Legge

  • La legge deve essere uguale per tutti

    Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge.

    Pittaco

    Era la mattina del 10 novembre 2025 quando in Ucraina è stata data la notizia che NABU, l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina, aveva perquisito alcune abitazioni, compresa anche quella dell’allora ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia dal 2021 e fino al luglio 2025. Tutto in seguito ad un’indagine durata per circa quindici mesi. Insieme con il ministro della giustizia, la ministra che lo sostituì al dicastero dell’Energia ed altri alti funzionari, era stato indagato anche un molto noto imprenditore ucraino nell’ambito di una vasta operazione anticorruzione denominata “Minas”. In Ucraina è pubblicamente noto che sia il ministro della giustizia che l’imprenditore erano persone molto vicine al presidente ucraino.

    Il 15 febbraio scorso l’Ufficio nazionale Anticorruzione dell’Ucraina ha ufficialmente affermato di avere “arrestato un ex ministro dell’Energia mentre cercava di lasciare il Paese in treno”, come persona coinvolta nella sopracitata operazione “Minas”. Nonostante non sia stato reso noto il nome della persona arrestata, i media hanno fatto riferimento proprio all’ex ministro dell’Energia. Lui è stato accusato di “riciclaggio e associazione a delinquere”. Secondo l’accusa nei suoi confronti, l’ex ministro era riuscito a nascondere delle tangenti di circa 100 milioni di dollari, approfittando dalla gestione del sistema energetico. Un sistema basato sull’energia nucleare, la quale, soprattutto dopo l’invasione russa il 24 febbraio 2022, veniva trattata in modo particolare. Il che ha permesso anche l’abuso dell’ex ministro dell’Energia, come risulterebbe dalle indagine.

    Bisogna sottolineare che sia l’ex ministro dell’Energia e poi ministro della Giustizia, che colei che la sostituì nel ministero dell’Energia hanno negato le accuse fatte dalle istituzioni del sistema della giustizia. Nonostante ciò, il presidente ucraino prima li aveva sospesi tutti e due dai loro incarichi istituzionali e poi li aveva costretti a presentare le dimissioni. Invece l’imprenditore, indagato nell’ambito della stessa operazione anticorruzione, era riuscito a fuggire in Israele, nel novembre 2025, poche ore prima che gli agenti potessero arrestarlo.

    Giovedì scorso, 19 febbraio, di prima mattina, Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, è stato arrestato dalla polizia britannica nella tenuta reale di Sandringham, contea di Norfolk, dove da qualche anno abitava per decisione di re Carlo III. L’accusa nei suoi confronti era quella di “misconduct in public office”. Si tratta di un’accusa che, secondo i canoni del sistema giuridico britannico, significa cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche.

    Dopo più di dieci ore di interrogatorio il fratello di re Carlo III è stato rilasciato, sempre rimanendo sotto la stessa accusa. Il che, sempre per i canoni del sistema giuridico britannico, significa che si possono eseguire ulteriori convocazioni e/o requisizioni di documenti e, se si ritenesse necessario, si potrebbe avviare anche un rinvio a giudizio. Risulterebbe però che tutto sia legato ai rapporti, pubblicamente noti da anni, che Andrea Windsor-Mountbatten, fratello di re Carlo III, ha avuto con il famigerato imprenditore Jeffrey Epstein.

    Si tratta di rapporti che hanno condizionato anche gli incarichi ufficiali di Andrea legati alla promozione commerciale del Regno Unito all’estero. L’inchiesta ha avuto inizio dopo che, negli Stati Uniti d’America, veniva resa pubblica un’enorme quantità di fascicoli e di registrazioni che documentavano i rapporti di Jeffrey Epstein con persone molto altolocate, politici, imprenditori e molti altri. Andrea Windsor-Mountbatten era uno di loro.

    Riferendosi a credibili fonti mediatiche, risulta che re Carlo III avrebbe espresso la sua “profonda preoccupazione” per quanto stava accadendo. Il re però avrebbe ribadito altresì che “la legge deve fare il suo corso”. E sempre riferendosi al caso del fratello di re Carlo III, fonti ufficiali del governo britannico hanno confermato che la giustizia sara libera ad esprimersi, in rispetto del principio che nessuno è al di sopra della legge.

    Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione del presidente statunitense. Con una sua sentenza la Corte annulla i dazi doganali imposti durante i mesi passati, considerando le decisioni del presidente statunitense come violazione delle regole del Congresso. Si, perché la Costituzione statunitense prevede che il Congresso è l’unico organo autorizzato ad approvare simili decisioni del presidente. E il sistema di giustizia può annullare anche le decisioni del presidente degli Stati Uniti d’America.

    Ovviamente, dopo quella sentenza della Corte Suprema statunitense, non poteva tardare neanche la reazione del presidente. Lui, durante una conferenza stampa ha dichiarato: “La sentenza della Corte Suprema mi ha deluso molto, mi vergogno per alcuni giudici che non hanno avuto il coraggio di fare la cosa giusta per l’America”. Aggiungendo che “i dazi rimangono”, poiché ci sono “delle alternative”. E si riferisce alla Sezione 122 del Trade Act (Legge del commercio; n.d.a.) del 1974. Perciò, dopo la sentenza della Corte Suprema, il presidente ha confermato dazi di 10%, che poi, in meno di 24 ore, ha aumentato al 15%. Ma non si escludono neanche altre “sorprese” da lui.

