Legge

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: nulla di nuovo sotto il sole

    Non è vero che la Giustizia è stata dimenticata dalla politica: ma forse sarebbe stato meglio così.

    Con un preoccupante disegno di legge delega presentato alle Camere già da qualche mese e pronto per essere esaminato, un governo a fine corsa, capace solo di alimentare la sua spinta populista, prosegue con l’obiettivo di demolizione delle garanzie processuali in nome di principi incompatibili con la Costituzione e le regole del giusto ed equo processo.

    E’ stupefacente la ostinata incapacità di comprendere i veri “mali” del sistema processuale penale non meno della dalla pretesa di propagandare come panacea un insieme di inutili, anzi dannose riforme contenute in un progetto che si propone come l’ennesimo spot ed ha come testimonial il Ministro Bonafede: il che basterebbe a valutarne – senza leggere – il livello qualitativo

    L’inclito Guardasigilli, tra le altre cose, nel suo progetto, propone:

    1. di rendere fruibili le prove acquisite durante un dibattimento indipendentemente dal fatto che – con i tempi dei nostri processi è ipotesi frequente – nel frattempo siano fisicamente cambiati i giudici del tribunale: con ciò affidando la decisione a chi può solo leggere ciò che è accaduto ma non ha partecipato, anche formulando domande e ponendo questioni, alla formazione delle prove medesime; 2. di rendere monocratico il giudice di appello, perdendo definitivamente il valore della collegialità e la possibilità di un confronto si questioni delicate; 3. di burocraticizzare i tempi del processo con inutili sanzioni disciplinari anziché con interventi volti a dare concretezza al sacrosanto principio della ragionevolezza dei tempi processuali (il cittadino sarà eterno indagato e merce di ricatto sul terreno della politica); 4. Infine un farsesco incremento dei riti speciali intesi come deflattivi ma rimpolpati di automatismi preclusivi come piace ad ogni legislatore autoritario.

    Il segno dei tempi, direte voi.

    Infatti i Parlamentari sembra che rimangano sordi alle sollecitazioni – molte congiunte – della Avvocatura e Magistratura che hanno, viceversa, indicato la strada virtuosa da seguire.

    Di loro vorremmo ricordarci  come degni rappresentati della nobile funzione legislativa, non come yes men pronti a schiacciare bottoni approvando progetti preconfezionati in nome del nulla. La speranza è l’ultima a morire.

    Nel frattempo sta andando a conclusione il procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara: l’accusa ha chiesto la destituzione dall’ordine giudiziario e così sarà all’esito – anche in questo caso – di un processo, piaccia o non l’accusato (e non è che possa piacere molto o ispirare simpatia), certamente tra i meno garantisti cui si sia assistito: perché c’era un colpevole designato cui è stato negato di far sentire la stragrande maggioranza dei suoi testimoni e che è stato giudicato da un collegio composto da molti personaggi in qualche modo coinvolti a loro volta. Un processo dal retrogusto vagamente staliniano e quando questo articolo verrà letto ci sarà già la scontata decisione: una condanna che giunge dopo avere opportunamente evitato approfondimenti per evitare il rischio che saltassero fuori un po’ troppi scheletri fino ad oggi silenziosamente custoditi negli armadi con ciò provando a salvare il salvabile della immagine di una parte della Magistratura, una parte dalla quale – comunque – ci si aspetta che renda giustizia. E la legalità? Restate pure in paziente attesa anche di quella:  non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

  • Le ragioni del No

    Per garantire che la modifica della Costituzione, necessaria immediatamente se dovesse passare il Sì al Referendum, corrisponda alle reali esigenze dell’Italia e non di singole forze politiche o gruppi di interesse, questa dovrebbe avvenire tramite i lavori di un’assemblea costituente. L’indizione di una costituente, in grado di ammodernare la Costituzione nata nel 1948 e che ha reso possibile la vita democratica in questi anni, richiede un accordo tra forze politiche che ad oggi dimostrano, nei fatti, di non avere la stessa visione di repubblica democratica, lo stesso rispetto per la funzione legislativa ed il ruolo del parlamento, la stessa considerazione per il diritto di scelta che dovrebbe spettare ai cittadini.

