Giudici

  • In attesa di Giustizia: vergogniamoci per lui

    Prosegue tra cadute di stile, interpretazioni mendaci della Costituzione e della legge la volgarissima campagna referendaria dei sostenitori del NO che ha prodotto anche l’insulto in diretta ai cittadini da parte dell’ineffabile Procuratore di Napoli. Diventato, ormai, una star televisiva Gratteri ha pontificato che voteranno SI indagati, imputati, corrotti e corruttori, appartenenti alla massoneria deviata ed altri delinquenti assortiti. Fattogli notare che in quel modo aveva ingiuriato alla cieca milioni di italiani, il nostro si è corretto precisando che si riferiva solo ai calabresi dimostrando un’intelligenza sociale al di sotto della soglia di povertà.

    E’ improbabile che Nicola Gratteri legga Il Patto Sociale altrimenti credo che, tra i suoi lettori, avrebbe molti bersagli da colpire con i suoi strali: primo tra tutti proprio il curatore di questa rubrica che pubblicamente confessa che voterà SI, ma non serve chiamare la Polizia non essendo un eversore, un congiurato contro la democrazia, un framassone deviato e neppure un indagato, questo  almeno  finché non arriverà una querela di Gratteri, Travaglio, Davigo,  Parodi o qualcun altro della compagnia di giro dei manettari con i polsi degli altri.
    Da settimane ci sono Colleghi e Magistrati che contribuiscono a spiegare la riforma agli elettori e lo fanno con tanta pazienza, in pubblici dibattiti lontano dai riflettori ma anche al bar durante conversazioni occasionali, senza mortificare chi la pensa diversamente o mettere delle etichette, senza provare a demolire la reputazione di nessuno e impegnarsi in risse da saloon, slogan sguaiati, senza paventare pericoli immaginari a reti unificate non meno che sui social media.

    Chi voterà e sosterrà il SI lo faccia sempre con rispetto degli altri e delle altrui idee: la libertà di pensiero non necessita di autorizzazioni: può essere utile ricordare il pensiero di Agostino Viviani a proposito della separazione delle carriere ben illustrata in una intervista a Radio Radicale trent’anni fa quando disse, tra le altre cose, che giudicanti ed inquirenti devono avere carriere separate perché hanno e devono avere mentalità e formazioni culturali diverse…Già, ma chi era Agostino Viviani per poter tenere testa con il suo pensiero a Nicola Gratteri, Giuseppe Conte e alla Giunta dell’A.N.M.? Era ed era stato tante cose: partigiano, avvocato e giurista, deputato socialista, primo firmatario della legge sulla responsabilità dei magistrati, componente laico del C.S.M. ed era anche il nonno di Elly Schlein. Ma nessuno è perfetto.

    Chissà cosa penserebbe e come commenterebbe oggi il confronto dialettico sul referendum, lui che aveva fatto parte di un C.S.M. non ancora condizionato (se non altro non pesantemente come è ora) dal potere delle correnti che è, poi, il vero punctum pruriens di una riforma che lo ridisegna ed i cui criteri di elezione fanno paura perché volti a smontare un sistema ben rodato di attribuzione amicale delle poltrone e degli incarichi più appetibili. E la paura, di solito, ce l’ha chi teme di perdere il controllo, un privilegio, un potere esercitato male.

    Perché non parla di questo Gratteri, perché non spiega quale potere si sta sfidando per provocare reazioni tanto scomposte? Quali prerogative sono messe a repentaglio per scatenare tutto questo? Un richiamo, quantomeno ad una maggiore continenza verbale, da parte di Mattarella e rivolto a tutti non sarebbe a questo punto un fuor d’opera.

    Sarebbe, poi, un gesto apprezzato se il Procuratore di Napoli trovasse il coraggio e l’umiltà per chiedere scusa: è una delle forme più alte di rispetto verso le persone e verso quella Giustizia della quale si sente proprietario esclusivo.

    Per la vergogna, invece, se non l’ha ancora provata, il tempo è scaduto.

  • In attesa di Giustizia: Buon Natale

    Continua a tenere banco la querelle innescata dalla Presidente dell’Ufficio GIP di Milano che ha richiamato i giudici ad uniformare le decisioni (allineandosi sulle richieste della Procura) relative all’indagine sulla edilizia privata: si ha ora notizia di un comunicato congiunto con il  Primo Presidente del Tribunale di Milano – forse una pezza peggiore del buco – da cui si apprende che la prassi del “fascicolo contenitore” rimane ben salda nella tradizione milanese: solo “dopo un certo periodo di tempo in presenza di una nuova richiesta proveniente dalla Procura, la stessa può essere riassegnata ad altro giudice”  il tutto senza che sia indicato un criterio temporale preciso, ma soprattutto si ricava che l’assegnazione rimane un atto discrezionale del dirigente. Sarebbe preferibile rendere conoscibili le logiche di assegnazione, a partire dal criterio di funzionamento dei softwares impiegati ai quale viene affidata la prima assegnazione dei fascicoli: rimane il criterio dei turni? i criteri sono noti ai P.M. per il c.d. canestro?