    Nel novembre scorso, in Albania, in seguito a molti scandali milionari che coinvolgono i massimi livelli istituzionali, è stato reso noto pubblicamente uno scandalo milionario di abuso di potere e di corruzione, in cui risulterebbero coinvolti direttamente sia la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, sia il primo ministro. Il nostro lettore è stato informato spesso di questo scandalo durante questi ultimi mesi. E non solo dello scandalo di per sé, ma anche per l’accanimento e le minacce del primo ministro nei confronti dei magistrati. Prima si era infuriato contro un procuratore ed un giudice che hanno reso possibile la sospensione della sua vice dai suoi incarichi. E poi, in seguito, anche contro tutto il sistema “riformato” della giustizia che fino ad allora rappresentava per lui un “un vanto ed un grande successo”. Tutto perché qualcuno, da qualche mese, non ubbidisce ai suoi “orientamenti” e alla sua volontà.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato che il primo ministro, sentendosi egli stesso “minacciato”, ha presentato come deputato, insieme con due altri deputati, suoi collaboratori, una modifica all’articolo 232 del Codice della procedura penale. L’autore di queste righe scriveva: “Secondo quella modifica, che con la sua grande maggioranza in Parlamento può approvare facilmente, verrà sancito che la sospensione dagli incarichi istituzionali, oltre alle persone elette secondo l’attuale legge elettorale, non sarà applicata neanche per il presidente della Repubblica, per il primo ministro, per i membri del Consiglio dei ministri ed alcune altre cariche istituzionali. Una disperata modifica ordinata dal primo ministro per avere uno scudo legale di prevenzione e autodifesa (Leggi come scudo di prevenzione e autodifesa, 18 febbraio 2026).

    Chi scrive queste righe è convinto che la legge deve essere uguale per tutti e bisogna permettere alle istituzioni giudiziarie di procedere e compiere il loro dovere, come prevede il principio della separazione dei poteri di Montesquieu, nonché le Costituzioni e la legislazione di ogni singolo Paese. Come hanno fatto la scorsa settimana il re Carlo III, il presidente ucraino pochi mesi fa e la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America il 20 febbraio scorso. E accordarsi con l’affermazione fatta circa 26 secoli fa dal filosofo della Grecia antica Pittaco: “Tu che hai fatto la legge, chiunque tu sia, obbedisci alla legge”. Ma in Albania non è così. Il primo ministro decide su tutto e tutti.

  • In attesa di Giustizia: dedicato agli antifa

    I fautori del NO al referendum sulla Separazione delle Carriere, diventato ormai un voto politico contro il Governo, dovrebbero studiare un po’ di più anche la storia.

    Ecco, allora, qualche passaggio dalla Relazione alla Maestà del Re Imperatore del Ministro della Giustizia Grandi presentata nell’udienza del 30 gennaio 1941-XIX per l’approvazione del testo dell’“Ordinamento Giudiziario”:

    Sire, ho l’onore di sottoporre alla Vostra augusta approvazione il decreto che approva il testo del nuovo Ordinamento Giudiziario, a completamento dell’opera di codificazione del diritto fascista, che aggiunge alla Vostra gloria di Sovrano vittorioso il merito non meno grandioso di sapiente e giusto Legislatore….
    …Può affermarsi che soltanto con l’avvento del Fascismo il problema del riordinamento della Magistratura, dei servizi e degli uffici giudiziari fu affrontato con organicità di metodo ed in modo totalitario.
    L’ordinamento del Pubblico Ministero non si discosta sostanzialmente da quello precedente, per cui la separazione delle funzioni requirente e giudicante non importa anche la separazione di ruoli.
    Sull’argomento è qui sufficiente accennare alle ragioni fondamentali che hanno sconsigliato il ritorno al regime della separazione dei ruoli, quale fu concepito ed attuato nella originaria legge del 1865 e soppresso con la legge del 1890. Non sarebbe più concepibile nello Stato moderno una netta separazione tra magistratura requirente … e magistratura giudicante, da quella nettamente distinta. Ciò determinerebbe la formazione di veri e propri compartimenti stagni nell’organismo della Magistratura, in contrasto con la sostanziale
    unicità della funzione. Sono ragioni d’ordine pratico, sia perché la separazione importerebbe una inammissibile differenziazione nella progressione nei due ruoli, sia perché non potrebbe giovare ai fini di una specializzazione
    di funzioni e, quindi, ad una più perfetta formazione dell’abito e delle attitudini dei singoli magistrati, in quanto la formazione intellettuale e professionale del magistrato, lungi dall’esser turbata, è, invece, avvantaggiata dall’esercizio di entrambe le funzioni, che offre modo di perfezionarsi in tutti i campi del diritto.
    Anzitutto ho attribuito ai magistrati del Pubblico Ministero una più larga partecipazione a tutti gli organi che in varie forme presiedono all’amministrazione e alla disciplina della Magistratura.
    Ho inoltre integrato, con la partecipazione del Procuratore del Re Imperatore, la costituzione dei Consigli Giudiziari, organi distrettuali di fondamentale importanza per le larghe e complesse attribuzioni ad essi spettanti nei riguardi del personale giudiziario dipendente dalle singole Corti.

