Mafia

  • Non prevalebunt

    44 anni fa, era il 3 settembre 1982, veniva ucciso, in un vile attentato, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con lui fu trucidata anche la moglie Emanuela Setti Carraro.

    Ricordo lo sgomento dell’Italia e dei tanti che, come me, avevano conosciuto il generale e sperato che ancora una volta il suo lavoro, la sua coraggiosa determinazione potessero portare luce sui tanti lati oscuri che contornavano, e purtroppo contornano, le sottili e radicate connessioni tra politica, criminalità, affari.

    Passano gli anni, i decenni, altre stragi illustri hanno segnato la nostra vita stroncando quella di troppi difensori della legge mentre i misteri si perpetuano tra depistaggi, ritrattazioni, finte piste o piste reali poi abbandonate.

    Così oggi un pensiero ed un ricordo del generale Dalla Chiesa diventa un ricordo per tutti coloro che sono stati trucidati dalla criminalità e dall’indifferenza o connivenza di certa politica, ed un rinnovato impegno, per chi ci crede, a dire ancora una volta “non prevalebunt”, il male non prevarrà se oltre a ricordare sapremo agire, senza paura.

  • Ancora una volta e per sempre

    Ancora una volta, con commozione e rimpianto, ricordiamo Falcone e Borsellino, morti con coloro che hanno cercato di difenderli da attacchi di una mafia che troppe volte ha avuto coperture politiche e finanziarie.

    Falcone con sua moglie Francesca Morvillo e Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, Borsellino con Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina rimangono e rimarranno vivi se, non solo nella memoria, ma nelle nostre azioni sapremo combattere organizzazioni criminali, politiche corrotte, attività illecite, se sapremo non piegarci mai difendendo lo Stato e chi allo Stato ha giurato fedeltà, e sapremo inesorabilmente colpire chi tradisce.

    I misteri che ancora dopo 34 anni ammantano i due attentati, le sparizioni di documenti, i molti depistaggi ci fanno, purtroppo, comprendere che ci sono ancora troppe zone buie, opache, troppe, non solo passate, connivenze sulle quali è necessario indagare per risanare, finalmente, la politica, l’economia, l’Italia.

  • Il silenzio sull’Albania in attesa di adesione all’UE, tra corruzione, mafia e poteri forti

    In un articolo di Ennio Raso su L’Espresso si cita l’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, nel libro ‘Gli invincibili’. Gratteri afferma tra l’altro: «non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, una sorta di eldorado del cash-flow».

    Secondo i dati, usciti in varie parti del mondo, il clan degli albanesi controlla molte delle piazze di spaccio a Londra e sono noti gli ormai decennali rapporti tra ‘ndrangheta italiana e mafia albanese.

    Il Patto Sociale da molti anni pubblica, settimanalmente, reportage riguardo l’intricata vicenda politica albanese, alcuni componenti della quale sono sotto processo o sotto inchiesta.

    Anche nel libro ‘Operazione Pig’ di Albert De Bonnet, pubblicato nel 2024 da Europa Edizioni, si parla in modo esplicito dei rapporti internazionali che la mafia albanese ha intessuto in tutto il mondo e in speciale modo con la Ndrangheta

    Stupisce come notizie di stampa, anche albanese, sembrino passare inosservati agli occhi sia della Ue che del governo italiano.

    Inoltre nelle ultime settimane nel Paese delle aquile vi sono state molte affollatissime manifestazioni di piazza: A Tirana il 20 giugno scorso si sono riunite decine di migliaia di persone davanti alla sede del primo ministro Edi Rama. Le sempre più numerose manifestazioni traggono origine dal progetto di costruzione, sostenuto dal primo ministro albanese, di un maxi resort di lusso nella laguna di Vjosa-Nata, un’area protetta di oltre 20mila ettari nella quale vivono specie rare come fenicotteri rosa, tartarughe marine e foche monache.

