Francia

  • L’Europa sull’immigrazione è colpevole

    L’assurda e pericolosa polemica che il governo francese ha intrapreso contro l’Italia è l’ennesima testimonianza di quanta strada l’Unione Europea debba ancora fare per essere un’Unione a tutti gli effetti.

    Anche l’Italia ha delle gravi responsabilità, infatti i tanti governi che si sono succeduti hanno prima firmato l’accordo di Dublino, senza comprenderne le conseguenze, e poi, in tutti questi anni, non hanno mai avuto la capacità e la volontà politica di chiederne la revisione.

    L’Europa ha lasciato che il problema immigrazione diventasse sempre più drammatico ed esplosivo senza trovare soluzioni adeguate per impedire il lercio mercato di esseri umani e per garantire degne possibilità di vita ai tanti che scappavano e scappano da guerre, soprusi, siccità e miseria.

    L’Italia, e non solo, è stata per anni, ed è ancora, abbandonata di fronte a flussi migratori che nessuno Stato può reggere da solo, mentre ad altri paesi è stato concesso, senza tante polemiche e ritorsioni, di chiudere di fatto le loro frontiere ai migranti e su questo tema né Francia né Spagna hanno il diritto di parlare.

    Già molti anni fa l’Europa mandò commissioni d’inchiesta a Lampedusa e già molti anni fa fu chiaro che i cittadini italiani e le istituzioni locali facevano tutto quanto potevano per soccorrere i migranti e già da allora l’Italia chiedeva, ma non con sufficiente determinazione, e comunque rimanendo inascoltata, una politica comune per l’immigrazione.

    Vale inoltre ricordare che altri immigrazioni sono aumentate, basti pensare all’Afghanistan, e che i molti soldi europei dati alla Turchia, per evitare che gli immigrati entrassero in occidente, non sono stati una soluzione né per contrastare l’immigrazione né per garantire condizioni di vita umane Ai tanti profughi.
    Ora la storia continua a ripetersi e tutti i buoni propositi, a parole, di dividersi i migranti per quote sono rimasti lettera morta e la situazione, non solo in Africa, è diventata sempre più esplosiva.

    Quanti denari europei e dei singoli paesi sono stati dati per aiuti alla cooperazione ma sono mai arrivati dove servivano e cioè alle popolazioni che, in troppe aree, hanno continuato a rimanere prive di acqua e perciò impossibilitate a qualunque attività, alla stessa sopravvivenza, prive di sanità, prive di un minimo di sicurezza?

    Si sarebbero dovuti portare direttamente aiuti concreti sul territorio, si sarebbe dovuto dar vita ad accordi, con quegli Stati africani con i quali era possibile, per instaurare controlli corretti e non lasciare decine di migliaia di persone in balia dei trafficanti di esseri umani, si sarebbe dovuto affidare alle Marine dei Paesi dell’Unione il controllo del mare e Il soccorso a coloro che ne avevano bisogno.

    Si sarebbero potute affittare grandi aree, nei paesi come il Marocco, la Tunisia, l’Egitto, con i soldi ed il controllo costante dell’Europa, per costruire villaggi di transito con scuole, laboratori artigianali, assistenza sanitaria. In questi villaggi i profughi avrebbero potuto essere identificati, controllati, i richiedenti asilo avrebbero potuto presentare le loro richieste, i bambini, i ragazzi studiare, imparare le lingue europee, imparare un mestiere per potere poi, arrivati in Europa, essere preparati alla nuova vita. Si sarebbero in questo modo evitate le tante, troppe, atroci violenze subite da donne ed uomini lasciati alla mercé di feroci aguzzini e i morti per mare.

    Si dovevano e potevano prendere molte iniziative concrete e invece siamo agli scazzi tra Paesi, alle infruttuose e sterili polemiche mentre i migranti continuano a morire ed i trafficanti di uomini ad arricchirsi.

  • Scontri diplomatici e governativi sui migranti

    Se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica

    per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!