    Non dovrebbero neppure dimenticare i sostenitori del NO che a quel tempo il Pubblico Ministero dipendeva eccome dal potere politico, vigeva lo Statuto Albertino e la Costituzione Repubblicana quando prevedette solo la separazione delle funzioni e non delle carriere, senza colpe, guardava al processo a matrice inquisitoria nel quale è fisiologica la unicità delle carriere: tutt’ora è così in Paesi come l’Iran, la Corea del Nord, il Vietnam, la Russia e altri campioni ancora dei diritti umani.

    E, inoltre, i Padri Costituenti non avevano previsto che il C.S.M. diventasse un poltronificio governato dalle correnti non meno della sua indulgente sezione disciplinare.

    Si può discutere se la legge potesse essere fatta meglio – anche al meglio non c’è limite – o sul contenuto dei futuri decreti attuativi che faranno la differenza in merito al sorteggio dei componenti del C,S.M. e dell’Alta Corte di Disciplina ma, intanto, studiate di più prima di riempirvi la bocca di slogan; e non dimentichino mai una cosa quelli dell’A.N.P.I. e coloro che gridano che la Costituzione non si tocca, gli storici e i giuristi da accatto mediatici: con il NO difendete una legge del ventennio contro la giustizia liberale e i veri fascisti siete voi.

  • In attesa di Giustizia: spiegatelo a Gratteri

    Questa rubrica si è recentemente occupata delle manipolazioni del pensiero di Giovanni Falcone in merito alla separazione delle carriere ad opera del Procuratore di Napoli Nicola Gratteri vittima, non del tutto incolpevole, di una clamorosa fake new rifilatagli da fonte non rivelata né verificata. Vale, dunque, la pena chiarire quale fosse realmente l’orientamento del grande magistrato palermitano recuperandone un intervento tenuto ai ragazzi dell’Istituto Gonzaga dei Gesuiti di Palermo solo un paio di settimane prima della strage di Capaci: è una sorta di testamento intellettuale che nessuno potrà mai dire avere subito ripensamenti poiché così prossimo alla sua tragica scomparsa. Falcone aveva accettato di affrontare il tema dei rapporti tra magistratura e potere politico; siamo nel maggio 1992, è da poco esplosa Tangentopoli e si discute accanitamente del ruolo della magistratura: c’è chi la sostiene, chi la attacca e chi propone riforme drastiche.

    La lucidità di Falcone è disarmante: “Parlare di rapporti tra politica e magistratura in maniera serena, senza emozionalità e senza riferimento a vicende che tutti quanti stiamo vivendo, o che comunque abbiamo sotto gli occhi in questo momento, è praticamente impossibile” e parla di una “magistratura filtro” tra politica e cittadini con P.M. che “giocano alla politica” e politici che vorrebbero “irreggimentare i pubblici ministeri per impedire loro di arrestare amici ed amici degli amici”.

    Falcone è chiarissimo e sottolinea con forza che “prima abbiamo assistito ad un periodo di attacco frontale contro la magistratura, che ha avuto il suo punto più elevato nel referendum sulla responsabilità civile mentre adesso siamo alla difesa ad oltranza dell’indipendenza dei giudiciDobbiamo invece vedere innanzitutto ed esattamente di che cosa stiamo parlando perché altrimenti facciamo ragionamenti per slogan che non fanno fare un solo passo avanti”. Dopo aver ricordato, prendendole come spunto, persino le riflessioni sulle riforme in materia di giustizia del Prof. Miglio – ideologo della Lega – Falcone afferma che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono valori da valutare storicamente e non “un privilegio di casta” che servono per l’efficienza della magistratura e che “Il pubblico ministero è sì un organo giudiziario, ma, non essendo titolare della potestà di giudicare, neppure può dirsi giudice in senso tecnico, perciò il P.M. deve avere un tipo di regolamentazione differente da quella del giudice, non necessariamente separata”. Tradotto: il P.M. è diverso dal giudice, va regolato diversamente, ma le soluzioni possono essere molteplici e non è un dogma nemmeno la separazione delle carriere. E continua dicendo che: “Ciò non per assoggettarlo all’esecutivo, come si afferma, ma al contrario per esaltarne l’indipendenza e l’autonomia. Fra gerarchia e indipendenza c’è tutta una serie di figure intermedie che possono fare in modo che l’indipendenza sia finalizzata al raggiungimento degli scopi per cui il pubblico ministero è stato creato”. Traduzione: il magistrato non deve essere uno strumento dell’esecutivo, ma nemmeno un potere incontrollato.

    Ed eccoci al passaggio decisivo. Quello che Gratteri ha citato non rendendosi conto di averlo frainteso di nuovo: “Indipendenza ed autonomia, se per un verso devono essere strettamente legate all’efficienza dell’azione della magistratura, dall’altro non significano affatto separatezza dalle altre funzioni dello Stato. Io credo che prima o poi si riconoscerà che non è possibile una meccanicistica separatezza perché ciò determina grossi problemi di funzionamento e di raccordo”. Di quale separatezza da evitare sta parlando Falcone? Di quella tra giudice e P.M.? No. Sta parlando della separatezza tra magistratura e altri poteri dello Stato. Sta dicendo che una magistratura chiusa in se stessa come corpo separato crea più problemi di quanti ne risolva. Spiegatelo a Gratteri.

