Jugendamt

  • Achtung, binational babies: Lo Jugendamt tedesco oltrepassa le frontiere

    Circa dieci anni fa si concludeva la vicenda di una coppia franco-tedesca alla quale lo Jugendamt (Amministrazione per la gioventù) aveva tolto le figlie, prelevandole una dalla scuola e l’altra dall’asilo. L’improvviso allontanamento era avvenuto perché una delle bimbe aveva rivelato a scuola il progetto di trasloco, cioè che avrebbero lasciato la Germania per andare a vivere in Francia, a pochi chilometri di distanza, poiché vivevano nei pressi della frontiera. I genitori lottarono per sei mesi per riaverle a casa, ma compresero ben presto che ciò che stava accadendo era conforme al sistema di “tutela” di tutti i bambini che risiedono in Germania. Quindi il papà, durante una delle brevi visite concesse, decise di attraversare il ponte sul Reno, rientrando in Francia con le figlie, dove anche la mamma li raggiunse immediatamente. I genitori si rivolsero subito alla polizia e al tribunale francese per denunciare gli abusi subiti, mentre le autorità tedesche emettevano mandati di arresto contro i genitori e avvisi di ricerca di minori scomparsi. Gli esiti positivi di visite, colloqui e perizie portarono il giudice francese a stabilire in via definitiva che non ci fosse assolutamente nessun motivo per togliere le figlie ai genitori. Da allora, circa dieci anni fa, tutta la famiglia vive in Francia. Una delle figlie è maggiorenne, l’altra si appresta a terminare il liceo. I traumi vissuti nei sei mesi passati con una coppia di estranei, impegnati tra l’altro a denigrare continuamente i veri genitori delle bambine (https://www.youtube.com/watch?v=QX5jqQCad6U&t=162s) non sono mai stati completamente superati, ma si pensava che questa famiglia sarebbe stata per lo meno lasciata in pace. Legalmente lo Jugendamt può infatti agire solo in territorio tedesco. La sua competenza termina alla frontiera. Registriamo invece in questi giorni un primo sconfinamento: un funzionario dello Jugendamt ha suonato alla porta dell’abitazione di Strasburgo, unica residenza di genitori e figlie, affermando di voler controllare se il “benessere” della bambina, quella minorenne, fosse tutelato! Quando la mamma, cittadina tedesca, gli ha ricordato che i tribunali francesi si erano già occupati del caso e avevano già sentenziato e che ogni decisione era stata trasmessa alle autorità tedesche, ha semplicemente ribadito che “la Germania non riconosce le sentenze emesse dai tribunali degli altri paesi dell’Unione”. Ricordiamo per inciso che ogni normativa europea stabilisce esattamente il contrario, ma si sa, in questa Europa le regole sarebbero uguali per tutti, ma valgono solo per alcuni. Si potrebbe anche pensare che un giudice tedesco che invia un suo funzionario in una giurisdizione straniera e che dopo dieci anni nomina un tutore e continua a rifiutarsi di chiudere un procedimento sia un singolo caso di delirio da onnipotenza. In realtà ciò che sta accadendo è la trasformazione sempre più evidente dell’Unione europea in “grande Germania”, o addirittura in “grande fratello teutonico”, dove le vittime non sono solo i cittadini degli altri paesi, ma anche gli stessi cittadini tedeschi. Nel mio precedente articolo, Il modello tedesco di Bibbiano. Da dove viene e come funziona il modello applicato nei casi dei bambini strappati illecitamente ai propri genitori (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/29/achtung-binational-babies-il-modello-tedesco-di-bibbiano/) spiegavo come la metodologia usata negli scandali italiani relativi agli affidi, determinati in base al possibile reddito prodotto da allontanamenti e terapie, in realtà è ciò che in Germania non solo viene applicato da anni, ma in quel paese è addirittura legale. Parlavo dell’esportazione del metodo di mercificazione del bambino che dalla Germania sta arrivando in Italia e un po’ in tutta Europa. Ebbene direi che siamo già andati oltre, non solo viene esportato il modello tedesco negli altri paesi, addirittura si scalvano le giurisdizioni e in concreto le frontiere per assicurare che venga realizzato quanto deciso dallo Jugendamt, detentore assoluto del potere decisionale su cosa sia “bene” per un bambino, cioè rimanere in Germania, anche senza i genitori. La morale della vicenda, almeno per noi Italiani, è che dovremmo smettere di credere che tutto ciò che viene dall’estero è migliore, dovremmo riflettere sulla mercificazione in atto dei bambini, oggi ancora oggetto di inchieste in Italia e soprattutto dovremmo capire dove ci sta portando questa Unione europea che non coincide con il concetto di Europa. La mercificazione dei bambini verrà presto integrata e legalizzata all’interno di un sistema che sta già cambiando gli appellativi. La mercificazione si chiamerà semplicemente e definitivamente “tutela”.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Manifesto dei bambini italiani

    Lo Sportello Jugendamt dell’Ass. C.S.IN. Onlus, in collaborazione con l’Associazione Enfants Otages, CHIEDE ai CANDIDATI alle elezioni europee del 26 maggio di IMPEGNARSI PUBBLICAMENTE a difendere la causa dei bambini in ostaggio in Germania, compilando con il proprio nome il seguente manifesto: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

    Chiediamo ad ognuno di voi che leggete di inviare questo link e la richiesta di sottoscrizione a tutti i candidati di tutti i partiti e gruppo politici, mettendoci in copia (sportellojugendamt@gmail.com).

