Mafia

  • Traffici e violenze su animali fonti di ricchezza per le zoomafie

    Il rapporto zoomafie 2025 ripropone ancora una volta una triste realtà: la criminalità organizzata continua i suoi loschi traffici, le sue violenze e gli animali, utilizzati, sfruttati, condannati ad atroci sofferenze, continuano ad essere, per i criminali, una fonte di ricchezza, di denaro sporco.

    Combattimenti tra animali, corse clandestine, sia di cavalli che di cani, allevamenti irregolari, gestione di canili ombra, traffico di cuccioli dall’estero, contrabbando di fauna selvatica, bracconaggio sia in terra che in cielo ed in mare, macellazione clandestina, sofisticazioni di alimenti di origine animale, utilizzo di prodotti alimentari per animali venduti come prodotti per umani, utilizzo di Internet per false vendite di animali, furti di animali e via discorrendo sono fonti di immensi guadagni per le varie mafie che operano non solo in Italia.

    Se un passo avanti è stato fatto per tutelare gli animali, con la nuova legge, è, purtroppo, ancora vero che non sempre la normativa viene applicata con la necessaria intransigenza e che molti reati sfuggono perché alcuni, sfiduciati od impauriti, non denunciano.

    Altro passo avanti, per certi reati connessi ai cani, sarebbe l’anagrafe canina nazionale che non è ancora in funzione.

    Una volta di più cerchiamo anche come singoli di vigilare e di denunciare quando valutiamo che ci siano comportamenti poco chiari.

  • A Prato c’è la cupola della mafia cinese che gestisce il traffico di merci diretto nella Ue

    La mafia sta a Prato ed è cinese. Lo ha segnalato, fin da poco dopo il suo insediamento, nel luglio del 2024, il procuratore di Prato, Luca Tescaroli. E lo conferma Francesco Michelotti, deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione parlamentare antimafia: «Ci sono delle zone di Prato che sono proprio occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese). A Prato sembra che si sia radicata una sorta di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale». Salvatore Calleri, consulente della Commissione parlamentare antimafia, restringe il quadro e parla di due fazioni contrapposte: è una guerra tra «un gruppo che era molto forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».

    Nessuno lo dice espressamente, ma il gruppo un tempo «molto forte» e ora sotto attacco è quello guidato da Naizhong. La procura di Prato parla di un «salto di qualità» compiuto dalla criminalità cinese, i cui gangli hanno ormai raggiunto anche la politica e gli enti pubblici. I membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il procuratore Tescaroli, avvertendo: «Cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».

    Di certo c’è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in Europa, come attestano i numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende della logistica che la magistratura ha collegato almeno in parte a incendi avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid. «Le strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il centro è Prato», afferma Tescaroli.

    La logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di euro: il regime doganale 42. Questo strumento prevede la possibilità di sospendere il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione diverso da quello di importazione. Il suo uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali. Il suo uso illecito garantisce alla malavita l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle imposte evase. «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», commenta Davide Bellosi, direttore territoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria. «Se il punto di controllo fosse effettivamente il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il direttore –  problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce. Il regime 42 fa saltare questo punto naturale di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire». Immessa nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva. Questo impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto più complicato. La situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti nazionali competenti.

    Questo aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali, doganali e logistici. Tuttavia, se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il 2038.

    Anche la Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che «le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari dell’Ue». L’abuso di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul tessuto industriale europeo sano. È evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante. La conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.

  • ‘Il Giudice e il bambino’ di Dario Levantino vince il ‘Premio Megliounlibro 2025’

    “Dario Levantino ha spinto oltre la sua immaginazione e ha ambientato il romanzo in un Paradiso dove il giudice deve ascoltare ed esaminare le “anime sospese” prima che entrino definitivamente. Una narrazione onirica ma non troppo, uno straordinario pugno sullo stomaco per parlare di malvagità, di mafia, di rancori. Del mistero dell’amore e di Dio”. Così scrive Megliounlibro, il magazine di orientamento alla lettura di qualità che da 28 anni che segnala le “perle” nel mare dell’offerta editoriale, a proposito di Dario Levantino, giovane scrittore nato a Palermo e docente di Lettere in Lombardia, che è riuscito a dar voce al giudice Borsellino e al piccolo Giuseppe Di Matteo, i quali si incontrano in un immaginifico aldilà, e a tutto il dolore generato dalla delinquenza mafiosa, arrivando dritto al cuore.

