Finanza

  • Futures e speculazione incidono sull’aumento del prezzo del gas

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi 

    In Italia, non solo tra le forze politiche, si discute dell’aumento delle bollette del gas e dell’elettricità, rispettivamente del 31% e del 40%. E’ un trend inflattivo in atto in tutta Europa e nel resto del mondo. Manca, però, la chiarezza sulle cause dell’aumento.

    Non basta riferirsi alla ripresa economica globale e dei consumi dopo i lockdown pandemici, alla domanda di energia pulita e al cambiamento climatico. Tutti aspetti veri, ma il classico rapporto tra domanda e offerta, a nostro avviso, non spiega il fenomeno dei prezzi così “inflazionati”. Però, diventano delle giustificazioni per operazioni di carattere finanziario, come i futures sul gas.

    Com’è noto, il prezzo del gas naturale e quello dei futures sul gas sono definiti nello stato della Lousiana dal cosiddetto Henry Hub. Dall’inizio dell’anno il prezzo dei futures sul gas contrattati negli Usa è cresciuto di oltre 94%. Cinque volte quelli di due anni fa.

    Si aggiunga che sul mercato ci sono anche i cosiddetti CFD (contract for difference), strumenti finanziari derivati il cui utilizzo non comporta lo scambio fisico, in questo caso il gas. Bensì si prevede il pagamento in contanti della variazione di valore della materia prima alla scadenza del contratto.

    I mercati principali dei futures sui prodotti energetici sono il Chicago Mercantile Exchange e il NYMEX di New York. Come per gli altri futures e, in genere, per i derivati finanziari, i trader possono usare il cosiddetto leverage, la leva, per cui un deposito limitato messo in garanzia permette di sottoscrivere contratti per un valore multiplo.

    Pertanto, la sola spiegazione oggettiva dell’aumento del prezzo del gas, causato dalla crescita della domanda e dei consumi, non regge. Lo conferma anche lo studio, “The future of liquified natural gas: Opportunities for growth“, pubblicato nel settembre 2020 da McKinsey & Company, la maggiore società internazionale di consulenza strategica. McKinsey ha una sua credibilità. Per esempio, in passato ha elaborato lo studio più accurato sulle infrastrutture a livello globale.

    McKinsey sosteneva che l’industria del gas naturale liquefatto (GNL) stava praticando prezzi bassi e un’offerta eccessiva e che, per la pandemia, la domanda di gas nel 2020 sarebbe potuta diminuire dal 4 al 7%. Tanto che gli esportatori di GNL avevano cancellato alcune spedizioni di gas (più di 100 cargo statunitensi sono stati cancellati nel mese di giugno e di luglio 2020), poiché il prezzo spot nei mercati asiatici ed europei non copriva più il costo della fornitura.

    In ogni caso, McKinsey spiegava che in futuro lo GNL avrebbe avuto una grande potenzialità in rapporto a cinque aree di intervento: efficienza del capitale, ottimizzazione della catena di approvvigionamento, sviluppo del mercato, de carbonizzazione e digitalizzazione avanzata dei processi. In seguito, McKinsey ha valutato una crescita della domanda globale di gas intorno al 3,4% annuo fino al 2035.

    Perciò, l’aumento della domanda c’è, ma in dimensioni che non giustificano la sproporzionata crescita del prezzo del gas. Invece, l’aumento dei prezzi dei futures può deformare l’andamento del mercato.

    Ovviamente i liberisti facinorosi sostengono che i futures non influenzano l’andamento dei prezzi, poiché si tratta di contratti tra privati, dove se uno perde, l’altro vince. Somma zero.

    In realtà, i futures e in generale le operazioni speculative in derivati, grazie al leverage, raggiungono numeri altissimi e riescono a influenzare i mercati e determinare i prezzi di una materia prima. Si ricordi il balzo del petrolio fino a oltre 150 dollari al barile nel 2008, alla vigilia della Grande Crisi, per poi crollare. Allora si parlò dei famosi “barili di carta”, perché per ogni barile reale di petrolio, almeno cento barili erano trattati con strumenti speculativi.

    Resta ineludibile, quindi, l’approvazione di nuove regole sulle attività finanziarie e speculative. Il G20 non può sottrarsi a questa specifica responsabilità. Se ne faccia carico anche il governo italiano.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Le cinque truffe finanziarie più frequenti

    Sono cinque le più grandi truffe finanziarie che gli esperti finanziari hanno visto finora nel 2021. Come riporta Wall Street Italia del 30 giugno, riprendendo un post apparso su BusinessInsider, le grandi trappole sono:

    Truffa dell’identità sintetica

    Uno dei nuovi tipi di frode emersi quest’anno è simile al furto d’identità, ma l’hacker non arriva a conoscere l’intera identità della persona. Si chiama “frode d’identità sintetica”. “È come la frode del furto d’identità, ma in questo tipo di frode alcune informazioni vengono rubate da un individuo e alcune informazioni sono fittizie”, dice l’esperto finanziario Nabity. “Per esempio, il nome può essere fittizio ma l’indirizzo viene rubato per ottenere l’autorizzazione da un’organizzazione. Queste informazioni vengono poi utilizzate per aprire conti falsi e fare transazioni. In questo caso, l’uso di un indirizzo può danneggiarti”. Quindi, come si può evitare tutto questo? Nabity consiglia di creare una password unica e indecifrabile per ogni nostro account online.

