Legge

  • In attesa di Giustizia: in nome del popolo italiano

    La giustizia è amministrata in nome del popolo, così recita l’articolo 101 della Costituzione, nella intestazione delle sentenze non può mancare – a pena di nullità – l’intestazione “In nome del popolo italiano”. Il parametro costituzionale esprime, tra l’altro, il potere di verifica da parte dell’opinione pubblica sulla amministrazione della giustizia.

    Un tempo, almeno con riguardo ai processi (soprattutto quelli penali) più coinvolgenti, la abituale e talvolta massiccia presenza di pubblico alle udienze costituiva l’estremo fisico del controllo sull’andamento della giurisdizione; oggi le cose sono cambiate, e salvo rari casi, le presenze sono ridotte a qualche familiare o a gruppi di ragazzi in visita scolastica.

    Tuttavia, un controllo in quel settore è ancora possibile e lo è ancor più agevolato  grazie ai media; sempre che, ovviamente, l’informazione non sia distorta, di parte o volta ad assicurare più che altro maggiori vendite o share.

    Il 17 aprile è mancato Massimo Bordin, voce storica di Radio Radicale: uno di quelli che l’informazione giudiziaria la sapeva fare con quella trasversalità ed indipendenza che sono patrimonio dei radicali ma anche con rigore e competenza. L’Unione delle Camere Penali, due giorni dopo la scomparsa, ha istituito un premio a lui intitolato da assegnare ogni anno al giornalista o alla testata che si sarà maggiormente distinta per correttezza e completezza della informazione su vicende giudiziarie con particolare riguardo al concreto rispetto della dignità delle persone coinvolte e del principio di non colpevolezza.

    Sino a fine marzo, invece, Piero Sansonetti è stato Direttore de “Il Dubbio”, testata giornalistica che ha come editore la Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense e che si è proposta come pubblicazione garantista, rivolta contro le forme di giustizialismo e destinata a chi intenda approfondire le ragioni della difesa e non solo quelle dell’accusa cui – di solito – si offre maggiore spazio in cronaca.

    Non è ben chiaro cosa abbia indotto il licenziamento di Sansonetti: a sentir lui una delle ragioni  risiederebbe nell’esigenza per “Il Dubbio” di essere più filogovernativo perché giornale di una Istituzione Pubblica, l’altra nell’averlo orientato troppo a sinistra.

    Se fosse vera la prima, grande sarebbe la preoccupazione perché sottende il concetto di stampa di regime, riferita per di più ad un’area – quella della Avvocatura – che dovrebbe farsi garante di indipendenza assoluta; se fosse vera la seconda ostenderebbe il tradimento della filosofia di impostazione della testata, posto che la politica giudiziaria della sinistra ha una deriva forcaiola inequivocabile.

    Resta, a margine di queste vicende di vita così diverse ma con un minimo comun denominatore professionale, la riflessione sull’importanza di una informazione giudiziaria corretta, destinata a dare vita a quel canone costituzionale ricordato all’inizio da cui discende la rilevanza e la dignità dell’opera del cronista giudiziario.

    Su queste colonne ci proviamo: fornendo notizie e spunti senza altra pretesa che stimolare curiosità e approfondimento autonomo del lettore, qualche certezza solo se supportata da evidenze incontrovertibili.

    Su queste colonne scrivo io che non sono – come furono per la cronaca giudiziaria negli anni ’50 – Dino Buzzati per il Corriere della Sera o Alfonso Gatto per Il Mattino ma respiro quell’aria di libertà che l’editore mi lascia senza se e senza ma.

    E la libertà, quando della Giustizia si deve restare in perenne attesa, è un bene di valore assoluto.

  • In attesa di Giustizia: giustizia e gestanti

    Che si sappia, era già successo un anno fa circa a Livorno: un’avvocata (come si usa dire adesso) di Pisa in stato di gravidanza considerata a rischio aborto aveva presentato con buon anticipo un’istanza di rinvio di udienza per legittimo impedimento rappresentando l’impossibilità di indicare un sostituto poiché si trattava di un incombente importante cui avrebbe dovuto presenziare lei in quanto titolare dell’incarico difensivo.

    Nonostante fosse corredata di certificato medico la richiesta è stata ritenuta inammissibile perché sarebbe stato indicato solo genericamente il rischio cui si esponeva la professionista. Tale provvedimento aveva determinato una risoluta presa di posizione da parte delle Camere Penali locali e della Associazione dei Giovani Avvocati.

