Legge

  • Arrivano la legge contro le violenze domestiche e misure contro la violenza sugli animali

    Via libera definitivo del Senato al disegno di legge sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, il cosiddetto Codice rosso. Il provvedimento, che ha incassato l’ok definitivo del Parlamento e che con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale sarà quindi legge, ha ottenuto 197 sì e 47 astenuti. Tra gli astenuti Leu e Pd.

    La nuova legge prevede anzitutto una corsia preferenziale con indagini veloci per i reati legati alla violenza sulle donne. Insomma, un ‘codice rosso’ che si applica alla trattazione di casi che hanno a che fare con la violenza domestica e di genere, in analogia al ‘codice rosso’ che nei pronto soccorso indica stati di salute particolarmente gravi da trattare con urgenza. I ventuno articoli del provvedimento catalogano i reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere e oltre a stabilire pene più severe per la violenza sessuale e lo stalking introduce due nuovi reati: quelli di revenge porn ed anche quello di sfregi al viso.

    In base alle nuove disposizioni, si prevede che la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato da ‘codice rosso’, riferisca immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale. Il pubblico ministero, entro tre giorni, assume informazioni dalla persone offesa o da chi ha denunciato il reato (in termine di tre giorni può essere prorogato solo in casi eccezionali, a tutela della persona offesa o per la riservatezza delle indagini).

    La violenza sessuale viene punita con la reclusione da 6 a 12 anni. Finora, per questa fattispecie di reato la reclusione andava da 5 a 10 anni. Per la violenza sessuale in danno di minori fino a 10 anni la pena base è raddoppiata, per la violenza nei confronti dei minori da 10 a 14 anni la pena base è aumentata della metà (diventa dunque reclusione da 9 a 18 anni, mentre per la violenza nei confronti di minori da 14 a 18 anni la pena base è aumentata di un terzo). Per il delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi l’attuale pena della reclusione da 2 a 6 anni è stata sostituita con la reclusione da 3 a 7 anni, mentre per il reato di stalking la reclusione è stata portata da 6 mesi a 5 anni a un minimo di un anno fino a un massimo di 6 anni e 6 mesi. Per il ‘revenge porn’, ossia il reato di diffusione illecita di immagini o video pornografici è stata prevista la pena della reclusione da uno a sei anni, con multa da euro 5.000 a euro 15.000, a carico di chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde, senza l’espresso consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. Infine è stato inserito nel codice penale il reato di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, punito con la reclusione da 8 a 14 anni.

    Per implementare le nuove norme è stata anche prevista l’attivazione di specifici corsi di formazione per il personale della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Polizia penitenziaria preposto alle attività di prevenzione e al perseguimento dei reati di violenza domestica e di genere e interviene nel trattamento penitenziario delle persone condannate per reati di violenza domestica e di genere.

    Dal 18 luglio è attiva anche la casella di posta elettronica SOSanimali.viminale@interno.it, per raccogliere le segnalazioni di maltrattamenti di animali. L’iniziativa segue il finanziamento di 1 milione di euro destinato alle regioni per il potenziamento dei servizi finalizzati ad intercettare situazioni di illegalità, scongiurando possibili rischi per gli amici a quattro zampe. Le risorse sono assegnate sulla base di piani di azione, di durata semestrale, costruiti in stretto raccordo con tutti gli enti e le amministrazioni interessate, messi a punto dalle Prefetture dei capoluoghi di regione.

  • Malta incrimina tre persone per l’assassinio della giornalista Daphne Garuana Galizia

    Il Procuratore generale di Malta ha incriminato tre uomini per l’assassinio della giornalista Daphne Caruana Galizia. L’accusa è arrivata con anticipo rispetto alla scadenza di 20 mesi per incriminare o rilasciare dei sospetti in custodia. I tre uomini, Vincent Muscat e i fratelli Alfred e George Degiorgio, erano stati arrestati nel dicembre 2017 e accusati di aver lanciato una bomba nella macchina della Caruana Galizia nei dintorni della capitale maltese La Valletta il 16 ottobre 2017. I tre si sono dichiarati “non colpevoli” ma i tribunali hanno respinto le richieste di cauzione.