    Sarà così pubblica la decisione di ognuno di impegnarsi o meno per questa causa giusta, la difesa concreta dei bambini privati del loro genitore non-tedesco. In questo modo verrà difeso anche l’interesse nazionale, perché si fermerà l’inimmaginabile flusso di denari verso le casse tedesche e si potrà dare un segnale chiaro alla Germania e all’Europa della ritrovata dignità del nostro paese e dei suoi rappresentanti.

    Grazie!

    TESTO DEL MANIFESTO:

    Le centinaia, ormai migliaia di genitori italiani di bambini binazionali, così come tutti i genitori italiani di bambini sottratti dalle amministrazioni tedesche in maniera “deutsch-legal” sostengono e sosterranno soltanto i candidati alle prossime elezioni che inseriranno nel loro programma i punti riportati più sotto.

    Ripercorriamo brevemente la tematica: la Repubblica Federale Tedesca si è organizzata per impossessarsi, anche grazie ai regolamenti europei vigenti, di tutti i bambini che risiedono per almeno 6 mesi in territorio tedesco.

    Benché esistano regolamenti che prevedono il riconoscimento in uno Stato dell’Unione di decisioni emesse in altro Stato, i codici di procedura tedeschi permettono a quel paese di non riconoscere le decisioni degli altri Stati, nello specifico quelle italiane.

    Tutte le Convenzioni e i regolamenti proclamano di voler tutelare il “bene del bambino”. Questo concetto non è giuridicamente definito e pertanto in Germania ha assunto il seguente significato:

    • il bambino non deve per nessun motivo lasciare la giurisdizione tedesca e deve crescere in Germania;
    • in caso di separazione, a breve, medio o lungo termine, il genitore non-tedesco perde l’affidamento e la responsabilità genitoriale;
    • parlare una lingua diversa dal tedesco lo confonderebbe, dunque deve parlare solo tedesco.

    Le conseguenze sono devastanti e creano migliaia di bambini orfani di genitori viventi.

    Nel solo anno 2016 sono stati presi in carico dallo Stato tedesco, tramite lo Jugendamt(Amministrazione per la gioventù, ente plenipotenziario, non soggetto a controllo ministeriale, parte in causa in ogni procedimento e terzo genitore di ogni bambino residente in Germania,) 84.230 bambini, dei quali il 60.869 con almeno un genitore non tedesco

    (fonti del Ministero tedesco Destatis, Statisches Bundesamt).

    Sempre più spesso vengono sottratti i figli anche a coppie italiane residenti in Germania per la diversa formazione culturale, la diversa metodologia educativa e la scarsa conoscenza della lingua tedesca. Pur in presenza di parenti in Italia che si occuperebbero del minore, il bene del bambino corrisponde a crescere presso una famiglia affidataria tedesca, secondo le autorità tedesche.

    Emigrare in Germania per lavoro significa dunque mettere a rischio la propria famiglia.

    Separarsi da un coniuge tedesco (o da quello più legato a lingua e cultura tedesca e determinato e restare in Germania, se entrambi non tedeschi) significa perdere con certezza l’affido dei figli (e facilmente anche la responsabilità genitoriale).

    Il genitore italiano dovrà pagare gli alimenti indipendentemente dal proprio reddito, sulla base di decisioni tedesche inaudita altera parte. Le ingiunzioni di pagamento vengono eseguite in Italia senza nessun tipo di controllo (RE 4/2009) e portano a pignoramenti sul suolo italiano, rendendo senza tetto dei genitori che hanno perso i figli senza colpe, che non hanno più contatti con loro (il contatto con il genitore italiano è nocivo per i motivi di cui sopra), che hanno lasciato tutti i loro risparmi agli avvocati e non riescono più a lavorare a causa dello stalking delle amministrazioni tedesche. Ma l’Italia esegue.

    Nel caso inverso (anche se raro, perché sono pochissimi i bambini sfuggiti al sistema tedesco) la Germania non esegue, perché è protetta dai suoi codici di procedura dallo spostamento di capitali dalla Germania verso l’estero.

    Si tenta di trattare questo tema in Europa da almeno 3 legislature (vedasi “Documento di Lavoro del Parlamento Europeo sulle misure discriminatorie e arbitrarie adottate dallo Jugendamt” > http://jugendamt0.blogspot.com/2014/06/documento-di-lavoro-del-parlamento.html)

    Ogni volta che si arriva a discussione gli eurodeputati tedeschi si coalizzano, al di là di gruppi e partiti, per difendere l’interesse nazionale, mentre troppi eurodeputati italiani lasciano fare, nella migliore delle ipotesi per ignoranza, nella peggiore per sottomissione a interessi altrui.