    La precostituzione del giudice naturale è un principio che la Costituzione affida alla legge, non a prassi, regolamenti e nemmeno ai macchinari o alle valutazioni discrezionali dei presidenti di sezione o del CSM, meno che mai è nota la promulgazione in Gazzetta di un codice di procedura penale ambrosiano.

    Cambieranno le cose con la separazione delle carriere? Proviamo ad immaginare come potrebbe essere vissuto il prossimo Natale negli Uffici Giudiziari…

    Un effetto collaterale potrebbe registrarsi proprio la sera della Vigilia: un Pubblico Ministero ed un Giudice, che da anni passavano il Natale insieme come vecchi amici e colleghi di scrivania, si fermano sulla soglia del Palazzo di Giustizia con il panettone in mano e l’imbarazzo negli occhi. “Scusa se non vengo nella tua stanza a festeggiare”, dice il P.M., “ora non si può più ed è meglio evitare commistioni: sai, l’apparenza…”.
    Poi, con un filo di voce, quasi commosso: “Ma tu mi vuoi sempre bene?”. Il giudice lo guarda e risponde: “SÌ, ma ognuno a casa sua. Se ci vedono mentre brindiamo, domani dicono che le mie sentenze sanno di spumante e tanto ci pensano i criteri di assegnazione dei fascicoli a tenerci vicini vicini”.  Così ognuno torna mestamente verso il proprio albero, con le lucine accese e il codice sotto il braccio.

    Si fa sera, sulla mail nome.cognome@giustizia.it di entrambi arriva quella di un avvocato proprio mentre stanno preparando la pasta con le vongole: gli avvocati, si sa, non vanno mai in ferie (quelle, tra l’altro, sono retribuite…) e sono pronti a difendere anche a Natale, a difendere il Natale.

    “Ma fate seriamente e vi separate pure la sera della Vigilia? Non vi hanno spiegato che non è una questione fisica ma di terzietà ed indipendenza? Cosa state a casa da soli a fare la scena e poi andate in vacanza insieme e vi telefonate tutti i giorni!  Venite da me, a casa mia potete stare tranquilli: è come un campo neutro, come dovrebbe essere l’aula del Tribunale, ed io sono la parte processuale che presidia il rispetto elle garanzie ad ogni costo e con il codice vigente non quello di Mani Pulite!”.

    Buon Natale al P.M., al Giudice e all’Avvocato che si ritrovano attorno allo stesso tavolo. Il P.M. porta lo spumante, il Giudice vigila sull’equo taglio delle fette di panettone e pandoro, l’avvocato assaggia per primo e se deve fare qualche obiezione sulla bontà delle bollicine o dei lievitati la formula senza esitazioni (quasi) certo della equidistanza del Giudice.

    Abbiamo voluto scherzare un po’, almeno una volta, in una rubrica che leggendola non ha mai messo allegria, nemmeno quando al Ministero della Giustizia sedeva Fofò Bonafede (ora assurto, per ignoti meriti, al Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria): può sembrare – ed è – una sorta di vignetta quella che si è intesa offrire ai lettori questa settimana. Sarebbe, però auspicabile assistere ad un simile brindisi di mezzanotte, tutti insieme: in alto i calici alla giustizia giusta ed alla separazione delle carriere ma, almeno, non a quella del Natale.

  • In attesa di Giustizia: l’incertezza della pena

    Nove anni sono la pena richiesta dal P.M. di Tempio Pausania per Ciro Grillo ed i suoi amici per violenza sessuale. A questa pena che – forse – verrà inflitta, ed in quel caso bisognerà scontare, vanno aggiunti i sei anni sin qui trascorsi dall’inizio dell’indagine oltre agli ulteriori tempi per il giudizio di appello ed – eventualmente, in Cassazione: un tempo che pesa  perché, in questo caso, è l’architrave della giovinezza, ma – soprattutto – perché misura la distanza incolmabile che continua ad esserci tra chi è giudicato e chi giudica…compresi coloro che non indossano una toga e hanno saccheggiato i social network per rinvenire e diffondere le immagini di un Ciro Grillo festaiolo, commentando ed insultando, dando voce alla solita compagnia di giro degli indignati in servizio permanente effettivo che meno sanno di una vicenda e – meno che mai – degli atti di un processo e più si sentono in diritto di pontificare. Una volta ci si limitava al popolo dei “Commissari tecnici”, quelli che avevano la soluzione tattica e la selezione di giocatori perfetta per portare al trionfo la Nazionale di calcio e ne parlavano al bar durante una partita a stecca: al giorno d’oggi la razza si è evoluta con legioni di genetisti, criminologi, esperti in dattiloscopia, balistica e persino in neuroscienze cognitive, sapientoni alimentati dal Davigo pensiero che credono che il concetto di certezza della pena equivalga a “più galera per tutti”.

