Francia

  • Macron il perdente, potrebbe vincere in Europa

    Macron ha perso, sia pure di poco, le elezioni europee in casa, superato di un punto addirittura da Marin Le Pen. Per non darsi vinto, per non soccombere al colpo ricevuto e per indorare la sua immagine, risultata sbiadita in Francia, si dà un gran da fare in Europa, mettendo scompiglio nel tentativo di riformare gli usi in vigore e nel presentarsi come il deus ex machina della situazione, tutto intento, da solo, a risolvere  lo stallo in cui si trova l’Unione europea. Due, in particolare, i suoi punti d’attacco. Il primo si riferisce al rifiuto d’accettare il principio del “candidato di punta”, (lo spitzenkabdidat) per la nomina del presidente della Commissione europea in sostituzione del lussemburghese  Jean-Claude Juncker. Tale principio affida la presidenza al candidato del gruppo politico che ha ricevuto più voti. Nel nostro caso, avendo il PPE raggiunto il primo posto, al suo candidato, il cristiano-sociale bavarese Manfred Weber, spetterebbe la presidenza della Commissione.  No, – dice Macron, –  queste sono regole ormai superate. La tradizione ha fatto il suo tempo. L’Europa ha bisogno di volti nuovi e di persone che contano per l’esperienza acquisita e per i risultati ottenuti. E tanto per non irritare troppo i tedeschi per il rifiuto della candidature Weber, si permette di tirare in ballo Angela Merkel. “Io la voterei se fosse candidata” afferma, sapendo bene che lei non ha nessuna intenzione di dedicarsi interamente all’Europa, come ha ripetuto in più di un’occasione, dopo 14 anni di cancellierato. Ma Macron non molla, nonostante l’insuccesso della sua candidata, la danese Margrethe Vestager, commissaria europea alla Concorrenza in scadenza. Non vuole Weber e va alla ricerca di alleati per mettere il PPE in minoranza, malgrado la sua vittoria elettorale.

    Il secondo punto d’attacco lo ha riservato al gruppo liberale ALDE (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), il terzo arrivato, al quale ha aderito con i suoi 21 deputati su 101. A lui non va bene il nome, che contiene l’aggettivo liberale, e si è dato subito da fare per cambiarlo, riuscendoci. Il gruppo, d’ora in poi si chiamerà “Renew Europe”. Rinnovare l’Europa, con buona pace del liberale belga Guy Verhostadt, già prima ministro in tre governi  e presidente dell’ALDE dal 2009. Bisognava eliminare il termine “liberale” – avrebbe dichiarato Macron – perché nell’opinione corrente, liberale è sinonimo di capitalismo selvaggio, senza regole, perciò un termine negativo. Di fronte a simili dichiarazioni non inorridiamo più. Se Macron non si considera liberale, è affar suo, e dei francesi. Ma allora, perché i suoi deputati al Parlamento europeo si sono iscritti al gruppo tradizionalmente liberale? Se invece si considerasse liberale, ci chiediamo esterrefatti perché si sottomette al “pensiero unico”, al “politicamente corretto” che, come sappiamo, è una specie di “polizia del pensiero”, come l’ha chiamata una copertina di Newsweek del dicembre 1990. Perché non si batte per spiegare il significato vero di “liberale” e per giustificare con orgoglio la sua appartenenza ad un movimento politico che ha avuto ed ha ancora molti meriti nella tutela della democrazia e della dignità delle persone? E’ un andazzo deleterio questo accettare acriticamente e senza batter ciglio le opinioni sostanzialmente sbagliate e non vere. E’ un contributo passivo e irresponsabile alla diffusione di panzane e di favole alle politiche della disinformazione. A vantaggio di chi? Se lo chiede Macron? Tanto più che, per fare la politica europea che ha in testa e che ha dichiarato in più occasioni, avrà bisogno di alleati, dei democratici cristiani del PPE, dei socialisti del S&D, dei Verdi e di quanti credono che il progresso dell’integrazione, iniziata con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman, sia anche il progresso delle nostre patrie nazionali. Non ci sembra una buona politica quella divisiva iniziata da Macron. Il suo muoversi solitario per ora non ha portato frutti, se non risentimenti nemmeno apertamente manifestati, tra l’altro, a dimostrazione che l’azione diplomatica e non chiassosa è in genere più produttiva del movimento scomposto e leggermente fanfarone.

