Legge

  • La Corte suprema indiana non blocca la controversa legge sulla cittadinanza

    La Corte Suprema indiana si è rifiutata di applicare una nuova e controversa legge sulla cittadinanza, proposta dal primo ministro Narendra Modi, come parte del programma nazionalista del suo governo.

    Il Paese da dicembre, quando è stata approvata la legge sulla modifica della cittadinanza, è lacerato da forti proteste, seguite da coprifuoco. Il provvedimento contestato consente la cittadinanza ad indù, sikh, buddisti, giainisti, parsi e cristiani che sono emigrati illegalmente in India dall’Afghanistan, dal Bangladesh e dal Pakistan ma non consente la cittadinanza ai musulmani.

    Molti firmatari hanno sollecitato il tribunale a rinviare l’applicazione della legge ma la Corte suprema,  invece di sospendere la norma, ha chiesto al governo di rispondere entro un mese alle 143 petizioni che ne contestano la validità. La decisione ha suscitato rabbia e indignazione, con le fazioni più critiche che hanno invitato il governo a dimostrare la volontà concreta di cercare una soluzione giudiziaria in materia.

    Dal Congresso hanno fatto sapere che la questione sarà discussa a breve perché “una giustizia ritardata è una giustizia negata ed è necessaria perciò una soluzione rapida”.

  • In attesa di Giustizia: il Signor Nessuno

    La settimana scorsa questa rubrica si è interessata a talune esternazioni – non nuove nel contenuto – del Dott. Piercamillo Davigo, criticandole con fermezza. La mezza dozzina di lettori che avranno avuto la pazienza di leggere l’articolo potranno riguardarle se necessario: quella de Il Patto Sociale, peraltro, non è stata l’unica voce a levarsi per contrastare la furia inquisitoria con cui il Magistrato invoca riforme che, in contrasto con principi cardine della giustizia nel mondo occidentale, hanno un solo aggettivo coerente: liberticide.

    Nei confronti di  Davigo si è mosso, tra gli altri, l’Ordine degli avvocati di Torino, con un comunicato a firma dalla presidente, Avv. Simona Grabbi, nel quale si chiede l’intervento della Procura Generale presso la Cassazione affinchè promuova un procedimento disciplinare a carico “Al fine di porre fine” – reca il comunicato – alle sue “ormai quotidiane e avvilenti esternazioni”.

    Certamente, le  affermazioni di uno che, dopo l’esperienza in Procura, ha fatto a lungo il giudicante anche in Cassazione, ed ora parla da un seggio del C.S.M. suscitano perplessità e preoccupazione per il tenore che è riassunto da una sua celebre frase: “non ci sono innocenti ma solo colpevoli che l’hanno fatta franca”. Il tutto con una lettura molto soggettiva, sarebbe da dire sua propria ed unica di alcuni canoni costituzionali, in particolare a proposito del ruolo dell’avvocato e della presunzione di non colpevolezza.

    La reazione dell’Ordine Piemontese ha generato quella rabbiosa dell’houseorgan degli orfani dell’inquisizione: Il Fatto Quotidiano*, che a firma di Gianni Barbacetto ha offerto una durissima reprimenda nei confronti della Presidente Grabbi difendendo a spada tratta le opinioni di Piercamillo Davigo.

    Cosa avrà mai scritto l’Avvocato Grabbi, o meglio sottoscritto visto che si tratta di un documento consiliare e – pertanto – condiviso dagli altri componenti del Consiglio? Sostanzialmente quello che si è sostenuto anche da queste colonne, e cioè a dire che Davigo  non tiene in alcuna considerazione dei principi per cui “l’Uomo ha sacrificato la propria vita e talvolta anche la libertà, così garantendo la nascita di quella società libera di cui oggi tutti noi beneficiamo”. Vergogna! Contestare chi ha avuto il coraggio di stravolgere la Costituzione che, in fondo è anche datata e i cui redattori sono omuncoli sconosciuti del rango di Einaudi e Calamandrei,  ostentando “una concezione inquisitoria del processo penale tipica degli Stati autoritari” in cui l’imputato è, invece, un “presunto colpevole” e con “la determinazione della pena”, il giudice si vendica “della mancata scelta di riti deflattivi, in palese violazione dei diritti costituzionali”.

    Bene, la penso anche io così è l’ho scritto, forse anche i lettori de Il Patto Sociale hanno condiviso quelle riflessioni e non coltivano – come Davigo dimostra – “un profondo disprezzo del ruolo istituzionale dell’Avvocato nel processo, disegnato come l’istigatore di condotte processuali dilatorie al solo fine di poter locupletare abusando di diritti che il processo riconosce all’imputato o finanche espletando attività difensiva del tutto inutile, qualora l’assistito sia ammesso al gratuito patrocinio, al solo fine di aumentare la parcella”.

    Barbacetto conclude la sua intemerata domandandosi se l’avvocato Grabbi esclude che ciò succeda? Forse vive nel Paradiso subalpino del Diritto. Ma avremmo qualche esempio da farle, almeno qui sulla Terra.

    Parole della redazione de Il Fatto Quotidiano, musica di Piercamillo Davigo con una generalizzazione inaccettabile a supporto di affermazioni incondivisibili ma pericolose per la presa che possono avare su una certa porzione della opinione pubblica.