    Da lungo tempo il parlamento è esautorato dalle sue prerogative costituzionali e inesorabilmente siamo approdati ad una sistema oligarchico, per altro privo di quelle menti illuminate e colte che potrebbero, eventualmente, per un periodo breve di emergenza, giustificare che a pochi, anche non eletti dal popolo, sia consentito decidere in autonomia e scavalcando, di fatto, l’ordinamento costituzionale.

    Il problema non è diminuire il numero degli eletti ma impedire che i capi partito continuino a nominare i deputati impedendo, con le sciagurate leggi elettorali che abbiamo da troppo tempo, che i cittadini possano scegliere chi dovrà rappresentarli. Il problema è l’impreparazione, il pressapochismo, l’ignoranza di troppi parlamentari e la mancanza di norme che consentano la punizione esemplare e senza indugi di chi sbaglia e usa il suo mandato per affari illeciti.

    Votare No al Referendum è l’unico modo per riportare al tavolo della discussione il futuro della nostra democrazia, per stanare chi vuole, nascondendo i veri obiettivi dietro una falsa possibilità di risparmio, rendere sempre più ristretta e incontrollata la compagine di potere. Dire No al Referendum significa tentare di dare finalmente vita ad una stagione non solo di riforme ma anche di trasparenza, quella trasparenza che i 5 Stelle avevano tanto sbandierato e che si è tramutata nella pagina opaca del nostro presente.

    Un No convinto per difendere la Repubblica.

  • In attesa di Giustizia: porte girevoli

    Se ne parla da sempre: della inopportunità che vi siano commistioni tra magistratura e politica. In particolare sono da evitare giri di giostra dalla magistratura alla politica e ritorno che riportano alle più belle pagine di Sciascia. Chi amministra giustizia non ha solo il dovere della imparzialità ma deve anche apparire tale: il che non può essere, dopo avere operato scelte di campo e di schieramento nette, soprattutto laddove ci si debba occupare di uomini che appartengono alla categoria degli avversari politici.

    La notizia non è recentissima, risale a qualche settimana addietro, ma è l’ultima che illustra plasticamente quella inopportunità di cui si è parlato all’inizio: in argomento abbiamo il Dott. Nicolò Marino, già nella Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, ora approdato a Roma, dove è Giudice per le Udienze Preliminari dopo una parentesi come assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana nella Giunta Crocetta e del quale, in quel segmento di vita, si trovano prese di posizione taglienti contro questo o quel personaggio.

    Ed è lui il GUP che, contraddicendo la Procura della Capitale, ha rinviato a giudizio Luca Lotti: uno dei nomi eccellenti della maxi-indagine sul caso Consip.

    Marino aveva assunto l’incarico di assessore regionale nel dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo il 14 aprile 2014. Sedici mesi in cui la toga è rimasta piegata nell’armadietto del palazzo di giustizia, mentre di lui rimangono agli atti decine di articoli e di dichiarazioni politiche. Particolarmente entusiasta agli esordi, è entrato poi in rotta di collisione con il governatore Crocetta. Con i Dem, peraltro, ha un rapporto equivoco, un amore incompreso. È stato in seguito ad un input di Pierluigi Bersani che il PD, con Crocetta, propose un modello inedito, una Giunta fatta di volti nuovi e certamente strutturati, tra i quali appunto un magistrato antimafia come assessore alle utilities. Con Matteo Renzi – nel 2014 – prova a dialogare, e aggancia il renziano Davide Faraone, come risulta dal verbale di una audizione resa da Nicolò Marino – in veste di ex assessore regionale e non di magistrato, o forse entrambe – davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

    Ed eccoci ai giorni nostri, quando non più assessore ma giudice, Nicolò Marino si  ritrova con l’ex pretoriano di Renzi in aula per il quale il P.M. aveva già chiesto l’archiviazione e in udienza sentenza di non luogo a procedere: ma l’ex ministro Luca Lotti dovrà andare a giudizio ugualmente per rivelazione di segreto d’ufficio.

