gas

  • Il pragmatismo tedesco ed il paradigma ideologico italiano

    Il pragmatismo tedesco si dimostra ancora una volta vincente nel confronto con l’approccio  ideologico  italiano soprattutto in occasione di  un simile  periodo di crisi che si protrae dal marzo 2020. Lufthansa, solo per fornire un esempio, rimane in attesa dei tempi biblici della burocrazia italiana per acquisire i sedimenti di quella che una volta era la compagnia di bandiera  Alitalia ora Ita, “risanata” con finanziamenti pubblici, proposta dai piazzisti italici e forse ceduta alla compagnia tedesca.

    La Germania, inoltre, dimostra ancora una volta la massima attenzione per le proprie priorità anche nell’affrontare la crisi energetica, riuscendo ad imporre in sede comunitaria l’approvazione di un accordo relativo all’embargo europeo del petrolio russo, e per di più con l’appoggio dell’Italia, che ne esclude però quello  “consegnato” attraverso l’oleodotto.

    Quindi, l’embargo ed i suoi nefasti effetti non si manifesteranno in modalità così drammatiche per l’economia tedesca quanto, invece, per la nostra come inevitabile conseguenza del semplice fatto che il greggio russo in Italia viene  importato via mare e quindi è soggetto all’embargo europeo.

    Il nostro sistema economico si appresta, quindi, a subire ogni conseguenza imputabile ad una minore disponibilità di greggio per una decisione comunitaria la quale ha di fatto salvato l’economia tedesca.

    Risulta, poi, paradossale come in questo periodo storico alla guida del Paese tedesco si trovi una coalizione di centro-sinistra con ministri di chiara estrazione ambientalista.

    Tuttavia, di fronte alla progressiva riduzione della disponibilità di gas russo, magari ob torto collo, tutto il governo si è dimostrato deciso nel riaprire le centrali a carbone con l’obiettivo di mantenere il più possibile inalterata la disponibilità energetica per il sistema industriale della Germania e conseguentemente il livello occupazionale.

    Nel nostro Paese, viceversa, il ministro Cingolani, espressione di una “plasticità” ideologica intesa come l’incapacità di comprendere l’eccezionalità del momento, si ostina a non voler riattivare le trivellazioni dei giacimenti di gas naturale di cui l’Italia dispone. I nostri giacimenti di gas naturale, va ricordato, sono secondi per grandezza ed importanza solo a quelli norvegesi in Europa e dai quali la vicina Croazia ha già aumentato del 20% le proprie estrazioni per contenere la minore disponibilità di gas russo e calmierarne  il prezzo.

    L’approccio prettamente ideologico seguito dal governo, ed in particolare dal ministro Cingolani, nella semplice applicazione di una granitica ideologia nonostante il nostro Paese si trovi all’interno di un periodo storico eccezionale nella sua articolata gravità, dimostra ancora una volta come il problema italiano sia l’applicazione hic et nunc di un qualsiasi paradigma ideologico, indipendentemente dal contesto storico e dalla specificità del nostro Paese (1. Assoluta dipendenza energetica, 2. Inflazione energetica fuori controllo solo per offrire due esempi).

    Una conseguente ed inevitabile considerazione porta ad individuare proprio in questa banale applicazione ideologica, che esprime una incapacità di analisi in relazione al contesto storico, la principale ragione del declino del nostro Paese il quale negli ultimi 30 anni risulta l’ultimo in Europa per crescita e disponibilità di reddito (-3,7%) mentre la Germania ha visto accrescere la disponibilità economica per i propri cittadini del +34,7%.

    Il pragmatismo tedesco, in altre parole, specialmente in questo contesto, dimostra contemporaneamente una sensibilità e soprattutto una volontà da parte della classe politica nazionale individuabile nel mantenimento del sistema economico e contemporaneamente nell’assicurare il massimo livello di occupazione possibile.

    Viceversa le strategie italiane dimostrano semplicemente come, anche in questo contesto di estrema difficoltà, un qualsiasi paradigma ideologico risulti prevalente nella definizione della strategia economica e politica del governo nazionale.

    L’italico approccio ideologico alle sempre più complesse situazioni economiche e politiche può già da oggi venire indicato come il vero responsabile del disastro prossimo venturo del nostro Paese.

  • REPowerEU: un piano per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde

    La Commissione europea ha presentato il piano REPowerEU, la sua risposta alle difficoltà e alle perturbazioni del mercato mondiale dell’energia causate dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La trasformazione del sistema energetico europeo è urgente per due motivi: porre fine alla dipendenza dell’UE dai combustibili fossili della Russia, che sono usati come arma economica e politica e costano ai contribuenti europei quasi 100 miliardi di € all’anno, e affrontare la crisi climatica. Agendo come Unione, l’Europa può affrancarsi più rapidamente dai combustibili fossili russi. L’85% degli europei ritiene che l’UE dovrebbe ridurre quanto prima la sua dipendenza dal gas e dal petrolio russi per sostenere l’Ucraina. Le misure contenute nel piano REPowerEU possono aiutare a realizzare questa ambizione attraverso il risparmio energetico, la diversificazione dell’approvvigionamento energetico e una più rapida diffusione delle energie rinnovabili per sostituire i combustibili fossili nelle case, nell’industria e nella generazione di energia elettrica.

    La trasformazione verde rafforzerà la crescita economica, la sicurezza e l’azione per il clima a beneficio dell’Europa e dei nostri partner. Il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF), fulcro del piano REPowerEU, sostiene la pianificazione e il finanziamento coordinati delle infrastrutture transfrontaliere e nazionali e i progetti e le riforme nel settore dell’energia. La Commissione propone di apportare modifiche mirate al regolamento RRF per integrare specifici capitoli REPowerEU nei piani per la ripresa e la resilienza degli Stati membri (PRR) attualmente esistenti, in aggiunta alle numerose riforme e investimenti già presenti in tali piani. Le raccomandazioni specifiche per paese del semestre europeo 2022 daranno un contributo a questo processo.

