Molto spesso si è portati a individuare nella sola responsabilità politica la causa o, meglio, le cause della crisi economica ed industriale dell’Unione Europea, così come dei singoli Paesi che la compongono. Certamente esiste una incompetenza politica imputabile alle ultime Commissioni europee che hanno in modo squisitamente ideologico applicato una visione al mondo economico dell’automotive il quale, invece, meritava altre competenze e soprattutto diverse visioni per mantenere il livello occupazionale e lo sviluppo frutto di un secolo di investimenti finanziari, tecnologici e professionali.
Non andrebbe, invece, sottovalutato l’effetto delle strategie aziendali espresse dalle prime due aziende al mondo, le quali influiscono, assieme al ginepraio politico, sul futuro dell’intero settore Automotive ed in particolare in quello europeo.
Toyota, con la Prius, è stata la prima casa automobilistica a produrre in larga serie un’auto elettrica, tanto da diventare il simbolo del politically correct tanto ad Hollywood quanto nell’intera California. Tuttavia il CEO di Toyota da anni conduce una battaglia contro la conversione elettrica dell’intera mobilità privata imposta da una oligarchia politica e finanziaria denunciando addirittura il proprio isolamento. “Il presidente del colosso giapponese Toyota ribadisce i suoi dubbi sul futuro a zero emissioni, confessando la sua paura per un mondo dominato esclusivamente dalle batterie e difendendo il rombo dei motori”.
Dall’altra parte il management ed il CdA del gruppo Volkswagen continuano ad insistere nella volontà di sostenere la conversione elettrica imposta dalla Commissione Europea. Non soddisfatti, addirittura, arrivano a sostenere come sia necessario il “superamento del motore endotermico”.
Le due diverse strategie e posizioni che contrappongono Toyota a Volkswagen concorrono a delineare due scenari che coinvolgono macro aree economiche che dipendono anche dall’industria automobilistica. Alla solitudine lamentata dall’amministratore delegato di Toyota, Akio Toyoda, il quale con la sua posizione afferma una volta di più la volontà di mantenere la progressione industriale incentrata nell’innovazione tecnologica come fattore determinante per la riduzione dei consumi e delle emissioni(*), fa riscontro la volontà di un azzeramento totale del know how relativo ai motori endotermici che sembra muovere l’intero management di Volkswagen, che evidentemente non ha ancora compreso le ragioni della chiusura dello stabilimento Audi elettrico in Belgio.
Queste diverse strategie evidenziano la differenza tra un’azienda leader nel mondo come Toyota la quale, anche in periodi di difficoltà come quello attuale caratterizzato da due conflitti in atto, si dimostra in grado di leggere le difficoltà, e la strategia espressa da Volkswagen che si uniforma ed anzi prende spunto da un’imposizione prettamente ideologica legata alla conversione elettrica imposta dall’Unione Europea come un’occasione unica. Il gruppo Volkswagen esprime semplicemente una “strategia speculativa”, espressa dalla volontà di sfruttare la politica del Green Deal e dal raggiungimento di una decarbonizzazione dell’intero processo economico di cui l’Unione Europea ne rappresenta la principale responsabile.
Come naturale conseguenza, quindi, il colosso giapponese Toyota dimostra una maggiore resilienza rispetto ai concorrenti europei e americani. Gli innegabili problemi principali sono legati al rallentamento del mercato globale che esprime le difficoltà dello scenario geopolitico, poi all’impatto economico dei dazi internazionali e alle ristrutturazioni interne di specifici stabilimenti locali sparsi nel mondo.
Viceversa, Volkswagen ha annunciato un drastico piano che prevede fino a 50.000 licenziamenti in Germania entro il 2030 augurandosi di poter cavalcare la conversione di quasi trecento milioni di autovetture europee dall’endotermico all’elettrico a partire dal 2035.
Come naturale conseguenza non la sola strategia speculativa, che si manifesta con il sostegno al Green Deal sostenuto dal management VW, già ora può venire considerata sufficiente a creare sviluppo, ma solo ad assicurare forse qualche extra bonus finanziario agli azionisti, nel contempo abdicando al ruolo di leader nell’automotive.
(*) Negli ultimi 20 anni, le emissioni medie ufficiali di CO₂ delle auto di nuova immatricolazione in Europa sono diminuite di circa il 30-35%. Si è passati da una media superiore ai 160 g/km del 2006 a circa 108 g/km rilevati di recente dall’Agenzia Europea.