  • Petizione al parlamento per bloccare la legge che estende la caccia

    Il 94% degli italiani vorrebbe l’abolizione della caccia o almeno una sua severa limitazione, il 78% la considera eticamente inaccettabile, l’85% trova che provochi rischi per la sicurezza. E’quanto risulta da ricerche commissionate da Fondazione Capellino, proprietaria del marchio di petfood Almo Nature, dopo che la Lega ha presentato in Senato il disegno di legge 1552 per estendere periodi e aree in cui la caccia è consentita, nonché le specie a cui si può dare la caccia.

    I dati delle ricerche, svolte da Ipsos e Istituto Piepoli, sono stati trasmessi a tutti i parlamentari, e in simultanea la Fondazione ha lanciato una petizione, cui ha aderito anche l’Enpa, per bloccare la revisione della normativa attualmente in vigore e ampliare le possibilità di caccia. La petizione è pubblicata online sul sito della Fondazione e può essere firmata sul medesimo sito (https://fondazionecapellino.org/it/nientegiustificalacaccia)

    «Non vogliamo abolire la caccia ma impedire l’introduzione di nuove disposizioni che amplierebbero i diritti dei cacciatori contro il volere della maggioranza dei cittadini» ha dichiarato Giovanni Capellino, presidente della Fondazione, sintetizzando quanto si legge nella petizione.

    Federcaccia in replica all’iniziativa della Fondazione dichiara che la caccia è un’attività che conserva e valorizza il patrimonio faunistico naturale, la cui tutela passa non dalle leggi sul benessere animale, ma da una normativa speciale (si pensi al silenzio venatorio, ma anche ai protocolli Ispra sulla beccaccia in caso di ondate di gelo), che durante le fasi di maggior fragilità (migrazione prenuziale, periodo di dipendenza dei piccoli) salvaguarda non solo le specie, ma anche i singoli individui.

    Almo Nature non è peraltro l’unico marchio sceso in campo contro l’ipotesi di una caccia più estesa. Lush, l’azienda inglese di cosmetici naturali e cruelty free che ha fatto delle battaglie animaliste la propria cifra sociale (a partire dal no ai test sugli animali, scelta attuata fin dalle origini che ha fatto scuola e ora è diventata legge per tutti nella Ue), ha realizzato un’edizione speciale di un suo sapone solido, Paw, che riproduce l’impronta di un animale selvatico, i cui proventi vengono per tre quarti destinati alla Lega per l’abolizione della caccia che con Enpa, Lav, Lndc e Animalisti Italiani è tra i promotori di una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare del tutto l’attività venatoria. «Se la legge sparattutto verrà approvata – scrive Lush, che nei suoi negozi ha collocato sagome di animali che rilanciano il messaggio anti-doppiette – le conseguenze per le persone e la biodiversità saranno gravissime. I fucili potrebbero sparare ovunque e saremmo noi nel loro mirino».

  • Aumentano le pene per i maltrattamenti agli animali

    Finalmente è in vigore la nuova legge a tutela degli animali per la quale, interpretando il pensiero della maggioranza degli italiani, si sono tanto spesi l’on. Brambilla ed i componenti dell’Intergruppo parlamentare per i diritti degli animali.

    Come avevamo già scritto sul Patto, quando doveva ancora esserci la votazione finale, la legge riconosce a tutti gli animali lo status di esseri senzienti e che, come tali, hanno diritti che devono essere rispettati e tutelati.

    Le pene aumentano, anche quelle detentive, per i maltrattamenti, fino a due anni di carcere e trentamila euro di multa, e se l’animale è ucciso si può arrivare a quattro anni di carcere e sessantamila euro di multa.

    Se saranno riscontrate delle aggravanti, se il reato è commesso davanti ad un minore, se le immagini dei maltrattamenti sono diffuse via social, se sono più animali a subirli vi sarà un aumento di un terzo della pena.

    Alle organizzazioni criminali che organizzano gare, lotte, scommesse con e su animali e si arricchiscono con il commercio clandestino di cuccioli sarà applicato il codice antimafia sia livello personale che patrimoniale.

    Nella nuova legge vi è anche il divieto di tenere i cani alla catena.

    Un grande passo avanti è stato fatto mentre ancora c’è molto da fare per controllare meglio lo stato dei canili e dei rifugi, molti infatti sono dei lager, e per contrastare la triste piaga degli abbandoni e del randagismo ma siamo fiduciosi che si faranno altri passi importanti

  • Animali: aumentate le pene per chi li maltratta e li uccide

    Ormai è noto che la violenza contro gli animali dimostra la presenza, negli umani, di un’aggressività e una violenza interpersonale pericolosa per tutti, sia essa si sia già manifestata o che sia prodromo di comportamenti antisociali.

    Finalmente anche il legislatore si è accorto della necessità di riformare le norme e con la proposta di legge approvata, nei mesi scorsi, alla Camera dei Deputati si sono date nuove risposte, anche tenendo conto che la Cassazione aveva già dichiarato, in più pronunce, che gli animali vanno tutelati in quanto esseri viventi suscettibili di tutela diretta.