    Il risparmio energetico è il modo più rapido ed economico di far fronte all’attuale crisi energetica e far diminuire le bollette. La Commissione propone di rafforzare le misure di efficienza energetica a lungo termine, tra cui un aumento dal 9% al 13% dell’obiettivo vincolante di efficienza energetica fissato nell’ambito del pacchetto legislativo “Pronti per il 55%” (Fit for 55) connesso al Green Deal europeo. Risparmiare energia adesso ci aiuterà a prepararci alle possibili sfide del prossimo inverno. Per questo motivo la Commissione ha pubblicato oggi una comunicazione sul risparmio energetico che illustra in dettaglio i cambiamenti nei comportamenti che potrebbero ridurre del 5% la domanda di gas e petrolio a breve termine e incoraggia gli Stati membri ad avviare campagne di comunicazione ad hoc rivolte alle famiglie e all’industria. Gli Stati membri sono inoltre invitati ad applicare misure fiscali per favorire il risparmio energetico, come aliquote IVA ridotte sui sistemi di riscaldamento efficienti, l’isolamento degli edifici e gli apparecchi e i prodotti efficienti sotto il profilo energetico. La Commissione definisce inoltre misure di emergenza in caso di grave interruzione dell’approvvigionamento e pubblicherà orientamenti sui criteri di priorità per i clienti, oltre ad agevolare l’elaborazione di un piano di riduzione della domanda coordinato a livello dell’UE.

    L’UE collabora da diversi mesi con partner internazionali per diversificare l’approvvigionamento, ed è riuscita a garantire livelli record di importazioni di GNL e maggiori forniture di gas via gasdotti. La piattaforma dell’UE per l’energia, di recente creazione e sostenuta dalle task force regionali, consentirà acquisti comuni volontari di gas, GNL e idrogeno aggregando la domanda, ottimizzando l’uso delle infrastrutture e coordinando i contatti con i fornitori. Per la tappa successiva, riproducendo l’ambizione del programma di acquisto comune dei vaccini, la Commissione valuterà la possibilità di sviluppare un “meccanismo di acquisto congiunto” che negozi e concluda contratti di acquisto di gas per conto degli Stati membri aderenti. La Commissione prenderà inoltre in considerazione misure legislative che impongano agli Stati membri di diversificare nel tempo l’approvvigionamento di gas. La piattaforma consentirà inoltre l’acquisto congiunto di idrogeno rinnovabile.

    La strategia esterna dell’UE per l’energia adottata oggi faciliterà la diversificazione energetica e la creazione di partenariati a lungo termine con i fornitori, compresa la cooperazione in materia di idrogeno o di altre tecnologie verdi. In linea con il Global Gateway, la strategia dà priorità all’impegno dell’UE a favore della transizione energetica verde e giusta a livello mondiale, aumentando il risparmio energetico e l’efficienza energetica per ridurre la pressione sui prezzi, promuovendo lo sviluppo delle rinnovabili e dell’idrogeno e intensificando la diplomazia energetica. Nel Mediterraneo e nel Mare del Nord saranno sviluppati importanti corridoi per l’idrogeno. Di fronte all’aggressione della Russia, l’UE sosterrà l’Ucraina, la Moldova, i Balcani occidentali e i paesi del partenariato orientale, insieme ai partner più vulnerabili. Continueremo a collaborare con l’Ucraina per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e il funzionamento del settore energetico, preparando nel contempo la strada agli scambi futuri di energia elettrica e idrogeno e ricostruendo il sistema energetico nel quadro dell’iniziativa REPowerUkraine.

    Una massiccia espansione e accelerazione delle energie rinnovabili nella generazione di energia elettrica, nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti ci consentirà di conseguire l’indipendenza più in fretta, darà impulso alla transizione verde e abbasserà i prezzi nel tempo. La Commissione propone di aumentare dal 40% al 45% l’obiettivo principale per il 2030 per le rinnovabili nell’ambito del pacchetto “Pronti per il 55%”. Questa maggiore ambizione generale getterà le basi per altre iniziative, tra cui:

    • una strategia dell’UE per l’energia solarevolta a raddoppiare la capacità solare fotovoltaica entro il 2025 e installare 600 GW entro il 2030;
    • un’iniziativa per i pannelli solari sui tetticon l’introduzione graduale di un obbligo giuridico di installare pannelli solari sui nuovi edifici pubblici, commerciali e residenziali;
    • il raddoppio del tasso di diffusione delle pompe di caloreunito a misure per integrare l’energia geotermica e termosolare nei sistemi di teleriscaldamento e di riscaldamento collettivo;
    • una raccomandazionedella Commissione per affrontare la lentezza e la complessità delle procedure di autorizzazione per i grandi progetti in materia di rinnovabili e una modifica mirata della direttiva sulle energie rinnovabili affinché queste ultime siano riconosciute come interesse pubblico prevalente. Gli Stati membri dovrebbero istituire zone di riferimento specifiche per le rinnovabili con procedure di autorizzazione abbreviate e semplificate in presenza di minori rischi ambientali. Per agevolare la rapida individuazione di tali zone, la Commissione mette a disposizione serie di dati sulle zone sensibili dal punto di vista ambientale nell’ambito del suo strumento di mappatura digitale dei dati geografici relativi all’energia, all’industria e alle infrastrutture;
    • la definizione di un obiettivo di 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile prodotto internamentee 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile importato entro il 2030 per sostituire gas naturale, carbone e petrolio nei trasporti e nei settori industriali difficili da decarbonizzare. Per stimolare il mercato dell’idrogeno i colegislatori dovrebbero concordare obiettivi secondari più ambiziosi per settori specifici. Sono inoltre in pubblicazione due atti delegati della Commissione sulla definizione e la produzione di idrogeno rinnovabile per garantire che quest’ultima porti alla decarbonizzazione netta. Per accelerare i progetti connessi all’idrogeno, sono stati stanziati finanziamenti supplementari pari a 200 milioni di € a favore della ricerca e la Commissione si impegna a completare la valutazione dei primi importanti progetti di comune interesse europeo entro l’estate;
    • un piano di azione per il biometano, che definisce strumenti tra cui un nuovo partenariato industriale per il biometano e incentivi finanziari per portare la produzione a 35 miliardi di metri cubi entro il 2030, anche attraverso la politica agricola comune.

