Legge

  • In attesa di Giustizia: le due facce della stessa medaglia

    Nei giorni scorsi si sono spalancate le porte del carcere per Mario Moretti, per la verità ha bussato lui a quelle porte andando a costituirsi dopo che è diventata definitiva la sentenza di condanna per la strage di Viareggio: un capolavoro di giustizia negata, una condanna fondata su null’altro che la necessità di trovare un colpevole purchessia e, se possibile, un “potente” il che aumenta il giubilo delle italiche genti. Senza entrare nel complesso dettaglio delle prove, si domandi il lettore, facendo uso del buon senso comune, cosa mai avrebbe potuto fare Moretti dalla sua posizione di amministratore delegato delle Ferrovie per prevenire, impedire, quantomeno ridurre il rischio che un convoglio merci che trasportava materiali infiammabili ed esplodenti prendesse fuoco proprio mentre era di passaggio da una stazione. Per semplificare ancor di più il ragionamento e le valutazioni del caso si domandi, altresì, il lettore perché mai Moretti avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione – una rinuncia che ora gli costa il carcere – se non avesse avuto la granitica certezza di avare la coscienza pulita. Ma un colpevole ci vuole sempre, anche un colpevole innocente per placare la serpeggiante sete di vendetta sociale che non ha necessariamente  l’espressione grifagna di Marco Travaglio o lo stolido ghigno di Fofò Bonafede e se si vuole misurare lo sprofondo giustizialista che ha inghiottito il Paese è sufficiente porre attenzione a cosa è accaduto domenica al Teatro Comunale di Vicenza allorquando l’onorevole Roberto Vannacci ed il giornalista Giuseppe Cruciani, sul palco, si sono tolti la maglietta per indossare una t-shirt bianca sopra la quale c’è scritto: “Siamo tutti Mario Roggero” facendo esplodere la sala in un tripudio di applausi.

    Ma…Mario Roggero, chi è? E’ un gioielliere di Grinzane Cavour, nel cui negozio, il 28 aprile 2021, entrarono tre rapinatori: uno con un coltello, un altro impugnando una pistola giocattolo e la rapina si conclude rapidamente e senza violenze, i tre escono, per raggiungere la macchina e fuggire ma, a quel punto, Roggero prende la sua pistola vera, esce dal negozio e li insegue in strada sparando alle spalle di chi sta scappando e non costituisce più un rischio per la incolumità personale. Uccide Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli e ferisce Alessandro Modica alla gamba; mentre Spinelli, colpito a morte, riesce a trascinarsi per qualche secondo, agonizzante, sull’asfalto, Roggero lo raggiunge e lo prende a calci in faccia. La ricostruzione è della Corte d’Assise d’Appello di Torino che ha condannato Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario e per un simile eroe Cruciani, al microfono, ha lanciato la proposta a Futuro Nazionale: “Candidate Mario Roggero”: ma sì, candidatelo e mandatelo in Parlamento a scrivere leggi su giustizia, sicurezza, legittima difesa, mandate a rappresentare l’Italia l’uomo che ha inseguito in strada chi fuggiva e gli ha sparato alle spalle e che ha preso a calci in faccia un moribondo sull’asfalto.

    Esiste una differenza tra difendersi e giustiziare, tra proteggersi da una rapina, un crimine ovviamente odioso, e inseguire in strada chi scappa per finirlo a terra: “occhio per occhio” era la regola dettata dal Codice di Hammurabi ma nel 1750 avanti Cristo. Da allora l’umanità ha fatto qualche passo avanti: ha deciso che a punire non può essere la mano del singolo armato in mezzo alla strada, ma la legge. È la differenza tra la civiltà e la barbarie al cui ritorno, ha applaudito, a Vicenza, un teatro intero. E lo chiamano futuro nazionale…

    Sono queste le due facce della stessa medaglia di quell’Italia forcaiola che gli istituti di diritto penale più equilibrati, come quello sulla legittima difesa, li ritrova ancora nel codice che porta ancora la firma del Re, Alfredo Rocco e Benito Mussolini.

