridotto le emissioni dal 2000 ad oggi del -16% mentre Cina ed India rispettivamente del +208% e 155%.

    Quindi l’eccellenza industriale italiana ed europea, che trova la massima espressione nel settore automobilistico nel motore diesel a basse emissioni e nella produzione di energia nucleare, ora si trova sotto accusa per responsabilità di altri paesi lontani da noi non solo geograficamente ma soprattutto nelle normative di tutela dell’ambiente così come dei lavoratori ed ovviamente dei prodotti.

    Tornando al  contesto europeo ed italiano  caratterizzato dalla assoluta estemporaneità del ceto politico, la cui visione di crescita strategica parte dalla tassazione delle merendine e ripropone l’ennesima lotta all’evasione fiscale ignorando gli oltre 200 MLD di sprechi delle spesa pubblica, è normale che il consumatore e il lavoratore posticipano gli acquisti lasciando la liquidità nei conti e di fatto ponendo un altro ulteriore freno alla crescita.

    Ripensando, quindi, alle considerazioni del purtroppo uscente presidente Draghi risulta evidente come il nostro continente, dopo anni di declino culturale, abbia imboccato la strada del precipizio culturale, figlio di una classe dirigente e politica selezionata con criteri assolutamente inadeguati in considerazione di un mercato globale e sempre più complesso. In altre parole, le economie europee, come quella italiana, non crescono non perché la produttività industriale diminuisca ma perché la produttività delle politiche monetarie risulta quasi ininfluente in rapporto all’entità degli strumenti finanziari utilizzati all’interno di un mercato globale.

  • Matrimoni e Patrimoni, quando la finanza parla al femminile

    In Italia una donna su due non lavora, le donne sposate non autonome finanziariamente sono sempre più a rischio, la carriera di una donna spesso ha un percorso non regolare e, per non farci mancare nulla, le donne hanno una longevità superiore rispetto agli uomini diventando, loro malgrado, protagoniste del cosiddetto longevity risk, letteralmente il rischio di sopravvivere al proprio patrimonio. Secondo i dati ISTAT, infatti, le anziane sole sarebbero la categoria più soggetta a povertà. A tutto questo va aggiunta una poca, spesso scarsa, competenza in materia finanziaria che le rende più propense a distorsioni cognitive. Di questo scenario e delle sue possibili soluzioni se ne parlerà durante l’aperitivo letterario T-ESSERE La finanza parla al femminile? organizzato da Women&Tech mercoledì 11 settembre a Milano, alle ore 18,30, allo Spazio Open di Viale Montenero 6 in cui verrà presentato il libro “Matrimoni & Patrimoni” (Hoepli Editore) scritto da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 e Roberta Rossi Gaziano, consulente finanziario indipendente. Il volume proverà a fornire una ideale cassetta degli attrezzi per affrontare un contesto sempre più sfidante, soprattutto per le donne. Con le due autrici dialogheranno Barbara Alemanni, affiliate professor of banking and insurance, SDA Bocconi School of Management e Milena Bardoni, senior private banker, Banca Mediolanum, a fare da moderatrice Paola Rota, autrice e conduttrice. Un libro, ed un incontro, per imparare a dotarsi delle basi minime per affrontare il mondo degli investimenti, comprendere l’attuale contesto economico e pianificare il proprio futuro finanziario per non subire una decrescita tutt’altro che felice e non affrontare impreparate le sfide che ci attendono. Per non dover dire un giorno “Ah se ci avessi pensato prima”.

