Legge

  • In attesa di Giustizia: Beccaria, chi era costui?

    Il ‘700, il secolo dei lumi, è lontano: eppure gli insegnamenti, il frutto del pensiero di un’epoca straordinaria di rinascita intellettuale, rimangono attualissimi. Basta pensare all’eredità lasciata dalle grandi rivoluzioni: quella francese e l’americana, al pensiero di Rousseau (che si rivolta nella tomba per l’accostamento del suo cognome con la nota piattaforma a firma Casaleggio & Associati), Montesquieu, Newton, Hegel  e – naturalmente – Cesare Beccaria: un visionario che credeva nella funzione rieducativa della pena e che il diritto penale avesse una mera  funzione sussidiaria come strumento di controllo sociale.

    Tuttavia, seguendo l’insegnamento di improbabili maestri del calibro di Marco Travaglio, Alfonso Bonafede, Nicola Morra (non propriamente definibili come raffinati cultori di teoremi giuridici) e di furbastri agit prop come Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri, l’opinione pubblica  – e non solo quella – sembra allinearsi alla corrente di pensiero che segna il primato della querela e dei ceppi ai polsi sulla ragione in un mondo che è ideale solo se carcerocentrico e – quindi – molto distante dalla Città del Sole di Tommaso Campanella.

    Su queste premesse si è già acceso lo scontro dialettico sul controllo del green pass che in molti vorrebbero (ed altrettanti temono) suscettibile di severe verifiche da parte di baristi e camerieri, come per incanto trasformati in ausiliari delle Forze dell’Ordine ma – ahimè – sforniti di poteri sanzionatori.

    Perché, in fondo sempre lì si va a parare: una punizione purchessia per garantire l’ordine costituito. Sul punto, la Ministra competente (?) per materia è ondivaga nel chiarire le regole lasciando i cittadini nella spasmodica attesa di qualche circolare esplicativa che, verosimilmente, sarà partorita con la chiarezza di un testo redatto in lineare B di Cnosso.

    E c’è pure chi vorrebbe che anche i lavoratori sprovvisti di passaporto vaccinale siano passibili di sanzioni alta levando l’invocazione: crucifige, crucifige! sebbene la contestazione disciplinare appaia incompatibile con un obbligo, quello della vaccinazione, che dal punto di vista giuridico non esiste.

    Ma tant’è: in un Paese popolato da aspiranti sceriffi e punitori, quanto a distanza dal pensiero illuminista ed illuminato di Cesare Beccaria si continua a vedere di molto peggio, a conferma di quanto si è osservato sulla tendenza ad un sistema carcerocentrico anziché sulla  attuazione al canone costituzionale che affida finalità rieducative alla espiazione della pena. E non parliamo, non necessariamente, di redattori, editorialisti ed abbonati al Fatto Quotidiano.

    Infatti, qualche mese fa – tanto per fare un primo esempio – ad un detenuto in regime di carcere duro  (il famigerato 41bis) dal Magistrato di Sorveglianza di Viterbo è stata negata la possibilità di acquistare e leggere un libro di Marta Cartabia perché visto come un privilegio e le conoscenze che ne avrebbe tratto ne avrebbero aumentato il carisma criminale.

    Peggio ancora – al peggio, si sa, non c’è limite – ha saputo fare il Tribunale di Sorveglianza di Bologna negando la detenzione domiciliare a un condannato che, in regime di carcerazione, ha conseguito una laurea in economia, una in giurisprudenza ed anche un master. Scrivono questi fenomeni dell’oscurantismo giudiziario che “le lauree e la frequentazione di un master per giurista di impresa si ritiene che possano affinare le indiscusse capacità del condannato e, dunque, gli strumenti giuridici a sua disposizione per reiterare condotte illecite in ambito finanziario ed economico”.

    E, allora, perché non buttare via la chiave, già che ci siamo? Altrimenti prima o poi quest’uomo uscirà e sarà pericolosissimo.

    Anche Beccaria, come Rousseau, si rivolta nella tomba…già, Cesare Beccaria, chi era costui?

  • In attesa di Giustizia: Delitto e castigo

    Sarà vero che in questo Paese non ci sono innocenti ma solo colpevoli che la fanno franca? Per una risposta attendibile, passato il tempo necessario per svolgere le indagini e magari celebrare un processo, bisognerà rivolgersi proprio a chi alimentò quella preoccupazione: Piercamillo Davigo.

    Il riferimento è alla vicenda dei verbali secretati di interrogatori del plurindagato avvocato Amara in cui si parla di una presunta loggia coperta denominata “Ungheria” con il compito – stile P2 – di condizionare apparati dello Stato.

    L’ex P.M. di Mani Pulite, come si ricorderà, ricevette quei verbali quando era componente del C.S.M. dal Sostituto Procuratore di Milano Paolo Storari il quale, lamentando immobilismo investigativo da parte dei vertici della Procura, richiedeva non si comprende bene quale genere di soccorso; un carteggio che il primo non avrebbe potuto avere ed il secondo non avrebbe dovuto trasmettere: non a Davigo di sicuro. Eppure parliamo di uomini i cui genitori hanno fatto tanti sacrifici per farli studiare.