  • Le conversazioni con l’intelligenza artificiale possono diventare materiale probatorio in un processo

    Un giudice di Manhattan ha disposto che un amministratore delegato sotto processo per bancarotta consegnasse agli inquirenti 31 documenti prodotti in conversazione con Claude, il chatbot di Anthropic in quanto quelle chat, anche se riguardavano materiali preparati per i suoi legali, non sono coperte dal segreto professionale. Di fatto, la magistratura americana ha asserito che parlare con un’intelligenza artificiale non è come parlare con un avvocato e non gode delle tutele applicabili a quest’ultimo caso. Le grandi law firm americane si sono affrettate a spiegarlo ai loro clienti.

    Alla base della decisione giudiziale vi è l’idea che l’intelligenza artificiale è appunto qualcosa di artificiale, non è una persona ma un servizio, che genera dati. E i dati, in tribunale, possono essere chiesti, analizzati, usati sia in cause civili sia in procedimenti penali. Paradossalmente, nello stesso giorno in Michigan una donna che si difendeva da sola in una causa di lavoro ha ottenuto che le sue chat con ChatGPT fossero considerate “work-product” personale, cioè materiale di preparazione della propria difesa, e quindi non consegnabili al datore di lavoro.

    Mentre la giurisprudenza in materia muove i primi passi, più di una dozzina di grandi studi legali statunitensi ha iniziato a inviare ai clienti avvertenze esplicite: non usate i chatbot consumer per questioni sensibili, preferite piattaforme enterprise con garanzie contrattuali di riservatezza, e se proprio dovete chiedere un parere all’Ia su un tema legale, scrivete nel prompt che state agendo su indicazione di un avvocato. Lo studio newyorkese Sher Tremonte è arrivato addirittura a inserire una clausola nei contratti: se condividi con un chatbot le comunicazioni con il tuo legale, rischi di annullare tu stesso la protezione del segreto professionale. Hai “divulgato a terzi”, e il privilegio decade.

  • Muscardini all’Istituto universitario europeo di Firenze: “senza Costituzione, la Ue si è condannata all’irrilevanza”

    Tradizionale appuntamento all’Istituto universitario europeo di Firenze per l’on. Cristiana Muscardini. Come ogni primavera, infatti, nell’ambito del programma di Educazione civica europea, l’Istituto ha invitato una classe di studenti delle scuole superiori a confrontarsi con rappresentanti delle istituzioni della Ue sul significato della stessa Unione europea e sul senso di appartenenza ad essa da parte dei cittadini.

    Agli studenti dell’Istituto Giuseppe Teano di Firenze, invitati a portare ciascuno un ricordo o una testimonianza attraverso la quale manifestare quanto si senta cittadino europeo, l’on. Muscardini ha portato anzitutto il testo della Costituzione europea alla cui redazione partecipò in veste di rappresentante italiano all’interno della Convenzione europea chiamata a predisporla.

    Decana del Parlamento europeo (5 legislature dal 1989 al 2014), insignita della Medaglia d’oro al Merito europeo, Muscardini ha distribuito agli studenti e ai loro docenti quel progetto, mai entrato in vigore in seguito alla bocciatura per via referendaria da parte di francesi e olandesi, per spiegare le principali lacune che oggi, ancor più di fronte all’allentarsi della storica condivisione di valori tra le due sponde dell’Atlantico che ha connotato l’Occidente dal 1945 in poi, fanno dell’Unione europea un’entità della quale leader mondiali come Donald Trump possono farsi beffe secondo i propri umori e orientamenti.

    Il Voto all’unanimità dei capi di Stato e di governo dei 27 Stati della Ue, all’interno del Consiglio europeo, è un freno, l’impedimento alla crescita dell’Europa ha detto l’on. Muscardini ribadendo la necessità di arrivare al voto a maggioranza qualificata (secondo un principio che non si limita a sancire una testa un voto ma tenga conto anche della quota della popolazione europea complessiva che ciascuno Stato rappresenta).

