malattie

  • Diagnosi di tumore in aumento dopo pandemia

    Aumentano le diagnosi di tumore in Italia rispetto al 2020 e il peso della pandemia si fa sentire. Nel 2022 sono infatti stimati 390.700 nuovi casi, 14.100 in più in 2 anni. E se nella fase post-pandemica, sono ripresi gli screening di prevenzione, sono però gli stili di vita scorretti a destare preoccupazione. Come il sovrappeso, che riguarda il 33% degli adulti, l’obesità, il 10%, ma anche la sedentarietà, che raggiunge il picco del 31%, e il fumo, un’abitudine per il 24%.  Emerge dal volume ‘I numeri del cancro in Italia 2022’.

    Il tumore più frequentemente diagnosticato, nel 2022, è il carcinoma della mammella (55.700 casi, +0,5% rispetto al 2020), seguito dal colon-retto (48.100, +1,5% negli uomini e +1,6% nelle donne), polmone (43.900, +1,6% negli uomini e +3,6% nelle donne), prostata (40.500, +1,5%). La pandemia, rilevano gli esperti, ha determinato nel 2020 un calo delle nuove diagnosi legato in parte all’interruzione degli screening, ma oggi si assiste alla ripresa dei casi di tumore come in altri Paesi europei.

    Il trend rischia però di peggiorare se non si pone un argine proprio agli stili di vita scorretti. I dati 2020-2021 “segnano un momento di accelerazione per lo più in senso peggiorativo per quanto riguarda i fattori di rischio comportamentali – ha sottolineato infatti il ministro della Salute Orazio Schillaci- si tratta di un dato che non può non destare preoccupazione se si considera che il 40% dei casi e il 50% delle morti oncologiche possono essere evitati intervenendo su fattori di rischio prevenibili, soprattutto sugli stili di vita”. Pesano anche i ritardi nell’assistenza accumulati durante la pandemia, ma si registra una ripresa dei programmi di prevenzione secondaria e degli interventi chirurgici in stadio iniziale. In particolare, nel 2021 i programmi di screening sono tornati ai livelli prepandemici, per esami mammografici, per il tumore del colon-retto e quello della cervice uterina. I dati “invitano sempre di più a rafforzare le azioni per contrastare il ritardo diagnostico e per favorire la prevenzione secondaria e soprattutto primaria, agendo sul controllo dei fattori di rischio a partire dal fumo, dall’obesità, dalla sedentarietà, dall’abuso di alcol”, ha affermato Saverio Cinieri, presidente Aiom, Associazione italiana di oncologia medica. Un dato positivo è che a fronte dei 2,5 milioni di persone che vivevano in Italia nel 2006 con una pregressa diagnosi di tumore, si è passati a circa 3,6 milioni nel 2020, il 37% in più di quanto osservato solo 10 anni prima. “Dobbiamo recuperare in fretta – ha aggiunto Schillaci – ritardi diagnostici, rafforzare la prevenzione primaria e secondaria”. Gli oncologi chiedono di “rendere attuabile e finanziato il Piano oncologico nazionale”. E Schillaci ribadisce “l’impegno ad una rapida adozione del Piano, nell’ambito delle azioni per rafforzare soprattutto nel territorio la prevenzione, la diagnosi, la cura e l’assistenza”.

  • Aids in calo in Italia ma le diagnosi sono tardive

    Diminuiscono negli ultimi anni le infezioni da Hiv ed i casi di Aids conclamato in Italia, soprattutto grazie agli effetti delle terapie, ma le diagnosi arrivano troppo tardi ed in fase già avanzata di malattia per i due terzi dei pazienti. Un dato preoccupante che indica come sia in atto, soprattutto tra i giovani, un forte calo di attenzione con una pericolosa sottovalutazione dei rischi legati a questa malattia. A puntare i fari sul fenomeno il ministro della Salute, Orazio Schillaci, e gli esperti riuniti in occasione del convegno organizzato dal ministero per la Giornata mondiale contro l’Aids.