    Criptovalute senza valore

    Il 2021 è stato finora un anno in cui sempre più persone hanno iniziato a parlarne e a mostrare interesse nell’investire nel settore cripto. Secondo il consulente finanziario RJ Weiss, una delle più grandi truffe di denaro finora nel 2021 è stata quella degli influencer che spingono i loro follower a investire in criptovalute senza valore e senza rivelare che sono pagati per farlo.

    Teorie di short-squeeze

    Chi non ricorda il caso GameStop? Da lì, è stato un susseguirsi di post riguardanti teorie di short-squeeze. “Questi post sono pieni di disinformazione, propaganda e sciocchezze. Molti post dicono esplicitamente di ignorare i dati di mercato contrari alla loro tesi”, dice un altro esperto. “La verità è che i veri short squeeze sono rari e sono spesso confusi con le normali bolle speculative.

    Truffe con i soldi dei sosia delle celebrità

    Le persone sono sempre alla ricerca della prossima cosa migliore in cui investire o fare soldi, e spesso, quando sentono il nome di una celebrità, pensano automaticamente che l’opportunità sia credibile. Tendenza 2021 nel mondo delle truffe finanziarie è quella che coinvolge sosia di persone famose come il CEO di Tesla Elon Musk. “In una truffa, i fantomatici portavoce di Musk affermavano che stavano tenendo un ‘evento speciale’ e pubblicavano un link correlato chiedendo l’invio di una certa quantità di criptovaluta entro un periodo di tempo molto breve, promettendo un ritorno a volte doppio”.

    Misure di stimolo e truffe COVID-19

    Con i ristori e le misure di stimolo che arrivano nei conti delle persone in momenti diversi in considerazione della crisi COVID-19, i truffatori hanno trovato un’opportunità per prendere soldi in molti modi diversi. Una delle truffe più comuni del 2021 finora hanno coinvolto proprio ristori e assegni elargiti per il covid. “Che sia via testo, e-mail o telefonata, questi truffatori hanno detto tutti la stessa bugia, che è necessario ‘confermare’ le proprie informazioni personali prima di poter ricevere l’assegno. Una volta consegnato il tuo numero di previdenza sociale e altri dati, sei fritto”, dice l’analista Dvorkin.

  • Sistema finanziario vulnerabile

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 4 giugno 2021

    Dopo aver cercato, come sempre, di rassicurare gli animi, l’ultimo Financial Stability Report (FSR) della Federal Reserve presenta una lista impressionante di rischi per la stabilità finanziaria negli Usa e a livello mondiale. Nelle orecchie dei governatori della Fed fischia ancora quanto è successo a marzo con il collasso del fondo hedge Archegos Capital Management, che ha lasciato un buco di oltre 10 miliardi di dollari in alcune della maggiori banche internazionali. In verità, c’è che dice che il problema potrebbe essere cinque volte più grande.

    Il FSR è pubblicato due volte l’anno con l’intento di prevenire il ripetersi della Grande Crisi del 2008. La presentazione del rapporto è stata centrata sul significato e sugli strascichi proprio di Archegos, evidenziando che le difficoltà di istituti finanziari non bancari (il famoso shadow banking) influiscono sull’intero sistema finanziario. «Stanno aumentando le vulnerabilità associate all’elevato appetito al rischio», si afferma. Il che evidenzia «la limitata visibilità delle esposizioni dei fondi hedge e che le loro disponibilità, create con la leva finanziaria, potrebbero non essere sufficienti per far fronte a rischi importanti».

    I valori di molti asset sono cresciuti enormemente, superando i record dell’anno scorso. Gli indici azionari e i prezzi delle azioni sono ai lori massimi storici. Per esempio, dall’inizio del 2021 l’indice azionario Standard & Poor’s 500 è cresciuto del 12%. Inoltre, il Bloomberg Commodity Index, che traccia tutte le materie prime e i beni alimentari, è cresciuto del 19% in un anno. Nello stesso periodo, il prezzo delle case negli Usa è aumentato del 12%. Sono tutti effetti dell’insaziabile «appetito» di profitti più alti.

