Jugendamt

  • Achtung, binational babies: la doppia faccia della giustizia familiare

    La settimana scorsa abbiamo illustrato come un trasferimento in Germania possa comportare la perdita dei figli, portando ad esempio il caso concreto di un papà italiano. Oggi vogliamo illustrare, sempre basandoci su storie vere e ben documentate, ciò che succede se invece è la mamma del bambino ad essere italiana e il padre è tedesco. L’inizio della vicenda non ha nulla di particolare, i due si conoscono in Italia, si innamorano, si sposano, dal loro amore nasce un bambino. Poi lui la convince a trasferirsi in Germania ed è così che tutta la famiglia si trova sottoposta alla giurisdizione tedesca. Lei, come la maggior parte delle persone, ovviamente non sa nulla del sistema familiare di quel paese, inoltre pensa che tutto ciò non la riguardi, perché loro tre sono una famiglia unita. Quando però il comportamento del marito cambia e lei scopre con orrore il passato, ed ora anche il presente nascosto dell’uomo che ha sposato, dovrà scoprire anche come funziona il sistema familiare tedesco. Il marito era tossicodipendente ed è ora ricaduto nella dipendenza, ecco il motivo del suo cambiamento. La vita in comune si fa insostenibile e per tutelare sia se stessa che il bambino, si separa. Resta in Germania e continua a far frequentare al figlio il padre, cercando di nascondere al piccolo la triste dipendenza. Si adopera in tutti i modi affinché il piccolo continui a guardare il padre come il suo eroe, affinché i legami con la famiglia paterna si mantengano forti, affinché loro due genitori continuino a dialogare per il bene del bimbo. Lui si dimostra riconoscente nei confronti della moglie, lodandola spesso per come educa il bambino e per come ha imparato a gestire la sua vita in un paese straniero. Sembrerebbe che i due adulti siano riusciti in modo lucido e responsabile a gestire la nuova situazione e, tra un ricovero in clinica e l’altro, la famigliola si incontra per far sì che papà e figlio si vedano, ma i due non restano mai da soli, bensì sempre con almeno un membro della famiglia paterna presso cui la mamma porta il bambino. Ma quest’uomo, questo padre, mentre da un lato continua a dire e scrivere alla moglie quanto apprezza il suo operato, dall’altra la trascina in tribunale, sostenuto da un’avvocatessa decisa a far passare questa mamma per una, come oggi si dice, “madre malevola”.

    Poiché non le si può oggettivamente rimproverare nulla e per fare in modo che la sua accondiscendenza vacilli, le si chiede di dar via a degli incontri in cui padre e bambino restino da soli. Di fronte ai problemi del marito, la donna non se la sente di avvallare tale modalità e chiede con forza la presenza di una terza persona che si prenda la responsabilità di quanto potrebbe accadere o meglio, che impedisca si concretizzino situazioni problematiche. Lei non vuole assolutamente essere sempre presente, ma chiede che gli incontri si svolgano con un parente (della famiglia paterna, visto che la sua è in Italia!) o con la persona che il giudice vorrà designare ed alla quale conferirà la responsabilità degli incontri. Il padre è unanimemente riconosciuto come affetto da dipendenza da sostanze e, secondo quanto scrive la sua stessa avvocata, in maniera irreversibile ed è forse per questo che nessuno vuole assumersi tale responsabilità. Il giudice non è stato fino ad ora in grado di nominare nessuno che svolga questo ruolo e le udienze in tribunale continuano. In quelle aule si procede lentamente ma inesorabilmente al capovolgimento dei fatti: il problema non è più il padre con dipendenze che entra ed esce dalle cliniche, ma la madre italiana che impedirebbe il rapporto padre-figlio. La spiegazione sintetica di quanto accade è una sola: la mamma è italiana e il padre è tedesco e questa è la giustizia equa e giusta del 2021 in Germania, Europa.

    Contatto in caso di necessità: sportellojugendamt@gmail.com

  • Achtung, binational babies: Missione o massacro?