    La sostituzione del carbone, del petrolio e del gas naturale nei processi industriali ridurrà le emissioni di gas a effetto serra e rafforzerà la sicurezza e la competitività. Il risparmio energetico, l’efficienza, la sostituzione dei combustibili, l’elettrificazione e una maggiore diffusione dell’idrogeno rinnovabile, del biogas e del biometano ad opera dell’industria potrebbero far risparmiare fino a 35 miliardi di metri cubi di gas naturale entro il 2030 in aggiunta a quanto previsto dalle proposte del pacchetto “Pronti per il 55%”.

    La Commissione proporrà contratti per differenza sul carbonio per sostenere l’adozione dell’idrogeno verde da parte dell’industria e finanziamenti specifici per REPowerEU nell’ambito del Fondo per l’innovazione, utilizzando i proventi dello scambio di quote di emissioni per favorire ulteriormente la fine della dipendenza dai combustibili fossili russi. La Commissione fornisce inoltre orientamenti in materia di energie rinnovabili e di accordi di compravendita di energia elettrica e metterà a punto uno strumento di consulenza tecnica con la Banca europea per gli investimenti. Per mantenere e riconquistare la leadership tecnologica e industriale in settori quali l’energia solare e l’idrogeno, e sostenere la forza lavoro, la Commissione propone di istituire un’alleanza industriale per il solare nell’UE e un partenariato su vasta scala per le competenze. La Commissione intensificherà inoltre i lavori sull’approvvigionamento di materie prime critiche e preparerà una proposta legislativa al riguardo.

    Per migliorare il risparmio energetico e l’efficienza nel settore dei trasporti e accelerare la transizione verso veicoli a emissioni zero la Commissione presenterà un pacchetto per l’inverdimento del trasporto merci, e prenderà in considerazione un’iniziativa legislativa per aumentare la quota di veicoli a emissioni zero nei parchi auto pubblici e aziendali al di sopra di una determinata dimensione. La comunicazione sul risparmio energetico comprende anche molte raccomandazioni rivolte alle città, alle regioni e alle autorità nazionali che possono contribuire efficacemente alla sostituzione dei combustibili fossili nel settore dei trasporti.

    Per centrare gli obiettivi di REPowerEU servono 210 miliardi di € di investimenti supplementari entro il 2027, in un’ottica di indipendenza e sicurezza future. Inoltre tagliare le importazioni di combustibili fossili dalla Russia può farci risparmiare quasi 100 miliardi di € l’anno. Questi investimenti devono essere sostenuti dal settore pubblico e privato a livello nazionale, transfrontaliero e dell’UE.

    A sostegno di REPowerEU sono già disponibili 225 miliardi di € sotto forma di prestiti nell’ambito del dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF). Oggi la Commissione ha adottato atti giuridici e orientamenti a uso degli Stati membri sulla modifica e l’integrazione dei piani per la ripresa e la resilienza nel contesto di REPowerEU. La Commissione propone inoltre di aumentare la dotazione finanziaria dell’RRF di 20 miliardi di € sotto forma di sovvenzioni, provenienti dalla vendita di quote di emissioni del sistema ETS attualmente detenute nella riserva stabilizzatrice del mercato. L’asta dovrebbe svolgersi in modo da non perturbare il mercato. Oltre a ridurre le emissioni e l’uso dei combustibili fossili, infatti, l’ETS serve anche a raccogliere i fondi necessari per raggiungere l’indipendenza energetica.

    L’attuale quadro finanziario pluriennale prevede già che la politica di coesione sostenga progetti di decarbonizzazione e transizione verde con investimenti fino a 100 miliardi di € nelle energie rinnovabili, nell’idrogeno e nelle infrastrutture. Attraverso trasferimenti volontari all’RRF potrebbero essere messi a disposizione altri 26,9 miliardi di € dai fondi di coesione e 7,5 miliardi di € dalla politica agricola comune. La Commissione raddoppierà i finanziamenti destinati all’invito a presentare proposte su larga scala del Fondo per l’innovazione in calendario per l’autunno 2022, portandoli a circa 3 miliardi di €.

    Le reti transeuropee nel settore dell’energia (TEN-E) hanno contribuito a creare nell’UE un’infrastruttura del gas resiliente e interconnessa. Per integrare i progetti inclusi nell’elenco dei progetti di interesse comune (PIC) e compensare appieno la futura perdita di importazioni di gas russo sono necessarie infrastrutture supplementari per il gas di portata limitata, che secondo le stime richiederanno circa 10 miliardi di € di investimenti. È possibile soddisfare le esigenze di sostituzione del prossimo decennio senza restare vincolati ai combustibili fossili, creare attivi non recuperabili o pregiudicare le nostre ambizioni climatiche. Per adattare la rete elettrica alle esigenze future sarà fondamentale anche imprimere un’accelerazione ai PIC nel settore dell’energia: il meccanismo per collegare l’Europa fornirà sostegno in tal senso e la Commissione ha pubblicato oggi un nuovo invito a presentare proposte con un budget di 800 milioni di €, cui ne seguirà un altro all’inizio del 2023.

