Francia

  • La France doit se préparer à un “effort long”, dit Philippe

    PARIS (Reuters) – La France doit se préparer à fournir un “effort long” face à l’épidémie de coronavirus qui a provoqué un “choc sanitaire, économique et social”, a déclaré mercredi le Premier ministre Edouard Philippe à l’issue d’un conseil des ministres largement consacré à la crise.

    A cette occasion, vingt-cinq ordonnances, portant entre autres sur des mesures de soutien aux entreprises et sur des aménagements temporaires du droit du travail, ont été présentées trois jours après l’adoption d’un projet de loi d’urgence sanitaire.

    Ces ordonnances dégagent des “moyens exceptionnels pour faire face à la brutalité du choc que subit le pays, c’est un choc sanitaire (…) mais c’est aussi et ce sera de plus en plus un choc économique, un choc social”, a souligné le Premier ministre lors du compte rendu du conseil à l’Elysée.

    “Nous ne sommes qu’au début de la crise” et Emmanuel Macron “a demandé à nouveau aujourd’hui au gouvernement de prendre tous les moyens nécessaires dans la durée”, a-t-il ajouté. “Je le dis aux Français : c’est un effort long auquel nous nous préparons et auquel nous allons tous ensemble faire face”.

    Selon le dernier bilan établi mardi soir, la France est devenue le cinquième pays à franchir le cap des 1.000 décès imputés au coronavirus (1.100 morts). Le pays compte à ce jour 22.300 cas confirmés de contamination et 10.176 personnes hospitalisées, dont 2.516 dans un état grave.

  • La Francia si dota di un ufficio per combattere i crimini del crescente odio antisemita

    Il Ministro degli interni francese Christophe Castaner ha annunciato la creazione di un ufficio per combattere i crimini d’odio, dopo la profanazione con svastiche di 107 tombe ebraiche a Westhoffen , nella Francia orientale. “L’ufficio coordinerà il lavoro di polizia e magistratura affinché coloro che commettono atti di odio antisemita, islamofobici e anticristiani siano incriminati”, ha affermato Castaner con un tweet in cui aggiunge che le autorità saranno in prima linea per impedire all’antisemitismo di avvelenare la Repubblica francese.

    La profanazione è avvenuta poche ore prima che la Francia adottasse una risoluzione giuridicamente non vincolante modellata sulla definizione di antisemitismo dell’Alleanza per la memoria dell’Olocausto internazionale, che identifica l’antisionismo con l’antisemitismo.

    Il vandalismo in Francia non è nuovo. A febbraio infatti sono state profanate 96 tombe ebraiche a Quatzenheim, una piccola città a soli 10 km da Westhoffen. Sebbene la Francia abbia la più grande popolazione ebrea nell’Unione europea, i rapporti della polizia dicono che gli episodi di antisemitismo in tutto il Paese sono aumentati del 74% dal 2017 al 2018.

    Il Presidente francese Emmanuel Macron ha condannato l’incidente dichiarando con un tweet che “gli ebrei sono e fanno la Francia e che chi attaccano loro e le loro tombe non è degno dell’idea che abbiamo della Francia”.

  • Nel 2018 l’Ue ha esportato vini per 22,7 miliardi: la Francia batte l’Italia

    Nel 2018 gli Stati membri dell’Ue hanno esportato vino per un valore di 22,7 miliardi di euro. Sono i dati Eurostat pubblicati oggi. La Francia è leader, con quasi la metà (47%) delle spedizioni extra Ue per un valore di 5,4 miliardi. Seguono l’Italia (3,1 miliardi di euro, 26%) e la Spagna (1,2 miliardi di euro, 10%). Gli Stati Uniti sono i principali acquirenti delle etichette europee, con 3,8 miliardi di euro e il 33% delle esportazioni extra Ue, con Svizzera e Cina (rispettivamente al 9% e 8%) che sono le altre destinazioni principali.

    Considerando i flussi d’importazione, gli Stati membri hanno importato un totale di 13,4 miliardi di euro di vino, di cui il 20% da paesi extra Ue, in particolare dal Cile (0,6 miliardi di euro, 22%) e Australia (0,45 miliardi di euro, 17%). Gli importatori più forti di bottiglie da Paesi non europei, il ‘nuovo mondo’ del vino, sono Regno Unito (1,2 miliardi di euro, pari al 47% delle importazioni extra-Ue), Germania (0,3 miliardi di euro, 11%), Paesi Bassi (0,2 miliardi di euro, 9%) e Francia (0,2 miliardi di euro, 8%).

