Francia

  • La franco-olandese Mistral offre all’Europa un’alternativa ai giganti Usa della tecnologia

    Gli ultimi dati sui Paesi che stanno facendo più progressi sull’intelligenza artificiale parlano chiaro. Gli Stati Uniti, che sembra avessero un vantaggio quasi incolmabile su tutti gli altri, sembrano in frenata. In realtà i colossi Big Tech californiani continuano a fare progressi, ma nulla in confronto all’accelerata che sta mettendo in atto la Cina, non solo Pechino ha ridotto il distacco su Washington, ma potrebbe addirittura tentare il sorpasso, visto che il vantaggio americano si è ridotto e ora è quantificato in appena il 2,7%, una cifra davvero minima. L’Europa è molto più staccata, ma non è fuori dalla partita.

    La startup francese Mistral AI, infatti, una delle aziende più importanti in Europa nel campo dell’intelligenza artificiale, sfida il monopolio delle Big Tech californiane e cinesi. L’azienda, fondata nel 2023 da Arthur Mensch (che è anche presidente e ad), Guillaume Lample e Timothée Lacroix, ha raccolto la somma di 830 milioni di dollari per acquistare 13.800 chip Nvidia per la costruzione di un data center proprietario a Bruyères-le-Châtel, vicino Parigi. Così sta cercando di offrire un’alternativa europea ai governi e alle imprese, sottolineando la fiducia degli investitori nelle aziende europee. Con un investimento da 1,3 miliardi di euro, Asml, il gigante olandese dei macchinari per produrre chip, lo scorso autunno è diventato il principale azionista di Mistral AI. L’investimento fa parte di un finanziamento totale da 1,7 miliardi. Grazie a questa operazione, Asml è divenuta il principale azionista e siede nel consiglio di amministrazione di Mistral.

    Mistral punta a rivoluzionare l’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa in Europa, combinando la vendita dei suoi modelli open weight con una consulenza diretta alle aziende. In un momento in cui il ritorno sugli investimenti dei large language model (LLM) resta incerto, questa strategia rappresenta una possibile via europea per rendere l’AI davvero remunerativa e sostenibile. Negli ultimi tempi si sono infatti moltiplicati i report (tra cui quelli di Deloitte e del Mit) che mostrano come le aziende che hanno sperimentato l’integrazione dei modelli linguistici – per automatizzare processi, analizzare contratti o altri documenti, effettuare ricerche nei sistemi e altri ancora – hanno ottenuto vantaggi scarsi o nulli, soprattutto rispetto all’ingente spesa richiesta.  Questo non rappresenta un problema soltanto per le aziende, ma anche e soprattutto per i colossi dell’intelligenza artificiale generativa. Alle prese con bilanci in profondo rosso e consapevoli che i soli abbonamenti consumer non sono sufficienti per rendere economicamente sostenibili ChatGPT, Claude e gli altri, le varie realtà che sviluppano LLM hanno un bisogno assoluto che l’integrazione aziendale dei loro sistemi abbia successo. È infatti probabilmente questa l’unica via per generare ritorni significativi e dare un senso agli strabilianti investimenti infrastrutturali in cui si sono impegnati (secondo Bloomberg, 3mila miliardi di dollari da qui al 2030).

  • Capire la Francia

    Charles De Gaulle è apprezzato dai francesi più di qualunque altro loro connazionale, perfino e di gran lunga più di Napoleone (41% contro 14% secondo i sondaggi).

    Trascinatore della Francia durante la seconda guerra mondiale, con una fierezza che neppure l’esilio a Londra scalfiva («Sono troppo povero per inchinarmi» disse), ha consacrato la grandeur del suo Paese, anche grazie a una notevole abilità nell’utilizzo delle telecomunicazioni (la radio durante la guerra e poi nel dopoguerra la televisione) in alcune frasi che caratterizzano tuttora la mentalità transalpina: «C’è un patto di duemila anni tra la grandezza della Francia e la libertà del mondo», «La Francia ha perso una battaglia! Ma non ha ancora perso la guerra! Alcuni governanti hanno capitolato cedendo al panico, dimenticando l’onore e consegnando il Paese al servaggio. Ciononostante nulla è perduto! Perché questo è un conflitto mondiale. Nel mondo libero ci sono forze immense che non si sono ancor arrese. Un giorno queste forze schiacceranno il nemico e occorre che la Francia, quel giorno, sia presente alla vittoria».