    Sandro Pertini

    Continuano gli sbarchi dei migranti a Lampedusa. Anche durante tutta la scorsa settimana sono arrivati con delle piccole imbarcazioni, centinaia di uomini, donne e bambini provenienti da diversi Paesi dell’Africa. Un continuo flusso di migranti, sofferenti, sfruttati e anche violentati esseri umani che da anni stanno cercando di trovare accoglienza in Italia e, tramite l’Italia, anche in altri Paesi europei. Un flusso quello che da anni ha generato anche molti problemi logistici, ma non solo, sia a Lampedusa che altrove in Italia. Si tratta soprattutto di migranti dai Paesi subsahariani ma anche dall’Asia e dall’Africa settentrionale. Prima una parte di quei flussi migratori, soprattutto siriani, che scappavano dalla guerra in corso nel loro Paese, passavano attraverso quella che venne denominata come la rotta del Mediterraneo orientale. Facendo tappa in Turchia e nelle isole della Grecia, i migranti poi cercavano di entrare nei Paesi dell’Unione europea attraversando la Grecia, la Bulgaria ed altri Paesi balcanici. Si creò un serio e preoccupante problema, sia per i Paesi lungo la rotta che per quelli che rappresentavano l’obiettivo finale dei migranti. Sono ancora vive nella memoria collettiva le reti di filo spinato che sono state messe per impedire il passaggio delle frontiere tra gli Stati europei da migliaia di migranti in cerca di un posto sicuro. I capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea, nell’ambito del Consiglio europeo convocato il 17 e 18 marzo 2016, insieme con i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione, hanno deciso di stabilire un accordo tra l’Unione europea e la Turchia per gestire la grave crisi generata dai flussi dei migranti, soprattutto siriani, ma non solo, che cercavano di arrivare nei Paesi dell’Europa occidentale. Il 18 marzo 2016 è stata firmata dai rappresentanti dell’Unione europea e dal presidente della Turchia quella che ormai è nota come la Dichiarazione dell’Unione europea con la stessa Turchia. Quel documento prevedeva e sanciva che “…tutti i nuovi migranti irregolari che arrivano sulle isole greche saranno rimpatriati in Turchia se non fanno domanda d’asilo o se la loro domanda è respinta”. Si sanciva anche che “Per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalle isole greche, un altro siriano sarà reinsediato nell’Unione europea”. Si trattava di “misure straordinarie volte a porre fine alle sofferenze umane e a ripristinare l’ordine pubblico”. Si trattava di misure e regole che dovevano essere attuate “nel pieno rispetto del diritto dell’Unione europea ed internazionale, escludendo pertanto qualsiasi forma di espulsione collettiva”. Con la sottoscrizione di quella Dichiarazione la Turchia si impegnava ad “…adottare misure più severe per evitare l’apertura di nuove rotte marittime o terrestri di migrazione irregolare verso l’Unione europea”. Per sostenere quanto prevedeva e sanciva la Dichiarazione, il 24 novembre 2015, in seguito alla richiesta degli Stati membri dell’Unione, è stato costituito lo Strumento dell’Unione europea per i rifugiati in Turchia. Si tratta di un meccanismo di coordinamento tramite il quale si garantisce tutta l’assistenza necessaria per i rifugiati. Sono stati previsti ed allocati 6 miliardi di euro, stanziati in due rate. La prima, di 3 miliardi, era stata resa disponibile il 29 novembre 2015, mentre la seconda rata, sempre di 3 miliardi di euro, è stata erogata nel marzo 2018. Ma due anni dopo, nel marzo 2020, l’Unione europea ha dovuto stanziare anche altri 700.000 milioni di euro, questa volta per la Grecia, sempre però riguardanti i migranti.

    Per regolamentare i flussi migratori e il trattamento delle richieste d’asilo da parte dei migranti che entrano in un Paese dell’Unione europea, dal 1 gennaio 2014 è entrato in vigore il Regolamento di Dublino. Quel documento stabilisce i criteri ed i meccanismi necessari per l’esame, da parte di uno Stato membro dell’Unione, di una domanda d’asilo e di protezione internazionale, presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide. Il regolamento di Dublino, tra l’altro, stabilisce anche quale sia lo Stato membro dell’Unione europea che dovrebbe farsi carico del trattamento della richiesta d’asilo presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide. Secondo il Regolamento di Dublino si stabilisce che “…qualsiasi domanda di asilo deve essere esaminata da un solo Stato membro, quello individuato come competente e la competenza per l’esame di una domanda di protezione internazionale ricade in primo luogo sullo Stato che ha espletato il ruolo maggiore relativamente all’ingresso e al soggiorno del richiedente nel territorio degli Stati membri, salvo eccezioni”. Perciò una richiesta d’asilo deve essere presentata dal richiedente nel primo Paese dell’Unione europea dove lui entra fisicamente.