  • Esce ‘Gli Stangati’, per imparare a navigare nel fosco mare degli investimenti finanziari

    C’è chi ha subito un raggiro finanziario o una truffa e chi ha effettuato investimenti sbagliati. Entrambe le categorie in questione sono state vittime, più o meno inconsapevolmente, di una stangata sul proprio patrimonio investito, frutto di risparmi anche di una vita intera. A tutti loro, e non solo, Stefano Elli, giornalista de Il Sole24 Ore dedica un libro, Gli stangati, disponibile in libreria, e con il noto quotidiano economico, dal prossimo 11 luglio. Da trent’anni anni impegnato a raccontare, attraverso le sue inchieste e i suoi articoli, storie di abusivismo finanziario e operazioni truffaldine che hanno coinvolto migliaia di italiani, nel suo nuovo volume Elli offre uno spaccato sistematico di storie di imbrogli e investimenti traditi, raccogliendoli per tipologia, metodo e modalità operative. L’obiettivo è quello di dare al lettore uno strumento per tutelarsi ed evitare comportamenti che possano mettere a repentaglio il proprio denaro. L’educazione finanziaria è uno dei temi fondamentali de Il Sole 24 Ore, quotidiano da sempre garanzia di un’informazione trasparente, veritiera e utile. Con la pubblicazione di questo volume autore ed editore intendono perseguire un obiettivo comune: contribuire a rendere i lettori meno vulnerabili ed esposti ai comportamenti a rischio raccontando le vicissitudini di coloro che, cedendo alle lusinghe dei gatti e delle volpi 4.0, non sono riusciti a evitarli.

    Il messaggio che si evince è forte e chiaro: leggete quanto è accaduto ad altri per evitare che capiti a voi. Imparate a controllare sempre a chi affidate il vostro risparmio, informatevi prima di fare un investimento, perché i truffatori sono sempre attivi e spesso utilizzano modalità già viste in altre occasioni. Il tono del messaggio non vuole essere moralistico e in questo aiuta la capacità di Stefano Elli di scrivere con taglio ironico e stile veloce e leggero, ma sempre chiaro e preciso.

  • Banche, non sono al primo posto. Nella gestione della massa degli attivi finanziari globali

    Pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 25 febbraio 2019

    Pochi crederebbero che nel mondo della finanza, le banche non siano più i «number one».

    Eppure lo conferma il rapporto «Global Shadow Banking Monitoring Report 2017» del Financial stability board (Fsb), il Consiglio per la stabilità finanziaria. Si ricordi che è l’organismo internazionale con il compito di monitorare il sistema finanziario mondiale per ridurre il rischio sistemico. In passato è stato presieduto anche da Mario Draghi.

    Secondo tale rapporto, alla fine del 2016 gli attivi finanziari globali totali ammontavano a 360 mila miliardi di dollari. Cinque volte e mezzo il pil mondiale. Essi sono così suddivisi: 160 mila miliardi gestiti dagli organismi finanziari non bancari, 138 mila dalle banche, 26 mila dalle banche centrali e il resto da istituti finanziari pubblici. Gli organismi finanziari non bancari, cioè «gli enti e le attività dell’intermediazione del credito che operano fuori dal sistema bancario regolare», sono considerati e chiamati dallo Fsb «shadow banking», sistema bancario ombra. Secondo il Consiglio non sarebbe è una definizione spregiativa.

    Sta di fatto che essi manovrano cifre spaventose, se si confrontano con quelle del pil mondiale. Per evidenziare tutta la fragilità e i rischi del sistema finanziario, è, inoltre, doveroso rilevare che non sono inclusi i noti derivati finanziari otc e altri prodotti speculativi, di cui più volte abbiamo denunciato la pericolosità.

    I non bancari comprendono le assicurazioni con 29 mila miliardi di dollari di attivi concentrati negli Usa e in Europa, i fondi pensione con 31 mila miliardi, il 60% dei quali in mano americana, e ben 100 mila miliardi dei cosiddetti «Other Financial Intermediaries» (Ofi) che includono vari tipi di fondi d’investimento, hedge fund, holding finanziarie e altri organismi finanziari, spesso «molto fantasiosi» e speculativi.

    Circa la creazione del credito, però, le banche mantengono ancora il primato con 69 mila miliardi, pari al 77 per cento del totale, lasciando molto indietro il settore dei citati Ofi. Il che significa che questi ultimi sono attratti soprattutto da settori molto distanti da quelli concernenti l’economia reale.