    Indipendenza dalla Procura ovvero questa decisione ha a che vedere con antagonismi politici non sopiti? Non lo sapremo mai, certezze non ve ne sono e non è affatto da escludere che la scelta del giudice Marino sia frutto solo di un giudizio sereno e privo di fattori di inquinamento;  tuttavia sarebbe decisamente meglio evitare anche l’insorgere del dubbio e gli strumenti ci sono: l’astensione per motivi di opportunità oppure, come ha fatto Gianrico Carofiglio, dimettersi dalla magistratura dopo avere ricoperto incarichi politici e dedicarsi ad altro. Ecco, in attesa di Giustizia, magari leggetevi un suo libro: Carofiglio è stato un ottimo magistrato, un senatore scopertosi poco avvezzo ai palazzi del potere (dai quali non è stato particolarmente amato) e al di là delle trame che possono piacere o no, scrive in un italiano impeccabile. Un uomo da cui c’è molto da imparare.

  • In attesa di Giustizia: quaggiù qualcuno ci ama

    Non è una novità e non è la prima volta che se ne parla in questa rubrica: certo si è che la categoria degli avvocati e – più che mai quella dei penalisti – non è ai vertici della scala di popolarità tra la gente comune, almeno fino a quando non incorre nella sfortunata esperienza di una imputazione, certamente non ha tra i suoi fans l’Associazione Nazionale Magistrati, il furore giustizialista alimentato da larga parte della classe politica la illustra come complice dei peggiori criminali.

    In un Paese nel quale, tra le tante, l’infrastruttura di cui si avverte sempre più la mancanza è una immateriale e cioè a dire la cultura, fa piacere leggere queste riflessioni tanto più apprezzate quanto inattese di Isabella Bossi Fedrigotti pubblicate sul Corriere della Sera tempo fa.

    Chi l’avrebbe mai detto che la nota scrittrice avesse un passato come quello che descrive e che ne vada così orgogliosa come traspare dalle sue parole?

    In gioventù ho assunto, controvoglia, qualche patrocinio penale. È stata un’esperienza che mi ha segnato. Poi la vita mi ha portato altrove. La difesa penale è il compito più alto, giusto e nobile che possa svolgere un avvocato, anche la difesa dei più efferati criminali. Ma come? come può essere impresa meritevole difendere i criminali?

    Anche il peggiore degli assassini (o peggio) resta un essere umano. Dovrà giustamente sottostare alla sua giusta pena. Ma non può essere condannato per qualcosa che non ha fatto solo perché è “un infame”, non può essere picchiato o torturato perché “è un mostro”, non può essere condannato sommariamente, con prove dubbie, ad una pena esorbitante perché così chiedono i media, l’opinione pubblica o un magistrato troppo zelante.

    Devi farti dieci anni di galera? Va bene, ma siano dieci e non undici, le accuse siano chiare, le prove siano prove, e debitamente prodotte, la procedura sia rispettata. Per questo ci sono io che ti difendo. Non ti difendo contro la giustizia, ma per la giustizia. Perché tu, anche se assassino, resti un uomo e non diventi carne da macello.

    In secundis, la maggior parte dei criminali – non tutti – son gente ferita, squinternata, squilibrata, ignorante, grezza, impaurita, in una parola debole, che si ritrovano soli in un mondo di ufficiali di polizia, pubblici ministeri, giudici, periti, ecc., tutta gente laureata, di condotta integerrima, che fa il proprio lavoro, inserita in un sistema col suo complesso sistema di regole e regoline e che sono potenzialmente suoi nemici. È giusto che ci sia almeno uno laureato, in giacca e cravatta, che conosce il sistema e non ne è intimidito, che lavora per lui, che è dalla sua parte.

    Ma non diciamo anche noi nel Salve Regina “avvocata nostra”? Tutti finiremo di fronte ad un tribunale a dar conto di quello che abbiamo fatto e non fatto, detto e non detto. Ci vuole un avvocato anche lì, o no?

    Grazie, Isabella, lo dico da avvocato ma prima ancora da cittadino: leggendo queste righe – riportate nella loro originale interezza – scritte con intensa sintesi da chi non è di parte o emotivamente coinvolto forse sarà più facile comprendere quale sia il ministero del difensore, quale la sua cruciale importanza in quella attività così complessa ed impattante nella vita tanto dei presunti autori quanto delle vittime dei reati.

    Un attività volta a contribuire a che si renda giustizia, una giustizia quella degli uomini che sia – se non altro – il meno imperfetta possibile.