    Sono aumentate, per chi uccide animali, le pene detentive, con multe fino a trentamila euro, pene e multe che aumentano nel caso di sevizie.

    Sono finalmente aumentate anche le pene per i maltrattamenti, carcere e multe, così come quelle per le competizioni non autorizzare o per i combattimenti che, ovviamente, sono assolutamente vietati ma rappresentano ancora un grosso business per la malavita, saranno puniti anche coloro che parteciperanno come spettatori.

    Per tutti questi reati le pene aumentano se i fatti avvengono davanti a minori, nei confronti di più animali o i reati sono diffusi attraverso la rete.

    Altro traguardo raggiunto dalla legge è la maggiore punizione per chi uccide o ferisce animali altrui.

    Le associazioni, riconosciute dal Ministero della Salute, potranno impugnare giudizi cautelari, presentare appello e istanza di riesame in merito a sequestri.

    Le misure di prevenzione del codice antimafia diventano applicabili a chi organizza combattimenti tra animali o a chi organizza il traffico illegale di cuccioli, o di animali non in possesso del passaporto e del microchip.
    Nel caso di traffici illegali chi è sorpreso per tre volte a introdurre illegalmente animali perde anche la licenza di trasportatore o la licenza commerciale.

    La legge introduce anche il divieto di tenere cani alla catena e aumentano le pene pecuniarie per chi abbandona un animale o lo detiene in condizioni antigieniche e disagiate. Con il nuovo codice della strada l’abbandono di un animale porta anche la sospensione della patente.

    L’uccidere, il catturare o il detenere animali di specie protetta portano ad aumenti di pena.

    Ora bisogna che lo Stato, attraverso le forze di Polizia e la collaborazione con gli enti territoriali, intensifichi i controlli e dia anche il via ad una campagna di sensibilizzazione in sinergia con le meritevoli associazioni che da anni si battono in difesa dei diritti degli animali e del rispetto dell’ecosistema.

  • La lacunosa legge sui cani proposta dalla Regione Lombardia

    Mentre il mondo è sospeso in attesa delle conseguenze che porteranno, a noi  e alle future generazioni, gli accordi o disaccordi tra Trump e Putin, la vita continua e alcuni consiglieri regionali della Lombardia hanno dato vita ad una proposta di legge per alcune tipologie di cane, il loro benessere e la pubblica incolumità.

    La proposta, lacunosa, inesatta, pericolosa per certi aspetti, se fosse adeguatamente modificata potrebbe anche avere un senso se, con i suoi articoli, andasse a colpire il traffico illegale di cuccioli, la detenzione di animali utilizzati per combattimenti o per specifiche aggressioni, stanziasse i soldi necessari a rimettere a posto i canili pubblici e i rifugi privati, creasse spazi  ad hoc per i cani in città (quelli attuali sono ridicoli), mettesse  l’obbligo a chi vende un cane di consegnare i documenti vaccinali e dello stato di salute del cucciolo e della madre, che l’acquirente deve sempre poter vedere.

    Così mentre continuiamo a sostenere l’Ucraina e che al tavolo negoziale ci debba essere anche l’Europa, a pieno titolo, oggi con la regione Lombardia, ci occupiamo anche dei cani, con alcune osservazioni sulla proposta di legge.

    Fa onore alla Regione Lombardia cercare soluzioni che portino ad una migliore e più sicura convivenza tra esseri umani e cani.

    A volte però la fretta, o la conoscenza non approfondita del problema, producono errori che, se non corretti, causano danni per tutti.

    Non tutte le razze canine sono iscritte all’Enci perciò gli esperti Enci non devono poter valutare razze non iscritte presso l’ente.

    Qualunque norma non può ledere la libertà personale ed i diritti conseguenti.

    La proposta di legge non dice che la vendita di cani avviene non solo tramite allevatori di professione o amatoriali ma, purtroppo, anche via internet e attraverso canali criminali. Dovrebbe essere nota alla Regione la strenue e non sufficiente, per l’ampiezza del problema, sorveglianza ed attività delle forze di polizia e dei carabinieri per contrastare il traffico illegale di cuccioli provenienti dall’estero. Su questo aspetto la proposta di  legge non si esprime ignorando uno dei problemi più gravi, proprio in Lombardia, perché molti di questi cani importati illegalmente hanno problemi caratteriali in quanto sottratti anzitempo alla madre.

    Rende perplessi che si cerchi in modo surrettizio, e cambiandole nome, di rintrodurre una lista di cosiddetti cani pericolosi, lista già bocciata nel 2003.

    Non si parla in modo adeguato di rieducazione del cane, in caso di necessità, attraverso istruttori professionisti atti a reinserire l’animale anche nella stessa famiglia di provenienza.

    Non si parla di istituire l’obbligo, per gli allevatori, di segnalare, ad un apposito ufficio regionale, la  vendita di cani appartenenti alle razze considerate pericolose fornendo i dati del nuovo proprietario.

    Non si tiene in alcun conto la sensibilità del cane, essere senziente a tutti gli effetti e legato al proprio  conduttore, alla famiglia, da vincoli forti ed importanti per la sua serenità psicofisica.