    Fonte: Commissione europea

  • L’Italia punta sull’Africa per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo

    La “campagna del gas” avviata dal governo italiano per ridurre la dipendenza energetica da Mosca procede a ritmo sostenuto, e dopo l’Algeria e l’Egitto, è stata la volta dell’Angola e del Congo. Costretto a casa dal Covid-19, il premier Mario Draghi ha dovuto dare forfait alla missione e così la delegazione è stata guidata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dal titolare della Transizione ecologica Roberto Cingolani, accompagnati dall’ad di Eni Claudio Descalzi. Il 20 aprile firma a Luanda di una joint-venture ad ampio raggio nel settore energetico per la produzione di materie prime (petrolio, gas naturale e gas naturale liquefatto) spingendo anche sulle fonti rinnovabili. Successivamente la lettera d’intenti per rafforzare la cooperazione energetica tra Roma e Brazzaville cui si aggiunge anche un accordo ad hoc firmato da Eni con il ministro congolese degli Idrocarburi che dà ufficialmente il via all’estrazione di Gnl nel 2023. Proprio nell’ottica di rafforzare la cooperazione nel settore energetico, Roma sta usando le ottime relazioni che il gruppo energetico italiano ha costruito in circa 70 anni di presenza in Africa, dove è leader sia in termini di produzione che di riserve.

    L’intenzione del governo italiano è di sviluppare un progetto già avviato da Eni nel paese africano, provando così a rendere indipendente il nostro Paese dalle forniture di Gazprom prima ancora che in sede europea si trovi una posizione unica sul pagamento delle forniture. L’anno scorso il gigante russo energetico ha garantito oltre 29 miliardi di metri cubi di metano. Il gas aggiuntivo dei giacimenti angolani e congolesi arriverebbe sotto forma di Gnl, gas naturale liquefatto, e proprio per questo il Governo italiano sta lavorando anche a un maggior utilizzo dei terminali di gassificazione, che in Italia attualmente sono tre. Peraltro i piani di Eni prevedono una crescita di investimenti e attività nei Paesi africani nei prossimi anni: a sud del Sahara i principali hub dell’Eni si trovano in Congo, Angola, Nigeria e Mozambico, aree in cui le attività estrattive sono aumentate in modo considerevole.

    Nel 2020, la produzione annuale di gas della società guidata da Descalzi è ammontata a 1,4 miliardi di metri cubi mentre quella complessiva di idrocarburi è stata pari a 27 milioni di boe. Con l’accordo siglato ora, viene impresso un sensibile colpo d’accelerazione alla produzione di gas in Congo: tramite lo sviluppo del progetto di gas naturale il cui avvio è previsto nel 2023, si punta a ottenere una capacità a regime di oltre 3 milioni di tonnellate/anno (oltre 4,5 miliardi di metri cubi/anno). L’export di gnl permetterà così di valorizzare la produzione di gas eccedente la domanda interna congolese. La Repubblica del Congo ed Eni hanno anche concordato la definizione di iniziative di decarbonizzazione per la promozione della transizione energetica sostenibile nel Paese. L’ad di Eni ha spiegato che così facendo il Congo è diventato “un laboratorio di energie future con tecnologia italiana. Per questo – ha aggiunto – è un momento importante per entrambi i Paesi e anche per la nostra società”. Descalzi ha ricordato che Eni è l’unico produttore di gas ma che ora “stiamo ampliando la nostra attività a tutta la parte agricola per creare biocarburanti, al solare, all’economia circolare”.

    Soddisfatto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che, in conferenza stampa, ha sottolineato come l’operazione di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia rappresenti per l’Italia una “priorità”. Non solo, ma il governo italiano sta lavorando “duramente” anche sull’istituzione di un tetto al prezzo del gas europeo, su cui alcuni Paesi dell’Eurozona hanno espresso perplessità. E invece, ha sottolineato, “per noi rappresenta una priorità – ha aggiunto – e ci aspettiamo sostegno su questo”. Anche il titolare del dicastero della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha rilevato l’importanza dell’accordo in Congo in questo senso e “l’Italia è uno dei paesi più virtuosi” in questo percorso. Parole di apprezzamento per l’intesa in Congo sono state espresse dal ministro congolese degli Affari esteri, della francofonia e dei congolesi all’estero Jean-Claude Gakosso che ha così commentato: “Si dice che tutto il mondo passa attraverso l’energia. Siamo felici di concludere accordo con l’Italia, e anche con Eni che qui si è dedicata anche in altri campi come la ricerca. Ma oggi si apre una strada nuova, quella della transizione energetica, una sfida che Eni è riuscita a cogliere”. Dopo la firma al ministero degli Affari Esteri, la delegazione italiana è stata ricevuta dal presidente della repubblica del Congo, Denis Sassou N’Guesso.

  • Bruxelles rimane scettica sull’idea di un prezzo amministrato per il gas

    La proposta di fissare un tetto al prezzo del gas potrebbe rompere il mercato unico. Il dubbio, difficile da dissipare, frena Bruxelles dal concedere a Spagna e Portogallo il via libera a procedere con la loro ‘eccezione iberica’ di limitare il prezzo del gas in via temporanea e straordinaria. Tenendo con il fiato sospeso anche l’Italia che vorrebbe procedere sulla strada aperta da Madrid e Lisbona per intervenire contro il caro-energia acutizzato dalla guerra in Ucraina. E, nel frattempo, ha chiuso l’intesa sul gas con l’Algeria e procede a grande velocità per ridurre la dipendenza dalla Russia.