    Non è dato sapere che sviluppi abbia avuto questa vicenda né se ve ne siano state altre (una sarebbe già di avanzo…) almeno fino a pochi giorni fa quando la storia si è ripetuta a Roma davanti al Tribunale Civile che, dopo aver differito un’udienza senza fornire spiegazioni del motivo ha rigettato la richiesta di rinvio presentata da un’avvocata perché la nuova data coincideva sostanzialmente con quella per lei prevista per il parto. O meglio, il Giudice nel suo provvedimento ha riservato ogni valutazione “all’esito delle determinazioni della controparte attesa la natura del procedimento e gli interessi sottesi”. Come dire: se ne parlerà direttamente quel giorno senza che la richiedente il rinvio possa partecipare al contraddittorio.

    Quello che non si è detto è che si trattava di una ordinaria causa di separazione tra coniugi.

    L’accaduto ha generato indignazione ed una durissima risposta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma che in una nota ha ricordato al Tribunale (che le norme le dovrebbe conoscere) che proprio la legge di bilancio del 2018, coordinandosi con i codici di procedura civile e penale, ha disciplinato la possibilità per gli avvocati in stato di gravidanza di chiedere rinvii nei due mesi anteriori alla data del parto e nei tre successivi.

    Fatto sta che, se non altro, in questo caso vi è stata una retromarcia e il rinvio è stato concesso senza nulla togliere all’obbrobrio della prima determinazione.

    Questi episodi ne richiamano alla mente un altro, di qualche anno fa, sempre “romano”: ancora una volta un’avvocata apprende, di domenica, della scomparsa improvvisa della madre che viveva a Chieti: prima di partire per l’Abruzzo avverte i suoi collaboratori dell’accaduto e passa dallo studio per lasciare tre istanze di rinvio per altrettante udienze del lunedì subito successivo. Risultato: un’udienza rinviata, un’altra no perché non era stato documentato il decesso del genitore, la terza nemmeno perché tardivamente richiesta.

    Come dire: in questo Paese, in perenne attesa di una Giustizia che viaggia a passo di lumaca, si può essere persino privati del diritto di coltivare salute e  sentimenti. Siano essi quello di una vita in arrivo da tutelare o un dolore lancinante e improvviso.

  • In attesa di Giustizia: siamo nelle mani di Dio

    In solo una settimana è successo di tutto e di più e questa rubrica per trattarne adeguatamente dovrebbe occupare per intero un numero de Il Patto Sociale.

    Una necessaria selezione ha condotto a focalizzare tre episodi, uno dei quali tenuto per ultimo in un soggettivo crescendo di rilevanza, sicuramente è il più inquietante.

    Non c’è chi non abbia avuto notizia della diffusione delle immagini a luci rosse della deputata grillina Giulia Sarti: francamente, a parte il diritto che deve riconoscersi a chiunque di comportarsi come ritiene nella sua intimità laddove non sia nocivo ad altri, è sgomentevole come la rete possa diventare territorio di caccia ed utile strumento per volgari regolamenti di conti, ricatti e trasferendo sul piano personale, con il pretesto di ergersi a censori della morale,  motivi diversi di contrasto.

    L’accadimento ha però suscitato l’interesse ad approfondire chi sia Giulia Sarti, e qui arriva una sorpresa che genera qualche riflessione: laureata in giurisprudenza nel 2012, deputato M5S dal 2013, è ora Presidente della Seconda Commissione Giustizia della Camera. La domanda sorge spontanea: sarà bravissima ed ottima persona ma quale esperienza, competenza, specializzazione ed autorevolezza – al di là, magari, di ottime votazioni negli esami e di laurea – si può avere poco dopo il diploma per assurgere ad un ruolo così delicato in sede legislativa senza  nemmeno  avere mai esercitato una professione forense? Un segno evidente di quanto i compromessi politici nella spartizione delle poltrone possano incidere sulla sensibilissima attività di normazione in materia di giustizia.

    Passiamo ad altro e anche di ciò si è ampiamente trattato sui media ma, se fosse sfuggito, ecco l’accaduto: la Cassazione ha, giustamente, annullato una sentenza della Corte di Appello di Ancona che aveva mandato assolti i presunti autori di una violenza sessuale (precedentemente condannati in primo grado di giudizio) adducendo la ragione che la vittima sarebbe – per usare un eufemismo – non così avvenente da stimolare appetiti sessuali. Può essere che gli imputati non siano davvero responsabili di quel crimine ma la motivazione è inaccettabile e, facendo un passo oltre l’impatto sensazionalistico della notizia, ci fa comprendere come la legge (sperando che sia fatta bene) possa essere uguale per tutti ma la giustizia assolutamente no.

