Francia

  • Il separatismo religioso e le scuole francesi

    La notizia è di quelle che fanno riflettere. Oltre il 59% degli insegnanti francesi dichiara di essersi imbattuto in una forma di separatismo religioso nel proprio istituto attuale e il 24% dichiara di sperimentare regolarmente o di tanto in tanto veementi sfide nei confronti delle loro modalità di insegnamento. Il dato è aumentato di 9 punti rispetto al 2018. I dati appartengo ad un sondaggio sul separatismo scolastico in Francia condotto da Iannis Roder, professore associato di storia dal 1999 in un liceo a Seine-Saint-Denis e responsabile dell’Osservatorio sull’istruzione della Fondation Jean Jaurès, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana il 18 gennaio. Il rapporto rivela che i casi coinvolgono tutta la Francia, e non più solo periferie e banlieu. Nell’articolo, che riporta alcuni episodi accaduti in varie cittadine della Francia, in cui gli insegnati sono stati costretti a fare i conti con minacce dei genitori e atteggiamenti di sfida degli alunni, si legge che molti docenti “per evitare una possibile destabilizzazione della classe e le manifestazioni di protesta di vario genere, preferiscono tacere ed evitare di affrontare determinati argomenti. È paura? Secondo chi ha redatto il rapporto, sì.  Più spesso perché si sentono abbastanza soli nell’eventuale battaglia. È sorprendente notare che il 16% degli insegnanti afferma di non denunciare gli incidenti di cui sono stati testimoni. D’altronde solo il 56% dichiara alla propria dirigenza le forme di separatismo, e quindi di rifiuto della Francia e delle sue leggi, cioè poco più di 1 su 2”. E si legge ancora: “ciò che l’indagine ha inteso per ‘separatismo religioso’ è qualsiasi atto o manifestazione che si traduca in un rifiuto di attività, una richiesta specifica, una sfida all’educazione in nome delle convinzioni religiose. Il rapporto contiene discussioni circa i programmi e persino le discipline. Sono elencate per esempio le infinite controversie sull’educazione fisica avanzate da ragazzine cui l’islam impone un certo tipo di comportamenti e abbigliamento negli spogliatoi e nello sport. E poi le mense halal, le gite scolastiche e il velo. Il 49% degli insegnanti solo delle scuole secondarie afferma di essersi già auto-censurato durante le lezioni. Osservazione sconvolgente per gli analisti francesi se si considera che l’ultimo studio IFOP per la Fondazione Jean-Jaurès è stato realizzato in occasione del sesto anniversario dell’attentato a Charlie Hebdo. Un dato da evidenziare con l’assassinio di Samuel Paty perpetrato lo scorso ottobre e che è aumentato di 12 punti in meno di tre anni”.

  • Al processo per la strage di Charlie Hebdo 14 condanne a pene fino a 30 anni

    Trent’anni di carcere al principale complice negli attentati del gennaio 2015 al settimanale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher a Parigi, altrettanti alla vedova di uno dei due killer. Sei imputati, dei 14 a processo di cui tre in contumacia, sono stati dichiarati colpevoli di associazione per delinquere, non per terrorismo. Undici su 14 i condannati, con pene minime di 4 anni di carcere. Le sentenze sono state pronunciate dopo tre mesi di processo per le violenze, rivendicate da Stato islamico e al-Qaeda, davanti a un tribunale speciale. Un periodo difficile non solo perché la Francia ha rivissuto i giorni degli attacchi, ma perché ha contemporaneamente affrontato il dramma della pandemia e di altri attentati terroristici, fra cui fuori dalla stessa ex sede del settimanale e la decapitazione del professore Samuel Paty, che mostrò vignette di Maometto in classe. Il Covid-19 ha anche costretto a un’interruzione, quando uno degli imputati si è ammalato. I tre assalitori di quel gennaio 2015 morirono nei raid della polizia.