    Ma tant’è: con buona pace del segreto istruttorio e del rispetto delle procedure quegli atti si sono diffusi come le figurine dei calciatori della Editrice Panini; dopo Davigo entrarono nella disponibilità della sua segretaria, poi di alcune redazioni di quotidiani ed in ultimo – scambiati nella discreta penombra della tromba delle scale del Consiglio Superiore – persino nelle mani del raffinato giurista a cinque stelle posto alla Presidenza della Commissione Parlamentare Antimafia. Insomma, di chiunque tranne che dei possibili destinatari istituzionali.

    C’è voluto un po’ ma infine Piercamillo Davigo è stato iscritto nel registro degli indagati per rivelazione di segreti di ufficio dove già compare il nominativo di Storari il quale nel frattempo ha sperimentato, dall’altra parte della scrivania cui è abituato, la piacevolezza di un interrogatorio di quattro ore.

    Sarà interessante vedere come andrà a finire, se alla compagnia si aggiungeranno altri nomi più o meno illustri, se verrà contestato (e ci starebbe tutto) anche il più grave reato di ricettazione, se vi sarà un processo e, chissà, delle condanne.

    Rispettosi della presunzione di innocenza, non azzardiamo valutazioni circa rimproverabilità del comportamento e colpe dei coinvolti in una storia, peraltro, dai contorni quantomeno ambigui: tuttavia è possibile trarre subito una prima conclusione riferita a Piercamillo Davigo.

    Questa è una vicenda in cui, colpevoli o innocenti, nessuna la farà franca: certamente non Davigo che sconterà comunque una punizione anche se verrà assolto, un trattamento che ha il sapore del feroce contrappasso. Dovrà, infatti, nominare un difensore, sarà quindi costretto a frequentare un avvocato, ad affidarsi a lui – spregevole appartenente alla disprezzatissima genia degli azzeccagarbugli – persino a ringraziarlo e financo a pagarlo (questo forse: i magistrati hanno spesso la manina corta).

    Delitto e castigo anche se innocente: novello Raskolnikov, Piercamillo per sentirsi un po’ più a suo agio potrebbe forse scegliere di farsi difendere dal noto docente del nulla applicato al diritto autoproclamatosi avvocato degli italiani o persino da Don Fofò Bonafede: ma non è così stupido, si rivolgerà ad altri e berrà l’amaro calice fino in fondo, espierà una pena che sarà per lui così dolorosa, disumana, da suggerire di rivolgersi alla Corte dei Diritti dell’Uomo…ma Davigo non lo farà mai, sopporterà stoicamente una volta ma non una di più la vicinanza di un avvocato.

    Passi il delitto (che, seppur commesso, lui che è assistito dal dogma della infallibilità non ammetterà mai) ma, in fondo, anche al castigo c’è un limite e persino l’inflessibile Piercamillo Davigo potrebbe questa volta percepirne, soggettivamente, un eccesso di rigore.

  • In attesa di Giustizia: Italia violenta

    Ormai da settimane si discute del cosiddetto disegno di legge Zan, un progetto di modifica normativa che prende il nome dal suo primo firmatario, deputato del Partito Democratico; già approvata alla Camera, traccheggia in Senato in attesa di calendarizzazione, l’iniziativa introduce un presidio di natura penale a contrasto di comportamenti discriminatori nei confronti di omosessuali, donne e disabili.

    Il disegno di legge prevede – va detto – una clausola di salvaguardia che esclude la rimproverabilità della libera espressione di convincimenti ed opinioni: cioè a dire, non è punibile – per esempio – chi manifesti la sua contrarietà alle unioni gay diversamente da chi, invece, compia atti discriminatori determinati da orientamento sessuale o identità di genere: insomma si tratta di una ipotesi di reato a tutela  dell’uguaglianza che si riflette anche su chi istiga a commettere atti di violenza per motivi fondati sul sesso, l’orientamento sessuale, l’identità di genere o sulla disabilità.

    Vi è, dunque, un’Italia violenta ed intollerante al punto di suggerire che il controllo sia affidato ad un ampliamento del diritto punitivo? Nel nostro Paese sta sedimentando una subcultura espressiva di avversione soprattutto verso quelle che sono definite, con termine invalso, “diversità”?

    Forse sì, ed in ogni caso si assiste al susseguirsi pressochè incessante di episodi che – magari – non hanno direttamente a che vedere con le aree protette dal d.d.l. Zan ma sono indicativi di una verticale caduta etica cui corrisponde una tendenza alla incapacità di azionare freni inibitori soprattutto nei confronti di soggetti deboli, sempre più spesso manifestandosi con aggressioni di natura sessuale.