  • In attesa di Giustizia: quod deus coniunxit, homo non separet

    Tratto dal Vangelo di Matteo, in diritto canonico questo brocardo esprime il principio della indissolubilità del matrimonio e sembra attagliarsi alla perfezione alla visione che il legislatore (ispirato non poco dalla Associazione Nazionale di categoria) ha delle carriere dei Magistrati: guai a chi osi proporre di separarle come viceversa avviene in molte democrazie occidentali che adottano un sistema processuale accusatorio.

    La separazione, a partire dal concorso di accesso alle funzioni giudiziarie, tra Pubblici Ministeri e Giudicanti corrisponde ad un principio di civiltà pienamente condivisibile ma nel nostro Paese si è resa necessaria una raccolta di firme per dare vita ad un disegno di legge di iniziativa popolare perché di ciò si iniziasse – di malavoglia – a parlarne alle Camere. Dopo un primo passaggio in commissione giustizia, il testo è approdato nei giorni scorsi in Aula sostenuto nel dibattito da parlamentari di ispirazione liberale come Sisto e Costa ma, ahimè, vittima del fuoco di sbarramento (manco a dirlo) di M5S e PD che ha rimandato il d.l. in commissione con raffinati argomenti come quello del Dem Bazoli che paventa la reazione della magistratura. Confessione non necessaria di una politica tenuta sotto schiaffo.

    D’altronde proprio un grande magistrato e giurista come Renato Bricchetti lo ha affermato senza infingimenti: se la magistratura non vuole la separazione delle carriere non se ne farà niente. Dargli torto è impossibile: il PD li teme e i pentastellati sono  il partito  dei P.M., della torsione autoritaria e manettara. Serve altro o c’è ancora chi si illude che se ancora non abbiamo la separazione delle carriere,  l’assetto e l’equilibrio democratico del Paese è assicurato – tra l’altro – da quella dei poteri?

    Ancora Renato Bricchetti, presidente di sezione della Suprema Corte, intervenuto dopo la seduta alla Camera ad un webinar organizzato dall’Unione Camere Penali, con grande onestà intellettuale ha detto: “Le vere riforme non si possono fare con l’accordo di chi le subisce” ed ha, altresì osservato che sono maturi i tempi per una rivoluzione culturale, possibile però solo attraverso una rivoluzione meccanica sulle carriere: con la quale – tra l’altro – viene  restituita autorevolezza indipendenza e forza al giudice, innanzitutto al GIP rispetto al P.M., proprio attraverso la separazione di chi giudica da chi accusa.

    Bricchetti, per chi non lo conosce, è uno che la carriera se l’è separata da solo: nato giudicante non ha mai inteso nemmeno provare la funzione inquirente, come altri hanno fatto, ovviamente, anche a parti invertite. Viene in mente qualche grande Pubblico Ministero rimasto sempre tale, sia pure dando permanente sfoggio di equilibrio, come Carlo Nordio. Ma questi esempi non rappresentano la maggioranza.

    Circa la urgente necessità della separazione delle carriere vi è la prova vivente: Piercamillo Davigo, nato P.M.,  si vantava di avere denunciato alla Procura Militare dei poveri alpini di leva che trovava addormentati durante il turno di sentinella nel corso delle esercitazioni cui partecipava per l’aggiornamento come ufficiale di complemento; passato in seguito, alle funzioni giudicanti in Corte d’Appello a Milano ha lasciato dietro di sè un tappeto di tappi di bottiglie di champagne stappate quando se n’è andato…approdando, peraltro, in Cassazione.

    Pulpito, quest’ultimo, dal quale ha lanciato l’intemerata secondo la quale non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca.

    Il disegno di legge sulla separazione delle carriere, con buona pace del valore aggiunto dato dal fatto che è di iniziativa popolare, viene in buona sostanza destinato ad un freezer parlamentare, Davigo e i suoi emuli, i suoi epigoni, l’Eccellenza Bonafede,  la redazione intera del Fatto Quotidiano, possono tornare a sorridere. E anche stavolta la Giustizia può attendere.

  • In attesa di Giustizia: salvis iuribus

    Salvis iuribus è una locuzione latina utilizzata in giurisprudenza – generalmente apposta in calce a lettere o atti – che sta a significare: fatti salvi i diritti.