    Il motivo dell’assassinio non è mai stato rivelato ma Caruana Galizia curava un blog in cui scriveva di anti-corruzione. Il primo ministro Joseph Muscat, un bersaglio frequente della Caruana Galizia, ha offerto un premio di un milione di euro per le informazioni che hanno portano all’arresto dei colpevoli.

    L’indagine della polizia è avvenuta con la collaborazione dell’Ufficio federale delle indagini e dell’Europol degli Stati Uniti. La famiglia della giornalista chiede un’inchiesta pubblica sulla vicenda, richiesta echeggiata dal Consiglio d’Europa. Il governo però è convinto che un’inchiesta pubblica ostacolerebbe le indagini della polizia ma non ha escluso la possibilità di organizzarne una in futuro.

  • In attesa di Giustizia: la difesa è uguale per tutti

    La nostra Costituzione – chi scrive, sapete, è un cultore dei principi fondamentali dello Stato – all’art. 24 stabilisce che la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento: il parametro, riferito perspicuamente al processo penale trova, peraltro, applicazione in ogni altra sede in cui un soggetto debba tutelare i propri diritti o interessi.

    Accade che, in una settimana nella quale si sono ulteriormente alimentate polemiche e indiscrezioni sul “sistema C.S.M.” e sulle indagini collegate, coinvolgendo – tra gli altri – l’attuale Procuratore Generale della Cassazione, nel volgere di pochi giorni nei quali un magistrato di Napoli è finito in manette per corruzione, spicca non tanto la notizia dell’avvio di un procedimento disciplinare nei confronti del Dott. Luca Palamara, c’era da aspettarselo, quanto quella relativa alla circostanza che nessun Magistrato avrebbe accettato di difenderlo: l’Ordinamento Giudiziario, infatti, prevede che in quella sede l’incolpato possa farsi assistere da un suo Collega (fino ad alcuni anni fa, solo da un altro Magistrato) ovvero da un avvocato del libero Foro. La scelta, il più delle volte, ricade su un altro appartenente all’Ordine Giudiziario anche per la migliore conoscenza della materia nel suo complesso. Scrive, peraltro, in una sua memoria difensiva il Dott. Palamara che nessuno di coloro che ha contattato per farsi patrocinare alla Disciplinare del Consiglio Superiore avrebbe accettato l’incarico.

    Ciò, certamente, non vuol dire che nessuno in assoluto abbia dato un riscontro positivo: certamente nessuno dei prescelti in questo caso che, verosimilmente, saranno stati individuati in base alla loro attitudine e competenza in quel settore. Pochi o tanti che siano, non è bello e non è un bel segnale perché, come scrive lo stesso Palamara, quell’articolo 24 della Costituzione che abbiamo ricordato all’inizio è uno dei primi insegnamenti che viene offerto a chi vuole diventare Magistrato; in realtà lo è per qualsiasi studente di giurisprudenza poiché l’esame di Diritto Costituzionale è proprio al primo anno di corso.

    Lo spettacolo cui tocca assistere è sconfortante perché chi non ha cultura della difesa non può avere quella della giurisdizione né può essere un fautore della presunzione di non colpevolezza: quello che sta accadendo ha il sapore acre del “dàgli all’untore” di manzoniana memoria, quasi che nessuno voglia rischiare di sporcarsi le mani difendendo quest’uomo o che la difesa – come in altre occasioni si è dimostrato di considerare, e ne abbiamo scritto su queste colonne – non sia un principio di civiltà ma un momento in cui si realizza una commistione con l’autore di un illecito al quale si finisce con l’essere omologati.

    Pochi o tanti che siano i Magistrati che hanno rifiutato la difesa di Luca Palamara hanno in questo modo abiurato al giuramento sulla Costituzione fatto quando hanno preso le funzioni, eludendone la richiesta di soccorso quasi che fosse portatore di una malattia infettiva.

    Il Dott. Palamara ha allora ringraziato i suoi avvocati, quelli che lo patrocinano nel procedimento penale e che, dunque potendolo fare, lo assisteranno anche nel disciplinare: uomini che non fanno gli  avvocati,  ma sono avvocati nel profondo dell’animo, uomini che non vogliono schierarsi solo dalla parte del più forte, o di chi sembra tale, della ragione o quella che sembra tale.