    Il maxi resort, con una serie di super ville circostanti, dovrebbe essere costruito da una cordata collegata all’imprenditore Jared Kushner, genero di Trump, e corrisponderebbe al desiderio della moglie, figlia del presidente americano, che, recatasi in Albania in alcune occasioni, sarebbe rimasta colpita dalla bellezza della località e dalle sue potenzialità turistiche per i super ricchi, anche se il progetto porterebbe alla distruzione di un patrimonio naturale che appartiene a tutti

    Il libro di Nello Trocchia, ‘Gli invincibili’, sulla mafia albanese alla conquista del mondo, è uscito, edito da Rizzoli, a febbraio scorso e riporta molti di quei collegamenti che dovrebbero indurre la politica ed i media a occuparsi in modo approfondito di un tema che invece, e appare strano, è stato oggetto solo di rare e superficiali attenzioni.

    La forza della mafia albanese si è fatta ormai consistente anche in Sudamerica, in Ecuador, Colombia e Brasile mentre la potenza economica e finanziaria di questa malavita ha portato a investimenti che hanno radicalmente cambiato le città albanesi, anche distruggendo, a colpi di cementificazione selvaggia, la maggior parte delle coste più attraenti.

    Su questi temi è bene che rifletta l’Unione Europea prima di procedere nell’auspicata, un domani, adesione dell’Albania che non può avvenire prima di avere risolto i problemi di collusione tra mafia e poteri forti, di qualunque genere.

  • La mafia ora si mette in mostra vantando il proprio appeal su TikTok

    Anche la mafia si adegua ai tempi e dai pizzini passa alle comunicazioni digitali dopo aver rapidamente intuito il flusso degli affari che si sarebbe mosso anche nel dark web. Uno studio della Fondazione Magna Grecia segnala che la criminalità organizzata è arrivata su TikTok. E lo ha fatto «perché è su TikTok che si sono spostati i giovani», spiega Nicola Gratteri, capo della Procura di Napoli. «È a loro che le mafie parlano per aumentare il loro consenso in una dimensione ibrida –  tra reale e virtuale – ormai impossibile da ignorare».

    Ne è prova l’omicidio commesso a Palermo da Gaetano Maranzano, figlio di Vincenzo (condannato a 10 anni per tentato omicidio) che poco dopo aver sparato, sapendo che sarebbe stato arrestato, ha pubblicato su TikTok un video con la sua foto e in sottofondo l’audio di un passaggio della fiction “Il capo dei capi”, in cui Totò Riina sfida il poliziotto che lo sta arrestando. Un segnale che va letto con la logica del marketing che oggi guida le mafie su TikTok, dove «la criminalità organizzata si comporta come un vero e proprio brand e, al pari di un brand, si fa pubblicità», aggiunge Gratteri. Usando i mezzi tipici della piattaforma – musica, video, coreografie, hashtag – la criminalità spettacolarizza il lato “bello” del prodotto mafia (potere, soldi, lusso, fratellanza) e ne sminuisce la violenza e la portata criminale, facendo apparire la vita mafiosacome desiderabile e il boss come qualcuno da imitare.

    Marcello Ravveduto, professore di Digital Public History all’Università di Salerno e curatore della ricerca della Fondazione Magna Grecia su più di 6mila contenuti spiega che «tutto ruota attorno al concetto di “mafiosfera”, ovvero un ecosistema comunicativo parallelo che vive dentro l’informazione online, ma è in grado di capovolgerne i principi». In questo spazio la criminalità organizzata ha acquisito la capacità di suggestionare un pubblico sempre più ampio grazie a un nuovo protagonista: il “mafiofilo”. Prosumer (produttore-consumatore), non per forza coinvolto direttamente in attività illecite, il mafiofilo ha un’affinità emotiva e culturale verso la mafia. È lui che, come un curatore di immagine, la “veste” per esporla in vetrina. E per farlo usa codici visivi e sonori distintivi – musica neomelodica e trap, scene di lusso ostentato, abiti griffati, citazioni di serie di successo – con cui la spoglia di violenza e la trasforma in intrattenimento. In fiction, melodramma, dissolvendone la gravità morale. La mentalità mafiosa finisce con l’essere normalizzata e diventa più familiare al grande pubblico. Più pop. Mentre la natura criminale viene nascosta dietro la performance, divenendo attrattiva per i giovani. Acquistabile con un click: che è consumo in superficie, potere e controllo in profondità.

