Finanza

  • Esce ‘Gli Stangati’, per imparare a navigare nel fosco mare degli investimenti finanziari

    C’è chi ha subito un raggiro finanziario o una truffa e chi ha effettuato investimenti sbagliati. Entrambe le categorie in questione sono state vittime, più o meno inconsapevolmente, di una stangata sul proprio patrimonio investito, frutto di risparmi anche di una vita intera. A tutti loro, e non solo, Stefano Elli, giornalista de Il Sole24 Ore dedica un libro, Gli stangati, disponibile in libreria, e con il noto quotidiano economico, dal prossimo 11 luglio. Da trent’anni anni impegnato a raccontare, attraverso le sue inchieste e i suoi articoli, storie di abusivismo finanziario e operazioni truffaldine che hanno coinvolto migliaia di italiani, nel suo nuovo volume Elli offre uno spaccato sistematico di storie di imbrogli e investimenti traditi, raccogliendoli per tipologia, metodo e modalità operative. L’obiettivo è quello di dare al lettore uno strumento per tutelarsi ed evitare comportamenti che possano mettere a repentaglio il proprio denaro. L’educazione finanziaria è uno dei temi fondamentali de Il Sole 24 Ore, quotidiano da sempre garanzia di un’informazione trasparente, veritiera e utile. Con la pubblicazione di questo volume autore ed editore intendono perseguire un obiettivo comune: contribuire a rendere i lettori meno vulnerabili ed esposti ai comportamenti a rischio raccontando le vicissitudini di coloro che, cedendo alle lusinghe dei gatti e delle volpi 4.0, non sono riusciti a evitarli.

    Il messaggio che si evince è forte e chiaro: leggete quanto è accaduto ad altri per evitare che capiti a voi. Imparate a controllare sempre a chi affidate il vostro risparmio, informatevi prima di fare un investimento, perché i truffatori sono sempre attivi e spesso utilizzano modalità già viste in altre occasioni. Il tono del messaggio non vuole essere moralistico e in questo aiuta la capacità di Stefano Elli di scrivere con taglio ironico e stile veloce e leggero, ma sempre chiaro e preciso.

  • Banche, non sono al primo posto. Nella gestione della massa degli attivi finanziari globali

    Pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 25 febbraio 2019

    Pochi crederebbero che nel mondo della finanza, le banche non siano più i «number one».

    Eppure lo conferma il rapporto «Global Shadow Banking Monitoring Report 2017» del Financial stability board (Fsb), il Consiglio per la stabilità finanziaria. Si ricordi che è l’organismo internazionale con il compito di monitorare il sistema finanziario mondiale per ridurre il rischio sistemico. In passato è stato presieduto anche da Mario Draghi.

    Secondo tale rapporto, alla fine del 2016 gli attivi finanziari globali totali ammontavano a 360 mila miliardi di dollari. Cinque volte e mezzo il pil mondiale. Essi sono così suddivisi: 160 mila miliardi gestiti dagli organismi finanziari non bancari, 138 mila dalle banche, 26 mila dalle banche centrali e il resto da istituti finanziari pubblici. Gli organismi finanziari non bancari, cioè «gli enti e le attività dell’intermediazione del credito che operano fuori dal sistema bancario regolare», sono considerati e chiamati dallo Fsb «shadow banking», sistema bancario ombra. Secondo il Consiglio non sarebbe è una definizione spregiativa.

    Sta di fatto che essi manovrano cifre spaventose, se si confrontano con quelle del pil mondiale. Per evidenziare tutta la fragilità e i rischi del sistema finanziario, è, inoltre, doveroso rilevare che non sono inclusi i noti derivati finanziari otc e altri prodotti speculativi, di cui più volte abbiamo denunciato la pericolosità.

    I non bancari comprendono le assicurazioni con 29 mila miliardi di dollari di attivi concentrati negli Usa e in Europa, i fondi pensione con 31 mila miliardi, il 60% dei quali in mano americana, e ben 100 mila miliardi dei cosiddetti «Other Financial Intermediaries» (Ofi) che includono vari tipi di fondi d’investimento, hedge fund, holding finanziarie e altri organismi finanziari, spesso «molto fantasiosi» e speculativi.

    Circa la creazione del credito, però, le banche mantengono ancora il primato con 69 mila miliardi, pari al 77 per cento del totale, lasciando molto indietro il settore dei citati Ofi. Il che significa che questi ultimi sono attratti soprattutto da settori molto distanti da quelli concernenti l’economia reale.

    Nel frattempo gli Ofi hanno registrato un grande aumento in Europa. Ad esempio, rappresentano il 92% di tutti gli attivi finanziari del Lussemburgo, il 76% dell’Irlanda e il 58% dell’Olanda. L’area euro conta detti attivi per 32 mila miliardi di dollari, superando gli Usa, dove, in realtà, stanno diminuendo, e di molto la Cina, dove, al contrario, è in atto una crescita straordinaria.

    All’interno degli Ofi vi è un settore in continuo aumento che rappresenta ben 45 mila miliardi di attivi considerati molto rischiosi anche dallo Fsb. Si chiama «narrow measure of shadow banking», un nome senza senso anche in inglese e impossibile da tradurre in italiano in modo comprensibile. Non è la prima volta che prodotti finanziari molto rischiosi vengono chiamati, volutamente, in modo stravagante e fuorviante.

    Secondo il Consiglio per la stabilità finanziaria, le operazioni «narrow measure» sono molto più rischiose in quanto utilizzano massicciamente la leva finanziaria, operano cioè con grandi numeri ma pochi capitali propri. Di conseguenza sono vulnerabili ai rischi di rinnovo delle posizioni e di estensione della scadenza (rollover risk) e a quelli di eventuali massicci ritiri di fondi per timore di insolvenza (run), in particolare quando si rendono dipendenti da finanziamenti di breve periodo.