    Negli articoli precedenti di questa rubrica abbiamo ripetutamente evidenziato come i bambini binazionali con un genitore tedesco ed uno straniero, nel nostro caso italiano, vengano sempre affidati al genitore tedesco, anche se con tutta evidenza inidoneo. Se, pur risiedendo in Germania, entrambi i genitori non sono tedeschi, l’affido andrà a colui che intende rimanere in Germania ed è più legato a lingua, mentalità e cultura di quel paese. Se nessuno dei due ha i requisiti necessari, il bambino viene dato, a breve o medio termine, ad una delle famiglie affidatarie selezionate dallo Jugendamt, l’ormai nota Amministrazione (tedesca) per la gioventù. Tutte le iniziative vengono rivestite con una buona dose di legalità, poiché ogni decisione viene presa, come indicato dalla legge, sia tedesca che internazionale, nel nome del “bene del bambino” (Kindeswohl). Ovviamente nessuna Autorità non tedesca – quelle italiane purtroppo brillano per la solitudine nella quale lasciano spesso i propri connazionali – si è mai preoccupata di indagare a fondo e sulla base di prove ed evidenze, in che cosa consista questo Kindeswohl. Consiste nel permettere alla Germania di impossessarsi di ogni bambino che abbia risieduto per almeno sei mesi sul suo territorio. Per quanto incredibile questo possa sembrare, succede anche di peggio. Il trasferimento che il datore di lavoro propone, o addirittura la missione all’estero a cui vengono chiamati alcuni militari dello Stato italiano rischia di trasformarsi, da riconoscimento e gratificazione, nel peggiore incubo della propria vita. Può succedere – e succede! – che il militare che si trasferisce con moglie e prole faccia rientro in Italia, dopo 3-4 anni, al termine della missione, spogliato di ogni diritto sui propri figli e spogliato anche dei propri averi che ha dovuto lasciare alla ormai ex-moglie che vuole rimanere in Germania. Le accuse lanciate contro il genitore italiano, in questi casi di solito il padre, non hanno bisogno di essere provate davanti al giudice tedesco ed hanno per conseguenza il suo allontanamento dalla casa e dai figli. L’avvocato in Germania – purtroppo la quasi totalità di quelli residenti in quel paese con nazionalità italiana o conoscenza della nostra lingua – non solo non difende efficacemente il proprio cliente, ma arriva a dirgli “Lei tornerà in Italia, sua moglie vuole restare qui ed è libera di farlo, mentre il bambino ormai si è abituato e non può essere sradicato, il bambino ormai è tedesco, rimarrà in Germania”. Inutile precisare che stiamo parlando di bambini interamente italiani o comunque senza una sola goccia di sangue tedesco. Per descrivere i sentimenti che affollano l’animo di un genitore che si sente dare una simile spiegazione, oltretutto dal proprio avvocato, non basterebbe lo spazio di questo articolo. Se l’atteggiamento delle autorità tedesche è inaccettabile, la reazione italiana lo è, se possibile, ancora di più: lo Stato Italiano, che il militare è andato a rappresentare e servire in Germania, non solo non supporta il proprio concittadino, non solo non previene mettendo in guarda del pericolo chi ancora non è partito, ma non sostiene chi di questi genitori tenta, purtroppo da solo, di non perdere quanto gli è più caro nella vita, i propri figli. Non solo i tribunali tedeschi considerano tedeschi questi bambini italiani, anche i tribunali italiani, che restano territorialmente competenti per molti aspetti delle problematiche familiari, trovano però molto più “comodo” delegare quelli tedeschi persino per quegli aspetti legali che, secondo i regolamenti europei, restano inequivocabilmente di competenza italiana. Chi si rivolge a Consolati ed Ambasciata, almeno per informare delle distorsioni e dei soprusi subiti, viene liquidato con lettere di circostanza nelle quali un elemento ricorre sempre: ha ragione la parte tedesca, noi qui siamo ospiti, il consolato non può intervenire nelle vicende giuridiche, ecc…

    Ovviamente nessuno si aspetta né auspica ingerenze della politica nei tribunali. Ma ci si aspetta che venga fatto quello anche per cui il personale italiano all’estero è stipendiato: sostenere e restare al fianco del proprio concittadino, chiedere ed esigere dalle autorità locali informazioni precise e dettagliate, essere presente alle udienze, far valere il ruolo del Console quale giudice tutelare del minore, ecc. Certamente ciò che ci aspettiamo è anche la spiegazione pubblica ed ufficiale del fatto che nell’ufficio del consolato che si occupa del sociale e di famiglia vengano assunti come capufficio dei cittadini tedeschi. Qualcuno potrebbe avere la sgradevole sensazione che non siano l’aiuto più indicato.

    Contatto in caso di necessità: sportellojugendamt@gmail.com

    Membro della European Press Federation

    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma

    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera

    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Continuano anche in Europa i problemi dei figli minori di coppie binazionali spesso sottratti ad uno dei genitori

    Cristiana Muscardini si occupa del problema dal 2008, senza arrendersi alla triste evidenza di vari governi italiani ed istituzioni europee indifferenti e di fatto conniventi.