    Nel novembre 2018 si è tenuta l’ennesima discussione su questo tema. La proposta della Commissione Petizioni era piuttosto esplicita nelle accuse mosse alla Germania. Per indebolire dunque la risoluzione in seduta plenaria, gli eurodeputati tedeschi (e i loro alleati germanofili) hanno richiesto moltissimi emendamenti, anch’essi sottoposti a votazione. La maggior parte di tali emendamenti sono passati perché hanno ricevuto voto favorevole anche da moltissimi, troppi eurodeputati italiani, che hanno così votato contro l’interesse nazionale. Affinché tutto ciò non si ripeta più e gli eletti dal popolo italiano difendano gli interessi dei loro concittadini, anche quelli minorenni,

    chiediamo ai candidati alle prossime europee di dichiarare pubblicamente se intendono, in caso di elezione:

    • farsi carico del problema Jugendamt in Europa;
    • proporre modifiche normative ai Regolamenti in materia familiare che attualmente impongono il riconoscimento delle sentenze tedesche;
    • informarsi e informare i media e i cittadini di questo problema;
    • inserire questa tematica nel loro programma;
    • organizzare eventi e convegni coinvolgendo gli specialisti dello Jugendamt e del sistema familiare tedesco (anche se molti sono stati criminalizzati proprio per togliere loro credibilità e toglierne al tema, pur in presenza di fatti e documenti);
    • chiedere la sospensione della partecipazione della Germania al programma Erasmus, fino a chiarimento della problematica;
    • difendere concretamente i bambini italiani in Europa

    e di nuovo il link: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

  • Achtung Binational Babies: i bambini non sono tutti uguali

    Riceviamo e pubblichiamo lo scritto della D.ssa Marinella Colombo[1] che da oltre 10 anni si batte per il diritto dei bambini alla bigenitorialità e affinché lo Stato Italiano inizi davvero a difendere i propri figli, soprattutto contro gli abusi del sistema familiare tedesco controllato dallo Jugendamt.

    “All’inizio di maggio del 2009, i miei bambini sono stati prelevati con la forza dalla scuola elementare (https://www.youtube.com/watch?v=l7IXfmQRtoE&t=70s ) che, con accordo scritto del padre tedesco (accordo firmato davanti al vice questore di Milano), stavano frequentando. A mia insaputa, avevano tutti cambiato idea, i miei figli dovevano tornare in Germania. Per ottenerlo, la pressione tedesca su politici e magistrati italiani è stata inaudita. L’ubbidienza totale. L’ufficio dell’allora ministro Franco Frattini rispose alla mia richiesta di giustizia con il commento: “abbiamo troppi interessi commerciali con la Germania, se vogliono questi due ragazzini, diamoglieli”. Da allora la persecuzione alla mia persona, provatamente finalizzata ad ottenere il mio silenzio, non è ancora terminata. Dopo la prigione, la confisca dei miei risparmi, il sequestro di quelli di mia mamma e la condanna a pagare quasi 100.000 euro di risarcimento alla parte tedesca che, forte del sostegno totale del SUO sistema, mi ha impedito di mantenere una relazione con i miei figli, ricevo pochi giorni fa la comunicazione dell’agenzia delle entrate che vi invio. Sto ancora pagando il risarcimento a chi non ha rispettato gli accordi, ma evidentemente non basta: l’agenzia delle entrate mi chiede di pagare la mensa di figli che sono stati impacchettati e spediti in Germania, perché non ho dato la disdetta con il dovuto preavviso!

    Qualcuno potrà chiedersi perché ho aspettato tanti anni, facendo salire gli interessi e i costi reclamati fino a 700,- euro. Non è così. Quando ho ricevuto la prima comunicazione (2013-2014) mi sono rivolta al Comune di Milano, all’origine della richiesta. Mi ha ricevuto il sig. Basilio Rizzo, al tempo Presidente del Consiglio Comunale (Giunta Pisapia), assicurandomi che il problema sarebbe stato risolto poiché si trattava di un’ingiustizia. Lo richiamai due o tre volte per esserne certa, poi in effetti non ricevetti più nulla. Fino alla settimana scorsa. Vi scrivo perché sono certa di non essere l’unica a subire tali soprusi, perché i bambini italiani trattenuti in Germania sono migliaia e perché è ora che, quando si affronta il tema dei bambini, ci si ricordi che i bambini sono tutti uguali, che possono avere diversi colori di pelle e di capelli, provenire da famiglie agiate o modeste, ma hanno tutti il diritto a non subire traumi e a vivere un’infanzia serena. Anche i bambini italiani.

    Vorrei chiedere a quei politici, scrittori e cantanti che sono scesi in piazza affinché i bambini stranieri potessero usufruire della mensa scolastica anche in mancanza della presentazione completa per l’esenzione, perché non una parola per il problema che da anni rappresento in tutte le sedi, quello dei bambini italiani mandati o trattenuti all’estero?  Perché vengono idolatrati i sindaci che dichiarano di non voler rispettare una Legge dello Stato e invece una madre che ha aperto il vaso di Pandora delle relazioni italo-tedesche viene trattata per questo come una criminale?

    Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i bambini e i genitori italiani hanno meno diritti degli altri; vorrei sapere perché si infrange la legge pur di trasformare in criminale ogni genitore con i figli all’estero e che tenta di battersi, forzatamente da solo, per riportare a casa il suo tesoro più grande.