    Uomini che quando dalla parte della ragione – ricordo ancora una volta Bertold Brecht – sembra non esserci più posto scelgono, senza indugio, di sedersi da quella del torto. O presunto tale, perché non lo sarà fino a quando definitivamente accertato in un’attesa di Giustizia che vale e deve valere per tutti.

  • In attesa di Giustizia: una voce fuori dal coro

    Alzi la mano chi non si aspettava, su questo numero, un articolo sulla vicenda della Sea Watch e della Capitana Rackete. Invece, no: oggi la voce di questa rubrica è assolutamente fuori dal coro e trattiamo di una vicenda che ha avuto sicuramente attenzione ma non il medesimo clamore mediatico, quella dell’inizio del processo ai vertici della Banca Popolare di Vicenza.

    E’ necessaria una premessa: il Presidente del Collegio chiamato a giudicare, Lorenzo Miazzi, ha chiesto di astenersi ed è stato sostituito da altro magistrato; il nostro codice di procedura penale contiene taluni istituti – incompatibilità, astensione e ricusazione – che hanno lo scopo di assicurare l’imparzialità del  Giudice quando vi siano motivi di opportunità o veri e propri impedimenti di diversa natura a che svolga le sue funzioni in un determinato processo o nei confronti di taluni imputati.

    Assai meno della tormentata navigazione della Sea Watch, ma anche questa notizia, soprattutto nella zona direttamente interessata, ha avuto clamore alimentando considerazioni di ogni tipo, risvegliando i teorici del complotto e dietrologi di ogni sorta: come spesso avviene i processi penali diventano occasione di scontro e conflitto, anche politico, in cui si contrappongono – dall’una parte e dall’altra – tesi umorali, basate su impressioni, in genere assolutamente atecniche, sovente prive di conoscenza approfondita degli atti e delle regole del processo.

    Il processo penale, nonostante la abituale trasposizione in improvvisate tribune televisive non è messinscena  in cui ognuno può dare aria alla bocca esprimendo – senza fondamento – la propria opinione: il processo vive – a tutela di chi vi è sottoposto – di regole ferree e come tali da conoscere.

    Dunque, o le si conosce, o forse sarebbe meglio evitare commenti e prese di posizione su singoli processi, tanto più che spesso sono in gioco beni fondamentali: la scelta meditata di un Magistrato di non occuparsi di una certa vicenda giudiziaria deve essere accolta come indice di equilibrio e correttezza senza scatenare l’arena dei tuttologi ad ipotizzare chissà quali scenari volti a preordinare una denegata giustizia.

    Un ulteriore spunto critico riguarda le aspettative che i cittadini nutrono rispetto al processo in generale: quest’ultimo non ha la funzione di prevenire i crimini, tutelare le persone offese o rispondere alla fame – spesso insaziabile – di giustizia (o addirittura di vendetta) della collettività ma quello di verificare, nel rispetto di regole prestabilite, se una determinata persona abbia commesso un reato. E, in tal caso, irrogargli la pena prevista dalla legge.

    Questo è il perimetro del processo ed al suo interno ci si deve muovere senza travalicarne i confini: fuori da questo perimetro vi è soltanto pericolosa propaganda politica, alimentata da prese di posizione opportunistiche e populistiche, che spesso solleticano il consenso popolare invocando processi sommari e pene esemplari, confondendo l’attesa di giustizia con ansia ed aspettativa di una condanna purchessia.

    Benjamin Constant scriveva che per quanto imperfette siano le forme, esse hanno il potere di proteggere: sono le nemiche giurate della tirannide popolare o di altra specie.

  • I bonus in vigore nel 2019 per case e condominii

    Per l’anno 2019 sono state confermate le detrazioni fiscali per la casa. La Gazzetta Ufficiale riporta infatti la proroga del bonus ristrutturazioni, ecobonus, bonus mobili e bonus verde secondo quanto stabilito dalla manovra 2019.