    Di seguito la lettera inviata al direttore di Panorama nella speranza che finalmente gli organi d informazione che si dichiarano liberi trovino la forza di risollevare il problema.

    Chi vorrà approfondire la scomoda realtà dello Jugendamt può mettersi in contatto con la dottoressa Marinella Colombo (marinellacolombomi@gmail.com) o scrivere al Patto Sociale (segreteria.redazione@ilpattosociale.it).

    Dott. Maurizio Belpietro

    Direttore Panorama

    Via Vittor Pisani, 28

    20124 Milano

    Milano, 14 settembre 2020

    Egregio Direttore,

    nel numero del 26 agosto Panorama affronta, con coraggio, il problema dei bambini, figli di coppie binazionali, sottratti ad uno dei genitori. Il problema è molto grave perché anche tra Stati membri dell’Unione europea non ci sono reciproche garanzie e norme a tutela dei minori. Nell’articolo si parla di alcuni di questi Paesi europei ma penso sarebbe interessante ed utile che il Suo giornale proseguisse l’inchiesta dopo aver analizzato quanto avviene e continua ad avvenire in Germania dove, tuttora, lo Jugendamt, istituzione nata durante il nazismo, continua ad avere potere assoluto sulla vita ed il futuro di tanti bambini.

    Per diversi anni il Parlamento europeo ha cercato di intervenire sulle palesi violazioni dei diritti dei minori e dei loro genitori non tedeschi ma i risultati non sono stati pari all’impegno e alle diverse denunce presentate alle istituzioni nazionali ed europee. Forse se Panorama volesse approfondire l’argomento ci potrebbe essere la speranza di poter ricominciare ad affrontare un problema che ha causato e causa tanto dolore ed ingiustizia.

    La ringrazio per l’attenzione ed in attesa di conoscere il Suo pensiero La saluto cordialmente

    Cristiana Muscardini 

  • Achtung, binational babies: Lo Jugendamt ai tempi del coronavirus

    Ai tempi del Coronavirus, mentre in Italia si susseguono gli appelli di genitori e associazioni affinché non vengano negati ai bambini che vivono in istituto, lontano dalla famiglia d’origine, almeno i contatti telefonici, in Germania vanno oltre. Sono sempre un passo (o anche due) più avanti. Il canale televisivo RTL, nella sua pagina online pubblica un appello quanto meno preoccupante. Analizziamolo paragrafo per paragrafo. Il titolo già riassume una chiara presa di posizione: “In quarantena per il Coronavirus con genitori stressati – Bambini in pericolo, maltrattati e abusati”. Il sottotitolo è altrettanto eloquente: “I “protettori dei bambini” [lo Jugendamt] danno l’allarme. Poi l’affermazione: Vivere insieme in famiglia può essere estenuante e stressante, per alcuni bambini può rappresentare anche un pericolo di vita”. E prosegue, “È con queste drastiche parole che i “protettori dei bambini” [lo Jugendamt] si rivolgono all’opinione pubblica. In tempi di isolamento sociale è più importante che mai tenere d’occhio i membri più deboli della nostra società”. Come vedete il ruolo della famiglia non è più quello della naturale, amorevole, ovvia ed insita protezione, vivere in famiglia viene presentato come costrizione a condividere spazi e, in questo momento di quarantena, una costrizione che può diventare pericolosa. In un paese nel quale ogni anno vengono sottratti ai genitori circa 80.000 bambini, è evidente che si sta qui parlando della programmazione di ulteriori sottrazioni. I bambini veramente in pericolo saranno, con tutta probabilità, tra gli 80.000 già allontanati annualmente, qui si cerca invece di incrementare gli interventi o, nel migliore dei casi, di non abbassare la media. L’articolo procede con un eloquente secondo paragrafo dal titolo Quando genitori e figli si trasformano in delinquenti e vittime. La vita sociale in Germania è ferma. Scuole, asili, circoli, piscine: tutto è chiuso. I cittadini sono invitati a ridurre al minimo i contatti sociali per rallentare la diffusione del coronavirus. E’ questa una situazione che può essere fatale per i bambini maltrattati e, nel peggiore dei casi, sessualmente abusati. Essi sono indifesi, alla mercé dei loro genitori. “Durante la quarantena non ci sono più le routine quotidiane, asili e scuole resteranno chiusi per settimane – cioè i luoghi privilegiati per l’allontanamento dei bambini -. Il parco giochi è chiuso, i vicini si tengono a distanza, il bambino è solo con i genitori. […] Chi vede e sente ora i bambini maltrattati e abusati?” Insomma sembra proprio che il più grande attacco al benessere del bambino sia rappresentato dai genitori. Si passa dunque all’implicita affermazione che il numero di bambini già allontanati non sia sufficiente: “Il numero di casi non ancora noti di abusi, violenze psicologiche e fisiche nelle famiglie è elevato”. Si diffonde il sospetto che ogni famiglia rappresenti il luogo di abusi e dunque: “Ora la politica deve agire, chi ha isolato i bambini dal mondo esterno per molte settimane deve anche mettere in campo progetti per intervenire nelle famiglie in cui il rapporto tra genitori e bambino diventa un rapporto tra carnefice e vittima“. Il condizionale è stato abbandonato, l’articolo impiega il tempo presente: “il rapporto tra genitori e bambino diventa un rapporto tra carnefice e vittima”. Si è dunque passati da un terribile dubbio ad una certezza, per poter invocare a gran voce la delazione, o senso civico, come lo chiamano in Germania. L’articolo conclude infatti affermando: “La politica deve agire – e anche ognuno di noi. Si chiede pertanto al governo di fornire sostegno alle famiglie a rischio. Ma deve impegnarsi anche ognuno di noi: i vicini, il postino, il cassiere del supermercato. Insomma tutti noi. “Se avete dubbi sul benessere di un bambino nel vostro territorio, comunicate allo Jugendamt [Amministrazione per la gioventù] le vostre preoccupazioni. Può essere fatto anche in forma anonima“. Se c’è il sospetto di comportamenti criminali, va informata anche la polizia”.