  • Ultimato in Francia il primo tratto dell’Alta velocità Torino-Lione

    Il primo tratto del tunnel della Torino-Lione è pronto: i 9 km tra Saint-Martin-la-Porte e La Praz in Francia sono stati realizzati rispettando i tempi e il budget previsti. Alle 11,35 del 23 settembre la fresa Federica ha fatto cadere l’ultimo diaframma a La Praz, in diretta nel corso di una cerimonia ufficiale con i vertici di Telt, la società responsabile dei lavori partecipata al 50% da Italia e Francia attraverso Ferrovie dello Stato e Ministero dell’economia francese, con il presidente Hubert Du Mesnil e il direttore generale, Mario Virano, e il ministro dei Trasporti francese, Jean-Baptiste Djebarri, che ha materialmente azionato la fresa pigiando un bottone con i sindaci della zona. Alla cerimonia erano presenti imprenditori francesi e italiani, maestranze e rappresentanti degli enti locali francesi.

    «Provo un sentimento di gratitudine per chi ha lavorato e tenuto duro, in situazioni complicate e non solo dal punto di vista tecnico», ha commentato a caldo Virano, rivelando che nel corso dei lavori ci sono stati «due incidenti importanti, nelle fasi più facili dello scavo». «Ci eravamo concentrati più sulle fasi difficili, e questi incidenti ci hanno portato a revisionare i nostri programmi della sicurezza», ha precisato Virano.

    Compiuto il suo lavoro Federica verrà smontata, ma altre 7 frese entreranno in azione per completare il tunnel di base (in tutto 115 km per le due gallerie). «Entro il 2020 la fase di gara si chiude», ha detto Virano. Poi tra il 2021 e il 2026 verrà realizzato il tunnel di base.

    Nel tunnel transiteranno i treni passeggeri e merci tra Francia e Italia a partire dal 2030. L’opera è stata portata avanti da oltre 450 lavoratori, italiani e francesi, di cui circa 200 originari della zona della Maurienne e circa il 70% proveniente dalla regione Auvergne- Rhone-Alpes.

  • Macron il perdente, potrebbe vincere in Europa

    Macron ha perso, sia pure di poco, le elezioni europee in casa, superato di un punto addirittura da Marin Le Pen. Per non darsi vinto, per non soccombere al colpo ricevuto e per indorare la sua immagine, risultata sbiadita in Francia, si dà un gran da fare in Europa, mettendo scompiglio nel tentativo di riformare gli usi in vigore e nel presentarsi come il deus ex machina della situazione, tutto intento, da solo, a risolvere  lo stallo in cui si trova l’Unione europea. Due, in particolare, i suoi punti d’attacco. Il primo si riferisce al rifiuto d’accettare il principio del “candidato di punta”, (lo spitzenkabdidat) per la nomina del presidente della Commissione europea in sostituzione del lussemburghese  Jean-Claude Juncker. Tale principio affida la presidenza al candidato del gruppo politico che ha ricevuto più voti. Nel nostro caso, avendo il PPE raggiunto il primo posto, al suo candidato, il cristiano-sociale bavarese Manfred Weber, spetterebbe la presidenza della Commissione.  No, – dice Macron, –  queste sono regole ormai superate. La tradizione ha fatto il suo tempo. L’Europa ha bisogno di volti nuovi e di persone che contano per l’esperienza acquisita e per i risultati ottenuti. E tanto per non irritare troppo i tedeschi per il rifiuto della candidature Weber, si permette di tirare in ballo Angela Merkel. “Io la voterei se fosse candidata” afferma, sapendo bene che lei non ha nessuna intenzione di dedicarsi interamente all’Europa, come ha ripetuto in più di un’occasione, dopo 14 anni di cancellierato. Ma Macron non molla, nonostante l’insuccesso della sua candidata, la danese Margrethe Vestager, commissaria europea alla Concorrenza in scadenza. Non vuole Weber e va alla ricerca di alleati per mettere il PPE in minoranza, malgrado la sua vittoria elettorale.