    In ultimo, qualcosa che solo alcuni addetti ai lavori hanno appreso: dopo che il Ministro della Giustizia ha annunciato l’intenzione di riformare il processo penale, anticipando alcune linee di intervento, la Associazione Nazionale Magistrati si è accodata formulando le sue proposte e l’Unione delle Camere Penali ha ritenuto giustamente di aprire un tavolo di concertazione per condividere le iniziative che, non sempre, erano convincenti dal punto di vista del rispetto delle garanzie.

    Ebbene, nel corso di una riunione con i suoi iscritti, il Presidente dell’A.N.M. – dimentico di essere registrato e ripreso da Radio Radicale – ha spiegato senza mezzi termini in che modo avrebbe fatto il gioco delle tre tavolette con gli avvocati penalisti: e cioè facendo credere loro di essere d’accordo su una specifica riforma (qui non interessa sapere esattamente quale ma è una di significativo rilievo) mostrando il testo di un possibile disegno di legge salvo poi farne avere un altro, diverso e meno garantista, al Ministro quando si fossero trovati a quattr’occhi. Ogni commento è riservato ai lettori.

    Insomma, l’attesa di Giustizia, con questi presupposti, sembra essere un momento ancora di là da venire e non può essere che motivo di preoccupazione considerare che, in questo delicatissimo settore, siamo tutti soltanto nelle mani di Dio.

  • Ritornare ad educare

    Si torna a parlare di droghe e nuovi decreti leggi che stabiliscano quale sia il concetto di modica quantità e/o detenzione per uso personale parlare. Le parole del vicepremier Salvini lasciano pensare ad un nuovo intervento che in qualche modo ricorda la legge Fini-Giovanardi del 2006 che prevedeva pene da due a sei anni di reclusione per gli spacciatori ma che in tredici anni non ha risolto il problema del consumo di droghe ed è anche stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta (nel 2014). Secondo Dianova, che da oltre trent’anni interviene nell’ambito della dipendenza e di cui di seguito riprendiamo alcuni concetti diramati con un comunicato stampa, non solo le politiche internazionali fondate sul proibizionismo e la repressione hanno sempre avuto dei limiti ma è quanto mai necessario rivedere l’approccio al modo di fermare l’aumento del traffico, la corruzione e il consumo di sostanze psicoattive, in particolare tra i giovani. Bisogna perciò attuare politiche che si basino sulla salute pubblica e sui diritti umani, e porre fine all’emarginazione dei tossicodipendenti che risulta inefficiente e preclude l’accesso ai servizi di cui hanno bisogno. Fondamentale sono perciò il contrasto e la repressione del grande traffico di stupefacenti detenuto dalle organizzazioni criminali presenti da sempre in Italia ma perseguire questo obiettivo non ha nulla a che vedere con la criminalizzazione del consumatore/abusatore di sostanze.

    Viviamo in una società che ha fatto della dipendenza un modello. Tutti dipendiamo da qualcosa, e questi modelli vengono ovviamente replicati anche dai nostri ragazzi; oggi, però, più che mai bisogna capire il perché del ritorno della dipendenza da sostanze e chiederci tutti cosa è cambiato e quali sono i riferimenti educativi ai quali questi giovani possono guardare. Diventa così necessario ritornare ad educare e non solo a punire. La dipendenza non è figlia esclusivamente del disagio sociale, ma talvolta è il sintomo di un malessere che molti giovani, attraverso l’uso della sostanza, tentano di curare, e che loro stessi definiscono come una forma di automedicazione per poter vivere. È da queste considerazioni che sarebbe opportuno partire per sviluppare e investire su interventi che abbiano come scopo l’educazione degli adulti (genitori, insegnanti, ecc.); il sostegno allo sviluppo e alla crescita dei giovani; l’offerta di interventi differenti sulla base dei bisogni e delle risorse proprie delle persone per arrivare al raggiungimento della massima autonomia attraverso interventi integrati e multidisciplinari.