    Come hanno agito i governi passati, lo sappiamo. Al governo attuale chiedo si metta fine all’autorazzismo e al complesso di inferiorità nei confronti degli altri Stati e della Germania in particolare; chiedo si concluda questa persecuzione pseudo legale contro di me, contro chi ha aperto questo vaso di Pandora: guardateci in quel vaso, troverete un disgustoso commercio di bambini finalizzato a convenienze politiche.

    Sono mesi che chiedo di mostrarvi le evidenze e sottoporvi le soluzioni elaborate insieme ad un gruppo di esperti, ma c’è sempre qualche tema più urgente. Ma i bambini crescono in fretta e in un attimo sono uomini e donne traumatizzati. Per favore non attendiamo oltre.

    I bambini sono tutti uguali. Anche quelli italiani!

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Dott.ssa Marinella Colombo

    [1] Membro della European Press Federation, Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus, Membro dell’Associazione Enfants Otages, Membro dell’Associazione Federiconelcuore Onlus, Membro dell’Associazione Crisalide Onlus.

  • Achtung Binational Babies: Condanna dello Jugendamt da parte del Parlamento europeo

    Dopo anni di dolorose, impari lotte, abbiamo finalmente ottenuto un documento ufficiale del Parlamento Europeo che “ricorda alla Germania i suoi obblighi internazionali ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, compreso l’articolo 8” e riconosce che il sistema tedesco in materia di diritto di famiglia controllato dallo Jugendamt discrimina i genitori stranieri e lede, anziché proteggere, l’interesse superiore del minore.

    Per ottenere tale documento ci siamo impegnati in prima persona per oltre due legislature. Il nostro lavoro è stato sempre osteggiato dagli eurodeputati tedeschi di tutti i gruppi politici e purtroppo anche da molti eurodeputati italiani che hanno pedissequamente seguito le indicazioni del loro gruppo di appartenenza (per lo più a maggioranza tedesca) lavorando così contro gli interessi del loro Paese e dei loro concittadini. In quest’ultima legislatura abbiamo avuto il supporto dell’eurodeputata italiana della Commissione Petizioni e siamo riusciti ad avere su questo tema un Gruppo di Lavoro che ha stilato una serie di raccomandazioni[1], per arrivare poi alla Proposta di risoluzione[2], discussa in Plenaria il 15 novembre e votata da tutto il Parlamento europeo il 29 novembre 2018[3]. Oggi nessuno e soprattutto nessuna Autorità, né politico, né magistrato italiano potrà dire “non sapevo”, “non è vero”, “è un’invenzione dei germanofobi”.  Ma c’è di più, oltre a evidenziare le discriminazionidi cui sono vittime i genitori non-tedeschi in Germania e ad elencare una serie di raccomandazioni alla Germania (che come al solito quel paese disattenderà) il documento costringe anche le nostre autorità consolari e diplomatiche in genere a prendersi carico dei propri connazionali che denunciano discriminazioni gravi, quali il ritiro senza motivo fondato dell’affido e della potestà sui figli.

    Inoltre “ricorda agli Stati membri l’importanza di attuare sistematicamente le disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 e di assicurarsi che le ambasciate e le rappresentanze consolari siano informate fin dalle prime fasi di tutti i procedimenti di presa in carico dei minori riguardanti i loro cittadini e abbiano pieno accesso ai relativi documenti; sottolinea l’importanza di una cooperazione consolare affidabile in questo settore e suggerisce che alle autorità consolari sia consentito di partecipare a tutte le fasi del procedimento”. Non ci saranno dunque più scuse, il Console competente può d’ora in poi chiedere di visionare gli atti relativi al concittadino che ha chiesto il suo aiuto (il nostro consiglio: dovrà ricordarsi di chiedere anche del fascicolo, di solito segreto, tenuto dallo Jugendamt!) e quando verrà richiesta la sua presenza durante le udienze, potrà e dovrà esserci!

    Anche giudici ed avvocati italiani dovranno leggere attentamente questo documento prima di autorizzare un genitore a trasferirsi dall’Italia in Germania (il rischio di perdere il genitore che resta in Italia è pari al 99%) e, nel caso in cui emettano una sentenza che andrà riconosciuta in Germania, devono sapere che i bambini, anche se di soli 3 anni, vanno ascoltati, pena il non-riconoscimento della stessa da parte dei tribunali tedeschi. Ciò che sosteniamo da anni è ora finalmente scritto nel testo del Parlamento che “esprime preoccupazione per il fatto che, nelle controversie familiari che hanno implicazioni transfrontaliere” le autorità tedesche possono “rifiutare sistematicamente di riconoscere le decisioni giudiziarie adottate in altri Stati membri nei casi in cui i minori che non hanno ancora tre anni non siano stati ascoltati”.