    Per superare i principali handicap, che la mancata entrata in vigore della Costituzione europea ha lasciato alla Ue, l’on Muscardini ha indicato un procedimento gradualista come la via per superare quegli ostacoli sulla strada di una compiuta costruzione europea ai quali il Trattato di Lisbona, approvato come succedaneo in seguito alla bocciatura della Costituzione europea, non ha fornito soluzioni all’altezza. Con la stessa gradualità con cui si è introdotto l’euro, al quale gli Stati hanno liberamente aderito man mano che si sono sentiti pronti a farlo, così occorre procedere oggi per tutte quelle questioni che i singoli Stati europei possono risolvere più efficacemente unendo le forze piuttosto che procedendo ognuno su base nazionale, prima di tutto l’unione politica, energetica e l’esercito di difesa comune.

    Nella rievocazione dei suoi anni al Parlamento europeo, sui quali gli studenti hanno posto domande, Muscardini ha ribadito l’idea di fondo e che cioè una efficace gestione degli affari economici non può presidente da una nitida visione geopolitica.

    Purtroppo il problema degli approvvigionamenti energetici, con i conseguenti riflessi sullo sviluppo economico, non sono ancora affrontati con la stessa sinergia con cui si affrontò il Covid, e l’approntamento di sistemi di difesa, autorizzato dalla Ue ma lasciato ai singoli Stati anziché coordinato da Bruxelles, attestano, non nasconde Muscardini – che la direzione di marcia sulla quale si trova oggi l’Europa è di fatto insufficiente.

    A dispetto di quella sinergia, anche tra deputati appartenenti a schieramenti politici di diverso orientamento che Muscardini ha visto al Parlamento europeo, ben più che nella sua esperienza al Parlamento italiano, i governi dei singoli Stati europei continuano ad affrontare le urgenze di fronte ai quali il mondo li pone sulla base delle proprie specifiche procedure e tempistiche. Che la Costituzione europea sia stata bocciata proprio perché anziché tenere un referendum unico su scala europea si lasciò a ciascuno di dare la priorità alla voce del proprio Paese, lascia intendere Muscardini, è un precedente dal quale non si è appreso alcunché.

    Alla fine dell’incontro l’on Muscardini ha ringraziato studenti ed insegnanti per la seria preparazione ed il vivo interesse dimostrato per il futuro dell’Europa e per il lavoro di ricerca ed approfondimento.

  • In attesa di Giustizia: la banalità della tragedia

    Studia, studia, altrimenti finirai con il fare il Pubblico Ministero: è un modo di dire un po’ in disuso, ironico e paradossale, che in Calabria ha mostrato come la realtà possa grottescamente confermare la saggezza popolare.

    A Platì è una notte di novembre di molti anni fa, quando venne fatto partire il blitz della cosiddetta Operazione Marine e 125 abitanti su 3.800 vengono arrestati con l’accusa di essere mafiosi mentre un altro centinaio sono gli indagati a piede libero: questa spettacolare operazione coordinata dall’ineffabile Nicola Gratteri si concluderà molti anni dopo con solo otto condanne e, fin qui, siamo nella fisiologia delle iniziative visionarie di un Procuratore che si ritiene unto dal Signore. Alla parte tragica di questa maxi indagine fece seguito l’onere per lo Stato di pagare decine di sostanziosi indennizzi per ingiusta detenzione ma alla banalità della tragedia che ha privato della libertà personale una moltitudine di innocenti si assomma una componente ridicola della vicenda che ha dell’incredibile. Secondo i Carabinieri, coordinati da Gratteri ma anche secondo il GIP che diede seguito alle richieste d’arresto, la ’ndrangheta era arrivata a dominare l’attività amministrativa del comune di Platì. Secondo gli inquirenti la prova di uno iattante predominio mafioso a Platì è rappresentato da una delibera del Comune del 2001 intitolata “valorizzazione aree latitanti”: secondo Gratteri & C. ciò dimostrerebbe che i bunker sotterranei utilizzati dai latitanti sarebbero stati addirittura realizzati con fondi pubblici. Un fatto di straordinaria gravità con tanto di esplicita delibera comunale, tanto che il Giudice, nell’ordinanza di custodia cautelare afferma che tale delibera era sintomatica dell’“atteggiamento tracotante e arrogante tenuto dall’amministrazione comunale che opera in disprezzo di qualsiasi norma e regola, mostrando protervia e imprudenza a qualsiasi controllo amministrativo condotto dagli organi preposti, e che si palesa nel suo agire proprio per volere dello scellerato gruppo criminale attenzionato”. Ma veramente gli amministratori del comune di Platì erano arrivati a scrivere, nero su bianco, in delibere ufficiali, che i soldi pubblici venivano destinati alla costruzione di bunker dei latitanti? Ovviamente no. Anche la follia umana ha dei limiti mentre il furore manettaro non ne conosce.