    L’Italia è il Paese che più ha saputo lavorare e proporre strategie ed interventi nell’ambito delle dipendenze, con una lunga tradizione e cultura su questo fenomeno, pioniera in termini legislativi e di integrazione tra servizi pubblici e privati e che è riuscita, nonostante tutto, ad arginare un’epidemia che negli anni 80/90 ha distrutto la vita di tante persone e di tante famiglie. Oggi la fase pionieristica ed empirica ha lasciato spazio a quella scientifica che ha fatto numerosi progressi; possiamo contare su evidenze ed esperienze che ci permettono di analizzare e di affrontare il problema con una maggiore conoscenza e con differenti approcci possibili di intervento. Un ultimo “piccolo” particolare: resta da capire in che termini e con quante e quali risorse lo Stato e la Politica vogliano investire per rispondere a questo malessere che si sta diffondendo sempre di più tra i nostri giovani.

  • In attesa di Giustizia: schizofrenia al potere

    Il nostro è un paese a dichiarata vocazione manettara, non è la prima volta che questa osservazione viene svolta sulle colonne de Il Patto Sociale ed in questa rubrica dove si trattano temi legati alla giustizia, essenzialmente quella penale, estendendo lo sguardo anche alla legislazione sottostante che, quasi sempre, lascia esterrefatti per approssimazione, sciatteria, inclinazione a farsi condizionare dagli umori della piazza o ad inseguire il consenso con iniziative che vengono offerte come finalizzate a garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Cittadini ai quali, in fondo, della giustizia – finché non finiscono nel tritacarne dei Tribunali – sembra interessare assai poco ma appaiono confortati e quasi rallegrati dal tintinnio degli schiavettoni.

    Sono lontani i tempi di grandi giuristi prestati alla politica come Alfredo Rocco, dei Padri Costituenti come Piero Calamandrei, capaci di elaborare con visione lucida e una tecnica normativa raffinata testi comprensibili,  è lontano il ricordo dell’epoca in cui un’Italia che, vicina a perdere la guerra, riusciva a promulgare un codice civile ispirato al diritto romano che, con qualche aggiornamento, è ancora attuale.

    La parola d’ordine, al giorno d’oggi è: certezza della pena, concetto ineccepibile e largamente condivisibile ma che è ben diverso e non va confuso con innalzamento irragionevole delle sanzioni che – tutt’al più – dovrebbe essere messo a fondamento della finalità di deterrenza del precetto penale, se necessario.

    Così non è ma si continua a praticare la strada dell’estremo rigore – e, come si vedrà tra poco, irragionevole – a dispetto di inconfutabili statistiche (non solo nazionali) che registrano un livello sostanzialmente inalterato del tasso di criminalità.

    Così avviene che il legislatore rimanga sordo ad un richiamo della Corte Costituzionale di due anni fa, che esaminando la questione aveva rivolto l’invito a rivedere il minimo della pena previsto per i reati, non lievi ma neppure aggravati, in materia di stupefacenti perché troppo distanti da quanto previsto per i casi di marginale rilevanza. Meno carcere? Giammai, anche se il massimo previsto sarebbe rimasto a ben trent’anni di reclusione.

    Dunque, il Giudice delle Leggi è ritornato in argomento rimediando alla inerzia del legislatore e, pochi giorni addietro, ha dichiarato la incostituzionalità dell’articolo 73 del Testo Unico sugli stupefacenti perché in contrasto con i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità (art. 3 Cost.) e di funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.) con riguardo alle ipotesi “di confine” tra le due categorie distinte da una differenza di molti anni di detenzione: fatti lievi e non lievi. Come darle torto?

    Nel frattempo, in Parlamento veleggiano due disegni di legge presentati dagli azionisti di maggioranza del Governo: il primo della Lega si propone di eliminare qualsiasi tolleranza anche verso i reati relativi a modiche quantità di droga, innalzando le pene, il secondo – a firma di un Senatore del M5S è volto a legalizzare coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis: quella “vera”, non la cannabis light, quella che ormai si trova anche dal tabaccaio. Insomma, non c’è solo la TAV a dividere i nostri statisti.

    Da un quadro siffatto si possono trarre agevolmente delle conclusioni e augurarsi che le cose cambino. Spes ultima Dea.

  • In attesa di Giustizia: giustizia fai da te

    Questa settimana inizierà, alla Camera dei Deputati, l’esame del disegno di legge sulla modifica della legittima difesa, provvedimento sostenuto non solo dalla maggioranza di governo ma anche da una parte della opposizione.

    Il timore è che la disciplina, fraintesa anche grazie allo slogan “la difesa è sempre legittima” che la accompagna, si riveli un pericoloso viatico verso una spirale di violenza. E se gli slogan, non diversamente dalle leggi, rischiano di avere una interpretazione autentica la visita in carcere a Piacenza e la solidarietà  del Ministro degli Interni ad Angelo Peveri va proprio in questa direzione.

