Francia

  • E la von der Leyen punta sull’asse tra Macron, Draghi e Scholz

    L’entusiasmo dei commissari e della presidente von der Leyen in visita a Parigi traspare da ogni gesto e parola. A testimoniare le grandi aspettative riposte dalla Commissione europea nella presidenza francese di turno del Consiglio Ue. “I prossimi sei mesi saranno dedicati alla costruzione dell’Europa del futuro. Clima, digitale, regole moderne per l’economia, gestione delle migrazioni e politica estera e di difesa: le nostre priorità convergono in larga misura. Andremo avanti insieme”, ha twittato la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Un avvio di una presidenza di turno che non si vedeva da tempo tanto che la visita di due giorni dell’esecutivo europeo a Parigi si è trasformata in una grande celebrazione europeista. Con la Torre Eiffel e l’Arco di Trionfo illuminati coi colori dell’Unione europea, la cena all’Eliseo, l’omaggio al Pantheon a Jean Monnet e Simone Veil, fondatori dell’Europa, e una sintonia non celata tra la presidente della Commissione e il presidente francese Emmanuel Macron.

    “Sono felice che un Paese con peso politico ed esperienza come la Francia assuma la presidenza del Consiglio Ue”, ha detto von der Leyen, soprattutto in “circostanze particolari”, per la situazione sanitaria – che resta preoccupante – e le pressioni sul vicinato da parte della Russia. L’obiettivo della Commissione è progredire velocemente su quei dossier ancora in stallo e rilanciare proprio a metà del mandato il progetto europeo minato dallo scetticismo dei paesi a guida sovranista.

    Per Macron, invece, si tratta di avere a disposizione una grande vetrina – anche qui in chiave antisovranista – in piena campagna elettorale per le presidenziali. La numero uno della Commissione passa in rassegna le priorità della presidenza francese, che coincidono con quelle della Commissione. Dall’Unione della difesa “che ci prepari a nuove minacce in futuro” da lanciare con la Bussola Strategica nel vertice di marzo. Alla gestione delle frontiere, al rafforzamento dello spazio Schengen e all’approvazione del Patto sulla Migrazione e l’Asilo, ormai fermo da più di un anno. Grandi aspettative anche sul pacchetto per il clima “Fit for 55” e sui due provvedimenti per mettere ordine al mondo digitale. Infine, la revisione delle regole di governance economica dopo la moratoria del Patto di Stabilità fino a tutto il 2022. Anche su questo aspetto la Francia darà il suo contributo decisivo, cercando di convincere anche i paesi frugali ad allentare i rigidi vincoli di rientro del debito. “Abbiamo bisogno di investimenti per la transizione verde e digitale e tutto ciò richiede un esame approfondito delle esigenze europee, vale a dire, dovremmo conciliarli con le necessità di bilancio”, ha detto von der Leyen parlando all’Assemblea Nazionale francese.

    Dai due leader sono arrivate risposte in sintonia nella conferenza stampa congiunta. Dall’appello alla de-escalation in Kazakistan al richiamo alla responsabilità civile a chi decide di non vaccinarsi. “La libertà è sempre combinata con la responsabilità, non solo verso sé stessi, ma anche verso il prossimo, i familiari”, ha sottolineato la presidente, che ha difeso l’uso del green pass da parte dei governi che hanno anche “il compito di proteggere e il certificato di vaccinazione è una forma di protezione, uno strumento che il governo può usare”. Un tasto su cui ha insistito anche Macron, che non solo ha difeso la sua espressione ritenuta volgare di qualche giorno fa, di voler far inc… i no-vax francesi, ma ha rilanciato: “Ho avuto modo di dire che ci sono diversi concetti di libertà, io sono libero di non essere vaccinato ma la libertà dell’altro finisce dove la vita di qualcun altro può essere minacciata”.