  • Le elezioni europee in Germania

    Il primo dato da ricordare è che la Germania è il paese che ha eletto più deputati. I suoi seggi, infatti, sono 96, su un totale di 751. La Francia ne ha 74 e l’Italia 73, come il Regno Unito. Il secondo elemento che caratterizza la Germania è che il sistema elettorale adottato in queste elezioni è un proporzionale con listini bloccati, senza alcuna soglia di sbarramento, soglia che in Italia è del 4%. Come era prevedibile, il partito democratico – cristiano della Merkel, CDU/CSU, si è piazzato al primo posto, con il 28,7% dei voti e 29 seggi. Al secondo posto ci sono i Verdi, con il 20,7% dei voti e 21 seggi. Al terzo ci sono i socialisti con il 15,6% dei voti e 16 seggi. Al quarto posto si piazzano i populisti di destra euroscettici dell’AfD con il 10,8% di voti e 11 seggi. Vengono in seguito i Liberali e la sinistra comunista con entrambi il 5,4% dei voti e 5 seggi. Seguono i “liberi elettori” e “Il Partito” con entrambi 2 deputati e il Partito Pirata, il Tier, il Volt e il partito della Famiglia, tutti con un solo deputato. Rispetto alle elezioni precedenti del 2014 i democratici cristiani hanno perso 5 seggi, i socialisti  11, la sinistra comunista 3. Anche la destra dell’ AfD ha perso voti rispetto alle ultime elezioni politiche (nel 2014 non esisteva ancora). Il grande balzo è stato quello dei Verdi che da 13 deputati è passata a 21. Singolare il caso della Merkel, che è vincente come primo partito e, nello stesso tempo, perdente rispetto alle elezioni precedenti. La clamorosa sconfitta odierna dei socialisti si aggiunge a quella delle ultime elezioni politiche. La debolezza della coalizione CDU/CSU – SPD è evidente, così come è evidente la perdita di peso politico della cancelliera Merkel, che ha già rinunciato alla presidenza del partito CDU, a favore di un’altra donna, Annegret Kramp – Karrenbauer, già presidente del più piccolo Stato tedesco, la Sarre, al confine con la Francia. Anche i socialdemocratici, nell’aprile del 2018, hanno eletto una donna alla loro presidenza, Andrea Nahles, prima donna a guidare la SPD in ben 155 anni. Pure i Verdi vincitori sono guidati da una donna, Annalena Baerbock. Se si pensa che anche il partito euroscettico “Alternativa per la Germania (AfD) nel 2017 scelse una donna, Alice Weidel, come candidata alla Cancelleria e che  un’altra donna, Frauke Petry, ha guidato il partito dal 2015 al 2017, si può tranquillamente affermare che le donne in Germania, dopo che la Merkel riuscì cancelliera per la prima volta, non hanno nessun ostacolo di genere a farsi strada anche in politica e si può obiettivamente sostenere che la loro presenza ha portato un valore aggiunto alla vita politica, valore da non trascurare. Tanto è vero che, in questi giorni, si è fatto ancora il nome della Merkel come candidata alla presidenza del Consiglio europeo, in sostituzione di Donald Tusk, già capo del governo polacco del 2007 al 2014, giunto ora alla scadenza del mandato ricevuto nel 2014. Non è positivo per la politica europea un indebolimento della Merkel, indebolimento che potrebbe permettere al Presidente francese Macron di condurre una politica non equilibrata, come sta facendo in questi giorni svolgendo un’azione diplomatica non favorevole all’Italia, tanto che il presidente uscente della Commissione europea, Juncker, ha ammonito a non penalizzare il nostro Paese, perché il danno si ripercuoterebbe su tutta l’Europa. Che questi ammonimenti provengano da un personaggio tanto sbeffeggiato in Italia da certa stampa  e da certi politici, la dice lunga, da un lato, sull’equilibrio della politica francese e, dall’altro, sull’obbiettività e sulla capacità di vedute dei nostri politici al governo che, non contenti di schernire Juncker, vanno anche in Francia a sostenere politicamente i “gilet gialli”, che alle elezioni europee hanno raccolto lo zero virgola qualcosa per cento. In tutto questo agitarsi di Macron per le nuove importanti nomine in corso, si sente il vuoto lasciato dalla Merkel e non è proprio detto che questo sia un bene per l’Europa, oltre che per l’Italia.