    I dati, ha spiegato Schillaci, “mostrano che l’incidenza delle diagnosi di Hiv in Italia è in calo dal 2012 e anche negli ultimi due anni, tuttavia la paura di accedere ai servizi sanitari durante l’epidemia di Covid ha comportato un ritardo nelle diagnosi. Non dobbiamo sottovalutare questa pandemia globale di Aids che resta una emergenza sanitaria nel mondo». Altro problema che sta emergendo, ha inoltre sottolineato, è «la scarsa conoscenza dell’Hiv e il ricorso limitato al test. La priorità è dunque facilitare l’accesso al test per far emergere i casi sommersi, oltre a continuare la lotta contro lo stigma». A preoccupare, ha commentato Barbara Suligoi, del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, è il fatto che “la percezione del rischio si è molto abbassata e c’è poca consapevolezza dei pericoli della trasmissione via sessuale”.

    Nel 2021 in Italia ci sono state 1770 nuove diagnosi da Hiv e 382 casi di Aids conclamato, con un’incidenza in diminuzione, ma siamo ancora ben lontani, hanno sottolineato gli esperti, dagli obiettivi dell’Oms di arrivare al 95% di persone a conoscenza della propria positività, il 95% di persone hiv positive che possono avere una terapia e il 95% che riesce ad avere una carica virale azzerata. A pesare sono anche gli effetti della pandemia di Covid, che gli esperti definiscono “devastanti”. I nuovi dati del report Unaids 2022 indicano infatti che i progressi fatti stanno vacillando, le risorse si sono ridotte e le disuguaglianze sono aumentate. Per questo, la lotta all’Hiv necessita di “nuovi impulsi” e se “anche prima del Covid-19 eravamo lontani dai nostri obiettivi di riduzione delle nuove infezioni e dei decessi, ora siamo decisamente fuori strada», affermano Peter Sands, direttore esecutivo del Global Fund per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria, e Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di UnAids. Nel mondo, infatti, rileva l’infettivologo Stefano Vella, “l’Aids è ancora una pandemia globale con 38 milioni di persone con Hiv e 1,5 milioni di nuove infezioni nel 2021”. Ed ancora: “Ogni giorno 4.000 persone, di cui 1.100 giovani, si infettano: se le tendenze attuali continueranno, almeno 1,2 milioni persone saranno nuovamente infettate nel 2025 mentre nel 2021 – conclude Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto San Gallicano di Roma – 650.000 persone sono morte per cause legate all’Aids. Una al minuto”.

  • Troppi farmaci prescritti, anche i medici scoprono che less is more

    Troppi farmaci prescritti, soprattutto agli anziani, ed i rischi di interazioni pericolose per la salute crescono. A segnalarlo sono i medici internisti, dai quali parte dunque un nuovo approccio: è il ‘deprescribing’, ovvero la ‘de-prescrizione’ che punta a ridurre la lista di medicinali non strettamente necessari ai pazienti perché a volte, avvertono gli specialisti, ‘meno è meglio’. Per il bene del paziente è cioè necessario fare marcia indietro rispetto all’eccesso di prescrizioni di terapie, sfoltendo la ‘polifarmacia’, che indica il prendere più di 5-6 medicine al giorno, condizione comune in almeno i due terzi degli anziani. Un tema nuovo e complesso che sarà al centro dei lavori del120esimo Congresso della Società Italiana di Medicina Interna (Simi).

    L’allungamento della vita, rileva la Simi, porta con sé varie conseguenze, come la comparsa di patologie croniche, che spesso si associano in uno stesso paziente. Avere una ‘regia’ centrale, come quella offerta dal medico internista, mette al riparo i pazienti dai rischi di una ‘polifarmacia’ troppo affollata, dovuta alla ‘collezione’ di tante prescrizioni di farmaci diverse, una per ogni specialista consultato, spesso in conflitto tra loro, tanto da provocare interazioni ed effetti indesiderati che possono pregiudicare la sicurezza del paziente.

