Legge

  • In attesa di Giustizia: finché c’è Cuno c’è speranza

    Cuno Tarfusser, classe 1954, meranese: è un Magistrato che ha iniziato la sua carriera come avvocato (il che, forse, spiega molte cose…) e dal 1985 l’ha proseguita come Sostituto Procuratore della Repubblica a Bolzano dove nel 2001 è divenuto Procuratore Capo. In quella veste ha diminuito i costi ed aumentato l’efficienza dell’Ufficio tagliando le spese per le intercettazioni e ottenendo fondi europei per assicurare la liquidità necessaria al funzionamento ottimale della Procura che lo Stato non gli garantiva; la sua gestione è stata presa come modello…parrebbe non seguito da molti.

    Nel 2009 è stato eletto giudice della Corte Penale Internazionale, su proposta del Governo Italiano,  e dopo una dozzina d’anni circa passati a L’Aja, ora è Sostituto Procuratore Generale a Milano.

    Cuno Tarfusser è l’arkè socratico del Magistrato, è uno di quelli che offrono conforto alle speranze di chi è in attesa di Giustizia e a chi – giustamente – pensa che non tutti sono come Piercamillo Davigo o i compagni di merende dell’Hotel Champagne le cui gesta sono state svelate da Luca Palamara: anzi, è uno che si è detto onorato perché il C.S.M. lo ha escluso dalla “corsa” al ruolo di Procuratore Capo di Milano perché definito un “eretico” (in realtà perché non inserito in alcuna corrente).

    Da quando è a Milano, sia pure in un ruolo diverso, ha fatto molto parlare di sé anche se quasi solo negli ambienti giudiziari: al di fuori se ne sa poco, ma vediamo di riassumere con qualche esempio cosa è stato in grado di fare ultimamente contribuendo a ridare credibilità ad un Ordine Giudiziario in totale dissesto.

    Tarfusser è colui che – nel 2021 – era talmente convinto della innocenza di alcuni imputati per traffico di farmaci avariati (condannati in Tribunale a pene pesantissime) che ne chiese lui stesso l’assoluzione quando il processo giunse in Appello e contro la sentenza di conferma della Corte propose anch’egli ricorso per Cassazione allineandosi alla difesa: cosa assolutamente inusuale ma che dovrebbe essere una regola se si vuole essere organo di giustizia e non un inquisitore vincolato al ruolo a prescindere. E la sentenza è stata annullata dalla Suprema Corte come chiedeva Tarfusser.

    Nel mese di agosto sempre del 2021 fu mandato per un brevissimo periodo a Lecco in veste di Procuratore Capo facente funzioni: il C.S.M. infatti tardava a nominare il nuovo vertice dell’Ufficio ed al termine del suo incarico scrisse una durissima lettera indirizzata proprio al Consiglio Superiore ed inoltrata tramite il Procuratore Generale di Milano: un “addio ai monti” che fotografava lo stato di abbandono di quell’Ufficio Giudiziario definito in  “una situazione desolante… nel disinteresse di chi dovrebbe ovviarvi…paradigmatica del fallimento del cosiddetto autogoverno della magistratura: un organismo del tutto incapace di gestire in modo anche solo decente i suoi amministrati in modo da metterli in grado di garantire un servizio giustizia degno di questo nome”. In undici punti elenca, poi, tutte le manchevolezze registrate durante la sua permanenza a Lecco concludendo con un ringraziamento a tutti coloro che con lui hanno collaborato affrontando difficoltà di ogni genere nel rispetto e considerazione che si devono ai cittadini. Poi è inutile chiedersi perché al C.S.M. non è particolarmente amato.

    Pochi giorni fa è intervenuto in merito al programmato sciopero proclamato dalla Associazione nazionale magistrati per protestare contro le riforme della Ministra Cartabia (che, pure, dice non piacergli particolarmente) definendolo “sovversivo” perché è la protesta di chi esercita un potere dello Stato contro un altro potere dello Stato.

    Afferma ancora che “è come se in vista di un processo che non sta procedendo verso l’esito atteso, il Governo o il Parlamento decidessero di scioperare contro la magistratura” e conclude considerando anche che “le modalità con cui oggi i magistrati si autovalutano non so se sono più ridicole o vergognose”.

    Finchè c’è Cuno c’è speranza, quindi: e come lui ve ne sono molti altri, è giusto dirlo e che si sappia: altri che – magari – hanno l’unico difetto di non essere iscritti alla corrente giusta, o alla Loggia Ungheria o, comunque, di non avere potenti padrini (o padroni).

  • In attesa di Giustizia: Bipartisan

    Cauti nella critica e generosi nella lode, in questa rubrica abbiamo magnificato in più occasioni le intraprese del Premier che ha conseguito il titolo di Professore Ordinario con i Punti Fragola dell’Esselunga (qualcuno sostiene con la raccolta, per tempo oculatamente fatta dai genitori, degli indimenticati punti VDB) e del suo discepolo prediletto: l’ilare giureconsulto assurto al seggio di via Arenula.

    Equità vuole che non vengano dimenticate altrettanto mirabolanti azioni di governo, volte a rendere l’Italia un Paese migliore, riferibili ad Esecutivi del passato: questa è una settimana dedicata all’amarcord.

