Legge

  • La Costituzione come cartastraccia

    Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra

    della legge e sotto il calore della giustizia.

    Montesquieu

    Sì, in Albania la Costituzione sta diventando, ogni giorno che passa, proprio una cartastraccia, nonostante dovrebbe essere la legge fondamentale dello Stato. Ma purtroppo ormai niente dovrebbe più stupire di tutto ciò che sta accadendo, essendo semplicemente delle conseguenze dirette e/o derivate di una strategia ben ideata e altrettanto ben messa in atto dal primo ministro e dai massimi rappresentanti della sua maggioranza governativa.

    Un’ulteriore e grave dimostrazione della palese e consapevole violazione della Costituzione è stata verificata la scorsa settimana. Lunedì 11 novembre, con la loro ubbidienza da sottomessi, i deputati hanno approvato tre nuovi giudici della Corte Costituzionale. Proprio di quella Corte che non funziona più da due anni, perché priva di giudici. Periodo quello durante il quale sono state approvate dal Parlamento diverse leggi “speciali”, clientelistiche e abusive, senza fare esistere più la possibilità di presentare ricorso presso l’unica istituzione custode della Costituzione: la Corte Costituzionale. Periodo che però è servito al primo ministro e ad alcuni raggruppamenti occulti, criminalità organizzata compresa, di portare avanti i loro progetti. Ma visto gli sviluppi politici degli ultimi mesi e le tante grandi difficoltà politiche e/o istituzionali, di fronte alle quali si trova ormai il primo ministro, il completamento con i giudici della Corte Costituzionale non si poteva posticipare ulteriormente. Non solo, ma questo attuale potrebbe essere risultato agli “strateghi” del primo ministro come il momento più opportuno per “scegliere” e poi “votare” in Parlamento tutti i giudici mancanti. Le cattive lingue dicono però che la fretta di completare e far funzionare adesso la Corte Costituzionale, violando consapevolmente e gravemente quanto previsto dalla Costituzione, dovrebbe avere dei seri ed importanti motivi. Soprattutto per gli anni a venire. Le cattive lingue dicono che i nuovi giudici potrebbero “ricambiare”, a tempo debito, la loro gratitudine al “benefattore”, il quale è tutt’altro che uno stinco di santo. E le cattive lingue non è che si sono sbagliate più di tanto in questi ultimi anni, anzi!

    Tornando alla votazione in Parlamento di lunedì scorso, 11 novembre, bisogna che il lettore capisca anche le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi in vigore. Il Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia, un organo amministrativo creato nell’ambito della Riforma della Giustizia, ha l’obbligo istituzionale di verificare, scegliere, preparare delle liste separate, in ordine graduatorio, dei pretendenti giudici. Il Consiglio dovrebbe preparare e mandare le graduatorie prima al Presidente della Repubblica poi al Parlamento e, infine, alla Corte Suprema. Anche questa Corte però purtroppo non funziona più in Albania! Perciò rimangono soltanto il Presidente della Repubblica e il Parlamento, le due istituzioni che devono decidere e scegliere le loro candidature per i nuovi giudici della Corte Costituzionale. Si doveva scegliere e decidere per quattro giudici. La Costituzione prevede che per ogni posto vacante si devono presentare tre candidature. Perciò le liste, quelle per il Presidente e per il Parlamento, dovrebbero avere avuto ognuna 12 nomi. Invece il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia ha mandato, con ritardo, due liste con gli stessi nomi, composte soltanto di quattro candidature. Due violazioni della Costituzione allo stesso tempo. Le liste sono state consegnate senza rispettare la priorità di scelta, di decisione e dell’espressione della volontà da parte del Presidente della Repubblica. Soltanto dopo si dovevano mandare le candidature al Parlamento. In più, lunedì 11 novembre, il Parlamento, da quella lista, ha votato non una, ma ben due candidature. Un’altra violazione della Costituzione. E “approfittando” del fatto che il Presidente non si era espresso con una sua scelta, la candidata, prima in graduatoria, è stata “automaticamente promossa” dalla maggioranza governativa. Ovviamente i suoi “consiglieri giuridici” hanno trovato dei cavilli legali, arrampicandosi sugli specchi. Ma sempre di cavilli si tratta. In più la Costituzione prevede anche che ogni candidato, per diventare giudice della Corte Costituzionale, deve giurare, mano sulla Costituzione, di fronte al Presidente della Repubblica. Cosa che non ha fatto però quella candidata “automaticamente promossa”. Ha scelto invece di ufficializzare il suo nuovo ed ambito incarico con una sua dichiarazione di fronte ad un notaio! Nell’arco di pochissimi giorni diverse violazioni della Costituzione. Come mai e chissà perché?!

    Quanto è accaduto lunedì scorso e quello che poi è successo nei giorni seguenti non poteva non suscitare forti reazioni e aspri attriti. Uno dei quali è quello tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Durante alcune conferenze stampa e delle interviste, il Presidente ha evidenziato e commentato tutte le violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore. Invece il primo ministro, in mancanza di convincenti argomenti giuridici, ha “scelto” di affrontare questa grave ed allarmante situazione, come delle battute. Come ha fatto sempre quando si trova in difficoltà e quando non può tacere. In più il presidente ha annunciato venerdì scorso che presenterà una denuncia penale contro il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia per le sue evidenziate violazioni della Costituzione e delle leggi, derivanti conseguenze comprese. Lo dovrebbe presentare oggi. Da sottolineare che il capo del sopracitato Consiglio è un giudice, molto vicino alla maggioranza governativa, il quale mentre la dittatura comunista stava crollando in Albania, condannava con 15 anni di prigione, per atti terroristici, alcuni cittadini che avevano abbattuto la statua di Stalin!