    Non si affronta la copertura economica per la costruzione di nuove strutture dove i cani, sottratti al proprietario, dovrebbero essere collocati.

    Non vi è nessuna postazione in bilancio per ristrutturare i canili esistenti, purtroppo pieni di cani abbandonati, spesso con strutture fatiscenti e carenza di personale.

    Non si tiene in considerazione che i cittadini possessori di cani, già oberati da molti problemi per la vita in città, potrebbero, di fronte a nuove norme vessatorie, o che comunque implicano ulteriori disagi e perdite di tempo, rinunciare al possesso del cane, creando nuovi affollamenti nelle strutture, o decidere di non acquistarlo o salvarlo proprio dal canile.

    E’ ormai scientificamente provato che la convivenza con un animale è utile all’equilibrio delle persone e dei bambini, che gli animali sono una grande compagnia per le persone sole, pertanto non vanno prese iniziative, emanate norme che possano dissuadere le persone ad avere un cane.

    La lista dei cani, preparata dalla Regione, che devono essere osservati è preceduta da una serie di caratteristiche che dovrebbero far individuare i cani per i quali i proprietari dovrebbero seguire dei corsi e sottoporsi a degli esami, queste caratteristiche coincidono anche con quelle di animali che non sono nella lista e non coincidono con cani che sono nell’elenco, sono ignorate razze come il pastore tedesco, il pastore belga, il dobermann ma è inopinatamente inserito il cane lupo italiano,

    Il cane lupo italiano, presente oggi sul territorio italiano con poco più di duecento esemplari, è una razza tutelata dal Ministero dell’Agricoltura. Il lupo italiani non si può vendere, può essere solo dato in affido sotto il costante controllo del AAALI l’associazione che ne detiene la proprietà e ne ha la responsabilità anche per la riproduzione.

    Questo cane non ha nessuna delle caratteristiche descritte nella proposta di legge.

    Da queste brevi considerazioni si evince non solo la necessità di abolire la lista così come è stata redatta ma di addivenire a quelle modifiche ed aggiunte indispensabili a rendere la proposta di legge organica ed utile, in caso contrario sarebbe bene che i proponenti si occupassero di studiare meglio il problema e si occupassero, intanto, di altre urgenti necessità dei cittadini lombardi…

  • In attesa di Giustizia: liberté, egalité, fraternité

    Si è appena insediato il nuovo Presidente dell’ANM ed è subito contestazione tra gli stessi iscritti all’Associazione per aver osato suggerire l’apertura di un dialogo con il Governo in merito alle riforme sulla giustizia: un atteggiamento che fa il paio con quello assunto durante le Inaugurazioni dell’Anno Giudiziario, compreso quello – di cui la rubrica si è occupata nello scorso numero – dell’Unione delle Camere Penali. Muro contro muro: di alternative le Toghe non ne vogliono sentir parlare e chissà che non chiedano al nuovo vertice del sindacato di dichiararsi apertamente antifascista o, quantomeno, allinearsi al pensiero di Elodie al Festival di Sanremo esplicitando che piuttosto che votare Giorgia Meloni si farebbe tagliare una mano.

    E’ vero che anche noi abbiamo tradizioni rivoluzionarie rammentate da qualche valoroso episodio risorgimentale come le Cinque Giornate di Milano ma certamente nulla di comparabile agli accadimenti del 1789 che, al netto di soperchierie come il processo a Re Luigi (da consegnare ad ogni costo alla “Madame”), gettarono le fondamenta per fare della Francia una solida democrazia. Anche ai giorni nostri, in un contesto politico e di riforma della Giustizia si registrano alcune analogie ma – soprattutto – delle differenze: da un anno circa al Ministero della Giustizia d’Oltralpe siede Eric Dupond-Moretti: avvocato penalista di grande notorietà, figura sgradita, per usare un eufemismo, alla magistratura francese che – detto per inciso non ha le carriere separate ma il Pubblico Ministero dipende dall’esecutivo ad ulteriore dimostrazione della infondatezza delle ansie italiche che dovrebbero, tutt’al più,  basarsi su presupposti diversi e, peraltro, insussistenti.

    E perché mai questo gentiluomo di chiara fama è così inviso all’Ordine Giudiziario tanto quanto il nostro carlo Nordio con l’aggravante di essere un avvocato? A causa, anch’egli, del programma di riforme che sta portando avanti sorretto però dall’appoggio bipartisan di tutte le forze politiche, nessuna delle quali è subalterna ai desiderata della magistratura associata, dei manutengoli della carta stampata che hanno giurato fedeltà alla Repubblica delle Procure e dei sodali di presunti avvocati transitati ineffabilmente dalla consolle di una discoteca a via Arenula e dei manettari con i polsi degli altri.