    In una stagione che, climaticamente, inizia ad essere più che mai favorevole agli sbarchi di migranti sulle coste siciliane – tema sempre di attualità – è cosa buona e giusta celebrare come meritano gli interventi di inizio millennio intesi a contrastare il fenomeno.

    La premessa d’obbligo è che, all’epoca, il nostro arsenale normativo disponeva di una legge caratterizzata – se non altro – da una certa chiarezza: la c.d. “Turco-Napolitano” che in quattro punti essenziali affronta il problema. Nei primi articoli statuisce che ai cittadini stranieri sono garantiti i medesimi diritti spettanti agli italiani secondo le convenzioni ed i canoni di diritto internazionale, nonché quello di partecipazione alla vita pubblica locale riservato a coloro che fossero regolarmente soggiornanti. Viene, quindi, fatta una netta distinzione tra regolari ed irregolari.

    L’articolo 4 prevede che l’ingresso nel territorio dello Stato è consentito solo a chi sia munito di un passaporto o valido ed equipollente documento, il successivo contiene la disciplina per il rilascio del permesso di soggiorno e l’articolo 10…i respingimenti di coloro che risultino privi di tali requisiti deputati alla Polizia di Frontiera: in fondo, i medesimi principi enunciati da Matteo Salvini in maniera più pittoresca.

    Legge chiara ma, purtroppo, inefficace perché prevedeva la notifica del decreto di espulsione al soggiornante irregolare (che lo cestinava appena uscito dalla Questura) incorrendo poi nella difficoltà operativa di eseguire materialmente il provvedimento rintracciandolo e rimandandolo al Paese di provenienza.

    Ecco allora, nel 2002, abbattersi sui clandestini la implacabile “Bossi-Fini” con la previsione di nuovi reati, pene più severe e carcere per tutti. Nihil novi sub sole: il ricorso ai soliti strumenti del diritto penale che non fanno paura a nessuno con qualche “curiosità” degna di nota: per esempio la previsione dell’arresto obbligatorio per chi non avesse ottemperato al decreto di espulsione.

    Senonchè, il reato era ed è previsto come contravvenzionale e per le contravvenzioni (che non sono quelle per divieto di sosta, che si chiamano sanzioni amministrative, ma una categoria degli illeciti penali) la legge proibisce la carcerazione preventiva…il risultato fu che le Forze dell’Ordine dovevano obbligatoriamente eseguire arresti, compilare verbali, sottrarre risorse ad altri impieghi e trasmettere tutto in Procura dove il P.M. non poteva fare altro che disporre la liberazione immediata dell’arrestato. Questo, almeno, finché qualcuno se ne accorse e la legge fu modificata: nel frattempo aveva tanto inutilmente quanto inesorabilmente intasato i tribunali.

    Non ammonito da riflessioni salutari, il Governo pensò allora di ricorrere diversamente al mito della sanzione penale, ipotizzando il ricorso all’arresto in flagranza del clandestino al momento dello sbarco.

    Orbene, i sostenitori di questa opzione – parliamo di Ministri e Parlamentari della Repubblica – non avevano considerato quanto prevede la Costituzione e cioè che gli arresti in flagranza devono essere convalidati o meno da un giudice entro al massimo 96 ore.

    Alzi la mano chi, anche senza avere dimestichezza tecnica con la materia, ritiene possibile che uno sventurato G.I.P. di Agrigento o di Ragusa (per fare degli esempi) possa celebrare decine se non centinaia di udienze nel volgere di una manciata di ore e redigere anche le ordinanze conseguenti…a tacer del fatto che si sarebbe dovuto, comunque, trovare posto in carcere per queste torme di sventurati nuovi giunti. Forse, si confidava nel fatto che il Guardasigilli – un ingegnere – ne potesse progettare e realizzare di nuove e capienti, a tempo di record.

    A qualcuno, però, nelle stanze dei bottoni venne, fortunatamente ed in tempo utile, di consultarsi con un amico magistrato la cui fragorosa risata offrì risposta al quesito. E spontanea sorge la domanda: ma, i Capi di Gabinetto, gli innumerevoli magistrati fuori ruolo assegnati a Ministeri e Authority, hanno studiano giurisprudenza alle serali al buio?

    I Governi successivi continuarono a ritoccare in qualche modo – e con i risultati che ben conosciamo –   quella che è divenuta una variopinta arlecchinata normativa e gli scafisti, ben compreso con chi hanno a che fare, ringraziano.

    Malcontate, sono circa duecentocinquantamila le leggi vigenti nel nostro Paese (la media negli altri Membri UE è di circa 1/10) ed a queste si aggiungono circolari interpretative, direttive, protocolli di intesa e regolamenti…fatevi una domanda e datevi la risposta del perché la Giustizia non funziona.

  • In attesa di Giustizia: statistica giudiziaria

    Nelle settimane passate, questa rubrica si è interessata a episodi di lassismo ed emblematici abusi di potere da parte di magistrati della Procura volti a verificare la fondatezza di richieste di rinvio di udienze per legittimo impedimento dell’avvocato difensore.

    Come vanno realmente le cose nei nostri tribunali è possibile rilevarlo in base ad una indagine (la seconda, negli ultimi anni) svolta da Eurispes in collaborazione con l’Unione delle Camere Penali.