    Quanto è accaduto lunedì scorso in Parlamento è stato subito “salutato e applaudito” però dagli immancabili “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che ormai sono ben noti per la loro irresponsabilità istituzionale e professionale, per la loro “sottomissione” e il loro incondizionato e continuo appoggio al primo ministro, nonché per la loro avidità di approfittare da ogni occasione. Sono proprio quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania che a Bruxelles, i quali, calpestando palesemente i loro diritti e/o doveri istituzionali, hanno causato tanti danni e tante sofferenze agli albanesi. Sono gli stessi e/o loro simili, precedentemente molto attivi in Albania, i quali hanno sempre sostenuto il primo ministro nell’attuazione della sua diabolica strategia che niente ha a che fare con il bene dell’Albania e degli albanesi. Lo hanno fatto anche lunedì scorso, mentre il primo ministro e i suoi subordinati avevano calpestato la Costituzione senza scrupolo e come se niente fosse. Dando, per l’ennesima volta, la possibilità al primo ministro di usare come scudo le loro irresponsabili dichiarazioni. E così facendo, i soliti “rappresentanti internazionali” appoggiano anche la restaurazione della dittatura in Albania.

    Chi scrive queste righe ricorda e valuta quanto ha detto Papa Francesco durante l’Angelus del 13 ottobre 2019, riferendosi all’ultimo conflitto tra l’esercito turco e i curdi della Siria del nord. Rivolgendosi a “tutti gli attori coinvolti e anche alla Comunità Internazionale” il Papa rinnovava ad essi l’appello “ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza”. Cosa che non hanno fatto i “rappresentanti internazionali” in Albania. Permettendo così anche di far diventare la Costituzione simile ad una cartastraccia. E sostenendo una tirannia da esercitare all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

  • In attesa di Giustizia: come gabbare i lettori

    Ormai da qualche settimana le cronache giudiziarie hanno rivolto l’attenzione alle decisioni della CEDU e della Corte Costituzionale che hanno rilevato delle criticità nell’Ordinamento Penitenziario, laddove prevede una presunzione assoluta ed insuperabile di permanente pericolosità dei condannati per reati di grande criminalità organizzata o ad essa collegati.

    Tra le diverse voci del coro – quasi sempre di soggetti disinformati sul reale tenore di quelle decisioni e pronti a farne oggetto di polemiche fuorvianti ed a gabbare lettori e telespettatori – si è levata quella della nota giornalista Milena Gabanelli la quale ha dedicato la sua rubrica “Dataroom” sul Corriere Tv proprio alle sentenze con le quali la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Consulta hanno “bocciato” l’ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.

    La  Gabanelli ha sostenuto che migliaia di atti processuali, nel corso di quarant’anni, hanno dimostrato che i detenuti (mafiosi, ma forse non solo quelli intendeva la giornalista) mantengono ancora contatti con la cosca, attraverso gli avvocati i cui colloqui in carcere, non sono monitorabili.

    Non sappiamo a quali atti si riferisse: considerato che ha fatto riferimento a una moltitudine di casi ci sarebbe stato da aspettarsi che ne citasse almeno uno, possibilmente conclamato. Invece nulla, anche se, doverosamente, non si può escludere che qualcosa di simile sia accaduto. Ma, certamente, non è la regola e nemmeno una prassi da ritenere frequente.

    Dunque, ci risiamo per l’ennesima volta a confondere volutamente, aprioristicamente, generalizzando senza riferimenti puntuali, dati statistici, prove certe, gli avvocati con i loro assistiti: criminali gli uni e gli altri e i primi, forse, peggiori dei secondi perché insospettabili e sfuggenti ai controlli.

    Questo non è giornalismo, tantomeno giornalismo di inchiesta: è una gratuita macchina del fango che schizza indiscriminatamente su una intera categoria messa in moto, per di più, dal  volto noto appartenente a professionista preceduta da una certa fama.

    Ovviamente, queste affermazioni non potevano passare nell’indifferenza e hanno provocato la reazione dell’Avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali che ha così commentato: “Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti”, preannunciando una querela.

    La via giudiziaria sembra quella più opportuna da praticare: la  Gabanelli avrà, così, l’opportunità di portare in Tribunale, se li ha, i riscontri di cui disponeva per addivenire ad una gravissima accusa diffamatoria.

    E avrà bisogno di un avvocato, di un difensore,  rammentandole con ciò  che la sua stessa libertà è garantita da uno dei tanti che indistintamente ha considerato dei collusi se non dei complici dei mafiosi e che ha accettato di assistere anche chi lo abbia toccato, sia pure indirettamente, in ciò che ha di più sacro: la dignità di una Toga che al servizio di tutti i cittadini. Anche della Gabanelli quando si trova in attesa di Giustizia.

  • Il nuovo integralismo fiscale

    La detenzione preventiva rappresenta una forma di esercizio della Giustizia che dovrebbe risultare eccezionale all’interno del complesso sistema giudiziario il quale, viceversa, dovrebbe privilegiare tempi ragionevolmente più brevi ma soprattutto sicuri in relazione all’esercizio del potere giudiziario. Non può esistere, infatti, un sistema giudiziario nel quale buona parte dei processi finisca con la prescrizione del reato come è altrettanto insopportabile che buona parte dell’esercizio dei propri diritti in ambito civile debba attendere anche dieci anni ed oltre per venire riconosciuta.