    Del resto l’eccessiva liquidità, gli interessi quasi negativi e i bassi rendimenti offerti dai tradizionali titoli, come le obbligazioni del Tesoro americano, spingono verso investimenti speculativi, tanto che invece di comprare bond pubblici, i grandi della finanza preferiscono acquistare le obbligazioni corporate o quelle già ritenute come speculative.

    Il pericolo vero sta in un possibile repentino cambiamento di valutazioni. La Fed, infatti, teme che qualche evento possa ridefinire i prezzi degli asset, delle azioni, obbligazioni o altri titoli. Proprio com’è avvenuto nel caso Archegos, quando determinate azioni vennero vendute per poter coprire le perdite di gestione, determinando un improvviso e forte calo del loro valore.

    In altre parole, si teme che gli speculatori possano mitigare il loro «appetito al rischio» e ridurre la frenesia proprio verso i titoli e le operazioni più rischiose. Il sistema è drogato e ha bisogno di dosi sempre più forti, il che rischia di crollare in un momento di astinenza. Come il drogato ha bisogno di un autorevole aiuto, così la finanza speculativa ha bisogno dell’intervento correttivo dei governi e degli Stati, quando occorre.

    Il Rapporto elenca altri rischi di vulnerabilità del sistema, il peggioramento della pandemia e l’aumento dei tassi d’interesse per fronteggiare a un’impennata dell’inflazione. Anche il governatore del Fed, Jerome Powell, esprime una certa preoccupazione per l’aumento dei prezzi in alcuni settori, come quello immobiliare e ha ammesso che «non è proprio un bene che negli Usa i prezzi aumentino così tanto».

    Non sorprende, quindi, che la Fed cerchi di scaricare su altri le cause dei rischi della sua vulnerabilità finanziaria. Prima di tutto sull’Europa e sui paesi emergenti. «Sviluppi negativi nelle economie dei mercati emergenti, stimolati in parte da un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, potrebbero avere delle ripercussioni negli Stati Uniti».

    Si dimentica, però, di riconoscere le proprie responsabilità. Infatti, gli andamenti economici di questi paesi sono di solito determinati dalle politiche monetarie e finanziarie degli Usa.

    Anche le misure adottate dalla Cina per contenere la speculazione sui mercati immobiliari, si dice, potrebbero creare situazioni di stress finanziario interno con ripercussioni globali, anche negli Stati Uniti.

    Il Rapporto, in definitiva, presenta una serie di analisi e di preoccupazioni, in parte anche condivisibili. Però sono enunciazioni scritte che possono al più suscitare discussioni mediatiche e accademiche ma non far adottare azioni efficaci da parte delle istituzioni preposte, come sarebbe necessario.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’appello di Papa Francesco per regolamentare la finanza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Che di fronte al dilagare incontrollato della finanza speculativa sia necessario “rivolgersi alla preghiera”, è uno schiaffo morale ai governi e alle istituzioni economiche internazionali preposte al controllo e alla regolamentazione dell’economia, della moneta e dei settori finanziari. E’, però, l’ammissione della loro incapacità d’intervento e della sottomissione al “mercato senza leggi” e al laissez faire più spregiudicato.

    Dinanzi all’intollerabilità della situazione, papa Francesco si è sentito in dovere di richiamare i credenti e i laici con un video dedicato alla preghiera per una “finanza giusta, inclusiva e sostenibile”.

    Egli afferma che “mentre l’economia reale, quella che crea lavoro, è in crisi – quanta gente è senza lavoro! – i mercati finanziari non sono mai stati così ipertrofici come sono ora. Quanto è lontano il mondo della grande finanza dalla vita della maggior parte delle persone! La finanza, se non viene regolamentata, diventa pura speculazione animata da politiche monetarie. Questa situazione è insostenibile. È pericolosa. Per evitare che i poveri tornino a pagarne le conseguenze, bisogna regolamentare in modo rigido la speculazione finanziaria.”.

    Ricorda che la finanza deve essere uno strumento per servire le persone e per prendersi cura della casa comune e fa un appello “perché i responsabili della finanza collaborino con i governi, per regolamentare i mercati finanziari e proteggere i cittadini in pericolo.”

    In pratica riprende il discorso avviato nel 2015 con l’enciclica Laudato sì” in cui si afferma che “la finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale”. Secondo Francesco non è una questione di teorie economiche ma della loro applicazione fattuale nell’economia. Il mercato da solo non può garantire lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale, né la protezione dell’ambiente e dei diritti delle generazioni future.

    Nell’enciclica citata si sostiene: “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia… Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”.

    Secondo noi la crisi finanziaria del 2007-2008 ne è la prova: sarebbe stata l’occasione per sviluppare una nuova economia, non solo più attenta ai principi etici, ma, soprattutto, per regolamentare l’attività finanziaria speculativa e la ricchezza virtuale. Purtroppo non è stato così.