    Gli esperti chiamano questo modo di usare i social mobstering: basta un selfie con posa intimidatoria, una didascalia in dialetto, un riferimento a un boss locale per entrare a far parte del gioco. Un esempio? Nel novembre 2023 a Pianura (Napoli), in seguito all’arresto di giovani spacciatori, familiari e amici hanno caricato video su TikTok con messaggi di sostegno come «La galera è il riposo del leone» o «Ti aspetto fuori, vita mia», mostrando così fedeltà al clan e disprezzo per le forze dell’ordine. C’è poi chi questa estetica la usa con maggiore maestria. È il caso del mobinfluencer, il volto più raffinato e pericoloso del marketing mafioso. Si legge nello studio: «Si tratta di un personaggio pubblico che cura meticolosamente il suo profilo, enfatizzando gesti di generosità verso la comunità e rimandando un’idea più glamour della vita criminale». Segue una narrativa rassicurante in cui la mafia si presenta come un marchio di identità collettiva, dotata di una personalità quasi umana, riconoscibile e desiderabile. Ne sono dimostrazioni eloquenti Crescenzo Marino, figlio di un boss napoletano, che ha raccolto migliaia di follower mostrando vacanze a Mykonos, Ferrari e champagne. O Tina Rispoli – vedova di camorra e oggi influencer – che ha usato la sua immagine per creare consenso e ottenere legittimazione come notabile locale.

    Il fenomeno però non è solo italiano, e lo studio ha il merito di raccontare anche l’evoluzione social dei cartelli messicani del narcotraffico, veri pionieri nella colonizzazione di YouTube prima e TikTok dopo. Con una differenza di fondo rispetto al nostro Paese: la propaganda mafiosa messicana infatti ruota attorno alla figura del ganginfluencer, molto più diretto e spettacolare nell’ostentazione della violenza. Il criminale messicano non cerca approvazione morale, ma dominio simbolico: i suoi video sono affermazioni di potere, scontri virtuali tra bande, provocazioni territoriali e rituali di appartenenza. In Italia le emoji sono metafore di valori – lealtà la catena, forza e coraggio il leone, potere la corona – per i cartelli messicani invece sono codici di affiliazione. La pizza per esempio, usata dopo “ch” (chapizza) indica chiaramente la vicinanza al Cartello di Sinaloa, richiamando la figura di El Chapo Guzmàn. Entrambe le pratiche però condividono la stessa logica: usare i social come arene di consenso e appartenenza, dove l’immaginario criminale diventa un prodotto culturale da consumare, imitare e diffondere. Gli algoritmi poi fanno il resto: amplificano i contenuti più virali, premiano le storie più estreme e annullano la distanza critica dello spettatore.

    In un mondo dominato dalla visibilità, anche il mafioso non si nasconde più: si racconta manipolando la verità, si espone e si vende addirittura come icona di potere e libertà. E le mafie non sono più soltanto denaro, trame e violenza, «ma sono sempre più ibride e algoritmiche, si muovono tra server, blockchain, social media e dark web», dice Antonio Nicaso, esperto di fenomeni criminali e docente alla Queen University del Canada. Che fare allora? Nicaso rilancia la lezione di Giovanni Falcone, aggiornata però all’era digitale: «Lui suggeriva di seguire il denaro per comprendere, intercettare e contrastare la criminalità organizzata». Questo Rapporto ci fa capire invece «che bisogna seguire i flussi, leggere sequenze nascoste, interpretare mondi digitali visibili e invisibili». “Follow the Flow”, insomma, potrebbe essere la nuova strategia nel contrasto alle mafie. Un concetto che Nicola Gratteri traduce in azione: «Urge svecchiare i protocolli d’indagine, dotarsi di personale altamente qualificato, omologare la strategia normativa».

  • Il malaffare albanese nel silenzio totale della politica e dei media

    Domenica sera il programma “Presa diretta”, su Rai Tre, ha presentato, con una serie di reportage, la drammatica situazione del traffico di droga nel mondo con la posizione leader della mafia albanese e le sue connessioni con la ‘Ndrangheta.