    La preventiva detenzione, se divenuta usuale all’interno dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta, in altre parole, un’aberrazione all’interno del sistema stesso il quale sconta per altro scarsi investimenti pubblici ed una classe di magistrati assolutamente libera da ogni controllo o giudizio se non al solo CSM. E quest’ultimo, venendo meno al principio della terzietà di giudizio valido per il sistema giudiziario, adotta proprio il principio dell’interna corporis, del quale ‘integralismo politico-ideologico si è vestito il governo in carica partendo dalla assoluta incapacità (in questo esattamente in linea con i precedenti) di avviare una profonda rielaborazione della spesa pubblica e degli effetti della stessa al fine di giustificare, una volta di più, la propria incapacità di una sana gestione della spesa pubblica (come ampiamente accertato dalla CCGIA di Mestre (http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/09/INEFFICENZE-PA-ED-EVASIONE-14.09.2019.pdf). Viceversa si continua ad utilizzare  la problematica relativa all’evasione fiscale come arma di distrazione di massa.

    In altre parole si cerca di attribuire all’evasione fiscale, i cui termini non vengono mai chiaramente indicati, la causa principale del disavanzo e di conseguenza del debito pubblico (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Una falsità di una gravità inaudita che vede peraltro il silenzio colpevole del mondo accademico e dei media relativamente al calcolo dell’evasione stessa che non parte neppure dalla definizione tra imponibile e tasse evase.

    Va poi tenuto in debita considerazione il fatto che il ministero “certifica” come nelle controversie fiscali solo un 28% di esiti sia a favore del contribuente (un valore assolutamente fuorviante in quanto tiene conto della somme dei  tre gradi e non del solo esito finale ). In questo contesto la possibilità inserita nell’ennesimo decreto fiscale, che conferisce all’autorità giudiziaria di confiscare preventivamente i beni dell’imputato, rappresenta una forma moderna di neointegralismo religioso fiscale. Con l’aggravante che mentre l’ingiusta detenzione può venire liquidata e risarcita (solo in parte), il danno subito con la confisca dei beni non solo priva nell’immediato del patrimonio ma soprattutto può avere effetti difficilmente quantificabili in caso di risarcimento così come per  una conseguente chiusura dell’attività economica successiva alla confisca.

    Nel nostro ordinamento giudiziario una persona risulta innocente fino al terzo grado di giudizio e questo dovrebbe valere maggiormente per i reati fiscali e amministrativi che, pur colpendo il bene pubblico attraverso la sottrazione di risorse, sono reati patrimoniali.

    All’interno del mondo economico ed amministrativo la confisca dei beni può determinare la chiusura  di qualsiasi attività economica, imprenditoriale e professionale alla quale in caso di riconoscimento dell’innocenza non si potrebbe porre rimedio con un ipotetico risarcimento.  Uno scenario sempre più reale, anche in considerazione della spinta politica ad un maggiore utilizzo della moneta elettronica che fa pensare molto all’accanimento e all’integralismo con il quale il potere politico in carica spinge verso questo tipo di pagamenti.

    La lotta all’evasione fiscale sta ormai assumendo i connotati di una vera e propria lotta religiosa che contrappone il potere politico, sempre più invasivo, alla maggioranza dei contribuenti onesti che vedono ogni anno aumentare oneri e costi come gli adempimenti burocratici.

    Solo l’integralismo religioso applicato in ambito fiscale non si preoccupa degli effetti delle proprie azioni. E di fatto non esiste alcuna differenza nei suoi terribili effetti tra la supremazia di uno Stato in virtù di un integralismo religioso o in nome di un socialismo reale ed etico.

  • In attesa di Giustizia: diamo i numeri

    Mentre l’ineffabile Ministro della Giustizia rassicura che ha pronto un progetto per garantire, nel settore penale, la celebrazione di tre gradi di giudizio in quattro anni – ma non spiega bene come – vengono pubblicati i dati del recente sondaggio realizzato da Eurispes in collaborazione con le Camere Penali che hanno messo a disposizione sul territorio avvocati e praticanti per rilevare, sulla base di quasi 14.000 udienze celebratesi in trentadue sedi diverse di Tribunale, dati statistici rilevanti ed attendibili. Gli esiti, attesi ma non per questo meno preoccupanti, parlano di una Giustizia sempre in affanno, fatto chiaro che i procedimenti penali a livello nazionale sono quasi due milioni.

    Vediamo nel dettaglio: l’8,3% delle udienze viene rinviato per assenza dei testimoni del Pubblico Ministero, mentre solo l’1,5% a causa della mancata comparizione di quelli citati dalla difesa. A questi vanno aggiunti i rinvii per errori nella citazione per errori delle Segreterie del P.M. (1,7%) e quelli ascrivibili ai difensori (0,3%). Si tenga sempre conto che i rinvii determinati dalla difesa, anche per impedimento legittimo dell’avvocato o dell’indagato determinano l’interruzione del corso della prescrizione.