    “Alcuni studi – ricorda Giorgio Sesti, presidente Simi – hanno messo ben in evidenza il fenomeno della polipharmacy e le sue ricadute. A rischio di effetti indesiderati sono soprattutto le persone con una ridotta funzionalità renale, condizione comune tra gli anziani”. Uno studio su oltre 5 mila pazienti over 65 del registro Reposi ha evidenziato che almeno la metà mostrava una compromissione moderata, il 14% una compromissione funzionale grave e il 3% molto grave. Tra i pazienti con ipertensione, diabete, fibrillazione atriale e scompenso, all’11% veniva prescritto un dosaggio di farmaci inappropriato rispetto alla funzionalità renale. E nel follow up, un’inappropriatezza prescrittiva si associava ad un aumentato rischio di mortalità per tutte le cause del 50%. “Il 66% dei pazienti adulti assume 5 o più farmaci e un anziano su 3 assume oltre 10 farmaci in un anno – rileva Gerardo Mancuso, vicepresidente Simi – provocando un aumento delle cause di ricovero per eventi avversi per interazioni farmacologiche.

    De-prescrivere le molecole farmacologiche è una attività che l’internista deve fare in tutti i pazienti, ma soprattutto negli anziani”. È dunque “necessario invertire la tendenza – sostiene Sesti – e inaugurare l’era del ‘deprescribing’. Ma perché questo avvenga, dobbiamo aumentare la consapevolezza di pazienti e medici”. La Simi, sottolinea Nicola Montano, presidente eletto Simi, “ha lanciato nel 2016 la campagna Choosing Wisely, per sensibilizzare medici e pazienti a ridurre esami e trattamenti che hanno dimostrato una scarsa utilità e quindi aumentare la sicurezza riducendo gli sprechi”. La professoressa Rita Redberg, direttore di Jama Internal Medicine e professore di cardiologia alla University of California, che prenderà parte al congresso, è una delle fautrici del movimento Choosing Wisely. È suo lo slogan ‘less is more’, sintetizzabile con il concetto che ‘fare meno talvolta è meglio che fare di più’. “Il less is more – prosegue Sesti – non vale solo per le medicine, ma anche per i troppi esami, alcuni dei quali, come le Tac, comportano rischi per la salute legati ad un eccesso di radiazioni”. E d’altronde, l’inerzia prescrittiva, che porta a ripetere le prescrizioni anno dopo anno senza una rivalutazione critica, non rappresenta una strategia vincente: secondo un’analisi recente, 1 ricovero su 11 tra gli anziani può essere ricondotto a una prescrizione sbagliata o agli effetti indesiderati dei farmaci. Altri paladini del movimento deprescribing sono gli esperti statunitensi del National Institute on Aging ed un deprescibing network è stato creato in Canada, con offerta di borse di studio e seminari. Intanto, il numero delle pubblicazioni sul deprescribing aumenta. Insomma l’era del ‘less is more’ è iniziata.

  • L’UE annuncia il contributo storico di 715 milioni di € a favore del Fondo globale per salvare milioni di vite dall’AIDS, dalla tubercolosi e dalla malaria

    La Commissione europea ha annunciato un nuovo contributo record di 715 milioni di € dal bilancio dell’UE a favore del Fondo globale per il periodo 2023-2025, in occasione della settima conferenza di rifinanziamento del Fondo organizzata a New York dal presidente degli Stati Uniti Biden. Insieme agli impegni assunti dagli Stati membri dell’UE, Team Europa conferma il suo impegno deciso a favore del Fondo globale con un contributo totale di oltre 4 miliardi di € per il periodo 2023-2025. Il Fondo globale, un partenariato internazionale per la lotta contro l’AIDS, la tubercolosi e la malaria, ha già salvato 50 milioni di vite negli ultimi 20 anni. Il nuovo contributo si aggiunge ai 150 milioni di € messi a disposizione quest’anno dal bilancio dell’UE per il meccanismo di risposta alla COVID-19 (C19RM) del Fondo globale, al fine di aiutare i paesi a coprire i costi dei dispositivi di protezione individuale, dei test diagnostici e delle terapie.

    L’obiettivo del Fondo globale è mobilitare almeno 18 miliardi di dollari per il periodo 2023-2025 al fine di salvare 20 milioni di vite, evitare oltre 450 milioni di infezioni, ridurre del 64% il tasso di mortalità dovuta all’HIV, alla tubercolosi e alla malaria e costruire un mondo più sano e più equo.