    Il bonus ristrutturazioni si applica a tutti i lavori che riguardano interventi migliorativi volti all’efficienza energetica della propria abitazione e consente una detrazione dall’Irpef pari al 50% del costo sostenuto (l’importo massimo della spesa sostenuta non deve superare i 96.000 euro che vanno suddivisi in 10 quote annuali di pari importo). Il bonus viene riconosciuto a condizione che i lavori siano svolti su immobili già esistenti e copre non solo le spese connesse all’esecuzione dei lavori vera e propria ma anche i costi sostenuti per le prestazioni di professionisti e tecnici come ad esempio quelli di progettazione. Per chi abbia eseguito lavori di ristrutturazione prima dell’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici, è inoltre prevista un’ulteriore agevolazione definita bonus mobili ed elettrodomestici. In questo caso è possibile detrarre in sede di dichiarazione dei redditi il 50% del costo sostenuto per acquistare mobili e grandi elettrodomestici che hanno una classe energetica elevata (non inferiore ad A+). L’importo massimo da poter detrarre è pari a 10.000 euro.

    Il bonus verde può essere richiesto da chi effettui lavori di riqualificazione urbana privata per condomini, terrazzi, balconi e giardini e da chi finanzia lavori per migliorare il verde pubblico. La detrazione è pari al 36% su una spesa massima di 5.000 euro. Ammessa sono per opere già esistenti e non p per unità abitative di nuova costruzione, la detrazione vale anche per l’installazione di impianti di irrigazione e di realizzazione pozzi ed è riconosciuta a chi sia il proprietario dell’immobile o il titolare del pagamento delle spese sostenute.

    L’ecobonus è invece riconosciuto per lavori che migliorino l’efficienza energetica del proprio immobile: la detrazione arriva fino al 65% del costo sostenuto, per un importo massimo che varia in base al tipo di lavoro eseguito.

    Per i condomini nel loro complesso (non i singoli appartamenti di proprietà) si può detrarre il 75% su un massimo di 100.000 euro per tutti gli interventi di riqualificazione energetica globale, di 40.000 euro per lavori di riqualificazione dell’involucro di edifici esistenti ma anche per l’installazione del cosiddetto solare termico (ossia pannelli solari volti a produrre acqua calda) e di 30.000 euro per l’installazione o sostituzione di impianti per la climatizzazione invernale. Nei singoli appartamenti si può avere una detrazione del 50% per l’installazione di zanzariere, finestre e infissi e tende da sole, prevede, mentre sull’installazione di una nuova caldaia la percentuale varia in base del tipo di prodotto acquistato.

    Ancora: coloro che effettuano dei lavori per rendere gli edifici compresi in zone considerate ad alta pericolosità sismica sicuri potranno invece richiedere il bonus sisma. La detrazione si applica per tutti i costi sostenuti per questa tipologia di intervento, dal giorno 1 gennaio 2017 fino al giorno 31 dicembre 2021. La detrazione va ripartita in 5 quote annuali dello stesso importo su un importo massimo che varia in base alla riduzione del rischio. È infatti possibile detrarre fino all’85% della spesa se la classe di rischio si riduce di 2 posizioni o dell’80% se riduce il rischio di una sola classe.

    Coloro che acquistano la prima casa come abitazione principale possono infine godere di un’ulteriore agevolazione che riguarda la diminuzione del costo dell’imposta di registro e dell’Iva se si acquista rispettivamente da un privato o da un’impresa. L’agevolazione in questione prevede inoltre la possibilità di non pagare imposta di bollo, tributi speciali catastali e tasse ipotecarie.

     

  • In attesa di Giustizia: in nome del popolo italiano

    La giustizia è amministrata in nome del popolo, così recita l’articolo 101 della Costituzione, nella intestazione delle sentenze non può mancare – a pena di nullità – l’intestazione “In nome del popolo italiano”. Il parametro costituzionale esprime, tra l’altro, il potere di verifica da parte dell’opinione pubblica sulla amministrazione della giustizia.

    Un tempo, almeno con riguardo ai processi (soprattutto quelli penali) più coinvolgenti, la abituale e talvolta massiccia presenza di pubblico alle udienze costituiva l’estremo fisico del controllo sull’andamento della giurisdizione; oggi le cose sono cambiate, e salvo rari casi, le presenze sono ridotte a qualche familiare o a gruppi di ragazzi in visita scolastica.