    Sono esattamente le situazioni che si erano create alla vigilia della Grande Crisi del 2008 e che hanno provocato il crollo del sistema. Circa le citate operazioni «narrow measure» gli Usa sono ancora i primi con il 31%, seguiti dall’Europa con il 22% e dalla Cina con il 16%. È molto rilevante il fatto che le Isole Cayman, il «paradiso fiscale» per eccellenza, con 4.700 miliardi di attivi, rappresentano il 10% del totale!

    Nei passati 5 anni la quota del settore bancario si è andata riducendo di anno in anno, rimpiazzata da una crescente e sempre più ingombrante presenza dello shadow banking. La tendenza è stata ancor più forte in Europa. Comunque, resta sempre molto elevata l’interconnessione tra tutti i vari settori, bancari e non. Perciò permane il rischio di crisi sistemiche.

    Gli studi fatti dal Financial stability board sono encomiabili e di grande aiuto. Però, la velocità e le dimensioni degli attuali processi finanziari sono davvero straordinarie e ci impongono una domanda. Le autorità di controllo sono veramente capaci di governarli oppure tentano di inseguire queste evoluzioni finanziarie che, di fatto, finiscono col dettare i movimenti e le regole di comportamento dei mercati e dei loro principali attori? È un dubbio inquietante che lascia sconcertati.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Un debito insostenibile e il rischio di un nuovo crac finanziario

    William White, ex capo economista della Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) ha dichiarato al settimanale Der Spiegel del 7 settembre scorso che “il problema di fondo della crisi della Lehman Brothers (la più grossa banca d’affari degli Stati Uniti che dichiarò bancarotta il 15 settembre 2008 scatenando la crisi finanziaria non ancora risolta del tutto) non è mai stato affrontato. Al contrario – afferma White – è stato esacerbato e il debito è più alto che mai” ed il sistema finanziario “è giunto al limite”. Affermazioni gravi, se corrispondono al vero, che dovrebbero impensierire i politici di ogni colore. Allo scoppio della crisi del 2007/2008 tutti gli esperti hanno dichiarato che quel che stava accadendo era causato dal sistema finanziario esistente. La crisi è sistemica – dicevano – non congiunturale e momentanea. Ma tutti gli espedienti utilizzati per far fronte alla crisi non hanno mai intaccato il sistema, non lo hanno mai riformato, come inizialmente gli esperti chiedevano. Anzi, le banche speculative, invece, non solo furono salvate, ma fu loro permesso di riscrivere le regole. Bilioni di denaro a costo zero sono stati regalati alle banche e alle istituzioni finanziarie ombra, sotto l’egida del “Quantitative Easing” e questi soldi sono andati ai mercati azionari, producendo una finta ripresa e rilanciando lo smercio dei derivati. L’effetto è stato che il volume di debito a bassa qualità dei Paesi emergenti, come pure il debito sovrano di molti Paesi transatlantici, unito al livello insostenibile raggiunto dal debito societario, dal debito privato (carte di credito), dai prestiti studenteschi e via dicendo, ha raggiunto livelli pericolosi. In effetti le economie emergenti sono oggi esposte per oltre 8.000 miliardi di dollari di debito sovrano e societario, 249 miliardi dei quali scadranno l’anno prossimo. L’aumento dei tassi d’interesse e un dollaro più forte rendono più costosi i rimborsi, con la conseguenza che si va verso l’insolvenza. Ancora più esposto è il debito societario americano. Nel 2007 gli USA avevano 17.700 miliardi di dollari di debito societario. Oggi quel dato è 15.900 miliardi, gran parte del quale di bassa qualità, inclusi i cosiddetti titoli spazzatura. Nel 2008 furono emesse obbligazioni societarie per 700 miliardi di dollari. Questa cifra è aumentata di 2,5 volte nel 2017, con un’afta percentuale di debito sub-prime. Raghuram Rajan, ex capo economista del Fondo monetario internazionale, ha messo in guardia dall’effetto domino che potrebbe essere scatenato da un default, e sottolineando che il settore più a rischio della finanza consiste oggi nel “sistema bancario ombra” in cui non v’è trasparenza. Nonostante le rassicurazioni di politici e istituzioni finanziarie, il sistema bancario non è affatto più forte rispetto al crac del 2008. Gran parte del debito creato dalle banche centrali per stimolare la ripresa, è di dubbia qualità e i piani di riduzione della leva finanziaria ideati dalle banche centrali, insieme all’aumento dei tassi d’interesse in corso o in programma, aumenteranno la volatilità fino a raggiungere un punto pericoloso. Non c’è alcun dubbio: il rischio che si corre è dato da un debito insostenibile, che minaccia di scatenare il prossimo crac finanziario. Per evitarlo, c’è chi propone di ripristinare la legge Glass-Steagall, cioè la netta separazione tra banche d’affari e banche ordinarie, costringendo le prime ad accollarsi le perdite aggiustando il valore dei derivati ai prezzi reali e tutelando invece le banche ordinarie e i risparmiatori. L’appello più importante è contenuto in un “libro bianco” pubblicato dall’associazione nazionale delle banche cooperative, la National Association of Federally Insured Credit Unions (NAFCU), dal titolo Modernizing Financial Services: The Glass Steagall Act Revisited (“Ammodernare i servizi finanziari: il Glass Steagall Act rivisitato”), seguito da un editoriale su The Hill dell’11 settembre a firma di Carrie Hunt, vicepresidente esecutiva e consulente legale dell’associazione. Anche se sottovaluta il pericolo di un crac finanziario oggi, la Hunt fa notare che il ripristino della legge Glass-Steagall contribuirebbe a tutelare i consumatori dagli effetti di “un’assunzione di rischi sfrenata ed eccessiva” e impedirebbe che le banche cosiddette “too big to fail” (troppo grandi per esser lasciate fallire) dovessero essere sovvenzionate dai contribuenti. Appelli simili sono stati lanciati in Germania. E in Italia?