    A seguito dell’annuncio del governo tedesco di voler stanziare varie centinaia di miliardi di euro a sostegno della propria economia, pare che lo Jugendamt voglia assicurarsene una bella fetta. I bambini che risiedono in Germania (ovviamente anche quelli italiani) rischiano di perdere, insieme alla libertà di movimento, anche la propria famiglia.

  • Achtung, binational babies: Lo Jugendamt tedesco oltrepassa le frontiere

    Circa dieci anni fa si concludeva la vicenda di una coppia franco-tedesca alla quale lo Jugendamt (Amministrazione per la gioventù) aveva tolto le figlie, prelevandole una dalla scuola e l’altra dall’asilo. L’improvviso allontanamento era avvenuto perché una delle bimbe aveva rivelato a scuola il progetto di trasloco, cioè che avrebbero lasciato la Germania per andare a vivere in Francia, a pochi chilometri di distanza, poiché vivevano nei pressi della frontiera. I genitori lottarono per sei mesi per riaverle a casa, ma compresero ben presto che ciò che stava accadendo era conforme al sistema di “tutela” di tutti i bambini che risiedono in Germania. Quindi il papà, durante una delle brevi visite concesse, decise di attraversare il ponte sul Reno, rientrando in Francia con le figlie, dove anche la mamma li raggiunse immediatamente. I genitori si rivolsero subito alla polizia e al tribunale francese per denunciare gli abusi subiti, mentre le autorità tedesche emettevano mandati di arresto contro i genitori e avvisi di ricerca di minori scomparsi. Gli esiti positivi di visite, colloqui e perizie portarono il giudice francese a stabilire in via definitiva che non ci fosse assolutamente nessun motivo per togliere le figlie ai genitori. Da allora, circa dieci anni fa, tutta la famiglia vive in Francia. Una delle figlie è maggiorenne, l’altra si appresta a terminare il liceo. I traumi vissuti nei sei mesi passati con una coppia di estranei, impegnati tra l’altro a denigrare continuamente i veri genitori delle bambine (https://www.youtube.com/watch?v=QX5jqQCad6U&t=162s) non sono mai stati completamente superati, ma si pensava che questa famiglia sarebbe stata per lo meno lasciata in pace. Legalmente lo Jugendamt può infatti agire solo in territorio tedesco. La sua competenza termina alla frontiera. Registriamo invece in questi giorni un primo sconfinamento: un funzionario dello Jugendamt ha suonato alla porta dell’abitazione di Strasburgo, unica residenza di genitori e figlie, affermando di voler controllare se il “benessere” della bambina, quella minorenne, fosse tutelato! Quando la mamma, cittadina tedesca, gli ha ricordato che i tribunali francesi si erano già occupati del caso e avevano già sentenziato e che ogni decisione era stata trasmessa alle autorità tedesche, ha semplicemente ribadito che “la Germania non riconosce le sentenze emesse dai tribunali degli altri paesi dell’Unione”. Ricordiamo per inciso che ogni normativa europea stabilisce esattamente il contrario, ma si sa, in questa Europa le regole sarebbero uguali per tutti, ma valgono solo per alcuni. Si potrebbe anche pensare che un giudice tedesco che invia un suo funzionario in una giurisdizione straniera e che dopo dieci anni nomina un tutore e continua a rifiutarsi di chiudere un procedimento sia un singolo caso di delirio da onnipotenza. In realtà ciò che sta accadendo è la trasformazione sempre più evidente dell’Unione europea in “grande Germania”, o addirittura in “grande fratello teutonico”, dove le vittime non sono solo i cittadini degli altri paesi, ma anche gli stessi cittadini tedeschi. Nel mio precedente articolo, Il modello tedesco di Bibbiano. Da dove viene e come funziona il modello applicato nei casi dei bambini strappati illecitamente ai propri genitori (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/29/achtung-binational-babies-il-modello-tedesco-di-bibbiano/) spiegavo come la metodologia usata negli scandali italiani relativi agli affidi, determinati in base al possibile reddito prodotto da allontanamenti e terapie, in realtà è ciò che in Germania non solo viene applicato da anni, ma in quel paese è addirittura legale. Parlavo dell’esportazione del metodo di mercificazione del bambino che dalla Germania sta arrivando in Italia e un po’ in tutta Europa. Ebbene direi che siamo già andati oltre, non solo viene esportato il modello tedesco negli altri paesi, addirittura si scalvano le giurisdizioni e in concreto le frontiere per assicurare che venga realizzato quanto deciso dallo Jugendamt, detentore assoluto del potere decisionale su cosa sia “bene” per un bambino, cioè rimanere in Germania, anche senza i genitori. La morale della vicenda, almeno per noi Italiani, è che dovremmo smettere di credere che tutto ciò che viene dall’estero è migliore, dovremmo riflettere sulla mercificazione in atto dei bambini, oggi ancora oggetto di inchieste in Italia e soprattutto dovremmo capire dove ci sta portando questa Unione europea che non coincide con il concetto di Europa. La mercificazione dei bambini verrà presto integrata e legalizzata all’interno di un sistema che sta già cambiando gli appellativi. La mercificazione si chiamerà semplicemente e definitivamente “tutela”.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Manifesto dei bambini italiani