    Dall’inizio della settimana scorsa ha avuto inizio uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Francia. Tutto cominciò dopo che la nave Ocean Viking, appartenente all’organizzazione non governativa SOS Mediterranée e battente bandiera norvegese, con a bordo 234 migranti, aveva chiesto il permesso di attraccare in un porto sicuro in Italia. Non avendo avuto il richiesto permesso da parte delle autorità italiane, la nave si è diretta verso la costa francese. Si era parlato del porto di Marsiglia e di Tolone. Ma nel frattempo si era generato anche uno scontro diplomatico tra l’Italia e la Francia. Citando e facendo riferimento anche al sopracitato Regolamento di Dublino. Lunedì 7 novembre, durante la Conferenza sul clima dell’ONU in Egitto, c’è stato un incontro tra la presidente italiana del Consiglio dei Ministri ed il Presidente della Repubblica francese. Nonostante non ci siano degli annunci ufficiali di quello che hanno discusso e trattato i due durante quell’incontro, da fonti mediatiche risulterebbe che abbiano trattato anche la spinosa questione dei migranti nel mediterraneo e della nave Ocean Viking. Risulterebbe che durante quell’incontro in Egitto, il presidente francese avesse, tra l’altro, garantito la disponibilità di dare accoglienza ai migranti che si trovavano nella nave diretta, nel frattempo, verso un porto francese.

    Ma quanto è accaduto dopo quell’incontro ha generato, invece, uno scontro diplomatico con dei toni aspri. Dopo che le autorità italiane hanno rifiutato il permesso di attraccare in un porto sicuro italiano per la nave Ocean Viking, il ministro dell’Interno francese ha criticato il comportamento del governo italiano, considerandolo come un “comportamento inaccettabile”. Aggiungendo anche che il governo italiano aveva preso una “decisione incomprensibile”. In seguito c’è stato uno scontro verbale che ha coinvolto direttamente, con delle accuse reciproche, anche la presidente del Consiglio dei ministri italiano e la segretaria di Stato per gli Affari Europei del governo francese. Durante una sua conferenza stampa l’11 novembre scorso, la Presidente del Consiglio ha detto che “La Francia aveva dichiarato a voi [giornalisti] che il ministero degli Interni francese avrebbe accolto l’Ocean Viking. Addirittura dichiarava che non avrebbero fatto una selezione come invece accadeva in Italia, e la notizia non è stata smentita per circa otto ore e dopo otto ore ho ringraziato per il gesto di solidarietà”. In più, dopo le reazioni della scorsa settimana delle autorità del governo francese sulla crisi dei migranti a bordo della nave Ocean Viking, la Presidente del Consiglio dei ministri italiano ha considerato quella della Francia una “reazione aggressiva”. Lei ha anche ribadito che “non bisogna isolare l’Italia ma gli scafisti”. La presidente del Consiglio ha dichiarato convinta che “Quando si parla di ritorsioni in una dinamica dell’Unione europea qualcosa non funziona”. Aggiungendo che era rimasta “molto colpita dalla reazione aggressiva del governo francese, incomprensibile e ingiustificabile”. Riferendosi poi agli obblighi internazionali derivanti dagli accordi da rispettare, lei ha chiesto: “Cosa fa arrabbiare? Il fatto che l’Italia deve essere l’unico porto di sbarco per i migranti del Mediterraneo? Questo non c’è scritto in nessun accordo!”. Mentre la segretaria di Stato per gli Affari Europei del governo francese ha dichiarato, sempre riferendosi alla crisi dei migranti, che “Con l’Italia si è rotta la fiducia”. In seguito lei si è riferita agli accordi presi dall’Italia nell’ambito del meccanismo di solidarietà dell’Unione europea. Ragion per cui “…i trattati si applicano al di là della vita di un governo, altrimenti se dovessimo cambiare ogni volta le regole sarebbe insostenibile”. Aggiungendo che il governo italiano “non ha rispettato il meccanismo per il quale si era impegnato”. Per lei da parte del governo italiano “… c’è stata una decisione unilaterale che ha messo vite in pericolo e che, del resto, non è conforme al diritto internazionale”.