    Durante il programma sono state evidenziate le varie connessioni tra il denaro riciclato e l’edilizia, l’Albania ha un vertiginoso aumento di questa attività, la predominanza, nei porti, del potere della mafia albanese e le molte connessioni tra criminalità organizzata e politica, connessioni per le quali sono inquisiti vari sindaci, esponenti anche del governo e la vicepremier a dimostrazione che il sistema corruttivo è sempre più invasivo.

    Da anni Il Patto Sociale settimanalmente, grazie ad un nostro collaboratore che vive in Albania, pubblica articoli che denunciano varie situazioni di malaffare, nel silenzio totale della politica e degli altri media, speriamo ora che la trasmissione “Presa diretta” aiuti a comprendere meglio la gravità di quanto succede ed a prendere le necessarie contromisure, non basta infatti l’ottimo lavoro, svolto da magistratura albanese e forze di investigazione italiane, se la politica, nazionale ed europea, non sarà capace di affrontare il problema, a difesa del popolo albanese in primis, e di tutti coloro che, in Europa  e nel mondo, sono vittime della droga, della corruzione, della criminalità.

  • Traffici e violenze su animali fonti di ricchezza per le zoomafie

    Il rapporto zoomafie 2025 ripropone ancora una volta una triste realtà: la criminalità organizzata continua i suoi loschi traffici, le sue violenze e gli animali, utilizzati, sfruttati, condannati ad atroci sofferenze, continuano ad essere, per i criminali, una fonte di ricchezza, di denaro sporco.

    Combattimenti tra animali, corse clandestine, sia di cavalli che di cani, allevamenti irregolari, gestione di canili ombra, traffico di cuccioli dall’estero, contrabbando di fauna selvatica, bracconaggio sia in terra che in cielo ed in mare, macellazione clandestina, sofisticazioni di alimenti di origine animale, utilizzo di prodotti alimentari per animali venduti come prodotti per umani, utilizzo di Internet per false vendite di animali, furti di animali e via discorrendo sono fonti di immensi guadagni per le varie mafie che operano non solo in Italia.

    Se un passo avanti è stato fatto per tutelare gli animali, con la nuova legge, è, purtroppo, ancora vero che non sempre la normativa viene applicata con la necessaria intransigenza e che molti reati sfuggono perché alcuni, sfiduciati od impauriti, non denunciano.

    Altro passo avanti, per certi reati connessi ai cani, sarebbe l’anagrafe canina nazionale che non è ancora in funzione.

    Una volta di più cerchiamo anche come singoli di vigilare e di denunciare quando valutiamo che ci siano comportamenti poco chiari.

  • A Prato c’è la cupola della mafia cinese che gestisce il traffico di merci diretto nella Ue

    La mafia sta a Prato ed è cinese. Lo ha segnalato, fin da poco dopo il suo insediamento, nel luglio del 2024, il procuratore di Prato, Luca Tescaroli. E lo conferma Francesco Michelotti, deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione parlamentare antimafia: «Ci sono delle zone di Prato che sono proprio occupate militarmente, fisicamente dalla mafia (cinese). A Prato sembra che si sia radicata una sorta di cupola che poi si propaga a livello nazionale e internazionale». Salvatore Calleri, consulente della Commissione parlamentare antimafia, restringe il quadro e parla di due fazioni contrapposte: è una guerra tra «un gruppo che era molto forte sul territorio e un altro gruppo che non si conosce».

    Nessuno lo dice espressamente, ma il gruppo un tempo «molto forte» e ora sotto attacco è quello guidato da Naizhong. La procura di Prato parla di un «salto di qualità» compiuto dalla criminalità cinese, i cui gangli hanno ormai raggiunto anche la politica e gli enti pubblici. I membri della mafia cinese, infatti, «hanno una vocazione ad aprirsi per cercare di allacciare legami con esponenti delle forze dell’ordine, con esponenti delle pubbliche amministrazioni, perché hanno capito che in questo modo possono raggiungere risultati qualitativamente più significativi», sostiene il procuratore Tescaroli, avvertendo: «Cercano di giocare un ruolo nelle campagne per le elezioni».

    Di certo c’è che Prato è il centro della criminalità organizzata sinica in Europa, come attestano i numerosi incendi avvenuti a Prato ai danni di aziende della logistica che la magistratura ha collegato almeno in parte a incendi avvenuti nello stesso periodo a Parigi e Madrid. «Le strutture imprenditoriali pratesi hanno filiali e dislocazioni a Roma, in Spagna, in Francia e gestiscono affari con diverse capitali dell’Europa» e «il centro è Prato», afferma Tescaroli.