    Continuando nella disamina, un altro 15,7% delle cause di slittamento delle udienze è conseguente ad assenze del Giudice (3,3%) o suo mutamento soggettivo (0,3%) all’assenza del Pubblico Ministero (0,2%) e negli altri casi per irregolarità ascrivibili agli uffici giudiziari quali le omesse notifiche ad imputati e parti lese alle quali di aggiungono per l’8,1% le omesse notifiche da parte dell’Ufficio del Pubblico Ministero che son cosa diversa dalla notifica errata.

    Un ulteriore 2,4% delle udienze viene rinviato per problemi logistici: carenza di aule, mancanza di trascrittori, carico eccessivo del ruolo, mancata traduzione di detenuti dal carcere al Tribunale.

    Non trascurabile nemmeno il dato relativo agli esiti dei processi: il 26,5% si conclude con  la declaratoria di estinzione del reato (remissioni di querela, oblazioni, ammissioni alla messa alla prova, morte del reo), il 25,8% per assoluzioni davanti al Tribunale Collegiale, il 28,9% davanti al Giudice Monocratico, un ulteriore 4% per “particolare tenuità del fatto” nonostante il doppio filtro che dovrebbe essere garantito in fase di indagini agli episodi bagatellari. Tutti, ma propri tutti, “colpevoli che l’hanno fatta franca” secondo l’illuminato pensiero di Piercamillo Davigo la cui serenità nel giudizio è rispecchiata da queste sue parole.

    La prescrizione riguarda invece il 10% dei casi ed è corretto ricordare che il 70% circa delle prescrizioni matura con il fascicolo ancora tra le mani del P.M., quindi in una fase che non sarebbe comunque toccata dalla irragionevole modifica della normativa che dovrebbe entrare in vigore da gennaio 2020.

    Il campione raccolto, come si è visto è adeguato e valorizzabile ad una rilevazione statistica che ha interessato non tutti i Tribunali ma solo le Sedi ritenute di maggiore importanza: gli esiti ci parlano di un sistema che – rispetto alla precedente raccolta di dati da parte di Eurispes, una decina di anni fa – non mostra segni di miglioramento nonostante i ripetuti interventi del legislatore, a riprova che il problema vero risiede nelle risorse umane ed economiche.

    E la Giustizia? Aspettatela come Godot insieme a Bonafede il cui cognome esprime una speranza ma non la capacità di trovare rimedi. Restate in attesa: prima o poi arriva. Ma non sempre, sia chiaro.

  • In attesa di Giustizia: fake news

    Da diversi giorni infuria la polemica  sulla decisione della CEDU relativa al c.d. ergastolo ostativo (quello che, per intenderci, preclude qualsiasi beneficio ai condannati) che, secondo i giuristi del Fatto Quotidiano avrebbe addirittura ucciso di nuovo Falcone e Borsellino. Linea editoriale e di pensiero cui si è adeguata la maggior parte degli organi di informazione ingenerando subliminalmente  il timore nell’opinione pubblica che, a stretto giro, feroci criminali mafiosi torneranno – come recita il codice penale – a “scorrere in armi le campagne”.

    Non Il Patto Sociale: in questa rubrica cerchiamo solitamente di offrire ai lettori dei dati e strumenti di conoscenza perché talune notizie possano essere da loro stessi comprese e valutate evitando, finché è possibile, di esprimere punti di vista soggettivi.

    Annotare un certo modo di fare giornalismo, diffondendo notizie false oppure approssimativamente illustrate, fa insorgere un primo dilemma: si tratta solo di impreparazione generalizzata di coloro i quali  – pure – sono addetti al settore della cronaca giudiziaria oppure la scelta di allarmare ed indignare gratuitamente è funzionale ad intercettare il populismo giustizialista imperante?

    Necessità di garantire la vendita di un numero elevato di copie al pubblico manettaro o servile complicità con i nuovi padroni della politica? Quale che sia la risposta ai quesiti che ci siamo posti si ricava come unica certezza che la disinformazione sui temi della giustizia penale è ormai una regola e che l’indipendenza dei media da fattori economici o politici è una chimera.

    Proviamo, allora, a fare chiarezza sul tenore della recente decisione della Corte Europea sull’ergastolo ostativo: quest’ultima ha unicamente affermato il contrasto ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dell’automatismo normativo che sottragga ad un Giudice la possibilità di verificare se anche per un ergastolano sia praticabile l’avvio di un percorso di recupero, magari dopo decenni di reclusione.

    Nessun rischio per la collettività, dunque, per le paventate, imminenti e terrifiche liberazioni di killer e capi cosca. Si tratta solamente solo della restituzione di un vaglio complesso, difficilissimo, non scontato e tormentato per chi lo deve assumere, alla sua sede naturale: la giurisdizione, come dimostra paradigmaticamente un caso al quale, peraltro, si è dato ampio risalto.

    Gli organi di informazione sembra però che non se ne siano avveduti, ma proprio negli stessi giorni la Corte di Cassazione si è pronunciata sui benefici richiesti dal pentito di mafia Giovanni Brusca, co-autore tra l’altro – lui sì – della strage di Capaci. Lo status di collaboratore di giustizia è l’unica eccezione oggi normativamente consentita all’ergastolo ostativo: Brusca ha, dunque, diritto a chiedere dei benefici penitenziari, ma non la certezza di ottenerli. Decide un Giudice, e il Giudice, in quel caso, ha detto: no, ancora non ci siamo.

    È esattamente quello che in seguito alla sentenza della CEDU accadrà ora per tutti i condannati ad ergastolo ostativo con un iter di valutazione che si può immaginare sarà ancora più rigoroso di quello riservato ai collaboratori di giustizia.