    Di questi 18 miliardi dollari, 6 miliardi verrebbero investiti per potenziare i sistemi sanitari e le reti locali. Ciò consoliderebbe notevolmente il ruolo del Fondo nel sostenere gli sforzi nazionali volti a creare sistemi sanitari più integrati e incentrati sulle persone, con migliori capacità di prevenzione, individuazione e risposta in relazione alle minacce legate alle malattie infettive.

    20 anni fa, al momento della creazione del Fondo globale, sembrava impossibile riuscire a sconfiggere l’HIV, la tubercolosi e la malaria, ma grazie alla scienza, a risorse adeguate e a un’efficace collaborazione a livello mondiale si riesce a far arretrare anche le malattie più letali. In soli 20 anni il partenariato del Fondo globale ha salvato 50 milioni di vite e ridotto di oltre la metà il numero di vittime.

    Il Fondo globale, il cui ruolo va ben al di là del mandato di sconfiggere l’AIDS, la tubercolosi e la malaria, è un protagonista fondamentale nella lotta contro il COVID-19. È diventato il primo fornitore di sostegno finanziario ai paesi a basso e medio reddito per tutto, fuorché i vaccini. Tramite il meccanismo di risposta il COVID-19 (C19RM), il Fondo sostiene i paesi nella copertura dei costi dei dispositivi di protezione individuale, dei test diagnostici e delle terapie. L’UE ha annunciato 150 milioni di € da destinare alla C19RM.

    L’Unione europea e i suoi Stati membri, in qualità di Team Europa, sono uno dei principali contributori del Fondo globale. Per il sesto rifinanziamento del Fondo globale 2020-2022, la Commissione europea si era impegnata a stanziare 550 milioni di €. Con il nuovo impegno di 715 milioni di €, l’apporto complessivo della Commissione europea al Fondo globale per il periodo 2001-2025 raggiunge i 3,5 miliardi di €. I contributi 2001-2022 dell’UE e dei suoi 27 Stati membri al Fondo globale ammontano a 21,2 miliardi di dollari.

    La nuova iniziativa traduce l’impegno risoluto della Commissione europea di promuovere la salute mondiale, che include il sostegno bilaterale e regionale ai sistemi sanitari dei paesi partner e ad altre iniziative mondiali in campo sanitario quali, tra le altre, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Alleanza per i vaccini (GAVI) e il Fondo di intermediazione finanziaria per la prevenzione, la preparazione e la capacità di risposta alle pandemie.

    Fonte: Commissione europea

  • Tre milioni di animali esotici in Italia, preoccupazioni per la salute

    La pandemia ha aumentato il desiderio di animali da compagnia. Spesso però, “non si sceglie un cane o un gatto, ma un animale esotico, il cui mercato è molto cresciuto negli ultimi anni, incluso quello illegale, con tutti i rischi connessi, come zoonosi e batteri resistenti. Si stima vi siano circa 500 milioni di animali esotici in Europa e che in Italia se ne importino mediamente 3 milioni l’anno, con un fatturato enorme”. A mettere in guardia è il Sindacato italiano veterinari medicina pubblica (Sivemp), ascoltato nei giorni scorsi in audizione in Commissione affari sociali, dove sono all’esame due decreti sulla salute animale, ormai sempre più evidentemente connessa con quella dell’uomo.

    Negli ultimi 100 anni il panorama è cambiato in modo radicale. Si è passati da un allevamento familiare di piccoli gruppi per lo più bovini, ovini e suini usati in agricoltura e per la produzione di alimenti, a un crescendo di allevamenti intensivi, da un lato, e di animali da compagnia dall’altro. Quest’ultimo certificato dal mercato del Pet food che, secondo l’indagine Doxa contenuta nel Rapporto Assalco Zoomark, vede una crescita dell’8,4% nel 2021. Nelle nostre case, però, non ci sono solo cani, gatti o conigli, ma sempre più spesso anche uccelli e pesci tropicali, serpenti di vario tipo, maialini vietnamiti. “Sono animali – spiega Aldo Grasselli, presidente Sivemp – che hanno quotazioni di mercato molto alte e negli ultimi 10-15 anni hanno attirato un interesse crescente”. Tanto che è nato, di recente, il coordinamento #esoticimafamiliari, frutto di una campagna nazionale lanciata dal senatore Luca Briziarelli, che sottolinea come gli animali esotici da compagnia debbano essere tutelati e difesi, nel rispetto di regole ma senza divieti ideologici.