    Dopo questi aspri scontri verbali, nella mattinata di lunedì, 14 novembre, c’è stato un pacificatore colloquio telefonico tra il Presidente della Repubblica italiana ed il suo omologo francese. Dopo delle trattative diplomatiche durante questi ultimissimi giorni e dopo quel colloquio c’è stata anche una nota ufficiale congiunta delle due presidenze. Secondo questa nota “Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avuto con il Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron un colloquio telefonico, nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea”. Lo stesso giorno, lunedì 14 novembre, a Bruxelles si è riunito il Consiglio degli Affari esteri dell’Unione europea. I temi previsti, su cui discutere, erano l’aggressione russa in Ucraina, la regione dei Grandi Laghi in Africa ed i Balcani occidentali. Ma dopo lo scontro diplomatico della scorsa settimana tra l’Italia e la Francia sui migranti, è stata presentata, da parte della delegazione italiana, la richiesta di trattare anche la “…cooperazione in materia di flussi migratori, con particolare riferimento alla gestione dei soccorsi operati da navi private e all’attuazione di meccanismi effettivi di solidarietà europei”.

    Da due settimane ormai è in corso un altro scontro diplomatico tra due altri Paesi europei. Anche questo scontro, con lo scambio di aspre accuse reciproche verbali, riguarda i flussi migratori che arrivano dall’Albania nel Regno Unito. Sono dati veramente preoccupanti. Secondo il ministero britannico della Difesa nella sola giornata di sabato scorso hanno attraversato il canale della Manica 972 migranti con 22 piccole imbarcazioni. Mentre il numero totale dei migranti entrati nello stesso modo nel Regno Unito è, ad oggi, 40.885. Lo stesso ministero conferma che la maggior parte di quei migranti arrivano dall’Albania. Due settimane fa la ben nota agenzia inglese BBC (British Broadcasting Corporation – Corporazione britannica di trasmissione; n.d.a.) ha pubblicato i dati ufficiali riguardanti il numero dei migranti che arrivano nel Regno Unito con delle piccole imbarcazioni, attraversando il canale della Manica. Ebbene, dai dati risulta che durante i primi sei mesi di quest’anno nel Regno Unito sono arrivati 2165 albanesi, 2066 afghani, 1723 iraniani, 1573 iracheni, 1041 siriani, 850 eritrei, 460 sudanesi, 305 egiziani, 279 vietnamiti e 198 kuwaitiani. I numeri parlano da soli e meglio di qualsiasi commento!

    Subito dopo la pubblicazione di questi dati si è generato lo scontro diplomatico tra l’Albania ed il Regno Unito. Uno scontro verbale con delle accuse da parte del primo ministro albanese, seguito dalle repliche della segretaria di Stato britannico per l’Interno. Anche in questo caso, il primo ministro, cercando come sempre di sfuggire alle sue responsabilità per la grave e drammatica realtà albanese, ha “attaccato” verbalmente le autorità britanniche. Si tratta di un nuovo scandalo tuttora in corso, sul quale il nostro lettore verrà informato di nuovo.

    Chi scrive queste righe pensa di non aggiungere altro. Condivide però pienamente quanto affermava Sandro Pertini. E cioè che se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!

  • Gli studi di Michele Allegri sui Templari in un capitolo di un libro pubblicato in Francia

    Si intitola Falicon – La pyramide entre deux mondes il libro dello scrittore e giornalista francese Pierre Beny in cui un intero capitolo è dedicato allo studioso della storia dei Templari Michele Allegri. Tutto nasce nel 2013 quando Allegri pubblicò il libro La religione segreta dei Templari e Beny lo contattò perchè interessato a saperne di più sulla piramide di Falicon, un tempo alta sei metri, ed i Templari in Provenza al cui studio Allegri si era dedicato dal 2010, anno in cui si recò in Francia per toccare con mano quel che restava della piramide. Erosa dal tempo ha un accesso in profondità, nelle grotte, accompagnate da aneddoti legati a riti pagani, alle legioni dei Templari di Montecarlo e all’azione di Papa Clemente V. Nel 2020 Beny decide di pubblicare il suo libro e di intervistare Allegri sulle sue scoperte e ricerche dedicandogli un intero capitolo.

  • In attesa di Giustizia: liberté, egalité, ospitalité

    Pietrostefani, Tornaghi, Manenti ed altri ancora sono nomi noti alle cronache sebbene a lungo dimenticati, almeno fino a quando non è sembrato che la Francia – Paese nel quale avevano trovato da decenni  rifugio – si fosse determinata ad estradarli verso l’Italia per scontare le pene a cui erano stati condannati per gravi reati di sangue e di eversione contro l’ordinamento dello Stato.