    Della rubrica “In attesa di Giustizia” e del suo curatore, invece, non si registrano critiche, nemmeno un accenno ad una querela piccola piccola: sappiatelo, chi scrive qui ed a cui dedicate un po’ del vostro tempo non conta nulla, almeno per Gianni Barbacetto e accoliti e, forse, dovrei d’ora in poi firmarmi come “Il Signor Nessuno”.

    *Il Fatto quotidiano, 17 gennaio 2020

  • Corrispettivi telematici: obbligatori dal 1 gennaio 2020 con sei mesi di tolleranza

    Si è completata in questi giorni la rivoluzione del fisco digitale con l’obbligo diffuso a tutti i commercianti al minuto (salvo operazioni escluse di cui al DM 10.5.2019) di memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi giornalieri.

    L’adempimento era già in vigore dal 1 luglio 2019 per i soggetti con un volume di affari realizzato nel 2018 superiore ai 400.000 euro.

    I commercianti potranno adempiere alla normativa avvalendosi di due procedure alternative: l’installazione di registratori di cassa di nuova generazione in grado di trasmettere direttamente i corrispettivi al termine della chiusura giornaliera, oppure la procedura web messa a disposizione gratuitamente sul portale dell’agenzia delle entrate “fatture e corrispettivi”.

    Per incentivare l’impiego dei registratori di nuova generazione è previsto un credito di imposta per l’acquisto di prodotti nuovi tecnologicamente avanzati o l’adattamento di quelli già in uso. L’importo del credito di imposta previsto (250 euro massimo per il nuovo e 50 euro massimo per l’adattamento del vecchio) probabilmente non coprirà gli investimenti richiesti ai commercianti ma, quanto meno, contribuirà a coprire parzialmente la spesa.

    Certo è che per gli esercenti con poche transazioni sarà preferibile orientarsi verso la procedura web gratuitamente disponibile previa registrazione.

    Analogamente a quanto avviene per la fattura elettronica, la trasmissione dei corrispettivi telematici dovrà avvenire entro 12 giorni dall’effettuazione dell’operazione.

    Per i primi sei mesi di applicazione del nuovo regime, tuttavia, le sanzioni di cui all’art. 2 comma 6 del D.lgs 127/2015 (100% dell’imposta del corrispettivo non memorizzato o non trasmesso nei termini con il minimo di 500 euro per infrazione) non si applicheranno se la trasmissione avverrà entro il mese successivo. Pertanto, i commercianti minori (quelli con volume di affari 2018 inferiore a 400.000 euro) avranno tempo sino al 30 giugno per impratichirsi con la nuova procedura usufruendo di un soglia di tolleranza temporale entro la quale godranno dell’esenzione dalle sanzioni.

    Durante questo periodo, coloro che non si sono ancora dotati di registratori fiscali telematici, potranno utilizzare i vecchi registratori di cassa, registrando i corrispettivi ex art. 24 DPR 633/72 e comunicandoli all’agenzia delle entrate generando un file xml conforme a specifici parametri. L’utilizzo della procedura web consente, come già anticipato, di certificare i corrispettivi e adempiere alla comunicazione telematica in maniera contestuale.

    I consumatori riceveranno, analogamente a quanto avveniva in passato, un “documento commerciale” che dovrà specificare data e ora di emissione, numero progressivo, ditta denominazione o ragione sociale dell’emittente, numero di partita iva, ubicazione dell’esercizio, descrizione dei beni ceduti o dei servizi resi, ammontare del corrispettivo complessivo e di quello pagato.

    Il documento commerciale garantirà la data di acquisto per la decorrenza della garanzia o per effettuare il cambio merce, laddove consentito. Qualora sia indicato il codice fiscale o la partita Iva del cessionario (committente) il documento commerciale assumerà valore fiscale e sarà idoneo a consentire la deducibilità o la detraibilità della spesa ai fini delle imposte sul reddito nonché consentirà la successiva fatturazione (elettronica) differita.

    Con l’entrata a regime della procedura, verrà completa la rivoluzione digitale del fisco che comporterà una maggior tempestività e efficienza nell’aggiornamento delle banche dati a disposizione dell’agenzia delle entrate che vedrà incrementata la mole delle informazioni a disposizione per effettuare controlli incrociati, generare liste selettive di contribuenti e quindi combattere più efficacemente l’evasione.

    Dal canto suo, il contribuente dovrà cercare di sfruttare al massimo le nuove tecnologie per efficientare i propri processi interni, ridurre i tempi di registrazione, migliorare le analisi statistiche di vendita e, quindi, i sistemi di controllo interno e gli adeguati assetti da cui non è più possibile esimersi, non solo perché richiesti dalla normativa, ma perché fondamenta di una corretta gestione aziendale.

  • Italia al top nella corruzione. In base però a indici internazionali farlocchi, basati sulla ripetizione di luoghi comuni

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi del 5 dicembre 2019.

    Nel 2021 il G20 sarà presieduto dall’Italia. La fase di preparazione dei lavori, però, inizierà già da questo mese. Tra i vari dossier economico-finanziari, il nostro paese sembra intenda preparare con grande attenzione anche quelli concernenti la lotta alla corruzione. Non si può negare che la corruzione a casa nostra sia un problema profondo e diffuso in diverse fasce della società. Molto spesso, però, l’Italia è stata pesantemente e ingiustamente penalizzata da giudizi poco affidabili. Di conseguenza, spesso è finita in fondo alle graduatorie stilate sull’attendibilità dei paesi.