    Il secondo punto d’attacco lo ha riservato al gruppo liberale ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), il terzo arrivato, al quale ha aderito con i suoi 21 deputati su 101. A lui non va bene il nome, che contiene l’aggettivo liberale, e si è dato subito da fare per cambiarlo, riuscendoci. Il gruppo, d’ora in poi si chiamerà “Renew Europe”. Rinnovare l’Europa, con buona pace del liberale belga Guy Verhostadt, già prima ministro in tre governi  e presidente dell’ALDE dal 2009. Bisognava eliminare il termine “liberale” – avrebbe dichiarato Macron – perché nell’opinione corrente, liberale è sinonimo di capitalismo selvaggio, senza regole, perciò un termine negativo. Di fronte a simili dichiarazioni non inorridiamo più. Se Macron non si considera liberale, è affar suo, e dei francesi. Ma allora, perché i suoi deputati al Parlamento europeo si sono iscritti al gruppo tradizionalmente liberale? Se invece si considerasse liberale, ci chiediamo esterrefatti perché si sottomette al “pensiero unico”, al “politicamente corretto” che, come sappiamo, è una specie di “polizia del pensiero”, come l’ha chiamata una copertina di Newsweek del dicembre 1990. Perché non si batte per spiegare il significato vero di “liberale” e per giustificare con orgoglio la sua appartenenza ad un movimento politico che ha avuto ed ha ancora molti meriti nella tutela della democrazia e della dignità delle persone? E’ un andazzo deleterio questo accettare acriticamente e senza batter ciglio le opinioni sostanzialmente sbagliate e non vere. E’ un contributo passivo e irresponsabile alla diffusione di panzane e di favole alle politiche della disinformazione. A vantaggio di chi? Se lo chiede Macron? Tanto più che, per fare la politica europea che ha in testa e che ha dichiarato in più occasioni, avrà bisogno di alleati, dei democratici cristiani del PPE, dei socialisti del S&D, dei Verdi e di quanti credono che il progresso dell’integrazione, iniziata con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman, sia anche il progresso delle nostre patrie nazionali. Non ci sembra una buona politica quella divisiva iniziata da Macron. Il suo muoversi solitario per ora non ha portato frutti, se non risentimenti nemmeno apertamente manifestati, tra l’altro, a dimostrazione che l’azione diplomatica e non chiassosa è in genere più produttiva del movimento scomposto e leggermente fanfarone.

  • Le elezioni europee in Germania

    Il primo dato da ricordare è che la Germania è il paese che ha eletto più deputati. I suoi seggi, infatti, sono 96, su un totale di 751. La Francia ne ha 74 e l’Italia 73, come il Regno Unito. Il secondo elemento che caratterizza la Germania è che il sistema elettorale adottato in queste elezioni è un proporzionale con listini bloccati, senza alcuna soglia di sbarramento, soglia che in Italia è del 4%. Come era prevedibile, il partito democratico – cristiano della Merkel, CDU/CSU, si è piazzato al primo posto, con il 28,7% dei voti e 29 seggi. Al secondo posto ci sono i Verdi, con il 20,7% dei voti e 21 seggi. Al terzo ci sono i socialisti con il 15,6% dei voti e 16 seggi. Al quarto posto si piazzano i populisti di destra euroscettici dell’AfD con il 10,8% di voti e 11 seggi. Vengono in seguito i Liberali e la sinistra comunista con entrambi il 5,4% dei voti e 5 seggi. Seguono i “liberi elettori” e “Il Partito” con entrambi 2 deputati e il Partito Pirata, il Tier, il Volt e il partito della Famiglia, tutti con un solo deputato. Rispetto alle elezioni precedenti del 2014 i democratici cristiani hanno perso 5 seggi, i socialisti  11, la sinistra comunista 3. Anche la destra dell’ AfD ha perso voti rispetto alle ultime elezioni politiche (nel 2014 non esisteva ancora). Il grande balzo è stato quello dei Verdi che da 13 deputati è passata a 21. Singolare il caso della Merkel, che è vincente come primo partito e, nello stesso tempo, perdente rispetto alle elezioni precedenti. La clamorosa sconfitta odierna dei socialisti si aggiunge a quella delle ultime elezioni politiche. La debolezza della coalizione CDU/CSU – SPD è evidente, così come è evidente la perdita di peso politico della cancelliera Merkel, che ha già rinunciato alla presidenza del partito CDU, a favore di un’altra donna, Annegret Kramp – Karrenbauer, già presidente del più piccolo Stato tedesco, la Sarre, al confine con la Francia. Anche i socialdemocratici, nell’aprile del 2018, hanno eletto una donna alla loro presidenza, Andrea Nahles, prima donna a guidare la SPD in ben 155 anni. Pure i Verdi vincitori sono guidati da una donna, Annalena Baerbock. Se si pensa che anche il partito euroscettico “Alternativa per la Germania (AfD) nel 2017 scelse una donna, Alice Weidel, come candidata alla Cancelleria e che  un’altra donna, Frauke Petry, ha guidato il partito dal 2015 al 2017, si può tranquillamente affermare che le donne in Germania, dopo che la Merkel riuscì cancelliera per la prima volta, non hanno nessun ostacolo di genere a farsi strada anche in politica e si può obiettivamente sostenere che la loro presenza ha portato un valore aggiunto alla vita politica, valore da non trascurare. Tanto è vero che, in questi giorni, si è fatto ancora il nome della Merkel come candidata alla presidenza del Consiglio europeo, in sostituzione di Donald Tusk, già capo del governo polacco del 2007 al 2014, giunto ora alla scadenza del mandato ricevuto nel 2014. Non è positivo per la politica europea un indebolimento della Merkel, indebolimento che potrebbe permettere al Presidente francese Macron di condurre una politica non equilibrata, come sta facendo in questi giorni svolgendo un’azione diplomatica non favorevole all’Italia, tanto che il presidente uscente della Commissione europea, Juncker, ha ammonito a non penalizzare il nostro Paese, perché il danno si ripercuoterebbe su tutta l’Europa. Che questi ammonimenti provengano da un personaggio tanto sbeffeggiato in Italia da certa stampa  e da certi politici, la dice lunga, da un lato, sull’equilibrio della politica francese e, dall’altro, sull’obbiettività e sulla capacità di vedute dei nostri politici al governo che, non contenti di schernire Juncker, vanno anche in Francia a sostenere politicamente i “gilet gialli”, che alle elezioni europee hanno raccolto lo zero virgola qualcosa per cento. In tutto questo agitarsi di Macron per le nuove importanti nomine in corso, si sente il vuoto lasciato dalla Merkel e non è proprio detto che questo sia un bene per l’Europa, oltre che per l’Italia.