    La logistica suscita ancora di più i violenti appetiti dei gruppi criminali dal momento in cui esiste un vulnus nel sistema doganale europeo talmente profondo da permettere l’ingresso di merci nell’Ue in evasione dell’Iva per miliardi di euro: il regime doganale 42. Questo strumento prevede la possibilità di sospendere il pagamento dell’Iva su merci dichiarate come destinate a un Paese dell’Unione diverso da quello di importazione. Il suo uso lecito consente di favorire e velocizzare gli scambi commerciali. Il suo uso illecito garantisce alla malavita l’opportunità di importare ingenti quantità di merci con destinatari fittizi e farne sparire le tracce, rendendone pressoché impossibile la riscossione delle imposte evase. «Il regime 42 fa saltare il punto di controllo», commenta Davide Bellosi, direttore territoriale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli per Toscana e Umbria. «Se il punto di controllo fosse effettivamente il punto in cui tu introduci la merce sul territorio comunitario – spiega il direttore –  problemi non ce ne sarebbero, perché in quel punto lì tu dovresti assolvere integralmente la fiscalità per avere la disponibilità della merce. Il regime 42 fa saltare questo punto naturale di controllo e poi, una volta saltato, devi inseguire». Immessa nel mercato unico, la merce circola liberamente all’interno dell’Ue ed è onere di chi la riceve contabilizzare e pagare l’Iva. Questo impone alle autorità di mettere in piedi dei sistemi di verifica a posteriori e di conseguenza, in caso di frode, risalire la filiera criminale diventa molto più complicato. La situazione è aggravata dall’assenza di una legislazione armonizzata fra i vari Stati membri, che non assicura uno stesso livello di controllo, e dalla mancanza di un obbligo di condivisione delle informazioni fra i vari enti nazionali competenti.

    Questo aspetto potrebbe essere superato dalla proposta della Commissione europea di istituire un “centro dati doganali dell’Ue” (EU Customs Data Hub), ovvero una piattaforma digitale che dovrebbe centralizzare e integrare dati fiscali, doganali e logistici. Tuttavia, se approvata, la sua piena implementazione è prevista al momento solo per il 2038.

    Anche la Corte dei conti europea nella sua ultima relazione speciale afferma che «le misure esistenti non sono adeguate né per prevenire o rilevare in modo efficace le frodi Iva sulle importazioni nell’ambito di dette procedure (regime doganale 42 e sportello unico per le importazioni), né per mantenere l’equilibrio tra agevolazione degli scambi e tutela degli interessi finanziari dell’Ue». L’abuso di questa procedura non solo castra in maniera significativa il gettito fiscale, ma alimenta una concorrenza sleale che impatta negativamente sul tessuto industriale europeo sano. È evidente che poter rivendere sul mercato merci a un prezzo estremamente più basso grazie all’evasione delle imposte dia un vantaggio schiacciante. La conseguenza è una ferita profonda al bilancio dell’Ue e degli Stati membri, in un momento in cui si parla con tanta insistenza di reperire nuove risorse.

  • ‘Il Giudice e il bambino’ di Dario Levantino vince il ‘Premio Megliounlibro 2025’

    “Dario Levantino ha spinto oltre la sua immaginazione e ha ambientato il romanzo in un Paradiso dove il giudice deve ascoltare ed esaminare le “anime sospese” prima che entrino definitivamente. Una narrazione onirica ma non troppo, uno straordinario pugno sullo stomaco per parlare di malvagità, di mafia, di rancori. Del mistero dell’amore e di Dio”. Così scrive Megliounlibro, il magazine di orientamento alla lettura di qualità che da 28 anni che segnala le “perle” nel mare dell’offerta editoriale, a proposito di Dario Levantino, giovane scrittore nato a Palermo e docente di Lettere in Lombardia, che è riuscito a dar voce al giudice Borsellino e al piccolo Giuseppe Di Matteo, i quali si incontrano in un immaginifico aldilà, e a tutto il dolore generato dalla delinquenza mafiosa, arrivando dritto al cuore.

