Legge

  • In attesa di Giustizia: giustizia feudale

    Quando questo numero de Il Patto Sociale andrà in stampa (si fa per dire) alla guida del Governo dovrebbe ormai esserci Mario Draghi e nella compagine, con certezza, mancherà Alfonso Bonafede: un bene per il Paese ma, paradossalmente, un pregiudizio per questa rubrica privandola della possibilità di commentare le sistematiche castronerie di cui si è mostrato capace.

    D’altronde, dire che la fine dell’Esecutivo sia stata determinata da un sabotaggio di Italia Viva è una mera esemplificazione: l’iniziativa di Renzi ne è stata solo la causa formale e la crisi affonda le sue radici nella inefficienza dell’azione di governo, partitamente in ambiti molto sensibili quali l’organizzazione del programma vaccinale, la gestione del piano Next Generation e – naturalmente per quanto qui interessa – l’amministrazione della Giustizia.

    L’opacità delle menti di coloro cui sono state affidate le sorti dell’Italia ha sortito interventi confusi e inadatti a fronteggiare l’emergenza determinando, piuttosto, un significativo aggravamento della crisi di efficienza in cui, comatosamente, già versava quest’ultimo settore.

    Invece di dar vita ad una disciplina organica e strategicamente pensata per consentire la prosecuzione della attività dei tribunali in tempi di pandemia l’emergenza è stata affidata a disarmoniche e cervellotiche previsioni, mutanti nel tempo ed interpolate nei decreti ristori, che ha determinato forme di supplenza peggiorative della situazione.

    Il riferimento è ad una sorta di delega verso il basso della potestà normativa che si è concretizzata – se ne è trattato anche in altri numeri de Il Patto Sociale – in una babele di protocolli e decreti di sapore feudale perché emanati e sottoscritti alla “periferia dell’Impero” dai Capi degli Uffici Giudiziari in assenza di un qualsivoglia coordinamento anche nell’ambito del medesimo territorio.

    Gli esiti sono stati disastrosi a prescindere dalla impossibilità per gli operatori di settore di comprendere il da farsi a seconda di dove e come si doveva, per esempio, depositare un atto o richiedere le copie di un fascicolo. Più recentemente, tra l’altro, si è rilevata anche esistenza di atti “dimenticati” perché, pur formalmente inviati ad un indirizzo pec corretto sono rimasti sospesi nel web a causa di confusa e complessa ripartizione interna degli indirizzi tra cancellerie di un medesimo Ufficio, giusta la disposizione di un Presidente di Corte d’Appello.

    Ed è stata proprio la latitanza del Governo a determinare – senza peraltro alcun rispetto della gerarchia delle fonti –  il ricorso a rimedi sovente rivelatisi peggiori del male.

    Nel frattempo sono decine se non centinaia di migliaia i fascicoli che rimasti del tutto fermi o arenati intasando i ruoli di udienza con semplici rinvii per la mancanza o imperfezione di qualche notifica: ed all’orizzonte non si vede alcuna prospettiva migliore anche perché gli strumenti promessi e preannunciati come di imminente consegna per consentire il lavoro agile ai funzionari amministrativi non si sono ancora visti.

    L’aggravamento della situazione è tale che, per quanto possa essere competente il Guardasigilli che Mario Draghi sceglierà, risolverla si presenta come un’impresa disperata e complicata anche dalla esigenza di porre fine al devastante “diritto protocollare” che nel frattempo è invalso evitando che il superamento con norme omogenee sul territorio determini ulteriori difficoltà per problemi di interpretazione circa l’efficacia o meno nel tempo di talune disposizioni.

    Forse la soluzione per ritornare ad una parvenza di normalità (almeno nel settore penale) può rinvenirsi in un’amnistia a maglie larghe: si tratta di un male più che mai necessario, e che – tipicamente – segnala l’incapacità dello Stato, di questo Stato e di quel Governo di fornire un adeguato servizio Giustizia.

