Il prezzo del gas venduto in Europa viene fissato alla borsa del TTF in Olanda e come tale, come ha evidenziato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, il suo prezzo risponde a logiche di mercato, dipende dall’incontro tra domanda e offerta e non solo, semplicisticamente, dal costo di produzione (cioè, nel caso del gas, di estrazione). L’argomento vale di per sé a confutare le quinte colonne putiniane in Italia, che invocano la ripresa delle forniture dalla Russia, in barba alle sanzioni per l’invasione dell’Ucraina.
Come si è già visto con Donald Trump e l’accordo con Vladimir Putin per le forniture di diesel agli Usa, riprendere gli acquisti dalla Russia non riduce automaticamente i prezzi: il costo del diesel per gli americani dopo l’intesa tra i due rispettivi capi di Stato non è stato significativamente apprezzabile.
La premier Giorgia Meloni ha sottolineato in Parlamento che tornare a comprare gas dal Cremlino sarebbe un affare per la Russia più che per l’Italia, i dati (di Arera) attestano che nel 2024 l’Italia ha avuto bisogno di 59,4 miliardi di metri cubi di gas in meno (il 3,3% in meno) rispetto al 2023; le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) si sono attestate a 4,7 miliardi di metri cubi, in diminuzione dell’11% ed il GNL ha rappresentato circa un quarto del gas importato.
Maggior efficienza significa di per sé minor spesa perché cala il bisogno di gas, ma non risolve di per sé il problema del prezzo del gas stesso. Chi sostiene che l’Italia debba tornare a fornirsi dalla Russia dimentica però che il gas russo per arrivare in Europa transita dall’Ucraina. Come potrebbe transitare oggi? Anche ammesso che le pipelines siano ancora intatte e pienamente utilizzabili, come pensare che il gas possa passare per un’Ucraina senza che Kiev provi a prendersene un po’ visto che Putin conta di piegare l’Ucraina stessa bombardando le centrali energetiche così da lasciare letteralmente crepare gli ucraini di freddo nei prossimi mesi? Conte, Vannacci e gli altri amici di Putin nel Belpaese possono pensare che sia meglio dare soldi a Putin per il suo gas che spenderne per Zelensky per difendere l’Occidente, ma vi è peraltro il fatto che proprio perché il buon senso ancor prima del realismo dimostrano l’impraticabilità di approvvigionamenti della Russia, in questi anni l’Italia ha diversificato la sua rete di fornitori di gas. Secondo i dati Arera, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, nel 2021, Mosca copriva circa il 40% delle importazioni italiane; negli anni successivi l’Algeria è assurta a principale fornitore di gas naturale dell’Italia, con una quota del 39,16% seguita dall’Azerbaigian, con il 17,31%, e dal Qatar con l’11,52%. Per quanto riguarda il solo gas naturale liquefatto, invece, il Qatar ha rappresentato il 47% delle forniture, gli Stati Uniti il 35% e l’Algeria il 13%.
I putiniani dello stivale argomentano anche che il gas russo attraverso i gasdotti, sia più conveniente di quello liquefatto comprato negli Usa, ma sorprendentemente di recente è stato lo stesso Trump ad auspicare che l’Europa torni a fornirsi di gas russo.