Kenya

  • Kenyan authorities paid trolls to threaten Gen Z protesters, Amnesty says

    The Kenyan authorities paid a network of trolls to threaten and intimidate young protesters during recent anti-government demonstrations, Amnesty International has said.

    A new report by the human rights organisation said government agencies also employed surveillance and disinformation to target organisers of the mass protests, which swept Kenya across 2024 and 2025.

    The demonstrations were driven largely by “Gen Z” activists who used social media platforms to mobilise.

    In response to Amnesty’s report, Kenya’s interior minister said the government “does not sanction harassment or violence against any citizen”.

    But Amnesty said it had uncovered a campaign to “silence and suppress” the protesters.

    Young women and LGBT+ activists were disproportionately targeted, with misogynistic and homophobic comment, as well as AI-generated pornographic images, the report said.

    The BBC has approached the government for further comment.

    One activist told Amnesty: “I had people coming into my inbox and telling me: ‘You will die and leave your kids. We will come and attack you’.

    “I even had to change my child’s school. Someone sent me my child’s name, the age… the school bus number plate. They told me: ‘If you continue doing what you’re doing then we will take care of this child for you’.”

    It has long been believed that the government employs a network of individuals, known as “keyboard warriors”, to push its online messages.

    The report features a man who said he was part of a team paid between 25,000 and 50,000 Kenyan shillings (about $190-$390; £145-£300) per day to amplify government messaging and drown out trending protest hashtags on social media platform X.

    As part of its research, Amnesty spoke to 31 young human rights defenders who had participated in the protests. Nine of these activists said they had received violent threats via X, TikTok, Facebook and WhatsApp.

    As well as digital abuse, the authorities have also been accused of carrying out a brutal crackdown on the protests.

    More than 100 people died, rights groups say, when police clashed with protesters during two waves of demonstrations – one in 2024 and one in 2025.

    The authorities were also accused of arbitrary arrests, enforced disappearances and using lethal force against the protesters.

    The government accepted there had been some case of excessive force by police, but also defended the security forces in other instances.

    The demonstrations railed against issues such as proposed tax rises, increasing femicide and corruption.

    Amnesty chief Agnès Callamard said the organisation’s report “clearly demonstrates widespread and coordinated tactics on digital platforms to silence and suppress protests by young activists”.

    “Our research also proves that these campaigns are driven by state-sponsored trolls, individuals and networks paid to promote pro-government messages and dominate Kenya’s daily trends on X,” she added.

    Kenya’s Interior Minister Kipchumba Murkomen said: “The government of Kenya does not sanction harassment, or violence against any citizen… any officer implicated in unlawful conduct bears individual responsibility and is subject to investigation and sanction.”

    Amnesty also raised concerns about unlawful state surveillance, including allegations – denied by Kenya’s largest telecom provider, Safaricom – that authorities used mobile data to monitor protest leaders.

  • Il nuovo presidente dell’Unione africana sposta il continente nero dall’Atlantico alla penisola saudita

    L’elezione del ministro degli Esteri di Gibuti Mahmoud Ali Youssouf alla guida della Commissione dell’Unione africana, avvenuta il 15 febbraio ad Addis Abeba nel corso del 38mo vertice dei capi di Stato e di governo dell’organizzazione continentale, sancisce una dura sconfitta per il Kenya, che puntava sul suo candidato Raila Odinga. Quest’ultimo, ex premier e leader storico dell’opposizione keniota, era dato come favorito da molti alla vigilia del voto, sia nei confronti di Youssouf che del terzo candidato, il malgascio Richard Randriamandrato. Alla fine, tuttavia, Odinga – dopo essere stato in vantaggio nei primi due turni di votazioni – è stato superato da Youssouf e costretto ad uscire dalla corsa: il ministro degli Esteri gibutino è riuscito a quel punto ad assicurarsi i 33 voti necessari all’elezione, conquistando il prestigioso incarico. La sconfitta di Odinga, ritenuto il grande favorito della vigilia e apertamente sostenuto dal presidente keniota William Ruto, potrebbe tuttavia non apparire così sorprendente.