  • Il femminicidio? Secondo molte sentenze è una manifestazione di gelosia

    I femminicidi raccontano che il luogo e l’ambito più pericolosi per la donna spesso sono la sua abitazione e la sfera sentimentale. Sono i due elementi tra loro correlati che affiorano da uno studio sulla violenza di genere (“Femminicidi a processo”) condotto da ricercatori e docenti dell’università di Palermo coordinati dalla sociologa Alessandra Dino. Due elementi che purtroppo troppo spesso ricorrono nella lunga scia di storie di donne ammazzate.

    Alessandra Dino sottolinea, nel saggio, gli “effetti perversi” prodotti, sia nelle sentenze giudiziarie che in alcune cronache giornalistiche, della definizione di “gelosia”, utilizzata quasi come una sorta di attenuante per delitti che vanno invece classificati semplicemente e ancor più tragicamente come “futili e abbietti”.  I percorsi della ricerca, promossa dal Miur, svelano gli stessi caratteri del fenomeno che si ritrovano negli ultimi casi di cronaca di cui sono state vittime la cantante palermitana Piera Napoli uccisa in casa dal marito, Ilenia Fabbri sgozzata in cucina a Faenza e Roberta Siragusa, la 17enne assassinata e bruciata, sostiene l’accusa, dal fidanzato Pietro Morreale a Caccamo nel Palermitano.

    I ricercatori dell’università di Palermo hanno analizzato per la loro indagine, dalla quale è stato ricavato un volume in fase di pubblicazione, 370 sentenze emesse tra il 2010 e il 2016. Tra le carte giudiziarie si fa riferimento nel 27,4% in “una crisi nella sfera della relazione sentimentale” presentata nelle più varie declinazioni. In alcune sentenze – fanno notare i ricercatori- viene chiamata ancora “gelosia” e spesso è associata a una dimensione “morbosa”. Per Alessandra Dino si tratta di uno dei tanti “pregiudizi”, non solo lessicali ma anche giudiziari. “Lo vediamo – dice – nelle motivazioni e nei dispositivi di alcune sentenze. Quasi sempre a un delitto per ‘gelosia’ vengono riconosciute le attenuanti generiche e quasi mai all’imputato viene contestata l’aggravante dei motivi abietti e futili”. In qualche sentenza si legge perfino che l’assassino ha agito sotto la spinta di una “non controllata gelosia”.

    I ricercatori di Palermo, che hanno interpellato anche 30 testimoni privilegiati (magistrati, avvocati, medici legali) hanno approfondito la lettura dei femminicidi per ricavarne alcune tipologie fortemente connotate. Il marito o il fidanzato uccide per esercitare “possesso e dominio”. Il gesto estremo diventa in questi casi l’affermazione del potere incondizionato dell’uomo sulla donna e come la “negazione totale della libertà della donna di autodeterminarsi”.

    L’indagine ha poi individuato pochi casi (appena il 3,3%) di uccisioni collegate a una violenza sessuale e alcuni episodi di “femminicidio altruistico” compiuto da mariti che non sopportano le sofferenze della moglie ammalata e la uccidono per risparmiarle altre pene. In generale, nella statistica criminale, il numero delle donne uccise è cresciuto in percentuale nel rapporto con i morti di genere maschile. È un altro indicatore che esprime la maggiore vulnerabilità della donna. E serve a dare un senso alle proposte di cui si fa portavoce Alessandra Dino: alzare il livello di prevenzione sul territorio, puntare sulla formazione di magistrati e operatori, creare una rete di protezione dei soggetti femminili a rischio. Senza trascurare la lettura della dimensione culturale dei femminicidi.

  • In attesa di Giustizia: DJ set

    Un DJ set è per il DJ quello che per il musicista è il concerto, ovvero lo spettacolo in cui l’artista presenta al pubblico la musica da lui selezionata utilizzando più volte la tecnica del mixaggio… e mercoledì 27 gennaio ne andrà in scena uno assai atteso dagli addetti ai lavori del settore della Giustizia: parliamo dello show a Camera e Senato del più celebre dei Disc Jockeys nostrani: quel Fofò cui – incomprensibilmente – è affidata la guardiania dei Sigilli della Repubblica.