    Subito dopo gli arresti e gli interrogatori di garanzia affiorano le prime crepe dell’indagine. I difensori degli indagati recuperano le delibere precedenti a quella del 2001 che venivano ancora vergate a mano o battute a macchina facendo questa scoperta: l’intitolazione era in realtà “Valorizzazione aree latistanti fiumara”, cioè aree poste ai lati di un torrente. Insomma, i funzionari del comune avevano trasposto al pc la delibera originaria e l’espressione “aree latistanti” si era trasformata in “aree latitanti” dal correttore automatico…e nessuno a rileggere neppure prima di arrestare centinaia di persone.

    La notizia dello strafalcione è ghiotta ed inizia a trapelare ma Gratteri, anziché meditare su quanto pian piano stava emergendo (sulla base di verifiche che la legge impone di svolgere proprio al PM), sostiene che si tratti di un abbaglio segnalato dei difensori, ed all’ ANSA dichiara che si tratta soltanto di “una nota di colore”, che “non ha alcuna rilevanza ai fini della solidità dell’impianto accusatorio”, anche perché “il termine latistanti tra l’altro nella lingua italiana non esiste”…detto da lui che parla una lingua aborigena che italiano sicuramente non è.

    Di fronte al tribunale della libertà, tuttavia, viene evidenziato che la parola “latistante” nella lingua italiana esiste ed era stata usata nelle delibere precedenti (così come anche nei bilanci adottati dal comune), quindi si era di fronte a un mero errore dovuto alla trasposizione degli atti su pc e nel Grande dizionario della lingua italiana viene anche riportata una frase di Camillo Cavour, in cui si parla proprio di “campi latistanti”.

    Inquietante nota di colore è quella che evidenzia come il termine “latistante” fosse persino utilizzato nei quiz usati per l’accesso al concorso in magistratura.

    La banalità di questa tragedia è tale che fa venir persino da sorridere, se fosse la sceneggiatura di un film, magari un sequel dell’indimenticabile e profetico “Tutti dentro!” interpretato da Alberto Sordi e non l’intessuto di un provvedimento di cattura che porta in intestazione la Stella della Repubblica. Della Repubblica delle Procure.

  • In attesa di Giustizia: al bivio dell’ignoranza

    Messa fortunatamente alle spalle la buriana della campagna referendaria, per questa rubrica non sono certo venuti meno gli spunti di riflessione, tutt’altro! Questa settimana, per esempio, bruciava la penna dal desiderio di raccontare quella volta che Gratteri ed i suoi accoliti fecero finire in galera decine di persone perché non avevano saputo prima leggere e poi distinguere, in lingua italiana, un aggettivo da un sostantivo…ma ne parleremo. L’alternativa, che ha sbaragliato la concorrenza al bivio dell’ignoranza, è stata individuata nell’ emendamento al decreto sicurezza attualmente in esame alle Camere – con scadenza imminente dei termini di conversione – che, nei procedimenti a carico di immigrati clandestini con patrocinio a spese dello Stato, prevede un compenso per l’avvocato soltanto qualora il cittadino straniero assistito presenti domanda di “rimpatrio volontario” e venga effettivamente rimpatriato.