    Eric Dupond Moretti, inoltre, non subisce il condizionamento di magistrati fuori ruolo insediati in ruoli chiave al Ministero, come accade da noi, ed il potere politico è libero di esprimersi in linea con il programma di governo senza renderne conto se non al Parlamento ed ai cittadini: vuole una riforma delle regole per la diffusione delle immagini videoregistrate dei processi che non deve essere un diritto di cronaca assoluto ed incondizionato, ma deve essere preventivamente vagliata la sussistenza dell’interesse pubblico prima di dare il via ad una totalizzante gogna mediatica e deve essere munita di comprensibili e corrette spiegazioni all’ opinione pubblica delle peculiari regole processuali che vengono rappresentate…e tutto ciò mai prima che vi sia una sentenza definitiva, e le immagini non più replicabili dopo un periodo di cinque anni dalla sentenza e con il previo consenso delle persone interessate: altro che Quarto Grado, Chi l’ha visto? (o, meglio, Chi l’ha fatto?), Porta a Porta con i plastici delle scene del crimine e pseudo esperti d’accatto che argomentano di colpevolezza con disinvoltura da bar sport commentando il campionato di calcio.

    Un’altra area di intervento è la durata delle indagini, che il Ministro – ragionevolmente – non vuole che superino i tre anni, prorogabili a tre con adeguata motivazione solo se riguardano la criminalità organizzata.

    Violenta, poi, è stata la opposizione alla proposta di riforma del segreto professionale con divieto assoluto di intercettazione delle conversazioni tra cliente e difensore, anche quando questi rivesta il ruolo di mero consulente con un gruppo di lavoro all’opera per realizzare un protocollo ed un sistema tecnologico in grado di immediatamente interrompere il flusso comunicativo del soggetto intercettato quando questi entra in contatto con il proprio difensore.

    E su questi temi il confronto si surriscalda: “Gli studi legali sono dei luoghi sacri, non può esistere difesa senza segreto professionale”, dice il Ministro. “È in malafede e sta lavorando per i suoi amici avvocati”, accusa la locale Associazione dei magistrati; “Difendo lo Stato di diritto contro dei metodi da spie”, replica Dupond – Moretti, senza troppi giri di parole.

    Tutto il mondo è paese e non si può escludere che qualcuno, come accadrebbe da noi, che qualcuno alluda che così il Ministro “mette in pericolo la sicurezza del Paese”, o “favorisce la Mafia”; ma, la differenza non banale è che da noi, il Parlamento francese vota in coscienza ed assoluta autonomia in piena condivisione della riforma.

  • In attesa di Giustizia: sindrome da accerchiamento

    Ennesima tappa del conflitto dichiarato dalla magistratura associata alla riforma sulla separazione delle carriere è stata la mancata partecipazione dei vertici degli Uffici Giudiziari milanesi alla Inaugurazione dell’Anno Giudiziario dell’Unione delle Camere Penali che, con sede unica come di consueto per il 2025, era stata organizzata proprio a Milano: la motivazione è stata che si sarebbe trattato di un contesto aprioristicamente ritenuto inteso a delegittimare la magistratura.

    Termini forti, frutto di fallace capacità divinatoria rispetto ad un evento prima ancora che venisse celebrato, ed una scelta che ha avuto come risultato quello di sottrarsi al confronto con l’avvocatura su temi di grande attualità; un rifiuto che, questo sì, suona come uno strappo con quella categoria che non persegue finalità di parte, politiche o di conservazione del consenso ma la cui funzione risiede nell’assicurare che siano rispettate le regole del giusto processo. Un’occasione persa di interloquire con giuristi di elevato profilo, professionisti, accademici e statisti di un tempo andato come  un lucidissimo Claudio Martelli che ha ricordato come Giovanni Falcone nel pieno rispetto delle regole processuali abbia inferto colpi durissimi alla criminalità organizzata mentre la Procura di Milano, strapazzando a suo uso e consumo il codice di procedura penale ha unicamente creato i presupposti perché la corruzione, tutt’altro che debellata, si facesse più accorta e subdola ed abbia innalzato le tariffe.

    Quei magistrati hanno giurato sulla Costituzione, quella che viene ora sventolata nelle manifestazioni di protesta come un tatzebao, ma sembrano dimentichi che la difesa conosce la sacralità del canone costituzionale e che gli avvocati ne sono i garanti, che proprio la nostra Carta Fondamentale (in cui sono mirabilmente confluite armonizzandosi due ideologie, quella cattolica e quella marxista non senza qualche influsso gentiliano-hegeliano) insegna la centrale importanza di un dialogo culturalmente alto tra avversari che non siano mai nemici ed i risultati migliori originano proprio dalla diversità delle posizioni e delle idee.

    L’avvocato, il difensore, dovrebbe, quindi, essere visto interlocutore privilegiato per scongiurare quella deriva normativa che ormai lo relega al ruolo di silente redattore di mail nella cornice di un processo penale deprivato del contributo intellettuale e dialettico portato dalla oralità che altrettanto mortifica la giurisdizione in entrambe le sue componenti, requirente e giudicante, con il pretesto di offrire maggiore slancio ad una macchina ingolfata.

    L’invito a confrontarsi declinato dai magistrati milanesi è sintomatico di una sorta di sindrome da accerchiamento e, detta tutta, di un abbassamento del livello della coscienza civile che ultimamente si è in più occasioni ed a più voci manifestato: sarebbe però sbagliato offendersi per il “gran rifiuto”. è preferibile trarne stimoli perché contegni simili, esprimono in ultimo che lo Stato di diritto è un bene ancora da tutelare e su cui l’avvocatura per prima deve vigilare.