    Discutere senza dati sarebbe, infatti, un esercizio fine a sé stesso e solo il possesso di riferimenti statistici rende degno di essere affrontato anche il discorso sulla funzionalità giurisdizionale e sui correttivi da apportarvi.

    Il “Secondo Rapporto sul Processo Penale” (visionabile anche su Youtube, per chi fosse interessato ad approfondire) racchiude gli esiti di un lavoro svolto di raccolta durato dalla primavera a fine del 2019: appena in tempo prima della pandemia che ha mutato in maniera significativa, ed in peggio, lo scenario.  Sono raccolti i dati in 32 Tribunali, monitorando il significativo campione di 13.755 processi.

    Da tale indagine sono emersi diversi rilievi: nella stragrande maggioranza dei casi, ossia nel 79,4%, l’imputato è maschio ed i reati sono in prevalenza quelli contro il patrimonio, seguiti da quelli contro la persona e dalle violazioni al codice della strada penalmente rilevanti come la guida in stato di ebbrezza.

    Quanto alla più interessante  gestione delle udienze è emerso che: nel 30,6% di casi i processi subiscono un ritardo anche largamente superiore alla mezz’ora , senza alcuna giustificazione da parte del giudicante, per sessioni di udienza mediamente di circa 6 ore e nel 95,1% dei casi l’orario di chiamata non coincide con quello di originaria fissazione dell’udienza; il ritardo medio di chiamata si attesta attorno ai 50 minuti e nel 74,6% dei casi il processo non si conclude nella stessa udienza, ma è oggetto di rinvio.

    Rispetto a quest’ultimo tema, è stato interessante analizzare le cause, per sfatare alcuni falsi miti o avere conferme. Il rinvio viene infatti disposto principalmente, oltre a motivi non tipizzati (23,9%), per omessa o irregolare notifica all’imputato nel 7,4% dei casi, perché trattasi di udienza per la sola ammissione delle prove nel 14,7%; l’assenza dei testi del Pubblico Ministero provoca un rinvio nel 5,2% dei casi.

    La richiesta del termine a difesa è causa del 3,8% dei rinvii, in percentuale quasi equivalente all’eccessivo carico del ruolo (3,6%) e ai tentativi di conciliazione (3,4%). Le percentuali minori riguardano il legittimo impedimento del difensore fermo all’1,8%: una percentuale di poco superiore all’assenza del giudice titolare in udienza (1,6%). A quest’ultimo, però, di solito non mandano i Carabinieri a casa per verificare i motivi di mancata partecipazione…

    Importantissimi sono infine dati sugli esiti del processo: si concludono con sentenza di condanna solo nel 34,1% dei casi; al netto delle ipotesi ritiro delle querele e pochi altri casi determinati da ragioni tecniche diverse, ciò significa che circa il 70% del carico è costituito da imputazioni azzardate ovvero per fatti di marginale gravità che si prescrivono in tempi molto brevi ovvero che si concludono con una conciliazione tra le parti. Come dire, in quest’ultimo caso, che lo Stato potrebbe anche evitare di ricorrere al diritto punitivo per fatti che ricadono strettamente nella sfera di interesse dei privati, che possono diversamente tutelarsi, evitando di intasare gli uffici giudiziari con questioni bagatellari.

    Resterebbe un ultimo dato da valutare, ma gli eventi che ne rivelano l’opportunità sono emersi successivamente all’indagine UCPI/Eurispes: la consistenza dell’organico dell’Ordine Giudiziario rispetto al carico di lavoro al netto di destituzioni, provvedimenti disciplinari, opportuni pre pensionamenti, trasferimenti e arresti.

    La Nemesi, infatti, ha iniziato il suo corso e sembra di assistere alla Sinfonia degli addii di Haydn dove gli orchestrali si allontanano uno a uno lasciando solo, alla fine, il primo violino.

  • In attesa di Giustizia: Avvocati

    Sapete da cosa si capisce se in un incidente stradale è stato investito un cane o un avvocato? Solo nel caso della bestiola, ci sono tracce di frenata. Così recita una vecchia freddura che, probabilmente, fa ridere solo la redazione del Fatto Quotidiano.

    Vero è che non tutti sono dei luminari del diritto, vero che faccendieri nella categoria ce ne sono, ed anche taluni mascalzoni patentati, ma quella dell’Avvocato (con la A maiuscola) è ancor più che una professione, è  un ministero cui adempiono in tutto il mondo uomini la cui nobiltà d’animo è fuori discussione.

    In questo tempo angoscioso in cui il cannone è tornato a tuonare nel cuore dell’Europa, proprio gli avvocati – quelli di Kiev – sono stati tra i primi a battersi per la libertà: questa volta quella della loro Patria arruolandosi volontari ed imbracciando un fucile invece che un codice.

    La Giunta dell’Unione delle Camere Penali, in nome dei penalisti italiani ha inteso far sentire la propria voce con un documento nel quale vi è una netta presa di posizione “al fianco delle donne e degli uomini della Repubblica dell’Ucraina, e del loro diritto alla vita, alla libertà, all’autodeterminazione”.