    Ha dato alla Francia la sua Costituzione attuale, dopo un primo tentativo fallito nel 1946 che lo aveva indotto a ritirarsi a Colombe-les-deux-Eglises, vincendo il referendum del 1958 con cui i francesi ratificarono la sua idea di un governo semipresidenziale con un esecutivo forte, anche nei confronti del Parlamento, e per questo si guadagnò il titolo di personaggio dell’anno sulla copertina del Time. Prima di perdere un altro referendum su un’altra riforma, quella del Senato, e ritirarsi definitivamente, nel 1968, diede un grande impulso all’industria nazionale, nei settori dell’aereonautico, dello spazio e dell’energia atomica.

    E’ stato anche un uomo spiritoso, che in qualche modo indusse i suoi oppositori (soprattutto i giovani contestatori sessantottini) a combatterlo con la stessa arma, declinata in una serie di soprannomi ispirati anche alla sua statura (195 cm) e aspetto fisico: Le General (il generale), Le Grande Asperge (il grande asparago), Cyrano, La Grande Zohra (la grande cammella, come lo definirono i francesi nati in Algeria per rimproverargli la rinuncia alla colonia africana). Non era invece una battuta quella con cui Georges Pompidou, succedutogli alla presidenza della Quinta Repubblica che lui aveva fondato, ne comunicò la dipartita: «Francesi, il generale De Gaulle è morto. La Francia è vedova».

  • Un anno alle presidenziali francesi: après Macron le deluge

    Le elezioni municipali del 22 marzo hanno restituito una fotografia articolata e per certi versi contraddittoria dello stato politico della Francia a poco più di un anno dalle elezioni presidenziali del 2027. Più che indicare un vincitore netto, il voto locale ha evidenziato una dinamica tripolare – con punte di “quadripolarismo” – in cui nessuna forza appare oggi in grado di imporsi come egemone su scala nazionale. Il risultato più evidente è una relativa frenata degli estremi e una contestuale resilienza delle forze tradizionali e moderate, in un contesto però segnato da divisioni interne e crescente volatilità elettorale.

    Nel dettaglio, il voto ha confermato la capacità della sinistra di mantenere il controllo delle grandi città, mentre il Rassemblement National ha continuato ad avanzare nei territori periferici e nei centri di medie dimensioni, senza però riuscire a sfondare nei principali poli urbani. Allo stesso tempo, le forze centriste legate al presidente Emmanuel Macron e il centrodestra dei Repubblicani hanno mostrato segnali di tenuta, soprattutto a livello locale, ma senza riuscire a capitalizzare pienamente sul piano nazionale.

    Il campo centrista costruito attorno a Macron esce dalle municipali in una posizione ambigua. Da un lato, mantiene presidi importanti – come la rielezione di Édouard Philippe a Le Havre, figura sempre più centrale in vista del 2027 – dall’altro conferma una tendenza al ridimensionamento già emersa nelle consultazioni precedenti. Le elezioni locali hanno infatti mostrato un indebolimento della coalizione presidenziale, compressa tra la crescita delle opposizioni e una crescente polarizzazione del dibattito politico. Questo riflette un problema strutturale: il macronismo, nato come progetto di superamento dei tradizionali schieramenti di destra e sinistra, fatica oggi a rinnovare la propria proposta politica in un contesto dominato da temi identitari, sicurezza e costo della vita. Inoltre, il nodo della successione a Macron resta irrisolto. Il presidente non potrà ricandidarsi nel 2027 e il campo centrista appare privo di un meccanismo condiviso per selezionare un candidato unitario. La competizione latente tra figure come Philippe e altri esponenti dell’area rischia di frammentare ulteriormente uno spazio politico già sotto pressione.