    Per una migliore comprensione è necessario sintetizzare la vicenda processuale di questo imprenditore rimasto vittima di decine di furti nella sua azienda e che – esasperato – all’ennesima intrusione ha reagito sparando e mettendo in fuga tre ladri, ferendone uno ad un braccio; fin qui nulla di anomalo, senonché, poco più tardi, uno di costoro ritorna per recuperare l’autovettura utilizzata per raggiungere il luogo del tentato furto ma viene individuato, bloccato da un dipendente di Peveri che lo immobilizza. A questo punto, forse anche prima, sarebbe stato il caso di chiamare la Polizia per i rilievi del caso: invece si opta per l’occhio per occhio, dente per dente e il ladro viene prima malmenato e poi attinto da un colpo di fucile al petto che si sosterrà essere partito accidentalmente. In seguito, senza che la difesa dell’imprenditore abbia mai nemmeno tentato di sostenere la legittima difesa, Angelo Peveri è stato condannato per tentato omicidio a quattro anni e mezzo di carcere che ora ha iniziato a scontare.

    Probabilmente nessuno, di fronte ad una simile ricostruzione dei fatti – non contestata dall’imputato se non con riferimento alla  fortuità della fucilata – azzarderebbe l’ipotesi di una reazione giustificabile, anche tenendo conto dell’esasperazione dopo una lunga teoria di ruberie subite, ed anche la pena inflitta risulta equilibrata.

    Il segnale che arriva dalla visita di Salvini al condannato, invece, rischia di alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che la legittima difesa domiciliare in fase di approvazione consista in una sorta di “giustizia fai da te” sempre consentita e con qualsiasi estensione nei confronti di chi si introduca in luoghi di dimora o esercizio di attività produttive.

    Vero è che nel privato domicilio l’ultimo baluardo è offerto proprio dalla vittima dell’intrusione ma da qui a dire che qualsiasi risposta possa giustificarsi come proporzionata all’offesa, al pericolo e conforme ad un senso comune di giustizia il passo è lungo.

    Ne abbiamo già parlato ma sembra opportuno ribadire che il rischio sia, da un lato, l’innalzamento del gradiente di aggressività dei delinquenti – che tali sono e tali restano, con freni inibitori già allentati – a fronte del concreto pericolo di incorrere in risposte armate in una probabile spirale di violenza da scongiurare, dall’altro, una corrispondente reattività che metta innanzitutto a repentaglio la incolumità di chi possa essere confuso con un aggressore (immaginiamo, per esempio, un senza tetto che cerchi riparo).

    A tacere di tutto ciò, i numeri, la statistica, parlano di un intervento che, se da un lato può essere dannoso, dall’altro si propone come inutile anche al fine di evitare il patimento del processo a chi abbia difeso se stesso, i propri cari o beni, per verificarne la legittimità: a livello nazionale nel 2013 ci sono stati cinque procedimenti a giudizio, nel 2014 nessuno, nel 2015 tre, nel 2016 due mentre con percentuale vicina al 100% del totale dei casi si perviene alla archiviazione. In altre ipotesi, molte delle quali riguardano aggressioni di fatto bagatellari o nelle quali non vi è stato né pregiudizio né reale pericolo per la incolumità vi è solo da rallegrarsi che nessuno – vittima o aggressore – si sia fatto male, senza la pretesa che il cittadino faccia supplenza delle Forze dell’Ordine là dove è irragionevole pensare che, con il massimo sforzo possibile, possano estendere l’opera di prevenzione perché questa non è né incremento di sicurezza né, tantomeno, di giustizia.

  • In attesa di Giustizia: dagli all’untore!

    I pazienti lettori di questa rubrica me ne daranno atto: “In attesa di Giustizia” è uno spazio di approfondimento nel quale nomi di indagati, tranne che si tratti di vicende già ampiamente note, non se ne fanno, si evita di dare giudizi anticipati, tutt’al più si commentano fatti già accertati definitivamente sollecitando una riflessione ma senza nemmeno provare ad imporre una linea di pensiero.

    Nella quotidianità della cronaca giudiziaria le cose vanno diversamente: la esigenza primaria sembra essere solleticare sempre più quelle pruderie giustizialiste che esprimono sgradevolmente la deriva forcaiola di un Paese in cui c’è da consolarsi che non si debba essere giudicati da una giuria di (presunti) pari: trovarne dodici tutti insieme non sarebbe per nulla facile.