    Hassan Iquioussen, invece, è un personaggio sicuramente meno conosciuto, almeno al di qua delle Alpi Graie, e si tratta di un Imam nei cui confronti il Ministro dell’Interno francese aveva recentemente emesso un decreto di espulsione in quanto considerato pericoloso: vicino ai Fratelli Musulmani, che in varie occasioni non ha mancato di manifestare apertamente antisemitismo, omofobia, xenofobia e di legittimare l’omicidio di chi avesse tradito la fede musulmana, spesso abilmente impiegando i termini usati salvo poco tempo fa quando gli è sfuggita la frase “taglieremo loro le teste prima che loro taglino le nostre”. Chi siano i destinatari di tale auspicio è piuttosto chiaro: siamo noi, gli infedeli.

    Dunque, una personcina che sarebbe stato di tutta opportunità rispedire al suo Paese di origine ma… grazie ad un tempestivo ricorso, il Tribunale amministrativo ha annullato la decisione ministeriale e l’Imam può serenamente continuare a risiedere nella sua zona prediletta, al confine con il Belgio.

    La sentenza è un inno all’ospitalità affermando che qualche parolina di troppo, per quanto di esplicita provocazione non può giustificare l’espulsione di chi mantiene il pieno diritto di condurre una normale vita famigliare con i suoi congiunti nella terra che ha scelto come sua residenza.

    Insomma, tiene famiglia ed i  francesi, si vede, non hanno il corrispondente diritto a sentirsi un po’ più sicuri di non incappare in qualche giovanotto (Iquioussen è un idolo nella fascia di età andante dai quindici ai quarant’anni) indottrinato al taglio delle teste.

    Molto ospitali, i giudici francesi: per chi non lo sapesse anche gli ex brigatisti italiani, alla fine, non sono stati consegnati alla nostra giustizia perché – in fondo – è ormai storia vecchia, questi gentiluomini si sono comportati bene per tanti anni, hanno messo su famiglia pure loro, hanno un lavoro e qualche ammazzatina a fondamento ideologico anni ’70 non può certo giustificare la prigione proprio adesso che sono dei miti pensionati o quasi. Figuriamoci, poi, in Italia! Dove – sempre secondo la Corte parigina – non vi è garanzia che siano stati sottoposti ad un giusto processo nel quale non hanno neppure potuto difendersi personalmente. E, certo: hanno preferito restare serenamente seduti in qualche barettino della Rive Gauche a sorbirsi un Pernod o a gustarsi un croque monsieur piuttosto che accomodarsi sulle panche di una Corte d’Assise.

    Liberi tutti, allora! Del resto siamo nella terra della libertà, della uguaglianza ed – evidentemente – della ospitalità.

    Far scontare una pena, tuttavia, non equivale a riparare le vittime di un delitto o i loro famigliari ma non è neppure vendetta sociale, anche se sono passati molti anni dai fatti: è semplicemente quella giustizia degli uomini che prima o poi ci si aspetta che arrivi e si manifesti con uno dei suoi esiti possibili.

    Non sempre è così, e i lettori di questa rubrica lo sanno bene: se poi il Presidente di un Collegio giudicante – come quello che si è occupato dei nostri terroristi – si chiama Belin, forse non ci si deve sorprendere più di tanto delle idee che gli passano per la testa. Una testa di Belin, appunto, con licenza parlando.

  • Il Bitcoin diventa valuta legale nella Repubblica Centrafricana

    La Repubblica Centrafricana adotta il Bitcoin come valuta legale divenendo così il secondo Paese al mondo, dopo El Salvador, a fare ricorso a tale misura. Lo Stato africano, uno dei più poveri del mondo sebbene sia ricco di diamanti, oro e uranio, è devastato da un conflitto ultra decennale ed è uno stretto alleato della Russia, con mercenari del gruppo Wagner che fiancheggiano le forze ribelli locali.

    L’uso legale del Bitcoin è stato votato all’unanimità, come dichiarato dalla Presidenza della Repubblica secondo la quale tale mossa pone lo Stato “sulla mappa dei paesi più audaci e visionari del mondo”.

    Quando El Salvador ha adottato per primo il Bitcoin come valuta legale, nel settembre 2021, è stato fortemente criticato da mole realtà del mondo economico, compreso il Fondo Monetario Internazionale.

    Nel 2019, solo il 4% degli abitanti della Repubblica aveva accesso a Internet, secondo il sito Web WorldData. Ed la Rete è necessaria per utilizzare qualsiasi criptovaluta, incluso il Bitcoin.