    Per questa delicatezza e originalità nella narrazione che il suo più recente romanzo Il giudice e il bambino riceverà, il prossimo 15 novembre, il ‘Premio Megliounlibro’, edizione 2025.

    Levantino è un autore che riesce a parlare a più generazioni e ha esplorato il confine tra realtà e fantasia trattando un tema scomodo come la mafia, e con essa la giustizia, il perdono, l’amore ed il rancore, con incredibile delicatezza riuscendo a trasmettere luce.

    Il ‘Premio Megliounlibro’ nasce nel 2019 “per valorizzare testi scelti tra quelli recensiti di recente, che più degli altri abbiano saputo rapire il lettore, trasportandolo in una dimensione ricca di messaggi e portatrice di bellezza nelle sue variegate sfaccettature”.

    La Giuria popolare seleziona “la perla tra le perle” tra 300 titoli recensiti nel corso dell’anno. Poi le proposte passano alla Giuria di esperti. Già assegnato alla Bologna International Children Book Fair, per la sezione Infanzia, in questa IV edizione si rivolge alla Narrativa per premiare uno scrittore di talento, un romanzo per commuoversi e non dimenticare storie che hanno colpito il nostro Paese nel profondo.

    Nel 2025 il Premio viene dedicato alla prof. Maria Serena Bianchi, indimenticabile cofondatrice di Megliounlibro, già docente di Lettere e dirigente scolastica.

    L’appuntamento è alle ore 14 al Centro Internazionale Brera (Via Formentini, 10 – Milano). Con l’autore dialogherà Laura Prinetti, direttore responsabile del magazine ‘Megliounlibro’. L’evento, dal titolo ‘Mafia, pentimento, perdono: tra attualità e letteratura’ si colloca all’interno della rassegna BookcityMilano

  • Narcostato attivo in Europa

    Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?

    Giovanni Falcone

    Il 23 settembre scorso la nota casa editrice Rizzoli ha pubblicato un libro intitolato “Invincibili”. L’autore, Nello Trocchia, un giornalista investigativo, dopo un lungo lavoro, basandosi su fatti accaduti, documentati e sulle sue dirette inchieste, racconta come la mafia albanese, ormai ben strutturata e organizzata, sta diventando sempre più potente a livello internazionale. Lui è convinto che “…la mafia albanese adesso rappresenta una potenza criminale in Europa che non ha niente da invidiare neanche alla ‘ndrangheta, che è la più grande e la più potente organizzazione mafiosa internazionale, soprattutto a livello europeo”.

    In seguito al suo impegnativo lavoro e alle sue inchieste, l’autore del libro afferma che la mafia albanese non ha una struttura organizzativa piramidale, come le altre organizzazioni malavitose, bensì una struttura cellulare, simile a quella delle famigerate Brigate Rosse italiane durante gli anni ’70 del secolo passato. Una simile organizzazione strutturale permette alla criminalità organizzata albanese di sfuggire alle forze dell’ordine, di espandersi sul territorio europeo, ma non solo, nonché di controllare, oltre ai porti albanesi, anche tutti i porti europei, dove passano ingenti quantità di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina.

    L’autore del sopracitato libro fa riferimento a quello che ha appreso, oltre ai tanti documenti da lui letti, anche a molti contatti ed interviste riferiti sulla mafia albanese. Tra i tanti intervistati c’è stato anche Nicola Gratteri, noto magistrato nella lotta contro la ‘ndrangheta e ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli. Gratteri è convinto che la mafia albanese riesce a “collaborare alla pari con la ‘ndrangheta”. Lui, riferendosi alla sua lunga e personale esperienza professionale, ha sottolineato, durante l’intervista con l’autore del libro, che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, tutt’altro. L’Albania è diventata una sorta di Eldorado del cash flow (flusso di cassa; n.d.a.) e la mafia albanese una potenza economica e finanziaria”.