    Non è nuova neppure l’ostilità manifesta verso la funzione difensiva: brutta gente gli avvocati, almeno finché il destino non ne rende necessaria l’assistenza, e omologarli ai loro clienti è la regola.  Sia ben chiaro, devono considerarsi tutti presunti colpevoli in spregio ad un parametro costituzionale condiviso da tutti gli ordinamenti democratici e il difensore viene proposto come complice.

    La storia si è ripetuta di recente, vittima una Collega che svolge anche funzioni apicali nella sua Camera Penale. Basta leggere, in proposito, uno dei tanti titoli che hanno offerto risalto al suo coinvolgimento in una indagine di grande criminalità e che è paradigmatico: “indagata la presidente dei penalisti, ha aiutato il boss suo assistito”.

    Come regola, fino a sentenza definitiva dovrebbe usarsi il condizionale, ma sembra che ci sia chi è in grado di raggiungere granitiche certezze già in fase investigativa da trasferire come Vangelo all’opinione pubblica insieme a un messaggio, subliminale ma non troppo, volto a infangare ancor di più la categoria: “se questo è il presidente, immaginatevi chi possono essere gli altri…”.

    Non avendo disponibilità  degli atti, proprio grazie alla stampa, è possibile – però –  apprendere che l’ipotesi accusatoria ha trovato subito una prima smentita: il Giudice delle Indagini Preliminari, infatti, ha rigettato la richiesta del Pubblico Ministero di interdire questa Collega dall’esercizio della professione ritenendola ingiustificata perché il quadro indiziario non è connotato dalla gravità. Ma questa è una notizia che scompare tra le righe degli articoli, sovrastata da titoli di stampo inquisitorio su quattro colonne.

    Simili attacchi si ripetono sempre più di frequente e quello di cui parliamo è solo il più recente ma purtroppo non sarà certo l’ultimo segnalando una verticale caduta di valori fondanti di un corretto esercizio del diritto di cronaca, frutti avvelenati della dilagante cultura della intolleranza e del sospetto, espressione volgare della ricerca spasmodica della notizia ad effetto e un bel “dagli all’untore!” funziona sempre.

    Forse, in ultimo, non è neppure corretto parlare di informazione, cronaca e professionisti del giornalismo: in certi casi si è al cospetto di avvoltoi che si avventano sulla preda e sul fatto che richiama di più l’attenzione, che fa vendere di più o aumenta gli ascolti.

    Restate con noi: qui ci sarà sempre rispetto per la funzione difensiva, che rimane limpido presidio rispetto alla pretesa punitiva dello Stato non meno che per la legge e le istituzioni,  e, almeno fino a prova contraria, manterremo inalterato il nostro stile, quello che impedisce di pronunciare verdetti anticipati di condanna, quello che consente di considerare come bassa macelleria la violenza verbale di certe modalità di informazione.