     

  • Le elezioni europee in Francia

    Macron non ce l’ha fatta. Il “Raggruppamento Nazionale” (già Fronte Nazionale) di Marine Le Pen ha superato di un punto (23,5%) il partito “En Marche” (22,5%) del presidente della Repubblica. Il risultato rappresenta certamente una bella umiliazione per Macron, che in ogni caso avrà modo di rifarsi in Europa, poiché il suo partito aderirà al gruppo politico dei liberali (ALDE&R – 109 deputati) che hanno conquistato il terzo posto, dopo il gruppo dei democratici cristiani (PPE- 180 deputati) e quello dei Socialisti (S&D- 145 deputati). La Le Pen aderirà al gruppo ENF, lo stesso della Lega di Salvini, con 58 deputati. Si può dire per lei quello che è stato detto per Farage nel Regno Unito e per Salvini in Italia: vincitori in patria e perdenti in Europa. Il voto francese ha espresso altre riserve. E’ in flessione la “France insoumise” di Mélenchon, che esce molto ridimensionata dal voto (6,3% con 6 deputati); sono in crisi i Repubblicani (8,2% con 7 deputati) e i Socialisti 6,4% con 6 deputati). Il loro crollo è epocale se si pensa che fino a qualche anno fa erano i partiti che si contendevano l’Eliseo. Un exploit di rilievo è rappresentato invece dai Verdi che hanno ottenuto il 13,1% dei voti con 12 deputati, collocandosi al terzo posto, meta insperabile fino a qualche mese fa. Le due liste riconducibili ai “gilet gialli”, invece, che tanto scalpore hanno avuto negli ultimi mesi con le loro violente manifestazioni contro il presidente della Repubblica, non hanno ottenuto nessun seggio, conseguendo un flop macroscopico al di sotto della soglia di sbarramento: Alliance Jaune lo 0,6% e The Patriots lo 0.7%. Quadro politico scombussolato, dunque, rispetto ai parametri dei partiti nell’Assemblea Nazionale, con un’affermazione “sovranista” indubbia della Le Pen che sarà nettamente minoritaria in seno al Parlamento europeo. Macron si rifarà in Europa, dicevamo, e lo abbiamo visto all’opera a Bruxelles, prima della riunione del Consiglio europeo, operando contatti con numerosi leader nazionali in previsione delle importanti nomine che dovranno avere luogo a seguito delle elezioni. Contatti lobbystici, diremmo, tesi a stabilire alleanze e a garantire quel potere che dovrà gestire gli affari dell’Unione europea. Questa fase di contatti e di incontri è assolutamente indispensabile al fine di ottenere un equilibrio tra nazionalità e tra tendenze politiche. A questo proposito Macron ha già infranto una tradizione: quella degli spitzenkandidaten, secondo la quale il partito che otteneva in Europa il maggior numero di seggi poteva pretendere, e ottenere, la presidenza della Commissione europea. Questa regola ha funzionato per più di sessant’anni, ma per Macron è ora di cambiarla, perché il suo gruppo non è il primo al Parlamento europeo, quindi si invoca la riforma che lo possa soddisfare. Due sono i suoi candidati, il francese Michel Barnier, capo negoziatore della Brexit per conto dell’UE, e la danese Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza nella Commissione di Juncker. Attivissimo in questa funzione di lobby, Macron esercita indefessamente nello stesso tempo una funzione di leadership, che vede in ombra Angela Merkel, tanto più che il candidato alla presidenza della Commissione, secondo la tradizione che Macron vuole abbattere, è proprio un tedesco, l’attuale presidente del gruppo del PPE, che ha il maggior numero di deputati (180), il bavarese Manfred Weber. Macron, non solo scombina le prospettive tedesche, ma sta operando assiduamente per avere con sé la Spagna, la quale potrebbe sostituire l’Italia nell’assegnazione di funzioni che l’Italia perderebbe, da un lato per l’isolamento in cui si trova attualmente con il governo giallo-verde, e dall’altro per l’insipienza del Presidente del Consiglio e per lo stato di minoranza in cui si trova in Europa uno dei suoi due vice, il vincitore delle elezioni in Italia, Matteo Salvini. Dopo l’atteggiamento dell’altro suo Vice, Luigi Di Maio, che andò in Francia per sostenere i “gilets gialli”, è improbabile che Macron tenga conto delle esigenze italiane. Quali esigenze, tra l’altro? Fino ad ora nessuno le ha formulate, mentre in Europa i giochi sono in corso e le alleanze si stanno formando. Per concludere, si può affermare che non avendo ottenuto soddisfazione in Francia, dalle elezioni europee, Macron la soddisfazione la cerca in Europa e non è detto che non riesca ad ottenerla, anche a scapito nostro.

  • Parmigiano Reggiano e filiera integrata: a pagare ancora il Made in Italy

    Il concetto di filiera integrata rappresenta la migliore ed unica strategia economica per la massimizzazione della crescita del valore aggiunto di un prodotto espressione del made in Italy. In questo senso va ricordata, infatti, la distonia tra la distribuzione organizzata, molto spesso in mani estere, e le difficoltà per i piccoli produttori italiani di trovare uno spazio all’interno di queste catene di distribuzione. Lo stesso concetto di filiera integrata esprime ovviamente la propria complessità sia a monte quanto a valle del prodotto finito e, quando possibile, anche con il controllo della commercializzazione stessa attraverso una propria rete commerciale oppure una società di commercializzazione.