    Sebbene tra la delegazione keniota al quartier generale dell’Unione africana si respirasse un clima di grande ottimismo, una serie di fatti avrebbero indispettito gli altri Paesi, contribuendo a far pendere la bilancia del voto in favore del candidato gibutino. Secondo fonti citate dal quotidiano keniota “Standard Media”, la delegazione keniota è rimasta scossa da una lettera che esortava i membri della Comunità di sviluppo dell’Africa australe (Sadc) a votare per il candidato del Madagascar – Paese membro del blocco regionale meridionale -, provocando la piccata reazione del primo segretario del ministero degli Esteri, Korir Sing’oei, il quale ha contestato la candidatura del Madagascar affermando che non il Paese non sia parte dell’Africa orientale. “Da un punto di vista tecnico, penso che, in realtà, il Madagascar non dovrebbe essere sulla scheda elettorale per quanto riguarda la regione orientale perché se questo fosse il turno della regione meridionale, potrebbe ugualmente candidarsi. Ciò conferisce al Paese un vantaggio ingiusto”, ha dichiarato Sing’oei alla stampa alla vigilia del voto, in apparente violazione di un ordine di riserbo imposto dal segretariato dell’Ua.

    Stando alle stesse fonti, anche altre dichiarazioni di massimi funzionari del Kenya avrebbero sorpreso le altre delegazioni. Ad esempio, il ministro degli Esteri, Musalia Mudavadi, ha affermato che il voto avrebbe dovuto concludersi sabato, quasi alludendo al fatto che alcuni Paesi fossero intenzionati a danneggiare la candidatura di Odinga. “Se non riusciamo a eleggere un presidente in questo momento critico, l’Africa apparirà debole, confusa e indecisa”, ha detto Mudavadi durante una riunione del Consiglio esecutivo dell’Ua, che comprende i ministri degli Esteri, evocando un presunto “complotto” per negare al Kenya la maggioranza dei due terzi di cui avrebbe avuto bisogno per far vincere Odinga. Ma ci sono altre ragioni, anche di natura geopolitica, che potrebbero aver influito sulla mancata elezione del candidato keniota. Il Kenya si trova infatti in una situazione scomoda per via del conflitto nella Repubblica democratica del Congo (Rdc), tra le accuse secondo cui Nairobi sosterrebbe il Ruanda, a sua volta accusato di sostenere i ribelli del Movimento 23 marzo (M23). È il caso di ricordare, in tal senso, che a Nairobi è stata istituita l’Alleanza del fiume Congo (Afc), la piattaforma politica formata da diversi gruppi di opposizione congolesi, tra cui lo stesso l’M23. Non è inoltre un caso se, nelle scorse settimane, il presidente congolese Felix Tshisekedi ha disertato il vertice della Comunità dell’Africa orientale (Eac) – di cui il Kenya è uno dei membri di spicco – preferendo invece partecipare virtualmente a un summit congiunto Eac-Sadc. Sempre nelle ultime settimane, il presidente keniota William Ruto ha ammesso di aver parlato con l’omologo francese Emmanuel Macron della situazione della Rdc, un fatto che ha mandato su tutte le furie i Paesi francofoni dell’Ua, in particolare gli interlocutori del Sahel che più sono ansiosi di tagliare i legami con la loro ex potenza coloniale.