    Certo, sono concetti che papa Francesco ripete ormai costantemente. Lo ha fatto anche recentemente nell’enciclica “Fratelli tutti” e con molto coraggio anche nella lettera inviata al meeting della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, svoltosi lo scorso aprile. Egli afferma che “è ora di riconoscere che i mercati — specialmente quelli finanziari — non si governano da soli. I mercati devono essere sorretti da leggi e regolamentazioni che assicurino che operano per il bene comune, garantendo che la finanza – invece di essere meramente speculativa o finanziare solo sé stessa – operi per gli obiettivi sociali tanto necessari nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria globale”.

    Ci preme sottolineare che la preghiera del papa ha avuto anche qualche orecchio attento. La Federcasse, la Federazione italiana delle Banche di Credito Cooperativo, una rete di 250 banche cooperative di comunità con un milione e 350 mila soci, l’ha fatta sua. Del resto essa fa della vicinanza al territorio, alle famiglie e ai piccoli imprenditori e artigiani la sua mission. In merito, il direttore generale Sergio Galli ha ribadito che “occorre elaborare nuove forme di economia e finanza realmente orientate al bene comune e rispettose della dignità umana”.

    Naturalmente le tematiche affrontate da papa Francesco sono tali che oggettivamente impongono ai governi decisioni rapide e stringenti. In questi giorni da più parti si sollecita il superamento dei brevetti sui vaccini. Tema che va affrontato. Si consideri che, mentre nei paesi industrializzati una persona su 4 ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, nei paesi poveri, invece, l’ha avuta una su 500. Il caso più odioso è sicuramente quello dell’India, dove si produce il 70% dei vaccini mondiali, ma non per i propri cittadini, bensì per l’export.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Iniziativa di Banca Intesa con Lego per educare i bambini alla finanza

    Astronavi, castelli, palazzi e camioncini, tutti noi abbiamo usato i mattoncini per costruire qualcosa e dare libero sfogo alla nostra fantasia creativa, ma utilizzarli per spiegare l’inflazione, il PIL e i costi del cambiamento climatico rappresenta una vera novità. Nasce così il progetto Legonomia, promosso dalla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, che utilizza i mattoncini come strumento educativo per far avvicinare le famiglie ad alcuni contenuti economici e finanziari, in modo semplice e divertente. Il progetto si rivolge ai bambini fino ai 12 anni che potranno partecipare alle attività insieme ai loro genitori, trasformando così questo momento in un’occasione di apprendimento reciproco replicabile anche a casa. Insieme a Luciano Canova, autore, docente accademico e formatore accreditato LEGO®SERIOUS PLAY® e grazie alla collaborazione con il Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo è stato possibile realizzare il primo laboratorio su prezzi e inflazione. I successivi laboratori in presenza, Covid-19 permettendo, spazieranno dall’uso responsabile del denaro, all’economia comportamentale fino allo sviluppo sostenibile e saranno condotti il prossimo autunno a Torino presso il Museo del Risparmio, applicando tecniche di didattica ludica e di divulgazione scientifica.

  • Ue, così non si va certo avanti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi il 9 maggio 2020.

    Non è la prima volta nella storia della Germania che i più alti giudici tedeschi si trovano a dover prendere delle decisioni i cui effetti vanno ben oltre la mera valutazione giuridica. Negli anni Trenta, Carl Schmitt, l’allora giurista capo della Germania, purtroppo, scelleratamente giustificò l’adozione delle Notverordnungen, “le leggi di emergenza” che furono poi utilizzate per imporre la dittatura nazista.

    Sia chiaro non c’è la benché minima intenzione di paragonare la Germania di oggi con quella del passato. Vogliamo semplicemente evidenziare che le più importanti decisioni economiche e politiche in tutte le parti del mondo sono di assoluta prerogativa dei governi. Per le quali devono assumersi la totale responsabilità, senza delegarla ad altre istituzioni.

    Non per sua iniziativa, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe è stata chiamata a pronunciarsi sulla piena legittimità delle misure monetarie non convenzionali di allentamento quantitativo, attuate negli anni passati dalla Banca centrale europea.

    Nella sentenza di questi giorni, Karlsruhe non ha espresso criticità sul quantitative easing, ma ha chiesto al Governo tedesco di fornire, entro tre mesi, gli elementi che possano dimostrare che gli obiettivi di politica monetaria relativa all’acquisto di titoli pubblici dei paesi membri della Bce siano proporzionati rispetto agli effetti di politica economica e fiscale del programma in questione.

    Le parole usate sono molto forti. Si afferma che le misure prese da un organo europeo “non sono coperte dalle competenze europee” e per questo “non potrebbero avere validità in Germania”.