    In particolare i giudici dei Tribunali per i Minorenni competenti per i procedimenti in Convenzione Aja (e l’Autorità centrale del Ministero) non dovrebbero più limitarsi ad effettuare rimpatri (o a lasciare il bambino all’estero) solo sulla base del principio che il bambino abitava all’estero (o non è nato in Italia) perché il concetto di residenza abituale non è univoco, come (finalmente) ci ricorda il documento del Parlamento europeo che “sottolinea, conformemente alla giurisprudenza della CGUE, la nozione autonoma di “residenza abituale” del minore nella legislazione dell’UE e la pluralità dei criteri che le giurisdizioni nazionali devono utilizzare per determinare la residenza abituale.

    Questa risoluzione ci aiuta infine nel grande lavoro di informazione fatto da anni, confermando quanto già avevamo instancabilmente spiegato perché “sottolinea il diritto dei cittadini di rifiutare di accettare documenti non scritti o tradotti in una lingua che comprendono, come previsto all’articolo 8, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 1393/2007 relativo alla notificazione e comunicazione di atti; invita la Commissione a valutare attentamente l’attuazione in Germania delle disposizioni di tale regolamento al fine di affrontare adeguatamente tutte le possibili violazioni”. E’ dunque ufficiale, basta lettere di minaccia in tedesco inviate dallo Jugendamt! Rispediremo al mittente, come previsto dal citato regolamento, ogni comunicazione che non sia redatta in Italiano.

    La battaglia contro questo sistema che si appropria dei bambini e delle vite altrui non è finita, questa è però una battaglia vinta. Ce ne saranno altre e ci vedranno sempre in prima linea.

    [1]

    [2]

    [3]

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

  • Achtung Binational Babies: credevo avessimo smesso di fare gli zerbini

    Eravamo zerbini. Zerbini dell’Europa e di ogni paese dell’Unione che avesse da noi preteso qualcosa. Qualcosa sta cambiando su tanti fronti, ma sul tema della tutela dei nostri connazionali all’estero e soprattutto dei bambini binazionali lo siamo ancora, siamo vergognosamente degli zerbini. Basta leggere la ratifica italiana della Convenzione dell’Aja sulle sottrazioni internazionali (L. 64/94) – della cui modifica da noi richiesta ancora non si parla! – e paragonarla per esempio alla ratifica tedesca della stessa convenzione per comprendere come l’Italia si sia organizzata per esportare i propri bambini richiesti da uno Stato estero e per non riportare mai a casa quelli sottratti e portati dall’Italia verso l’estero. Padri e madri italiane che hanno avuto a che fare con le istituzioni preposte a questi casi (Autorità centrale del Ministero di Giustizia, Tribunali, Ministero degli Esteri, Consolati) potranno solo confermare all’unanimità.

    A dire il vero, si è levata anche su questo fronte una voce autorevole, schietta e sincera, anche se per ora isolata: il Console Generale d’Italia a Colonia, Pierluigi Ferraro, che ha avuto l’occasione di confrontarsi personalmente con il Sistema familiare tedesco (Jugendamt e Tribunali familiari), ha avuto il coraggio di chiamare ogni cosa con il suo nome e di definire questa ‘Amministrazione per la Gioventù’ tedesca, lo Jugendamt, per quello che è. In una intervista della testata online Deutschlandfunk, Angelo Bolaffi si dice “preoccupato della svolta radicale attuata dell’Italia” (la maggioranza degli italiani, professore, ha votato come ha fatto, proprio perché auspicava questa svolta!). Il giornalista aggiunge che in occasione della Festa della Repubblica Italiana, durante un evento al Consolato Generale d’Italia a Colonia, il Console Generale, Pierluigi Ferraro, nel suo discorso ha parlato anche degli Jugendamt e ha definito il loro agire, in molti casi, come quello di criminali e terroristi (http://www.deutschlandfunk.de/philosoph-zum-politischen-verhaeltnis-deutschland-und.694.de.html?dram:article_id=419660 ). L’intervento dell’Ambasciata (in pratica del Ministero degli Esteri) non si è fatto attendere e ha preteso dal Console uno scritto di scuse. Ovviamente subito integralmente pubblicato dalla testata tedesca (il discorso del Console invece è stato solo riassunto e non citato integralmente!).

    Questo è esattamente quello che fanno gli zerbini, signori Ministri e Presidente del Consiglio!

    Dopo aver incassato per decenni insulti gratuiti da politici e media tedeschi, senza aver mai osato protestare con sufficiente forza, abbiamo finalmente un Console che fa seriamente il suo mestiere e il suo dovere e il Ministero degli Esteri cosa fa? Lo bacchetta.

    Che l’agire degli Jugendamt sia criminale non è un’invenzione del Console, è una denuncia pubblica portata a livello europeo (Parlamento) e a livello nazionale in Italia, Polonia, Francia e persino nella stessa Germania. Ma non è politicamente corretto. Perché? Perché appropriarsi dei bambini binazionali crea introiti di miliardi di euro e un indotto in Germania di altrettanto valore. In buona parte sono miliardi che si muovono dal capitale privato degli Italiani (stipendi, immobili, risparmi, pensioni) verso la Germania, il resto lo finanzia l’Europa (cioè in buona parte l’Italia, quale contribuente netto) con programmi di “aiuto ai giovani e alle famiglie” (ovviamente non le famiglie naturali né i genitori biologici) che ad altro non servono se non a sottrarre i bambini ai loro genitori per inserirli in un circuito ben più redditizio. Se dunque certe verità non sono politicamente corrette per la Germania, dovrebbero esserlo a maggior ragione per l’Italia che se non si decide a dare una svolta anche su questo fronte, continuerà a perdere i propri figli, il proprio futuro e i propri capitali.