    Fonte: Agenzia EIR Strategic Alert n. 38 del 18.09.18

  • Draghi rassicura: la Ue cresce nonostante le turbolenze commerciali

    «Nonostante le incertezze sul commercio globale, i dati indicano che l’Eurozona precede su un terreno di crescita solida e diffusa», ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, spiegando che anche l’inflazione continuerà a riavvicinarsi ai livelli desiderati dalla Bce, ma «uno stimolo monetario significativo è ancora necessario».

    Nel sesto anniversario dal ‘whatever it takes’, la promessa con cui Draghi assicurò qualsiasi intervento per la tenuta dell’euro durante la grande crisi finanziaria, «oggi l’euro poggia su basi molto più solide di allora» e la Bce «è una banca centrale diversa, con un insieme di strumenti di politica monetaria molto più ricco».

    La Bce ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, come da attese. In una nota l’Eurotower spiega che il costo del denaro rimarrà ai livelli attuali almeno fino a tutta l’estate 2019. La Banca centrale europea annuncia inoltre che terminerà a dicembre gli acquisti netti di titoli con cui conduce il ‘quantitative easing’.

    Il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker è intanto riuscito a strappare un accordo con il presidente Usa Donald Trump in tema di commercio. Le preoccupazioni maggiori per le mosse di Trump riguardano Berlino, in ansia per il piano di imporre dazi per 200 miliardi di dollari sulle auto straniere: Trump in vista delle elezioni in Congresso del prossimo novembre – secondo molti osservatori – potrebbe convincersi che la linea dura e nazionalista paghi di più per sostenere i repubblicani. Anche perché nel frattempo la Casa Bianca segue con grande interesse gli sviluppi politici in tutta Europa, con l’avanzare dei movimenti e partiti populisti un po’ ovunque.

  • Ritorna la bolla dei derivati, ma questa volta è off-shore

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso sul ItaliaOggi il 19 luglio 2018.

    Per porre rimedio al mercato dei derivati otc non regolamentati, che sono stati la vera causa del collasso del 2007, nel luglio 2010 fu votata l’importante legge Dodd-Frank. Essa limitava la quantità di dette operazioni speculative e imponeva norme di trasparenza, di garanzia e di coperture alle banche too big to fail coinvolte.

    Tre anni dopo, nel luglio 2013, ad adiuvandum, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’agenzia governativa americana preposta alla disciplina dei mercati dei derivati, preparò un documento di 80 pagine per specificare che le banche americane non avrebbero potuto bypassare la suddetta legge, valida per il territorio americano, e continuare a fare contratti otc fuori dei confini nazionali. In esso vi erano ben 662 dettagliatissime note che chiarivano tutti i possibili aspetti riguardanti l’uso di tali derivati.

    Ma come sempre, «fatta la legge trovato l’inganno». Anche in questo caso, l’International Swaps and Derivatives Association (Isda), l’agenzia privata degli operatori di otc, già un mese dopo individuò nella fatidica nota 563 la scappatoia. Infatti, mandò un’informativa alle banche per spiegare loro che avrebbero potuto legalmente evitare i limiti e i controlli della Dodd-Frank, semplicemente togliendo le garanzie e le coperture della «casa madre americana» alle loro filiali estere, in caso di sottoscrizioni di contratti otc.

    In pratica la semplice noticina «senza garanzia» permetteva alle filiali estere di non essere più soggette alla legge degli Stati Uniti. Del resto, un anno prima, la Goldman Sachs, sempre all’avanguardia nella finanza speculativa, aveva già cominciato a chiedere ai propri clienti, interessati a stipulare contratti in derivati, l’autorizzazione di operare attraverso le sue filiali estere.

    Così, purtroppo, le grandi banche americane hanno spostato all’estero quasi tutte le operazioni otc, anche se la maggior parte dei contratti, di fatto, veniva e viene «confezionata» nei quartier generali delle banche sul territorio americano, con esperti finanziari americani, e poi «assegnati» alle filiali estere «senza la garanzia Usa».

    La giostra della speculazione ripartiva alla grande. La lezione della grande crisi finanziaria del 2007-8 aveva e ha solo insegnato che la finanza speculativa si toglie dai guai con i soldi dello stato e dei cittadini. Non è un caso che il presidente Donald Trump abbia subito chiarito che la legge Dodd-Frank, fatta durante l’amministrazione Obama, verrà smantellata. I dati, del resto, sono chiari: alla fine del 2017 il totale nozionale dei derivati otc era di oltre 530 trilioni di dollari! Gli stessi livelli della vigilia della Grande Crisi.

    In merito, il Wall Street Journal rivela che la parte della bolla composta da derivati-swaps sui tassi di interesse è cresciuta enormemente. Ogni giorno ne sono scambiati per un valore di ben 1,28 trilioni di dollari.

    Anche il professor Michael Greenberger, già direttore della divisione «Trading and Market» della Cftc, ha recentemente pubblicato il report «Too big to fail U.S. banks’ regulatory alchemy», spiegando l’alchimia delle grandi banche per sabotare le regole e continuare con le speculazioni. Per gli speculatori la «pacchia non è finita». Secondo Greenberger, inoltre, starebbero riaffiorando molti rischi legati alle varie bolle. Si ricordi che nel 2007 non furono solo i mutui subprime a mandare in tilt il sistema. Anche la rivista Fortune riporta che negli Usa i crediti dei consumatori (senza quelli legati alle ipoteche) registrano un aumento del 45% rispetto al 2008. Sono circa 4 trilioni di dollari.