    In tal modo, allettandolo, si trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione ma non è solo questo il punto: già faceva rabbrividire l’idea originaria di privare del tutto gli immigrati clandestini del patrocinio gratuito con una violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione (parità di trattamento davanti alla legge, inviolabilità del diritto di difesa e di ammissione al patrocinio per i non abbienti) di cui si sarebbe avveduto anche uno studente di terza media alle prese con l’educazione civica. Qualcuno deve averlo sussurrato all’orecchio dei parlamentari della coalizione di Governo ed ecco servita la classica pezza peggiore del buco con una previsione che questa volta oltre ad essere incompatibile con gli articoli 3 e 24 della Costituzione lo è anche con i con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza; ragione fondante per cui, nel nostro Paese, non esiste e non può esistere un ufficio del Public Defender sul modello americano perché un difensore d’ufficio dipendente dello Stato non offre garanzie di autonomia rispetto alla sua controparte processuale, il P.M., che rappresenta quello Stato che è anche il suo datore di lavoro.

    Per una volta si è mobilitato in anticipo anche il Quirinale con dei rumours che lasciano intendere che la promulgazione di una legge siffatta è tutt’altro che scontata ed il Sottosegretario Mantovano è accorso al Colle per parlarne nel tentativo di sventare un secondo sonoro ceffone alla maggioranza in materia di giustizia.

    Non ce la farà, non ce la potrebbe mai fare perché questa previsione, oltretutto, tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione: è semplicemente irricevibile,  inaccettabile e sorprende (ma ormai non più di tanto) il silenzio – assenso di Carlo Nordio, uno che non solo è stato sempre uno schietto garantista ma proviene da una stirpe di avvocati penalisti mentre per tutti gli altri presunti giureconsulti, soprattutto quelli in salsa verde/tricolore, l’invito non può essere che quello di offrire, come meritano, le proprie braccia per la prossima campagna del grano.

  • La legge deve essere uguale per tutti

    Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge.

    Pittaco

    Era la mattina del 10 novembre 2025 quando in Ucraina è stata data la notizia che NABU, l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina, aveva perquisito alcune abitazioni, compresa anche quella dell’allora ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia dal 2021 e fino al luglio 2025. Tutto in seguito ad un’indagine durata per circa quindici mesi. Insieme con il ministro della giustizia, la ministra che lo sostituì al dicastero dell’Energia ed altri alti funzionari, era stato indagato anche un molto noto imprenditore ucraino nell’ambito di una vasta operazione anticorruzione denominata “Minas”. In Ucraina è pubblicamente noto che sia il ministro della giustizia che l’imprenditore erano persone molto vicine al presidente ucraino.

    Il 15 febbraio scorso l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ha ufficialmente affermato di avere “arrestato un ex ministro dell’Energia mentre cercava di lasciare il Paese in treno”, come persona coinvolta nella sopracitata operazione “Minas”. Nonostante non sia stato reso noto il nome della persona arrestata, i media hanno fatto riferimento proprio all’ex ministro dell’Energia. Lui è stato accusato di “riciclaggio e associazione a delinquere”. Secondo l’accusa nei suoi confronti, l’ex ministro era riuscito a nascondere delle tangenti di circa 100 milioni di dollari, approfittando dalla gestione del sistema energetico. Un sistema basato sull’energia nucleare, la quale, soprattutto dopo l’invasione russa il 24 febbraio 2022, veniva trattata in modo particolare. Il che ha permesso anche l’abuso dell’ex ministro dell’Energia, come risulterebbe dalle indagine.

    Bisogna sottolineare che sia l’ex ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia, che colei che la sostituì nel ministero dell’Energia hanno negato le accuse fatte dalle istituzioni del sistema della giustizia. Nonostante ciò, il presidente ucraino prima li aveva sospesi tutti e due dai loro incarichi istituzionali e poi li aveva costretti a presentare le dimissioni. Invece l’imprenditore, indagato nell’ambito della stessa operazione anticorruzione, era riuscito a fuggire in Israele, nel novembre 2025, poche ore prima che gli agenti potessero arrestarlo.

    Giovedì scorso, 19 febbraio, di prima mattina, Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, è stato arrestato dalla polizia britannica nella tenuta reale di Sandringham, contea di Norfolk, dove da qualche anno abitava per decisione di re Carlo III. L’accusa nei suoi confronti era quella di “misconduct in public office”. Si tratta di un’accusa che, secondo i canoni del sistema giuridico britannico, significa cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.