    Il Console coraggioso non va bacchettato, ma ringraziato. I bambini e i capitali vanno fatti rientrare in Italia.

  • Achtung Binational Babies: le pratiche dello Jugendamt nei casi transfrontalieri

    L’evento è organizzato da eurodeputati di diverse nazionalità e di diversi schieramenti politici che non si rassegnano ad osservare senza intervenire le centinaia e centinaia di casi di abusi attuati dal sistema familiare tedesco e denunciati al Parlamento tramite lo strumento della petizione. Nonostante l’impegno dell’eurodeputata Cristiana Muscardini durante tutta la passata legislatura, i convegni, i gruppi di lavoro e le raccolte di firme, la situazione non è cambiata: i bambini sotto giurisdizione tedesca sono proprietà dello Stato tedesco, anche se molti di loro hanno una diversa nazionalità. Questo significa che molti genitori Italiani che si recano in Germania con i figli rischiano di non poter mai più fare ritorno con loro in Italia o peggio, di non vederli crescere perché affidati a famiglie tedesche. Come è possibile tutto ciò nel XXI secolo, in Europa? A queste domande si cercherà di dare qualche risposta con  l’evento del 29 maggio al Parlamento Europeo a Strasburgo. Gli organizzatori dicono di voler almeno sensibilizzare su questa tematica i media e l’opinione pubblica, nonché i propri rispettivi governi. Si tratta dell’eurodeputata italiana Eleonora Evi, del Polacco Zdzislaw Krasnodebski, dei Francesi Virginie Rozière e Edouard Martin e del Greco Miroslavs Mitrofanovs. Interverranno inoltre Associazioni ed esperti del settore. Dopo gli interventi dei relatori, verrà data la parola ai giornalisti che potranno porre le loro domande agli esperti e agli eurodeputati. Anche il Patto Sociale sarà presente e vi terrà informati!

  • Achtung Binational Babies: gli psicologi senza qualificazione della Germania moderna

    L’articolo di questa settimana presenta la traduzione di quanto recentemente apparso in alcuni media locali tedeschi: un falso psicologo ha guadagnato quasi 800.000 euro in 5 anni, redigendo perizie familiari che hanno tolto i bambini ai loro genitori, pur senza avere una laurea. Il caso è venuto alla luce perché una mamma, alla quale era stata tolta la figlia sulla base di una perizia di questo individuo, non si è rassegnata ed ha costretto, non senza difficoltà e impedimenti da parte del sistema, ad aprire un’indagine. Questo non è un caso isolato e dovrebbe farci comprendere che non solo in Italia succedono queste cose, bensì soprattutto nella perfettissima Germania. Ma sono due gli aspetti che vanno ben evidenziati: 1) il fatto di non avere una laurea non avrebbe impedito di ricevere incarichi dal tribunale e redigere perizie, perché i tribunali famigliari tedeschi possono nominare quale “esperto” anche chi non ha la specifica formazione, 2) il processo si tiene ora per “frode commerciale”, perché si è fregiato di un titolo senza averlo, ma gli esiti delle perizie di tale individuo non vengono in nessun modo messi in discussione. Conclusione: negli ultimi 4 anni sono stati tolti ai genitori più di 252.000 bambini (dati ufficiali del Ministero tedesco) che ci indicano, o che in Germania ci sono una massa di genitori incapaci, più incapaci di qualsiasi altro paese, oppure che in Germania agisce un sistema che si avvale di persone senza qualifica per impossessarsi dei bambini strappandoli ai loro affetti, ma creando un attivissimo indotto che crea continuamente nuovi posti di lavoro e che dunque il Governo tutela.

    L’articolo in traduzione:

    Il titolo gli ha fruttato quasi 800.000 euro: falso psicologo, ma lui “non voleva arricchirsi”.

    Molte domande rimangono senza risposta nel processo a carico di un uomo di 44 anni che si è fatto passare per psicologo pur senza una laurea e ha redatto perizie per i tribunali in questa veste. Il convenuto ammette i fatti, ma cerca di giustificare le sue azioni: non avrebbe mai voluto arricchirsi. “Stavo solo cercando di aiutare”. L’uomo, nativo del Saarland, gestiva uno studio di psicoterapia e un istituto di psicologia applicata a Idar-Oberstein, e deve ora rispondere di frode commerciale in 175 casi e di false dichiarazioni in sette casi. Il tribunale non si occupa delle conseguenze dei suoi scritti [N.d.R.: bambini tolti ai genitori sulla base delle sue perizie], ma solo dei danni causati alla magistratura per un totale di 759.000 euro. Questo è quanto ha incassato da novembre 2009 ad aprile 2014 per la sue perizie. Secondo l’accusa, questi pagamenti del tribunale sono stati ricevuti utilizzando un titolo falso. Non è ancora chiaro se vi siano stati altri casi prima del 2009, data in cui, stando all’imputato avrebbe utilizzato per la prima volta il falso titolo. Due testimoni, che avrebbero potuto fare un po’ più di luce sulla questione, non sono comparsi dinanzi alla seconda Corte penale della Corte distrettuale di Bad Kreuznach. Di conseguenza, si prevede che saranno necessari altri due giorni di procedimenti giudiziari prima che la sentenza possa essere pronunciata. In ogni caso, la versione che il falso psicologo ha presentato all’inizio del processo è stata smontata: non avrebbe obbiettato quando il tribunale si rivolse a lui nel 2005 o 2007, indicandolo con tale titolo, che presuppone invece un diploma universitario. Il procuratore Günter Horn ha mostrato due lettere, del 2004 e del 2005, dalle quali si evince che il falso psicologo già allora indicava si fregiava del titolo sulla sua carta intestata. Il giudice Bruno Kremer ha voluto sapere perché ha usato il falso titolo. “Non ho spiegazioni”, “Non ricordo”.