    I Repubblicani emergono dalle municipali come una forza relativamente solida sul piano locale. Il partito ha ottenuto buoni risultati soprattutto nei centri medi, rivendicando una posizione di equilibrio tra gli estremi. Questa performance conferma una dinamica ormai consolidata: i Repubblicani conservano una forte rete territoriale e amministrativa, ma fatica a tradurre questo radicamento in consenso nazionale. La leadership resta oggetto di tensioni interne e la prospettiva di una candidatura presidenziale condivisa appare tutt’altro che definita. Il partito si trova inoltre stretto tra due poli competitivi: da un lato il Rassemblement National, che intercetta una parte crescente dell’elettorato conservatore e popolare; dall’altro il centro macroniano, che continua ad attrarre l’elettorato moderato e pro-europeo. In questo senso, il rischio per i Repubblicani è quello di una progressiva marginalizzazione, nonostante i successi locali.

    Il Rassemblement National conferma la propria crescita strutturale, ma anche i suoi limiti strategici. Il partito ha ottenuto risultati significativi in numerosi comuni e ha ampliato la propria presenza amministrativa, arrivando a governare decine di municipalità e a rafforzare la propria base territoriale. Tuttavia, il dato più rilevante è l’incapacità di conquistare le grandi città, nonostante le ambizioni della leadership. Questo evidenzia una persistente difficoltà del Rassemblement National a penetrare gli elettorati urbani, più giovani e istruiti, che restano meno permeabili alla sua offerta politica. Il partito resta forte, ma senza un ruolo egemone e in vista del 2027, molto dipenderà dalla capacità di Marine Le Pen o Jordan Bardella di ampliare il proprio appeal oltre la base tradizionale, superando la “linea rossa” che finora ha limitato l’accesso al potere nazionale.

    La sinistra è probabilmente il campo più contraddittorio. Da un lato, ottiene risultati significativi nelle grandi città: Parigi, Marsiglia e Lione restano saldamente sotto il controllo di forze progressiste. Questo rappresenta un segnale di vitalità, soprattutto per il Partito socialista, che ritrova centralità dopo anni di crisi. Dall’altro lato, il campo progressista resta profondamente diviso. Le tensioni tra socialisti, verdi e La France Insoumise emergono chiaramente sia nelle strategie elettorali sia nelle alleanze locali. In alcuni casi, la mancata cooperazione ha indebolito le possibilità di vittoria, mentre altrove alleanze tattiche hanno consentito di contenere l’avanzata della destra. La France Insoumise, guidata da Jean-Luc Melenchon, mantiene una base elettorale significativa e appare più coesa rispetto ad altri attori della sinistra, ma la sua linea radicale continua a rappresentare un ostacolo alla costruzione di un fronte unitario. Qui emerge un punto critico nel tuo possibile schema interpretativo: considerare la sinistra come un blocco unico è fuorviante.

    In realtà si tratta di un arcipelago politico, in cui la competizione interna è spesso più intensa di quella con gli avversari. Nel complesso, le municipali del mese scorso confermano che la Francia si avvicina alle presidenziali del 2027 in una condizione di forte frammentazione e incertezza. Il sistema politico appare strutturato attorno a quattro poli: centro macroniano, centrodestra, destra radicale e sinistra divisa. Nessuno di questi è oggi in grado di imporsi da solo.

    Un altro elemento rilevante è il progressivo indebolimento del cosiddetto “barrage républicain”, cioè la capacità delle forze tradizionali di coalizzarsi per bloccare l’estrema destra. Questo meccanismo, fondamentale nelle elezioni passate, appare oggi meno automatico e più fragile, aumentando l’incertezza degli esiti futuri. Infine, va considerato un aspetto spesso sottovalutato: le elezioni municipali restano fortemente influenzate da dinamiche locali e non sono automaticamente trasponibili su scala nazionale. Tuttavia, esse offrono indicazioni preziose sulle tendenze di fondo: polarizzazione, crisi dei partiti tradizionali, centralità delle leadership e difficoltà di costruire coalizioni stabili. La Francia entra nella fase che precede le elezioni presidenziali con un equilibrio instabile. Il centro è indebolito ma ancora rilevante, la destra radicale cresce ma non sfonda, il centrodestra resiste senza imporsi, la sinistra vince nelle città ma resta divisa. Se c’è un elemento che emerge con chiarezza, è l’assenza di un candidato o di uno schieramento capace oggi di aggregare una maggioranza chiara. Più che una corsa a due, il 2027 si profila come una competizione aperta, in cui le alleanze – e le fratture interne – saranno decisive quanto i risultati elettorali.