    Per esempio, il Corruption perception index (Cpi), l’indice di percezione della corruzione più noto e diffuso, che copre circa 180 paesi ed è preparato da Transparency International, nel 2018 pone l’Italia ancora al 53mo posto, assieme a Grenada e Oman.

    Al primo posto c’è la Danimarca, che sarebbe il paese meno corrotto al mondo. Detti indici fondamentalmente derivano da rilevazioni di percezione e si basano su interviste fatte a un numero selezionato di soggetti. Ciò viene giustificato dal fatto che il delitto di corruzione, di solito, non è palese ed è difficile da individuare. La percezione, però, oltre a essere molto soggettiva, può essere determinata da varie situazioni istituzionali e processuali, spesso totalmente differenti da paese a paese.

    Il sistema di contrasto alla corruzione in Italia, almeno teoricamente, è molto forte. Si fonda su alcune peculiarità: l’autonomia del pubblico ministero, l’indipendenza della magistratura, l’obbligatorietà dell’azione penale, un buon funzionamento delle attività d’indagine e l’assoluta libertà di stampa anche per la pubblicazione di notizie di reato fin dall’inizio delle indagini.

    Fatte salve le prerogative del presidente della repubblica, tutti i funzionari pubblici, fino alle più alte cariche dello Stato, possono essere sottoposti a investigazione anticorruzione. In altri paesi è previsto il cosiddetto «interesse nazionale» nel perseguire, ad esempio, una public company in casi di corruzione internazionale. Da noi, invece, no.

    Nel nostro sistema giuridico anche la semplice informazione di garanzia e l’iscrizione nel registro degli indagati, qualora oggetto di conoscenza legittima, possono essere pubblicate in tempo reale sui media.

    Tutto ciò conferma l’esistenza di una relazione direttamente proporzionale tra regole forti, lotta alla corruzione e percezione della stessa. Si potrebbe avere un grande paradosso per cui «più si combatte la corruzione e più la si rendi percepibile».

    Singolare, comunque, è il fatto che l’Italia, pur occupando un posto basso nei suddetti indici, venga sempre più chiamata ad assistere gli altri paesi che ne intendono copiare il sistema di lotta alla corruzione. È ovvio, quindi, che i metodi usati nella rilevazione della percezione debbano essere rivisti.

    In verità, suscitano perplessità le stesse definizioni di corruzione. Concepita inizialmente nel Cpi soltanto come bribery, la corruzione con o senza tangente, si è allargata alla frode internazionale, al riciclaggio e alla mala amministrazione. Naturalmente, paese che vai e percezione e interpretazione del concetto di corruzione che trovi. Infatti, oltre alla corruzione classica, vi sono altre forme tra cui la frode, l’appropriazione indebita, l’estorsione ecc.

    Anche le stesse domande poste nelle interviste possono essere intese in modi differenti. A ciò occorre aggiungere che tali indici pongono l’accento su alcuni concetti del liberismo economico, relativi agli scambi, al mercato, alla concorrenza, sottovalutando altri aspetti come l’eguaglianza e la giustizia sociale ed economica.

    Gli effetti negativi della corruzione sull’economia e sul sistema paese sono, purtroppo, tanti: distrazione di risorse, interpretazioni errate delle normative, riduzione dei livelli degli investimenti, dell’efficienza, della competitività e della produttività. I riverberi negativi incidono non poco sulla crescita e sul gettito fiscale.

    La collocazione nei posti bassi degli indici per una valutazione poco attendibile delle percezioni non è affatto indolore. Si indeboliscono l’immagine e la reputazione del paese e ciò, inevitabilmente, determina interessi più alti e meno investimenti internazionali. Si tenga inoltre presente che gli enti che stilano gli indici di corruzione sono di solito privati, a cominciare da Transparency International.

    Ciò non è un male in sé ma non può nemmeno essere considerato come l’emblema dell’indipendenza e dell’obiettività. Si ricordi, infatti, che, anche se in campi diversi, operano le tre note agenzie private americane di rating, quelle che sono state accusate di aver avuto un ruolo centrale nello scatenamento della Grande Crisi. Anche loro distribuiscono pagelle sullo stato delle economie, spesso con conseguenze devastanti. L’Italia ne sa qualcosa.

    Ecco perché ci sembra giusto e doveroso che l’Italia, ponga con forza all’attenzione del G20 e del suo Anti-Corruption working group la necessità di ridefinire i metodi usati nella formulazione degli indici suddetti, affiancando al criterio della percezione altri elementi più oggettivi e meglio misurabili. Senza dimenticare, ovviamente, di tenere conto delle strategie e degli strumenti adottati per la prevenzione, il contrasto e la repressione della corruzione. Nell’affrontare il delicato problema della corruzione, sarebbe opportuno coordinarsi con i paesi Brics, che nel loro ultimo summit di Brasilia su questo tema hanno deciso di impegnarsi anche per il recupero di fondi e attività trasferite all’estero.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La Costituzione come cartastraccia

    Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra
    della legge e sotto il calore della giustizia.