    Prosegue affermando che “chi come noi ha dedicato e dedica la propria vita professionale alla difesa dei diritti della persona, oggi non può che essere dalla parte di chi vede negati, con violenza feroce e cinica, i più elementari diritti umani: alla vita, alla integrità dei propri beni, alla libera autodeterminazione di un popolo…al tempo stesso, vogliamo esprimere la nostra fraterna solidarietà e la nostra incondizionata ammirazione nei confronti delle colleghe e dei colleghi russi in queste settimane impegnati, con ben immaginabile rischio personale, in difesa dei propri concittadini, destinatari di arresti ed incriminazioni iperboliche solo per aver manifestato il proprio dissenso da quella scellerata iniziativa del proprio Governo. Ancora una volta, laddove si invoca libertà, dovrà esserci un avvocato libero; dove si minaccia o si nega la libertà del difensore, si minaccia o si nega la libertà e la dignità di un intero popolo”.

    Vale, forse, la pena – per restare ancor più in argomento – ricordare una citazione tratta da un testo di letteratura russa: durante un processo ad ufficiali zaristi, il pubblico ministero apostrofò l’avvocato chiedendogli polemicamente “dove eravate voi avvocati mentre i contadini morivano uccisi dai soldati dello Zar?” e l’avvocato rispose: “eravamo a difendere quei contadini che voi perseguitavate in nome della legge dello Zar”.

    Ecco, c’è da essere orgogliosi di vestire la Toga di avvocato, di essere i difensori delle garanzie dei cittadini e della libertà. E quando qualcuno, con contorsioni concettuali degne del casuismo gesuitico del XVI secolo,  plaude al largo impiego dei ceppi perché inducono al pentimento, sono proprio gli avvocati a saper contrastare tali argomenti richiamandosi al pensiero di Pascal che li ha implacabilmente folgorati superandone la parvenza logica: ma si tratta, appunto di una parvenza, di illusioni verbali.

    Ma non andate a dirlo a Nicola Morra, che pure presiede la Commissione Parlamentare Antimafia, al Professore Conte (professore di che, poi? Forse di diritto e rovescio, istituzioni di uncinetto) e meno che mai al suo prediletto allievo, Alfonso Bonafede: non provate a spiegar loro che si tratta di trucchi epistemiologici rinvenibili nei trattati di Vasquez de la Cruz, Fernandez, Suarez o Squillanti perché penserebbero  che stiate citando calciatori dell’Uruguay campione del Mondo nel 1950.

    Viva la libertà.

  • In attesa di Giustizia: terapia intensiva

    I contagi stanno diminuendo, o forse no, tuttavia lo stato di emergenza dovrebbe terminare a fine mese…quella sanitaria; a parte quella indotta dalla guerra in Ucraina, ve n’è un’altra – per così dire – in servizio permanente effettivo: quella nel settore della Giustizia che i due anni di pandemia hanno portato in prossimità del collasso definitivo soprattutto nel settore penale a causa del rinvio di decine di migliaia di udienze determinate dal lock down o da problemi successivi di contagio equamente distribuiti tra giudici, avvocati, cancellieri, testimoni, parti ed esigenze di sanificazione delle aule e degli uffici infettati.

    Non di rado, l’impossibilità di celebrare un’udienza si scopre solo il giorno stesso in cui si dovrebbe tenere: qualcuno non è stato fatto entrare nel Palazzo perché la temperatura era superiore a 37,5° (oppure non è neppure uscito di casa), qualcun altro ha un famigliare convivente che si è scoperto positivo la sera prima…: le possibilità sono infinite e, talvolta, comportano che non una sola udienza ma tutte quelle iscritte a ruolo vengano differite, come nel caso che la criticità tocchi il magistrato assegnato.

    In qualche caso, disperatamente, si cerca di recuperare con iniziative che si collocano oltre il limite dell’impraticabile, sconfinando nella fantascienza: onore all’impegno ma, senza fare nomi, in più di una sede di Tribunale sono state inserite al ruolo di un unico giudicante ed in un solo giorno oltre una cinquantina di cause che non potranno mai essere portate avanti. Ma, tanto, non si prescrive più quasi nulla e l’onore è salvo.

    Per dare un’idea, se un’udienza deve essere solamente rinviata per mancanza di una o più notifiche  (particolarmente quelle “saltate” durante la prima fase emergenza, quando i cancellieri erano in finto smart working, a casa senza gli strumenti per operare) tra verifica dei presenti, della regolarità o meno degli avvisi agli assenti – a volte più di uno se gli imputati e gli avvocati sono molteplici – e dettatura della verbale al segretario con indicazione di quanto necessario fare per la volta successiva (nella speranza che venga fatto…) servono almeno dieci minuti ed una giornata in tribunale, considerando anche qualche attività più consistente, dovrebbe prevedere una durata superiore alle dieci ore. Il tutto immaginando che non vengano fatte pause neppure per un caffè molto ristretto.

    L’“effetto valanga” determinato dai vecchi processi che non si fanno, cui si aggiungono quelli nuovi, è facilmente immaginabile. Per la verità di nuovi processi se ne vedono pochi perché anche le Procure della Repubblica, che sono il primo motore della giustizia penale sono con il motore ingolfato non solo a causa della pandemia ma anche per altri motivi che hanno toccato soprattutto alcune tra le maggiori, con  la “decapitazione” dei vertici per irregolarità nelle nomine (Roma), pensionamenti (Milano) e anche qualche arresto (Taranto). E questo solo per ricordare esempi noti, a tacere dei problemucci che si sono riversati su altre figure della magistratura ancorchè non apicali.