    Il Paese attualmente utilizza il franco CFA (Franco delle Colonie francesi d’Africa), sostenuto dalla Francia insieme alla maggior parte delle altre ex colonie francesi in Africa. Tanti vedono nella legalizzazione del Bitcoin un tentativo per minare il CFA, all’interno di una vera e propria gara tra chi, Francia e Russia, possa mettere le mani su di un paese assai ricco di risorse. “Il contesto, data la corruzione sistemica e un partner russo che deve affrontare sanzioni internazionali, incoraggia i sospetti”, ha detto all’agenzia di stampa AFP l’analista francese Thierry Vircoulon.

    La Repubblica Centrafricana ha sofferto per i numerosi conflitti che si sono susseguiti, ed ancora in corso, sin dalla sua indipendenza nel 1960.

    Nel 2013, ribelli principalmente musulmani hanno preso il controllo del Paese in gran parte cristiano. Furono formate milizie di autodifesa per contrattaccare, causando numerosi massacri. Dopo l’elezione del presidente Faustin-Arcangelo Touadéra nel 2016, il Paese ha iniziato a spostare la sua alleanza strategica dalla Francia alla Russia.

  • E la von der Leyen punta sull’asse tra Macron, Draghi e Scholz

    L’entusiasmo dei commissari e della presidente von der Leyen in visita a Parigi traspare da ogni gesto e parola. A testimoniare le grandi aspettative riposte dalla Commissione europea nella presidenza francese di turno del Consiglio Ue. “I prossimi sei mesi saranno dedicati alla costruzione dell’Europa del futuro. Clima, digitale, regole moderne per l’economia, gestione delle migrazioni e politica estera e di difesa: le nostre priorità convergono in larga misura. Andremo avanti insieme”, ha twittato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Un avvio di una presidenza di turno che non si vedeva da tempo tanto che la visita di due giorni dell’esecutivo europeo a Parigi si è trasformata in una grande celebrazione europeista. Con la Torre Eiffel e l’Arco di Trionfo illuminati coi colori dell’Unione europea, la cena all’Eliseo, l’omaggio al Pantheon a Jean Monnet e Simone Veil, fondatori dell’Europa, e una sintonia non celata tra la presidente della Commissione e il presidente francese Emmanuel Macron.

    “Sono felice che un Paese con peso politico ed esperienza come la Francia assuma la presidenza del Consiglio Ue”, ha detto von der Leyen, soprattutto in “circostanze particolari”, per la situazione sanitaria – che resta preoccupante – e le pressioni sul vicinato da parte della Russia. L’obiettivo della Commissione è progredire velocemente su quei dossier ancora in stallo e rilanciare proprio a metà del mandato il progetto europeo minato dallo scetticismo dei paesi a guida sovranista.

    Per Macron, invece, si tratta di avere a disposizione una grande vetrina – anche qui in chiave antisovranista – in piena campagna elettorale per le presidenziali. La numero uno della Commissione passa in rassegna le priorità della presidenza francese, che coincidono con quelle della Commissione. Dall’Unione della difesa “che ci prepari a nuove minacce in futuro” da lanciare con la Bussola Strategica nel vertice di marzo. Alla gestione delle frontiere, al rafforzamento dello spazio Schengen e all’approvazione del Patto sulla Migrazione e l’Asilo, ormai fermo da più di un anno. Grandi aspettative anche sul pacchetto per il clima “Fit for 55” e sui due provvedimenti per mettere ordine al mondo digitale. Infine, la revisione delle regole di governance economica dopo la moratoria del Patto di Stabilità fino a tutto il 2022. Anche su questo aspetto la Francia darà il suo contributo decisivo, cercando di convincere anche i paesi frugali ad allentare i rigidi vincoli di rientro del debito. “Abbiamo bisogno di investimenti per la transizione verde e digitale e tutto ciò richiede un esame approfondito delle esigenze europee, vale a dire, dovremmo conciliarli con le necessità di bilancio”, ha detto von der Leyen parlando all’Assemblea Nazionale francese.