    Relazione sullo stato della Giustizia, che potrebbe riassumersi in una sola parola: “disastroso” e così sollevando deputati e senatori dal tormento di ascoltare frottole ammannite con quell’inestinguibile sorriso che evoca il detto latino risus abundat in ore stultorum.

    Invece, chissà cosa toccherà sopportare: forse la magnificazione del processo a distanza, il cui impiego è stato rivolto ad incombenti giudiziari che sarebbe stato preferibile – e possibile senza grandi difficoltà dal punto di vista del garantito distanziamento sociale – celebrare in presenza omettendone, invece, una quantità che si sarebbero potuti agevolmente svolgere da remoto. Forse tratterà il tema della attenzione alla salute dei cancellieri destinati allo smart working seppure in mancanza degli strumenti idonei a fare alcunchè da casa tranne la moka per trasformare incolpevolmente tutta la giornata in una pausa caffè. O, chissà mai, la generosa opzione di sospendere i termini di redazione e deposito delle sentenze: proprio un’attività che, a regola, si svolge dal domicilio.

    Sua Eccellenza il Ministro attenderà, magari, la prima salva di applausi dalla claque delle truppe cammellate e giallovestite subitanemente imitate dai colleghi del PD atterriti all’idea che possa aggravarsi la crisi con il rischio di perdere il cadreghino prima dell’inizio del salvico semestre bianco perchè la parola d’ordine è una e una sola: resistere fino a giugno.

    Ma la musica non è finita: può immaginarsi il silenzio sulla epocale riforma della prescrizione? Non sia mai e dalla dorata consolle fluiranno le note che parlano della incessante battaglia che il condottiero trapanese ha vinto debellando la criminalità diffusa nel Paese che si affidava alle infinite astuzie di quegli azzeccagarbugli degli avvocati per far trascorrere il tempo sottraendo i propri assistiti al magli della giustizia secolare: una battaglia, questa e come altre, che ha avuto il supporto di media autorevoli come Il Fango Quotidiano, pardon, Il Fatto Quotidiano, e di celebrati orfani dell’inquisizione come Piercamillo Davigo.

    Tutte frottole ma poco importa e qui non è escluso che dai banchi dell’alleato di governo il plauso si intiepidisca ma non di molto: infatti è già stato redatto un disegno di legge (a firma, tra gli altri, Orlando Andrea, non Vittorio Emanuele) di modifica della legge e che ripristina il corso della prescrizione ma con tempistiche che possono soltanto definirsi truffaldine, probabilmente ritenute buone solo a salvare la faccia tentando di spendersi come garantisti.

    Il tormento potrebbe essere di lunga durata e Dio non voglia che vengano magnificate le doti – facendone anche i nomi dei partecipanti – delle diverse cabine di regia allestite al Ministero della Giustizia per fronteggiare l’emergenza: potrebbero essere attesi sotto casa per un’ovazione finale da parte di operatori del diritto e cioè a dire un cospicuo lancio di uova marce.

    Nulla, invece, vi sarà da attendere quanto alla ignominiosa condizione in cui versa ormai da tempo il Tribunale di Bari (quello chiuso perchè pericolante) o il dubbio, già aleggiante, che – dopo aver dilapidato milioni in monopattini e banchi da luna park –  vi siano le risorse per pagare gli stipendi ai neo Magistrati che stanno per entrare in ruolo.

    L’elenco delle disfunzioni sarebbe ancora molto lungo ma – certamente – non vi sarà fatto cenno e non per ragioni di sintesi: Socrate, tra l’altro, ricordava che l’intelligenza dell’uomo si rivela nella sintesi e non è certo questo il caso.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla difesa ai tempi del grande freddo

    Succede anche questo, e della deriva cui sembra avviato il processo penale di Appello se ne è trattato di recente proprio in questa rubrica.

    Siamo a Milano, alla Seconda Sezione della Corte d’appello sez. 2 Milano, udienza in presenza – cioè con la richiesta dei difensori di andare in aula e discutere invece che affidarsi alla lettura degli atti senza contraddittorio da parte della Corte – e come dal ruolo d’udienza risultano solo tre cause “in presenza” fissate a distanza di quindici minuti una dall’altra, indipendentemente dalla delicatezza degli argomenti da trattare, a seguire una decina di processi “cartolarizzati”: si dice così di quelli in cui è stata rinunciata l’oralità…che dovrebbe essere il cuore del processo penale.