    Le Procure, però, sono preoccupate di una cosa: la statistica! Dovendo dare prova di produttività  ecco che si vedono – un po’ dovunque – chiusure di indagini e rinvii a giudizio per crimini efferati come la mancata comunicazione alla Questura di tre ospiti in un albergo, lesioni volontarie diagnosticate come guaribili in un giorno, ritardata comunicazione ai vigili del fuoco della installazione di una caldaia nuova in un condominio. Sono casi reali, ancora una volta citati paradigmaticamente e senza pretesa di esaurirne la serie infinita di altri analoghi. Di indagini serie non c’è traccia e non dipende solo dalla mancanza di personale, dal covid,  dalla complessità delle investigazioni: il punto è che con il blocco della prescrizione, a cu si è già accennato, ce la si può prendere molto comoda ed in presenza di altre discutibili giustificazioni il piccolo cabotaggio, tanto per dare un segnale di esistenza in vita, è la soluzione.

    Anche per questo sarà ricordato l’ispiratore di una delle più miopi e scellerate riforme che si siano prodotte da sempre. E tu ridi pagliaccio, vesti la giubba (della Polizia Penitenziaria) e la tua faccia infarina: tanto, la Giustizia può attendere anche se ormai  è in terapia intensiva.

  • In attesa di Giustizia: parole, parole, parole

    Nei giorni scorsi il Presidente MATTARELLA si è nuovamente insediato al QUIRINALE, prestando giuramento alle Camere e pronunciando il tradizionale discorso che, altrettanto tradizionalmente, è di alto contenuto istituzionale ma dai contenuti prudentemente generici nel rispetto del ruolo di garanzia che gli è affidato cui corrispondono l’autonomia del Parlamento e del Governo.

    Questa volta, diversamente dal passato, qualcosa di nuovo e di buon auspicio – rispetto ai soliti richiami alla nobiltà della politica, ai principi costituzionali, la solidarietà verso i più deboli… –  si è colto nelle parole del Presidente: una forte sollecitazione alla necessità di riformare la giustizia.

    E’ un tema sul quale MATTARELLA, nei sette anni precedenti, ha mantenuto un atteggiamento che eufemisticamente si potrebbe definire cauto: sette anni di disgrazie, tra l’altro, caratterizzati dall’“affaire” Palamara, dall’occultamento di prove a favore di imputati da parte della Procura di Milano e dai molti altri scandali che hanno assestato colpi formidabili alla autorevolezza della magistratura (m, rigorosamente minuscola).

    Sette anni nei quali il garante della Costituzione ha firmato leggi di evidente incostituzionalità: da quella sulla legittima difesa (in questo caso, invece di opporre il veto, ha tiepidamente suggerito – restando inascoltato – di rivedere alcuni punti non del tutto allineati con la Carta Fondamentale dello Stato) a quella sulla prescrizione, a tacere di quella sul congelamento della prescrizione per i processi precedenti alla riforma da celebrare al Tribunale di Bari, crollato perché, in sostanza, edificio abusivo e privo di manutenzione. Ma gli esempi potrebbero essere anche altri, partitamente nel ruolo di Presidente del C.S.M..

    Colpisce, allora, l’inedita forza degli argomenti, le sollecitazioni affinché la magistratura recuperi credibilità da parte dei cittadini che “neppure devono avvertire il timore per il rischio di decisioni arbitrarie ed imprevedibili che, in contrasto con la certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone”.

    Non bastasse, il Presidente ha auspicato che la le riforme siano frutto di un costruttivo confronto tra magistratura (m sempre minuscola, per ora) ed Avvocatura con un richiamo esplicito al ruolo cruciale che quest’ultima riveste in un serio percorso riformatore.

    E ancora: il sovraffollamento carcerario è visto come intollerabile offesa alla dignità umana. Bravo Presidente, bravo anche chi gli ha scritto e/o suggerito il discorso ma la impennata di orgoglio non può che essere applaudita.

    Non da tutti, ovviamente: il Fango (con la g, certo) Quotidiano, commentando il discorso di Mattarella, ha titolato “applausi soprattutto contro i giudici” e l’editoriale di Travaglio trabocca di bile con commenti astiosi.

    In questi giorni si celebra – si fa per dire – il trentennale di “Mani Pulite” che, probabilmente, sarebbe meglio definire “Indagini opache”, l’inizio della fine del giusto processo, e c’è da sperare che la vigorosa sollecitazione del Presidente della Repubblica, con attenzioni rivolte sul versante non solo di chi amministra la amministrazione della giustizia ma di chi ne subisce la preponderante forza, non resti un sussulto isolato.

    C’è da sperare, più che nel Parlamento attuale – infestato da Cinque Stelle cadenti – in quello che verrà, che queste, come in una celebre canzone di Mina, non restino parole, parole, parole, soltanto parole…

  • In attesa di Giustizia: sezione doppio zero

    L’epilogo dell’ultimo film in cui Daniel Craig ha interpretato l’agente 007 ha lasciato sgomenti gli appassionati perché muore il leggendario personaggio dei romanzi di Ian Fleming.