  • In attesa di Giustizia: vigilando redimere

    Il titolo riprende il motto che compariva nello stemma degli Agenti di Custodia prima che venissero smilitarizzati e trasformati in Corpo della Polizia Penitenziaria: più comprensibile a chiunque, ancorché in latino, dell’attuale (sempre in latino) dice tutto di quella che dovrebbe essere la missione di questi servitori dello Stato, e cioè contribuire all’attuazione del principio costituzionale di finalità rieducativa della pena.
    Nei confronti degli appartenenti a questa Forza dell’Ordine si deve nutrire rispetto per il sacrificio che impone il loro ruolo: una vita trascorsa per gran parte in carcere, in sostanza dei semi liberi, con doveri, responsabilità e sacrifici che meritano di essere valorizzati. A tacere della quotidiana esposizione al rischio.
    La gran parte di loro merita questi apprezzamenti e contribuisce ad offrire a noi tutti maggiore sicurezza non meno che – nei limiti del possibile – dignitose condizioni di vivibilità ai reclusi negli istituti penitenziari. La gran parte, appunto…forse non proprio tutti anche se è fisiologico che – come in tutte le categorie – tra loro ci siano anche personalità di minore statura umana e morale.
    Nel mondo della informazione globalizzata accade che sulla pagina Facebook della rivista “Polizia Penitenziaria – Società, giustizia & sicurezza” sia stato pubblicato un rapporto dell’Autorità Garante delle Persone detenute: si tratta di un organismo statale indipendente, composto da un collegio di tre esperti in materia, in grado di monitorare, visitandoli, i luoghi di privazione della libertà (oltre al carcere, i luoghi di polizia, i centri per gli immigrati, ecc.) con lo scopo di individuare eventuali criticità e, in un rapporto di collaborazione con le autorità responsabili, trovare soluzioni per risolverle. Dopo ogni visita, il Garante nazionale redige un rapporto contenente osservazioni ed eventuali raccomandazioni e lo inoltra alle autorità competenti.
    Quello di cui trattiamo, pubblicato sul social network, evidentemente non è piaciuto per i rilievi fatti su alcune condizioni detentive di “carcere duro” registrate come inadeguate e, con il metodo di confronto e dialogo tipico di Facebook, i commenti rivolti al Garante, Prof. Mauro Palma – presumibilmente, almeno in parte, di Agenti e certamente di simpatizzanti – sono stati di questo tenore: “spero ti ammazzino un figlio, ammazzati indegno, non mi stupirei se questo fosse uno stipendiato dalle mafie, ma chi lo ha messo questo stupido?” . Solo alcuni esempi per fermarsi alle considerazioni più garbate.
    A seguito di una vasta riprovazione che ha avuto come protagonisti tanto il Sindacato di categoria della Polizia Penitenziaria che il Ministero della Giustizia passando per la Procura Nazionale Antimafia e l’Unione delle Camere Penali, il post è stato cancellato e prese le distanze dagli intervenuti.
    Non sappiamo se, prima di eliminare tutto, siano stati registrati i nominativi degli autori dei commenti: certamente sarebbe stato opportuno perché qualora si tratti di dipendenti dal Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria nei loro confronti si dovrebbero avviare azioni disciplinari e in taluni casi anche denunce penali.
    Non è stato decisamente un momento alto di espressione di democrazia, sensibilità umana e giuridica; allarma piuttosto pensare che – se così fosse – alligni ancora nelle Istituzioni la figura dello sbirro: pessimo esempio per le reclute del Corpo della Polizia Penitenziaria di cui infanga l’immagine, custode delle peggiori tradizioni carcerarie, memoria storica di un tempo che è da augurarsi come trascorso del tutto, mentre ciò che non deve dimenticarsi è l’insegnamento di quel motto: Vigilando redimere.

  • In attesa di Giustizia: la banalità del male

    Talvolta, purtroppo sempre più spesso, la cronaca offre spaccati di una società che sembra essere in grave debito di ossigeno con i valori: una donna viene uccisa per poco più di tre euro che l’assassino si spende subito per una birra, dei ragazzini invece che giocare a pallone o andare al cinema si divertono dando fuoco a un clochard, una banale lite del sabato sera sfocia in una rappresaglia armata che stronca il futuro di un atleta che, a quanto pare, non era neppure il bersaglio.

    E’ la banalità del male: uomini, giovani, apparentemente normali, contesti normali, nei quali è improvvisa e letale una violenza priva di qualsiasi spiegazione.

    L’indignazione è unanime ma appartiene a quella medesima società che ha prodotto quei delinquenti così banali eppure così crudeli e subito si leva l’invito a sanzionarli con pene esemplari.

    La Giustizia, purtroppo, quando la legge penale non ha svolto la sua funzione dissuasiva può solo muoversi nella duplice direzione di retribuire il delitto e tentare di recuperare i colpevoli: funzione quest’ultima indispensabile perché, tendenzialmente, prima o poi tutti escono dal carcere e bisogna prevenire per quanto possibile che delinquano ancora.

    Gli adolescenti che hanno dato fuoco a un senza tetto non faranno nemmeno un’ora di detenzione: uno ha meno di quattordici anni e per la legge non è imputabile perché presuntivamente così immaturo da non saper discriminare ancora il bene dal male, l’altro è stato affidato ai servizi sociali e messo alla prova.

    Preoccupa soprattutto il primo: se la Giustizia nulla può che ne sarà di lui in una famiglia che – evidentemente – non ha saputo trasferirgli insegnamenti basilari? Del secondo si può solo sperare che i Servizi Sociali svolgano la loro funzione al meglio, anche in questo caso di supplenza rispetto a un nucleo originario rivelatosi incapace di strutturarne la formazione. Se così fosse, la messa alla prova sarebbe certo meglio del carcere che rischia di risultare una palestra di criminalità per un giovane in età evolutiva che una analisi condotta su di lui da un team specializzato ha ritenuto del tutto immaturo.

    Gli altri banali assassini di cui abbiamo accennato, invece, andranno in carcere, sono già in carcere e ci resteranno a lungo: rapidamente individuati e arrestati insieme alla loro povertà spirituale hanno fino ad ora segnato l’abilità investigativa delle nostre Forze dell’Ordine.