    La prima udienza è fissata alle 9.15 ma la Corte si palesa con mezz’ora di ritardo: quella mezz’ora in cui si era già previsto di “sbrigare” un paio di pratiche. Inutile dirsi che nessuna giustificazione né – men che mai – scusa del ritardo viene offerta.

    A Milano andiamo un po’ meglio che a Bari dove si facevano le udienze nelle tende da campeggio perché il Tribunale è risultato edificio abusivo (e fatiscente in maniera pericolosa) o a Genova il cui Palazzo di Giustizia risiede in una struttura destinata ad un ospedale ed ora non garantisce i livelli di aereazione necessari per la prevenzione del contagio: dunque le udienze si fanno dove capita, altrove.

    Bene, dunque, ma non benissimo nel capoluogo lombardo ma nell’aula i microfoni non funzionano, le porte – chissà perché –  vengono lasciate aperte, entrano aria fredda e rumori esterni, il frastuono dell’androne del primo piano.

    Il processo è per bancarotta, le pene sono elevate si capisce che in primo grado è durato anni e vi sono sette capi di imputazione e un’infinità di questioni processuali e l’avvocato inizia ad illustrare con la attenzione necessaria ma dopo una manciata di minuti – sì, qualcuno in più del quarto d’ora complessivo che si voleva dedicare a questa vicenda – il Sostituto Procuratore Generale di udienza interviene ed interrompe lamentandosi che fa freddo, c’è corrente d’aria e troppo rumore…già le porte aperte che, forse bastava chiudere. Quindi chiede alla corte di intervenire per togliere la parola al difensore: “Tanto avvocato, il suo dotto appello possiamo leggerlo tutti. E poi ci sono altri processi. E poi il diritto alla salute viene prima del diritto di difesa!”.

    Già, fa freddo e allora ecco il presidente (donna) annuire vistosamente approvando le richieste del Sostituto Procuratore Generale e dice: “avvocato c’è il covid, possiamo leggerlo il suo appello, le manderemo la sentenza via pec entro stasera”. Già, magari farlo anche decidere da un algoritmo a computer.

    Per chi non lo sapesse, oltre il 40% delle sentenze vengono riformate in secondo grado, sarà per questo che l’appello è così inviso? E per chi ci crede ancora, l’attesa di giustizia continua…

  • In attesa di Giustizia: scandalo a Brescia

    Una cronaca giudiziaria miope e impreparata, se non in mala fede nella spasmodica ricerca della notizia che incrementi ascolti e vendite, ha gridato allo scandalo a causa di una sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Brescia con la quale è stato prosciolto per vizio totale di mente un anziano, Antonio Gozzini, accusato dell’omicidio della moglie.

    L’ossessione giustizialista di cui è preda questo paese, è stata così alimentata dopo il levarsi di molte ed indignate voci senza che nessuna si sia soffermata a considerare un dato banale: quando viene riconosciuta la incapacità di intendere e di volere si viene prosciolti, semplicemente non si è imputabili.

    Da un passaggio della arringa difensiva in favore di Antonio Gozzini in cui si è alluso a una forma di gelosia delirante è stato fantasiosamente distillato il concetto che l’uomo sia stato assolto perché la gelosia è considerata una scriminante e la decisione della Corte bresciana è stata tacciata di un arretramento plurisecolare della giurisprudenza determinando la sgomentata reazione del quarto potere al cospetto dell’ennesimo femminicidio impunito: questa volta a causa di giudici che riportano la loro decisione a una tradizione giuridica simile a quella vigente tra i boscimani che condannava la donna ad una posizione subordinata, prossima alla schiavitù.

    Tutto ciò, si badi bene, senza che siano state depositate le motivazioni della sentenza: e per evitare questo starnazzante disaccordo sarebbe stato – viceversa – sufficiente fare governo di semplice buon senso.

    Buon senso con cui considerare che è impossibile una persona possa essere stata assolta semplicemente perché ha un delirio di gelosia…salvo che non sia lo stesso giudice meritevole di un accertamento psichiatrico.