    La società Castelli, che è il primo produttore di Parmigiano Reggiano e si occupa anche della sua commercializzazione (da anni considerato il miglior formaggio al mondo ed icona del Made in Italy), venne rilevata anni fa da un fondo inglese aprendo degli scenari problematici già allora. L’attività del fondo privato rispondeva alla ricerca della massima remunerazione del capitale, quindi il capitale stesso ed il fondo inglese come sua espressione operativa assumevano una posizione neutrale nei confronti delle diverse politiche di promozione del prodotto. Va ricordato, infatti, come l’azienda rappresenti il primo produttore italiano di Parmigiano Reggiano (con 460 milioni di fatturato), oltre ad esser un forte produttore di taleggio ed altri importanti formaggi italiani.

    Ora però la Castelli viene acquisita dal colosso francese del Lactalis cambiando completamente il proprio ruolo e posizionamento, diventando l’anello finale all’interno delle diverse e complesse politiche commerciali. Questa, infatti, ora è parte integrante di un colosso della produzione lattiero-casearia sia italiana, anche attraverso la Parmalat, ma contemporaneamente anche di filiere francesi .

    Nella complessa articolazione dei rapporti commerciali con la grande distribuzione è evidente come ora Lactalis si trovi nella posizione di forza per utilizzare l’appeal del Parmigiano Reggiano per inserire nella trattativa commerciale i prodotti della Parmalat oppure espressione di filiere transalpine.

    Quindi, come logica conseguenza, verrebbero ancora maggiormente ridotti gli spazi per i piccoli produttori lattiero caseari italiani che non hanno la forza di opporsi a questi colossi che utilizzano il marketing mix come strumento per proporre i propri prodotti. In altre parole l’acquisizione della Lactalis cambia radicalmente la posizione e la funzione della Castelli che da una posizione neutrale finalizzata alla remunerazione del capitale attraverso la produzione e commercializzazione del Parmigiano Reggiano  diventa espressione di interessi di più filiere produttive in capo al colosso francese.

    Uno scenario che se probabilmente lascerà invariata la forza del Parmigiano Reggiano contemporaneamente porterà un forte danno per i piccoli produttori espressione del Made in Italy che si vedranno ancora una volta esclusi dai grandi accordi e successivi flussi commerciali.

    Non comprendere il cambio di scenario produttivo e commerciale generato da questa acquisizione di Lactalis nella filiera lattiero-casearia dimostra ancora una volta il degrado culturale del nostro Paese come l’assoluta mancanza di una visione strategica.

  • Autista islamico non fa salire un’algerina in minigonna su un autobus di Parigi

    C’è voluto un poeta algerino, Kamel Bencheikh, per denunciare l’intolleranza che si sta diffondendo a Parigi, dove l’abbigliamento femminile può portare a discriminazioni. L’intellettuale nato a Setif, in Algeria, che si definisce «militante anti-islamista» e che su Facebook aveva scritto «rivendico di essere islamofobo» ha denunciato quel che a sua figlia 29enne è stato impedito di salire su un autobus, nel XIX arrondissement, zona nordest della capitale, perché indossava una minigonna. «Intorno alle 23 mia figlia Élise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes Chaumont. Quando è arrivato, l’autista si è fermato, le ha guardate, ed è ripartito senza aprire le porte». Pochi metri più avanti il bus ha dovuto fermarsi a un semaforo rosso, le ragazze lo hanno raggiunto e hanno chiesto all’autista perché non le avesse fatte salire. «Pensa a vestirti come si deve», ha risposto il conducente alla figlia di Bencheikh, prima di ripartire. Secondo il racconto della ragazza, l’autista dell’autobus aveva l’aspetto maghrebino e la barba sul mento tipica di alcuni musulmani. Non l’ha fatta salire sul bus perché vestita in modo sconveniente rispetto all’islam salafita, applicando un legge religiosa che non ha motivo di esistere nella sfera pubblica. «Questa persona che guida un autobus pagato con le mie tasse ha impedito a mia figlia, che ha un abbonamento in regola e non ha mai avuto niente da rimproverarsi, di salire, solo perché portava una gonna» ha denunciato il padre.