    A parte il caso del pargolo di casa Grillo (che è innocente per definizione ed ha animato il dibattito grazie anche alla coltissima intemerata del babbo a garantismo alternato) c’è quello molto recente di un esponente della cosiddetta “Milano da bere” che ha offerto il peggio di sè: un altro imprenditore (il secondo in poco tempo, dopo Genovese) con la inclinazione allo stupro preceduto dalla somministrazione di narcotici; si teme che la vittima non sia una sola e che l’uomo sia un predatore seriale.

    “Un Barbablù”, lo ha definito il giudice che ne ha ordinato l’arresto, che custodiva inopportunamente le foto delle sue prodezze sul cellulare. Se ci fosse un’attenuante per la idiozia, potrebbe assicurarsi una pena molto bassa tenendo conto anche di un’altra definizione che gli si addice: la milanesissima “Barlafus” perfettamente ritagliata sul personaggio che non si fa mancare – insieme al pataccone d’oro al polso – il macchinone con il lampeggiante abusivo e il tesserino farlocco dei servizi segreti.

    E non poteva mancare neppure questa settimana un magistrato dal comportamento quanto meno opinabile: Mario Fresa, Sostituto Procuratore Generale presso la Cassazione che, si scopre, tempo fa aveva preso a pugni la moglie durante un litigio provocandole “un vistoso ematoma con rigonfiamento dell’arcata sopraccigliare”: querelato in un primo momento per maltrattamenti dalla consorte è stato prosciolto perché il gesto non era inserito in un contesto di abitualità ma solo frutto di una scenata di gelosia. Il C.S.M. si è velocemente allineato ed anche il procedimento disciplinare si è concluso senza darsi luogo a nessuna sanzione e il Consigliere Fresa può continuare serenamente il suo lavoro senza neppure subire un trasferimento.

    La legge è uguale per tutti, la Giustizia – soprattutto quella “domestica” – dello sputtanatissimo Consiglio Superiore della Magistratura, no.

  • Il suprematismo “eversivo”

    In democrazia l’affermazione ed il sostegno ad un quadro valoriale e ad un semplice riferimento etico o politico ma anche economico non significa in automatico porsi contro i valori opposti ai propri e con forza sostenuti e tantomeno dovrebbe rappresentare l’intenzione di annullarli o quantomeno togliere ad essi legittimità.

    All’interno di un sistema democratico è perciò fondamentale avviare un confronto libero e paritetico per giungere ad una sintesi di posizioni, anche inizialmente distanti, in modo da conseguire l’obiettivo di riuscire a convergere il maggior numero di consensi possibile. Una soluzione decisamente più auspicabile ma soprattutto democratica rispetto alla semplice contrapposizione e conseguente applicazione del principio di maggioranza specialmente per quanto riguarda temi e problematiche di natura sociale ed etica.

    In altre parole, solo una dialettica democratica si pone, come proprio presupposto, l’accettazione di una posizione contraria alla propria, in quanto anch’essa espressione democratica, ed escludendo quindi una automatica negazione del valore proposto: semplicemente una rispettosa differenziazione senza venirne mai messa in dubbio la legittimità.

    L’articolo 4 della legge Zan risulta, invece, l’espressione di una volontà di supremazia per i valori e contenuti normativi espressi dalla parte politica che sostiene politicamente il ddl. Contemporaneamente si unisce anche un malcelato senso di disprezzo verso la controparte politica insieme ad una inconfessabile presunzione di superiorità finalizzata alla stessa negazione di legittimità delle posizioni avverse.

    L’articolo 4 della legge Zan diventa così il braccio “armato” a tutela di un nuovo e pericoloso desiderio di una supremazia etico/politica di uno schieramento politico (o peggio di una parte estremista e minoritaria dello stesso) all’interno di uno Stato non più quindi definibile come democratico ma semplicemente etico e massimalista. Il paradosso di questa iniziativa politica raggiunge l’apogeo nel rifiuto assoluto e perentorio di modificare questo articolo 4, peraltro giustamente contestato, con l’obiettivo di ritrovare una base di consenso maggiore alla legge e quindi ad una rinnovata tutela democratica in una ritrovata armonia sociale.

    In questo modo si dimostra, invece, ancora una volta, come i principi democratici quali il rispetto di posizioni e valori opposti ai propri non facciano più parte del bagaglio culturale di quella compagine espressione del “politicamente corretto” il cui obiettivo politico si avvicina sempre più ad un chiaro tentativo di imporre sic et nunc il proprio “suprematismo ideologico” ad uno Stato. Escludendo, così, ogni democratica mediazione finalizzata al raggiungimento di un consenso maggiore.

    Una volontà che si pone con il duplice obiettivo non solo di tutelare una categoria di persone ma anche di limitare la stessa libertà dei cittadini all’interno di un regime etico che nulla ha ormai in comune con uno Stato democratico. Un atteggiamento politico espressione di un volontà decisamente “eversiva”, cioè finalizzata a sovvertire gli stessi principi democratici assicurati dalla costituzione italiana. Gli stessi che poi, va ricordato, assicurano paradossalmente proprio la libertà a questi sostenitori della legge Zan i quali dimostrano, ogni giorno di più, di risultare deficitari di cultura democratica.