    Una sentenza di quella natura, infatti, è ovvio che sia stata preceduta da una perizia psichiatrica che ha accertato la incapacità di intendere e di volere dell’imputato, qualunque fosse la natura della patologia. Almeno questo un cronista giudiziario dovrebbe saperlo: ma se ignora basilari fondamenti del processo penale non è del tutto ingiustificata la reazione del cittadino che legge i giornali. In effetti, ci sarebbe da indignarsi ma non per quello che si è verificato, piuttosto per come è stato raccontato.

    Si tratta di un problema ormai incistato del nostro sistema: il rapporto tra processo e mass media, la assoluta approssimazione con cui vengono trattate le vicende processuali; e va a finire che non solo note influencers finiscono ingannate intervenendo a sproposito (e la domanda è: perché intervengono, a prescindere?) ma anche il giurista cui è affidata la Guardiania dei Sigilli della Repubblica cade vittima di una informazione largamente imperfetta. Rincorrendo gli umori dell’opinione pubblica (dato a cui siamo ormai rassegnati), l’Onorevole Bonafede preannuncia che manderà gli Ispettori a Brescia…ma perché, perché? In fondo lui è il Ministro della Giustizia, è un avvocato: è, forse, chiedere troppo che prima rifletta sul fatto che – alla base di quella sentenza – potrebbe esservi anche un problema di genetica molecolare, scienza che studia l’influenza del profilo genetico sul comportamento degli individui, di relazione tra sintomi psicopatologici ed alterazioni della attività cerebrale?

    Sì, questo sarebbe chiedere troppo ad Alfonso Bonafede ma non lo è che – prima di parlare, di prendere iniziative – si procuri se non la motivazione della sentenza (che ancora non è depositata) una copia della perizia psichiatrica: di questa, come di tutte, per comprendere contenuto e valutazione finale si può tranquillamente saltare tutta la parte illustrativa molto tecnica – destinata ai periti di parte – e passare direttamente a quella con scritto in grassetto  “Conclusioni” che sono sinteticamente redatte a prova di cretino. Dunque, vanno benissimo.

  • In attesa di Giustizia: scusi, lei è un assassino?

    Da quasi dieci anni la cronaca giudiziaria si è occupata della sparizione della signora Marinella Cimò, allontanatasi da casa nel 2011 senza lasciar alcuna traccia; il marito, Salvatore Di Grazia, ne aveva denunciato la scomparsa solo dopo dieci giorni inducendo gli inquirenti a concentrare su di lui i sospetti ed a procedere per l’ipotesi di omicidio nonostante il mancato rinvenimento del corpo della donna.  Salvatore Di Grazia è stato processato e condannato quale autore del delitto.

    Nei giorni scorsi, i tempi sono sempre quelli che sappiamo, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’imputato e reso esecutiva una condanna a 25 anni di reclusione.

    La cronaca giudiziaria, quasi interamente di tendenza colpevolista, è soddisfatta perché è stato individuato un responsabile ed inflitta una pena superando l’ostacolo dell’assenza di una prova diretta del fatto. Recentemente, tra l’altro, proprio la Corte di Cassazione ha pronunciato una sentenza di grande spessore che affronta proprio il tema della inutilizzabilità dei meri sospetti per addivenire a una condanna essendo richiesta la sussistenza, perlomeno, di indizi (che sono cosa ben diversa) plurimi e concordanti e come tali idonei a superare la soglia del ragionevole dubbio. E’ la cosiddetta “regola B.A.R.D.” , acronimo derivato dal diritto anglosassone che sta, appunto, per Beyond Any Reasonable Doubt.

    Concetti difficili da digerire per un’opinione pubblica intrisa di davighismo, che si abbevera alla fonte di Marco Travaglio, celebrando – quali che siano – i fasti manettari. Altro che controllo sulla giurisdizione da parte del popolo: tale compito è ormai terziarizzato come dimostra (tra i tanti esempi) un servizio andato in onda a Quarto Grado – con la partecipazione del condannato Di Grazia – che restituisce un quadro preoccupante della nostra epoca e consente di riflettere sul “grado di salute” del nostro sistema giudiziario.