    Nel frattempo gli Ofi hanno registrato un grande aumento in Europa. Ad esempio, rappresentano il 92% di tutti gli attivi finanziari del Lussemburgo, il 76% dell’Irlanda e il 58% dell’Olanda. L’area euro conta detti attivi per 32 mila miliardi di dollari, superando gli Usa, dove, in realtà, stanno diminuendo, e di molto la Cina, dove, al contrario, è in atto una crescita straordinaria.

    All’interno degli Ofi vi è un settore in continuo aumento che rappresenta ben 45 mila miliardi di attivi considerati molto rischiosi anche dallo Fsb. Si chiama «narrow measure of shadow banking», un nome senza senso anche in inglese e impossibile da tradurre in italiano in modo comprensibile. Non è la prima volta che prodotti finanziari molto rischiosi vengono chiamati, volutamente, in modo stravagante e fuorviante.

    Secondo il Consiglio per la stabilità finanziaria, le operazioni «narrow measure» sono molto più rischiose in quanto utilizzano massicciamente la leva finanziaria, operano cioè con grandi numeri ma pochi capitali propri. Di conseguenza sono vulnerabili ai rischi di rinnovo delle posizioni e di estensione della scadenza (rollover risk) e a quelli di eventuali massicci ritiri di fondi per timore di insolvenza (run), in particolare quando si rendono dipendenti da finanziamenti di breve periodo.

    Sono esattamente le situazioni che si erano create alla vigilia della Grande Crisi del 2008 e che hanno provocato il crollo del sistema. Circa le citate operazioni «narrow measure» gli Usa sono ancora i primi con il 31%, seguiti dall’Europa con il 22% e dalla Cina con il 16%. È molto rilevante il fatto che le Isole Cayman, il «paradiso fiscale» per eccellenza, con 4.700 miliardi di attivi, rappresentano il 10% del totale!

    Nei passati 5 anni la quota del settore bancario si è andata riducendo di anno in anno, rimpiazzata da una crescente e sempre più ingombrante presenza dello shadow banking. La tendenza è stata ancor più forte in Europa. Comunque, resta sempre molto elevata l’interconnessione tra tutti i vari settori, bancari e non. Perciò permane il rischio di crisi sistemiche.

    Gli studi fatti dal Financial stability board sono encomiabili e di grande aiuto. Però, la velocità e le dimensioni degli attuali processi finanziari sono davvero straordinarie e ci impongono una domanda. Le autorità di controllo sono veramente capaci di governarli oppure tentano di inseguire queste evoluzioni finanziarie che, di fatto, finiscono col dettare i movimenti e le regole di comportamento dei mercati e dei loro principali attori? È un dubbio inquietante che lascia sconcertati.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Un debito insostenibile e il rischio di un nuovo crac finanziario