    Lo Sportello Jugendamt dell’Ass. C.S.IN. Onlus, in collaborazione con l’Associazione Enfants Otages, CHIEDE ai CANDIDATI alle elezioni europee del 26 maggio di IMPEGNARSI PUBBLICAMENTE a difendere la causa dei bambini in ostaggio in Germania, compilando con il proprio nome il seguente manifesto: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

    Chiediamo ad ognuno di voi che leggete di inviare questo link e la richiesta di sottoscrizione a tutti i candidati di tutti i partiti e gruppo politici, mettendoci in copia (sportellojugendamt@gmail.com).

    Sarà così pubblica la decisione di ognuno di impegnarsi o meno per questa causa giusta, la difesa concreta dei bambini privati del loro genitore non-tedesco. In questo modo verrà difeso anche l’interesse nazionale, perché si fermerà l’inimmaginabile flusso di denari verso le casse tedesche e si potrà dare un segnale chiaro alla Germania e all’Europa della ritrovata dignità del nostro paese e dei suoi rappresentanti.

    Grazie!

    TESTO DEL MANIFESTO:

    Le centinaia, ormai migliaia di genitori italiani di bambini binazionali, così come tutti i genitori italiani di bambini sottratti dalle amministrazioni tedesche in maniera “deutsch-legal” sostengono e sosterranno soltanto i candidati alle prossime elezioni che inseriranno nel loro programma i punti riportati più sotto.

    Ripercorriamo brevemente la tematica: la Repubblica Federale Tedesca si è organizzata per impossessarsi, anche grazie ai regolamenti europei vigenti, di tutti i bambini che risiedono per almeno 6 mesi in territorio tedesco.

    Benché esistano regolamenti che prevedono il riconoscimento in uno Stato dell’Unione di decisioni emesse in altro Stato, i codici di procedura tedeschi permettono a quel paese di non riconoscere le decisioni degli altri Stati, nello specifico quelle italiane.

    Tutte le Convenzioni e i regolamenti proclamano di voler tutelare il “bene del bambino”. Questo concetto non è giuridicamente definito e pertanto in Germania ha assunto il seguente significato:

    • il bambino non deve per nessun motivo lasciare la giurisdizione tedesca e deve crescere in Germania;
    • in caso di separazione, a breve, medio o lungo termine, il genitore non-tedesco perde l’affidamento e la responsabilità genitoriale;
    • parlare una lingua diversa dal tedesco lo confonderebbe, dunque deve parlare solo tedesco.