    Tuttavia, un controllo in quel settore è ancora possibile e lo è ancor più agevolato  grazie ai media; sempre che, ovviamente, l’informazione non sia distorta, di parte o volta ad assicurare più che altro maggiori vendite o share.

    Il 17 aprile è mancato Massimo Bordin, voce storica di Radio Radicale: uno di quelli che l’informazione giudiziaria la sapeva fare con quella trasversalità ed indipendenza che sono patrimonio dei radicali ma anche con rigore e competenza. L’Unione delle Camere Penali, due giorni dopo la scomparsa, ha istituito un premio a lui intitolato da assegnare ogni anno al giornalista o alla testata che si sarà maggiormente distinta per correttezza e completezza della informazione su vicende giudiziarie con particolare riguardo al concreto rispetto della dignità delle persone coinvolte e del principio di non colpevolezza.

    Sino a fine marzo, invece, Piero Sansonetti è stato Direttore de “Il Dubbio”, testata giornalistica che ha come editore la Fondazione dell’Avvocatura Italiana del Consiglio Nazionale Forense e che si è proposta come pubblicazione garantista, rivolta contro le forme di giustizialismo e destinata a chi intenda approfondire le ragioni della difesa e non solo quelle dell’accusa cui – di solito – si offre maggiore spazio in cronaca.

    Non è ben chiaro cosa abbia indotto il licenziamento di Sansonetti: a sentir lui una delle ragioni  risiederebbe nell’esigenza per “Il Dubbio” di essere più filogovernativo perché giornale di una Istituzione Pubblica, l’altra nell’averlo orientato troppo a sinistra.

    Se fosse vera la prima, grande sarebbe la preoccupazione perché sottende il concetto di stampa di regime, riferita per di più ad un’area – quella della Avvocatura – che dovrebbe farsi garante di indipendenza assoluta; se fosse vera la seconda ostenderebbe il tradimento della filosofia di impostazione della testata, posto che la politica giudiziaria della sinistra ha una deriva forcaiola inequivocabile.

    Resta, a margine di queste vicende di vita così diverse ma con un minimo comun denominatore professionale, la riflessione sull’importanza di una informazione giudiziaria corretta, destinata a dare vita a quel canone costituzionale ricordato all’inizio da cui discende la rilevanza e la dignità dell’opera del cronista giudiziario.

    Su queste colonne ci proviamo: fornendo notizie e spunti senza altra pretesa che stimolare curiosità e approfondimento autonomo del lettore, qualche certezza solo se supportata da evidenze incontrovertibili.

    Su queste colonne scrivo io che non sono – come furono per la cronaca giudiziaria negli anni ’50 – Dino Buzzati per il Corriere della Sera o Alfonso Gatto per Il Mattino ma respiro quell’aria di libertà che l’editore mi lascia senza se e senza ma.

    E la libertà, quando della Giustizia si deve restare in perenne attesa, è un bene di valore assoluto.

  • In attesa di Giustizia: giustizia e gestanti

    Che si sappia, era già successo un anno fa circa a Livorno: un’avvocata (come si usa dire adesso) di Pisa in stato di gravidanza considerata a rischio aborto aveva presentato con buon anticipo un’istanza di rinvio di udienza per legittimo impedimento rappresentando l’impossibilità di indicare un sostituto poiché si trattava di un incombente importante cui avrebbe dovuto presenziare lei in quanto titolare dell’incarico difensivo.

    Nonostante fosse corredata di certificato medico la richiesta è stata ritenuta inammissibile perché sarebbe stato indicato solo genericamente il rischio cui si esponeva la professionista. Tale provvedimento aveva determinato una risoluta presa di posizione da parte delle Camere Penali locali e della Associazione dei Giovani Avvocati.

    Non è dato sapere che sviluppi abbia avuto questa vicenda né se ve ne siano state altre (una sarebbe già di avanzo…) almeno fino a pochi giorni fa quando la storia si è ripetuta a Roma davanti al Tribunale Civile che, dopo aver differito un’udienza senza fornire spiegazioni del motivo ha rigettato la richiesta di rinvio presentata da un’avvocata perché la nuova data coincideva sostanzialmente con quella per lei prevista per il parto. O meglio, il Giudice nel suo provvedimento ha riservato ogni valutazione “all’esito delle determinazioni della controparte attesa la natura del procedimento e gli interessi sottesi”. Come dire: se ne parlerà direttamente quel giorno senza che la richiedente il rinvio possa partecipare al contraddittorio.