    Per questa delicatezza e originalità nella narrazione che il suo più recente romanzo Il giudice e il bambino riceverà, il prossimo 15 novembre, il ‘Premio Megliounlibro’, edizione 2025.

    Levantino è un autore che riesce a parlare a più generazioni e ha esplorato il confine tra realtà e fantasia trattando un tema scomodo come la mafia, e con essa la giustizia, il perdono, l’amore ed il rancore, con incredibile delicatezza riuscendo a trasmettere luce.

    Il ‘Premio Megliounlibro’ nasce nel 2019 “per valorizzare testi scelti tra quelli recensiti di recente, che più degli altri abbiano saputo rapire il lettore, trasportandolo in una dimensione ricca di messaggi e portatrice di bellezza nelle sue variegate sfaccettature”.

    La Giuria popolare seleziona “la perla tra le perle” tra 300 titoli recensiti nel corso dell’anno. Poi le proposte passano alla Giuria di esperti. Già assegnato alla Bologna International Children Book Fair, per la sezione Infanzia, in questa IV edizione si rivolge alla Narrativa per premiare uno scrittore di talento, un romanzo per commuoversi e non dimenticare storie che hanno colpito il nostro Paese nel profondo.

    Nel 2025 il Premio viene dedicato alla prof. Maria Serena Bianchi, indimenticabile cofondatrice di Megliounlibro, già docente di Lettere e dirigente scolastica.

    L’appuntamento è alle ore 14 al Centro Internazionale Brera (Via Formentini, 10 – Milano). Con l’autore dialogherà Laura Prinetti, direttore responsabile del magazine ‘Megliounlibro’. L’evento, dal titolo ‘Mafia, pentimento, perdono: tra attualità e letteratura’ si colloca all’interno della rassegna BookcityMilano

  • Narcostato attivo in Europa

    Come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?

    Giovanni Falcone

    Il 23 settembre scorso la nota casa editrice Rizzoli ha pubblicato un libro intitolato “Invincibili”. L’autore, Nello Trocchia, un giornalista investigativo, dopo un lungo lavoro, basandosi su fatti accaduti, documentati e sulle sue dirette inchieste, racconta come la mafia albanese, ormai ben strutturata e organizzata, sta diventando sempre più potente a livello internazionale. Lui è convinto che “…la mafia albanese adesso rappresenta una potenza criminale in Europa che non ha niente da invidiare neanche alla ‘ndrangheta, che è la più grande e la più potente organizzazione mafiosa internazionale, soprattutto a livello europeo”.

    In seguito al suo impegnativo lavoro e alle sue inchieste, l’autore del libro afferma che la mafia albanese non ha una struttura organizzativa piramidale, come le altre organizzazioni malavitose, bensì una struttura cellulare, simile a quella delle famigerate Brigate Rosse italiane durante gli anni ’70 del secolo passato. Una simile organizzazione strutturale permette alla criminalità organizzata albanese di sfuggire alle forze dell’ordine, di espandersi sul territorio europeo, ma non solo, nonché di controllare, oltre ai porti albanesi, anche tutti i porti europei, dove passano ingenti quantità di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina.

    L’autore del sopracitato libro fa riferimento a quello che ha appreso, oltre ai tanti documenti da lui letti, anche a molti contatti ed interviste riferiti sulla mafia albanese. Tra i tanti intervistati c’è stato anche Nicola Gratteri, noto magistrato nella lotta contro la ‘ndrangheta e ormai Procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli. Gratteri è convinto che la mafia albanese riesce a “collaborare alla pari con la ‘ndrangheta”. Lui, riferendosi alla sua lunga e personale esperienza professionale, ha sottolineato, durante l’intervista con l’autore del libro, che “Non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, tutt’altro. L’Albania è diventata una sorta di Eldorado del cash flow (flusso di cassa; n.d.a.) e la mafia albanese una potenza economica e finanziaria”.