    Dopo più di dieci ore di interrogatorio il fratello di re Carlo III è stato rilasciato, sempre rimanendo sotto la stessa accusa. Il che, sempre per i canoni del sistema giuridico britannico, significa che si possono eseguire ulteriori convocazioni e/o requisizioni di documenti e, se si ritenesse necessario, si potrebbe avviare anche un rinvio a giudizio. Risulterebbe però che tutto sia legato ai rapporti, pubblicamente noti da anni, che Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, ha avuto con il famigerato imprenditore Jeffrey Epstein.

    Si tratta di rapporti che hanno condizionato anche gli incarichi ufficiali di Andrea legati alla promozione commerciale del Regno Unito all’estero. L’inchiesta ha avuto inizio dopo che, negli Stati Uniti d’America, veniva resa pubblica un’enorme quantità di fascicoli e di registrazioni che documentavano i rapporti di Jeffrey Epstein con persone molto altolocate, politici, imprenditori e molti altri. Andrea Windsor-Mountbatten era uno di loro.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, risulta che re Carlo III avrebbe espresso la sua “profonda preoccupazione” per quanto stava accadendo. Il re però avrebbe ribadito altresì che “la legge deve fare il suo corso”. E sempre riferendosi al caso del fratello di re Carlo III, fonti ufficiali del governo britannico hanno confermato che la giustizia sara libera ad esprimersi, in rispetto del principio che nessuno è al di sopra della legge.

    Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione del presidente statunitense. Con una sua sentenza la Corte annulla i dazi doganali imposti durante i mesi passati, considerando le decisioni del presidente statunitense come violazione delle regole del Congresso. Si, perché la Costituzione statunitense prevede che il Congresso è l’unico organo autorizzato ad approvare simili decisioni del presidente. E il sistema di giustizia può annullare anche le decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America.

    Ovviamente, dopo quella sentenza della Corte Suprema statunitense, non poteva tardare neanche la reazione del presidente. Lui, durante una conferenza stampa ha dichiarato: “La sentenza della Corte Suprema mi ha deluso molto, mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”. Aggiungendo che “i dazi rimangono”, poiché ci sono “delle alternative”. E si riferisce alla Sezione 122 del Trade Act (Legge del commercio; n.d.a.) del 1974. Perciò, dopo la sentenza della Corte Suprema, il presidente ha confermato dazi di 10%, che poi, in meno di 24 ore, ha aumentato al 15%. Ma non si escludono neanche altre “sorprese” da lui.

    Nel novembre scorso, in Albania, in seguito a molti scandali milionari che coinvolgono i massimi livelli istituzionali, è stato reso noto pubblicamente uno scandalo milionario di abuso di potere e di corruzione, in cui risulterebbero coinvolti direttamente sia la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, sia il primo ministro. Il nostro lettore è stato informato spesso di questo scandalo durante questi ultimi mesi. E non solo dello scandalo di per sé, ma anche per l’accanimento e le minacce del primo ministro nei confronti dei magistrati. Prima si era infuriato contro un procuratore ed un giudice che hanno reso possibile la sospensione della sua vice dai suoi incarichi. E poi, in seguito, anche contro tutto il sistema “riformato” della giustizia che fino ad allora rappresentava per lui un “un vanto ed un grande successo”. Tutto perché qualcuno, da qualche mese, non ubbidisce ai suoi “orientamenti” e alla sua volontà.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato che il primo ministro, sentendosi egli stesso “minacciato”, ha presentato come deputato, insieme con due altri deputati, suoi collaboratori, una modifica all’articolo 232 del Codice della procedura penale. L’autore di queste righe scriveva: “Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa (Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa, 18 febbraio 2026).