    William White, ex capo economista della Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) ha dichiarato al settimanale Der Spiegel del 7 settembre scorso che “il problema di fondo della crisi della Lehman Brothers (la più grossa banca d’affari degli Stati Uniti che dichiarò bancarotta il 15 settembre 2008 scatenando la crisi finanziaria non ancora risolta del tutto) non è mai stato affrontato. Al contrario – afferma White – è stato esacerbato e il debito è più alto che mai” ed il sistema finanziario “è giunto al limite”. Affermazioni gravi, se corrispondono al vero, che dovrebbero impensierire i politici di ogni colore. Allo scoppio della crisi del 2007/2008 tutti gli esperti hanno dichiarato che quel che stava accadendo era causato dal sistema finanziario esistente. La crisi è sistemica – dicevano – non congiunturale e momentanea. Ma tutti gli espedienti utilizzati per far fronte alla crisi non hanno mai intaccato il sistema, non lo hanno mai riformato, come inizialmente gli esperti chiedevano. Anzi, le banche speculative, invece, non solo furono salvate, ma fu loro permesso di riscrivere le regole. Bilioni di denaro a costo zero sono stati regalati alle banche e alle istituzioni finanziarie ombra, sotto l’egida del “Quantitative Easing” e questi soldi sono andati ai mercati azionari, producendo una finta ripresa e rilanciando lo smercio dei derivati. L’effetto è stato che il volume di debito a bassa qualità dei Paesi emergenti, come pure il debito sovrano di molti Paesi transatlantici, unito al livello insostenibile raggiunto dal debito societario, dal debito privato (carte di credito), dai prestiti studenteschi e via dicendo, ha raggiunto livelli pericolosi. In effetti le economie emergenti sono oggi esposte per oltre 8.000 miliardi di dollari di debito sovrano e societario, 249 miliardi dei quali scadranno l’anno prossimo. L’aumento dei tassi d’interesse e un dollaro più forte rendono più costosi i rimborsi, con la conseguenza che si va verso l’insolvenza. Ancora più esposto è il debito societario americano. Nel 2007 gli USA avevano 17.700 miliardi di dollari di debito societario. Oggi quel dato è 15.900 miliardi, gran parte del quale di bassa qualità, inclusi i cosiddetti titoli spazzatura. Nel 2008 furono emesse obbligazioni societarie per 700 miliardi di dollari. Questa cifra è aumentata di 2,5 volte nel 2017, con un’afta percentuale di debito sub-prime. Raghuram Rajan, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha messo in guardia dall’effetto domino che potrebbe essere scatenato da un default, e sottolineando che il settore più a rischio della finanza consiste oggi nel “sistema bancario ombra” in cui non v’è trasparenza. Nonostante le rassicurazioni di politici e istituzioni finanziarie, il sistema bancario non è affatto più forte rispetto al crac del 2008. Gran parte del debito creato dalle banche centrali per stimolare la ripresa, è di dubbia qualità e i piani di riduzione della leva finanziaria ideati dalle banche centrali, insieme all’aumento dei tassi d’interesse in corso o in programma, aumenteranno la volatilità fino a raggiungere un punto pericoloso. Non c’è alcun dubbio: il rischio che si corre è dato da un debito insostenibile, che minaccia di scatenare il prossimo crac finanziario. Per evitarlo, c’è chi propone di ripristinare la legge Glass-Steagall, cioè la netta separazione tra banche d’affari e banche ordinarie, costringendo le prime ad accollarsi le perdite aggiustando il valore dei derivati ai prezzi reali e tutelando invece le banche ordinarie e i risparmiatori. L’appello più importante è contenuto in un “libro bianco” pubblicato dall’associazione nazionale delle banche cooperative, la National Association of Federally Insured Credit Unions (NAFCU), dal titolo Modernizing Financial Services: The Glass Steagall Act Revisited (“Ammodernare i servizi finanziari: il Glass Steagall Act rivisitato”), seguito da un editoriale su The Hill dell’11 settembre a firma di Carrie Hunt, vicepresidente esecutiva e consulente legale dell’associazione. Anche se sottovaluta il pericolo di un crac finanziario oggi, la Hunt fa notare che il ripristino della legge Glass-Steagall contribuirebbe a tutelare i consumatori dagli effetti di “un’assunzione di rischi sfrenata ed eccessiva” e impedirebbe che le banche cosiddette “too big to fail” (troppo grandi per esser lasciate fallire) dovessero essere sovvenzionate dai contribuenti. Appelli simili sono stati lanciati in Germania. E in Italia?

    Fonte: Agenzia EIR Strategic Alert n. 38 del 18.09.18

  • Draghi rassicura: la Ue cresce nonostante le turbolenze commerciali

    «Nonostante le incertezze sul commercio globale, i dati indicano che l’Eurozona precede su un terreno di crescita solida e diffusa», ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, spiegando che anche l’inflazione continuerà a riavvicinarsi ai livelli desiderati dalla Bce, ma «uno stimolo monetario significativo è ancora necessario».

    Nel sesto anniversario dal ‘whatever it takes’, la promessa con cui Draghi assicurò qualsiasi intervento per la tenuta dell’euro durante la grande crisi finanziaria, «oggi l’euro poggia su basi molto più solide di allora» e la Bce «è una banca centrale diversa, con un insieme di strumenti di politica monetaria molto più ricco».

    La Bce ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, come da attese. In una nota l’Eurotower spiega che il costo del denaro rimarrà ai livelli attuali almeno fino a tutta l’estate 2019. La Banca centrale europea annuncia inoltre che terminerà a dicembre gli acquisti netti di titoli con cui conduce il ‘quantitative easing’.

    Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è intanto riuscito a strappare un accordo con il presidente Usa Donald Trump in tema di commercio. Le preoccupazioni maggiori per le mosse di Trump riguardano Berlino, in ansia per il piano di imporre dazi per 200 miliardi di dollari sulle auto straniere: Trump in vista delle elezioni in Congresso del prossimo novembre – secondo molti osservatori – potrebbe convincersi che la linea dura e nazionalista paghi di più per sostenere i repubblicani. Anche perché nel frattempo la Casa Bianca segue con grande interesse gli sviluppi politici in tutta Europa, con l’avanzare dei movimenti e partiti populisti un po’ ovunque.

  • Ritorna la bolla dei derivati, ma questa volta è off-shore

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso sul ItaliaOggi il 19 luglio 2018.

    Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank. Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.

    Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati.

    Ma come sempre, «fatta la legge trovato l’inganno». Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della «casa madre americana» alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc.

    In pratica la semplice noticina «senza garanzia» permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti. Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere.

    Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene «confezionata» nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi «assegnati» alle filiali estere «senza la garanzia Usa».

    La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi.

    In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari.

    Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione «Trading and Market» della Cftc, ha recentemente pubblicato il report «Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemy», spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la «pacchia non è finita». Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema. Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.

    E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.

    Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto. Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica.

    Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La finanza speculativa affonda la Deutsche Bank

    La Deutsche Bank è la prima banca tedesca. Dall’inizio dell’anno le sue azioni hanno perso oltre il 40% del loro valore. Le iniziative prese dal management per arrestare questo tracollo non hanno portato fino ad ora a nessun risultato che abbia eliminato le cause della disfatta. Una delle quali – e probabilmente la più importante – è stata la conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo, come tra l’altro, è successo a diverse grandi banche europee, comprese quelle italiane. A nulla, fino ad ora, sono valse le richieste di separare nelle banche  la funzione commerciale da quella speculativa, come era avvenuto negli USA con il “Glass-Steagall Act” del 1933 (il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall) per far fronte alla crisi del 1929. La legge fu abrogata il 12 novembre 1999 dal presidente Bill Clinton. L’abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, permettono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale, sia l’attività assicurativa e di investment banking. Anche le banche europee hanno seguito l’esempio di quelle americane e non si può certamente affermare che anch’esse non abbiano patito le conseguenze di questa non separazione. La crisi finanziaria del 2008 ne è stata una riprova. La diffusione eccessiva dei derivati, anche in banche senza patrimoni corrispondenti, ha dimostrato la debolezza del sistema e la necessità di porvi rimedio. Uno di questi era rappresentato dalla separazione delle funzioni ed il ritorno ai principi del Glass-Steagall Act. L’on. Muscardini, ad esempio, ha chiesto insistentemente questa separazione nel corso di due decenni, ma la Commissione europea si è detta non disposta a un simile provvedimento. Tutto il sistema bancario europeo, ancora oggi, corre il rischio di nuove crisi. Di fronte a queste prospettive l’UE ha cambiato parere? La situazione della Deutsche Bank suona un nuovo campanello d’allarme, anche nel settore dei derivati. Tutto questo è ben spiegato nell’articolo di Paolo Raimondi e Mario Lettieri pubblicato l’8 giugno su Italia Oggi, che siamo ben lieti di riprendere interamente per i lettori de Il Patto Sociale, ringraziando l’autore e l’editore.

    Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale. Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni Db hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10 mila dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

    La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo. Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della Db, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, «accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici».

    Fino alla fine degli anni ottanta la Db era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale. Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della Db alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

    Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno «scenario di crisi» per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York. Indubbiamente la Db non è una «banchetta» qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto Cet1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.

    Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera Db a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto! Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i «famigerati derivati over the counter (otc)», quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

    Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della Db. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una «particolare attenzione» e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla Db tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche «too big to fail», troppo grosse per fallire in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

    Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la Db per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi. Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla Db circa la metà della somma.

    Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve, nel 2017, ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di «condizioni problematiche» in cui verserebbe la Db. Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto. È un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

    Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia –  Paolo Raimondi, economista

  • Attacco vaticano contro la finanza speculativa

    Il recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ci ha impressionato per la chiarezza dell’esposizione e per la qualità delle proposte. E’ un’analisi precisa e corretta che nessun ufficio studi di qualche entità bancaria o finanziaria ha mai fatto. Avevamo l’intenzione di farne una sintesi da presentare ai nostri lettori, ma abbiamo ritenuto più conveniente pubblicare l’articolo di Lettieri e Raimondi, che ringraziamo, per l’eccellenza della loro presentazione.      

    Il recente documento della Congregazione per la Dottrina delle Fede è davvero rivoluzionario. Infatti, le “Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario” sono un attacco preciso e forte alla speculazione e ai mercati senza regole.

    Ovviamente Papa Francesco ne ha autorizzata la pubblicazione, in assoluta coerenza con il principio di una Chiesa povera al servizio dei più deboli. I tempi sono cambiati davvero se l’ex Santo Uffizio è alla testa della battaglia per la giustizia sociale ed economica.

    Il documento propone la realizzazione di un “ordine etico, come indispensabile fondamento per edificare una degna comunità degli uomini regolata da leggi improntate a reale giustizia”. La lucida analisi e le proposte relative alla finanza globalizzata superano per precisione e profondità anche i tanti studi approntati dai più prestigiosi istituti economici. Si dice, purtroppo, che dalla recente crisi finanziaria non si è sviluppata una nuova economia più attenta ai principi etici né una nuova regolamentazione delle attività finanziarie, che avrebbe potuto neutralizzare “gli aspetti predatori e speculativi” a vantaggio dell’economia reale. Non si è guardato al bene comune né si è cercato di creare e diffondere la ricchezza, eliminando le intollerabili disuguaglianze esistenti nel mondo.

    L’ex Santo Uffizio denuncia il rischio di emarginazione per la maggior parte degli uomini del pianeta, sempre più “esclusi e scartati”. Perciò afferma che, “si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi e ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale”.  Di conseguenza, anche la politica è resa impotente dalla sovra nazionalità dei grandi network economico-finanziari, diventando spesso ancillare di interessi estranei al bene comune.

    Da qualche tempo è in atto “una cattiva finanziarizzazione dell’economia, facendo sì che la ricchezza virtuale, concentrandosi soprattutto in transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo e in negoziazioni ad alta frequenza (high frequency trading), attiri a sé eccessive quantità di capitali, sottraendoli in tal modo ai circuiti virtuosi dell’economia reale”. Si è entrati in un’economia dove il lavoro da bene diventa strumento e il denaro da mezzo diventa fine. Il risultato è la spregiudicata e amorale “cultura dello scarto” che ha emarginato grandi masse di popolazione. Non solo nel terzo mondo.

    Il documento non si limita a fare delle mere esortazioni morali ma affronta importanti questioni come la funzione sociale del credito contrapposta ai comportamenti usurari. Analizza la pericolosità di certi strumenti economico-finanziari che possono creare rischi sistemici, “intossicando” l’organismo economico.  In particolare certi derivati, quali le cartolarizzazioni che, dopo varie transazioni, perdendo i valori reali sottostanti aumentano i rischi e favoriscono l’insorgere di bolle speculative. Sono una sorta di “ordigni a orologeria”, soprattutto se sono negoziati sui mercati non regolamentati, i così detti over the counter, più esposti all’azzardo e alle frodi.

    Nello scritto vaticano si punta il dito sulla pericolosità dei credit default swaps, quei derivati che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte. “Il mercato dei cds, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero Pil mondiale”, si ricorda. Le proposte suggerite dalla Congregazione sono precise e pertinenti. Si chiede la certificazione da parte dell’autorità pubblica di tutti i prodotti che provengono dall’innovazione finanziaria; la regolamentazione del sistema finanziario; il coordinamento sovra nazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali per arginare una massiva deregulation e la capacità di aggirare le regole dei singoli Paesi; la separazione bancaria tra l’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio e quella destinata all’investimento e al mero business; l’istituzione di Comitati Etici, in seno alle banche, da affiancare ai Consigli di Amministrazione; l’introduzione di una clausola generale che dichiari illegittimi, con conseguente responsabilizzazione patrimoniale di tutti i soggetti a cui questi sono imputabili, quegli atti il cui fine sia l’aggiramento delle norme vigenti; specifiche misure contro il “sistema bancario ombra” e la finanza offshore, che offrono grandi possibilità di evasione e di elusione fiscale.