    Nelle pagine del libro “Invincibili”, l’autore riporta anche alcuni passaggi di un’altra intervista, quella con Francesco Mandoi, un procuratore antimafia italiano, ormai in pensione, ma un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato assunto alcuni anni fa come consigliere esterno dal governo albanese. Durante quell’intervista il magistrato aveva affermato le carenze del sistema “riformato” della giustizia e delle continue influenze dirette della politica su quel sistema. Lui ha sottolineato come preoccupante, tra l’altro, che “…il dirigente della polizia giudiziaria viene nominato in collaborazione con il governo”. Il che significa che l’autorità anticorruzione ha una sua influenza attiva nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza del sistema.

    A proposito, il nostro lettore è stato informato nell’aprile scorso delle opinioni di questi due noti magistrati italiani sulla drammatica e pericolosa realtà albanese. Opinioni espresse durante il programma Report, trasmesso in prima serata da Rai 3. Per Nicola Gratteri “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Lui era convinto che “Le organizzazioni criminali che arrivano dall’Albania sono ricche, forti e potenti […]. Da alcuni anni la mafia albanese la troviamo anche in America latina. È in grado di portare, autonomamente, tonnellate di cocaina in Italia ed in Europa”.

    Durante lo stesso programma televisivo è stato trasmesso anche quanto ha dichiarato Francesco Mandoi, già procuratore nazionale antimafia, ormai in pensione, che è stato assunto e ha lavorato per quattro anni in Albania come consigliere speciale proprio dal primo ministro albanese. Ma, come ha affermato lui stesso al giornalista di Report, il primo ministro non gli ha mai chiesto un consiglio! “…Sono stato consigliere sulla carta, perché non ho mai dato un solo consiglio”, ha dichiarato Mandoi. Sottolineando che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo” (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo; 23 aprile 2024).

    L’autore del libro “Invincibili” è convinto che “…L’obiettivo della mafia albanese, come di tutte le mafie, è quello di fare soldi. E per fare soldi ed avere una struttura mafiosa funzionale, bisogna avere il supporto della politica…”. Poi lui aggiunge che “…Quando hai molto denaro hai bisogno di rinvestirli. Quando bisogna rinvestirli hai bisogno di trattare con gli altri poteri che sono presenti sul territorio. E sul territorio quali siano i poteri? Sono i poteri statali. E tu parli con i poteri statali. Come parli? Con i soldi che hai. Ed i soldi sono lo strumento principale nei Paesi con un alto livello di corruzione, che permette ai poteri criminali, tramite le ‘imprese amichevoli’, di riciclare e di rinvestire, introducendo nell’economia legale milioni e milioni di euro”.

    Nelle pagine del suo libro “Invincibili”, l’autore si riferisce anche ad un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba. L’isola di Aruba ufficialmente è parte integrante del Regno dei Paesi Bassi. Si tratta di una piccola isola nel Mare caraibico, a nord del Venezuela. L’autore del libro “Invincibili” si riferisce ad un incontro tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari che hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    Riferendosi all’incontro sull’isola Aruba, l’autore del libro conferma che ci siano anche delle intercettazioni ambientali fatte durante quell’incontro. Un incontro di cui lui ha saputo, per la prima volta, consultando dei documenti della Direzione Investigativa Antimafia italiana. Ma c’erano anche delle strutture specializzate di altri Paesi europei che hanno trattato quell’incontro.

    Avendo avuto queste informazioni, l’autore del libro “Invincibili”, da giornalista investigativo qual è, doveva però chiedere delle informazioni anche a coloro che potessero essere stati direttamente o indirettamente coinvolti. Ragion per cui ha scritto, tramite WhatsApp e SMS al primo ministro albanese, nonché tramite l’indirizzo di posta elettronica ufficiale, al suo portavoce. Non ha però mai ricevuto una risposta, sia da parte del primo ministro albanese che dal suo portavoce. Sul caso ha indagato la Direzione Investigativa Antimafia della procura di Firenze. L’indagine, secondo l’autore del libro, è stata chiusa, ma non perché non c’erano elementi sufficienti, ma bensì perché erano scaduti i termini di tempo per continuare l’indagine. Ma nonostante ciò rimane sempre confermato il sopracitato incontro. Su quell’incontro ed altro hanno indagato anche delle strutture specializzate in alcuni altri Paesi europei. Lo stesso incontro è stato confermato oggi anche da un giornalista investigativo albanese che ha incontrato precedentemente due dei partecipanti.