    Nell’acquistarli c’è però un problema etico, rileva Grasselli, “perché si portano animali al di fuori del loro habitat naturale e questo implica un danno al singolo, ma anche all’ecosistema in cui viene inserito. Spesso, infatti, finisce ‘buttato via’, ovvero liberato in un contesto che non è il suo. E, se sopravvive, può determinare squilibri nella piramide alimentare delle specie autoctone”. Il problema, però, può essere anche sanitario. Dalla toxoplasmosi alla malattia di Lyme, fino al vaiolo delle scimmie, le zoonosi, o passaggio di patogeni dagli animali all’uomo, c’è sempre stato. “Non molti anni fa, abbiamo visto le conseguenze del virus della mucca pazza o dell’aviaria. Il problema, con l’importazione di animali – spiega Grasselli – è maggiore, perché possono essere portatori di malattie da noi scomparse, come la rabbia, ma anche essere veicoli di germi resistenti, perché chi li commercializza, per non perderli, li cura abusando di antibiotici e in questo modo si selezionano batteri resistenti”.

    E soprattutto, prosegue, “c’è una quota importante di importazioni clandestine, anche attraverso il web, in cui non ci sono controlli per capire se questi animali siano portatori di virus, batteri o parassiti. Per questo, appena acquistati, andrebbero portati da un veterinario”. Proprio verso uno più stretto controllo mira la nuova normativa all’esame del Parlamento, alla luce del concetto di One Health che la pandemia Covid ha contribuito a diffondere. Già oggi detenere di nascosto animali esotici è passibile di denuncia, ma la nuova normativa prevede misure di sorveglianza, aumenta sanzioni e disincentiva l’illegalità.

  • Covid e prevenzione in oncologia

    La pandemia ha creato un enorme incremento di mortalità data dagli effetti gravi indotti dalla malattia scatenata dal covid: attualmente siamo ormai vicini in Italia a raggiungere purtroppo quasi i 140.000 morti, un numero impressionante che ci fa riflettere sull’impatto che ha avuto nella popolazione italiana, soprattutto nelle fasce di età più avanzate. Questo è ciò che definisco l’impatto primario. Ma la pandemia ha creato un impatto secondario di non minor importanza, sia nel breve che nel lungo termine, legato a una drastica riduzione da una parte del monitoraggio dei pazienti che già hanno avuto una diagnosi oncologica e dall’altra soprattutto nella ampia fascia di popolazione coinvolta nella prevenzione oncologica. I dati che arrivano dall’Europa e dall’Italia in particolare non sono per niente rassicuranti: nel nostro continente infatti, che ogni anno rileva 2,7 milioni di nuovi casi di cancro e 1,3 milioni di morti (dati 2020), la macchina della prevenzione nel periodo covid ha rallentato vertiginosamente, stimando che non siano stati eseguiti un numero di più di 100 milioni di screening oncologici, di cui più di 2,5 milioni solo in Italia. Nel 2020 due fra i  tumori più diffusi, cioè quello della mammella e del colon retto, hanno registrato una riduzione di interventi del 12%, soprattutto di quelli di minori e limitate dimensioni e quindi con probabilità maggiore di controllo e di sopravvivenza.

    Sicuramente la paura di recarsi in ospedale e le limitazioni di aree rosse vissute ha dato una forte spinta a questo atteggiamento ma credo che ciò ci debba far ripensare sia a una riorganizzazione del sistema di cura e delle strutture ad esse dedicate (quello che io chiamo un sistema modulare), sia ad una nuova maggiore attenzione da parte del governo e dei media di tornare a focalizzare le attenzioni e gli investimenti di nuovo sulla prevenzione e sulle campagne di screening.