    Dai due leader sono arrivate risposte in sintonia nella conferenza stampa congiunta. Dall’appello alla de-escalation in Kazakistan al richiamo alla responsabilità civile a chi decide di non vaccinarsi. “La libertà è sempre combinata con la responsabilità, non solo verso sé stessi, ma anche verso il prossimo, i familiari”, ha sottolineato la presidente, che ha difeso l’uso del green pass da parte dei governi che hanno anche “il compito di proteggere e il certificato di vaccinazione è una forma di protezione, uno strumento che il governo può usare”. Un tasto su cui ha insistito anche Macron, che non solo ha difeso la sua espressione ritenuta volgare di qualche giorno fa, di voler far inc… i no-vax francesi, ma ha rilanciato: “Ho avuto modo di dire che ci sono diversi concetti di libertà, io sono libero di non essere vaccinato ma la libertà dell’altro finisce dove la vita di qualcun altro può essere minacciata”.

    Da Macron è arrivato anche un elogio al presidente Sergio Mattarella e al premier Mario Draghi, non è entrato nel merito delle vicende politiche italiane ma si è detto fortunato ad avere 2 presidenti “così coraggiosi e amici della Francia”. Ha rimarcato l’importanza del trattato del Quirinale firmato a novembre e spiegato che non toglie nulla al progetto europeo ma lo rafforza. Così come non toglie nulla alla relazione storica tra Francia e Germania. Anzi: “Più riusciremo a funzionare a 3 (Francia, Germania e Italia) per l’Europa, più faremo cose utili – ha affermato -. Moltiplicheremo iniziative con l’Italia e moltiplicheremo anche le iniziative a 3 ogni volta che sarà possibile”.

  • La Francia al timone dell’Europa non forzerà i tempi per riformare il patto di stabilità

    Anche i ‘frugali’ olandesi lo hanno capito: occorre investire nei settori strategici per rilanciare una crescita sostenibile e risanare i conti pubblici. E in questa ottica le regole del Patto di stabilità dovranno essere riviste per consentire che i singoli Paesi, a seconda della loro situazione di partenza, possano procedere a velocità differenti sulla strada della riduzione dei rispettivi debiti pubblici. Questa, in sintesi, l’indicazione giunta dal governo di Parigi all’indomani dell’avvio della presidenza di turno francese dell’Ue.

    Un ruolo che fino alla fine del prossimo giugno vedrà la Francia in prima linea nella gestione dei dossier più caldi sul tavolo dell’Unione. Un elemento fondamentale di questo pacchetto è la riforma del Patto ma Parigi non si fa illusioni: per mantenere l’unità dell’Ue occorrerà comunque portare avanti discussioni lunghe, approfondite e difficili.  Un’intesa potrebbe arrivare la prossima estate o in autunno. Ma in ogni caso la posizione francese è chiara: su una questione così importante “non bisogna forzare i tempi”, hanno sottolineato autorevoli fonti del governo osservando che uno slittamento dell’accordo al 2023 non sarebbe un dramma.

    Di sicuro, per la Francia, il Patto deve essere rivisto e deve consentire il raggiungimento di obiettivi politici. In particolare, occorre trovare il giusto equilibrio tra la sostenibilità dei conti pubblici e la necessità di investire in settori cruciali – come l’ambiente, la sanità, lo spazio, le batterie e i semiconduttori – per garantire l’autonomia e la sovranità dell’Europa.

    Quanto agli interventi da attuare per riattualizzare il Patto e le sue regole, il ruolo della Francia non sarà quello di fissare e difendere cosiddette ‘linee rosse’ ma di lavorare per avvicinare le posizioni. Un obiettivo che difficilmente potrà essere raggiunto in 6 mesi

    Il lavoro che Parigi vuole portare avanti parte da una situazione completamente cambiata rispetto al tempo pre-covid, come già sottolineato non a caso da Draghi e Macron nella loro lettera pubblicata sul Financial Times. Ora c’è la consapevolezza che occorre immaginare regole che si adattino alle realtà dei singoli Paesi. In tal modo – secondo la visione del governo francese – potrà essere stabilito un calendario credibile e fattibile per la riduzione dell’indebitamento per rassicurare i mercati all’interno di un contesto di regole comuni.

    A rendere omaggio alla presidenza di turno della Francia e al ruolo che essa può svolgere per ridare slancio alla costruzione europea sono stati la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e il commissario all’economia Paolo Gentiloni, giunti a Parigi all’Epifania per confrontarsi sul programma di lavoro dei prossimi mesi con Macron e il suo governo. Colloqui nel corso dei quali si è parlato anche del progetto di portare avanti a tappe il Patto sulla migrazione e la riforma di Schengen all’insegna della responsabilità e della solidarietà e del complesso pacchetto clima, senza tralasciare i timori per l’economia, l’inflazione e il prolungarsi della crisi del Covid-19.

