Giornalisti

  • 13 giudici slovacchi arrestati per legami con il mandante dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak

    In Slovacchia tredici giudici e altre cinque persone sono stati arrestati e accusati di corruzione e ostruzione alle indagini sulll’omicidio del giornalista Jan Kuciak. L’arresto è stato annunciata da una unità speciale di polizia che indaga sui contatti tra diversi giudici e l’uomo d’affari Marian Kocner, sospettato di aver ordinato l’assassinio.

    Kocner e altri tre imputati sono attualmente sotto processo per gli omicidi di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Kuciak aveva indagato sulle attività commerciali di Kocner nell’ambito di un’evasione fiscale che aveva coinvolto magnati e personaggi politici del paese.

    L’uomo di affari è stato accusato di corruzione di giudici, politici e pubblici ministeri ed a febbraio era stato condannato a 19 anni di prigione per un’altra vicenda che lo vede coinvolto in contraffazione e reati finanziari.

    L’omicidio di Kuciak nel 2018 ha scatenato grandi manifestazioni che alla fine hanno portato il primo ministro Robert Fico e il capo della polizia del paese a dimettersi, nonché all’elezione a Presidente dell’attivista anti-corruzione Zuzana Caputova.

  • Per Putin anche i giornalisti sono ‘agenti stranieri’ e vanno controllati

    Giornalisti alla pari degli 007. Accade in Russia dove Putin ha firmato un decreto legge a dir poco liberticida in cui si equiparano giornalisti, blogger e tutti coloro sospettati di ricevere supporto finanziario o altro materiale da organizzazioni di media esteri agli ‘agenti stranieri’. Il provvedimento si affianca ad una precedente legge approvata dal Cremlino nel 2012 per arginare l’attività degli agenti segreti veri sul territorio russo, emanata in seguito alle proteste antigovernative nel Paese per la salita al potere di Putin. Gli attivisti per i diritti umani vedono in questo nuovo editto una tattica brutale per colpire le voci critiche contro il governo e un modo per invadere la vita e la sicurezza dei giornalisti. Dal canto suo Mosca afferma che la legge è ‘solo’ una risposta alla decisione del governo degli Stati Uniti di vietare al canale di Stato russo RT la sua unità operativa sul territorio statunitense come secondo il Foreign Agents Registration Act.

  • Fausto Biloslavo non può parlare all’Università di Trento

    Non si sa se sia più grave l’aver impedito ad un giornalista di parlare all’università o non aver sentito proferire parola al riguardo da parte del Ministro dell’Istruzione, complice anche una certa indifferenza dell’Ordine dei giornalisti che tutti i suoi iscritti (e non solo) dovrebbe tutelare. Evidentemente se il giornalista in questione si chiama Fausto Biloslavo e l’Università è quella di Trento è probabile che tutto alla fine torni. Il noto inviato di guerra, che sapientemente ha raccontato e racconta quanto accade nelle più calde aree di crisi nel mondo, era stato invitato ad intervenire in un convegno, organizzato dall’ateneo trentino, sulla Libia, paese del quale Biloslavo è attento conoscitore. La notizia non è stata accolta bene da un gruppo di studenti facinorosi  di estrema sinistra (crediamo nella serietà e nella sana curiosità per il sapere della stragrande maggioranza degli studenti dell’Università di Trento) che, divulgando volantini con il volto del giornalista a testa in giù, si sono opposti alla presenza di Biloslavo all’università. E il Rettore, probabilmente davanti a veementi atti di protesta, ha accettato la richiesta, scusandosi con il giornalista e invitandolo a tornare all’università. Non è dato sapere però se questi studenti siano stati segnalati alle Forze dell’Ordine né finora si è levata la voce del Ministro Fioramonti. Perfino l’Ordine dei Giornalisti ha preso blanda posizione. Tocca pensare, purtroppo, che, ancora oggi, la cultura si crede possa essere appannaggio solo della sinistra (e Biloslavo è considerato uomo di destra anche per le sue inchieste sul massacro delle Foibe), o di una certa parte, che in certi atenei sopravviva la parte peggiore delle ideologie che permette ad ex terroristi o a personaggi che con la cultura e la divulgazione hanno ben poco da spartire di poter tenere lectio magistralis. Ciriani, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, ha annunciato un’interrogazione a Fioramonti. Viene spontaneo chiedersi: ma è possibile che con tutte le importanti questioni da affrontare e decidere in Parlamento, qualcuno debba ricorrere ad un’interrogazione per chiedere un atto di condanna da parte del Ministro e rivendicare che la libertà di parola, pensiero e credo, sul finire del 2019, sia un diritto inalienabile per tutti?