  • La Fondazione Mariani celebra il ventennale del Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche presso l’Istituto Besta

    Si è svolto martedì 26 ottobre, all’Istituto dei Ciechi di Milano, il convegno Oltre l’idea di fare da soli per celebrare il ventennale del Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche presso l’Istituto Neurologico C. Besta della ‘Fondazione Mariani’.

    All’incontro hanno partecipato Lodovico Barassi e Maria Majno, rispettivamente presidente e vicepresidente di Fondazione Mariani (FM); Luisa Bonora, vicepresidente e nipote della fondatrice di FM Luisa Mariani; Andrea Gambini, presidente della Fondazione Besta; Eleonora Lamantea, ricercatrice e Barbara Garavaglia, direttrice del Centro Fondazione Mariani (FM) per le Malattie mitocondriali pediatriche che quest’anno appunto celebra il suo ventennale.

    La ‘Fondazione Mariani’ è nata nel 1984 da un ingente lascito per volere della benefattrice Luisa Mariani alla morte del marito Pierfranco, imprenditore milanese. Oggi mostra i frutti della sua evoluzione. Da realtà che sostiene e ha sostenuto progetti di assistenza, ricerca e formazione a favore della Neurologia infantile e di una migliore qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie, è cresciuta così da realizzare e promuovere nuovi progetti, sul filo di strategie innovative che si rivolgono a obiettivi sempre più alti.

    In vent’anni numerosi sono stati gli studi e gli esperimenti che hanno consentito al Centro di offrire eccellenza nella ricerca e nella diagnosi, per decifrare le malattie neurologiche rare nonché per trovare migliori terapie farmacologiche per i piccoli pazienti.

    Ad oggi sono oltre 300 gli studi scientifici pubblicati negli ultimi 20 anni dal Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche per studiare patologie genetiche rare, malattie che raggruppano forme molto eterogenee e causate da alterazioni nel funzionamento dei mitocondri: un contributo fondamentale per la ricerca, grazie al quale il Centro FM è riuscito a “dare un nome” alla malattia in circa il 40% dei casi.

    All’Istituto Besta, centro di eccellenza nel nostro Paese, ogni anno vengono ricoverati circa 1.200 bambini (il 45% dei quali provenienti da fuori Regione Lombardia) e sono 14mila le prestazioni annue soltanto per l’area infantile. Il Dipartimento di Neuroscienze Pediatriche è centro di riferimento per diverse patologie pediatriche e per la diagnosi e il trattamento delle malattie neurologiche rare.

    In prospettiva, nel futuro del Centro FM, ci si attende un aumento dello score diagnostico. Inoltre, grazie alle nuove tecniche di biologia cellulare, sarà possibile mettere a punto delle terapie sia di tipo genico che farmacologico, per poter finalmente arrivare a terapie efficaci per questi piccoli pazienti.

    Insieme al Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche, vi è un altro storico centro di ricerca intitolato alla Fondazione: il LAMB – Laboratorio per l’Analisi del Movimento nel Bambino “Pierfranco e Luisa Mariani”.

    Ai centri di ricerca si affiancano quelli dove si svolge l’attività clinica. Sono stati creati di recente tre nuovi “Centri Fondazione Mariani” dedicati a specifiche patologie e si sta già lavorando per costituirne un altro a breve, affinché si realizzi una Rete di centri che operino come punti di riferimento a livello nazionale per le patologie trattate. In più di 30 anni di attività oltre 20mila bambini e le loro famiglie hanno ricevuto cure e assistenza attraverso i Centri FM.

    ‘Fondazione Mariani’ è oggi partner strategico dei Centri di ricerca, per sviluppare network e strumenti di lavoro condivisi che contribuiscano a curare in modo ancora più incisivo i piccoli pazienti affetti da malattie neurologiche. Nel 2021 sono sorte cinque Reti Fondazione Mariani per lo sviluppo di piattaforme-registri multicentrici per gruppi di patologie.

    Nella storia della Fondazione, più di 18mila medici e operatori sanitari hanno frequentato corsi di specializzazione, formazione e aggiornamento promossi da FM sulla neurologia pediatrica. A livello internazionale ‘Fondazione Mariani’ è referente di primo piano con il suo progetto “Neuromusic” che pone in relazione le neuroscienze e la musica, a favore dell’armonia della crescita nei bambini verso uno sviluppo migliore.