    Nove anni di carcere sono una vita ma cinque serviti solo per concludere il primo grado di giudizio sono già una pena al termine della quale, chiunque sia l’accusato, sarà una persona diversa dal presunto autore di oltre un lustro prima: forse peggiore ma forse anche migliore. E, allora, come la mettiamo con la finalità rieducativa della pena? Quei nove anni sono troppo pochi o troppi? Sicuramente sono una vita e qui si ferma il codice per porsi la domanda forse più difficile: che cosa sanno davvero i Giudici di quei ragazzi, della loro idea – se ne avevano una – di che cosa è giusto e che cosa no? Per comprendere la difficoltà di una risposta ragionata e racchiusa in una sentenza basterebbe guardarli oggi a confronto le loro foto del 2019: volti ancora segnati dall’adolescenza, bambini cresciuti ed abituati a raccontarsi in tempo reale, a giocare con la realtà fino a sfumarne i contorni.

    E chi li giudicherà, prima ancora chi ne ha chiesto la condanna, non sono neppure gli stessi magistrati che hanno avviato e concluso tanto l’indagine quanto il processo: il Pubblico Ministeri è cambiato una mezza dozzina di volte, obbligando ognuno sopravveniente a studiarsi tutto un fascicolo di cui non sapeva nulla così come delle strategie originariamente allestite dal primo titolare, dei tre giudici che avevano iniziato il processo non ne è rimasto nemmeno uno ed anche in questo caso i cambiamenti sono stati plurimi ed in parte si spiega la inaccettabile durata.

    Ma questa è giustizia e come si spiega? Semplice: a Tempio Pausania non ci vuole andare nessuno o – quantomeno – nessuno vuole restarci oltre lo stretto necessario e, tutt’al più, la destinazione è buona solo per ottenere un ambito posto di direttivo (Procuratore Capo o Presidente del Tribunale) o semi direttivo (Procuratore Aggiunto o Presidente di Sezione) indispensabile per il progresso in carriera e verso circondari più ambiti mentre del Tribunale di Tempio è stata pure soppressa la Sezione distaccata di Olbia che, se non altro, offriva una più apprezzata prossimità alla Costa Smeralda. Il peggio è che la Sardegna è praticamente tutta nelle medesime condizioni dal punto di vista della organizzazione giudiziaria con l’eccezione di Cagliari nel senso che lì le cose vanno un po’ meno peggio.

    Chissà se di questi problemi, che sono autentici ed attuali del sistema e non limitati alla sola Sardegna, e conducono alla semi paralisi della giustizia, ci parlerà mai Sua Eccellenza Nicola Gratteri che ha ottenuto persino di avere un programmino tutto per sé su LA7 o se si limiterà alla tradizionale ostentazione della vanità del moralismo etico esaltata in tempi televisivi…chissà se saranno argomenti affrontati da Luciano Violante che si è accasato in RAI? Sventurata è la terra che ha bisogno di simili eroi.

    Intanto a Tempio Pausania si deciderà il futuro di un gruppo di ragazzi: ci sono voluti sei anni ma – in fondo -a un giudice che neanche c’era quando è iniziata questa vicenda, di quella generazione, dei sei anni, non gliene frega niente e c’è da temere che penserà: “hanno giocato, è andata male a lei ed è andata male a loro”. Però nove anni (più sei quindici e ancora non sappiamo cosa verrà) sembrano, e sono, una vita ma non giustizia.

  • In attesa di giustizia: consigli per gli acquisti

    C’era una volta Tribuna Politica, oggi la si definirebbe un talk show ma era una rubrica – condotta da un bravissimo giornalista, Jader Jacobelli –  centrata esclusivamente sui temi della politica ed andava in onda sul Canale Nazionale e c’era solo quello, almeno i primi tempi nel 1961, mentre al giorno d’oggi il dibattito politico è affidato ad una quantità impressionante di trasmissioni che praticamente e senza soluzione di continuo danno vita ad una campagna elettorale permanente: tant’è che non c’è stato neanche il tempo di archiviare  polemiche e bollettini della vittoria dell’ultima tornata referendaria che, al netto delle notizie dal fronte, già ci si prepara alla prossima che riguarderà l’approvazione popolare della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti: un referendum confermativo che non richiede il raggiungimento del quorum 50%+1 e l’A.N.M.  è già scesa in campo con uno spot visibile, peraltro, solo su YouTube.