    La Costituzione, sempre quella, non basta averla in un cassetto, leggerla, giurarci sopra e meno che mai sbandierarla: bisogna comprendere cosa c’è scritto in ogni sua parte e ricordare che sono stati gli Italiani, nel cui nome viene resa giustizia, che hanno sottoscritto quel vituperato disegno di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere: è innanzitutto alla volontà del popolo sovrano che viene con tali metodi opposta la ferma contrapposizione alla riforma e proseguendo su questa china, la magistratura non si rende conto che si sta ulteriormente delegittimando da sola pur coltivando il convincimento di avere sempre ragione. Sarà, forse, per questo motivo che, mutuando il pensiero di Bertold Brecht, noi avvocati siamo seduti dalla parte del torto perché dalla parte della ragione i posti erano tutti occupati.

  • In attesa di Giustizia: il vizio della memoria

    Era una mattina del tardo autunno del 1989, il codice di procedura penale era entrato in vigore da pochi giorni ed aveva comportato una modifica degli arredi nelle aule di Tribunale, non da tutti gradita, con il banco del P.M. che – nel rispetto della proclamata parità tra le parti – era stato spostato dal pretorio a fianco di quelli dei difensori: il rappresentante dell’accusa, in attesa che iniziasse l’udienza borbottava il suo dissenso non facendo mistero dell’avversione a quella novità e non è ben chiaro se dipendesse dall’allontanamento dai giudici o dalla maggiore prossimità con gli avvocati, probabilmente da entrambe le cose.

    E’ una storia vera, un ricordo legato a quel primo timido tentativo di affermare, sia pure solo visivamente, la terzietà del giudicante che solo dieci anni dopo sarà conclamata dalla modifica dell’art. 111 quando il dibattito sulla separazione delle carriere, visto come necessario passaggio per una completa attuazione del processo di impostazione anglosassone, aveva già iniziato ad infuocarsi.

    Il borbottio di un magistrato di quel giorno si è trasformato nel tempo in un’accanita battaglia di retroguardia contro ogni ipotesi di separazione anche solo delle funzioni già – peraltro – sancita dall’articolo 107 della Costituzione e la protesta è divampata dopo che l’ora segnata dal destino ha bussato sui cieli della Magistratura Associata con l’approvazione, in prima lettura, del disegno di legge su quella delle carriere: un iter che potrebbe concludersi entro l’estate considerato l’appoggio di alcune forze politiche esterne alla maggioranza che garantisce i numeri per l’approvazione di una norma di rango costituzionale a dispetto della indignazione manifestata in Aula dagli sherpa delle Procure.

    Nel mentre l’A.N.M. ha dissotterrato l’ascia di guerra preannunciando uno sciopero e manifestazioni di dissenso in occorso della inaugurazione dell’Anno Giudiziario con l’ostentazione di cartelli inneggianti a valori di una Costituzione asseritamente tradita, di coccarde tricolori sulla toga e minacciando anche di uscire dall’Aula durante l’intervento del Guardasigilli. Tutto molto scenografico ma non si tiene conto dell’inconsistenza di timori che la riforma sia servente a porre il Pubblico Ministero alle dipendenze dell’Esecutivo.

    Si tratta di un rischio non postulato dal disegno di legge e si potrebbe ottenere solo modificando altri articoli della Costituzione tra cui il 108 e il 109: quest’ultimo previsto per evitare che ciò che è uscito dalla porta rientri da una finestra…del Viminale.

    E’ il vizio della memoria: se si vuole ricordare la Costituzione è necessario farlo per intero e se si vogliono commentare – il che è legittimo – riforme in corso d’opera è indispensabile farlo esaminandole prive di interpolazioni non contemplate dal testo e neppure dalla relazione di accompagnamento

    E’ il vizio della memoria, non bisognerebbe dimenticare neppure un altro dettaglio: che una proposta normativa sulla separazione delle carriere è stata oggetto di una raccolta di firme largamente superiore al minimo richiesto il che offre una chiave di lettura non trascurabile.

    La rivolta dei magistrati, alla stregua di queste considerazioni si propone non solo come contro il Governo ed il Parlamento ma contro quel popolo italiano cui spetta il controllo sulla giurisdizione, quei cittadini il cui gradimento nei confronti dell’Ordine Giudiziario è ai minimi storici grazie agli inquietanti backstages  rivelati da Luca Palamara ed a qualche altra marachella conosciuta per vie diverse.

    Sia ben chiaro, la separazione delle carriere non sarà la soluzione di tutti i mali, serviranno un graduale cambio di mentalità e di tradizioni (e le nostre affondano nella storia della Colonna Infame come rammenta Cordero in uno splendido saggio) però è ineludibile: l’A.N.M. se ne faccia una ragione, è un primo passaggio e non è voluto solo da un pugno di deputati e senatori ma da milioni di italiani…e la memoria non tradisca riguardando alla nostra Costituzione che è una vecchia signora un po’ rigida che quei cittadini tutela e coinvolge nella vita pubblica ed è ricca di principi che costituiscono un baluardo per la distinzione dei Poteri dello Stato che nessuno è intenzionato a stravolgere.

Pulsante per tornare all'inizio