  • Francia e Ciad riprendono le relazioni bilaterali

    La Francia e il Ciad hanno rilanciato le relazioni bilaterali, a più di un anno dalla rottura dell’accordo di difesa culminato nel ritiro delle forze francesi di stanza nel Paese africano. A sancire la riapertura di una relazione di reciproco interesse è stato l’incontro tenuto all’Eliseo fra il presidente francese Emmanuel Macron e l’ormai presidente Mahamat Idriss Deby Itno, generale che ha preso il potere a N’Djamena dopo la morte del padre, nell’aprile del 2023.

    “Abbiamo la responsabilità di preservare i progressi compiuti, imparare dal passato e generare nuove ambizioni in linea con le aspettative e gli interessi dei nostri rispettivi popoli”, ha dichiarato Mahamat Idriss Déby in una nota rilasciata dall’ufficio della presidenza, mentre l’Eliseo ha sottolineato che “l’attenzione non è più rivolta alla sicurezza, ma alle dinamiche degli investimenti e degli scambi culturali”, segnando un cambiamento significativo nell’approccio francese alla regione.

    In una dichiarazione congiunta, Macron e Deby affermano di aver concordato “una serie di linee guida” che fungeranno da quadro “per rivitalizzare il partenariato franco-ciadiano in aree di interesse comune per entrambi i Paesi”. Da parte sua, il Ciad è particolarmente concentrato sulla ricerca di sostegno finanziario e investitori, posizione con la quale Parigi si dichiara in linea perché desidera “adottare una prospettiva economica e culturale” in questo “partenariato rivitalizzato”. “Rivitalizzare la cooperazione economica è una priorità”, ha affermato ancora la presidenza ciadiana, citando i settori dell’energia, del digitale, dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’istruzione e della cultura. Le relazioni tra il Ciad e la sua ex potenza coloniale si erano deteriorate dopo la brusca risoluzione da parte di N’Djamena dell’accordo di difesa tra i due Paesi, annunciata nel novembre 2024.

    I due presidenti hanno anche discusso della situazione in Sudan, dove il conflitto tra l’esercito e le Forze di supporto rapido (Rsf) dall’aprile 2023 ha causato decine di migliaia di vittime e oltre 12 milioni di sfollati (dati Onu), di cui quasi un milione in Ciad. Secondo la presidenza francese, Macron e Déby hanno esortato le parti in conflitto ad attuare la tregua umanitaria proposta dal Quad – un gruppo di mediatori composto da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e hanno espresso la speranza di un contesto internazionale favorevole alla risoluzione del conflitto. Il Ciad, che condivide un confine di oltre 1.300 chilometri con il Sudan, ha denunciato le violazioni della sua integrità territoriale in seguito alla morte di due dei suoi militari a fine dicembre e di altri sette in un’incursione dell’Rsf a metà gennaio.

  • Sansal al salvo il Germania, distensione tra Francia e Algeria

    Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, e il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, potrebbero incontrarsi in Sudafrica, a margine del vertice del G20 in programma dal 22 al 23 novembre, organizzato in concomitanza con il summit congiunto Unione europea–Unione africana (Ua). “Agenzia Nova” apprende da fonti qualificate che i due leder dovrebbero tenere un faccia a faccia per dare un segnale concreto di distensione dopo oltre un anno di forte tensione diplomatica tra Parigi e Algeri. Negli ultimi mesi diversi indicatori suggeriscono un lento miglioramento del clima bilaterale. Media francesi rilevano come si siano moltiplicati i messaggi politici volti a ricostruire un canale di dialogo, dopo mesi di gelo istituzionale. In questo contesto si inserisce il recente appello dell’ambasciatore francese ad Algeri, Stéphane Romatet, che ha chiesto a Parigi un approccio “rigoroso e trasparente” verso l’Algeria, sollecitando una rapida ripresa della cooperazione nei dossier sicurezza e migrazione.

    Romatet ha insistito in particolare sulla necessità di riattivare il meccanismo dei lasciapassare consolari, considerato indispensabile per l’espulsione dalla Francia degli individui più pericolosi destinatari di ordini di rimpatrio verso l’Algeria. Diplomatici francesi hanno inoltre accolto positivamente il recente gesto umanitario concesso da Algeri allo scrittore Boualem Sansal, liberato dalla detenzione e consegnato alla Germania (Algeri aveva detto no ad analoga richiesta dell’Italia, sollecitata da Parigi). A rafforzare l’impressione di una fase di graduale normalizzazione contribuiscono anche le dichiarazioni del ministro dell’Interno francese, Laurent Nunez, che ha lasciato intendere la possibilità di una visita ufficiale ad Algeri nelle prossime settimane, su invito dell’omologo algerino.