    Il Presidente del sindacato delle Toghe (quello che ha detto che servirebbero un paio di magistrati morti ammazzati per far risalire il consenso nei confronti dell’Ordine Giudiziario), forse, avrebbe gradito qualcosa di truculento come immagini delle stragi di Capaci e di via D’Amelio con una voce narrante di sottofondo a sostenere la frottola che Falcone era contrario alla separazione delle carriere, invece la scelta è caduta su una attrice belloccia che ha imparato un copione per  presentare la giustizia italiana ai cittadini come un modello inimitabile che sarebbe dannoso riformare suggerendo che vi sia un pericolo insito proprio nella separazione delle carriere.

    Perché riparare qualcosa che non è rotto, fanno sostanzialmente recitare: il nostro sistema è già costruito in maniera geniale (addirittura!)…sottinteso “la separazione delle carriere creerebbe solo danni”.

    Probabilmente non ferratissima in diritto costituzionale, l’interprete passa a descrivere la genialata senza ricordare che, secondo le coordinate dell’articolo 111, la giustizia è assicurata da un meccanismo secondo il quale la prova si forma davanti a un giudice imparziale e terzo tra le parti – accusa e difesa – in contraddittorio tra di loro ed in posizione di parità davanti a quel giudice equidistante; la spiegazione – invece – è volta ad illustrare come il processo penale funzioni benissimo così proprio perché Pubblici Ministeri e Giudici sono colleghi ed Il P.M. è il primo, con profonda cultura della giurisdizione, ad assicurarsi che la Polizia Giudiziaria rispetti il codice durante le indagini, quindi fin dal primo momento in cui un cittadino finisce sotto processo;  poi c’è l’immancabile richiamo alla indipendenza della magistratura dal potere politico che garantisce Giudici e Pubblici Ministeri da interferenze esterne: tutti canoni che la Costituzione già prevede e che non sono messi minimamente in discussione della riforma.

    Manca solo di ricordare l’ultima trovata: separare le carriere comporterebbe un aumento di costi a carico delle esauste casse dello Stato per la necessità di istituire un secondo C.S.M. dedicato ai Pubblici Ministeri mentre sarebbe meglio parlare delle decine di milioni che vengono destinati alle riparazioni per ingiuste detenzioni ed alle stratosferiche prebende, mai rinegoziate, garantite agli operatori telefonici per intercettazioni che hanno un costo industriale vicino allo zero.

    Degli avvocati, nello spot, invece non si parla se non per dire che il loro compito è proteggere l’imputato. Proteggere da cosa, visto che la costruzione è geniale e i due protagonisti assoluti sono perfetti, indipendenti, equanimi e sorridenti?

    Il cittadino, dimenticando le centinaia di migliaia che hanno comperato i libri con le memorie/confessioni di Luca Palamara e quelli che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, a questo punto dovrebbe essere indotto tra non molti mesi a correre alle urne per bocciare la riforma.

    Al curatore di questa rubrica, che è un avvocato difensore, a questo punto viene da pensare ed anche da canticchiare le strofe di una melodia di Charles Aznavour “Ed io fra di voi, se non parlo mai…” giusto per inquadrare il ruolo di “protettore” in cui si trova precipitato, dopo tanti anni di studio e di fatica, oltre che di convinzione di essere parte essenziale del processo e della giustizia che non sempre è giusta.

  • In attesa di Giustizia: gli irresponsabili

    Al netto di nove mesi di gravidanza, in diciassette anni si conduce un figlio alle soglie dell’esame di maturità: qualcuno per il quale – magari – si è scelto di fargli anticipare l’inizio degli studi elementari in questi giorni è sui banchi ad affrontare le prime prove di quell’esame…e nello stesso periodo si conclude una vicenda processuale che, con buona pace dell’attesa di giustizia, ha l’età di quei maturandi.

    Stiamo parlando del procedimento che ha visto coinvolto il Gruppo Bancario Delta, una società di credito al consumo di Bologna che dava lavoro a circa mille persone (rimaste, rigorosamente, senza impiego): nelle scorse settimane il GIP di Forlì ha finalmente archiviato tutte le accuse mosse nei confronti dei vertici dell’azienda, con un’inchiesta partita nel 2008 a seguito del sequestro di un furgone portavalori con a bordo oltre due milioni e mezzo di euro che dalla filiale di Forlì della Banca d’Italia viaggiava alla volta di un istituto di credito di San Marino…Secondo il P.M. forlivese quel denaro era frutto di riciclaggio ed evasione fiscale di cittadini italiani detentori di conti correnti proprio nella Repubblica del Titano ed il Gruppo Delta era sospettato di essere il “braccio armato italiano” della Cassa di Risparmio di San Marino.