    «Se i fatti sono confermati è uno scandalo! Chiedo alla Ratp di fare luce sulla vicenda», ha commentato Valérie Pecresse, presidente della regione Île-de-France (la Ratp è l’azienda di trasporti della regione parigina, che ha annunciato di avere identificato l’autista e di avere avviato un’inchiesta interna). Riportando la notizia, il Corriere della Sera segnala che Samy Amimour, uno dei terroristi islamici del Bataclan, è stato un autista Ratp dal 2010 al 2012 e che nel 2015, dopo l’attentato, sono arrivate le testimonianze su autisti radicalizzati che rifiutano di stringere la mano alle colleghe al cambio del turno o non vogliono sedersi al posto di guida se a occuparlo prima di loro era una donna.

  • La Tav va: mentre l’Italia indugia, Bruxelles sostiene la Spagna

    Le tratte ferroviarie che collegano Valencia con Madrid e con Saragozza e da lì con Lisbona e Bilbao sono state dichiarate dall’Ue infrastrutture prioritarie nell’ambito del sistema di comunicazione terrestre europeo. Volti ad  aumentare la velocità degli scambi commerciali e la comunicazione fra Mediterraneo e Atlantico, i due progetti godranno, grazie al riconoscimento di un maggior impegno economico da parte di Bruxelles (l’impegno europeo può ora  essere incrementato da una quota del 30% ad una pari al 50% dei costi dell’intero progetto nella sessione di bilancio comunitario 2020-2027).

    I progetti rientrano nel programma di reti transeuropee che nelle ambizioni originarie dovrebbero fornire collegamenti veloci da Lisbona a Kiev e dalla Scandinavia alla Sicilia, lo stesso programma che include la tratta ad alta velocità tra Lione e Torino. Diversamente dal governo gialloverde italiano, le autorità regionali di Valencia si sono fortemente impegnate per ottenere il riconoscimento ricevuto ora da Bruxelles.

  • Rivalità tra italiani e francesi? Oltralpe riscoprono la figura di Mazzarino

    Nato a Pescina in Abruzzo nel 1602, il cardinale Giulio Raimondo Mazzarino fu promosso dal re di Francia Luigi XIII il giorno dopo la morte di Richelieu al “Conseil du roi”. Come delegato della Santa Sede, Mazzarino un decennio prima si era distinto per il suo dinamismo diplomatico, in particolare in occasione del conflitto franco-ispanico, tanto che nel 1639 Mazzarino si trasferì a Parigi e nel 1641, su proposta di Luigi XIII, Urbano VIII gli concesse il cardinalato, titolo che gli consentì di partecipare al governo in una posizione di rilievo, nonostante le sue origini non altolocate. Rampollo di una  rispettabile famiglia borghese, in grado di assicurargli un buon livello di istruzione, Mazzarino è stato a lungo oggetto di cliché denigratori tramandati dalla memorialistica seicentesca. In “Vent’anni dopo” (1844), Alexandre Dumas li assortì sapientemente: il paragone impietoso con Richelieu, l’irresolutezza mostrata nei confronti della Fronda e nella pace di Westfalia (1648), l’arricchimento personale, il rapporto ambiguo con Anna d’Austria, il machiavellismo. Jules Michelet, nella “Histoire de France au XVII siècle. Richelieu et la Fronde” (1858), descrisse Mazzarino come un avventuriero da commedia, come una sorta di germe patogeno che aveva inoculato in Francia il morbo della doppiezza italiana. Non fortuitamente i politici francesi contemporanei non desiderano essere accostati alla sua figura. Ancora nell’estate del 1995 apparvero sul giornale economico Les Echos 24 “Lettres de mon château”, lettere immaginarie, inviate -tra gli altri- a François Mitterand, Edouard Balladour, Charles De Gaulle, Bill Clinton. Piene di giudizi taglienti sulla politica dell’Eliseo, erano attribuite a un fantomatico “homme de l’ombre et de pouvoir comme l’était Mazarin”.

    Nel 2004 Le Monde rivelò la sua identità: era Nicolas Sarkozy, che Jacques Chirac aveva estromesso dal governo Juppé dopo essere stato eletto presidente della Repubblica. In Italia, invece, il machiavellismo attribuito al cardinale è stato talora esaltato addirittura come un manuale esemplare e Giulio Andreotti ha molto giocato sulle sue presunte affinità con la “leggenda nera” del cardinale.