    Secondo osservatori regionali, la liberazione di Sansal potrebbe rivelarsi un catalizzatore per la riapertura dei canali politico-diplomatici tra i due Paesi, favorendo misure di de-escalation reciproca e l’uscita dalla lunga crisi bilaterale che negli ultimi mesi aveva pressoché congelato il dialogo. Tra i dossier più sensibili restano la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel, le questioni memoriali legate al periodo coloniale, il regime dei visti, la gestione dei lasciapassare consolari e la revisione dell’Accordo del 1968 sulla migrazione algerina in Francia. Tebboune parteciperà al G20 su invito del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. Macron, impegnato in un tour africano dal 20 al 24 novembre, visiterà Mauritius, Sudafrica, Gabon e Angola, prima di partecipare al G20 e al vertice Ue–Ua.

    L’ultimo incontro diretto tra i due presidenti risale al maggio 2024, in occasione del vertice del G7 in Italia. Una visita ufficiale di Tebboune a Parigi, prevista per l’autunno 2024, era stata più volte rinviata a causa delle persistenti divergenze, in particolare sul capitolo della memoria. Istituito nel 1999, il G20 è oggi il principale forum di governance economica globale. I suoi membri rappresentano l’85 per cento del prodotto interno lordo mondiale e oltre il 75 per cento del commercio globale. Ne fanno parte Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all’Ue e – dal 2023 – all’Ua.

  • In attesa di Giustizia: rivalità transalpine

    Tra Italia e Francia sembra non esserci solo una sana rivalità ed una nobile gara sportiva nel football ma anche in materia di (in)giustizia, settore nel quale l’incertezza del risultato per la primazia non è per nulla inferiore a quella vissuta sui campi di calcio. Basti pensare che i transalpini inserirono il ripudio della pena di morte in costituzione un anno dopo aver perso la finale della Coppa del Mondo con gli azzurri sebbene quel raffinato metodo di esecuzione che è la ghigliottina fosse stato abolito con una legge ordinaria del 1981 che soppresse anche la pena capitale sia pure senza la sacralità – da noi riconosciuta nel 1948 – del canone costituzionale.

    Nel frattempo, però, da noi si offriva spettacolo con l’arresto – mediaticamente organizzato nei minimi dettagli – di Enzo Tortora le immagini del quale, se non altro, lo rappresentano con i braccialetti e non con i ceppi come Enzo Carra, politico democristiano condotto in udienza con schiavettoni ai polsi e catene per i corridoi del Tribunale di Milano richiamando alla memoria quell’Amatore Sciesa trascinato dagli sgherri austriaci per le pubbliche vie della città verso il patibolo.

    Ai francesi mancava qualcosa, si sentivano surclassati…la piazza d’onore non era abbastanza perché troppo risalente nel tempo l’ostensione di Maria Antonietta alla furia dei sanculotti mentre un carro trasferiva la Regina dalla Conciergerie a quella che oggi si chiama Place de la Concorde per tagliare la testa a colei che si era appena scusata con il boia per avergli pestato inavvertitamente un piede; all’improvviso, tuttavia, ecco presentarsi l’occasione propizia per riguadagnare posizioni nel ranking dei forcaioli: la carcerazione di Nicolas Sarkozy che con grande dignità ha scelto di costituirsi raggiungendo a piedi ed a testa alta la prigione de La Santè (un inferno da 600 posti che ospita 1200 detenuti gareggiando anche in questo settore con i nostri istituti penitenziari), accompagnato dalla moglie che lo teneva per mano. E’ un’immagine che al curatore di questa rubrica colma il cuore di tristezza, sperando di non essere il solo ad interpretarne i sottesi: questa volta non c’è nulla di gioioso in quel tenersi per mano di un uomo ed una donna che si vogliono bene, in quel gesto che molto dice della mutua protezione e dei sentimenti che dita intrecciate si sanno scambiare…all’opposto, vi è una struggente malinconia perché è sempre tragico il procedere verso una cella di uomo che sia egli innocente o malvissuto.