    L’intervista a Di Grazia, nell’imminenza dell’arresto per espiare la pena, lascia sgomenti per modalità ed intenti: l’uomo  viene, infatti, sottoposto ad un giudizio demolitorio, reo non solo del delitto per cui è stato processato, ma anche (forse soprattutto) di aver osato sostenere fermamente la sua innocenza.

    A questo uomo anziano – dalla personalità  particolare, ma non per questo immeritevole di rispetto – sono stati rivolti pressanti interrogativi, quasi a voler ottenere in diretta una confessione mai resa o un’informazione mai concessa.

    “Dov’è il corpo di sua moglie? ”E ancora: “Di Grazia ha ucciso o no sua moglie? Sa io la domanda gliela dovevo fare”… “Ma Di Grazia lei ha 83 anni ed è stato condannato a 25 anni: lei sa cosa vuol dire questo? Cosa ha messo nella valigia (per il carcere), un libro o un pensiero di sua moglie? Ed ancora “Glielo avevo detto Di Grazia di far meno lo strafottente, l’arrogante il burlone perché era palese che c’erano gli indizi contro di lei: ora può fare tutto quello che vuole, ricorrere a procedure e cavilli, ma la sostanza è tutta qua”.

    Domande che non abbisognano di commenti ulteriori circa  la loro gratuità e  sottesa pretesa moralista. Il processo, concluso nelle aule, prosegue e persiste nella sua forza inquisitoria nelle sedi dei talk show o su web, quasi che una sentenza non sia  adeguata a placare la sete di giustizia.

    Una giustizia responsabile di non aver fornito tutte le risposte si pretenderebbe di avere. Insomma un “limite” del sistema processuale. Un limite che – se ci pensiamo – forse è connesso ad una prassi sempre più consueta di accesso (od abuso) al processo indiziario in cui difetta la prova diretta o storica del fatto illecito da accertare e nel quale il Giudice – seppur nel rispetto delle norme e all’esito di una ragionata analisi di quegli elementi – sceglie tra un ventaglio di ipotesi “probabili” quella che egli soggettivamente ritiene “più ragionevole, più credibile”, addivenendo ad una decisione che seppur corrisponde all’accertamento di una verità processuale lascia contorni irrisolti e domande inevase. Un percorso logico giudico in cui l’errore diviene una variabile assai concreta.

    Su tali premesse si erge l’uomo comune nelle vesti del censore, proseguendo in quel compito che la Giustizia ha solo parzialmente assolto; un uomo che sente ancora l’esigenza di chiedere, nonostante una sentenza di condanna definitiva, “Scusi, lei è un assassino”? E meno male che, se nel nostro sistema l’attesa di giustizia è sempre lunga, perlomeno non abbiamo il processo con giuria.

  • Detective stories: lotta contro gli assegni di mantenimento ingiusti

    Complice il periodo di crisi che stiamo tutti vivendo, sono sempre di più le storie di uomini ridotti sul lastrico dalle ex mogli a causa dell’assegno di mantenimento da corrispondere in seguito al divorzio.

    Alcuni anni fa mi occupai del caso di “Antonio”, un dipendente aziendale costretto dal giudice a corrispondere circa 700 € mensili alla ex moglie “disoccupata”. Ciò causò diversi disagi ad Antonio, non solo a livello economico ma anche psicologico, difatti, non riuscendo più a far fronte alle spese giornaliere ed essenziali,  si era dovuto privare di tutti quei piccoli piaceri che aiutano ad affrontare la nostra quotidianità nei momenti più difficili, annullando qualsiasi forma di prospettiva e riducendo la propria esistenza a quella di “esecutore” di un contratto al servizio perenne di una persona che, per diversi motivi,  gli aveva fatto solo del male.

    Le indagini che vennero condotte successivamente mostrarono come in realtà la donna, una freelance esperta in strategie di web marketing, si recasse cinque giorni la settimana presso gli uffici di una amica, oltre che a condurre uno stile di vita dedito ad eccessi, con diverse uscite serali e cene in compagnia del suo gruppo di amiche durante le quali era solita spendere importanti cifre di denaro fra aperitivi, cene e cocktail.