    Nessuno tornerà impunemente in libertà a dispetto delle ennesime fake news e di una stampa che non si è neppure accorta o voluta accorgere che il caso Brusca era la chiave di interpretazione per fugare timori e indignazioni dei cittadini.

    La realtà rimane così estranea al dibattito sulla giustizia penale. La verità su questi temi, lo abbiamo scritto molte volte, non fa audience, non produce like, non diffonde indignazione e paura, tramite i quali conseguire consenso politico. E allora, vai con il titolo sul nuovo omicidio di Falcone e Borsellino! Sdegno, urla e grida e alti lai disperati mentre il Ministro interviene promettendo rimedi  immediati e giustizia e i cittadini si sentono prossimi alla salvezza.

    Ciak, buona la prima.

  • La Cassazione dispone parcheggi gratis per chi trasporta disabili

    Chi trasporta persone disabili che non hanno la patente e un’auto propria (ad esempio coloro che hanno problemi intellettivi o motori molto gravi) ha diritto a parcheggiare gratuitamente l’automobile in centro, negli stalli a strisce blu, quando gli spazi di sosta riservati a chi ha un handicap sono occupati. Lo ha deciso la Cassazione accogliendo il ricorso della onlus Utim (Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva) contro il Comune di Torino che nel 2016 ha approvato un regolamento che prevede per i disabili con patente e autoveicolo il diritto a posteggiare gratis sulle strisce blu, escludendo da tale agevolazione i disabili non muniti di patente e autoveicolo salvo che non dimostrino di dover andare nel centro cittadino (almeno dieci volte nel mese) per esigenze di lavoro o di cura. Per gli ‘ermellini’ simile regolamento «è discriminatorio», diversamente da quanto stabilito dalla Corte di Appello di Torino nel 2017 che adesso dovrà «rimuovere» gli effetti della delibera del 2016 e risarcire le ‘vittime’.

    L’udienza in Cassazione si è svolta lo scorso 21 maggio e il 7 ottobre è stato depositato il verdetto: il Comune di Torino si è regolarmente costituito, per contrastare il ricorso della onlus Utim, ed è stato difeso dagli avvocati Massimo Colarizi, Giuseppina Gianotti e Susanna Tuccari «L’Amministrazione comunale torinese, in quanto verosimilmente conscia che gli appositi spazi riservati al parcheggio esclusivo degli invalidi sono normalmente insufficienti – scrivono i supremi giudici nella sentenza 24936 -, ha rilasciato ai disabili muniti di patente e proprietari di veicolo uno speciale permesso gratuito per il parcheggio sulle strisce blu del centro cittadino. Tuttavia nel far ciò – prosegue il verdetto -, il Comune ha contestualmente posto in essere una condotta discriminatoria indiretta di danni dei disabili (presumibilmente affetti da una patologia più grave) non muniti di patente e non proprietari di un autoveicolo, che necessitano per i loro spostamenti del necessario ausilio di un familiare, i quali possono fruire dello stesso permesso solo se in grado di documentare accessi frequenti nel centro cittadino per lo svolgimento di attività lavorative, di assistenza e cura». Ad avviso della Suprema Corte, «non vi è dubbio che una tale previsione si configuri come discriminatoria ai danni di quest’ultima categoria di disabili», in quanto non reputa «meritevole di tutela l’accesso gratuito del disabile al centro cittadino per motivi di mero svago e di relazione sociale (come invece consentito ai disabili con patente ed autoveicolo)». Aggiungono i giudici che il motivo della diversità di trattamento prevista dal Comune «risiede nell’intento di prevenire abusi nell’utilizzo del permesso speciale da parte degli stessi familiari», ma «se è pur vero che tale rischio esiste non può certo essere risolto negando un diritto», semmai occorre predisporre «un adeguato, e anche severo, sistema di controlli e sanzioni».

    Ora la Corte di Appello di Torino deve rimuovere gli effetti discriminatori della delibera estendendo il “beneficio” previsto per i disabili con patente ed autovettura anche ai disabili più gravi, e deve anche riesaminare le domande di risarcimento danni presentate dai disabili discriminati.

  • In attesa di Giustizia: si salvi chi può

    Dopo la delibera di astensione dalle udienze di cui abbiamo trattato la settimana scorsa, si alimenta a livello politico il dibattito sulla prescrizione; alle voci dissonanti si unisce anche quella di Matteo Renzi non senza creare immaginabili fibrillazioni in una maggioranza di Governo che non sembra essere molto più coesa rispetto a quella gialloverde ma tenterà di sopravvivere. Naturalmente in questa perenne ricerca di una mediazione tra opposti orientamenti, a farne le spese sono i cittadini destinatari di leggi confuse, frutto di compromessi sensibili al mantenimento di equilibri politici ma sfuggenti all’esigenza di fornire una legislazione intellegibile.

    Italia Viva, afferma il leader della neonata compagine (di centroqualcosa – non si sa bene cosa), è pronta a chiedere di rivedere la norma, fermamente contestata,  al momento di discutere l’intero pacchetto giustizia (ma quale?) offrendo suggerimenti in Aula; il tutto, con magistrale cerchiobottismo, non senza elogiare l’operato del Guardasigilli in una perenne rincorsa al sorpasso sul PD.