    Nicolas e Carla sembrano i protagonisti di una (brutta) favola moderna che non viene dettata dal cuore, dalla fantasia, da sentimenti, dal desiderio di coltivare e condividere sogni ma sembra un copione scritto dagli autori di quelle trasmissioni specializzate nella ricostruzione di crime stories che alimentano morbosa e malsana curiosità degli spettatori.

    C’è da provare disgusto per chi, quasi fosse l’arrivo del Tour de France, ha scelto di trasmettere la diretta del momento – ignominioso per chiunque – in cui Sarkozy si avvia al luogo che vide prigioniero Landru, Alfred Dreyfus e persino Apollinaire mentre sul suo cammino, si applaude ed ingiuria e c’è chi canta la Marsigliese.

    E’ tale la volgare barbarie insita nel riprendere queste immagini in nome del diritto alla informazione – ed è sempre un parere personale – da rendere questo congedo dalla libertà un momento estremamente dignitoso e struggente nel suo ultimo atto che vede Nicolas e Carla che, ancora mano nella mano, si avviano fino alla porta del carcere uniti ed insensibili alla livella che azzera privilegi e cancella sperequazioni, che ha più il sapore di una rivincita sociale che di giustizia valutando con equilibrio i fatti e sanzionandoli secondo quanto prevedono i codici, bensì come rappresentazione emotiva e risarcimento simbolico delle ingiustizie sociali.

    Tutto ciò induce a escludere qualsiasi possibilità di interrogarsi sul senso della pena e sulla sua utilità, sul suo significato se applicata nei confronti di un uomo della personalità e dell’età di Sarkozy per quanto i reati per i quali è stato condannato siano gravi: associazione a delinquere per aver consentito che i suoi collaboratori chiedessero finanziamenti illeciti al regime di Gheddafi, al fine di sostenere la campagna elettorale per le presidenziali del 2007.

    Oggi, però, non discutiamo di innocenza o colpevolezza: piuttosto si dubita della opportunità dello scempio mediatico fatto di un momento di dolce intimità che nulla ha a che vedere con il trionfo della giustizia e tra le cui righe piace leggere il capitolo una fiaba che non è finita ed e rimasta tale anche nella mesta passeggiata mano nella mano fino a La Santè.

  • Sarkozy

    Certamente chi è colpevole deve sottostare alla pena che il tribunale stabilisce, si rimane però un po’ sconcertati davanti ad un ex presidente della repubblica detenuto alla Santé in un Paese che ha difeso strenuamente terroristi ed assassini italiani e nel quale molti veri criminali, come in Italia, purtroppo restano liberi.

    Non so se Sarkozy sia innocente o meno, l’appello, forse, farà maggiore chiarezza e gli darà ragione, lui infatti sostiene strenuamente la sua innocenza, alla quale vogliamo credere.

    Non dimentico i diversi momenti di incontro che abbiamo avuto al Parlamento Europeo e all’Eliseo, durante la presidenza francese dell’Unione Europea quando ricoprivo l’incarico di copresidente del gruppo UEN, e le sue dichiarazioni a favore di un’Europa più libera e forte, anche partendo dalla difesa della cultura e dell’agricoltura e sottolineando come fosse opportuno non fare aderire all’Unione paesi, come la Turchia, con valori diversi dai nostri.

    Sappiamo che nel recente passato, per altri motivi, personaggi, che avevano difeso la Francia anche a rischio della propria incolumità, hanno assaporato le patrie galere per difendere la ragione ed il segreto di Stato, o hanno rischiato la detenzione.

    In ogni caso la presenza di tanti cittadini, che alla sua uscita di casa hanno intonato la Marsigliese, la giusta decisione del Presidente Macron di incontrarlo, prima dell’inizio della detenzione, ci fanno sperare che si possa arrivare presto alla verità e che comunque per l’ex Presidente Sarkozy siano, nell’attesa, predisposte misure diverse al carcere.

    E’ pur vero che in Francia, nel passato, si mandò al patibolo anche il re e la sua famiglia ma ci auguriamo che oggi ci siano magistrati, indipendenti dai partiti, che sappiano giudicare la politica in modo corretto e coerente.