    Chi scrive queste righe pensa che quanto scrive l’autore del libro “Invincibili” rispecchia proprio la vera, preoccupante e pericolosa realtà albanese. Una realtà della quale il nostro lettore da anni ormai è stato informato, sempre con la dovuta, richiesta e verificabile oggettività. Una realtà che testimonia l’esistenza di un narcostato attivo in Europa, quello in Albania. Una realtà che da anni testimonia l’attiva e funzionante connivenza della politica con la criminalità organizzata. Giovanni Falcone faceva una semplice, ma molto significativa domanda: come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia? E purtroppo, da anni ormai, quando si tratta seriamente la realtà in Albania, è impossibile non evidenziare inconfutabilmente la connivenza dello Stato con la mafia.

  • La Procura di Prato chiede di adottare le misure per i pentiti per far fronte alla criminalità cinese

    La mafia cinese è un pericolo per l’Italia già individuato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando scoprirono un traffico di stupefacenti che attraverso Bangkok, Roma e Palermo, vedeva come terminali il clan mafioso di Rosario Riccobono da una parte e Chang Chi Fu dall’altra. Negli anni ’90 iniziarono le prime indagini che portarono al riconoscimento di cinesi dello Zhejiang come mafiosi e nel 2001 la Cassazione confermò le condanne per associazione mafiosa a Khe Zhi Hsiang e sei sodali, attivi tra Toscana e Francia, responsabili di traffico di esseri umani, sfruttamento lavorativo, estorsioni, sequestri, gioco d’azzardo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel 2003 la Corte d’Appello di Roma riconobbe un’associazione mafiosa cinese operante a Roma dal 1991 al 1993, dedita a estorsioni, sequestri e traffico di clandestini, collegata ad analoghe organizzazioni in Francia.

    Oggi i gruppi criminali cinesi stringono alleanze con ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita e gruppi albanesi, fornendo loro servizi bancari illegali di pagamenti internazionali per il narcotraffico, assicurando l’anonimato dei pagamenti e senza tracciabilità. Da giugno 2024 si è registrata una serie omicidi, pestaggi, incendi, induzione alla prostituzione) in cui sono coinvolti appartenenti alla criminalità cinese, che spaziano da Prato a Parigi. Secondo Luca Tescaroli, procuratore capo a Prato, «La grave emergenza che stiamo vivendo suggerisce la necessità di estendere anche nei confronti degli stranieri l’applicazione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia. È fondamentale disporre dell’apporto di collaboratori nelle investigazioni come insegna l’esperienza dell’ultimo quarantennio, con riferimento al contrasto dei gruppi criminali permeati dall’omertà. Oggi sussiste la possibilità di ricorrere per lo straniero che collabora solo alle misure di protezione ordinarie, che vengono applicate dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, e alle previsioni del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, con le quali è prevista la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi di giustizia. Un numero significativo di cittadini di origine cinese e pachistana ha iniziato una proficua collaborazione con la giustizia. Va incoraggiata e premiata con l’estensione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia, con gli opportuni adattamenti. E potrebbe essere affiancata anche dalla creazione in Prato di una sezione della Direzione distrettuale antimafia. Solo con strumenti specifici, pensati dal legislatore e dal ministero, la giustizia italiana potrà affrontare un fenomeno che lede pesantemente il tessuto imprenditoriale italiano creando i presupposti per l’espansione di nuove e pericolose mafie».

  • Il business delle agromafie sale a 25,2 miliardi

    Secondo il nuovo Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Coldiretti, Eurispes e Fondazione Osservatorio agromafie ammonta a 25,2 miliardi il business delle agromafie: nel giro di poco più di un decennio ha praticamente raddoppiato il volume d’affari, recuperando in breve tempo il terreno perso con la pandemia ed estendendo la sua azione a sempre nuovi ambiti, dal caporalato alla falsificazione e sofisticazione dei prodotti alimentari, dal controllo della logistica all’appropriazione di terreni agricoli e fondi pubblici, fino all’usura, al furto e al cybercrime.