    Mohamed Belhoucine, mentore di Amédy Coulibaly, il terrorista del supermercato di prodotti kosher è stato condannato all’ergastolo, ma in aula non c’era. E’ latitante, probabilmente già morto in Siria. In Siria e introvabile, anche Hayat Boumeddiene, la compagna di Coulibaly, che lo aiutò a organizzare l’attentato e poi fuggì in Siria prima della strage, è stata condannata a 30 anni di reclusione. Trent’anni anche al franco-turco Ali Riza Polat, il principale accusato presente in aula, per “complicità” con i terroristi. Farà “ovviamente” appello, ha detto la sua avvocata.

    I fatti risalgono al 7-9 gennaio 2015, quando a Parigi furono uccise 17 persone, oltre ai tre killer. Gli imputati in aula, tutti uomini, sono considerati membri di una stretta cerchia di amici e conoscenze. Gli investigatori hanno indagato su una vasta quantità di dati telefonici, mentre i giudici hanno ascoltato anche le vedove di Cherif e Said Kouachi, i fratelli che assaltarono la redazione il 7 gennaio, decimando lo staff in quella che descrissero come una vendetta per la pubblicazione di caricature di Maometto. Non bastarono, a evitarlo, le precauzioni già prese per minacce e aggressioni precedenti.

    Il processo si era aperto, fra strettissime misure di sicurezza, il 2 settembre, dopo che – alla vigilia – la redazione di Charlie Hebdo aveva ripubblicato le caricature di Maometto che sarebbero state all’origine dell’azione terroristica in redazione dei fratelli Kouachi (12 morti durante la riunione del mattino, 11 feriti). Quella ripetizione delle contestate vignette è stata poi pretesto per successive azioni terroristiche, a cominciare dall’attacco di un giovane pachistano contro quegli stessi locali del giornale satirico in cui si svolse la strage del 2015. L’aspirante terrorista non era però al corrente che la redazione si è spostata in questi anni in un luogo segreto e blindato, finendo per ferire gravemente due dipendenti di un’agenzia che ha sede nello stesso palazzo.

    I magistrati hanno inflitto la condanna più pesante a Polat per il suo “ruolo importante” negli attentati. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo anche per lui, la giuria ha stabilito che la pena dovrà essere scontata in carcere di massima sicurezza per i due terzi. Trent’anni alla Boumeddiene, compagna di Coulibaly è stata invece condanna conforme alle richieste. Anche per la giovane donna, riconosciuto il “ruolo importante” nella preparazione degli attentati. Anche su di lei, avvistata in Siria, si è detto a più riprese fosse stata uccisa, ma ogni volta la voce è stata smentita.

    La “complicità in attentati terroristici” è stata pienamente riconosciuta per Belhoucine, lui sì quasi certamente morto in Siria. Era l’ispiratore di Coulibaly. Altri tre, tutti vicini al killer dell’Hyper Cacher, sono stati ritenuti colpevoli di associazione per delinquere di stampo terroristico in quanto “non potevano ignorare la natura del progetto” di Coulibaly essendo ben al corrente delle sue convinzioni. Fra loro c’è Amar Ramdani, 20 anni di carcere, due terzi della pena in massima sicurezza. Poi Nezar Mickael Pastor Alwatik, ex compagno di cella di Coulibaly, 18 anni. E Willy Prevost, 13 anni. Pene fra i 5 e i 10 anni di carcere sono state pronunciate nei confronti di quattro imputati accusati di coinvolgimento nel filone “belga” della vicenda – legato soprattutto alla logistica e alla fornitura di armi – ritenuti colpevoli di associazione per delinquere: sono Metin Karasular, Michel Catino, Abdelaziz Abbad e Miguel Martinez. Otto anni a Said Makhlouf e Mohamed Fares, per la stessa accusa. Quattro anni all’unico imputato che compariva in aula libero, Christophe Raumel.

  • Sarkozy alla sbarra, prima volta per un ex presidente transalpino

    E’ il primo capo dello Stato francese a comparire in tribunale come imputato accusato di corruzione. Abito scuro e camicia bianca, l’ex presidente Nicolas Sarkozy è giunto il 23 novembre poco prima delle 13.30 al tribunale di Parigi circondato da un nugolo di cameraman e fotografi per partecipare a quello che viene annunciato come un processo senza precedenti nella storia della Quinta Repubblica.