     

  • Le elezioni europee in Francia

    Macron non ce l’ha fatta. Il “Raggruppamento Nazionale” (già Fronte Nazionale) di Marine Le Pen ha superato di un punto (23,5%) il partito “En Marche” (22,5%) del presidente della Repubblica. Il risultato rappresenta certamente una bella umiliazione per Macron, che in ogni caso avrà modo di rifarsi in Europa, poiché il suo partito aderirà al gruppo politico dei liberali (ALDE&R – 109 deputati) che hanno conquistato il terzo posto, dopo il gruppo dei democratici cristiani (PPE- 180 deputati) e quello dei Socialisti (S&D- 145 deputati). La Le Pen aderirà al gruppo ENF, lo stesso della Lega di Salvini, con 58 deputati. Si può dire per lei quello che è stato detto per Farage nel Regno Unito e per Salvini in Italia: vincitori in patria e perdenti in Europa. Il voto francese ha espresso altre riserve. E’ in flessione la “France insoumise” di Mélenchon, che esce molto ridimensionata dal voto (6,3% con 6 deputati); sono in crisi i Repubblicani (8,2% con 7 deputati) e i Socialisti 6,4% con 6 deputati). Il loro crollo è epocale se si pensa che fino a qualche anno fa erano i partiti che si contendevano l’Eliseo. Un exploit di rilievo è rappresentato invece dai Verdi che hanno ottenuto il 13,1% dei voti con 12 deputati, collocandosi al terzo posto, meta insperabile fino a qualche mese fa. Le due liste riconducibili ai “gilet gialli”, invece, che tanto scalpore hanno avuto negli ultimi mesi con le loro violente manifestazioni contro il presidente della Repubblica, non hanno ottenuto nessun seggio, conseguendo un flop macroscopico al di sotto della soglia di sbarramento: Alliance Jaune lo 0,6% e The Patriots lo 0.7%. Quadro politico scombussolato, dunque, rispetto ai parametri dei partiti nell’Assemblea Nazionale, con un’affermazione “sovranista” indubbia della Le Pen che sarà nettamente minoritaria in seno al Parlamento europeo. Macron si rifarà in Europa, dicevamo, e lo abbiamo visto all’opera a Bruxelles, prima della riunione del Consiglio europeo, operando contatti con numerosi leader nazionali in previsione delle importanti nomine che dovranno avere luogo a seguito delle elezioni. Contatti lobbystici, diremmo, tesi a stabilire alleanze e a garantire quel potere che dovrà gestire gli affari dell’Unione europea. Questa fase di contatti e di incontri è assolutamente indispensabile al fine di ottenere un equilibrio tra nazionalità e tra tendenze politiche. A questo proposito Macron ha già infranto una tradizione: quella degli spitzenkandidaten, secondo la quale il partito che otteneva in Europa il maggior numero di seggi poteva pretendere, e ottenere, la presidenza della Commissione europea. Questa regola ha funzionato per più di sessant’anni, ma per Macron è ora di cambiarla, perché il suo gruppo non è il primo al Parlamento europeo, quindi si invoca la riforma che lo possa soddisfare. Due sono i suoi candidati, il francese Michel Barnier, capo negoziatore della Brexit per conto dell’UE, e la danese Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza nella Commissione di Juncker. Attivissimo in questa funzione di lobby, Macron esercita indefessamente nello stesso tempo una funzione di leadership, che vede in ombra Angela Merkel, tanto più che il candidato alla presidenza della Commissione, secondo la tradizione che Macron vuole abbattere, è proprio un tedesco, l’attuale presidente del gruppo del PPE, che ha il maggior numero di deputati (180), il bavarese Manfred Weber. Macron, non solo scombina le prospettive tedesche, ma sta operando assiduamente per avere con sé la Spagna, la quale potrebbe sostituire l’Italia nell’assegnazione di funzioni che l’Italia perderebbe, da un lato per l’isolamento in cui si trova attualmente con il governo giallo-verde, e dall’altro per l’insipienza del Presidente del Consiglio e per lo stato di minoranza in cui si trova in Europa uno dei suoi due vice, il vincitore delle elezioni in Italia, Matteo Salvini. Dopo l’atteggiamento dell’altro suo Vice, Luigi Di Maio, che andò in Francia per sostenere i “gilets gialli”, è improbabile che Macron tenga conto delle esigenze italiane. Quali esigenze, tra l’altro? Fino ad ora nessuno le ha formulate, mentre in Europa i giochi sono in corso e le alleanze si stanno formando. Per concludere, si può affermare che non avendo ottenuto soddisfazione in Francia, dalle elezioni europee, Macron la soddisfazione la cerca in Europa e non è detto che non riesca ad ottenerla, anche a scapito nostro.