    Le conseguenze sono devastanti e creano migliaia di bambini orfani di genitori viventi.

    Nel solo anno 2016 sono stati presi in carico dallo Stato tedesco, tramite lo Jugendamt(Amministrazione per la gioventù, ente plenipotenziario, non soggetto a controllo ministeriale, parte in causa in ogni procedimento e terzo genitore di ogni bambino residente in Germania,) 84.230 bambini, dei quali il 60.869 con almeno un genitore non tedesco

    (fonti del Ministero tedesco Destatis, Statisches Bundesamt).

    Sempre più spesso vengono sottratti i figli anche a coppie italiane residenti in Germania per la diversa formazione culturale, la diversa metodologia educativa e la scarsa conoscenza della lingua tedesca. Pur in presenza di parenti in Italia che si occuperebbero del minore, il bene del bambino corrisponde a crescere presso una famiglia affidataria tedesca, secondo le autorità tedesche.

    Emigrare in Germania per lavoro significa dunque mettere a rischio la propria famiglia.

    Separarsi da un coniuge tedesco (o da quello più legato a lingua e cultura tedesca e determinato e restare in Germania, se entrambi non tedeschi) significa perdere con certezza l’affido dei figli (e facilmente anche la responsabilità genitoriale).

    Il genitore italiano dovrà pagare gli alimenti indipendentemente dal proprio reddito, sulla base di decisioni tedesche inaudita altera parte. Le ingiunzioni di pagamento vengono eseguite in Italia senza nessun tipo di controllo (RE 4/2009) e portano a pignoramenti sul suolo italiano, rendendo senza tetto dei genitori che hanno perso i figli senza colpe, che non hanno più contatti con loro (il contatto con il genitore italiano è nocivo per i motivi di cui sopra), che hanno lasciato tutti i loro risparmi agli avvocati e non riescono più a lavorare a causa dello stalking delle amministrazioni tedesche. Ma l’Italia esegue.

    Nel caso inverso (anche se raro, perché sono pochissimi i bambini sfuggiti al sistema tedesco) la Germania non esegue, perché è protetta dai suoi codici di procedura dallo spostamento di capitali dalla Germania verso l’estero.

    Si tenta di trattare questo tema in Europa da almeno 3 legislature (vedasi “Documento di Lavoro del Parlamento Europeo sulle misure discriminatorie e arbitrarie adottate dallo Jugendamt” > http://jugendamt0.blogspot.com/2014/06/documento-di-lavoro-del-parlamento.html)

    Ogni volta che si arriva a discussione gli eurodeputati tedeschi si coalizzano, al di là di gruppi e partiti, per difendere l’interesse nazionale, mentre troppi eurodeputati italiani lasciano fare, nella migliore delle ipotesi per ignoranza, nella peggiore per sottomissione a interessi altrui.

    Nel novembre 2018 si è tenuta l’ennesima discussione su questo tema. La proposta della Commissione Petizioni era piuttosto esplicita nelle accuse mosse alla Germania. Per indebolire dunque la risoluzione in seduta plenaria, gli eurodeputati tedeschi (e i loro alleati germanofili) hanno richiesto moltissimi emendamenti, anch’essi sottoposti a votazione. La maggior parte di tali emendamenti sono passati perché hanno ricevuto voto favorevole anche da moltissimi, troppi eurodeputati italiani, che hanno così votato contro l’interesse nazionale. Affinché tutto ciò non si ripeta più e gli eletti dal popolo italiano difendano gli interessi dei loro concittadini, anche quelli minorenni,

    chiediamo ai candidati alle prossime europee di dichiarare pubblicamente se intendono, in caso di elezione:

    • farsi carico del problema Jugendamt in Europa;
    • proporre modifiche normative ai Regolamenti in materia familiare che attualmente impongono il riconoscimento delle sentenze tedesche;
    • informarsi e informare i media e i cittadini di questo problema;
    • inserire questa tematica nel loro programma;
    • organizzare eventi e convegni coinvolgendo gli specialisti dello Jugendamt e del sistema familiare tedesco (anche se molti sono stati criminalizzati proprio per togliere loro credibilità e toglierne al tema, pur in presenza di fatti e documenti);
    • chiedere la sospensione della partecipazione della Germania al programma Erasmus, fino a chiarimento della problematica;
    • difendere concretamente i bambini italiani in Europa

    e di nuovo il link: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

  • Achtung Binational Babies: i bambini non sono tutti uguali

    Riceviamo e pubblichiamo lo scritto della D.ssa Marinella Colombo[1] che da oltre 10 anni si batte per il diritto dei bambini alla bigenitorialità e affinché lo Stato Italiano inizi davvero a difendere i propri figli, soprattutto contro gli abusi del sistema familiare tedesco controllato dallo Jugendamt.