    Ferma ormai da due settimane sul tavolo dei tecnici della Commissione europea, la richiesta dei due premier Pedro Sanchez e Antonio Costa – vinte al tavolo del vertice europeo di fine marzo le resistenze politiche dei Paesi che difendono il libero mercato capeggiati dall’Olanda – si deve confrontare con le perplessità dell’esecutivo comunitario. Che non nega la legittimità dell’istanza e l’eccezionalità della condizione dei due Paesi mediterranei, ma vorrebbe più chiarezza sulle modalità di finanziamento. E si chiede se il meccanismo non apra un precedente pericoloso per il mercato unico. Se regolare il prezzo del gas nella sola Penisola iberica poco connessa con il resto dell’Ue, è il ragionamento, potrebbe già comportare ricadute sulla vicina Francia, che cosa succederebbe se a richiederlo fosse un Paese più interconnesso? Una questione su cui Bruxelles sta cercando di ragionare, stretta tra la sacralità della libera concorrenza, i costi da sostenere per la transizione climatica e la situazione di massima tensione con la Russia. L’urgenza dei rincari sempre più pesanti per le bollette di imprese e cittadini fa comunque aumentare il pressing anche da parte dell’Italia che, per bocca della vice ministra agli Affari esteri, Marina Sereni, dal Lussemburgo è tornata a spingere per un impegno dell’Europa su “misure regolatorie immediate anche temporanee”. Vale a dire il tetto temporaneo al prezzo del gas all’ingrosso – che potrebbe aggirarsi intorno agli 80 euro per megawattora per almeno tre mesi – e la riforma, voluta a gran voce anche dalla Francia, per disaccoppiare il prezzo del gas e quello dell’energia.

    Le proposte dell’Ue dovrà in ogni caso arrivare entro la fine del mese, dopo un’attenta lettura del rapporto tecnico dell’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer). Il dossier resta complesso e a frenare sono soprattutto la Germania e l’Olanda, che controlla il mercato internazionale Ttf. Quello che in gergo tecnico si chiama ‘decoupling’ per evitare il ‘contagio’ del caro-gas alle bollette dell’elettricità, potrebbe essere un ‘boomerang’ che, secondo L’Aja, potrebbe causare una distorsione della concorrenza e una riduzione degli investimenti nelle rinnovabili, facendo naufragare gli obiettivi climatici dell’Ue. Nel suo faccia a faccia con Mark Rutte, Mario Draghi ha cercato di fargli cambiare idea incassando un’apertura a studiare tutte le possibilità e a usare il ‘pragmatismo’. Il resto potrebbero farlo gli sviluppi sui prezzi provocati dalla guerra.

  • Quale “sviluppo” delle estrazioni di gas nazionale?

    Da oltre un anno il governo Draghi e il ministro Cingolani hanno ripetutamente affermato come entrambi considerino fondamentale, per attenuare gli effetti devastanti della escalation dei costi energetici per imprese e cittadini, puntare sullo sviluppo della estrazione di gas da giacimenti italiani passata nei primi anni 90 dai 21 milioni di metri cubi a poco più di 3,4 del 2021, a fronte di un consumo nazionale di 76 miliardi di metri cubi.

    Il 4 di aprile, all’interno di un mio breve intervento, avevo pubblicato invece il costante trend negativo relativo all’estrazione di tutto il 2021 (oltre -18%) e di febbraio 2022 (oltre -24%) i quali, senza alcun dubbio, ponevano in ridicolo le affermazioni tanto del ministro della Transizione energetica quanto del Presidente del Consiglio dimostrando, infatti, come le estrazioni di gas da giacimenti nazionali diminuissero progressivamente da mesi https://www.ilpattosociale.it/…/solo-chiacchiere-e…/.

    Nel frattempo lo stesso governo, verso la fine del 2021, ha approvato ed introdotto un nuovo protocollo definito Pitesai all’interno del quale vengono definiti i nuovi protocolli per identificare le aree del territorio italiano in cui vengano consentite la ricerca e successivamente l’estrazione di gas naturale. Sulla base di questo nuovo atto governativo nei soli pochi ultimi mesi, durante i quali all’aumento dei costi energetici legati all’inflazione si sono aggiunte le conseguenze dell’evento bellico, risultano rifiutate quarantadue (42) su quarantacinque (45) richieste di attività di ricerca sul territorio nazionale finalizzate a creare nuove quote estrattive.

    In pieno questo delirio ambientalista si aggiunga, poi, come delle centotto (108) attività estrattive già operative da anni circa il 70% potrebbe essere soggetto a sospensione in quanto questa attività avviene all’interno di zone definite ora non idonee, quindi  ex post, proprio sulla base di questo nuovo protocollo del governo Draghi nel 2021.

    E’ evidente come tanto Draghi quanto Cingolani abbiano dimostrato ampiamente di aver mentito nelle loro dichiarazioni pubbliche e di operare contro lo sviluppo dell’attività estrattiva da giacimenti nazionali.

    I dati pubblicati nel mio intervento del 4 aprile vengono confermati e rappresentano ora, alla luce di questo protocollo, addirittura la cristallina espressione di una strategia governativa che si manifesta come sintesi nefasta della follia ideologica ambientalista ma anche di una incapacità intellettuale nel comprendere il momento storico di estrema difficoltà per le imprese e per i cittadini italiani in relazione ai costi energetici e alle bollette.

    Quando qualcuno riduce la complessa questione energetica ad una banale e retorica scelta tra un grado di aria condizionata o di riscaldamento e la pace non ci si può decisamente attendere nulla più di questo.