    Tuttavia, come di consueto, in fondo ai titoli di coda è apparsa la scritta “James Bond ritornerà” e si è iniziato ad ipotizzare chi potrebbe indossarne i panni nella prossima puntata della saga: sarà un britannico per forza, una donna, di colore? La Produzione non si sbilancia, un po’- forse – per esigenze di marketing facendo crescere l’attesa, ma è verosimile che una rosa di nomi vi sia già.

    Grazie allo straordinario lavoro della redazione del Fatto Quotidiano – sempre siano lodati Peter Gomez e Marco Travaglio – abbiamo già una ghiotta anticipazione: non sarà britannico ma italiano, non sarà neppure un ex ufficiale di Marina Militare e come copertura del suo ruolo di agente del Military Intelligence Six con licenza di uccidere non avrà più la società fantasma Universal Export ma un elegante ufficio con la targa “Studio legale” sulla porta.

    Avete indovinato? Sarà un avvocato italiano, si dice “del Sud” ma nessuno deve sentirsi ingiustamente escluso nella fase che è ancora di casting.

    Ma come hanno fatto questi equilibrati e operosi giornalisti a scoprire tutto ciò? E’ presto detto: grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittima la norma che prevede la censura sulla corrispondenza tra gli avvocati e i detenuti al 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai mafiosi. Decisione ineccepibile che rileva come il diritto di difesa ricomprenda quello di comunicare in modo riservato tra difensori e assistiti.

    Al Fatto, però, la pensano in maniera diversa e scrivono: “geniale! così i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera”; evidentemente ne sanno di più dei Giudici della Consulta che hanno osservato che una tesi contraria rappresenterebbe una generale ed insostenibile presunzione di collusione tra il patrocinatore e l’imputato.

    Bene ma non benissimo: una vera e propria licenza di uccidere sarebbe stata rilasciata, in questo modo, dal massimo organo giurisdizionale della Repubblica agli avvocati ed ai loro clienti.

    L’insinuazione è infamante ed alimenta indiscriminatamente discredito: la Presidente del Consiglio Nazionale Forense se ne è lamentata in nome di tutta la categoria con una lettera al Direttore, ricordando – tra le altre cose – la funzione essenziale del difensore nel processo.

    La risposta, dai toni garbati e i contenuti di elevato spessore argomentativo esordisce con “Poco gentile Presidente” e prosegue considerando che l’invettiva non era certamente rivolta a tutti gli avvocati ma che “molte mele marce ci sono anche fra gli avvocati”, cosa ben nota a chi si intende di criminalità organizzata. Conclude dicendo che continuerà a scrivere ciò che pensa senza chiedere il permesso a nessuno, definisce “comiche diffide” quelle ricevute e invita la Presidente a lamentarsi, piuttosto, con Mario Draghi che imponendo l’obbligo di green pass per accedere nei tribunali ha leso, lui sì, il diritto di difesa.

    Finita la lettura di questo sproloquio si avverte proprio l’esigenza di un agente della sezione Doppio Zero: inteso il richiamo a quella che – un tempo – era la sigla che indicava i “locali di decenza” (oggi meglio noti come toilette) per rivolgere a Travaglio più che una diffida un perentorio invito: “Ma vai a ******”.  E i lettori mi perdoneranno la licenza poetica.

  • In attesa di Giustizia: niente di nuovo sul fronte occidentale

    Le settimane passano, progetti di riforma e disegni di legge si susseguono ma nonostante i buoni propositi,  il settore della Giustizia non sembra risentirne in meglio.

    Siano sufficienti, come al solito, un paio di esempi scelti  tra gli ultimi che si potrebbero fare.

    Accade innanzitutto – o, forse, sarebbe meglio dire “accadde qualche tempo fa” – a Potenza, in un processo per omicidio ed altri gravi reati, che prima ancora di prendere la parola il difensore si sentisse raccomandare dal Presidente della Corte di Assise di Appello  di non superare la mezz’ora per illustrare le sue ragioni.

    Ebbene: la legge prevede che il Presidente diriga la discussione, impedisca ogni divagazione, ripetizione o interruzione ed è prevista a pena di nullità l’osservanza delle disposizioni concernenti l’intervento dell’imputato ed il diritto di difesa.

    L’ammonimento, però, in questo caso è stato preventivo e viene, allora, da domandarsi: quale divagazione o quale ripetizione può esservi stata se il difensore non ha neppure aperto bocca? Per non parlare delle interruzioni: queste sì vi sono state ma da parte del Giudice che ad un certo punto ha fatto rilevare che si era già sforato il termine di oltre cinque minuti, anzi quasi dieci e, fatto partire il cronometro, ha intimato di arrivare alle conclusioni in sessanta secondi.

    Sentenza poi confermata, ed impugnata con ricorso per Cassazione eccependo – tra gli altri motivi – anche  la violazione del diritto di difesa per l’arbitraria limitazione temporale del suo esercizio. Risultato: rigetto del ricorso ed anche di ciò non vi è da stupirsi se i lettori ricordano quanto trattato su queste colonne poche settimane fa circa il funzionamento della Corte. Siamo ai giorni nostri: è stata da poco depositata la motivazione e l’avvocato zittito sta passando la parola alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

    Nel frattempo, proprio la Suprema Corte di Cassazione, garante ultimo del rispetto delle regole processuali e della interpretazione della legge, è stata “decapitata” dal Consiglio di Stato che ha annullato le nomine del Primo Presidente e del Presidente Aggiunto perché il C.S.M. non aveva rispettato parametri di valutazione dei candidati previsti da sue stesse circolari interne; per addivenire a questa decisione ci sono voluti un paio d’anni durante i quali abbiamo avuto ai vertici della Magistratura due giudici che probabilmente sono ottime persone ma non avevano i titoli per occupare quei posti.