    Cinque arrestati con tanto di videoriprese per il successivo sputtanamento televisivo a puntate su Report…poi un lunghissimo silenzio e da un percorso giudiziario ancora più lento durante il quale ci sono stati trasferimenti del fascicolo ad altra Procura (Rimini) per competenza territoriale, di P.M. ad altra Sede o incarico, qualcuno è anche morto mentre già nel 2008 la Cassazione, affrontando il tema del sequestro dei due milioni e mezzo a bordo del furgone portavalori, avesse già espresso forti dubbi sulla sussistenza del reato di riciclaggio.

    Finalmente, si fa per dire, nel 2021 fu emesso un decreto di rinvio a giudizio bocciato clamorosamente dal tribunale perché l’imputazione non risultava enunciata in forma sufficientemente chiara impedendo il corretto esercizio del diritto di difesa: come dire che in tutti quegli anni non si era stati in grado neppure di chiarire di cosa avrebbero dovuto essere accusati coloro che erano stati arrestati, indagati e rinviati a processo. Ci sono voluti altri tre anni perché nel gennaio 2025 venisse richiesta l’archiviazione per tutti gli indagati perché il fatto non costituisce reato e così si è finalmente giunti alla conclusione di cui si è detto all’inizio a costo del commissariamento giudiziario di Delta seguito dal fallimento, la perdita del posto di lavoro dei dipendenti e circa settecento milioni di euro andati in fumo.

    Qualche riflessione di carattere generale si impone circa la irresponsabilità civile dei magistrati.

    Come si sfoga in un’intervista al Foglio il Prof. Massimiliano Annetta che ha difeso alcuni degli indagati la responsabilità civile dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni infatti esiste, ma molto raramente sfocia in provvedimenti che vanno a intaccare le loro tasche. Al pari degli altri dipendenti pubblici, è una responsabilità indiretta: grava cioè sullo Stato. Quando però lo Stato cerca di rivalersi sulla toga ritenuta responsabile dell’errore, resta a mani vuote. Dal 2010 ad oggi su 815 azioni di rivalsa avviate dal presidente del Consiglio, solo 12 magistrati sono stati condannati (circa l’1,4 % del totale). Intanto, a giudicare sono i loro colleghi; inoltre, per arrivare a una sanzione nei confronti della toga, il giudice ordinario deve dimostrare che il provvedimento giudiziario contestato sia stato adottato con «dolo» o «colpa grave», oppure in seguito «a diniego di giustizia», inteso come il rifiuto, l’omissione o il ritardo nel compimento di atti del loro ufficio.

    Fin quando resterà in vita la clausola che esonera i magistrati dalla responsabilità per l’interpretazione delle norme o la valutazione dei fatti e delle prove sarà impossibile chiedere conto degli errori che danneggiano i cittadini e le imprese. Questo è, con buona pace di vite (anche di impresa, che’ pure le imprese si possono uccidere) distrutte.

  • In attesa di Giustizia: E tre!

    Per la terza settimana di fila questa rubrica si occupa di processi per gravissimi disastri in cui sono contestati reati colposi: e cosa ciò significhi, per il profano, si è tentato di spiegarlo con parole semplici proprio nel numero precedente. Questa volta è di scena il giudizio per crollo del Ponte Morandi con la cronaca – ed il commento – di una delle ultime udienze.

    Cronaca che staglia la distanza sempre più profonda che si va creando tra ciò che un processo penale dovrebbe essere, nel rispetto delle regole costituzionali ed ordinarie che lo istituiscono e lo governano, e ciò che si vorrebbe invece che diventi. E’ una cronaca che fa capire quale sia l’unica garanzia rispetto ad una montante deriva illiberale: e cioè l’indipendenza, la libertà morale e l’autorevolezza del Giudice.