    Lo stesso Ruto, peraltro, si è fatto promotore di un netto avvicinamento del suo Paese agli Stati Uniti, come sancito dalla visita di Stato – la prima di un presidente africano in più di un decennio – effettuata a Washington nel maggio scorso da Joe Biden in occasione del 60mo anniversario delle relazioni Usa-Kenya: una mossa che è apparsa come un chiaro messaggio d’interesse da parte di Washington nei confronti di Nairobi e del suo ruolo di bastione democratico nella regione. In quel frangente, Biden aveva anche annunciato l’intenzione di concedere al Kenya lo status di maggior alleato non Nato, rendendolo il primo Paese dell’Africa sub-sahariana titolare di un riconoscimento che consentirebbe al Paese di ottenere armi più sofisticate dagli Stati Uniti e di impegnarsi con Washington in una cooperazione più stretta in materia di sicurezza. Un avvicinamento, quello agli Usa, che è costato a Ruto e al suo Paese l’appellativo di “marionetta” dell’Occidente, etichetta che si porta dietro dall’inizio della sua presidenza.

    Tale posizione si è ulteriormente acuita per la posizione marcatamente filo-israeliana assunta dal Kenya dopo lo scoppio del conflitto del 7 ottobre 2023, un fatto che potrebbe aver intaccato le possibilità di Odinga di assicurarsi il seggio. L’Unione africana, del resto, ha sempre sostenuto una soluzione a due Stati per il conflitto in Medio Oriente, chiaramente influenzata dalla forte componente araba dei suoi Paesi membri: basti ricordare, ad esempio, che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha tenuto sabato scorso un discorso al summit di Addis Abeba, guadagnandosi una “standing ovation”. A contribuire alla mancata elezione di Odinga potrebbe essere stata anche la sua età avanzata (ha appena compiuto 80 anni): un fatto che potrebbe aver alimentato la percezione che Ruto stia cercando di gestire la politica interna assicurando a Raila un ruolo a livello continentale per facilitare il suo percorso di rielezione.

    Quanto al candidato eletto, il gibutino Mahmoud Ali Youssouf, molti analisti attribuiscono la sua vittoria alla sua esperienza nella diplomazia e negli affari dell’Ua, avendo fatto parte del suo Consiglio esecutivo – l’organismo dei ministri degli Esteri – per più di un decennio, al contrario di Odinga che ha brevemente ricoperto soltanto il ruolo di Alto rappresentante dell’Ua per le infrastrutture. Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale di Gibuti dal 2005, Youssouf ha iniziato la sua carriera diplomatica nel 1993, ricoprendo il ruolo di vicedirettore delle Organizzazioni internazionali al ministero degli Esteri e poi diventandone direttore per il Mondo arabo. Nel 1997 è stato nominato ambasciatore di Gibuti in Egitto e rappresentante permanente presso la Lega degli Stati africani, nonché ambasciatore non residente in Libano, Libia, Sudan, Siria e Turchia. Youssouf è stato poi nominato ministro delegato per la Cooperazione internazionale presso il ministero degli Affari esteri, arrivando a guidare il dicastero quattro anni dopo.

    Così come la bocciatura di Odinga scontenta gli Stati Uniti, l’elezione di Youssouf non può che essere ben vista dai Paesi arabi ma anche dall’altra superpotenza globale, la Cina, che a Gibuti ha la sua unica base militare all’estero (2mila uomini). Vero è che il piccolo Paese del Corno d’Africa ospita diversi avamposti di potenze militari occidentali, tra cui gli stessi Usa (con 4.500 militari), la Francia (con 1.450 militari), il Giappone (con 180 militari), l’Italia (presente con la Base militare italiana di supporto, Bmis, che ospita un centinaio di militari) e la Spagna. Tuttavia, è stata proprio la crescente presenza cinese a Gibuti ad attirare un’attenzione senza precedenti sul Paese africano. Posizionato com’è all’estremità meridionale del Mar Rosso, Gibuti è ritenuto strategicamente cruciale, trovandosi nell’intersezione di importanti passaggi marittimi – tra cui lo stretto di Bab el Mandeb e il Golfo di Aden – e, dunque, vitale per il flusso di petrolio e le esportazioni cinesi. La Cina finanzia inoltre la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, inaugurata l’1 gennaio 2018, che collega la capitale etiope Addis Abeba con Gibuti e il suo porto di Doraleh.