  • Parmigiano Reggiano e filiera integrata: a pagare ancora il Made in Italy

    Il concetto di filiera integrata rappresenta la migliore ed unica strategia economica per la massimizzazione della crescita del valore aggiunto di un prodotto espressione del made in Italy. In questo senso va ricordata, infatti, la distonia tra la distribuzione organizzata, molto spesso in mani estere, e le difficoltà per i piccoli produttori italiani di trovare uno spazio all’interno di queste catene di distribuzione. Lo stesso concetto di filiera integrata esprime ovviamente la propria complessità sia a monte quanto a valle del prodotto finito e, quando possibile, anche con il controllo della commercializzazione stessa attraverso una propria rete commerciale oppure una società di commercializzazione.

    La società Castelli, che è il primo produttore di Parmigiano Reggiano e si occupa anche della sua commercializzazione (da anni considerato il miglior formaggio al mondo ed icona del Made in Italy), venne rilevata anni fa da un fondo inglese aprendo degli scenari problematici già allora. L’attività del fondo privato rispondeva alla ricerca della massima remunerazione del capitale, quindi il capitale stesso ed il fondo inglese come sua espressione operativa assumevano una posizione neutrale nei confronti delle diverse politiche di promozione del prodotto. Va ricordato, infatti, come l’azienda rappresenti il primo produttore italiano di Parmigiano Reggiano (con 460 milioni di fatturato), oltre ad esser un forte produttore di taleggio ed altri importanti formaggi italiani.

    Ora però la Castelli viene acquisita dal colosso francese del Lactalis cambiando completamente il proprio ruolo e posizionamento, diventando l’anello finale all’interno delle diverse e complesse politiche commerciali. Questa, infatti, ora è parte integrante di un colosso della produzione lattiero-casearia sia italiana, anche attraverso la Parmalat, ma contemporaneamente anche di filiere francesi .

    Nella complessa articolazione dei rapporti commerciali con la grande distribuzione è evidente come ora Lactalis si trovi nella posizione di forza per utilizzare l’appeal del Parmigiano Reggiano per inserire nella trattativa commerciale i prodotti della Parmalat oppure espressione di filiere transalpine.