    Questo tentativo di “eversione” contro il sistema democratico non utilizza più le armi ma i medesimi strumenti assicurati e tutelati dalla democrazia stessa, con l’obiettivo inconfessabile ma reale di sovvertire passo dopo passo gli stessi principi democratici del nostro Paese con il fine di sostituirli con i propri di natura etica la cui introduzione determinerebbe la fine del sistema democratico.

  • Legge Zan e la rana democratica

    All’interno di una società evoluta e democratica le persone non vengono identificate in base alle proprie affinità sessuali ma semplicemente per le loro idee e come “tali ed uguali” ricevono la medesima tutela giuridica. Nel caso in cui le attitudini sessuali possano diventare un motivo di aggressione risulta evidente come le vittime debbano venire salvaguardate esattamente nello stesso modo di quelle aggredite per altre motivazioni.

    Nel furore ideologico integralista che sottende la legge Zan se questa venisse applicata non solo alla sfera personale e sessuale ma anche a quella religiosa nel momento in cui qualcuno dicesse, ad esempio, che considera l’Islam estremo e radicale un supporto al fondamentalismo e quindi al terrorismo islamico potrebbe venire rinviato a giudizio per discriminazione religiosa e incitamento all’odio religioso.

    La libertà di espressione trova già delle giuste limitazioni e conseguenti responsabilità penali e civili quindi introdurre un nuovo parametro interpretativo etico e soprattutto politico (perché la tutela della persona è già ampiamente prevista) e sottoporla ad una ulteriore valutazione di un giudice ne rappresenta inevitabilmente una sua limitazione.

    La libertà di pensiero e di espressione deve sempre essere tutelata e contemporaneamente resa responsabile all’interno dei principi democratici stabiliti tanto dalla Costituzione quanto dal normale ordinamento penale e civile. Nel momento in cui si cominciano ad introdurre delle eccezioni per la tutela aggiuntiva di una minoranza “definita in base alle proprie attitudini sessuali” (uno dei principi e parametri più ghettizzanti ed umilianti dell’ultimo secolo) a scapito però del principio della libertà di espressione (certamente non di aggressione) viene meno subito una parte minima della democrazia.

    Successivamente a questa riduzione democratica ne seguirà una seconda e forse una terza, sempre sulla base dei medesimi principi etici ed ideologici, gli stessi ispiratori di questa legge ed applicati in altri campi del “diritto”.

    Questa rana “democratica” viene bollita” a propria insaputa “aumentando” di un grado alla volta la temperatura dell’acqua. Così un passo alla volta verrà annullata una prima porzione della nostra libertà di pensiero poi una seconda come espressione di uno stato democratico in nome della nuova follia che il politicamente corretto ha istituzionalizzato. Il passo successivo sarà quello di bruciare i libri – il riferimento al 1933 ed dal rogo dei libri di Hitler è assolutamente calzante – che non risultassero secondo il mainstream in linea con la visione integralista proposta. Esattamente com’è avvenuto in un Ateneo statunitense nel quale sono stati aboliti gli studi dei classici. (*)

    Così, in breve tempo, ci ritroveremo all’interno di uno Stato etico molto più simile ad uno Stato dittatoriale che non ad una democrazia accidentale.

    Sembra incredibile come il principio di uguaglianza di fronte alla legge e la sua idea della realtà quotidiana nasca da una molteplice ghettizzazione definita anche sulla base dei comportamenti sessuali e non dall’annullamento di ogni valutazione valoriale basata sugli stessi.

    (*) Howard University

  • In attesa di Giustizia: il ritorno dei grembiuli

    Questa settimana, in una rubrica che si interessa anche di legge e non solo di Giustizia, avrebbe potuto essere più divertente – si fa per dire – trattare di qualcuna delle recenti pensate del nostro legislatore: per esempio quanto previsto dalla regolamentazione delle tanto attese riaperture dei ristoranti e l’uso dei servizi igienici il cui accesso è stato consentito “solo per casi di assoluta necessità”. Chi sarà mai l’oscuro burocrate che ha pensato, e tradotto in una norma, una simile scempiaggine? E di quale autocertificazione o certificazione bisognerà essere muniti per poter andare al bagno, forse quella dell’urologo che diagnostica problemi alla prostata da mostrare (in occasione di un controllo) alle Forze dell’Ordine? Non lo sapremo mai: il Viminale, interpellato in proposito, per ora tace non meno che con riguardo al da farsi nel caso di un temporale improvviso che colga malcapitati avventori accomodati in esterno.

    Purtroppo, al peggio non c’è limite e qualche gustosa considerazione su una ennesima disciplina sciatta ed approssimativa cede il passo al commento sulle inarrestabili notizie circa il dilagante malcostume (per usare un garbato eufemismo) da cui è affetta una magistratura, con la “m” rigorosamente minuscola.