  • Malta incrimina tre persone per l’assassinio della giornalista Daphne Garuana Galizia

    Il Procuratore generale di Malta ha incriminato tre uomini per l’assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia. L’accusa è arrivata con anticipo rispetto alla scadenza di 20 mesi per incriminare o rilasciare dei sospetti in custodia. I tre uomini, Vincent Muscat e i fratelli Alfred e George Degiorgio, erano stati arrestati nel dicembre 2017 e accusati di aver lanciato una bomba nella macchina della Caruana Galizia nei dintorni della capitale maltese La Valletta il 16 ottobre 2017. I tre si sono dichiarati “non colpevoli” ma i tribunali hanno respinto le richieste di cauzione.

    Il motivo dell’assassinio non è mai stato rivelato ma Caruana Galizia curava un blog in cui scriveva di anti-corruzione. Il primo ministro Joseph Muscat, un bersaglio frequente della Caruana Galizia, ha offerto un premio di un milione di euro per le informazioni che hanno portano all’arresto dei colpevoli.

    L’indagine della polizia è avvenuta con la collaborazione dell’Ufficio federale delle indagini e dell’Europol degli Stati Uniti. La famiglia della giornalista chiede un’inchiesta pubblica sulla vicenda, richiesta echeggiata dal Consiglio d’Europa. Il governo però è convinto che un’inchiesta pubblica ostacolerebbe le indagini della polizia ma non ha escluso la possibilità di organizzarne una in futuro.

  • Solidarietà a Vittorio Brumotti, l’inviato di ‘Striscia la Notizia’ aggredito a Trani

    Ancora un’aggressione, questa volta a Trani, per l’inviato di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti. Il ciclista era nella cittadina pugliese con il suo operatore per realizzare un servizio su una delle piazze di spaccio quando, dopo essere caduto in una imboscata, è stato aggredito riportando un trauma cranico e diversi ematomi. Le condizioni comunque non sono gravi.

    Già l’anno scorso Vittorio Brumotti è stato aggredito più volte, a febbraio, infatti, durante un servizio al quartiere Zen di Palermo, qualcuno ha sparato alla sua auto e lanciato oggetti. Un episodio simile è accaduto a dicembre a Roma, nel quartiere San Basilio, dove è stato costretto a fuggire dopo che un uomo incappucciato ha rincorso la troupe lanciando mattoni verso il furgone. In quell’occasione qualcuno sparò anche dei colpi d’arma da fuoco in aria.

    All’inviato di Striscia, oltre ad esprimere solidarietà incoraggiandolo a continuare con i suoi servizi di denuncia, facciamo i migliori auguri di pronta guarigione.

  • La Turchia nega l’accredito ai giornalisti stranieri prima delle elezioni di marzo

    Nemico e carceriere dei giornalisti il governo turco di Recep Tayyip Erdogan, a poche settimane dal voto si è rifiutato di accreditare 50 corrispondenti stranieri che intendevano coprire la tornata elettorale. I corrispondenti che lavorano da anni per Suddeutsche Zeitung, ZDF, Tagesspiegel e ARD non hanno ricevuto alcun pass per la stampa. Il fatto che così tanti giornalisti stranieri siano bloccati prima delle elezioni comunali del 31 marzo, in cui il partito al potere islamista AK si aspetta di perdere terreno, solleva nuove preoccupazioni sulla campagna in corso di Erdogan per distruggere l’indipendenza dei media in Turchia. L’edizione in lingua tedesca del quotidiano filo-governativo Sabah ha sostenuto il 5 marzo, senza fornire prove, che i giornalisti sono legati al chierico statunitense Fethullah Gulen, arcinemico di Erdogan. Dopi il colpo di stato fallito nel 2016, il governo turco ha spento 31 canali TV, 34 stazioni radio, chiuso cinque agenzie di stampa, 62 giornali, 19 riviste e ha cancellato centinaia di migliaia di dipendenti pubblici. La Germania ha avvertito i suoi cittadini che rischiano l’arresto per aver espresso opinioni in Turchia.