  • I Maranza e la loro rivoluzione

    Arriva dalla Francia e si intitola Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie il libro di Houria Bouteldja che si definisce ‘scrittrice e militante antirazzista’, nonché ‘tra le fondatrici del Partito degli indigeni della repubblica’.  Ma chi sono i Maranza e perché tanta attenzione verso di loro? Sono le nuove leve dell’antifascismo? Come si legge in un articolo del Secolo d’Italia, a commento del libro, sono i figli di seconda e terza generazione dell’immigrazione. Giovani, in alcuni casi giovanissimi, arabi e africani pronti a sfoggiare la propria rabbia contro le istituzioni, anzi più semplicemente dotati di una vitalità smodata incapace di essere incanalata e pronti a sfogarla appena ne hanno occasione”. Dalle nostre parti, in Italia, sono al tempo temuti e derisi, per codici e per abbigliamento: tute di squadre da calcio, marchi famosi, borsello, “scarpe da pusher” o, addirittura, in calze con le ciabatte, come è capitato di vedere durante gli ultimi scontri in occasione delle manifestazioni pro Pal. Catalogati in quell’occasione come antagonisti, termine ormai d’uso comune per definire quelle frange di facinorosi che si infiltrano nei cortei per mettere a ferro e fuoco le citta, in realtà con quella violenza ‘storica’ hanno in comune forse solo i metodi (sprangate e incendi). Ed in pochi ne hanno colto l’essenza del loro malessere che, come si chiede il Secolo, potrebbe essere un nuovo racconto dell’antifascismo militante dovuto ad una ‘non saldatura’ con il territorio, la società, la politica. E sempre dall’articolo si legge, a proposito di questa nuova sinergia tra esponenti dei centri sociali e i Maranza: “Il tempo ci dirà se Stazione centrale e i sassi lanciati sulla tangenziale di Milano, durante lo sciopero del 3 ottobre, saranno prassi o fuggevoli unioni di scopo (in questo caso Gaza). Intanto, per un attimo, stacchiamo lo sguardo dallo scenario locale e andiamo in Francia. Perché dall’altra parte delle Alpi c’è chi questa comunanza di intenti la vede e vuole alimentarla”. Come fa, dalle sue pagine, Houria Bouteldja che cerca di dare “una struttura politica al disagio, al malessere e alle vere o presunte ingiustizie sociali”. Questa orda di giovani, coi loro codici e il loro vestiario, a detta della Bouteldja, mostrano che “qualcosa si è rotto ed è il ‘patto razziale’ portando alla nascita di due fazioni ‘opposte al blocco borghese’. Da una parte la ‘classe operaia, certamente integrata nel progetto nazionale’ e dall’altra i ‘dannati della terra, esclusi dal progetto nazionale’. Il passo successivo, come nota il quotidiano, è la lotta alla bianchezza, che per la Bouteldja, “si materializza attraverso tutte le sfumature possibili in base alla loro appartenenza sociale e geografica, al loro orientamento politico, al loro genere e alla loro età”. Emerge chiaro, dalle pagine, che il vero nemico è l’Europa e quello che rappresenta e quello che ha rappresentato, leggasi colonialismo. Quella dei Maranza, alla luce del racconto che ne fa la Bouteldja, è “la costruzione sul vuoto, perché essere i diseredati della storia vuol dire non avere radici, ripudiando l’identità che è l’architrave di ogni cosa”.

  • Salvini non ha il senso delle istituzioni farlo restare al governo è un danno all’interesse nazionale

    Salvini non ha il senso delle istituzioni e farlo restare al governo è un danno per l’interesse nazionale.

    Contrariamente a quanto sostiene da tempo Salvini, e solo per spirito di verità, non risulta a nessuno che il Presidente della Francia Emmanuel Macron voglia andare a combattere in Russia, ma, insieme al Premier Inglese Keir Starmer, ha dato vita alla  Coalizione dei Volonterosi, a cui hanno aderito molti altri Paesi anche fuori dell’Europa, per realizzare la necessaria e indispensabile rete di sicurezza attorno all’Ucraina, dopo la fine dei combattimenti, e non durante i combattimenti, per evitare possibili future aggressioni della Russia.