    Il settore agroalimentare è diventato sempre più attrattivo per le organizzazioni criminali che, secondo quanto illustrato nel rapporto, aumentano sempre più i tentativi di estendere i propri tentacoli su molteplici asset legati al cibo. Un esempio è lo sfruttamento degli immigrati attraverso il caporalato, gestito da reti criminali italiane e straniere. Ma le agromafie usano le pieghe della burocrazia per promuovere il credito illegale, acquisire aziende agricole e riciclare denaro, mentre gli imprenditori subiscono minacce e danni per cedere terre e attività, anche a causa della crisi legata alle tensioni internazionali e all’aumento dei costi di produzione che ha caratterizzato questi ultimi anni, indebolendo molte imprese. L’obiettivo principale sono i fondi pubblici e il controllo di mercati e appalti, con l’aiuto di professionisti compiacenti e documenti falsi. Ma le infiltrazioni si estendono a ristorazione, mercati ortofrutticoli e grande distribuzione, senza risparmiare vere e proprie le frodi alimentari, con prodotti adulterati o senza etichetta, spesso venduti nei discount. I settori più colpiti sono vino, olio, mangimi e riso, usando agrofarmaci vietati e false certificazioni bio da importazioni dell’Est Europa. Un capitolo a parte è poi rappresentato dal dilagare dell’Italian Sounding e delle frodi sul packaging. “La crisi internazionale e i cambiamenti climatici stanno mettendo in crisi la filiera agroalimentare, che appare sbilanciata a favore della distribuzione e penalizza i produttori – sottolinea Gian Maria Fara, presidente di Eurispes -. Molte aziende agricole, pur operando nel contesto del successo del Made in Italy, faticano a sostenere l’aumento dei costi, la riduzione delle rese, i prezzi imposti dalla GDO e la difficoltà di accesso al credito. Le mafie, grazie alla loro liquidità, offrono prestiti usurari o acquistano aziende agricole in difficoltà, seguendo un modello simile al land grabbing. Questa nuova strategia punta direttamente alla terra e alla produzione primaria, ampliando il controllo lungo tutta la filiera: dalla produzione ai fondi pubblici, fino alla manodopera sfruttata”. “Per Coldiretti la filiera agroalimentare parte dal lavoratore agricolo e arriva al consumatore: difenderla dalle mafie significa anche garantire il giusto prezzo lungo tutto il percorso – sottolinea il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo –. Se i consumatori comprano prodotti a prezzi stracciati, e se settori deviati della GDO o dell’industria acquistano e vendono sottocosto, quel sottocosto qualcuno lo paga — e sono quasi sempre gli agricoltori e i lavoratori agricoli. Erano dieci anni che aspettavamo l’approvazione della proposta di legge elaborata dal procuratore Caselli che ancora nessuno aveva avuto il coraggio di fare e che invece l’attuale Governo ha avuto la determinazione politica di concretizzare, potenziando per la prima volta gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e della magistratura contro la criminalità dell’agroalimentare. Chiediamo ora che il Parlamento proceda a una rapida approvazione definitiva superando le resistenze trasversali che arrivano da pezzi della grande industria in mano alle multinazionali e da segmenti della GDO”, conclude. “Coldiretti è da sempre in prima linea contro le agromafie che oggi puntano alla filiera agroalimentare allargata il cui valore è salito alla cifra record di 620 miliardi di euro e con un export da 69,1 miliardi – dichiara il presidente nazionale di Coldiretti e dell’Osservatorio agromafie Ettore Prandini -. È stata la prima e unica organizzazione agricola a sostenere con forza la legge sul caporalato. Allo stesso modo denunciamo lo sfruttamento in ogni parte del mondo perché la problematica delle agromafie non è solo italiana come dimostra il rapporto. Si va dal caporalato trasnazionale allo sfruttamento dei bambini che per noi si combatte anche con accordi internazionali basati sul principio di reciprocità. L’Europa dovrebbe puntare l’attenzione su questi fenomeni utilizzando il modello di controlli e contrasto come quello italiano”.

    La presentazione del Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia coincide con l’approvazione del disegno di legge che introduce, su iniziativa del ministro Lollobrigida, nel codice penale un nuovo titolo dedicato ai delitti contro il patrimonio agroalimentare, accogliendo le proposte della cosiddetta “Legge Caselli”. Il ddl introduce importanti misure per tutelare la filiera agroalimentare e i consumatori, con particolare attenzione alla repressione delle frodi. Tra le principali novità, spicca l’introduzione del reato di frode alimentare, che punisce tutte le condotte ingannevoli nella produzione e commercializzazione di alimenti, soprattutto quando danneggiano il consumatore su qualità, quantità o provenienza dei prodotti. Viene inoltre istituito il reato di commercio di alimenti con segni mendaci, per contrastare false etichettature e indicazioni ingannevoli, e quello di agropirateria, rivolto a chi commette frodi alimentari in modo sistematico e organizzato. Completano il quadro misure più severe per la tutela di Dop e Igp, la possibilità di donare alimenti sequestrati a fini assistenziali e l’introduzione di sanzioni proporzionate al fatturato aziendale, per garantire maggiore equità.