    Da Macron è arrivato anche un elogio al presidente Sergio Mattarella e al premier Mario Draghi, non è entrato nel merito delle vicende politiche italiane ma si è detto fortunato ad avere 2 presidenti “così coraggiosi e amici della Francia”. Ha rimarcato l’importanza del trattato del Quirinale firmato a novembre e spiegato che non toglie nulla al progetto europeo ma lo rafforza. Così come non toglie nulla alla relazione storica tra Francia e Germania. Anzi: “Più riusciremo a funzionare a 3 (Francia, Germania e Italia) per l’Europa, più faremo cose utili – ha affermato -. Moltiplicheremo iniziative con l’Italia e moltiplicheremo anche le iniziative a 3 ogni volta che sarà possibile”.

  • La Francia al timone dell’Europa non forzerà i tempi per riformare il patto di stabilità

    Anche i ‘frugali’ olandesi lo hanno capito: occorre investire nei settori strategici per rilanciare una crescita sostenibile e risanare i conti pubblici. E in questa ottica le regole del Patto di stabilità dovranno essere riviste per consentire che i singoli Paesi, a seconda della loro situazione di partenza, possano procedere a velocità differenti sulla strada della riduzione dei rispettivi debiti pubblici. Questa, in sintesi, l’indicazione giunta dal governo di Parigi all’indomani dell’avvio della presidenza di turno francese dell’Ue.

    Un ruolo che fino alla fine del prossimo giugno vedrà la Francia in prima linea nella gestione dei dossier più caldi sul tavolo dell’Unione. Un elemento fondamentale di questo pacchetto è la riforma del Patto ma Parigi non si fa illusioni: per mantenere l’unità dell’Ue occorrerà comunque portare avanti discussioni lunghe, approfondite e difficili.  Un’intesa potrebbe arrivare la prossima estate o in autunno. Ma in ogni caso la posizione francese è chiara: su una questione così importante “non bisogna forzare i tempi”, hanno sottolineato autorevoli fonti del governo osservando che uno slittamento dell’accordo al 2023 non sarebbe un dramma.

    Di sicuro, per la Francia, il Patto deve essere rivisto e deve consentire il raggiungimento di obiettivi politici. In particolare, occorre trovare il giusto equilibrio tra la sostenibilità dei conti pubblici e la necessità di investire in settori cruciali – come l’ambiente, la sanità, lo spazio, le batterie e i semiconduttori – per garantire l’autonomia e la sovranità dell’Europa.

    Quanto agli interventi da attuare per riattualizzare il Patto e le sue regole, il ruolo della Francia non sarà quello di fissare e difendere cosiddette ‘linee rosse’ ma di lavorare per avvicinare le posizioni. Un obiettivo che difficilmente potrà essere raggiunto in 6 mesi

    Il lavoro che Parigi vuole portare avanti parte da una situazione completamente cambiata rispetto al tempo pre-covid, come già sottolineato non a caso da Draghi e Macron nella loro lettera pubblicata sul Financial Times. Ora c’è la consapevolezza che occorre immaginare regole che si adattino alle realtà dei singoli Paesi. In tal modo – secondo la visione del governo francese – potrà essere stabilito un calendario credibile e fattibile per la riduzione dell’indebitamento per rassicurare i mercati all’interno di un contesto di regole comuni.

    A rendere omaggio alla presidenza di turno della Francia e al ruolo che essa può svolgere per ridare slancio alla costruzione europea sono stati la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e il commissario all’economia Paolo Gentiloni, giunti a Parigi all’Epifania per confrontarsi sul programma di lavoro dei prossimi mesi con Macron e il suo governo. Colloqui nel corso dei quali si è parlato anche del progetto di portare avanti a tappe il Patto sulla migrazione e la riforma di Schengen all’insegna della responsabilità e della solidarietà e del complesso pacchetto clima, senza tralasciare i timori per l’economia, l’inflazione e il prolungarsi della crisi del Covid-19.

  • Il vincitore del Nobel, nato in Tanzania, critica il Regno Unito per l’atteggiamento nei confronti dei migranti

    Il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura di quest’anno ha descritto come disumane le risposte del Regno Unito e della Francia ai migranti che cercano di attraversare la Manica. Il giorno in cui ha ricevuto ill riconoscimento, il romanziere di origine tanzaniana, Abdulrazak Gurnah, ha detto di non capire perché i ministri britannici si riferissero a loro come criminali e ladri quando alcuni membri nel governo provengono da famiglie di immigrati. Quest’anno il record di 26.000 migranti che hanno attraversato la Manica dalla Francia al Regno Unito. Altre decine sono stati i morti. Anche Gurnah, ora cittadino britannico, ha espresso un certo stupore per il fatto che il governo del Regno Unito non si fosse congratulato con lui per il suo Nobel, chiedendosi se ciò fosse accaduto perché era un immigrato dall’Africa.