    E, allo stesso tempo, il debito sulle carte di credito ha raggiunto il trilione di dollari, il picco più alto dei passati 7 anni. Anche il cosiddetto debito corporate, delle imprese non finanziarie, è aumentato in modo straordinario dal 2011, tanto che alla fine del 2017 era pari al 96% del pil nazionale.

    Non ultimo, secondo il Wall Street Journal anche il debito degli studenti, fatto per finanziare gli studi e che dovrà essere ripagato durante la vita lavorativa, in 10 anni è aumentato del 170% raggiungendo il livello di 1, 4 trilioni di dollari. Lo stesso dicasi per i debiti relativi all’acquisto di auto. Pertanto negli Usa non pochi paventano il rischio di una nuova crisi sistemica.

    Altro che dazi. Il presidente Trump dovrebbe affrontare queste emergenze, magari insieme all’Europa, che ha tutto da perdere da una nuova crisi finanziaria.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La finanza speculativa affonda la Deutsche Bank

    La Deutsche Bank è la prima banca tedesca. Dall’inizio dell’anno le sue azioni hanno perso oltre il 40% del loro valore. Le iniziative prese dal management per arrestare questo tracollo non hanno portato fino ad ora a nessun risultato che abbia eliminato le cause della disfatta. Una delle quali – e probabilmente la più importante – è stata la conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo, come tra l’altro, è successo a diverse grandi banche europee, comprese quelle italiane. A nulla, fino ad ora, sono valse le richieste di separare nelle banche  la funzione commerciale da quella speculativa, come era avvenuto negli USA con il “Glass-Steagall Act” del 1933 (il senatore Carter Glass e il deputato Henry B. Steagall) per far fronte alla crisi del 1929. La legge fu abrogata il 12 novembre 1999 dal presidente Bill Clinton. L’abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, permettono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale, sia l’attività assicurativa e di investment banking. Anche le banche europee hanno seguito l’esempio di quelle americane e non si può certamente affermare che anch’esse non abbiano patito le conseguenze di questa non separazione. La crisi finanziaria del 2008 ne è stata una riprova. La diffusione eccessiva dei derivati, anche in banche senza patrimoni corrispondenti, ha dimostrato la debolezza del sistema e la necessità di porvi rimedio. Uno di questi era rappresentato dalla separazione delle funzioni ed il ritorno ai principi del Glass-Steagall Act. L’on. Muscardini, ad esempio, ha chiesto insistentemente questa separazione nel corso di due decenni, ma la Commissione europea si è detta non disposta a un simile provvedimento. Tutto il sistema bancario europeo, ancora oggi, corre il rischio di nuove crisi. Di fronte a queste prospettive l’UE ha cambiato parere? La situazione della Deutsche Bank suona un nuovo campanello d’allarme, anche nel settore dei derivati. Tutto questo è ben spiegato nell’articolo di Paolo Raimondi e Mario Lettieri pubblicato l’8 giugno su Italia Oggi, che siamo ben lieti di riprendere interamente per i lettori de Il Patto Sociale, ringraziando l’autore e l’editore.

    Parlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale. Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni Db hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10 mila dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.

    La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo. Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della Db, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, «accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici».

    Fino alla fine degli anni ottanta la Db era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale. Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della Db alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.

    Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno «scenario di crisi» per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York. Indubbiamente la Db non è una «banchetta» qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto Cet1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.

    Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera Db a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto! Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i «famigerati derivati over the counter (otc)», quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.

    Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della Db. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una «particolare attenzione» e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla Db tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche «too big to fail», troppo grosse per fallire in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.

    Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la Db per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi. Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla Db circa la metà della somma.

    Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve, nel 2017, ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di «condizioni problematiche» in cui verserebbe la Db. Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto. È un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

    Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia –  Paolo Raimondi, economista

  • Attacco vaticano contro la finanza speculativa

    Il recente documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ci ha impressionato per la chiarezza dell’esposizione e per la qualità delle proposte. E’ un’analisi precisa e corretta che nessun ufficio studi di qualche entità bancaria o finanziaria ha mai fatto. Avevamo l’intenzione di farne una sintesi da presentare ai nostri lettori, ma abbiamo ritenuto più conveniente pubblicare l’articolo di Lettieri e Raimondi, che ringraziamo, per l’eccellenza della loro presentazione.      

    Il recente documento della Congregazione per la Dottrina delle Fede è davvero rivoluzionario. Infatti, le “Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario” sono un attacco preciso e forte alla speculazione e ai mercati senza regole.

    Ovviamente Papa Francesco ne ha autorizzata la pubblicazione, in assoluta coerenza con il principio di una Chiesa povera al servizio dei più deboli. I tempi sono cambiati davvero se l’ex Santo Uffizio è alla testa della battaglia per la giustizia sociale ed economica.

    Il documento propone la realizzazione di un “ordine etico, come indispensabile fondamento per edificare una degna comunità degli uomini regolata da leggi improntate a reale giustizia”. La lucida analisi e le proposte relative alla finanza globalizzata superano per precisione e profondità anche i tanti studi approntati dai più prestigiosi istituti economici. Si dice, purtroppo, che dalla recente crisi finanziaria non si è sviluppata una nuova economia più attenta ai principi etici né una nuova regolamentazione delle attività finanziarie, che avrebbe potuto neutralizzare “gli aspetti predatori e speculativi” a vantaggio dell’economia reale. Non si è guardato al bene comune né si è cercato di creare e diffondere la ricchezza, eliminando le intollerabili disuguaglianze esistenti nel mondo.