    Dalla risposta del governo tedesco dipenderà anche l’eventuale partecipazione futura della Bundesbank al programma di acquisti della Bce. Quest’ultima, in verità, non dovrebbe avere molte difficoltà nel dimostrare la proporzionalità finora attuata con il programma PSPP (Publich Sector Purchase Program). Si ricordi che tra marzo 2015 e la fine del 2018, la Banca centrale europea ha investito circa 2.600 miliardi di euro in titoli di stato e in altri titoli.

    In merito, la Banca d’Italia afferma di acquistare sul mercato secondario titoli pubblici italiani, con rischio interamente a carico del bilancio dell’Istituto. Per gli acquisti effettuati dalla Bce in titoli di Stato, sia italiani sia di altri paesi dell’area euro, e per gli acquisti di titoli emessi da entità europee sovranazionali, che complessivamente rappresentano il 20 per cento del totale del programma PSPP, vige il principio della condivisione dei rischi tra le banche centrali nazionali dell’euro-sistema in base alla propria quota capitale.

    La sentenza risponde a un ricorso del 2015, firmato da alcuni politici apertamente critici dell’Unione europea, tra cui anche il fondatore del partito di estrema destra AfD, che sollevava la questione dell’incostituzionalità delle politiche di acquisto di titoli pubblici iniziata da Mario Draghi. Secondo costoro, Francoforte avrebbe violato i vincoli dei Trattati europei contravvenendo al divieto di finanziamento del debito dei paesi membri.

    La Corte, a nostro avviso, ha preso l’unica decisione possibile: chiamare in causa direttamente Berlino affinché esprima, con piena responsabilità politica, le sue intenzioni passate e future rispetto alla politica economica dell’Unione europea e al ruolo sovrano della Bce nella definizione della politica monetaria unitaria europea.

    Adesso il governo tedesco, ma, di fatto, anche tutti gli altri paesi europei, sono obbligati a pronunciarsi in modo concreto sul futuro dell’Ue. In primo luogo non si può continuare con una politica monetaria congiunta e con una moneta unica mantenendo una politica fiscale completamente nazionale.

    La sentenza di Karlsruhe, per tanto, non è entrata nel merito del nuovo programma, a carattere temporaneo, denominato Pandemic Emergency Purchase Programme (Pepp) che ha l’obiettivo di contrastare i rischi per la politica monetaria e per le prospettive di crescita derivanti dalla diffusione del coronavirus. Il Pepp prevede acquisti aggiuntivi di titoli pubblici e privati per complessivi 750 miliardi per tutto il 2020.

    In ogni caso, poiché l’acquisto futuro di titoli sovrani nazionali di qualsiasi paese dell’Unione potrebbe essere sempre visto come una violazione dei Trattati, la risposta, secondo noi, starebbe proprio nella realizzazione del cosiddetto Recovery Fund, con il potere di emettere bond. Non più, quindi, titoli di singoli Stati ma titoli comuni, europei a tutti gli effetti. Essi sarebbero strumenti di debito adeguati che la Bce potrebbe acquistare senza problemi e senza rischi d’incostituzionalità.

    Un secondo aspetto rilevante riguarda la prevalenza o meno della giurisdizione europea rispetto a quelle nazionali. Infatti, se il diritto nazionale fosse ritenuto superiore a quello europeo, vi sarebbe il rischio di un conflitto continuo relativo ai poteri decisionali a livello europeo.

    Allora l’Ue sarebbe continuamente a rischio di sopravvivenza. In questo caso è stato proprio così. La Corte di Karlsruhe non ha riconosciuto, poiché «assolutamente non comprensibile», una sentenza preliminare della Corte di giustizia europea (Cgue), che nel dicembre 2018 aveva, invece, approvato il programma di acquisto di obbligazioni.

    Se dovesse malauguratamente affermarsi il primato delle costituzioni nazionali, si affermerebbe che i singoli Stati membri dell’Ue resterebbero, di fatto, i «padroni» dei Trattati europei. Di conseguenza l’Unione europea rimarrebbe un’entità confederale, non federale. Sarebbe fondata sul principio della concorrenza e non più della solidarietà.

    È esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario per affrontare anche l’attuale emergenza della pandemia. Sarebbe il fallimento dell’idea stessa di Europa unita che in poco tempo finirebbe inevitabilmente per implodere. Sarebbe una iattura, anche per la Germania.

     *già sottosegretario all’Economia **economista

  • A cuccia le agenzie di rating

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi l’1 maggio 2020.

    Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, nel meeting di primavera per via telematica del Fmi e della Banca mondiale, ha affermato che, senza liquidità e sostegno alle imprese, alle famiglie e ai lavoratori, il mondo rischia un default di massa. Non solo l’Italia, quindi. E ha aggiunto che “poiché la crisi è globale, la risposta deve essere globale”. È necessario, perciò, preservare la “funzionalità dei mercati finanziari e la stabilità del sistema finanziario”.