    In aula vi è stata tensione altissima ed un durissimo botta e risposta tra la pubblica accusa ed il Tribunale, scaturita da una intemerata del P.M. il quale, azzardando un po’ di calcoli sul numero dei testimoni ancora da esaminare ed il ritmo delle udienze, prevede che l’istruttoria dibattimentale possa concludersi non prima del dicembre 2025, quando “alcuni dei reati più gravi” potrebbero essere già prescritti, sollecitando perciò un aumento del ritmo di celebrazione del processo, cambio di passo: un boccone ghiotto su cui la stampa si  è buttata a pesce, gridando a giustizia negata, alla prescrizione strumento di salvezza dei ricchi e dei potenti, eccetera. Il Presidente del Collegio si limita a giudicare troppo allarmistiche le previsioni del P.M. ma la mattina successiva ritorna sulla questione e definisce quello del PM un “proclama offensivo nei confronti del Tribunale” (che ha sospeso la trattazione di gran parte degli altri processi, per celebrare questo), e tocca il punto, che in questa, come in altre analoghe vicende processuali, viene sistematicamente ignorato. Se si ha a cuore l’aspettativa di una tempestiva risposta giudiziaria ad una simile tragedia “magari bisognava effettuare scelte processuali diverse e non contestare, ad esempio, un milione di falsi che devono essere accertati uno per uno” e conclude: “Se poi in quest’aula c’è qualcuno che ritiene che le sentenze si facciano senza processo, sbaglia”.

    Non può sfuggire il valore di questo accadimento, che va ben oltre la singola vicenda processuale, la quale ha peraltro tutti i crismi della parabola. Gli ingredienti ci sono tutti: processo di enorme impatto mediatico, aspettativa di condanne esemplari, diritti delle vittime dei reati rappresentati come incondizionatamente prevalenti sui diritti di difesa e sulla presunzione di non colpevolezza. Sullo sfondo, la fosca ed un po’ prematura previsione di una prescrizione salvifica. Sono già pronti i forconi, insomma. Ma ecco, diciamoci la verità, inatteso, un Giudice che – pur in un processo ad altissima esposizione mediatica – fa, imperterrito, il Giudice e sposta l’asse di quella lamentela del PM, come sempre occorrerebbe fare ma nessuno mai fa. Cominciamo a ragionare piuttosto – dice – su quanto siano durate le indagini, e se le scelte operate dalla Procura nell’esercizio dell’azione penale abbiano considerato la dimensione e l’impatto dell’accusa anche sui tempi del conseguente processo. Se si individuano 60 imputati e decine e decine di imputazioni, protraendo le indagini per anni, poi non si pretenda che gli imputati non si difendano con tutta la pienezza dei propri diritti. Ma è la seconda affermazione che merita ancora più ammirazione: questo Tribunale non è disposto a pronunciare sentenze senza processo. Nessuno si illuda – sostiene quel Giudice – di fare pressioni indebite, paventando populisticamente scenari drammatici che si vorrebbe addossare, alla fin fine, alla responsabilità del Tribunale da un lato, e del diritto di difesa degli imputati dall’altro. Parole dure che danno la esatta dimensione della solennità di ciò che il Giudice può e deve saper rappresentare nel giudizio penale, della indispensabilità della sua indipendenza da ogni forma di condizionamento, da ogni riflesso conformistico, da ogni sudditanza nei confronti di tutte le parti processuali. Ciò che, peraltro, deriva in termini di disillusone per chi è in attesa di giustizia è quando un accadimento come questo ci appare come una notizia straordinaria, quando invece dovrebbe essere una noiosa e scontata ovvietà. Ma il destino delle parabole è proprio questo: farti comprendere, quasi raccontandoti una favola, l’amara durezza della realtà nella quale ti trovi a vivere.

  • In attesa di Giustizia: voce dal sen fuggita

    All’inizio degli anni ’90 e poco dopo la entrata in vigore del codice di procedura penale un grande penalista milanese, Corso Bovio, uomo di intelligenza fuori dal comune e dotato di uno straordinario senso dell’ironia, soleva conferire un “riconoscimento”: il Sogliolone d’Oro, di cui risultava meritevole – di volta in volta – il G.I.P. più appiattito sulle richieste del P.M..

    Il G.I.P., il Giudice della Udienza Preliminare, il Tribunale, non devono e non possono essere una sorta di notaio che certifica e valida pedissequamente le richieste del P.M.: lo dice il buon senso prima ancora che la Costituzione. Tuttavia, quando accade che un giudicante si pronunci diversamente il malcontento è assicurato e in qualche caso assai evidente.

    Il Procuratore Capo di Verbania, per esempio, ha commentato l’ordinanza con cui il GIP, dott.ssa Banci Buonamici, non ha convalidato il fermo di due dei tre indagati per la strage della funivia e due li ha scarcerati per mancanza di gravi indizi, disponendo gli arresti domiciliari, invece che il carcere, per il terzo.

    La P.M., pur a denti stretti, ha valorizzato l’indipendenza del giudice e dunque la superfluità della separazione delle carriere che ultimamente si è tornata a reclamare a gran voce anche mediante consultazione referendaria. Ma subito dopo non ha nascosto la propria forte “delusione”, confessando che per un po’ non intende più condividere il caffè con la Collega Gip, come era solita fare.