    L’ex Santo Uffizio denuncia il rischio di emarginazione per la maggior parte degli uomini del pianeta, sempre più “esclusi e scartati”. Perciò afferma che, “si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi e ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale”.  Di conseguenza, anche la politica è resa impotente dalla sovra nazionalità dei grandi network economico-finanziari, diventando spesso ancillare di interessi estranei al bene comune.

    Da qualche tempo è in atto “una cattiva finanziarizzazione dell’economia, facendo sì che la ricchezza virtuale, concentrandosi soprattutto in transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo e in negoziazioni ad alta frequenza (high frequency trading), attiri a sé eccessive quantità di capitali, sottraendoli in tal modo ai circuiti virtuosi dell’economia reale”. Si è entrati in un’economia dove il lavoro da bene diventa strumento e il denaro da mezzo diventa fine. Il risultato è la spregiudicata e amorale “cultura dello scarto” che ha emarginato grandi masse di popolazione. Non solo nel terzo mondo.

    Il documento non si limita a fare delle mere esortazioni morali ma affronta importanti questioni come la funzione sociale del credito contrapposta ai comportamenti usurari. Analizza la pericolosità di certi strumenti economico-finanziari che possono creare rischi sistemici, “intossicando” l’organismo economico.  In particolare certi derivati, quali le cartolarizzazioni che, dopo varie transazioni, perdendo i valori reali sottostanti aumentano i rischi e favoriscono l’insorgere di bolle speculative. Sono una sorta di “ordigni a orologeria”, soprattutto se sono negoziati sui mercati non regolamentati, i così detti over the counter, più esposti all’azzardo e alle frodi.

    Nello scritto vaticano si punta il dito sulla pericolosità dei credit default swaps, quei derivati che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte. “Il mercato dei cds, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero Pil mondiale”, si ricorda. Le proposte suggerite dalla Congregazione sono precise e pertinenti. Si chiede la certificazione da parte dell’autorità pubblica di tutti i prodotti che provengono dall’innovazione finanziaria; la regolamentazione del sistema finanziario; il coordinamento sovra nazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali per arginare una massiva deregulation e la capacità di aggirare le regole dei singoli Paesi; la separazione bancaria tra l’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio e quella destinata all’investimento e al mero business; l’istituzione di Comitati Etici, in seno alle banche, da affiancare ai Consigli di Amministrazione; l’introduzione di una clausola generale che dichiari illegittimi, con conseguente responsabilizzazione patrimoniale di tutti i soggetti a cui questi sono imputabili, quegli atti il cui fine sia l’aggiramento delle norme vigenti; specifiche misure contro il “sistema bancario ombra” e la finanza offshore, che offrono grandi possibilità di evasione e di elusione fiscale.

    Si ricorda inoltre che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo. Invece questo sistema ha finito per aggravare il debito pubblico delle economie meno sviluppate.

    Noi plaudiamo all’iniziativa del Vaticano, sperando che in sede internazionale se ne tenga conto. Ricordiamo che, con vari articoli, da tempo denunciamo le degenerazioni della finanza speculativa, sollecitando gli opportuni interventi di riforma.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Il fattore competitivo della valuta

    Sono passati quasi ventisei anni da quella notte tra il 9 e 10 luglio 1992 durante la quale fu prelevato il 6 per mille da tutti quanti i conti correnti depositati presso il sistema bancario italiano dal  governo Amato, in crisi di liquidità e che non riusciva a stampare la carta e contemporaneamente svalutava la moneta italiana.

    In questo senso il confronto tra il debito pubblico di allora, espresso in euro, può indicare l’andamento nella gestione della spesa pubblica e le varie responsabilità diffuse. Nel 1993 il debito pubblico risultava essere di 959 milioni di euro e rappresentava in rapporto al PIL un andamento imbarazzante in quanto figurava, già nel 1992, al 98,6% per arrivare alla fine del 1992 al 105,5% ed esplodere durante il 1993 arrivando alla quota terribile del 115,7%.

    Questi ventisei  anni sembrano essere passati inutilmente, considerando il livello ma soprattutto i contenuti della polemica economica e politica che contrappone ancora oggi i favorevoli ai contrari alla moneta unica, cioè all’euro. Sembra incredibile come tutta la tensione intellettuale venga rivolta al fattore valutario, cioè al rapporto valoriale con le altre valute in circolazione, considerato ancora adesso dai sostenitori del ritorno alla lira come il fattore fondamentale per riacquisire competitività e rendere possibile un nuovo sviluppo e un miglioramento anche dei conti pubblici. Contemporaneamente ci si illude di riequilibrare in questo modo il rapporto tra PIL e debito pubblico che nel frattempo continua a crescere ad un ritmo di 4463 euro (8.641.573 lire per i sostenitori della lira) al secondo, una velocità che è raddoppiata rispetto a quella precedente con l’arrivo del governo Renzi .

    Sempre in ventisei  anni non si é riusciti ad elaborare una teoria ma soprattutto una strategia economica innovativa che potesse  individuare per il prossimo futuro uno sviluppo, anche sostenibile, del sistema economico italiano.

    L’errore di base che rappresenta un’incapacità imbarazzante da parte di chi sostiene queste discussioni viene rappresentato dalla mancanza di consapevolezza di un mercato globale che ha cambiato radicalmente tutte le leggi dell’economia e soprattutto gli effetti.

    In altre parole la politica economica, ma soprattutto la politica monetaria, ha perso ogni capacità di incidenza (se non nell’immediato periodo) come  di trasformazione di un proprio valore quale fattore competitivo. La globalizzazione permette di individuare ed acquisire i più diversi fattori competitivi e così di  inserirli nel ciclo produttivo, anche se appartenenti a sistemi economici distanti migliaia di chilometri, annullando  in questo modo qualsiasi effetto  stabile alla variazione valutaria. Questo non significa che un mercato nel quale il Made in Italy esporta le proprie eccellenze non presenti delle variazioni, anche sostanziali,  in relazione alla quotazione in rapporto al dollaro, per esempio, nel mercato degli Stati Uniti.