  • A proposito di un ordine inutile

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di ‘Società Libera’ online

    Nella notte del 16 ottobre il Consiglio Nazionale ha approvato le linee guida per la riforma dell’Ordine dei Giornalisti che dovranno essere discusse e approvate dal Parlamento.
    In molti hanno dibattuto e continueranno a dibattere sulle modalità di accesso alla professione, sugli elenchi e sulla questione degli uffici stampa.
    Per parte mia, argomento brevemente lo sconcerto di fronte al cambio del nome in “Ordine del Giornalismo”. Se c’è un senso nella parola “giornalismo”, credo si possa ritrovare nel concreto prodotto dell’agire quotidiano dei singoli giornalisti; ai quali deve essere garantita la libertà affinché possano esercitare nella propria autonomia, responsabilità e creatività.
    Fatta salva la buona fede di chi ha attuato questa modifica “affinché sia chiara la funzione di un’istituzione deputata, per legge, a garantire il diritto dei cittadini a essere informati nel rispetto dell’Art.21 della Costituzione”, ho la sensazione che si tratti di una decisione avventata, soprattutto nei tempi in cui viviamo.
    Se per caso l’Ordine cadesse nelle mani di organicisti – per dirla con Luigi Sturzo – “che fanno degli organismi sociali delle entità per sé stanti”, dove andremmo a finire?  Costoro, credendosi sommi sacerdoti del Giornalismo, potrebbero imporre a tutti i loro colleghi cosa debba essere “notiziabile” e cosa non debba, invece, essere conosciuto dai cittadini.
    Un esempio a proposito del diritto alla conoscenza: quanti di noi sanno che il Partito Radicale è  una Ong di prima classe nel Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite – ECOSOC ? Quanti sanno che le democrazie occidentali sono riuscite a rintuzzare l’attacco della Russia che, appoggiata nel 2000 da Cina e Vietnam, voleva fosse espulso da quel comitato?

  • Di Maio verso l’espulsione (dall’albo dei giornalisti)

    Luigi Di Maio potrebbe incorrere in un’espulsione. Non dal governo (lì rischia di più il suo collega pentastellato Danilo Toninelli) né dal Paese (quando Matteo Salvini si dice favorevole all’alta velocità non allude a quella di un ordine di via al collega vicepremier), ma dall’albo dei giornalisti a cui risulta iscritto. «In relazione alle affermazioni del vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine della Campania, rilasciate in seguito all’assoluzione del sindaco Di Roma, Virginia Raggi, l’Ordine della Campania seguirà le procedure previste dalla normativa vigente», ha fatto sapere Ottavio Lucarelli, presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti, precisando che «dopo le numerose segnalazioni giunte gli atti saranno trasmessi al Consiglio disciplina regionale, così come previsto dalle norme». Anche il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, ha lasciato intendere che Di Maio sarà sottoposto a procedimento disciplinare, onde valutarne la compatibilità con la professione giornalistica (Di Maio è iscritto all’elenco dei pubblicisti): «Parole senza precedenti nella storia della Repubblica nei confronti della libera stampa. Siamo convinti che chi si esprime così sia incompatibile col ruolo di ministro. Di Maio non fa retromarcia, noi non ci fermeremo, mentre stiamo ancora aspettando che per un minimo di coerenza lasci spontaneamente un sodalizio dove è in compagnia di quelli che definisce ‘infimi sciacalli’».

    Nell’ambito della procedura, avviata dal presidente dell’Ordine campano Ottavio Lucarelli dopo le dichiarazioni su stampa e giornalisti, l’esponente pentastellato potrebbe essere convocato per esercitare il proprio diritto di difesa (non è tenuto a presentarsi).