    Montesquieu

    Sì, in Albania la Costituzione sta diventando, ogni giorno che passa, proprio una cartastraccia, nonostante dovrebbe essere la legge fondamentale dello Stato. Ma purtroppo ormai niente dovrebbe più stupire di tutto ciò che sta accadendo, essendo semplicemente delle conseguenze dirette e/o derivate di una strategia ben ideata e altrettanto ben messa in atto dal primo ministro e dai massimi rappresentanti della sua maggioranza governativa.

    Un’ulteriore e grave dimostrazione della palese e consapevole violazione della Costituzione è stata verificata la scorsa settimana. Lunedì 11 novembre, con la loro ubbidienza da sottomessi, i deputati hanno approvato tre nuovi giudici della Corte Costituzionale. Proprio di quella Corte che non funziona più da due anni, perché priva di giudici. Periodo quello durante il quale sono state approvate dal Parlamento diverse leggi “speciali”, clientelistiche e abusive, senza fare esistere più la possibilità di presentare ricorso presso l’unica istituzione custode della Costituzione: la Corte Costituzionale. Periodo che però è servito al primo ministro e ad alcuni raggruppamenti occulti, criminalità organizzata compresa, di portare avanti i loro progetti. Ma visto gli sviluppi politici degli ultimi mesi e le tante grandi difficoltà politiche e/o istituzionali, di fronte alle quali si trova ormai il primo ministro, il completamento con i giudici della Corte Costituzionale non si poteva posticipare ulteriormente. Non solo, ma questo attuale potrebbe essere risultato agli “strateghi” del primo ministro come il momento più opportuno per “scegliere” e poi “votare” in Parlamento tutti i giudici mancanti. Le cattive lingue dicono però che la fretta di completare e far funzionare adesso la Corte Costituzionale, violando consapevolmente e gravemente quanto previsto dalla Costituzione, dovrebbe avere dei seri ed importanti motivi. Soprattutto per gli anni a venire. Le cattive lingue dicono che i nuovi giudici potrebbero “ricambiare”, a tempo debito, la loro gratitudine al “benefattore”, il quale è tutt’altro che uno stinco di santo. E le cattive lingue non è che si sono sbagliate più di tanto in questi ultimi anni, anzi!

    Tornando alla votazione in Parlamento di lunedì scorso, 11 novembre, bisogna che il lettore capisca anche le procedure previste dalla Costituzione e dalle leggi in vigore. Il Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia, un organo amministrativo creato nell’ambito della Riforma della Giustizia, ha l’obbligo istituzionale di verificare, scegliere, preparare delle liste separate, in ordine graduatorio, dei pretendenti giudici. Il Consiglio dovrebbe preparare e mandare le graduatorie prima al Presidente della Repubblica poi al Parlamento e, infine, alla Corte Suprema. Anche questa Corte però purtroppo non funziona più in Albania! Perciò rimangono soltanto il Presidente della Repubblica e il Parlamento, le due istituzioni che devono decidere e scegliere le loro candidature per i nuovi giudici della Corte Costituzionale. Si doveva scegliere e decidere per quattro giudici. La Costituzione prevede che per ogni posto vacante si devono presentare tre candidature. Perciò le liste, quelle per il Presidente e per il Parlamento, dovrebbero avere avuto ognuna 12 nomi. Invece il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia ha mandato, con ritardo, due liste con gli stessi nomi, composte soltanto di quattro candidature. Due violazioni della Costituzione allo stesso tempo. Le liste sono state consegnate senza rispettare la priorità di scelta, di decisione e dell’espressione della volontà da parte del Presidente della Repubblica. Soltanto dopo si dovevano mandare le candidature al Parlamento. In più, lunedì 11 novembre, il Parlamento, da quella lista, ha votato non una, ma ben due candidature. Un’altra violazione della Costituzione. E “approfittando” del fatto che il Presidente non si era espresso con una sua scelta, la candidata, prima in graduatoria, è stata “automaticamente promossa” dalla maggioranza governativa. Ovviamente i suoi “consiglieri giuridici” hanno trovato dei cavilli legali, arrampicandosi sugli specchi. Ma sempre di cavilli si tratta. In più la Costituzione prevede anche che ogni candidato, per diventare giudice della Corte Costituzionale, deve giurare, mano sulla Costituzione, di fronte al Presidente della Repubblica. Cosa che non ha fatto però quella candidata “automaticamente promossa”. Ha scelto invece di ufficializzare il suo nuovo ed ambito incarico con una sua dichiarazione di fronte ad un notaio! Nell’arco di pochissimi giorni diverse violazioni della Costituzione. Come mai e chissà perché?!

    Quanto è accaduto lunedì scorso e quello che poi è successo nei giorni seguenti non poteva non suscitare forti reazioni e aspri attriti. Uno dei quali è quello tra il presidente della Repubblica e il primo ministro. Durante alcune conferenze stampa e delle interviste, il Presidente ha evidenziato e commentato tutte le violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore. Invece il primo ministro, in mancanza di convincenti argomenti giuridici, ha “scelto” di affrontare questa grave ed allarmante situazione, come delle battute. Come ha fatto sempre quando si trova in difficoltà e quando non può tacere. In più il presidente ha annunciato venerdì scorso che presenterà una denuncia penale contro il capo del Consiglio delle Nomine [nel sistema] della Giustizia per le sue evidenziate violazioni della Costituzione e delle leggi, derivanti conseguenze comprese. Lo dovrebbe presentare oggi. Da sottolineare che il capo del sopracitato Consiglio è un giudice, molto vicino alla maggioranza governativa, il quale mentre la dittatura comunista stava crollando in Albania, condannava con 15 anni di prigione, per atti terroristici, alcuni cittadini che avevano abbattuto la statua di Stalin!