    Anche Maria Elena Boschi, che nella sua vita precedente ha fatto l’avvocato, in un’intervista ha alluso alla necessità di trovare una soluzione; secondo una fonte attendibile di area renziana la proposta sarà nel senso di ripristinare il normale decorso della prescrizione in favore degli imputati assolti nei confronti della cui sentenza di proscioglimento il Pubblico Ministero abbia proposto appello.

    Secondo la medesima fonte, con valutazione purtroppo condivisibile, il congelamento della prescrizione condurrà, nel giro di alcuni anni, ad un accumulo insostenibile dell’arretrato nella trattazione dei processi soprattutto nelle Corti d’Appello venendo meno il solo elemento che, pur impropriamente, evita il collasso e cioè a dire la selezione che la magistratura fa tra i diversi fascicoli: quelli che hanno qualche probabilità di arrivare a una decisione definitiva e quelli che ne sono privi; un male necessario questa specie di “filtro” in un sistema afflitto da fisiologica inefficienza.

    Non sembra, tuttavia, agevole pronosticare una disponibilità anche da una parziale marcia indietro da parte dei pentastellati che, nel loro furore manettaro, sono di stretta osservanza davighiana: non esistono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca.

    Fatto sta che il blocco della prescrizione è, sfortunatamente, già legge sebbene con entrata in vigore al 1° Gennaio 2020, frutto avvelenato anche in questo caso di una difficile intesa mediata con la Lega per l’approvazione della disciplina c.d. “spazzacorrotti” e fondata sulla previsione che nel frattempo sarebbe stata varata una riforma epocale della giustizia, di altissimo livello tecnico come solo gli operosi giureconsulti di quella evaporata maggioranza avrebbero potuto assicurare al Paese ed alla posterità plaudente.

    Prima le donne ed i bambini, pardon, prima gli assolti e…si salvi chi può! Probabilmente questa timida manifestazione di garantismo non si salverà nemmeno loro che finiranno con l’annegare tre le beghe di maggioranza, cripto opposizione interna e, come di consueto, mancanza di visione prospettica sulla ricaduta di riforme arraffazzonate e sciatte.

    Tanto, anche degli innocenti non interessa a nessuno: ci provò anni addietro l’On. Pecorella con una modifica della procedura penale che da un lato introduceva nel codice il principio del ragionevole dubbio già, in termini diversi, costituzionalizzato ed a fondamento delle decisioni assolutorie e dall’altro il divieto per il P.M. di impugnare le sentenze liberatorie sul ragionamento di fondo che proprio un’assoluzione in primo grado ed una eventuale condanna in appello, nella loro antiteticità esprimo il grado massimo di dubbio.

    Ma anche quella norma di civiltà durò poco, cadde proprio sotto il maglio della Corte Costituzionale.

    La sensazione è, dunque, che una norma sulla prescrizione contraria al buon senso, alla nostra tradizione giuridica ed incompatibile con i malfunzionamenti del settore delle giustizia, entrerà in vigore anche se non è da escludere che una futura e diversa maggioranza possa intervenire abrogandola in un’altalenante funzione normativa  destinata a soddisfare di volta in volta le aspettative del proprio elettorato e non dei cittadini, di tutti i cittadini.

     

  • Giustizia ingiusta

    Tra il crimine e l’innocenza non c’è che lo
    spessore di un foglio di carta timbrata.

    Anatole France; da “Crainquebille”

    “La maestosità della giustizia risiede tutta intera in ogni sentenza resa dal giudice in nome del popolo sovrano”. Così inizia “Crainquebille” di Anatole France. Un lungo racconto che attrae il lettore con la sua semplicità nel raccontare la vita quotidianamente vissuta e lo porta per le vie del quartiere parigino di Montmartre del XIX secolo. Proprio per quelle vie dove ogni giorno passava anche Jérôme Crainquebille. Essendo un venditore ambulante di ortaggi, da più di mezzo secolo lui spingeva la sua carretta dalla mattina alla sera per le vie di Montmartre, ripetendo sempre la stessa frase: “cavoli, rape, carote”. Tutti lo conoscevano e lui conosceva tutti. Le massaie compravano da lui quello che ad esse serviva per cucinare, mentre lui guadagnava quello che gli serviva per vivere. E tutto questo a Crainquebille sembrava conforme alla natura delle cose.