    Nell’arco degli ultimi anni, in presenza di un dollaro forte, evidentemente le aziende hanno potuto ottenere dei margini di contribuzione superiori che venivano viceversa limati nel momento in cui il dollaro aveva perso valore  nel rapporto con l’euro, costringendo le aziende stesse a diminuire i propri margini al fine di mantenere le quote e magari aumentarle anche solo di qualche decimale.

    La fotografia  del rapporto, nel caso specifico, tra euro e dollaro ha registrato nell’ultimo decennio delle oscillazioni notevoli legate soprattutto all’andamento delle due economie, statunitense ed europea, ma anche soprattutto in rapporto alle politiche nazionali come alle situazioni internazionali e all’andamento delle quotazione delle materie prime.

    Le profonde oscillazioni della valutazione e del rapporto tra euro e dollaro successivamente si possono osservare dal primo grafico, mentre il secondo, relativo all’andamento delle esportazioni unito a quello delle importazioni, dimostra senza possibilità di interpretazioni come le esportazioni, a parte il periodo tra il secondo semestre del 2008 e il 2009 (il massimo picco della crisi economico-finanziaria partita degli Stati Uniti ), abbiano avuto sempre una costante crescita. Un andamento relativo alla crescita costante delle esportazioni del sistema industriale italiano che va interamente attribuito  esclusivamente al merito delle aziende e  degli imprenditori come  delle professionalità  che operano all’interno di queste filiere che vengono apprezzate in tutto il mondo e che nonostante l’oscillazione della valuta riescono comunque sempre a strappare un aumento costante negli anni.

    Da questo  confronto dei due diversi andamenti evidenziati  dai grafici emerge evidente come la politica monetaria e soprattutto il fattore competitivo legato alla svalutazione presentino degli effetti minimali per quanto riguarda lo sviluppo, specialmente nel medio e lungo termine. Partendo quindi da questa  deduzione anche il concetto di valuta e della propria importanza all’interno di un sistema economico  dovrebbe non più venire considerata in rapporto al tasso di cambio con le altre valute internazionali.

    Il nuovo concetto di fattore competitivo legato alla valuta in un mercato competitivo e globale come quello attuale viene rappresentato dal concetto di “STABILITÀ”. Al pari dell’importanza che viene attribuita nella valutazione di un investimento al sistema  fiscale di un paese il medesimo concetto di fattore competitivo  viene riconosciuto alla stabilità di quella valuta di un determinato paese che può così assicurare nell’arco degli anni dell’investimento di programmare il Roe (Return of Investiment).

    Di conseguenza, in questo contesto ipercompetitivo di un mercato globale, il fattore valutario esce completamente dal concetto e soprattutto nell’aspetto applicativo come fattore scatenante una possibile ripresa economica. Viceversa la sua centralità viene riacquisita e intesa come elemento di stabilità nella valutazione e nella possibilità di elaborare investimenti e politiche economiche di sviluppo.

    Un concetto purtroppo sconosciuto ma talvolta addirittura negato da buona parte di quel mondo economico che ancora oggi crede nella politica monetaria ed affida la soluzione dei nostri problemi alla semplice applicazione dei principi monetaristici.

    Ventisei  anni sono passati dal 1992 e nel mezzo due crisi finanziarie, economiche ed  istituzionali, come quella del 1992 e del 2011, ma questi terribili episodi uniti alla crisi che attualmente il nostro Paese si trova a vivere non hanno avuto la forza di sviluppare alcuna nuova strategia economica che non fosse quella monetaria.

    Ormai il pensiero economico e le strategie che ne scaturiscono non sono frutto di analisi e valutazioni o pensieri economici, magari in evoluzione, in rapporto alla velocità con la quale il mercato si evolve sempre più rapidamente; le convinzioni in ambito economico altro non sono che l’applicazione di un’ideologia che di per se stessa, come la storia del novecento insegna, risulta  quasi sempre perversa. L’azzeramento del valore storico del ventesimo secolo, inteso anche come la base per la ricerca di nuove politiche anche in ambito economico, rappresenta in modo cristallino il declino culturale del nostro Paese.

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  • Anche la Ue si rivolge alla finanza per garantire la tutela dell’ambiente