    La reazione di Pechino all’elezione di Youssouf, del resto, non si è fatta attendere. Nel corso di una conferenza stampa tenuta oggi, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, ha dichiarato che la Cina è pronta a lavorare a stretto contatto con il nuovo presidente della Commissione dell’Unione africana e con tutto l’organismo regionale nel promuovere l’integrazione africana e sostenere la voce del continente sulla scena internazionale, e ha definito l’Ua “un vessillo di forte unità per l’Africa e un’importante piattaforma per la cooperazione internazionale”. Il governo cinese si è quindi detto pronto a lavorare insieme per “continuare a sostenere il ruolo guida dell’Ua nel promuovere l’integrazione africana e inviare una voce più forte negli affari internazionali e regionali, promuovere congiuntamente lo sviluppo approfondito delle relazioni della Cina con l’Ua e l’Africa e guidare lo sforzo del Sud del mondo per cercare la forza attraverso l’unità e raggiungere insieme la modernizzazione”.

  • Kenya less open to visitors despite visa-free policy – report

    Kenya has plunged in the latest rankings of how open it is to visitors from other African countries despite introducing a “visa-free policy” earlier this year.

    It dropped 17 places to 46th out of 54 nations, according the 2024 Africa Visa Openness Index (AVOI).

    Last year, President William Ruto was highly praised after announcing that Kenya would drop visa requirements for all visitors from the continent.

    But in their place most travellers now have to apply online for authorisation before leaving their country, which some have criticised as “a visa under another name”.

    The system, known as the Electronic Travel Authorisation (ETA), determines if applicants are eligible to travel to Kenya and can take up to three days to be processed.

    Citizens from the East African Community regional bloc are exempt.

    The AVOI, supported by the African Union and run by the African Development Bank Group (AfDB), evaluates accessibility of African countries based on visa policies.

    It says Kenya’s “requirement for ETAs prior to travel for most travellers from other African countries lowered [its] score”.

    Looking at the continent overall, AfDB director Joy Kategekwa said the fact that “Africans continue to require visas for the most part to enter other African countries is one of the most profound contradictions to the continent’s aspirations on regional integration”.

    She noted that the report also “investigates the question of [ETAs] which, notwithstanding intent, resemble features of a visa”.

    The report says that the “introduction of ETAs by some countries added additional layers of requirements to the traveller and did not facilitate ease of movement”.

    Last October, President Ruto said Kenya would be going “visa-free” beginning in January this year, noting that the country was “the cradle of mankind”.

    But the latest ranking has come as no surprise to some Kenyans.

    “I did raise this very matter in January 2024,” says Mohamed Hersi, a hotelier and former chairman of the Kenya Tourism Federation.

    In January, Mr Hersi, said that the ETA was “not the same as visa-free”, and could make it more difficult for potential visitors to come to the country.

    Others have called for change in the policy.

    “The ETA isn’t progress—it’s still a visa, adding another bureaucratic layer and making travel to Kenya harder, not easier. Time for a serious rethink on accessibility,” says Kenyan entrepreneur Gina Din.

    Documents needed to get an ETA include flight details and proof of a hotel booking.

    Except for EAC citizens, all travellers must now pay $30 (£24) is valid for 90 days. Previously travellers were able to pay $50 for a multiple-entry visa that could be valid for several years.

    Before the introduction of the ETA, visitors from more than 40 countries including several from Africa, were able to arrive in Kenya, get a stamp on their passport and enter without paying.

    But there was a security element to the introduction of the new system.

    A government spokesperson told the BBC earlier this year that the ETA was necessary for vetting travellers.

    “Terrorism is one of the global threats at the moment, so we need mechanisms to ensure everyone who is coming to Kenya is [not a risk] to the country,” he said.

    Kenya has been targeted by al-Shabab jihadist militants from neighbouring Somalia in several notorious attacks.