    “All’inizio di maggio del 2009, i miei bambini sono stati prelevati con la forza dalla scuola elementare (https://www.youtube.com/watch?v=l7IXfmQRtoE&t=70s ) che, con accordo scritto del padre tedesco (accordo firmato davanti al vice questore di Milano), stavano frequentando. A mia insaputa, avevano tutti cambiato idea, i miei figli dovevano tornare in Germania. Per ottenerlo, la pressione tedesca su politici e magistrati italiani è stata inaudita. L’ubbidienza totale. L’ufficio dell’allora ministro Franco Frattini rispose alla mia richiesta di giustizia con il commento: “abbiamo troppi interessi commerciali con la Germania, se vogliono questi due ragazzini, diamoglieli”. Da allora la persecuzione alla mia persona, provatamente finalizzata ad ottenere il mio silenzio, non è ancora terminata. Dopo la prigione, la confisca dei miei risparmi, il sequestro di quelli di mia mamma e la condanna a pagare quasi 100.000 euro di risarcimento alla parte tedesca che, forte del sostegno totale del SUO sistema, mi ha impedito di mantenere una relazione con i miei figli, ricevo pochi giorni fa la comunicazione dell’agenzia delle entrate che vi invio. Sto ancora pagando il risarcimento a chi non ha rispettato gli accordi, ma evidentemente non basta: l’agenzia delle entrate mi chiede di pagare la mensa di figli che sono stati impacchettati e spediti in Germania, perché non ho dato la disdetta con il dovuto preavviso!

    Qualcuno potrà chiedersi perché ho aspettato tanti anni, facendo salire gli interessi e i costi reclamati fino a 700,- euro. Non è così. Quando ho ricevuto la prima comunicazione (2013-2014) mi sono rivolta al Comune di Milano, all’origine della richiesta. Mi ha ricevuto il sig. Basilio Rizzo, al tempo Presidente del Consiglio Comunale (Giunta Pisapia), assicurandomi che il problema sarebbe stato risolto poiché si trattava di un’ingiustizia. Lo richiamai due o tre volte per esserne certa, poi in effetti non ricevetti più nulla. Fino alla settimana scorsa. Vi scrivo perché sono certa di non essere l’unica a subire tali soprusi, perché i bambini italiani trattenuti in Germania sono migliaia e perché è ora che, quando si affronta il tema dei bambini, ci si ricordi che i bambini sono tutti uguali, che possono avere diversi colori di pelle e di capelli, provenire da famiglie agiate o modeste, ma hanno tutti il diritto a non subire traumi e a vivere un’infanzia serena. Anche i bambini italiani.

    Vorrei chiedere a quei politici, scrittori e cantanti che sono scesi in piazza affinché i bambini stranieri potessero usufruire della mensa scolastica anche in mancanza della presentazione completa per l’esenzione, perché non una parola per il problema che da anni rappresento in tutte le sedi, quello dei bambini italiani mandati o trattenuti all’estero?  Perché vengono idolatrati i sindaci che dichiarano di non voler rispettare una Legge dello Stato e invece una madre che ha aperto il vaso di Pandora delle relazioni italo-tedesche viene trattata per questo come una criminale?

    Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i bambini e i genitori italiani hanno meno diritti degli altri; vorrei sapere perché si infrange la legge pur di trasformare in criminale ogni genitore con i figli all’estero e che tenta di battersi, forzatamente da solo, per riportare a casa il suo tesoro più grande.

    Come hanno agito i governi passati, lo sappiamo. Al governo attuale chiedo si metta fine all’autorazzismo e al complesso di inferiorità nei confronti degli altri Stati e della Germania in particolare; chiedo si concluda questa persecuzione pseudo legale contro di me, contro chi ha aperto questo vaso di Pandora: guardateci in quel vaso, troverete un disgustoso commercio di bambini finalizzato a convenienze politiche.

    Sono mesi che chiedo di mostrarvi le evidenze e sottoporvi le soluzioni elaborate insieme ad un gruppo di esperti, ma c’è sempre qualche tema più urgente. Ma i bambini crescono in fretta e in un attimo sono uomini e donne traumatizzati. Per favore non attendiamo oltre.