    Si apprende, infatti, che la Procura di Milano, oltre un anno fa, ha verbalizzato dichiarazioni dell’Avv. Amara, già noto per avere patteggiato accuse  di corruzione in qualche misura legate al cosiddetto “Sistema Palamara”, contenenti nuove rivelazioni ed illustrando – tanto per non farsi mancare nulla – l’esistenza della  loggia coperta “Ungheria”, una sorta di P2 del terzo millennio, fulcro dell’intreccio tra politica, ordine giudiziario e informazione: verbali in cui – salva la necessità di verificare la veridicità di quanto affermato da Amara – si rivolgono pesanti accuse a uomini appartenenti a diversi poteri dello Stato.

    Questi atti sembra che prima siano stati opportunamente insabbiati, poi – non è chiaro a che titolo ma questa è una certezza – fatti avere (peraltro in formato word e privi di firma) da parte di un Pubblico Ministero di Milano a Piercamillo Davigo, in allora componente del C.S.M., il quale, emersa molto successivamente la circostanza, sostiene di averne trattato “con chi di dovere”. Chi, appunto: il Quirinale, il Procuratore Generale della Cassazione, il Guardasigilli?

    Di tali accadimenti se ne ha notizia solo ora principalmente perché il Consigliere Nino Di Matteo, destinatario successivo di un plico anonimo con identico contenuto, ha provato a introdurre l’argomento, senza grandi risultati, nel corso del plenum di un C.S.M. sempre più delegittimato la cui difesa è affidata al suo Vice Presidente che sostiene fiaccamente essere in corso una manovra destabilizzante cui l’organo di autogoverno è assolutamente estraneo.

    Sarà…ma la vicenda si colloca nella preoccupante cornice disegnata dalle rivelazioni di Luca Palamara contribuendo alla caduta verticale di fiducia nelle istituzioni ed è curioso annotare come sia la direzione de Il Fatto Quotidiano che di Repubblica (che sono gli altri destinatari di questo scottante materiale) non abbiano immediatamente incaricato di approfondire uno dei loro indignati speciali, forse temendo una polpetta avvelenata.

    A monte di tutto vi è comunque la commissione di un crimine: la rivelazione di segreti istruttori e la norma non prevede eccezioni, neppure se commesso (come è accertato) da un P.M. e con destinatario un componente togato del C.S.M.. Su tale ipotesi di reato indaga la Procura di Roma ma, pare, solo nei confronti della ex segretaria di Davigo e con riferimento alla successiva spedizione dei verbali di Amara alle direzioni di testate giornalistiche. Per ora…

    Anche in assenza di questi chiarificatori sviluppi è evidente che Piercamillo Davigo avrebbe dovuto presentare un esposto alla Procura della Repubblica piuttosto che trattare “con chi di dovere” (e non sappiamo chi…) facendo uso addomesticato di quanto ricevuto ed appreso perché ricevere ed utilizzare qualcosa che proviene dalla commissione di un reato integra quello di ricettazione.

    C’è da temere che questa non sia l’ultima storia di corvi, gole profonde e veleni e, forse, quello che si è ipotizzato la settimana scorsa in questa rubrica circa regolamenti di conti in corso tra le toghe nel momento di massima vulnerabilità può rivelarsi un’ipotesi tristemente vera e se lo è anche il ritorno in auge di grembiuli e compassi, l’attesa di Giustizia in un sistema giudiziario fuori controllo ed irresponsabile è destinata a diventare una vana speranza.

  • In attesa di Giustizia: errare è umano, perseverare è diabolico

    Gli errori giudiziari continuano ad essere senza responsabili e responsabilità.

    Sul sito www.errorigiudiziari.com si trovano anticipati i dati relativi agli errori giudiziari e ingiuste detenzioni aggiornati al 31 dicembre 2020, sulla base dei quali è possibile fare un punto della situazione ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione e cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario: vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione, di regola dopo avere scontato molti anni di carcere.

    Per avere una prima idea, di quanti cittadini sono stati privati ingiustamente della libertà è significativo mettere insieme sia le vittime di ingiusta detenzione sia quelle di errori giudiziari in senso stretto. Ebbene, dal 1991 al 31 dicembre 2020 i casi sono stati 29.659: in media, un migliaio all’anno. Il tutto per una spesa complessiva per lo Stato (che è tenuto a riparare ai propri errori) che raggiunge la soglia di 869.754.850 euro, per una media di poco inferiore ai 30 milioni di euro l’anno.

    Attenzione, perché nel 2020 si è registrata una inversione di tendenza delle ingiuste detenzioni che sono in leggero calo rispetto al 2019: i casi sono stati 750, per una spesa in indennizzi liquidati pari a circa trentasette milioni di euro il che, rispetto all’anno precedente, denota effettivamente un netto calo sia nel numero di casi (- 250) sia nella spesa.

    Buon segno? Giammai…perseverare nell’errore è diabolico: la flessione non è il segnale di un cambio di passo virtuoso bensì la conseguenza di un rallentamento dell’attività giudiziaria, causa covid19, delle corti di appello chiamate a decidere sulle domande di riparazione che, sia detto per inciso, nel tempo hanno elaborato le più stravaganti giustificazioni per non concederle o ridurne l’entità. Qualche esempio? L’avere frequentato cattive compagnie, avere dei precedenti penali o – persino – essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al primo interrogatorio da arrestato (quest’ultimo è un diritto assicurato dalla Costituzione…).