    Il dato più interessante che emerse però fu la scoperta dell’esistenza di un nuovo compagno, frequentato in maniera assidua dalla donna soprattutto presso la di lui abitazione, dove spesso rimaneva a dormire.

    Quest’ultimo dato, decisamente importante e parzialmente ignorato dal giudice di allora (con poco rammarico da parte di Antonio, al quale alla luce di quanto emerso venne concessa una modifica dell’assegno di mantenimento), torna oggi a far parlare di sé prepotentemente nell’ambito delle separazioni e del diritto di famiglia.

    Con la sentenza del 20 ottobre 2020 la Corte di Cassazione ha difatti stabilito che se un “rapporto è caratterizzato da ufficialità, nonché fondato sulla quotidiana frequentazione con periodi più o meno lunghi di piena ed effettiva convivenza” ciò rappresenta una condizione tale per cui l’assegno di mantenimento può essere annullato.

    Questa sentenza rappresenta una svolta per tutte quelle persone ingiustamente costrette per anni al mantenimento di ex coniugi loro volta mantenuti e/o supportati economicamente da nuovi partner.

    Se molti hanno criticato questa sentenza sostenendo che in questo modo le donne non siano più libere di ricostruirsi una vita affettiva, vorrei ricordare che è noto tra gli avvocati matrimonialisti come, pur di non rinunciare all’assegno di mantenimento, l’ex coniuge sia spesso disposto a ricorrere a diversi trucchetti, cercando lavoro in nero e creando situazioni di quotidianità fittizie che celino l’esistenza del nuovo partner, come nel caso della ex moglie di Antonio.

    Per questo motivo non ritengo che la sentenza rappresenti un attacco diretto alla libertà delle donne, che saranno sempre libere di intraprendere nuove frequentazioni e di percepire i loro leciti assegni di mantenimento, fino alla creazione di un loro nuovo nucleo familiare e/o rapporto stabile e duraturo le cui caratteristiche rendano nulla la necessità di percepire il mantenimento da parte dell’ex coniuge.

    Oggi grazie all’utilizzo di diverse strategie investigative siamo in grado di documentare con certezza se di fatto sussistano o meno i presupposti affinché venga corrisposto l’assegno di mantenimento ad un ex coniuge, la recente sentenza della corte di cassazione avvalora l’importanza di queste prove in sede giudiziaria e rappresenta un enorme passo in avanti nel segno della giustizia nel segno del rispetto reciproco. 

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • La maggior parte dei cittadini europei vuole che i fondi dell’UE siano erogati in base allo Stato di diritto

    La pandemia di Coronavirus in Europa e il successivo collasso delle molteplici economie del blocco a 27 hanno avviato un acceso dibattito sull’assegnazione del Recovery Fund da parte di Bruxelles con la maggior parte dei residenti dell’UE che chiede una distribuzione del denaro basata sulla situazione dello Stato di diritto.

    In un sondaggio del Parlamento europeo del 20 ottobre, il 77% dei cittadini europei insiste affinché i fondi dell’UE vengano erogati solo ai paesi che attuano efficacemente lo Stato di diritto e difendono i principi democratici. Il sondaggio online è stato condotto dall’agenzia Kantar all’inizio di ottobre e ha coinvolto quasi 25.000 cittadini di età compresa tra i 16 e i 64 anni in tutta Europa.

    Più del 50% dei cittadini lussemburghesi, austriaci e maltesi è favorevole a vincolare i fondi dell’UE alla libertà di stampa, all’indipendenza della giustizia, alle iniziative contro la corruzione e alla protezione delle libertà civili.

    I risultati del sondaggio hanno fatto eco alle opinioni del Commissario europeo per i valori e la trasparenza, Vera Jourova, che ha dichiarato a luglio che i membri dell’Unione europea dovrebbero ricevere denaro dal bilancio dell’UE e dal Recovery Fund solo se dispongono di tribunali solidi e misure concrete ed efficaci contro la corruzione. Lavorando sulla questione, la Commissione ha presentato alla fine di settembre la sua prima relazione in assoluto per conoscere la situazione dello Stato di diritto nei 27 membri dell’UE. Sebbene possa servire come base per un ulteriore controllo dei paesi dell’UE, il rapporto non può portare ad azioni legali concrete contro nessuno di essi.