  • Martiri di carta, il racconto dei giornalisti caduti durante la Grande Guerra

    Sarà presentato mercoledì 31 ottobre alle ore 11 in Piazza Adriana 3 a Roma, nell’auditorium dell’Anmig – Associazione nazionale dei mutilati ed invalidi di guerra il volume Martiri di carta. I giornalisti caduti nella grande guerra a cura di Pierluigi Roesler Franz e di Enrico Serventi Longhi, edito da Gaspari, Udine, 2018, per conto della Fondazione sul giornalismo “Paolo Murialdi”. In 448 pagine, frutto di 7 anni di ricerche, si racconta la storia – finora mai scritta – di 264 intellettuali di tutte le Regioni italiane e in gran parte decorati al valor militare (fra i quali Battisti, Serra, Gallardi, Niccolai, Umerini, Stuparich e Timeus Fauro) morti nel conflitto mondiale 1914-1918. La maggior parte dei caduti erano giovani ventenni che, provenienti da tutte le parti d’Italia ed alcuni tornati appositamente dall’estero, avevano cominciato a scrivere su grandi e piccoli giornali e riviste. Si tratta in gran parte di personaggi di assoluto rilievo storico e di notevole importanza, rimasti purtroppo fino ad oggi del tutto sconosciuti.  Tra “i martiri di carta” che hanno perso la vita combattendo eroicamente per la patria, vi figurano cattolici ed ebrei, patrioti, politici, sindacalisti, nazionalisti, interventisti, neutralisti, massoni, socialisti, radicali, democratici, liberali, repubblicani, mazziniani, irredenti (trentini, giuliani, dalmati e istriani), garibaldini e nipoti di garibaldini della spedizione dei Mille, ex combattenti in Libia, Benadir, Eritrea e a Rodi. Alcuni giornalisti erano stati chiamati alle armi, mentre altri erano andati volontari al fronte quasi tutti come ufficiali in rappresentanza dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica. Ma sono poi finiti ingiustamente da oltre un secolo nel dimenticatoio. Martiri di carta è un contributo capace di interessare storici, giornalisti, appassionati e semplici lettori, anche in virtù della categoria scelta, quella dei giornalisti: storie vere, di uomini in carne in ossa, restituite grazie a una sistematica ricerca storica basata su un’ampia bibliografia, su centinaia di articoli di giornali e su documenti d’archivio.

  • Giustizia sottomessa non solo in Turchia

    È giunto ormai il tempo di andare, o giudici, io per morire, voi per continuare a vivere.
    Chi di noi vada verso una sorte migliore, è oscuro a tutti, tranne che al Dio.

    Platone; Apologia di Socrate

    “Passeremo il resto della nostra vita in una cella di tre metri per tre metri. Verremo portati fuori a vedere la luce del sole solo per una ora al giorno. Non avremo la grazia e moriremo in prigione. Sto andando all’inferno. Cammino nel buio come un Dio che ha scritto il suo stesso destino”.

    Così scriveva lo scorso febbraio Mehmet Altan, un giornalista turco di 65 anni, da una cella di prigione, dopo che un tribunale di Istanbul lo aveva condannato all’ergastolo aggravato. E con lui anche suo fratello Ahmet Altan, scrittore di 67 anni, di cui ultimamente è stato pubblicato un libro, anche in Italia, scritto in prigione e con un titolo molto significativo: Non rivedrò più il mondo. Una convinzione maturata dallo scrittore in questi anni, mentre sta soffrendo una ingiusta pena. Tutti e due sono in carcere dal settembre 2016. La dichiarazione che avrebbe compromesso lo scrittore, secondo l’accusa, è stata: “Qualsiasi siano stati i motivi che hanno portato in passato ai colpi di Stato militari in Turchia, prendendo le stesse decisioni, Erdogan sta seguendo la stessa strada”. Una dichiarazione quella, rilasciata da lui durante una trasmissione televisiva il 14 luglio 2016, mentre suo fratello giornalista è stato accusato di aver parlato, nella stessa trasmissione, di “…un’altra struttura […] all’interno del governo pronto ad agire”. Parole che sono state considerate, durante il processo, come chiari appelli per aderire al colpo di Stato, il giorno dopo.

    Insieme con i due fratelli, il 16 febbraio scorso, sono stati condannati all’ergastolo, in primo grado, anche quattro altri giornalisti. Tutti molto noti e con una lunga esperienza professionale, ma con una solo colpa: quella di non condividere il modo di fare del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Tutti e sei sono stati accusati di “attentato all’ordine istituzionale”, avendo appoggiato, secondo l’accusa, il mancato colpo di Stato del 15 luglio 2016. La pena che prevede, per i sei accusati, un regime di totale isolamento, avendo diritto a soltanto un’ora d’aria al giorno, e non potendo incontrarsi con i propri familiari, tranne che per alcune molto limitate ragioni. Lo scorso 2 ottobre i giudici della corte d’Appello di Istanbul hanno confermato la pena di primo grado per «attentato all’ordine costituzionale». Non è valso a niente nemmeno un appello, fatto all’inizio del marzo scorso, da trentacinque premi Nobel. Riferendosi al caso dei sei sopracitati incarcerati, essi chiedevano al presidente Erdogan “…un rapido ritorno allo Stato di diritto e una totale libertà di parola e di espressione”. Soltanto a luglio scorso però, risulterebbero confermate 84 condanne all’ergastolo, in seguito a processi giudiziari poco convincenti.