    A fronte di questa situazione sorge spontanea una domanda: come mai gli strumenti della giustizia disciplinare e la normativa sulla responsabilità civile dello Stato-giustizia non frenano gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni?

    I dati sulle azioni disciplinari sono semplicemente impietosi basti dire che nel passato era stato persino mandato indenne da conseguenze un magistrato che aveva abusato di un ragazzino nelle toilettes di un cinema porno perché – poco tempo prima, in casa – gli era caduto in testa un infisso che, secondo la sezione disciplinare del C.S.M., ne aveva temporaneamente compromesso la capacità di intendere e di volere.

    E’ vero, l’esempio non c’entra con il tema delle ingiuste detenzioni e degli errori giudiziari…ma rende sicuramente l’idea di come funzioni la “giustizia domestica” dei magistrati che, nel triennio 2017/2019 su circa tremila tra errori giudiziari e ingiuste detenzioni ha avviato la miseria di 53 accertamenti di cui solo 4 conclusi con una blanda censura.

    Quanto alla responsabilità civile, basti dire che la legge che ne regola l’accertamento è burlescamente costruita in modo da renderlo sostanzialmente impossibile.

    Certo è che un migliaio di cittadini all’anno privati ingiustamente della libertà sono un numero che più che suscitare l’attesa della Giustizia provocano il fondato timore che la sua amministrazione sia troppo spesso nelle mani di pericolosi emuli di Piercamillo Davigo.

  • In attesa di Giustizia: il ponte delle spie

    Glavnoe, Razvedyvatel’noe Upravlenie, siglato G.R.U., tradotto in italiano Direttorato principale per l’informazione, è il servizio segreto delle Forze Armate russe (fino al 1991, sovietiche) ed è tutt’oggi una componente molto importante del sistema di intelligence della Federazione Russa, specialmente perché non è stato mai ristrutturato, diviso e persino diversamente denominato come accaduto al Comitato per la Sicurezza dello Stato, meglio noto come K.G.B.

    Sospettato, tra l’altro, di essere stato, di recente, artefice di attacchi informatici a livello globale e di interferenza nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, ha nel suo DNA le competenze nello sviluppo di nuove tecnologie: fu, infatti, Stalin a chiedere ai suoi ingegneri di concentrarsi sulle modalità di danneggiamento dei paesi nemici a distanza.

    Come dire: non si tratta di un cimelio dell’U.R.S.S. bensì di una struttura pienamente operativa e la circostanza che il russo coinvolto nella spy story con un ufficiale della nostra Marina Militare fosse anch’egli un militare con il grado di colonnello fa pensare che la sua reale funzione nel nostro Paese – con adeguata copertura diplomatica – fosse quella di operativo del G.R.U.

    Questa vicenda sta tenendo banco ormai da giorni proprio per la sua originalità con il retrogusto da Guerra Fredda, quella guerra che sembrava ormai conclusa da decenni, da quando – come disse Margaret Thatcher – Ronald Reagan la vinse “senza sparare un colpo”.

    Intelligenza con una potenza straniera, e nel provvedimento di arresto del Capitano Walter Biot si legge di una sua elevata pericolosità, giudizio che non può che ricollegarsi alla natura delle informazioni che passava ai russi. Tanto è vero che il Governo sta considerando di mettere il segreto di Stato su quei dati che, verranno – di conseguenza – omissati negli atti giudiziari.

    Walter Biot si è avvalso del diritto al silenzio durante l’interrogatorio davanti al G.I.P. ma poche ore dopo ha fatto sapere che vuole essere sentito dai P.M., annunciando due argomenti: la irrilevanza dei documenti sottratti dal punto di vista della compromissione della efficienza militare delle nostre forze armate e la sua condizione di indebitamento.

    Non è consuetudine, in questa rubrica, anticipare giudizi soprattutto quando non si dispone di documentazione completa: tuttavia, proprio dalle poche battute del Capitano Biot traspare una implicita confessione (difficile, peraltro, negare essendo stato colto “con le mani nel sacco”) volta a minimizzare e impietosire: mutuo, figli, animali domestici da mantenere con lo stipendio della Marina e poche scartoffie senza valore rifilate ai russi.

    Due conclusioni si possono trarre a questo punto: la prima è che lo spionaggio è punito con l’ergastolo se il fatto ha compromesso il potenziale bellico dello Stato, una decina di anni in assenza di questa aggravante. Quindi, di fronte all’innegabile è meglio cercare una via di uscita dal “fine pena mai”. La seconda è che tutti i pari grado di Walter Biot guadagnano circa 2.200 euro netti al mese ma per mettere insieme il pranzo con la cena non diventano dei traditori in cambio del corrispettivo di un paio di mensilità extra.