    Ci sarebbero anche altre questioncelle: da quelle legate allo stipendio di circa 8.000€ netti al mese percepito per un ruolo che non poteva essere ricoperto, alla necessità di ricominciare le procedure di valutazione da parte del Consiglio Superiore lasciando – nel frattempo – la Cassazione senza vertici.  Tanto per non farsi mancare nulla, proprio il relatore ed estensore della sentenza era stato promosso alle funzioni di Giudice del Consiglio di Stato da una commissione di cui faceva parte il magistrato oggi vincitore del ricorso. Anche se non obbligatoria, la scelta di astenersi sarebbe stata più prudente e di buon gusto.

    Intanto, tra due settimane si inaugurerà l’Anno Giudiziario e siccome è il Primo Presidente della Cassazione a tenere il discorso di apertura, chi andrà al suo posto? Qualcuno che non lo è: un Facente Funzioni o un Presidente delegittimato? E questo in fin dei conti è il minore del problemi; viene, piuttosto, da chiedersi   cosa ci aspetta nel 2022: sarà due volte Natale e festa tutto l’anno come cantava Lucio Dalla?

    Difficile a credersi se questi sono gli auspici dei primi di gennaio e piuttosto che a Lucio Dalla sembra più ragionevole richiamarsi a Remarque: nulla di nuovo sul fronte occidentale con l’aggravante della pandemia.   L’attesa di Giustizia è destinata a durare ancora a lungo.

  • In attesa di Giustizia: senza speranza

    L’impegno è la competenza della Ministra Cartabia sono fuori discussione, tuttavia un riassetto del “sistema giustizia” risolutivo appare ancora come una chimera e le ragioni sono molteplici.

    Una è la permanente e molesta presenza dei Cinque Stelle tanto nelle Aule Parlamentari che nella compagine di Governo: solo la mediazione ha consentito di varare dei progetti di riforma che, sfortunatamente, soffrono di prese di posizione ideologiche ed autentiche idiozie provenienti  non del tutto espunte da precedenti  iniziative a firma del Guardasigilli Ridens e dei suoi accoliti.

    L’Ufficio del Processo valga come esempio, senza entrare nell’analisi di aspetti tecnici delle innovazioni adatta solo ad operatori del settore. Parliamo di 16.000 addetti, dignitosamente pagati e divisi in due cicli con contratti a termine della durata di due anni e mezzo ciascuno: si tratta di semplici laureati in giurisprudenza che dovranno affiancare i giudici nella redazione dei provvedimenti ed allo studio delle controversie. Già, ma essendo privi di qualsiasi esperienza, quale sarà il livello qualitativo del loro contributo? Aspetto non secondario, nei Tribunali non vi sono spazi fisici dove sistemarli e come supporto operativo – forse e a malapena –  saranno forniti con una biro e un blocco per gli appunti.

    Come si è visto in un articolo precedente, neppure il reclutamento di magistrati ordinari offre motivi di sollievo, anzi: il numero elevatissimo di non ammessi all’orale del concorso per scarsa conoscenza della lingua italiana impedisce la copertura dei posti disponibili (già, di suo, inferiore alle reali necessità) e c’è da temere che tra coloro che si sono guadagnati il diritto di sostenere la prova orale non vi siano esattamente dei luminari del diritto. Forse, solo candidati che si destreggiano nell’uso dell’imperfetto e del passato remoto (per quello dei congiuntivi c’è ancora tolleranza): come dire “beati gli orbi nel regno dei ciechi”.

    Nel frattempo, torna ad impazzare la pandemia con le immaginabili conseguenze: magistrati e cancellieri contagiati, udienze rinviate, notifiche omesse, uffici e sportelli di relazione con il pubblico a mezzo servizio e – perché no? – richieste di differimento da parte di avvocati per “legittimo impedimento” qualora positivi al tampone. Ma è sufficiente la temperatura a 37,5 per impedire loro l’ingresso a Palazzo di Giustizia; magari non se n’erano neppure accorti e la sorpresa avviene al punto di controllo. In questo caso, che fare, come si può documentare all’ultimo momento la impossibilità a comparire?

    Ci si renderà conto della reale situazione dopo il 10 gennaio: già, perché fino ad allora nei Tribunali quasi nessuno lavora, né in presenza né in smart working.

    Un contentino anche all’Associazione Nazionale Magistrati viene dalla proroga per tutto il 2022 della modalità di decisione “a distanza”: vale a dire, camere di consiglio in teleconferenza con magistrati che discutono “a domicilio” delicate questioni mentre i bambini scorrazzano per casa, la moglie li rimprovera mentre cuoce il minestrone e la radio, ad alto volume, è sintonizzata dal primogenito su un canale di musica rap.