     

  • Somministrazione gratuita del Metodo Di Bella: lo dispone il tribunale di Catanzaro

    Giunge dalla Calabria una storia, per così dire, all’italiana i cui protagonisti sono un uomo affetto da un tumore al pancreas metastatizzato al fegato e la terapia Di Bella. Dopo essere stato trattato con i protocolli ufficiali senza ottenere effetto terapeutico, l’uomo decide di rivolgersi al Dott. Giuseppe Di Bella e pratica la cura MDB fino ad andare in remissione completa di malattia.

    Attraverso l’Avvocato Gianluca Ottaviano, il paziente si rivolge al tribunale di Catanzaro per chiedere il rimborso della cura da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ma l’istanza viene respinta con la motivazione che una terapia alternativa di non comprovata efficacia non può essere accollata alla comunità.

    Viene fatto reclamo che è accolto poiché “la certificazione sanitaria in atti (rilasciata da Istituti pubblici) evidenzia che la terapia ufficialmente riconosciuta è risultata inefficace nel caso concreto, laddove invece la cura MDB ha prodotto un significativo miglioramento della patologia tumorale e, gradualmente, il risultato terapeutico diveniva sorprendente, tanto che l’ultimo referto PET del 16.01.2020 evidenziava una remissione completa della malattia”. Di conseguenza – si legge ancora nella sentenza – in assenza di spiegazioni alternative sulla remissione completa del tumore, nel caso in specie l’unica cura attualmente essersi rivelata efficace sulla persona del reclamante deve essere erogata con costi a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

    La pronuncia crea un prezioso precedente per chi si trova nella stessa situazione e costringe quindi la giurisprudenza, che finora ha negato erogazioni di questa particolare cura che, sebbene avversata e criticata, in realtà si basa su evidenze scientifiche, a cambiare rotta.

    Ci sono tante storie che dimostrano l’efficacia del Metodo Di Bella, documentate anche da pubblicazioni su riviste reperibili sulle banche dati medico-scientifiche internazionali.

  • Il Mes: il tragico “palleggio” tra il -2% ed il +11,9%

    Durante l’arco dell’intera estate tutti gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno disquisito dell’utilizzo o meno delle risorse del Mes in una tragicommedia, che vedeva coinvolta anche l’opposizione, in relazione ai tassi di interesse richiesti al servizio.

    La contrapposizione era relativa alla valutazione se il Mes comportasse dei costi superiori a quelli richiesti dal mercato nel sottoscrivere i titoli del debito pubblico italiano (*). Uno spettacolo indicato, da dotti e telegenici commentatori, come l’essenza del confronto politico che arricchisce il tessuto democratico del nostro Paese.

    Viceversa nessuno ha considerato, ieri come oggi, ma soprattutto valutato appieno le conseguenze della eccezionalità del momento legato alla prima ondata del covid-19 come alla possibilità, ora triste realtà, di una seconda sotto il profilo squisitamente gestionale ma anche strategico. Questa eccezionalità avrebbe dovuto ispirare un atteggiamento molto più pragmatico al di là della propria posizione ideologica al fine di comprendere come il Mes, proprio per la sua specifica destinazione per il SSN, potesse essere una risorsa da utilizzare in una duplice finalità. La prima sicuramente finalizzata ad attrezzare con la massima urgenza il sistema sanitario in previsione di una possibile seconda ondata, quindi aumentare il numero dei posti disponibili in terapia intensiva in un’ottica prudenziale molto più indicata di un banco con le rotelle.

    Contemporaneamente con una seconda altrettanto importante che permettesse allo stesso sistema sanitario nazionale di non tralasciare le patologie passate in secondo piano rispetto al covid 19.

    Da allora a tutt’oggi la sanità pubblica, in un momento di eccezionale gravità e difficoltà, non ha ottenuto nessuna risorsa aggiuntiva extrabilancio che il Mes avrebbe invece assicurato. In questo senso, infatti, si ricorda come solo Veneto, Friuli-Venezia e Valle d’Aosta abbiano aumentato la capacità delle terapie intensive.