    But looking at people travelling to Kenya overall, from Africa and beyond, the ETA does not appear to have discouraged tourists from coming.

    The country welcomed more than a million international visitors in the first six months of 2024, a 21% increase from last year, according to the Kenya Tourism Board.

    According to the AVOI, Benin, The Gambia, Rwanda and the Seychelles are ranked the highest in visa openness, with Africans requiring no visas to enter the countries.

    Sudan is bottom of the index, followed by Libya, Equatorial Guinea and Eritrea.

    The report’s authors say that overall, despite welcome change in some places, the continent’s score has dropped by a small amount.

  • La Ue investe 21,4 milioni di euro in armi al Kenya per estirpare Al-Shaabab

    L’Unione europea sta inviando aiuti militari per un totale di 21,4 milioni di euro alle Forze di difesa del Kenya (Kds), con l’obiettivo di rafforzare la risposta dell’esercito locale ai jihadisti di Al Shabaab. Lo riferisce “The East African”, spiegando che in una nota del Consiglio europeo si precisa che il supporto offerto alle Kdf sarà destinato a sfide interne ed esterne al Paese, attingendo per la prima volta alle risorse dell’Eu Peace Facility, un fondo creato nel 2021 dall’Unione europea per sostenere le iniziative di sicurezza dei Paesi partner in Africa. L’assistenza fornita contribuirà anche a rendere più sicure le frontiere ed a rafforzare le operazioni contro Al Shabaab lungo il confine con la Somalia, si legge nella nota, in cui si precisa che gli aiuti forniti riguarderanno tanto l’equipaggiamento quanto la formazione tecnica ed altri servizi logistici. Da questo punto di vista, le unità combattenti di fanteria dell’esercito del Kenya riceveranno anche veicoli aerei senza pilota tattici, intercettatori e disturbatori di frequenze jammer, sistemi per sconfiggere ordigni esplosivi improvvisati, oltre che fuoristrada, veicoli tattici di tipo militare e una postazione medica mobile. Gli aiuti stanziati includono anche il sostegno alle unità navali della Marina del Kenya, le cui truppe riceveranno occhiali per la visione notturna, giubbotti di salvataggio e altri dispositivi di protezione individuale. L’Ue è stata uno dei sostenitori della forza uscente della Missione di transizione dell’Unione africana in Somalia (Atmis), alla quale le Kdf hanno partecipato negli ultimi dieci anni. Tuttavia, di recente l’Ue e altri donatori hanno ridotto alcuni stanziamenti di bilancio per la missione, citando una molteplicità di sfide alla sicurezza nel continente. Gli aiuti di Bruxelles si inseriscono, infine, sul filo del patto di dialogo strategico concluso a giugno del 2021 fra Ue e Kenya, accordo in cui le due parti hanno concordato di impegnarsi per l’attuazione bilaterale delle disposizioni sul commercio e sulla cooperazione economica e per lo sviluppo dell’accordo di partenariato economico (Ape) con la Comunità dell’Africa Orientale (Eac).

  • Kenyan publisher recalls book after uproar over Prophet Muhammad image

    A Kenyan publisher has withdrawn a school book that included a drawing depicting Prophet Muhammad following an outcry by Muslim leaders and parents.

    They complained that it was blasphemous to draw the prophet and to ask pupils to colour in the illustration.

    Mentor Publishing Company said it regretted the “grave” mistake in the book on Islamic studies for pupils in the second year of primary school.

    About 11% of Kenyans are Muslims, the second largest religious group.

    Depictions of the Prophet Muhammad can cause serious offence to Muslims, with most of Islamic religious leaders saying that tradition explicitly forbids images of Prophet Muhammad and Allah (God).

    A Muslim scholar from the coastal city of Mombasa, Sheikh Rishard Rajab Ramadhan, told the BBC that the book “dangerously” misled young children.