    In pratica è una formula che serve ad indicare l’intenzione di chi scrive di avvalersi di tutti i mezzi consentiti e previsti dalla legge per tutelare i propri diritti: secondo prassi viene annotata al termine degli atti introduttivi delle cause civili ma ciò non toglie che chi è sottoposto ad un processo penale abbia ampia facoltà di estendere le proprie ragioni (con testimonianze, consulenze, controinterrogatorio dei testimoni a carico, e la deposizione propria a discarico) la cui sintesi è affidata all’arringa dell’avvocato in cui consiste il culmine del processo, l’atto finale prima della decisione.

    In sostanza, un processo non può e non deve essere deciso prima che l’intero insieme delle evidenze a discolpa sia illustrato dal difensore in una corretta dialettica con l’organo dell’accusa che conclude per primo.

    Sembra, peraltro, che non sempre così vadano le cose: talvolta si scopre che vi sono addirittura sentenze scritte prima del giudizio, era già capitato a Brescia qualche tempo fa, è successo un paio di settimane fa e nuovamente a Venezia, in Corte d’Appello.

    La sensazione, forse più di una sensazione, che simili accadimenti siano tutt’altro che isolati ed infrequenti c’è e c’è sempre stata basandosi su taluni indicatori: ma quando il sospetto diviene una certezza, lo sgomento non è minore. Sarà che la speranza è l’ultima a morire e nella Giustizia, intesa come categoria dello spirito comportante vincoli etici e indicazioni culturali inderogabili, si continua a credere. Magari a torto, da quel che si vede.

    E’ necessario premettere e chiarire in Corte d’Appello – per legge – il processo inizia con la relazione fatta da uno dei tre magistrati il quale illustra cosa è accaduto nel precedente grado di giudizio, sintetizza la sentenza di primo grado e le ragioni di ricorso dell’appellante.

    A Venezia, come anche altrove, è invalso l’uso di trasmettere, con posta elettronica qualche giorno prima dell’udienza, la relazione ai difensori ed al Sostituto Procuratore Generale assegnatario del fascicolo: un metodo più che accettabile che consente di dedicare più tempo a discussione e decisione ma…invece che la relazione è accaduto che agli avvocati sia stata spedita una bozza di motivazione di condanna, per di più frutto evidente di un “copia e incolla”. Altro che salvis iuribus: siamo di fronte al fenomeno delle condanne anticipate, alla ritenuta superfluità del processo. Il passo successivo ricalcherà – per chi la ricorda – la trama di Minority report?

    Poco convincente la spiegazione data dai vertici degli Uffici Giudiziari della Laguna: si tratterebbe di un sistema invalso di bozze contenenti ipotesi di decisione redatte sulla base di uno schema fisso. Sarà, ma guarda caso sono sempre bozze di sentenze di condanna (fu così anche a Brescia, nel precedente analogo e noto) con buona pace della presunzione di innocenza.

    Gli avvocati del Foro di Venezia sono insorti e hanno chiesto al Ministro l’invio degli ispettori: il seguito lo sapremo, forse, nelle prossime puntate.

    Nel frattempo sta per iniziare anche il processo disciplinare a carico di Luca Palamara il quale – per una prima volta, seguirà poi il processo penale – sta verificando cosa significhi difendersi avendo gli strumenti per farlo e ha depositato una lista con circa 130 testimoni: nei processi, per vero, conta di più la qualità che non la quantità di chi depone e qui sembra che la prima, con moltissimi nomi di persone coinvolte nelle sue trame, scarseggi un po’. Ma la giustizia deve seguire il suo corso ordinario ed ordinato ed anche per l’ormai ex P.M. vi è da augurarsi che le regole siano rispettate e non che una decisione sia già scritta ed avvenga al grido di “muoia Sansone con tutti i fi…libustieri!”

  • Delhi protests against citizenship law escalate as death toll rises to 24

    Protests in India’s capital New Delhi against a new controversial law escalated on the second day, with the death toll rising to 24. Among those who have been killed in the violence are also police officers.

    Authorities deployed tear gas, as protesters hurled stones and set vehicles, a gasoline pump and a mosque in Ashok Nagar on fire. More than 200 people have been treated in hospital, mostly from bullet injuries, but also from acid burns, stabbings and wounds from beatings and stone pelting.