    Non è la prima volta che le istituzioni italiane e i loro massimi rappresentanti si distinguono per chiarezza e lungimiranza in contesti e incontri internazionali. La puntualizzazione sull’aspetto finanziario merita, però, qualche riflessione aggiuntiva. Non per sminuire la gravità della situazione economica italiana, ma per meglio contestualizzarla nella ben più complessa e difficile situazione globale.

    Per prima cosa intendiamo evidenziare l’importanza e le rilevanti ripercussioni della decisione della Bce di mettere fuori gioco le agenzie di rating. Fino a qualche giorno prima, la Bce, sulla base di un singolare regolamento, accettava in garanzia da parte degli Stati membri soltanto titoli e obbligazioni con la pagella della tripla A fornita dalle agenzie di rating. Oggi la Bce si è liberata da questo obbligo e intende acquistare qualsiasi titolo pubblico, anche quelli sotto il rating BBB, cioè junk, i cosiddetti titoli spazzatura. La mossa ha, tra l’altro, neutralizzato le solite superficiali valutazioni di rating nei confronti dell’Italia e di altri paesi che solitamente abbassano la fiducia nei titoli dei debiti pubblici e che fanno aumentare i tassi di interesse da pagare. Ci auguriamo che questa decisione della Bce non valga solo fino a settembre 2021 ma che sia definitiva.

    Si tenga presente che le tre sorelle del rating, Standard& Poor’s, Moody’s e Fitch, da anni non hanno più voce in capitolo negli Usa. Non si permettono più di esternare valutazioni critiche sui titoli di stato americani. Già ci fu un sonoro ceffone da Barack Obama, adesso Donald Trump sicuramente le deporterebbe su un’isola deserta, se osassero commentare negativamente l’andamento dell’economia americana. In Italia e in Europa, purtroppo, sono ancora le benvenute.

    Un’altra riflessione merita di essere fatta sul ruolo presente e futuro del mercato. Si pensi al petrolio e ai suoi andamenti di borsa. Nei giorni passati si è assistito, attoniti e in silenzio, a un fatto storico gravissimo e senza precedenti: i contratti future sul petrolio venduti a un prezzo negativo! Il che significa che chi vendeva petrolio ha dovuto pagare per farlo comprare. Il petrolio pompato sarebbe stato così tanto che, sia per gli altissimi costi di stoccaggio sia per la mancanza di spazio per conservarlo, le compagnie petrolifere hanno o avrebbero dovuto pagare i loro clienti per prenderlo. Pura pazzia. Frutto di speculazioni finanziarie e di irresponsabili “giochi geopolitici globali” in un momento economicamente già molto pericoloso.

    Occorre sapere che la stragrande maggioranza dei contratti future sono solo virtuali e speculativi, non prevedono cioè alcuna vera compravendita di greggio o di altre materie prime o di generi alimentari e, quindi, nessun loro passaggio fisico dal venditore al compratore. La crisi odierna, per fortuna, sta facendo apprezzare il ruolo dell’economia reale e dello Stato. Non servono perciò straordinarie e complicate regole. Basterebbe imporne una: chi va sul mercato per qualsiasi business deve impegnarsi a portarlo a termine fisicamente. I veri operatori si comportano così. Per scoraggiare gli altri, cioè coloro che, invece, intendono soltanto lucrare sulla differenza di prezzo, dovrebbe essere loro imposto un significativo deposito di garanzia.

    Lo stesso, ovviamente, dovrebbe essere fatto per tutte le operazioni finanziarie allo scoperto. Per esempio, vendere virtualmente un titolo qualsiasi per poi ricomprarlo a una certa scadenza, o viceversa.

    La finanza speculativa ha sempre giustificato simili operazioni come il toccasana dell’equilibrio di mercato. Non è così. La pandemia e il conseguente lockdown produttivo ci hanno insegnato empiricamente che contano le produzioni, i beni, e non le speculazioni.

    Queste ultime, così come i derivati otc, si basano anche su un’elevata leva finanziaria, cioè quel sistema che può generare enormi masse finanziarie sulla base di un piccolo capitale realmente a disposizione. In alcuni paesi europei, compresa l’Italia, tali operazioni allo scoperto sono state bandite per tre mesi. A nostro avviso dovrebbe essere una misura definitiva da parte della Consob.

    Da alcune settimane continuiamo ad assistere a evoluzioni delle borse così forti da far apparire come delle semplici altalene per bambini anche le più spericolate montagne russe. Non sorprende affatto che il mondo della finanza appaia indifferente. Ma è più che mai inaccettabile che le autorità politiche e quelle di controllo restino, impotenti o incompetenti, alla finestra. Sembra che in diversi paesi sia stato richiesto l’intervento delle autorità competenti. La Consob avrebbe voluto farlo ma ha scoperto di non averne il potere.