    “No-one should imagine, leave alone attempt, to draw Prophet Muhammad. This can even cause war,” Mr Ramadhan said.

    In a letter to the Muslim community, the publisher said it had come to its attention that the content in one of its books, Mentor Encyclopaedia Grade 2, was “sacrilegious to the Islamic faith”.

    The drawing had been “inadvertently inserted” in the book, and “mistakenly identified it as the image of Prophet Muhammad”, said Mentor director Josephine Wanjuki.

    “We sincerely and wholeheartedly apologise for the error and we commit to ensure that such an error will never be repeated,” she added.

    The publisher said it would immediately remove the offensive drawing from all subsequent editions and has committed to work with the Muslim Education Council to review all its books.

    All teachers, students and school administrators holding copies of the book have been advised to return them to the publisher.

    Mr Ramadhan welcomed the move to recall copies of the book, but urged publishers to consult Muslim leaders before publishing Islamic books.

    Religious studies are part of the curriculum in Kenyan schools.

    The issue of depicting Prophet Muhammad has been a long-running controversy and has inflamed tensions, especially in Europe.

    In 2020, a school teacher in France’s capital, Paris, Samuel Patywas was beheaded after using cartoons of the Prophet Muhammad during a lesson about freedom of speech.

    In 2021, a teacher at a school in the British town of Batley was suspended after protests from Muslim parents for showing an “inappropriate” cartoon of Prophet Muhammad.

    The teacher was later reinstated. An investigation found the teacher did not intend to cause offence by showing the image.

    There is no specific or explicit ban in the Quran, the holy book of Islam, on images of Prophet Muhammad.

    But there is a reference to not depicting Allah and many Muslims believe the same applies to Prophet Muhammad.

  • Ancora una strage degli al Shabaab ma il Kenya è sempre più determinato nella guerra contro il terrorismo islamista

    A coloro che pensavano che il terrorismo islamista si fosse acquietato accontentandosi, come nel caso degli al Shabaab, di continuare a colpire e mietere vittime solo in Somalia, ha violentemente risposto la realtà: nelle ultime ore i terroristi somali, ben noti per le molte stragi ed assassini che hanno compiuto anche in Kenya, hanno nuovamente colpito ed ucciso proprio nella repubblica africana che solo pochi giorni fa aveva siglato un importante accordo con l’Unione Europea.

    Cinque fino ad ora le vittime accertate, sgozzate e decapitate, tutti civili.

    L’efferata violenza è una delle tante che gli al Shabaab hanno compiuto contro un paese che da anni è in prima fila per cercare di supportare il governo somalo e ripristinare l’ordine a Mogadiscio sostenendo la fragile presidenza, eletta nel modo più democratico possibile, in un paese dove ormai, da decenni, il terrorismo è padrone pressoché incontrastato.

    Il governo keniota, nonostante i molti attentati subiti sul suo territorio, non si è tirato indietro continuando a offrire aiuto militare alle istituzioni somale, il Kenya soffre da anni le conseguenze della guerra che i terroristi jihadisti stanno portando in varie parti dell’Africa, ora sotto l’insegna di al Qaeda ora sotto quelle dell’Isis.

    Ricordiamo, perché la memoria a volte non aiuta, alcuni dei più sanguinosi attentati subiti dal Kenya (sparatoria al centro commerciale Westgate settembre 2013; strage all’Università di Garissa il 2 aprile 2015; attacchi di Mombasa il 28 novembre 2002 contro un hotel di proprietà israeliana e un aereo appartenente ad Arkia Airlines).

    Non si deve inoltre dimenticare che in Kenya vi è a Dadaab il più grande campo profughi che vede rifugiati decine di migliaia di somali scappati dalla tragica situazione del loro paese afflitto, oltre che da sanguinosi scontri tra le forze del terrore e le forze governative, da una persistente carestia che rende la popolazione sempre più affamata e disperata.