  • Alberghi in allarme per il caro energia “insostenibile”

    “Nel settore alberghiero, stiamo vivendo la tempesta perfetta. Prima è arrivata la pandemia, poi la guerra e con quella il rincaro energetico. Secondo le nostre stime il costo dell’energia passerà dal 5% al 20% nel fatturato delle imprese, ed è insostenibile”. Lo ha detto la presidente di Confindustria Alberghi Maria Carmela Colaiacovo, nella conferenza stampa alla Camera “Caro energia, è allarme per il settore alberghiero. La crisi energetica dopo due anni di pandemia, impatti sulle imprese alberghiere e sui servizi”, su iniziativa dell’onorevole Maria Teresa Baldini (Italia Viva) organizzata da Confindustria Alberghi e Assosistema Confindustria.

    “Speriamo che il governo inizi a strutturare gli interventi secondo una logica di filiera”, ha sottolineato il vicepresidente di Assosistema Confindustria Marco Marchetti. Tra le proposte congiunte di intervento all’esecutivo: l’innalzamento al 25% del credito di imposta previsto per l’acquisto di energia elettrica, analogamente a quanto stabilito per le imprese energivore; la proroga immediata almeno di un ulteriore trimestre dei crediti di imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas, dell’Iva agevolata per l’acquisto di gas e delle misure di azzeramento/riduzione degli oneri di sistema; l’introduzione di maggiorazioni sui crediti di imposta per l’acquisto di energia elettrica e gas nel caso di imprese che hanno perdite di fatturato nel secondo trimestre 2021 superiori al 50% rispetto l’analogo periodo 2019.

    “Con oltre 32mila strutture e un milione di camere e due milioni di posti letto l’industria alberghiera italiana è fra le prime per capacità in Europa – ha ricordato Colaiacovo – Secondo l’Istat il settore prima della pandemia occupava 220mila lavoratori per un fatturato complessivo di 21 miliardi e secondo le nostre stime, le spese per l’acquisto di energia nel 2019 erano di 1,1 miliardi di euro, il 5% del fatturato”. Il Covid “ha falcidiato” il settore. Da un fatturato “di oltre 21 miliardi nel 2019 c’è stato un -54%, con un fatturato di 9,5 miliardi nel 2020”. Inoltre “già nel 2021 tra gennaio e dicembre per il gas aumentato del 400% a fronte di un fatturato ancora in contrazione”. Ora con l’ulteriore aumento di costi energetici, “non si possono aumentare i prezzi nelle nostre strutture, anche perché c’è ancora una bassissima domanda. Si devono trovare altre soluzioni” sottolinea.

    “Associo al grido d’allarme del settore alberghiero anche quello delle lavanderie industriali, sviluppate su tutto il territorio, che provvedono a reperire tutto il materiale tessile necessario per vestire le strutture alberghiere e gli hotel, anche con una manutenzione costante e quotidiana – sottolinea Marco Marchetti -. Stando all’Osservatorio di Assosistema Confindustria che ha periodicamente analizzato i numeri del settore, a dicembre 2021 ha registrato un calo dell’attività dell’85% con una previsione per i primi 3 mesi del 2022 di -65%”. Nel 2020 il settore delle lavanderie industriali per il turismo “ha registrato una perdita di 395 milioni di euro di fatturato, mentre nel 2021 una perdita di 350 milioni di euro”. A questa situazione già grave “si aggiungono i rincari delle bollette di gas ed energia ed i costi delle materie prime. I numeri parlano chiaro: sono circa 30.000 mila i lavoratori (di cui il 65% donne) a rischio. La situazione diventa decisamente drammatica se si considerano i valori del 2019 rispetto ai quali, nelle rilevazioni di energia e gas si registrano aumenti, rispettivamente, del +500% e, addirittura, del +800% per il gas (8 volte il corrispettivo del 2019)».

  • La crisi del gas avvicina la Turchia all’Europa

    “Trovare alternative al gas russo  non e’ un problema che si risolve in una notte”. Parole del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, pronunciate dal cuore dell’Unione Europea dopo l’annuncio della Casa Bianca di un embargo sul petrolio russo. Parole che potrebbero rilanciare il ruolo della Turchia nell’approvvigionamento di gas da parte dell’Europa e forse avvicinare Ankara all’Ue, se davvero sarà la posizione strategica del Paese a risolvere il dilemma dell’Europa.

    La Germania, potenza economica dell’Europa aveva inizialmente tentennato dinanzi alla possibilità di sanzionare Mosca, salvo poi cedere dinanzi all’avanzata russa verso Kiev, senza però estendere l’embargo alle forniture energetiche. La ragione sta nel fatto che la Germania, come tutta l’Europa, dipende in larga parte delle forniture russe, che soddisfano il 55% del fabbisogno interno di gas, il 50% di carbone e il 30% di petrolio.

    Allargando lo sguardo a tutta Europa emerge che la Russia copre il 40% del fabbisogno annuale di gas esportando 150 miliardi di metri cubi di gas l’anno e circa il 30% del fabbisogno di petrolio. Numeri che rendono l’idea del perché la pioggia di sanzioni che ha colpito la Russia non abbia investito l’import dell’energia, anche dopo la decisione della Casa Bianca di porre un embargo su gas e petrolio russo, seguita dalle dichiarazioni di Londra, che promette di sanzionare petrolio e derivati russi entro la fine dell’anno. Con l’avanzare dei carri armati russi l’Europa si trova dinanzi al dilemma se rinnovare o meno i contratti di fornitura con Gazprom, alla luce del fatto che quest’anno scadono accordi che riguardano il flusso di 15 milioni di metri cubi di gas l’anno, mentre prima del 2030 scadranno contratti che garantiscono un flusso annuo di 40  milioni di metri cubi di gas. Alle dichiarazioni di Scholz è seguita una road map dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aiea), basata essenzialmente sulla riduzione dei consumi e sulla ricerca di alternative a partire dal gas liquido (Lng).