    Una novità rilevante dell’analisi del Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia è la nascita di organizzazioni transnazionali tra Italia e Paesi extra-europei, che agiscono come agenzie informali di intermediazione illecita della manodopera agricola. Indagini recenti hanno rivelato come queste reti, sfruttando anche i decreti flussi, organizzino l’arrivo di lavoratori dal subcontinente indiano (soprattutto India e Bangladesh), in cambio di ingenti somme. Una volta in Italia, questi lavoratori vengono sfruttati, privi di tutele, e costretti a lavorare per saldare il debito contratto, magari destinati ad altri settori, mentre gli imprenditori agricoli si ritrovano senza manodopera. Un meccanismo che si basa principalmente sul fenomeno delle “imprese senza terra”. Si tratta di realtà che assumono la forma giuridica di cooperative e che si propongono alle aziende agricole come fornitrici di addetti per le varie attività, soprattutto stagionali. Ai lavoratori viene imposta l’adesione formale alla cooperativa, ma questa non porta in realtà nessun vantaggio. Al contrario, le retribuzioni possono risultare fino al 40 % inferiori rispetto a quanto previsto dai contratti nazionali o provinciali, all’insaputa delle stesse aziende agricole che pagano il servizio direttamente alla cooperativa.

    Se l’Italia si è dotata di un sistema sanzionatorio e di controllo all’avanguardia, il rischio è che il fenomeno agromafie sia sottovalutato nel resto d’Europa. Un pericolo tanto più grave se si considera la dimensione ormai sovranazionale dell’azione dei sodalizi criminali. L’individuazione delle agromafie in Europa – denuncia il Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia – risulta estremamente deficitaria. Oltre che in Italia, gruppi criminali organizzati che operano nel settore primario sarebbero stati individuati in Austria, Belgio, Germania, Slovacchia, Spagna e Paesi Bassi. Tuttavia, le loro attività non risultano monitorate e catalogate con sistematicità. Un discorso a parte merita il caso delle attività legate alle mafie cinesi, che starebbero aumentando l’interessamento per il settore agricolo mediante l’acquisto di terreni e piccole aziende, e per la stessa logistica.

  • Palese mancanza di giustizia

    Una volta ancora pericolosi aderenti alla organizzazione mafiosa sono stati scarcerati per decorrenza dei termini.

    Il problema giustizia, nel senso più pieno della parola, rimane uno dei più gravi problemi italiani, non abbiamo remore a sostenere che è delittuoso tenere in carcere delle persone per anni senza fare loro il processo per accertare la verità e che è altrettanto delittuoso che da tempo, e sempre più spesso, riottengano la libertà, per decorrenza dei termini, persone che sono state messe in carcere perché sospettate, a buon ragioni, di delitti gravissimi.

    In questa ultima occasione hanno ritrovato la libertà dieci complici di Messina Denaro, il famoso boss trapanese, i fiancheggiatori del quale, dopo il suo arresto, non sono stati ancora tutti identificati.

    Far uscire dal carcere per decorrenza dei termini individui sospettati di gravi misfatti non solo è una palese mancanza di giustizia ma anche il modo per far sentire sempre più insicura la società e sempre più arroganti, impunite le associazioni criminali.

    La politica dovrebbe finalmente è più seriamente interpellarsi sui motivi di questo mal funzionamento del sistema giustizia in Italia e correre, senza ulteriore indugio, ai ripari tenendo anche conto di una ulteriore pericolosa conseguenza e cioè quella di demotivare le Forze dell’Ordine che con tanta dedizione, e spesso sprezzo del pericolo, arrestano pericolosi malviventi che poi, senza processo, sono rimessi in libertà.

  • Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo

    L’abuso e la disubbidienza alla legge non può essere impedita da nessuna legge.