    Quello che non si è detto è che si trattava di una ordinaria causa di separazione tra coniugi.

    L’accaduto ha generato indignazione ed una durissima risposta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma che in una nota ha ricordato al Tribunale (che le norme le dovrebbe conoscere) che proprio la legge di bilancio del 2018, coordinandosi con i codici di procedura civile e penale, ha disciplinato la possibilità per gli avvocati in stato di gravidanza di chiedere rinvii nei due mesi anteriori alla data del parto e nei tre successivi.

    Fatto sta che, se non altro, in questo caso vi è stata una retromarcia e il rinvio è stato concesso senza nulla togliere all’obbrobrio della prima determinazione.

    Questi episodi ne richiamano alla mente un altro, di qualche anno fa, sempre “romano”: ancora una volta un’avvocata apprende, di domenica, della scomparsa improvvisa della madre che viveva a Chieti: prima di partire per l’Abruzzo avverte i suoi collaboratori dell’accaduto e passa dallo studio per lasciare tre istanze di rinvio per altrettante udienze del lunedì subito successivo. Risultato: un’udienza rinviata, un’altra no perché non era stato documentato il decesso del genitore, la terza nemmeno perché tardivamente richiesta.

    Come dire: in questo Paese, in perenne attesa di una Giustizia che viaggia a passo di lumaca, si può essere persino privati del diritto di coltivare salute e  sentimenti. Siano essi quello di una vita in arrivo da tutelare o un dolore lancinante e improvviso.

  • In attesa di Giustizia: siamo nelle mani di Dio

    In solo una settimana è successo di tutto e di più e questa rubrica per trattarne adeguatamente dovrebbe occupare per intero un numero de Il Patto Sociale.

    Una necessaria selezione ha condotto a focalizzare tre episodi, uno dei quali tenuto per ultimo in un soggettivo crescendo di rilevanza, sicuramente è il più inquietante.

    Non c’è chi non abbia avuto notizia della diffusione delle immagini a luci rosse della deputata grillina Giulia Sarti: francamente, a parte il diritto che deve riconoscersi a chiunque di comportarsi come ritiene nella sua intimità laddove non sia nocivo ad altri, è sgomentevole come la rete possa diventare territorio di caccia ed utile strumento per volgari regolamenti di conti, ricatti e trasferendo sul piano personale, con il pretesto di ergersi a censori della morale,  motivi diversi di contrasto.

    L’accadimento ha però suscitato l’interesse ad approfondire chi sia Giulia Sarti, e qui arriva una sorpresa che genera qualche riflessione: laureata in giurisprudenza nel 2012, deputato M5S dal 2013, è ora Presidente della Seconda Commissione Giustizia della Camera. La domanda sorge spontanea: sarà bravissima ed ottima persona ma quale esperienza, competenza, specializzazione ed autorevolezza – al di là, magari, di ottime votazioni negli esami e di laurea – si può avere poco dopo il diploma per assurgere ad un ruolo così delicato in sede legislativa senza  nemmeno  avere mai esercitato una professione forense? Un segno evidente di quanto i compromessi politici nella spartizione delle poltrone possano incidere sulla sensibilissima attività di normazione in materia di giustizia.

    Passiamo ad altro e anche di ciò si è ampiamente trattato sui media ma, se fosse sfuggito, ecco l’accaduto: la Cassazione ha, giustamente, annullato una sentenza della Corte di Appello di Ancona che aveva mandato assolti i presunti autori di una violenza sessuale (precedentemente condannati in primo grado di giudizio) adducendo la ragione che la vittima sarebbe – per usare un eufemismo – non così avvenente da stimolare appetiti sessuali. Può essere che gli imputati non siano davvero responsabili di quel crimine ma la motivazione è inaccettabile e, facendo un passo oltre l’impatto sensazionalistico della notizia, ci fa comprendere come la legge (sperando che sia fatta bene) possa essere uguale per tutti ma la giustizia assolutamente no.