    E il G.R.U. metterebbe in piedi un’operazione di spionaggio compromettendo agenti operativi di alto grado e mettendo dei soldi, ancorchè non molti, sul piatto per informazioni che si possono trovare digitando su Google?

    La verità sarà un’altra, quasi certamente non quella che intende offrire Walter Biot, ma per la posta in gioco, forse, non la sapremo mai del tutto; resta la triste considerazione che il traditore della Patria che ha giurato di proteggere è il peggiore dei servitori infedeli dello Stato. Anche se per pochi soldi (anzi, peggio…), anche se per informazioni di scarso valore.

    La pena che verrà inflitta al Capitano della Marina lascerà intuire qualcosa: poi bisognerà vedere se la sconterà tutta o se – come ai tempi della Guerra Fredda – verrà magari liberato e scambiato con qualcuno, forse sul Ponte Umberto che attraversa il Tevere proprio di fronte alla Corte d’Appello Militare.

  • In attesa di Giustizia: fregnacce alla moda di Palazzo Chigi

    Chi si ricorda della raccolta dei punti VDB? Antesignani anni ‘60 dei programmi di fidelizzazione dei supermercati erano legati all’acquisto di prodotti come la margarina Gradina e i formaggini Milkana. Ricchi premi e cotillon per chi completava la raccolta.

    Qualche genitore previdente deve averne fatto imponente incetta sino a garantirsi la possibilità di ottenere in cambio titoli accademici e diplomi di laurea per la propria prole…che oggi ci ritroviamo al comando del Paese.

    Tra le ultime, più note e fantasiose creazioni della nostra classe politica si annoverano – festeggiandosi in questi giorni l’anniversario – i D.P.C.M. di cui nessuno aveva mai sentito neppure parlare prima del 2020. Per carità, atto in sé del tutto legittimo e corrispondente al più noto Decreto Ministeriale dal quale differisce per la qualifica del componente del Governo che lo emana; il problema sono i contenuti.

    Su queste colonne se ne è trattato sin dai primi tempi, revocando in dubbio che con quello strumento si potessero disporre limitazioni della libertà personale che si sostanziano in obblighi di permanenza domiciliare: ora abbiamo una interessantissima sentenza di un Giudice di Reggio Emilia che tratta l’argomento e di cui vale la pena approfondire la motivazione.

    La premessa è che il P.M. aveva chiesto la condanna per decreto penale (il che significa senza nemmeno celebrare un processo quando il fatto contestato appare incontrovertibile) di due persone imputate del reato di falso per avere autocertificato, contrariamente al vero, di essere uscite dal luogo di domicilio per sottoporsi ad esami clinici: ciò avveniva il 13 marzo 2020, quindi proprio nelle prime giornate di lock down.

    Il Giudice però ha assolto entrambi, e lo ha fatto “in battuta” senza neppure la necessità di un confronto dialettico con accusa e difesa in dibattimento: scrive che, in via assorbente, va rilevata la indiscutibile illegittimità costituzionale dei D.P.C.M. nella parte in cui dispongono limitazioni della libertà personale.

    Che si tratti di questo e non di semplice limitazione della libertà di circolazione, secondo il giudice reggiano, si ricava da una corposa serie di decisioni della Corte Costituzionale in materia di provvedimenti del tutto analoghi e ben noti, come il DASPO o il TSO, che pure sono restrizioni della libertà persino più lievi rispetto a quelle declinate con i D.P.C.M.. La stessa Corte Costituzionale, scrive sempre il Giudice, ha chiarito (già dal 1964…non una novità, questione solo di aver studiato…) che la libertà di circolazione riguarda il divieto di accesso a determinate zone, eventualmente perché ritenute a qualsiasi titolo pericolose, ma non quello di uscire dalla propria abitazione.

    A queste considerazioni segue la possibilità di disapplicare, ritenendolo incostituzionale, il D.P.C.M. dell’8 marzo 2020: in forza di una legge del 1865 (avete letto bene: non è una novità assoluta e si studia al terzo anno di giurisprudenza) il Giudice può non tenere alcun conto, cioè disapplicare, provvedimenti amministrativi – come lo sono i D.P.C.M. – ritenuti illegittimi, ingiustificati o anche incostituzionali senza necessità di trasmettere gli atti alla Corte proprio perché non si tratta di leggi dello Stato ma di meri atti della pubblica amministrazione.

    Il vizio “a monte” del D.P.C.M. che non poteva limitare la libertà dei cittadini ha determinato “a valle” la mancanza di antigiuridicità del fatto di chi ha autocertificato il falso. Forse per il lettori “atecnici” si tratta di concetti piuttosto complessi, sebbene si sia cercato di renderli più comprensibili possibile. Ad altri livelli avrebbero dovuto costituire ovvietà impedenti di scrivere fregnacce. Tranne che i titoli – di tutti i componenti  della “compagnia di giro” del capocomico – non siano stati conseguiti con la raccolta dei punti VDB, rigorosamente dopo la frequentazione delle scuole serali…ma al buio.