    La sua socia, con la quale gestiva un istituto di Idar-Oberstein, nel frattempo fallito, avrebbe dovuto testimoniare, ma non è comparsa in tribunale. Ha presentato all’ultimo momento un certificato in cui si affermava che non era in grado di sostenere un interrogatorio. La donna, che inizialmente lavorava come donna delle pulizie per l’imputato [N.d.R.: la donna delle pulizie era socia dell’istituto di psicologia applicata!] non ha mai voluto rispondere alle domande.

    E dunque, come si può credere in una giustizia che ti toglie i figli sulla base delle affermazioni di un ciarlatano?

    https://www.rhein-zeitung.de/region/lokales/bad-kreuznach_artikel,-titel-brachte-dreiviertelmillion-falscher-psychologe-wollte-sich-nicht-bereichern-_arid,1764897.html

  • Achtung Binational Babies: bambini rubati dallo Jugendamt tedesco

    Tutti i genitori italiani che hanno conosciuto lo Jugendamt tedesco e il sistema familiare di quel paese e che si sono visti cancellare dalla vita dei loro figli (ogni genitore non-tedesco è infatti nocivo al processo di germanizzazione dei bambini e dunque ritenuto nocivo al cosiddetto “bene del bambino”- in senso teutonico) sanno che questo problema non va affrontato né con gli psicologi e tanto meno con gli assistenti sociali, è un problema esclusivamente politico ed economico, oltre che giuridico.

    La Germania si impossessa dei bambini per motivi economici e conduce queste sue azioni in modo sempre più estremo perché politicamente (e non solo) si sente superiore e soprattutto perché Stati come l’Italia, che paiono aver perduto la loro dignità, glielo permettono.

    Infatti, non solo lo Stato italiano tace ai suoi concittadini il pericolo di un trasferimento in Germania con la famiglia, ma lascia completamente soli coloro che si trovano a vivere l’inferno della persecuzione tedesca e che disperatamente cercano aiuto. Invano.

    La maggior parte dei Consoli, che in effetti sono tenuti a rispettare le indicazioni del Ministero degli Esteri, si nascondono dietro al “non possiamo intervenire in procedimenti stranieri”, “non possiamo far scoppiare un incidente diplomatico per due bambini”, “si cerchi un buon avvocato”, ecc… (ho messo il virgolettato perché si tratta di frasi dette veramente!) quando invece è soprattutto necessario far sentire forte la presenza dello Stato italiano a supporto del proprio concittadino. All’estero l’italiano è percepito come orfano. Un apolide è forse maggiormente tutelato.

    Sul versante italiano la situazione è, se possibile, peggiore. I magistrati dei tribunali italiani paiono – troppo spesso – al soldo di un governo straniero. Alla richiesta (istanza) tedesca non si dice mai di no e se l’istanza non è fondata, si distorce la nostra propria Legge per riuscire ad applicarla in favore della parte tedesca.

    La nostra giustizia, notoriamente molto lenta, diventa improvvisamente veloce ed efficace quando si tratta di accogliere ed eseguire le richieste straniere, soprattutto se tedesche.

    Se la parte tedesca reclama degli alimenti, quella italiana si ritrova velocemente e inesorabilmente un ufficiale giudiziario italiano a requisire e pignorare ogni suo avere: i soldi devono arrivare velocemente in Germania. Se invece è la parte italiana a reclamare gli alimenti a quella tedesca, oltre alle lungaggini italiane per ottenere un decreto esecutivo, dovrà aspettarsi il diniego di quelle tedesche che utilizzeranno ogni articolo ed ogni comma del loro codice di procedura (ben diverso dal nostro!) per evitare che soldi tedeschi passino la frontiera. Ma c’è di peggio. Se un genitore italiano rientra in Italia con il proprio figlio, si ritroverà in prigione in un batter di ciglio, e il bambino sarà immediatamente rimpatriato. Se invece un genitore straniero porta illecitamente il figlio all’estero, allora si muove la burocrazia, cioè non succede niente (in ogni caso, niente di efficace) e il bambino resta all’estero. Addirittura se il genitore straniero porta il figlio all’estero illecitamente e poi rientra sul territorio italiano lasciando il figlio all’estero nelle mani di parenti più o meno stretti, questo genitore straniero, colpevole di un reato penale e oggetto di denuncia, potrà continuare tranquillamente a vivere in Italia senza che gli venga torto un capello. Nel confronti del genitore italiano ci si giustificherà con la solita “lentezza della giustizia” che però pare esista solo quando questa “giustizia uguale per tutti” viene invano reclamata da un cittadino italiano.