    I bambini sono tutti uguali. Anche quelli italiani!

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Dott.ssa Marinella Colombo

    [1] Membro della European Press Federation, Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus, Membro dell’Associazione Enfants Otages, Membro dell’Associazione Federiconelcuore Onlus, Membro dell’Associazione Crisalide Onlus.

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

  • Achtung Binational Babies: credevo avessimo smesso di fare gli zerbini

    Eravamo zerbini. Zerbini dell’Europa e di ogni paese dell’Unione che avesse da noi preteso qualcosa. Qualcosa sta cambiando su tanti fronti, ma sul tema della tutela dei nostri connazionali all’estero e soprattutto dei bambini binazionali lo siamo ancora, siamo vergognosamente degli zerbini. Basta leggere la ratifica italiana della Convenzione dell’Aja sulle sottrazioni internazionali (L. 64/94) – della cui modifica da noi richiesta ancora non si parla! – e paragonarla per esempio alla ratifica tedesca della stessa convenzione per comprendere come l’Italia si sia organizzata per esportare i propri bambini richiesti da uno Stato estero e per non riportare mai a casa quelli sottratti e portati dall’Italia verso l’estero. Padri e madri italiane che hanno avuto a che fare con le istituzioni preposte a questi casi (Autorità centrale del Ministero di Giustizia, Tribunali, Ministero degli Esteri, Consolati) potranno solo confermare all’unanimità.

    A dire il vero, si è levata anche su questo fronte una voce autorevole, schietta e sincera, anche se per ora isolata: il Console Generale d’Italia a Colonia, Pierluigi Ferraro, che ha avuto l’occasione di confrontarsi personalmente con il Sistema familiare tedesco (Jugendamt e Tribunali familiari), ha avuto il coraggio di chiamare ogni cosa con il suo nome e di definire questa ‘Amministrazione per la Gioventù’ tedesca, lo Jugendamt, per quello che è. In una intervista della testata online Deutschlandfunk, Angelo Bolaffi si dice “preoccupato della svolta radicale attuata dell’Italia” (la maggioranza degli italiani, professore, ha votato come ha fatto, proprio perché auspicava questa svolta!). Il giornalista aggiunge che in occasione della Festa della Repubblica Italiana, durante un evento al Consolato Generale d’Italia a Colonia, il Console Generale, Pierluigi Ferraro, nel suo discorso ha parlato anche degli Jugendamt e ha definito il loro agire, in molti casi, come quello di criminali e terroristi (http://www.deutschlandfunk.de/philosoph-zum-politischen-verhaeltnis-deutschland-und.694.de.html?dram:article_id=419660 ). L’intervento dell’Ambasciata (in pratica del Ministero degli Esteri) non si è fatto attendere e ha preteso dal Console uno scritto di scuse. Ovviamente subito integralmente pubblicato dalla testata tedesca (il discorso del Console invece è stato solo riassunto e non citato integralmente!).

    Questo è esattamente quello che fanno gli zerbini, signori Ministri e Presidente del Consiglio!

    Dopo aver incassato per decenni insulti gratuiti da politici e media tedeschi, senza aver mai osato protestare con sufficiente forza, abbiamo finalmente un Console che fa seriamente il suo mestiere e il suo dovere e il Ministero degli Esteri cosa fa? Lo bacchetta.

    Che l’agire degli Jugendamt sia criminale non è un’invenzione del Console, è una denuncia pubblica portata a livello europeo (Parlamento) e a livello nazionale in Italia, Polonia, Francia e persino nella stessa Germania. Ma non è politicamente corretto. Perché? Perché appropriarsi dei bambini binazionali crea introiti di miliardi di euro e un indotto in Germania di altrettanto valore. In buona parte sono miliardi che si muovono dal capitale privato degli Italiani (stipendi, immobili, risparmi, pensioni) verso la Germania, il resto lo finanzia l’Europa (cioè in buona parte l’Italia, quale contribuente netto) con programmi di “aiuto ai giovani e alle famiglie” (ovviamente non le famiglie naturali né i genitori biologici) che ad altro non servono se non a sottrarre i bambini ai loro genitori per inserirli in un circuito ben più redditizio. Se dunque certe verità non sono politicamente corrette per la Germania, dovrebbero esserlo a maggior ragione per l’Italia che se non si decide a dare una svolta anche su questo fronte, continuerà a perdere i propri figli, il proprio futuro e i propri capitali.

    Il Console coraggioso non va bacchettato, ma ringraziato. I bambini e i capitali vanno fatti rientrare in Italia.

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