    E tuttavia, poco dopo l’apertura, il tribunale ha deciso la sospensione fino a giovedì prossimo, il tempo di ottenere i risultati di una expertise medica su uno degli altri principali imputati, l’ex alto magistrato settantatreenne Gilbert Azibert, oggi assente dall’aula per cause mediche.

    Poco prima del rinvio, Sarkozy ha salutato i legali presenti in tribunale nonché i membri della procura finanziaria che indagano sulla cosiddetta vicenda delle “intercettazioni”. Quando la presidente del tribunale Christine Maé ha enunciato le generalità del principale imputato – Nicolas Sarkozy de Nagy

    Bocsa – lui ha replicato secco: “E’ sufficiente Sarkozy”.

    Sessantacinque anni, appena alleggerito dalle accuse per le tangenti libiche a causa della ritrattazione del testimone chiave a suo carico, Sarkozy ha promesso di essere “combattivo” davanti al tribunale ed ha ripetuto negli ultimi giorni di non essere “un corrotto”.

    Il processo, rinviato subito al 26 novembre, dovrebbe durare fino al 10 dicembre, ma resta appeso come diversi altri appuntamenti giudiziari alla situazione della pandemia e potrebbe essere ulteriormente posticipato. Il caso delle intercettazioni, o “affaire Bismuth”, è legato a quello delle tangenti libiche per la campagna presidenziale del 2007. Quando i giudici misero sotto controllo il cellulare dell’ex presidente nel 2013 per indagare sul presunto denaro arrivato da Tripoli, scoprirono che Sarkozy utilizzava una linea segreta sotto il nome di Paul Bismuth per comunicare con il suo legale, Thierry Herzog.

    L’accusa ritiene che alcune conversazioni intercettate hanno rivelato l’esistenza di un “patto” di corruzione: Sarkozy, attraverso Herzog, avrebbe dato “una mano” ad Azibert per ottenere un incarico nel principato di Monaco a cui ambiva (e che non ha mai ottenuto). In cambio, Azibert avrebbe fornito informazioni coperte dal segreto su una procedura avviata nei confronti dell’ex capo dello Stato davanti alla Corte di Cassazione a margine di un altro scandalo, quello Bettencourt, dal nome dell’erede L’Oreal.

    Ritiratosi dalla politica attiva dopo la sconfitta alle primarie della destra a fine 2016, Sarkozy rischia fino a 10 anni di carcere e una mula di un milione di euro. Prima di lui, solo il suo predecessore Jacques Chirac fu messo sotto accusa e condannato nel 2011. In quel caso però non si trattava di un presunto caso di corruzione ma dello scandalo dei falsi impieghi al Comune di Parigi. E Chirac non comparve mai nell’aula di tribunale a causa del suo precario stato di salute.

  • Essere con la Francia

    Mentre la Francia e l’intero mondo sono sconvolti da una pandemia, che non vede ancora una soluzione vicina, il ras turco incita, di fatto, il mondo musulmano alla guerra Santa. Il presidente Macron che, dopo la decapitazione del professore francese, atto di una violenza ed efferatezza degna solo di criminali sanguinari per i quali non vi può essere perdono né in terra né nell’aldilà, aveva giustamente difeso la libertà di espressione come uno dei pilastri della democrazia, è diventato il bersaglio delle ire islamiste, e con lui la Francia. Erdogan, l’uomo che, a detta di molti accreditati analisti ed osservatori, si è organizzato un colpo di stato per rendere il suo potere ancora più assoluto in una Turchia controllata da forze di polizia e dove è azzerato ogni spazio di libertà di pensiero, ha dato il via, contro la Francis, ad un vero e proprio appello al mondo mussulmano. Già diversi inquietanti segnali dimostrano come si sia vicini ad una escalation di manifestazioni e violenze non solo verso Macron ed il suo paese ma, di fatto, contro l’Europa dove, già in passato, molti paesi hanno subito sanguinosi attentati. La Francia, come noi e qualunque altro Stato europeo, è messa in grave pericolo dal proclama di Erdogan e lo stesso deve ormai essere considerato, per sua scelta, il mandante, non solo morale, di qualunque azione che porti a nuove violenze e vittime, non soltanto sul suolo europeo. Siamo diventati, a casa nostra, il bersaglio di sciagurati dittatori, di gruppi di massacratori in cerca di potere il cui obiettivo, come l’Isis ha dimostrato, è di distruggere civiltà e libertà.