    Quanto è accaduto lunedì scorso in Parlamento è stato subito “salutato e applaudito” però dagli immancabili “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che ormai sono ben noti per la loro irresponsabilità istituzionale e professionale, per la loro “sottomissione” e il loro incondizionato e continuo appoggio al primo ministro, nonché per la loro avidità di approfittare da ogni occasione. Sono proprio quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania che a Bruxelles, i quali, calpestando palesemente i loro diritti e/o doveri istituzionali, hanno causato tanti danni e tante sofferenze agli albanesi. Sono gli stessi e/o loro simili, precedentemente molto attivi in Albania, i quali hanno sempre sostenuto il primo ministro nell’attuazione della sua diabolica strategia che niente ha a che fare con il bene dell’Albania e degli albanesi. Lo hanno fatto anche lunedì scorso, mentre il primo ministro e i suoi subordinati avevano calpestato la Costituzione senza scrupolo e come se niente fosse. Dando, per l’ennesima volta, la possibilità al primo ministro di usare come scudo le loro irresponsabili dichiarazioni. E così facendo, i soliti “rappresentanti internazionali” appoggiano anche la restaurazione della dittatura in Albania.

    Chi scrive queste righe ricorda e valuta quanto ha detto Papa Francesco durante l’Angelus del 13 ottobre 2019, riferendosi all’ultimo conflitto tra l’esercito turco e i curdi della Siria del nord. Rivolgendosi a “tutti gli attori coinvolti e anche alla Comunità Internazionale” il Papa rinnovava ad essi l’appello “ad impegnarsi con sincerità, con onestà e trasparenza”. Cosa che non hanno fatto i “rappresentanti internazionali” in Albania. Permettendo così anche di far diventare la Costituzione simile ad una cartastraccia. E sostenendo una tirannia da esercitare all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.

  • In attesa di Giustizia: come gabbare i lettori

    Ormai da qualche settimana le cronache giudiziarie hanno rivolto l’attenzione alle decisioni della CEDU e della Corte Costituzionale che hanno rilevato delle criticità nell’Ordinamento Penitenziario, laddove prevede una presunzione assoluta ed insuperabile di permanente pericolosità dei condannati per reati di grande criminalità organizzata o ad essa collegati.

    Tra le diverse voci del coro – quasi sempre di soggetti disinformati sul reale tenore di quelle decisioni e pronti a farne oggetto di polemiche fuorvianti ed a gabbare lettori e telespettatori – si è levata quella della nota giornalista Milena Gabanelli la quale ha dedicato la sua rubrica “Dataroom” sul Corriere Tv proprio alle sentenze con le quali la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Consulta hanno “bocciato” l’ergastolo ostativo, stabilendo che anche il mafioso che non collabora con la giustizia può, se il suo legame con la criminalità organizzata è cessato, rivolgersi al magistrato di Sorveglianza per chiedere di ottenere, ad esempio, dei permessi premio.

    La  Gabanelli ha sostenuto che migliaia di atti processuali, nel corso di quarant’anni, hanno dimostrato che i detenuti (mafiosi, ma forse non solo quelli intendeva la giornalista) mantengono ancora contatti con la cosca, attraverso gli avvocati i cui colloqui in carcere, non sono monitorabili.

    Non sappiamo a quali atti si riferisse: considerato che ha fatto riferimento a una moltitudine di casi ci sarebbe stato da aspettarsi che ne citasse almeno uno, possibilmente conclamato. Invece nulla, anche se, doverosamente, non si può escludere che qualcosa di simile sia accaduto. Ma, certamente, non è la regola e nemmeno una prassi da ritenere frequente.

    Dunque, ci risiamo per l’ennesima volta a confondere volutamente, aprioristicamente, generalizzando senza riferimenti puntuali, dati statistici, prove certe, gli avvocati con i loro assistiti: criminali gli uni e gli altri e i primi, forse, peggiori dei secondi perché insospettabili e sfuggenti ai controlli.

    Questo non è giornalismo, tantomeno giornalismo di inchiesta: è una gratuita macchina del fango che schizza indiscriminatamente su una intera categoria messa in moto, per di più, dal  volto noto appartenente a professionista preceduta da una certa fama.

    Ovviamente, queste affermazioni non potevano passare nell’indifferenza e hanno provocato la reazione dell’Avvocato Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere Penali che ha così commentato: “Uno spettacolo miserando e miserabile di approssimazione, genericità, indifferenza e mancanza di rispetto per la dignità e la reputazione di una intera categoria di professionisti”, preannunciando una querela.

    La via giudiziaria sembra quella più opportuna da praticare: la  Gabanelli avrà, così, l’opportunità di portare in Tribunale, se li ha, i riscontri di cui disponeva per addivenire ad una gravissima accusa diffamatoria.