  • Al via la conferenza di Parigi sulla Libia, grandi assenti Putin ed Erdogan

    Venerdì 12 novembre si aprirà a Parigi una nuova Conferenza internazionale sulla Libia. L’incontro, annunciato dal ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre, potrebbe svolgersi in un clima di grande sfiducia visto che sebbene le elezioni siano state programmate il 24 dicembre non è certo che la data possa essere rispettata. Parigi ha offerto a Germania e Italia la co-presidenza dell’evento per lanciare un segnale forte all’Unione Europa affinché giochi un ruolo chiave nella partita con la Libia per evitare che siano altri attori ad intervenire con modalità poco trasparenti. “Le elezioni sono alle porte – ha osservato il presidente francese Emmanuel Macron – ma le forze che vogliono far deragliare il processo sono in agguato. Bisogna tenere la barra dritta. È in gioco la stabilità del paese”.

    All’incontro partecipano una ventina tra capi di stato regionali e internazionali, tra cui la vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi. Saranno presenti anche Tunisia, Niger e Ciad, i tre paesi confinanti che stanno subendo i maggiori contraccolpi della crisi libica, in termini di instabilità, traffico di armi e mercenari. L’Algeria, dopo la crisi diplomatica con Parigi, non ha ancora confermato la sua partecipazione. Grandi assenti i presidenti di Turchia e Russia, i due paesi maggiormente coinvolti nel conflitto. Per Mosca andrà il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, mentre da Ankara hanno fatto sapere che non intendono partecipare a causa della presenza della Grecia, di Israele e dell’amministrazione greco-cipriota, con cui la Turchia è ai ferri corti per il gasdotto East-Med. Un’assenza pesante visto che in Libia sono tuttora presenti diverse migliaia di militari turchi o siriani filo-turchi intervenuti a sostegno del governo di Tripoli quando era sotto assedio, oltre a mercenari russi del gruppo privato Wagner, accorsi in aiuto delle forze della Cirenaica guidate dal generale Khalifa Haftar. Entrambe le milizie straniere non hanno mai smobilitato né si sono ritirate dal paese, come era previsto dopo la firma del cessate-il-fuoco e l’approvazione di una road-map mediata dall’Onu per la fine delle ostilità e il ripristino di istituzioni democratiche.

  • E’ scontro tra Parigi e Algeri dopo le parole di Macron sull’esistenza della nazione magrebina prima della colonizzazione francese

    Scuse ufficiali dell’Eliseo all’Algeria dopo che il Presidente francese Emmanuel Macron, come riportato dal quotidiano Le Monde lo scorso 2 ottobre, avrebbe detto che l’Algeria come nazione non esisteva prima della colonizzazione francese. Se nel comunicato ufficiale della Presidenza ci si rammarica per l’equivoco, dalle parti di Algeri il commento è invece stato definito un “grave errore” e “inaccettabile” tanto che l’ambasciatore algerino a Parigi è stato richiamato in patria e il paese magrebino ha vietato i voli militari francesi dal suo spazio aereo.

    Nel comunicato si fa sapere anche che la Presidenza francese ha invitato il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ad una conferenza a Parigi per discutere su come sostenere la Libia in vista delle elezioni del 24 novembre. Ma Tebboune ha avvertito che non avrebbe “fatto il primo passo” per allentare la tensione con la sua controparte francese perché il commento ha suscitato una diffusa rabbia in Algeria.