    Abbiamo smesso di chiederci il perché, vogliamo solo che tutto ciò abbia fine. Chiunque riceverà l’incarico di formare il nuovo Governo, dovrà farlo nell’interesse dell’Italia e degli Italiani e non dei burocrati (tedeschi) di Bruxelles. E’ dunque con rinnovata forza che chiediamo ci si occupi di questo tema!

  • I padri violenti e le madri folli dello Jugendamt

    Era iniziato tutto, come sempre, nel più banale dei modi. Dopo oltre vent’anni di matrimonio, tre figlie (una maggiorenne, una adolescente e l’ultima di otto anni), incomprensioni durate tanti anni e di fatto una convivenza che non è più tale. Lui ha un buon lavoro che lo costringe spesso lontano da casa; per questo vive in un altro appartamento per tutta la settimana. Lei è insegnante, in forza alla scuola (frequentata da entrambe le figlie) che si trova quasi di fronte a casa. Quando lei chiede il divorzio pensa di non fare altro che regolarizzare in tribunale la realtà di fatto: madre e figlie vivono nella casa familiare di fronte alla scuola e il padre è ormai in un altro appartamento, vicino al suo lavoro e alle sue nuove relazioni sociali. Ma non ha tenuto conto dell’unica variabile determinante in questa vicenda: lei è straniera in terra teutonica e come tale non potrà mai vivere da divorziata con le sue figlie. Il divorzio binazionale viene pronunciato in Germania solo quando l’affido esclusivo della prole è passato al genitore tedesco. Come? Le varianti sono poche e sempre uguali e si possono pertanto riassumere brevemente. Prima variante: se lo straniero, cioè non-tedesco, è il padre, verrà accusato (ovviamente senza la necessità di nessuna prova) di violenza domestica. Tutti i padri italiani, dei quali le madri tedesche si vogliono sbarazzare, sono dei violenti. Seconda variante: se è la madre ad essere straniera e pensa di ritornare al suo paese con la prole, l’intenzione di voler traslocare (e non il fatto) è sufficiente a fare di lei una madre snaturata che intende portare i figli fuori da quel paradiso terrestre, soprattutto per i bambini, che è la Germania. In altre parole, indipendentemente dalle situazioni, il “bene del bambino” coincide sempre e comunque con la permanenza in Germania. Se un genitore vuole andarsene e l’altro, quello tedesco, non desidera il collocamento del figlio, anche un istituto o una famiglia affidataria verranno ritenute la migliore alternativa al trasferimento. In sostanza, meglio perdere i genitori, ma restare in Germania. Terza variante: questa variante è quella speculare della prima, se i padri stranieri sono sempre violenti, le madri straniere sono sempre pazze. A costruire questa pazzia collaborano tutti, non solo lo Jugendamt, il Controllore del procedimento (Verfahrensbeistand) e la controparte, ma anche il giudice stesso e l’avvocato della signora che per primo penserà, “sinceramente” preoccupato per lei, di farla visitare da chi di dovere. Questi cosiddetti “esperti” che visitano, colloquiano e redigono perizie o semplici “prese di posizione” (Stellungnahme) vengono infatti scelti in base al risultato che si vuole ottenere, cercare gli indizi di probabili e segreti impulsi violenti nei padri, oppure stravolgere qualsiasi affermazione della madre straniera per dichiararne l’instabilità mentale. Nel caso in questione si è mosso per primo il giudice. In presenza di tensione per le incomprensioni sempre più profonde tra i genitori, il giudice ha pensato, ovviamente per il bene delle figlie, di buttar fuori di casa la madre. Ma non lo ha decretato in modo così lineare, perché altrimenti avrebbe esternato la sua esterofobia (peraltro comune a tutto il sistema familiare tedesco), ha utilizzato uno dei classici escamotage: con l’aiuto dell’avvocato della signora, ha convinto quest’ultima a lasciare la casa per due mesi. A partire da questo momento, mentre il genitore non-tedesco ancora non ha capito con chi ha a che fare, si mette in moto l’ingranaggio che le toglierà definitivamente la casa, poi le figlie e poi persino il diritto ad avvicinarle. Il tutto è “ricoperto” da un teutonico “bene del bambino”, dove il bene è percepito solo dalle casse tedesche poiché questa madre, come tutti, dovrà versare un lauto mantenimento, il cui importo viene deciso senza neppure tenere in considerazione i suoi introiti. E se le figlie scappassero? Ormai sono grandi, potrebbero pensarci. In questo caso la madre verrebbe accusata di aver complottato e organizzato la fuga, di aver infranto il divieto di avvicinamento e/o contatto, di essere insomma davvero pericolosa e dunque a maggior ragione da annientare.

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