    Alla domanda su come spendere il budget dell’UE, il 54% degli intervistati desidera vedere i fondi stanziati per migliorare la salute pubblica e il 42% ha optato per la ripresa economica e nuove opportunità per le imprese.

    Portogallo, Grecia e Spagna sono stati tra i più convinti sostenitori di una maggiore spesa dell’UE per la sanità pubblica.

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: nulla di nuovo sotto il sole

    Non è vero che la Giustizia è stata dimenticata dalla politica: ma forse sarebbe stato meglio così.

    Con un preoccupante disegno di legge delega presentato alle Camere già da qualche mese e pronto per essere esaminato, un governo a fine corsa, capace solo di alimentare la sua spinta populista, prosegue con l’obiettivo di demolizione delle garanzie processuali in nome di principi incompatibili con la Costituzione e le regole del giusto ed equo processo.

    E’ stupefacente la ostinata incapacità di comprendere i veri “mali” del sistema processuale penale non meno della dalla pretesa di propagandare come panacea un insieme di inutili, anzi dannose riforme contenute in un progetto che si propone come l’ennesimo spot ed ha come testimonial il Ministro Bonafede: il che basterebbe a valutarne – senza leggere – il livello qualitativo

    L’inclito Guardasigilli, tra le altre cose, nel suo progetto, propone:

    1. di rendere fruibili le prove acquisite durante un dibattimento indipendentemente dal fatto che – con i tempi dei nostri processi è ipotesi frequente – nel frattempo siano fisicamente cambiati i giudici del tribunale: con ciò affidando la decisione a chi può solo leggere ciò che è accaduto ma non ha partecipato, anche formulando domande e ponendo questioni, alla formazione delle prove medesime; 2. di rendere monocratico il giudice di appello, perdendo definitivamente il valore della collegialità e la possibilità di un confronto si questioni delicate; 3. di burocraticizzare i tempi del processo con inutili sanzioni disciplinari anziché con interventi volti a dare concretezza al sacrosanto principio della ragionevolezza dei tempi processuali (il cittadino sarà eterno indagato e merce di ricatto sul terreno della politica); 4. Infine un farsesco incremento dei riti speciali intesi come deflattivi ma rimpolpati di automatismi preclusivi come piace ad ogni legislatore autoritario.

    Il segno dei tempi, direte voi.

    Infatti i Parlamentari sembra che rimangano sordi alle sollecitazioni – molte congiunte – della Avvocatura e Magistratura che hanno, viceversa, indicato la strada virtuosa da seguire.

    Di loro vorremmo ricordarci  come degni rappresentati della nobile funzione legislativa, non come yes men pronti a schiacciare bottoni approvando progetti preconfezionati in nome del nulla. La speranza è l’ultima a morire.

    Nel frattempo sta andando a conclusione il procedimento disciplinare a carico di Luca Palamara: l’accusa ha chiesto la destituzione dall’ordine giudiziario e così sarà all’esito – anche in questo caso – di un processo, piaccia o non l’accusato (e non è che possa piacere molto o ispirare simpatia), certamente tra i meno garantisti cui si sia assistito: perché c’era un colpevole designato cui è stato negato di far sentire la stragrande maggioranza dei suoi testimoni e che è stato giudicato da un collegio composto da molti personaggi in qualche modo coinvolti a loro volta. Un processo dal retrogusto vagamente staliniano e quando questo articolo verrà letto ci sarà già la scontata decisione: una condanna che giunge dopo avere opportunamente evitato approfondimenti per evitare il rischio che saltassero fuori un po’ troppi scheletri fino ad oggi silenziosamente custoditi negli armadi con ciò provando a salvare il salvabile della immagine di una parte della Magistratura, una parte dalla quale – comunque – ci si aspetta che renda giustizia. E la legalità? Restate pure in paziente attesa anche di quella:  non c’è nulla di nuovo sotto il sole.

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