    Arriveranno le condanne, la Giustizia amministrerà il loro futuro e in un certo senso anche il nostro a seconda che la finalità rieducativa della pena dovesse risultare efficace o fallire…ma se anche avesse esito positivo si può parlare di Giustizia in senso ampio e in questo mondo se una vita vale quanto una birra, e una lite inchioda sulla sedia a rotelle un atleta?

    Il carcere altrui non ripaga di ciò che si è perduto per sempre come, credo, sia solo un sollievo apparente e crudele l’assistere alle esecuzioni capitali tipico del modello americano: guardare il boia in azione e un uomo morire, in realtà, segnala come la banalità del male alberghi pericolosamente un po’ in tutti e non c’è Giustizia che possa rimediarvi.

  • In attesa di Giustizia: moderate le parole!

    Ne abbiamo trattato alcuni numeri addietro: dal 12 gennaio i Giudici di Pace sono in sciopero, si astengono cioè dal celebrare le udienze, per protesta contro il trattamento economico – previdenziale previsto per la categoria; in quell’articolo, insieme alla fondatezza di quelle lagnanze, si era evidenziato come l’amministrazione della Giustizia non possa prescindere dal contributo dei Magistrati Onorari, tra questi i Giudici di Pace, sebbene qualche rilievo negativo sia possibile sulla loro preparazione di base, sui criteri di reclutamento e sulla formazione offerta prima di attribuire le funzioni.

    Una vicenda piuttosto singolare in cui tutti i protagonisti (Giudice di Pace, imputato e persona offesa) sono avvocati può risultare paradigmatica di quanto affermato: con atto di querela è stata chiesta la punizione di un professionista per il reato di diffamazione che sarebbe consistito nell’utilizzare, all’interno di un atto giudiziario, la frase “la difesa della controparte,  con affermazioni denigratorie sulle quali si sorvola, vuole far credere…” .

    Sorprende, innanzi tutto, che il Pubblico Ministero assegnatario del fascicolo abbia disposto la citazione a giudizio per un modo di esprimersi che, evidentemente, non offende la reputazione: tutt’al più può ritenersi che l’espressione sia aspra ma niente più, tenendo anche conto del fatto che, fisiologicamente, negli scritti difensivi del processo civile si tende a svilire le ragioni avversarie sostenute dall’avvocato di parte e questo vale per entrambi i contendenti.

    In sede processuale, invece, il P.M. (quello di udienza, sicuramente diverso da quello titolare delle indagini) ha chiesto l’assoluzione ma il Giudice di Pace è stato di diverso avviso e ha condannato ritenendo integrata la diffamazione.

    Morale: qualche biglietto da cento euro di multa e più o meno altrettanti di risarcimento danni. Da noi si fanno processi per questo tipo di problemi e per ottenere risultati simili: ma non è finita qui, infatti il condannato ha – giustamente – ritenuto di impugnare una sentenza quanto meno molto originale ed altrettanto giustamente, potendolo fare,  ha fatto ricorso diretto in Cassazione invece che appello.

    In quattro pagine di motivazione, la Corte ha fatto letteralmente a pezzi la decisione del Giudice di Pace, affrontando la tematica sotto ogni punto di vista possibile, compreso quello secondo la quale la sussistenza di un reato non può in ogni caso essere ancorata alla sensibilità o suscettibilità della presunta persona offesa e soprattutto che ciò che rileva è la obiettiva capacità offensiva delle espressioni usate da valutarsi in base al significato socialmente condiviso delle parole. Concetti, questi ultimi, che senza necessità di approfondimenti  giurisprudenziali e di dottrina ma con l’impiego di ordinario buon senso avrebbero potuto evitare persino il rinvio a giudizio con risparmio di tempo, risorse, energie.

    La Corte di Cassazione, per vero, ha affrontato anche tutti questi aspetti e l’estensione e spessore della motivazione suonano un po’ come bacchettate al Giudice di Pace e al P.M. della fase delle indagini e, perché no? anche del querelante. Ammesso che mai abbiano la curiosità o l’occasione di controllare come è andata a finire una vicenda che insegna molte cose: che il non adirarsi è sintomo di grande saggezza, come ricordava Plutarco, che le querele sono comunque cose serie da trattare con attenzione anche se portano a modestissime conseguenze sul piano economico e che la Giustizia (se tutto va bene, ovviamente) prima o poi arriva.

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