    Ci appelliamo ancora una volta a quella maggioranza del mondo mussulmano che crede nella convivenza e nel rispetto gli uni degli altri affinché vi sia una definitiva presa di posizione, questo mondo deve alzare più forte la propria voce altrimenti i violenti prevarranno ancora ed il silenzio diventerà connivenza. E’ già molto tardi ma c’è ancora il tempo per evitare che tutti si finisca nel baratro. Un baratro sempre più vicino se Erdogan non sarà isolato, se gli estremisti continueranno a fare proseliti e godranno di impunita o addirittura di complicità, se alcuni governi, come quello italiano, continueranno a tacere inerti ed inermi. Sia chiaro per tutti, quello che tocca oggi la Francia tocca ogni paese europeo, per prima l’Italia che da troppi anni ha una politica estera almeno ambigua.

  • Il tempismo francese e la irresponsabilità italiana

    Il presidente Conte e il ministro dell’economia Gualtieri hanno confermato che le risorse del Recovery Fund non verranno utilizzate per abbassare le tasse. Contemporaneamente in Francia il governo Marcon ha già presentato il piano per utilizzare le risorse europee varate al fine di offrire uno scenario di sviluppo all’economia europea nei prossimi anni.

    Nel nostro paese, invece, in piena e profonda recessione economica si attende, senza speranza, tale “governo” Conte il quale serenamente indica nel quindici (15) di ottobre la data per l’appuntamento nel quale prenderà contatti con l’Unione Europea.

    A seguito di questo primo contatto, i progetti per ottenere i finanziamenti da Recovery Found verranno presentati nei primi giorni di gennaio: 2021. Da quel momento del nuovo anno in poi si comincerà ad elaborare e sottoporre i progetti strategici economici per il cui finanziamento necessitano della approvazione europea.

    Il governo francese, con una grande tempistica, dimostra un’attenzione sicuramente più responsabile verso le conseguenze della crisi da covid-19. In questo senso, infatti, all’interno dell’articolato piano “Marshall” francese delle risorse disponibili, oltre venti (20) miliardi verranno utilizzati per abbassare le tasse. Una prima tranche per ridurre l’imposizione fiscale sul valore aggiunto (la nostra Iva) ed una seconda sulla fiscalità degli immobili strumentali (la nostra Imu). Come anticipato pochi giorni fa, la Francia sta ponendo in atto una avveduta strategia di politica economica finalizzata al raggiungimento del traguardo del secondo posto, come economia manifatturiera, in Europa ora appannaggio del nostro sistema industriale.

    Nella più assoluta distrazione di questo governo stiamo assistendo all’ultima tappa della desertificazione industriale ed economica del nostro paese guidata da una classe politica indegna la quale dimostra per l’ennesima volta un mix devastante di superficialità ed arroganza, classiche esalazioni di un deficit culturale.

    Non passa giorno in cui elementi del governo dichiarino la propria volontà della ricerca di svolta ecologica: un concetto privo di ogni riferimento economico reale ma soprattutto ignaro di ogni traguardo già raggiunto dal nostro sistema industriale.

    Va ricordato come proprio il nostro sistema industriale sia tra i meno impattanti sotto il profilo ambientale in ambito europeo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). La mancanza di conoscenza (l’ignoranza per intenderci) di questo ottimo traguardo già raggiunto dal sistema industriale italiano qualifica l’attuale governo il quale, nella determinazione delle linee guida relative all’utilizzo dei Recovery Fund, realizza il disastro perfetto economico. Un traguardo, invece, riconosciuto ed ammirato all’estero e per questo la Francia ora cerca di superare proprio nella componente industriale l’economia italiana.