    Quanto succedeva tra il 15 e il 16 luglio 2016, nonché le gravi e continue ripercussioni ai partecipanti e/o presunti tali, nella ribellione contro Erdogan, sono ormai note all’opinione pubblica. Durante quelle ore morirono almeno 265 persone, tra dimostranti e militari. Decine di migliaia di persone sono state arrestate in Turchia, dopo il fallito golpe. Quello che è successo allora ed in seguito rappresenta un’allarmante realtà. Il presidente Erdgan, subito dopo il fallito colpo di Stato, ha ordinato l’epurazione dell’esercito, arrestando circa 2800 militari, compresi molti alti ufficiali. Ma non si è fermato nella sua corsa di vendetta contro i golpisti e/o presunti tali. Durante la campagna di epurazione non sono stati risparmiati neanche i giudici. Risulterebbero circa 2700 tali rimossi dall’incarico. E non poteva essere diversamente. Perché Erdogan aveva delle idee molto chiare su come e contro chi colpire pesantemente, per poi concentrare più poteri possibili nelle sue mani. Quanto ha fatto e sta facendo ne è una chiara e inequivocabile dimostrazione. Dopo il golpe del 15 luglio 2016 sono stati arrestate alcune decine di migliaia di persone, compresi cittadini stranieri. Risulterebbe che più di 150 mila dipendenti pubblici siano stati licenziati perché considerati “pericolosi”.

    Ma per portare al termine il suo progetto, Erdogan doveva controllare anche i media. Non solo giornali chiusi e decine di giornalisti incarcerati, ma anche oscuramento e controllo di Internet. Perché per il regime di Erdogan, anche internet, con le sue opportunità, rappresenta una minaccia da colpire. Da studi e inchieste fatte, risulterebbe che nelle prigioni turche attualmente siano trattenuti circa un terzo dei giornalisti e altre persone legate ai media, imprigionati in tutto il mondo. Risulterebbe anche che per non pochi di loro sono stati violati i diritti fondamentali, compresa anche la ritenzione per lungo tempo in carcere senza un regolare e dovuto processo giudiziario. I media non controllati sono stati presi di mira, per intimidirli e farli tacere. Così facendo, il regime di Erdogan cerca di soffocare qualsiasi azione di dissenso e di opposizione nei suoi confronti. Non mancano, poi, i casi in cui i giornali chiusi sono stati “acquistati” da persone che godono della fiducia e dell’appoggio del presidente.

    Purtroppo, quanto sta succedendo da alcuni anni in Albania, rappresenta una similitudine con quanto accade in Turchia. Ovviamente si tratta di due realtà diverse per molti aspetti. Ma la somiglianza non può sfuggire, se si considerano, tra l’altro, il modo in cui funzionano il “riformato” sistema di giustizia in Albania e i media. Sono due dei principali obiettivi preposti dal primo ministro, fin dall’inizio del suo mandato nel 2013. Obiettivi che, dati ed evidenze alla mano, sono stati ormai raggiunti. Attualmente il primo ministro albanese controlla, con modi pubblicamente noti, sia la giustizia che i media. Il che significa che ormai, controllando “per diritto acquisito” anche il sistema legislativo e quello esecutivo, il primo ministro controlla tutto. Ma il modo in cui sta esercitando il suo potere, dimostra palesemente che lui è diventato, purtroppo, un dittatore sui generis. E non poteva essere diversamente. Anche perché, e tra l’altro, il primo ministro albanese non solo non nasconde più le sue simpatie per il presidente turco Erdogan. Ma lui, come ha dichiarato pubblicamente alcuni mesi fa, considera Erdogan “il suo modello”!

    La scorsa settimana, uno scandalo reso pubblico, grazie a un’intervista di un ispettore di polizia rilasciata ad un media incontrollato (Patto Sociale n.326), ha messo in visibile difficoltà il primo ministro. Ragion per cui lui ha minacciato con la proposta, di trattare come atto penalmente perseguibile, la “diffamazione mediatica”. Chissà perché questa scelta e proprio adesso?!

    Chi scrive queste righe forse capisce perché diversi paesi europei potrebbero avere un determinato atteggiamento con Erdogan, Ma non riesce a capire però che cosa, invece, li lega con il primo ministro albanese, chiudendo così gli occhi di fronte alle sue malefatte!

    Circa un anno fa, lo scrittore Ahmet Altan, in una lettera aperta ai suoi giudici scriveva: “Se continuate a giudicarci e a metterci in prigione senza prove, violerete le basi stesse della giustizia e dello Stato. Il vostro sarà un grave crimine”. Quanto scriveva Platone nell’Apologia di Socrate circa 2400 anni fa è sempre attuale.

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