    Nelle pagine del libro “Invincibili”, l’autore riporta anche alcuni passaggi di un’altra intervista, quella con Francesco Mandoi, un procuratore antimafia italiano, ormai in pensione, ma un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato assunto alcuni anni fa come consigliere esterno dal governo albanese. Durante quell’intervista il magistrato aveva affermato le carenze del sistema “riformato” della giustizia e delle continue influenze dirette della politica su quel sistema. Lui ha sottolineato come preoccupante, tra l’altro, che “…il dirigente della polizia giudiziaria viene nominato in collaborazione con il governo”. Il che significa che l’autorità anticorruzione ha una sua influenza attiva nell’ambito dell’autonomia e dell’indipendenza del sistema.

    A proposito, il nostro lettore è stato informato nell’aprile scorso delle opinioni di questi due noti magistrati italiani sulla drammatica e pericolosa realtà albanese. Opinioni espresse durante il programma Report, trasmesso in prima serata da Rai 3. Per Nicola Gratteri “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Lui era convinto che “Le organizzazioni criminali che arrivano dall’Albania sono ricche, forti e potenti […]. Da alcuni anni la mafia albanese la troviamo anche in America latina. È in grado di portare, autonomamente, tonnellate di cocaina in Italia ed in Europa”.

    Durante lo stesso programma televisivo è stato trasmesso anche quanto ha dichiarato Francesco Mandoi, già procuratore nazionale antimafia, ormai in pensione, che è stato assunto e ha lavorato per quattro anni in Albania come consigliere speciale proprio dal primo ministro albanese. Ma, come ha affermato lui stesso al giornalista di Report, il primo ministro non gli ha mai chiesto un consiglio! “…Sono stato consigliere sulla carta, perché non ho mai dato un solo consiglio”, ha dichiarato Mandoi. Sottolineando che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo” (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo; 23 aprile 2024).

    L’autore del libro “Invincibili” è convinto che “…L’obiettivo della mafia albanese, come di tutte le mafie, è quello di fare soldi. E per fare soldi ed avere una struttura mafiosa funzionale, bisogna avere il supporto della politica…”. Poi lui aggiunge che “…Quando hai molto denaro hai bisogno di rinvestirli. Quando bisogna rinvestirli hai bisogno di trattare con gli altri poteri che sono presenti sul territorio. E sul territorio quali siano i poteri? Sono i poteri statali. E tu parli con i poteri statali. Come parli? Con i soldi che hai. Ed i soldi sono lo strumento principale nei Paesi con un alto livello di corruzione, che permette ai poteri criminali, tramite le ‘imprese amichevoli’, di riciclare e di rinvestire, introducendo nell’economia legale milioni e milioni di euro”.

    Nelle pagine del suo libro “Invincibili”, l’autore si riferisce anche ad un incontro avvenuto nel 2019 nell’isola caraibica di Aruba. L’isola di Aruba ufficialmente è parte integrante del Regno dei Paesi Bassi. Si tratta di una piccola isola nel Mare caraibico, a nord del Venezuela. L’autore del libro “Invincibili” si riferisce ad un incontro tra i rappresentanti della mafia albanese ed alcuni stretti collaboratori del primo ministro albanese, a livello di ministri e di alti funzionari che hanno parlato e negoziato un progetto di riciclaggio del denaro sporco nel settore dell’edilizia. Un settore che per tutte le strutture specializzate internazionali ricicla miliardi in Albania. Si tratta di miliardi che provengono dalle attività criminali, dal traffico delle droghe e dalla corruzione.

    Riferendosi all’incontro sull’isola Aruba, l’autore del libro conferma che ci siano anche delle intercettazioni ambientali fatte durante quell’incontro. Un incontro di cui lui ha saputo, per la prima volta, consultando dei documenti della Direzione Investigativa Antimafia italiana. Ma c’erano anche delle strutture specializzate di altri Paesi europei che hanno trattato quell’incontro.