    In ultimo, qualcosa che solo alcuni addetti ai lavori hanno appreso: dopo che il Ministro della Giustizia ha annunciato l’intenzione di riformare il processo penale, anticipando alcune linee di intervento, la Associazione Nazionale Magistrati si è accodata formulando le sue proposte e l’Unione delle Camere Penali ha ritenuto giustamente di aprire un tavolo di concertazione per condividere le iniziative che, non sempre, erano convincenti dal punto di vista del rispetto delle garanzie.

    Ebbene, nel corso di una riunione con i suoi iscritti, il Presidente dell’A.N.M. – dimentico di essere registrato e ripreso da Radio Radicale – ha spiegato senza mezzi termini in che modo avrebbe fatto il gioco delle tre tavolette con gli avvocati penalisti: e cioè facendo credere loro di essere d’accordo su una specifica riforma (qui non interessa sapere esattamente quale ma è una di significativo rilievo) mostrando il testo di un possibile disegno di legge salvo poi farne avere un altro, diverso e meno garantista, al Ministro quando si fossero trovati a quattr’occhi. Ogni commento è riservato ai lettori.

    Insomma, l’attesa di Giustizia, con questi presupposti, sembra essere un momento ancora di là da venire e non può essere che motivo di preoccupazione considerare che, in questo delicatissimo settore, siamo tutti soltanto nelle mani di Dio.

  • Ritornare ad educare

    Si torna a parlare di droghe e nuovi decreti leggi che stabiliscano quale sia il concetto di modica quantità e/o detenzione per uso personale parlare. Le parole del vicepremier Salvini lasciano pensare ad un nuovo intervento che in qualche modo ricorda la legge Fini-Giovanardi del 2006 che prevedeva pene da due a sei anni di reclusione per gli spacciatori ma che in tredici anni non ha risolto il problema del consumo di droghe ed è anche stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta (nel 2014). Secondo Dianova, che da oltre trent’anni interviene nell’ambito della dipendenza e di cui di seguito riprendiamo alcuni concetti diramati con un comunicato stampa, non solo le politiche internazionali fondate sul proibizionismo e la repressione hanno sempre avuto dei limiti ma è quanto mai necessario rivedere l’approccio al modo di fermare l’aumento del traffico, la corruzione e il consumo di sostanze psicoattive, in particolare tra i giovani. Bisogna perciò attuare politiche che si basino sulla salute pubblica e sui diritti umani, e porre fine all’emarginazione dei tossicodipendenti che risulta inefficiente e preclude l’accesso ai servizi di cui hanno bisogno. Fondamentale sono perciò il contrasto e la repressione del grande traffico di stupefacenti detenuto dalle organizzazioni criminali presenti da sempre in Italia ma perseguire questo obiettivo non ha nulla a che vedere con la criminalizzazione del consumatore/abusatore di sostanze.

    Viviamo in una società che ha fatto della dipendenza un modello. Tutti dipendiamo da qualcosa, e questi modelli vengono ovviamente replicati anche dai nostri ragazzi; oggi, però, più che mai bisogna capire il perché del ritorno della dipendenza da sostanze e chiederci tutti cosa è cambiato e quali sono i riferimenti educativi ai quali questi giovani possono guardare. Diventa così necessario ritornare ad educare e non solo a punire. La dipendenza non è figlia esclusivamente del disagio sociale, ma talvolta è il sintomo di un malessere che molti giovani, attraverso l’uso della sostanza, tentano di curare, e che loro stessi definiscono come una forma di automedicazione per poter vivere. È da queste considerazioni che sarebbe opportuno partire per sviluppare e investire su interventi che abbiano come scopo l’educazione degli adulti (genitori, insegnanti, ecc.); il sostegno allo sviluppo e alla crescita dei giovani; l’offerta di interventi differenti sulla base dei bisogni e delle risorse proprie delle persone per arrivare al raggiungimento della massima autonomia attraverso interventi integrati e multidisciplinari.