    Ai suoi tempi in realtà Mazzarino fu molto apprezzato oltralpe, in quanto artefice del  Trattato dei Pirenei (7 novembre 1659) con cui Francia e Spagna, fin lì acerrime nemiche, concordarono di fissare il confine tra loro lungo la catena montuosa. All’indomani del Trattato il parlamento di Parigi tributò al cardinale, elevato al grado di duca e pari di Francia, un solenne omaggio e si sparse addirittura la voce di una sua possibile candidatura al soglio di Pietro. Solo di recente, grazie anche agli studi dedicati a Mazzarino da Simone Bertière, oltralpe la figura del cardinale di originale italiana è tornata a essere valutata come una delle principali personalità della storia transalpina.

  • Decathlon under fire for introducing and then withdrawing Islamic sports attire plans for French market

    French sporting goods retailer Decathlon has controversially decided to withdraw plans to launch a line of clothing with an Islamic veil for Muslim sportswomen after the products’ marketing sparked a major controversy among French politicians.

    The company said on February 26 that it made “a conscious decision” to no longer advertise the product in France. The decision came after the company sparked an earlier row by launching a special hijab, or headscarf, for Muslim women joggers, which reignited the debate over the personal freedoms for observant Muslim women and France’s strict laws that guard the country’s mandated secularism.

    The move from Decathlon, which can be seen as a business decision, raises the question of what happens when the religious freedom of the individual comes head to head with backlash from certain political quarters. According to Decathlon, the launch and Islamic sports garment in France followed a request by the company’s female customers in Morocco, where the product is already being sold.

    The modified sports veil gives female runners “extra comfort and breathability” whilst still “covering their neck and heads” in accordance with certain Islamic laws governing the covering of a woman’s head.

    Intolerance in politics

    Leading French politicians, however, have lined up to criticise the move, including Health Minister Agnès Buzyn, who told French radio that he “would have preferred that a French brand not promote the veil”. Buzyn’s comments were supported by Nicolas Dupont-Aignan, founder of France’s Eurosceptic nationalist party Debout La France also criticised Decathlon and even asked French shoppers to stop buying the company’s products.

    “I’ve got two daughters who don’t want to live in a country where a woman’s place in society regresses in the same way as it has in Saudi Arabia,” Dupont-Aignan tweeted, adding, “I’m calling for a boycott of the Decathlon brand for promoting this type of clothing”.

    France’s former justice minister, François Bayrou, also joined the chorus of those who called Decathlon’s move ‘provocative’ and suggested that the introduction of a sports hijab was unnecessary. “Muslim women who want to exercise put a knit cap on”, Bayrou said.

    One of the few public figures coming to Decathlon’s defence has been Angélique Thibault, the head Decathlon’s Kalenji jogging range, who said she was inspired to design the piece in the hope that “every woman can run in every district, in every city, in every country, regardless of her sporting level, her state of fitness, her shape, and her budget. And regardless of her culture”.

    The controversy over the status of Islamic cultural norms in France is only the latest in a series of political rows that have centred around the dress code of Muslim women in a country with nearly 10 million Muslims, roughly 6.6% of the population.

    The conservative government of former President Nicolas Sarkozy banned full-face coverings in France in 2010 and was accused by rights groups of stigmatising Muslim women.

    That original ban was followed six years later when scores of mayors in French coastal towns issued beach bans on “burkinis” – full-body swimsuits worn by some Muslim women.

    The bans were swiftly ruled illegal by France’s highest administrative court, but the controversy surrounding the appearance of Islamic beachwear sparked an intense political debate about the French principle of laïcité – secularism built on the strict separation of church and state.

  • Quando le chiese profanate non fanno notizia

    Riportiamo di seguito un articolo di Ermes Dovico pubblicato il 22 febbraio 2019 su La Nuova Bussola Quotidiana.