    Chi scrive queste righe è convinto che la legge deve essere uguale per tutti e bisogna permettere alle istituzioni giudiziarie di procedere e compiere il loro dovere, come prevede il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, nonché le Costituzioni e la legislazione di ogni singolo Paese. Come hanno fatto la scorsa settimana il re Carlo III, il presidente ucraino pochi mesi fa e la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America il 20 febbraio scorso. E accordarsi con l’affermazione fatta circa 26 secoli fa dal filosofo della Grecia antica Pittaco: “Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge”. Ma in Albania non è così. Il primo ministro decide su tutto e tutti.

  • In attesa di Giustizia: dedicato agli antifa

    I fautori del NO al referendum sulla Separazione delle Carriere, diventato ormai un voto politico contro il Governo, dovrebbero studiare un po’ di più anche la storia.

    Ecco, allora, qualche passaggio dalla Relazione alla Maestà del Re Imperatore del Ministro della Giustizia Grandi presentata nell’udienza del 30 gennaio 1941-XIX per l’approvazione del testo dell’“Ordinamento Giudiziario”:

    Sire, ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il testo del nuovo Ordinamento Giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore….
    …Può affermarsi che soltanto con l’avvento del Fascismo il problema del riordinamento della Magistratura, dei servizi e degli uffici giudiziari fu affrontato con organicità di metodo ed in modo totalitario.
    L’ordinamento del Pubblico Ministero non si discosta sostanzialmente da quello precedente, per cui la separazione delle funzioni requirente e giudicante non importa anche la separazione di ruoli.
    Sull’argomento è qui sufficiente accennare alle ragioni fondamentali che hanno sconsigliato il ritorno al regime della separazione dei ruoli, quale fu concepito ed attuato nella originaria legge del 1865 e soppresso con la legge del 1890. Non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente … e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta. Ciò determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della Magistratura, in contrasto con la sostanziale
    unicità della funzione. Sono ragioni d’ordine pratico, sia perché la separazione importerebbe una inammissibile differenziazione nella progressione nei due ruoli, sia perché non potrebbe giovare ai fini di una specializzazione
    di funzioni e, quindi, ad una più perfetta formazione dell’abito e delle attitudini dei singoli magistrati, in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto.
    Anzitutto ho attribuito ai magistrati del Pubblico Ministero una più larga partecipazione a tutti gli organi che in varie forme presiedono all’amministrazione e alla disciplina della Magistratura.
    Ho inoltre integrato, con la partecipazione del Procuratore del Re Imperatore, la costituzione dei Consigli Giudiziari, organi distrettuali di fondamentale importanza per le larghe e complesse attribuzioni ad essi spettanti nei riguardi del personale giudiziario dipendente dalle singole Corti.

    Non dovrebbero neppure dimenticare i sostenitori del NO che a quel tempo il Pubblico Ministero dipendeva eccome dal potere politico, vigeva lo Statuto Albertino e la Costituzione Repubblicana quando prevedette solo la separazione delle funzioni e non delle carriere, senza colpe, guardava al processo a matrice inquisitoria nel quale è fisiologica la unicità delle carriere: tutt’ora è così in Paesi come l’Iran, la Corea del Nord, il Vietnam, la Russia e altri campioni ancora dei diritti umani.

    E, inoltre, i Padri Costituenti non avevano previsto che il C.S.M. diventasse un poltronificio governato dalle correnti non meno della sua indulgente sezione disciplinare.

    Si può discutere se la legge potesse essere fatta meglio – anche al meglio non c’è limite – o sul contenuto dei futuri decreti attuativi che faranno la differenza in merito al sorteggio dei componenti del C,S.M. e dell’Alta Corte di Disciplina ma, intanto, studiate di più prima di riempirvi la bocca di slogan; e non dimentichino mai una cosa quelli dell’A.N.P.I. e coloro che gridano che la Costituzione non si tocca, gli storici e i giuristi da accatto mediatici: con il NO difendete una legge del ventennio contro la giustizia liberale e i veri fascisti siete voi.

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • Petizione al parlamento per bloccare la legge che estende la caccia

    Il 94% degli italiani vorrebbe l’abolizione della caccia o almeno una sua severa limitazione, il 78% la considera eticamente inaccettabile, l’85% trova che provochi rischi per la sicurezza. E’quanto risulta da ricerche commissionate da Fondazione Capellino, proprietaria del marchio di petfood Almo Nature, dopo che la Lega ha presentato in Senato il disegno di legge 1552 per estendere periodi e aree in cui la caccia è consentita, nonché le specie a cui si può dare la caccia.