    On Wednesday, Arvind Kejriwal, Delhi’s highest elected official, tweeted that police were “unable to control situation and instil confidence”, and requested that the military be called in and a curfew imposed in affected areas.

    The Citizenship Amendment Act (CAA) allows citizenship for Hindus, Sikhs, Buddhists, Jains, Parsis, and Christians who illegally migrated to India from Afghanistan, Bangladesh, and Pakistan. It, however, does not allow citizenship for Muslims, and was therefore dubbed “anti-Muslim”.

    The violent protests cast shadow on US president Donald Trump’s visit to India, aimed at deepening bilateral ties. He met with India’s PM Narendra Modi, who offered the law as part of his government’s nationalist program.

    “Had an extensive review on the situation prevailing in various parts of Delhi. Police and other agencies are working on the ground to ensure peace and normalcy”, Modi tweeted.

  • In attesa di Giustizia: Basso Impero

    Il 26 febbraio, dunque in questi giorni, è convocato un tavolo di concertazione presso il Ministero della Giustizia con oggetto il disegno di legge sulla riforma del processo penale. Sua Eccellenza il Guardasigilli sarà sorridente come sempre, compiaciuto di una proposta che – tuttavia –  si può definire in un solo modo: inguardabile. Un progetto che ha stravolto completamente il lavoro certosino che allo stesso tavolo avevano faticosamente condiviso l’Associazione Nazionale Magistrati, l’Unione delle Camere Penali, il Consiglio Nazionale Forense e l’Ufficio Legislativo del Ministero.

    L’accordo individuava tre aree di intervento per ridurre i tempi del processo: potenziamento dei riti alternativi (patteggiamento e giudizio abbreviato) e della funzione filtro della udienza preliminare sulle imputazioni di opinabile sostenibilità in giudizio ed una corposa depenalizzazione perché il nostro sistema penale è zeppo di “reati nani” che ingolfano il motore di Procure e Tribunali e potrebbero essere trasformati in illeciti amministrativi sanzionati con sola pena pecuniaria che è probabile che sia più deterrente, più immediata ed efficace e meno onerosa per lo Stato nella sua gestione piuttosto che un processo.

    Sarebbe complesso entrare in questa sede nel dettaglio dell’articolato ma qualche esempio può essere di interesse. Forse basterebbe dire che il mancato rispetto dei tempi previsti per la conclusione di ogni fase del processo, profilo cruciale, comporterebbe una mera conseguenza disciplinare per i magistrati che ne siano responsabili ma solo se conseguenza di dolo o colpa grave. Provate a inserire su Google “responsabilità magistrato colpa grave o dolo” sulla base della vigente normativa il risultato è: 0 tondo.

    Vi è poi l’affidamento ai vertici delle Procure della individuazione periodica, con assoluta discrezionalità e dispari determinazione da territorio a territorio, dei procedimenti da trattare in via prioritaria: una sostanziale elusione del parametro costituzionale sulla obbligatorietà dell’azione penale con licenza di arbitrio destinandone altri all’oblio della prescrizione che si interromperebbe solo in un momento successivo. Altrettanto incostituzionale la norma che vorrebbe l’appello praticabile solo se il difensore viene munito di una procura speciale “ad hoc” rilasciata dopo la sentenza di condanna di primo grado: e con l’imputato non più reperibile dal difensore, anche solo temporaneamente e con una manciata di giorni per risolvere il problema come la mettiamo?  Come la mettiamo soprattutto con l’articolo 24 che afferma che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento? Ma della Costituzione, lo abbiamo scritto in altre occasioni, non sembra interessare a nessuno e su nessuno dei Colli: tanto è vero che nei giorni scorsi altre previsioni della c.d. “Spazzacorrotti”, dopo la prima già dichiarata incostituzionale e di cui si è trattato recentemente in questa rubrica, altre sono state ritenute meritevoli di scrutinio e trasmesse dalla Cassazione al Giudice delle Leggi.

    Sistema a basso livello di garanzie, superfetazione delle condotte da ritenersi penalmente rilevanti: così lo Stato, questo Stato, regola i suoi conflitti sociali con interventi dettati dalla emergenza – o presunta tale – del momento invece che dislocare ed impiegare efficacemente risorse economiche ed umane.