    Dall’inizio di febbraio a oggi si contano attacchi profanatori ad almeno sei chiese francesi, dal sud al nord del Paese, con statue di Gesù e Maria fatte a pezzi, croci disegnate con escrementi, tabernacoli violati e Ostie consacrate sparse per terra, a conferma che si è voluto colpire il cuore della fede cattolica. Il tutto avviene nella quasi totale indifferenza di media e istituzioni, sia Oltralpe che da noi.
    L’Europa si va scristianizzando senza che molti se ne curino, anzi, e altrettanta indifferenza si constata riguardo alla crescita degli atti anticristiani, a partire da quella che era una volta la cattolicissima Francia. Dal sud al nord del Paese transalpino, solo dall’inizio di febbraio a oggi si contano almeno una decina di attacchi profanatori, avvenuti per la gran parte all’interno di chiese, alcune delle quali oggetto di più sacrilegi in pochi giorni. Episodi documentati da quotidiani locali e raccolti sul sito dell’Observatory on intolerance and discrimination against christians in Europe (Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa).
    Tra le chiese più colpite c’è quella di San Nicola, a Houilles (nell’Île-de-France, la regione settentrionale che comprende Parigi) profanata tre volte nel giro di una settimana, cioè il 29 gennaio, l’1 e il 4 febbraio. Qui i vandali si sono scatenati prima su una statuetta di Cristo che porta la croce – oggetto di due attacchi consecutivi – poi hanno ridotto in frantumi una statua della Beata Vergine con Gesù Bambino. Il 10 febbraio in un’altra chiesa dedicata a San Nicola, stavolta a Maisons-Laffitte (sempre nell’Île-de-France), il tabernacolo è stato gettato a terra; la polizia ha tratto in arresto un uomo di 35 anni, che ha ammesso il sacrilegio compiuto. Il 3 febbraio le Ostie consacrate erano intanto state sparse sul pavimento della bella chiesa di Notre-Dame a Lusignano, nella Francia centrale, e il 5 febbraio era stato vandalizzato un crocifisso di legno posto sul ciglio di una strada nel comune di Labastide, nella fascia pirenaica dell’Occitania.
    Lo stesso giorno, ancora in Occitania, altre due chiese hanno subito atti gravemente offensivi verso Dio. Un incendio è stato appiccato nell’antica cattedrale di Lavaur (XIII secolo) dedicata a sant’Alano, bruciando la tovaglia dell’altare e il presepe prima che il fumo allertasse il segretario parrocchiale, con il successivo intervento dei pompieri: nello stesso luogo una croce è stata trovata sul suolo e un’altra con il braccio di Gesù rovinato. «Dio perdonerà, io no», ha detto nell’occasione il sindaco di Lavaur, Bernard Carayon, come riferito dal quotidiano La Croix. Sempre il 5 febbraio, su un muro della chiesa di Notre-Dame des Enfants, a Nîmes, è stata tracciata con degli escrementi una croce, appiccicandovi dei pezzi di Ostie consacrate. Il tabernacolo è stato inoltre danneggiato e altre Ostie distrutte. Tre giorni più tardi il vescovo di Nîmes, Robert Wattebled, ha diffuso un comunicato per annunciare un rito penitenziale prima della ripresa delle celebrazioni e chiedere a tutti i cattolici di associarsi nella preghiera di riparazione.
    Il 9 febbraio è stato dissacrato il tabernacolo della chiesa di Notre-Dame di Digione, in Borgogna: anche qui le sacre Particole sono state disseminate sul suolo, macchiando la tovaglia dell’altare e strappando il Messale. Come ha spiegato al giornale Le Bien Public un sacerdote della parrocchia, padre Emmanuel Pic, chi ha profanato la chiesa di Notre-Dame ha voluto colpire «il cuore della fede cattolica». Infatti, ha aggiunto padre Emmanuel, «non è stato rotto nulla di valore, ma è l’intento a essere molto scioccante. Questo è ciò che caratterizza la profanazione». I vandali, volendoli chiamare riduttivamente così, hanno cioè deciso di attaccare la santa Eucaristia perché sanno che essa è «un simbolo molto forte (per i parrocchiani), in quanto le Ostie consacrate durante la Messa non sono più un semplice pezzo di pane» ma si sono convertite interamente nel Corpo di Cristo. Dopo il sacrilegio di Digione, l’arcivescovo ha presieduto personalmente una Messa di riparazione.
    Almeno sei chiese, dunque, profanate nel giro di pochissimi giorni da una parte all’altra della Francia: difficile dire se tutti i sacrilegi siano collegati tra di loro, ma certo non si tratta di casi isolati né di un’ondata temporanea. Per stare ai dati diffusi dal ministero dell’Interno francese, nel 2018 si sono registrati 1.063 fatti anticristiani, in aumento rispetto ai 1.038 dell’anno precedente. Nel 2016, secondo il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, gli attacchi a siti cristiani in territorio transalpino erano stati 949, tra cui ricordiamo il caso più eclatante: l’uccisione, avvenuta il 26 luglio, di padre Jacques Hamel, oggi Servo di Dio (e di cui la Chiesa potrebbe presto riconoscere il martirio), assalito e sgozzato da due islamisti mentre celebrava Messa a Saint-Étienne-du-Rouvray (in Normandia), in una chiesa dedicata al protomartire santo Stefano.
    Come ha raccontato alla Nuova BQ una madre italiana di nome Barbara, che spesso si trova ad andare in Francia, il clima anticristiano è ben percepito Oltralpe malgrado se ne parli poco: «In ben tre occasioni ho trovato la polizia e l’esercito a proteggere le chiese. L’ho notato perché erano gli orari delle Messe. L’ultimo episodio risale a un anno fa, ad Aix-en-Provence. Quando sono passata davanti a una chiesa, durante la Messa vespertina del sabato, ho trovato uomini dell’esercito. Mi sono fermata a chiedere perché fossero lì, chiedendo se ci fosse qualche personalità in visita. Mi hanno risposto che erano lì “a protezione, per la tranquillità dei fedeli”». Barbara aggiunge che già in precedenza «a proteggere le chiese negli orari della Messa, avevo trovato la Gendarmerie, una prima volta a Marsiglia e una seconda a Nizza. Era una presenza molto forte, notevole: più auto disposte in modo da fare da scudo, attorno alla chiesa. Controllavano i passanti. Spesso si soffermavano a controllare quelli che, all’apparenza, erano arabi». Tre città diverse, dunque, e «ad Aix-en-Provence non c’è neppure una grande comunità musulmana. Sia nel 2017 che nel 2018 ho notato questa presenza armata lontano da date di attentati terroristici, non in coincidenza con allerte particolari, dunque. Nulla di cui abbiano parlato i media».
    Davanti a numeri e fatti come questi sarebbe il minimo denunciare pubblicamente la situazione di odio al cristianesimo che si va radicando in Francia e nel resto d’Europa – andando a sommarsi ai contesti più gravi di persecuzioni, tra l’Africa e l’Asia – ma le istituzioni rimangono in prevalenza silenti e lo stesso fa la gran parte del circo mediatico, tanto pronto a montare su altre campagne spesso ideologiche. Finora, rispetto a questi ultimi atti sacrileghi, la “voce” – tardiva – del governo si è fatta sentire con un messaggio via Twitter del primo ministro Edouard Philippe, scritto il 13 febbraio prima di un incontro programmato con i vescovi: «In una settimana, in Francia, 5 chiese degradate [6, ndr]. Nella nostra Repubblica laica, i luoghi di culto sono rispettati. Tali atti mi scioccano e devono essere condannati all’unanimità». Cinguettio a parte, pressoché il nulla da chi ha il potere. E pressoché il nulla anche dai media di casa nostra, fatta eccezione per qualche testata di area cattolica.
    La situazione della “laica” Francia, stretta tra multiculturalismo e secolarizzazione galoppante, è che la dimenticanza di Cristo si accompagna alla perdita di amore (quello vero, che arriva fino alla Croce) e ragione, finendo per lasciare spazio ai loro opposti. Che poi hanno una chiara matrice diabolica, sia che si tratti di satanisti sia che si tratti di fondamentalisti islamici, e non è un caso che coloro che in questi giorni hanno profanato le chiese abbiano voluto dissacrare i tabernacoli e quindi, come già osservava padre Emmanuel, il cuore della nostra fede: la Presenza reale di Nostro Signore nel Santissimo Sacramento. I nemici di Dio ne sono consapevoli. Per porre rimedio a tanto male serve che ce ne ricordiamo anche noi, riscoprendo il tesoro di grazie che Gesù ci ha lasciato con l’Eucaristia.