    La privatizzazione dell’aria è il risultato più significativo che gli ambientalisti abbiamo ottenuto, quando con l’accordo di Kyoto sono state fissate quote di agenti inquinanti che ciascuno Stato può emettere nell’atmosfera e la possibilità di commercializzare quelle stesse quote, vendendo ad un altro Stato la parte inutilizzata del proprio contingente di emissioni inquinanti (la Cina può comprare quote dalla California, per esempio, così da consentire ai propri stabilimenti, più vecchi, di continuare a operare grazie alla maggior propensione green di industrie altrui più moderne).
    La tanto deprecata finanza è insomma da anni una delle leve che mantiene vivibile la terra ed ora anche la Commissione europea ha adottato prime misure concrete che fanno leva sul settore finanziario dell’UE per concretizzare la lotta ai cambiamenti climatici in attuazione dell’accordo di Parigi.
    Partendo dal presupposto che disastri naturali come inondazioni, erosione del suolo o siccità sono calamità finanziarie di valore calcolabile (e ingente, visto che l’importo delle perdite riconducibili a eventi catastrofici e coperte dalle assicurazioni nel 2017 ammonta a 110 miliardi di euro, la cifra più alta mai registrata) e che i mutamenti climatici minacciano l’ambiente finanziario rendendo più incerto se investire o meno, la Ue intende «investire circa altri 180 miliardi di euro all’anno nel settore dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili» secondo quanto preannunciato da Jyrki Katainen, vicepresidente responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività. Il Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), ha reso noto il commissario, «sta già raccogliendo dal privato per raggiungere questo traguardo. Le proposte che la Commissione presenta aumenteranno la trasparenza della finanza sostenibile e delle relative opportunità di investimento, in modo da fornire agli investitori informazioni attendibili perché possano fare la loro parte nella transizione verso un’economia circolare, a basse emissioni di carbonio ed efficiente sotto il profilo delle risorse».
    In concreto, tutti i soggetti finanziari che gestiscono investimenti a nome di clienti o beneficiari saranno infatti tenuti a informarli dell’impatto delle loro attività sul pianeta o sull’ambiente locale, sulla base di un sistema di classificazione unificato a livello dell’Ue («tassonomia»). La proposta di regolamento introdurrà coerenza e chiarezza sulle modalità con cui gli investitori istituzionali (ad esempio i gestori di patrimoni, le compagnie di assicurazione, i fondi pensionistici e i consulenti finanziari) integrano i fattori ambientali, sociali e di governance (ESG) nel loro processo decisionale. Requisiti più precisi saranno definiti tramite atti delegati adottati dalla Commissione. I gestori di patrimoni e gli investitori istituzionali dovrebbero inoltre dimostrare in che modo i loro investimenti si allineano con gli obiettivi ESG e rendere noto come adempiono agli obblighi previsti. Le norme proposte creeranno una nuova categoria di indici, comprendente l’indice di basse emissioni di carbonio (cioè la versione “decarbonizzata” degli indici standard) e gli indici di impatto positivo in termini di carbonio. Questo nuovo standard di mercato dovrebbe riflettere l’impronta di carbonio delle imprese e fornire agli investitori maggiori informazioni sull’impatto di un determinato portafoglio di investimenti in termini di emissioni. Mentre l’indice di basse emissioni di carbonio sarebbe basato su un indice standard di “decarbonizzazione”, quello relativo all’impatto positivo permetterebbe a un portafoglio di investimenti di allinearsi meglio con l’obiettivo dell’accordo di Parigi di limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C.
    La Commissione ha anche avviato una consultazione per valutare come integrare in maniera efficace considerazioni d’ordine ambientale, sociale e di governance nella consulenza fornita dalle imprese di investimento e dai distributori di prodotti assicurativi ai singoli clienti. Si tratta di un’iniziativa propedeutica alla modifica degli atti delegati che attuano la direttiva relativa ai mercati degli strumenti finanziari (MiFID II) e la direttiva sulla distribuzione assicurativa. Secondo le norme proposte, nel valutare se un prodotto di investimento soddisfa le esigenze del cliente, le imprese dovrebbero prenderne in considerazione anche le preferenze in materia di sostenibilità. Ciò dovrebbe consentire a un più ampio numero di investitori di avere accesso a investimenti sostenibili.

  • Profumo di monopolio

    Ed alla fine, com’era inevitabile, Amazon comincia ad aumentare le quote dell’abbonamento Prime del 80% avendo raggiunto, attraverso l’aggressività delle proprie politiche commerciali, una posizione di assoluto predominio. Quello che era stato indicato come la forma più moderna e democratica, quindi più interessante, della distribuzione da parte di tutti gli economisti e docenti europei sta diventando un semplice e tutto sommato già conosciuta posizione di monopolista la quale, avendo sbaragliato la concorrenza fisica dei negozi e dei centri commerciali, ora può  avviare le proprie strategie di sviluppo in regime di semi monopolio.

    A nulla è valsa l’esperienza che avrebbe dovuto insegnare il passaggio dal “dettaglio indipendente”, cresciuto nel dopoguerra fino alla metà degli anni ’80 con il proprio posizionamento all’interno delle nostre città, successivamente messo in crisi dai centri commerciali come dagli stessi  negozi monomarca di quelle aziende che la stessa distribuzione indipendente aveva contribuito a far crescere.

    Allora come adesso nella logica della distribuzione, come di quella economica ed in senso generale quindi anche industriale, non può risultare vincente un unico top player distributivo il quale possa avvalersi di una propria maggiore capacità economica ma soprattutto sostenibilità finanziaria (e quindi disponibile anche a reggere diversi esercizi in perdita).

    In questo senso la normativa europea, tanto  particolareggiata nella definizione dei calibri di zucchine e vongole, ha evitato di cimentarsi nella dottrina e soprattutto nella normativa di questo nuovo canale distributivo dimostrando ancora una volta il  proprio ritardo culturale e cognitivo.

    In questo senso infatti risulta assolutamente migliore un sistema nel quale vengano tutelate tutte le più diverse manifestazione di strutture imprenditoriali nel settore industriale come anche nel settore della distribuzione. Il favore con il quale il mondo politico ed accademico hanno invece salutato il notevole spazio che l’e-commerce ha saputo avere, per le proprie capacità, nel mercato della distribuzione dimostra ancora una volta sostanzialmente la mancanza di qualsiasi tipo di strategia non solo economica ma anche distributiva nella visione del medio lungo termine da parte di tutta l’Unione Europea. Il medesimo entusiasmo dimostrato per  l’arrivo sul mercato di Uber o l’avvento per le piattaforme professionali espressione della Gig Economy, considerate e valutate positivamente solo in quanto espressione di una innovazione tecnologica senza considerare i costi sociali, politici ed economici che queste inevitabilmente comportano.