    Una road map che lascia l’Ue perplessa, perché garantirebbe 50 milioni di metri cubi, destinati a diventare 70 entro il 2030, riducendo la dipendenza  dal gas russo di appena il 50%.  Uno scenario critico, che ha spinto Bruxelles ad accelerare la ricerca e aumentare investimenti sulle energie rinnovabili; un processo già in corso grazie al quale circa il 30% del fabbisogno di elettricità dell’Ue è coperto da energia solare ed eolico. Tuttavia le rinnovabili al momento hanno mostrato di soffrire fattori esterni ed essere condizionate da andamenti climatici, così come Lng non ha garantito un mercato stabile. Motivi che spingono i leader europei a valutare gasdotti alternativi per convogliare il gas del giacimento di ‘Shah Deniz’, in Azerbaigian e delle enormi riserve del ‘Leviatano’, al largo delle acque di Israele. Due giacimenti il cui gas, nel viaggio verso l’Europa, deve passare attraverso la Turchia, che possiede oltre alla posizione perfetta anche le infrastrutture necessarie. Al momento l’Azerbaigian e’ alle spalle di Norvegia e Algeria per forniture di gas verso l’Europa,ma come anche la Aiea sottolinea, Shah Deniz è un giacimento il cui sfruttamento è iniziato da poco e l’Azerbaigian ha tutto per incrementare il proprio export. Il gas azero, circa 4 miliardi di metri cubi l’anno, giunge in Europa attraverso il gasdotto Trans Anatolico Tanap, che passa attraverso la Turchia dove si fermano 6 miliardi di metri cubi di gas azero l’anno. Forniture destinate ad aumentare nei prossimi anni, considerando che il gasdotto è diventato operativo a giugno 2018 e non è ancora a pieno regime. La rotta del gas azero potrebbe incrociarsi con quella del gas estratto in Turkmenistan, solo un’ipotesi al momento,  considerando che il Paese utilizza la metà dei 62 miliardi di metri cubi prodotti ogni anno e vende alla Cina la seconda metà.

    Decisamente più concreta la  prospettiva di poter sfruttare il gas israeliano. Lo scorso 9  marzo il presidente israeliano Isaac Herzog ha incontrato ad Ankara il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Primo incontro tra leader dei due Paesi in 13 anni alla ricerca di una normalizzazione per giungere alla quale la chiave è l’interesse comune a far passare attraverso le infrastrutture turche, la centrale di Ceyhan, il gas dell’enorme giacimento ‘Leviatano’ (600 miliardi di metri cubi almeno) nel suo viaggio fino in Europa. Gli Usa hanno abbandonato il progetto del gasdotto Eastmed che, passando dalla Grecia, avrebbe escluso la Turchia, favorendo cosi’ il dialogo tra Israele e Turchia. Negli scorsi mesi Erdogan aveva avviato un processo di normalizzazione anche con l’Egitto, con cui Ankara aveva sospeso i rapporti in seguito al golpe del 2013 che ha portato al potere Abdelfettah Al-Sisi. Proprio l’Egitto, che già esporta Lng e gas, potrebbe essere il terzo polo di un futuro possibile hub energetico con il centro a Cipro. L’isola del mediterraneo orientale è il nodo del progetto perché oltre alla posizione possiede riserve di gas rispetto al cui sfruttamento Turchia ed Europa hanno però idee diverse, divergenze che hanno creato uno stallo anche nei negoziati per trovare una soluzione alla divisione dell’isola.

    La realizzazione di un hub energetico che coinvolga Egitto, Israele, Turchia e Cipro richiede uno sforzo diplomatico notevole, che può però essere facilitato dal comune interesse delle parti in causa, Ue inclusa, e dal processo di normalizzazione che Erdogan ha avviato con molti Paesi nell’ultimo anno. L’energia costituisce una ulteriore carta che Erdogan non perderà l’occasione di giocare nei suoi rapporti con l’Europa, consapevole che un rafforzamento della cooperazione in ambito energetico potrebbe rendere Ankara indispensabile per l’Europa.

  • Il sacrificio degli ulivi in Puglia garantisce forniture per 10 miliardi di metri cubi di gas

    Nel 2021 dal Tap, il gasdotto che porta in Italia, con approdo a Melendugno, in Puglia, il gas azero sono arrivati 8,1 miliardi di metri cubi di gas. Di questi 7 miliardi sono andati all’Italia e il resto in Europa. Grazie al gas del Tap, entrato in funzione proprio lo scorso anno, si è annullato il differenziale che l’Italia pagava sul prezzo all’ingrosso rispetto ad altri Paesi europei.

    Il gasdotto ha una capacità di 10 miliardi di metri cubi di gas e nei primi mesi del 2022 ha lavorato a pieno regime, con il 95%-96% di capacità già prenotata destinata ai flussi contrattualizzati a lungo termine e il resto destinato alle aste degli operatori, dunque circa 500 milioni di metri cubi destinati al mercato spot.

    La buona notizia è che per il Tap è in corso un market test che sarebbe dovuto terminare nel 2023 ma la cui chiusura è stata anticipata a quest’anno. Si tratta di una procedura per verificare che vi sia interesse, con offerte da parte degli operatori italiani ed europei, ad acquistare volumi aggiuntivi rispetto agli attuali 10 miliardi di metri cubi e di conseguenza disponibilità di offerta del gas azero.

    L’Arera, e le omologhe di Grecia e Albania, paesi da cui transita il gasdotto, hanno dato l’ok ad una anticipazione della chiusura del market test già sull’onda dell’aumento vertiginoso dei prezzi del gas, quando la guerra in Ucraina non era neppure lontanamente immaginabile. Il conflitto e dunque la necessità di trovare nell’immediato fonti alternative al gas russo imprimono una forte accelerazione al processo. Probabile che i risultati del market test arrivino già a luglio. Ad esempio il prezzo del gas tradato al Ttf, il mercato di riferimento all’ingrosso per il centro e il nord Europa ha chiuso ieri a 146 euro a Mwh mentre sul mentre sul Pvs, il Punto virtuale di scambio italiano è stato di 140 euro a Mwh.