    Riteniamo che l’emergenza pandemia ci insegni che l’interesse collettivo viene prima dell’interesse di parte. I governi a livello mondiale si sono finora responsabilmente impegnati a sostenere le economie minate dal corona virus con circa 8 mila miliardi di dollari e le banche centrali sono disposte a fornire “liquidità illimitata”. Di fronte a questo straordinario impegno pubblico e a questa assunzione di responsabilità collettiva e condivisa non possiamo non chiederci perché ancora non si riformino i mercati e non si blocchino le speculazioni selvagge.

    *già sottosegretario all’Economia – **economista

  • Da Bruxelles 3 miliardi di euro in aiuti all’Europa orientale, Tunisia, Giordania per affrontare il post Covid-19

    La Commissione europea ha annunciato un pacchetto di assistenza macrofinanziaria da 3 miliardi di euro per dieci paesi dell’allargamento e dei paesi vicini, per aiutarli ad affrontare l’impatto economico di Covid-19. Una volta che il Consiglio e il Parlamento avranno approvato la proposta, sarà erogata la prima rata dei prestiti che sarà disponibile per un anno, “in termini estremamente favorevoli per aiutare tali paesi a coprire le loro immediate e urgenti esigenze di finanziamento”. La seconda parte potrebbe essere erogata nel quarto trimestre del 2020 o nella prima metà del 2021. L’Ucraina riceverà il maggior importo di fondi, con 1,2 miliardi di euro. Al di fuori dell’Europa, 600 milioni saranno assegnati alla Tunisia e 200 alla Giordania. Mercoledì scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha twittato dicendo che la decisione della Commissione di fornire al paese più di un terzo dei fondi “dimostra che l’Ucraina aveva ragione a fare la sua scelta europea”.

  • Il coronavirus e il comportamento della finanza

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 18 marzo 2020

    In un momento in cui la pandemia da coronavirus impone delle riorganizzazioni e dei limiti di comportamento al singolo cittadino e alle istituzioni politiche, sociali ed economiche dei vari Paesi, è grave e inaccettabile che la finanza si comporti in modo irresponsabile. Proprio come ha sempre fatto sia prima che dopo la grande crisi del 2008. È fuorviante dare la responsabilità per gli sconquassi finanziari in corso solo al coronavirus. La pandemia è l’equivalente di un disastroso evento geopolitico che può scatenare una nuova e pericolosa crisi in una situazione già precaria.

    Negli ultimi 10 anni l’intero sistema economico-finanziario ha peggiorato la sua situazione, in tutti i settori. In rapporto al Pil mondiale e regionale i debiti pubblici e quelli corporate, delle imprese private, sono, purtroppo, aumentati di molto. Varie bolle finanziarie, soprattutto negli Usa, ma anche altrove, Cina compresa, sono cresciute. Si tratta dei derivati otc e delle bolle dei mutui immobiliari, per l’acquisto di auto e in generale dei debiti per i consumi, persino quelli per i prestiti agli studenti. Anche la borsa di Wall Street, e in misura minore le altre, è cresciuta a dismisura, in modo ingiustificato e per niente proporzionale al reale andamento delle imprese quotate.

    Per esempio, nel giro di poche ore il prezzo del petrolio è sceso del 30% portando il costo del barile intorno ai 30 dollari. È stato chiaramente provocato da una mossa geopolitica dell’Arabia Saudita contro la Russia, l’Iran e la Cina. Ovviamente con l’appoggio americano. Sarebbe sciocco pensare che sia dovuto soltanto alle contrazioni produttive in Cina o agli annunci relativi alla domanda e l’offerta del mercato. L’operazione, invece, è stata condotta attraverso «preparate» operazioni finanziarie speculative, futures e altri derivati, mirate al ribasso. Una mossa che, nell’intenzione di chi l’ha pensata, avrebbe dovuto piegare in brevissimo tempo le resistenze russe. Così non è stato e non è, in quanto la Russia, ci sembra, da tempo si è preparata a simili evenienze.

    La conseguenza sembra colpisca, invece, il mondo delle obbligazioni americane. Infatti, titoli per oltre 140 miliardi di dollari emessi da imprese energetiche americane minori, potrebbero in breve tempo finire tra i junk bond ad alto rischio, cioè diventare «obbligazioni spazzatura». Perderebbero lo status di «investment grade», per cui i possessori istituzionali, come le assicurazioni e i fondi pensione, dovrebbero disfarsene.

    Se l’attuale andamento del mercato petrolifero dovesse prolungarsi, altre obbligazioni, già con il penalizzante rating della tripla B, per 320 miliardi di dollari, potrebbero cadere nel famoso bidone della spazzatura. Si consideri che nel settore dell’energia degli Usa vi sono altre obbligazioni a rischio ammontanti a circa 2.000 miliardi di dollari, che potrebbero fare la stessa fine. Se ciò avvenisse, si potrebbero «infettare» altri 3.000 miliardi di dollari di obbligazioni del settore corporate che già galleggiano malamente nella palude della tripla B.