    In un paese normale con un governo decente al fine di determinare le strategie economiche risulterebbe evidente partire dalla considerazione dei risultati e dei traguardi già raggiunti precedentemente alla crisi da covid-19, valorizzandoli ed offrendo agli esset industriali più supporto economico e finanziario. Ricordando, poi, come il fattore temporale risulti fondamentale nel conseguimento degli obiettivi da raggiungere.

    Viceversa, il governo, in preda ad un delirio ideologico ambientalista, si conferma incapace anche solo di comprendere come contenuti e tempistica rappresentino la sintesi per offrire una prospettiva di crescita del nostro Paese.

  • Referendum per l’ambiente nella Costituzione: Macron affronta l’onda verde transalpina

    Un’onda dipinge di verde il futuro della Francia, sindaci, spesso sconosciuti, con programmi ecologici, conquistano città come Marsiglia, Lione, Strasburgo, Bordeaux. Persino Anne Hidalgo, per riprendersi Parigi, ha dovuto allearsi con i Verdi. E Macron non si fa pregare per far capire che gli ultimi due anni del mandato saranno all’insegna dell’ecologia, e arriva ad annunciare un referendum per inserire i principi ambientali nella Costituzione. Ma per il presidente il problema immediato si chiama Edouard Philippe, il premier che lo supera in popolarità e che ieri ha anche largamente riconquistato il suo Comune, Le Havre. Presidenziali e politiche trionfali per Macron nel 2017, creazione de La Republique en Marche (Lrem), il partito che da solo aveva la maggioranza fino a qualche settimana fa, poi elezioni europee discrete nel 2019: adesso per i macroniani è arrivata la prima disfatta elettorale. Hanno perso quasi ovunque avessero presentato candidati. Il caso di Agnès Buzyn a Parigi – paracadutata dal ministero della Salute già in piena pandemia per lo scandalo del video a luci rosse del candidato Benjamin Griveaux – è emblematico: è riuscita a scendere nelle preferenze fino al 14,87%, molto meno della metà della pur sconfitta Rachida Dati. Oggi, nessuna città importante è governata dai macroniani. A Marsiglia, altra città diventata per la prima volta Verde, il candidato Lrem Yvon Berland era stato ridicolizzato al primo turno con l’1,53%. I Verdi hanno strappato ai macroniani persino il loro feudo di Lione, dopo il pasticcio del sindaco Gerard Collomb, che da Lrem si era riavvicinato alla destra dei Republicains. “Misure forti”, ha subito annunciato Macron, che – per una fatalità forse non calcolata – aveva in programma di ricevere all’Eliseo i componenti della Convenzione cittadina per il clima, che hanno presentato le 150 richieste elaborate per proteggere e rilanciare le politiche ambientali in Francia. A loro ha promesso di accelerare sull’ecologia per gli ultimi due anni di mandato, arrivando a promettere un referendum nel 2021 per iscrivere i temi dell’ambiente, della protezione del clima e della biodiversità negli articoli della Costituzione. In un partito dove già i mal di pancia serpeggiano da tempo, la “febbre verde” che ha colto la Francia aumenta le tensioni, tanto che Macron – pur accettando le proposte presentate dalla Convenzione – ha spiegato chiaramente che alcune di esse, come la limitazione della velocità a 110 km/h su tutte le autostrade, non saranno accettate. E si è congratulato con i presenti perché, ha detto, “non fanno come quegli ecologisti che sono per un modello di decrescita”, ribadendo di credere nella “crescita della nostra economia”.