    Quindi non solo Salvini ha più volte offeso sul piano personale il Presidente di un Paese alleato e importante dell’Unione Europea, ma lo ha fatto sulla base di una fake news, utile solo per fare polemica e raccattare una manciata di voti da qualche balordo, essendo la sua politica priva di idee e fondata solo su slogan e insulti quotidiani.

    Ma anche se fosse vera l’accusa a Macron, se cioè il presidente francese avesse per davvero questo prurito di combattere contro la Russia, a che titolo Salvini si permette di attaccarlo sul piano personale, insultarlo e perfino schernirlo?

    E, infatti, non ha nessun diritto di farlo, e, al massimo, nella veste di leader della Lega, può dissentire e criticare le posizioni politiche espresse, ma mai scendere ad un livello di insulti di osteria.

    Ma Salvini non è solo il leader della Lega, è anche vicepremier, oltre che ministro delle Infrastrutture, e come tale non ha alcun diritto di intervenire su argomenti di competenza di altri colleghi, come nel caso in specie la politica estera, di esclusiva competenza del Ministro degli Esteri e del Premier.

    Salvini forse, dopo tanti anni, non ha ancora capito l’importanza del suo ruolo di stare al Governo, perché viola tutte le regole e mette in cattiva luce il governo e il Paese, ed in particolare il Premier che, da parte sua, e per paura di perdere la maggioranza, invece di richiamare il vice premier ai suoi doveri e al rispetto dei suoi limiti, diffidandolo da ulteriori inaccettabili provocazioni come l’attacco a Macron,  tace e avalla di fatto una azione gravissima, e impensabile fino a pochi anni fa, prima che la politica della confusione, dell’insulto e della manipolazione, prendesse piede.

    Per questo, nel silenzio del Premier Meloni, e nell’evidente imbarazzo nazionale ed Europeo degli insulti gratuiti subiti da Macron da un componente del governo italiano, il Presidente della Repubblica, in assenza di un governo consapevole dei propri doveri, dovrebbe valutare come operare per fermare una buona volta questa scheggia senza controllo, che mette a rischio costante la difesa dell’interesse nazionale.

  • Esproprio in Niger: azienda francese dell’uranio passa in mano al governo africano

    Dopo diversi mesi di crisi, la giunta militare al potere in Niger ha annunciato la nazionalizzazione della compagnia Somair, filiale locale del colosso francese dell’uranio Orano, che ne aveva perso il controllo operativo nel dicembre scorso. Lo ha riferito l’emittente statale nigerina “Rtn”, che cita una nota della giunta secondo cui la decisione è stata presa “in risposta al comportamento irresponsabile, illegale e sleale di Orano, una società di proprietà dello Stato francese, uno Stato apertamente ostile al Niger”. Attraverso questa nazionalizzazione, si legge nella dichiarazione, “le azioni e i beni di Somair vengono trasferiti integralmente e in piena proprietà allo Stato del Niger” e gli azionisti riceveranno un indennizzo. Negli ultimi mesi Orano ha annunciato la perdita del controllo operativo delle sue tre filiali minerarie in Niger: il giacimento di Imouraren, la miniera di Cominak e la miniera di Somair. Il gruppo francese, che tuttavia mantiene una quota di maggioranza di oltre il 60 per cento in queste filiali, ha quindi avviato diverse procedure arbitrali internazionali contro lo Stato del Niger.

    Il mese scorso Orano si è detta aperta alla possibilità di vendere i suoi siti di uranio nel nord del Niger. Orano, leader nel settore nucleare, affronta notevoli difficoltà in Niger dal colpo di Stato con cui il 26 luglio 2023 sono saliti al potere i militari. Nel quadro di un progressivo allontanamento da Parigi – con la rottura degli accordi di difesa e sicurezza – e della revisione del sistema di sfruttamento delle materie prime nazionali da parte di imprese straniere, la giunta militare ha messo in forte difficoltà la compagnia francese. Dei tre siti gestiti storicamente dal gruppo francese, quello di Akuta – operato dalla Akokan Mines Company (Cominak) – è chiuso dal 2021, mentre a giugno del 2023 Orano si è vista ritirare il permesso di esercizio nel deposito di Imouraren, tra le più grandi miniere di uranio al mondo. Se la miniera di Somair è ancora attiva, infine, la compagnia francese ne ha perso il controllo operativo a dicembre scorso. Il sito minerario ha un valore stimato in 250 milioni di euro.

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