    I dati delle ricerche, svolte da Ipsos e Istituto Piepoli, sono stati trasmessi a tutti i parlamentari, e in simultanea la Fondazione ha lanciato una petizione, cui ha aderito anche l’Enpa, per bloccare la revisione della normativa attualmente in vigore e ampliare le possibilità di caccia. La petizione è pubblicata online sul sito della Fondazione e può essere firmata sul medesimo sito (https://fondazionecapellino.org/it/nientegiustificalacaccia)

    «Non vogliamo abolire la caccia ma impedire l’introduzione di nuove disposizioni che amplierebbero i diritti dei cacciatori contro il volere della maggioranza dei cittadini» ha dichiarato Giovanni Capellino, presidente della Fondazione, sintetizzando quanto si legge nella petizione.

    Federcaccia in replica all’iniziativa della Fondazione dichiara che la caccia è un’attività che conserva e valorizza il patrimonio faunistico naturale, la cui tutela passa non dalle leggi sul benessere animale, ma da una normativa speciale (si pensi al silenzio venatorio, ma anche ai protocolli Ispra sulla beccaccia in caso di ondate di gelo), che durante le fasi di maggior fragilità (migrazione prenuziale, periodo di dipendenza dei piccoli) salvaguarda non solo le specie, ma anche i singoli individui.

    Almo Nature non è peraltro l’unico marchio sceso in campo contro l’ipotesi di una caccia più estesa. Lush, l’azienda inglese di cosmetici naturali e cruelty free che ha fatto delle battaglie animaliste la propria cifra sociale (a partire dal no ai test sugli animali, scelta attuata fin dalle origini che ha fatto scuola e ora è diventata legge per tutti nella Ue), ha realizzato un’edizione speciale di un suo sapone solido, Paw, che riproduce l’impronta di un animale selvatico, i cui proventi vengono per tre quarti destinati alla Lega per l’abolizione della caccia che con Enpa, Lav, Lndc e Animalisti Italiani è tra i promotori di una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare del tutto l’attività venatoria. «Se la legge sparattutto verrà approvata – scrive Lush, che nei suoi negozi ha collocato sagome di animali che rilanciano il messaggio anti-doppiette – le conseguenze per le persone e la biodiversità saranno gravissime. I fucili potrebbero sparare ovunque e saremmo noi nel loro mirino».

  • Aumentano le pene per i maltrattamenti agli animali

    Finalmente è in vigore la nuova legge a tutela degli animali per la quale, interpretando il pensiero della maggioranza degli italiani, si sono tanto spesi l’on. Brambilla ed i componenti dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali.

    Come avevamo già scritto sul Patto, quando doveva ancora esserci la votazione finale, la legge riconosce a tutti gli animali lo status di esseri senzienti e che, come tali, hanno diritti che devono essere rispettati e tutelati.

    Le pene aumentano, anche quelle detentive, per i maltrattamenti, fino a due anni di carcere e trentamila euro di multa, e se l’animale è ucciso si può arrivare a quattro anni di carcere e sessantamila euro di multa.

    Se saranno riscontrate delle aggravanti, se il reato è commesso davanti ad un minore, se le immagini dei maltrattamenti sono diffuse via social, se sono più animali a subirli vi sarà un aumento di un terzo della pena.

    Alle organizzazioni criminali che organizzano gare, lotte, scommesse con e su animali e si arricchiscono con il commercio clandestino di cuccioli sarà applicato il codice antimafia sia livello personale che patrimoniale.

    Nella nuova legge vi è anche il divieto di tenere i cani alla catena.

    Un grande passo avanti è stato fatto mentre ancora c’è molto da fare per controllare meglio lo stato dei canili e dei rifugi, molti infatti sono dei lager, e per contrastare la triste piaga degli abbandoni e del randagismo ma siamo fiduciosi che si faranno altri passi importanti

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