    Giacomo Leopardi

    Il nostro lettore da anni ormai è stato informato di quello che accade in Albania. E sempre con la dovuta e necessaria oggettività, riferendosi a fatti accaduti, verificati e verificabili, a testimonianze, documentazione e denunce rese pubbliche. Ma la situazione in Albania, membro della NATO dall’aprile 2009 e Paese candidato all’adesione nell’Unione europea dal giugno 2014, però e purtroppo sta peggiorando sempre di più. La corruzione, partendo dai massimi livelli delle istituzioni statali e governative, è diventata una divorante cancrena che sta corrodendo tutto il tessuto sociale. Una realtà, quella albanese, che non poteva mai e poi mai diventare talmente allarmante se non ci fosse un diretto coinvolgimento, beneplacito ma anche il beneficio dei massimi rappresentanti del potere politico, partendo dal primo ministro. Anzi, lui per primo.

    In Albania, sempre fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, da alcuni anni è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis, un regime che cerca di camuffarsi dietro ad una fasulla parvenza pluripartitica. In Albania una persona, il primo ministro, controlla tutti i poteri, definiti dal 1748 da Montesquieu nella sua ben nota opera De l’esprit des lois (“Spirito delle leggi”; n.d.a.). Il che significa che in Albania ormai è stato annientato e reso non funzionante il principio base in qualsiasi società democratica, quello della divisione dei poteri. Il primo ministro (e/o chi per lui) controlla, oltre al potere esecutivo e legislativo, anche il sistema “riformato” della giustizia. Bisogna purtroppo sottolineare, sempre fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, che tutto ciò è successo anche con il preoccupante sostegno dei “rappresentanti internazionali” in Albania. Proprio coloro che, guarda caso, non vedono, non sentono e non capiscono la vera, vissuta e sofferta realtà, ma “applaudono ed elogiano” i successi del governo (Sic!). Il primo ministro controlla però anche la maggior parte di quello che ormai è noto come il quarto potere, i media. Mentre il presidente della Repubblica, da lui scelto, è diventato un suo ridicolo ed ubbidiente subordinato. Quello albanese è un regime autoritario che, sempre fatti accaduti, documentati ed ufficialmente denunciati alla mano, ha basato la sua esistenza alla pericolosa connivenza con la criminalità organizzata, nonché al sostegno lobbistico, ma non solo, di alcuni raggruppamenti occulti internazionali. Il nostro lettore è stato, da anni, informato anche di questa grave e pericolosa realtà.

    Una realtà preoccupante che domenica scorsa è stata trattata anche dal programma investigativo Report, trasmesso da Rai 3 in prima serata. Ovviamente Rai 3 segue una sua linea editoriale, perciò il documentario cominciava con il trattamento dell’Accordo ufficializzato il 6 novembre 2023 tra l’Italia e l’Albania. L’Accordo, noto come il Protocollo sui migranti, è un documento di 14 articoli che è stato contestato sia in Italia ed in Albania, sia da diverse organizzazioni che si occupano dei diritti dell’uomo. Sull’Accordo hanno espresso riserve anche alcuni rappresentanti delle strutture dell’Unione europea. L’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! Profughi di quelli che l’Italia non vuole e/o può tenere […] Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese.”(Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023). Proprio lui che solo due anni fa, ed esattamente il 18 novembre 2021, dichiarava convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché ha cambiato opinione solo due anni dopo?!

    Il giornalista di Rai 3, domenica scorsa durante il programma Report, ha trattato anche la parte finanziaria del Protocollo, sottolineando che “…A fronte dei 650 milioni di euro inizialmente preventivati per 5 anni, la spesa complessiva potrebbe superare la soglia di 1 miliardo di euro. E anche le previsioni fatte dal governo sul numero dei migranti sembrerebbero troppo ottimistiche. Verrebbero spese, dunque, cifre spropositate, rispetto ai costi di gestione ordinari in Italia, per spedire in Albania a mala pena 3000 migranti all’anno che comunque dovranno successivamente essere trasferiti in Italia”. E poi faceva la naturale domanda: “Ma chi beneficerà davvero di questo accordo?”. La risposta, oltre al giornalista, la possono dare tutti coloro che conoscono bene la vera, vissuta e spesso sofferta realtà albanese. E la risposta, essendo l’Albania ormai considerato da molte istituzioni e strutture specializzate internazionali come un “narcostato”, è semplice, evidente e chiara: la criminalità organizzata locale che ormai è diventata molto attiva e pericolosa anche in Europa ed altrove. Sì, perchè i profughi diventeranno preda del traffico dei clandestini. E si tratta proprio di quella criminalità organizzata che collabora con il potere politico e che determina non poche decisioni del governo albanese.