    Si ricorda inoltre che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo. Invece questo sistema ha finito per aggravare il debito pubblico delle economie meno sviluppate.

    Noi plaudiamo all’iniziativa del Vaticano, sperando che in sede internazionale se ne tenga conto. Ricordiamo che, con vari articoli, da tempo denunciamo le degenerazioni della finanza speculativa, sollecitando gli opportuni interventi di riforma.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Il fattore competitivo della valuta

    Sono passati quasi ventisei anni da quella notte tra il 9 e 10 luglio 1992 durante la quale fu prelevato il 6 per mille da tutti quanti i conti correnti depositati presso il sistema bancario italiano dal  governo Amato, in crisi di liquidità e che non riusciva a stampare la carta e contemporaneamente svalutava la moneta italiana.

    In questo senso il confronto tra il debito pubblico di allora, espresso in euro, può indicare l’andamento nella gestione della spesa pubblica e le varie responsabilità diffuse. Nel 1993 il debito pubblico risultava essere di 959 milioni di euro e rappresentava in rapporto al PIL un andamento imbarazzante in quanto figurava, già nel 1992, al 98,6% per arrivare alla fine del 1992 al 105,5% ed esplodere durante il 1993 arrivando alla quota terribile del 115,7%.

    Questi ventisei  anni sembrano essere passati inutilmente, considerando il livello ma soprattutto i contenuti della polemica economica e politica che contrappone ancora oggi i favorevoli ai contrari alla moneta unica, cioè all’euro. Sembra incredibile come tutta la tensione intellettuale venga rivolta al fattore valutario, cioè al rapporto valoriale con le altre valute in circolazione, considerato ancora adesso dai sostenitori del ritorno alla lira come il fattore fondamentale per riacquisire competitività e rendere possibile un nuovo sviluppo e un miglioramento anche dei conti pubblici. Contemporaneamente ci si illude di riequilibrare in questo modo il rapporto tra PIL e debito pubblico che nel frattempo continua a crescere ad un ritmo di 4463 euro (8.641.573 lire per i sostenitori della lira) al secondo, una velocità che è raddoppiata rispetto a quella precedente con l’arrivo del governo Renzi .

    Sempre in ventisei  anni non si é riusciti ad elaborare una teoria ma soprattutto una strategia economica innovativa che potesse  individuare per il prossimo futuro uno sviluppo, anche sostenibile, del sistema economico italiano.

    L’errore di base che rappresenta un’incapacità imbarazzante da parte di chi sostiene queste discussioni viene rappresentato dalla mancanza di consapevolezza di un mercato globale che ha cambiato radicalmente tutte le leggi dell’economia e soprattutto gli effetti.

    In altre parole la politica economica, ma soprattutto la politica monetaria, ha perso ogni capacità di incidenza (se non nell’immediato periodo) come  di trasformazione di un proprio valore quale fattore competitivo. La globalizzazione permette di individuare ed acquisire i più diversi fattori competitivi e così di  inserirli nel ciclo produttivo, anche se appartenenti a sistemi economici distanti migliaia di chilometri, annullando  in questo modo qualsiasi effetto  stabile alla variazione valutaria. Questo non significa che un mercato nel quale il Made in Italy esporta le proprie eccellenze non presenti delle variazioni, anche sostanziali,  in relazione alla quotazione in rapporto al dollaro, per esempio, nel mercato degli Stati Uniti.