    Non può sfuggire il significato di questo moto spontaneo di risentimento: l’indipendenza del GIP, tanto magnificata poco prima contro la necessità della separazione delle carriere, viene disvelata per ciò che implicitamente significa agli occhi di quel magistrato: un atto quasi di inimicizia e comunque tale da rendere inevitabile, almeno “per un po’”, una consuetudine amicale, con buona pace di una condivisa pratica della indipendenza del giudice. Un giudice che, soprattutto in una vicenda di forte esposizione mediatica, contraddice clamorosamente l’ipotesi di accusa, si iscrive tra i “nemici” della Procura (e dunque, si lascia intendere, della Giustizia tout court). In altri termini, la regola che si confida essere rispettata è l’adesione alla ipotesi accusatoria, non fosse altro che – ci si aspettava in questo caso — per tutelare, così dichiara la P.M. Bossi, “l’enorme impegno concentrato in pochi giorni, soprattutto da parte dei Carabinieri”.

    Dobbiamo esserle grati per la sua sincerità. Non poteva esserci, al contrario di quanto essa afferma, uno spot più efficace a sostegno della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Appartenere allo stesso ordine, provenire dallo stesso concorso, essere partecipi della stessa associazione, frequentare gli stessi corsi di formazione, avere lo stesso organo di autogoverno, e anche per tali ragioni prendere tutti i giorni il caffè insieme, crea inesorabilmente, e giustamente, un sentimento profondo di solidarietà, di reciproco sostegno e protezione. Atti di autentica indipendenza di pensiero e di giudizio, esternati senza alcun riguardo alla loro ricaduta mediatica ed anche di carriera professionale del Collega, ben oltre Verbania, sono – nella quotidianità della esperienza giudiziaria – eccezionali e fuori da ogni regolarità statistica; ma soprattutto, assumono – in forza di tale eccezionalità – una portata così impattante devastante da legittimare addirittura reazioni di risentimento.

    Nell’eterno dibattito sulla separazione delle carriere, chi la contrasta ha sempre tacciato di qualunquismo lo stigmatizzare giudici e pubblici ministeri sempre insieme al bar del Tribunale. Questa voce dal sen fuggita al Procuratore della Repubblica di Verbania rende giustizia a quella allegoria. Anche gli avvocati prendono il caffè (più raramente) o frequentano (ancora più raramente), P.M. o Giudici; ma lo fanno, possono reciprocamente farlo, con un sentimento certo, sereno ed immodificabile di chi fa mestieri irriducibilmente diversi, quando non contrapposti. L’auspicio è che così prima o poi accada anche tra Giudici e PM, appartenendo ad ordini diversi e separati.

    Ci sarebbero meno assembramenti alla macchinetta del caffè (che, di questi tempi, costituirebbe un ulteriore vantaggio), e tanti processi giusti in più.

  • In attesa di Giustizia: perseverare è diabolico

    Questa rubrica si è già occupata di quello che, sia pure tormentato, sembrava essere il convinto passo di addio alla Toga di Piercamillo Davigo.

    Mai dire mai: nonostante alcune considerazioni a caldo che esprimevano amarezza coerente con un sofferto ma definitivo congedo dalla Magistratura e dal suo Consiglio Superiore, il Dottor Sottile di Mani Pulite si è attivato immediatamente (il giorno dopo la delibera del Consiglio) per far valere le proprie ragioni impugnando al T.A.R. una decisione che egli ritiene sbagliata. Il che fa ritenere con certezza che il passo fosse già stato meditato e preorganizzato con buona pace di quanto affermato poche ore prima.

    Tale opzione sorprende, ma forse non dovrebbe: Davigo aveva illustrato i motivi della sua resistenza non tanto al pensionamento quanto alla derivata esclusione dal C.S.M. puntualizzando che non voleva certamente apparire come “attaccato alla poltrona”; considerando l’orientamento stabile e negativo della Giustizia amministrativa sul punto si direbbe proprio il contrario ma – del resto – questa vicenda nel suo insieme è caratterizzata da quella opacità che è risultata essere abituale nel funzionamento degli organi rappresentativi della magistratura non meno che nei comportamenti di numerosi appartenenti all’Ordine Giudiziario.

    Proprio Davigo, sostenitore della infallibilità dei giudici che ha sempre considerato la finalità delle impugnazioni unicamente dilatoria, si è dovuto rivolgere ad un avvocato (cioè ad un rappresentante di una categoria apertamente disprezzata) per farsi assistere contro la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che ha negato la sua permanenza nell’organo di autogoverno per raggiunti limiti di età: epilogo che, a regola, si sarebbe dovuto raggiungere senza discussioni e traumi ed, altresì, evitando il commento finale del Vice Presidente del C.S.M. modulato su equilibrismi dialettici da orfano della Prima Repubblica.