    Ermes Dovico

  • France looks to push back against surge of anti-Semitism

    Marches against anti-Semitism have been taking place throughout France after 80 Jewish grave were desecrated in the French city of Alsace earlier this month. The demonstrations are part of a growing wider awareness in France about the rise of anti-Semitism in a country with one of the world’s largest Jewish populations.

    The most recent act of vandalism took place in the village of Quatzenheim, close to the border with Germany. The headstones were painted with Nazi symbols and references to the Elsassisches Schwarzen Wolfe (Black Alsacian Wolves), a notorious neo-Nazi separatist group that operated in the Alsace region in the 1970s.

    One of the marches against anti-Semitism that took place in Paris was attended by Prime Minister Edouard Philippe and two former Presidents,  François Hollande and Nicolas Sarkozy, along with a few members from the controversial Yellow Vest movement.

    The Yellow Vest movement has been dogged by accusations of anti-Semitism ever since the group led violent protests in the streets on central Paris late last autumn. Most recently, a video from tied to the Yellow Vest movement featured a character who referred to himself as a  “dirty Zionist” went viral on social media.

    Yellow Vest protesters also launched anti-Semitic abuse at Ingrid Levavasseur, who tried to lead a list of the protest movement in the coming European Parliament elections.

    Recently the headquarters of daily Le Monde was sprayed with graffiti that used anti-Semitic slogans in reference to President Emmanuel Macron‘s former job as a Rothschild investment banker. Other graffiti across Paris called Macron a “Jews’ Bitch” and a “Jewish pig.”

    Last year, French police recorded a 74% surge in anti-Semitic crimes.

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