  • A volte l’Occidente sa ancora imporsi: la Francia elimina il capo dell’Isis nel Grande Sahara

    Della morte di ‘Awas’ si parlava ormai da un mese. L’ufficialità l’ha voluta annunciare direttamente Emmanuel Macron, con un tweet che ha utilizzato la parola “neutralizzato” per descrivere la fine di Adnan Abou Walid Al-Sahraoui, detto appunto Awas, capo del gruppo jihadista Stato Islamico nel Grande Sahara (EIGS). Si tratta “di un nuovo importante successo nella battaglia che conduciamo contro i gruppi terroristici nel Sahel”, ha sottolineato il presidente francese celebrando le gesta di Barkhane, la forza francese che opera nella regione.

    Mentre Joe Biden faceva la figura del nuovo Jimmy Carter in Afghanistan, facendo di Kabul la nuova Saigon, Parigi in piena estate aveva annunciato senza scendere in dettagli la morte o la cattura di diversi alti dirigenti dell’EIGS da parte di Barkhane e dei suoi alleati sul territorio. Il raid francese che ha ucciso Adnan Abou Walid al-Sahraoui risale a “metà agosto”, ha precisato oggi in un punto stampa sull’argomento la ministra della Difesa, Florence Parly, definendo l’operazione “una manovra di raccolta di informazioni di ampio respiro insieme a diverse altre operazioni di cattura di collaboratori di al-Sahraoui”. L’azione è avvenuta mentre l’emiro del terrore circolava su una moto, al posto del passeggero. Il veicolo è stato colpito da un drone in una regione a sud di Indelimane, nel Mali, nella cosiddetta zona delle 3 frontiere, secondo quanto precisato dal capo di stato maggiore francese Thierry Burkhard.

    Era stato lo stesso Awas, ex membro del Fronte Polisario, il movimento indipendentista sahraoui, e poi di AQMI (Al Qaida del Maghreb islamico), a creare l’EIGS nel 2015 prima di essere designato come “nemico pubblico numero 1” nella regione. Il vero nome del capo di EIGS eliminato sarebbe stato Lahbib Abdi Said, nato negli anni Settanta nel Sahara occidentale nella grande tribù nomade dei Reguibat. Nel nord del Mali apparve attorno al 2010, un paio d’anni dopo era fra i più attivi nell’organizzare la mobilitazione bellica di gruppi armati jihadisti nella regione. Dal 2016 si sono registrati i primi attacchi del suo movimento, EIGS: da allora Awas era diventato il comandante delle operazioni nella zona delle tre frontiere.

    La ministra Parly ha ricordato che l’EIGS è stato protagonista di attacchi sanguinosi contro militari ma anche civili, nel Mali, in Niger e in Burkina Faso. Viene considerato responsabile della morte di “2.000-3.000 civili dal 2013”. Il successo militare è particolarmente benvenuto in questo momento a Parigi, dopo l’annuncio da parte di Macron del progetto di ridurre la presenza francese nel Sahel di qui alle elezioni presidenziali del prossimo aprile.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Nella vicina Francia sta divampando un’accesa polemica tra il Ministro della Giustizia, Dupond Moretti, e l’U.S.M. che è il più importante sindacato di categoria dei Magistrati;  come dire, l’equivalente della nostra equilibrata A.N.M. Motivo? Un presunto conflitto di interessi: accade nientemeno che Dupond Moretti – nell’ambito di un più ampio progetto di riforma del sistema giudiziario – abbia proposto all’Assemblea Nazionale una disciplina a maggiore protezione degli avvocati e…Dupond Moretti è un avvocato penalista.

    Il Guardasigilli francese, in realtà, si è speso in favore non tanto della categoria quanto del diritto di difesa affermando (cosa ovvia che non dovrebbe scandalizzare nessuno) che gli studi legali sono luoghi sacri e non può esistere difesa adeguata senza segreto professionale: tanto è bastato per fare insorgere i magistrati che sostengono la malafede di un Ministro che lavorerebbe nell’interesse dei suoi amici e colleghi.

    Dupond Moretti si è limitato a ribattere che il suo intervento è volto a riaffermare, e non a torto visti i precedenti, lo Stato di diritto contro metodi da spie.

    Tutto il mondo è paese: veti incrociati e compromessi porteranno a delle modifiche della riforma nel suo insieme ma nel frattempo l’Assemblea, con voto bipartisan, ha approvato un emendamento che rafforza comunque la tutela del segreto professionale e si aspetta – da qui ad un paio di settimane – il voto del Senato.