    Gli effetti di tale disastroso e vergognoso attendismo del governo centrale e di buona parte delle Regioni vengono espressi dal singolo dato riportato nel titolo. Questo da solo pone la maggioranza, come l’intero quadro politico, di fronte alle proprie responsabilità che dovrebbe portare ad un cambiamento di passo nella gestione della sanità pubblica. Come conseguenza diretta di una struttura sanitaria di fronte ad una seconda ondata dei contagi risultano aumentate dell’11,9% le morti da tumore al colon legate al ritardo nella diagnosi. Quindi, invece di utilizzare le risorse disponibili che il Mes avrebbe reso disponibili immediatamente in previsione di una possibile seconda ondata ma anche per non rendere di una secondaria importanza le altre patologie mortali, l’aumento di oltre il 11,9% di questa tipologia di decessi rappresenta il Vergognoso risultato di questo attendismo attribuibile all’intera classe politica nella sua complessità. A causa di manieristiche disquisizioni tra differenze decimali di interesse si è verificata una crescita dell’11,9% di maggiori decessi per ritardi nelle diagnosi.

    La responsabilità di questi decessi va interamente attribuita al miserabile gioco politico che rappresenta un costo insostenibile per la cittadinanza.

    Quando per una classe politica dirigente risultano prioritarie le differenza decimali relative ad un finanziamento esclusivo ed immediato per il SSN e che rappresenta meno del 2% dell’ammontare dell’intero debito pubblico risulta, come logica conseguenza, che il quadro istituzionale ed economico siano destinati ad implodere.

     

  • L’inquinamento uccide 630mila europei ogni anno

    Un morto su 8 nell’Ue e nel Regno Unito è dovuto all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, alla mancanza di verde. Il 13% dei decessi totali ogni anno, 630mila secondo le stime dell’Oms e dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), che le ha raccolte in un rapporto sull’impatto delle variabili ambientali e sociali sulla salute in Europa.

    Lo smog è il killer più pericoloso e più noto, 400mila morti l’anno, soprattutto a causa del particolato fine (PM2,5). Poi l’inquinamento acustico, con 12mila decessi. Le ondate di calore, sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico, secondo alcuni scenari potrebbero arrivare a mietere 130mila vittime l’anno. L’impatto più forte lo subiscono le fasce sociali più deboli e a basso reddito. “Ricchezza e benessere sono determinanti della salute”, dice all’Ansa Catherine Ganzleben, una delle autrici del rapporto. Realtà che si riflette nella cortina che ancora resiste tra Europa dell’est e dell’ovest. I decessi attribuibili a cause ambientali sono il 19% del totale in paesi a basso reddito pro-capite come la Romania e il 10% in quelli più ricchi come Danimarca e Svezia, con l’Italia al 12%. La Pianura padana si conferma una delle aree con più smog dell’Ue. Il caso della contaminazione delle acque da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto ha tristemente insegnato all’Europa sia il rischio degli inquinanti non monitorati ma anche le misure da prendere per rispondere.  La Penisola è il Paese in cui le malattie croniche interessano la parte più piccola della popolazione senza marcare le diseguaglianze, come accade invece nei paesi del Nord Europa. Le città, dove fattori ambientali e sociali si mescolano e si sovrappongono, sono i luoghi più a rischio. Ma possono cambiare le cose recuperando spazi al verde e alle acque, anche solo aumentando la vegetazione dove si può. L’Aea cita una serie di esperienze Ue, dal progetto di ristrutturazione del quartiere Deckel di Amburgo, ai nove corridoi ‘verdi’ di Lisbona, fino al bosco verticale di Milano. Per invertire la tendenza servono però azioni più decise al livello più alto, e una maggiore integrazione delle politiche ambientali, sociali e della salute.

    L’Aea compie anche una prima analisi degli studi su Covid-19 e smog. Sebbene ci siano “prime evidenze” di una correlazione tra alta mortalità da coronavirus, inquinamento atmosferico e povertà, l’Agenzia sottolinea che gli studi effettuati fin qui hanno “una serie di limitazioni significative, quindi i risultati vanno interpretati con attenzione”, e servono nuove ricerche.

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