    Però un giorno, mentre scendeva per Rue Montmartre, madame Bayard, la ciabattina, uscì dalla sua bottega perché voleva comprare dei porri. Cercando di fare un prezzo comodo per se stessa, cominciò a mercanteggiare. Poi, dopo aver concordato sul prezzo, prese i porri, ma non avendo con se i soldi, andò a prenderli. Il che causò il blocco del traffico. Ragion per cui l’agente 64 chiese a Crainquebille di circolare. Cosa che lui faceva regolarmente da più di cinquant’anni; circolare dalla mattina alla sera. Con il passare del tempo aveva imparato ad ubbidire ai rappresentanti dell’ordine pubblico. Perciò quell’ordine gli sembrò normale. Era ben disposto a ubbidire all’agente 64, perché era abituato ad ubbidire alle autorità. Ma anche lui aveva però la sua buona ragione di non muoversi; attendeva i suoi soldi per i porri. E questo era un un suo diritto al quale Crainquebille non poteva rinunciare. Si trovò a decidere e scegliere tra un suo dovere e un suo diritto. E scelse il diritto di avere i suoi soldi, trascurando il suo dovere di spingere la sua carretta e non ostacolare il traffico a Rue Montmartre. Nel frattempo però la carretta di Crainquebile, ferma in mezzo alla strada, aveva intralciato il passaggio di diversi carri e altri mezzi di trasporto. Si sentivano urla e ingiurie da tutte le parti. Di fronte ad una situazione del genere all’agente 64, uomo di poche parole ma deciso nel fare il suo dovere, non rimaneva altro che agire. Tirò fuori il taccuino delle multe e si prestò a scrivere. Al che Crainquebille, con delle frasi e dei gesti disperati ma non di rivolta, cercava di spiegare all’agente 64 che attendeva i suoi soldi. L’agente però capì tutto male, credendosi insultato. E siccome per lui ogni insulto, qualunque esso fosse, prendeva nel suo cervello la forma di uno degli insulti più usati e offensivi in quel periodo dai parigini contro gli agenti, e cioè “Mort aux vaches – morte alle vacche!”, non gli rimase altra scelta. Sentendosi profondamente offeso come rappresentante delle autorità, l’agente 64 arrestò Crainquebille e lo portò al commissariato per oltraggio ad un agente della forza pubblica. Cominciò allora per Crainquebille la prima esperienza diretta con la giustizia. E quella giustizia lo dichiarò colpevole senza colpa, semplicemente perché il giudice non poteva non credere all’agente 64. Per il giudice non valse niente la testimonianza di un medico, ufficiale della Legione d’Onore, presente all’arresto, che dichiarò dietro giuramento, che Crainquebille non aveva insultato l’agente 64. Ma in quel tempo, come scrive Anatole France, “in Francia i sapienti erano dei sospetti”.

    Dopo aver scontato la pena Crainquebille, uscito di prigione, riprese a spingere la sua carretta per le vie di Montmartre. Ma trovò tutto cambiato. Le massaie non compravano più niente da lui. Il che causò a Crainquebille tanta sofferenza e disperazione. Fino al punto di voler tornare di nuovo in prigione, perché almeno lì poteva mangiare e dormire al coperto. E siccome sapeva il trucco, perché non approfittare? Bastava trovare un agente e dirli in faccia “Mort aux vaches”. E così fece. Ma purtroppo per lui, il primo agente trovato per strada, dopo aver sentito pronunciargli in faccia “Mort aux vaches”, consigliò semplicemente a Crainquebille di continuare a camminare. E come scrive Anatole France alla fine del suo racconto, “Crainquebille, la testa bassa e con le braccia a ciondoloni, s’addentrò nell’ombra sotto la pioggia.”.

    “Crainquebille” è un racconto, il cui contenuto dovrebbe servire da lezione e far riflettere tante persone, anche in Albania, su come non dovrebbe funzionare la giustizia. Soprattutto in Albania, dove la realtà con la giustizia è ben diversa e tutt’altro che normale. In Albania attualmente, prove e fatti alla mano, il sistema della giustizia risulta essere controllato dal potere politico, essendo, allo stesso tempo, radicalmente corrotto. Purtroppo attualmente in Albania ci sono tanti poveri “Crainquebille” che non trovano giustizia e vengono condannati per fatti non commessi e/o per delle accuse del tutto infondate. Tra quei tanti, ci sono anche venditori di ortaggi negli angoli delle strade di Tirana e altrove che cercando di guadagnare per sopravvivere, vengono maltrattati pubblicamente dai poliziotti e spesso finiscono anche in prigione. Proprio come accadeva a Crainquebille. Sono gli stessi poliziotti che però non osano agire contro i criminali e spesso collaborano con loro. Anche questo è un fatto ben noto ormai in Albania. Perché i criminali adesso si sentono potenti e se ne strafottono altamente sia della polizia, che dei giudici. Perché quello che importa adesso in Albania, le uniche cose che importano, sono il potere e il denaro. Con il potere, quello politico per primo, e con il denaro si fa e si controlla tutto. Anche la polizia di Stato e il sistema della giustizia.

    Il nostro lettore è stato informato continuamente, durante questi anni, della grave situazione in cui versa il sistema della giustizia in Albania. Compreso anche il diabolicamente premeditato fallimento della Riforma della giustizia. La crisi profonda e il voluto fallimento di quella Riforma lo ha ultimamente documentato e denunciato anche il presidente della Repubblica, la più alta istituzione dello Stato. Anche se quello Stato attualmente è pericolosamente controllato dal primo ministro, il quale sta cercando di rimuovere dall’incarico lo stesso presidente della Repubblica, per diventare poi, un monarca onnipotente con tutte le allarmanti conseguenze. Tutto ciò in seguito ad una strategia per non far funzionare, tra l’altro, da ormai quasi due anni, la Corte Costituzionale e la Corte Suprema. Tutto ciò dopo che tutte le procure ubbidiscono umilmente e vergognosamente agli ordini politici partiti da molto in alto. E tutto ciò con il continuo consenso e il dichiarato supporto dei soliti “rappresentanti internazionali”. I quali, però, avranno sulla coscienza, se ne hanno una, le loro malefatte in Albania a scapito degli albanesi. Ma, secondo le cattive lingue, loro avranno comunque tanti milioni per i servizi resi. E le cattive lingue spesso non parlano a vanvera.

    Chi scrive queste righe valuta che la situazione in Albania sta diventando sempre più grave e critica. Egli lo ripete da tempo ormai, ma soprattutto durante gli ultimi mesi. Credendo di conoscere le cause, egli è altresì convinto che senza sradicare definitivamente anche la giustizia ingiusta in Albania le cose andranno di male in peggio. Perché, come scriveva Anatole France riferendosi alla giustizia giusta, “Quando cresce un potere illegittimo, essa non ha che riconoscerlo per poi renderlo legittimo”. E se no, spetta soltanto agli albanesi decidere cosa fare.