  • In attesa di Giustizia: varie ed eventuali

    Sono diversi gli ultimi accadimenti interessanti (o preoccupanti, a seconda) nel mondo della giustizia.

    Intanto che riprendono le preoccupazioni per il diffondersi di varianti molto contagiose della pandemia, alcuni Ordini Professionali, soprattutto in Toscana, hanno ottenuto la priorità nella vaccinazione degli avvocati; un privilegio? Niente affatto, come ha spiegato molto bene il Consigliere Giacomo Ebner, magistrato romano illuminato (sarebbe più corretto dire “normale”, ma con i tempi che corrono…) secondo il quale vi sono tre ottime ragioni alla base di questa scelta.

    Innanzitutto, quello dell’avvocato – secondo Ebner, ma soprattutto secondo la Costituzione – è un ruolo essenziale nel funzionamento della macchina della Giustizia, inoltre la categoria è stata tra quelle più segnate dalla crisi conseguente alla emergenza sanitaria ed è corretto agevolarne una ripresa in sicurezza – per sé e per gli altri –  della attività, in terzo luogo, l’avvocato svolge una funzione che rende indispensabile il contatto con le persone che non possono essere private della possibilità di conferire più adeguatamente e riservatamente con il proprio difensore senza ricorrere alla intermediazione di Skype call o telefonate. Sì, è vero, di recente, sono emersi altri casi di intercettazioni, anche video, negli studi di avvocati nonostante il divieto per legge…ma questa è un’altra storia.

    Un’altra storia che non è pensabile che offra preoccupazioni a Piercamillo Davigo, della cui giacobina presenza non ci siamo ancora liberati, anzi…nonostante il pensionamento, continua ad imperversare. Editorialista del Fatto Quotidiano lo era già in pectore da magistrato e, sfortunatamente, anche i talk shows continuano ad assicurargli soliloqui che ne esaltano (almeno apparentemente) virtù da oracolo posto che rappresenta la permanente ed effettiva corrente di pensiero dominante nella magistratura italiana, o – almeno, è ciò di cui finiscono con l’essere convinti i cittadini cui non vengono offerte misure di confronto.

    Ultimamente gli è stato richiesto di commentare Paolo Mieli, che ha profetizzato per Draghi infauste ghigliottine giudiziarie ove dovesse azzardarsi – come puntualmente accaduto in passato – a mettere mano alla riforma della giustizia senza il placet della magistratura italiana.

    Davigo orripila ed accusa Mieli di parlare di cose che ignora…sarà ma Mieli era il Direttore del Corriere della Sera durante Mani Pulite: ma l’ex magistrato spiega (siamo a Piazza Pulita) che “per aprire un provvedimento ci vuole una notizia di reato, non è che il pubblico ministero si sveglia la mattina e dice: chi incrimino oggi?”.

    “Però non è detto che quei reati vengano dimostrati”, osserva Formigli, il conduttore. “Questo è un altro discorso – è costretto ad ammettere Davigo -, tra l’altro possono non essere dimostrati perché non ci sono, o perché per mille e una ragione non si riesce a dimostrarli, magari per le leggi particolari che abbiamo in questo Paese e che altri Paesi non hanno”.

    E qui viene il bello (si fa per dire): può accadere che una accusa sia infondata? Il dott. Davigo ammette con enorme fatica, che ciò che soprattutto accade è che la Verità, naturalmente insita nella originaria ipotesi poliziesca, venga soffocata dalle regole del processo penale italiano, intriso di inaccettabili trappole garantiste. Per esempio che le evidenze acquisite durante le indagini preliminari di regola non valgono durante il dibattimento, e questo spiega perché persone che erano state raggiunte da elementi molto forti e concreti ma non utilizzabili nel processo poi vengano assolti. In realtà la ragione è molto semplice: proprio il codice dice che ciò che viene raccolto durante le indagini – con alcune eccezioni – non costituisce prova ma solo elemento utile per valutare la sostenibilità di una incriminazione nel giudizio il quale è regolato dalla Costituzione; durante il processo che gli elementi di accusa vengono valutati dal giudicante in seguito al contraddittorio tra le parti senza tener per buono le deposizioni di testimoni sentiti in solitudine in un commissariato, le intercettazioni telefoniche riassunte e selezionate a propria discrezione dalla Polizia Giudiziaria, le consulenze tecniche anche in discipline scientifiche adoperate in modo unilaterale dal P.M.

    Questa roba qui, secondo il nostro, sarebbe la ragione per la quale spesso accade – orrore! – che gli imputati vengano assolti. Insomma, ecco il disastro della giustizia italiana: è il processo in quanto tale.

    Davigo ne resterà disgustato ma c’è anche chi il processo lo evita del tutto perché l’ipotesi accusatoria frana già al termine delle indagini. Come nel caso di Alex Schwarzer, l’atleta sospettato di impiego di doping la cui posizione è stata archiviata. Ci sono voluti quei quattro/cinque anni (che in una carriera agonistica rimasta ferma pesano non poco) ma per lui l’attesa di Giustizia non è stata vana.

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