    Basta quindi intercettazioni selvagge, perquisizioni e sequestri senza garanzie negli studi legali e intrusioni con ogni metodo nel rapporto confidenziale avvocato/cliente.

    Non è esattamente motivo di consolazione, ma in Francia sono successe cose che voi umani non potete neppure immaginare e che da noi, con grande scorno di Davigo e dei suoi claquers, non sono possibili mentre Oltralpe risultano ampiamente legittime: emblematico il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex Presidente Sarkozy, condannato insieme al suo storico difensore grazie ad intercettazioni illegali – e poi ammesse in giudizio – dopo un’indagine condotta per tre anni senza che gli interessati ne sapessero nulla.

    Lo scandalo, quindi, consiste nell’apporre un freno agli abusi investigativi, qualcosa che – evidentemente – si verifica anche altrove, anche in un Paese in cui vi è dipendenza gerarchica tra le Procure medesime ed il Ministro della Giustizia, e sebbene non via sia la separazione delle carriere che da noi viene presentata come il viatico per subordinare il potere giudiziario e l’esercizio dell’azione penale alla volontà della politica.

    Anche da noi, tuttavia,  succedono in continuazione cose strane come – tanto per ricordarne uno – il caso bizzarro del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara che subiva improvvisi, inspiegabili, guasti intermittenti a seconda degli interlocutori intercettati e degli argomenti trattati…e non si trattava del Presidente della Repubblica o del suo entourage come nella nota vicenda del processo Stato-mafia.

    No, al Quirinale Palamara – sia come Presidente dell’A.N.M. che come componente del C.S.M. – ci andava di persona: sistema più riservato e sicuro per confrontarsi con Giorgio Napolitano e i suoi collaboratori (come sostiene l’ex magistrato) o come, in termini più insidiosi sostiene Alessandro Sallusti, “per prendere ordini”.

    Non lo sapremo mai: a quel tempo Palamara forse non era ancora intercettato e poi da noi il Colle è intoccabile e, se tutto va male, un palmare – come tutte le diavolerie moderne – può avere un inatteso problema di funzionamento.

  • La Francia candida la baguette a patrimonio dell’Unesco

    Parigi ha scelto: sarà la baguette, il celebre sfilatino di pane simbolo della Francia, a concorrere per l’iscrizione nel patrimonio immateriale dell’Unesco, l’ambitissimo riconoscimento attribuito ogni anno dall’organismo Onu per Scienza, Educazione e Cultura. La baguette è stata preferita ad altre due opzioni messe sul tavolo dalle autorità transalpine: i tetti in zinco di Parigi e una festa viticola nel dipartimento di Arbois.

    Ad optare per la baguette è stata la ministra della Cultura, Roselyne Bachelot, attualmente ricoverata in ospedale dopo essere risultata positiva al coronavirus. Se approvata, l’iscrizione del celebre sfilatino francese “farà prendere coscienza che una pratica alimentare facente parte della quotidianità e condivisa dai più in modo spontaneo rappresenta un patrimonio in tutto e per tutto”, ha affermato la ministra, lanciando però l’allarme: il numero di panettieri è “in costante diminuzione, in particolare, nei comuni rurali”. Nel 1970 si contavano 55.000 boulangeries artigianali (una ogni 790 abitanti) contro le 35.000 di oggi (una ogni 2.000 abitanti), “spesso a profitto della vendita di baguette prodotte industrialmente”.

    La decisione finale spetta ora all’Unesco, che non si pronuncerà prima dell’autunno 2022. Simbolo della vita quotidiana dei francesi e presente anche nel nostro Paese – come a sancire la profondità dei legami anche gastronomici tra Francia e Italia -, la baguette è profondamente radicata nell’immaginario collettivo della Francia, immortalata e raccontata in tantissimi film, romanzi, poesie o pubblicità. Il nome risale all’inizio del XX secolo e a cominciare dagli anni Novanta si cominciò a distinguere tra la baguette normale e ‘baguette tradition’, più croccante e pregiata, ma anche più cara rispetto alla prima. Lo sfilatino francese, che i parigini doc portano sotto al braccio, almeno nella leggenda, è stato dunque preferito ai meravigliosi tetti in zinco di Parigi e al Bou d’Arbois, una festa religiosa di origini medievali del Jura, nell’Est del Paese, trasformata in festa repubblicana.