    Il Kenya, giustamente considerato tra i paesi più evoluti ed affidabili dell’Africa, ha siglato, nei giorni scorsi, un importante accordo di partenariato economico con l’Unione Europea che promuoverà gli scambi di merci e creerà nuove opportunità economiche per le imprese e gli esportatori kenyoti, aprirà il mercato dell’UE ai prodotti kenyoti e incentiverà gli investimenti dell’UE in Kenya. Anche questo ha certamente reso ancora più violenti ed aggressivi gli al Shabaab che vedono nell’accordo un altro importante tassello per rendere il Kenya più forte e l’Africa più libera e stabile anche dal punto di vista economico.

  • Stateless Pemba community to become Kenyan citizens

    Kenya’s government has officially recognized the stateless Pemba community as an ethnic group.

    In a gazette notice, President William Ruto said the decision was taken after considering petitions by various parliamentary committees pushing for the recognition of the community.

    The recognition will allow community members to be integrated into society and have access to essential services such as education, health care, social protection, financial services and formal job market.

    The more than 8,000 community members – who have settled in Kenya’s coastal counties of Kwale, Kilifi, Mombasa and Lamu – have been stateless for decades.

    Majority of them are involved in deep sea fishing and subsistence farming as their main economic activity.

    They have complained of being arrested by Kenyan police and the coast guard for lacking identification documents.

    The decision has been welcomed by the United Nations High Commission for Refugees (UNHCR) and human rights groups who have been pushing for the recognition.

    Members claim they are descendants of migrants from Zanzibar during the reign of Sultan Bin Khalifa in the late 1800s.

    The Kenya government has in recent years recognised other previously stateless people including the Makonde, Shona, and the South Asian community.

  • Il lockdown porta a un surplus di natalità in Kenya

    Il Kenya si prepara a un “baby boom” per la fine di quest’anno. Un rapporto del ministero della Salute certifica infatti un incremento nel numero delle donne rimaste incinte a partire da marzo, primo mese delle restrizioni imposte dal governo del presidente Uhuru Kenyatta per contenere la
    diffusione del Covid-9. Secondo gli esperti del ministero, citati dal quotidiano
    locale The Standard, negli ultimi quattro mesi il numero delle donne e delle ragazze che si sono rivolte alle prime cure prenatali è aumentato di circa un decimo rispetto allo stesso
    periodo negli anni precedenti. Il mese record, fino ad adesso, è stato giugno. Un dato in
    controtendenza rispetto a quella che è ritenuta la norma: in genere il mese in cui si riscontra un aumento nell’assistenza prenatale è gennaio, con un calo a maggio e giugno.
    Rispetto alle cause di questo incremento si è ancora nel campo delle ipotesi. Tra le più accreditate, le varie conseguenze delle restrizioni anti-Covid. Secondo un esperto di salute riproduttiva sentito dallo Standard, Victor Rasugu, un ruolo fondamentale lo ha avuto il calo degli approvvigionamenti e degli acquisti di contraccettivi, nonché di assistenza sanitaria riproduttiva. Un fenomeno, questo, dovuto soprattutto allo stress a cui è stato sottoposto il sistema sanitario nazionale. A preparare il “baby boom”, secondo la stampa keniana, anche i lunghi coprifuoco e i consigli a restare in casa che hanno caratterizzato il periodo di lockdown, con alcune restrizioni peraltro ancora in vigore.

  • Campo profughi di Dadaab verso la chiusura, tangenti per ottenere lo status di rifugiati

    Il campo profughi di Dadaab, il più grande campo profughi del mondo, al confine tra Kenya e Somalia, è in via di sgombero. Il governo keniota aveva notificato all’inizio dell’anno all’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, l’intenzione di chiuderlo e nei giorni scorsi ha rimpatriato in Somalia, da dove provengono la maggior parte degli ospiti del campo, 45 persone (che sono state prese in carico dalle autorità somale e da personale dell’Unhcr).