    Mentre i Verdi diventano, a sorpresa, la forza politica di sinistra più importante in Francia, all’Eliseo ci si preoccupa anche della saldatura – in molte città conquistate dagli ecologisti – con i socialisti, che nel 2017 erano quasi scomparsi dai radar. Per il primo segretario del Ps, Olivier Faure, la prospettiva da costruire è quella di un “blocco social-ecologista” per le presidenziali del 2022. Ma i guai non arrivano mai soli. E Macron non deve preoccuparsi soltanto di riorientare la sua politica verso i principi ecologisti, ma anche di risolvere il dilemma di un premier, Edouard Philippe, che nei tre mesi di pandemia ha guadagnato fino al 51% di popolarità, superando il presidente rimasto al palo (44%). Philippe alter ego di Macron ha il difetto di essere oggi troppo vincente e troppo popolare: l’ultimo trionfo glielo ha tributato ieri la “sua” Le Havre, rieleggendolo sindaco a furor di popolo con il 58,83% dei voti. Il 55% dei francesi vorrebbe che lui rimanesse capo del governo e Macron è al bivio: svolta “verde” cambiando il premier e rischiando ancor più impopolarità (e magari giocandosi il sostegno di Philippe per le presidenziali 2022) oppure avanti con il capitano vincente cambiando soltanto la squadra? Yannick Jadot, leader di Eelv (Europe Ecologie Les Verts), è stato chiaro: “Nessuno di noi entrerà al governo”.

  • Turkey accuses France of exacerbating Libya crisis

    Turkish Foreign Ministry on Tuesday accused France of deepening the crisis in Libya by supporting the General Khalifa Haftar against the internationally-recognised Government of National Accord (GNA).

    “France has fueled the Libyan crisis by extending its support to putschist and pirate Haftar, who attempts to create an authoritarian regime in the country by overthrowing the legitimate government and who is not shy about publicly denouncing a political solution in Libya,” the Turkish MFA said in a statement on Tuesday.

    Ankara’s announcement came after France on Monday called for talks among NATO allies on what it described as Turkey’s increasingly “aggressive” role in Libya, which was thwarting efforts to secure a cease-fire.

    France has reiterated its position that the country is not taking sides in Libya, but said that Turkey endangered European security by sending Syrian fighters to Libya.

    Turkey backs the Tripoli-based GNA led by Prime Minister Fayez al-Sarraj, with whom the country signed in 2019 two agreements on security and military cooperation and restriction of marine jurisdictions.

    “While our country is with the legitimate government, France stands by a coup and an illegitimate person to the UN and NATO decisions,” the statement reads.

     

  • Covid-19: la Francia potrebbe porre fine allo stato di emergenza il 10 luglio

    La Francia metterà fine allo stato di emergenza imposto per affrontare il coronavirus il 10 luglio. E’ quanto è stato affermato dall’ufficio del primo ministro Edouard Philippe.

    Con 29.296 morti, la Francia ha il terzo più alto numero di morti per Covid-19 in Europa dopo il Regno Unito e l’Italia. A marzo, il governo ha imposto lo stato di emergenza limitando le libertà civili con un decreto senza l’approvazione parlamentare. I dati ufficiali recentemente hanno mostrato che la diffusione del virus sta rallentando. Il paese ha precedentemente alleggerito molte delle misure, con negozi, resort e attrazioni turistiche che stanno riaprendo lentamente.

    Il governo ha aggiunto, tuttavia, che introdurrà un nuovo disegno di legge che gli consentirà di limitare la libertà di movimento, rendere obbligatoria la mascherina per i trasporti pubblici, chiudere le attività commerciali e vietare le riunioni per altri 4 mesi.

     

  • Quarto Reich? La Germania fa dell’anniversario della resa la via per l’europeismo

    Quest’anno perOgg la prima volta, e per ora è previsto che sia anche l’unica, l’8 maggio il Land di Berlino si è fermato per festeggiare la capitolazione della Germania nella Seconda guerra mondiale. La resa incondizionata della Wehrmacht nel 1945 decretò la liberazione dal nazionalsocialismo in un Paese che, dopo aver provocato il conflitto, finì in ginocchio. “Non esiste la fine della memoria, e non c’è possibilità di redenzione dalla storia”, ha detto il capo dello Stato Frank-Walter Steinmeier, con parole come sempre inequivocabili. “La storia tedesca è una storia rotta. A questa appartiene la responsabilità di milioni di assassinii e di altrettanta sofferenza. Questo ci fa il cuore a pezzi. Per questo, si può amare questo Paese soltanto con il cuore a pezzi”.