    Il fallimento della catena Trony come la chiusura di oltre 257 negozi della Foot Locker dimostrano come per contrastare qualsiasi tipo di monopolio (esistente o in via di definizione non comporta alcuna differenza), proprio al fine di tutelare il consumatore finale, la classi politiche dirigenti ed economiche italiane ed europee avrebbero dovuto avviare delle politiche che garantissero la distribuzione ordinaria in considerazione del continuo aumento della pressione fiscale la quale  inevitabilmente si trasforma in un indiretto vantaggio competitivo di questi top player legati all’e-commerce.

    In questo contesto la politica come il mondo accademico e quello ancora più variegato degli economisti non dovrebbero dimostrare di scegliere uno dei tanti contendenti in campo economico  ma viceversa assicurarsi che tutti abbiano il medesimo trattamento, in particolar modo in relazione al sistema fiscale. Di contro tanto in Italia quanto in Europa si è dato ridicolo spazio al tentativo di mistificare una semplice accisa del 3% sul fatturato dei giganti di internet come se risultasse una tassazione sull’attività di impresa. L’ennesima riprova della disonestà intellettuale attraverso la quale  poter ottenere un vantaggio finanziario per la cui nascita la Ue si manifesta disponibile a mentire sul carattere dell’origine normativa invece di definirla una legittima scelta politica.

    Tuttavia tornando al valore della conoscenza ma soprattutto della comprensione della lezione che la storia sa offrire rimane incredibile come lo stesso scenario legato ai cambiamenti distributivi degli anni ottanta, attraverso la perdita di centralità di  un dettaglio indipendente posto in difficoltà prima dai centri commerciali e contemporaneamente dai negozi monomarca, non fornisca alcun dettaglio per interpretare gli scenari a medio lungo termine. In questo senso vanno ricordate tutte le analisi assolutamente postume che avevano individuato nella scelta scellerata italiana di non intervenire attraverso un’azione imprenditoriale nel settore della distribuzione organizzata. Uno dei motivi per il quale il nostro commercio si è sempre più trovato in forte difficoltà e con lui tutte le PMI italiane. Basti  ricordare in questo senso la vendita alla Rinascente da parte del gruppo Fiat.

    La recente acquisizione invece da parte del gruppo svizzero Richmond, leader mondiale nell’alta orologeria svizzera, della piattaforma italiana Yoox dimostra invece come anche un gruppo industriale possa investire in una piattaforma digitale per completare il controllo del ciclo di vita del prodotto dalla sua ideazione fino alla commercializzazione.

    Un investimento questo nello specifico che manifesta la volontà del controllo assoluto dell’intera filiera del prodotto, dalla sua ideazione fino alla commercializzazione compresa.

    Una scelta strategica che conferma ancora una volta quanto risulti vincente il modello aziendale “in-sourching “applicato da molte aziende svizzere le quali inseriscono all’interno del perimetro aziendale tutte le aziende fornitrici di servizi e nello specifico anche le piattaforme web. Quando invece in Italia ancora adesso sia preponderante la filosofia e la struttura aziendale Out-sourcing. Un successo confermato dai record ottenuti nelle esportazioni nel biennio 2016/2017 del sistema inerziale svizzero nonostante l’apprezzamento del Franco Svizzero divenuto valuta di rifugio e che toglie anche ogni valore agli effetti delle politiche monetarie tanto care ai nostalgici della lira. Ora che negli Stati Uniti i titoli della distribuzione organizzata vengono definiti junk e col passare degli anni anche i centri commerciali cominceranno a dimostrare i propri limiti dimostrando così ancora una volta l’assoluta mancanza di una strategia distributiva che vede coinvolti anche i massimi vertici dell’imprenditoria italiana.

    L’effetto di tale mancanza come di qualsiasi tipo di iniziativa si manifesta ora attraverso le prove che fanno trapelare una posizione assolutamente dominante di Amazon. Questa fotografia che sta delineando il nuovo futuro nella distribuzione moderna potrebbe dovrebbe viceversa venire contrastata esattamente mediando, adottando ed imparando dall’evoluzione storica della distribuzione fisica.

    In altre parole le aziende italiane che producono un prodotto ad alto livello o alto di gamma della filiera italiana (in questo prendo spunto dalle top player del lusso mondiale) potrebbero e dovrebbero creare un proprio monomarca digitale e-commerce che permetta di proporre solo prodotti garantiti dalla gestione diretta della propria azienda. In altre parole dovrebbero investire dalla nascita in una piattaforma nella quale risulti evidente il controllo della filiera produttiva e commerciale, sintesi felice del made in Italy. Il tutto ovviamente all’interno di un quadro normativo che avesse la finalità di assicurare all’interno di una nuova forma di distribuzione della piattaforma commerciale la storica certificazione della filiera espressione del made in Italy.

    Se questo non fosse possibile da parte una piccola azienda dovrebbero essere le associazioni di categoria a proporre e a gestire per i propri associati queste  piattaforme che forniscano garanzia della filiera. Associazioni di categoria che invece si ostinano ad organizzare convegni uguali per temi trattati e personalità intervenute non avendo ancora compreso che le soluzioni vanno trovate nell’immediato per quanto riguarda il sostegno alle imprese all’interno di un mercato sempre più competitivo anche nel settore distributivo. Le nostre associazioni di categoria invece con questa politica “relativa alle tematiche” finalizzata alla conferma della propria centralità ottenibile più che attraverso servizi alle imprese si dimostrano incapaci di cogliere l’ennesima occasione per dimostrare le proprie potenzialità ed eventualmente una nuova  propria centralità rispetto alle problematiche economiche e nello specifico distributive.

    Il perseguire con questa politica delle associazioni di categoria imitando l’assoluto ritardo dell’Unione Europea viceversa avrà come unico effetto rendere l’attuale profumo di monopolio sussurrato di Amazon una realtà assolutamente del medio lungo termine trasformando il profumo in un odore insopportabile.

     

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