    Tra infiniti problemi c’è chi, con creatività degna di miglior destino, riesce ad alleggerire il carico di segreterie ormai allo stremo…come è capitato di recente in un Tribunale della Repubblica Italiana di cui – per immeritato decoro – non verrà fatto il nome.

    In un processo con più imputati accade che uno di essi muoia (forse di vecchiaia, in attesa di giudizio) e il difensore chiede, come è previsto dalla legge, che venga emessa sentenza di non doversi procedere per morte del presunto reo.

    Tutto ciò, a causa dei bizantinismi ancora presenti nel nostro sistema, comporta la separazione della posizione (c.d. “stralcio”) con la formazione di un distinto fascicolo destinato, in sostanza, solo alla dichiarazione di “estinzione” del processo insieme a quella del supposto autore. Faticoso: mancano cancellieri, carta, toner delle fotocopiatrici, anzi sono rotte pure le fotocopiatrici e il call center che da contattare per la manutenzione è in Uzbekistan e gli operatori destreggiano l’italiano come gli aspiranti giudici di cui sopra, manca anche il tempo…e allora ecco che non si procede allo stralcio e sui verbali, accanto a nome, cognome e nominativo dell’avvocato (che deve continuare a partecipare alle udienze…) viene apposta la dicitura: “libero, deceduto, assente”. E non c’è da ridere, siamo senza speranza: anche questa è attesa di Giustizia.

  • In attesa di Giustizia: Sporting theory of trial

    Con questa definizione, negli Stati Uniti, ci si riferisce al processo penale visto come un agone sportivo nel quale “vince il migliore”. Non necessariamente la giustizia: del resto la giustizia degli uomini è per sua natura fallace, motivo per cui – nonostante l’avversione di molti  – il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio come la maggior parte dei sistemi democratici.

    La terminologia usata dagli americani appare forse eccessiva, peraltro, non si deve dimenticare che il modello processuale adottato negli U.S.A. è un “accusatorio puro”, cioè a dire un processo di parti nel quale Pubblico Ministero e Difesa sono effettivamente sullo stesso piano e un giudice terzo ed imparziale funge solo da arbitro del dibattimento garantendo il rispetto delle regole, il giudizio finale è affidato alla giuria che deve valutare, molto laicamente ed oltre ogni ragionevole dubbio, la consistenza delle prove dell’accusa e non affermare l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato: tanto è vero che la formula di proscioglimento è “not guilty”, non colpevole, a significare semplicemente che il Public Prosecutor non è riuscito a dimostrare la fondatezza della propria tesi, non necessariamente che l’accusato sia innocente.

    Tra le parti, accusa e difesa, a regola – oltretutto – c’è molto fair play: vinca il migliore (o giù di lì) è quindi una terminologia che, ben interpretata, ci può stare.

    Da noi non è così: a parte il fatto di avere un sistema processuale dove vengono impiegati termini come “giusto processo” e “giudice terzo” “ragionevole dubbio”, nella prassi si tratta di enunciazioni prive di contenuto effettivo e l’amministrazione della giustizia penale soffre, in larga misura, delle nostalgie di un ordine giudiziario che si sente orfano dell’inquisitorio e di Procure che mal digeriscono le sconfitte.

    Qualche esempio? Torino, già capitale del Regno, ne offre un paio veramente inquietanti e recentissimi, a margine del giudizio di appello sulla cosiddetta “Rimborsopoli del Consiglio Regionale” che si sta nuovamente celebrando dopo un massiccio annullamento delle precedenti condanne da parte della Cassazione.

    Uno degli imputati, l’ex Consigliere Regionale Angelo Burzi, nel frattempo e pur assolto, si è suicidato non reggendo più la tensione generata da dieci anni di processo che gli hanno rovinato la vita ed, a fronte delle manifestazioni di solidarietà e cordoglio pervenute da più parti, il Procuratore Generale di Torino, Saluzzo, respingendo le accuse di persecuzione giudiziaria e disparità di trattamento ha invitato a moderare i toni perché si rasentava il “vilipendio della magistratura”. Fuori luogo è dir poco.

    Gli Intoccabili…ma ci sono ancora? Sembrerebbe di no, ma dipende da che parte arrivano le critiche: nel corso della requisitoria nel medesimo processo il Sostituto Procuratore Generale, Avenati Bassi, nel criticare la sentenza della Cassazione di annullamento delle condanne ha sostenuto che chi l’ha decisa e chi l’ha scritta non capisce niente di diritto e non avrebbe neppure dovuto superare il concorso in Magistratura.

    Avenati Bassi, invece, sembra che abbia superato il concorso in Magistratura Democratica: infatti, dopo aver chiesto – sempre nella stessa  indagine – la condanna degli esponenti di centrodestra e l’assoluzione di quelli di centrosinistra non ha ritenuto inopportuno accettare la designazione del PD come consulente per la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle banche.

    Una vita fa c’era almeno un buon gusto maggiore: un Presidente di Sezione della Corte d’Appello di Milano, a metà anni ’90, scrisse – ma con toni garbati e riservatamente – al Primo Presidente della Cassazione lamentando il numero, secondo lui eccessivo, di annullamenti di sentenze della sua Sezione…e il Primo Presidente, sempre educatamente, rispose: “Dica ai suoi giudici di scriverle meglio”.

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