    Tutto ciò non fa bene all’immagine già compromessa di un Potere dello Stato, travolto nella melma di squallide intercettazioni con pregiudizio anche quella porzione di magistrati che lavora sodo, seriamente e nel rispetto di quella Costituzione su cui hanno giurato.

    Perseverare è diabolico, ed un C.S.M. dall’equilibrio già instabile rischia di trarne ulteriore pregiudizio ma…

    …non sarà che, invece, Davigo ha ragione, anzi che sarebbe meglio avere un Consiglio Superiore di tutti pensionati?

    Certo! E con innegabili vantaggi:  non dovendo tornare in servizio i componenti  togati potrebbero dedicarsi al loro ministero liberi da ogni condizionamento, senza timore di risultare per qualche ragione sgraditi ad un futuro collega o preoccupandosi di essere graditi ad altri; sarebbero tutti saggi almeno per anagrafica presunzione e le loro decisioni, non dovendo più aspirare a nulla in carriera, sottratte a mercanteggiamenti correntizi; l’età avanzata, inoltre, porta con sé una ridotta esigenza di ore di sonno e, di conserva, un tempo maggiore da dedicarsi proficuamente al lavoro.

    Quanto ai criteri sia per selezionare i componenti del C.S.M. che – da parte di costoro – per determinare i progressi in carriera degli ormai ex colleghi si potrebbe fare ricorso alla Regola di San Benedetto per la elezione degli abati: senza scomodare leggi, regolamenti e Costituzione, soprattutto evitando di stravolgerle o piegarle alle utilità del momento.

    E per noi adesso l’attesa di Giustizia è per una decisione del T.A.R. Lazio e poi, forse, del Consiglio di Stato sollecitata proprio da chi si è sempre battuto per la eliminazione del giudizio di appello. Definiamo tutto ciò una eterogenesi dei fini per chiudere (si spera definitivamente) il discorso e – più che mai –  evitare querele.

  • Carminati, la democrazia ed i giudici

    E’ assolutamente detestabile ed insopportabile il fatto che all’interno di un “presunto” stato di diritto un personaggio come Carminati possa uscire di galera dopo CINQUE anni e SETTE mesi di carcerazione preventiva.

    In altre parole, in (ripeto) cinque anni e sette mesi, un paese che si “definisce” democratico come l’Italia non è riuscito ad istruire e a portare a termine un processo contro questo personaggio. Il sistema giudiziario, nella sua articolata complessità, ha dimostrato ancora una volta la propria inefficienza ed insufficiente produttività anche per reati gravi come quelli imputati a Carminati.

    Il problema non è rappresentato, quindi, dalla polizia o da una delinquenza sempre più invasiva, ma da un sistema giudiziario e dalle “professionalità” che lo rappresentano, cioè i giudici ai quali non vengono imposti parametri temporali entro i quali istruire un processo e portarlo a termine.

    Nello specifico la completa responsabilità va attribuita ai giudici se Carminati dopo 5 anni e 7 mesi di carcerazione preventiva (degna del peggior stato dittatoriale dell’America Latina) ritrovi la possibilità di assaporare il gusto della libertà e magari di delinquere ancora.

  • 13 giudici slovacchi arrestati per legami con il mandante dell’omicidio del giornalista Jan Kuciak

    In Slovacchia tredici giudici e altre cinque persone sono stati arrestati e accusati di corruzione e ostruzione alle indagini sulll’omicidio del giornalista Jan Kuciak. L’arresto è stato annunciata da una unità speciale di polizia che indaga sui contatti tra diversi giudici e l’uomo d’affari Marian Kocner, sospettato di aver ordinato l’assassinio.

    Kocner e altri tre imputati sono attualmente sotto processo per gli omicidi di Jan Kuciak e della sua fidanzata Martina Kusnirova. Kuciak aveva indagato sulle attività commerciali di Kocner nell’ambito di un’evasione fiscale che aveva coinvolto magnati e personaggi politici del paese.

    L’uomo di affari è stato accusato di corruzione di giudici, politici e pubblici ministeri ed a febbraio era stato condannato a 19 anni di prigione per un’altra vicenda che lo vede coinvolto in contraffazione e reati finanziari.

    L’omicidio di Kuciak nel 2018 ha scatenato grandi manifestazioni che alla fine hanno portato il primo ministro Robert Fico e il capo della polizia del paese a dimettersi, nonché all’elezione a Presidente dell’attivista anti-corruzione Zuzana Caputova.

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