    Steinmeier ha colto questa occasione anche per riaffermare lo spirito europeista della Germania, lanciando un appello all’unità europea, che vacilla proprio nel tempo della pandemia, e alla difesa della democrazia. “Mai più – ha affermato – significa mai più soli! Dobbiamo tenere l’Europa insieme. Come europei dobbiamo pensare, sentire ed agire. Se noi in Europa, anche dentro e dopo questa pandemia, non restiamo insieme, non rendiamo onore a questo 8 maggio”, ha incalzato il presidente socialdemocratico. “All’epoca fummo liberati – la chiosa -. Oggi dobbiamo liberare noi stessi. Dall’odio, dalla xenofobia e dal disprezzo della democrazia”. Al suo fianco, nel monumento alle vittime della guerra della ‘Neue Wache’ di Berlino dove sono state poste delle corone di fiori – l’atto di Stato previsto inizialmente con 1.600 ospiti è stato disdetto a causa del coronavirus – c’era la cancelliera Angela Merkel, che ha telefonato al presidente russo Vladimir Putin, a quello francese Emmanuel Macron e all’americano Donald Trump per ricordare “i milioni di vittime e la sofferenza incommensurabile” provocata dalla Germania nazista con la guerra. Alla commemorazione erano inoltre presenti i rappresentanti degli organi dello Stato: il presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, il presidente del Senato, Dietmar Woidke e il presidente della Corte costituzionale Andreas Vosskuhle.

    Tornando al conflitto provocato da Adolf Hitler, che provocò la morte di circa 60 milioni di persone nel mondo uccise 6 milioni di ebrei europei nell’orrore dei campi di sterminio, Steinmeier ha ribadito che non è possibile tirare una linea col passato: “Chi lo fa toglie valore a tutto quello che abbiamo conquistato da allora e rinnega il seme essenziale della nostra democrazia”. Questa festa una tantum ha riguardato soltanto il calendario del Land di Berlino. “Che debba diventare un giorno di festa nazionale, oppure no, lo deciderà il Parlamento – ha affermato il ministro degli Esteri Heiko Maas -. La cosa che conta è che, anche in Germania, l’8 maggio venga considerato nel modo giusto. Come giornata della liberazione. Come una giornata che si possa davvero festeggiare. E che ci rammenti quanta sofferenza abbiamo portato al mondo e quale responsabilità viene da questo per noi tutti”.

  • Lo champagne diventa italiano? Campari ci prova con Champagne Lallier

    Campari ha avviato una negoziazione in esclusiva con la francese Sarl Ficoma, holding che fa capo alla famiglia di Francis Tribaut, per l’acquisizione dell’80%, di Champagne Lallier e controllate, in vista di salire al 100%. L’operazione riguarda i marchi, le riserve, le proprietà immobiliari, inclusi i vigneti di proprietà e gestiti e gli impianti produttivi. Con l’acquisizione per la prima volta una società italiana entra nel mondo delle ‘bollicine francesi’.

    La società Champagne Lallier, per cui Campari sta trattando in esclusiva, esiste dal 1906, ha sede ad Ay, nell’omonima regione confluita nel ‘Grand Est’ di Francia. La cittadina situata tra Reims ed Epernay è una delle poche che si possono fregiare della denominazione ‘Grand Cru’ ed ospita altre case rivali, tra cui Veuve-Clicquot, Bollinger e Moet et Chandon, oltre ad altri piccoli produttori e al museo denominato ‘Citè du Champagne’. Nel 2019 Champagne Lallier ha venduto circa 1 milione di bottiglie, di cui 700mila con l’etichetta Lallier, principalmente nel canale ‘on-premis’ (bar, ristoranti, alberghi e caffetterie) e nelle enoteche.

    L’acquisizione della storica ‘maison’ si inserisce nella strategia di Campari di potenziare la propria presenza in Francia, dove ha recentemente avviato una struttura commerciale diretta. Quattro anni dopo l’acquisizione di Grand Marnier Campari si sta per aggiudicare un nuovo simbolo della tradizione vitivinicola e liquoristica d’Oltralpe.

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