    E avrà bisogno di un avvocato, di un difensore,  rammentandole con ciò  che la sua stessa libertà è garantita da uno dei tanti che indistintamente ha considerato dei collusi se non dei complici dei mafiosi e che ha accettato di assistere anche chi lo abbia toccato, sia pure indirettamente, in ciò che ha di più sacro: la dignità di una Toga che al servizio di tutti i cittadini. Anche della Gabanelli quando si trova in attesa di Giustizia.

  • Il nuovo integralismo fiscale

    La detenzione preventiva rappresenta una forma di esercizio della Giustizia che dovrebbe risultare eccezionale all’interno del complesso sistema giudiziario il quale, viceversa, dovrebbe privilegiare tempi ragionevolmente più brevi ma soprattutto sicuri in relazione all’esercizio del potere giudiziario. Non può esistere, infatti, un sistema giudiziario nel quale buona parte dei processi finisca con la prescrizione del reato come è altrettanto insopportabile che buona parte dell’esercizio dei propri diritti in ambito civile debba attendere anche dieci anni ed oltre per venire riconosciuta.

    La preventiva detenzione, se divenuta usuale all’interno dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta, in altre parole, un’aberrazione all’interno del sistema stesso il quale sconta per altro scarsi investimenti pubblici ed una classe di magistrati assolutamente libera da ogni controllo o giudizio se non al solo CSM. E quest’ultimo, venendo meno al principio della terzietà di giudizio valido per il sistema giudiziario, adotta proprio il principio dell’interna corporis, del quale ‘integralismo politico-ideologico si è vestito il governo in carica partendo dalla assoluta incapacità (in questo esattamente in linea con i precedenti) di avviare una profonda rielaborazione della spesa pubblica e degli effetti della stessa al fine di giustificare, una volta di più, la propria incapacità di una sana gestione della spesa pubblica (come ampiamente accertato dalla CCGIA di Mestre (http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/09/INEFFICENZE-PA-ED-EVASIONE-14.09.2019.pdf). Viceversa si continua ad utilizzare  la problematica relativa all’evasione fiscale come arma di distrazione di massa.

    In altre parole si cerca di attribuire all’evasione fiscale, i cui termini non vengono mai chiaramente indicati, la causa principale del disavanzo e di conseguenza del debito pubblico (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Una falsità di una gravità inaudita che vede peraltro il silenzio colpevole del mondo accademico e dei media relativamente al calcolo dell’evasione stessa che non parte neppure dalla definizione tra imponibile e tasse evase.

    Va poi tenuto in debita considerazione il fatto che il ministero “certifica” come nelle controversie fiscali solo un 28% di esiti sia a favore del contribuente (un valore assolutamente fuorviante in quanto tiene conto della somme dei  tre gradi e non del solo esito finale ). In questo contesto la possibilità inserita nell’ennesimo decreto fiscale, che conferisce all’autorità giudiziaria di confiscare preventivamente i beni dell’imputato, rappresenta una forma moderna di neointegralismo religioso fiscale. Con l’aggravante che mentre l’ingiusta detenzione può venire liquidata e risarcita (solo in parte), il danno subito con la confisca dei beni non solo priva nell’immediato del patrimonio ma soprattutto può avere effetti difficilmente quantificabili in caso di risarcimento così come per  una conseguente chiusura dell’attività economica successiva alla confisca.

    Nel nostro ordinamento giudiziario una persona risulta innocente fino al terzo grado di giudizio e questo dovrebbe valere maggiormente per i reati fiscali e amministrativi che, pur colpendo il bene pubblico attraverso la sottrazione di risorse, sono reati patrimoniali.

    All’interno del mondo economico ed amministrativo la confisca dei beni può determinare la chiusura  di qualsiasi attività economica, imprenditoriale e professionale alla quale in caso di riconoscimento dell’innocenza non si potrebbe porre rimedio con un ipotetico risarcimento.  Uno scenario sempre più reale, anche in considerazione della spinta politica ad un maggiore utilizzo della moneta elettronica che fa pensare molto all’accanimento e all’integralismo con il quale il potere politico in carica spinge verso questo tipo di pagamenti.

    La lotta all’evasione fiscale sta ormai assumendo i connotati di una vera e propria lotta religiosa che contrappone il potere politico, sempre più invasivo, alla maggioranza dei contribuenti onesti che vedono ogni anno aumentare oneri e costi come gli adempimenti burocratici.

    Solo l’integralismo religioso applicato in ambito fiscale non si preoccupa degli effetti delle proprie azioni. E di fatto non esiste alcuna differenza nei suoi terribili effetti tra la supremazia di uno Stato in virtù di un integralismo religioso o in nome di un socialismo reale ed etico.

  • In attesa di Giustizia: diamo i numeri

    Mentre l’ineffabile Ministro della Giustizia rassicura che ha pronto un progetto per garantire, nel settore penale, la celebrazione di tre gradi di giudizio in quattro anni – ma non spiega bene come – vengono pubblicati i dati del recente sondaggio realizzato da Eurispes in collaborazione con le Camere Penali che hanno messo a disposizione sul territorio avvocati e praticanti per rilevare, sulla base di quasi 14.000 udienze celebratesi in trentadue sedi diverse di Tribunale, dati statistici rilevanti ed attendibili. Gli esiti, attesi ma non per questo meno preoccupanti, parlano di una Giustizia sempre in affanno, fatto chiaro che i procedimenti penali a livello nazionale sono quasi due milioni.