    Il tema è il gas e gli investimenti necessari ad estrarlo e a potenziare la capacità sul gasdotto. Gli operatori devono dare rassicurazioni all’Azerbaigian sui contratti e sulla loro durata. Ma gli eventi catastrofici degli ultimi giorni non lasciano spazio a dubbi.

  • In Italia 157 incidenti con gas nel 2019, quasi tutti a casa

    Quasi la totalità degli incidenti legati alla rete del gas sono avvenuti in casa e con caldaie, scaldabagni o cucine e molti per cattiva manutenzione mentre sono solo una manciata quelli accaduti ai veri e propri impianti di distribuzione, interrati e non. Scorrendo il rapporto di Cig, il comitato italiano Gas che lo stila su mandato dell’autorità di vigilanza Arera si nota un aumento nel 2019, ultimo dato disponibile, degli incidenti. Nel nostro paese in particolare sono stati registrati su segnalazione delle società, dei vigili del fuoco o da altre fonti, 157 incidenti legati al gas canalizzato di cui 16 mortali e 53 con esplosione /scoppio ma la gran parte è riferita in ambito domestico (caldaie, scaldabagni, cottura) e solo 11 alla rete di distribuzione di cui 2 su parte interrata, 5 su parte aerea; 3 sul gruppo di misura.

    Il documento separa gli attivi volontari (suicidi, tentati suicidi e atti dolosi) e come gli infortunati sono stati 308 e 23 deceduti. Nel settore del GPL, risultano costanti gli incidenti registrati (da 112 a 113) e si registra un decremento del numero dei decessi (da 22 a 19). La principale causa degli incidenti si legge nel rapporto, “Il 22%, è attribuibile ad apparecchi non correttamente manutenuti e malfunzionanti, ricadono invece 19% degli incidenti e il 4% degli infortunati, nella evacuazione dei prodotti della combustione non idonea o mancante. L’installazione irregolare ha provocato il 12% degli incidenti, il 10% degli infortunati e il 39% dei deceduti. La carenza di manutenzione ha provocato il 10% degli incidenti e il 9% degli infortunati. L’uso scorretto o errata manovra è stata la causa del 2,5% degli incidenti; a ciò si unisce la disattenzione, causa del 4,5% degli incidenti.”.

    Questi dati, scriveva il Cig nel rapporto “confermano la necessità di attivare i controlli in campo degli impianti e sulla regolarità delle manutenzioni, e dell’informazione dell’utente. In primo luogo, sia sul funzionamento degli impianti sia degli apparecchi, specie le caldaie, con specifico obiettivo il fenomeno diffuso degli incidenti con intossicazione da monossido di carbonio, ancorché questo avvenga ancor più in numero importante per causa di utilizzo di altri apparecchi con combustibile diverso dal gas”.

  • I costi della ideologia ambientalista

    Molto spesso si parla di ideologia ambientalista solo in relazione alla pura scelta fideistica ed ideologica ma mai in riferimento ai suoi eventuali costi, soprattutto in una prospettiva futura che queste scelte scaricano sulla collettività come espressione delle cieca ideologia.

    Il termine ideologia ambientalista, quindi, serve a definire un movimento politico molto spesso privo di competenze specifiche ma sostenuto dalla fede ideologica divenuta la propria ragione anche solo di sopravvivenza politica a scapito ovviamente degli interessi del paese e dei cittadini la cui provenienza spesso viene da ideologie politiche ampiamente sconfitte dalla storia.

    In questo contesto risulta impossibile pretendere da questi novelli cavalieri della salvezza del pianeta anche la sola comprensione dell’effetto devastante per la vita quotidiana dei cittadini delle proprie decisioni. Nel 2020 il governo Conte stabilì il blocco delle trivellazioni per l’estrazione del gas per la zona di Ravenna nella quale da sempre l’attività estrattiva nel suo complesso è una delle principali realtà economiche e contemporaneamente fonte di occupazione di alto livello. Una decisione scellerata e puramente ideologica la quale ha determinato come prima nefasta conseguenza l’aumento fin da subito del livello di dipendenza dell’approvvigionamento energetico del nostro Paese, problema ovviamente sconosciuto ai rappresentanti di questo delirio ideologico. Questo miope divieto ovviamente non riguardava la Croazia la quale ha continuato giustamente ad estrarre il gas dal mare Adriatico traducendo questa disgraziata scelta politica del governo Conte e dalla sua maggioranza (5Stelle e Pd) in nuova disoccupazione per un’economia già in difficoltà regalando anche un ulteriore vantaggio competitivo ad un nostro concorrente come lo stato della Croazia.

    Da sempre l’effetto delle scelte politiche si dimostra non tanto nell’immediato quanto nel medio e lungo termine. Certamente nel 2020 nessuno poteva immaginare una crisi energetica di simili proporzioni tuttavia la scelta ideologica del governo Conte già allora si dimostrò scellerata di per sé ed ora persino disastrosa in un contesto di estrema difficoltà come quello attuale.

    Va ricordato infatti come il gas che noi importiamo costi più del doppio rispetto al costo pagato dall’utenza croata.

    Ecco quindi come le responsabilità della chiusura, per esempio, per il caro bollette di alcune vetrerie a Burano (Venezia) e di molte aziende tessili che stanno fermando la produzione in quanto la bolletta elettrica le rende anti economiche non nasca solo da un contesto internazionale di estrema difficoltà ma dalla semplice ottusità di chi ci ha governato negli ultimi anni.

    Esponenti politici espressione di quella ideologia ambientalista che non si preoccupa dei disastri economici provocati ma semplicemente  vive di luce propria come unica ragione della propria esistenza ed azione.

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