    Quindi, come logica conseguenza, verrebbero ancora maggiormente ridotti gli spazi per i piccoli produttori lattiero caseari italiani che non hanno la forza di opporsi a questi colossi che utilizzano il marketing mix come strumento per proporre i propri prodotti. In altre parole l’acquisizione della Lactalis cambia radicalmente la posizione e la funzione della Castelli che da una posizione neutrale finalizzata alla remunerazione del capitale attraverso la produzione e commercializzazione del Parmigiano Reggiano  diventa espressione di interessi di più filiere produttive in capo al colosso francese.

    Uno scenario che se probabilmente lascerà invariata la forza del Parmigiano Reggiano contemporaneamente porterà un forte danno per i piccoli produttori espressione del Made in Italy che si vedranno ancora una volta esclusi dai grandi accordi e successivi flussi commerciali.

    Non comprendere il cambio di scenario produttivo e commerciale generato da questa acquisizione di Lactalis nella filiera lattiero-casearia dimostra ancora una volta il degrado culturale del nostro Paese come l’assoluta mancanza di una visione strategica.

  • Autista islamico non fa salire un’algerina in minigonna su un autobus di Parigi

    C’è voluto un poeta algerino, Kamel Bencheikh, per denunciare l’intolleranza che si sta diffondendo a Parigi, dove l’abbigliamento femminile può portare a discriminazioni. L’intellettuale nato a Setif, in Algeria, che si definisce «militante anti-islamista» e che su Facebook aveva scritto «rivendico di essere islamofobo» ha denunciato quel che a sua figlia 29enne è stato impedito di salire su un autobus, nel XIX arrondissement, zona nordest della capitale, perché indossava una minigonna. «Intorno alle 23 mia figlia Élise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes Chaumont. Quando è arrivato, l’autista si è fermato, le ha guardate, ed è ripartito senza aprire le porte». Pochi metri più avanti il bus ha dovuto fermarsi a un semaforo rosso, le ragazze lo hanno raggiunto e hanno chiesto all’autista perché non le avesse fatte salire. «Pensa a vestirti come si deve», ha risposto il conducente alla figlia di Bencheikh, prima di ripartire. Secondo il racconto della ragazza, l’autista dell’autobus aveva l’aspetto maghrebino e la barba sul mento tipica di alcuni musulmani. Non l’ha fatta salire sul bus perché vestita in modo sconveniente rispetto all’islam salafita, applicando un legge religiosa che non ha motivo di esistere nella sfera pubblica. «Questa persona che guida un autobus pagato con le mie tasse ha impedito a mia figlia, che ha un abbonamento in regola e non ha mai avuto niente da rimproverarsi, di salire, solo perché portava una gonna» ha denunciato il padre.

    «Se i fatti sono confermati è uno scandalo! Chiedo alla Ratp di fare luce sulla vicenda», ha commentato Valérie Pecresse, presidente della regione Île-de-France (la Ratp è l’azienda di trasporti della regione parigina, che ha annunciato di avere identificato l’autista e di avere avviato un’inchiesta interna). Riportando la notizia, il Corriere della Sera segnala che Samy Amimour, uno dei terroristi islamici del Bataclan, è stato un autista Ratp dal 2010 al 2012 e che nel 2015, dopo l’attentato, sono arrivate le testimonianze su autisti radicalizzati che rifiutano di stringere la mano alle colleghe al cambio del turno o non vogliono sedersi al posto di guida se a occuparlo prima di loro era una donna.

  • La Tav va: mentre l’Italia indugia, Bruxelles sostiene la Spagna

    Le tratte ferroviarie che collegano Valencia con Madrid e con Saragozza e da lì con Lisbona e Bilbao sono state dichiarate dall’Ue infrastrutture prioritarie nell’ambito del sistema di comunicazione terrestre europeo. Volti ad  aumentare la velocità degli scambi commerciali e la comunicazione fra Mediterraneo e Atlantico, i due progetti godranno, grazie al riconoscimento di un maggior impegno economico da parte di Bruxelles (l’impegno europeo può ora  essere incrementato da una quota del 30% ad una pari al 50% dei costi dell’intero progetto nella sessione di bilancio comunitario 2020-2027).

    I progetti rientrano nel programma di reti transeuropee che nelle ambizioni originarie dovrebbero fornire collegamenti veloci da Lisbona a Kiev e dalla Scandinavia alla Sicilia, lo stesso programma che include la tratta ad alta velocità tra Lione e Torino. Diversamente dal governo gialloverde italiano, le autorità regionali di Valencia si sono fortemente impegnate per ottenere il riconoscimento ricevuto ora da Bruxelles.

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