    Vediamo nel dettaglio: l’8,3% delle udienze viene rinviato per assenza dei testimoni del Pubblico Ministero, mentre solo l’1,5% a causa della mancata comparizione di quelli citati dalla difesa. A questi vanno aggiunti i rinvii per errori nella citazione per errori delle Segreterie del P.M. (1,7%) e quelli ascrivibili ai difensori (0,3%). Si tenga sempre conto che i rinvii determinati dalla difesa, anche per impedimento legittimo dell’avvocato o dell’indagato determinano l’interruzione del corso della prescrizione.

    Continuando nella disamina, un altro 15,7% delle cause di slittamento delle udienze è conseguente ad assenze del Giudice (3,3%) o suo mutamento soggettivo (0,3%) all’assenza del Pubblico Ministero (0,2%) e negli altri casi per irregolarità ascrivibili agli uffici giudiziari quali le omesse notifiche ad imputati e parti lese alle quali di aggiungono per l’8,1% le omesse notifiche da parte dell’Ufficio del Pubblico Ministero che son cosa diversa dalla notifica errata.

    Un ulteriore 2,4% delle udienze viene rinviato per problemi logistici: carenza di aule, mancanza di trascrittori, carico eccessivo del ruolo, mancata traduzione di detenuti dal carcere al Tribunale.

    Non trascurabile nemmeno il dato relativo agli esiti dei processi: il 26,5% si conclude con  la declaratoria di estinzione del reato (remissioni di querela, oblazioni, ammissioni alla messa alla prova, morte del reo), il 25,8% per assoluzioni davanti al Tribunale Collegiale, il 28,9% davanti al Giudice Monocratico, un ulteriore 4% per “particolare tenuità del fatto” nonostante il doppio filtro che dovrebbe essere garantito in fase di indagini agli episodi bagatellari. Tutti, ma propri tutti, “colpevoli che l’hanno fatta franca” secondo l’illuminato pensiero di Piercamillo Davigo la cui serenità nel giudizio è rispecchiata da queste sue parole.

    La prescrizione riguarda invece il 10% dei casi ed è corretto ricordare che il 70% circa delle prescrizioni matura con il fascicolo ancora tra le mani del P.M., quindi in una fase che non sarebbe comunque toccata dalla irragionevole modifica della normativa che dovrebbe entrare in vigore da gennaio 2020.

    Il campione raccolto, come si è visto è adeguato e valorizzabile ad una rilevazione statistica che ha interessato non tutti i Tribunali ma solo le Sedi ritenute di maggiore importanza: gli esiti ci parlano di un sistema che – rispetto alla precedente raccolta di dati da parte di Eurispes, una decina di anni fa – non mostra segni di miglioramento nonostante i ripetuti interventi del legislatore, a riprova che il problema vero risiede nelle risorse umane ed economiche.

    E la Giustizia? Aspettatela come Godot insieme a Bonafede il cui cognome esprime una speranza ma non la capacità di trovare rimedi. Restate in attesa: prima o poi arriva. Ma non sempre, sia chiaro.

  • In attesa di Giustizia: fake news

    Da diversi giorni infuria la polemica  sulla decisione della CEDU relativa al c.d. ergastolo ostativo (quello che, per intenderci, preclude qualsiasi beneficio ai condannati) che, secondo i giuristi del Fatto Quotidiano avrebbe addirittura ucciso di nuovo Falcone e Borsellino. Linea editoriale e di pensiero cui si è adeguata la maggior parte degli organi di informazione ingenerando subliminalmente  il timore nell’opinione pubblica che, a stretto giro, feroci criminali mafiosi torneranno – come recita il codice penale – a “scorrere in armi le campagne”.

    Non Il Patto Sociale: in questa rubrica cerchiamo solitamente di offrire ai lettori dei dati e strumenti di conoscenza perché talune notizie possano essere da loro stessi comprese e valutate evitando, finché è possibile, di esprimere punti di vista soggettivi.

    Annotare un certo modo di fare giornalismo, diffondendo notizie false oppure approssimativamente illustrate, fa insorgere un primo dilemma: si tratta solo di impreparazione generalizzata di coloro i quali  – pure – sono addetti al settore della cronaca giudiziaria oppure la scelta di allarmare ed indignare gratuitamente è funzionale ad intercettare il populismo giustizialista imperante?

    Necessità di garantire la vendita di un numero elevato di copie al pubblico manettaro o servile complicità con i nuovi padroni della politica? Quale che sia la risposta ai quesiti che ci siamo posti si ricava come unica certezza che la disinformazione sui temi della giustizia penale è ormai una regola e che l’indipendenza dei media da fattori economici o politici è una chimera.

    Proviamo, allora, a fare chiarezza sul tenore della recente decisione della Corte Europea sull’ergastolo ostativo: quest’ultima ha unicamente affermato il contrasto ai principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo dell’automatismo normativo che sottragga ad un Giudice la possibilità di verificare se anche per un ergastolano sia praticabile l’avvio di un percorso di recupero, magari dopo decenni di reclusione.