    Avendo avuto queste informazioni, l’autore del libro “Invincibili”, da giornalista investigativo qual è, doveva però chiedere delle informazioni anche a coloro che potessero essere stati direttamente o indirettamente coinvolti. Ragion per cui ha scritto, tramite WhatsApp e SMS al primo ministro albanese, nonché tramite l’indirizzo di posta elettronica ufficiale, al suo portavoce. Non ha però mai ricevuto una risposta, sia da parte del primo ministro albanese che dal suo portavoce. Sul caso ha indagato la Direzione Investigativa Antimafia della procura di Firenze. L’indagine, secondo l’autore del libro, è stata chiusa, ma non perché non c’erano elementi sufficienti, ma bensì perché erano scaduti i termini di tempo per continuare l’indagine. Ma nonostante ciò rimane sempre confermato il sopracitato incontro. Su quell’incontro ed altro hanno indagato anche delle strutture specializzate in alcuni altri Paesi europei. Lo stesso incontro è stato confermato oggi anche da un giornalista investigativo albanese che ha incontrato precedentemente due dei partecipanti.

    Chi scrive queste righe pensa che quanto scrive l’autore del libro “Invincibili” rispecchia proprio la vera, preoccupante e pericolosa realtà albanese. Una realtà della quale il nostro lettore da anni ormai è stato informato, sempre con la dovuta, richiesta e verificabile oggettività. Una realtà che testimonia l’esistenza di un narcostato attivo in Europa, quello in Albania. Una realtà che da anni testimonia l’attiva e funzionante connivenza della politica con la criminalità organizzata. Giovanni Falcone faceva una semplice, ma molto significativa domanda: come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia? E purtroppo, da anni ormai, quando si tratta seriamente la realtà in Albania, è impossibile non evidenziare inconfutabilmente la connivenza dello Stato con la mafia.

  • La Procura di Prato chiede di adottare le misure per i pentiti per far fronte alla criminalità cinese

    La mafia cinese è un pericolo per l’Italia già individuato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino quando scoprirono un traffico di stupefacenti che attraverso Bangkok, Roma e Palermo, vedeva come terminali il clan mafioso di Rosario Riccobono da una parte e Chang Chi Fu dall’altra. Negli anni ’90 iniziarono le prime indagini che portarono al riconoscimento di cinesi dello Zhejiang come mafiosi e nel 2001 la Cassazione confermò le condanne per associazione mafiosa a Khe Zhi Hsiang e sei sodali, attivi tra Toscana e Francia, responsabili di traffico di esseri umani, sfruttamento lavorativo, estorsioni, sequestri, gioco d’azzardo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nel 2003 la Corte d’Appello di Roma riconobbe un’associazione mafiosa cinese operante a Roma dal 1991 al 1993, dedita a estorsioni, sequestri e traffico di clandestini, collegata ad analoghe organizzazioni in Francia.

    Oggi i gruppi criminali cinesi stringono alleanze con ’Ndrangheta, Sacra Corona Unita e gruppi albanesi, fornendo loro servizi bancari illegali di pagamenti internazionali per il narcotraffico, assicurando l’anonimato dei pagamenti e senza tracciabilità. Da giugno 2024 si è registrata una serie omicidi, pestaggi, incendi, induzione alla prostituzione) in cui sono coinvolti appartenenti alla criminalità cinese, che spaziano da Prato a Parigi. Secondo Luca Tescaroli, procuratore capo a Prato, «La grave emergenza che stiamo vivendo suggerisce la necessità di estendere anche nei confronti degli stranieri l’applicazione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia. È fondamentale disporre dell’apporto di collaboratori nelle investigazioni come insegna l’esperienza dell’ultimo quarantennio, con riferimento al contrasto dei gruppi criminali permeati dall’omertà. Oggi sussiste la possibilità di ricorrere per lo straniero che collabora solo alle misure di protezione ordinarie, che vengono applicate dal Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblica, e alle previsioni del decreto legislativo del 25 luglio 1998, n. 286, con le quali è prevista la possibilità di rilasciare permessi di soggiorno per motivi di giustizia. Un numero significativo di cittadini di origine cinese e pachistana ha iniziato una proficua collaborazione con la giustizia. Va incoraggiata e premiata con l’estensione delle misure straordinarie di protezione e di assistenza previste per i collaboratori e i testimoni di giustizia, con gli opportuni adattamenti. E potrebbe essere affiancata anche dalla creazione in Prato di una sezione della Direzione distrettuale antimafia. Solo con strumenti specifici, pensati dal legislatore e dal ministero, la giustizia italiana potrà affrontare un fenomeno che lede pesantemente il tessuto imprenditoriale italiano creando i presupposti per l’espansione di nuove e pericolose mafie».

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