    E la preponderanza del diritto penale è tipica degli Stati autoritari con la eccezione parziale del nostro Codice Rocco che risente di influenze liberali più che di regime. In termini di legislazione assistiamo a qualcosa che sembra ispirato dal Codice Teodosiano con il trionfo del diritto criminale e della pubblica repressione.

    Altro che attesa di Giustizia: aspettiamoci cose da Basso Impero.

  • In attesa di Giustizia: ce n’è per tutti

    C’era da aspettarselo, tutto sommato: il 12 febbraio la Corte Costituzionale ha esaminato le censure sollevate da più parti sulla legittimità costituzionale della legge c.d. “Spazzacorrotti” nella parte in cui ha esteso le preclusioni alle misure alternative al carcere previste dell’Ordinamento Penitenziario ai condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione senza fare distinzioni tra i fatti commessi antecedentemente alla legge e quelli successivi.

    La Corte ha preso atto che vi è una costante interpretazione giurisprudenziale secondo la quale le modifiche peggiorative del comparto normativo sulle misure alternative al carcere vengono effettivamente applicate retroattivamente e ha deciso nel senso – per la verità abbastanza ovvio – che questa interpretazione è costituzionalmente illegittima perché l’applicazione di una legge che trasforma radicalmente la natura della pena e i riflessi sulla libertà personale rispetto a quella che era prevista al momento della commissione del reato viola il principio di legalità previsto dall’articolo 25 della Costituzione.

    Con questa decisione di cui sarà interessante la lettura delle motivazioni (probabilmente tra qualche settimana) ce n’è per tutti: per cominciare con una legislazione arraffazzonata il cui obiettivo principale è quello di realizzare un sistema penale carcerocentrico per soddisfare la pancia dell’elettorato.

    Panem et circences, una locuzione latina che si adatta perfettamente alle strategie politiche demagogiche dei giorni nostri: reddito di cittadinanza al posto del pane e galera al posto dei combattimenti tra gladiatori, cristiani e bestie feroci. Come dire, una tradizione imperiale – descritta mirabilmente da Giovenale – che si poteva abbandonare senza rimpianti.

    Legislazione sciatta la nostra e non da adesso: ad interventi spesso già discutibili per altri versi non si accompagna quasi mai l’indispensabile corredo delle norme transitorie: quelle che governano il passaggio da un regime ad un altro evitando criticità e discriminazioni.

    Già, una volta si diceva che i giuristi migliori erano quelli cui veniva affidata proprio la redazione delle norme transitorie: oggi, almeno a livello parlamentare, è già molto difficile trovarne qualcuno che sia presentabile.

    Una seconda stilettata della Corte va a quegli organi giudicanti di vario livello che hanno in passato sistematicamente dato una interpretazione non costituzionalmente orientata al problema della applicazione retroattiva di norme che incidono negativamente sulla entità pena e sulla sua natura, come tali applicabili solo in un tempo futuro e che, incomprensibilmente, sono stato ritenute per anni norme di diritto processuale (quello che regola lo svolgimento del processo, non la sanzione da infliggere a un colpevole. Due ambiti del diritto molto diversi: lo capiscono anche al bar, tranne, forse quello frequentato da Davigo) e come tali immediatamente efficaci.

    In fondo ce n’è anche per lo staff del Quirinale che ha sottoposto ineffabilmente la legge alla firma del Capo dello Stato (peraltro, ex giudice costituzionale).

    Persino l’Avvocato dello Stato, in questo caso Massimo Giannuzzi, che di solito sostiene la coerenza costituzionale delle norme sottoposte a scrutinio ha espresso la sua perplessità chiedendo una sentenza interpretativa che disapplichi l’estensione retroattiva della “Spazzacorrotti”. Giannuzzi ha spiegato di non sentirsi una controparte rispetto ai colleghi difensori, perché lo Stato di diritto deve essere un riferimento per tutti gli operatori di quel settore.

    Applausi a Giannuzzi, ottima, ineccepibile la decisione della Corte ma adesso raccontiamolo a chi è andato in carcere per una legge marchianamente incostituzionale.

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