    Annualmente sono circa un centinaio i beni immateriali che superano la selezione dell’organismo Onu con sede a Parigi, dove i tetti attendono pazientemente una seconda chance, magari alla prossima infornata di candidature.

  • Il separatismo religioso e le scuole francesi

    La notizia è di quelle che fanno riflettere. Oltre il 59% degli insegnanti francesi dichiara di essersi imbattuto in una forma di separatismo religioso nel proprio istituto attuale e il 24% dichiara di sperimentare regolarmente o di tanto in tanto veementi sfide nei confronti delle loro modalità di insegnamento. Il dato è aumentato di 9 punti rispetto al 2018. I dati appartengo ad un sondaggio sul separatismo scolastico in Francia condotto da Iannis Roder, professore associato di storia dal 1999 in un liceo a Seine-Saint-Denis e responsabile dell’Osservatorio sull’istruzione della Fondation Jean Jaurès, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana il 18 gennaio. Il rapporto rivela che i casi coinvolgono tutta la Francia, e non più solo periferie e banlieu. Nell’articolo, che riporta alcuni episodi accaduti in varie cittadine della Francia, in cui gli insegnati sono stati costretti a fare i conti con minacce dei genitori e atteggiamenti di sfida degli alunni, si legge che molti docenti “per evitare una possibile destabilizzazione della classe e le manifestazioni di protesta di vario genere, preferiscono tacere ed evitare di affrontare determinati argomenti. È paura? Secondo chi ha redatto il rapporto, sì.  Più spesso perché si sentono abbastanza soli nell’eventuale battaglia. È sorprendente notare che il 16% degli insegnanti afferma di non denunciare gli incidenti di cui sono stati testimoni. D’altronde solo il 56% dichiara alla propria dirigenza le forme di separatismo, e quindi di rifiuto della Francia e delle sue leggi, cioè poco più di 1 su 2”. E si legge ancora: “ciò che l’indagine ha inteso per ‘separatismo religioso’ è qualsiasi atto o manifestazione che si traduca in un rifiuto di attività, una richiesta specifica, una sfida all’educazione in nome delle convinzioni religiose. Il rapporto contiene discussioni circa i programmi e persino le discipline. Sono elencate per esempio le infinite controversie sull’educazione fisica avanzate da ragazzine cui l’islam impone un certo tipo di comportamenti e abbigliamento negli spogliatoi e nello sport. E poi le mense halal, le gite scolastiche e il velo. Il 49% degli insegnanti solo delle scuole secondarie afferma di essersi già auto-censurato durante le lezioni. Osservazione sconvolgente per gli analisti francesi se si considera che l’ultimo studio IFOP per la Fondazione Jean-Jaurès è stato realizzato in occasione del sesto anniversario dell’attentato a Charlie Hebdo. Un dato da evidenziare con l’assassinio di Samuel Paty perpetrato lo scorso ottobre e che è aumentato di 12 punti in meno di tre anni”.

  • Al processo per la strage di Charlie Hebdo 14 condanne a pene fino a 30 anni

    Trent’anni di carcere al principale complice negli attentati del gennaio 2015 al settimanale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher a Parigi, altrettanti alla vedova di uno dei due killer. Sei imputati, dei 14 a processo di cui tre in contumacia, sono stati dichiarati colpevoli di associazione per delinquere, non per terrorismo. Undici su 14 i condannati, con pene minime di 4 anni di carcere. Le sentenze sono state pronunciate dopo tre mesi di processo per le violenze, rivendicate da Stato islamico e al-Qaeda, davanti a un tribunale speciale. Un periodo difficile non solo perché la Francia ha rivissuto i giorni degli attacchi, ma perché ha contemporaneamente affrontato il dramma della pandemia e di altri attentati terroristici, fra cui fuori dalla stessa ex sede del settimanale e la decapitazione del professore Samuel Paty, che mostrò vignette di Maometto in classe. Il Covid-19 ha anche costretto a un’interruzione, quando uno degli imputati si è ammalato. I tre assalitori di quel gennaio 2015 morirono nei raid della polizia.