  • Il vincitore del Nobel, nato in Tanzania, critica il Regno Unito per l’atteggiamento nei confronti dei migranti

    Il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura di quest’anno ha descritto come disumane le risposte del Regno Unito e della Francia ai migranti che cercano di attraversare la Manica. Il giorno in cui ha ricevuto ill riconoscimento, il romanziere di origine tanzaniana, Abdulrazak Gurnah, ha detto di non capire perché i ministri britannici si riferissero a loro come criminali e ladri quando alcuni membri nel governo provengono da famiglie di immigrati. Quest’anno il record di 26.000 migranti che hanno attraversato la Manica dalla Francia al Regno Unito. Altre decine sono stati i morti. Anche Gurnah, ora cittadino britannico, ha espresso un certo stupore per il fatto che il governo del Regno Unito non si fosse congratulato con lui per il suo Nobel, chiedendosi se ciò fosse accaduto perché era un immigrato dall’Africa.

  • Al via la conferenza di Parigi sulla Libia, grandi assenti Putin ed Erdogan

    Venerdì 12 novembre si aprirà a Parigi una nuova Conferenza internazionale sulla Libia. L’incontro, annunciato dal ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre, potrebbe svolgersi in un clima di grande sfiducia visto che sebbene le elezioni siano state programmate il 24 dicembre non è certo che la data possa essere rispettata. Parigi ha offerto a Germania e Italia la co-presidenza dell’evento per lanciare un segnale forte all’Unione Europa affinché giochi un ruolo chiave nella partita con la Libia per evitare che siano altri attori ad intervenire con modalità poco trasparenti. “Le elezioni sono alle porte – ha osservato il presidente francese Emmanuel Macron – ma le forze che vogliono far deragliare il processo sono in agguato. Bisogna tenere la barra dritta. È in gioco la stabilità del paese”.

    All’incontro partecipano una ventina tra capi di stato regionali e internazionali, tra cui la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Saranno presenti anche Tunisia, Niger e Ciad, i tre paesi confinanti che stanno subendo i maggiori contraccolpi della crisi libica, in termini di instabilità, traffico di armi e mercenari. L’Algeria, dopo la crisi diplomatica con Parigi, non ha ancora confermato la sua partecipazione. Grandi assenti i presidenti di Turchia e Russia, i due paesi maggiormente coinvolti nel conflitto. Per Mosca andrà il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, mentre da Ankara hanno fatto sapere che non intendono partecipare a causa della presenza della Grecia, di Israele e dell’amministrazione greco-cipriota, con cui la Turchia è ai ferri corti per il gasdotto East-Med. Un’assenza pesante visto che in Libia sono tuttora presenti diverse migliaia di militari turchi o siriani filo-turchi intervenuti a sostegno del governo di Tripoli quando era sotto assedio, oltre a mercenari russi del gruppo privato Wagner, accorsi in aiuto delle forze della Cirenaica guidate dal generale Khalifa Haftar. Entrambe le milizie straniere non hanno mai smobilitato né si sono ritirate dal paese, come era previsto dopo la firma del cessate-il-fuoco e l’approvazione di una road-map mediata dall’Onu per la fine delle ostilità e il ripristino di istituzioni democratiche.

  • E’ scontro tra Parigi e Algeri dopo le parole di Macron sull’esistenza della nazione magrebina prima della colonizzazione francese

    Scuse ufficiali dell’Eliseo all’Algeria dopo che il Presidente francese Emmanuel Macron, come riportato dal quotidiano Le Monde lo scorso 2 ottobre, avrebbe detto che l’Algeria come nazione non esisteva prima della colonizzazione francese. Se nel comunicato ufficiale della Presidenza ci si rammarica per l’equivoco, dalle parti di Algeri il commento è invece stato definito un “grave errore” e “inaccettabile” tanto che l’ambasciatore algerino a Parigi è stato richiamato in patria e il paese magrebino ha vietato i voli militari francesi dal suo spazio aereo.

    Nel comunicato si fa sapere anche che la Presidenza francese ha invitato il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ad una conferenza a Parigi per discutere su come sostenere la Libia in vista delle elezioni del 24 novembre. Ma Tebboune ha avvertito che non avrebbe “fatto il primo passo” per allentare la tensione con la sua controparte francese perché il commento ha suscitato una diffusa rabbia in Algeria.

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