    Nessun rischio per la collettività, dunque, per le paventate, imminenti e terrifiche liberazioni di killer e capi cosca. Si tratta solamente solo della restituzione di un vaglio complesso, difficilissimo, non scontato e tormentato per chi lo deve assumere, alla sua sede naturale: la giurisdizione, come dimostra paradigmaticamente un caso al quale, peraltro, si è dato ampio risalto.

    Gli organi di informazione sembra però che non se ne siano avveduti, ma proprio negli stessi giorni la Corte di Cassazione si è pronunciata sui benefici richiesti dal pentito di mafia Giovanni Brusca, co-autore tra l’altro – lui sì – della strage di Capaci. Lo status di collaboratore di giustizia è l’unica eccezione oggi normativamente consentita all’ergastolo ostativo: Brusca ha, dunque, diritto a chiedere dei benefici penitenziari, ma non la certezza di ottenerli. Decide un Giudice, e il Giudice, in quel caso, ha detto: no, ancora non ci siamo.

    È esattamente quello che in seguito alla sentenza della CEDU accadrà ora per tutti i condannati ad ergastolo ostativo con un iter di valutazione che si può immaginare sarà ancora più rigoroso di quello riservato ai collaboratori di giustizia.

    Nessuno tornerà impunemente in libertà a dispetto delle ennesime fake news e di una stampa che non si è neppure accorta o voluta accorgere che il caso Brusca era la chiave di interpretazione per fugare timori e indignazioni dei cittadini.

    La realtà rimane così estranea al dibattito sulla giustizia penale. La verità su questi temi, lo abbiamo scritto molte volte, non fa audience, non produce like, non diffonde indignazione e paura, tramite i quali conseguire consenso politico. E allora, vai con il titolo sul nuovo omicidio di Falcone e Borsellino! Sdegno, urla e grida e alti lai disperati mentre il Ministro interviene promettendo rimedi  immediati e giustizia e i cittadini si sentono prossimi alla salvezza.

    Ciak, buona la prima.

  • La Cassazione dispone parcheggi gratis per chi trasporta disabili

    Chi trasporta persone disabili che non hanno la patente e un’auto propria (ad esempio coloro che hanno problemi intellettivi o motori molto gravi) ha diritto a parcheggiare gratuitamente l’automobile in centro, negli stalli a strisce blu, quando gli spazi di sosta riservati a chi ha un handicap sono occupati. Lo ha deciso la Cassazione accogliendo il ricorso della onlus Utim (Unione per la tutela delle persone con disabilità intellettiva) contro il Comune di Torino che nel 2016 ha approvato un regolamento che prevede per i disabili con patente e autoveicolo il diritto a posteggiare gratis sulle strisce blu, escludendo da tale agevolazione i disabili non muniti di patente e autoveicolo salvo che non dimostrino di dover andare nel centro cittadino (almeno dieci volte nel mese) per esigenze di lavoro o di cura. Per gli ‘ermellini’ simile regolamento «è discriminatorio», diversamente da quanto stabilito dalla Corte di Appello di Torino nel 2017 che adesso dovrà «rimuovere» gli effetti della delibera del 2016 e risarcire le ‘vittime’.

    L’udienza in Cassazione si è svolta lo scorso 21 maggio e il 7 ottobre è stato depositato il verdetto: il Comune di Torino si è regolarmente costituito, per contrastare il ricorso della onlus Utim, ed è stato difeso dagli avvocati Massimo Colarizi, Giuseppina Gianotti e Susanna Tuccari «L’Amministrazione comunale torinese, in quanto verosimilmente conscia che gli appositi spazi riservati al parcheggio esclusivo degli invalidi sono normalmente insufficienti – scrivono i supremi giudici nella sentenza 24936 -, ha rilasciato ai disabili muniti di patente e proprietari di veicolo uno speciale permesso gratuito per il parcheggio sulle strisce blu del centro cittadino. Tuttavia nel far ciò – prosegue il verdetto -, il Comune ha contestualmente posto in essere una condotta discriminatoria indiretta di danni dei disabili (presumibilmente affetti da una patologia più grave) non muniti di patente e non proprietari di un autoveicolo, che necessitano per i loro spostamenti del necessario ausilio di un familiare, i quali possono fruire dello stesso permesso solo se in grado di documentare accessi frequenti nel centro cittadino per lo svolgimento di attività lavorative, di assistenza e cura». Ad avviso della Suprema Corte, «non vi è dubbio che una tale previsione si configuri come discriminatoria ai danni di quest’ultima categoria di disabili», in quanto non reputa «meritevole di tutela l’accesso gratuito del disabile al centro cittadino per motivi di mero svago e di relazione sociale (come invece consentito ai disabili con patente ed autoveicolo)». Aggiungono i giudici che il motivo della diversità di trattamento prevista dal Comune «risiede nell’intento di prevenire abusi nell’utilizzo del permesso speciale da parte degli stessi familiari», ma «se è pur vero che tale rischio esiste non può certo essere risolto negando un diritto», semmai occorre predisporre «un adeguato, e anche severo, sistema di controlli e sanzioni».

    Ora la Corte di Appello di Torino deve rimuovere gli effetti discriminatori della delibera estendendo il “beneficio” previsto per i disabili con patente ed autovettura anche ai disabili più gravi, e deve anche riesaminare le domande di risarcimento danni presentate dai disabili discriminati.

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