    Mohamed Belhoucine, mentore di Amédy Coulibaly, il terrorista del supermercato di prodotti kosher è stato condannato all’ergastolo, ma in aula non c’era. E’ latitante, probabilmente già morto in Siria. In Siria e introvabile, anche Hayat Boumeddiene, la compagna di Coulibaly, che lo aiutò a organizzare l’attentato e poi fuggì in Siria prima della strage, è stata condannata a 30 anni di reclusione. Trent’anni anche al franco-turco Ali Riza Polat, il principale accusato presente in aula, per “complicità” con i terroristi. Farà “ovviamente” appello, ha detto la sua avvocata.

    I fatti risalgono al 7-9 gennaio 2015, quando a Parigi furono uccise 17 persone, oltre ai tre killer. Gli imputati in aula, tutti uomini, sono considerati membri di una stretta cerchia di amici e conoscenze. Gli investigatori hanno indagato su una vasta quantità di dati telefonici, mentre i giudici hanno ascoltato anche le vedove di Cherif e Said Kouachi, i fratelli che assaltarono la redazione il 7 gennaio, decimando lo staff in quella che descrissero come una vendetta per la pubblicazione di caricature di Maometto. Non bastarono, a evitarlo, le precauzioni già prese per minacce e aggressioni precedenti.

    Il processo si era aperto, fra strettissime misure di sicurezza, il 2 settembre, dopo che – alla vigilia – la redazione di Charlie Hebdo aveva ripubblicato le caricature di Maometto che sarebbero state all’origine dell’azione terroristica in redazione dei fratelli Kouachi (12 morti durante la riunione del mattino, 11 feriti). Quella ripetizione delle contestate vignette è stata poi pretesto per successive azioni terroristiche, a cominciare dall’attacco di un giovane pachistano contro quegli stessi locali del giornale satirico in cui si svolse la strage del 2015. L’aspirante terrorista non era però al corrente che la redazione si è spostata in questi anni in un luogo segreto e blindato, finendo per ferire gravemente due dipendenti di un’agenzia che ha sede nello stesso palazzo.

    I magistrati hanno inflitto la condanna più pesante a Polat per il suo “ruolo importante” negli attentati. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo anche per lui, la giuria ha stabilito che la pena dovrà essere scontata in carcere di massima sicurezza per i due terzi. Trent’anni alla Boumeddiene, compagna di Coulibaly è stata invece condanna conforme alle richieste. Anche per la giovane donna, riconosciuto il “ruolo importante” nella preparazione degli attentati. Anche su di lei, avvistata in Siria, si è detto a più riprese fosse stata uccisa, ma ogni volta la voce è stata smentita.

    La “complicità in attentati terroristici” è stata pienamente riconosciuta per Belhoucine, lui sì quasi certamente morto in Siria. Era l’ispiratore di Coulibaly. Altri tre, tutti vicini al killer dell’Hyper Cacher, sono stati ritenuti colpevoli di associazione per delinquere di stampo terroristico in quanto “non potevano ignorare la natura del progetto” di Coulibaly essendo ben al corrente delle sue convinzioni. Fra loro c’è Amar Ramdani, 20 anni di carcere, due terzi della pena in massima sicurezza. Poi Nezar Mickael Pastor Alwatik, ex compagno di cella di Coulibaly, 18 anni. E Willy Prevost, 13 anni. Pene fra i 5 e i 10 anni di carcere sono state pronunciate nei confronti di quattro imputati accusati di coinvolgimento nel filone “belga” della vicenda – legato soprattutto alla logistica e alla fornitura di armi – ritenuti colpevoli di associazione per delinquere: sono Metin Karasular, Michel Catino, Abdelaziz Abbad e Miguel Martinez. Otto anni a Said Makhlouf e Mohamed Fares, per la stessa accusa. Quattro anni all’unico imputato che compariva in aula libero, Christophe Raumel.

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