     

  • Sciopero degli avvocati penalisti contro l’abolizione della prescrizione

    L’Unione delle Camere penali ha proclamato 5 giorni di sciopero, dal 21 al 25 ottobre, contro lo stop della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, che entrerà in vigore il primo gennaio 2020. «Il Ministro della Giustizia ha pubblicamente dichiarato che nessun intervento è previsto su quella norma, mentre il Partito Democratico, ha formulato, sul punto, riserve assai blande», protestano i penalisti, che parlano di principio «aberrante» e avvertono che così «il cittadino resterà in balia della giustizia penale per un tempo indefinito».

    I penalisti giudicano «manifestamente inverosimile il proposito, pure sorprendentemente avanzato dal Ministro, di un intervento di riforma dei tempi del processo penale prima della entrata in vigore della riforma della prescrizione, cioè entro il 31 dicembre 2019». Per questo ritengono che il cittadino resterà in balia della giustizia penale «fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», come denunciato dall’«intera comunità dei giuristi italiani». E, aggiungono, «è chiaro a tutti gli addetti ai lavori, anche alla magistratura, che l’entrata a regime di un simile, aberrante principio determinerebbe un disastroso allungamento dei tempi dei processi, giacché verrebbe a mancare la sola ragione che oggi ne sollecita la celebrazione».

    I penalisti protesteranno di fatto per una intera settimana, non solo disertando le udienze, ma anche astenendosi «da ogni attività giudiziaria».

  • In attesa di Giustizia: niente di nuovo dal fronte occidentale

    La rubrica non si è trasformata: non è diventata uno spazio dedicato alla recensione letteraria ma come il protagonista del romanzo di Remarque e i suoi camerati si accorgono di quanto la guerra sia inutile senza ottenere risposte precise alla domanda su chi vi avesse dato inizio e per quale motivo, anche noi ci poniamo e – in questo caso – ci poniamo nuovamente la domanda sul perché certe disfunzioni del sistema si ripetano inesorabilmente e del perché non vi sia un criterio per porvi rimedio.

    Parliamo, oggi, di una argomento già affrontato tempo addietro: l’abuso della carcerazione preventiva e, in particolare, dei casi nei quali ad una privazione della libertà non di rado prolungata segue l’assoluzione dell’imputato: sono moltissimi e con un trend che non conosce miglioramenti.

    I numeri sono impressionanti, soprattutto se proposti utilizzando una media: ogni  otto ore un innocente viene arrestato, lo Stato dal 1991 ad oggi ha speso 56 euro al minuto per indennizzi seguenti ad ingiuste detenzioni, complessivamente circa 800 milioni; sul podio, se così si può definire, delle Sedi Giudiziarie ove si è verificato il maggior numero di questi casi nel 2018 si collocano Catanzaro, Napoli e Roma.

    Tra l’altro i dati impiegati in questo articolo, diffusi dal Ministero della Giustizia, sono parziali perché non tutte le sedi hanno trasmesso i loro e ne mancano un buon 20% e purtuttavia il totale ascende a circa mille istanze di riparazione per ingiusta detenzione presentate appunto nel 2018 delle quali 630 sono state accolte e si tenga conto che buona parte dei dinieghi si fonda sul presupposto che l’indagato, al momento dell’arresto, si sia avvalso della facoltà di non rispondere: cioè a dire, l’esercizio del diritto al silenzio, costituzionalmente assistito, determina un pregiudizio proprio a chi sia stato giudicato non colpevole.

    Paradossi della nostra Giustizia o una forma di sostegno indiretto alle esangui casse dello Stato cui, sempre avendo a misura l’anno precedente, queste forme di indennizzo sono costate 23 milioni?

    O, forse, può pensarsi che essendo la decisione affidata alle Corti di Appello del luogo ove si è celebrato il processo ad un innocente queste ultime abbiano la tendenza a non smentire più di tanto l’operato di taluni colleghi sostenendo che la detenzione sì vi è stata, ma anche se seguita da sentenza assolutoria non era ingiusta?

    Epigoni del Davigo pensiero, quello secondo il quale in realtà non vi sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca?

    Chi può dirlo: certamente il fenomeno, imbarazzante nella sua dimensione e tendenziale uniformità nell’arco di decenni, merita che se ne parli e che vi si ponga rimedio; e qui viene il difficile perché una malcelata tendenza manettara si è largamente diffusa tra Pubblici Ministeri e Giudici da Mani Pulite in poi, il cittadino medio è forcaiolo, il Governo e il Parlamento sono a trazione giacobina.

    I cittadini, che sono coloro che poi votano però possono essere sensibilizzati, devono poter conoscere una realtà che dati i numeri non può considerarsi fisiologica e a questo fine l’Unione delle Camere Penali ha istituito un osservatorio sull’errore giudiziario con il progetto di creare una banca dati e di fare informazione con convegni itineranti aperti al pubblico.

    Servirà? Noi ricominciamo da qui raccontandovi di una Giustizia che a volte, proprio per gli innocenti non arriva fino in fondo riconoscendo il loro diritto ad una riparazione, ricordandovi che su quel fronte continua a non esservi nulla di nuovo.

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