    Secondo noi questi «giochi» hanno un effetto distruttivo maggiore della peggiore pandemia perché possono far saltare l’intero sistema economico. Nel frattempo le banche centrali sarebbero chiamate a far fronte ai vari salvataggi per centinaia di miliardi di dollari o di euro. I grandi operatori della finanza, in verità, sanno che non basterà. Adesso chiedono il cosiddetto «helicopter money», l’inondazione di liquidità per tutti, come se si dovessero gettare banconote da un elicottero. Si tratta di un’idea proposta inizialmente dal monetarista Milton Friedman e poi rilanciata nel 2002 dal governatore della Fed Ben Bernanke per prevenire i rischi di una deflazione.

    L’uso dell’«elicottero» proverebbe che le banche centrali, dopo il 2008, invece di riformare il sistema finanziario, hanno usato tutti i mezzi monetari convenzionali e non convenzionali a loro disposizione. Adesso sarebbero disarmati di fronte ad una crisi di gravità e dimensioni maggiori. In Italia ben venga la decisione della Consob di proibire le operazioni allo scoperto in borsa. Dovrebbe essere una norma di divieto duraturo da adottare a livello globale.

    Di fronte ai crolli e alle incontrollabili evoluzioni finanziarie, le autorità centrali devono intervenire. Se lo Stato è chiamato a rispondere in tutti i settori, come quelli sanitari, occupazionali, economici e ambientali, non può essere consentito che i mercati finanziari restino fuori da ogni controllo e influiscano negativamente sugli andamenti dell’economia e degli assetti sociali. In un mondo dove tutte le ideologie sembrano siano state superate, di fatto, resta ancora dominante il neoliberismo, che sparge il virus della «magia del mercato perfetto» della domanda e dell’offerta, senza regole e senza un ruolo dello Stato.

    Emblematico è il coronavirus: muoversi in ordine sparso, non coordinato e centralizzato non risolve il problema. Vale ancor di più per la finanza e la speculazione. Non è più procrastinabile una riforma del sistema. Serve una nuova e moderna Bretton Woods. Se Wall Street e la City continuano a resistere, allora l’Unione Europea, magari insieme ai Paesi Brics, dovrebbe farsene carico e non in tempi biblici.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Adam Farkas lascia l’Autorità bancaria europea per una lobby finanziaria e il Mediatore europeo avvia un’indagine

    Emily O’Reilly, il Mediatore dell’Unione europea, ha dichiarato di aver avviato un’indagine sulla decisione dell’Autorità bancaria europea (EBA) di consentire al suo direttore, Adam Farkas, di diventare capo di una lobby di spicco del settore finanziario. Il Mediatore europeo ha chiesto all’ABE di rispondere, entro il 28 febbraio, a dodici domande relative alla decisione di approvare la mossa di Farkas. L’ABE, che è il regolatore bancario dell’UE, ha dichiarato a settembre che il suo capo si era dimesso per assumere dal 1° febbraio l’incarico di CEO dell’Associazione dei mercati finanziari in Europa (AFME). Secondo l’agenzia Reuters, la mossa è stata approvata dopo che sono state poste in essere diverse condizioni, tra cui un divieto di 18 mesi per Farkas di svolgere consulenze all’AFME e ai suoi membri su argomenti direttamente collegati al suo lavoro svolto nei tre anni all’ABE.

    L’indagine è partita in seguito ad un reclamo presentato dall’organizzazione Change Finance in cui si sostiene che la mossa di Farkas potrebbe creare un “conflitto di interessi” in quanto l’ex direttore dell’ABE potrebbe avere una visione del processo decisionale dell’ABE. I vertici dell’EBA tuttavia si mostrano tranquilli dichiarando piena disponibilità e collaborazione al Mediatore. Durante la sessione plenaria di Strasburgo della scorsa settimana, diversi deputati hanno sottolineato l’importanza della trasparenza nell’UE per poter riconquistare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni dell’UE e hanno chiesto garanzie per assicurare che i dipendenti pubblici lavorino al 100% nell’interesse pubblico e non per le grandi società. Gli eurodeputati hanno inoltre adottato una risoluzione che chiede alla Commissione europea di “valutare le pratiche correnti nel settore dell’occupazione post-pubblica a livello UE e nazionale” e di stabilire un quadro giuridico armonizzato per la “prevenzione delle situazioni di conflitto di interessi nell’occupazione post-pubblica. Hanno inoltre invitato il consiglio delle autorità di vigilanza dell’ABE a riconsiderare la decisione sulla scelta professionale di Farkas e hanno suggerito ai membri e ai rappresentanti delle istituzioni dell’UE di astenersi dal contattare Farkas per un periodo di due anni.

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