    Lo confermano anche due noti procuratori italiani, intervistati dall’autore del programma Report, Nicola Gratteri e Francesco Mandoi. Nicola Gratteri, uno dei magistrati più impegnati nella lotta alla ‘ndrangheta, attualmente procuratore della Repubblica di Napoli, ha dichiarato che “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Aggiungendo anche: “…Le organizzazioni criminali che arrivano dall’Albania sono ricche, forti e potenti. […] Da alcuni anni la mafia albanese la troviamo anche in America latina. È in grado di portare, autonomamente, tonnellate di cocaina in Italia ed in Europa”. Anche Francesco Mandoi, già procuratore nazionale antimafia, ormai in pensione, conosce molto bene la realtà albanese. Lui è stato assunto come consigliere speciale proprio dal primo ministro albanese. Ha lavorato molto per quattro anni in Albania. Ma, come ha affermato lui stesso al giornalista del Report, il primo ministro non ha chiesto mai da lui un consiglio! “…Sono stato consigliere sulla carta, perché non ho mai dato un solo consiglio”, ha dichiarato Mandoi. Sottolineando che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo.”.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per trattare tutti gli argomenti affrontati domenica scorsa dal programma Report. Ma troverà il modo di informare il nostro lettore nelle prossime settimane sugli altri clamorosi abusi rivelati dal giornalista di Report. È sempre attuale però l’affermazione di Giacomo Leopardi: “L’abuso e la disubbidienza alla legge non può essere impedita da nessuna legge”. Lo conferma anche la grave e pericolosa realtà albanese.

  • Borsellino e Falcone: le verità negate

    Giusto, doveroso, necessario ricordare i due magistrati martiri non solo  della mafia perché ormai è chiaro che non sono solo gli esecutori materiali gli assassini

    Mancano ancora le borse, le agende, l’esamina approfondita e pubblica, lo studio vero, dei tanti documenti di Borsellino e Falcone e quanti altri documenti mancano all’appello?

    Quanti sono i morti: magistrati, carabinieri, poliziotti, giornalisti e persone della società civile che la mafia ha ucciso? Dov’è l’elenco completo dei loro nomi che possa ricordare a tutti gli italiani quale sacrificio di sangue è costata la ricerca di una verità che tutt’ora è negata!

    Quante di queste morti potevano essere evitate con una politica differente?

    Ricordare, ogni giorno, per dare vita ad una società diversa dove la commemorazione è seguita da azioni concrete che portino a squarciare, finalmente, il velo che ancora ricopre  azioni nebulose, complicità, silenzi dei quali tanti sono responsabili cominciando dall’alto perché, come diceva un vecchio tassista romano, il pesce puzza dalla testa.

  • E’ tempo di alzare il velo sulle omissioni

    Trent’anni sono passati dalla strage di Capaci, trent’anni nei quali abbiamo ricordato Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino e i tanti uccisi, le tante vittime di quella che non è solo mafia. Trent’anni in un crescendo di coscienze liberate, di giovani impegnati a dire per sempre no ai ricatti ed alle violenze, anche se ancora troppi si rifugiano nel proprio privato e non comprendono quanto spetti a ciascuno di noi la difesa della vita e della libertà altrui.

    Trent’anni ma i misteri restano e troppi documenti spariti, o volutamente sottaciuti, continuano a lasciare aperto nella nostra democrazia il più importante vulnus, quello che ci fa in molte occasioni pensare che dietro alla mafia, con la mafia, si muovano ben più importanti ed inquietanti poteri.

    Oltre alle numerose manifestazioni, alle vibranti parole di commemorazione, ai ricordi che dobbiamo tenere sempre vivi perché ci siano d’esempio ora è il momento di alzare finalmente il velo sulle omissioni, i depistaggi, gli errori di quegli anni, cominciando dall’uccisione del Generale dalla Chiesa. Solo così sarà fatta giustizia alla memoria di coloro che hanno sacrificato la loro vita per l’Italia, per noi.

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