    L’Italia è il Paese che più ha saputo lavorare e proporre strategie ed interventi nell’ambito delle dipendenze, con una lunga tradizione e cultura su questo fenomeno, pioniera in termini legislativi e di integrazione tra servizi pubblici e privati e che è riuscita, nonostante tutto, ad arginare un’epidemia che negli anni 80/90 ha distrutto la vita di tante persone e di tante famiglie. Oggi la fase pionieristica ed empirica ha lasciato spazio a quella scientifica che ha fatto numerosi progressi; possiamo contare su evidenze ed esperienze che ci permettono di analizzare e di affrontare il problema con una maggiore conoscenza e con differenti approcci possibili di intervento. Un ultimo “piccolo” particolare: resta da capire in che termini e con quante e quali risorse lo Stato e la Politica vogliano investire per rispondere a questo malessere che si sta diffondendo sempre di più tra i nostri giovani.

  • In attesa di Giustizia: schizofrenia al potere

    Il nostro è un paese a dichiarata vocazione manettara, non è la prima volta che questa osservazione viene svolta sulle colonne de Il Patto Sociale ed in questa rubrica dove si trattano temi legati alla giustizia, essenzialmente quella penale, estendendo lo sguardo anche alla legislazione sottostante che, quasi sempre, lascia esterrefatti per approssimazione, sciatteria, inclinazione a farsi condizionare dagli umori della piazza o ad inseguire il consenso con iniziative che vengono offerte come finalizzate a garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Cittadini ai quali, in fondo, della giustizia – finché non finiscono nel tritacarne dei Tribunali – sembra interessare assai poco ma appaiono confortati e quasi rallegrati dal tintinnio degli schiavettoni.

    Sono lontani i tempi di grandi giuristi prestati alla politica come Alfredo Rocco, dei Padri Costituenti come Piero Calamandrei, capaci di elaborare con visione lucida e una tecnica normativa raffinata testi comprensibili,  è lontano il ricordo dell’epoca in cui un’Italia che, vicina a perdere la guerra, riusciva a promulgare un codice civile ispirato al diritto romano che, con qualche aggiornamento, è ancora attuale.

    La parola d’ordine, al giorno d’oggi è: certezza della pena, concetto ineccepibile e largamente condivisibile ma che è ben diverso e non va confuso con innalzamento irragionevole delle sanzioni che – tutt’al più – dovrebbe essere messo a fondamento della finalità di deterrenza del precetto penale, se necessario.

    Così non è ma si continua a praticare la strada dell’estremo rigore – e, come si vedrà tra poco, irragionevole – a dispetto di inconfutabili statistiche (non solo nazionali) che registrano un livello sostanzialmente inalterato del tasso di criminalità.

    Così avviene che il legislatore rimanga sordo ad un richiamo della Corte Costituzionale di due anni fa, che esaminando la questione aveva rivolto l’invito a rivedere il minimo della pena previsto per i reati, non lievi ma neppure aggravati, in materia di stupefacenti perché troppo distanti da quanto previsto per i casi di marginale rilevanza. Meno carcere? Giammai, anche se il massimo previsto sarebbe rimasto a ben trent’anni di reclusione.

    Dunque, il Giudice delle Leggi è ritornato in argomento rimediando alla inerzia del legislatore e, pochi giorni addietro, ha dichiarato la incostituzionalità dell’articolo 73 del Testo Unico sugli stupefacenti perché in contrasto con i principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità (art. 3 Cost.) e di funzione rieducativa della pena (art. 27 Cost.) con riguardo alle ipotesi “di confine” tra le due categorie distinte da una differenza di molti anni di detenzione: fatti lievi e non lievi. Come darle torto?

    Nel frattempo, in Parlamento veleggiano due disegni di legge presentati dagli azionisti di maggioranza del Governo: il primo della Lega si propone di eliminare qualsiasi tolleranza anche verso i reati relativi a modiche quantità di droga, innalzando le pene, il secondo – a firma di un Senatore del M5S è volto a legalizzare coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis: quella “vera”, non la cannabis light, quella che ormai si trova anche dal tabaccaio. Insomma, non c’è solo la TAV a dividere i nostri statisti.

    Da un quadro siffatto si possono trarre agevolmente delle conclusioni e augurarsi che le cose cambino. Spes ultima Dea.

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