    Nell’arco degli ultimi anni, in presenza di un dollaro forte, evidentemente le aziende hanno potuto ottenere dei margini di contribuzione superiori che venivano viceversa limati nel momento in cui il dollaro aveva perso valore  nel rapporto con l’euro, costringendo le aziende stesse a diminuire i propri margini al fine di mantenere le quote e magari aumentarle anche solo di qualche decimale.

    La fotografia  del rapporto, nel caso specifico, tra euro e dollaro ha registrato nell’ultimo decennio delle oscillazioni notevoli legate soprattutto all’andamento delle due economie, statunitense ed europea, ma anche soprattutto in rapporto alle politiche nazionali come alle situazioni internazionali e all’andamento delle quotazione delle materie prime.

    Le profonde oscillazioni della valutazione e del rapporto tra euro e dollaro successivamente si possono osservare dal primo grafico, mentre il secondo, relativo all’andamento delle esportazioni unito a quello delle importazioni, dimostra senza possibilità di interpretazioni come le esportazioni, a parte il periodo tra il secondo semestre del 2008 e il 2009 (il massimo picco della crisi economico-finanziaria partita degli Stati Uniti ), abbiano avuto sempre una costante crescita. Un andamento relativo alla crescita costante delle esportazioni del sistema industriale italiano che va interamente attribuito  esclusivamente al merito delle aziende e  degli imprenditori come  delle professionalità  che operano all’interno di queste filiere che vengono apprezzate in tutto il mondo e che nonostante l’oscillazione della valuta riescono comunque sempre a strappare un aumento costante negli anni.

    Da questo  confronto dei due diversi andamenti evidenziati  dai grafici emerge evidente come la politica monetaria e soprattutto il fattore competitivo legato alla svalutazione presentino degli effetti minimali per quanto riguarda lo sviluppo, specialmente nel medio e lungo termine. Partendo quindi da questa  deduzione anche il concetto di valuta e della propria importanza all’interno di un sistema economico  dovrebbe non più venire considerata in rapporto al tasso di cambio con le altre valute internazionali.

    Il nuovo concetto di fattore competitivo legato alla valuta in un mercato competitivo e globale come quello attuale viene rappresentato dal concetto di “STABILITÀ”. Al pari dell’importanza che viene attribuita nella valutazione di un investimento al sistema  fiscale di un paese il medesimo concetto di fattore competitivo  viene riconosciuto alla stabilità di quella valuta di un determinato paese che può così assicurare nell’arco degli anni dell’investimento di programmare il Roe (Return of Investiment).

    Di conseguenza, in questo contesto ipercompetitivo di un mercato globale, il fattore valutario esce completamente dal concetto e soprattutto nell’aspetto applicativo come fattore scatenante una possibile ripresa economica. Viceversa la sua centralità viene riacquisita e intesa come elemento di stabilità nella valutazione e nella possibilità di elaborare investimenti e politiche economiche di sviluppo.

    Un concetto purtroppo sconosciuto ma talvolta addirittura negato da buona parte di quel mondo economico che ancora oggi crede nella politica monetaria ed affida la soluzione dei nostri problemi alla semplice applicazione dei principi monetaristici.

    Ventisei  anni sono passati dal 1992 e nel mezzo due crisi finanziarie, economiche ed  istituzionali, come quella del 1992 e del 2011, ma questi terribili episodi uniti alla crisi che attualmente il nostro Paese si trova a vivere non hanno avuto la forza di sviluppare alcuna nuova strategia economica che non fosse quella monetaria.

    Ormai il pensiero economico e le strategie che ne scaturiscono non sono frutto di analisi e valutazioni o pensieri economici, magari in evoluzione, in rapporto alla velocità con la quale il mercato si evolve sempre più rapidamente; le convinzioni in ambito economico altro non sono che l’applicazione di un’ideologia che di per se stessa, come la storia del novecento insegna, risulta  quasi sempre perversa. L’azzeramento del valore storico del ventesimo secolo, inteso anche come la base per la ricerca di nuove politiche anche in ambito economico, rappresenta in modo cristallino il declino culturale del nostro Paese.

    https://www.money.it/local/cache-vignettes/L600xH461/grafico-storico-euro-dollaro2018-a4c4f.jpg?1525418462

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.