    In Kenya, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, vi sono complessivamente 476.695 rifugiati (per il 54,5% si tratta di somali fuggiti dal loro Paese), 212.936 dei quali ospitati a Dadaab. Già dal 2014, il Kenya ha stipulato un accordo con Somalia e Unhcr per il progressivo rimpatrio dei somali. In questi anni 80mila persone sono state rimpatriate. Nairobi peraltro vorrebbe arrivare a evacuare l’intero campo in sei mesi, mentre le Nazioni Unite fanno presente che la Somalia non è a tutt’oggi un Paese sicuro.

    Chi rimane a Dadaab, secondo voci raccolte a giugno dal quotidiano britannico The Guardian, si trova a fare i conti con una corruzione pressoché endemica che coinvolge anche alcuni dei 16mila addetti dell’Unhcr. Il Guardian riferisce di tangenti per ottenere lo status di rifugiati a tutti gli effetti e poter essere quindi accolti in qualche Paese disposto a dare ospitalità (operazione più difficile dopo che Donald Trump ha decretato il divieto di viaggiare verso gli Usa per chi proviene da determinati Paesi); ma la mazzetta, riporta il quotidiano, si paga anche per avere cibo. L’Unhcr ha aperto un’indagine sulle denunce del Guardian, il malaffare appare peraltro strettamente connaturato ai centri di accoglienza e non solo in Africa: per la struttura di Borgo Mezzanotte nel foggiano il Corriere della Sera riferiva della presenza di bordelli sotto il controllo della mafia nigeriana, sotto gli occhi delle forze dell’ordine preposte a vigilare su entrate e uscite dal campo stesso. A Dadaab qualche mese fa sono stati arrestati 12 sospetti terroristi, uno dei quali in possesso di due passaporti neozelandesi.

  • Il Kenya costruisce barche con plastica riciclata

    In Kenya è stato costruito il primo dhow (la tradizionale imbarcazione dell’Africa orientale a vela araba triangolare) fatto interamente di plastica riciclata. Volontari ambientalisti kenioti hanno raccolto a Nairobi, Mombasa e Malindi e sulle spiagge di Lamu bottiglie di pet, soprattutto, ma anche 30mila ciabatte infradito e, con le tavole colorate gialle, rosse, blu, bianche e verdi ricavate da 10 tonnellate di scarti, dopo 3 anni di lavoro hanno varato un veliero dallo scafo arlecchino. Nome: Flipflopi (infradito in inglese). Missione: navigare nell’oceano tra il Kenya e Zanzibar (500 chilometri) per rendere più sensibile la gente al problema dell’inquinamento da plastica e al riciclo dei rifiuti.

    Secondo l’Onu, dagli anni Cinquanta sul nostro pianeta sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica. Un decimo è stato riutilizzato, un altro decimo incenerito: quasi l’80% è finito nelle discariche e nei mari. Secondo l’università di Berna, il danno economico annuo all’ecosistema marino è di 12,5 miliardi di euro, quanto il Pil dell’Islanda. In Africa la produzione di rifiuti passerà dai 125 milioni di tonnellate l’anno attuali al doppio entro il 2025, ma molti Paesi sono già attivi nel campo del riciclo, della plastica in particolare: il Sud Africa, l’economia più ricca del continente, ha già più di 200 aziende operative. Il Kenya ne ha molte di meno ma vuole recuperare: nel 2017 ha introdotto una delle leggi anti-sacchetti più dure al mondo. Le bottiglie di plastica continuano a essere gettate ovunque, ai bordi delle strade come nei corsi d’acqua. L’organizzazione nonprofit Petco, sede a Nairobi, ha lanciato da pochi mesi una grande iniziativa di raccolta. Per il 2019 l’obiettivo è 5.900 tonnellate di bottiglie di plastica: il 30% dei rifiuti in pet del Kenya. Una campagna sostenuta da grandi marchi presenti nel Paese, da Coca-Cola a Unilever. 

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